Cerca

Claudio Meloni

Operazione Gladio: una guerra non convenzionale

Gladio S:B

 

In una drammatica seduta della Camera dei deputati di un caldo inizio di agosto del 1990, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti accettava un ordine del giorno presentato dai deputati Giulio Quercini, Aldo Tortorella e Luciano Violante (ed altri) . 

Veniva chiesto al Governo di riferire in aula, entro un termine di sessanta giorni, in merito “all’esistenza, alle caratteristiche – si legge nel testo dell’ odg –  ed alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno del nostro servizio segreto militare (SISMI) con finalità di condizionamento della vita politica del Paese“.

Come da accordi presi, le informazioni richieste dai deputati vennero fornite dall’on. Andreotti il giorno successivo, 3 agosto 1990, nell’ambito di quel consesso più riservato rappresentato dalla Commissione d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi.

Ciò che appariva palesemente illegale in quella organizzazione occulta non erano tanto le sue finalità, ovvero il fatto che uno Stato democratico organizzasse clandestinamente una rete di difesa nazionale composta in parte da militari e in parte da civili, pronta ad entrare in azione in caso di occupazione da parte di una potenza straniera.

Quanto il fatto che ciò avvenisse al di fuori del controllo democratico esercitato dagli organi preposti, in totale violazione dei principi della Costituzione.

Dunque quell’organizzazione, creata e gestita in maniera informale e segreta, era completamente al di fuori dal normale sistema di garanzie nel quale sono ricomprese tutte le normali iniziative assunte da un governo democraticamente eletto.

L’ordinamento giuridico non consente infatti ne la costituzione, ne tanto meno l’entrata in funzione di organismi statuali al di fuori del controllo delle istituzioni previste.


Le risposte di Andreotti

Sul momento l’allora Presidente del Consiglio tentò di giustificare la nascita di Gladio con il fatto che la sua fondazione, avvenuta nel 1951, era dovuta alla presenza effettiva in quel periodo del rischio di un’ invasione sovietica.

E che inoltre i circa seicento “gladiatori” coinvolti nell’ Operazione erano solo degli individui dotati di un patriottismo superiore alla media e perciò degni del più profondo rispetto e della massima considerazione per il loro impegno e la loro abnegazione.

Infine, elemento che reggeva tutto il castello di scuse e giustificazioni, l’organizzazione in oggetto era stata dismessa a seguito della caduta del muro di Berlino e della correlata disgregazione dell’Unione Sovietica.

In realtà, come vedremo, Gladio era rimasta attiva fino al 1990, quando la sua esistenza era stata accertata nel 1984 dal giudice Felice Casson nel corso del processo all’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, accusato e in seguito condannato per la strage di Peteano.

L’operazione Stay Behind, questo era la sua denominazione a livello internazionale,

era sopravvissuta a ben tre riforme dei servizi segreti, ed era proprio da questi ultimi che dipendeva grazie all’accordo CIA-SIFAR del novembre del 1956.

Nel 1966 il SIFAR venne sostituito dal SID, e poi quest’ultimo nel 1977 dal SISMI.

Durante tutti questi anni, dal 1951 al 1990, l’organizzazione Gladio ha continuato ad esistere modificando i suoi obbiettivi, i mezzi e le sue modalità operative.

Nel 1951 l’obbiettivo di Gladio era, secondo le intenzioni dell’allora direttore del SIFAR generale Umberto Broccoli, quello di creare una rete di resistenza in grado di intervenire in caso di invasione di una potenza straniera, attraverso sia operazioni di sabotaggio che di raccolta di informazioni tra le linee nemiche.

In quella fase la rete di civili, addestrata dai servizi segreti britannici, non superava le duecento unità. L’anno previsto per il termine dell’addestramento era stato fissato per l’inizio del 1953.


Dall’orbita inglese a quella statunitense

Un analogo processo di organizzazione di una rete clandestina di difesa aveva luogo anche in altri paesi europei sotto la guida di Inghilterra e Francia. L’Italia avrebbe dovuto aderire alla rete NATO europea ma non come Stato fondatore, e dunque in una posizione di inferiorità rispetto alle due nazioni predette.

In tali condizioni l’allora direttore del SIFAR Ettore Musco decise di organizzare la rete clandestina sotto l’egida della CIA, secondo uno schema paritario di relazioni.L’operazione Gladio inizia dunque ufficialmente nel 1953 con la firma dell’ accordo ufficiale di collaborazione tra il SIFAR e la CIA.

Tale accordo venne perfezionato nel 1956 con il termine dei lavori della base di addestramento, nonché base centrale operativa in caso di invasione, di Capo Marrongiu, in provincia di Alghero. L’edificazione della struttura militare, a partire dall’acquisto dei terreni, venne interamente finanziata da Langley.

Il primo ottobre 1956 vennero costituiti, nell’ambito dell’Ufficio R del SIFAR (controspionaggio) quattro gruppi, uno dei quali (Sezione SAD) aveva il compito di tenere i contatti con la CIA. Dai documenti ufficiali relativi al primo incontro, avvenuto tra i rappresentanti del SIFAR ed I funzionari della CIA Bob Porter e John Edwards, si trasse l’intestazione che diede poi il nome a tutta l’organizzazione: Gladio.

Il Comitato Gladio era composto da undici membri, otto italiani e tre statunitensi, e si riunì continuativamente dal 1956 al 1975. Contestualmente venne realizzato ad Olmedo un secondo centro destinato esclusivamente all’attività di trasmissione.

L’attività di reclutamento del personale cominciò concretamente solo a partire dall’estate del 1959, attraverso l’impiego del centro di Cerveteri. Nel 1961, escluse le strutture già esistenti ed operanti nel Nord Italia, denomina Stella Alpina, e nel Sud, chiamata Stella Marina, erano stati addestrati complessivamente solo 35 elementi.

La rete era strutturata su due llivelli: il primo composto da elementi al di sopra di ogni sospetto e perciò’ in grado di svolgere attività’ di retrovia in quanto di difficile individuazione, e da un secondo livello composto da unità operative di primo impiego (UPI), destinate ad entrare in azione e ad uscire dalla segretezza in campo nemico non appena fosse avvenuta l’occupazione straniera. Mentre la struttura clandestina era composta da quaranta nuclei ciascuno con un diverso compito assegnato, quella operativa si suddivideva in cinque unita’: Stella alpina, Stella marina, Rododendro, Ginestra e Azalea.

Nel documento del primo giugno 1959, una relazione del SIFAR indirizzata alla CIA sullo stato dell’arte dell’operazione Gladio, sono indicati gli obiettivi perseguiti dalla struttura complessiva: mantenere il Paese all’interno di un sistema di difesa costituito dalla NATO e garantito dagli Stati Uniti attraverso una struttura indipendente dalle forze politiche e legata al SIFAR.

In un decennio, dal 1959 al 1969, furono reclutate 300 persone e le armi e gli esplosivi forniti dagli Stati Uniti vennero nascosti in depositi segreti, i NASCO, sotterrati in località strategiche della penisola.


Il cambio di guida all’Operazione

Gli anni settanta imprimono una svolta decisiva all’operazione Gladio.

Le novità riguardano il ruolo degli Stati Uniti non più centrale, sia da un punto di vista politico che finanziario.

Il 15 dicembre 1972 il governo americano decide di revocare unilateralmente l’accordo del 1956.

L’adozione di una politica di proliferazione degli armamenti nucleari da parte dei paesi alleati della NATO aveva di fatto allontanato l’ipotesi di un’occupazione manu militari degli eserciti dei paesi del patto di Varsavia.

Conseguentemente veniva a cadere la necessità di organizzare delle forze miste di civili e militari, nell’ambito di un’ipotesi di guerra non ortodossa.

Era di fatto cessato il pericolo di un’invasione dalle frontiere nord orientali del Paese e dunque anche i presupposti per l’esistenza di una rete stay-behind.

Il governo italiano prende atto della cessazione dell’operazione Gladio così come era stata originariamente concepita, e si procede alla sua incorporazione all’interno della NATO. Da questo momento in poi Gladio verrà finanziata esclusivamente dal servizio militare italiano.

Il 24 febbraio 1972 i carabinieri di Aurisina scoprono casualmente un deposito NASCO, ma l’intervento sollecito del SID impedisce all’inchiesta giudiziaria che ne era scaturita di procedere.

Il capo della sezione SAD, il tenente colonnello Gerardo Serravalle, di fatto il nuovo capo di Gladio, propone lo smantellamento parziale della rete dei deposito NASCO.

Tale proposta derivava da un esame sui vari capi nucleo della rete stay-behind, dal quale era emerso come l’idea che la maggior parte di questi si era fatta su Gladio era che si trattasse non tanto di una rete contro l’eventuale invasione di uno stato straniero, quanto piuttosto di una rete interna per contrastare il comunismo.

L’attività di smantellamento parziale effettuata col consenso del direttore del SID, generale Vito Miceli, avveniva con lo svuotamento dei depositi NASCO ed il congedo di una parte de dei civili arruolati, e si concludeva nel giugno del 1973.

Ma sebbene fortemente ridimensionata, l’operazione Gladio non era ancora stata completamente smantellata, tutt’altro.

In un rapporto redatto il 31 dicembre 1975 dall’allora capo dell’Ufficio R del SID, colonnello Paolo Inzerilli, emerge come l’attività di reclutamento, sebbene fosse “al di sotto delle reali necessità”, non fosse ancora cessata, così come l’addestramento ritenuto allora “insoddisfacente”.

Allo stesso modo la situazione relativa al materiale da guerra, consistentemente ridotto con il disvelamento dei NASCO, veniva giudicata insufficiente.

Stessa cosa per quel che riguardava il materiale per le comunicazioni.

Erano queste le basi sulle quali si fondava l’affermazione fatta dal capo del governo Andreotti di fronte alla Commissione stragi quel 3 agosto 1990, secondo la quale la rete Gladio era stata definitivamente smobilitata.

Ma come abbiamo visto ciò non corrispondeva alla realtà.

A principiare dal 1972 la struttura Gladio subisce dunque una profonda trasformazione da rete di guerriglia attiva in caso di invasione straniera a rete informativa a beneficio dei Servizi, in grado di sfruttare la presenza dei suoi membri in tutti gli ambiti della società civile.


Il mutamento delle finalità di Gladio: anni 1975-90

Il periodo di gestione della 5a Divisione dell’Ufficio R del SID, impegnata nell’attività di raccolta di informazioni civili, da parte del colonnello Inzerilli, periodo che va dal 1975 al 1986, è caratterizzata dall’impiego della rete Gladio in termini operativi in funzione di spionaggio e dossieraggio.

Tale attività veniva eseguita grazie ad un importante sforzo di efficienza a costo zero per il SID.Di fatto questo fu l’apporto concreto offerto della rete Stay Behind fino al 1977, anno in cui entra in vigore la riforma dei servizi segreti che vede la trasformazione del SID in SISMI e SISDE.

A partire da qui e fino alla più recente riforma del 2007, che vede il superamento di SISMI e di SISDE  rispettivamente da AISI ed AISE, l’operazione Gladio verrà posta sotto il controllo e la guida diretta della 7a Divisione del SISMI, sempre sotto il comodando del colonnello Inzerilli.

Nell’attività di raccolta di informazioni l’attenzione principale viene posta sulle biografie di personaggi politici famosi, su movimenti, associazioni politiche, sindacati, giornali, agenzie di informazione e agenzie di pubblicità. Ma anche sugli organigramma delle industrie e dei vari comparti produttivi italiani e stranieri operanti in Italia.

L’attività informativa svolta dalle varie strutture periferiche non era saltuaria ed episodica ma costante ed attenta, con cadenza in genere trimestrale.

Di questa attività vi è traccia in una nota inviata il 29 luglio 1982 dal colonnello Inzerilli all’allora direttore del SISMI, generale Nino Lugaresi.

Nella nota si fa riferimento alla possibilità di un impiego della rete Gladio in aree e su obiettivi informativi particolari, da definire previo esame congiunto con la 1a Divisione SISMI.

Si fa inoltre riferimento alla necessità di evitare passaggi intermedi nel trasferimento delle informazioni dalla 7a alla 1a divisione.


La ristrutturazione organizzativa

Ad ulteriore testimonianza dei mutamenti strutturali avvenuti tra gli anni ’70 e ’80, occorre menzionare anche il rinnovamento della struttura organizzativa di Gladio.

Tra il 1985 ed il 1987 vengono costituiti alcuni nuovi Centri per l’Addestramento Speciale (CAS), affiancati a quelli già esistenti di Udine, Centro Ariete nato nel 1957, e di Roma, Centro Orione 1959. Stiamo parlando del Centro Libra di Brescia (1985), del Centro Pleiadi di Asti (1986) e del Centro Scorpione di Trapani (1987).

Sebbene in origine i centri CAS avrebbero dovuto occuparsi dell’addestramento degli appartenenti alla rete Stay Behind, in un promemoria scritto dal direttore della 7a divisione, colonnello Luciano Piacentini, datato 7 febbraio 1987, con il beneplacito dell’allora direttore del SISMI l’ammiraglio Fulvio Martini viene dato l’assenso alla loro idoneità quali strutture legate all’attività informativa.

Nella nota viene sottolineato come tale attività rivesta un carattere particolare rispetto a quella originaria della guerra non convenzionale “sia per l’elevata capacità di penetrazione – si legge nella nota – negli ambiti di lavoro e sociali più diversi, sia per l’estensione reale che potrebbe essere raggiunta nel tempo“.

Nella nota viene allegato un prospetto nel quale viene riportata la suddivisione dei compiti informativi affidati ai vari Centri. Il Centro Ariete di Udine è competente per l’attività di antiterrorismo, il Centro Libra di Brescia per il crimine organizzato ed il Centro Pleiadi di Asti per il crimine organizzato e la sicurezza industriale.

Negli archivi della 7a Divisione sono state trovate solo informative del Centro Pleiadi firmate dal Capo Centro Omero. Gli argomenti trattati riguardavano la sicurezza industriale, oltre alla necessità di individuare due informatori da utilizzare in Somalia, Etiopia e Mozambico. L’attività antiterrorismo, per ragioni di sicurezza, non ha mai prodotto alcun tipo di documentazione. 

Oltre ai CAS viene rinnovato anche il Gruppo Operazioni Speciali (GOS).

Si tratta di un gruppo di specialisti nelle operazioni di guerriglia e di controguerriglia, selezionati tra alcuni corpi speciali delle Forze Armate quali gli incursori della Marina Militare COMSUBIN, gli incursori paracadutisti del Col Moschin ed i carabinieri paracadutisti del battaglione Tuscania.

La prerogativa degli appartenenti a tali corpi era appunto quella di essere particolarmente addestrati nelle loro specifiche discipline. La sede dei GOS veniva localizzata a Cerveteri. Qui venivano inquadrati in origine una quindicina di esperti in qualità di istruttori, allo scopo di addestrare ciclicamente i civili appartenenti alla rete Stay Behind.

Con il mutamento degli obiettivi dalla guerra non convenzionale all’attività preminentemente informativa, la struttura dei GOS subisce un nuovo inquadramento nell’ambito di un gruppo operativo chiamato ad entrare in azione in occasione di eventi particolarmente delicati.

Su impulso del direttore del SISMI gli specialisti deI GOS sono stati concretamente utilizzati in occasione del sequestro dell’Achille Lauro, della rivolta nel carcere di Trani, del sequestro del generale J.Lee Dozier e del dirottamento del jet egiziano a Malta.

Da notare come il mutamento delle finalità dell’operazione Gladio sia avvenuta nella quasi totale inconsapevolezza dei suoi aderenti, principalmente per timore di una loro rinuncia.


Le attività di Gladio nel 1990

Il 3 agosto 1990 di fronte alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi di Stato il Presidente del Consiglio Andreotti rispondeva alle domande dei commissari sull’esistenza della rete Stay Behind. 

L’allora capo del governo spiegava che le attività di Gladio erano terminate nel 1972 e che era sua intenzione togliere il segreto di Stato sui documenti ufficiali ad essa relativi.Ed era proprio su quel segreto che il gip Casson, che indagava sulla strage di Peteano, si era dovuto arrestare.

Così come sempre su quel muro si era arenata l’inchiesta della procura di Padova sul disastro dell’aereo militare Argo 16, indagine guidata dal gip Mastelloni.

Il 18 agosto 1990 la Presidenza del Consiglio inviava ai membri della Commissione Stragi un documento dal titolo: “Il cosiddetto SID parallelo il caso Gladio“.

Da esso si prendeva atto di come in effetti l’attività dell’organizzazione clandestina Stay Behind, ritenuta cessata nel 1972, fosse in realtà ancora perfettamente piena. Ciò veniva confermato attraverso una direttiva emessa dall’allora direttore del SISMI, ammiraglio Martini, con la quale l’attività di quell’organizzazione veniva indirizzata alla lotta contro le sostanze stupefacenti.

Di fronte a questo stato di cose il Presidente Andreotti fu costretto ad adottare provvedimenti rapidi, diretti per prima cosa contro i vertici dei Servizi, responsabili di avergli mentito.

Il 27 novembre il capo del governo, con un decreto urgente, ordino’ lo scioglimento dell’organizzazione Gladio, e qualche mese più tardi, nel febbraio 1991, mancò di rinnovare l’incarico al direttore del SISMI ammiraglio Martini, sotto la cui responsabilità quell’organizzazione aveva continuato ad esistere e ad operare.


L’illegalità dell’organizzazione Stay Behind

Quando la Commisssione stragi – si legge nella relazione della Commissione –  chiese al SISMI i documenti ufficiali relativi alla costituzione di Gladio e agli organi di collegamento con la NATO, si vide opporre ancora una volta il segreto di Stato. In particolare si chiedeva una copia dell’accordo del 1956 siglato dalla CIA e dal SIFAR, nonche’ i documenti relativi all’Allied Clandestine Committee (ACC) ovvero il comitato composto dai rappresentanti dei Servizi dei paesi membri della NATO a cui l’Italia aderì solo nel 1956, e al Clandestine Planned Committee (CPC), un comitato composto nel 1951 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti (adesione che l’Italia negò per via della posizione subalterna che avrebbe assunto rispetto ai fondatori Inghilterra Francia e Stati Uniti preferendo dunque stipulare un accordo direttamente con la CIA da cui l’accordo del 1956).

All’ACC erano stati trasferiti in tempo di pace e di guerra i compiti relativi alla pianificazione ed al coordinamento delle operazioni clandestine effettuate dai Servizi sotto esclusivo comando nazionale.

Al CPC restò invece, in tempo di pace, una generale responsabilità di pianificazione in ordine alle necessità operative della “guerra non ortodossa“, oltre che nel trasmettere ai comandi nazionali le richieste del comando alleato, per il supporto non convenzionale alle proprie attività belliche.

Sia il CPC che l’ACC furono creati come organismi atti a porre i comandi NATO in grado di interagire con soggetti che, pur restando sotto il comando delle autorità nazionali, dovevano costituire un elemento centrale della strategia militare fondata sulla risposta “non ortodossa”.

Tutti e due i comitati, sebbene svolgessero un ruolo inteso originariamente in funzione della strategia elaborata dai comandi NATO, non potevano essere lecitamente definiti parte integrante del Trattato Nord Atlantico.

Tali conclusioni sono le stesse sostenute dalle autorità tedesche nel documento trasmesso nel 1990 alla Presidenza della Repubblica Italiana sulla rete Stay Behind attiva in Germania Federale.

Che CPC e ACC non fossero propriamente degli organi della NATO ma più precisamente organi che assolvevano ad una mera funzione di collegamento tra organismi NATO e organismi nazionali, i nostri Servizi lo avevano sempre saputo.

Di fronte alla richiesta di documentazione relativa sia all’ACC che al CPC da parte della Commissione stragi la Presidenza del Consiglio oppose dunque il segreto di Stato, come previsto dalla convenzione di Ottawa.

Più tardi la Presidenza inviò alla stessa Commissione la documentazione relativa all’ACC, con l’impegno di non diffonderne i contenuti.

Il 10 ottobre 1991 il giudice Casson, nel trasmettere per competenza alla procura di Roma uno stralcio dell’indagine relativa alla strage di Peteano, esprimeva nella sentenza gravi giudizi in merito alla legittimità dell’operazione Gladio, con riguardo sia alla sua costituzione che alle finalità perseguite.

Da qui la formulazione dell’accusa di cospirazione politica mediante associazione (ex art 350 cp) a carico dell’ammiraglio Fulvio Marini, direttore del SISMI, e del generale Paolo Iannilli, direttore della 7a Divisione responsabile dell’operazione Gladio.

Il 26 novembre 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga inviava una lettera al giudice Casson, nella quale si autodenunciava di essere sempre stato a conoscenza dell’esistenza della rete Stay Behind ed anche di avere adottato atti finalizzati al reclutamento ed all’addestramento di nuovi aderenti alla rete, oltre ad avere sostenuto la legittimità costituzionale di tutta l’Operazione.

Dunque Cossiga chiedeva al giudice istruttore Casson che le accuse rivolte all’ammiraglio Martini fossero confermate anche nei suoi confronti, per avere offerto appunto copertura politica e costituzionale a Gladio.

Il giorno successivo la procura di Roma investì della questione il Tribunale dei Ministri, dando luogo ad un temporaneo arresto all’inchiesta della procura capitolina.

La richiesta di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Cossiga fu presentata da alcuni parlamentari dell’opposizione.

La procedura di impeachment non ebbe pero’ seguito poiché’ a due mesi dallo scadere del suo mandato, il 28 aprile 1992, il Presidente Cossiga si dimetteva. (cm)        

Il controllo democratico sui Servizi

Immobiliare delle Rose

 

Nel corso della decima legislatura la Commissione di vigilanza sui Servizi, presieduta dall’on. Ugo Pecchioli, esprime nella relazione trasmessa ai presidenti di Camera e Senato, rispettivamente Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini, la necessità di rivedere da un punto di vista normativo la funzione di controllo sui Servizi stessi.

Le vicende legate all’arresto, avvenuto il 24 dicembre 1992, del numero tre del Sisde Bruno Contrada, accusato e poi scagionato del reato di favoreggiamento esterno di Cosa nostra, e dell’ appropriazione indebita dei fondi riservati dei Servizi esplosa nell’ottobre del 1993, che aveva visto arrestare le cinque cariche apicali tra cui il direttore Riccardo Malpica, il responsabile amministrativo Maurizio Broccoletti, il capo segreteria del direttore Michele Finocchi, la segretaria del direttore Rosa Paola Martucci, il direttore della logistica Antonio Galati, il responsabile finanziario Gerarardo De Pasquale e la tesoriera Rosamaria Sorrentino, avevano ormai reso ineludibile la necessità di rimettere mano alla disciplina relativa ai controlli ed all’attività di rendicontazione.

Si devono esprimere pesanti riserve – si legge nella relazione del Copaco – sulla circostanza che al dottor Contrada, nonostante i dubbi che pure affiorarono anche all’interno del Comitato nella passata legislatura e particolarmente in occasione dell’audizione del Ministro pro tempore nell’agosto del 1989, siano stati affidati compiti di particolare delicatezza quanto a funzioni e a sede operativa, con l’aggiunta di “encomi” e “encomi solenni” che appaiono, oggi, almeno incongrui alla luce dell’ordinanza di custodia cautelare emanata dall’autorità giudiziaria di Palermo“. E ancora: “Più in generale, è convinzione del Comitato che, tra le strutture dello Stato, meno che mai i Servizi possano essere sfiorati dall’ombra di dubbi e da motivi di perplessità a dissipare i quali sarebbe, tra l’altro, necessario prevedere procedure cautelari atte a separare immediatamente […]”.

E riguardo alla vicenda dei fondi riservati: “E’ motivo, per il Comitato, di profondo turbamento e di valutazione negativa la circostanza che della vicenda l’organismo parlamentare di controllo non sia stato tempestivamente informato dai responsabili politici ed amministrativi del Servizio (ministro degli Interni e direttore del Sisde), ma abbia dovuto apprendere i fatti e procedere alla relativa attività di indagine solo a seguito delle notizie apparse sulla stampa, riferite alle iniziative clamorose dell’autorità giudiziaria“.

Ed in merito alle attività di rendicontazione e di controllo: “Difformi interpretazioni di norme sono state accertate dal Comitato in merito alla rendicontazione, sia per ciò che concerne l’oggetto sia sotto il profilo della cadenza temporale. L’autorità politica responsabile è sostanzialmente esclusa, e con essa il Comitato parlamentare di controllo, dalla vigilanza sulla gestione dei fondi riservati. L’informazione preventiva del Ministro, nel caso del Sisde, è risultata episodica, se non addirittura inesistente, sulle singole operazioni finanziate con i fondi riservati – circa il sessanta per cento delle risorse a disposizione del Servizio secondo i dati degli ultimi quattro esercizi – e, una seconda volta, all’atto dell’avvicendamento del titolare del dicastero “.

Riguardo, nello specifico, la costituzione e la gestione delle società di copertura, quelle persone giuridiche attraverso le quali il Servizio opera per non comparire direttamente, il Comitato scrive:

Si è dunque accertata un’incomprensibile carenza nella disciplina del rapporto – che non può essere solo fiduciario – fra amministrazione (direttore del Servizio) e autorità politica (Ministro). Si è inoltre evidenziata una criticabile leggerezza nelle decisioni relative alle società di copertura del Servizio, strumento finalizzato allo svolgimento dei compiti di istituto, ma evidentemente da non affidare ad una gestione di tipo privatistico, o, peggio, personale, premessa, in assenza di un’adeguata vigilanza, di situazioni arbitrarie e di quelle ipotesi di reato oggetto dell’indagine giudiziaria“.


Fondi riservati e funzionari infedeli

Nel processo ai funzionari infedeli del Sisde –  Maurizio Broccoletti, Michele Finocchi, Gerardo De Pasquale, il direttore del servizio il prefetto Riccardo Malpica, Antonio Galati, Rosamaria Sorrentino e Matilde Paola Martucci – accusati di associazione a delinquere e appropriazione indebita, l’accusa si basava su di un doppio presupposto: l’appropriazione di fondi ordinari e di fondi riservati del Servizio ed il loro reimpiego attraverso un complesso sistema di investimenti bancari e societari.

I conti bancari presso i quali era stata individuata una parte dei fondi illegalmente sottratti ai Servizi erano tenuti presso la filiale romana della banca Carimonte, per un importo pari a 14 miliardi.

Una parte più cospicua di quei fondi sottratti, pari a 38 miliardi, venne invece individuata presso il Credito Industriale Sanmarinese di Serravalle, nella Repubblica di San Marino.

Un’altra parte ancora di quei fondi fu rinvenuta sotto forma di immobili, la gran parte dei quali di pregio essendo situata nel centro di Roma, tutti riconducibili ad un complesso schema di società immobiliari gestite attraverso la fiduciaria FINANZA spa. Secondo una stima effettuata dalla Corte dei conti l’ammontare complessivo del danno erariale e’ stato valutato in 62 miliardi di lire.

Maurizio Broccoletti, responsabile della gestione dei fondi riservati, era anche amministratore unico pro tempore delle società di copertura GUS e GATTEL, attraverso le quali il Sisde effettuava la maggior parte degli acquisiti di beni e servizi.

Lo schema delle società immobiliari attraverso cui veniva gestito il patrimonio immobiliare riconducibile al Sisde era composto da una galassia di dieci società immobiliari, tra le quali emergevano:

1) Capture Immobiliare srl

2) Gei srl

3) Immobil Christy srl

4) Palestrina III srl

5) Cristina III srl

6) Un Blu srl

7) Elios srl

8) Kepos srl

9) Proim srl

10) Servo Immobiliare srl


Le società di copertura del Sisde nel caso Moro

Nel libro dal titolo “Il covo di Stato” di Sergio Flamigni si fa riferimento ad una serie di società di capitali la cui titolarità risulta essere riconducibile al Servizio civile SISDE.

Si tratta principalmente della FIDREV srl, società che ha come oggetto attività di consulenza, e della Gradoli srl, società immobiliare con sede in piazza della Libertà 10. Quest’ultima, oltre a controllare la Fidrev, era titolare di una serie di appartamenti situati presso alcuni condomini siti in via Gradoli ai civici 75 e 96.

Secondo quanto scritto in una relazione datata 7 maggio 1998  dal capo del SISDE prefetto Vittorio Stelo, la società Fidrev srl, oltre a possedere la maggioranza delle azioni della Gradoli srl, risulta avere svolto attività di assistenza tecnico-amministrativa per conto delle società di copertura del Sisde GUS e GATTEL, a partire dalla loro costituzione e fino al 14 ottobre 1994.

Sindaco supplente e commercialista di fiducia del Sisde era stato nominato Gianfranco Bonori.

Sempre a partire dal 14.10.88, a seguito dell’incarico ricevuto dall’amministratore pro tempore delle società GUS e GATTEL Maurizio Broccoletti, Bonori subentra nell’incarico di consulente delle suddette società, fino al 27 luglio 1994.

Sempre dal libro di Flamigni si legge come tra il materiale trovato nel covo delle BR di via Gradoli n.96, il 18 aprile 1978, vi fosse anche un foglio scritto a mano dal brigatista Mario Moretti con la seguente scritta: “Marchesi Liva –  659127 – mercoledì 22 ore 21 e un quarto”.

Il giorno 22 (marzo) cadeva esattamente a sei giorni dalla strage di via Fani di quel funesto 16 marzo 1978.

In un altro foglietto, sempre vergato a mano dal Moretti, veniva indicato un numero di telefono (659127) corrispondente al recapito telefonico della società immobiliare SAVELLIA srl, con sede in via Monte Savello, vicino al Portico d’Ottavia, poco distante da via Caetani, il luogo dove venne rinvenuta la Renault 4 con il corpo di Aldo Moro.

Nel periodo del sequestro dello statista democristiano il commercialista Giovanni Colmo risulta essere stato presidente del collegio sindacale della Savellia srl.

Molto tempo dopo quel tragico evento sempre il Colmo verrà nominato presidente della società Palestrina III srl, una delle società immobiliari attraverso le quali il Sisde acquistava immobili per la sua attività. Il figlio di questi, Andrea Colmo, verrà invece nominato membro del collegio sindacale della Savellia srl. Sempre presso lo studio del commercialista Giovanni Colmo, sito in via Antonelli, avevano sede la società immobiliare PROIM srl, della quale il figlio Andrea diverrà a partire dal 1990 amministratore unico, nonché l’immobiliare Kepos srl. Anche queste due erano società immobiliari legate al Sisde.

Nel corso dell’assemblea soci della immobiliare Palestrina III, tenutasi il 14 settembre 1990, vengono nominati segretario ed amministratore unico rispettivamente Giovanni Colmo e Mario Ranucci. Quest’ultimo, investito del ruolo di amministratore fiduciario per conto del Sisde, era uno stretto collaboratore del direttore amministrativo del Sisde Maurizio Broccoletti.

Come sottolinea ancora Flamigni il legame di lunga data tra Broccoletti e Ranucci viene confermato dal fatto che la società di pulizie CR Servizi srl, riconducibile al Ranucci, ha avuto l’appalto per le pulizie dell’appartamento dell’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Ma anche quello per le pulizie degli uffici del Sisde e del capo della Polizia Vincenzo Parisi, oltre a quelli di diversi funzionari del ministero degli Interni.

Accanto al covo delle BR di via Gradoli 96 abitavano Lucia Mokbel, informatrice della Polizia, ed il suo convivente Gianni Diana. L’appartamento era stato affittato loro dalla società Monte Valle Verde srl.

Diana era impiegato presso lo studio del commercialista Galileo Bianchi, il quale tre giorni dopo la scoperta del covo venne nominato amministratore unico della Valle Verde, al posto del dimissionario Aldo Bottai. Bottai era tra i soci fondatori della società Nagrafin spa, che in seguito costituirà la società Capture Immobiliare srl, un’altra delle società immobiliari del Sisde.


Società del Sisde lavanderia della Banda della Magliana

Il 23 dicembre 1993 il quotidiano La Stampa riferisce di due inchieste condotte da due diversi pm della Procura di Roma, Franco Ionta e Giovanni Salvi, entrambe approdate a conclusioni non dissimili.

Dagli accertamenti eseguiti presso i conti correnti bancari appartenenti ad alcune società utilizzate dalla malavita romana a scopo di riciclaggio, ed in particolare da membri del sodalizio denominato Banda della Magliana, il pm Ionta avrebbe scoperto una serie di nominativi collegati ad amministratori, sindaci e rappresentanti legali di società utilizzate come copertura dai servizi segreti civili SISDE.

Ciò che emerge chiaramente dai conti delle società di copertura è che i 50 miliardi sottratti dai sette funzionari infedeli, nella vicenda dei fondi riservati dei Servi,  non avrebbero costituito semplicemente l’oggetto del reato di peculato.

Quei soldi, stornati dai fondi ordinari e riservarti del Servizio civile e finiti sui conti di una miriade di società immobiliari, servivano a diluire altri fondi affluiti su quegli stessi conti ma di ben altra provenienza. Si sarebbe trattato, per l’esattezza, di denaro frutto di attività illecite di proprietà della Banda della Magliana e gestito dal cassiere del sodalizio Enrico Nicoletti. Dunque si profilerebbe un legame quanto meno finanziario tra il Sisde e la principale organizzazione criminale operante su Roma.

Il giudice per le indagini preliminari D’Alessandro avrebbe chiesto in rinvio a giudizio per ottanta persone, per reati che vanno dalla truffa al millantato credito, dal falso al riciclaggio.

L’indagine avrebbe preso piede da un esame effettuato sulla società FINCOM, ufficialmente un gruppo di import-export proveniente da un precedente fallimento e collegata ad una serie di personaggi con precedenti in materia di reati contro il patrimonio ed evasione fiscale.

Tra questi spiccano i nomi dell’imprenditore Alessandro Mei, genero del costruttore Renato Armellini, del finanziare gestore di patrimoni di note dinastie industriali Ley Ravello, l’imprenditore Domenico Balducci con un passato da usuraio e legato ai testaccini della Banda della Magliana, Pippo Calò mafioso appartenente al mandamento palermitano di Porta Nuova, Enrico Nicoletti arrestato per favoreggiamento nei confronti del boss di camorra Ciro Maresca e coinvolto nello scandalo sulla seconda Università di Roma ed il notaio Michele Di Ciommo.

L’altra inchiesta, condotta dal pm Giovanni Salvi nell’ambito della Direzione Investigativa Antimafia, si incentra invece su di un’ ipotesi accusatoria che chiama in causa il reato di cospirazione (art. 289 cp) e vede al centro alcuni appartenenti ai servizi civili Sisde. Tra i soggetti indagati vi sarebbero il responsabile amministrativo del Servizio Michele Finocchi, latitante, e l’imprenditore Alessandro Mei coinvolto nella precedente indagine. (cm)

*Nella foto l’ Austin Morris che sbarrò la strada alla Fiat 132 sulla quale viaggiava Aldo Moro in via Fani angolo via Stresa, targata Roma T50354, è risultata essere stata acquistata, pochi giorni prima del rapimento dello statista democristiano e dell’uccisione della sua scorta, dalla società immobiliare Poggio delle Rose con sede in piazza della Libertà 10. Nello stesso edificio in cui aveva sede anche l’Immobiliare Gradoli. La vettura aveva occupato il parcheggio in cui normalmente sostava il furgone di un fioraio. Quella mattina il furgone era in ritardo poiche’ la sera prima ignoti ne avevano squarciato tutti e quattro i pneumatici. La notizia è stata data in esclusiva dal giornalista del mensile Area, Gianni Pellizzaro, e ripresa in seguito da Sergio Flamigni ne “Il covo di Stato”.

Un camaleonte tra le iene

Danilo_Abbruciati

Nell’ordinanza redatta dal gi Otello Lupacchini relativa all’inchiesta denominata Colosseo, la prima vera inchiesta organica sulla Banda della Magliana con le confessioni di personaggi del calibro di Claudio Sicilia e di Maurizio Abbatino, viene descritto l’ingresso nel sodalizio criminale di Danilo Abbruciati.

Nelle carte del processo viene ripercorso, tra gli altri,  il ruolo ricoperto dal “camaleonte” (questo è il soprannome di Abbruciati) nel gruppo dei “Testaccini” e conseguentemente la posizione assunta da quest’ultimo rispetto agli altri gruppi del sodalizio, in particolare quello di Magliana e Acilia.

All’inizio degli anni ’70 Abbruciati viene descritto da Abbatino come “un grosso boss della malavita romana” specializzato in rapine e sequestri di persona, vicino al gruppo dei cd marsigliesi di Carlo Faiella e Ettore Taberrani, e con alle spalle già’ un periodo di detenzione.

La carcerazione aveva accresciuto lo spessore criminale di Abbruciati, grazie anche alla conoscenza di boss del calibro di Francis Turatello. E grazie anche a quella di alcuni detenuti per reati di mafia e di criminalità’ politica, tra cui anche appartenenti ai NAR.

Arrestato una seconda volta nel 1978 per il coinvolgimento in alcuni sequestri, Abbruciati viene rilasciato agli inizi degli anni ’80. Rimasto solo ed isolato dal panorama criminale romano viene introdotto nel gruppo dei Testaccini grazie alla conoscenza in carcere di Enrico De Pedis e Franco Giuseppucci.


Il sodalizio e le sue regole

Sebbene le regole del sodalizio fossero quelle di suddividere in parti uguali i proventi delle attività’ illecite, oltre al versamento di un contributo per il sostentamento delle famiglie dei reclusi del sodalizio stesso, Abbruciati conserverà’ ed utilizzerà’ solo per se  i suoi contatti e le opportunità economiche da questi generati. In particolare nel campo del riciclaggio e del reinvestimento dei profitti derivanti dal commercio dell’eroina.

“A ragione dei suoi trascorsi malavitosi – racconta Abbatino – avvalendosi anche delle numerose e importanti conoscenze acquisite in ambiente carcerario, sia tra i “comuni”, sia tra i mafiosi, sia tra i politici, egli non disdegnava di tenere rapporti con estremisti di destra”.

E ancora: ” Abbruciati teneva sostanzialmente per se le proprie conoscenze e faceva partecipi delle attivita’ finanziarie attraverso le quali riciclava e reinvestiva il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti non già’ l’intera Banda ma soltanto i Testaccini, i quali ben presto acquisirono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si andava a cumulare ai proventi dell’attività di “strozzinaggio” da essi sempre praticata”.


I contatti col giro che conta

Tra le conoscenze vantate da Abbruciati nel mondo degli affari, soprattutto quelli che impiegavano in maniera disinvolta capitali di provenienza illecita, va ricordato innanzitutto Mario Aglialoro, alias Giuseppe Calo‘, boss del mandamento di Porta Nuova residente a Roma con l’incarico di reinvestire i proventi illeciti di Cosa nostra. Ma anche Ernesto Diotallevi, coinvolto e poi scagionato con Abbruciati in ben due omicidi.

Dalle indagini sul tentato omicidio Rosone, nel quale Abbruciati venne ucciso, gli inquirenti individuarono un assegno da 200 milioni emesso da Flavio Carboni in favore del Diotallevi. Secondo il pentito Salvatore Cancemi Abbruciati sarebbe stato uomo d’onore legato a Pippo Calò.

Quindi Domenico Balducci, indagato dalla Procura di Palermo per riciclaggio riguardo ai soldi di alcune famiglie mafiose, che dietro il paravento di una rivendita di elettrodomestici a Campo dei Fiori gestiva una fiorente attività’ di usura.

Dopo essere entrato a tutti gli effetti nella Banda con l’incarico di gestire, assieme ad Enrico Nicoletti, gli aspetti finanziari, Balducci verrà’ eliminato dai Testaccini su richiesta di Cosa nostra, senza che gli altri membri della Banda ne avessero contezza. La vicenda acuirà’ lo scontro tra i Testaccini e gli altri gruppi del sodalizio, con i primi accusati di strumentalizzare l’organizzazione per i propri fini.

In ultimo ricordiamo anche il faccendiere sardo Flavio Carboni, coinvolto e poi scagionato nell’omicidio del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. Carboni coinvolgerà’ Calo’, Diotallevi, Balducci, De Pedis, Abbruciati e Maragnoli nell’affare immobiliare del mega villaggio residenziale in località’ Porto Rotondo, in Sardegna.


La decina di Bontade a Roma

Fabiola Moretti, compagna di Abbruciati, ha raccontato ai giudici che indagavano sulla Banda della Magliana che a principiare dalla primavera del 1980 il camaleonte, attraverso gli uffici di Pippo Calo’, intraprendeva un rapporto di collaborazione stabile con il principe di Villagrazia Stefano Bontade.

L’ accordo prevedeva lo scambio di alcuni favori da parte dei Testaccini in cambio dell’apertura di un canale di rifornimento per quanto riguardava l’eroina.

Il pentito Tommaso Buscetta ha riferito ai magistrati di come in posizione distinta rispetto al mandamento a cui faceva capo Calo’ (Porta Nuova lo stesso del Buscetta), a partire dal 1950 vi fosse a Roma una decina di soldati di mafia affiliati al mandamento di S.Maria del Gesu,’ guidata da Angelo Cosentino. Questa era composta, negli ultimi tempi, da alcuni membri della Banda della Magliana, tra cui Abbruciati e Giuseppucci.

In quest’ottica vanno dunque letti sia l’omicidio di Balducci che il tentato omicidio del vice direttore del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, entrambi posti in essere dai Testaccini su mandato della mafia siciliana.

L’ uccisione di Bontade pose fine all’accordo e diede il via all’ascesa di Calo’ in Cosa nostra, a sostegno della nuova leadership dei corlonesi di Totò Riina.


Abbruciati e il SISDE

Ancora la Moretti riferisce ai magistrati impegnati nelle indagini sul sodalizio in oggetto di come, nel corso della detenzione dell’Abbruciati a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, avesse avvicinato alcuni agenti della penitenziaria per rifornire il suo compagno di cocaina.

Dopo alcuni rifornimenti la donna viene avvicinata da Giuseppucci il quale l’avvisava dell’attivazione di un altro canale di rifornimento.

Quando il camaleonte termina il periodo di detenzione raccontera’ che a rifornirlo all’interno del carcere erano stati alcuni agenti del SISDE e che in alcune occasioni, per stimolare  la fiducia del boss romano, questi avevano assunto tale sostanza assieme a lui.

In seguito Abbruciati racconterà’ancora  alla Moretti di come la collaborazione col SISDE lo avesse avvantaggiato, essendo egli riuscito ad ottenere documenti, soldi ed anche un’auto, oltre alla protezione da eventuali successive indagini. L’atteggiamento del camaleonte nei confronti dei Servizi mutera’, a suo dire, per il mancato rispetto di alcuni impegni in precedenza presi. (cm)

Carminati: “gli unici che non si sono arricchiti con la Banda della Magliana sono quelli della Banda della Magliana”

carminati e nicoletti

In una lunga conversazione avuta il 25 gennaio 2013 ed intercettata dai militari del Ros nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo, Massimo Carminati spiega a Cristiano Guarnera la natura dei suoi rapporti con la banda della Magliana.

I due sarebbero entrati in argomento a seguito di una banale circostanza accaduta al Guarnera. Nella scuola frequentata dal figlio, Guarnera racconta all’ex NAR di come si fosse tenuta una riunione tra i genitori degli alunni per cacciare il nipote di Enrico Nicoletti, lo storico cassiere della Banda della Magliana.

Nel corso dell’esame del 29 marzo da parte dell’avvocato Ippolita Naso, Massimo Carminati riprendeva l’argomento, raccontando di come Nicoletti avesse fatto fortuna non tanto dalla gestione dei soldi del sodalizio criminale, quanto piuttosto da una fortunata operazione immobiliare. Si sarebbe trattato dell’acquisto di terreni ad uso agricolo in seguito rivenduti all’Università di Tor Vergata come terreni edificabili, ad un prezzo molto superiore, generando in capo al Nicoletti un’ enorme plusvalenza. La delibera di cambio di destinazione d’uso sarebbe stata in seguito annullata dall’allora sindaco Ugo Vetere.

Il sognor Nicoletti – racconta Carminati – è stato una vittima della Banda della Magliana perchè i cd esponenti gli hanno fatto un’estorsione a lui. Ha fatto i soldi, lui, con l’Università. Quando ai tempi c’era Sbardella (Vittorio) presero i terreni, capito? E costruirono l’Università. Lui con quel terreno guadagnò 280 miliardi del ’79. Sai quanti erano 270 miliardi del ’79?Lo sanno tutti, quindi è ridicolo pensare che lui era il cassiere della Banda della Magliana. Al tempo in cui fece quell’operazione la Banda della Magliana neanche esisteva“.

Prendendo spunto da questo argomento l’ex NAR passa a spiegare quali fossero i suoi rapporti con la Banda della Magliana: “Io sono diventato, secondo loro, uno della Banda della Magliana, mentre invece io ero soltanto amico. Mo la storia..io ero politico. Io ero un politico, io facevo politica a quei tempi. Poi la politica ha smesso di essere politica ed è diventata criminalità politica. Perchè c’era una guerra a bassa intensità prima con la sinistra e poi con lo Stato. Io c’avevo contatti con la Banda della Magliana perchè ho fatto … il Negro (Franco Giuseppucci) che era a capo della Banda della Magliana, unico vero capo che c’è mai stato della Banda della Magliana, era Franco Giuseppucci. Era un mio caro amico, abitava di fronte a casa mia. Io lo conoscevo da una vita, l’ho sempre conosciuto da una vita..“.

Il pirata spiega a Guarnera come il non trovarsi con i criminali comuni della Banda della Magliana dipendava dal fatto che questi erano ormai soliti fare soldi prevalentemente attraverso il traffico di stupefacenti, in forte contrasto con quelli che potevano essere i suoi principi etici e politici. Racconta l’ex NAR come lui fosse solito commettere attività illecite, in prevalenza rapine in banca, per finanziare l’attività politica e non per il suo personale arricchimento: “Io ero soltanto amico di Franco Giuseppucci – spiega l’ex NAR – il mio coinvolgimento con la Banda della Magliana è stato soltanto quello“. E poi aggiunge: “Tant’è vero che al processo per la Banda della Magliana ho pagato soltanto delle armi (possesso e detenzione in relazione alle armi rinvenute nel sotterraneo del ministero della Sanità)”.


La Banda della Magliana agenzia del crimine

Spiega Carminati come durante gli anni ’70 la stampa fosse solita considerarlo un killer spietato che agiva sia per conto dei Servizi che per la loggia massonica coperta P2: “Però, diciamo, tutto quello che scrivevano su di me, ha capito, cioè io sono stato killer della P2, killer dei Servizi segreti, capito, io sono stato tutto ed il contrario di tutto“.

E prosegue: “Si, cioè, tutto. Io sono stato qualunque cosa: io la strage di Bologna, cioè, a me mi hanno accollato tutto. Tutto quello che mi potevano accollare, me l’ hanno accollato. Io ero l’anello mancante, diciamo, fra una realtà politica e una realtà di criminalità organizzata. La Banda della Magliana era diventata l’anello mancante, capito?“.

Tutto quello che si poteva – prosegue l’ex NAR – affibbiare a quella che era diventata la cd “agenzia del crimine. La Banda della Magliana, cioè, che era un’agenzia secondo loro, disposta a tutto per soldi, per potere, per prebende, capito? Quella gli è servita, poi, per fare carriere politiche, film, libri e quant’altro. Capito? Soldi, tanti soldi. Gli unici che non si sono arricchiti con la Banda della Magliana sono proprio quelli della Banda della Magliana. Gli altri si sono arricchiti tutti: chi per questioni di potere, chi in maniera economica se l’hanno preso. Hanno avuto tutti il loro tornaconto“.

Carminati spiega in aula come sia il maggiore Di Gangi che il capitano Mazzoli, entrambe del Ros, abbiano riconosciuto nel corso del loro esame come questa famigerata agenzia del crimine, di fatto, non sia mai esistita. L’ex NAR ricorda come all’epoca, tra quelli che asserirono in merito all’esistenza di questa fantomatica agenzia, vi fossero il pm Domenico Sica che indagò su delitto Pecorelli e il pm Ferdinando Imposimato, che indagò come giudice istruttore nel processo alla Banda della Magliana.

Erano confluiti un sacco di processi addosso alla Banda della Magliana per cui, poi, furono tutti assolti, fummo tutti assolti” e aggiunge: “perchè, chiaramente, era una cosa, non dico strumentale, però era una cosa che rispondeva ad un’ipotesi che non venne poi riscontrata al processo. Che è quello che poi conta“.


La vicenda della corruzione per Tor Vergata

Il quotidiano La Stampa da conto, il 27 novembre 1984, della misura del confino inflitta all’ imprenditore romano Enrico Nicoletti accusato di corruzione. La pena del soggiorno obbligato, della durata di cinque anni, dovrà essere scontata presso il comune di Corte Brugnatelle, in provincia di Piacenza. L’imprenditore è stato arrestato per favoreggiamento, essendo stato sorpreso in compagnia del boss camorrista Ciro Maresca presso un autosalone di Fiumicino.

Nicoletti è indagato dalla Procura di Roma per il reato di corruzione, nell’ambito degli appalti relativi all’università di Tor Vergata. A seguito delle indagini principiate dopo il suo arresto era emerso infatti come l’imprenditore avesse venduto all’università un hotel di sua proprietà, dove aveva trovato sede il secondo ateneo della Capitale, per svariati miliardi, dopo averne modificato la destinazione d’uso.

Nicoletti era ancora in trattative per la cessione, sempre all’ateneo, di un terreno di sua proprietà sito in prossimità del Grande Raccordo Anulare, all’interno dell’area presso la quale avrebbe dovuto sorgere il Policlinico della seconda università. Il terreno era in origine destinato ad uso agricolo ma aveva ottenuto il cambio di destinazione d’uso.

Secondo l’accusa Nicoletti avrebbe corrisposto utilità al funzionario comunale per riuscire a vendere le sue proprietà. Il pm titolare dell’inchiesta, Franco Ionta, aveva chiesto il sequestro dei beni dell’imprenditore, richiesta che il tribunale ha però respinto. Tutte le operazioni di cessione sarebbero avvenute tramite società riconducibili non direttamente al Nicoletti. Il sostituto Ionta aveva emesso nei giorni precedenti dieci avvisi di garanzia, in relazione ai quali i reati ipotizzati sarebbero interesse privato e corruzione.

I soggetti chiamati in causa dalla Procura sono il segretario generale del comune di Roma il socialista Guglielmo Iozzia, gli architetti Spina e  Manlio Cavalli, Enrico Nicoletti ed il figlio Antonio, il suo factotum Domenico Salvioni, Pietro Maini, l’ex rettore Pietro Gismondi e la direttrice amministrativa dell’ateneo Rosa Fusco.  Non appena è stata ricondotta la titolarità del terreno a società collegate al Nicoletti la giunta, guidata dal sindaco Ugo Vetere, avrebbe annullato la delibera.

In un’ANSA del 30 agosto 1995, dieci anni dopo, si da conto dell’operazione San Patrizio attraverso la quale viene disposto il sequestro di beni mobili e immobili per un valore di 1200 miliardi di lire, beni intestati a società e prestanome riconducibili ad Enrico Nicoletti.

Secondo la Questura di Roma e la Guardia di Finanza si tratterebbe del tesoro della Banda della Magliana, affidato in gestione all’imprenditore romano. Quest’ultimo viene ritenuto dagli inquirenti il banchiere della banda, colui che aveva il compito di reinvestire i proventi delle attività illecite, essenzialmente il traffico degli stupefacenti, in attività lecite.

Tra i beni sequestrati vi sarebbero alberghi, palestre, complessi immobiliari, terreni, società immobiliari, ville, appartamenti tra Roma e provincia, oltre a 24 autovetture di lusso, tra cui 3 Ferrari, un Lamborghini Countach, tre Rolls Royce, 12 Mercedes, un motoscafo off-shore ed otto unità immobiliari destinate a teatri di posa.


Le dichiarazioni di Mancini e di Moretti

Per definire il ruolo svolto da Enrico Nicoletti all’interno della Banda della Magliana, e’ utile ripercorrere le dichiarazioni rese da Antonio Mancini e da Fabiola Moretti in fase di indagine nell’inchiesta denominata “Colosseo”.

Nell’interrogatorio del 23 maggio 1994 Mancini dichiarò a questo proposito: “I vari Peppe Scimone, Giuseppe De Tomasi, Ernesto Diotallevi, Domenico Balducci Enrico Nicoletti e tale Barbozzone costituivano l’anima finanziaria del gruppo del Testaccio, Trastevere, Alberone…

Fabiola Moretti, a lungo compagna di Danilo Abbruciati e dopo la morte di questo compagna di Mancini, dichiarò nel corso dell’interrogatorio del 16 maggio 1994: “Chi faceva girare i soldi per la banda era Enrico Nicoletti che mi sembra fosse stato fatto entrare da Gianfranco Urbani. C’era già all’epoca di Franco Giuseppucci ed era sotto lo stretto controllo di Marcello Colafigli e di Edoardo Toscano. Era un personaggio “pulito”, il quale poteva essere mandato alle aste, cosa che noi, ovviamente, non potevamo fare da soli. Inoltre era una persona comoda, cioè presentabile e con le conoscenze giuste“.

Enrico Nicoletti operava assieme a tale Giuseppe De Tomasi; quest’ultimo era inizialmente vicino ai Proietti, probabili mandanti ed esecutori dell’omicidio di Franco Giuseppucci, che gestivano un’attività di commercio di pesce ma che avevano anche in mano quelle del gioco d’azzardo e delle scommesse clandestine. Enrico De Pedis si oppose alla sua eliminazione e così De Tomasi entrò, di fatto, ad occuparsi dell’attività di reinvestimento in ambito commerciale dei proventi illeciti dell’organizzazione criminale.


Il ruolo di Nicoletti nell’evasione di Toscano

Nell’interrogatorio reso all’Autorità Giudiziaria il 29,10.93 Vittorio Carnovale racconta di come la sua evasione durante il processo alla Banda della Magliana fosse stata organizzata da Enrico De Pedis, Renatino: “Fu Renato De Pedis, allorché ci disse che i processi non si fanno in aula ma che vanno sistemati prima, a dire che l’avvocato Wilfredo Vitalone gli era debitore di un favore resogli con l’omicidio Pecorelli. Pertanto, per le ragioni dette all’inizio, non ritenendo che l’avvocato potesse da solo ricambiare il favore, pensammo che nella storia potesse essere coinvolto il fratello (il senatore Claudio Vitalone); quel che è certo, però, è che De Pedis parlò esclusivamente dell’avvocato, e né lui, né altri, in nessuna occasione parlarono mai del senatore“.

E ancora sempre il Carnovale: “Altra ragione per la quale – ma questa è una mia idea – ritenevo che fosse il senatore e non già l’avvocato l’interlocutore, era rappresentata dal fatto che il primo frequentasse Enrico Nicoletti, col quale si incontrava in una chiesa (S.Antonio in via Merulana) più volte la settimana. Il Nicoletti, all’epoca, era già collegato con l’Abbruciati e col De Pedis e il fatto che andasse in chiesa per incontrare il senatore Vitalone, oltre ad essere risaputo nell’ambiente, mi è stato confermato da entrambe i predetti e più recentemente da Antonio Mancini e Marcello Colafigli“.


Le origini dell’agenzia del crimine

Il primo ad avere l’idea di scrivere un falso comunicato delle BR durante il sequestro Moro fu l’allora Procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, che in una conversazione con Sergio Flamigni ebbe a dire: “E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all’Autorità Giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cioè tu sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all’avversario di muovere i pezzi in entrambe i versanti del gioco hai già perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perchè questi diranno: chi è che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi è che sta cercando di sfruttare l’operazione? E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice: “Abbiamo analizzato il messaggio, è scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale è scritto il primo messaggio”. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non è riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non è in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: “Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare”. Quando uscì’ il comunicato del Lago della Duchessa (n.7) io trasalii perchè mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento; però era realizzato male, perchè mancava il preventivo rapporto all’Autorità Giudiziaria“. (nota n.38 pag.288 di “La tela del Ragno” di S.Flamigni). (cm)

L’ azione legale contro il Comune e le minacce a Mancini

EUR spa

 

Ancora nel corso dell’udienza del 29 marzo l’avvocato Ippolita Naso richiama l’intercettazione del 18 dicembre 2012, nella quale Massimo Carminati suggeriva a Salvatore Buzzi di fare causa al Comune quale unico modo per sbloccare i mancati pagamenti da parte dell’Amministrazione in favore della 29 giugno. La difesa domanda all’ex NAR che cosa intendesse quando diceva a Buzzi: “blocchiamo tutto e andiamo per le vie legali“. Carminati spiega come la sua intenzione fosse appunto quella di fermare il lavoro e di mettere in mano ad un legale la riscossione del credito per conto della cooperativa.

Spiega l’ex NAR come l’Amministrazione Capitolina, riguardo ad alcuni pagamenti e cita in proposito quello relativo all’accoglienza per i minori non accompagnati (MiSNA), fosse in ritardo di venti mesi e dunque inadempiente.

A questa proposta Buzzi rispondeva che se avessero fatto causa al Comune non avrebbero più lavorato con l’Amministrazione: “Stavano sotto ricatto” afferma Carminati per descrivere il rapporto tra la cooperativa di Buzzi e l’amministrazione Capitolina. L’avvocato Naso cita quindi l’intercettazione del 19 dicembre nel corso della quale l’ex NAR si mostrava particolarmente preoccupato per il pagamento delle tredicesime agli operai: “Eravamo preoccuparti dei pagamenti – spiega l’ex NAR – io lo dico anche a Riccardo Bruggia una volta sull’Audi“. Ricorda il Pirata come si trovassero in quel periodo sotto le feste di Natale, e di come il Comune non avesse i soldi per pagare gli stipendi, ne tanto meno le tredicesime ai dipendenti. Carminati ricorda come Buzzi gli abbia detto che il Comune aveva versato la somma di 150 mila euro, la quale non bastava neanche per pagare gli stipendi degli operai che lavoravano al cantiere. Usa l’ironia l’ex NAR per schernirsi con l’appellativo di malvagio, anche quando il suo interesse si manifestava nel tentativo di ottenere il pagamento degli operai. E aggiunge come quell’ obiettivo fosse condiviso anche da Buzzi, che ogni mattina si svegliava per cercare di trovare i soldi con i quali pagare gli stipendi dei 1000 dipendenti (circa) della 29 giugno.

Ed era malvagio anche Salvatore Buzzi – spiega Carminati – non come me, ma era cattivo pure lui“.

L’ex NAR spiega come sia lui che Buzzi avessero ogni giorno la preoccupazione di trovare i soldi per pagare i propri lavoratori: “il problema mio era di trovare gli stipendi dei ragazzi dell’EUR che stavano lavorando e mi stavano facendo guadagnare“.

Con riferimento ai ritardi nei pagamenti da parte dell’ente EUR, Buzzi proponeva di inscenare una protesta davanti la sede di EUR spa, mobilitando tutti i dipendenti della 29 giugno. Carminati racconta di come si oppose a quell’ iniziativa in quanto la riteneva dannosa nei confronti del suo vecchio amico e sodale Riccardo Mancini. Del resto a bloccare i pagamenti pensava la segreteria di Alemanno, nella persona suo capo segreteria Lucarelli. Quest’ultimo preferiva infatti privilegiare tutti quei fornitori più vicini alla corrente di Alemanno dal punto di vista dei finanziamenti alla sua fondazione la Giovane Italia: “Mancini se avesse avuto i soldi – spiega il pirata – li avrebbe dati sempre e comunque a tutti“. Del resto Mancini aveva ricevuto l’avviso di garanzia per la tangente della Breda Menarini, relativa ai 40 autobus del cd “corridoio laurentino”.

E ciò metteva già sotto pressione l’ad di EUR spa. Così Carminati riuscì a convincere Buzzi dal desistere dall’inscenare la protesta.

Dunque la supposta attività di pressione, o intimidazione, ipotizzata dalla Procura in relazione all’ottenimento dei pagamenti da parte dell’amministrazione capitolina e segnatamente di EUR spa, si limitava solamente alla richiesta cortese e legittima.

E questo malgrado i canali preferenziali offerti dall’amicizia di Carlo Pucci e di Riccardo Mancini: “Potevamo soltanto chiedere, educatamente chiedere” spiega il pirata, ed aggiunge: “Dal momento che Riccardo, quando lo vedo, lo vedo prima dell’avviso di garanzia, mi dice: a Ma, non ci stanno i soldi“, intendendo con questo rimarcare come l’intenzione di Mancini fosse sempre stata quella di pagare i fornitori, ed in particolare le cooperative di Buzzi. “A noi ci impediscono di pagare, non ci mandano i soldi” avrebbe rivelato Mancini a Carminati, aggiungendo: “i soldi che arrivano sono contingentati per la Nuvola di Fuksas“.

Riguardo poi all’accusa delle minacce rivolte a Mancini, una volta che questo è stato tratto in arresto per la tangente della Breda Menarini, l’ex NAR spiega: “Io onestamente questa accusa di avere minacciato Riccardo Mancini veramente è una cosa che m’ha procurato dispiacere. Mi dispiace che si possa pensare una cosa del genere, non è vero e quindi. Io più che dirlo. Poi pensatela come volete“. E spiega che la minaccia per interposta persona non rientri nel suo normale modo di agire: “Ma io parlo, Massimo Carminati parla per se. Ma che veicolo, io quando devo fare una cosa ci vado direttamente“. Ed aggiunge: “Questa è una faccenda mia, privata, personale, il lavoro era il mio e i soldi li guadagnavo io e nessun altro. E non li steccavo con nessuno. Nessuno c’entra in questa cosa, tranne Massimo Carminati”.


La gara dell’EUR

Carminati racconta come la gara dell’EUR nacque a seguito di una visita a Riccardo Mancini finalizzata all’ottenimento di un posto di lavoro: “Questo succede i primi mesi del 2011 – ricorda l’ex NAR – parlo con Riccardo e forse c’era anche Carlo“. Ricorda vagamente il pirata come l’idea di organizzare un incontro con Salvatore Buzzi sia partita proprio da Carlo Pucci: “E forse proprio Carlo dice: ma perché non lo facciamo parlare con Salvatore”. L’ex NAR rammenta come Salvatore Buzzi gestisse l’appalto del verde dell’ente EUR a partire dal 2000. La risposta che Mancini diede a Pucci e Carminati fu quella di fare trascorrere il periodo dell’affidamento che l’ex NAR stava scontando presso il negozio di Alessia Mancini, per poi rivedersi ed organizzare l’incontro con Buzzi.

Esaurito il periodo di affidamento, Mancini organizza un abboccamento con Buzzi chiedendo a quest’ultimo di far lavorare l’amico comune.

Quando mi presentano Salvatore, Riccardo dice: a Salvatore, guarda che Massimo deve lavorare, fallo lavorare, fagli fare qualche lavoro“. Ed aggiunge, spiegando il senso delle parole di Mancini: “Li lui probabilmente si riferiva a farmi dare qualche lavoro dall’appalto che loro avevano in essere, in corso. Quindi dall’appalto del 2011, quello che si stavano facendo da soli. E gli dice: poi, quando continuerà questo lavoro, perché tanto tutti lo davano per certo, Salvatore lo dava per certo, Riccardo lo dava per certo che il lavoro sarebbe continuato sempre con la 29 giugno. Quando ti farai il lavoro nuovo, prendi e lo fai entrare, in qualche maniera lo fai lavorare, senza entrare nei tecnicismi. I tecnicismi, poi, saranno successivi. Ne parlerò io con Salvatore“.

Carminati esclude categoricamente che ci possano essere stati dei rapporti economici con Mancini: “Però da questo voglio escludere che ci possano essere stati rapporti diciamo di tipo economico co Riccardo Mancini” e spiega ancora: “Riccardo Mancini m’ha fatto una cortesia. Non ci sono mai stati rapporti economici con Riccardo Mancini o con Carlo Pucci. Loro mi stavano aiutando a trovare un lavoro, punto“.

Dall’ìncontro propiziato da Mancini sarebbe nata dunque la collaborazione lavorativa tra Carminati e Buzzi, il supposto sodalizio criminale di natura mafiosa che avrebbe dato il nome di Mafia Capitale all’inchiesta della Procura di Roma: “Io poi mi metto d’accordo con Salvatore, comincio a vedere Salvatore Buzzi. In qualche maniera andiamo subito d’accordo. Lui è una persona, grosso modo…cioè lui è molto più tranquillo di solito. E’ una persona di grande valore, secondo me. E io potevo imparare qualcosa da lui“.

 In merito alla costituzione della Cosma, o per meglio dire della sua riconversione visto che comunque si trattava di una cooperativa già esistente ma fino a quel momento inattiva, l’ex NAR spiega: “Su questa azienda che avrei dovuto portare, io gli dico: Salvatore, guarda, non ti porto nessuna azienda. Facciamola insieme, sapendo di fargli un favore. E spiego perché gli facevo un favore: primo perché un’ATI crea sempre inimicizie. Se io avessi portato un’altra cooperativa o un’altra azienda a lavorare con Salvatore, sicuramente si sarebbero creati dei problemi“.


La creazione della Cosma e il meccanismo della divisione degli utili

Il pirata spiega come con il meccanismo dell’acquisizione dei lavori da parte della capogruppo e della successiva spartizione tra le varie cooperative consorziate si riproducesse un modello che vedeva i costi del lavoro, cioè la manodopera, gravare solo su una delle cooperative, quella che aveva ottenuto il contratto. Gli utili invece venivano ripartiti in maniera tale che la cooperativa di Carminati riuscisse ad ottenere quasi esclusivamente utili.

Tale schema rappresentava un favore che Buzzi faceva all’ex NAR: “E poi quello che interessa la cooperativa è il lavoro. La cooperativa c’ha un discorso sull’utile che non è come quello di un imprenditore privato. Sembra strano a dirlo, almeno questo è quello che io ho capito signor Presidente, perché può essere anche che io ho capito male. A Salvatore interessava prendersi più lavoro possibile. Se il margine era basso a lui interessava molto meno rispetto al lavoro. Allora, io gli faccio la cortesia di non fare l’ATI, quindi il grosso del lavoro se lo fa lui. Io prendo il 50% dell’utile, e li faccio un cortesia a me, facendo fare il lavoro solo a Buzzi. Se io avessi portato un’azienda mia, avrei dovuto steccare quel 50 % in due parti, ed avrei preso il 25%. Quindi egoisticamente ho fatto una cortesia a me e una cortesia a Buzzi“. Dunque se il lavoro veniva eseguito dai dipendenti della 29 giugno, con i relativi costi a suo carico, gli utili venivano suddivisi al 50% con Carminati.

Si trattava di un favore che Buzzi faceva a Carminati, ma soprattutto all’amministratore delegato dell’ente EUR. Un favore che però avrebbe recato un’utilità anche a Buzzi, visto che aveva in piedi diversi appalti con EUR spa, oltre alla necessità di dovere attendere i relativi pagamenti. L’ex NAR la spiega in questo modo: “Chiaramente se tu vai d’accordo con l’amministratore delegato del tuo committente, è meglio andarci d’accordo che essere in disaccordo. Poi i rapporti tra Buzzi e Mancini, lo ripeto, erano ottimi, personalmente ottimi”. Ed aggiunge: “Anche perché se non avessero avuto otiti rapporti Riccardo Mancini non glielo avrebbe chiesto e Buzzi non avrebbe accettato di prendersi, a Roma si usa una brutta parola, un cane come me in una situazione“.


Le dazioni di denaro a Pucci e l’ipotesi di corruzione

Nel corso dell’attività investigativa è emerso come Carminati abbia corrisposto somme di denaro a Carlo Pucci, dazioni che la Procura ha interpretato come compensi relativi all’attività di facilitatore svolta dallo stesso Pucci in relazione alla sollecitazione dei pagamenti afferenti agli appalti gestiti dalla Cosma per conto dell’ente EUR.

Ribadisce l’ex NAR come per quest’offerta di lavoro da parte di Buzzi non vi sia stato nessun accordo di tipo economico tra lui e Mancini, né tanto meno con Pucci: “Nessun tipo di accordo economico, Riccardo l’ha fatto esclusivamente per farmi una cortesia“. L’avvocato Naso fa notare al suo cliente come, nel corso dell’istruttoria, sia emerso che egli abbaia corrisposto alcune somme di denaro a Carlo Pucci. Naso chiede al suo cliente la ragione e l’entità di tali dazioni: “Qui voglio essere preciso. Intanto i soldi che ho dato a Carlo Pucci li ho dati perché è un mio amico. Sono assolutamente svincolati da qualunque interesse“. E aggiunge ancora: “Tant’è vero che questi soldi vengono dati a Carlo Pucci, ci stanno due intercettazioni..in cui io parlo con Di Ninno e gli dico, a settembre 2014, sono due-tre mesi che gli do questo soldi. La signora Garrone chiede sulla Q5 di Salvatore: perché Massimo da tutti questi soldi a Carlo? Massimo da i soldi a Carlo – rispondeva Buzzi – è un fatto privato“. Carminati spiega la ragione di quei soldi dati all’amico: ” Carlo in quel momento stava in difficoltà: s’era lasciato con la moglie. S’era creato una sottrazione di disagio, non ne voglio parlare. Quando mi dice, una volta, che doveva andare da sua mamma, su in Abruzzo, per farsi dare dei soldi per mettere a posto la casa dove sarebbe andato, che era la sua vecchia casa di famiglia, io gli dico: vabbè, ma che vai da tua madre? E gli ho detto: mo te li do io, te li do in due- tre rate. E quando mi davano soldi in contanti in cooperativa io gli facevo scrivere: questa qui, segna a Di Ninno, sono per Carlo Pucci. Non era una cosa che riguardava la cooperativa, riguardava solo i miei conti, stava sui miei conti personali“.

Queste dazioni a Carlo Pucci vengon annotate dal responsabile dell’amministrazione Paolo Dio Ninno nella contabilità parallela afferente ai rapporti tra la 29 giugno e la Cosma, la cooperativa  riconducibile a Carminati.

Quest’ultimo spiega come dalle stesse date delle dazioni sia intuibile come queste siano completamente slegate dalle vicende dell’EUR, vale a dire sia dagli appalti che dai solleciti dei pagamenti: “Questi soldi io glieli do, credo dal maggio 2014, quindi è completamente svincolato, assolutamente svincolato dai fatti dell’EUR“.

A quella data, a maggio del 2014, Carlo Pucci era ancora impiegato presso l’ente EUR, e tuttavia Carminati spiega come in quel periodo l’amico, che di li a pochi sarebbe stato allontanato, non ricoprisse più alcun incarico direttivo e dunque non avesse la possibilità di influire sulle questioni legate ai pagamenti: “Quindi questo è un patto personale di Massimo Carminati a Carlo Pucci, che non c’entra con nessuno. Nessun altro ha partecipato a quella dazione. Questo voglio che sia chiaro. Questo è un favore personale mio a Carlo Pucci, che tra l’altro me li avrebbe ridati. Anzi, spero che me li ridarà, visti i momenti“.

Questo prestito personale concesso all’amico Carlo ammonterebbe, secondo quanto ricostruito dall’ex NAR, a 10-12 mila euro. L’ex NAR non ricorda l’esatto ammontare, avendoli versati in tre tranche distinte, delle quali non rammenta gli importi.

Spiega ancora il pirata: “Ma, se gli fossero serviti altri soldi glieli avrei dati” e aggiunge: “Carlo è un mio amico, cioè stiamo parlando di un amico fraterno, figuriamoci se non gli do dieci sacchi quando gli servono“.

Carminati passa quindi a spiegare le modalità con le quali percepiva somme di denaro attraverso la cooperativa: “Io prendevo, ogni tanto, denaro contante per le mie esigenze dalla cooperativa. Siccome qualche volta mi capitava, qui risulta che ho preso 5 sacchi e non so che ci ho fatto con questi cinquemila, quando li ho presi per Carlo Pucci ho detto (a Di Ninno): mettimi Carlo Pucci, così almeno quando rivedo questi conti so che questi soldi che ho preso li ho dati a Carlo Pucci“.  (cm)

L’ente EUR e i rapporti con Pucci e Mancini

mancini-carminati-ape10

 

Nel corso dell’esame del 29 marzo Massimo Carminati ha affrontato il tema dei rapporti con l’ente EUR, da cui la cooperativa Cosma riconducibile all’ex NAR aveva ricevuto, in subappalto dalla 29 giugno, una gara per la gestione del verde. Contestualmente la difesa del pirata ripercorre i rapporti con quelli che sono stati due amici di infanzia del suo cliente, divenuti nel frattempo rispettivamente consigliere di amministrazione e amministratore delegato di EUR spa: “I miei rapporti con Pucci e con Mancini sono gli stessi rapporti, è lo stesso rapporto. E’ un rapporto quarantennale, noi ci conosciamo da quando c’abbiamo forse sedici anni. Lei capisce a sedici anni eravamo dei ragazzi cretini che facevano delle cose più grandi di loro, magari, e le facevano “aggratis”, al contrario di quello che succede adesso, rischiando la vita senza avere nessun vantaggio di nessun tipo, solo svantaggi. E questo è il risultato, come vedrà“.

L’ex NAR chiarisce meglio il senso delle sue parole: “Mi riferisco alla politica che facevamo allora. Noi abbiamo cominciato tutti insieme al fungo a fare la nostra attività politica, da una parte in cui a Roma eravamo 200 disgraziati che facevano un certo tipo di attività“. E prosegue: “Il problema è che eravamo dei ragazzi di 16 anni che siamo rimasti amici, siamo sempre rimasti amici nel corso degli anni, ci volevamo bene e ci vogliamo bene adesso, e parliamo e ci comportiamo tra di noi come ci comportavamo allora e parlavamo tra di noi allora. Riccardo (Mancini) quando mi vede mi dice che sono un guercio maledetto, io gli dico che stai scoppiando sei un “ciccione”, magari mori e Carlo (Pucci) il “cerebroleso“.

Prosegue il pirata: “Questo è semplicemente il nostro rapporto. Questo è proprio perché ci volgiamo bene, perché ci conosciamo da sempre, perché siamo cresciuti insieme, nonostante poi ognuno di noi abbia fatto una vita diversa: uno ha fatto l’imprenditore, uno ha fatto la sua carriera, uno ha fatto la politica. Però il nostro rapporto è stato quello. Quando noi ci vediamo, ci ricordiamo di quello che eravamo, di quell’esperienza che ha comunque condizionato tutta la nostra vita, perché quell’esperienza ha condizionato la nostra vita nel bene e nel male, ho visto molti amici nostri morire. Abbiamo visto molti ragazzi della nostra età morire quasi tutti in maniera violenta“.

L’ex NAR descrive quelle vissute durante gli anni ’70 come esperienze in un certo qual modo formative. Non solo per lui ma per tutti quelli che come lui le hanno condivise dalla stessa parte politica: “Noi abbiamo tutti questa esperienza di vita, questo serbatoio di vita, che è quello che ci è servito comunque per essere, chi nel bene e chi nel male, quello che siamo. Quindi mi fa ridere quando qualcuno dice le minacce, le cose. Io minaccio Mancini? A parte che Mancini è una persona di un grande coraggio fisico e se io lo minaccio mi mena, tanto per cominciare, perché pesa 200 kg ed io ne peso settanta. Ma a parte quello: non può esistere che io possa minacciare Riccardo Mancini, visti i rapporti che abbiamo io, Riccardo Mancini, Carlo Pucci e tutta una serie di persone che qui non cito perché non voglio metterli nella colonna infame domani mattina su tutti i giornali romani“.

Carminati cerca di spiegare alla Corte come lui Pucci e Mancini siano rimasti legati alle dinamiche relazionali che avevano quando erano ragazzini: “stesse dinamiche, stessi rapporti, stesso modo di dire stronzate. Però, quando c’è un momento di difficoltà uno va ad aiutare l’altro. Perché questa è la nostra storia, perché questa è stata la nostra vita. E’ la nostra vita, che io personalmente non rinnego e ne son onorato. Quella è stata la mia vita, può disturbare qualcuno, ma chi se ne importa. Disturbateve. Non me ne frega proprio niente, non me ne frega proprio niente che vi disturba. Questi sono i miei rapporti con Mancini, di fatto“.


Le minacce a Mancini

Passando ad esaminare l’accusa di minacce da lui rivolte all’indirizzo di Mancini, che in quel momento non pagava, attraverso EUR spa, la cooperativa 29 giugno in relazione all’appalto ricevuto Carminati spiega: “Io ho letto l’aquila sgozzata, la cosa…Quando Buzzi mi dice: aho ho visto il ciccione e m’ha detto, perché anche Buzzi parla come noi da vecchio carcerato, è uno che ha fatto la nostra vita: ho visto il ciccione gli ho detto: quando me dai un po’ de soldi? E lui m’ha fatto: aho, aho, che palle. E io gli ho detto, di bella: mo lo famo strillà come n’aquila sgozzata. Ma questo che vuol dire che io minaccio Mancini?“.

E aggiunge l’ex NAR: “Andate a vedere poi dopo venti minuti-mezz’ora quando Buzzi parla con Mancini e con Colombini che gli dicono che quella fattura è stata pagata o sta in pagamento, qual’è il rapporto. Buzzi c’ha un rapporto con Mancini forse meglio del mio. Perchè Mancini era una persona che era un imprenditore, ed al contrario della struttura centrale del Sindaco (Alemanno), di cui non faccio il nome, che diceva: non pagate le cooperative perché appartengono all’area di sinistra, perché si pagavano soltanto quelli che appartenevano all’area che andava comoda al sindaco Alemanno“.

E qui Carminati passa ad esaminare i rapporti intrattenuti dall’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, con i costruttori: “I costruttori, non c’è area, I sindaci pagano solo i costruttori, pagano. Pagano soltanto quelli che gli finanziano le campagne elettorali. Ma che pagano Buzzi che c’ha le cooperative rosse?“.

L’ex NAR fa riferimento ai pagamenti che l’amministrazione targata Alemanno regolarmente effettuava all’architetto Massimilianio Fuxas ed ai costruttori che avevano partecipato alla realizzazione della “Nuvola”, la sede della nuovo centro congressi all’EUR.

Spiega Carminati: “Pagavano solo la Nuvola, non pagavano i fornitori dell’EUR, se ne fregavano. Riccardo era disperato, Riccardo me lo diceva. Io parlavo con Riccardo Mancini, mi diceva: a Ma, mi impediscono di pagarvi. Riccardo era un imprenditore e sapeva che se voleva mandare avanti le cose doveva pagare i suoi operai. L’ha detto Buzzi, c’aveva un ottimo rapporto con lui e con gli operai. C’andava a mangiare insieme perché Riccardo era uno che conosceva le cose. Non era un burocrate come i politici. Riccardo veniva dall’imprenditoria, e lui ce lo diceva: io sono avvelenato che non posso pagare. Riccardo ha fatto di tutto per pagare, sempre. Erano ordini superiori del Sindaco. Soltanto che lui era un uomo del Sindaco. ed essendo un uomo del Sindaco doveva fare quello che voleva il Sindaco. Ma poi non aveva i soldi, non glieli mandavano i soldi per pagare. Con i soldi che gli arrivavano doveva pagare Condotte (Condotte spa una delle società che ha partecipato all’appalto per il Centro Congressi la Nuvola). E se ne fregavano dalla centrale degli operai, della gente che stava li. C’era il problema delle tredicesime, c’erano un sacco di problemi. Io m’ero affezionato a quei ragazzi, perché quei ragazzi intanto lavoravano anche per me e mi stavano dando dei redditi non indifferenti. E poi perché andavano alla Piccoli Passi, da Lorenzo (Alibrandi) e facevano gratuitamente il lavoro di mettere a posto la cooperativa, fuori orario di lavoro. Dopo che avevano lavorato dieci ore andavano alla Piccoli Passi a mettere a posto tutti i terreni della Onlus, perché ritenevano che fosse una cosa giusta. Quindi era giusto che io mi spendessi per loro, tutto li. Ma non ho potuto fare nulla. Pure li è stato bravissimo Buzzi che è riuscito in altra maniera“.


La vicenda dei pagamenti

In relazione alla vicenda dei pagamenti Carminati rimanda al controesame del maresciallo del Ros De Luca, del 22 febbraio 2016: “Ma poi Riccardo era un amico – spiega l’ex NAR  A parte il rapporto mio con Riccardo, a parte che Riccardo non si sarebbe fatto minacciare da chicchessia, a parte che non mi sarei mai permesso di farlo perché gli voglio talmente bene, io adesso so che lo sto distruggendo con queste mie dichiarazioni. Mi dispiace Riccardo, ma purtroppo dico la verità. Riccardo poi mi aveva messo in contatto con Buzzi, gli aveva detto: trovagli un lavoro, trova un lavoro a Massimo che gli serve di lavorare“.

Il pirata si spiega meglio: “capito: mi mette in contatto con una persona come Buzzi e io che faccio poi, vado contro Riccardo che è un amico mio, un fratello mio? ma in che mondo vivete voi? Qual’è il mondo vostro? Qual’è il mondo vostro quando si può pensare che qualcuno faccia qualcosa del genere. Perché mo dice: lo faccio strillà come un’aquila sgozzata. Ma se ci sentissero parlare? Ci stanno mille ocp dopo, vedete quello che dico io di Riccardo quando viene arrestato, durante gli arresti, mentre sta carcerato. E tutti gli ocp che ci stanno dopo? Dove stanno gli ocp che ci stanno dopo, quando vedo Riccardo, dopo il carcere. Dove stanno questi ocp?. Quelli sono stati nascosi perché si vedono veramente quali sono i rapporti tra Massimo e Riccardo. Ma de che state a parlà? Quando un amico mio sta in difficoltà, corro in aiuto perché è un amico mio. Qua così funziona, così funziona tra noi. Così ha sempre funzionato tra noi, così funzionerà sempre tra noi. Perché noi siamo così. Quindi non mi rompete le scatole“.

Chiarisce poi l’ex NAR come tra noi intenda noi appartenenti alla stessa realtà politica. Un tra noi che include tutte quelle persone che hanno vissuto la sua stessa esperienza: “Tutti noi che abbiamo quel legame”.

In realtà, oltre alla intercettazione dell’aquila sgozzata ce ne sarebbe un’altra, acclusa agli atti, nella quale Carminati riferirebbe a Carlo Pucci che se si fosse azzardato a parlare (Mancini) si sarebbe presentato lui di persona: “Digli che altrimenti è il re di Roma che viene“. Il riferimento esplicito è a quell’articolo dell’Espresso del dicembre 2012, in cui per la prima volta viene prospettata una spartizione criminale del territorio della Capitale d’Italia, ciascuna zona sottoposta al controllo di un diverso re: Massimo Carminati che dal distributore sovrintende alla zona Nord, Michele Senese Roma Est, il clan Casamonica, guidato da Peppe, che gestirebbe lo spaccio da Centocelle ai Castelli, e i Fasciani, guidati da Carmine e alleati agli Spada, a comandare su Ostia.

Carminati spiega come, pur avendo un ego “ipertrofico” non si senta affatto il re di Roma, ed aggiunge: “Sono altri i re di Roma, sono sicuramente altri. Non sono io“. Spiega inoltre l’ex NAR come questo genere di apprezzamenti renda le persone che frequentano un certo ambiente, ridicole. Per definire la sua posizione nel suo contesto delinquenziale-politico Carminati usa le parole di Buzzi: “Ieri Buzzi ha detto una cosa serissima ma la percezione di Massimo in un certo tipo d’ambiente, ma certamente non è quella che avete voi“.

E spiega ancora: “E’ una cosa ridicola, cioè, questa percezione, questo fatto di creare questa situazione di info intrattenimento, in cui da una notizia si crea una finta leggenda soltanto per vendere libri, per vendere giornali, per fare filmetti. Mi rompevano tutti le palle con questo Nero (personaggio della serie TV Romanzo Criminale a lui ispirato) di Romanzo Criminale, col Samurai (personaggio del romanzo Suburra a lui ispirato) con tutte queste cose. Ma di che cosa stiamo parlando, Presidente. Non so neanche come definirla questa cosa qua”. Aggiunge ancora il pirata come questo riferimento al suo personaggio a cavallo tra il soggetto letterario e l’eroe cinematografico gli abbia nuociuto in termini di credibilità: “mi ci prendevano tutti per il culo“.

Spiega l’ex NAR come anche tra lo staff della cooperativa 29 giugno, cita in particolare Claudio Bolla, ci fosse l’abitudine di accostarlo al Nero di Romanzo Criminale: “E’ arrivato Il Nero” dicevano. “Non è che sto dicendo di essere una mammoletta” spiega il pirata, aggiungendo: “però, cioè, se fossi quello che raccontano, Presidente, volerei via dal 41 bis. Volerei proprio perché evidentemente sarei Superman“. (cm)

Pecorelli e l’omicidio Moro

9e7d4ae251bfa2773fef0e04b5777566

L’arresto di Izzo

Il 15 settembre 1993 viene arrestato in Francia Angelo Izzo, evaso nell’ agosto di quello stesso anno dal carcere di Alessandria dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Rosaria Lopez ed il tentato omicidio di Donatella Colasanti. Nell’ottobre del 1975, insieme ad Andrea Ghira e Gianni Guido, durante un festino Izzo stuprò e seviziò le due ragazze. Il corpo della Colasanti, creduta morta, venne lasciato nel bagagliaio dell’auto di uno dei tre, dove venne scoperto da alcuni passanti accorsi al richiamo dei lamenti della ragazza. I tre omicidi si erano fermati a mangiare al ristorante.

Durante la detenzione Izzo era diventato collaboratore di giustizia. Tra le varie rivelazioni fatte ai magistrati ci furono anche quelle sul ruolo avuto dalla Banda della Magliana nell’omicidio Pecorelli. Del resto anche la compagna del giornalista ucciso, Franca Mangiavacca, aveva riconosciuto nel falsario della Banda, Tony Chichiarelli, l’uomo che li aveva pedinati nei giorni che precedettero l’omicidio.

La fuga di Izzo dal carcere di Alessandria sarebbe avvenuta il giorno prima di essere ascoltato dai magistrati romani sull’omicidio del direttore di OP. Izzo era sottoposto ad un regime di semilibertà e secondo gli investigatori la sua fuga sarebbe legata o ad un atto di pura follia, oppure ad una reazione nei confronti di pressioni o intimidazioni subite.


Il testimone mai ascoltato

Oltre ad essere il cugino di Mino Pecorelli nonchè il factotum della redazione di OP Umberto Limongelli è stata l’ultima persona ad avere visto il giornalista in vita. Il giorno dell’omicidio, quel 20 marzo 1979,  lo aveva incontrato alcune ore prima nella redazione di via Orazio. Qui Limongelli avrebbe ricevuto dal direttore una busta sigillata contenente le bozze di quella che avrebbe dovuto essere l’ultima edizione della rivista. Ultima edizione che però non verrà mai pubblicata. Secondo le parole di Pecorelli si sarebbe trattato di materiale esplosivo che avrebbe sicuramente causato delle reazioni politiche.

Il pm che indagò sull’omicidio del giornalista, il dott. Domenico Sica, convocò diverse volte Limongelli in Procura, senza però mai sottoporlo ad interrogatorio. A sentirlo in via ufficiale sarà infatti la Direzione Investigativa Antimafia l’11 aprile 1994. Quindici anni dopo. Altro mistero da chiarire è quello sulla sorte del plico contenente le bozze da pubblicare. Limongelli racconta di averlo consegnato non al solito collaboratore della tipografia Abete, dove veniva solitamente stampato il settimanale, ma ad un individuo mai visto prima, la cui identità non è mai stata stabilita. Anche in questo caso la Procura non ha ritenuto necessario perquisire la tipografia ne tanto meno identificare tale collaboratore.


L’identikit dell’assassino

Nell’udienza del 2 ottobre 1996 del processo Pecorelli, a Perugia, viene ascoltata come testimone  la sorella della vittima, Rosita Pecorelli, di professione funzionaria di una compagnia di assicurazioni.

La donna racconta come suo fratello non fosse quel cinico ricattatore che hanno voluto far credere. Egli non era particolarmente ricco, fatta eccezione per una villa in rovina, una piccola barca ed una decina di milioni custoditi in banca. Dunque la sorella della vittima si domanda come Franca Mangiavacca, compagna di vita oltre che segretaria di Pecorelli, sia ora in grado di mantenere un tenore di vita così elevato.

Il giorno dei funerali del giornalista la Mangiavacca disse, di fronte alla madre di questi: “E’ arrivato l’Arcangelo Gabriele e ci ha fatto questa grazia che Mino è finito così. Perchè poteva andare anche peggio“. Rosita Pecorelli non riesce a spiegarsi come mai gli investigatori non abbiano cercato un misterioso testimone il cui identikit venne disegnato il 21 marzo 1979, ma che solo in aula è saltato fuori. Il disegno ritrae un uomo molto somigliante a quello da lei visto per ben due volte il pomeriggio del giorno dell’omicidio.


I legami tra gli omicidi Moro e Pecorelli

Già un anno prima delle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Marino Mannoia, nel corso delle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli erano emersi legami con il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978.

Le indagini sulla morte del direttore della rivista OP sono condotte dal giudice istruttore Francesco Monastero, titolare anche di quelle relative all’omicidio Chichiarelli, avvenuto a Roma il 28 settembre 1984. Le risultanze relative alle prime hanno mostrato come sia stato proprio il settimanale OP a pubblicare le prime lettere inviate da Moro durante la sua prigionia. Le missive, ancora inedite, appariranno nell’edizione del 24 ottobre 1978.

Quelle lettere erano state trovate all’inizio di quello stesso mese, casualmente, nel covo delle BR di via Monte Nevoso a Milano. Nell’articolo dal titolo “La Penisola nella spirale”, oltre che delle missive di Moro si parla di memoriali veri e di memoriali falsi.

Nell’editoriale  il giornalista lascia intendere di essere in possesso di una copia integrale del memoriale scritto da Aldo Moro, copia uguale a quella ritrovata nel covo di via Monte Nevoso. A consegnargliela sarebbe stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di cui Mino Pecorelli era molto amico.


Segreti inconfessabili

Nel numero del settimanale OP uscito con la data della morte del suo direttore si parla ancora di Moro nell’articolo dal titolo: “Aldo Moro, un anno dopo il mistero della Duchessa”.

Il riferimento è al comunicato numero sette delle BR, quello che informava della presenza del corpo dello statista democristiano sul fondo del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le indagini avevano mostrato come l’autore di quel documento fosse il falsario della Banda della Magliana Tony Chichiarelli.

Nel corso di tutta la vicenda Moro, Pecorelli aveva mostrato di avere informazioni e fonti interne ai Servizi. Ed è proprio a pochi giorni dal ritrovamento del corpo del presidente della DC che dalle pagine del settimanale da lui diretto il giornalista lancia messaggi forti sia sul luogo in cui si trovava la prigione in cui era stato segregato Moro, che sul chi e sul perchè lo aveva rapito. “I rapitori di Aldo Moro – scrive Pecorelli in un suo articolo del 2 maggio 1978 – non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stavano tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane…“. (cm)

Se il mondo di sopra truffa il mondo di sotto

P1140595

Nell’udienza del 29 marzo Massimo Carminati ha affrontato il tema dei lavori al campo rom di Castel Romano e del ruolo avuto in tale ambito da Agostino Gaglianone, meglio noto come Maurizio.

In quel periodo l’ex NAR stava scontando un periodo di tre anni di libertà’ controllata per la condanna definitiva relativa all’associazione alla Banda della Magliana. Tale periodo, che sarebbe terminato nel settembre 2011, lo stava trascorrendo presso il negozio di Alessia Marini, il Blue Marlin.

Fino ad allora il pirata racconta di non avere avuto una grossa autonomia di movimento, essendo controllato a vista dalle forze dell’ordine, come prevede il particolare regime al quale era sottoposto.

Nella seconda metà di settembre Carminati conosce Salvatore Buzzi. A metterli in contatto sarebbe stato Riccardo Mancini, amico comune, avendoli conosciuti entrambi durante un periodo di comune detenzione  presso il carcere di Rebibbia, intorno alla metà’ degli anni novanta. Il motivo dell’incontro sarebbe stato una richiesta di lavoro a Mancini da parte dell’ex NAR.

Quest’ultimo racconta di come Mancini dirigesse l’ente EUR e dunque a suo parere in grado di aiutarlo a trovare un’attività lavorativa: “Certo io non è che chiedevo a Riccardo di fare un lavoro a stipendio – racconta il pirata – Io chiedevo qualche lavoretto che avrei potuto fare, secondo quelli che erano i miei mezzi e le mie possibilità. Lui mi mette in contato con Salvatore, perché Salvatore era una persona che aveva una grande cooperativa di ex detenuti. Salvatore è uno che adesso si è tagliato tutti i ponti dietro“.

Ne parla, come suo solito, un po’ sopra le righe l’ex NAR, ma Salvatore Buzzi viene descritto come una delle persone più importanti di Roma: “Io sono stato onorato di avere conosciuto Salvatore Buzzi, perché ho conosciuto una persona di uno spessore altissimo. Cioè quando lui (Mancini) m’ha presentato quello (Buzzi), secondo me era una persona superiore a quasi tutti gli imprenditori romani, per quello che aveva creato”. E aggiunge: “Perché nessuno ha creato quello che ha creato lui. Poi si sviluppa l’affare dell’EUR“.

Si riferisce qui al primo subappalto vinto dalla Cosma, la cooperativa affidata da Buzzi a Carminati.

Tornando all’ affare del campo rom di Castel Romano, il primo cantiere che Buzzi affida all’ex NAR, Carminati spiega: “ll rapporto con Salvatore si consolida quando ci conosciamo perché, comunque sia, lui è una persona alla mano, una persona simpatica. Cioè, io c’ho un grande legame con lui, gli voglio molto bene. Quindi ci siamo in qualche maniera legati subito.

Quindi quando lui – riferendosi a Buzzi spiega il pirata – si è trovato nell’emergenza di dover fare il campo nomadi richiestogli dal Sindaco (Gianni Alemanno), perché io mi ricordo questo mi disse lui: guarda il Sindaco vuole che facciamo questo campo nomadi. E lui mi dice: guarda c’hai un costruttore, qualcuno che possa fare questo lavoro? Ed io gli ho risposto: va bene, adesso vediamo, fammi vedere un po’ intorno“.

Aggiunge poi l’ex NAR: “Però mi dice subito che il suo architetto aveva per questo lavoro un budget di, credo, 500 mila euro“.

Carminati chiede a Buzzi un po’ di tempo e si rivolge a Maurizio Gaglianone che all’epoca era il suo vicino di casa a Sacrofano  (l’ex compagno della sua vicina, la sig.ra Ottaviani).

Gli accordi con il costruttore, così come Buzzi aveva stabilito, prevedevano che Carminati si sarebbe occupato della parte impiantistica del campo, mentre Buzzi avrebbe seguito le operazioni di posa delle casette prefabbricate per i rom.

Buzzi, racconta l’ex NAR, aveva predisposto un certo preventivo che prevedeva, per la parte relativa agli impianti, una spesa di 500 mila euro. Quando poi si arriverà alla fase esecutiva vedremo come i costi saranno completamente diversi. Però, spiega l’ex NAR, se Buzzi avesse dato il progetto ad un geometra anziché ad un architetto, sicuramente avrebbe risparmiato almeno 100 mila euro.

Perché quello non era un lavoro da mezzo milione di euro – chiarisce Carminati – era un lavoro che poteva costare quattro piotte (400 mila euro) proprio ad esagerare“.


Se il mondo di sopra non paga il mondo di sotto (e lo truffa)

Dunque Carminati si rivolge a Gaglianone per chiedergli la disponibilità per la realizzazione delle opere impiantistiche del campo rom. Chiarisce sul punto l’ex NAR: “Quindi ero io, io ero il committente per Gaglianone. Ero quello che rappresentava la cooperativa, e quindi Gaglianone ha trattato solo ed esclusivamente con me, per quanto riguarda i costi, per quanto riguarda i pagamenti, per quanto riguarda tutto quello che ha riguardato la costruzione del campo rom“.

All’atto del primo sopralluogo a Castel Romano, che Carminati effettua assieme a Gaglianone, l’oggetto della discussione non è mai stato quello dei costi per i lavori. Era quello un periodo di crisi nera per la Imeg di Gaglianone. Sebbene in passato avesse fornito un grosso contributo all’edificazione di Sacrofano, Gaglianone era stato costretto a licenziare diversi dipendenti a causa delle difficoltà in cui versava tutto il settore dell’edilizia. E le prospettive non erano affatto positive. In quel momento i magazzini della Imeg erano pieni di materiale edile che non riusciva a smaltire.

Il primo preventivo che Gaglianone fa su indicazioni del Pirata e’ di 110-120 mila euro, escluse le opere elettriche. Naturalmente, pensando al suo personale profitto, Carminati non dirà a nessuno del costo effettivo di quei lavori. Questa è la stessa versione che Gaglianone ha fornito durante la sua audizione.

Quando si andrà a lamentare con il direttore amministrativo della 29 giugno, Paolo Di Ninno, l’ex NAR si guarderà bene dal dirgli di avere speso complessivamente 320 mila euro o poco più. Gli dirà invece, così come riferirà a Buzzi, di avere anticipato 500 mila euro, cifra che, a causa del bilancio fuori esercizio, il sindaco Alemanno non gli rimborsava. “C’aveva fatto fa un lavoro e non ci pagava” spiega l’ex NAR.

E ancora: “Nel mondo di sotto ste cose non esistono, giusto nel mondo di sopra possono esiste. Che te fanno fa un lavoro e nun te pagano. E te truffano“.

Spiega Carminati di avere anticipato quei 320 mila euro, necessari ad eseguire i lavori di allargamento del campo di Castel Romano, attingendo dalla sua personale provvista: “Io quel lavoro l’ho pagato 320 mila euro, l’ho pagato con la mia provvista che avevo dentro la cooperativa (Cosma), che veniva dai soldi del lavoro dell’EUR. Io quindi senza mettere una lira, senza dare una lira di anticipo a Gaglianone, senza dargli soldi in nero e senza ricevere nulla da lui, lui fatturava Eriches, Eriches lo pagava, e internamente Di Ninno scalava dal conto Carminati (Cosma) i pagamenti eseguiti dalla Eriches. Questa è stata la storia“.

Dunque, di fatto Gaglianone veniva pagato con i soldi della Eriches. Non sapeva e non poteva sospettare Gaglianone che in realtà i soldi con cui veniva pagato provenissero dalla provvista di Massimo Carminati. Questo perché nessuno, neanche dentro la 29 giugno, fatta eccezione per Buzzi e Paolo Di Ninno, sapeva che Carminati dispondesse di una provvista all’interno della Cosma: “Quella era una cosa privata – spiega Camminati – era una cosa privata che non sapeva nessuno“.

E aggiunge, per essere più chiaro: “Io del campo rom ho parlato solo con Salvatore Buzzi“. Il Ricavo di Carminati dall’operazione Castel Romano era inizialmente pari a 500 mila euro, che poi diventeranno 720 mila: “Quello era il budget – 500 mila euro – ci stava un guadagno sopra, io dovevo guadagnare 140 mila euro sopra i 500, che poi sono diventati 700“.

Riguardo poi alla sua percentuale di utili ed ai pagamenti effettuati da Roma Capitale, Carminati spiega: “Sono stato pagato in 20 mesi a 35 mila euro. Cioè, i soldi stanno ancora dentro la cooperativa (Cosma). I soldi sono dello Stato insomma. Io dalla cooperativa ho preso 150 mila euro in tutto“.

Dunque l’operazione di Castel Romano è stata posta in essere da Carminati a costo zero, vale a dire senza tirare fuori un euro.

E questo perché il pirata avrebbe reinvestito i ricavi derivanti dal subappalto dell’EUR per pagare sia Gaglianone per i lavori al campo rom, che la Unibar di Giuseppe Ietto per i pasti dei minori non accompagnati (MISNA).

Però non ho fatto niente di illecito – chiarisce Carminati in relazione alle attività poste in essere –  avvocato, non ho fatto niente di illegale. Cioè, non ho fatto assolutamente niente di illegale. L’unica illegalità era quella della mia condizione in cui dovevo nascondere i miei proventi, anche se fossero legali“.

E spiega ancora l’ex NAR: “Se io non avessi avuto sulle spalle la parte civile che voleva 20 miliardi, io mi sarei aperto partita IVA e tutte queste cose sarebbero ufficiali, e c’avrei anche pagato le tasse“.

E conclude: “Purtroppo non l’ho potuto fare perché mi ci vorrebbero venti anni di lavoro per poter pagare la parte civile del furto al caveau del Tribunale di Roma“.

Dunque questo spiega il motivo – secondo l’avvocato Naso – per il quale i conti della Cosma e quelli relativi a tutte le attività imprenditoriali da essa poste in essere verranno indicati nella contabilità in nero gestita da Paolo Di Ninno.


I mancati pagamenti da parte dell’Amministrazione capitolina

Carminati ribadisce come Buzzi fosse a conoscenza di questa sua esigenza di nascondere non solo i propri beni intestati ma anche i redditi. Ed è per tale ragione che gli propone di creare una cooperativa sociale, nella quale l’ex NAR non avrebbe in alcun modo figurato. A gestire la Cosma verrà infatti nominato l’avvocato Antonio Esposito, un professionista capace che aveva seguito Alessia Marini nella chiusura della sua attività commerciale.

Cosma opera per conto dell’imprenditore Carminati, disponendo di un suo conto corrente ed emettendo fatture ad essa intestate.

La cooperativa è in pratica lo strumento attraverso il quale l’ex NAR potrà svolgere attività di impresa in maniera occulta, senza dovere restituire i soldi richiesti dalle parti civili per il furto al caveau.

Ci tiene comunque a chiarire Carminati di non avere dato ne di avere ricevuto una lira da Maurizio Gaglianone: “Però voglio dire una cosa: non ho mai dato una lira a Maurizio Gaglianone e Maurizio Gaglianone non ha dato mai una lira a me“.

E aggiunge quindi: “Con Maurizio Gaglianone l’unica cosa illegittima che ho fatto è avergli fatto tenere i soldi in nero per l’acquisto della casa della mia compagna, di Alessia Marini. Solo quello. Maurizio Gaglianone non ha mai fatto nulla di illegale per me“.

Di fatto, dei soldi che avrebbe dovuto prendere, il pirata ha preso solo una minima parte. Del milione e 400 mila euro che gli sarebbero spettati per i quattro cantieri che stava gestendo attraverso la Cosma (Castel Romano, EUR spa, gestione del verde in 4° Municipio ed il Misna che aveva realizzato nel 2013) egli avrebbe preso solo 150 mila euro. Il resto spiega l’ex NAR come siano riamasti nella cooperativa. Questi soldi Carminati avrebbe proposto di dividerli oltre che al suo amico Fabrizio Testa, anche a Buzzi e Di Ninno. Questi ultimi avrebbero però declinato l’offerta, in quanto si consideravano dei semplici dipendenti della cooperativa.

Carminati riferisce come i costi di manutenzione relativi a Castel Romano, pari a seimila euro, fossero sovradimensionati. I costi effettivi ammontavano infatti a tremila euro, e gli altri tremila sarebbero finiti a Gaglianone in detrazione, rispetto ai ricavi relativi ai lavori che aveva svolto per quel campo rom. Anche quei soldi  l’ex NAR non li ha mai incassati .

Quando viene affrontato il tema del pagamento dei lavori eseguiti, Carminati si scalda: “La truffa da parte del Comune, la truffa. Quei truffatori del Comune di Roma sono dei truffatori, dei truffatori“.

E aggiunge: “Perché hanno fatto fare un lavoro sapendo bene che non l’avrebbero pagato. Tutti quanti sono dei truffatori. Cioè questo è il mio modo di pensare rispetto al Comune di Roma, rispetto ad Alemanno, rispetto a tutti quanti“.

Il pirata spiega come questi mancati pagamenti dimostrano l’assenza di un privilegio a suo vantaggio, nei confronti di tutti gli altri fornitori e debitori dell’Amministrazione: “Presidente, questa è la prova, mi deve credere, è la prova che io non conosco il sindaco Alemanno e che non conosco Lucarelli (Antonio il suo capo segreteria). Perché sennò sarei andato a buttargli giù la porta a calci, perché a me mi avevano rubato soldi“.

Racconta Carminati di avere conosciuto Lucarelli solo in aula, e di non averlo mai visto prima. Lucarelli ha riferito durante il suo esame di avere subito un danno dalla sua supposta conoscenza con l’ex NAR.

E aggiunge: “Non conoscevo nè Lucarelli nè Alemanno, dei quali non ho nessuna stima“. Spiega il Pirata come nel mondo dal quale proviene gli impegni presi vengano rispettati: “Questi del mondo di sopra, che sono tutte anime belle, sono tutti talmente precisi, Presidente, sono tutti truffatori, tutti sòla. Questa è la verità. E al Comune di Roma erano dei sola”. E poi riferito all’ex sindaco Ignazio Marino: “E poi, con continuità, il Sindaco dopo era un sòla pure lui. Tutti sòla, Presidente“.

E aggiunge: “Ma come può funzionare un Paese in cui il nuovo sindaco non risponde di quello che ha fatto il vecchio sindaco. Ma di che stiamo parlano. Il mondo, sarà che io lo vedo molto più semplice. Il mondo è semplice, il mondo di sotto è molto più semplice. Dove stiamo noi è tutto molto più semplice“.


L’intervento di Testa

E qui entra in scena Fabrizio Testa. Suo e’ il compito di curare i rapporti con l’amministrazione, per ottenere quei pagamenti che spettavano a Carminati e soci ma che non arrivavano.

Rispetto alle anime belle, rispetto al mondo di sopra – spiega l’ex NAR – a Maurizio Gaglianone gli avevo promesso che l’avrei pagato. A tutti i costi l’avrei pagato, con i soldi miei. Io quei soldi li avrei persi, quindi quei 320 mila euro io l’avrei persi“.

E aggiunge: “Ecco perché ho cominciato ad agitarmi pure io quando capisco, quando vedo Buzzi preoccupato dal fatto che non c’avrebbero più pagato. Quindi a quel punto chiedo a Fabrizio (Testa) l’amico mio, e gli dico: senti, parliamo con Gramazio, con Luca, che avevo conosciuto da un mese, me l’aveva presentato Fabrizio da Vanni. Parliamo con Luca e vediamo se può fare qualcosa. Lui era il capogruppo, io ho pensato che magari…“.

E Carminati prosegue nel racconto: ” E siamo andati, io e Salvatore, a parlare a piazza Tuscolo con Luca Gramazio. Ho approfittato anche che c’era il padre (Domenico Gramazio), ho salutato il padre che non vedevo da tanti anni, una persona a cui voglio tanto bene e col quale mi scuso per avere messo nei guai il figlio..“.

E ancora: “E poi sono riandato, sono andato a portare un crono programma di tutta questa storia allo Shangri Là, sempre a Luca Gramazio. Però poi ho visto che questi non facevano niente. Buzzi aveva capito da subito che questi non facevano niente“.

Ma il supposto sodalizio non si perde d’animo ed anzi, malgrado le difficoltà, aveva gia’ predisposto dei piani di riserva: “Salvatore c’aveva il piano A, il piano B, il piano C, il piano D, il piano E. C’aveva cinque piani contemporaneamente. Era un martello pneumatico. Io non ho mai visto una persona con le sue capacità nel risolvere queste questioni, era una macchina da guerra. Quando decideva che doveva risolvere una questione, la risolveva.

E quindi non si rivolgeva soltanto ad una persona, si rivolgeva a tutti quelli che conosceva per risolvere il problema, contemporaneamente. Grandissima capacità, io ho una grandissima ammirazione per lui, ecco perché gli voglio bene“.

Chiarisce anche l’ex NAR i suoi rapporti con gli uomini dell’amministrazione Alemanno, raccontando di avere conosciuto solamente Riccardo Mancini, con il quale aveva trascorso un periodo di comune detenzione, e Luca Gramazio, del quale conosceva molto bene il padre Domenico, amico di famiglia. Specifica anche di non avere mai conosciuto Gianni Alemanno, ed in particolare di non avere mai trascorso con lui periodi di comune detenzione nel carcere di Rebibbia.

Si dice sicuro di come il pm Luca Tescaroli abbia controllato i rispettivi certificati di detenzione, potendo verificare quindi come i periodi detentivi dei due non corrispondano, e spiega: “Gente come Alemanno non la mettevano vicino a noi, perché noi eravamo, come dice Buzzi che ha fatto questa distinzione, dei neofascisti che avevamo scelto una strada e Alemanno aveva percorso una strada istituzionale. Quindi non potevano essere messi assieme a noi. Sarebbero successe magari delle brutte scaramucce dentro al carcere, se c’avessero messo vicino gente del genere“. (cm)

Carminati:”I motivi dell’indagine li appresi dai giornali”

Mafia capitale

Ancora nell’udienza del 29 marzo Carminati racconta di come fosse consapevole, sulla base dell’ esperienza passata, come dopo o contestualmente ai pedinamenti fosse stata avviata dagli inquirenti un’attività intercettiva nei suoi confronti: “Se lo fanno, lo fanno insieme, se no cominciano con le intercettazioni e poi arrivano ai pedinamenti“.

Chiarisce meglio l’ex NAR: “Vuol dire che c’è un’indagine in corso. Quando tu ti rendi conto che sei pedinato, c’è un’attività della Procura che ti fa pedinare, e quindi vuol dire che tu sei indagato per qualche cosa“.

Carminati passa quindi a spiegare il senso dei telefoni dedicati, così chiamati dalla Procura poiché utilizzati dall’ex NAR per comunicare in modo esclusivo con  singole persone, al fine di eludere l’attività di intercettazione.

Si trattava di modelli economici di GSM che venivano cambiati ogni mese, inclusa la scheda SIM. “Quando ho visto, verso la metà del 2012 che l’attività si faceva sempre più pressante – riferisce l’ex NAR – che c’era un continuo controllo in questo senso, che qualunque persona mi si avvicinava – riferendosi a tutte quelle persone estranee – arrivava una macchina dall’altra parte della strada e faceva le fotografie“.

Con queste parole il Pirata  lascia intendere di avere intuito come non si trattasse di un normale controllo. Secondo Carminati l’indagine coinvolgeva tutte le persone che entravano in contatto con lui. Da qui l’esigenza di “tutelarle” . “Quindi io mi sono posto il problema – spiega l’ex NAR – anche di tutelare le persone che mi si avvicinavano. Cioè, dovevo per forza tutelarle, io non potevo non farlo“.

Dunque i tentativi di evitare l’attività intercettiva avevano lo scopo, secondo il Pirata, di tutelare le persone a lui vicine: “Allora ho cominciato ad avvisare i miei amici che avrebbero potuto avere problemi se mi vedevano, se mi frequentavano“.

Molti di questi, nonostante fossero stati avvisati, hanno continuato a frequentare il Pirata. Altri invece hanno preferito non avere più rapporti con lui, evitando così le conseguenze dell’inchiesta e del processo in corso.


Il lavoro con Buzzi e gli altri

L’esigenza di tutelare i suoi interlocutori abituali Carminati l’ha avvertita principalmente con i suoi contatti di lavoro: “E io a quel punto ho cominciato a dire alle persone con cui in quel momento avevo dei contatti d’un certo tipo, intendo i contatti economici. Di contatti economici io ce ne avevo soprattutto con Salvatore Buzzi, e in quel momento, a causa del mio lavoro, con l’ente EUR, con Carlo PucciCarlo era mio grandissimo amico, era un mio fratello. Carlo è mio fratello, gli voglio un bene dell’anima“.

E prosegue: “E quindi io mi sono posto il problema, per quanto riguardava sia Pucci che Buzzi, di dargli un telefono dedicato se volevano parlare con me, se mi avessero cercato“.

E ancora: “E anche l’ho fatto con Testa. Testa per un motivo diverso però, inizialmente, perché lui stava facendo politica ed ho pensato: se gli attacco la lebbra pure a Fabrizio, perché Fabrizio comunque è impegnato in un’ attività politica. E per questo gli ho dato un telefono dedicato” conclude Carminati.

Altro ma non ultimo motivo per cui Carminati è ricorso ai cellulari dedicati era rappresentato dalla necessità di non fare sapere agli organi inquirenti quale fosse la sua ricchezza e soprattutto i beni a lui intestati: i “cespiti”. Questo perché a seguito del colpo al caveau di piazzale Clodio Carminati è stato condannato alla restituzione di una cifra che si aggirerebbe intorno ai venti milioni di euro: “Non volevo rendere noti i miei cespiti, i miei introiti, i miei guadagni in quel momento, perché mi stavo aspettando la richiesta del risarcimento di parte civile del furto al caveau“.

Di seguito: “Era una somma enorme, erano venti miliardi. Ma che gli do venti miliardi?“.

E aggiunge: “Ma quindi che faccio, vado a lavorà, lavoro per dargli venti miliardi, ma non scherziamo. Nascondo i soldi rubati e gli do i soldi lecitamente guadagnati? Ma non scherziamo“.

Conclude: “E da qui i telefoni dedicati“.

Si evince da queste parole l’esigenza da parte dell’ex NAR di avere, dall’attività imprenditoriale intrapresa in società con Buzzi, esclusivamente proventi in nero, e cioè contanti non tracciati: “io i soldi li posso avere solo in contanti o in nero – spiega Carminati –  oppure piazzati in maniera che non vengano ricondotti a me“.   


 

I rapporti con la 29 giugno

Dunque la necessità di utilizzare i telefoni dedicati interviene quando Carminati entra in affari coni Buzzi: “Io poi Salvatore Buzzi lo conosco a fine 2011 – spiega l’ex NAR – nel pieno di questa indagine e ancora non avevo però contezza di quali potessero essere i motivi. Io i motivi piano piano li ho capiti dagli articoli dei giornali, sostanzialmente“.

A questo punto il Pirata esprime una valutazione sommaria dell’indagine condotta dalla Procura di Roma contro il sodalizio di cui lui sarebbe alla guida: “certamente sono rimasto un pò stupito quando poi mi hanno arrestato che una era la mafia del benzinaio e quell’altro era per i rapporti con la cooperativa“.

E aggiunge ancora: “rapporti con la cooperativa: quando mi pedinavano io ci andavo tranquillamente. Io non pensavo che potesse essere la cooperativa uno dei motivi di questa indagine“.

L’ex NAR aveva comunque la consapevolezza dell’esistenza di un’indagine nei suoi confronti, tanto da sapere già di avere microspie piazzate nella sua auto: “Io tante volte li ho visti appresso a me, sapevo magari che dentro la macchina c’avevo la microspia e andavo tranquillamente alla cooperativa“.

E poi torna sul tema dei telefoni dedicati, assumendosene la piena responsabilità: “La storia dei telefoni dedicati è stata un’idea mia, solo mia, subita obtorto collo da tutti perché mi prendevano per un pazzo, un visionario. Dicevano: guarda quel deficiente di Massimo che ci rompe le palle con questi telefoni“.

Chiarisce meglio: “Non li voleva nessuno, se li scordavano, li perdevano, li perdevano dentro la macchina, li tenevano spenti. Quindi era una cosa perfettamente inutile“.

Dunque il pirata fa capire alla Corte come l’idea dei telefoni ad hoc per aggirare le intercettazioni fosse poco gradita dai suoi stessi sodali Buzzi, Pucci e Testa: “Era una cosa che era insopportabile per loro“.

E aggiunge come questa sua strategia fosse percepita dagli altri come una sorta di fissazione:” L’ho detto avvocato, non mi credevano, pensavano che fossi pazzo“. Spiega poi alla Corte le origini di questa sua paranoia:

Siccome è stata sempre una mia paranoia, ma questa mia paranoia è sempre stata quella che mi ha spinto a vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. E poi perché, effettivamente, io ero l’unico in mezzo a tutto questo gruppo di persone che comunque ho continuato a fare, senza soluzione di continuità, una vita di un certo tipo. Quindi era normale che io stavo molto ma molto più attento di loro. Loro facevano una vita normale, erano persone perbene, lavoravano, avevano le loro attività. Non è che facevano reati. Qui stiamo parlando comunque di persone, anche quelle che hanno fatto politica durante gli anni settanta come Carlo Pucci, che s’erano rifatte una vita normale“.

E riferito a Buzzi: “Anche Salvatore era un grande imprenditore“.


L’utilizzo del jammer

Nel corso dell’indagine denominata Mondo di Mezzo gli inquirenti hanno avuto contezza di come l’attività intercettiva venisse disturbata. E stato altresì dimostrato come tali disturbi si verificassero sempre in occasione di riunioni svolte all’interno degli uffici di via Pomona.

Questa circostanza, unita ad alcuni discorsi intercettati dagli uffici della 29 giugno, hanno condotto alla conclusione che il sodalizio utilizzasse un apparecchio per disturbare le frequenze che, seppur non nominato durante le conversazioni, veniva spesso chiamato in causa.

Nel corso della sua audizione Carminati spiega come l’impiego del jammer, del quale si assume la responsabilità circa il suo utilizzo, sia legato a finalità diverse da quella di disturbare l’attività intercettiva degli inquirenti: “Quando c’è stata la perquisizione – spiega l’ex NAR –  tutti pensavano che fosse stata una questione interna, per un problema industriale.

“Loro (la 29 giugno) – prosegue il pirata – si ponevano il problema di avere una persona internamente che passava informazioni“.

L’ex NAR spiega dunque come l’impiego del Jammer fosse legato alla necessità di impedire la trasmissione di dati o conversazioni registrate durante le riunioni della dirigenza della cooperativa. Carminati spiega quindi quale sia l’impiego normale di un jammer: “Il jammer non serve per le microspie, io questo voglio chiarirlo una volta per tutte. Non è che sò cretino che porto il jammer per le microspie. Tant’è che ci sono due o tre conversazioni con Gammuto nelle quali dico: guardate che questo non serve per le microspie. Se poi le microspie sono istituzionali, nel senso che fossero state messe dalle forze dell’ordine, è inutile proprio creare delle difese.

Il jammer serviva – spiega l’ex NAR – per inibire l’uso dei telefonini perché se ci fosse stato qualcuno, diciamo una persona infedele nell’ambito della cooperativa che registrava cose con qualche telefonino, il jammer inibiva il telefonino. Se c’avesse avuto all’interno un Troyan, cioè uno di quei virus che trasformano il telefonino in una microspia, quello poteva servire per inibire il telefonino. Tant’è vero che ci sono delle intercettazioni in cui Buzzi parla con la signora Garrone e le dice: guarda questo serve per l’I Phone: l’I Phone può diventare un microfono collegato con l’esterno. Ma il jammer serviva soltanto a quello“.

Spiega il pirata come l’acquistato del disturbatore di frequenza lo abbia effettuato attraverso internet: “A parte che il jammer si compra con mille euro, basta andare su internet, digitare jammer, e vedete che cosa esce“.

Dunque l’ex NAR avrebbe acquistato in maniera molto agevole un disturbatore di onde radio tramite un sito internet. Un analogo strumento  sarebbe stato richiesto in passato dalla scorta di uno dei PM del processo sulla cd trattativa, Antonino Di Matteo.

In quel caso però l’oggetto, che serve ad inibire le onde radio dei telecomandi di eventuali ordigni radiocomandati sarebbe stato ottenuto solo in seguito a ripetute ed insistite richieste, e comunque dopo un’attesa durata diversi mesi. A Carminati invece è bastato andare su internet ed in pochi minuti acquistarne uno. Dunque l’ex NAR spiega come lo strumento in se, il jammer, non sia illegale e che l’impiego che lui intendeva farne era quello di inibire l’uso dei telefonini durante le riunioni riservate della presidenza della cooperativa. Riunioni alle quali partecipava lo stesso Carminati.

Alcuni mesi dopo il suo acquisto i dipendenti della 29 giugno, a gran voce, chiedono l’eliminazione del Jammer, ritenuto troppo fastidioso. Spiega il Pirata: “Tant’è vero che loro lo leveranno dalla cooperativa solo perché inibiva i telefonini“.

E aggiunge ancora: “Li si lamentavano tutti perché nell’arco di 50 metri dal jammer non si poteva telefonare“.

Dunque questo jammer, lo strumento che sarebbe dovuto servire, a detta di Carminati, ad inibire le telefonate da parte di una ipotetica spia, nei fatti non impedì agli inquirenti di continuare a svolgere l’attività intercettiva.

L’avvocato Naso torna a ripercorrere il tema della consapevolezza dell’indagine da parte di Carminati: “Lei sa che c’erano, l’abbiamo scoperto dalle indagini, c’erano delle telecamere fisse sul benzinaio di corso Francia“.

Carminati risponde spiegando come il fatto che a partire dal 2012 i pedinamenti fossero finiti, lui lo aveva interpretato con l’impiego da parte degli inquirenti di microspie ed intercettazioni. E spiega così il fatto che ad un certo punto lui ed i suoi sodali si divertissero a salutare in direzione delle telecamere piazzate di fronte al distributore di corso Francia.

Lo sapevamo benissimo – spiega l’ex NAR con riferimento alle telecamere – noi andavamo la, tranquilli e beati, sapendo che c’era questo controllo, anche perché c’è un processo di mitridatizzazione, nel senso che tu t’abitui al fatto di essere circondato e osservato e te ne freghi, fai la tua vita tranquillamente. E quello era successo quando andavo al benzinaio: sapevo che stavano li, ormai, ho detto, quando vorranno venire vengono, io non mi sottraggo. Ho aspettato la sentenza per l’omicidio Pecorelli fuori da Rebibbia, lei se lo ricorda bene (rivolto al suo avvocato dott.ssa Naso). Stavo fuori da Rebibbia, con la mia borsettina, ad aspettare una sentenza che poteva condannarmi all’ergastolo. Si figuri se potevo avere paura di un qualunque arresto, o di una qualunque cosa. Stavo li, quando venivano, venivano. Pazienza“.

Dunque, il dubbio sul quale il pirata si rovellava era l’oggetto dell’indagine. Attraverso i giornali, lui nel legge quattro al giorno, era riuscito a delimitare i possibili campi tra le vicende del comune di Roma e quelle legate a Marco Iannilli.


La svolta decisiva dell’inchiesta Mondo di Mezzo

Spiega l’ex NAR come una svolta decisiva nei suoi sospetti sull’indagine arriva nel 2013 con l’articolo dal titolo

“I quattro re di Roma”, uscito sull’Espresso. “L’unico per cui mi arrabbio – spiega Carminati è perché mi mette in mezzo al traffico di stupefacenti che è stata una cosa che è stata sempre a me estranea. E li mi sono arrabbiato molto, ma soltanto perché mi metteva in mezzo al traffico di stupefacenti. Ed è un continuo. Ma non è soltanto perché è stato il dott. Abbate prima a fare l’articolo. Prima del dott. Abbate sono state cento persone che hanno fatto altri articoli. Io li mi sono arrabbiato soltanto per il fatto della droga. Una cosa da cui sono stato sempre distante, che m’ha dato sempre fastidio per motivi di carattere personale“.

A partire però dal 2013 gli articoli su Carminati e sulla destra salita al potere puntavano tutti sugli affari messi in piedi dalla nuova giunta Alemanno: “Nel 2013 – spiega l’ex NAR – vedevo che puntavano più che altro sul comune“.

Ed aggiunge: “C’era una grande pressione, diciamo, nei confronti del Comune perché il Comune aveva portato, nell’ambito dell’amministrazione, aveva portato tutti ex estremisti. Poi io ero un grande amico di Riccardo Mancini e quando parlavano di Mancini subito sotto grande amico di Massimo Carminati il demonio, il diavolo. Massimo Carminati che ha fatto qua, Massimo Carminati che ha fatto la. Io ero amico di tanta gente, negli anno Settanta sono amico di tutti, per fortuna. Siamo rimasti tutti grandi amici. Però li ho cominciato a prendere le misure su questa cosa. Cioè, ho cominciato a capire che poteva essere quello. Però nel 2013 tutti ne parlavano, tutti erano al corrente di questa cosa“.

Entrambe i sodali Riccardo Bruggia e Massimo Carminati sapevano quindi dell’esistenza delle telecamere del ROS puntate costantemente sul benzinaio, 24 ore su 24.

L’ex NAR tira però fuori dalle sue vicende il titolare del distributore, Roberto Lacopo: “Ma Lacopo che cosa c’entrava con noi, avvocato. Ma Lacopo faceva il benzinaio, con tutto il rispetto“.

Prosegue quindi: “Io non lo voglio dire in maniera riduttiva, ma l’unico amico mio al benzinaio era Riccardo Bruggia, che siamo amici da quarant’anni. Abbiamo avuto le stesse esperienza politiche, ci siamo frequentati, abitiamo a venti metri l’uno dall’altro, siamo amici da sempre. Ma io con gli altri non dovevo condividere nulla“.

Spiega il pirata come ormai i controlli e i pedinamenti non lo impressionassero più di tanto: “ogni due minuti si fermava un falco della Squadra Mobile e ci chiedeva i documenti, se ci vedeva con qualcuno. Erano controlli normali. In più, oltre ai controlli normali, c’era anche questa telecamera“.

Racconta l’ex NAR di essersi accorto della microspia, installata sulla vettura da lui utilizzata, dopo averla portata da un elettrauto per un controllo. E di avere anche detto a quest’ultimo di non toglierla e di lasciarla li. Racconta anche di aver riportato quella macchina al rivenditore, Luigi Seccaroni, quest’ultimo entrato nell’inchiesta come parte lesa. (cm)

Su ↑