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Claudio Meloni

Turella: “Voi comandate e noi eseguiamo”

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Le indagini del ROS hanno potuto accertare come l’ex dirigente del Servizio Giardini del Comune di Roma Claudio Turella avesse a disposizione una serie di conti correnti bancari cointestati con la moglie. Oltre a Ciò, nel corso della perquisizione eseguita presso l’abitazione dell’imputato nel processo in corso a Mafia Capitale, in v. E. Di Cartagine, sono state rinvenute delle buste di soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  Nel corso dell’udienza dell’8 febbraio scorso Turella  ricostruisce la sua posizione  patrimoniale e finanziaria accennando al conto on line acceso presso Fineco, banca alla quale era migrato dopo aver chiuso una precedente utenza presso la Barclay’s.

Sottolinea l’imputato come il suo unico vizio fosse quello di giocare in borsa, acquistando e vendendo azioni online, attività che gli era consentita proprio grazie al banking online della Fineco. Fa notare a tale riguardo Turella come pur essendo particolarmente abile in tale attività, avesse cessato di svolgerla già da prima di essere posto agli arresti.

Un’altra parte delle disponibilità finanziarie dell’imputato era da questi detenuta in un’utenza accesa presso l’istituto Unicredit, dove aveva anche la domiciliazione dello stipendio.

In merito ai flussi finanziari relativi a quest’ultimo conto Turella fa notare come oltre al suo vi venisse accreditato anche lo stipendio della moglie, oggi deceduta, fin quando questa ha svolto un’attività lavorativa. L’ultimo versamento effettuato dall’imputato è costituito da un assegno di settemila euro versato due giorni prima del suo arresto frutto del ricavato della vendita dell’auto di sua moglie.

Anche se Turella era stato sospeso dal Comune l’amministrazione gli riconosceva un contributo minimo di 500 euro mensili. Attualmente sul conto UniCredit dell’imputato risultano depositati 264 mila euro mentre sull’altra utenza accesa presso Fineco vi sono depositati 62 mila euro. Ricostruendo in aula i flussi finanziari a lui riconducibili l’imputato sottolinea come al 31.12.05 sul conto Fineco vi fossero 217 mila euro mentre su quello UniCredit 129.465, per un totale di 346.519. Tenendo conto del valore attualizzato del suo portafoglio titoli sul conto Fineco, l’imputato fa notare come il suo saldo attuale complessivo ammonti a 398.576,52. C’è dunque una differenza di 50 mila euro dal 2006 al 2017, che lui giustifica in parte attraverso il risparmio e in parte attraverso il rendimento delle operazioni effettuate sul conto titoli.

Il Presidente chiede all’imputato quale fosse il suo stipendio e quale quello di sua moglie e Turella risponde come il suo fosse intorno ai 40 mila euro annui. Nel 2005 il suo stipendio mensile era pari a circa 2.500 euro; la moglie, che lavorava part time, guadagnava circa 600 euro mensili per 14 mensilità, per totale tra i due stipendi di 40.900 euro netti l’anno.

Secondo la ricostruzione fatta dall’imputato la sua attività di accumulazione di contanti in casa sarebbe iniziata dalla vendita della casa del padre, in via Eugenio Cecconi, risalente al 1984. Una parte del ricavato, pari a 100 milioni di lire, gli venne versata in contanti e questo perchè nell’atto notarile non venne dichiarato il valore reale dell’immobile ceduto.

Pratica molto discutibile sebbene assai diffusa quella di dichiarare al momento della cessione un valore  dell’immobile inferiore rispetto a  quello catastale, consente ad entrambe le parti, sia all’acquirente che al venditore, di risparmiare soldi: l’acquirente paga la tassa di registro (9% del prezzo di acquisto) su di un imponibile inferiore rispetto a quello effettivo, mentre il venditore non paga le tasse sull’eventuale plusvalenza data dall’incremento del prezzo dell’immobile ceduto.  E quest’ipotesi sembra coincidere con quella riferita dal Turella, dato che la parte più consistente del prezzo di cessione era rappresentato dalla proprietà di un altro immobile sito in via dell’Albareto, dove questi andò ad abitare con la moglie.

Questo fino al 2003, quando decide di venderlo. Nel 1999 Turella aveva infatti acquistato le quote di una cooperativa edile a Casalpalocco relative alla costruzione di una casa, sulla quale pagò anche la quota residua di un mutuo. Nel 2006 dal notaio finalmente registra il passaggio di proprietà. Intanto l’appartamento in via dell’Albareto lo aveva affittato a 650 euro. Dopo tre anni, nel 2009, l’affittuario acquisterà quella casa per 120 mila euro, di cui 80 mila versati in contanti. Dunque ai 100 milioni iniziali versati in nero dalla vendita della casa del padre, l’imputato aggiunge ulteriori 80 mila euro, sempre in contanti, derivanti da questa successiva vendita. Per un totale approssimativo di 120-130 mila euro.

Nel 2007 l’imputato aveva affittato con la sorella un’altra casa, nelle Marche, lasciata loro in eredità dal padre: affitto mensile 800 euro in contanti. Dopo alcuni anni i due fratelli Turella decidono di vendere anche questa casa per 90 mila euro, che dividono in due quote uguali. Neanche a dirlo la vendita sarà conclusa ad un prezzo inferiore rispetto al valore catastale dell’immobile. Dunque altro denaro in contanti che si somma al tesoretto.

Nel 2009 muoiono i genitori di Turella e lui e la sorella ereditano 70 mila euro ciascuno. Inoltre il padre aveva intestato all’imputato due polizze assicurative, per un valore totale di 39 mila euro. Il valore complessivo di queste due operazioni ammonta ad un totale di 74 mila euro circa. Una parte dei quali, neanche a dirlo, sarà in contanti ed andrà a sommarsi ai circa 150 mila euro accumulati fino a quel momento.

Il figlio di Turella lavora all’ AMA da circa 20 anni, tuttavia  svolge anche dei lavori in nero i cui compensi sono stati accreditati nel tempo sul conto del padre.  Racconta  l’imputato in aula come buona parte di questi soldi l’abbia restituita al figlio quando questi si decise ad acquistare casa. Questi soldi, è possibile verificare afferma, sono stati trasferiti sul conto del figlio tramite assegno. Questo perché il notaio con il quale il figlio doveva stipulare l’atto, non accettava contanti.

C’è poi un’ulteriore donazione fatta a Turella dal padre quando questi era ancora in vita. Si tratta di un quantitativo di soldi in contanti che il genitore era solito tenere in casa, essendo malato ed impossibilitato a muoversi.

Racconta in ultimo l’imputato di una donazione fatta da sua suocera, la madre di sua moglie, a suo figlio, soldi che sarebbero transitati sul suo conto dato che era in comune con la moglie. Per un totale pari a circa 40 mila euro.

Alla molteplicità delle fonti di denaro citate dall’imputato si aggiungono anche quelle rappresentate dalle innumerevoli attività di consulenza e prestazione lavoro che saltuariamente rilasciava, rigorosamente in nero, essendo dipendente della PA e dunque impossibilitato ad avere un altro datore, e tanto meno ad assumere una posizione di libero professionista con Partita Iva.


Le buste del Comune piene di soldi

Nel corso della perquisizione eseguita presso l’abitazione dell’imputato Turella, all’interno di una cassaforte murata nei locali della taverna sono state rinvenute delle buste di soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  In aula il pm Luca Tescaroli domanda all’imputato come mai buona parte di questo denaro fosse contenuto all’interno di buste che portavano il logo del Comune di Roma. Vi erano in particolare una busta con la dicitura “Roma Segreteria Generale Direzione dei Servizi Elettorali piazza Guglielmo Marconi n.26/c” ed altre due con il solo logo del Comune.

Turella spiega come la busta recante la scritta dei Servizi Elettorali fosse nella sua disponibilità. Il suo legale, Francesco Missori, presenterà agli atti una determinazione dirigenziale del capo dipartimento Stefano Mastrangeli dove si attesta come il Turella fosse coordinatore dei servizi elettorali.

Questo perché da prassi, in occasione delle elezioni amministrative, gli operai del comune lavorano al servizio elettorale per preparare il materiale da portare ai seggi di tutta Roma. Per diverso tempo l’imputato è stato coordinatore di tale attività, e cita a tal proposito una conversazione intercettata dai ROS con Claudio D’Alessio: “Claudio il direttore mi ha dato un po’ di robe che io ho pensato di dividere tra noi”.

D’Alessio è la persona a cui Turella aveva affidato l’incarico di sostituirlo per lo svolgimento del servizio elettorale. Si trattava in gran parte di lavoro straordinario.

Il pm contesta all’imputato il fatto che questi abbia conservato una così grossa cifra in contanti, e per di più custodita all’interno di buste del Comune. E gli domanda il perché di tale scelta.

E’ semplice per Turella dimostrare in aula di avere a casa delle buste intestate a Roma Capitale, avendo con s’è in quel momento una cartellina con lo stesso logo. E tuttavia l’imputato non si rende conto di essersi autodenunciato.

 E’ infatti il Presidente Ianniello a sottolineare come anche l’appropriazione di materiale da cancelleria di proprietà del Comune costituisca un reato. “Come mai aveva queste buste del Comune per questa finalità privata” domanda il Presidente. Turella risponde come fosse solito portare a casa buste del Comune per usarle per scopi privati.

L’accusa domanda all’imputato se fosse a conoscenza di avere questa cospicua somma di denaro, e Turella risponde di si. Il pm contesta all’imputato la risposta data, in quanto differisce da quella resa in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 4 dicembre 2014, dove egli rispose di non immaginare di avere così tanti soldi.

L’imputato risponde spiegando di essere stato sottoposto all’interrogatorio di garanzia dopo essere passato attraverso l’arresto e la detenzione in isolamento. Momento nel quale riferisce di essere stato particolarmente scosso. Dunque allora non disse la verità.

Quando il pm chiede a Turella se il racconto da lui fatto in merito ai soldi in contanti di cui è entrato in possesso sia sufficiente a giustificare il possesso di una somma così ingente, Turella risponde di si.

Sulla pluralità delle fonti di approvvigionamento del contante, il pm fa notare come in fase di interrogatorio di garanzia questi abbia detto che buona parte dei soldi provenissero da suo padre, senza però conoscerne l’esatto ammontare. Il fatto è che in quel momento Turella indicò questa, cioè il padre, quale unica fonte di quel denaro. E ciò non coincide con quanto da lui detto in aula. Il pm domanda dunque quale delle due versioni sia quella vera. L’imputato risponde come la verità sia quella riferita nel corso del dibattimento odierno.  “La domanda è – chiede il Presidente – se abbia detto la verità allora o oggi” e Turella ribadisce oggi.


Quelle scritte a matita

Turella ha raccontato in aula come sia arrivato negli anni ad accumulare la somma di 572.120 euro, essendo partito nel 1984 con 100 milioni di lire in contanti, frutto della vendita della casa donatagli dal padre morto.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Turella raccontò al Gip che lo interrogava  che il padre morto due anni prima era solito tenere in casa una cospicua somma di denaro in contante, essendo impossibilitato a muoversi e quindi non potendo fisicamente andare a prelevare. Questo in parte spiega il motivo per il quale questi tenesse i soldi in un cassetto per averli disponibili in ogni evenienza.

Dunque era da almeno due anni che Turella deteneva in casa quel denaro che gli aveva lasciato il padre. Ma in che modo il padre era riuscito ad accumulare una somma così ingente? Come possa un semplice impiegato della municipalizzata dei rifiuti (AMA) accumulare una fortuna, questo non è dato sapere. E Turella non tenta nemmeno di ricostruire tale vicenda. Racconta solo come la madre fosse una sarta, col laboratorio in casa, e di come i suoi parenti, quelli della madre, lasciarono da parte una somma per suo figlio.

Ma quando il pm chiede all’imputato quale fosse il reddito del padre, Turella risponde di non averlo mai saputo nè di essere in grado di ricostruirlo: “nelle vecchie generazioni i figli – racconta Turella – non sapevano quanto guadagnavano i genitori”.

Altro mistero è quello relativo alle due buste di soldi con il logo del Comune, su una delle quali vi era scritto a matita “100 mila euro”. Il pm chiede all’imputato il perché fosse indicata questa somma, e Turella risponde candidamente: “Se vede che la dentro ce saranno stati 100 mila euro”. Nelle altre due buste il pm fa notare come vi fosse scritto, sempre a matita, 44.600 e 2; l’accusa domanda quale sia il significato di quelle scritte, e Turella risponde: “Sempre quello”.

In genere fa notare l’imputato come si usi scrivere fuori dalla busta il contenuto della busta stessa, per evitare ogni volta di contare.

Abbiamo visto come le indagini  del ROS abbiano svelato che l’imputato aveva nella sua disponibilità ben due conti correnti, uno presso Unicredit, e l’altro un conto online presso FINECO. Cercare di capire il motivo che ha spinto Turella a tenere così tanti soldi in casa, con i tempi che corrono, pur avendo a disposizione ben due conti appare difficile, anche per una persona apparentemente normale come Claudio Turella.

Scavando ancora con le domande cominciano ad emergere particolari nuovi, come i due accertamenti tributari che l’imputato avrebbe subito negli ultimi anni per avere dichiarato valori non reali in relazione alla cessione dei due immobili di proprietà a cui abbiamo accennato sopra. Dunque l’imputato avrebbe affrontato due accertamenti tributari vinti con ricorso.

Nel suo caso quindi il versare quei soldi in banca avrebbe rappresentato fornire un ulteriore dimostrazione al fisco di non avere denunciato completamente il ricavo di quelle cessioni. Il pm chiede all’imputato se non avesse timore dei ladri, “Come no” risponde Turella, aggiungendo: “Però mia moglie, che non stava bene, di solito stava sempre a casa”.

Dunque l’imputato si sentiva sufficientemente sicuro nel conservare quei soldi all’interno di una cassaforte a parete situata nella taverna della propria casa, sapendo che in quella stessa casa ci sarebbe stata comunque la moglie malata. E quando l’accusa gli domanda quale fosse il taglio medio delle banconote con cui gli veniva versato il canone di locazione della casa affittata, una delle due case cedute l’aveva in precedenza data in locazione, Turella risponde 100 e 50. Qualche volta anche 500.

Il pm Tescaroli fa notare sul punto come tra le banconote rinvenute in casa sua, ben 291 fossero del taglio da 500 euro, di difficile smercio, e ne domanda il motivo. “Era un caso, degli affitti che percepivo. Mi pagavano in determinati modi. Non è che mi mettevo a guardare: si m’hai dato 500 euro, no non li prendo. Era un caso”.


I consigli di Buzzi

Nell’intercettazione del 19.06.13 il ROS censisce una conversazione tra Turella e Salvatore Buzzi, nella quale l’imputato rivela al ras delle cooperative di avere una cospicua somma da investire. L’imputato sperava di ricevere informazioni su forme di investimento remunerative. Nella conversazione Buzzi gli rivela di essere stato appena “prosciugato” da Panzironi e di come avesse difficoltà a reperire del denaro non tracciato: “il nero”.

E’ in questo ambito che Turella fa riferimento ad una puntata della trasmissione Le Iene, dove veniva mostrato come le persone che intendevano riciclare del denaro utilizzassero a tal fine delle Slot Machine: inserivano le monete, ritiravano il contante e poi si recavano alla cassa a prendere la ricevuta. Con quella stessa ricevuta andavano poi in banca a versarsi i soldi sul proprio conto. La ricevuta della giocata costituiva la prova provata dell’emersione dal nero della somma che vi veniva indicata.

Il pm Tescaroli fa notare come in quella conversazione fosse l’imputato a sottolineare le difficoltà che aveva a riciclare la grande quantità di contante che aveva a disposizione. Da cui la necessità di rivolgersi a Buzzi per avere consigli.

Turella racconta di avere parlato spesso con Buzzi dei soldi che aveva, dicendo che li aveva ereditati dai suoi genitori.

In più di un’occasione Buzzi gli aveva offerto di investire i suoi risparmi nella cooperativa, cercando di attirarlo con un interesse superiore a quello corrente offerto dagli istituti di credito.

Un’altra offerta che Buzzi fece a Turella fu quella relativa all’acquisto di un’appartamento dalla cooperativa edilizia Deposito Locomotive Roma S. Lorenzo. Si trattava di una serie di appartamenti che la cooperativa edilizia aveva costruito in località Case Rosse, (Lunghezza) ma che poi Turella non acquistò.


Le dazioni emerse dalle intercettazioni

Il pm fa notare come in numerose intercettazioni Buzzi faccia riferimento a del denaro da versare a Turella, e chiede all’imputato se tali somme gli siano state effettivamente consegnate, da Buzzi o da Emilio Gammuto. L’imputato risponde che tutte le intercettazioni che avevano come oggetto dazioni di denaro in suo favore non avevano lui come interlocutore, e che del resto non era neanche presente fisicamente: “non ero uno degli interlocutori” spiega l’imputato, aggiungendo di non potere rispondere a domande che non avevano lui come interlocutore.

Alla domanda dell’accusa se abbia ricevuto denaro da Gammuto, Turella risponde come più che denaro da Gammuto abbia ricevuto numerose scocciature, in particolare in merito alle spiegazioni sui lavori eseguiti: “tutto meno che i soldi”.

Il pm fa presente come in una conversazione del 19.06.13 Buzzi dica: “A Turella gli davamo la pagnotta pure a lui”,specificando in particolare come in relazione all’emergenza neve lo stesso avesse richiesto 100 mila euro. Si fa anche riferimento ad una rinegoziazione di questa somma fino al raggiungimento di un accordo che prevedeva una dazione in favore di Turella di 30 mila euro.

L’imputato risponde facendo capire di essersi accorto di essere intercettato quando dal suo ufficio di fronte a Villa Celimontana i suoi collaboratori videro una persona che armeggiava con dei microfoni, in linea d’aria non molto distante dalla finestra del suo ufficio.

Dunque l’imputato sapeva di essere intercettato, e questo spiega il perché non abbia mai parlato, ne per telefono ne a voce, di soldi. Ed in effetti a questo riguardo non risultano sue intercettazioni.

L’accusa fa notare come nella conversazione del 19.06.13 tra Buzzi e Gammuto si parli oltre che della cifra di 15 mila euro da versare in suo favore, anche di un libro nero nel quale veniva tenuto conto di tutte le dazioni effettuate dalla cooperativa. Libro nero che poi è stato ritrovato nella disponibilità di Nadia Cerrito.

In particolare ciò che risultava in tale libro era la corrispondenza tra le annotazioni a cui faceva riferimento Buzzi nelle conversazioni intercettate e le scritture in esso indicate, con riferimento sia agli importi che alle date.

“C’è scritto anche che io le prendo?” contesta l’imputato con riferimento alle somme, ed aggiunge secco: “non mi ha dato niente”.

L’accusa richiama la conversazione del 12.03.13 nella quale Turella chiamava Buzzi per comunicargli di passare l’indomani al dipartimento “perché Ornella aveva preparato l’atto”.

L’imputato fa notare come non si trattasse di una gara, ma di un avviso, e dunque a suo modo di vedere non sia stato commesso alcun reato. Il pm sottolinea invece come si trattasse comunque di un atto amministrativo, anticipato prima ancora di essere formalizzato, e di come in quell’occasione fosse stato invitato il beneficiario di quell’atto a prenderne visione.

Turella risponde facendo notare come quello della conversazione fosse un periodo in cui le cooperative di Buzzi erano in agitazione poichè non ricevevano appalti dall’amministrazione Alemanno. Sottolinea inoltre l’imputato come fosse stato il suo superiore a chiederglielo e dunque di non essersi potuto sottrarre. Infine Turella fa notare come a far visionare l’atto non sia stato lui ma la sig.ra Ornella.


Buzzi a Turella: “E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”

L’accusa fa notare all’imputato come egli abbia affermato di non avere mai ricevuto soldi da Buzzi; il pm contesta questa risposta citando la conversazione del 16.05.13.

Si tratta di un’ambientale dall’auto di Buzzi, nella quale quest’ultimo dice a Turella, facendo riferimento a Panzironi: “M’ha prosciugato tutti i soldi Panzironi” e Turella domandava: “Che soldi t’ha prosciugato?” Buzzi rispondeva: “E’, perché dovevo dargli un sacco di soldi: 15 mila euro, gli ultimi, glieli do oggi. E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”.  “Qui – domanda il pm a Turella – si parla di soldi che dovevano essere dati a lei”.

L’imputato contesta, rispondendo come si trattasse di soldi che dovevano essere dati a Panzironi.

Il presidente Ianniello interviene, facendo notare come quel “e poi posso ripensare a te” messo assieme alla frase in cui si parlava dei soldi da dare a Panzironi, faccia inequivocabilmente riferimento a soldi che Buzzi avrebbe dovuto dargli: “Significano una cosa sola” ribadisce il Presidente.

“Non lo so – risponde Turella – lo dirà Buzzi”.

Sempre nella stessa conversazione Buzzi chiede a Turella: “Non mi devi fare vedere quelle che devono partire?”, riferendosi alle gare che il Comune avrebbe di lì a poco indetto. Su questo stralcio di frase il pm chiede all’imputato: “come sia possibile che un imprenditore privato chieda ad un funzionario che si occupa di quella materia di fargli vedere delle gare che devono partire?”. E aggiunge: “Qui siamo nell’ambito delle procedure negoziate”.

Turella sottolinea come la sua risposta a Buzzi sia stata: ” De che?”. 

Il pm chiede all’imputato per quale motivo abbia trattenuto il bigliettino con le coordinate per accedere al banking on line quando i Carabinieri perquisiscono la sua abitazione; e poi abbia continuato a trattenerlo quando è stato condotto in carcere e sottoposto ad una seconda perquisizione. Ed abbia invece deciso di strapparlo e liberarsene rientrando dal colloquio in carcere. “Vorrei capire come mai – chiede il pm – ha sentito questa esigenza”.

L’imputato risponde come in quel momento si fosse stancato di portarsi appresso quel foglio: “tanto che ce devo fa” afferma. Turella fa inoltre notare come in realtà non gli sia stato permesso di portarsi dietro quel fogliettino durante il colloquio in carcere, ed abbia dovuto lasciarlo in deposito alle guardie penitenziarie.

Fa notare l’imputato di avere avvisato per telefono sua moglie di come quelle coordinate fossero custodite in casa all’interno del cassetto di una scrivania. Sua moglie era comunque cointestataria di quel conto ed aveva le sue carte personali ed i suoi personali codici di accesso.


La gara di villa Borghese

Torna il pm sulla gara di villa Borghese da 4 milioni di euro, in relazione alla quale l’imputato ha già riferito. Turella ha rivelato come alla base di quell’esito ci fosse un accordo precedente fra Caldani e Multiservizi, il cui presidente era Franco Panzironi.

“Lei da chi ha saputo – domanda l’accusa – che l’aggiudicatario della gara doveva essere colui che aveva fatto quest’accordo?”. La risposta di Turella è: “Caldani”.

In una conversazione del 30.01.13 tra Buzzi e Turella quest’ultimo dice al primo: “Voi comandate e noi eseguiamo, noi siamo degli esecutori d’ordine”. Il pm chiede all’imputato quale sia il significato di questa frase.

Turella risponde come lui e Buzzi al telefono fossero soliti scherzare. In particolare Buzzi scherzava molto sul fatto che l’imputato non amasse essere accostato a nessuna parte politica, destra o sinistra che fosse. Dunque in tono ironico Buzzi amava provocarlo apostrofandolo alle volte con l’appellativo di compagno ed altre con quello di camerata. Il pm prima ed i Presidente poi contestano il tono scherzoso al quale fa riferimento Turella.

L’accusa in particolare contesta quel “voi comandate e noi eseguiamo” pronunciato da un funzionario di un’importante amministrazione ad un imprenditore privato, frase che lascerebbe intendere una messa a disposizione della propria funzione.

Su sollecitazione da parte dell’avvocato dell’associazione Libera, Giulio Vasaturo, Turella racconta di avere cominciato ad accumulare denaro contante a partire dal 1984, quando ci fu la vendita della casa del padre. Proseguendo l’avvocato di parte civile chiede all’imputato a quanto ammontasse quel tesoretto nel 2001, con l’ingresso nell’euro, e l’imputato risponde 250-300 milioni.

A questo punto Vasaturo chiede a Turella in che modo abbia cambiato quel denaro dalle lire agli euro e l’imputato risponde attraverso alcuni amici, e cita la ditta Latin Flor di Latina (Latin Flor srl) per la quale ha lavorato come consulente. L’attività di consulenza veniva remunerata in nero e in più, a detta dell’imputato, gli venivano cambiati i soldi. Cita Turella anche un altro nome, tale Antonio Passarelli, al quale è riconducibile la società Ecoflora.

In generale si trattava di persone che gestivano attività commerciali, con le quali  l’imputato aveva instaurato un rapporto di amicizia e di confidenza. (cm)

Turella e l’emergenza neve

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Sull’emergenza neve Turella ricorda come si sia trattato di una vera e propria catastrofe: ventimila persone al lavoro per uscire da quella situazione di estrema difficoltà per la città di Roma. Quando Turella ha accompagnato i militari del ROS a perquisire il suo ufficio ha evidenziato loro l’importanza di un documento con il quale l’amministrazione invitava tutti i soggetti privati a collaborare per la risoluzione dell’emergenza stessa. Si  trattava di un fax che il dirigente del Servizio Giardini del Comune Fabio Tancredi aveva inviato a tutti i privati chiedendo la loro adesione e collaborazione.

Si trattava dell’atto formale con il quale si dava giustificazione alla chiamata delle imprese private per l’uscita da quell’emergenza. Il Ros in un primo momento non ha ritenuto di dover acquisire quel documento agli atti dell’inchiesta. Una volta usciti da quella situazione, occorreva contabilizzare tutti gli interventi eseguiti, inclusi quelli posti in essere dai privati. Le cooperative di Buzzi, in quel frangente, avevano svolto un ruolo determinante, disponendo sia dei mezzi, circa trecento camion, che degli uomini, erano circa mille solo gli operai addetti al verde.

Dato che il tariffario del Comune non prevedeva i servizi svolti dai privati, Turella decide di assumere come riferimento il tariffario dell’Assoverde, l’associazione di categoria delle imprese attive nel settore della vivaistica. A quei prezzi Turella aveva applicato automaticamente una riduzione del 20%. Quindi mandava lo schema a Domenico Maiorana, segretario della ragioneria dell’assessorato all’Ambiente, responsabile della contabilità del Dipartimento, per il saldo. Successivamente sempre Turella incontra i rappresentanti di tutti gli imprenditori e delle cooperative per comunicare loro gli importi calcolati dal Comune, per evitare il sorgere di qualsiasi controversia. 


Le informazioni sulle gare a Buzzi

In relazione al capo d’accusa della rivelazione del segreto d’ufficio, Turella chiarisce la distinzione tra avviso e bando: il primo è una manifestazione d’interesse. Nei fatti oggetto del processo l’avviso riguardava solo le cooperative sociali interessate tra quelle il cui nome era incluso in un apposito elenco. Queste  dovevano presentare una formale richiesta di invito, specificando il numero di riferimento col quale erano indicate in quell’elenco, il numero di fax dove inviare l’invito e la procedura di gara alla quale intendevano partecipare. Una sola per ciascuna cooperativa.

Il bando invece non riguarda un albo di imprese determinate. Esso inoltre specifica l’oggetto dell’appalto, la durata, l’importo, i requisiti di partecipazione, la documentazione amministrativa, le modalità di consegna della documentazione ed anche la formula con cui viene valutata l’offerta economica. Sottolinea quindi l’imputato l’ulteriore differenza in base alla quale mentre l’avviso non è impegnativo, il bando oltre a dover essere pubblicato, deve essere anche inviato a tutti i partecipanti, a seconda della gara scelta.

Nel capitolo relativo alla gara sulle piste ciclabili, dove si parla spesso del valore di un milione, Turella spiega come l’assessore all’ambiente Visconti non avesse alcuna intenzione di assegnarla a Buzzi. Dalle intercettazioni infatti emerge come ad un certo punto i collaboratori  di Buzzi si rendano conto di tale situazione. Accadeva che sia Visconti che Gramazio intendevano candidarsi alle imminenti elezioni regionali, ed il veto posto dal primo su quel milione era dovuto appunto al fatto che sarebbero stati concorrenti, sebbene appartenessero allo stesso partito (PDL).

Turella fa notare come il tariffario del Comune prevedesse un utile netto massimo per le cooperative del 10%, e non essendo inclusi i materiali in nessuna delle cinque gare in cui si suddivideva il bando complessivo delle piste ciclabili, era evidente come il margine di guadagno fosse molto basso. Ed in effetti la principale componente di costo era rappresentata dal lavoro.

Tornando sul tema degli emendamenti, l’imputato fa notare come l’assessore Visconti avesse istituito un ufficio apposta, l’Ufficio per gli Emendamenti, diretto dall’architetto Maria Grazia Forte, e questo perché la natura degli emendamenti era prettamente politica, ed era quindi questa a gestirli in maniera totale.

Turella fa notare come ciò sia accaduto nel corso delle ultime tre sindacatore, avendolo constatato personalmente. Dunque erano i consiglieri comunali che contrattavano in aula gli emendamenti, poiché il loro esito derivava da accordi presi tra le varie forze politiche.

Ciascun consigliere aveva una sua disponibilità economica, che Turella, su richiesta del Presidente Rosanna Ianniello, non è però in grado di quantificare. Spiega l’imputato di essersi occupato solo di quest’emendamento, ma che tuttavia era a conoscenza di come il loro funzionamento fosse quello descritto.

Quindi la definizione che viene usata nelle indagini “dell’emendamento Gramazio” appare destituita da qualsiasi fondamento. Se non per il fatto, ritiene l’imputato, che Gramazio se ne sia interessato direttamente, avendo seguito a ritroso il percorso dei soldi.

Quello di sui si sta parlando non è dunque un emendamento ma una manovra di bilancio, a seguito della quale emerge dai conti la cifra di un milione, inclusiva dell’IVA, questo perché tutte le cifre indicate in bilancio sono tutte comprensive dell’IVA. (Turella è accusato di avere incrementato gli 800 mila euro già inclusivi di IVA con un ulteriore computo della medesima imposta).


La gara della pulizia degli arenili

Con riguardo alla gara degli arenili di Castel Porziano Turella, pur non trattandosi di un suo capo d’imputazione, intende chiarirne alcuni aspetti.

Quando venne incaricato dal Comune di recarsi a Castel Porziano per fare il sopralluogo in vista della gara, precisa come inizialmente ad esserne informato fosse solo Gaetano Altamura, l’ex Direttore del Dipartimento Ambiente del Comune. Tuttavia, prima di recarsi in loco, Turella viene contattato dall’ing. Paolo Cafaggi, un dirigente tecnico del decimo Municipio, il quale gli dice si sapere che dovrà essere lui a preparare il capitolato d’appalto per la gara sulla pulizia degli arenili.  Cafaggi lo invita a tenere presente il consorzio Castel Porziano, i titolari dei chioschi, quale affidatario di quel servizio.

L’Imputato ricorda di non aver compreso come il Comune potesse avere fatto un accordo con i titolari dei chioschi, dato che la maggior parte di loro erano abusivi.

Recatosi sul posto Turella scopre come l’ottavo fabbricato fosse occupato da una scuola di vela; anche altri fabbricati erano occupati dai dipendenti delle spiagge, in maggioranza bagnini, che li utilizzavano per custodire surf ed altro materiale di loro proprietà. A seguire l’imputato incontra l’uomo che ogni primo dell’anno si tuffa da Ponte Cavour, suo ex compagno di scuola, Maurizio Palmulli, mentre si accingeva a pulire l’arenile.

Turella gli chiede a che titolo stesse svolgendo un lavoro che competeva al Comune, e lui gli risponde che era titolare di un chiosco. Non sapendo che Tassone aveva rivendicato la competenza della pulizia al suo municipio, il decimo, tornato in ufficio l’imputato fa presente al suo superiore Altamura le condizioni in cui si trovava la spiaggia.

Poco dopo Turella va a controllare l’appalto per la pulizia delle spiagge in mano alla Multiservizi, rimanendo stupito dall’ enormità del suo importo. Da un calcolo basato sulla scomposizione degli elementi di costo, lo scomputo metrico, l’imputato ha potuto verificare come la pulizia degli arenili incida su quel contratto per il 70%.


I favori a Panzironi

Nel capo di imputazione relativo alla pulizia del giardino di Franco Panzironi, Turella fa notare come quest’ultimo abiti in zona Infernetto, nelle vicinanze del parco di via Betollo. Un giorno il capo dipartimento protezione civile di Roma, Tommaso Profeta, comunica all’imputato che Panzironi si era lamentato per il modo in cui veniva tenuto questo parco.

Profeta gli risponde di non volere creare contrasti con il decimo Municipio, competente per la cura del verde. A questo proposito Profeta telefona a Giacomo Vizzani, allora presidente del Municipio di Ostia, per comunicargli l’imminente intervento in via Betollo.

Il Presidente Ianniello chiede cosa succeda se ad effettuare una segnalazione di questo genere  sia un cittadino comune. Turella fa notare come il parco sia, in genere, di competenza Comunale. Dato che le risorse a capo del Dipartimento Parchi e Giardini erano molto scarse, negli ultimi anni il servizio funzionava in prevalenza su segnalazioni dei cittadini.

Si interveniva a chiamata. Il responsabile del servizio faceva un sopralluogo e quindi si decideva come procedere .


Gli incontri con Tassone

Ripercorrendo la deposizione dell’imputato Andrea Tassone, ex presidente del decimo Municipio, Turella sottolinea il fatto di essersi incontrato con lui solo un paio di volte, e che in nessuna occasione si è discusso delle spiagge di Castel Porziano.

Ricorda l’imputato come il primo incontro del decimo Dipartimento Verde Pubblico con Tassone lo ebbe  Altamura; al secondo invece a riceverlo fu l’assessore Estella Marino.

Inizialmente Tassone era convinto che nelle somme stanziate in bilancio per l’assessorato fossero incluse anche quelle del suo Municipio. I rappresentanti del Dipartimento allora gli mostrarono le delibere adottate dal presidente Marco Pannella, l’anno in cui venne varata l’autonomia del Municipio di Ostia. All’incontro successivo al posto di Tassone si presentò l’assessore alla sicurezza e Ambiente del decimo Municipio, Marco Belmonte.

Quest’ultimo faceva presente come il municipio non avesse i soldi per effettuare le potature. Dunque il Dipartimento si attivò per le potature di una parte di Via del Mare, mentre lo stesso Turella mandò il personale ad occuparsi della gestione di alcuni parchi. Ma in nessuna circostanza si è parlato di Castel Porziano. (cm)

Turella e le gare per le ville storiche

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Sempre l’8 febbraio è stato ascoltato in aula l’imputato Claudio Turella. Durante la sindacatura Alemanno Turella ricopriva la carica di dirigente del Servizio Giardini del Comune di Roma.

In particolare era responsabile del servizio Programmazione e Gestione Verde Pubblico del Comune. Secondo l’ipotesi accusatoria Turella, compiendo atti contrari ai suoi doveri d’ufficio, avrebbe orientato la destinazione di risorse economiche del bilancio comunale in settori afferenti alle attività collegate alle cooperative di Salvatore Buzzi, al fine di agevolarle. Inoltre avrebbe fatto in modo che le cooperative del ras Buzzi ottenessero l’assegnazione dei lavori per l’emergenza neve, a Roma, nel febbraio 2013.     

  


La Gara delle ville storiche

Turella, in concorso con Salvatore Buzzi e la dirigente del Comune di Roma Rossana Calistri è accusato, quale presidente della commissione di gara, con Calistri altro membro della commissione, del reato di turbativa d’asta in relazione alla cd gara delle Ville Storiche

In aula è stato ricostruito ciò che avvenne nella Commissione in relazione all’esito di quell’appalto. Il 13 marzo 2013 sul sito istituzionale del comune e all’albo pretorio viene pubblicato un avviso pubblico di manifestazione d’interesse per la partecipazione a dieci gare riservate alle cooperative sociali, come previsto dalla legge n.381/91.

La Commissione era composta oltre che da Turella, in qualità di presidente, dalla dott.ssa Ornella Coglitore e da un membro nominato dal Quinto Dipartimento con il compito di valutare il progetto sociale presentato da ogni partecipante.

Viene indicata la signora Rossana Calistri.

Il 13 maggio 2013 la Commissione si riunisce per la verifica della documentazione amministrativa. La riunione è pubblica. Sono presenti rappresentanti del Consorzio Eriches, della cooperativa sociale Il Gheppio e de Il SolCo. Fatta eccezione per Eriches, tutti gli altri  presentano carenze documentali. Questi ultimi vengono ammessi con riserva, con l’obbligo di integrazione successiva pena l’esclusione. Il giorno 14 maggio, presenti Consorzio Eriches e Il Solco, si da lettura dei punteggi relativi alle offerte tecniche e sempre in seduta pubblica si da apertura delle offerte economiche. Tutte le buste sono chiuse con cera lacca. Non vengono riscontrate irregolarità.

Durante le procedure di assegnazione, secondo l’ordinanza del 2, dicembre vengono rilevate le seguenti conversazioni:

13.05.13 ore 12 Roberto Ruffini, il delegato del Consorzio Eriches, parla con Buzzi: “Il raggruppamento il Solco e il Gheppio non li hanno voluti escludere”.

14.05.13 Ruffini avvisa Buzzi che ancora non era stata effettuata la valutazione delle offerte tecniche (valutazione del progetto sociale della quale era incaricata la Calistri)

14.05.13 ore 12:36 Ruffini chiama Buzzi: “Il problema era, è che Turella non ha escluso Il SolCo e gli ha consentito di presentare la documentazione”

14.05.13 Buzzi tenta di chiamare Turella che non risponde.

14.05.13 Gammuto invia un sms a Buzzi. Subito dopo Turella invia un sms a Buzzi: “Chiamami urgentemente”

Per ottenere un punteggio più alto Buzzi aveva scritto nell’offerta tecnica di aver effettuato lavori per i municipi. Non avendo però certificato tale dichiarazione la documentazione relativa risultava inutilizzabile. Doveva presentare ulteriori documenti, cosa che in effetti fece.

14.05.13 ore 13.03 Calistri invia un sms a Buzzi per avvisarlo di portare ulteriore documentazione relativa al progetto sociale, al fine di superare il punteggio del SolCo, violando in questo modo la regola di riservatezza della procedura amministrativa in corso. Calistri chiede: “Ma a quella gara ma quanto hai messo al massimo ribasso?”

Buzzi le risponde spiegandole le modalità della gara stessa.

Di seguito Buzzi chiama Ruffini e chiede le ragioni della mancata esclusione de il SolCo.

13:22 Buzzi invia un sms a Turella

13:23 Buzzi chiama Mario Monge presidente del consorzio Il SolCo.


L’accordo in Campidoglio

Buzzi si era attivato poiché aveva saputo di avere preso un solo punto di differenza rispetto a il SolCo sull’offerta tecnica. Quel punto di differenza era dato dalla certificazione dei lavori eseguiti presso i municipi, cosa che a il SolCo mancava.

Turella afferma, in aula, che se fosse stato corrotto da Buzzi avrebbe dovuto escludere l’offerta de il SolCo, cosa che invece non fece. Spiga inoltre l’ex funzionario come in quel momento non conoscesse la dott.ssa Calistri: sapeva solo che aveva lavorato nella segreteria di Veltroni, senza avere avuto modo di entrare in confidenza con lei. Solo leggendo gli atti dell’inchiesta e osservando la foto che ritrae Calistri assieme ad Odevaine, foto allegata all’informativa del ROS, Turella ricostruisce il legame tra i due.

Spiega inoltre l’imputato che i sette milioni di cui parla Buzzi nelle intercettazioni erano in buona parte già stati spesi dall’allora assessore all’ambiente Marco Visconti. Restavano fuori solo alcune gare: villa Borghese, villa Pamphili e parco della Caffarella.

In relazione alla revoca della gara di villa Borghese, Turella riferisce come l’esito della stessa fosse nato da un accordo tra gli alti vertici del Campidoglio, capi e vice capi di segreteria, oltre a Marco Caldani titolare del vivaio Caldani srl. E in effetti è quest’ultimo che si aggiudica la gara al posto di Multiservizi. Roma Multiservizi aveva fino a quel momento sempre ottenuto l’appalto poiché il capitolato prevedeva il vincolo di riassumere i dipendenti della ditta uscente.

E Multiservizi era un’impresa grande in grado di poter sostenere quelle assunzioni.  Accade ora che Caldani accetta di riassumere i dipendenti uscenti ,se non che gli ex dipendenti di Roma Multiservizi non ci stanno.  Alla fine la gara viene aggiudicata a Roma Multiservizi, secondo classificato.

In seguito quella gara viene annullata in quanto erano stati impiegati tutti i fondi a disposizione del Dipartimento. La giunta Alemanno quindi adotta una delibera di revoca, la n.27, il cui oggetto è: “indirizzi per il mantenimento delle aree verdi comunali e per la gestione dei gattili e dei canili comunali”. Dunque i fondi disponibili al decimo Dipartimento vengono destinati non più solo alla cura di villa Borghese ma a tutte le ville, oltre che alla gestione dei gattili e dei canili comunali. (cm)

Tassone: “scomodo perché chiedevo assunzioni e non davo da mangiare alla mucca”

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Ha reso, il giorno 8 febbraio, spontanee dichiarazioni l’imputato Andrea Tassone.

Ex presidente del decimo Municipio (Ostia) durante la consiliatura di Ignazio Marino, eletto in quota PD, si è dimesso a seguito dei domiciliari disposti in esecuzione dell’ordinanza del Gip Flavia Costantini del 29.05.15. Secondo la Procura di Roma Tassone, oltre ad avere rivelato a Salvatore Buzzi particolari relativi ad alcuni bandi indetti dal Municipio da lui guidato attraverso l’uomo di fiducia Paolo Solvi, avrebbe chiesto ed ottenuto danaro per assegnare alle cooperative di Buzzi i lavori di potatura delle piante e di pulizia delle spiagge di Ostia.

Tassone inizia le sue dichiarazioni accennando al milione di euro che la legge regionale n.7/14 del 2014 ha stanziato per i comuni costieri della Regione. In base a quanto scritto a pag 59 dell’interrogatorio del capitano del ROS Federica Carletti, viene affermato che i soldi in questione non arrivarono al decimo Municipio a causa dell’esecuzione dei provvedimenti cautelari del 2.12.14.

Si fa presente che la difesa Tassone, sostenuta dall’avvocato Filippo Dinacci, ha depositato agli atti del processo una lettera della Regione Lazio inviata dall’assessore regionale alle Attività Produttive Guido Fabiani e dall’assessore al Bilancio e Patrimonio Alessandra Sartore con la quale si comunica che lo stanziamento da parte della Regione ammontava a 94.000 euro.

Quei fondi furono destinati all’organizzazione di una manifestazione estiva denominata Ostia Monamour ad opera del decimo Municipio; in pratica si trattava del concerto del gruppo musicale degli Stadio, oltre ad una ventina di rappresentazioni teatrali da parte della Compagnia Nino Manfredi di Ostia, a cui si aggiungono le spese relative al lavoro di supporto svolto dalle associazioni locali della protezione civile per tutta la durata della manifestazione (70 gg) e l’acquisto della segnaletica verticale e delle transenne per la delimitazione dell’area adibita a tali rappresentazioni.

“Io credo – dichiara Tassone – che queste risorse sono state utilizzate e non sono attinenti in nessun modo con il gruppo capeggiato dal dott. Salvatore Buzzi”.

Questa è la precisazione che l’ex presidente del Municipio di Ostia si sente di fare in merito al supposto milione che secondo l’ipotesi accusatoria sarebbe piovuto sul Municipio, destinato in gran parte a finanziare lavori che sarebbero poi stati eseguiti dalle cooperative afferenti a Buzzi. Tassone aggiunge quindi: “non so se (questi

soldi) sono stati rendicontati, perché dopo le vicende di Mafia Capitale io mi sono dimesso e quindi non so. Però penso ci sia stato un anticipo di cassa da parte del Comune di Roma, perché dopo il Comune di Roma li riprendeva dalla Regione Lazio”.


Gli inizi di carriera

Di seguito l’ex politico di punta del PD ad Ostia fa un excursus sulla sua carriera politica, dalla prima elezione a consigliere municipale, nel 2006 nelle liste dell’Ulivo, alle sue dimissioni del 18 marzo 2015.

Dopo essersi occupato di attività commerciali, a seguito delle elezioni del 2008 diviene capogruppo del PD nell’aula Consiliare del Municipio di Ostia. In vista delle elezioni del 2013 viene candidato sempre dal PD alle primarie di coalizione. Vince le primarie e si candida a Presidente del Muncipio. Il 10 giugno 2013 vince il ballottaggio contro Cristiano Rasi e viene proclamato Presidente.

Tassone ripercorre l’attività politica svolta in vista delle elezioni del 2013 contro l’affidamento delle spiagge libere attrezzate e contro la privatizzazione del suolo pubblico, ovvero la delimitazione dei parcheggi con le strisce blu da parte dell’amministrazione di centro destra guidata allora da Giacomo Vizzani, che intendeva cederli in gestione ad un privato.

Ma la lotta politica con la precedente amministrazione si è combattuta soprattutto sulle somme urgenze, che nel primo semestre 2008 e nel secondo del 2009 raggiungevano i 40 milioni di euro. Appena eletto presidente, la prima operazione che pone in essere è quella di sostituire tutti i dirigenti apicali all’interno del Municipio, sia quelli di natura tecnica rappresentati dall’ ing. Aldo Papalini responsabile dell’Ufficio Tecnico, che quelli amministrativi rappresentati dalla dott.ssa Claudia Minichelli ex Direttore del X Municipio. Il 15 luglio scatta l’esecuzione dell’ordinanza relativa all’inchiesta della Procura di Roma denominata Alba Nuova, che coinvolge il dirigente apicale dell’Ufficio tecnico Papalini.

A questo punto, sentito il parere del direttore generale del Municipio, il dott. Liborio Iudicello, si giunge alla conclusione seconda la quale l’unico dirigente in grado di riportare l’amministrazione del Municipio sulla strada della legalità fosse il dott. Rodolfo Murra, che viene nominato Direttore.


Decimo Municipio: la gestione Murra

La prima attività posta in essere dal nuovo Direttore fu il sequestro di Approdo alla Cultura, una manifestazione commerciale mascherata da iniziativa culturale, intestataria di un debito nei confronti del Municipio di 450 mila euro, per occupazioni del suolo pubblico. Nel corso della consiliatura, col dott. Murra poi promosso all’avvocatura del Comune e sostituito dal dott. Claudio Saccotelli, vengono sequestrati una serie di impianti pubblici trasformati in privati, come ad esempio quello sportivo di via Varna, dove sorgeva un ristorante totalmente abusivo posto sotto sequestro.

Al termine del suo mandato il dott Murra redasse una relazione su tutte le irregolarità che aveva riscontrato, dove in particolare veniva sottolineata la mancanza di una turnazione per tutte le posizioni organizzative dell’amministrazione del Municipio decimo.

Tale avvicendamento appariva necessario poiché era da troppo tempo che la maggior parte di queste posizioni svolgevano la loro attività all’interno di quell’amministrazione.

Scrive a tal proposito Murra sul suo blog: “..ci sono addetti tecnici che abitano ad Ostia e che lavorano li, ininterrottamente, da 15/20 anni, senza mai alcuna turnazione (neppure ora che la legge anticorruzione lo impone espressamente). La stabile e prolungatissima permanenza in un ufficio tecnico, a contatto continuo con imprenditori ed appaltatori, porta inevitabilmente al sospetto di contiguità inopportune, di affievolimento dei controlli, di amicizie e rapporti incompatibili con l’applicazione di sanzioni. Il tentativo di applicare questi dipendenti al Casilino, all’Aurelio, onde far rigenerare il tessuto burocratico dell’Ente, si rivela sistematicamente inutile: siamo in Italia, ed interviene la politica“.


L’apertura dei varchi e la sede dei Vigili

Tassone ricorda come a seguito della sua elezione il Municipio fosse sistematicamente oggetto di visite da parte dei Carabinieri su delega della Procura di Roma e della Capitaneria di Porto. L’amministrazione Tassone aveva, a suo dire, appena cominciato ad intaccare le rendite di posizione accumulate nel tempo, la vera malattia di questa Città. Ricorda Tassone come una delle prime iniziative che prese fu l’eliminazione del centro di costo afferente alla Presidenza del Muncipio.

Si trattava di un importo non molto elevato, circa 30 mila euro, che vennero dirottati verso quelle attività di spesa storicamente deboli, come i lavori pubblici, il sociale e l’ambiente. Con riguardo poi alle concessioni balneari, in relazione alle quali il suo operato è stato giudicato troppo debole, Tassone ricorda di avere requisito un edificio proprio all’associazione balneari, che per cinque anni era stato concesso loro a titolo gratuito. L’edifico venne in seguito destinato ad accogliere l’assessorato all’urbanistica.

Altra iniziativa presa sempre in questo ambito dal Municipio, in accordo con il sindaco Marino, fu quella di riaprire i varchi alle spiagge libere. I primi varchi vennero aperti il primo luglio 2014 contro il volere dei balneari, la mattina presto alla presenza delle forze dell’ordine. C’è una delibera datata 12 giugno 2014 che rende l’idea di quale fosse la situazione delle risorse nelle casse del decimo municipio.

Il Municipio di Ostia è caratterizzato dalla presenza di una specifica unità organizzativa denominata Ambiente e Litorale, che si occupa anche della gestione di un area verde che si estende per un milione e 950 mila metri quadri, tutto verde pubblico. Nell’anno 2013, quando Tassone divenne presidente del Municipio, tale unità aveva nelle proprie casse un importo pari a 3.311, 78 euro. Secondo un prospetto inviato dal Comune, per l’annoi 2014 le somme in bilancio destinate alla gestione del verde pubblico ammontavano a 420.816 euro, fondi sottratti alla manutenzione degli edifici scolastici.

Racconta Tassone di come in uno dei vari viaggi che fece per incontrare l’assessore al Bilancio di Roma Capitale per avere dei fondi da destinare al suo Municipio, il Sindaco Marino gli consigliò di individuare un’area dell’amministrazione sulla quale avrebbe potuto effettuare dei tagli, promettendogli che i fondi così risparmiati glieli avrebbe fatti riassegnare in bilancio. E così, leggendo sui documenti contabili relativi ai costi del Municipio Tassone si rende conto come venisse speso un milione e 300 mila euro l’anno per l’affitto dell’immobile in cui aveva sede il corpo della Polizia Municipale.

L’amministrazione individuò quindi un immobile pubblico da destinare a nuova sede per i Vigili , in piazza Vega, zona stella Polare. Quest’operazione creò però una forte tensione con il corpo di Polizia, il quale sosteneva come in quella nuova sede non vi fossero posti sufficienti da destinare a parcheggio per le auto di servizio.

Venne così indetto un bando che venne vinto dall’unica offerta ammessa, quella della Immobilgest 2010 srl, con sede a L.go Porto di Roma n.5, sulla base dell’offerta tecnica e di quella economica per un canone annuo pari a 272.500 euro, cifra notevolmente inferiore al milione e 200 mila euro che veniva pagato. E tuttavia all’esito della gara non venne dato alcun seguito. Era emerso infatti come la società Immobilgest 2010 srl fosse riconducibile al patron del Porto di Roma Mauro Balini coinvolto nell’inchiesta Nuova Alba, e tutt’ora il Municipio continua a pagare 1,3 milioni di euro per l’affitto della sede dei Vigili.

Leggendo la relazione della Commissione prefettizia Tassone scopre come sia il Comandante generale dei Vigili Urbani di Roma che il Comandante del Decimo Gruppo Mare, nel corso delle loro audizioni, abbiano richiamato un procedimento penale per tentata corruzione del quale è stato incaricato il sostituto procuratore Erminio Amelio.

Le indagini sarebbero state aperte a seguito di un’informativa inviata dal Comando di Ostia. Dall’informativa si legge come i proprietari dello stabile dove ha tutt’ora sede il comando dei Vigili (Immobilinvest 112 srl riconducibile all’immobiliarista Giovanni Fezia) inizialmente contrari a qualsiasi forma di rinegoziazione del contratto, prendendo atto della ricerca da parte dell’Amministrazione di una nuova sede, avrebbero avvicinato rappresentanti delle OO.SS del Corpo della polizia locale promettendo denaro in cambio dell’attivazione di proteste contro il trasferimento degli uffici.


La manutenzione degli arenili

Altra questione che determinò un’attivazione da parte dell’Amministrazione fu quella relativa alla manutenzione degli arenili di Castel Porziano, il cui costo ammontava circa a 1,2 milioni l’anno. Questo fino al 2013, quando l’appalto lo aveva la Roma Multiservizi spa. Nel 2014 il Direttore del Municipio Saccotelli assicurò di riuscire a spuntare uno sconto del 50% attraverso la rivendicazione del contratto, con un risparmio di oltre 680 mila euro. Cosa che in effetti avvenne.

Un ulteriore provvedimento di risparmio fu quello adottato l’8 luglio attraverso la memoria n.1/2014, con la quale veniva esternalizzata l’attività di pulizia degli arenili ai consorziati, una volta che fossero stati messi in regola. Eliminando quel centro di spesa individuato nel bilancio comunale con la dicitura OSL e che si riferiva alle spiagge libere, il risparmio ottenuto poteva essere riutilizzato in bilancio così come promesso dal Sindaco Marino.

Tassone ricorda la vittima di un incidente stradale lungo la Cristoforo Colombo, Giacomo Danieli anni 42, che cadde dalla moto per via di un pino che gli rovinò addosso. Oggi tutti gli alberi situati nelle vie ad alto scorrimento del decimo municipio, a seguito di un censimento, recano una targhetta con un numero di matricola cui corrisponde un responsabile addetto alla loro potatura periodica.   

 Tornando sui capi di imputazione contestati, l’imputato è accusato di avere rivendicato alla competenza del decimo Municipio i lavori relativi alla pulizia delle spiagge, oltre all’avere comunicato a Salvatore Buzzi notizie ed informazioni sulla procedura di selezione del contraente in relazione a due gare pubbliche. Nello specifico si trattava dei lavori a somma urgenza per la potatura di alcune alberature stradali ed i lavori di pulizia dell’arenile di Castel Porziano.

In relazione alla prima contestazione Tassone fa notare come sebbene la pulizia degli arenili di Castel Porziano spetti alla competenza del decimo municipio, fin dal 1992 essa sia stata sempre gestita e curata dal decimo Dipartimento del Comune di Roma. E solo con la delibera Pannella adottata nel decimo Municipio che vennero decentrati sia il verde che la cura del litorale.

La gestione da parte del decimo Dipartimento era legata al fatto che per molto tempo l’affidamento dei lavori è stato effettuato sempre a favore dello stesso operatore di mercato: Roma Multiservizi spa. E ciò malgrado i prezzi praticati da quest’ultimo fossero al di fuori di quelli di mercato. Forse perché l’affidamento risaliva al periodo del Giubileo, fa notare Tassone, quando le casse del Comune avevano ben altri numeri a saldo.

Tassone sottolinea come i suoi atti in qualità di amministratore siano sempre stati dettati da un unico interesse, quello per il territorio nel quale è nato e vive. Secondo questa logica non avrebbe mai potuto accettare di bandire senza alcun titolo un’ ulteriore gara al prezzo complessivo di un milione di euro. Quando per quella la stessa gara lui stesso abbia impiegato una somma inferiore pari a 474 mila euro.

Questo perché la somma complessivamente spesa sarebbe stata pari a 1,2 milioni, così distinti: 200 mila euro di pulizia spiagge per l’apertura della stagione (Pasqua) affidata a Multiservizi, oltre al milione strutturato in cinque lotti dal decimo Dipartimento, a 198.860 euro Iva inclusa a lotto. Ciò a dimostrazione di come l’unico intento di Tassone fosse quello di consentire al Municipio di riappropriarsi di ciò che gli apparteneva da oltre venti anni, senza favorire nessuno.


I rapporti con Buzzi e le assunzioni richiestegli

Racconta Tassone di come Buzzi e la 29 giugno gli siano stati presentati dall’amico Fabrizio Franco Testa, e di come fosse legato a quest’ultimo per aver svolto con lui attività politica nelle istituzioni. Buzzi  gli viene descritto come il fiore all’occhiello del mondo cooperativistico. Sottolinea l’imputato come l’incontro con Buzzi e Testa descritto nell’ordinanza non duri più di dieci minuti.

In merito alle intercettazioni secondo le quali Tassone avrebbe perorato con Buzzi l’assunzione di due persone, si tratterebbe di due soggetti che versano in condizioni di indigenza. Il primo di questi era Marco Tartaglia. L’imputato fa notare come si trattasse in entrambe i casi di vicende particolari di persone problematiche, e dunque senza nessuna contropartita in cambio.

Tassone dichiara come abbia avuto solo altre due incontri con Buzzi, rispettivamente il 25 marzo e l’8 aprile 2014, e sempre di durata molto breve, incontri nei quali si è riparlato “solo del più e del meno”. In uno di questi due Tassone avrebbe richiesto l’assunzione dell’altra persona, un padre di famiglia che versava in uno stato di grave difficoltà economica. Anche in questo caso l’imputato, come risulta dalle intercettazioni del 27.03.14, non avrebbe richiesto nulla in cambio.

Ed è proprio nel corso di una di queste intercettazioni che Buzzi pronunci la fatidica frase: “però lo sai il proverbio? Se una mucca non mangia non può essere munta”.

E qui Tassone fa notare un punto decisivo per la sua difesa: “Dunque Presidente è pacifico che Buzzi avesse di me un’opinione estremamente negativa perché chiedevo assunzioni e non davo da mangiare alla mucca“.

E ancora rimarca: “Io per Buzzi ero un problema, una persona da tenere distante in quanto richiedevo assunzioni senza contraccambiare“. E non può fare a meno di sottolineare l’imputato come più intensi e frequenti fossero i rapporti intrattenuti sempre da Buzzi con il decimo Dipartimento di Roma Capitale.

Come evidenziato dall’intercettazione del 12.02.14, dove Buzzi, in un’ambientale tratta dagli uffici di via Pomona, afferma: “Ieri c’ho parlato con Altamura (il capo del decimo Dipartimento) gli ho detto guarda Gaetà che stamo a corto, dacce qualche lavoretto“.

Tassone fa notare inoltre come l’aver rivendicato la competenza della pulizia degli arenili in capo al decimo Municipio abbia causato un evidente danno in capo alle cooperative di Buzzi, e dunque non sembra possibile poter sostenere come tale iniziativa avesse come intenzione quella di favorire le cooperative a lui riconducibili.

In relazione al secondo capo d’accusa mossogli, quello di avere informato Buzzi in merito ad una serie di gare: tali informazioni sarebbero state fornite in due distinti momenti storici, vale a dire nel corso degli incontri avuti col ras delle cooperative sociali il 10 ed il 16 maggio, e in seguito per il tramite di Paolo Solvi, incaricato secondo l’ipotesi accusatoria da Tassone di seguire Buzzi nel corso dell’intera procedura amministrativa, sia quella relativa alla potatura delle alberature stradali, che quella relativa alla pulizia dell’arenile di Castel Porziano.

E’ dalle intercettazioni su Buzzi del 10 maggio del 2014 che quest’ultimo affermerebbe di avere appreso da Tassone una serie di informazioni confidenziali relative alle gare che il Municipio avrebbe indetto. Si trattava, secondo Tassone, di informazioni che Buzzi avrebbe già avuto da tempo e che avrebbe riciclato.

Riguardo all’accusa di Solvi intermediario per conto di Tassone, quest’ultimo nega di avere presentato Solvi a Buzzi in occasione del pranzo tenutosi il 10 maggio, come dimostrerebbero del resto le intercettazioni. Sarebbe stato, secondo Tassone, un terzo soggetto a presentare i due. Non è vero, sostiene inoltre l’imputato, che il geometra Carlo Fresch rispondesse direttamente a Tassone, e che quindi la persona da questi indicata in un intercettazione come il capo fosse lui.

Nell’intercettazione in questione, quella del 21.07.14, Fabrizio Franco Testa chiedeva a Paolo Solvi: “Ti ricordi quella cosa che ti ho chiesto?” e Solvi rispondeva: “si ne ho parlato con tutte e due, sia con FRESCH, che con il capo e mi hanno detto che non ci sono problemi, però se vuoi vado a verificare, non ho avuto risposte, eh! Mi hanno detto si, si, non c’è problema però non ho verificato, mi auguro di si, insomma, se non mi hanno preso in giro”. TESTA gli chiedeva di verificare: “perché ancora non sono operativi“.

Ma soprattutto Tassone nega il fatto che Solvi fosse un collaboratore o piuttosto un faccendiere che rispondeva a lui personalmente. Dall’ordinanza si legge come questa relazione tra i due derivi da un articolo a firma di Andrea Schiavone (un blogger che ha scritto che “Solvi sarebbe stato delegato da Andrea Tassone al tavolo del seggio elettorale centrale per rappresentare la lista civica Marino e controllare i voti e le preferenze”).

Tassone fa notare come nella nota depositata dalla sua difesa e redatta dal Dipartimento Elettorale di Roma Capitale si certifichi che non vi è stato alcun soggetto a rappresentare la Lista Civica a sostegno di Marino.

Tassone fa inoltre presente come Schiavone sia stato denunciato per diffamazione dallo stesso Tassone e da altri due membri della giunta.


Le lotta alle rendite di posizione

Le rendite di posizione nella città del decimo Municipio con la mia amministrazione erano terminate, per tutto e per tutti” sostiene Tassone. Infine, in merito alla somma di trentamila euro che Buzzi avrebbe dato a Solvi e che poi Solvi avrebbe girato a Tassone, quest’ultimo fa notare come ciò risulti dall’intercettazione del 12.06.14. Si tratterebbe di un’unica conversazione attraverso la quale la Procura sia arrivata alla conclusione che Buzzi stesse portando dei soldi, che quei soldi fossero per Solvi e che poi Solvi li abbia girati a Tassone.

E questo nonostante non risulti alcuna traccia di ciò nelle conversazioni.

Tassone fa riferimento al foglietto rinvenuto a casa sua, sul quale erano scritte delle cifre  con l’indicazione di tale Mario di Cursio. L’imputato fa notare come quelle cifre facessero riferimento ad un debito contratto per l’affissione di manifesti durante la sua campagna elettorale. Il debito in questione veniva estinto da Tassone attraverso dazioni di denaro una tantum, non essendo egli in grado di saldarlo complessivamente.

 L’imputatoSfida la Procura a verificare se vi sia una corrispondenza tra le cifre indicate in tale foglio ed eventuali movimentazioni finanziarie a lui riconducibili. (cm)        

      

Schina: “non ho mai svolto il ruolo di intermediario tra Odevaine, Buzzi e Coltellacci”

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Anche l’imputato Mario Schina decide di rilasciare spontanee dichiarazioni.

Racconta Schina di avere lavorato per ACEA, l’ex municipalizzata dell’acqua e dell’energia, dal 2001 fino al febbraio 2106, quando è stato licenziato a seguito dell’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare. In quell’azienda l’imputato riferisce di non avere mai svolto funzione pubbliche, ne tanto meno è stato incaricato di un pubblico servizio, essendo il suo un contratto di lavoro di tipo privatistico.

Nel corso degli anni ha assolto all’interno dell’ex municipalizzata diversi incarichi: inizialmente si è occupato di gestione del personale nella divisione Acea Luce, nonché di relazioni esterne e dei rapporti tra tale società e la società madre.


Decoro urbano al Comune alle dipendenze di Odevaine

Per un certo periodo è stato distaccato al Comune dove si è occupato del decoro urbano. Di seguito, rientrato in azienda, si è occupato di relazioni istituzionali e dei rapporti con i municipi.

Nell’ambito delle relazioni esterne l’imputato ha seguito una serie di commesse che l’azienda aveva con alcuni Comuni del Nord. In questi ultimi anni si è occupato di Facility Management, in particolare dei permessi che l’azienda avrebbe dovuto avere per la manutenzione del patrimonio immobiliare della società. Ciò voleva dire rapporti con il comune e con le sovrintendenze.

Ed è proprio a causa della particolare tipologia degli incarichi ricoperti che l’imputato dichiara di non aver potuto interferire o utilizzare il suo ruolo per favorire qualcuno.

Il rapporto lavorativo con Acea si è concluso nel dicembre 2014, prima con una sospensione dal lavoro, e successivamente, a febbraio 2016, gli è stata recapitata la lettera di licenziamento. In questo intervallo di tempo l’imputato sottolinea di non avere ricevuto alcun tipo di contributo e di essere riuscito a sopravvivere grazie all’aiuto dei suoi familiari.


Inizio lavorio con Il percorso di Coltellacci

In relazione ai rapporti con la moglie Luria Munoz, madre di sua figlia. La separazione tra i due è avvenuta nel 2004, mentre il divorzio è stato dichiarato nel 2008.

Sul capo d’imputazione relativo ai rapporti con le cooperative negli annui 2011-14, Schina dichiara di avere avuto rapporti di collaborazione e di prestazione occasionale in fasi alterne, tra l’agosto del 2011 ed il marzo 2014. In tale data è cessato qualsiasi tipo di rapporto, sia professionale che retributivo. Nel periodo indicato l’imputato veniva pagato dalle cooperative e non da Buzzi o Coltellacci. Si trattava di prestazioni lavorative che per la loro particolare natura non prevedevano vincoli di orario ne di sede fissa in cui svolgere l’attività.Tutto è sempre stato indicato nelle dichiarazioni dei redditi da parte di Schina.

L’inizio della sua collaborazione con le cooperative avviene formalmente nell’agosto del 2011. Determinate fu l’incontro avuto qualche mese prima con Sandro Coltellacci; questi gli raccontò come la sua cooperativa avesse ricevuto dalla Regione una convenzione per la gestione di centri di accoglienza. Schina chiese a Coltellacci se vi era la possibilità di lavorare; aveva il mutuo da pagare, oltre ad una precedente esperienza imprenditoriale. La sua attività nell’ambito della cooperativa consisteva nel trovare le sedi presso cui ospitare i richiedenti asilo. Tivoli, Colle Casarano e Marcellina sono tra quelle individuate da Schina per ospitare centri per richiedenti asilo.


I criteri di scelta dei centri di accoglienza

La sua ricerca veniva indirizzata prevalentemente fuori Roma. Le sedi dovevano avere dei requisiti di idoneità indicati nelle convenzioni firmate dalla Regione e dalla Protezione Civile, ed in seguito anche dalla Prefetture.

Le strutture erano soggette a controlli di verifica di tali requisiti, sia prima dell’apertura del centro, che durante e dopo.

Altro elemento da tener presente era l’impatto con il territorio, e quindi con le comunità di residenti. Schina si è anche occupato di rispondere alle richieste rivoltegli dai committenti con i quali ha nel corso degli anni collaborato. Un altro settore di cui si occupò fu quello della ricerca del personale; a tal riguardo fa notare come le richieste di posti per accogliere richiedenti asilo, da parte della Regione o della Prefettura, fossero molto veloci.

Dunque vi era la necessità di individuare in breve tempo i soggetti che si sarebbero occupati dei centri.  L’imputato si è occupato del personale di una cooperativa sociale nella quale è poi entrato a far parte; si trattava della cooperativa il Percorso che entrò a far parte del consorzio Eriches 29. Il Percorso era la capofila di una serie di altre cooperative impegnate nel settore dell’accoglienza, in particolare nella gestione dei centri per gli immigrati.

Nel corso dell’attività di selezione del personale riferisce l’imputato come il suo compito fosse quello di esaminare i curriculum dei candidati, e per quelli selezionati venivano richieste anche le coordinate bancarie per l’accreditamento dello stipendio. La cooperativa offriva ai soci ed ai dipendenti la possibilità di poter usufruire di una convenzione con una banca.


Dissapori tra cooperative nei centri

La gestione del personale prevedeva la collaborazione all’interno di uno stesso centro di accoglienza di personale proveniente da diverse cooperative. In tale ambito, oltre a dover sollecitare il pagamento degli stipendi, spesso Schina si è occupato di dirimere controversie in relazione alle mansioni o agli orari di lavoro. Dunque, in merito ai capi d’accusa contestati, più che svolgere una funzione di collegamento tra Buzzi e Odevaine o tra Buzzi e Coltellacci, le attività di Schina erano quelle da lui testè esposte.

Dalla deposizione del Capitano Guida, Schina fa notare come in relazione alla sua posizione il teste abbia detto cose inesatte ed anche contraddittorie.

Quanto affermato è stato motivato col fatto che non esisteva una documentazione che confermasse un rapporto di lavoro e di collaborazione dell’imputato con le cooperative. Contratti che l’imputato ha depositato agli atti ,assieme alle copie delle buste paga (cud), alle certificazioni sostitutive d’imposta ed alle dichiarazioni dei redditi relative al periodo in oggetto.


L’apertura del centro di Rosarno.

In merito al centro aperto da Odevaine a Rosarno, Schina chiarisce come questo non fosse un centro di accoglienza che aveva a che fare con la pubblica amministrazione. Si trattava di un progetto privato finanziato dalla fondazione Coca Cola. Era dunque un progetto tra privati che non era destinato all’accaglienza dei richiedenti asilo, bensì ai lavoratori stagionali impiegati nei campi di raccolta. Erano migranti che si spostavano da regione in regione per raccogliere ora i pomodori, ora la verdura, e d’inverno le olive e gli agrumi.

La zona di Rosarno era in particolare dedita alla produzione delle arance. La fondazione Coca Cola fece un bando al quale partecipò la fondazione Integrazione, sulla base di uno studio effettuato negli annui 2011-12. La realizzazione del progetto avvenne negli anni 2013-14.

Schina si occupò di quest’ultimo, seguendo in particolare tutta la parte strutturale che prevedeva l’individuazione delle sedi per offrire l’ospitalità, quelle da destinare a punto di accoglienza, la realizzazione del camper informativo, un punto mobile di informazione sui diritti lavorativi e sindacali, oltre ad una serie di corsi di formazione sulla lingua e sui diritti fondamentali.

Tutto il progetto venne seguito fin dall’inizio da Schina che si recò diverse volte sul posto. Buzzi si occupò solo marginalmente della vicenda. Una volta vinto il bando Odevaine chiese a Buzzi se conosceva qualcuno in zona al quale appoggiarsi per individuare le sedi, e Buzzi gli girò il numero di Giovanni Campennì.

Schina lo chiamò e questi gli passò il nominativo di un altro ragazzo, tale Giuseppe, che risiedeva nell’area di Rosarno. Schina non sapeva che si trattasse di Giovanni Campennì, avendolo conosciuto solo per nome. Tutto il progetto ha avuto la durata di due anni, la parte istruttoria è stata realizzata nel 2013.


I rapporti con Odevaine

Schina racconta di avere cominciato i suoi rapporti con Luca Odevaine quando questi ricopriva la posizione di vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni.

A metà della sindacatura Schina vanne contattato da un membro dello staff del sindaco in quanto negli anni precedenti aveva collaborato con la giunta comunale. Aveva infatti lavorato all’agenzia per il Giubileo per un periodo di circa tre anni, dove si era occupato dell’accoglienza in Basilicata oltre a quella a Tor Vergata destinata ai più giovani, ricoprendo un ruolo operativo.

Accolto in Comune dal capo di gabinetto del sindaco, Luca Odevaine, a Schina viene proposto di occuparsi del decoro urbano. L’imputato ha modo di conoscere una serie di gestori e presidenti di cooperative che avevano partecipato a bandi a chiamata diretta, in quanto si trattava di gare il cui importo era al di sotto della soglia stabilita dalla normativa europea. Tutte queste cooperative avevano cominciato a occuparsi del decoro urbano nell’ambito delle emergenze della città.

In questo frangente Schina conosce Coltellacci e Buzzi. Le loro cooperative erano tra  quelle che parteciparono e vinsero i bandi del Comune. In seguito tutti e tre ebbero modo di lavorare assieme nella gestione del pronto intervento della città, attività che prevedeva la pulizia dei muri, l’affissione dei manifesti ed altro.

Per quest’incarico Odevaine era il referente di Schina, essendo il titolare della competenza del decoro urbano. L’incarico di Schina dura fino al 2008 con l’avvicendamento al comune del sindaco Gianni Alemanno.


Venezuela: la società Oliveto

Dopo l’elezione di Alemanno Odevaine continuò per tre mesi ad occuparsi della segreteria del Sindaco, fino a che non venne nominato dal Presidente della Provincia Luca Zingaretti, capo della Polizia Provinciale e responsabile della protezione civile. Mario Schina tornò ad occupare il suo vecchio posto di lavoro ad Acea. In questo periodo Schina e Odevaine rimangono in contatto. I due si incontrano nuovamente verso la fine del 2011, quando l’imputato già da mesi lavorava per conto di alcune cooperative che facevano parte del consorzio Eriches 29.

Odevaine  accennò all’imputato di questa società, l’Oliveto, che aveva base in America Latina, in particolare tra il Costa Rica ed il Venezuela, la quale stava cominciando ad intrattenere relazioni commerciali anche con realtà che risiedevano in altri stati di quell’area geografica. Odevaine parlò all’imputato anche di una serie di relazioni economiche che stava cominciando ad intrattenere con Cuba. Questa cosa interessò molto l’imputato dato che la sua ex moglie è di nazionalità cubana e dato che in quel paese aveva anche numerosi amici. Schina non si è mai occupato di Venezuela, come invece risulta dagli atti processuali. L’imputato viene a sapere dell’attività della Fondazione Integrazione e dei centro di accoglienza che Odevaine stava organizzando in relazione all’emergenza Nord Africa.

Avendo terminato ogni rapporto lavorativo con le cooperative nel 2013, a partire del marzo 2014 Schina comincia a intrattenere una collaborazione lavorativa con Odevaine, in una serie di progetti privati. Prima con l’organizzazione del centro di  Rosarno, e quindi con un altro progetto che aveva come base logistica Cuba.

Quel Paese aveva da poco adottato una legge che consentiva alle società straniere di investire e svolgere attività commerciali.


Rapporti con Cerrito e Buzzi

In relazione ai rapporti con Nadia Cerrito, quest’ultima era la persona che si occupava dell’amministrazione e dei pagamenti per il consorzio di cooperative che lavoravano nei centri. Le ragioni dietro lo scambio di conversazioni telefoniche avute dall’imputato con la Cerrito riguardavano dunque l’attività lavorativa di quest’ultima. In particolare lo scopo delle chiamate era quello di conoscere i tempi con i quali sarebbero stati effettuati i pagamenti che vedevano come destinatario lo Schina.

In relazione ai rapporti con Buzzi, Schina racconta di averlo conosciuto prima ancora di entrare nel mondo delle cooperative, svolgendo attività politica. Lui era già presidente del consorzio di cooperative Eriches 29. I primi rapporti di lavori con Buzzi l’imputato li ebbe quando si occupò di decoro urbano nella giunta Veltroni. Le cooperative di Buzzi avevano infatti vinto alcuni dei bandi per lo svolgimento di tali servizi. Crede di ricordare Schina che le cooperative in questione fossero Formula Sociale ed un’altra di cui non ricorda il nome.

Racconta l’imputato di non essere mai stato retribuito da Salvatore Buzzi ma di avere lavorato per conto di alcune cooperative sociali gestite da Sandro Coltellacci e appartenenti al consorzio Eriches 29, facente capo a Buzzi.

Schina dichiara di non avere mai ricevuto tangenti o qualsiasi elargizione di danaro finalizzato ad atti corruttivi. A questo proposito respinge ogni addebito gli venga mosso in quanto “non ho mai svolto il ruolo di intermediario tra Odevaine, Buzzi e Coltellacci”.

Gli stessi tre avevano rapporti interpersonali a prescindere dalla presenza dell’imputato, già molti anni prima che si verificasse l’emergenza Nord Africa.

I tre “avevano contatti e conoscenza diretta e potevano tranquillamente incontrarsi a prescindere dalla mia presenza” dichiara Schina.

Se anche avessero voluto svolgere un’attività illecita, avrebbero potuto farlo senza la presenza dell’imputato “essendo la mia persona – precisa Schina – assolutamente irrilevante e non indispensabile”. Dunque l’imputato nega ogni addebito non avendo mai compiuto atti corruttivi ne direttamente e ne indirettamente.  (cm)    

Ruggiero: “Non sono uno ‘ndranghetista ne tanto meno un delinquente”

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L’imputato Salvatore Ruggiero ha rilasciato spontanea dichiarazione nell’udienza dell’8 febbraio, nell’ambito del processo a Mafia Capitale. E’ attualmente detenuto accusato di associazione mafiosa assieme Rocco Rotolo per avere fatto parte della cooperativa Santo Stefano definita da Salvatore Buzzi la “cooperativa de ‘ndranghetisti”.

Secondo l’ipotesi accusatoria la 29 giugno avrebbe subappaltato alla Santo Stefano i lavori di pulizia e ordinaria manutenzione del mercato Esquilino in cambio della protezione concessa dalla cosca ‘ndranghetista dei Mancuso (originaria di Limbadi provincia di Vibo Valentia) allorquando la 29 giugno venne incaricata, negli anni 2008-09, di gestire il CARA centro di accoglienza per migranti di Cropani Marina (CZ).

Il rappresentante della cosca sarebbe stato individuato in Giovanni Campennì, al quale Salvatore Buzzi avrebbe affidato in gestione la cooperativa Santo Stefano (tramite Galati Michelino persona di fiducia del Campennì). La sorella della madre di Campennì, Domenica Rizzo, sarebbe la sorella di Caterina Rizzo moglie di Giuseppe Mancuso capo dell’omonima cosca.

Ruggiero ha scontato una pena detentiva di 21 anni per omicidio. Originario di Gioia Tauro in provincia di Reggio Calabria (come Rocco Rotolo), dopo avere trascorso un periodo di pena nel carcere di Gioia Tauro, Ruggiero decide di farsi trasferire a Roma per scontare un periodi di detenzione in semilibertà. Qui, grazie all’aiuto degli assistenti sociali, conosce Salvatore Buzzi, il quale gli consente di svolgere un’ attività lavorativa all’interno della cooperativa sociale 29 giugno.


L’assunzione alla 29 giugno

Ruggiero, dopo avere fatto per un breve periodo il fabbro, viene assunto dalla 29 giugno come giardiniere. Il lavoro gli consente non solo di essere indipendente e autonomo economicamente ma anche di reinserirsi nella società. E di questo gran parte del merito la deve a Salvatore Buzzi.

L’attività lavorativa regolare di Ruggiero si svolgeva all’interno del cimitero monumentale del Verano. Dopo aver contratto matrimonio chiede ed ottiene la possibilità di poter svolgere degli straordinari lavorando anche autonomamente. Per tale ragione gli capita spesso di caricarsi gli strumenti di lavoro in macchina,  tagliaerba, decespugliatore, scopa a motore ecc. Ciò gli consente di potere svolgere l’attività lavorativa anche al di fuori del Verano.

Ruggiero racconta dell’ottimo rapporto con Buzzi, con il quale scherza frequentemente  tanto che questi è solito apostrofarlo come lo ‘ndranghetista. A Ruggiero il soprannome datogli da Buzzi non da fastidio, poiché sa che viene pronunciato in modo ironico. Del resto ogni volta che Ruggiero abbia chiesto a Buzzi dei  favori,  come la possibilità di poter guadagnare di più, questi lo ha sempre accontentato.

Ed è infatti Buzzi ad offrirgli di fare il guardiano presso il deposito dei mezzi della 29 giugno in via Affile. Qui Ruggiero racconta di avere avuto la possibilità di svolgere oltre a quello di meccanico anche il suo vecchio lavoro, quello di fabbro, saldando ad esempio i mezzi della cooperativa danneggiati durante il servizio di raccolta rifiuti.


La perdita di appalti della 29 giugno: Roma Multiservice spa

Nel corso della sindacatura Alemanno la 29 giugno perde numerosi appalti, tra questi anche quello al Verano, affidato alla Roma Multiservizi spa, presso la quale Ruggiero viene assunto. Ricorda Ruggiero di come la 29 giugno organizzò anche una manifestazione di fronte al Campidoglio per protestare contro la mancanza di lavoro, iniziativa alla quale lo stesso Ruggiero partecipò sebbene lavorasse già per Multiservizi spa.

Il lungo periodo di detenzione cominciato in età giovanile lo ha portato ad avere scarsa familiarità con la tecnologia, in particolare con computers e cellulari: “ero rimasto indietro” afferma in aula. Racconta poi Ruggiero come in quel periodo si sia dovuto recare in Calabria a trovare la madre malata. Qualche volta viaggiando da solo, in autobus, e qualche volta assieme a Rocco Rotolo quando questi i recava a trovare i parenti.

In uno di questi viaggi Ruggiero conosce Pasquale Muntari, amico di Salvatore Buzzi, con il quale il ras delle cooperative sociali ha trascorso un periodo di comune detenzione. Ricorda l’imputato come Buzzi condividesse in quel periodo la stessa cella con Carmine Fasciani, boss del litorale. E’ per questo che i Carabinieri, quando lo arrestano, gli trovano nel portafogli un bigliettino con su scritto Fasciani. Ruggiero si era appuntato il suo nome, spiega in aula, per ricordarsi e riferirlo correttamente a Buzzi.


“Non sono uno ‘ndranghetista”

Le affermazioni fatte nelle intercettazioni secondo le quali conoscerebbe esponenti delle due importanti famiglie di ‘ndrangheta dei Mancuso e dei Piromalli sono, a detta di Ruggiero, false: “non li ho mai conosciuti, non mi interessano”. Nega ancora una volta l’imputato di essere uno ‘ndranghetista e tanto meno un delinquente. Si giustifica dicendo di essere sempre stato un lavoratore, anche quando era ragazzo. Fin da bambino, all’età di dieci anni, frequenta la bottega di un fabbro, ed ha continuato a farlo fino a che non è diventato maggiorenne. Quindi si trasferisce a Torino dove lavora fino a che non è costretto interrompere perché richiamato per il servizio militare.  Terminato il periodo di leva torna nuovamente in Calabria.  A Gioia Tauro Ruggiero riprende a lavorare fino a che non commette l’omicidio per il quale è stato arrestato e condannato a 21 anni.

Le accuse di conoscere sia i Piromalli che i Mancuso racconta Ruggiero come siano tutte false. Primo perché la detenzione l’ha scontata assieme ai detenuti comuni e non con i mafiosi. Dunque sarebbe mancata la frequentazione. Del resto lui non si sente un mafioso ne tanto meno gli interessa la ‘ndrangherta. Ricorda come Buzzi si divertisse molto ad ascoltare queste storie di ‘ndrangheta e dunque lui se le inventava più che altro per farlo contento. Ma soprattutto Ruggiero cercava di instaurare con lui un rapporto di amicizia, visto che era una persona importante.


L’amicizia con Rotolo

In merito all’amicizia con Rocco Rotolo, l’imputato racconta di averlo rivisto nel 2011 in occasione di una cena organizzata dalla cooperativa. Lo aveva conosciuto a Gioia Tauro quando era ancora ragazzino, nel 1986, prima di essere arrestato, e di averlo poi perso di vista. Riguardo poi alla cooperativa Santo Stefano, essendo essa una cooperativa alle prime armi non se la sentiva di lasciare la Roma Multiservizi, dove aveva un posto sicuro con busta paga e con sedici anni di anzianità. Inoltre aveva un secondo lavoro la domenica come guardiano al deposito mezzi di via Affile, e non se la sentiva di fare un salto nel vuoto. Così rifiuta l’offerta di Buzzi. Sui presunti legami tra Rocco Rotolo e Peppe Piromalli, se fosse stato vero sarebbe stato lo stesso Rocco ad essere interessato ad interloquire con Buzzi, riferisce Ruggiero, senza bisogno della sua intermediazione.


“Nulla ha a che vedere con i contesti con i quali fino ad ora si è parlato”

Subito dopo Ruggiero ha reso spontanee dichiarazioni l’imputato Rocco Rotolo.

Rotolo, che preferisce leggere una dichiarazione scritta e accenna subito alla sua supposta capacità di entrare in contatto con la criminalità organizzata calabrese, che deriverebbe in parte dai suoi precedenti penali ed in parte dai suoi legami di sangue. Per quel che riguarda i suoi precedenti riferisce di avere avuto in passato un processo che “nulla ha a che vedere con i contesti con i quali fino ad ora si è parlato”.

Ricorda Rotolo come teatro del reato per il quale è stato condannato fosse la regione Toscana. Per quel che riguarda invece le sue parentele, l’imputato rammenta come tutte le persone citate nel processo che avrebbero ricevuto condanne per mafia o avrebbero avuto frequentazioni con mafiosi, tutte queste persone vivano attualmente in Calabria e non a Roma, dove lui si è trasferito ormai da molto tempo. Lo zio Ippolito, fratello della madre, è morto nel 1996, e l’ultima volta che lo ha visto da vivo è stato nel 1993.

Il cugino della madre, Zito Antonino, spiega Rotolo come non sia una di quelle persone che la sua famiglia sia solita frequentare. L’imputato dichiara di non averci mai parlato,  così come sua madre. Il fratello di suo cognato, il cui cognome è La Rosa, l’imputato riferisce di non averlo mai visto pur essendo suo coetaneo. I suoi rapporti con lui non erano buoni poiché era in lite con il cognato, e Rotolo, per il rispetto che porta a quest’ultimo, ha deciso di non parlargli.


I rapporti con il fratello

 Anche il fratello di Rotolo, che è anche andato a fargli visita durante la detenzione, ha precedenti giudiziari. Ha finito attualmente di scontare tutte le pendenze che aveva con la legge ed ha deciso di dedicarsi interamente al lavoro ed alla famiglia, la moglie ed i figli.

Gli avvocati dell’imputato hanno dimostrato come questi si sia completamente riabilitato e dunque non possa più essere ritenuto persona pericolosa per la società. In relazione ai capi d’imputazione per i quali è stato chiamato a rispondere in questo processo Ruotolo tiene a precisare di non avere mai svolto alcuna attività di mediazione per conto di Salvatore Buzzi. E non può essere diversamente, a suo dire, visto che all’epoca dei fatti contestatigli neppure lo conosceva. L’imputato riferisce come i primi contatti che abbia avuto con Buzzi risalgano alla fine del 2012.  Tali rapporti si sarebbero intensificati all’interno della 29 giungo. Quel periodo coincise con l’ incontro con Salvatore Ruggiero in occasione di una cena organizzata dalla 29 giugno. Tuttavia la differenza di età con quest’ultimo, di 12 anni, ha pesato molto , tanto che il loro rapporto non è mai andato oltre una semplice conoscenza. Rotolo era infatti solito frequentare i suoi coetanei, pur essendo, sia lui che Ruggiero, originari di Gioia Tauro.


Buzzi: la cooperativa de “‘ndranghetisti”

In merito alla Santo Stefano ed ai rapporti con Giovanni Campennì, l’imputato sottolinea come la partecipazione a quella cooperativa gli venne inizialmente proposta da Buzzi. In teoria doveva rappresentare il passaggio da dipendente a socio di una piccola cooperativa. Si trattava però di un salto nel buio per l’imputato, che dichiara di essersi trovato particolarmente bene con la 29 giugno.

Tant’è che dopo un certo periodo dalla proposta Rotolo confessa a Buzzi di non essere interessato. Preferiva continuare ad essere dipendente. La sua giornata di lavoro tipica è stata già descritta da alcuni testimoni, incluso quello dell’accusa in controesame: sveglia prima dell’alba, inizio dell’attività lavorativa alle ore 06:00 e termine alle ore 12:00.

In merito ai suoi rapporti con i coimputati, fatta eccezione per Paolo Di Ninna e per Claudio Caldarelli, tutti gli altri li ha conosciuti nel 2015, in occasione della prima udienza del processo in corso. Rotolo dichiara di essere stato particolarmente colpito da Lacopo Roberto, essendo lui responsabile dei mezzi presso il deposito della 29 giugno di via Affile.

In quel cantiere vi era un consumo annuo di gasolio per un importo pari ad un milione di euro. L’imputato dichiara di non avere mai acquistato ne fatto acquistare neanche un litro di gasolio dal distributore di corso Francia riconducibile al Lacopo, negando in questo modo qualsiasi tipo di relazione con Carminati e soci. Racconta Rotolo dei lavori eseguiti in via Affile per l’installazione di un depuratore, lavori costati complessivamente 70 mila euro. Ad eseguirli non fu la Imeg di Maurizio Gaglianone ma un’altra ditta, della quale non ricorda il nome.

Attraverso le circostanze esposte in aula l’imputato ha cercato di far comprendere come non riesca a capire in base a quale criterio gli venga contestato il reato di associazione mafiosa. “Non sono mafioso, non mi sento mafioso e non aspiravo ad esserlo” afferma  Rotolo, concludendo la sua dichiarazione con queste parole: “Se essere mafioso vuol dire cercare facili scorciatoie, so di non averlo fatto dopo il mio errore del passato, e spero che ne terrete conto”.(cm)

Bravo: “una brochure non si nega a nessuno”

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Nell’ udienza del 7 febbraio del processo Mafia Capitale è stato ascoltato l’imputato Stefano Bravo. Difeso dal legale Fabio Federico, Bravo è stato il commercialista di fiducia di Luca Odevaine.

La conoscenza tra i due avviene intorno alla metà degli anni ’90, a presentarli fu un cliente di Bravo del quale però non ricorda il nome. Odevaine aveva allora un problema con una cartella esattoriale che il commercialista gli risolse.

In seguito Odevaine divenne suo cliente fisso avendo ricevuto l’incarico di predisporgli la dichiarazione annuale dei redditi, oltre ad alcune consulenze nel campo della gestione aziendale. Il professionista gestiva inoltre la contabilità della Fondazione Integrazione e quella della cooperativa sociale Abitus , riconducibili entrambi all’ex capo di gabinetto di Walter Veltroni.


La fondazione Integrazione e la cooperativa Abitus

Bravo ricorda di avere gestito la contabilità della Fondazione a partire dalla sua costituzione, avvenuta nel 2010, così come è accaduto in seguito anche con la cooperativa Abitus, costituita nel 2011. I due soggetti giuridici venivano seguiti dal professionista attraverso la società di elaborazione SBS Consulting, società di cui Bravo è titolare. Diverse invece sono le sorti della cooperativa il Percorso, anch’essa riconducibile ad Odevaine, la cui contabilità veniva però seguita da un altro professionista. Bravo ha tuttavia svolto per conto di quest’ultima, nel corso del 2012, un’attività di consulenza aziendale. All’interno della SBS Consulting la persona che contabilizzava i documenti della Fondazione e della cooperativa era Lerna Martorana.

I bilanci e la dichiarazione dei redditi venivano curati invece personalmente Bravo. Oltre che con Odevaine il professionista si rapportava anche con i collaboratori di quest’ultimo: Gerardo e Tommaso Addeo. Pur svolgendo talvolta attività di consulenza, Bravo non è mai stato coinvolto nelle attività gestionali afferenti alle due entità giuridiche indicate.

Per quel che riguarda invece gli adempimenti fiscali e contributivi relativi ai dipendenti, questi venivano seguiti da un consulente esterno: Alessandra Pompei.


Bravo e la Cascina

Secondo le dichiarazioni dell’imputato la sua conoscenza con i due funzionari del gruppo la Cascina sarebbe avvenuta il 21 marzo 2014, grazie all’intervento di Odevaine.

Il dott. Bravo riferisce in aula di essersi inoltre incontrato anche il 27 marzo 2014 con Carmine Parabita, ma senza Cammisa, che invece non ha più avuto occasione di rivedere. L’incontro avveniva presso i locali della Fondazione Integrazione alla presenzi dì Odevaine.

Oggetto dell’incontro la necessità di predisporre il bilancio sia per la fondazione che per la Abitus, obbligo che doveva essere rispettato entro la scadenza di ogni 30 di  marzo.

L’incontro avvenne senza un preventivo accordo. Di seguito Bravo dichiara di non avere più visto ne sentito telefonicamente ne Parabita ne Cammisa.

Bravo non ha mai più avuto altri contatti, né di persona né telefonici, con altri rappresentanti del gruppo La Cascina. E tuttavia, da un’ambientale tratta dall’ufficio di Odevaine, quest’ultimo lo presentava sia a Cammisa che a Parabita come un suo uomo di fiducia. Odevaine viaggia spesso all’estero, il Venezuela ed il Costarica sono le sue mete abituali avendo laggiù diversi interessi commerciali da seguire, e dunque non sempre è disponibile per i funzionari de La Cascina.

Su sollecitazione del suo difensore, Bravo fa notare in aula di non avere gestito nulla né con Cammisa ne con Parabita. Ne con loro ne con altri funzionari o dipendenti del gruppo La Cascina. Nel periodo intercorso da questa intercettazione, avvenuta nel marzo 2014, fino all’esecuzione delle misure cautelati avvenuta nel dicembre dello stesso anno, i telefoni e tutte le altre comunicazioni di Bravo sono poste sotto controllo. Dunque eventuali comunicazioni intrattenute dal commercialista col consorzio di cooperative sociali vicino a Comunione e Liberszione sarebbero emerse, cosa che invece non è avvenuta.


La fattura da 10 mila euro

L’avvocato Federico fa notare al teste come dall’intercettazione del 6.10.14  Gerardo Addeo e Luca Odevaine fanno riferimento a delle consulenze di carattere legale sulla legge n.231 che la SBS Consulting avrebbe dovuto fornire al gruppo La Cascina attraverso degli avvocati del suo studio. A questa domanda Bravo spiega di non avere mai prestato, ne personalmente ne attraverso la SBS Consulting, un servizio di consulenza, legale o di qualsiasi altro genere, in favore del gruppo La Cascina.

Ammette però Bravo di avere inviato una brochure della SBS Consulting a Gerardo Addeo, dietro richiesta di quest’ultimo. Il commercialista aggiunge di non avere mai emesso fattura ne di avere mai ricevuto pagamenti da parte del gruppo La Cascina.

Ancora nell’intercettazione ambientale del 6.10.14 Odevaine dice ad Addeo come Bravo avrebbe dovuto fare “una fattura sui diecimila euro”.

Il commercialista spiega di non avere mai emesso alcuna fattura da 10 mila euro, ne personalmente ne come SBS Consulting, dopo il 6.10.14, aggiungendo di essere sicuro di ciò poiché, di norma, non emettevano mai fatture di importo così elevato. Tale circostanza è stata verificata personalmente dall’imputato anche nella contabilità della Fondazione ed in quella della cooperativa Abitus.

Bravo conferma anche di avere verificato di non avere mai emesso fatture, né nei confronti della fondazione Integrazione né verso la cooperativa Abitus.

In generale l’imputato ha avuto modo di riscontrare di non avere emesso più alcuna fattura, né personalmente e né come SBS Consulting, successivamente alla data del 6.10.14.


Le fatture della Abitus alla Domus Caritatis

Bravo viene a sapere per la prima volta dei rapporti illeciti tra Odevaine ed il gruppo La Cascina il 14.03.14. Spiega l’imputato come dalla contabilità della Fondazione Integrazione non risulti alcuna fattura emessa nei confronti de La Cascina: anche qui il commercialista dichiara di avere verificato personalmente la contabilità della Integrazione.

Diverso è invece il caso della cooperativa Abitus, dalla cui contabilità risultano alcune fatture emesse l’8.01.14 nei confronti di società appartenenti al gruppo La Cascina.

Si tratta in particolare di dieci fatture emesse dalla Abitus nei confronti della cooperativa Domus Caritatis.

Dalle intercettazioni ambientali tratte dall’ufficio di Odevaine, più volte il titolare della fondazione Integrazione affronta il problema di come ricevere i versamenti illeciti in contanti da parte del gruppo La Cascina. A questo proposito Bravo spiega di non avere mai ricevuto richiesta da parte di Odevaine di individuare un meccanismo fiscale o un altro sistema per fare entrare nelle casse della Fondazione o delle sue cooperative i contanti ricevuti dal gruppo La Cascina.

Questa spiegazione risponde al capo di imputazione contenuto nell’ordinanza del Gip Costantini a carico del commercialista Bravo, secondo cui questi avrebbe personalmente curato la redazione dei documenti contabili per nascondere l’ingresso nelle casse della fondazione e delle cooperative di Odevaine del denaro frutto della sua corruzione.

L’avvocato Federico ripercorre il contenuto dell’intercettazione nella quale Odevaine affronta il problema del riciclaggio delle somme ricevute da La Cascina, attraverso l’importazione di caffè dal Sud America. A tal riguardo l’imputato chiarisce di non avere mai in alcun modo proposto o aiutato Odevaine a realizzare questa modalità di riciclaggio ed anzi rivela come fu lo stesso Odevaine, in accordo con i dirigenti del gruppo La Cascina, a concordare tale ipotesi. E del resto essa non ebbe modo di realizzarsi concretamente.


Consigli sulle modalità di versamento dei contanti

Nell’intercettazione del 14.03.14 Addeo chiede a Bravo il permesso per poter versare una somma in banca, nella perizia si parla di diecimila euro, ed il commercialista consiglia al collaboratore di Odevaine di eseguire quel tipo di operazione in più di una volta. L’imputato spiega in aula come in quel momento non conoscesse l’origine di quel denaro, e dunque non sapeva si trattasse del frutto della corruzione di Odevaine. Dalle intercettazioni risulta infatti come Bravo venga messo a parte da Odevaine dell’ attività illecita da questi svolta, poco tempo dopo. Bravo spiega di avere verificato sia sulla contabilità della Fondazione Integrazione che su quella della coop. Abitus. Dall’esame sarebbe emerso come nessuna somma in contanti sia stata versata successivamente alla data del 14.03.14.

Con riferimento all’esercizio 2013 Bravo fa notare come la cooperativa Abitus avesse un debito INPS e un debito per ritenute d’acconto non versate superiore alla soglia di rilevanza penale.

Il commercialista fece più volte presente questa circostanza sia ad Odevaine che ai suoi collaboratori. In tali condizioni il legale rappresentante della Abitus, Pietro Grappasonni, sarebbe andato incontro ad una denuncia penale. Quando quest’ultimo venne messo a conoscenza delle situazione decise di dimettersi. Per risolvere il contenzioso con l’INPS Bravo consigliò al suo cliente di rateizzare il debito.

Cosa che difatti avvenne, con la formalizzazione della richiesta di rateizzazione da parte di Odevaine nel mese di luglio 2014. Ad occuparsi della questione fu la dott.ssa Pompei sulla bese di una delega da parte della Abitus.

Dall’ambientale del 18.06.14 risulta come Bravo si sia recato presso la sede della fondazione Integrazione per un colloquio con Odevaine; il motivo dell’incontro era quello di evidenziare ancora una volta la questione del debito INPS, oltre alle ritenute fiscali. In quell’occasione il commercialista sottolineò la necessità di rattizzare il debito portandolo quanto meno al di sotto della soglia pena.

E in quel momento che Odevaine evidenziò ai suoi collaboratori un sistema di false fatturazioni che aveva intenzione di mettere in pratica. Bravo , che era anche lui presente, avendo capito quale fosse l’argomento di quella conversazione chiese di essere escluso e di non volere entrare in tale iniziativa.


Le attività di Odevaine in Venezuela

Nell’ambientale del 14.03.14 Odevaine parla a Bravo della sua intenzione di aprire un ristorante in Venezuela assieme al sindaco di Puerto Cabelo; così come gli riferì di voler esportare autobus usati in Venezuela e di costituire una compagnia aerea sempre in quel paese, cosi come di voler investire in attività petrolifere in quell’area geografica. Odevaine racconta al commercialista di voler esportare carta in Venezuela e di avere intenzione di comprare un pastificio in quel paese o di esportare i pomodori di Piero Marrazzo.

In un’altra intercettazione sempre Odevaine propone a Bravo di voler aprire un ristorante tipo fast food a Roma. Nessuno di questi progetti verrà posto in essere dall’ex capo della Polizia Provinciale, stante almeno a quanto risulti a Bravo.

Spiega l’avvocato Federico come dagli atti processuali risulti che il professionista abbia accompagnato una volta il dott. Attilio Vargetto.

Bravo risponde in aula come una volta accompagnò Odevaine, su sua richiesta, ad incontrare questo Vargetto, al quale Odevaine avrebbe dovuto presentare una serie di imprenditori per la realizzazione di alcuni dei progetti accennati.

Si trattava di un progetto al quale però non venne dato seguito e del quale comunque Bravo non si è più interessato. L’impressione che Bravo ha avuto di questa vicenda è che comunque Odevaine millantasse in una certa misura i suoi interessi imprenditoriali.

Bravo riferisce di non avere mai accompagnato Odevaine ne in Prefettura ne presso il Ministero degli Interni, ne tanto meno in Sicilia, dove egli era solito recarsi per organizzare l’apertura di alcuni CARA. Il rapporto con Odevaine era molto buono, spiega Bravo, anche se si è sempre svolto in un ambito professionale.


Il controesame

Nel controesame da parte del pubblico ministero Luca Tescaroli, viene chiesto al dott. Bravo il motivo per il quale consigliò a Gerardo Addeo di versare in banca quella somma che aveva, in più tranches. L’imputato risponde di non avere prestato particolare attenzione a quella domanda, essendo quella sull’uso dei contanti una domanda che i suoi clienti gli rivolgono in maniera ricorrente. Le restrizioni circa l’uso del contante impongono ai dipendenti degli istituti di credito e degli uffici postali di segnalare alle autorità competenti (UIF-Banca D’Italia) tutte le transazioni di importo superiore ai tre mila euro, ma nel caso del collaboratore di Odevaine Bravo ricorda come non ci fosse un motivo particolare per il quale gli diede quel consiglio.

Ancora la pubblica accusa chiede al commercialista come mai, dopo aver saputo il giorno 14.03.14 da Odevaine che questi percepiva dei soldi in nero dal consorzio di cooperative la Cascina come remunerazione illecita, dica, il giorno 18 giugno 2014, che per gli argomenti di cui stavano parlando tutti i presenti avrebbero potuto essere arrestati.

Bravo spiega come, dopo avere avvisato i presenti che non intendeva essere coinvolto nei loro affari, avesse cercato di metterli al corrente come l’attività che avevano intenzione di porre in essere configurasse il reato penale di emissione di false fatturazioni. Il pm fa presente a Bravo che le sue affermazioni venivano dopo quelle di Odevaine sulle fatture che avrebbero dovuto essere intestate alla cooperativa Abitus, le quali non avrebbero dovuto comparire in bilancio.

Sulla base di quanto ricostruito l’accusa chiede all’imputato come mai non abbia denunciato il suo cliente, stante l’obbligo che vige per la professione che esercita.

Bravo spiega come l’obbligo valga una volta accertata la commissione del reato, ma che nella circostanza in esame il reato non era ancora stato commesso, e dunque in quel caso valeva il vincolo del segreto professionale.

Il pm chiede a Bravo se sapeva quale fosse il ruolo di Odevaine nel tavolo di coordinamento presso il Minstero degli Interni e l’imputato risponde di non avere ben compreso quale fosse il suo ruolo.

Alla domanda se Odevaine gli abbia mai chiesto di rappresentarlo, Bravo risponde di si, spiegando come poi il suo rapporto professionale con Odevaine si sia guastato a seguito della sua rivelazione dei soldi illeciti percepiti da La Cascina.

Bravo chiarisce come l’intenzione di Odevaine fosse in effetti quella di coinvolgerlo nelle sue attività illecite, ma anche di come lui si sia tenuto a debita distanza da queste, avendo compreso quello che stava accadendo.

Il pm chiede all’imputato come mai, essendosi reso conto dei fatti illeciti, non abbia detto nulla né a Parabita né a Cammisa quando gli vennero presentati, e Bravo spiega come in quella fase lui si fosse posto su di un piano interlocutorio, non avendo ancora la certezza che si stessero commettendo degli illeciti. Una volta avuta la prova di ciò, l’imputato spiega di avere deciso di tenersi alla larga.

L’imputato spiega inoltre di non avere mai ricevuto, ne da Odevaine ne da qualcuno dei suoi collaboratori, la richiesta di emissione di una fattura da 10 mila euro per giustificare l’ingresso nei conti della cooperative afferenti ad Odevaine delle somme in contanti percepite illegalmente dal gruppo la Cascina. Quando il pm chiede all’imputato  il motivo per cui questi spedì una brochure della SBS Consulting a Gerardo Addeo, Bravo spiega di non avere avuto alcun intento illecito: “Una brochure non si nega a nessuno”.

Infine, in relazione alle consulenze rilasciate dalla SBS Consulting in merito alla legge 231 l’accusa chiede all’imputato se Odevaine o i due fratelli Addeo gli abbiano mai parlato e Bravo non ricorda. Il pm fa presente al teste come Odevaine sul punto abbia in aula risposto affermativamente, e Bravo allora non esclude la circostanza. (cm)

Le dichiarazioni di Esposito

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Sempre il 6 febbraio ha reso spontanee dichiarazioni l’imputato Antonio Esposito, l’avvocato che gestiva la cooperativa COSMA dietro la quale si nascondeva come socio occulto e principale percettore dei redditi Massimo Carminati.

Esposito è un avvocato civilista esperto, ha offerto in passato anche consulenze nel ramo recupero crediti bancari e finanziari. Prima di gestire la Cosma si è occupato delle questioni legali afferenti all’attività commerciale Blue Marlin, riconducibile ad Alessia Marini compagna di Carminati. Si tratta del negozio di abbigliamento situato in corso Francia, via di Villa Severini, non molto distante da quel distributore Agip base logistica per le attività di Carminait & Co.


La collaborazione con la Marini

La collaborazione con la Marini inizia i primi mesi del 2012, avendola conosciuta qualche anno prima in occasione della stipula del contratto di affitto per i locali presso cui aveva sede la Blue Marlin. Marini gli rappresenta la crisi economica che la sua attività stava vivendo, come del resto tutto quel comparto industriale.

Le vendite erano precipitate e non riusciva più a sostenere i costi di gestione: affitti, fornitori, utenze. Di qui la decisione di cessare l’attività e l’esigenza di avere un professionista esperto in grado di gestire i vari contenziosi aziendali e commerciali. Questa fase l’avvocato Esposito la ricorda molto negativamente avendo coinciso con la separazione dalla sua ex moglie.

Nel 2013, malgrado le difficoltà, il legale ha gestito una serie di contenziosi nei confronti della AMC industries srl, la societa’ titolare dell’attività commerciale Blue Marlin’ di cui Marini era l’amministratore unico. Tra questi quello con Ferrari e Carrocci, i proprietari dei locali dove aveva sede Blue Marlin, per una morosità di 27 mila euro relativa ai canoni di locazione non pagati.

Quindi anche quello con la Scettro srl, società fornitrice di abbigliamento che vantava un credito per merci acquistate e non saldate, e con la Bruno’s spa, altro fornitore dal quale erano stati acquistati e non pagati alcuni capi d’abbigliamento. Stessa cosa per quanto riguardava la Sea srl e la Family Store srl.

In tutti questi casi l’avvocato Esposito ha concluso con la controparte un accordo transattivo a stralcio che prevedeva il pagamento di una parte del debito, secondo una percentuale che si aggirava intorno al 30-40%.

L’avvocato Esposito si è anche occupato di un decreto ingiuntivo da 21 mila euro notificato nei confronti della Banca Desio Lazio spa, la banca di appoggio della Marini. Tale somma veniva richiesta anche nei confronti dei genitori di ques’ultima,  il papà Romano e la madre Giacometta Colelli, essendo obbligati in solido quali garanti della sua esposizione bancaria.


La conoscenza di Carminati

Nel corso di queste vertenze Marini presenta all’avvocato Esposito il suo compagno, Massimo Carminati. Con quest’ultimo il legale si relazionerà più volte, sempre per motivi legati alle vicende del negozio. Esposito ha anche seguito la fase della liquidazione del Blue Marlin, preceduta dalla svendita e dalla successiva cessazione d’attività.

Esposito ricorda come Massimo Carminati si sia sempre comportato nei suoi confronti con educazione e correttezza. Il rapporto tra la coppia ed il legale si è sempre limitato ad un ambito strettamente professionale, non essendoci mai stato un contesto diverso in cui relazionarsi. Ne hanno mai avuto amicizie o frequentazioni in comune.

Il legale tiene a sottolineare la sua completa estraneità ai fatti ed alle persone coinvolti nel processo Mafia Capitale. Nel fare questo però ripercorre le difficoltà incontrate sul suo cammino professionale: il superamento dell’esame di abilitazione alla prima prova e successivamente  a costruzione di una professionalità elevata attraverso le consulenze prestate per conto di una società di recupero crediti bancari, la finanziaria Generale spa.


L’assunzione alla 29 giugno

Tra il 2011 ed il 2012, durante una riunione tra il suo collega Paolo Marano ed alcuni rappresentanti della cooperativa 29 giugno, Esposito viene a sapere che quest’ultima  stava cercando nuove figure professionali. Preso atto del posizionamento di mercato della cooperativa, nel 2012 il legale prende contatto con lo studio del ragionier Paolo Di Ninno, che sapeva essere il commercialista della 29 giugno, per fissare un colloquio di lavoro.

Durante l’incontro Di Ninno gli rivela che le pratiche che venivano affidate a legali esterni erano molto poche, ma al contempo che erano in cerca di alcune figure professionali per una delle loro cooperative, la COSMA. Si trattava del ruolo di presidente di questa piccola realtà cooperativistica che forniva servizi di giardinaggio, in appalto ed in subappalto, della quale lo stesso Di Ninno curava gli aspetti amministrativi e contabili.

Esposito avrebbe dovuto promuovere la crescita di questa piccola realtà’ occupandosi degli aspetti contrattualistici e di eventuali contenziosi legali. La remunerazione iniziale era di mille euro lordi, ma Esposito, che era più interessato alla possibilità di procacciarsi nuovo clienti, accettava ugualmente.


L’attività svolta per COSMA

I dipendenti della cooperativa erano in prevalenza giardinieri assunti con contratti a termine, la cui durata era commisurata a quella dei lavori che venivano commissionati. Dunque la possibilità di crescere professionalmente unita all’eventualità di acquisire nuova clientela rappresentavano le uniche motivazioni a spingere il legale ad accettare l’incarico di rappresentante della COSMA.

Formalmente l’inizio della sua esperienza con la COSMA risale al 30 giugno 2012.

Dalla lettura dello statuto sociale l’avvocato Esposito si rende però conto di come per poter rappresentare legalmente la cooperativa sarebbe dovuto diventare prima socio della stessa.

Per questa ragione, dopo essere stato nominato presidente dall’assemblea sociale, acquista una quota del capitale sociale pari a 100 euro.

L’inizio effettivo dell’attività della COSMA si ha dunque solo nella seconda metà del 2013, riuscendo a fatturare per quell’anno solo 58 mila euro. Attraverso una crescita costante la cooperativa arriverà nel 2014 a fatturare 200 mila euro.

Con l’esecuzione dei provvedimenti cautelari del 2 dicembre 2014, la 29 giugno subisce un provvedimento di sequestro giudiziario che influirà anche sull’attività della COSMA.

Come è emerso dalle indagini la COSMA è risultata essere beneficiaria di un affidamento diretto da parte del Comune di Roma, oltre ad un subappalto da parte della 29 giugno.


Le accuse mossegli

In merito al primo capo d’imputazione, la falsa fatturazione, Esposito fa notare l’evidente sottodimensionamento dell’attività, 200 mila euro di fatturato contro 94 mila di costi di gestione, tanto da non potersi permettere neanche una sede di rappresentanza ed essere obbligata a domiciliare fiscalmente l’attivita’ presso lo studio di Di Ninno, a fronte di un corrispettivo. Del resto anche i costi erano ridotti allo stretto indispensabile trattandosi di un’attività di giardinaggio.

In merito alle fatture emesse, l’imputato contesta l’accusa che esse siano false. A detta del legale esse sono state emesse a fronte di prestazioni lavorative e servizi effettivamente forniti a regola d’arte, mai contestati.

C’erano contratti di subappalto forniti da dipendenti e soci della COSMA, che sono stati regolarmente retribuiti, ed a cui sono stati versati i contributi previdenziali previsti dalla legge, secondo una gestione INPS separata che corrisponde a quella degli addetti ad attività agricola e al giardinaggio, ex SCAU. In relazione poi all’unico affidamento da parte del Comune di Roma, il TAR si è espresso per la sua legittimità, rigettando i ricorsi presentati dalle ditte concorrenti.

Gli stipendi sono sempre stati  versati regolarmente, tranne gli ultimi mesi per via delle vicende legate all’inchiesta giudiziaria Mafia Capitale.

Sul secondo capo d’imputazione, l’intestazione fittizia di quote, l’imputato fa notare come il suo acquisto di quote della cooperativa per un importo pari a 100 euro si sia reso necessario in quanto previsto dallo statuto sociale. L’art.26 infatti stabilisce che il legale rappresentante della cooperativa “può essere nominato solo tra i soci” e dunque la qualità di socio la si acquisisce solo con l’acquisto di una o più quote.


Rapporti tra Carminati e COSMA

Per quel che riguarda i rapporti tra la COSMA e Carminiati, Esposito fa notare come per tutto il periodo nel quale ha ricoperto la carica di legale rappresentante della cooperativa, Massimo Carminati “non si sia mai interessato direttamente o indirettamente della stessa, facendomi domande o chiedendomi qualcosa.

Mai la stessa è stata oggetto di conversazione o di interesse alcuno, mai ha fatto richieste o pressioni di alcun genere, ne mai mi ha fatto capire di avere interessi economici o di qualsiasi altro genere nella COSMA, ne mi ha mai chiesto di agevolare o favorire nessuno, o d’agire commettendo reati patrimoniali, tributari o finanziari“.

Anche volendo ammettere una partecipazione occulta da parte dell’ex NAR, l’imputato fa nuotare come tale ipotesi sarebbe subito da scartare “stante la peculiarità delle caratteristiche giuridiche della onlus e dai severi controlli ministeriali ai quali annualmente vengono sottoposti tali tipi di cooperative“.

Per quel che attiene infine all’assunzione di Alessia Marini da parte della COSMA, Esposito fa notare come fu Di Ninno a rilevare la circostanza secondo la quale l’aumentato volume di affari da parte della cooperativa creava l’esigenza di una persona che svolgesse funzioni di segreteria.

L’imputato aveva avuto modo di poter apprezzare la serietà e l’impegno professionale della Marini, oltre al fatto che da un punto di vista lavorativo apparteneva ad una categoria professionale svantaggiata, esattamente una di quelle caratteristiche promosse dalle cooperative sociali. (cm)

   

Ietto: “per me Salvatore Buzzi era un ottimo e affidabile imprenditore”

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Ha rilasciato spontanee dichiarazioni,  lo scorso 6 febbraio nel corso del processo Mafia capitale,  l’imputato Giuseppe Antonio Ietto, titolare titolare delle società Unibar ed Unibar 2, attive nel campo della ristorazione.

Nel corso della lettura Ietto ha ripercorso i punti salienti della sua esistenza, la laurea in ingegneria alla Sapienza e la trentennale attività imprenditoriale, prima nel campo edile e quindi in quello della ristorazione, con i genitori emigrati dalla Calabria. Senza tralasciare una condanna ad una pena pecuniaria per falso, rimediata nel 1999.

Particolarmente significativo l’episodio del tentativo di rapimento e dell’uccisione del fratello del padre, lo zio, nel 1971, per mano dell’anonima sequestri calabrese. L’episodio è valso al parente defunto dell’imputato anche una medaglia d’argento al valore civile. Questo per sottolineare, a modo di vedere di Ietto, “l’angoscia” con cui lui e la sua famiglia stiano vivendo un’accusa per mafia.


La RAI e l’ISS

Dal 2002 le società che fanno capo a Ietto gestiscono appalti nel campo della ristorazione collettiva, tra cui i bar delle sedi RAI di Roma e Torino, i bar e la mensa della protezione civile, quelli dell’Istituto Superiore della Sanità, il bar dell’Ospedale di Tor Vergata, il bar e la mensa degli studi cinematografici di Cinecittà. Tutti gli appalti citati, per i quali ha sempre dovuto esibire il certificato antimafia, tiene a precisare come non gli abbiano mai dato alcun tipo di problema, così come sottolinea di non avere mai avuto nessun socio occulto.


L’incontro al Blue Marlin

Venendo ai giorni più recenti, a luglio del 2012 l’imputato racconta di avere “rivisto” dopo tanto tempo Massimo Carminati, incontrandolo casualmente nel negozio Blue Marlin,  che non sapeva fosse gestito dalla sua compagna. A questo punto specifica di avere detto “rivisto”, precisando o accennando di avere conosciuto in precedenza l’ex NAR, anche se erano parecchi anni che non lo vedeva. Il Presidente Rosanna Ianniello chiede all’imputato “perché” lo conosceva.

Ietto, che prima sembrava sul punto di dire il motivo della sua conoscenza con il capo della ipotizzata associazione mafiosa, poi invece ci ripensa e risponde: “preferisco consultarmi con il mio avvocato“. Quest’ipotesi è prevista dal codice di procedura penale, trattandosi di spontanee dichiarazioni, tuttavia il Presidente sottolinea all’imputato che quando, nel corso di una dichiarazione, si apre un argomento nuovo rientra nella prassi circostanziare meglio le vicende a cui si fa cenno. L’imputato preferisce continuare nella lettura della dichiarazione, per poi, eventualmente tornare sul punto. Alla fine non vi farà più alcun cenno.


L’offerta alla 29 giugno

Mentre parlavano del più e del meno, Carminati gli racconta di essere diventato socio di una cooperativa. Al momento Ietto racconta di non avere prestato particolare attenzione alla circostanza, ma di averla presa in seria considerazione verso la fine del 2012, quando la sua azienda attraversava una fase di crisi. In quella circostanza Carminati gli propone di presentare un’offerta alla cooperativa 29 giugno, in relazione all’attività di fornitura pasti. Racconta l’imputato di avere chiesto all’epoca le referenze della cooperativa 29 giugno, e di avere saputo circa la sua ottima posizione commerciale, non solo a Roma e nel Lazio ma a livello nazionale: “per me Salvatore Buzzi era un ottimo e affidabile imprenditore“.

In merito a Carminati, pur conoscendo i suoi trascorsi con la giustizia, era certo che avesse scontato tutte le sue pendenze, tant’è che lo vedeva muoversi liberamente, senza alcun tipo di restrizione. Era anche libero di viaggiare all’estero, dal che ne dedusse che avesse la disponibilità del passaporto. L’imputato non poteva, allora, avere dei dubbi sul fatto che l’attività che Carminati gli proponeva fosse illecita, e del resto non gli veniva richiesta alcun tipo di percentuale o di corrispettivo.


Rapporti con la 29 giugno

I rapporti commerciali con la cooperativa 29 giugno sono durati due anni, senza mai alcun tipo di problema. Le prestazioni offerte gli sono sempre state regolarmente pagate, come previsto dai contratti o dalle fatture presentate.

Del resto questo è emerso anche dalla lettura dei libri mastri da parte degli inquirenti, nel corso della quale sono emerse solo due criticità che poi Ietto ha avuto modo di spiegare. Si trattava della circostanza secondo la quale, in sede di bonifico da parte della 29 giungo in favore della Unibar, al posto del numero della fattura saldata, nella causale, veniva indicato il numero di protocollo interno.


Mai dubbi sulla contabilità

L’imputato chiarisce di non essersi mai reso conto di come fosse gestita la contabilità ne di come venissero ripartiti gli utili all’interno della 29 giugno. Racconta di essere stato nella sede della cooperativa, in via Pomona, tre o quattro volte, di avere parlato con Salvatore Buzzi sempre per pochi minuti e di non avere mai avuto con lui alcun contatto telefonico. Ietto racconta di non avere mai preso parte alle riunioni svolte in cooperativa relative alla contabilità, ne di essere stato informato su di esse.

E quindi di non avere mai saputo, nell’ambito della contabilità complessiva, di eventuali accordi spartitori con Carminati. E’ solo dalla lettura delle intercettazione che l’imputato dichiara di avere appreso dei discorsi relativi alla sovrafatturazione ed in generale alla contabilità della Unibar2.

Ietto tiene e precisare di non avere mai effettuato sovrafatturazioni, ne emesso fatture per attività inesistenti e nemmeno di avere dato soldi in contanti a terze persone. Ietto chiude la sua dichiarazione specificando di avere “sempre fornito pasti, dietro regolare contratto, nella convinzione di essere stato introdotto da una persona che aveva leciti interesso con la cooperativa e nella convinzione di svolgere un lavoro lecito e certamente di non essere al servizio di un’ eventuale associazione criminale“.

E poi ancora: “non sono un imprenditore colluso: nonostante l’amicizia con Carminati e nonostante il rapporto commerciale con Buzzi non ho incrementato i miei affari, tant’è che, a fronte dei molteplici centri di accoglienza che aveva la 29 giungo, o anche altri enti che gestivano, che non erano centri di accoglienza che avevano al loro interno bar o mense, io non ho mai chiesto niente e loro non mi hanno mai offerto niente, tant’è che in un centro di accoglienza sono stato anche estromesso e sostituito da un’altra ditta che forniva pasti, solo perché avevano fatto un’offerta economicamente e più vantaggiosa“.


Un imprenditore autonomo e indipendente

Cita l’imputato anche le testimonianze rese nel corso del processo da Stefano Maggi e da Giuseppe Basso, dalle quali emergerebbe, sempre a suo dire, la sua caratteristica di imprenditore indipendente, come mostrato dai due contratti assunti senza alcun tipo di agevolazione ne conoscenza nel periodo in cui collaborava con la 29 giugno.

Si riferisce in particolare ai contratti assunti con la Metodo per la gestione del bar dell’ente Consap e con la Cine District Entertainment srl, presso Cinecittà, di cui l’amministratore delegato era quel Giuseppe Basso a cui facevamo cenno.

Precisa a questo proposito Ietto che la percentuale del 20 % a cui fa riferimento in una conversazione con sua moglie intercettata dal ROS all’interno della sua auto, altro non era che la royalties sui ricavi da riconoscere alla società di Basso, così come indicato dal contratto. L’altro riferimento che viene fatto, sempre nelle intercettazioni, a Castel Romano, ha a che fare con la sede della società di Basso, situata proprio a ridosso dell’outlet e di fronte al campo nomadi.


L’associazione non conveniente

Ripete Ietto come la partecipazione ad un’associazione criminale avrebbe dovuto comportargli guadagni sostanziosi, in assenza dei quali non se ne capisce lo scopo, mentre in realtà una delle due società a lui riconducibili è addirittura fallita.

In merito alle utenze dedicate l’imputato tiene a sottolineare di non avere mai avuto la consapevolezza che Carminati e gli altri ne facessero uso, ne del resto lui aveva interesse a nascondere la sua attività. Gli argomenti di cui parlava con Carminati hanno sempre riguardato attività di lavoro lecito. Non ha mai avuto in rubrica il numero di telefono del distributore di corso Francia e del resto il rapporto di amicizia che aveva con Roberto Lacopo è sempre stato molto superficiale, non avendo tratto da esso alcun tipo di utilità, né, del resto, Lacopo ha ricevuto utilità da lui. Era solo un cliente come tutti gli altri, così come emerso dalla vicenda dei pneumatici, per i quali il prezzo da lui pagato è risultato essere tutt’altro che conveniente. Anche in relazione al concessionario di auto di Luigi Seccaroni, dal quale ha acquistato due auto aziendali, l’imputato dichiara di non avere mai ottenuto alcun tipo di vantaggio, sia nella forma di sconto che in quella del trattamento particolare.


Le “eventuali” imprese commerciali con Carminati

Riguardo invece a iniziative imprenditoriali in comune con Carminati o con altri componenti del sodalizio indagato, l’imputato dichiara di non avere mai progettato né l’acquisto di terreni, ne la realizzazione di centri di cottura o cucine. E qui Ietto cita il progetto del giugno 2014 di realizzazione di una cucina all’interno della sezione femminile del carcere di Rebibbia, in relazione al quale riferisce di essere stato contattato da Carlo Guarany, collaboratore di Buzzi.

L’imputato racconta come l’oggetto della collaborazione fosse la fornitura di una consulenza, vista la sua conoscenza in materia. Consulenza che del resto Guarany ha chiesto anche agli altri fornitori di pasti della 29 giugno.

Precisa l’imputato di non avere mai “proposto ne realizzato affari con Massimo Carminati al Punto Verde qualità dell’Olgiata, ne mai Massimo Carminati ha aperto un’attività al Punto Verde Qualità dell’Olgiata“.

E ancora: “Non ho mai intavolato trattative o mandato Massimo Carminati al posto mio ad intavolare trattative per nuove attività commerciali al Punto Verde Qualità dell’Olgiata. D’altra parte gli eventuali interlocutori erano i miei parenti, con i quali avevo ed ho un ottimo rapporto“.   

Ho assunto – prosegue Ietto – Michela Carminati per le sue competenze professionali, come si evince dal suo curriculum vitae che è stato depositato, e come dichiarato dallo stesso teste (Maresciallo) Cipolla nell’udienza del 4.02.16. Preciso che la Carminati era stata assunta con un contratto a progetto per un tempo determinato di sei mesi. Rivendico in tutti i casi la mia totale autonomia nel gestire e assumere il personale, come del resto emerge dalle intercettazioni del 6.03.13 e del 11.03.13)“.

Infine l’imputato conclude affermando di non essere mai stato informato, neanche a titolo confidenziale “di eventuali episodi estorsivi, minacce, corruzione o di qualsiasi altri tipo di reato, ne da Carminati né dai pochi altri imputati che ho avuto modo di conoscere“. Riconosce, da ultimo, come l’unico coimputato che già conosceva in precedenza fosse, appunto, Massimo Carminati. (cm)

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