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Claudio Meloni

Il palazzo londinese e la truffa al Vaticano

Una truffa immobiliare ai danni del Vaticano. Un palazzo situato nel centro di Londra, ceduto dalla Santa Sede ad un fondo di investimento, il cui controvalore economico non sarebbe mai stato versato. Questo è in sostanza l’ultimo scandalo che ha investito il Vaticano, ed in particolare la Segreteria di Stato, che nel 2013 avrebbe firmato un accordo con il fondo di investimento lussemburghese Athena, riconducibile al finanziere italiano Raffaele Mincione.

Valutato 160 milioni di euro prima di essere conferito nel fondo in questione il palazzo, che si trova a al n.60 di Sloane Avenue nel cuore del prestigioso quartiere londinese di Chelsea, sarebbe stato ceduto da una multinazionale immobiliare che lo aveva in gestione ad una società incorporata nell’isola di Jersey. Quando però il fondo di investimento viene liquidato il corrispettivo in denaro, sottoscritto dalla segreteria di Stato vaticana, non sarebbe mai stato restituito. E in più l’immobile in questione ora avrebbe un nuovo proprietario, a dimostrazione del perfezionamento della cessione del bene. 

Tra le voci sulla responsabilità della mancata rivendicazione dell’immobile, voci che si rimpallano tra il titolare del dicastero, il cardinale Pietro Parolin, ed i suoi sostituti gli arcivescovi Angelo Giovanni Becciu e Edgar Pena Parra, la questione viene totalmente ridimensionata, sminuendola ad una banale cattiva consulenza offerta a Papa Francesco.

Come riferito dal Corriere le posizioni dei tre porporati menzionati, tutti sospesi così come il segretario di Becciu mons. Mauro Carlino, riportano in merito ai rapporti con il fondo Athena, al quale sia monsignor Carlino che mons. Pietro Perlasca, al tempo dei fatti  controllore della cassaforte della Segreteria di Stato, furono indirizzati su consiglio delle banche svizzere Credit Suisse e UBS.

Il caso sarebbe esploso dopo che lo IOR, la banca vaticana Istituto per le Opere Religiose, si sarebbe rifiutato di concedere una linea di credito a monsignor Pena Parra, nominato da Papa Francesco Sostituto della Segreteria di Stato. L’importo richiesto, pari a 150 milioni, sarebbe servito in base alla ricostruzione dei fatti a rivendicare la completa proprietà del palazzo ceduto inizialmente al 50% al fondo lussemburghese.

Sullo sfondo vi sarebbe uno scontro in atto tra lo IOR e la Segreteria di Stato vaticana, scontro che avrebbe raggiunto il punto più alto con l’invio degli uomini della magistratura vaticana sia presso gli uffici della Segreteria di Stato che presso la sede dell’organismo di antiriciclaggio (l’AIF), l’autorità che veglia sulla trasparenza delle attività dello IOR.

Al centro delle indagini vi sarebbe proprio l’operato di monsignor Pena Parra, anche se di fatto ad essere indagato sarebbe solo il suo braccio destro, mons. Paolo Borgia assessore per gli affari generali. 

In un’intervista ottenuta dal Corriere della Sera e pubblicata domenica 13 gennaio, Mincione ha spiegato come il piano per l’edificio di Sloane Avenue fosse quello di cambiare la sua destinazione da ufficio a residenziale, e poi venderlo per 600-700 milioni di sterline. Il profitto ottenuto da Mincione sarebbe, secondo lui, del 2% all’anno, circa 16 milioni di euro.

Per Mincione la perdita di reddito sull’investimento è dovuta al lungo tempo necessario per ottenere la licenza di costruzione, dicembre 2016, nonché al calo degli affitti derivante dalla Brexit e dal conseguente crollo della sterlina.

Nel 2018 monsignor Becciu è stato sostituito da monsignor Pena Parra e il funzionario vaticano Fabrizio Tirabassi ha notato l’esistenza di un buco nei rendimenti programmati.

Mincione ha affermato che, secondo le previsioni, dopo la ristrutturazione dell’edificio l’affitto degli appartamenti come residenziali avrebbe dovuto rendere il 4%, 14 milioni di sterline (15.981 milioni di euro).

Dopo aver realizzato dell’esistenza del buco, il Vaticano decide di acquisire il 100% dell’edificio, rilevando la quota del 55% di Mincione. Secondo Mincione, il valore ottenuto dalla vendita della sua quota sarebbe stato di 44 milioni di euro.

Il finanziere ha aggiunto poi che su quell’edificio esiste anche un’ipoteca di 130 milioni di sterline, e che l’intero edificio costerebbe complessivamente 320 milioni di euro (287 sterline). Secondo Mincione il valore di quel palazzo sarebbe di circa 390 milioni di euro, e che il reddito finale ottenuto del Vaticano sarebbe di 70 milioni in 4 anni. Ma questa è solo la sua teoria.

Ad agosto Papa Francesco aveva modificato la composizione della Segreteria, nominando Sostituto agli Affari Generali monsignor Pena Parra al posto di mons. Pietro Perlasca, quest’ultimo scelto dal cardinale Tarcisio Bertone (quello dell’attico da 700 metri quadri al terzo piano di Palazzo S.Carlo i cui lavori di ristrutturazione costati 300 mila euro furono pagati due volte dalla Fondazione Bambin Gesù e dal Governatorato) ma spedito dal Papa a ricoprire l’incarico di Promotore di Giustizia.

L’ altro componente della Segreteria di Stato sostituito da Papa Francesco era stato Carlo Maria Polvani, che dal 2007 guidava l’Ufficio Informazione e documentazione (IUD), l’ufficio attraverso cui passano le informazioni poi diramate alle varie testate della Santa Sede.

Nipote di Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti nonché grande accusatore del Papa, Polvani era stato chiamato nel 2012 a testimoniare nel processo per lo scandalo Vatileaks, ed in seguito rimosso dall’incarico in Segreteria e trasferito dal Papa al Pontificio Consiglio per la Cultura.

Al posto di Polvani Papa Francesco aveva nominato mons. Mauro Carlino, da tempo collaboratore dell’ex Sostituto mons. Angelo Maria Becciu.

Anche il Capo dell’Ufficio Giuridico della Segreteria, mons.Sergio Aumento, era stato rimosso, e rispedito alla diocesi di appartenenza, nell’astigiano.

Il palazzo a Londra e la società a Jersey 

Secondo una visura presso l’HM Land Registry il trasferimento di proprietà del palazzo situato nel quartiere londinese di Chelsea, gestito per conto del Vaticano dalla multinazionale immobiliare Deka Immobilien Investment GmbH, in favore della società 60 SA Limited, società  incorporata nell’isola di Jersey, sarebbe stato registrato in data 31.12.2012.

L’indirizzo della società acquirente sarebbe precisamente al 3° piano della Standard Bank House al n.47-49 di La Motte Street St Helier, Jersey .

La gestione del immobile sarebbe avvenuta attraverso un intermediario, ovvero la società Capital Investment Office Limited di Londra (53-54 Grosvenor Street).

La Capital Investment Office Ltd sarebbe stata incorporata nel luglio 2009 e sarebbe stata cancellata dal registro Company House nel marzo 2015.

Oltre che azionista al 50% fino al suo scioglimento Raffaele Mincione risulta essere stato anche direttore dal dicembre 2009 fino al marzo 2011.

A tale data sarebbe stato sostituito nella medesima posizione da Massimo Catizone, in carica fino all’agosto del 2013. Catizone risulta essere stato anche titolare dell’altro 50% del capitale, sostituito poi fino allo scioglimento da Simon Jeremy Fry.

Il prezzo di acquisto dell’immobile sarebbe stato di 129.076,146 sterline.

La società venditrice, la Deka Immobilien Investment GmbH, è una multinazionale nel settore immobiliare con sede a Francoforte, in Germania.

Come riportato dal sito polyteck.co.uk, la società polyteck che si occupa della gestione del palazzo di Sloane Avenue ha stipulato con la proprietà un contratto annuale di manutenzione del valore di 200.000 sterline.  

Da Pomezia a Londra via Granducato

In un articolo del marzo 2018 l’Espresso descrive il finanziere Raffaele Mincione come un rider senza scrupoli, dotato di molte amicizie nei palazzi del potere.

Trasferitosi a Londra negli anni ’90, da Pomezia, l’uomo comincia ad appassionarsi al mondo degli investimenti internazionali, tra Russia, Malta e Jersey, mostrando una certa predilezione per i fondi lussemburghesi.

In Italia entrano nel suo mirino le banche, soprattutto quelle che navigano in cattive acque, e le telecomunicazioni con Retelit.

Il finanziere fa dapprima il suo ingresso in Carige, che già non se la passava molto bene e che fallirà qualche anno dopo. Nel febbraio 2018 dichiara di essere in possesso del 5,4% del capitale della banca. Subito dopo chiede di entrare a far parte del cda, ma gli azionisti di maggioranza relativa, Vittorio Malacalza con 20,6% e il petroliere Gabriele Volpi con circa il 9%, respingono la sua richiesta.

In precedenza, nel 2012, Mincione aveva rilevato l’1% del Monte dei Paschi quando lo storico istituto era già avviato verso il fallimento. Capisce subito che la situazione è complicata e decide di liquidare la sua quota. Poco tempo prima, siamo nel 2011, aveva rilevato diverse quote della Banca Popolare di Milano, l’8,7% del capitale.

In quel caso il suo ingresso aveva coinciso con la controversa gestione di Massimo Ponzellini (condannato poi ad un anno e sei mesi per corruzione).

Quando nel 2016 BPM si fonde con il Banco Popolare di Verona, la sua quota risulta diluita al 2%.

Dicevamo come oltre che di banche, Mincione si sia occupato anche di investimenti esteri, in particolare di fondi lussemburghesi.

E proprio nel Granducato, oltre che in Russia, il finanziere pometino avrebbe effettuato una serie di investimenti immobiliari. In quest’ultimo caso i liquidi, parliamo di decine di milioni di euro, gli sarebbero pervenuti da investimenti compiuti in Inghilterra e in Russia. Fondi che a loro volta sarebbero stati triangolati attraverso società offshore con base nei Caraibi e a Cipro.

I fondi Eurasia

Mincione ricopre una serie di posizioni all’interno di società che gestiscono fondi di investimento con base a Cipro. A partire dal 2012 la piccola isola del Mediterraneo è divenuta una sorta di richiamo per investitori di varia origine ed estrazione, per via del basso livello di tassazione. In particolare i conti delle banche cipriote hanno attirato numerosi investitori non europei, in maggioranza russi, anche per via della sua stabilità politica, considerando che nel 2004 l’isola è entrata a far parte dell’Unione Europea.

Recentemente, a seguito delle sanzioni economiche erogate dagli Stati Uniti nei confronti di una serie di uomini d’affari russi, numerosi conti milionari in alcune banche cipriote sono stati congelati. Questo deve avere spaventato gli investitori russi, dato che da allora i loro depositi sono scesi dai 21,5 miliardi di euro del 2012, ai 7,1 miliardi del 2018.

L’importanza dei fondi di investimento legati a Mincione rimanda alle vicende relative alla Banca Popolare di Vicenza. Sarebbero in particolare i fondi Eurasia, con base nell’isola di Malta, e quelli  Athena, domiciliati nel Granducato, quelli in cui sarebbero confluiti  i 100 milioni di euro che l’ex presidente di Popolare di Vicenza Gianni Zonin avrebbe fatto sparire dalle casse dalla banca da lui presieduta, quando questa già versava in cattive acque.

A questi si aggiungerebbero poi ulteriori 250 milioni poi euro, confluiti nei fondi maltesi e lussemburghesi Optimum, gestiti dal finanziere Alberto Matta.

Secondo le carte dell’inchiesta condotta da Consob e da BCE parte di questi soldi sarebbero stati poi utilizzati per acquistare azioni della Popolare di Vicenza.

Un’operazione di riacquisto delle proprie azioni condotta attraverso società offshore, precedentemente finanziate dalla stessa banca.

In base ai documenti i fondi Athena e Eurasia sarebbero arrivati a possedere azioni della Popolare di Vicenza per un importo pari a 30 milioni dei euro.

Quando nell’aprile del 2015 scoppia lo scandalo che investe la banca, tali fondi ne possedevano ancora circa la metà: 16 milioni di euro. La Popolare di Vicenza fallirà nel 2017.

Ma dove sarebbero finiti i soldi? In base all’inchiesta della vigilanza il fondo lussemburghese Athena Capital balanced 1 avrebbe successivamente acquistato obbligazioni della società Time & Life, con sede in Lussemburgo.

La Time & Life è una società incorporata nel Granducato riconducibile a Mincione; l’ammontare dei fondi pervenuti a tale società e provenienti dalla Popolare di Vicenza, sarebbe di circa 10 milioni di euro. 

Dalle consulenze finanziarie alle gestioni immobiliari

Il 14 marzo 2013 Raffaele Mincione assieme a Massimo Catizone costituisce la società Capital Investment Advisors LTD, con sede a Londra presso la Global House di Ballard Lane, che si occupa di consulenze nel campo fiscale; il capitale pari a 60 mila sterline è per 48 mila posseduto da Mincione, e per la restante parte da Catizone. Nel maggio 2016 la società cambia nome in WRM Capinvest LTD.

Nel 2016 la società gestiva assets per 2.435.573 sterline, l’anno precedente erano stati circa un milione. 

Mincione ricopre anche la carica di Chief Executive Officer nella RM Realty Holdings Corp, società incorporata nel febbraio del 2000 a New York che si occupa di immobili.

Assieme ai cittadini francesi Xavier Soulard e David Giannetti, sempre Mincione sarebbe stato nominato direttore della società POP 18 Sarl, incorporata in Lussemburgo nel 2012. 

La società, costituita con un capitale di 12.500 euro dalla lussemburghese Time and Life SA, è una holding che gestisce quote azionarie di imprese, sia lussemburghesi che di altri paesi.

La Time and Life SA risulta essere stata costituita nel settembre 2012 dal trust denominato Capital Investment Trust, incorporato presso le Isole del Canale della Manica e rappresentato dal gestore IFT Trust Company. Dotata di un capitale sociale di 200 mila euro la società ha come oggetto l’acquisizione e la gestione di quote societarie.

Direttori del trust sono ancora una volta Mincione, Soulard e Giannetti.

Secondo quanto riferito da Radiocor nel marzo 2019, Mincione e il Gruppo Conad avrebbero costituito una joint venture nel settore degli immobili legati alla grossa distribuzione. Il nome della società sarebbe Newco Bdc Italia, e il suo capitale apparterrebbe per il 51% a Conad, e per la restante quota a Pop 18 Sarl, che a sua volta farebbe parte del gruppo Wrm. Il consiglio di amministrazione della società sarebbe composto, oltre che dal finanziere Mincione, dall’attuale numero uno di Conad, Franco Pugliese, con quest’ultimo ricoprirebbe anche la carica di presidente del cda.

Il progetto, denominato Monblanc, avrebbe intenzione di acquisire gli immobili italiani del gruppo francese Auchan. Conad avrebbe fatturato, nel 2018, 13,4 miliardi, con una crescita del 3% rispetto all’anno precedente, ed avrebbe una quota di mercato del 13%, molto vicina a quella di Coop che è invece del 14. (cm)

L’associazione culturale preferita da Savoini & Co

 

 

L’associazione Lombardia Russia – si legge sul sito – è un’associazione di tipo culturale, apartitica ma con idee molto chiare che combaciano pienamente con la visione del mondo enunciata dal Presidente della Federazione Russa nel corso del meeting di Valdai 2013, e che si possono riassumere in tre parole: Identità, Sovranità, Tradizione”.

E’ l’incipit del chi siamo relativo all’associazione culturale Lombardia-Russia, così come compare sul sito web lombardiarussia.org.

“Il mondo attuale – si legge ancora – perso in un delirio mondialista, è la negazione del mondo tradizionale come noi lo abbiamo conosciuto, e la Russia pare oggi l’unico baluardo e l’unico faro verso cui guardare con speranza”.

L’esigenza della nascita dell’associazione viene dunque fatta risalire alla necessità di mantenere in vita i valori cd “tradizionali”, senza specificare quali essi siano, oltre a quella di avere un’informazione meno di parte, lasciando con ciò intendere che tutto il mondo dei media sia pregiudizialmente schierato contro il paese guidato dall’ex capo dell’FSB.

Per “fare conoscere la Russia e la sua attualità per quel che sono” l’associazione si avvale dunque oltre che di testate ritenute “di provata serietà”, quali “Sputnik News” e “La Voce della Russia”, anche di iniziative ed eventi culturali di ogni genere autonomamente organizzati, con la partecipazione delle varie associazioni di cittadini russi presenti in Lombardia. Il partner “d’eccellenza” sarà il centro culturale -Il Rivellino di Locarno, “protagonista della scena culturale al G20 di San Pietroburgo” legato ad “eccellenze russe come Gosfilmofond”, il quale ha proprio presso Il Rivellino la sua sede per quanto riguarda l’Europa occidentale.

Gosfilmofond è il principale archivio cinematografico della Federazione Russa, ed è membro della federazione internazionale degli archivi cinematografici con sede in Russia.

Il centro culturale Il Rivellino, con sede a Locarno in Svizzera, è  gestito dai fratelli Arminio e Paolo Sciolli, ed è stato oggetto in passato di attacchi politici da parte del Partito Socialista svizzero. “Con queste premesse – scrive Jean Olaniszyn co-curatore assieme ai fratelli Sciolli del centro culturale – l’iniziativa dei socialisti (una denuncia presentata il consiglio comunale che ventilava presunti abusi edilizi eseguiti dai gestori sulla struttura che ospita il circolo) si può definire un accanimento contro i proprietari del Rivellino, che da sei anni, con la collaborazione del sottoscritto Jean Olaniszyn, promuovono iniziative culturali con risultati di eccellenza che sono un fiore all’occhiello non solo per Locarno ma per tutto il Canton Ticino”.(fonte ticinolive.ch del 15.10.2015).

L’associazione ha sede a Locarno, in via al Castello, e si occupa di organizzare attività culturali di vario genere, incluse attività multimediali. Sciolli risulterebbe essere originario di Altea, in Spagna. 

 

Gli scambi culturali con la Russia 

Il 19 febbraio 2013 il sito online ticinolive.ch riporta la notizia degli scambi culturali Ticino-Russia promossi da Arminio Sciolli e Jean Olaniszyn. Oggetto dell’attività di promozione culturale è l’archivio fotografico dedicato a Ivan Bianchi, pioniere della fotografia in Russia, archivio conservato presso il circolo Rivellino LDVB di Locarno. Secondo l’articolo il circolo sarebbe stato invitato dalla direzione del Palazzo di Strelna, a S.Pietroburgo, per esporre nel quadro del Programma organizzato a nome del Presidente della Federazione Russa durante il G-20 del 5 e 6 di settembre 2013 una trentina di lavori del fotografo svizzero, famoso in Russia per essere stato tra i primi a ritrarre la luce di San Pietroburgo.

In contemporanea il circolo locarnese esporrà nella cittadina ticinese le foto della giovane artista e fotografa russa Julia Schestag, vincitrice del premio Taylor Wessing 2011 per la fotografia.

All’iniziativa hanno partecipato anche alcuni rappresentanti dell’Ambasciata della federazione Russa in Svizzera, tra cui anche il console Konstantin Nefedov. Quest’ultimo ha proposto al circolo di ospitare, per il mese di giugno 2013, una mostra sulla Regione Autonoma di Yamal dedicata alle tradizioni popolari del luogo. La mostra verrà inaugurata in contemporanea con la visita in Svizzera del poeta russo Evgeny Evtuschenko, accompagnato da altri rappresentanti della cultura russa.

 

Società off-shore

Se apparentemente l’attività de Il Rivellino sembra essere sufficientemente limpida e trasparente, stando quanto meno ai resoconti delle cronache locali, meno trasparenti appaiono le società panamensi nelle quali Sciolli risulta ricoprire delle cariche sociali.

Stiamo parlando di tre società offshore, create nel periodo di tempo che va dall’ottobre del 1987 al febbraio del 1996, e che risultano avere intestati beni immobili, terreni e case, per un valore complessivo che supera i 600.000 dollari, terreni e case situati a Panama.

Secondo una visura internazionale Sciolli risulta ricoprire posizioni dirigenziali in ben tre società incorporate a Panama.

Si tratta nel dettaglio della Apple Tree Projects SA, società incorporata nel gennaio del 1995 nella quale Sciolli ricopre le cariche di presidente con potere di rappresentanza e direttore. Di seguito abbiamo la LM-Apple Trading SA, società incorporata nel febbraio del 1996, in cui Sciolli risulta essere direttore; e in ultimo la Agropoli Productions INC SA, società incorporata nell’ottobre del 1987, nella quale Sciolli ricopre ancora una volta la doppia carica di presidente con potere di rappresentanza e direttore.

 

Beni mobili e immobili intestati a società

Ciascuna delle società citate dispone di un capitale sociale versato di 10 mila dollari.

Secondo una visura la LM Apple Trading SA risulta essere tritolare di terreni per un valore complessivo pari a 634.203,00 USD. I terreni risultano ufficialmente intestati a Ludovina Alvarado De Cortes. Ai terreni va aggiunto anche un immobile del valore di 11.634,53 USD, sempre intestato alla Alvarado De Cortes. Mentre l’acquisto dei terreni risulta essere registrato nel giugno del 2010, quello dell’immobile sarebbe stato annotato sui registri immobiliari il mese successivo.

Abbiamo quindi la Apple Tree Projects SA, che a partire dal marzo 2009 risulta essere intestataria di un terreno di 405 mq del valore di 810,00 USD e di un immobile ivi edificato, per un valore complessivo all’incanto di 810,00 USD, quest’ultimo intestato a Imperatriz Dionicia Rudas Gonzales. In questo caso ll terreno deriva da un lotto facente parte di un appezzamento molto più grande, appezzamento messo all’asta dal Banco Hipotecario Nacional, così come risulta dall’esito dell’aggiudicazione in questione datata novembre 2008. Sempre riconducibile alla società è inoltre una vettura del valore di 28.500 USD intestata, a partire dall’agosto 2013, ad Arturo Martinez Agis.

Infine vi è la Acropolis Productions Inc. con un immobile ad essa riconducibile e intestato, a partire dal 13 marzo 2001, a Melvin Antonio Urriola Ortiz e a Ilka Ivette Arias De Urriola, immobile del valore di  8.360,00 USD. Sempre riconducibile alla società risulta essere la vettura del valore di 18.900 USD intestata, a partire dal’8 marzo 2005, a Edelsa Maria Martinez Gonzalez.

Con riferimento alla Apple Tree Projects SA, che ha come segretario Lada Roudakova  e come presidente e direttore Arminio Sciolli, si tratta dell’unica società tra le tre indicate ad avere espressamente riportata la cittadinanza dell’utilizzatore: “Usuario”. Tale cittadinanza risulta essere quella russa (Rusa). (cm)

 

 

L’ingegneria fiscale di Whirlpool

Le azioni decisive che abbiamo intrapreso nel 2018 hanno portato al risultato record di tutti i tempi, all’espansione del margine EBIT nella nostra regione nordamericana e a un forte flusso di cassa, trainato principalmente da una gestione disciplinata del capitale circolante, compresi significativi miglioramenti nell’efficienza delle scorte”. 

A parlare è Jim Peters, CEO del gruppo Whirlpool, che presentando i risultati relativi all’esercizio economico 2018 così prosegue: “Siamo stati in grado di ottenere forti risultati a fronte di significativi livelli di incertezza economica e commerciale globale e di mantenere la nostra flessibilità finanziaria, investendo nel contempo nella nostra attività e restituendo agli azionisti una quantità record di liquidità”.

Titolare dei marchi Whirlpool, Kitchen Aid, Maytag, Indesit, Hotpoint, Consul, Brastemp, Amana, Jennar, Bauknecht, Acros, Diqua il gruppo Whirlpool ha chiuso il 2018 con un risultato economico senza precedenti. Ventuno miliardi di fatturato annuale, con 92.000 dipendenti in tutto il mondo e 65 centri di produzione e innovazione.

Leader globale nel mercato degli elettrodomestici, il Gruppo ha investito complessivamente nel 2018 un miliardo di dollari in innovazione. Nel secondo trimestre del 2018 sempre Whirlpool ha ottenuto un prestito bancario per un miliardo di dollari, con il quale ha concluso un’operazione di riacquisto di azioni (buyback) attraverso un’offerta pubblica. 

Nel 2018 la società ha distribuito agli azionisti 1,5 miliardi di dollari di dividendi azionari, un record assoluto. Per il sesto anno consecutivo la società ha aumentato il suo dividendo trimestrale, oltre ad avere riacquistato complessivamente 1,2 miliardi di dollari di proprie azioni ordinarie. 

La legge approvata negli Stati Uniti il 22 dicembre 2017 (Tax Cuts and Job Act) ha introdotto delle agevolazioni fiscali sui risultati economici delle imprese, in particolare una riduzione dell’aliquota di imposta sui redditi di impresa dal 35% al 21%, a partire dal 2018, oltre ad agevolazioni sul rientro una tantum (Transition Tax) degli utili realizzati dalle controllate estere, utili  in precedenza tassati in differita con la creazione di nuove imposte su utili di provenienza estera.

La riduzione dell’aliquota dell’imposta sul reddito d’impresa ha comportato per il governo federale statunitense una spesa fiscale una tantum per un importo complessivo pari a 49 milioni di dollari. La Transition Tax ha prodotto invece un aggravio una tantum della spesa per un ammontare pari a 190 milioni. Queste due cifre costituiscono l’impatto positivo dovuto al taglio delle tasse introdotto attraverso il Job Acts.

Eppure, nonostante tali incentivi fiscali all’attività imprenditoriale dei quali  anche il gruppo Whirlpool ha potuto godere, quest’ultimo continua ad avere un numero impressionante di filiali sparse per il mondo, molte delle quali situate in noti paradisi fiscali quali le Isole Cayman, Curacao, Le Isole Vergini Britanniche, o le isole Bermuda.

Su un totale di 198 filiali complessivamente possedute dal gruppo Whirlpool ben 35 sono dislocate in paradisi fiscali indicati nelle black lists dell’OCSE e dell’Unione Europea.

 

Ingegneria fiscale 

Il braccio finanziario in Svizzera e la sede della holding in Olanda. Questo lo schema societario della multinazionale americana Whirlpool, con alcune varianti che riguardano il Lussemburgo ed il particolare regime fiscale fino a poco tempo fa estremamente vantaggioso per le holding, oggi un pò meno favorevole. A meno di non avere stipulato un Tax Ruling con il governo del Granducato, proprio come hanno fatto FCA o Amazon.   

Fino al 2018 la Svizzera era annoverata nella black List dell’Unione Europea, esattamente come il Lussemburgo, per via sia del regime fiscale concorrenziale rispetto all’Europa, che per il complesso di norme vigenti nel sistema bancario elvetico.

Oltre ad accogliere le richieste provenute negli ultimi anni dall’OCSE in merito ad una maggiore trasparenza fiscale, nel 2004 la Confederazione elvetica ha sottoscritto un accordo con l’UE sulla tassazione del risparmio. Attraverso di esso è stata introdotta una ritenuta di imposta per i pagamenti effettuati verso soggetti residenti nell’UE con un’ aliquota progressiva crescente, a partire dal 15% fino al 35%, accordo entrato in vigore nel luglio 2011. 

Le ragioni che spingono gli imprenditori ad investire in Svizzera sono sia di tipo fiscale che di sistema.

La confederazione applica una tassazione sui redditi d’impresa molto bassa.

Mentre le imposte confederali sono stabilite dalla costituzione elvetica, sia quelle cantonali che quelle comunali vengono definite autonomamente dalle varie amministrazioni. Ciò significa che la tassazione differisce da cantone a cantone, e da comune a comune.

L’aliquota dell’imposta federale sugli utili è 7,83%. A questa occorre aggiungere però anche quella cantonale, che va dal 4 al 19%, e quella comunale che va dal 4% al 16%. 

In Italia la ritenuta sui dividendi è del 26%.

Tra i vantaggi di sistema citiamo la presenza di un complesso di infrastrutture efficiente e relativamente recente, oltre ad un sistema giudiziario celere ed affidabile.

Tra i vantaggi del sistema fiscale olandese menzioniamo invece una riduzione della ritenuta alla fonte su dividendi, royalties e interessi pagati alle società locali, oltre all’esclusione dalla tassazione delle plusvalenze ottenute nei paesi originari.

 L’elevato numero di trattati internazionali stipulati dall’Olanda garantisce poi gli investitori dal rischio di esproprio, assicurando un regime di reciprocità. 

 Attraverso le direttive UE viene poi garantita la riduzione della ritenuta alla fonte sulle transazioni tra società collegate. Vige inoltre l’esenzione totale per le entrate provenienti da filiali estere che rispondono ai requisiti stabiliti dalla legge. Le attività consolidate della controllata includono una quota inferiore al 50% di investimenti passivi a bassa tassazione. E’ previsto poi un regime fiscale speciale per le innovazioni.

 

La sede svizzera

Tra le filiali svizzere del gruppo abbiamo la Whirlpool International GmbH,  società a responsabilità limitata (GmbH) con sede a Zurigo nel cantone omonimo. 

Il suo capitale sociale di 20.000.00 franchi svizzeri (CHF) è intestato alla Whirlpool Europe BV (20082046), società di diritto olandese. 

Incorporata nel marzo 2008 da Curtis Christen Miller (dirigente) e da Peter Lars Davidsson (dirigente, presidente e socio) col numero identificativo CHE-114.132.832, lo scopo dichiarato della società è quello della distribuzione e del commercio in tutto il mondo di elettrodomestici, nonché di altri beni di consumo e prodotti industriali.

In base allo statuto la società può stabilire filiali sia a livello nazionale che internazionale, nonché partecipare ad altre società sia nazionali che estere, e svolgere qualsiasi attività commerciale direttamente o indirettamente collegata al proprio oggetto sociale. La società può inoltre acquisire, addebitare, cedere e amministrare beni immobili, situati sia in Svizzera che all’estero. Può anche assumere finanziamenti per conto proprio o di terzi, oltre a fornire garanzie per filiali e terze parti. 

 

Residenze off shore anche per il top managment

Secondo la prima annotazione effettuata sul registro societario, in data 20.03.08, abbiamo Peter Lars Davidsson, di nazionalità svedese residente a Herrilberg, Zurigo (CH), la cui qualifica è quella di presidente del consiglio di amministrazione e il quale detiene 200 azioni ordinarie del valore di 100,00 CHF ciascuna; tra le persone registrate in quella stessa data menzioniamo Christen Miller Curtis, cittadino americano residente a Seon (CH) con la qualifica direttore generale. 

La seconda registrazione, avvenuta in data 9.06.08, riporta quale socio unico la Whirlpool Europe BV, società di diritto olandese con sede a Breda. A partire dal 9.06.08 la società in questione risulta essere l’unico azionista della Whirlpool International GmbH (200 azioni ordinarie da 100,00 CFH). 

Tra le persone fisiche titolari del diritto di firma (congiunta) per conto della Whirlpool Europe BV l’ 8.09.11 vengono iscritti Christian Miller Curtis, in qualità di direttore generale, e Peter Davidsson come presidente del consiglio di amministrazione.

In data 8.03.12 il direttore generale Christian Miller Curtis viene sostituito da Marc Zaal, cittadino olandese, residente a Lugano con la qualifica di amministratore delegato.

Il giorno 21.07.15 viene annotata la cancellazione del presidente del consiglio di amministrazione Peter Lars Davidsson, sostituito dall’italiano Luca Oglialoro, residente a Milano, sempre con la qualifica di presidente del consiglio di amministrazione, dotato di potere di firma individuale. (Anche all’amministratore delegato Marc Zaal viene concesso il potere di firma individuale).

Il 24.09.15 viene cancellata la posizione di amministratore delegato in capo all’olandese Marc Zaal, che viene sostituito dall’italiano Paolo Felice, residente a Lugano, sempre con la qualifica di amministratore delegato con potere di firma individuale.

Il giorno 24.09.18 viene registrata l’ultima annotazione societaria relativa all’italiano Paolo Lioy, residente a Blonay (CH), che assume la carica di presidente del consiglio amministrazione con potere di forma individuale in sostituzione di Luca Oglialoro; Heidi-Elisa Mahon, cittadina finlandese residente a Milano, assume invece la carica di amministratore delegato con potere di firma individuale; analogamente Dimitri Maurice Storme, cittadina belga, residente a Leudelange (LU) assume la carica di direttore generale con potere di firma individuale.

Non resta ora che ricapitolare la composizione sociale della Whirlpool International GmbH: 

Whirlpool Europe BV, socia senza diritto di firma, con sede a Breda (NL)

Paolo Lioy, italiano, presidente del consiglio di amministrazione con potere di firma, residente a Blonay (CH); Heidi-Helisa Mahon, finlandese, amministratore delegato con potere di firma residente a Milano; Maurice Dimitri Storme, belga, direttore generale con potere di firma, residente a Leudelange (LU).

Riassumendo dunque, non solo la sede della società principale e quella della holding sono state dislocate in paesi in cui la tassazione, in base all’oggetto istituzionale, risulta essere più favorevole, ma anche la maggior parte del top management ha stabilito la propria residenza in paradisi fiscali. 

Sul registro delle imprese olandese (www.kvk.nl) sono due le società con il nominativo Whirlpool Europe BV.

La prima è Whirlpool Europe Holding BV che sembrerebbe essere una holding, e Whirlpool Europe BV, la quale invece non sembra essere una società finanziaria.

 

Finanziarie e holding lussemburghesi

In base al registro delle imprese lussemburghese sarebbero cinque le consociate del gruppo Whirlpool con sede nel Granducato. La prima è Whirlpool Luxembourg, società a responsabilità limitata con sede in Rue de Neudorf 560/A, che ha quale oggetto sociale l’acquisizione di partecipazioni azionarie, sia lussemburghesi che straniere, e attraverso di queste effettua acquisti, investimenti e rileva brevetti o licenze. Il capitale della società è posseduto interamente dalla Kitchen Aid Delaware Inc., società con sede nel Delaware.

Di seguito c’è la Maytag Luxembourg Sarl incorporata il 28 dicembre 1981, quindi la Whirlpool Canada Luxembourg Holdings Sarl, che come dice il nome acquisisce e gestisce partecipazioni azionarie, con sede al n.560/A di Rue de Neudorf. 

Abbiamo poi la Whirlpool International Manufacturing Sarl, con sede al n.50 di Rue Val Fleuri, incorporata nel giugno del 2008 con un capitale sociale di 12.500 euro, che ha come oggetto sociale quello di svolgere operazioni finanziarie, in Lussemburgo o all’estero, finalizzate alla concessione di prestiti a tutte le società appartenenti al gruppo. Tali prestiti saranno finanziati senza necessariamente porre limiti agli strumenti impiegati, che non saranno esclusivamente di tipo finanziario, come i prestiti da parte dei soci o dalle società del gruppo, o di tipo bancario.

Inoltre la società ha per oggetto tutte quelle operazioni che riguardano in maniera diretta o indiretta l’acquisizione di partecipazioni azionarie, oltre all’amministrazione, alla gestione, al controllo e allo sviluppo delle stesse. Il capitale della società appartiene alla Whirlpool International GmbH con sede a Zurigo,  in Svizzera.

Tra i dirigenti nominati dai vertici della società abbiamo Marc Robert Bitzer, tedesco, residente in Via S.Pellico a Varese, di seguito Irene Frances Bellew Lenarduzzi, cittadina inglese, residente in via dei Castagni a Bodio Lomnago; quindi John Joseph Sweeney, cittadino scozzese residente  in via Petrarca a Travedonia Monate. E ancora Romain Thillens, cittadino lussemburghese, residente in Val Fleuri nel Granducato; e infine Nour Edwin Nijar, cittadino marocchino, residente in Val Fleuri in Lussemburgo.

Incorporata il 31 maggio del 2007 con un capitale sociale iniziale di 20 mila dollari, la Whirlpool Overseas Manufacturing Sarl ha sede nel Granducato, al numero 50 di Rue Val Fleuri. L’oggetto della società è analogo a quello della International Manufacturing Sarl, ovvero si tratta sempre di una società finanziaria.

Titolare del capitale della finanziaria è la Whirlpool America Holding corp, con sede a Wilmington (USA), mentre l’amministratore delegato titolare del diritto di firma è Robert Althoff, nominato il 31.05.2007 (NAR Operations Material Director). 

Nella stessa data vengono nominati sempre come amministratori: Steven Rush, cittadino americano residente negli USA con la qualifica di Vice Presidente delegato per il North America; John Joseph Sweeney Consulente fiscale, cittadino inglese residente in Italia, a Varese; Romain Thillens, cittadino lussemburghese residente in Lussemburgo in Rue Val Fleuri, company manager; Nour-Eddin Nijar, cittadino marocchino residente in Lussemburgo in Rue Val Fleuri, dipendente privato.

 

Il regime fiscale lussemburghese per le holding

In Lussemburgo il regime fiscale societario previsto per le holding,  ovvero per quelle società che hanno come oggetto quello di detenere partecipazioni cioè quote azionarie di altre società e di gestirle, è particolarmente vantaggioso.

La disciplina fiscale prevede due tipi holding: quelle istituite attraverso una legge del 1929, le quali godono di un regime particolarmente vantaggioso per i dividendi derivanti da partecipazioni o investimenti, per le royalties derivanti dallo sfruttamento del diritto di autore, per le plusvalenze e gli interessi da obbligazioni, depositi bancari e finanziamenti effettuati verso società controllate.

Per tutti questi vige un regime di esenzione fiscale totale; stessa cosa vale per i pagamenti effettuati dalla holding sotto forma di dividendi. In forza dei trattati internazionali stipulati con numerosi altri paesi i dividendi delle partecipate non possono essere soggetti a doppia imposizione.

L’imposizione prevista per le holding del 1929 è un’imposta sul capitale dell’1%, oltre ad una tassa di sottoscrizione annuale pari allo 0,2% della media del valore delle azioni dell’anno precedente. Il valore minimo di tale imposta è di 2.000 franchi lussemburghesi. 

L’altra categoria di holding è la “Societè de Partecipation Financieres” (SOPAFI), che esternamente appare come una normale società commerciale, ma che gode del vantaggio derivante dalle convenzioni internazionali, che le consentono di evitare la doppia imposizione. Tale società è infatti soggetta ad una ritenuta alla fonte del 15% sulla distribuzione dei dividendi. Per via dello status di società commerciale la SOPAFI è soggetta ad un’aliquota d’imposta del 33%. Annualmente è necessario versare una tassa sul patrimonio dell’ 0,5%, alla quale si aggiunge un’imposta commerciale comunale.  Sotto determinate condizioni è prevista un’esenzione nel caso di partecipazioni percepite in qualità di holding, e di plusvalenze derivanti dalla vendita di proprie partecipazioni.

In definitiva le SOPAFI consentono l’indubbio vantaggio di distribuire dividendi esentasse.

Se si decide dunque di creare una holding nel Granducato, oltre alle motiviazioni legate alla necessità di abbattere il proprio carico fiscale attraverso l’elusione, è necessario valutare l’ipotesi di una gestione centralizzata delle finanze di gruppo, nel qual caso il vantaggio fiscale è indubbio. (cm)

 

Gianluca Savoini, il leghista più vicino a Putin

 

Dopo lo scoop di Espresso e FanPage sui rapporti lavorativi che legherebbero Gianluca Savoini al Corecom, l’autority lombarda di Controllo delle Comunicazioni (2.594 euro mensili), e all’azienda dei trasporti controllata dalla Regione Lombardia, Fnm spa (2.600 euro mensili), numerosi politici regionali della Lega Nord hanno tenuto a precisare di non averlo mai visto ne conosciuto.

Eppure, come hanno mostrato le immagini dell’inchiesta di Fanpage, Savoini avrebbe un ufficio tutto suo proprio dentro il Pirellone, con tanto di targhetta con il suo nome sulla porta. Una specie di fantasma all’interno del palazzo in cui hanno sede gli uffici della Regione Lombardia. 

Scorgendo il suo curriculum ci si rende conto di come Gianluca Savoini abbia, a partire dal 1997 e per diverso tempo, lavorato all’organo di informazione del partito, il quotidiano La Padania. Ed è proprio qui che l’ex giornalista avrebbe conosciuto Matteo Salvini, anche lui collaboratore del giornale.

Dal 2003 al 2006 guida, con la qualifica di dirigente, la Comunicazione Istituzionale per il Ministero del Welfare, presso l’agenzia Italia Lavoro, mentre a partire dal 2006 dirige la struttura Stampa del Consiglio Regionale della Lombardia.

Dopodiché l’uomo sparisce per un lungo periodo dalla circolazione, per ricomparire nel nel 2013 dopo essersi sposato con una ragazza russa.

Il nuovo segretario della Lega Matteo Salvini lo nomina subito suo portavoce, con un contratto di due anni.

Pochi mesi dopo, siamo agli inizi del 2014, Savoini fonda assieme a Claudio D’Amico l’Associazione Lombardia-Russia, con la “visione del mondo – si legge sul sito – enunciata dal Presidente della Federazione Russa” Vladimir Putin.

Durante la fase delle sanzioni economiche imposte nel 2014 dall’Unione Europea sui prodotti russi, in risposta all’invasione della Crimea e dell’occupazione di una regione dell’Ucraina, l’Associazione avrebbe incontrato alcuni imprenditori russi nel tentativo di svolgere un’attività lobbistica in loro favore.

In molti hanno tuttavia ritenuto che il reale scopo dell’Associazione Lombardia- Russia fosse quello di raccogliere in modo opaco finanziamenti per conto della Lega. E’ possibile tuttavia che le due cose siano andate di pari passo. 

 

Videonord: dal 1978 a Odeon

Oltre ad avere collaborato con l’organo di informazione della Lega Nord, Gianluca Savoini è stato in passato titolare di quote di Videonord, una rete televisiva locale che trasmette in Piemonte e in Valle D’Aosta.

Videnord nasce nel 1978 come Videovercelli, ma solo a partire dal 1984 assumerà il nome di Videonord, ovvero il nome della società che aveva rilevato la vecchia rete televisiva. Sotto la guida del direttore della programmazione Michele Politi l’emittente entra a far parte del consorzio televisivo Italia Nord, la cui attività è incentrata sulla trasmissione di eventi sportivi, oltre dieci ore settimanali dal lunedì al venerdì. Una volta sciolto il consorzio televisivo, Videonord viene rilevata dall’imprenditore Davide Boscaini, già editore di Quarta Rete.

Con il piano di gestione dalla nuova proprietà la televisione condivide il piano editoriale di Junior TV. Dal 1993 al 1994 Videonord manda in onda il programma Zona Franca, condotto a Gianfranco Funari. A partire dal 1994 la sede delle attività viene trasferita a Torino, e dall’anno successivo Videonord entra a far parte della syndacation Italia9 Network, che trasmette il tg nazionale Piazza Montecitorio. Nel luglio 1997 si registra l’arrivo del nuovo editore Pietro Manera, già editore di Rete 7 e membro del gruppo editoriale Quarta Rete. 

E’ proprio nell’anno in questione che con un’operazione finanziaria complessa, uno scambio di azioni, si realizza la compravendita di Videonord da parte di Quarta Rete. Di fatto Quarta Rete spa cede a Videonord srl una quota delle sue azioni, in cambio di azioni della Videonord. Poco dopo Videnord partecipa alla syndacation Odeon Tv.

Nel febbraio 2000 viene registrata una permuta di azioni con un conguaglio in denaro con Video Record srl, l’emittente televisiva che trasmette in Val D’Aosta, e Videonord srl.  Nel 2012 viene registrato l’ultimo atto relativo agli assetti proprietari attinenti a Videonord srl: si tratta di una permuta di rami aziendali tra la Videonord e Videogruppo Televisione srl, una società quest’ultima di programmazione e trasmissione televisiva ma anche di noleggio di attrezzature per la tv, attualmente cessata, con sede a Milano.

Oggi Videonord trasmette con un organico di quattro dipendenti, tra cui due impiegati amministrativi e due giornalisti che si occupano della messa in onda del telegiornale quotidiano.  

 

Savoini e Videonord

La società editoriale Videonord srl dispone attualmente di un capitale sociale di 156 milioni di euro, interamente versato. La compagine sociale risulta essere così composta: la quota di maggioranza relativa, pari a 54 milioni e 600 mila euro ovvero a oltre il 33% delle azioni, è di proprietà di Piero Manera; un’altra quota rilevante della azioni, pari a 39 milioni e 792 mila euro, è di proprietà di Giuditta Domenica Masciotti. Poi abbiamo due società, entrambe con una quota intorno ai trenta milioni di euro. Si tratta in particolare della Immobiliare del Lago srl, e di Rete 7 spa.

Dunque Piero Manera, editore di Rete 7, controlla indirettamente una quota ulteriore di 30 milioni e 407 mila euro, pari al 20% circa delle azioni della Videonord. L’amministratore unico con pieni poteri è Dario Mazzoleni, in carica dal dicembre 2006 e fino al dicembre 2019.

I passaggi di azioni della Videonord che vedono coinvolto Gianluca Savoini avvengono a cavallo tra il 1997 e il 1999.

Nel luglio del 1997 Savoini acquista da Davide Boscaini quote della rete televisiva per un controvalore di 30 milioni delle vecchie lire. Lo stesso giorno sempre Savoini acquista un’ulteriore quota della Videonord per 27 milioni di lire da Riccardo Greppi. Complessivamente quindi, a partire dal luglio 1997 Savoini detiene azioni della tv locale per 57 milioni di lire.

Il possesso delle quote di Videonord dura per Savoini solo un anno. Il 23 gennaio 1998 ill presidente dell’associazione Lombardia-Russia cede a Dario Mazzoleni quote della Videonord per 28.475.000. Si tratta della cessione definitiva di quote della società da parte di Savoini.

A partire da questa data, dunque, Savoini non non avrà più alcun legame con la rete televisiva in oggetto. Il dimezzamento del valore delle azioni non è spiegabile, se non in un’ottica di un accumulo di risultati di gestione negativi, ovvero di un indebitamento derivante dagli esercizi pregressi. (cm)

 

D’Amico il ribelle stacanovista della Lega

 

L’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia ha registrato alcune operazioni sospette da parte di uno dei soci dell’Associazione Lombardia- Russia, nonché consigliere di Matteo Salvini. Stiamo parlando di Claudio D’Amico, dal 2008 al 2013 parlamentare in quota lega, eletto nel 2009  sindaco di Cassina De Pecchi. Attualmente l’uomo ricopre l’incarico di assessore alla sicurezza nel comune di Sesto S.Giovanni.

I riflettori su D’amico erano già stati accesi dall’autorità giudiziaria per via della sua partecipazione alla famigerata riunione presso l’Hotel moscovita Metropol, del 18 ottobre 2018.

L’incontro aveva come oggetto la vendita di una partita di gasolio, da parte della compagnia russa Rosneft Oil Company, ad una società intermediaria, ad un prezzo scontato del 4%. L’intermediario avrebbe poi rivenduto il gasolio all’ENI a prezzo pieno. La differenza, pari a circa 65 milioni di euro, rappresentava il finanziamento che secondo gli inquirenti gli emissari russi avevano intenzione di versare ai collaboratori di Matteo Salvini per finanziare la campagna per le europee dello scorso maggio.

All’incontro, al quale parteciparono due cittadini russi oltre a Claudio D’Amico, avrebbe preso parte anche Gianluca Savoini, il presidente dell’associazione Lombardia-Russia. Successivamente, con una lettera scritta al quotidiano La Repubblica, l’avvocato internazionalista Gianluca Merenda avrebbe reso noto di essere lui il Luca al quale i partecipanti intercettati avrebbero fatto riferimento nelle loro conversazioni, anch’egli presente all’incontro.

Durante il rendez-vous venne discusso del presunto finanziamento da 65 milioni di euro diretto, oltre che alla Lega Nord, anche ad alcune associazioni per la promozione degli scambi culturali e commerciali tra la Russia e l’Italia. Associazioni utilizzate, secondo gli inquirenti, come veicolo per trasferire fondi neri presso i conti di società appositamente create in paradisi fiscali. L’ipotesi al vaglio degli investigatori è che i canali impiegati per movimentare le somme di denaro in questione siano gli stessi utilizzati per fare sparire dall’Italia i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali non dovuti, da parte del partito fondato da Umberto Bossi.

 

Gli amici russi

Sia Savoini che D’Amico sarebbero titolari di quote della società russa Orion LLC. Si tratterebbe di una società di consulenza con sede a Mosca. L’associazione ecologista e per la tutela dei diritti umani Globall Witness ha sottolineato come ciò abbia rappresentato un chiaro conflitto d’interesse per Matteo Salvini, conflitto risolto con il ritiro della fiducia da parte della Lega Nord al primo governo guidato da Giuseppe Conte.

Ulteriori legami tra uomini della Lega Nord e possibili interessi economici in Russia sono dati dalla carica di Presidente onorario dell’associazione Lombardia-Russia riconosciuta ad Alexey Como, un uomo d’affari russo vicino all’oligarca Konstantin Malofeev, quest’ultimo membro del Congresso Mondiale della Famiglia (WCF). Si tratta di un’organizzazione statunitense ultracristiana che mira ad unificare, a livello internazionale, molti gruppi e realtà sparsi per il mondo, e a portare avanti istanze comuni di stampo tradizionalista e ultraconservatore.

Con un patrimonio stimato di circa due miliardi di dollari, oltre ad essere uno degli uomini più ricchi della Russia Malofeev è anche presidente dell’organizzazione non governativa Società per lo sviluppo dell’educazione storica russa Double Headed Eagle.

Considerato molto vicino a Vladimir Putin, da alcuni anni Malofeev ha cominciato ad investire quote sempre più ingenti della sua ricchezza per sostenere movimenti politici ultracristiani e pro-famiglia. 

Come la Fondazione Caritatevole S.Basilio il Grande, l’associazione Aquila a Due Teste, il canale televisivo Tsargard TV, l’Istituto di Formazione S.Basilio il Grande, l’Associazione Safe Internet League. 

Oltre ad essere inserito nella blacklist internazionale per avere finanziato organizzazioni che hanno cercato di influire sull’esito di alcune campagne elettorali di paesi democratici, Malofeev è stato accusato in passato di avere finanziato il Front National, oggi Rassemblemant National, guidato da Marine Lepen.

Il settimanale L’Espresso lo ha indicato come il vero regista dell’operazione di finanziamento in favore della Lega Nord a cui si è fatto cenno poc’anzi. 

 

Incarichi prestigiosi

Dal curriculum vite di D’Amico si legge come questi abbia ricoperto in passato incarichi prestigiosi per conto della Lega Nord. Prima di essere eletto parlamentare, dal 1994 al 1995 è stato infatti primo collaboratore del vice presidente del Senato. Di seguito dal 1995 al 1999 collaboratore del gruppo della Lega Nord alla Camera. Quindi dal 1999 al 2001 collaboratore al Parlamento Europeo dell’on. Umberto Bossi.

Dal 2001 al 2004 D’Amico è stato nuovamente capo di gabinetto del vice presidente del Senato, e successivamente dal 2004 al 2006 ha ricoperto il medesimo incarico per il ministro delle Riforme Istituzionali e la Devoluzione Roberto Calderoli.

Ancora dal 2006 al 2006 è stato capo di gabinetto del vicepresidente vicario del Senato, poi dal 2014 al 2015 collaboratore del gruppo Lega Nord al Senato e infine dal 2017 al 2018 consulente esterno del gruppo ENF al Parlamento Europeo.

Secondo il sito Openparlamento durante il suo mandato parlamentare il collaboratore di Salvini ha fatto registrare un indice di produttività di 157,7 risultando 284° su 630 deputati. Sempre secondo i dati raccolti dal sito D’Amico sarebbe stato una sorta di ribelle, avendo votato durante l’intera legislatura per ben 71 volte in difformità rispetto al proprio gruppo parlamentare.

Tra gli incarichi parlamentari ricoperti nel corso della 14a legislatura D’Amico è stato componente della Commissione Bilancio alla Camera, nonché Componente supplente della Commissione Esteri.

E inoltre, malgrado le presenze e gli atti presentati durante i 5 anni di mandato, quattro risoluzioni per citare solo quelle approvate dall’aula, D’Amico avrebbe partecipato per ben 27 volte a missioni  internazionali di osservazione elettorale.

E ancora sarebbe stato componente di numerosi gruppi parlamentari e delegazioni internazionali, tra cui la delegazione parlamentare OSCE,  e inoltre componente della grande missione Italia-Russia composta da parlamentari italiani e omologhi della Duma russa, presidente del gruppo di amicizia interparlamentare con i paesi dell’ex Unione Sovietica, componente del gruppo di amicizia parlamentare con i paesi dell’Asia sud orientale, componente del gruppo di amicizia parlamentare con la Romania, componente del gruppo di amicizia parlamentare con i paesi del Golfo.

 

Partecipazioni societarie

Secondo una visura camerale l’ex parlamentare e attuale assessore alla sicurezza al comune di Sesto S.Giovanni avrebbe costituito nell’ottobre del 2006 la società di capitali Mibel International srl, a partire dal settembre  2017 in fase di liquidazione volontaria. La società svolge l’attività di asilo nido-ludoteca.

Ora, dato che la sede della società è il comune di Cassina De’ Pecchi, comune del quale D’Amico è stato sindaco dal 2009 al 2013, potrebbe sorgere il dubbio di un conflitto di interessi tra la sua attività imprenditoriale e quella amministrativa.

In realtà, come risulta tra le note interne della visura, il 25 giugno del 2009 la Camera di Commercio di Milano registra l’iscrizione del nuovo amministratore unico della società, Svetlana Konovalova, e la contestuale decadenza del D’Amico da tale carica. Viene anche annotato che la Konovalova avrebbe avuto notizia della propria nomina in data 26 maggio 2009.

Dicevamo che in base al codice attività la Mibel avrebbe come oggetto sociale l’attività di gioco e intrattenimento principalmente per bambini. In realtà, leggendo meglio l’atto costitutivo essa potrebbe svolgere anche l’ attività di produzione, commercio al dettaglio e all’ingrosso, anche online, nonché l’importazione e l’esportazione di prodotti di largo consumo, commerciali, industriali, artigianali e artistici, con particolare riferimento a prodotti alimentari, alcolici e superalcolici, cosmetici e prodotti per l’igiene e la cura della persona.

Insomma una sorta di jolly tutto fare in grado di esercitare diverse attività, da quella commerciale alla produzione di servizi, spaziando dai siti web, alla pubblicità, alla promozione di fonti alternative, fino alla realizzazione e gestione di strutture turistiche, inclusa la vendita di pacchetti viaggio per turismo, lavoro o altro genere di interesse, passando per le attività di natura finanziaria e per quelle di tipo editoriali.

Quello che hanno di interessante le visure è la capacità di mostrare i legami societari e non, che mettono in relazione i soggetti a cui si riferiscono. Nel nostro caso i nomi delle persone coinvolte nella Mibel International srl ci permettono di inquadrare meglio il significato di alcune cariche assunte dal D’Amico nel corso della sua carriera.  

 

In società con Calderoli

Il 25 luglio 2008 viene comunicata alla Camera di Commercio di Milano la compravendita di una quota della Mibel International srl del valore di 3.400 euro. La cessione di azioni da parte del D’Amico avviene a distanza di due anni dall’aver assunto, come abbiamo visto, l’incarico di capo segreteria dell’ex ministro delle Riforme e della Devolution Roberto Calderoli. Dunque quando il legame tra i due politici era già rodato e consolidato. A vendere è il D’Amico, e ad acquistare è proprio l’ex ministro nonché chirurgo dentista Roberto Calderoli. 

Quale sia la ragione che spinga un ex ministro ad acquisire un terzo del capitale di un asilo dal suo ex capo segreteria, se sia cioè più per amicizia o per interesse economico, questo non è dato sapere. Quel che è certo però è che Calderoli e D’Amico hanno per un certo periodo avuto in comune non solo la militanza nella lega ma anche interessi economici in un asilo-ludoteca privato.   

Le altre due quote della Mibel D’Amico le cede in due tranches: il 28/12/2010 vende una quota del valore di 5.000 euro a Maria Clara Legnani. Nel dicembre 2011 ancora il D’Amico cede la quota residua del valore di 1.700 euro a Svetlana Konovalova, nata a Minsk in Bielorussia il 24 gennaio 1971. Questi due passaggi avvengono quando D’Amico è già sindaco di Cassina De’ Pecchi, ma in una fase in cui come abbiamo visto il politico non ricopre più alcuna carica nella Mibel srl. 

Attualmente, come si diceva all’inizio, la società è in liquidazione e D’Amico ricopre l’incarico di liquidatore. Il capitale di 10.000 euro della società risulta attualmente così composto: il 50% (5.000 euro) intestato a Maria Clara Legnani, e l’altro 50% intestato a Svetlana Konovalova.

La carica di amministratore della società è stata ricoperta dal 2006 al 2009 da D’Amico, e in seguito a partire del giugno 2009 dalla Konovalova, che nel 2012 viene nominata liquidatore rimanendo in carica fino al giugno 2013. Data in cui la socia bielorussa viene sostituita dal D’Amico, fino al settembre 2017.

Come risulta dal verbale d’assemblea del 21.12.2018 la società registra una perdita, in relazione al risultato di bilancio del 2017, di 7.695 euro, perdita che si aggiunge a quelle precedenti di 9.330 euro per il 2016, e di 531 euro per il 2018. Preso atto della situazione debitoria i soci decidono all’unanimità di approvare la cancellazione della Mibel International srl. (CM)

La crociata contro un’ UE laica

A Bruxelles il numero dei lobbisti che promuovono tendenze religiose conservatrici è in crescita, e la stessa Chiesa Cattolica è uno di quelli che spendono di più.

Un ruolo chiave nella diffusione di queste tendenze religiose viene svolto da alcuni miliardari statunitensi, molti dei quali sono amici del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Questi finanziano infatti in Europa gruppi ultracattolici antiabortisti. Decine di milioni di dollari per influenzare la politica e le leggi. E tuttavia, nonostante il loro impegno, ad oggi i risultati conseguiti in Europa dai cattolici conservatori non sono particolarmente esaltanti.

Una delle principali capacità di tali gruppi e quella di sapersi muovere in maniera coordinata, anche se la maggior parte di loro è attiva in ambito comunitario solo da poco tempo.

Ed i parlamentari europei che si occupano degli stili di vita e del benessere nell’attività riproduttiva dei cittadini europei ne sono perfettamente al corrente.

Mentre la cultura di guerra sta occupando spazi sempre più vasti, i diritti delle donne, quelli della comunità LGBT, della ricerca sugli embrioni e dell’eutanasia sono coinvolti in questo scontro tra visioni e politiche sociali fortemente in antitesi.

 

Il bubbone di Bruxelles

Secondo il registro europeo sulla trasparenza sarebbero ventuno i think-tanks religiosi, le NGOs e le altre organizzazioni che spendono attualmente 2,1 e 3,1 milioni di euro l’anno per svolgere la loro azione di lobbying nei confronti rispettivamente del Parlamento Europeo e della Commissione.

La maggior parte di queste entità provengono dall’Austria, dal Belgio, dalla Francia, dalla Polonia, dalla Spagna o dalla Svizzera.

Il rappresentante diplomatico permanente della Santa Sede in Belgio, o nunzio, incontra spesso i funzionari dell’Unione Europea.

L’altro organo della Santa Sede attivo su questi temi, la Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE), creata nel 1980 e costituita dai vescovi delegati dei paesi membri dell’UE, si riunisce ogni anno in novembre e spende in media 1,25 milioni di euro l’anno per esercitare la sua influenza nei confronti delle istituzioni europee.

Secondo la visione del COMECE a partire dal concepimento “ogni essere umano deve necessariamente essere protetto fino alla sua morte naturale“.

Per il portavoce della COMECE Il compito dell’istituzione “non è quello di fare del lobbismo” ma di assumere il ruolo di “promotore” di una visione, condivisa dalla Santa Sede, all’interno dell’Unione Europea.

Al livello europeo però tale ruolo risulta inefficace per quanto riguarda temi quali l’aborto e l’eutanasia, nei confronti dei quali ogni stato interviene autonomamente attraverso proprie norme di legge, salvo eventuali impugnazioni.

Spiega il portavoce che dato che l’aborto e l’eutanasia rientrano tra le competenze legislative di ogni singolo stato membro, nel confronto tra il COMECE e le istituzioni europee gli stati vengono necessariamente esclusi.

E tuttavia in tempi recenti il COMECE ha co-organizzato a Bruxelles un seminario sugli aspetti legislativi intitolato “Prevenire l’aborto nell’Unione Europea”. Nell’incontro è stato più volte sottolineato come gli aiuti europei destinati ai paesi in via di sviluppo non possano essere impiegati per finanziare l’interruzione della gravidanza.

E’ stato inoltre rimarcato come la Commissione Europea debba prendere in considerazione  l’esclusione dall’acceso ai fondi europei per quei progetti scientifici che comportino la distruzione degli embrioni.

Un’altra di queste organizzazioni ultracattoiliche, con un enorme budget di spesa in Europa, è l’Organizzazione Internazionale per il Diritto e la Libertà all’Educazione (Organisation for the Right and Freedom of Education OIDEL ), con sede in Svizzera; per tentare di influenzare le istituzioni europee questa, che si autodefinisce una sostenitrice dell’apprendimento imparziale, spende annualmente una cifra compresa tra i 200.000 e i 300.000 euro

Ma a dispetto della sua denominazione liberale, l’OIDEL mantiene stretti legami con gruppi antiabortisti oltranzisti, sia europei che statunitensi.

One of Us, un consorzio di gruppi antiabortisti composto da 48 membri provenienti da 19 nazioni europee, spende ogni anno a Bruxelles dai 100.000 ai 200.000 euro.

Secondo il suo direttore operativo Ana del Pinio il suo obiettivo principale sarebbe quello di difendere la vita umana dal concepimento fino alla sua morte naturale”.

Il nostro compito – ha dichiarato – è quello di continuare ad offrire all’Europa una reale alternativa, fedele alla dignità umana ed alla protezione della vita, così come dovrebbe essere in una società avanzata“.

La Federazione delle Associazioni delle Famiglie Cattoliche in Europa (The Federation of Catholic Family Association in Europe) spende ogni anno in attività lobbistiche in ambito europeo dai 50.000 ai 100.000 euro.

Noi crediamo che la cura della famiglia – è stato detto all’interno di una dichiarazione ufficiale – debba essere una questione centrale nelle politiche comunitarie, e che l’attuale approccio individualista rappresenti infatti una contraddizione nei confronti delle aspirazioni della popolazione e della realtà delle loro vite quotidiane“.

Ordo Iuris, un Think-Thank con sede in Polonia, spende annualmente una cifra compresa tra i 25.000 e i 50.000 euro. Come dichiarato in passato, la sua missione consiste “nella protezione della vita umana dal concepimento alla sua morte naturale“, nonché quella dell’ identità del matrimonio e della famiglia”.

Un’altra NGO polacca, la Jeden Z Nas, che spende annualmente la stessa cifra, ha dichiarato come il suo intento sia quello di cercare di impedire all’Europa di imporre in qualsiasi stato membro una legge contraria alla vita e alla famiglia”.

La maggior parte dei lobbisti registrati presso le istituzioni europee ha rifiutato di rispondere a domande inerenti alla natura delle sue attività.

Tra quelle reticenti segnaliamo Alliance Vita, Asociacion Enraizados, Europe for Family, Europe Dignity Watch, European Institute of Bioethics, Femina Europa, Fondation Jerome Lejeune, Open Doors Internationl, Professional for Ethics, the Transatlantic Christian Council, e YouthProAktiv.

Alcune di loro, come ad esempio la francese Fondazione Jerome Lejeune, dichiarano un budget di appena 10.000 euro. Altre, come l’European Institute of Bioethics con sede a Bruxelles, hanno dichiarato l’anno scorso un bilancio superiore ai 100.000 euro.

I finanziamenti statunitensi

Ma nell’evidenziare il lobbismo delle associazioni ultracattoliche nei confonti delle istituzioni comunitarie il registro europeo per la trasparenza mostra solo la punta dell’iceberg.

Uno studio effettuato su centinaia di dichiarazioni dei redditi di cittadini statunitensi ha evidenziato come sei gruppi conservatori con sede negli Stati Uniti abbiano speso tra il 2012 ed il 2017 almeno 19,4 milioni di dollari in attività lobbistiche in ambito europeo.

Nello stesso arco temporale tali gruppi hanno raccolto dai loro donatori statunitensi, tra i quali anche alcuni miliardari conservatori con legami stretti con Donal Trump, qualcosa come 429 milioni di dollari.

Tra questi troviamo la World Youth Alliance (WYA), la Alliance Defending Freedom (ADF), l’Acton Institute, l’American Center for Law and Justice (ACLJ), lo Human Life International e l’Heartbeat International.

Dal 2012 al 2017 la World Youth Alliance, con sede a New York, è arrivata a finanziare le sue consociate europee con 644.000 dollari.

Nello stesso periodo l’associazione ha ricevuto 1.86 milioni di dollari dalla Chiaroscuro Foundation di Sean Fielder, un miliardario cattolico che ha svolto il ruolo di consigliere di Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Sempre nello stesso periodo la WYA ha ricevuto 571.000 dollari da un altro gruppo conservatore, la John Templeton Foundation.

La sede di Bruxelles della WYA ha tre lobbisti accreditati presso le istituzioni europee, i quali l’anno scorso hanno speso complessivamente 45.000 euro, mentre quest’anno, durante il mese di luglio,  hanno organizzato al Parlamento Europeo una conferenza dal titolo “La Buona Governance”.

L’associazione WYA dispone di sedi anche in Austria e Croazia, e ha dichiarato di avere in tutto il mondo qualcosa come 300.000 iscritti. Per poter aderire ad essa gli associati sono tenuti a firmare un regolamento online nel quale vi è scritto che “Siamo persuasi che la dignità essenziale di cui ogni essere umano dispone, dal concepimento fino alla sua morte naturale, sia il fondamento del diritto alla vita di ciascuno“.

Tuttavia ciò non ha impedito negli ultimi anni alle istituzione europee di donare alla WYA 63.000 euro sotto forma di sovvenzioni al progetto denominato programma educativo “Erasmus“.

Da parte sua la Alliance Defending Freedom, con sede in Arizona, ha finanziato negli ultimi cinque anni le sue filiali europee con 8.4 milioni di euro.

I suoi fondi, circa 228 milioni di dollari, derivano in parte dalla Richard and Helen DeVos Foundation, e in parte dalla Edgar and Elsa Prince Foundation.

Anche la famiglia Prince ha legami stretti con Trump, oltre ad avere avuto un passato alquanto discutibile. Il direttore della Edgar and Elsa Prince Foundation è Erik Prince, il fratello di Betsy Devos. Si tratta dell’ex Navy Seal fondatore della Blackwater (oggi Academi) l’ ex contractor del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che nel 2007 è stato riconosciuto responsabile della morte di 37 civili iracheni.

L’Alliance Defending Freedom ha il suo quartier generale europeo a Vienna, oltre a delle sedi distaccate a Bruxelles, Londra, Strasburgo e Ginevra. Solamente la sede di Bruxelles spende ogni anno una cifra compresa tra i 200.000 e i 300.000 euro.

Nel suo atto costitutivo si legge che l’associazione “sostiene il diritto alla vita dei nascituri presso le  principali istituzioni “.

Negli ultimi 24 anni – si legge ancora nel documento per quanto riguarda gli obiettivi europei – un nascente movimento pro-vita è riuscito ad ottenere negli Stati Uniti la chiusura del 75% dei centri di chirurgia dove si pratica l’aborto… Tuttavia ne esistono ancora e sono operanti altri 500. C’è ancora molto lavoro da fare“.

L’associazione Acton Institute, con sede nel Michigan, tra il 2012 ed il 2017 ha trasferito alle sue consociate attive in Europa fondi per 1,1 milioni di dollari, ricevendo nello stesso periodo 58 milioni di dollari in donazioni da parte di persone o istituzioni residenti negli Stati Uniti. L’organizzazione ha ricevuto finanziamenti anche dalla Edgar and Elsa Prince Foundation, oltre che dal miliardario conservatore Charles G. Koch.

La ACLJ, con sede a Washington, ha trasferito in Europa in gran parte destinandoli al European Center of Law and Justice (ECLJ), con sede a Roma, fondi per 7.5 milioni di dollari. Tali donazioni sono in parte servite per aprire contenziosi presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) nonché presso altre sedi giurisdizionali, per violazione “della dignità umana”.

L’ organizzazione, che tra il 2012 ed il 2017 ha ricevuto finanziamenti per 111 milioni di dollari sotto forma di donazioni provenienti dagli Stati Uniti, è stata fondata nel 1990 da Pat Robertson, un pastore evangelico che appare abitualmente in un programma televisivo. Il ramo europeo dell’organizzazione è stato fondato assieme a Jay Sekulow, che in passato è stato avvocato di Trump.

Human Life International, con sede nello stato della Virginia, è un gruppo missionario di base con oltre 100 organizzazioni affiliate in giro per il mondo. Secondo i dati relativi agli anni compresi tra il 2012 ed il 2017 l’organizzazione avrebbe raccolto da donatori statunitensi la cifra complessiva di 17,1 milioni di dollari, e ne avrebbe spesi nello stesso periodo 1,5 milioni in 15 paesi europei.

Heartbeat International, con sede nello stato dell’Ohio, è un’organizzazione che si pone come obbiettivo quello di “rendere l’aborto una pratica non desiderata, mentre per il futuro aspira a renderlo un argomento lontano dall’immaginazione per le generazioni a venire“.

Nei cinque anni presi in considerazione l’organizzazione ha raccolto negli Stati Uniti 15,2 milioni di dollari in donazioni, ed ha speso in Europa 190.000 dollari.

 

Azioni coordinate

I gruppi in questione sono tra loro molto collegati, ma ciò avviene non sulla base dei rispettivi obiettivi o dei finanziatori, quanto piuttosto nel loro agire coordinato sul piano europeo.

Alcuni di loro hanno preso parte agli eventi organizzati da Agenda Europa, che si definisce “una rete informale di individui, NGOs, ed esperti“, e che tiene ogni anno un summit.

Nel corso di una presentazione svoltasi nel 2014 Sophia Kuby, uno dei lobbisti di Alliance Defending Freedom nonché figlia di uno scrittore di destra tedesco, ha definito l’organizzazione Agenda Europa una “sicura, chiusa rete pro-famiglia, pro-vita, favorevole alla libertà di collaborazione”.

Un altro modo per descrivere Agenda Europa potrebbe essere quello di “una rete mobile composta in prevalenza da associazioni della società civile, da rappresentanti della Chiesa cattolica o di altre chiese, da accademici appartenenti al mondo cattolico e da politici, che si incontrano, discutono e disegnano strategie su come far progredire in ambito europeo una visione del mondo religioso, sia all’interno dei singoli stati che nelle istituzioni comunitarie“.

Questo è quanto sostiene Neil Datta, il segretario del Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo (EPFPD), un’associazione no-profit con sede a Bruxelles, che rappresenta vari Parlamentari Europei di vari paesi che lavorano su tematiche come la salute sessuale e quella della riproduzione.

Agenda Europa – ha dichiarato Detta – era contraria all’aborto, ad alcuni metodi contraccettivi e ad un’educazione sessuale liberale, mentre si diceva favorevole alle famiglie eterosessuali e basate sul patriarcato.

Per loro – ha spiegato Detta – i diritti religiosi sono più importanti della costituzione“.

Altri esempi di interventi da parte di gruppi ultracattolici con legami con organizzazioni statunitensi si sono avuti recentemente con l’ECLJ (European Center of Law and Justice) in relazione ad un caso si eutanasia.

I genitori del cittadino francese Vincent Lambert, un 42 enne tetraplegico tenuto in vita dai macchinari, hanno chiesto ai medici del figlio di permettergli di porre fine alla sua esistenza, e uno dei loro avvocati, con legami con l’ECLJ, in molti tribunali ha agito salvaguardando in prima istanza l’immagine della Chiesa.

In un’altra occasione ADF (Alliance Defending Freedom) ha sostenuto il caso di una donna di mezza età che si è rifiutata di abortire.

Sempre ADF ha svolto azione di lobbying nei confronti di alcuni Parlamentari Europei a sostegno dei cristiani in Medio Oriente, accogliendo positivamente nel 2016 l’iniziativa promossa dall’Unione Europea di creare “una speciale rappresentanza per salvaguardare la libertà di culto“, dove la posizione di coordinamento veniva affidata al politico slovacco Jan Fogel.

In quell’occasione Kuby ha dichiarato: “Questa nuova iniziativa darà il via ad un nuovo capitolo nel quale l’Unione Europea assumerà più seriamente i sui impegni a difesa dei diritti umani“.

I gruppi ultracattolici europei sono impregnati nelle stesse tematiche nelle quali operano i loro cugini statunitensi.

Ad esempio la FAFCE, con sede a Bruxelles, ha tentato una volta di dare il via ad una protesta sul divieto per i medici svedesi di rifiutarsi di eseguire un aborto.

Le organizzazioni con sede in Europa hanno contribuito ad impedire l’adozione di una mozione presentata da un Parlamentare Europeo portoghese del centro sinistra, Edite Estrela, che ribadiva il diritto di ogni cittadino europeo di “fare la propria scelta consapevole e responsabile sulla propria vita sessuale e riproduttiva”.

L’organizzazione polacca Ordo Iuris ha anche contribuito alla stesura di un disegno di legge nazionale che garantiva pieni diritti al feto e dichiarava illegale l’aborto, fatta eccezione per l’ipotesi di rischio per l’incolumità della madre.

 

Una forza in crescita

Alla fine il disegno di legge non è stato approvato.

Bruxelles ospita inoltre numerosi gruppi liberali, i quali svolgono la loro attività lobbistica sul versante ideologico diametralmente opposto.

L’ organizzazione di cui Datta ricopre la carica di segretario (Forum Parlamentare Europeo sulla Popolazione e lo Sviluppo), che pubblica recensioni critiche sull’attività svolta da Agenda Europa, spende ogni anno nella capitale europea una cifra compresa tra i 200.000 ed i 300.000 euro.

La Rete Internazionale delle Federazioni Europee per la Maternità Pianificata, un gruppo liberale che riceve finanziamenti dagli Stati Uniti, ha speso nel 2017 una cifra compresa tra i 100.000 e i 199.999 euro.

Secondo Datta i gruppi religiosi originari dell’Unione Europea e quelli con legami negli Stati Uniti hanno ottenuto a Bruxelles risultati limitati in quelli che rappresentano i loro obiettivi centrali.

Nei temi legati alla salute sessuale e alla riproduzione – secondo Datta – non sono risultati efficaci, e ciò è dipeso dal fatto che i gruppi progressisti e i politici sono stati in grado di neutralizzarli“.

Ma Datta ha aggiunto anche che a Bruxelles il numero dei lobbisti conservatori è in netta crescita. Vent’ anni fa erano soltanto due o tre gruppi.

Secondo Detta i lobbisti che operano in campo religioso vengono oggi trattati, sia dai Parlamentari Europei che dai funzionari, con una maggiore credibilità, e sono in grado di esercitare la loro influenza attraverso i loro temi e i loro messaggi.

Possono anche non avere ottenuto grossi risultati, almeno per ora, ma alcuni di loro si erano dati come obiettivo primario quello di creare una base di ascolto prima di proseguire con l’ offensiva mediatica.

Un certo numero di gruppi – afferma Datta – sono nuovi sulla scena europea e dunque non hanno avuto ancora il tempo di conseguire dei risultati, talvolta neanche di mettere in atto la propria strategia. Sono in giro solo da tre massimo quattro anni. Appena arrivati si sono insediati in un ufficio, a Bruxelles, poi hanno iniziato a prendere i contatti e a far conoscere il loro punto di vista, e quindi a crescere gradualmente. Non hanno avuto ancora un grosso successo politico semplicemente perché non ci hanno ancora provato“.

“US billionaires funding EU culture war” di Michael Bird e Bluz Zgaga pubblicato su euobserver.com il 22.08.19. Trad CM

Doppio gioco (3a parte)

Una volta che Hajazzi fu in grado di affondare il dito nella morbida consistenza del C4 presso la fabbrica di esplosivo libica, con Wilson che sorrideva delle vittime innocenti che quella sostanza avrebbe causato, questi mantenne la parola data. Per 8 milioni di dollari all’anno Edwin P. Wilson garantì illegalmente alla Libia la fornitura dei pezzi di ricambio per gli aerei militari da trasporto Lockeed C 130, e per altri 1.2 milioni si offrì di trovare i piloti, americani o inglesi, disposti a guidarli.  

Ricevette poi una commessa per una vasta gamma di camionette progettate per il pattugliamento nel deserto, ed equipaggiate con videocamere per la visione diurna e notturna, con teleobiettivi per ingrandire l’immagine la cui esportazione non regolamentata era vietata dalle leggi federali. Nel corso delle serate mondane presso la sua casa di Mt. Airy Farms Wilson mostrò il funzionamento di una di queste videocamere ad alcuni ufficiali dell’intelligence libica.

Wilson concluse poi un accordo con Gheddafi in base al quale avrebbe garantito l’addestramento di alcuni reparti di elite grazie al supporto dei veterani delle forze speciali statunitensi: i Berretti Verdi. Secondo il contratto i libici avrebbero pagato 100.000 dollari per ciascun istruttore statunitense; Wilson avrebbe poi reclutato questi ultimi offrendo però loro la metà di quanto i libici gli avrebbero dato (50 mila USD).

I Berretti Verdi rappresentavano per Wilson una scelta obbligata, dato che per anni la CIA si era servita dei corpi speciali per portare a termine quella missioni coperte che richiedevano un addestramento militare. E il modo in cui avrebbe presentato tale scelta avrebbe fatto credere che si trattava dell’ennesima operazione ufficialmente autorizzata.

Il primo contingente di ex Berretti Verdi, in totale erano quattro armati solo di zaini tattici,  si incontrò con Wilson in Svizzera, presso l’area dei voli internazionali dell’ Aeroporto di Zurigo. Wilson li condusse ad una caffetteria. Anni dopo i quattro si sarebbero ricordati dell’ottima impressione che questi lasciò loro: era la persona giusta. Un duro, con i piedi per terra, autoritario. Wilson disse loro che la destinazione che li attendeva era la Libia.

Voglio che vi integriate con quelle persone, che stiate loro vicino, a qualunque costo”.

Uno dei Berretti Verdi aveva preso parte a diverse missioni della CIA nel sudest asiatico, inclusa l’esecuzione di alcuni sospetti sostenitori dei Vietcong, e alcune missioni di sabotaggio in Cambogia. L’ex militare ricorda di aver pensato allora che si trattasse di una missione di infiltraggio.

Wilson disse che non ci sarebbe stato alcun contratto firmato:

Se non manterrò la parola data mi verrete a cercare per uccidermi. Se a farlo sarete voi sarò io a venire a cercarvi. Questo è il nostro accordo. Avete domande?”.

Per chi lavoriamo?

Per me

rispose Wilson, e i militari apprezzarono la professionalità implicita nella reticenza di quella risposta. Non una parola in più del necessario. Nessuna spiegazione elaborata, nessun discorso di incoraggiamento. Per la verità questa non era più strana delle decine di missioni per conto dell’agenzia di cui avevano sentito parlare.

Prima di terminare il suo compito Wilson avrebbe condotto in Libia più di cento ex Berretti Verdi, Marines istruttori di arti marziali ed ex piloti istruttori di volo per gli elicotteri  da trasporto truppe Chinook, prodotti negli Stati Uniti.

Più tardi Wilson ottenne il contratto per realizzare uno dei progetti più desiderati da Gheddafi: la fornitura dell’equipaggiamento, dagli stivali alle mitragliatrici pesanti, per una forza d’attacco mobile composta da 3.500 uomini. Solo l’armamento richiesto sarebbe costato 23 milioni di dollari.

Dopo avere reclutato un analista di intelligence del Pentagono, Wilson fu in grado di fornire ad Hajazzi una serie di documenti top-secret, inclusi i piani di emergenza della 82a Divisione Aviotrasportata, in caso di abbandono del Medio Oriente.

E quando Hajazzi chiese ulteriori armamenti statunitensi, da consegnare presso le varie ambasciate libiche sparse per il mondo, Wilson inviò gli ordinativi senza costi aggiuntivi.

Tra il 1979 e il 1980 vennero assassinati in Europa 11 cittadini libici oppositori di Gheddafi. Uno di questi, residente nella Germania occidentale appena sposato e con una figlia piccola, fu ucciso con un colpo alla schiena mentre usciva da un sottopassaggio della stazione ferroviaria di Bonn. L’arma impiegata, un revolver 357 Magnum, venne recuperata e fu ricostruito il suo viaggio da Fayetteville, nella Carolina del Nord, dove era stata acquistata da un ex Berretto Verde assunto da Wilson. 

L’11 gennaio 1979 Thomas Clines si incontrò a Ginevra con l’avvocato di Wilson, Edward Coughlin. Clines si era dimesso dalla CIA, e Shackley lo avrebbe seguito poco dopo. Clines aveva aperto una società specializzata nella sicurezza, e ne stava per aprire un’altra con sede nelle Bermuda. In entrambe le società Clines aveva assunto la carica di presidente, mentre Shackley risultava assunto come consulente.

A Ginevra Clines mostrò a Coughlin un riassunto scritto a mano di una domanda di prestito. Tra i vari punti vi era annotato che una società con sede in Liberia “non riconducibile a Wilson” avrebbe trasferito del denaro su di un conto di deposito nelle isole Bermuda. 

Il 18 gennaio Coughlin scrisse una nota a Wilson:

Se ho compreso correttamente, viene proposta la costituzione di una società offshore composta da cinque azionisti, ciascuno con una quota del 20%. Quattro di loro sono cittadini statunitensi, mentre il quinto socio sarebbe una società statunitense, il cui beneficiario ultimo non avrebbe nazionalità americana”.

In febbraio, con due distinti versamenti, vennero depositati 500.000 dollari sul conto di una banca presso le isole Bermuda. In seguito Wilson confidò alla sua amante, Roberta J. Barnes che nell’organizzazione era soprannominata “Wonder Woman”,  che i suoi soci segreti erano Clines, Shackley, l’ex dipendente del Pentagono Erich von Marbod e il generale dell’ Aeronautica Secord. I 500.000 dollari, le disse, erano “un investimento” in una società che avrebbe guadagnato milioni spedendo in Egitto armi prodotte negli Stati Uniti.

In forza degli accordi di pace di Camp David, l’Egitto avrebbe dovuto ricevere ingenti aiuti militari per un valore approssimativo di 1 miliardo di dollari all’anno; in base ad altri accordi Washington accettò di anticipare i soldi per spedire tali aiuti. Per chiunque avesse operato nel ramo delle spedizioni chiudere un contratto di questo genere avrebbe voluto dire un guadagno incredibile.

Van Marbod – che nel libro in codice di Wilson era “il Roscio” – aveva l’incarico di accertarsi che la vendita di armi fosse avviata in modo rapido e regolare. Inaspettatamente tuttavia, si presentò un egiziano, tale Hussein K. Salem, con una lettera firmata dal ministro della Difesa che lo autorizzava a gestire il trasporto. Von Marbod si oppose, giustificandosi col fatto che Salem non aveva alcuna credenziale da spedizioniere.

A quel punto Salem costituì una partnership societaria assieme a Clines, chiamandola The Egyptian American Transport and Services Corporation, in breve Eatsco. E subito dopo, come per magia, venne approvato un contratto esclusivo con la Eatsco.

A partire dalla primavera del 1980 Wilson era latitante, e quindi impossibilitato a mettere piede sia negli Stati Uniti, che in Inghilterra e in Svizzera. Rifugiatosi in Libia, questi spedì un ex berretto verde ad avvisare Clines che rivoleva indietro i suoi 500.000 dollari. Alla fine Wilson venne pagato.

Lo stesso berretto verde, Eugene A. Tafoya, venne inviato da Wilson a compiere una missione su richiesta di Hajazzi: l’eliminazione di un dissidente libico, uno studente trasferitosi in Colorado. Il giovane libico, sebbene cieco da un’occhio, riuscì a salvarsi. Tafoya venne arrestato e condannato a due anni di prigione per lesioni e cospirazione criminale.

Più tardi Roberta Barnes ripetè alle autorità federali quello che Wilson le aveva confidato. Ciò che mancava però, come dissero i federali, era “la pistola fumante”: non vi era nessuna prova di un reato di conflitto di interesse in grado di sostenere l’accusa in un processo. Clines rivelò che il suo socio occulto americano in realtà non esisteva. Si trattava di un tale “John Does”, un nome inventato inserito nella documentazione da presentare per poter aprire la società. Shackley disse di non conoscere nessun particolare sulle attività che Clines stava svolgendo. Von Marbod negò in maniera assoluta di aver commesso alcuna attività illecita. Stessa cosa fece Secord. 

Il 1 dicembre 1981 van Morbod concluse la sua brillante carriera presso il ministero della Difesa, adducendo come motivazione la narcolessia. Anche Secord pose fine alla sua carriera militare dimettendosi nel 1983.

Il governo egiziano, da parte sua, mostrò pochi dubbi sul fatto che Edwin P. Wilson l’uomo che ora veniva pubblicamente ricollegato alla Libia, il peggior nemico dell’Egitto tra i paesi arabi, fosse coinvolto nella Eatsco, e così a Hussein Salem venne ordinato di interrompere ogni relazione con Clines.

In cima alla lista delle osservazioni gli esperti contabili del governo degli Stati Uniti accertarono alla fine che la Eatsco, nel periodo in cui era stato provato che Clines era  socio, aveva addebitato in maniera fraudolenta al Pentagono la cifra di 8 milioni di dollari. Nel patteggiamento Clines ne uscì con una multa da 110.000 dollari a carico della società, e ricevette una lettera che lo informava che contro di lui non sarebbe stata mossa alcuna ulteriore accusa. Mentre venne comunicato che tra risarcimenti e multe Salem aveva pagato più di tre milioni di dollari, a seguito dell’uccisione del Presidente Anwar el-Sadat le relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e l’Egitto attraversarono una fase delicata, ed io scoprii che in base ad un accordo giudiziale secretato i tre milioni di dollari pagati da Salem sarebbero stati subito restituiti all’Egitto.

E’ molto probabile che se non fosse stato per un giovane assistente procuratore degli Stati Uniti a Washington, di nome Lawrence Barcella Jr, lo stesso Wilson oggi sarebbe ancora libero.

Mentre Wilson continuava a svolgere tranquillamente i suoi traffici in Libia, l’FBI condusse un’indagine durata 14 mesi sulle sue attività, e in un rapporto datato 17 novembre 1977 concluse, in accordo con il il Dipartimento di Giustizia, che questi non aveva commesso alcun crimine perseguibile.

Casualmente Barcella lesse quel rapporto, e con grande sdegno cominciò a valutare le sue implicazioni. Se Wilson poteva andarsene senza scontare neanche un giorno di prigione, quanti altri potevano presto essere coinvolti in quello stesso genere di attività, o forse lo erano già? 

Malgrado l’indifferenza dei funzionari, per quattro anni Barcella cominciò ad indagare senza sosta su Wilson attraverso tre continenti: America, Inghilterra, Germania Occidentale, Svizzera, Libia e Repubblica Dominicana. Era come in un film western, con lo sceriffo che corre dietro al fuorilegge: uno contro l’altro, fino allo scontro finale. La questione per lui era diventata personale, in tutti i sensi. Durante una tregua temporanea i due si incontrarono segretamente in Italia. Si scrivevano e si parlavano al telefono attraverso le linee internazionali, ciascuno cercando di mettere in scacco l’altro.

Il matrimonio di Barcella si stava caricando di continue tensioni, la sua vita privata era sconvolta in un’infinità di modi, incluso l’annullamento delle vacanze. Il sabato diventò per lui un’altra giornata lavorativa, tanto da portarlo spesso fuori casa lontano dall’adorata figlia minore. Cominciò a svegliarsi nel bel mezzo della notte, cercando di immaginare dove fosse Wilson in quel preciso istante, e a cosa stesse pensando, cosa progettava.

Un amico di Barcella aveva visto in televisione il film “Butch Cassidy e Billy the Kid”.

Nel film i due personaggi, che avevano rapinato un treno di troppo, erano inseguiti da un ostinato sceriffo, la cui caratteristica era un cappello bianco che ricordava uno scolapasta. Ovunque andassero i due criminali, a dispetto di qualsiasi stratagemma escogitavano, si ritrovavano sempre in cima ad una collina a guardarsi indietro con crescente stupore, agitazione e rabbia per quel puntino in lontananza col cappello bianco, lo stravagante copricapo dello sceriffo, che li seguiva senza sosta.

Si venne a sapere che uno dei passatempo preferiti da Wilson, nella sua villa di Tripoli, era guardare film in cassetta. “Ragazzo” disse l’amico di Barcella, “se lui ha quel film nella sua cineteca, lo farà letteralmente infuriare”. 

Usando come intermediario un truffatore internazionale Barcella architettò un piano per attirare Wilson fuori dal suo rifugio libico. Dopo dieci mesi di tese manovre Wilson venne attirato in Repubblica Dominicana dove, grazie a un precedente accordo, gli fu rifiutato l’ingresso e venne messo su di un volo diretto negli Stati Uniti.

Il 15 giugno 1982 Wilson, ancora incapace di capire cosa gli stesse accadendo, venne citato in giudizio dalla Corte Federale di New York. Nel corso dei processi che si susseguirono Wilson fu condannato a 32 anni di prigione, con una serie di accuse legate al traffico di armi.

Mentre era detenuto Wilson cercò di contrattaccare. Credendo di essere riuscito ad assoldare membri della Fratellanza Ariana, una malvagia gang di assassini attiva sia all’interno che all’esterno delle carceri, versò un acconto per fare eliminare Barcella, oltre a un’altro magistrato e diversi testimonio dell’accusa. Il prezzo concordato per il contratto  era di 250 mila dollari. Ma un informatore interno alla sua stessa prigione e complice del piano denunciò la cosa, e Wilson venne accusato di cospirazione finalizzata all’esecuzione di una serie di omicidi, accuse che portarono la pena che avrebbe dovuto scontare a 52 anni di reclusione. Per 18 anni non potè giustamente usufruire della libertà condizionata.

Quello che però non venne scoperto fu che Wilson cercò di fare eliminare Barcella una seconda volta. Mentre era detenuto presso il carcere Metropoliotan Correctionel Center di New York, questi conobbe un altro recluso, William J.Arico, un killer professionista di Cosa nostra. Arico stava aspettando l’estradizione verso l’Italia, dove aveva ucciso il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, su ordine del banchiere bancarottiere Michele Sindona. 

Arico stava tentando un’evasione e Wilson gli promise 50 mila dollari in contanti. Il denaro, sotto forma di sterline inglesi, venne consegnato alla moglie di Arico, presso un hotel non distante dall’aeroporto di Heathrow.

Assieme ad altri due complici, con l’aiuto di alcune lenzuola annodate, Arico tentò di evadere dai piani alti dell’edifico del carcere. Il primo complice atterrò sano e salvo e quando ad Arico mancavano solo due metri quando il terzo complice, un trafficante di droga cubano decisamente sovrappeso, gli afferrò la fibbia della cintura tra le lenzuola dopo essere caduto. I due precipitarono ed il cubano riuscì a sopravvivere causando tuttavia il decesso per schiacciamento di Arico.

Subito dopo l’arresto di Wilson ci fu un grosso movimento all’interno della CIA a seguito di un esame teso a stabilire come prevenire nel migliore dei modi il ripetersi di una situazione analoga. Come scrissero diversi giornali venne individuato un nuovo tipo di agente traditore, un operativo che, come fece Wilson, fosse mosso dall’avidità piuttosto che dall’ideologia e che, come scrisse Barcella, si considerasse un patriota fintanto che non si fosse scontrato con una mazzetta.

Data la struttura dell’agenzia di quel periodo, con la continua enfasi sulle operazioni coperte e con il segreto e la compartimentazione più di moda che mai, molte delle persone che aiutarono Wilson ad intrattenere rapporti con i terroristi difficilmente vennero rimosse. Ma anche modeste proposte di riforma, come ad esempio che i vecchi dipendenti  dell’intelligence scrivessero in una nota ogni tipo di relazione che intrattenevano con un governo straniero, o con società o individui non americani, fu accantonata.

Quando chiesi a Stanley Sporkin, il consigliere generale della CIA che si è dimesso per divenire giudice Federale, cosa ne era stato di quelle riforme, questi continuò a ripetere di non sapere che vi fosse un’opposizione organizzata che impedisse la loro approvazione. Mi disse solo che “Vi erano cose più importanti su cui concentrarsi”. 

Nel frattempo Lawrence Barcella, in accordo con la divisione criminale del Dipartimento di Giustizia, condusse un indagine da parte del grand jury in merito al dirottamento del volo TWA 847 e a quello della nave da crociera Achille Lauro, nella speranza di poterne arrestare i responsabili.

E ogni volta che un ordigno di terroristi composto da esplosivo al plastico esplode, in un negozio tipico di Parigi come in un centro commerciale di Londra, o ancora su di un volo di linea, il suo pensiero torna a quella grossa spedizione di C4 che nel 1977 Wilson inviò nella Libia Gheddafi.

Tratto da un articolo del New York Times del 13.04.1986 dal titolo “Selling out” (venduto)

Come un ex agente CIA si è intascato milioni di dollari lavorando per Gheddafi

di P.Maas (trad cm). L’ articolo è una riduzione del Libro “Manhunt” di P.Maas.

  

Doppio gioco (2a parte)

La casa di Wilson era sempre aperta agli amici. In alcune occasioni sarebbe stato ospitato anche l’ex vice presidente Hubert Humphrey, così come l’esponente del Congresso Silvio Conte dal Massachusetts; o John Murphy di New York, Charles Wilson dal Texas, John D. Dingell dal Michigan. Senatori quali Strom Thurmond della Carolina del Sud e John Stennis del Mississippi. Furono tutti invitati a gustare gli elaborati barbecues, le gite a cavallo, le battute di caccia e quelle di pesca. Ma le persone che Wilson desiderava maggiormente affascinare e sedurre erano gli assistenti della Casa Bianca. Anonimi ammiragli e generali, impiegati dei servizi civili al più alto grado dell’amministrazione, GS-17 e GS-18.

Per lui nessuno era più importante di un GS-18. I politici e le persone nominate dalla politica vanno e vengono, ma gli impiegati permanenti del governo, e tra questi anche i GS-18, si occupavano di attività per le quali era richiesta un’ indubbia esperienza, esecutori delle decisioni politiche se non talvolta promotori di esse. 

Ma a Mt.Airy si incontravano anche altre personalità. Una di queste fu il vecchio funzionario della CIA ex superiore di Wilson, Thomas Clines. Un’altro fuTheodore G.Shackley, in passato responsabile delle sedi della CIA di Miami, Los Angeles, e del Vietnam del Sud, che secondo un’opinione diffusa era tra i papabili candidati alla direzione dell’agenzia. Un terzo era l’ufficiale dell’Aeronautica decorato Richard Secord, che con il grado di generale stava per diventare consulente capo del Segretario della Difesa Caspar W. Weinberger, per quanto riguardava la vendita di armi in Medio Oriente.

Una quarta personalità era invece Erich F.von Marbod, che dopo un’importante carriera al Pentagono sarebbe stato nominato direttore della US Defense Security Assistance Agency. Tutti questi condividevano una particolare esperienza comune. Clines aveva lavorato per Shackley sia a Miami che a Los Angeles. Durante la guerra segreta della CIA contro il leader comunista laotiano Pathet Lao, Secord era stato invece pilota da ricognizione.

Von Marbod e Shackley invece avevano lavorato a stretto contatto in Vietnam. Mentre si rilassavano attorno alla piscina di Wilson, nella sua casa di Mt.Airy, tutti loro si erano resi conto di come il padrone di casa fosse riuscito in qualcosa che loro non avevano neanche tentato: arricchirsi. Quando Wilson cominciò a portare avanti le azioni terroristiche per conto del Colonnello Gheddafi subito tutti scoprirono di avere un’altra cosa in comune: erano stati inseriti nel libro segreto di Wilson, con i loro nomi trascritti in codice.

Il primo articolo di giornale su Wilson fu un pezzo del Washington Post uscito nel 1977, in cui il suo nome veniva erroneamente ricollegato alla bomba che aveva ucciso l’ex ambasciatore del Cile Orlando Letelier, divenuto un acerrimo critico del regime militare responsabile della caduta del governo che lo aveva nominato. La cronaca descriveva Wilson come un ex agente operativo della CIA ed inoltre riferiva che secondo alcune fonti questi aveva anche legami con la Libia di Gheddafi. 

Ma ciò che attirò l’attenzione dell’amministratore Stansfield Turner, il nuovo direttore della CIA nominato dal Presidente Carter, fu il fatto che Wilson poteva “avere avuto contatti con uno o più dipendenti della CIA ancora in servizio”.

Quando Turner arrivò al quartier generale della CIA, a Langley, dopo aver letto l’articolo sul Post domandò chi fossero i contatti di Wilson. Malgrado il suo dispiacere peraltro diffuso sembrava che, fatta eccezione per lui, tutti li conoscessero. Il primo era William Weisenburger, il cui lavoro consisteva nell’acquistare equipaggiamenti militari per conto dell’ agenzia e che aveva fornito a Wilson una decina di detonatori in miniatura del modello più avanzato. Il secondo uomo della CIA, Patry E. Loomis, era stato scoperto pochi mesi prima, nel corso di una missione in Estremo Oriente sotto una copertura strettamente commerciale, mentre lavorava in via non ufficiale per conto di Wilson.

A Turner era stato riferito che Weisemburger aveva appena ricevuto un’aspra censura, e che Loomis avrebbe probabilmente avuto lo stesso trattamento. Turner domandò: “(l’argomento) E’ piuttosto delicato, giusto?” E aggiunse:“Non dovremmo cercare di liberarcene?”.

Ma malgrado il suo stupore Turner trovò un muro solido di opposizione da parte del suo vice, un ex professionista della CIA che era stato prima a capo delle operazioni clandestine e poi, in maniera piuttosto sorprendente, ispettore generale per conto dell’agenzia. Secondo la versione ufficiale Weisenburger era stato semplicemente ingannato nel fare un favore ad un vecchio amico, mentre Loomis svolgeva segretamente un secondo lavoro, all’oscuro del personale dell’agenzia. Niente di cui preoccuparsi. Ma i rapporti con la CIA si erano complicati. Non era come nella Marina.

A dispetto delle ostilità interne Turner cercava una maniera per imporre le sue scelte.

I giorni della disinvolta copertura da cow boy, come la descrisse lui stesso, erano finiti e ordinò il licenziamento sia di Loomis che di Weisenburger.

Convocò poi presso la “bolla”, l’auditorium dell’agenzia presso il quartier generale di Langley, cinquecento funzionari della CIA, avvisandoli che Wilson era da ritenere “persona non grata”. Quindi inviò un “cablo testo”, un messaggio cifrato, alle varie stazioni dell’agenzia sparse per il mondo, avvisandole di non avere più alcun rapporto con Wilson. Quest’ultimo, riferì Turner, aveva abusato dei suoi precedenti legami con la CIA e ora i dipendenti dell’agenzia erano tenuti a riferire direttamente al quartier generale su qualsiasi approccio Wilson avesse tentato nei loro confronti.

Procedendo con le indagini Turner scoprì gli stretti legami di Wilson con Ted Shackley e Tom Clines. In quel momento Shackley, come n.2 nel Direttorio delle Operazioni della CIA, occupava una delle posizioni dirigenziali più sensibili all’interno dell’agenzia.

Turner sapeva inoltre che se Gerald Ford avesse sconfitto Carter alle presidenziali del 1977 Shackley avrebbe sicuramente preso il suo posto.

Durante un meeting privato Shackley disse a Turner che i suoi legami con Wilson erano esclusivamente di tipo privato, che i weekend che aveva trascorso a Mt.Airy erano legati al fatto che sua moglie e quella di Wilson erano ottime amiche. E inoltre che lui non aveva mai discusso con Wilson di questioni professionali, neanche superficialmente. Ma Turner non gli credette, e la cosa migliore che ritenne di dover fare in quel momento fu di escludere Shackley dalle operazioni illegali, nominandolo vice capo della National Intelligence Tasking Center, dove il suo compito di coordinare le riunioni dell’intelligence sembrava più importante di quanto non fosse in realtà.

Turner giudicò Clines ancora meno credibile. Nel corso delle indagini su Patry Loomis, Clines era stato visto sedere al tavolo di una caffetteria, non lontana da Langley, assieme a Loomis e a Wilson. Clines sostenne che si trattava di un incontro fortuito. Raccontò di essere entrato in quel bar da solo, per fare colazione, di avere incontrato per caso quei due uomini e di essersi seduto con loro. Da quando l’ispettore generale,  proveniente anche lui dalla divisione operazioni segrete, aveva esonerato Clines da qualsiasi comportamento illegale volontario, Turner aveva in pratica le mani legate.

Nel raccogliere informazioni per il libro ho chiesto a Turner se avesse intrapreso delle azioni nei confronti di Clines. Questi ricordò, con una certa soddisfazione, di avere deciso la rimozione di Clines dalla scena di Washington, e di avere ordinato la sua destinazione presso un “piccolo stato caraibico”.

“Quale?” gli chiesi

“Non posso dirtelo, è un segreto”.

Dissi a Turner che ritenevo di avere una documentazione che attestava ogni luogo in cui Clines aveva prestato servizio per conto della CIA, e che tra questi non vi era alcuno stato caraibico, e lui continuò a ripetere “Chiedo scusa. Non posso aiutarti”.

Quindi riferii ad una delle mie fonti interne all’agenzia del mio incontro con Turner. “Oh certo”, disse. “E’ la Giamaica. Solo che Cline si è rifiutato di andarci”

“Non c’è andato?”

“No”.

Che Clines fosse stato rimosso come direttore dell’ufficio addestramento della CIA era vero, ma tuttavia era finito a ricoprire un incarico egualmente delicato, come quello che curava i legami dell’agenzia con il Pentagono. E Turner ancora non ne sapeva nulla. Era una dimostrazione di come “la Ditta” potesse scavare dei solchi attorno a un direttore quando decideva di farlo, anche se era un ex allievo del college Rhodes che aveva da poco portato a termine l’incarico di comandante delle forze NATO per l’Europa del sud.

Alla fine, sulla bacheca del quartier generale della CIA aumentarono gli avvisi anonimi che paragonavano Turner al Capitano Queeg (personaggio dell’opera teatrale L’ammutinamento del Caine).

La prima volta che Edwin Wilson incontrò Frank E. Terpil fu durante il party natalizio che l’agenzia tenne a Bthesda (Meryland) nel 1975, al quale parteciparono sia agenti in congedo che operativi ancora in servizio. Terpil era un esperto di comunicazioni che era stato gradualmente messo da parte senza un motivo, sospettato tra le altre cose di avere utilizzato borse con credenziali diplomatiche per fare del contrabbando.

Ovviamente Terpil sapeva tutto di Wilson e gli disse che aveva un ottimo aggancio in Libia attraverso il primo cugino di Gheddafi, Sayed Qadafadam, che gestiva appalti per forniture militari dall’ambasciata libica di Londra. Il suo collegamento, disse Terpil, era “questo ragazzo della Pennsylvania”, Joseph McElroy, uno dei primi imprenditori a fare fortuna dal flusso di denaro proveniente dai paesi produttori di petrolio in Africa e in Medio Oriente. McElroy cominciò a rifornire qualsiasi cosa, dai Pampers alle pistole. Gradualmente la Libia divenne il suo principale cliente; e in poco tempo i Pampers cedettero spazio alle pistole. Terpil aveva appena aiutato McElroy a portare 50 pistole all’ambasciata di Londra, ma ora McElroy era deciso a uscirne fuori.

Nel 1984 il mondo rimase scioccato dalle immagini trasmesse dalla televisione e dai giornali di una giovane poliziotta inglese accasciata sulla strada, mortalmente ferita, colpita da uno sparo partito dall’ambasciata libica di Londra, durante una manifestazione contro Gheddafi. L’Inghilterra ruppe le relazioni internazionali con la Libia, e dopo undici giorni di stallo il personale libico nell’ambasciata fu obbligato a lasciare il paese. Da una perquisizione nei locali dell’ambasciata saltarono fuori diverse armi fabbricate negli Stati Uniti con documenti di scarico, e anche se non fu mai rivelato pubblicamente, la loro provenienza era stata monitorata dall’Ufficio per l’Alcool, il Tabacco e le Armi da Fuoco, e risaliva alla spedizione che Terpil aveva aiutato a consegnare.

Nell’autunno del 1976, a 25 miglia a sud di Tripoli, Wilson e Terpil misero su una fabbrica di ordigni per conto dei libici.

L’impianto fu in grado di fornire una larga varietà di esplosivi e detonatori a tempo, grazie ad un gruppo di istruttori che includeva un ex esperto di esplosivi della  CIA, due tecnici provenienti da un poligono segreto della Marina, oltre a due artificieri esperti le cui capacità erano spesso state impiegate dai servizi segreti degli Stati Uniti in relazione alle attività previste per la sicurezza presidenziale.

Anni dopo, quando uno dei militari, un ex sergente, venne interrogato dalle autorità federali questi riferì con le lacrime agli occhi: “Non so perché l’ho fatto. Credo che fosse per i soldi”.

Anche Wilson ebbe il sentore dei guadagni che poteva realizzare. Il suo principale contatto fu il maggiore dei servizi segreti militari della Libia Abdullah Hajazzi. Per il suo primo pagamento da 350.000 dollari in contanti, Wilson inviò al quartier generale di Hajazzi un suo dipendente, Douglas M. Schlachter. Questi venne accompagnato in una camera con il soffitto rivestito, dove gli venne aperto un cassetto pieno di biglietti da 100 dollari.

Quando si accordarono di versare quei soldi su di un conto svizzero, i libici chiesero a Schlachter se non gli convenisse di più ricevere in pagamento dei franchi svizzeri, e quando questi rispose affermativamente gli venne aperto un secondo cassetto pieno di franchi svizzeri, e di seguito gli vennero mostrati altri cassetti pieni di franchi francesi, marchi tedeschi e sterline inglesi.

“Vedi” gli dissero “abbiamo tutto ciò di cui hai bisogno”. 

Quando l’articolo è stato scritto Hajazzi era il contatto libico con il gruppo terroristico palestinese Abu Nidal, che si ritiene responsabile dellle stragi indiscriminate di passeggeri avvenute presso gli aeroporti di Roma e Vienna. Più recentemente il gruppo era stato implicato nell’attentato al volo della TWA diretto ad Atene, mentre un gruppo terroristico collegato ha rivendicato la responsabilità per l’incidente aereo del 31 marzo 1986, dove un volo delle linee aeree messicane è precipitato causando 167 vittime.

I primi pagamenti in contanti provocarono un’immediata rottura tra Wilson e Terpil, dopo che che Wilson si accorse che il socio lo stava truffando. Quando i versamenti arrivavano sul conto svizzero era stato sottratto quasi il 10% dell’ammontare della cifra iniziale. Wilson disse a Hajazzi che Terpil sosteneva che il denaro mancante era servito a corrompere gli ufficiali libici, tra cui lo stesso Hajazzi. Terpil venne espulso dal paese.

Il principale interesse dei libici era di conoscere la composizione dell’esplosivo statunitense C4, un composto biancastro simile allo stucco, dotato di un enorme potere esplosivo, che per tale ragione era sottoposto a controlli strettissimi in relazione alla sua esportazione. Il suo principale componente, l’RDX (ciclotrimetilentrinitroammina), non ha eguali per quanto riguarda il potenziale distruttivo, fatta eccezione per gli ordigni nucleari. Da un punto di vista commerciale gli esplosivi composti con l’ RDX erano richiesti per i lavori di demolizione, per via della loro elevata malleabilità e del modo in cui il loro potenziale distruttivo poteva essere gestito.

Queste stesse caratteristiche fecero dell’RDX l’esplosivo preferito dai terroristi, che potevano impiegarlo per far esplodere un palazzo (preferibilmente in Israele), un’auto, o per trasformare un oggetto di uso comune, come un posacenere, una lampada o una radio, in uno strumento di morte.

Ma la versatilità dell’RDX va anche oltre. Esso può essere anche realizzato in fogli, in genere larghi 30 cm e alti 0,6 cm. I fogli sono pieghevoli e possono essere tagliati in qualsiasi dimensione o forma. Una tattica terroristica classica consisteva nello spedire questi fogli collegati ad un detonatore in miniatura. Quando il destinatario apriva la busta 

veniva investito dall’esplosione. Hajazzi disse a Wilson che se gli avesse fatto avere dello C4 gli altri contratti di fornitura non avrebbero avuto limite.

Così il 2 aprile 1977 circa 230 chili di C4 nascosti in flaconi di DAP, un gel adesivo per l’edilizia, lasciarono Los Angeles a bordo di un volo Lufthansa con destinazione Francoforte; qui l’esplosivo venne trasferito su di un altro aereo diretto a Tripoli.

Esattamente sei mesi dopo, era il 2 ottobre, un DC-8 charter decollò da Huston con a bordo un incredibile carico di 21 tonnellate di C4 nascosto all’interno di fusti contenenti ufficialmente fanghi di perforazione petrolifera. Fu il più ingente trasporto privato di esplosivo mai effettuato nella storia, ed era diretto alla supposta centrale del terrorismo internazionale, la Libia di Gheddafi, su ordine di Edwin P. Wilson.

Tratto da un articolo del New York Times del 13.04.1986 dal titolo “Selling out” (venduto)

Come un ex agente CIA si è intascato milioni di dollari lavorando per Gheddafi

di P.Maas (trad cm)

Doppio gioco

Anche io, come molti, ho letto per la prima volta di Edwin P. Wilson nel 1981, sui giornali. Si diceva che fosse un ex “operativo” della Central Intelligence Agency che si era messo al servizio del dittatore libico, nonché padrino del terrorismo internazionale, Colonnello Muammar el Gheddafi.

In questi termini Wilson veniva descritto come un personaggio misterioso, una sorta di Grande Gatsby dello spionaggio mondiale.

Quello che in particolare catturò la mia attenzione fu che questi possedeva un’enorme proprietà chiamata Mt. Airy Farms in un’elegante zona di caccia della Virginia del Nord.

Una proprietà, appresi in seguito, che confinava con quelle di personaggi quali il milionario Paul Mellon, il Senatore della Virginia John Warner e la di lui moglie al tempo Elizabeth Taylor, o Jack Kent Cooke il multimilionario proprietario della squadra di football dei Washington Redskins.

Wilson aveva acquistato quella proprietà quando ancora lavorava per i servizi di intelligence degli Stati Uniti, e io mi chiedevo come ciò fosse stato possibile.

Sapevo che il livello degli stipendi della CIA era lo stesso delle altre agenzie federali e dei vari dipartimenti. Poi ho scoperto che il massimo che Wilson aveva guadagnato dalla CIA come stipendio era 25.000 dollari l’anno, e che il suo salario nell’ultimo incarico nel quale aveva fatto parte di in un’unità supersegreta chiamata Task Force 157, impegnata in un’ operazione di spionaggio navale, era stato di 32.000 dollari l’anno.

Circa dieci anni prima avevo cominciato a lavorare al libro “Serpico”, la storia di un poliziotto coraggioso che aveva denunciato un diffuso livello di corruzione nel Dipartimento di Polizia di New York. Anche a quai tempi un poliziotto che di punto in bianco acquistava una casa su di un paio di ettari, in un quartiere con piscina o campi da tennis, avrebbe come minimo attirato l’attenzione di qualche curioso. Per lo meno qualcuno avrebbe dovuto fare qualche domanda.

Detto ciò, il patrimonio netto di Wilson superava i 15 milioni di dollari, incluso un milione suddiviso tra un conto cifrato in Svizzera e un certo numero di lingotti d’oro in Sudafrica. E tuttavia nessuno, nell’opaca, attenta e consapevole cerchia nella quale Wilson si muoveva, sembra si sia mai preoccupato di come ciò sia potuto accadere.

La CIA ha mantenuto il riserbo su tutta la vicenda, in particolare su quale sia stata la sua ultima destinazione e quale il suo incarico. Ma dato che dai titoli dei giornali il suo nome continuava ad essere collegato in maniera imbarazzante alla CIA, avevano cominciato ad emergere alcuni particolari da parte di non meglio precisate fonti interne all’intelligence.

Prima solo nei notiziari e poi anche in un libro, scritto da un certo Joseph C.Goulden di Washington, il quale ha liquidato Wilson come un elemento marginale, il cui basso livello contrattuale nell’agenzia era soggetto ogni due anni ad un rinnovo.

In base a tale ricostruzione Wilson sarebbe stato subito etichettato come una mela marcia e immediatamente espulso.

Quando ho cominciato a indagare sulla vicenda, sulle eventuali violazioni commesse da Wilson e sulla sua cattura, dato che nel frattempo era diventato un ricercato internazionale, divenne fondamentale scoprire quale fosse stato il suo ruolo effettivo all’interno della CIA, e come questi si fosse comportato nei suoi vari incarichi, oltre a chiarire quali circostanze all’interno della stessa agenzia gli avevano apparentemente consentito di deviare, in modo agevole e conveniente, verso le sue attività terroristiche. Aveva dei complici? Si era trattato nel suo caso solo di una degenerazione?

Anche se le mie inchieste precedenti mi avevano portato a confrontarmi con il crimine organizzato, oltre che con la corruzione nella polizia e nella politica, il mio unico contatto con il mondo delle spie era stato quando facevo il reporter e la CIA aveva cercato di assumermi, sperando di sfruttare le mie credenziali giornalistiche per i suoi scopi.

Nel corso degli anni avevo raccolto delle fonti affidabili, e attraverso queste anche delle altre che mi avevano permesso di ottenere l’accesso a documenti classificati che descrivevano la carriera di Wilson all’interno dell’ intelligence. Tra gli altri anche alcuni resoconti sul percorso professionale e sulle valutazioni da parte della CIA e dell’Ufficio dell’intelligence della Marina; così come report dell’FBI, dell’Ufficio sugli Alcolici, il Tabacco e le Armi, del servizio di intelligence della Difesa e dell’Ufficio dell’Ispettore Generale della CIA.

Da questi documenti, e da decine di interviste con persone che avevano lavorato o comunque avuto rapporti con Wilson, ho scoperto come questi fosse un agente di rango elevato e che non era affatto stato licenziato, ma che aveva invece deciso di lasciare l’agenzia di sua spontanea volontà.

Ancora più sconvolgente era stato scoprire che sia la CIA che l’FBI avevano dato un’ottima valutazione sul lavoro di Wilson in Libia, e che quindi non avevano fatto nulla per fermarlo.

Lontano dall’ostacolare le attività della spia infatti le tradizioni e le procedure dell’intelligence costituivano in molti casi la sua principale risorsa, anche dopo che era stata scoperta la vera natura delle sue attività.

Sebbene le caratteristiche personali di Wilson, che avrebbero dato una svolta decisiva alla sua carriera, erano evidenti anche prima che questi venisse assunto dall’agenzia, quest’ultima gli offrì l’opportunità di agire servendosi di esse. In particolare quando Wilson venne coinvolto in operazioni paramilitari coperte. E’ li che Wilson scoprì l’arte della finzione, di creare entità economiche per poter svolger attività di facciata, di spostare somme di denaro attraverso il sistema bancario internazionale in modo da non lasciare tracce.

Wilson divenne un esperto nel manipolare a suo vantaggio le procedure interne dell’agenzia: la sua sfrontatezza nel raggiungere i risultati senza badare ai mezzi impiegati; la struttura compartimentata dell’agenzia che impedisce ai suoi funzionari di indagare sulle attività svolte dai loro colleghi. E quando cominciarono ad uscire articoli negativi sul suo conto Wilson iniziò a sfruttare la sindrome del “noi contro di loro”, che ha caratterizzato l’agire dell’ agenzia nel rispondere alle critiche rivoltele dall’esterno. Allo stesso modo durante le denunce di Serpico la polizia si era coalizzata in un complotto del silenzio, a dispetto dell’evidenza della corruzione diffusa. 

A questo punto la storia di Wilson solleva una serie di interrogativi allarmanti circa i potenziali abusi all’interno della CIA e di altre organizzazioni di intelligence statunitensi.

La facilità con cui Wilson era stato in grado di sfruttare il suo addestramento e le conoscenze acquisite per il suo tornaconto privato, o il successo nell’ottenere la cooperazione e la complicità di altri ufficiali che si erano mostrati deboli nel monetizzare la loro influenza, ha posto il dubbio che questo caso non fosse solo un’ aberrazione. L’incapacità e la mancanza di volontà da parte della CIA e delle altre agenzie di sicurezza di indagare al proprio interno rischia di coprire quel pericoloso marchio di spionaggio misto a imprenditorialità rappresentato dal caso Wilson, ponendo una minaccia continua all’integrità della comunità di intelligence, a alle vite e agli interessi degli americani all’estero.

Edwin Wilson era nato nell’Idaho nel 1928,  da una famiglia povera. Al liceo aveva fatto parte dei Future Farmers of America, la principale organizzazione studentesca che promuove la formazione tecnica e lo sviluppo della carriera dei suoi iscritti.

Ancora minorenne si imbarcò come marinaio della Marina Mercantile su natanti che facevano rotta sull’Oceano Pacifico.

Si guadagnò in questo modo l’accesso all’Università di Portland, un istituto accademico gestito dalla Congregazione della Santa Croce. Quella fu, mi disse in seguito, la prima volta che vide degli uomini indossare una tunica.

Durante la guerra di Corea fu arruolato nei Marines col grado di tenente, quando le ostilità erano già terminate. Ma guidando una pattuglia lungo la zona demilitarizzata si causò una lacerazione alle ginocchia talmente grave da essere congedato con una disabilità del 10%.

Durante un passaggio su di un volo militare diretto a Washinghton cercò di conservare i gradi e lo stipendio, raccontando la sua storia ad un civile che gli sedeva accanto.

Quell’uomo, che preferì non presentarsi, gli disse che se non fosse riuscito a restare nei Marines avrebbe potuto fare un pensierino alla CIA. L’agenzia poteva essere interessata ad un soggetto come lui, e gli fornì un nome ed un numero di telefono da contattare.

Wilson compilò un resoconto sulle sue esperienze professionali, passò con successo una serie di test medici e psico-attitudinali, ottenendo un punteggio che lo inquadrò come un soggetto adattabile, sicuro di sé, dotato di una personalità predisposta all’azione, caratteristiche alle quali la CIA era molto interessata. Attese l’esito di una lunga valutazione, che stabilì che era un soggetto dotato di “buon carattere, delle più elevata integrità, contrario all’ideologia comunista e fedele agli Stati Uniti”.

Alla fine, dopo avere superato un test che lo aveva sottoposto alla macchina della verità per scoprire se aveva dei segreti da nascondere, il 27 ottobre del 1955 venne formalmente assunto dalla CIA.

All’inizio del 1956 Wilson si trovava, assieme ad altri ufficiali, in una remota base aerea militare nel deserto del Nevada, a nord di Los Angeles, ascoltando le parole del leggendario direttore dell’agenzia Allen Dulles. Secondo Dulles lui e i suoi colleghi si stavano imbarcando in una missione che avrebbe rivoluzionato l’attività di intelligence, modificandone per sempre la sua natura.

Alle spalle di Dulles, mentre pronunciava il suo discorso, con le sue sgraziate ali cadenti sostava quello che i russi avrebbero in seguito chiamato “La dama nera dello spionaggio”: l’U2, l’aereo d’alta quota per lo spionaggio militare la cui esistenza l’agenzia aveva cercato fino a quel momento di tenere segreta.

Wilson era stato assegnato all’Ufficio di Sicurezza della CIA, entrando a far parte del gruppo di sessanta ufficiali distaccati al seguito dell’attività di spionaggio del velivolo, con l’incarico di occuparsi della sicurezza dei piloti, dello staff e delle loro famiglie.

Dato che si sarebbe dovuto recare spesso oltreoceano gli venne fornita una falsa identità, quella di rappresentante di una società di ricerche marittime, con l’indirizzo di un fermo posta al n. 80 di Bolyston Street, a Boston (MS).

Quattro velivoli U2 vennero dislocati presso la base aerea di Adana, sulla costa meridionale della Turchia, e Wilson vi venne assegnato.

Tra i piloti di cui si sarebbe dovuto occupare vi era anche Francis Gary Power, il cui aereo verrà abbattuto dai russi nel maggio del 1960.

Nel gennaio del 1959, da poco sposato, Wilson venne trasferito in un ufficio dell’agenzia a Washington. Qui si occupò per un periodo del Colonnello Rudolf Abel, una spia del KGB, una delle più importanti spie che gli Stati Uniti siano mai riusciti ad arrestare. Abel verrà scambiato con il pilota statunitense Gary Powers, il pilota dell’ U2 abbattuto e catturato dai russi.

In quel periodo la CIA era impegnata in un vasto sistema illegale di controllo della corrispondenza e di intercettazioni telefoniche e un giorno, mentre veniva registrata la conversazione di un esperto di relazioni internazionali impiegato presso il settimanale Newsweek, Wilson si trovò ad intercettare il Vice Presidente degli Stati Uniti Richard M. Nixon. Per Wilson fu un’esperienza sensazionale. “Non indovinerai mai chi ho registrato oggi” disse alla moglie.

Sebbene sia stato riferito in seguito che Wilson ebbe un ruolo chiave nell’operazione denominata “Baia dei Porci”, in realtà quando si svolse quello sfortunato episodio lui era in missione con la copertura di uno studente laureando presso la Cornell University, nella la Scuola di Relazioni Industriali e del Lavoro.

Wilson sapeva che, per un uomo dalle sue ambizioni, l’Ufficio della Sicurezza di Washington non gli avrebbe garantito la carriera che desiderava.

Quello a cui aspirava, e che alla fine ottenne, era entrare a far parte delle operazioni sporche, in particolare nella divisione delle organizzazioni internazionali che si occupava di operazioni nel mercato del lavoro, di infiltraggio nei gruppi studenteschi e nei media attraverso un famoso personaggio della CIA: Cord Meyer.

Ciò comportò anche una modifica del suo status all’interno dell’agenzia. Venne inquadrato, nell’ambito del contratto, con la qualifica di agente specializzato nelle operazioni sotto stretta copertura.

Ciò forniva alla CIA una “valida ragione” per negare che Wilson fosse un suo dipendente, se qualcuno glielo avesse chiesto ufficialmente. Ed inoltre quella qualifica costituiva una scusa per superare i limiti di budget previsti per lo staff, limiti che non venivano applicati agli ufficiali assunti con tale qualifica.

Anche se molti di questi contratti avevano una durata o un oggetto specifico, Wilson ne aveva uno a tempo indeterminato.

Ciò lo rendeva soggetto alle stesse valutazioni di performance di ciascun funzionario di staff, fornendogli inoltre gli stessi privilegi sia in termini previdenziali che medici. 

Superando dunque tutti i tagli di budget previsti, Wilson sarebbe rimasto nella CIA per tutto il tempo che lo desiderava.

Con il suo passato nella marina mercantile e le sue credenziali accademiche Wilson ottenne un lavoro come rappresentante europeo nel sindacato internazionale dei personale di marina per il Nord America. Con le moglie e i suoi due figli si stabilì in un piccolo villaggio olandese, nei dintorni di Anversa, uno dei porti più congestionati del Continente. 

 

Nell’altra sua vita all’interno della CIA, Wilson aveva ricevuto l’incarico di monitorare le navi cargo in partenza da Anversa e dirette verso la Cuba di Castro; organizzò una rete di informatori per individuare gli elementi comunisti che lavoravano sulle banchine del porto olandese, e, cosa che lo faceva divertire molto, come una matricola universitaria condusse una vita molto povera che gli permise di fare visita alle delegazioni di lavoratori del blocco sovietico e osservare che i bagni delle loro camere d’albergo erano otturati e infestati da formiche e scarafaggi.

Un metro e ottanta centimetri di fisico asciutto, con due mani enormi capaci di spezzare il collo ad una persona, assunse un incarico secondario molto rischioso che consisteva nel portare dei soldi, il pagamento di una mazzetta da parte dell’agenzia, a Marsiglia ad un boss corso, per cercare di tenere in linea i portuali comunisti che lavoravano al molo. 

All’inizio, la sua principale preoccupazione erano i soldi. Anche se era stato pagato sia dal sindacato che dall’agenzia, scrisse una lettera molto dura al presidente del sindacato Paul Hall, per protestare della cancellazione di un accordo che gli consentiva di guadagnare 25 dollari a settimana per le spese, oltre allo stipendio normale, una specie di secondo salario. Wilson ne aveva bisogno, disse, “per via delle tasse aggiuntive”.

Dopo un anno di permanenza all’estero la CIA lo fece tornare a Washington, dove gli trovò un lavoro presso il dipartimento internazionale di un importante sindacato. 

Il dipartimento funzionava per il lavoratori come una sorta di piccolo Dipartimento di Stato in scala ridotta.

Era stato spedito in america latina per aiutare a combattere i sindacati di sinistra che si organizzavano in unità. Quindi si spostò in Estremo Oriente. Nel 1963 si trovava a Saigon quando il Presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem, venne estromesso e assassinato. Anche un importante leader dei lavoratori, un sostenitore di Diem che la CIA ritenne interessante assoldare, venne eliminato in carcere.

L’agenzia voleva escludere i sospetti su di un suo eventuale coinvolgimento, anche nei confronti dello staff diplomatico dell’ambasciata statunitense, e così a Wilson in qualità di rappresentante sindacale dei lavoratori in loco, venne ordinato di fare uscire dal carcere quell’uomo. Si rivolse dunque ai massimi rappresentanti, chiedendo e riuscendo ad ottenere un incontro con l’ambasciatore Henry Cabot Lodge, e subito ottenne la liberazione del detenuto. In seguito, nell’estate del 1964, la CIA spedì Wilson in una missione che avrebbe dato una svolta alla sua carriera sia da un punto personale che professionale.

Fu assegnato alla divisione Operazioni Speciali, che accorpava alcune delle attività della sua vecchia divisione, con le operazioni paramilitari coperte in giro per il mondo. La preparazione per questo nuovo ruolo venne predisposta minuziosamente. Con la benedizione dell’agenzia il sindacato lo propose come assistente in relazione alla candidatura di Hubert H.Humphrey alla carica di Vice Presidente. Dopo l’elezione, Wilson disse ad un uomo chiave della campagna di Humphrey, tale Martin McNamara, che aveva intenzione di intraprendere una sua attività di spedizioni di merci; McNamara si disse d’accordo e fece preparare i documenti legali.

A quel punto se qualcuno avesse deciso di andare a scavare nella storia della società di Wilson avrebbe scoperto che era tutto in regola. Formalmente la sua era una società della CIA, una di quelle società di facciata che l’agenzia finanzia per mascherare le sue attività. La divisione Operazioni Speciali era dotata di un ramo logistico per fornire il supporto di terra, aereo e via mare, e Wilson era stato incaricato di gestire i trasporti marittimi.

Per diverso tempo Wilson e McNamara non si incontrarono più. Anni dopo si rividero per caso, McNamara lo riconobbe seduto in un ristorante di Washington mentre pranzava in compagnia della superstar dei lobbisti nonché esperto di relazioni pubbliche Robert Keith Gray. “Bene, bene” pensò McNamara, aggiungendo: “Ed Wilson sta entrando nel giro grosso”.

Grey era stato nominato segretario dal Presidente Dwight D. Eisenhower. Questi avrebbe continuato a gestire la sua società, la Gray & Company, sita presso un indirizzo che non passava inosservato: “The Powerhouse, Washington DC”. Durante la campagna presidenziale di Reagan, nel 1980, Grey avrebbe svolo un ruolo fondamentale di consulente, riferendo direttamente al responsabile della campagna William J.Casey, in seguito nominato direttore della CIA.

Quando McNamara vide Gray assieme a Wilson, quest’ultimo stava per fondare una nuova società della CIA, la Consultant International. Alcuni anni dopo, quando Wilson cominciò a comparire regolarmente sui titoli dei giornali, saltò fuori che Gray era tra i direttori della Consultant. Ma Gray riferì ai giornalisti che il fatto di essere tra i dirigenti di quella società rappresentava una novità per lui, dato che conosceva appena Wilson.

Quando ho intervistato Gray lui ha insistito dicendo che con Wilson si ” incontravano solo nell’ascensore”, riferendosi al fatto che un tempo i due avevano gli uffici nello stesso stabile.

Ma ciò non era vero. Sono riuscito ad ottenere documenti classificati dei servizi dai quali emerge come Wilson e Gray avevano avuto negli ultimi nove anni “contatti professionali due o tre volte al mese”. Una volta avevano anche fatto un viaggio insieme di due settimane a Taiwan, durante le quali Wilson risultava essere in missione per l’agenzia. Grey aveva anche sponsorizzato l’iscrizione di Wilson all’elegante George Towne Club, dove la spia avrebbe conosciuto personaggi quali Tongsun Park, il noto faccendiere sud coreano sul finire degli anni ’70 al centro dello scandalo sull’attività di lobbing illegale nei confronti del Congresso.

Ma il migliore di tutti per Wilson era il suo superiore nella CIA, o funzionario competente nella sua nuova attività segreta: Thomas G. Clines, assunto dall’agenzia nel 1949. 

Clines era sempre in bolletta e ogni volta che incontrava Wilson rimediava 50 o 100 dollari. Dopo tutto Wilson aveva ottenuto dal suo datore di lavoro un fondo spese, e Clines era uno che stilava i rapporti sul suo conto.

Cline avrebbe continuato a ricoprire l’incarico di direttore dell’addestramento nella CIA.

Secondo un’inchiesta federale, quando Clive faceva ancora parte dell’agenzia stava negoziando un contratto personale da 650.000 dollari con il tiranno nicaraguense Anastasio Somoza, per la creazione di un’unità “search and destroy” destinata a colpire i nemici del dittatore. Sfortunatamente per Clines Somoza venne obbligato ad andare in esilio prima che l’accordo fosse concluso.

Il lavoro di Wilson consisteva nello spedire attraverso container, ovunque la CIA lo avesse chiesto, il suo sostegno invisibile in Americalatina, Africa, Medio Oriente e Sudest Asiatico. Wilson spedì in Cile, Brasile e Venezuela ordigni incendiari per la dispersione di folle e dispositivi contro gli attacchi fisici. 

Quando si temette un’invasione da parte di Castro vennero spedite armi anche alla Repubblica Domenicana.

Mentre invece in Marocco furono inviati apparecchi per comunicazioni avanzate. All’Angola invece vennero spedite armi di ogni tipo.

Fu inviata all’Iran una vasta gamma di apparecchiature elettroniche, mentre all’ Indonesia furono spedite le armi per un colpo di stato appoggiato dalla CIA.

A Taiwan ed alle Filippine furono mandati invece ricambi militari. 

Per la cosiddetta “guerra segreta” che la CIA aveva deciso di sostenere in Laos, fu organizzato un’ appoggio logistico. Quando era necessario Wilson organizzò anche gruppi di navi, piccole flotte come quelle impiegate nei continui raids effettuati contro Cuba.   

In molti dei paesi che ricevevano spedizioni dall’agenzia, Wilson gestiva anche altri traffici. La CIA era soddisfatta di questo, dato che offriva maggiore credibilità alla sua copertura. Wilson avrebbe gonfiato i costi reali di tali transazioni, incluse quelle ordinate dalla CIA. Il controlli effettuati mentre Wilson consegnava la merce erano minimi, così come i dubbi nei suoi confronti, dato che comunque il lavoro lo conosceva bene. 

E anche se l’agenzia delle entrate (IRS) fosse venuta a dare un’occhiata, il fatto che lui stesse gestendo un’operazione coperta della CIA faceva in modo che tutto ricadesse sotto la responsabilità di questa.

Per Wilson essere un agente della CIA era come indossare un cappotto magico che lo rendeva per sempre invisibile e invincibile.

Quando cominciò a trattare per la prima e più importante acquisizione di quella che sarebbe diventata Mt. Airy Farms formalmente Wilson guadagnava 25.000 dollari.  

Ma improvvisamente la strada liscia su cui si era mosso fino a quel momento divenne fitta di asperità. Il Presidente Nixon, sempre paranoico nei confronti della CIA, ordinò una revisione del budget e molte delle proprietà intestate all’agenzia, incluse quelle riconducibili a Wilson, dovettero essere cedute.

La CIA volle ricollocarlo come addetto ai casi del personale e lo trasferì in Vietnam, dove il coinvolgimento degli Stati Uniti era giunto ad una svolta critica. Ciò però voleva dire fine dei  sussidi gonfiati, niente più libertà per poter svolgere traffici in loco, in sostanza la fine delle aspettative che gli avrebbero consentito di potersi permettere una fattoria in Virginia.

Dopo poco però Wilson venne richiamato in missione con la Task Force 157, un’unità di spionaggio talmente segreta che quasi nessuno nell’Ufficio dei Servizi della Marina era a conoscenza della sua esistenza.

Tra le varie missioni svolte da Wilson vi fu quella di infiltrare una rete di agenti all’interno dei porti stranieri, allo scopo di monitorare le spedizioni effettuate dall’Unione Sovietica, oltre a quella di avviare operazioni molto avanzate di spionaggio attraverso l’oceano. Per mascherare tali attività la task force decise di utilizzare regolarmente società di copertura; a tale scopo i responsabili si recarono alla sede centrale della CIA per ordinare la loro apertura. L’ufficiale operativo della task force di quel periodo ricorda le parole utilizzate nel quartier generale a Langley: “Ed Wilson è il vostro uomo”.

Se il controllo delle spese da parte della CIA era minimo, quello della Marina era praticamente inesistente, ed in più il progetto era totalmente impreparato a fare fronte ad un soggetto quale Wilson. In base a un accordo segreto stipulato con lo Shah dell’Iran, Wilson acquistò un peschereccio che avrebbe esposto la bandiera iraniana, con l’incarico di attraversare il Golfo Persico alla ricerca di ordigni nucleari che l’Unione Sovietica avrebbe potuto cedere a paesi alleati, principalmente l’Iraq, oltre che accertarsi della capacità nucleare della flotta sovietica dislocata nell’Oceano Indiano. Wilson si occupò inoltre della spedizione di tutte le apparecchiature sensibili che vennero montate sull’imbarcazione.

Per la parte di missione da lui svolta Wilson riuscì ad ottenere dalla Marina 500.000 dollari, in pratica senza alcuna giustificazione.

La parte più riservata della missione assegnatagli fu di misurare la forza di gravità terrestre nell’area di Mediterraneo antistante al Nord Africa, in modo da poter lanciare con maggiore precisione un missile sottomarino.

La versione ufficiale per giustificare l’acquisto di quella nave da pesca fu che l’imbarcazione serviva a cercare giacimenti petroliferi sottomarini.

Al termine del mese di ricerche Wilson ricevette dai suoi superiori numerosi attestati di stima. E guadagnò anche parecchi soldi, che disse di avere ottenuto vendendo a diverse compagnie petrolifere i dati raccolti al termine dell’attività di prospezione sottomarina.

Nel frattempo la sua proprietà di Mt.Airy holdings continuava ad ingrandirsi, fino ad estendersi su 2.388 acri di terreno ondulato, florido, circondato da uno steccato bianco, sul quale pascolavano placidamente cavalli allo stato brado e mucche da latte nere. Un lungo vialetto che curvava conduceva all’edificio principale composto da tre piani. 

Nel seminterrato erano stati posizionati un biliardo, una sauna e un bagno turco, mentre al pianterreno, oltre al soggiorno e alla sala da pranzo interamente rivestiti, vi era un’ enorme cucina con un armadietto artigianale in ciliegio. A proposito della cucina, un esperto di costruzioni di grosse dimensioni affermò: “Onestamente, non ho mai visto una cucina così ben rifinita come questa”.

Tratto da un articolo del New York Times del 13.04.1986 dal titolo “Selling out” (venduto)

Come un ex agente CIA si è intascato milioni di dollari lavorando per Gheddafi 

di P.Maas (trad cm)

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