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Claudio Meloni

Pecorelli e l’omicidio Moro

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L’arresto di Izzo

Il 15 settembre 1993 viene arrestato in Francia Angelo Izzo, evaso ad agosto di quello stesso anno dal carcere di Alessandria, dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Rosaria Lopez ed il tentato omicidio di Donatella Colasanti. Nell’ottobre del 1975, insieme ad Andrea Ghira e Gianni Guido, durante un festino Izzo stuprò e seviziò le due ragazze. Il corpo della Colasanti, creduta morta, venne abbandonato nel bagagliaio dell’auto di uno dei tre, dove venne scoperto da alcuni passanti accorsi al richiamo dai lamenti della ragazza. I tre omicidi si erano fermati a mangiare al ristorante.

Durante la detenzione Izzo era diventato collaboratore di giustizia. Tra le varie rivelazioni fatte ai magistrati ci sarebbero anche quelle sul ruolo avuto dalla Banda della Magliana nell’omicidio Pecorelli. Del resto, anche la compagna del giornalista ucciso, Franca Mangiavacca, aveva riconosciuto nel falsario della Banda, Tony Chicchiarelli, l’uomo che li aveva seguiti nei giorni che precedettero l’omicidio.

La fuga di Izzo dal carcere di Alessandria sarebbe avvenuta il giorno prima di essere ascoltato dai magistrati romani sull’omicidio del direttore di OP. Izzo era sottoposto ad un regime di semilibertà e secondo gli investigatori la sua fuga sarebbe legata o ad un atto di pura follia o, in alternativa, ad una reazione nei confronti di pressioni o intimidazioni subite.


Il testimone mai ascoltato

Oltre ad essere il cugino di Mino Pecorelli ed il factotum della redazione di OP, Umberto Limongelli è stata l’ultima persona ad avere visto il giornalista in vita. Il giorno dell’omicidio, quel 20 marzo 1979,  lo aveva incontrato alcune ore prima nella redazione di via Orazio. Qui Limongelli avrebbe ricevuto dal direttore una busta sigillata contenente le bozze di quella che avrebbe dovuto essere l’ultima edizione della rivista. Ultima edizione che però non vedrà mai la sua pubblicazione. Secondo le parole di Pecorelli si sarebbe trattato di materiale esplosivo, che però avrebbe sicuramente causato delle conseguenze.

Il pm che indagò sull’omicidio del giornalista, il dott. Domenico Sica, convocò diverse volte Limongelli in Procura, senza però mai sottoporlo ad interrogatorio. A sentirlo in via ufficiale sarà infatti la Direzione Investigativa Antimafia l’11 aprile 1994. Quindici anni dopo. Altro mistero da chiarire è la sorte del plico contenente le bozze da pubblicare. Limongelli racconta di averlo consegnato non al solito collaboratore della tipografia Abete, dove veniva solitamente stampato il settimanale, ma ad un individuo mai visto prima, la cui identità non è stata mai stabilita. Anche in questo caso la Procura non ha ritenuto necessario perquisire la tipografia ne tanto meno identificare tale collaboratore.


L’identikit dell’assassino

Nell’udienza del 2 ottobre 1996 del processo Pecorelli, a Perugia, viene ascoltata come testimone  la sorella della vittima, Rosita Pecorelli, di professione funzionaria di una compagnia di assicurazioni.

La donna racconta come suo fratello non fosse quel cinico ricattatore che hanno voluto far credere. Egli non era particolarmente ricco, fatta eccezione per una villa in rovina, una piccola barca ed una decina di milioni custoditi in banca. Dunque la sorella della vittima si domanda come Franca Mangiavacca, compagna dio vita oltre che segretaria di Pecorelli sia ora in grado di mantenere un tenore di vita molto elevato.

Il giorno dei funerali del giornalista l’ex compagna della vittima disse di fronte alla madre di questi: “E’ arrivato l’Arcangelo Gabriele e ci ha fatto questa grazia che Mino è finito così. Perchè poteva andare anche peggio“. La testimone non si riesce a spiegare come mai gli investigatori non abbiano cercato un misterioso testimone, il cui identikit venne disegnato il 21 marzo 1979, ma che solo in aula è saltato fuori. Il disegno ritrae un uomo molto somigliante a quello da lei visto per ben due volte il pomeriggio del giorno dell’omicidio.


I legami tra gli omicidi Moro e Pecorelli

Già un anno prima delle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Marino Mannoia, nel corso delle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli erano emersi legami con il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978.

Le indagini sulla morte del direttore della rivista OP sono condotte dal giudice istruttore Francesco Monastero, titolare anche di quelle relative all’omicidio Chicchiarelli, avvenuto a Roma il 28 settembre 1984. Le risultanze relative alle prime indagini hanno mostrato come sia stato proprio il settimanale OP a pubblicare le prime lettere inviate da Moro durante la sua prigionia. Le missive, ancora inedite, appariranno nell’edizione del settimanale del 24 ottobre 1978.

Le copie di quelle lettere erano state trovate all’inizio di quello stesso mese, casualmente, nel covo delle BR di via Monte Nevoso a Milano. Nell’articolo interno, dal titolo “La Penisola nella spirale”, si parla di memoriali veri e di memoriali falsi. Nel testo il giornalista lascia intendere di essere in possesso di una copia integrale del memoriale scritto da Aldo Moro, uguale a quella ritrovata nel covo di via Monte Nevoso. A consegnargliela sarebbe stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di cui era molto amico.


Segreti inconfessabili

Nel numero del settimanale OP con la data della morte del suo direttore si parla ancora di Aldo Moro nell’articolo dal titolo: “Aldo Moro, un anno dopo il mistero della Duchessa”. Il riferimento è al comunicato numero sette delle BR, quello che informava della presenza del corpo dello statista democristiano sul fondo del lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le indagini avevano mostrato come l’autore di quel documento fosse il falsario della Banda della Magliana Tony Chicchiarelli.

Nel corso di tutta la vicenda Moro, Pecorelli aveva mostrato di avere informazioni e fonti interne ai Servizi. Ed è proprio a pochi giorni dal ritrovamento del corpo dello statista democristiano che il giornalista lancia messaggi forti sia sul luogo in cui si trovava la prigione, che sul chi e sul perchè lo aveva rapito. “I rapitori di Aldo Moro – scrive Pecorelli in un suo articolo del 2 maggio 1978 – non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stavano tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane…“. (cm)

Se il mondo di sopra truffa il mondo di sotto

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Nell’udienza del 29 marzo Massimo Carminati ha affrontato il tema dei lavori al campo rom di Castel Romano e del ruolo avuto in tale ambito da Agostino Gaglianone, meglio noto come Maurizio.

In quel periodo l’ex NAR stava scontando un periodo di tre anni di libertà’ controllata per la condanna definitiva relativa all’associazione alla Banda della Magliana. Tale periodo, che sarebbe terminato nel settembre 2011, lo stava trascorrendo presso il negozio di Alessia Marini, il Blue Marlin.

Fino ad allora il pirata racconta di non avere avuto una grossa autonomia di movimento, essendo controllato a vista dalle forze dell’ordine, come prevede il particolare regime al quale era sottoposto.

Nella seconda metà di settembre Carminati conosce Salvatore Buzzi. A metterli in contatto sarebbe stato Riccardo Mancini, amico comune, avendoli conosciuti entrambi durante un periodo di comune detenzione  presso il carcere di Rebibbia, intorno alla metà’ degli anni novanta. Il motivo dell’incontro sarebbe stato una richiesta di lavoro a Mancini da parte dell’ex NAR.

Quest’ultimo racconta di come Mancini dirigesse l’ente EUR e dunque a suo parere in grado di aiutarlo a trovare un’attività lavorativa: “Certo io non è che chiedevo a Riccardo di fare un lavoro a stipendio – racconta il pirata – Io chiedevo qualche lavoretto che avrei potuto fare, secondo quelli che erano i miei mezzi e le mie possibilità. Lui mi mette in contato con Salvatore, perché Salvatore era una persona che aveva una grande cooperativa di ex detenuti. Salvatore è uno che adesso si è tagliato tutti i ponti dietro“.

Ne parla, come suo solito, un po’ sopra le righe l’ex NAR, ma Salvatore Buzzi viene descritto come una delle persone più importanti di Roma: “Io sono stato onorato di avere conosciuto Salvatore Buzzi, perché ho conosciuto una persona di uno spessore altissimo. Cioè quando lui (Mancini) m’ha presentato quello (Buzzi), secondo me era una persona superiore a quasi tutti gli imprenditori romani, per quello che aveva creato”. E aggiunge: “Perché nessuno ha creato quello che ha creato lui. Poi si sviluppa l’affare dell’EUR“.

Si riferisce qui al primo subappalto vinto dalla Cosma, la cooperativa affidata da Buzzi a Carminati.

Tornando all’ affare del campo rom di Castel Romano, il primo cantiere che Buzzi affida all’ex NAR, Carminati spiega: “ll rapporto con Salvatore si consolida quando ci conosciamo perché, comunque sia, lui è una persona alla mano, una persona simpatica. Cioè, io c’ho un grande legame con lui, gli voglio molto bene. Quindi ci siamo in qualche maniera legati subito.

Quindi quando lui – riferendosi a Buzzi spiega il pirata – si è trovato nell’emergenza di dover fare il campo nomadi richiestogli dal Sindaco (Gianni Alemanno), perché io mi ricordo questo mi disse lui: guarda il Sindaco vuole che facciamo questo campo nomadi. E lui mi dice: guarda c’hai un costruttore, qualcuno che possa fare questo lavoro? Ed io gli ho risposto: va bene, adesso vediamo, fammi vedere un po’ intorno“.

Aggiunge poi l’ex NAR: “Però mi dice subito che il suo architetto aveva per questo lavoro un budget di, credo, 500 mila euro“.

Carminati chiede a Buzzi un po’ di tempo e si rivolge a Maurizio Gaglianone che all’epoca era il suo vicino di casa a Sacrofano  (l’ex compagno della sua vicina, la sig.ra Ottaviani).

Gli accordi con il costruttore, così come Buzzi aveva stabilito, prevedevano che Carminati si sarebbe occupato della parte impiantistica del campo, mentre Buzzi avrebbe seguito le operazioni di posa delle casette prefabbricate per i rom.

Buzzi, racconta l’ex NAR, aveva predisposto un certo preventivo che prevedeva, per la parte relativa agli impianti, una spesa di 500 mila euro. Quando poi si arriverà alla fase esecutiva vedremo come i costi saranno completamente diversi. Però, spiega l’ex NAR, se Buzzi avesse dato il progetto ad un geometra anziché ad un architetto, sicuramente avrebbe risparmiato almeno 100 mila euro.

Perché quello non era un lavoro da mezzo milione di euro – chiarisce Carminati – era un lavoro che poteva costare quattro piotte (400 mila euro) proprio ad esagerare“.


Se il mondo di sopra non paga il mondo di sotto (e lo truffa)

Dunque Carminati si rivolge a Gaglianone per chiedergli la disponibilità per la realizzazione delle opere impiantistiche del campo rom. Chiarisce sul punto l’ex NAR: “Quindi ero io, io ero il committente per Gaglianone. Ero quello che rappresentava la cooperativa, e quindi Gaglianone ha trattato solo ed esclusivamente con me, per quanto riguarda i costi, per quanto riguarda i pagamenti, per quanto riguarda tutto quello che ha riguardato la costruzione del campo rom“.

All’atto del primo sopralluogo a Castel Romano, che Carminati effettua assieme a Gaglianone, l’oggetto della discussione non è mai stato quello dei costi per i lavori. Era quello un periodo di crisi nera per la Imeg di Gaglianone. Sebbene in passato avesse fornito un grosso contributo all’edificazione di Sacrofano, Gaglianone era stato costretto a licenziare diversi dipendenti a causa delle difficoltà in cui versava tutto il settore dell’edilizia. E le prospettive non erano affatto positive. In quel momento i magazzini della Imeg erano pieni di materiale edile che non riusciva a smaltire.

Il primo preventivo che Gaglianone fa su indicazioni del Pirata e’ di 110-120 mila euro, escluse le opere elettriche. Naturalmente, pensando al suo personale profitto, Carminati non dirà a nessuno del costo effettivo di quei lavori. Questa è la stessa versione che Gaglianone ha fornito durante la sua audizione.

Quando si andrà a lamentare con il direttore amministrativo della 29 giugno, Paolo Di Ninno, l’ex NAR si guarderà bene dal dirgli di avere speso complessivamente 320 mila euro o poco più. Gli dirà invece, così come riferirà a Buzzi, di avere anticipato 500 mila euro, cifra che, a causa del bilancio fuori esercizio, il sindaco Alemanno non gli rimborsava. “C’aveva fatto fa un lavoro e non ci pagava” spiega l’ex NAR.

E ancora: “Nel mondo di sotto ste cose non esistono, giusto nel mondo di sopra possono esiste. Che te fanno fa un lavoro e nun te pagano. E te truffano“.

Spiega Carminati di avere anticipato quei 320 mila euro, necessari ad eseguire i lavori di allargamento del campo di Castel Romano, attingendo dalla sua personale provvista: “Io quel lavoro l’ho pagato 320 mila euro, l’ho pagato con la mia provvista che avevo dentro la cooperativa (Cosma), che veniva dai soldi del lavoro dell’EUR. Io quindi senza mettere una lira, senza dare una lira di anticipo a Gaglianone, senza dargli soldi in nero e senza ricevere nulla da lui, lui fatturava Eriches, Eriches lo pagava, e internamente Di Ninno scalava dal conto Carminati (Cosma) i pagamenti eseguiti dalla Eriches. Questa è stata la storia“.

Dunque, di fatto Gaglianone veniva pagato con i soldi della Eriches. Non sapeva e non poteva sospettare Gaglianone che in realtà i soldi con cui veniva pagato provenissero dalla provvista di Massimo Carminati. Questo perché nessuno, neanche dentro la 29 giugno, fatta eccezione per Buzzi e Paolo Di Ninno, sapeva che Carminati dispondesse di una provvista all’interno della Cosma: “Quella era una cosa privata – spiega Camminati – era una cosa privata che non sapeva nessuno“.

E aggiunge, per essere più chiaro: “Io del campo rom ho parlato solo con Salvatore Buzzi“. Il Ricavo di Carminati dall’operazione Castel Romano era inizialmente pari a 500 mila euro, che poi diventeranno 720 mila: “Quello era il budget – 500 mila euro – ci stava un guadagno sopra, io dovevo guadagnare 140 mila euro sopra i 500, che poi sono diventati 700“.

Riguardo poi alla sua percentuale di utili ed ai pagamenti effettuati da Roma Capitale, Carminati spiega: “Sono stato pagato in 20 mesi a 35 mila euro. Cioè, i soldi stanno ancora dentro la cooperativa (Cosma). I soldi sono dello Stato insomma. Io dalla cooperativa ho preso 150 mila euro in tutto“.

Dunque l’operazione di Castel Romano è stata posta in essere da Carminati a costo zero, vale a dire senza tirare fuori un euro.

E questo perché il pirata avrebbe reinvestito i ricavi derivanti dal subappalto dell’EUR per pagare sia Gaglianone per i lavori al campo rom, che la Unibar di Giuseppe Ietto per i pasti dei minori non accompagnati (MISNA).

Però non ho fatto niente di illecito – chiarisce Carminati in relazione alle attività poste in essere –  avvocato, non ho fatto niente di illegale. Cioè, non ho fatto assolutamente niente di illegale. L’unica illegalità era quella della mia condizione in cui dovevo nascondere i miei proventi, anche se fossero legali“.

E spiega ancora l’ex NAR: “Se io non avessi avuto sulle spalle la parte civile che voleva 20 miliardi, io mi sarei aperto partita IVA e tutte queste cose sarebbero ufficiali, e c’avrei anche pagato le tasse“.

E conclude: “Purtroppo non l’ho potuto fare perché mi ci vorrebbero venti anni di lavoro per poter pagare la parte civile del furto al caveau del Tribunale di Roma“.

Dunque questo spiega il motivo – secondo l’avvocato Naso – per il quale i conti della Cosma e quelli relativi a tutte le attività imprenditoriali da essa poste in essere verranno indicati nella contabilità in nero gestita da Paolo Di Ninno.


I mancati pagamenti da parte dell’Amministrazione capitolina

Carminati ribadisce come Buzzi fosse a conoscenza di questa sua esigenza di nascondere non solo i propri beni intestati ma anche i redditi. Ed è per tale ragione che gli propone di creare una cooperativa sociale, nella quale l’ex NAR non avrebbe in alcun modo figurato. A gestire la Cosma verrà infatti nominato l’avvocato Antonio Esposito, un professionista capace che aveva seguito Alessia Marini nella chiusura della sua attività commerciale.

Cosma opera per conto dell’imprenditore Carminati, disponendo di un suo conto corrente ed emettendo fatture ad essa intestate.

La cooperativa è in pratica lo strumento attraverso il quale l’ex NAR potrà svolgere attività di impresa in maniera occulta, senza dovere restituire i soldi richiesti dalle parti civili per il furto al caveau.

Ci tiene comunque a chiarire Carminati di non avere dato ne di avere ricevuto una lira da Maurizio Gaglianone: “Però voglio dire una cosa: non ho mai dato una lira a Maurizio Gaglianone e Maurizio Gaglianone non ha dato mai una lira a me“.

E aggiunge quindi: “Con Maurizio Gaglianone l’unica cosa illegittima che ho fatto è avergli fatto tenere i soldi in nero per l’acquisto della casa della mia compagna, di Alessia Marini. Solo quello. Maurizio Gaglianone non ha mai fatto nulla di illegale per me“.

Di fatto, dei soldi che avrebbe dovuto prendere, il pirata ha preso solo una minima parte. Del milione e 400 mila euro che gli sarebbero spettati per i quattro cantieri che stava gestendo attraverso la Cosma (Castel Romano, EUR spa, gestione del verde in 4° Municipio ed il Misna che aveva realizzato nel 2013) egli avrebbe preso solo 150 mila euro. Il resto spiega l’ex NAR come siano riamasti nella cooperativa. Questi soldi Carminati avrebbe proposto di dividerli oltre che al suo amico Fabrizio Testa, anche a Buzzi e Di Ninno. Questi ultimi avrebbero però declinato l’offerta, in quanto si consideravano dei semplici dipendenti della cooperativa.

Carminati riferisce come i costi di manutenzione relativi a Castel Romano, pari a seimila euro, fossero sovradimensionati. I costi effettivi ammontavano infatti a tremila euro, e gli altri tremila sarebbero finiti a Gaglianone in detrazione, rispetto ai ricavi relativi ai lavori che aveva svolto per quel campo rom. Anche quei soldi  l’ex NAR non li ha mai incassati .

Quando viene affrontato il tema del pagamento dei lavori eseguiti, Carminati si scalda: “La truffa da parte del Comune, la truffa. Quei truffatori del Comune di Roma sono dei truffatori, dei truffatori“.

E aggiunge: “Perché hanno fatto fare un lavoro sapendo bene che non l’avrebbero pagato. Tutti quanti sono dei truffatori. Cioè questo è il mio modo di pensare rispetto al Comune di Roma, rispetto ad Alemanno, rispetto a tutti quanti“.

Il pirata spiega come questi mancati pagamenti dimostrano l’assenza di un privilegio a suo vantaggio, nei confronti di tutti gli altri fornitori e debitori dell’Amministrazione: “Presidente, questa è la prova, mi deve credere, è la prova che io non conosco il sindaco Alemanno e che non conosco Lucarelli (Antonio il suo capo segreteria). Perché sennò sarei andato a buttargli giù la porta a calci, perché a me mi avevano rubato soldi“.

Racconta Carminati di avere conosciuto Lucarelli solo in aula, e di non averlo mai visto prima. Lucarelli ha riferito durante il suo esame di avere subito un danno dalla sua supposta conoscenza con l’ex NAR.

E aggiunge: “Non conoscevo nè Lucarelli nè Alemanno, dei quali non ho nessuna stima“. Spiega il Pirata come nel mondo dal quale proviene gli impegni presi vengano rispettati: “Questi del mondo di sopra, che sono tutte anime belle, sono tutti talmente precisi, Presidente, sono tutti truffatori, tutti sòla. Questa è la verità. E al Comune di Roma erano dei sola”. E poi riferito all’ex sindaco Ignazio Marino: “E poi, con continuità, il Sindaco dopo era un sòla pure lui. Tutti sòla, Presidente“.

E aggiunge: “Ma come può funzionare un Paese in cui il nuovo sindaco non risponde di quello che ha fatto il vecchio sindaco. Ma di che stiamo parlano. Il mondo, sarà che io lo vedo molto più semplice. Il mondo è semplice, il mondo di sotto è molto più semplice. Dove stiamo noi è tutto molto più semplice“.


L’intervento di Testa

E qui entra in scena Fabrizio Testa. Suo e’ il compito di curare i rapporti con l’amministrazione, per ottenere quei pagamenti che spettavano a Carminati e soci ma che non arrivavano.

Rispetto alle anime belle, rispetto al mondo di sopra – spiega l’ex NAR – a Maurizio Gaglianone gli avevo promesso che l’avrei pagato. A tutti i costi l’avrei pagato, con i soldi miei. Io quei soldi li avrei persi, quindi quei 320 mila euro io l’avrei persi“.

E aggiunge: “Ecco perché ho cominciato ad agitarmi pure io quando capisco, quando vedo Buzzi preoccupato dal fatto che non c’avrebbero più pagato. Quindi a quel punto chiedo a Fabrizio (Testa) l’amico mio, e gli dico: senti, parliamo con Gramazio, con Luca, che avevo conosciuto da un mese, me l’aveva presentato Fabrizio da Vanni. Parliamo con Luca e vediamo se può fare qualcosa. Lui era il capogruppo, io ho pensato che magari…“.

E Carminati prosegue nel racconto: ” E siamo andati, io e Salvatore, a parlare a piazza Tuscolo con Luca Gramazio. Ho approfittato anche che c’era il padre (Domenico Gramazio), ho salutato il padre che non vedevo da tanti anni, una persona a cui voglio tanto bene e col quale mi scuso per avere messo nei guai il figlio..“.

E ancora: “E poi sono riandato, sono andato a portare un crono programma di tutta questa storia allo Shangri Là, sempre a Luca Gramazio. Però poi ho visto che questi non facevano niente. Buzzi aveva capito da subito che questi non facevano niente“.

Ma il supposto sodalizio non si perde d’animo ed anzi, malgrado le difficoltà, aveva gia’ predisposto dei piani di riserva: “Salvatore c’aveva il piano A, il piano B, il piano C, il piano D, il piano E. C’aveva cinque piani contemporaneamente. Era un martello pneumatico. Io non ho mai visto una persona con le sue capacità nel risolvere queste questioni, era una macchina da guerra. Quando decideva che doveva risolvere una questione, la risolveva.

E quindi non si rivolgeva soltanto ad una persona, si rivolgeva a tutti quelli che conosceva per risolvere il problema, contemporaneamente. Grandissima capacità, io ho una grandissima ammirazione per lui, ecco perché gli voglio bene“.

Chiarisce anche l’ex NAR i suoi rapporti con gli uomini dell’amministrazione Alemanno, raccontando di avere conosciuto solamente Riccardo Mancini, con il quale aveva trascorso un periodo di comune detenzione, e Luca Gramazio, del quale conosceva molto bene il padre Domenico, amico di famiglia. Specifica anche di non avere mai conosciuto Gianni Alemanno, ed in particolare di non avere mai trascorso con lui periodi di comune detenzione nel carcere di Rebibbia.

Si dice sicuro di come il pm Luca Tescaroli abbia controllato i rispettivi certificati di detenzione, potendo verificare quindi come i periodi detentivi dei due non corrispondano, e spiega: “Gente come Alemanno non la mettevano vicino a noi, perché noi eravamo, come dice Buzzi che ha fatto questa distinzione, dei neofascisti che avevamo scelto una strada e Alemanno aveva percorso una strada istituzionale. Quindi non potevano essere messi assieme a noi. Sarebbero successe magari delle brutte scaramucce dentro al carcere, se c’avessero messo vicino gente del genere“. (cm)

Carminati:”I motivi dell’indagine li appresi dai giornali”

Mafia capitale

Ancora nell’udienza del 29 marzo Carminati racconta di come fosse consapevole, sulla base dell’ esperienza passata, come dopo o contestualmente ai pedinamenti fosse stata avviata dagli inquirenti un’attività intercettiva nei suoi confronti: “Se lo fanno, lo fanno insieme, se no cominciano con le intercettazioni e poi arrivano ai pedinamenti“.

Chiarisce meglio l’ex NAR: “Vuol dire che c’è un’indagine in corso. Quando tu ti rendi conto che sei pedinato, c’è un’attività della Procura che ti fa pedinare, e quindi vuol dire che tu sei indagato per qualche cosa“.

Carminati passa quindi a spiegare il senso dei telefoni dedicati, così chiamati dalla Procura poiché utilizzati dall’ex NAR per comunicare in modo esclusivo con  singole persone, al fine di eludere l’attività di intercettazione.

Si trattava di modelli economici di GSM che venivano cambiati ogni mese, inclusa la scheda SIM. “Quando ho visto, verso la metà del 2012 che l’attività si faceva sempre più pressante – riferisce l’ex NAR – che c’era un continuo controllo in questo senso, che qualunque persona mi si avvicinava – riferendosi a tutte quelle persone estranee – arrivava una macchina dall’altra parte della strada e faceva le fotografie“.

Con queste parole il Pirata  lascia intendere di avere intuito come non si trattasse di un normale controllo. Secondo Carminati l’indagine coinvolgeva tutte le persone che entravano in contatto con lui. Da qui l’esigenza di “tutelarle” . “Quindi io mi sono posto il problema – spiega l’ex NAR – anche di tutelare le persone che mi si avvicinavano. Cioè, dovevo per forza tutelarle, io non potevo non farlo“.

Dunque i tentativi di evitare l’attività intercettiva avevano lo scopo, secondo il Pirata, di tutelare le persone a lui vicine: “Allora ho cominciato ad avvisare i miei amici che avrebbero potuto avere problemi se mi vedevano, se mi frequentavano“.

Molti di questi, nonostante fossero stati avvisati, hanno continuato a frequentare il Pirata. Altri invece hanno preferito non avere più rapporti con lui, evitando così le conseguenze dell’inchiesta e del processo in corso.


Il lavoro con Buzzi e gli altri

L’esigenza di tutelare i suoi interlocutori abituali Carminati l’ha avvertita principalmente con i suoi contatti di lavoro: “E io a quel punto ho cominciato a dire alle persone con cui in quel momento avevo dei contatti d’un certo tipo, intendo i contatti economici. Di contatti economici io ce ne avevo soprattutto con Salvatore Buzzi, e in quel momento, a causa del mio lavoro, con l’ente EUR, con Carlo PucciCarlo era mio grandissimo amico, era un mio fratello. Carlo è mio fratello, gli voglio un bene dell’anima“.

E prosegue: “E quindi io mi sono posto il problema, per quanto riguardava sia Pucci che Buzzi, di dargli un telefono dedicato se volevano parlare con me, se mi avessero cercato“.

E ancora: “E anche l’ho fatto con Testa. Testa per un motivo diverso però, inizialmente, perché lui stava facendo politica ed ho pensato: se gli attacco la lebbra pure a Fabrizio, perché Fabrizio comunque è impegnato in un’ attività politica. E per questo gli ho dato un telefono dedicato” conclude Carminati.

Altro ma non ultimo motivo per cui Carminati è ricorso ai cellulari dedicati era rappresentato dalla necessità di non fare sapere agli organi inquirenti quale fosse la sua ricchezza e soprattutto i beni a lui intestati: i “cespiti”. Questo perché a seguito del colpo al caveau di piazzale Clodio Carminati è stato condannato alla restituzione di una cifra che si aggirerebbe intorno ai venti milioni di euro: “Non volevo rendere noti i miei cespiti, i miei introiti, i miei guadagni in quel momento, perché mi stavo aspettando la richiesta del risarcimento di parte civile del furto al caveau“.

Di seguito: “Era una somma enorme, erano venti miliardi. Ma che gli do venti miliardi?“.

E aggiunge: “Ma quindi che faccio, vado a lavorà, lavoro per dargli venti miliardi, ma non scherziamo. Nascondo i soldi rubati e gli do i soldi lecitamente guadagnati? Ma non scherziamo“.

Conclude: “E da qui i telefoni dedicati“.

Si evince da queste parole l’esigenza da parte dell’ex NAR di avere, dall’attività imprenditoriale intrapresa in società con Buzzi, esclusivamente proventi in nero, e cioè contanti non tracciati: “io i soldi li posso avere solo in contanti o in nero – spiega Carminati –  oppure piazzati in maniera che non vengano ricondotti a me“.   


 

I rapporti con la 29 giugno

Dunque la necessità di utilizzare i telefoni dedicati interviene quando Carminati entra in affari coni Buzzi: “Io poi Salvatore Buzzi lo conosco a fine 2011 – spiega l’ex NAR – nel pieno di questa indagine e ancora non avevo però contezza di quali potessero essere i motivi. Io i motivi piano piano li ho capiti dagli articoli dei giornali, sostanzialmente“.

A questo punto il Pirata esprime una valutazione sommaria dell’indagine condotta dalla Procura di Roma contro il sodalizio di cui lui sarebbe alla guida: “certamente sono rimasto un pò stupito quando poi mi hanno arrestato che una era la mafia del benzinaio e quell’altro era per i rapporti con la cooperativa“.

E aggiunge ancora: “rapporti con la cooperativa: quando mi pedinavano io ci andavo tranquillamente. Io non pensavo che potesse essere la cooperativa uno dei motivi di questa indagine“.

L’ex NAR aveva comunque la consapevolezza dell’esistenza di un’indagine nei suoi confronti, tanto da sapere già di avere microspie piazzate nella sua auto: “Io tante volte li ho visti appresso a me, sapevo magari che dentro la macchina c’avevo la microspia e andavo tranquillamente alla cooperativa“.

E poi torna sul tema dei telefoni dedicati, assumendosene la piena responsabilità: “La storia dei telefoni dedicati è stata un’idea mia, solo mia, subita obtorto collo da tutti perché mi prendevano per un pazzo, un visionario. Dicevano: guarda quel deficiente di Massimo che ci rompe le palle con questi telefoni“.

Chiarisce meglio: “Non li voleva nessuno, se li scordavano, li perdevano, li perdevano dentro la macchina, li tenevano spenti. Quindi era una cosa perfettamente inutile“.

Dunque il pirata fa capire alla Corte come l’idea dei telefoni ad hoc per aggirare le intercettazioni fosse poco gradita dai suoi stessi sodali Buzzi, Pucci e Testa: “Era una cosa che era insopportabile per loro“.

E aggiunge come questa sua strategia fosse percepita dagli altri come una sorta di fissazione:” L’ho detto avvocato, non mi credevano, pensavano che fossi pazzo“. Spiega poi alla Corte le origini di questa sua paranoia:

Siccome è stata sempre una mia paranoia, ma questa mia paranoia è sempre stata quella che mi ha spinto a vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. E poi perché, effettivamente, io ero l’unico in mezzo a tutto questo gruppo di persone che comunque ho continuato a fare, senza soluzione di continuità, una vita di un certo tipo. Quindi era normale che io stavo molto ma molto più attento di loro. Loro facevano una vita normale, erano persone perbene, lavoravano, avevano le loro attività. Non è che facevano reati. Qui stiamo parlando comunque di persone, anche quelle che hanno fatto politica durante gli anni settanta come Carlo Pucci, che s’erano rifatte una vita normale“.

E riferito a Buzzi: “Anche Salvatore era un grande imprenditore“.


L’utilizzo del jammer

Nel corso dell’indagine denominata Mondo di Mezzo gli inquirenti hanno avuto contezza di come l’attività intercettiva venisse disturbata. E stato altresì dimostrato come tali disturbi si verificassero sempre in occasione di riunioni svolte all’interno degli uffici di via Pomona.

Questa circostanza, unita ad alcuni discorsi intercettati dagli uffici della 29 giugno, hanno condotto alla conclusione che il sodalizio utilizzasse un apparecchio per disturbare le frequenze che, seppur non nominato durante le conversazioni, veniva spesso chiamato in causa.

Nel corso della sua audizione Carminati spiega come l’impiego del jammer, del quale si assume la responsabilità circa il suo utilizzo, sia legato a finalità diverse da quella di disturbare l’attività intercettiva degli inquirenti: “Quando c’è stata la perquisizione – spiega l’ex NAR –  tutti pensavano che fosse stata una questione interna, per un problema industriale.

“Loro (la 29 giugno) – prosegue il pirata – si ponevano il problema di avere una persona internamente che passava informazioni“.

L’ex NAR spiega dunque come l’impiego del Jammer fosse legato alla necessità di impedire la trasmissione di dati o conversazioni registrate durante le riunioni della dirigenza della cooperativa. Carminati spiega quindi quale sia l’impiego normale di un jammer: “Il jammer non serve per le microspie, io questo voglio chiarirlo una volta per tutte. Non è che sò cretino che porto il jammer per le microspie. Tant’è che ci sono due o tre conversazioni con Gammuto nelle quali dico: guardate che questo non serve per le microspie. Se poi le microspie sono istituzionali, nel senso che fossero state messe dalle forze dell’ordine, è inutile proprio creare delle difese.

Il jammer serviva – spiega l’ex NAR – per inibire l’uso dei telefonini perché se ci fosse stato qualcuno, diciamo una persona infedele nell’ambito della cooperativa che registrava cose con qualche telefonino, il jammer inibiva il telefonino. Se c’avesse avuto all’interno un Troyan, cioè uno di quei virus che trasformano il telefonino in una microspia, quello poteva servire per inibire il telefonino. Tant’è vero che ci sono delle intercettazioni in cui Buzzi parla con la signora Garrone e le dice: guarda questo serve per l’I Phone: l’I Phone può diventare un microfono collegato con l’esterno. Ma il jammer serviva soltanto a quello“.

Spiega il pirata come l’acquistato del disturbatore di frequenza lo abbia effettuato attraverso internet: “A parte che il jammer si compra con mille euro, basta andare su internet, digitare jammer, e vedete che cosa esce“.

Dunque l’ex NAR avrebbe acquistato in maniera molto agevole un disturbatore di onde radio tramite un sito internet. Un analogo strumento  sarebbe stato richiesto in passato dalla scorta di uno dei PM del processo sulla cd trattativa, Antonino Di Matteo.

In quel caso però l’oggetto, che serve ad inibire le onde radio dei telecomandi di eventuali ordigni radiocomandati sarebbe stato ottenuto solo in seguito a ripetute ed insistite richieste, e comunque dopo un’attesa durata diversi mesi. A Carminati invece è bastato andare su internet ed in pochi minuti acquistarne uno. Dunque l’ex NAR spiega come lo strumento in se, il jammer, non sia illegale e che l’impiego che lui intendeva farne era quello di inibire l’uso dei telefonini durante le riunioni riservate della presidenza della cooperativa. Riunioni alle quali partecipava lo stesso Carminati.

Alcuni mesi dopo il suo acquisto i dipendenti della 29 giugno, a gran voce, chiedono l’eliminazione del Jammer, ritenuto troppo fastidioso. Spiega il Pirata: “Tant’è vero che loro lo leveranno dalla cooperativa solo perché inibiva i telefonini“.

E aggiunge ancora: “Li si lamentavano tutti perché nell’arco di 50 metri dal jammer non si poteva telefonare“.

Dunque questo jammer, lo strumento che sarebbe dovuto servire, a detta di Carminati, ad inibire le telefonate da parte di una ipotetica spia, nei fatti non impedì agli inquirenti di continuare a svolgere l’attività intercettiva.

L’avvocato Naso torna a ripercorrere il tema della consapevolezza dell’indagine da parte di Carminati: “Lei sa che c’erano, l’abbiamo scoperto dalle indagini, c’erano delle telecamere fisse sul benzinaio di corso Francia“.

Carminati risponde spiegando come il fatto che a partire dal 2012 i pedinamenti fossero finiti, lui lo aveva interpretato con l’impiego da parte degli inquirenti di microspie ed intercettazioni. E spiega così il fatto che ad un certo punto lui ed i suoi sodali si divertissero a salutare in direzione delle telecamere piazzate di fronte al distributore di corso Francia.

Lo sapevamo benissimo – spiega l’ex NAR con riferimento alle telecamere – noi andavamo la, tranquilli e beati, sapendo che c’era questo controllo, anche perché c’è un processo di mitridatizzazione, nel senso che tu t’abitui al fatto di essere circondato e osservato e te ne freghi, fai la tua vita tranquillamente. E quello era successo quando andavo al benzinaio: sapevo che stavano li, ormai, ho detto, quando vorranno venire vengono, io non mi sottraggo. Ho aspettato la sentenza per l’omicidio Pecorelli fuori da Rebibbia, lei se lo ricorda bene (rivolto al suo avvocato dott.ssa Naso). Stavo fuori da Rebibbia, con la mia borsettina, ad aspettare una sentenza che poteva condannarmi all’ergastolo. Si figuri se potevo avere paura di un qualunque arresto, o di una qualunque cosa. Stavo li, quando venivano, venivano. Pazienza“.

Dunque, il dubbio sul quale il pirata si rovellava era l’oggetto dell’indagine. Attraverso i giornali, lui nel legge quattro al giorno, era riuscito a delimitare i possibili campi tra le vicende del comune di Roma e quelle legate a Marco Iannilli.


La svolta decisiva dell’inchiesta Mondo di Mezzo

Spiega l’ex NAR come una svolta decisiva nei suoi sospetti sull’indagine arriva nel 2013 con l’articolo dal titolo

“I quattro re di Roma”, uscito sull’Espresso. “L’unico per cui mi arrabbio – spiega Carminati è perché mi mette in mezzo al traffico di stupefacenti che è stata una cosa che è stata sempre a me estranea. E li mi sono arrabbiato molto, ma soltanto perché mi metteva in mezzo al traffico di stupefacenti. Ed è un continuo. Ma non è soltanto perché è stato il dott. Abbate prima a fare l’articolo. Prima del dott. Abbate sono state cento persone che hanno fatto altri articoli. Io li mi sono arrabbiato soltanto per il fatto della droga. Una cosa da cui sono stato sempre distante, che m’ha dato sempre fastidio per motivi di carattere personale“.

A partire però dal 2013 gli articoli su Carminati e sulla destra salita al potere puntavano tutti sugli affari messi in piedi dalla nuova giunta Alemanno: “Nel 2013 – spiega l’ex NAR – vedevo che puntavano più che altro sul comune“.

Ed aggiunge: “C’era una grande pressione, diciamo, nei confronti del Comune perché il Comune aveva portato, nell’ambito dell’amministrazione, aveva portato tutti ex estremisti. Poi io ero un grande amico di Riccardo Mancini e quando parlavano di Mancini subito sotto grande amico di Massimo Carminati il demonio, il diavolo. Massimo Carminati che ha fatto qua, Massimo Carminati che ha fatto la. Io ero amico di tanta gente, negli anno Settanta sono amico di tutti, per fortuna. Siamo rimasti tutti grandi amici. Però li ho cominciato a prendere le misure su questa cosa. Cioè, ho cominciato a capire che poteva essere quello. Però nel 2013 tutti ne parlavano, tutti erano al corrente di questa cosa“.

Entrambe i sodali Riccardo Bruggia e Massimo Carminati sapevano quindi dell’esistenza delle telecamere del ROS puntate costantemente sul benzinaio, 24 ore su 24.

L’ex NAR tira però fuori dalle sue vicende il titolare del distributore, Roberto Lacopo: “Ma Lacopo che cosa c’entrava con noi, avvocato. Ma Lacopo faceva il benzinaio, con tutto il rispetto“.

Prosegue quindi: “Io non lo voglio dire in maniera riduttiva, ma l’unico amico mio al benzinaio era Riccardo Bruggia, che siamo amici da quarant’anni. Abbiamo avuto le stesse esperienza politiche, ci siamo frequentati, abitiamo a venti metri l’uno dall’altro, siamo amici da sempre. Ma io con gli altri non dovevo condividere nulla“.

Spiega il pirata come ormai i controlli e i pedinamenti non lo impressionassero più di tanto: “ogni due minuti si fermava un falco della Squadra Mobile e ci chiedeva i documenti, se ci vedeva con qualcuno. Erano controlli normali. In più, oltre ai controlli normali, c’era anche questa telecamera“.

Racconta l’ex NAR di essersi accorto della microspia, installata sulla vettura da lui utilizzata, dopo averla portata da un elettrauto per un controllo. E di avere anche detto a quest’ultimo di non toglierla e di lasciarla li. Racconta anche di aver riportato quella macchina al rivenditore, Luigi Seccaroni, quest’ultimo entrato nell’inchiesta come parte lesa. (cm)

Carminati e “la mafia del benzinaio”

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Al processo Mafia Capitale è il turno dei principali imputati nell’inchiesta. Dopo il ras delle cooperative Salvatore Buzzi nell’udienza del 29 marzo è stato ascoltato in qualità di coimputato dell’associazione mafiosa Massimo Carminati.   

L’avvocato dell’ex NAR, la dott.ssa Ippolita Naso, ha spiegato come la difesa del suo cliente sia stata limitata a causa in primis del regime di carcere duro,  ex 41 bis, che egli sta scontando presso l’istituto speciale di detenzione di Parma.

Tale regime prevede: uno max due colloqui al mese, e solo con familiari, la limitazione degli oggetti e delle somme inviati dall’esterno, la censura e il visto alla corrispondenza, la limitazione della permanenza all’aperto e solo in gruppi inferiori a 5. Il tutto per evitare contatti con la supposta organizzazione mafiosa, o eventuali altre organizzazioni.

E questo pur non avendo mai Carminati, sottolinea Naso, subito condanne per associazione mafiosa. E ciò ha determinato – sostiene  la dott.ssa Naso – una limitazione consistente della sua difesa, posto che l’ex NAR è stato indicato dall’accusa come il vertice di una supposta organizzazione di stampo mafioso.


Il regime di sorveglianza

La prima domanda rivolta in esame all’imputato dalla difesa ha affrontato il tema della conoscenza dell’indagine giudiziaria nei suoi confronti.

Carminati ha raccontato di essersi accorto di essere sottoposto ad un regime di sorveglianza eccezionale da parte dei carabinieri a partire dal giugno 2011, a seguito di una perquisizione subita da parte della Digos.

Racconta il “pirata” di essere stato prelevato dagli agenti della Digos presso il residence V House di Largo di Vigna Stelluti n.18. Dopo avere scontato la pena per la rapina al caveau del Banco di Roma di Piazzale Clodio, l’ex NAR doveva ancora scontare un residuo di mesi in regime di affidamento.  Carminati si rifiutava di trascorrere tale residuo di pena ai domiciliari, scegliendo di risiedere temporaneamente presso il residence V House.

Ed è durante questo periodo che il Pirata si accorge di una serie di controlli che esulavano dal normale regime al quale era sottoposto. I pedinamenti si intensificano ulteriormente quando il Pirata termina l’affidamento e torna a risiedere presso la sua abitazione a Sacrofano.

L’idea che si era fatto l’ex NAR era che i carabinieri stessero cercando i proventi del furto al caveau, immaginando che li avesse nascosti da qualche parte. Oppure poteva trattarsi delle vicende nelle quali era rimasto coinvolto il suo padrone di casa, Marco Iannilli, ovvero prima la truffa carosello dell’indagine Phuncard- Broker e poi il fallimento della Arc Trade srl.

Prima del termine dell’affidamento Carminati racconta di essere stato convocato presso la Centrale operativa della Polizia di Stato per essere ascoltato in relazione al caso di Emanuela Orlandi.


Il viaggio a Londra

L’attività di controllo costante ed attenta prosegue anche quando Carminati decide di recarsi a  Londra, accompagnato dall’amico Fabrizio Testa. L’avvocato Naso chiede al suo cliente quale fosse il motivo del viaggio e il perché lui e Testa decisero di viaggiare in due aerei separati. Carminati risponde che Testa forse aveva delle agevolazioni con la compagnia Ryanair, mentre lui aveva preferito Alitalia.

Spiega inoltre che il motivo di quel viaggio era una visita ad alcuni vecchi amici, residenti da anni a Londra, oltre alla necessità di trovare un appartamento per il figlio Andrea, che di li a poco si sarebbe trasferito in terra di Albione. Testa aveva invece necessità di risolvere alcune problematiche legate allo stato di salute del figlio. Per tale ragione quest’ultimo avrebbe dovuto incontrarsi con Vittorio Spadavecchia, un vecchio camerata espatriato dall’Italia che ha un figlio che presenta la stessa patologia del figlio di Testa. “Mi faceva piacere vedere – racconta Carminati – quei miei amici che stanno la e che non vedevo da tanti anni e che fanno parte della mia vita, che ero contento di vedere, mi faceva piacere” e aggiunge “come ho preso il passaporto li sono andati a trovare“.

E aggiunge ancora:”Io non c’ho niente da nascondere, niente da farmi ridire, da ripensare: io sono un vecchio fascista degli anni settanta, sono contento di essere così. Quella è stata la mia vita, mi sono morti tanti amici e sono contentissimo di essere quello che sono“.


La strategia difensiva e la regia di Carminati

Il primo e l’ultimo esame della sua vita, lo definisce il Pirata, quello al quale è sottoposto dal suo legale, avvocato Ippolita Naso. E sarebbero stati, a suo dire, proprio i suoi legali a costringercelo: “M’avete talmente perseguitato con questo esame, che se era per me questo esame non l’avrei mai fatto. La prima e l’ultima volta nella mia vita che faccio un’esame“.

L’avvocato Naso chiede scusa al suo cliente, assumendosi la piena responsabilità per la sua strategia difensiva. E qui Carminati interviene con una sorta di difesa preventiva, specificando: “Io non riesco a decidere la strategia processuale con il mio avvocato, si figuri se posso stabilire con altri, per altre persone“.

Il riferimento è all’arresto di Riccardo Mancini, avvenuto nel gennaio del 2013, e agli incontri avuti con l’avvocato Pierpaolo Dell’Anno, presso lo studio di quest’ultimo, in via Nicotera. Dalla cronologia degli eventi gli inquirenti hanno ricostruito come la nomina di Dell’Anno quale legale di fiducia da parte di Mancini sia avvenuta subito dopo la visita testè riferita. E cioè a dire che non solo la strategia difensiva di Mancini sarebbe stata definita da Carminati e Dell’Anno.

Ma soprattutto che quello fosse il modo per Carminati e sodali di controllare le dichiarazioni rese ai magistrati dallo stesso Mancini. Quando quest’ultimo viene arrestato per la tangente da 600 mila euro percepita dalla Breda Menarini Bus e relativa ai 40 autobus acquistati da Roma Capitale sotto la sindacatura di Gianni Alemanno, Carminati era ancora un uomo libero.

La necessità di conoscere quali sarebbero state le dichiarazioni di Mancini rappresenta per la Procura un dato essenziale in ordine al supposto sodalizio di stampo mafioso, assieme alle minacce che sarebbero state indirizzate al Mancini. Minacce intercettate nella conversazione avvenuta tra Campennì e Buzzi nell’auto di quest’ultimo: “Lo semo andati a pià…gliamo detto, cioè: o stai zitto e sei riverito, o se parli poi..non c’è posto in cui te poi andà a nasconde”.

Ed in effetti la capacità di Carminati di conoscere in breve tempo le dichiarazioni rese ai magistrati da Francesco Ceraudo, il manager della Breda Menarini che aveva corrotto Mancini, denotavano un’interesse specifico, oltre ai canali informativi giusti.  Il giorno dell’arresto di Ceraudo, il 23 gennaio 2013, veniva intercettata una conversazione tra Carminati e Carlo Pucci, altro sodale dell’associazione, nominato da Alemanno consigliere nel cda di EUR spa.

Nel dialogo Pucci si mostrava preoccupato per via della convocazione del legale di Mancini, Dell’Anno, subito dopo l’arresto del manager della Breda Menarini. E Carminati lo rassicurava: “Non ti preoccupà, ma sarà…non… guarda fino a ieri non c’era niente di urgente“. E poi aggiungeva riferito a Mancini: “Digli che stesse tranquillo…può esse qualche cazzata pure sul rugby…” e concludeva: “la tengo sotto controllo“, riferendosi alla vicenda.

E ad ulteriore riprova dei canali informativi con i legali di Ceraudo da parte di Carminati, quest’ultimo aggiungeva: “Prima di chiamà lui (cioè Mancini) se ci fosse qualcosa mi chiamano a me..eh…non è che…cioè…“.  

E’ comunque dall’ambientale del 18.04.13, tratta dallo studio di Dell’Anno, che si evince la regia di Carminati nella difesa di Mancini, nel momento in cui si commentava negativamente l’ipotesi di nomina dell’avvocato Moneta Caglio quale alternativa a Dell’Anno. Sul punto Carminati affermava: “Io gliel’ho detto a Riccardo, ho detto: a Riccà, l’unico che può farti uscire in qualche maniera da una situazione del genere … è Pierpaolo (Dell’Anno)“. (cm)

Buzzi e il sistema di spartizione dei servizi

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Nell’udienza del 14 marzo del processo Mafia Capitale la difesa di Salvatore Buzzi, avvocato Alessandro Diddi, affronta il tema dei rapporti della 29 giugno con la giunta di Gianni Alemanno, a partire dal suo insediamento avvenuto nel giugno 2008. Per fare ciò il difensore del ras delle cooperative sociali ripercorrere i rapporti intercorsi tra il suo cliente e le giunte precedenti, da quella di Francesco Rutelli (1993-1997 e 1997-2001) a quella di Walter Veltroni (2001-2006 e 2006-2008).


I contributi a Bettini

Prima di questo passo indietro Buzzi chiarisce i contributi economici versati dalla 29 giugno in favore dell’eurodeputato Gianfranco Bettini. Si tratta di 1.200 euro versati all’associazione Democratici in Rete, e poi ancora 10 mila euro ed una cena finanziata in occasione delle europee del 2013, di cui però non ricorda il costo complessivo, cena alla quale avrebbe partecipato il suo collaboratore Carlo Guarany.

A ciò aggiunge poi un contributo extra sempre di 10 mila euro, come risulta dall’ intercettazione del 9 luglio 2014, ed un pranzo elettorale pagato presso un ristorante di Ostia, per 3.500 euro.

Dunque complessivamente, in occasione delle europee 2013, Buzzi avrebbe versato a Bettini contributi elettorali per 24.700 euro, più una cena della quale non ricorda l’importo.


I rapporti con le giunte Rutelli e Veltroni

Racconta Buzzi come i rapporti con le giunte Rutelli e Veltroni fossero ottimi “eravamo le cooperative di riferimento“, ed aggiunge: “tenga presente che non eravamo solo noi […] avevamo creato un movimento di cooperative sociali […] eravamo più di 53 cooperative“.

Dunque nel momento in cui si insediava Alemanno le cooperative accreditate per il servizio giardini erano in totale 53, mentre quelle che gestivano più in generale servizi erano 41. Tra queste, quelle aderenti a Legacoop, collocate politicamente a sinistra, erano in tutto 25.

Dal punto di vista del personale impiegato gli operatori addetti alla manutenzione del verde erano 400, di cui 58 invalidi fisici e psichici, 93 tra detenuti ed ex detenuti, 122 appartenenti a fasce deboli e 127 normodotati.

Nel 2007, durante la giunta Veltroni, gli affidamenti concessi dal Comune alle cooperative sociali genericamente intese ammontavano in totale a 8 milioni di euro, “questa era la fotografia quando arriva Alemanno” chiarisce Buzzi.

I numeri snocciolati dall’ex ras delle cooperative sociali sono tratti da un libro prodotto nel 2011 dalla 29 giugno dal titolo evocativo “La lotta delle cooperative sociali per l’inserimento lavorativo“.

Secondo l’art. 5 della legge n.381/91 “gli enti pubblici, compresi quelli economici, e le società di capitali a partecipazione pubblica anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, possono stipulare convenzioni con le cooperative sociali” e cioè cooperative che hanno come finalità l’inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate, “per la fornitura di beni e servizi diversi da quelli socio-sanitari ed educativi (che sono l’oggetto tipico delle coop sociali) il cui importo stimato al netto dell’IVA sia inferiore agli importi stabiliti dalle direttive comunitarie in materia di appalti pubblici, purché – si legge ancora nel dettato della norma – tali convenzioni siano finalizzate a creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate“.


Il sistema spartitorio dei servizi esternalizzati dal Comune

In questo quadro, nell’anno 2008 gli affidamenti attribuiti alle cooperative aggregate al gruppo 29 giugno raggiungevano complessivamente un fatturato di circa 4 milioni di euro.

Al riguardo Buzzi aggiunge: “Tenga presente – sempre riferito al suo avvocato Diddi – che la giunta Veltroni governava i processi della città, e quindi c’era di fatto una divisione del mercato che era questa: a Multiservizi spa erano andati circa 5 milioni di euro di lavori per i c.d. lavoratori socialmente utili (LSU) che erano stati riassorbiti dalla Multiservizi (dal precedente gestore) e che si occupavano delle aree non di pregio della Città  e prosegue:

Alle cooperative sociali venivano affidate tutte le aree di pregio della città… Da Colle Oppio al Campidoglio, non dico la 29 giugno ma le altre cooperative, e le tenevamo veramente bene“. 

Per tentare di diluire la conflittualità sorta tra le cooperative sociali che si occupavano delle attività di manutenzione, era stato siglato un patto di spartizione del mercato su Roma in base al quale chi gestiva servizi di accoglienza non partecipava alle gare aperte per lavori quali ad esempio la manutenzione di parchi e giardini e a quelle per la potatura.

Spiega Buzzi come nel mercato dei servizi esternalizzati dall’Amministrazione Capitolina si fosse venuto a creare un “sistema tripolare”, un mercato oligopolistico composto da tre operatori: Multiservizi che si occupava delle aree periferiche della città; le cooperative sociali, a cui spettavano quelle centrali e le imprese private (vedi Roma Multiservizi spa) incentrate invece sulle costruzioni e sulle potature.”Questo è il sistema – spiega Buzzi – che trova Alemanno quando arriva nel 2008“.


L’ingresso nel sistema di gare di AMA

Nelle gare che venivano indette le cooperative sociali collaboravano sia con Multiservizi che con AMA. Racconta Buzzi come i rapporti con l’ ex municipalizzata dei rifiuti siano cominciati nel lontano 1995. La persona che aveva offerto questa opportunità a Buzzi ed alla 29 giugno era stata Mario di Carlo, che dal 1993 al 1995 durante la giunta guidata dal Francesco Rutelli aveva ricoperto la carica di presidente di AMA.

Per comprendere il ruolo di Di Carlo nel sistema di gestione dei rifiuti si rinvia ad una memorabile puntata di Report nella quale questi racconta di come fosse solito recarsi a mangiare la coda alla vaccinata con l’allora monopolista dei rifiuti su Roma e Lazio, Manlio Cerroni.

Dunque per la prima volta un importante dirigente del Comune, Di Carlo, offriva a Buzzi la possibilità di entrare nel sistema di gare e appalti afferenti alla gestione dei rifiuti e ad AMA spiegandogli: “Guarda – riferendosi a Salvatore Buzzi – io non ti do il pesce, ti do la canna da pesca. Se tu riesci a pescare bene, senno muori di fame“.

Da quel momento Buzzi e le sue cooperative mettono un piede dentro il sistema di raccolta dei rifiuti, piede che continuano a mantenere ancora oggi.


Il sistema di gare di EUR spa

Con un’altra partecipata del comune, EUR spa, i rapporti sempre in termini di gare e appalti affidati, cominciano nel 2000. Dunque a cavallo tra l’ultimo periodo della giunta Rutelli e l’inizio della prima giunta Veltroni.

Spiega Buzzi come l’ingresso della 29 giugno in EUR spa coincida con lo sgretolarsi di un sistema di appalti durato circa dieci anni. Quel sistema di appalti  protratto nel tempo grazie alle proroghe degli affidamenti aveva fornito un forte contributo all’abbassamento graduale della qualità del servizio.

L’occasione venne fornita da una gara bandita da EUR e relativa ad un servizio di manutenzione. Spiega Buzzi come quella gara, a cui la 29 giugno partecipò e che vinse, non riguardava il comune di Roma e dunque non rientrava nel patto di non aggressione stipulato con Multiservizi e le altre imprese private e cooperative sociali fornitrici del Comune.

Correva l’anno 2000, l’anno del Giubileo, anno che precedeva quello che avrebbe segnato l’ultimo periodo della consiliatura Rutelli. (cm)

Odevaine e la gara per il Cara di Castelnuovo

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Nel corso dell’udienza del 13 marzo del processo Mafia Capitale Luca Odevaine interviene per smentire le affermazioni di Buzzi, secondo le quali quest’ultimo gli avrebbe dato 10 mila euro per corrompere la commissione di gara relativa alla gestione del CARA di Castelnuovo di Porto. L’ex capo della polizia Provinciale sostiene di non essersi mai occupato di quel CARA, affermando che “probabilmente – Buzzi – si sbaglia”. Sui 17 mila euro che Buzzi aveva pagato ad Odevaine, la cui fattura era intestata alla cooperativa Abitus, Odevaine sostiene di non avere avuto il tempo materiale per poterli restituire, essendo intervenuti nel frattempo gli arresti, il suo e quello di Buzzi. Corrisponde al vero però, riconosce l’ex vice capo di gabinetto di Veltroni, che quella fattura era stata emessa per operazioni inesistenti.


Odevaine: “per il Cara di Mineo poteva esserci una possibilità (per Buzzi)”

 In merito alla gara per i servizi al CARA di Mineo, Odevaine ricorda come Buzzi gli abbia chiesto se vi fosse la possibilità di potervi partecipare e di vincerla. Odevaine gli rispose di si, e che per come era stata pensata quella gara, una possibilità poteva esserci.

Di fatto le gare ideate erano due: una sulla proprietà del centro e l’altra sulla gestione dei servizi ad esso relativi. Relativamente alla prima, la vittoria della Pizzarotti era quasi scontata, non essendoci in tutta la provincia di Catania una struttura di analoga grandezza. Dunque era chiaro che l’accordo stretto con la Pizzarotti fosse a monte.

E fu in quell’occasione che Odevaine disse a Buzzi che se aveva voglia di parlare con i dirigenti della Pizzarotti la persona che poteva metterlo in contatto era Gianni Letta. Odevaine gli disse inoltre che se voleva parlare con Letta la strada da provare era quella di Goffredo Bettini, dato che i due erano buoni amici. Questo avveniva nella prima fase della gara.

Successivamene, mentre Bettini stava organizzando l’incontro con Letta, veniva  costituito un’ATI tra i gestori provvisori, ovvero La Cascina e Pizzarotti, e tutte le cooperative sociali che ne erano entrate a far parte: Domus Caritatis, la Cascina e Sisifo. Si trattava della stessa cordata che avrebbe vinto entrambe le gare. Dunque per la 29 giugno e le altre concorrenti non vi era alcuna possibilità.

Fu a quel punto che Buzzi ricevette il consiglio di Odevaine di chiedere a Letta di sbloccare con il prefetto Pecoraro la questione di Borgo del Grillo. Questo perché la Prefettura ed anche il Ministero ritenevano che quella struttura da 400 immigrati, posta accanto ad un CARA che già ne ospitava 6-700, avrebbe sicuramente creato conflitti con i residenti.


L’ufficio di Odevaine e i suoi interessi in Venezuela

Con riguardo all’ufficio di via Sicilia di proprietà del gruppo Pulcini, Odevaine smentisce che la ristrutturazione sia stata effettuata a spese di Ferrara e che il suo costo sia stato di 100 mila euro.

Quell’ufficio era stato preso, sostiene Odevaine, in comodato d’uso gratuito da Francesco Ferrara con un regolare contratto, per ospitare l’associazione “Roma che Verrà”.

Tale associazione era stata creata sei mesi prima delle elezioni comunali del 2013, a sostegno della candidatura a sindaco di Alfio Marchini. Ferrara verrà nominato, come abbiamo visto, capo del comitato elettorale di Marchini. Le elezioni verranno poi vinte da Ignazio Marino e Ferrara, che non ne aveva più necessità, cederà quell’ufficio ad Odevaine.

Quest’ultimo era in cerca di una sede per le sue attività private, distinte da quelle della Fondazione Integrazione, ovvero la società di Import-Export l’Uliveto. Chiese dunque a Ferrara se poteva cedergli quello di via Sicilia.  L’ufficio era stato ristrutturato in economia dai dipendenti della Domus Caritatis.

Con riguardo ai camion compattatori che si è tentato di spedire a Cuba, l’ambasciatore italiano a Cuba Mario Baccini era stato consigliere diplomatico del ministro Veltroni e dunque aveva un buon rapporto con Odevaine.

Così, quando Baccini chiese a Odevaine dei mezzi per la raccolta dei rifiuti di dimensioni ridotte, poiché nel municipio di Camaguey, una piccola comunità con le strade molto strette, vi erano difficoltà a raccoglierli, l’ex vice capo segreteria di Veltroni si offrì di farglieli avere.

Odevaine si rivolse quindi a Buzzi, che a sua volta si recò da un altro imprenditore il quale aveva tre piccoli camion compattatori in disuso.

Ma una volta trovati i mezzi, malgrado le buone intenzioni, non se ne fece più nulla a causa delle complessità delle pratiche burocratiche per poterli spedire.

In merito all’ampliamento dei posti relativi allo Sprar a Roma, da 250 a 2550 posti, ciò venne deciso da una legge approvata dal Parlamento. Fu una conseguenza dell’aumento del numero di persone ospitate in tutta Italia: il tetto era stato portato prima a 16.000 e poi a 20.000.

La norma prevedeva però che il numero di persone da ospitare nei centri fosse proporzionale a quello dei residenti. Questo per non creare tensioni e contrasti. In base a questa norma Roma aveva a disposizione solo 250 posti.

Così Odevaine, che vedeva quella norma come una limitazione alla redditività del sistema, andò a parlare col prefetto Angela Pria, direttore del dipartimento immigrazione, per avvisarla della necessità di una sua modifica. Preso atto della situazione, il prefetto contattò l’assessore ai servizi sociali del Comune di Roma per concordare le modalità di tale modifica. Il tutto accadeva verso la fine del 2013.


Odevaine e la gara per il Cara di Castelnuovo

Odevaine chiarisce come il suo compito, con riguardo al gruppo 29 giugno, non si esaurisse nella sollecitazione dei pagamenti nei confronti delle Prefetture. In merito alla sua ex segretaria, Sandra Cardillo, chiamata in causa da Buzzi, Odevaine chiarisce come questa fosse stata per venti anni dipendente del Ministero dei Beni Culturali, svolgendo l’incarico di segretario dell’ex soprintendente archeologico di Roma, il dott. Sandro La Regina.

Quando La Regina andò in pensione, Veltroni gli offrì la poltrona di Presidente di Zetema, la società partecipata dal Comune che si occupa della gestione di gran parte delle attività culturali della città, dai musei alle biblioteche. La Regina accettò e ottenne di portarsi dietro la segretaria personale.

Nelle elezioni per il secondo mandato a sindaco di Veltroni, La Regina venne candidato tra le liste dei DS e chiese a Odevaine di  assumere la sig.ra Cardillo nel suo ufficio di vice capo di gabinetto. Odevaine accettò, in quanto la sua segretaria stava andando in pensione. Quando Odevaine si spostò poi in Provincia, la Cardillo lo seguì con un contratto part time. Cardillo divideva il suo tempo tra l’ufficio della Provincia e quello della Fondazione Integrazione.

La gara per il Cara di Castelnuovo di Porto venne indetta l’8 marzo del 2013 e la 29 giugno vi prese parte. Si trattava del più grande CARA che sarebbe stato aperto nella regione Lazio.

La partecipazione del gruppo afferente a Buzzi avvenne attraverso la cooperativa Eriches, sulla base di un accordo raggiunto con Coltellacci che prevedeva una suddivisione dei ricavi al 50%.

ABC ed Impegno per la Promozione erano le due cooperative che si sarebbero suddivise il lavoro. La comunicazione dell’aggiudicazione della gara avvenne tramite un sms inviato da Tiziano Zuccolo, del gruppo La Cascina. Il 19 luglio 2013 la prefettura richiese alla Eriches la prima serie di giustifiche. Qualche giorno dopo, quando era già andato in ferie, Buzzi ricevette una telefonata da Coltellacci sulla seconda tranche di giustifiche richieste dalla Prefettura. Il 26 luglio, tramite il legale amministrativista della 29 giugno, Brugnoletti, la Eriches inviava la documentazione richiesta.

Si trattava delle spiegazioni legate ai costi sostenuti per i vari kit predisposti per i migranti ospitati nei centri. Il successivo 7 agosto la Garrone veniva invitata a recarsi in audizione in Prefettura per fornire ulteriori spiegazioni.


Le pressioni per fare vincere Auxilium

Se la Eriches aveva vinto quella gara, seconda si era piazzata la cooperativa Auxilium, con pochissimo scarto nel punteggio. Terza era invece Gepsa, società francese del gruppo GdF con una partecipazione nel capitale di ACEA e che rappresentava il gestore uscente.

Al quarto posto si era piazzata la Domus Caritatis di Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara.

Il 26 agosto, di ritorno dalle vacanze, Buzzi chiamava il funzionario della Prefettura Zottola, per sapere se c’erano novità sulla gara di Castelnuovo. Zottola gli rispondeva che ancora non avevano deciso e che se ne sarebbe riparlato a settembre. La commissione si sarebbe in effetti riunita il 12 settembre, con ancora un nulla di fatto.

Il 14 settembre Buzzi chiamava Odevaine. La gara era diventata un chiodo fisso per lui, anche perché in tre anni offriva un ricavo di venti milioni, il doppio dei ricavi fatturati annualmente dalla 29 giugno. Il giorno 20 settembre la Prefettura chiedeva alla Eriches ulteriori chiarimenti. Buzzi, che non ci vedeva chiaro, decideva di chiamare la segretaria di Umberto Marroni, Isabella Perugini, per discutere con l’allora capogruppo del PD in Assemblea Capitolina.

Da una fonte a lui vicina era venuto a sapere che c’era stato un intervento del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico mirato a fare vincere la gara ad Auxilium. Dunque l’attesa ara legata alla necessità di trovare qualche appiglio nell’offerta della Eriches, così da poterla escludere. Il 21 settembre Buzzi incontrava Umberto Marroni per farlo intervenire su Bubbico.

Il 23 settembre la Garrone si recava ancora in Prefettura per un’ulteriore audizione di richiesta informazioni. Il 24 settembre Buzzi veniva a sapere che la Eriches si era aggiudicata l’appalto.

Il 27 settembre avveniva l’aggiudicazione ufficiale. Il 16 gennaio Auxilium presentava ricorso al TAR: la cooperativa arrivata seconda non chiedeva la sospensiva ma un giudizio di merito.

La decisione veniva rinviata il 13 marzo 2014. Nelle more, il primo marzo Eriches firmava il contratto, venendo così immessa al servizio con la clausola che se avesse perso il ricorso al TAR sarebbe uscita senza nulla a pretendere. Intanto Gepsa, il gestore uscente, decideva di presentare un’istanza di sospensione al presidente della commissione di gara, dott.ssa Sandulli. A quel punto la Sandulli, senza ascoltare gli altri componenti della commissione, decideva di sospendere il contratto.

Buzzi veniva a conoscenza da parte del prefetto Paola Varvazzo di un conflitto di interessi in capo alla Sandulli. Qualche giorno dopo la Varvazzo gli forniva le prove di questo conflitto, attraverso un documento relativo alla società Proedi. Si trattava di una società di proprietà della Sandulli e di suo marito, che svolgeva il servizio di manutenzione all’interno del Cara di Castelnuovo, sulla base di una trattativa privata indetta dalla Prefettura di Roma. Era una situazione talmente anomala ed evidente da destare un certo imbarazzo.


La denuncia di Buzzi

Ed infatti il Prefetto di Roma era intervenuto per impedire che tale situazione si potesse protrarre. Durante il processo in corso Buzzi si è potuto rendere conto di come la Varvazzo avesse fornito un’analoga documentazione anche alla Auxilium. A quel tempo Buzzi cercava di fare uscire sui giornali la notizia sulla Sandulli e sul ricorso della Auxilium.

A tale scopo si recava spesso a trovare Franco Panzironi presso la fondazione Sturzo. Panzironi, a sua volta, lo indirizzava verso Alemanno, amico di Alessandro Chiocci direttore del Tempo. Il 12 ottobre usciva finalmente sul Tempo l’articolo sul conflitto di interessi della Sandulli. Al termine dell’esame il TAR dava torto alla Eriches per un’anomalia nell’offerta, attribuendo la vittoria della gara su Castelnuovo ad Auxilium. Il 15 marzo la Varvazzo forniva a Buzzi un documento che dimostrava come Angelo Chiorazzo, il gestore della Auxilium,  avesse denunciato quel conflitto di interesse ben due anni prima di quella gara.

Ed il Prefetto di Roma, il 7 febbraio 2012, aveva anche scritto un esposto alla Procura della Repubblica. Il 19 marzo il Tempo pubblicava la notizia e Buzzi, a seguito dell’esclusione della Eriches, chiedeva all’on. Micaela Campana di presentare un’ interrogazione parlamentare sulla questione. La Campana assieme a Marroni rappresentavano i parlamentari di riferimento di Buzzi e delle sue cooperative.

Alla fine, ammette Buzzi in aula con amarezza, nessuno dei due deputati presenterà l’ interrogazione da lui richiesta. Dalle intercettazioni del 19 marzo è poi emerso come quell’interrogazione fosse stata bloccata dal viceministro dell’Interno Bubbico. Era la deputata Campana, il 25 marzo, a spiegare a Buzzi di come fosse stato Bubbico ad opporsi.

In quel periodo Buzzi si stava impegnando nella ricerca di una struttura alternativa al Cara di Castelnuovo. Quella struttura sarà Borgo del Grillo. Il Cara di Castelnuovo si trovava in una zona a rischio esondazione e poteva ospitare al massimo 600 persone, anche se in quel momento ne accoglieva 900. Borgo del Grillo avrebbe permesso di decongestionare il Cara di Castelnuovo e in più non vi erano le problematiche legate all’esondazione.

L’immobile di Borgo del Grillo apparteneva all’imprenditore Sergio Tartaglia, amico di Stefoni sindaco di Castelnuovo. Quest’ultimo, assieme alla Eriches, avrebbero voluto acquistarlo per destinarlo all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Per quella struttura la Eriches si era già aggiudicata una gara sull’accoglienza, ed è esaminando attentamente tale gara che Buzzi elaborava la necessità di prender in gestione la struttura di Tartaglia. L’accordo economico con Tartaglia veniva raggiunto in breve tempo.

A differenza dell’altro Cara, Borgo del Grillo era composta da 107 appartamenti, affittati al prezzo di 320 euro al mese ciascuno. L’accordo prevedeva una spesa complessiva da parte della Eriches di 35 mila euro al mese. L’immobile non aveva bisogno di avere autorizzazioni particolari, essendo già in regola.

Buzzi e Odevaine avevano conosciuto il sindaco di Castelnuovo Fabio Stefoni prima che fosse eletto sindaco, in quanto per diverso tempo la 29 giugno aveva gestito la raccolta dei rifiuti per quel comune. Stefoni, oltre ad essere del PDL, era anche incorruttibile. Anche il braccio destro di Stefoni, Flavio Ciambella, non aveva mai chiesto soldi a Buzzi.

Racconta Buzzi di essere stato lui il primo a parlare con il vicesindaco del PD di Castelnuovo, Alfonso Pedicino, circa l’opportunità di conferire a Stefoni un contributo elettorale regolarmente registrato. Nella vicenda di Castelnuovo Carminati non è entrato in alcun modo. Buzzi chiese a Ietto di fornire i pasti per Castelnuovo ma Ietto declinò l’offerta in quanto Castelnuovo era troppo fuori mano per lui. (cm)

Buzzi e il Cara di Mineo

Cara-di-Mineo

 

ll bando sartoriale per il centro Enea

L’udienza del 13 marzo del processo a Mafia capitale è proseguita con le dichiarazioni di Salvatore Buzzi in merito ai suoi rapporti con Luca Odevaine ed al ruolo di quest’ultimo quale consulente per le cooperative sociali.

Buzzi passa a descrivere il bando relativo alla gestione del centro per l’accoglienza immigrati Enea, sito a Roma in via Boccea n.530 gestito dall’Arciconfraternita, che accoglieva circa 400 persone. Racconta l’ex ras delle cooperative sociali come quel bando fosse un bando “sartoriale”, costruito apposta per far vincere l’Arciconfraternita.

Secondo Buzzi quando viene indetto un bando per ospitare tutte assieme 650 persone vengono escluse automaticamente da esso tutte quelle organizzazioni minori. In buona sostanza quella gara poteva essere vinta solo da organizzazioni che avevano la disponibilità di immobili di grandi dimensioni, come ex conventi o strutture afferenti a complessi religiosi. 

Disponibilità che solo la Domus Caritatis poteva avere. Nel 2012 l’Arciconfraternita, organizzazione afferente al Vicariato di Roma, si era fusa con La Cascina, società riconducibile invece a Comunione e Liberazione.

Racconta Buzzi come quello relativo al centro Enea fosse un bando costruito ad hoc dall’amministrazione di Walter Veltroni, proseguito poi con l’amministrazione del prefetto Mario Morcone e aggiudicato dall’amministrazione di Gianni Alemanno. Un esito preannunciato, quello del bando del centro Enea, che ha attraversato ben tre amministrazioni di colore politico diverso.

E il tutto nello stesso anno, il 2008. Buzzi sottolinea come in quel periodo fosse membro della Commissione di gara Patrizia Cologgi, che all’epoca in cui Odevaine era vice capo di gabinetto di Veltroni ricopriva il ruolo di responsabile della protezione civile comunale. “Era il braccio armato di Odevaine quando Odevaine era vice capo segreteria di Veltroni” spiega Buzzi.

Assieme alla Cologgi Odevaine realizzerà anche i primi due campi rom di Castel Romano. Spiega il ras delle cooperative sociali come in termini di cifre il centro Enea fatturasse 12.870 milioni sui base annua, ed il bando aggiudicato dalla Domus Caritatis sarebbe durato 10 anni.


La gara per il Cara di Mineo

Buzzi passa poi a descrivere la gara per la gestione del CARA di Mineo. Si trattava della struttura che aveva accolto i militari americani di stanza alla base USA di Sigonella, struttura che era stata abbandonata dall’amministrazione statunitense per via dei costi elevati. La proprietà era del gruppo Pizzarotti, in buoni rapporti con l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.

Quando viene indetta la gara per la gestione di quel centro da parte del consorzio Calatino, consorzio formato da una serie di comuni che vedeva come capofila quello di Catania, Buzzi chiede all’europarlamentare Goffredo Bettini di organizzargli un incontro con Gianni Letta, per cercare di conoscere qualche membro della commissione di gara.

Ricorda l’ex ras delle coop sociali come quell’incontro gli costò, tra cene e finanziamenti elettorali, 31.500 euro. Quei soldi erano destinati al finanziamento della campagna elettorale per le europee del 2014 dello stesso Bettini.

In realtà l’ incontro con Gianni Letta, che in effetti avvenne, non sarebbe servito a nulla in quanto, come riferirà Luca Odevaine nel corso di una intercettazione tratta dagli uffici della Fondazione Integrazione il giorno 21.03.14, tutto era già stato stabilito.

Nella conversazione, mentre parla col suo commercialista Stefano Bravo, Odevaine racconta di come si rese conto, in occasione del suo primo viaggio a Mineo per il quale aveva ricevuto l’incarico di presidente di commissione di gara, che  l’esito di quella gara fosse già stato determinato. Era appena arrivato all’aeroporto di Catania ed a prenderlo era andato l’allora presidente della provincia e futuro sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe Castiglione. 

Quando prende posto al tavolo del ristorante Odevaine si accorge che li avrebbe dovuti raggiungere una terza persona. Quella persona era la stessa che si sarebbe dovuta aggiudicare la gestione di Mineo : “quando io ero andato giù … mi è venuto a prendere lui all’aeroporto … mi ha portato a pranzo … arriviamo al tavolo … c’era pure un’altra sedia vuota … dico eh “chi?” … e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara (ride)…”.

Salvatore Buzzi passa quindi a descrivere il centro Staderini, di via Staderini 9 sempre a Roma, come “un’altra vergogna del Comune”. Il centro ospitava 400  immigrati all’interno di un edificio che non aveva l’abitabilità. E per tale ragione è stato infatti svuotato nel febbraio 2013, al termine dell’emergenza Nord Africa.

In quell’occasione, racconta il ras della 29 giugno, il proprietario della struttura si rivolse a lui ed a Coltellacci per affittarglielo. La loro risposta fu però negativa proprio in considerazione della sua condizione di irregolarità, a rischio di chiusura in caso di verifica.

Malgrado la mancanza dei permessi, quel centro era stato affittato fino al 2013 all’Arciconfraternita, accogliendo a prezzi che Buzzi definisce “esorbitanti” ben 400 immigrati.


Buzzi: “solo nel 2014 abbiamo capito che Odevaine era un bluff”

La difesa di Buzzi, l’avvocato Santoro, domanda al suo cliente se aveva contezza delle agevolazioni ottenute da Odevaine, oppure se si trattava solo di una speranza e Buzzi risponde che la contezza in realtà non l’hanno mai avuta: “(solo) nel 2014 abbiamo capito che era un bluff”.  Dunque fino al 2013 la convinzione del ras delle cooperative sociali e dei suoi dipendenti era che effettivamente Odevaine li agevolasse.

In seguito, quando cominciano a notare che in alcune gare importanti non venivano neanche convocati, decidono di lasciarlo perdere. Questo per quel che riguarda le gare. Diverso invece il discorso per quanto riguarda i pagamenti, che in effetti Odevaine sollecitava, in particolare quelli che riguardavano la Prefettura.

Del resto 5000 euro al mese non era una gran cifra per Buzzi.  Un giorno Buzzi decide di contattare per telefono Odevaine, il quale neanche gli rispondeva. Ma quando a chiamarlo era stata la volta di Ferrara, che si trovava in quel momento con Buzzi, Odevaine sollevava prontamente il ricevitore. E’li che il ras delle coop capisce come le supposte agevolazioni offerte da Odevaine fossero in realtà più’ che altro millanterie. Era noto che comunque Odevaine intendeva trasferirsi in Venezuela, dove aveva diverse attività, mentre il suo braccio destro Mario Schina si sarebbe dovuto trasferire a Cuba. (cm)

Il capitale sociale di Odevaine

Odevaine Luca

 

Nell’udienza del 13 marzo al processo Mafia Capitale Salvatore Buzzi ha parlato dell’attività di accoglienza degli immigrati a Roma.

Il ras della 29 giugno ha ripercorso il suo legame con con Luca Odevaine, incontrato per la prima volta nel 2001 quando il comune di Roma era guidato dalla giunta di Walter Veltroni. Ed è proprio a Veltroni che Odevaine fa capo, ricoprendo il ruolo di vice capo di gabinetto del sindaco. Veltroni aveva un capo di gabinetto ufficiale ed un vice che si occupava delle questioni più operative, Odevaine appunto.

Nel 2008, quando Veltroni si dimette da sindaco di Roma per correre alle politiche come candidato premier del PD, Odevaine viene assunto dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti come capo della polizia provinciale e capo provinciale della Protezione Civile.

In questa veste si rapporterà spesso con Buzzi e le sue cooperative per le questioni relative all’accoglienza.


Il patrimonio sociale di Odevaine

Buzzi racconta come Odevaine potesse vantare su un patrimonio di relazioni sociali molto elevato, patrimonio che mise a frutto con la sua organizzazione, consentendogli di vincere numerose gare ed appalti. Come quella indetta della Prefettura di Roma per l’accoglienza di 512 richiedenti asilo. In cambio Buzzi ha versato per tre anni ad Odevaine una tangente mensile da 5.000 euro, tangente mascherata da contratto di affitto per tre appartamenti, rispettivamente per lui la figlia e l’ex moglie.

Ma l’asservimento della funzione di Odevaine quale rappresentante delle provincie al tavolo di coordinamento per l’immigrazione, aperto presso il Ministero dell’Interno, è antecedente rispetto all’accordo con Buzzi. Esso risale, grosso modo, all’epoca della giunta Veltroni ed al ruolo assunto dall’Arciconfraternita del SS. Sacramento del S.Trifone nella gestione dei migranti. I dipendenti della 29 giugno chiamavano scherzosamente quest’ultima il braccio armato del Vicariato di Roma.

Il Vicariato aveva raggruppato tutta l’attività dell’accoglienza, in precedenza gestita dalla Caritas e da altre organizzazioni religiose, sotto la guida unica dell’Arcioconfraternita. Causando in questo modo non pochi malumori all’interno dell’associazionismo cattolico romano.

Odevaine aveva un ottimo rapporto con il dominus dell’Arciconfraternita, Giuseppe Ferrara, e per il suo ruolo di “facilitatore” veniva premiato con una tangente mensile da 10 mila euro, che in alcune occasioni diventava anche di 20 mila.

In seguito il Cardinale Vallini obbligava Ferrara a creare una nuova cooperativa sociale, impedendogli così di usare il nome dell’Arciconfraternita per attività connesse ai suoi interessi personali. Nasce così la cooperativa Domus Caritatis.

Ferrara l’uomo di Rutelli

Ferrara aveva un profilo professionale molto importante, avendo ricoperto dal 2006 al 2010, durante la presidenza di Piero Marrazzo, il ruolo di vicesegretario della Regione Lazio. Ad attribuirgli tale carica era stato Francesco Rutelli, essendo Ferrara un suo uomo. “Tanto è vero – racconta Buzzi – che lo troviamo anche coinvolto nella vicenda dei fondi di Lausi”.

Ancora Ferrara viene incaricato di coordinare la campagna elettorale di Rutelli per le comunali del 2008, contro Gianni Alemanno. E lo ritroviamo anche come coordinatore della campagna di Alfio Marchini nelle elezioni comunali del 2013, elezioni vinte poi da Ignazio Marino.

In un confronto sul peso delle rispettive organizzazioni in relazione alla gestione dell’accoglienza a Roma, Buzzi fa notare come le cooperative di Ferrara gestissero circa 900 posti contro i 300 di Buzzi e del suo socio Sandro Coltellacci.  Quando Nicola Zingaretti termina il suo mandato di Presidente della Provicnia di Roma, Odevaine decade da Capo della polizia e della Protezione civile provinciale. Ed e’ a questo punto che decide di reinventarsi imprenditore, mettendo su una serie di attività in Venezuela. Nel 2010, sempre Odevaine, aveva creato la fondazione Integrazione che aveva come mission quella di favorire l’integrazione dei popoli e la convivenza democratica. In quel periodo aveva uno studio in via Sicilia, all’interno di uno stabile di proprietà del gruppo Pulcini. Il gruppo Pulcini possiede questo palazzo situato al n. 158 di via Sicilia, cosi’ come quello al n.160, quest’ultimo lasciato pero’ in uno stato di completo abbandono. Al n. 160 i primi due appartamenti erano locati a privati mentre tutti gli altri erano completamente vuoti. Pulcini aveva concesso a Odevaine quelli al piano terra, ad un prezzo irrisorio, in cambio della loro ristrutturazione. 

Dato che si stava separando dalla moglie Alessandra Garrone, Buzzi aveva intenzione di prendere per se uno di degli appartamenti di quello stesso stabile rimasti liberi. Daniele Pulcini gli disse però che a breve avrebbero ristrutturato tutto l’edificio per farci un albergo. Dunque l’operazione di Buzzi non appariva conveniente.

Buzzi riferisce in aula di come la ristrutturazione degli appartamenti in mano a Odevaine, costata 100 mila euro circa, fosse stata effettuata da la Cascina.


Odevaine pagato dalla Cascina perché temuto

Racconta l’ex ras della 29 giugno di come Odevaine avesse intenzione di restituirgli i soldi da lui pagati per sbaglio e relativi ad una fattura emessa dalla 29 giugno per operazioni inesistenti. Quella fattura venne poi messa in pagamento per un importo pari a 17 mila euro. Odevaine, che doveva avere parecchi soldi in nero dalla cooperativa di Ferrara, la Domus Caritatis, spiegava a Buzzi che poteva riavere quei 17 mila euro da Ferrara. Ferrara doveva fatturare a Buzzi 17 mila euro, Buzzi avrebbe pagato quella fattura e poi Cascina o Domus Caritatis gli avrebbero ridato i soldi in nero.

Il sostegno di Buzzi a questa soluzione prospettata da Odevaine derivava dal fatto che in questo modo egli avrebbe trovato un nuovo canale per alimentare la cassa del denaro non tracciato. Ma in realtà Ferrara non aveva intenzione di pagare Odevaine, in quanto in quel periodo i rapporti tra i due  si erano raffreddati.

Di fatto ne la Cascina ne tanto meno Ferrara avevano più bisogno dei servigi di Odevaine, avendo trovato dalla loro parte, ovvero dalla parte di Comunione e Liberazione, sia il ministro degli Interni Angelino Alfano che il sottosegretario alle Politiche Agricole Giuseppe Castiglione. Ma nonostante ciò Ferrara e la Cascina continuavano a versare soldi ad Odevaine, per timore che si potesse vendicare mettendo loro i bastoni tra le ruote.


Ferrara: il nostro uomo all’Avana

Riferisce inoltre Buzzi come Ferrara avesse messo in piedi operazioni estero su estero con base Cuba. Nell’isola caraibica infatti la Cascina aveva creato importanti attività imprenditoriali.

Quando la difesa di Buzzi, l’avvocato Pier Gerardo Santoro, domanda al suo cliente se anche la 29 giugno avesse provato ad effettuare operazioni estero su estero, il ras delle cooperative sociali risponde di averci inutilmente provato diverse volte  senza alcun successo.

Racconta Buzzi come la 29 giugno abbia provato a spedire a Cuba due camion per la raccolta dei rifiuti, due compattatori, senza per altro riuscirci, a causa delle procedure burocratiche estremamente farraginose vigenti nell’isola.

Nel periodo che va dal febbraio 2012 fino alla fine del rapporto avvenuta nell’ ottobre 2014, la somma complessivamente versata da Buzzi a Odevaine ammonta a circa 165.000 euro.


Odevaine e il centro per l’impiego di Rosarno

Ripercorre Buzzi la vicenda del centro per l’impiego per immigrati aperto dalla fondazione Coca Cola a Rosarno, in collaborazione con la fondazione Integrazione di Odevaine e durato solo un anno, dal 2012 al 2013. In quel progetto Buzzi aveva avuto solo un ruolo marginale, limitato alla presentazione di Campennì ad Odevaine, come dimostrato dalle intercettazioni.

Buzzi aveva intenzione di presentare un suo progetto da realizzare in collaborazione con Odevaine. Il progetto di Odevaine sponsorizzato da Coca Cola vedeva direttamente coinvolti gli immigrati ed era finanziato dalla Comunità Europea. Il progetto che invece Buzzi intendeva presentare avrebbe dovuto essere finanziato attraverso fondi regionali, con il coinvolgimento delle province di Vibo e di Roma. 

All’incontro partecipò anche il consigliere Galloro, nella veste di rappresentante del presidente Zingaretti. Ma nonostante l’accordo, il progetto venne abbandonato per via del suo costo elevato a fronte di un ritorno incerto.

Durante tutta la fase operativa di quel progetto Buzzi si era fatto accompagnare in lungo e in largo per la Calabria da Giovanni Campennì, il quale aveva già lavorato con lui nel 2008 presso il CARA di Cropani. Ma dopo una serie di incontri con Odevaine, Campennì e Schina, avvenuti nel 2010, alla fine il progetto venne abbandonato.

Racconta Buzzi come il centro per l’accoglienza che aveva intenzione di aprire in provincia di Catanzaro, a Falerna, alla fine verrà realizzato da Odevaine e dalla sua Fondazione Intergazione.   

Legata alla realizzazione di questo progetto fu la visita di Campennì a Roma. Scopo del viaggio era quello di incontrare Luca Odevaine per pianificare alcuni aspetti operativi. Era il 23 gennaio 2010, esattamente lo stesso giorno in cui venne arrestato l’ex amministratore delegato della Breda Menarini Roberto Geraudo.

L’ad della società del gruppo Finmeccanica, dalla quale il comune di Roma aveva acquistato 45 autobus, era stato tratto in arresto per una tangente da 600 milioni di euro versata all’ad di EUR spa, Riccardo Mancini, braccio destro del sindaco Gianni Alemanno, nonche’ ex tesoriere della sua campagna elettorale a sindaco di Roma. Mancini verrà arrestato qualche giorno dopo a seguito delle prime confessioni del manager di Finmeccanica.(cm)

Buzzi e le tangenti al sindaco di S.Oreste

Sant'Oreste

 

Nell’udienza del 13 marzo il dominus del sistema di cooperative sociali della Capitale d’Italia Salvatore Buzzi ha ripercorso con il suo avvocato Pier Gerardo Santoro la vicenda relativa ad una presunta turbativa ed una presunta corruzione legata al comune di S.Oreste.

Racconta Buzzi come il legame con quel comune inizi casualmente nel luglio del 2013, attraverso la conoscenza del sindaco Sergio Menichelli. L’incontro tra i due sarebbe avvenuto a Morlupo, dove la 29 giugno gestiva la raccolta differenziata dei rifiuti, così come anche a Castelnuovo di Porto. Le percentuali molto elevate di differenziata raggiunte in quei due comuni rappresentavano un ottimo  biglietto da visita per quelle amministrazioni interessate ad esternalizzare quel servizio.

Tra queste vi era appunto anche il comune di S.Oreste. Fu dunque un consigliere comunale di quest’ amministrazione  impiegato presso l’ufficio tecnico del comune di Castelnuovo a fare da sponsor  alla 29 giugno. Succede poi che nel luglio 2013 Buzzi ed il sindaco di S.Oreste Menichelli si trovano casualmente a Morlupo per diverse ragioni. I due fanno reciproca conoscenza grazie al sindaco di Morlupo Fabio Stefoni e cominciano a discutere di raccolta differenziata.

A quel tempo S.Oreste gestiva il servizio di raccolta rifiuti ancora in maniera autonoma. Dopo l’estate, l’ 8 settembre, Menichelli contatta nuovamente Buzzi poiché alcuni degli addetti al servizio sarebbero andati in pensione ed il sindaco non era in grado di rimpiazzarli agevolmente, essendo inquadrarti come dipendenti comunali.


L’accordo corruttivo

L’accordo raggiunto è un affidamento diretto iniziale del servizio tramite ordinanza contingibile e urgente, in attesa di indire la gara, a far data dal 7 ottobre. L’ordinanza in questione verrà in seguito revocata  per inadempienza della 29 giugno. Ne verrà emessa una seconda per regolarizzare l’affidamento in urgenza.

In questo quadro generale rientra anche la figura di Marco Placidi, allora capo dell’ufficio tecnico nel comune di S. Oreste. Il suo risuolo era quello di alter ego del sindaco Menichelli per le questioni prettamente pratiche. Ed è in questa veste che Placidi è stato, per tutto il tempo che ha preceduto la gara, l’interlocutore privilegiato per la 29 giugno e per Buzzi.

Nella sua attività investigativa il Ros ha censito una serie di incontri tra Buzzi ed il sindaco Menichelli. Buzzi racconta in aula come nel primo di questi, avvenuto in un ristorante in occasione di una cena, il sindaco gli abbia chiesto l’assunzione di una decina di persone. Spiega il presidente della 29 giugno come quella rappresentasse una prassi abbastanza diffusa tra i sindaci dei comuni che avevano appena affidato il servizio di raccolta rifiuti alla 29 giugno.

A quella cena, oltre a Menichelli, partecipa anche Placidi. Tra le varie intercettazioni del Ros vi è anche una conversazione tra Buzzi ed il suo collaboratore nel settore raccolta rifiuti, Raniero Lucci.  I  due conversano sul prezzo del servizio, argomento di cui Buzzi aveva discusso a tavola con Menichelli. La richiesta della 29 giugno era di 30 mila euro al mese per quattro mesi, per un importo complessivo di circa 120 mila euro. Durante la cena Placidi e Buzzi escono a parlare in privato.

Nella conversazione Placidi chiede a Buzzi se fossero soliti corrispondere una somma di denaro al sindaco o all’ufficio tecnico, una volta ottenuto l’affidamento: “come vi comportate negli altri comuni?”. Buzzi risponde che negli altri comuni non davano neanche una lira e Placidi allora insiste, facendo capire che oltre a lui ci sarebbero state altre due persone da “oliare” (lui, il sindaco ed una terza persona, un fantomatico consigliere comunale del quale non viene mai fatto il nome). “A noi cui serve il 5%” dice espressamente Placidi a Buzzi, (seimila euro).Di fronte a questa richiesta Buzzi accetta.


La prima tangente

Il 7 di ottobre la 29 giugno inizia a gestire la raccolta differenziata a S.Oreste. Il 9 ottobre Placidi manda un sms a Buzzi per ricordargli dell’accordo corruttivo “riusciamo a vederci più tardi?”. Buzzi lo chiama e fissa un incontro alle 19:30, a Labaro. Quella sera Buzzi avrebbe visto a cena il sindaco di Castelnuovo, Stefoni, per discutere della gara appena vinta relativa al CARA. A cena Placidi, oltre a ricevere i primi seimila euro da Buzzi, racconta di gestire un agriturismo dal nome Panta Rei.

Buzzi, che era in costante ricerca di luoghi in cui ospitare i richiedenti asilo, propone a Placidi di andarlo a visitare per eventualmente inserirlo tra le residenze della 29 giugno. Il 14 ottobre Buzzi e Chiaravalle si recano in sopralluogo presso l’agriturismo Panta Rei. Prima di quella visita i due vanno a trovare Stefoni e Placidi, per questioni legate al Cara di Castelnuovo. In quell’occasione Buzzi versa una seconda tangente a Placidi.

Le somme di denaro erogate a Placidi erano sempre in contanti. Buzzi aveva rinegoziato l’importo della tangente stessa dopo essersi reso conto di come il 5% fosse insostenibile: l’importo della gara vinta dalla 29 giugno era di 3 milioni per sette anni, e Buzzi avrebbe dovuto corrispondere complessivamente a Placidi e Menichelli 150 mila euro. Dunque il ras della 29 giugno rinegozia l’importo della tangente al 3%.

Placidi non accetta positivamente questa rinegoziazione, tanto che revoca l’ordinanza straordinaria con la quale il comune aveva affidato il servizio alla 29 giugno. La motivazione ufficiale era l’inadempienza della 29 giugno: avrebbe dovuto predisporre i cassonetti per la differenziata, cosa che però non fece. Buzzi aveva però pagato la tangente in anticipo per i quattro mesi che precedevano la gara. Il rischio per Buzzi e la 29 giugno era di perderla.

L’impressione era che Placidi si fosse fatto corrompere da un’altra ditta. Il comune di S. Oreste adotta la seconda ordinanza straordinaria che sostituiva quella revocata. Il 17 aprile 2014 Placidi chiama ancora una volta Buzzi per chiedergli un nuovo appuntamento. Buzzi intuisce l’oggetto di quell’incontro, ovvero il rispetto da parte sua dell’accordo corruttivo, quel 5%. L’incontro tra i due avverrà il 22 aprile. In quell’occasione Buzzi  porta una tangente di 5 mila euro relativa ai mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio.

Solo che i soldi che avrebbe dovuto dargli avrebbero dovuto essere 6 mila. Nel libro nero gestito e custodito da Nadia Cerrito, alla data del 22 aprile compare la cifra di 5 mila euro, con a fianco la lettera P che si riferisce appunto al percettore vale a dire Placidi. Quest’ultimo si lamenta con Buzzi per i 5 mila. Buzzi, che intuisc di essersi sbagliato, fissa un nuovo incontro con lui per il 24 aprile. In previsione di questa nuova visita a S. Oreste Buzzi si reca presso la Unipol Banca a prelevare il contante.

La 29 giugno aveva stipulato una convenzione con quella banca per avere 25 mila euro ogni due settimane. Il denaro liquido serviva per dare agli immigrati ospitati nei Cara i 2.5 euro al giorno di cui avevano diritto, in base agli accordi internazionali. La gara verrà vinta dalla 29 giugno dopo l’esclusione della Diodoro ecologia.


Il versamento delle tangenti a Placidi

Per evitare di incorrere in nuovi errori Buzzi decide di versare a Placidi la tangente ogni mese. Come risulta dall’intercettazione, il dieci giugno Buzzi preleva duemila euro che vengono poi segnati come uscita sul libro della Cerrito. L’11 luglio Buzzi torna di nuovo a S. Oreste per portare altri 1.500 euro sempre a Placidi. La tranche successiva è del 6 agosto, giorno in cui Buzzi si reca ancora una volta a S. Oreste poco prima di partire per le vacanze.

La somma versata in quell’occasione è di duemila euro, annotata nel libro della Cerrito. Di ritorno dalle vacanze, il 10 settembre, Buzzi si reca a S.Oreste, anche se nel libro l’uscita di cassa viene annotata il 4 settembre , questo perché il prelievo era stato effettuato proprio in quel giorno, ma poi per un cambio di programma Buzzi aveva preferito rimandare l’incontro con Placidi.

Complessivamente a settembre Placidi aveva ricevuto da Buzzi 6.500 euro. Dato che la gara era stata vinta, il 24 giugno Buzzi paga la penultima tranche.  In base al capitolato d’appalto la 29 giungo avrebbe dovuto iniziare il servizio di raccolta rifiuti il 27 settembre. L’ultima rata relativa all’affidamento in urgenza viene versata da Buzzi il 23 ottobre, come risulta dal libro della Cerrito. Complessivamente sommando i 6.000 euro versati nel 2013 ai 14.500 del 2014 Placidi riceverà da Buzzi 20.500 euro.

A partire dal Mese di novembre Buzzi avrebbe versato a Placidi la tangente commisurata al 3% dell’importo della gara. Intanto il bando Sprar, al quale avrebbe dovuto concorrere l’agriturismo di Placidi, sarebbe scaduto il 18 ottobre. Entro quella data la coop 29 giugno presenta un progetto che se avesse vinto metà dell’importo sarebbe andato a Placidi per l’attività di pulizia e di fornitura pasti.

Il bando viene presentato proprio quel 18 ottobre. Il 29 gennaio 2014 vengono  presentate le graduatorie e la parte del progetto della 29 giugno elaborata dal comune di S. Oreste viene esclusa per carenza documentale.

n breve inciso, per essere precisi un ritorno, sull’argomento della cassa in nero. Buzzi ribadisce in aula come questa venisse alimentata in diversi modi: attraverso le fatture per operazioni inesistenti emesse da Petrolgest; attraverso l’utile in nero che Clemenzi corrispondeva con riferimento alla OML srl, di cui la 29 giugno era socia al 40%; il pagamento in nero dell’affitto per Ciampino e poi qualche vota Testa ha pagato fatture emesse dalla 29 giugno, riportando indietro il contante. (cm)

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