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Claudio Meloni

Albania: tra lotta alla corruzione e ingresso nell’UE

 


Secondo il rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del marzo 2018 l’Albania rimane un “importante paese di transito per ciò che riguarda il traffico di droga ed una fondamentale fonte per la coltivazione della marijuana“, in particolare “nelle zone montane isolate“.

La produzione di stupefacente, stimata attraverso i dati relativi ai sequestri, alle violazioni della normativa sugli stupefacenti, ai dati sui sequestri delle sostanze chimiche usate per la raffinazione e a quelli sui trattamenti da dipendenza, non lascia dubbi in proposito.

Per le autorità albanesi il numero dei sequestri di droga e degli arresti legati al traffico sono aumentati in maniera sostanziale negli ultimi anni.

Dunque nonostante i sequestri e la distruzione di piantagioni, eseguita dalle Forze dell’Ordine, e nonostante il calo di produzione registrato nel 2017 dopo il picco del triennio 2013-2016, nel paese dell’aquila bicipite la cannabis continua ad essere coltivata in maniera molto diffusa.

Lo spiega anche un gioco disponibile come app su Google Play, digitando sulla stringa “Pot Farm”, ovvero la fattoria della marijuana. 

 

 

 

 

Nell’introduzione al gioco si invita il giocatore ad iniziare “piantando semi” e “raccogliendo infiorescenze”, così da “coltivare” i propri affari. Il gioco invita a diventare il “magnate della marijuana !”.

 

La polizia albanese, in collaborazione con la Guardia di Finanza italiana, effettua in maniera regolare sorvoli sulle aree destinate potenzialmente alla produzione. 

Dai dati forniti dalla polizia locale, nei primi dieci mesi del 2017 la quantità di marijuana complessivamente sequestrata ammontava a 88.57 tonnellate, quasi tre volte quella sequestrata l’anno precedente. Le piante di cannabis sradicate nello stesso anno ammontavano invece a 208,308, pari alla decima parte di quelle distrutte nel 2016.

Stando alle stime prodotte dalla Guardia di Finanza la coltivazione di cannabis si sarebbe ridotta del 95% rispetto al 2016.

Sempre nel 2017 le forze di polizia albanesi avrebbero sequestrato 49,96 kg. di eroina e 4,2 di cocaina. 

Il numero di arresti eseguiti per traffico illecito sarebbe stato pari, da gennaio ad ottobre del 2017, a 1.500. Quasi cento cinquanta unità in più rispetto al 2016 (1349).

Le inchieste portate avanti dalle autorità investigative albanesi sono state invece 115, con 273 criminali indagati per reati legati alla droga, e 65 condanne complessivamente eseguite.

Il consumo di cannabis in Europa

L’Europa, dopo gli Stati Uniti, è il secondo mercato mondiale per quanto riguarda le sostanze stupefacenti. Tra queste, quella più consumata è la cannabis, seguita dall’eroina e dalla cocaina.

Se dal punto di vista del numero dei sequestri, a partire dal 2009, la marijuana in foglie rappresenta la droga più diffusa, l’hashish, ovvero la resina, rimane invece la sostanza più sequestrata dal punto di vista quantitativo.

Secondo i dati dell’Agenzia Europea sulle Droghe (EMIDDA) nel 2016 su 763.000 sequestri di cannabis, 420.000 riguardavano le foglie. Questo dato si spiega con il fatto che la resina, conservandosi meglio, viaggia molto più a lungo rispetto alle foglie, che invece di norma vengono consumate nei paesi vicini ai luoghi di produzione.  

Dai dati sui sequestri relativi ai vari stati membri dell’Unione Europea, la Spagna con il 76% dei sequestri di hashish, si pone al primo posto, seguita da Inghilterra e Francia. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le foglie di cannabis (marijuana) consumate in Europa vengono prodotte in parte in Europa e in parte in altri paesi. Quelle prodotte in Europa vengono coltivate in serra. L’hashish destinata al mercato europeo viene prodotta principalmente in Marocco, con la Libia che ha assunto un ruolo determinante quale snodo del traffico. Seguono quindi i Balcani, principalmente l’Albania, che riveste una posizione chiave nella produzione sia per quanto riguarda la marijuana che in relazione all’olio di cannabis.

 

Organizzazioni criminali internazionali

Nel rapporto dell’agenzia ONU sul contrasto al traffico di stupefacenti (UNODOC) del 2017, si legge come secondo EUROPOL delle 5000 organizzazioni criminali operanti all’interno dell’Unione Europea nel 2017, il 35% di queste era coinvolto nel traffico di stupefacenti.

Inoltre, come conseguenza del carattere globalizzato assunto da tale tipo di attività e dalla connotazione internazionale delle reti che lo gestiscono, EUROPOL ha sottolineato come il 70%  delle organizzazioni non Europee che trafficano sostanze stupefacenti all’interno dell’Unione Europea siano costituite da persone la cui nazionalità è varia.

La maggior parte di queste proviene da paesi latinoamericani, molti dall’ex Unione Sovietica, quindi dall’Afghanistan, dal Pakistan e da paesi dell’Asia orientale, e in ultimo del Nord Africa.

Questo preambolo per dire che le organizzazioni criminali albanesi non si occupano più solo di cannabis. I recenti omicidi di cittadini albanesi in sudamerica, al pari degli ingenti sequestri di cocaina effettuati dalla polizia locale, in cooperazione con quella italiana, sono indicatori importanti del ruolo assunto al livello internazionale dalle organizzazioni del paese dell’aquila bicipite.

 

I criminali albanesi, al pari di quelli italiani, dei nigeriani e degli spagnoli, sono entrati nel gotha del narcotraffico, ottenendo il riconoscimento ufficiale dei narcos colombiani. Tale riconoscimento, basato sulla fiducia, costituisce l’elemento chiave per ottenere la spedizione dalla Colombia, piuttosto che dall’Ecuador, di grosse partite di cocaina.

Come spiega il rapporto di Transcrime del 2015 (From Illegal Markets to Legitimate Business) le organizzazioni criminali albanesi impegnate nel traffico di stupefacenti sono in Italia alleate con Cosa nostra nel traffico della cocaina importata dalla Colombia o dal Messico. Le organizzazioni criminali albanesi autonome dispongono invece di canali autoctoni, legati alla diaspora albanese, in grado di movimentare la cocaina giunta nel porto di Anversa nascosta all’interno di containers, sia attraverso l’Olanda che il Benelux.

 

Il porto di Durazzo

 

 Dal maggio 2015 il porto di Durazzo è gestito dalla società tedesca EMS Shipping and Trading di Leer. La società si è infatti aggiudicata  la gara la cui concessione ha una durata di 35 anni.

Il fondatore e azionista di maggioranza della EMS è Heiko Luikenga.

La gestione viene condotta attraverso la controllata EMS Albanian Port Operator (EMS-APO). La nuova gestione prevede di realizzare come prima opera di sviluppo, il dragaggio del canale di accesso dei natanti, per consentire l’ingresso fino a 11 metri.

Sarà possibile in tal modo consentire l’attracco alle navi container fino a 55 mila tonnellate. L’opera, che avrà un costo di 10-15 miliardi, avverrà con la consulenza della Hamburg Port Consulting (HPC).

L’infrastruttura, una volta realizzata, consentirà di aumentare la movimentazione delle merci a 1 milione di tonnellate, che raddoppieranno a 2 milioni una volta concluso il dragaggio. Contemporaneamente lo stoccaggio dei container passerà da 230 mila metri quadri a 400 mila metri quadri. 

La EMS era già presente in Albania attraverso la società di stoccaggio Albanian Logistic Agency, che detiene la concessione per le operazioni di stivaggio, e movimenta il 90% delle merci dello scalo che dal 2012 è cresciuto anche nel settore container. 

A febbraio il sequestro da 620 kg di coca

  

Nel febbraio del 2018 la polizia albanese ha sequestrato a Maminas 620 kg di cocaina, per un valore approssimativo di 180 milioni di euro. Si è trattato del più ingente sequestro di cocaina mai eseguito in Albania. La droga si trovava nel sottofondo di un container giunto al porto di Durazzo e partito dalla Colombia. 

La droga era nascosta sotto un carico di banane destinate alla ditta albanese di importazione di frutta esotica Arbri Garden  sh.p.k. 

 

 

 

 

La magistratura albanese avrebbe emesso un mandato di cattura nei confronti del titolare dell’azienda, Arber Cekaj, in passato indagato per riciclaggio.

Il ricercato si sarebbe sottratto all’arresto recandosi all’estero. Dagli organi di informazione albanesi si è quindi saputo che Cekaj era ricercato anche da diverse agenzie internazionali antidroga per reati commessi in altri paesi.

L’azienda di frutta di cui ricercato e’ titolare aveva in passato effettuato altre importazioni di frutta esotica. I container contenenti frutta fresca, considerata genere deperibile, vengono di norma gestiti con priorita’ rispetto agli altri. Sembrerebbe invece che il container posto sotto sequestro avrebbe stazionato sulla banchina del porto per circa una settimana.

Altro quesito rimasto in sospeso è come mai il titolare dell’azienda, indagato all’estero da diverso tempo, non è mai stato sottoposto a controlli da parte delle autorità albanesi. 

Il mercato londinese della coca e gli Hellbanian

 

 

 

 

In Inghilterra, e a Londra in particolare, la criminalità organizzata di origine albanese detiene una quota considerevole del mercato delle sostanze stupefacenti.

Ci riferiamo in particolare all’hashish e alla cocaina.

Si tratta in alcuni casi dei figli dei rifugiati fuggiti dai Balcani durante la guerra degli anni ’90. Nel corso degli anni un elevato numero dei capi delle organizzazioni albanesi è stato condannato a pene detentive dalla magistratura inglese.

Come ad esempio Tristen Asllani, condannato a 25 anni di reclusione per essere stato trovato in possesso di 21 kg. di cocaina nel 2016. O come Klodjan Copja, condannato a 17 anni di reclusione dalla Kingston Crown Court del Surrey, e appartenente alla gang albanese degli Hellbanians

Sia Asllani che Copja hanno recentemente postato sui social delle foto che li ritraggono in prigione, che di per se non costituisce un atto riprovevole. Se non fosse che i detenuti non sono autorizzati a detenere un cellulare. 

Il ruolo di rilievo assunto negli ultimi tempi in Inghilterra da questi gruppi si deve ai loro contatti diretti con i cartelli colombiani produttori della cocaina.

La presenza dei gruppi criminali organizzati albanesi in Inghilterra sarebbe responsabile, secondo l’Agenzia del crimine britannica (NCA) dell’aumento dell’offerta di cocaina nel paese. (cm)

 

 

 

 

 

Contrada nelle dichiarazioni di Mutolo

In passato autista di Totò Riina, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutulo ha raccontato ai magistrati che lo hanno interrogato di averlo conosciuto tra gli anni 1964-65, durante un periodo di comune detenzione presso il carcere palermitano dell’Ucciardone.

Allora “u Curtu” era uno dei tre membri, gli altri erano Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate,  della Commissione Provinciale di Cosa Nostra, l’organismo che dirime le controversie all’interno dell’organizzazione.

Mutolo apparteneva alla famiglia-mandamento di Partanna-Mondello, all’interno della quale erano sorti una serie di dissidi. Contrasti che, di li a poco, avrebbero investito tutta l’organizzazione e che sarebbero sfociati nella seconda guerra di mafia.

Riina consigliò allora a Mutolo, una volta uscito dal carcere, di mettersi sotto la protezione di Saro Riccobono. Tornato in libertà Mutolo eseguì gli ordini di Riina, e nel 1973 venne affiliato ufficialmente dal Riccobono, diventando suo uomo di fiducia.

Le denunce per associazione a delinquere 

Sui rapporti con gli uomini delle istituzioni Mutolo ha rivelato come, intorno al 1975, Cosa Nostra temesse in modo particolare le denunce per associazione a delinquere.

Queste infatti volevano dire, per gli uomini dell’organizzazione, l’essere sottoposti a continui arresti in occasione del verificarsi, nel loro mandamento come in tutta la Sicilia, di fatti delittuosi di particolare gravità.

Tali denunce avevano cagionato in quel periodo conseguenze particolarmente negative per gli uomini d’onore che ne erano stati colpiti. Cosa nostra era fermamente decisa ad evitare che le Forze dell’Ordine inoltrassero all’Autorità Giudiziaria denunce di tal genere, denunce ritenute a ragione il punto più temuto dell’attività di contrasto alla mafia.

La Questura di Palermo

Riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine, all’interno di Cosa Nostra si erano sviluppate due diverse correnti. Mentre Bontate e Badalamenti erano più propensi ad una linea morbida, che prevedeva l’assoggettamento dei funzionari più pericolosi alle esigenze di Cosa Nostra, la linea di Riina e dei Corleonesi era invece favorevole all’eliminazione fisica.

Cosa nostra aveva allora individuato nei vertici della Questura di Palermo i suoi principali obbiettivi. In particolare il capo della Squadra Mobile e vice Questore aggiunto Boris Giuliano, che verrà ucciso  il 21 luglio 1979 da Leoluca Bagarella; il vice capo della Squadra Mobile Tonino De Luca; e Bruno Contrada, che nell’ottobre del 1976 era stato nominato Dirigente del Centro Interprovinciale della Criminalpol della Sicilia Occidentale, e che ricoprì tale incarico fino al gennaio del 1982.

Con l’uccisione di Giuliano, dal luglio 1979 al febbraio 1980, Contrada assumerà temporaneamente la direzione della Squadra Mobile, nonché quella del Nucleo di Polizia Giudiziaria presso la locale Procura della Repubblica.

Mutolo e l’incarico di seguire Contrada

Per ordine di Riccobono Mutolo, assieme a tale Salvatore Micalizzi anche lui uomo d’onore, venne incaricato di controllare gli spostamenti e le abitudini dei tre dirigenti apicali della Questura, in previsione di eventuali azioni nei loro confronti.

A proposito di Contrada Angelo Graziano, uomo d’onore del “Borgo”, aveva riferito a Mutolo di come questi fosse solito frequentare un appartamento situato in via Guido Jung.

La casa era stata messa a disposizione dallo stesso Graziano, attraverso terze persone.

In quell’alcova Contrada era solito recarsi con un’autovettura privata, senza l’assistenza di uomini della scorta. Allora Contrada veniva ritenuto da Cosa nostra un avversario pericoloso, e per questo costantemente pedinato e i suoi spostamenti fatti oggetto di attenzioni.

Anche se di fatto era uomo d’onore, Angelo Graziano era allora un piccolo costruttore, ritenuto a tutti gli effetti “pulito”, non essendo ancora stato associato ufficialmente a Cosa nostra. Nel 1976 Mutolo viene nuovamente arrestato, e nel corso della sua detenzione non ha più modo di occuparsi della sorveglianza sui funzionari della Questura.

Quando tra il febbraio ed il maggio 1981 Mutolo viene scarcerato, viene a sapere direttamente dalla voce di Riccobono di come Contrada fosse ormai a disposizione di Cosa nostra.

La circostanza precisa nella quale Mutolo apprese tale fatto era dovuta al suo circolare in quel periodo a bordo di auto sportive di grossa cilindrata. In quell’ occasione Riccobono gli disse che, se fosse stato fermato dalla Polizia e portato in Questura, non si sarebbe dovuto preoccupare che “tanto c’era il dott. Contrada”. 

Le “soffiate” a Riccobono

Riccobono, poi, glinarro’ di come Contrada fosse diventato “amico”, e di come per ben tre volte durante la sua latitanza (tra gli anni 1977-80) questi lo avesse avvisato di controlli nei suoi confronti, da parte della polizia, per il tramite del suo avvocato.

In tre diverse occasioni dunque, in altrettante distinte abitazioni, via Don Orione, via Guido Jung e via Ammiraglio Rizzo, il boss Rosario Riccobono aveva potuto sottrarsi ad operazioni di polizia condotte su di lui, grazie alle soffiate del Contrada, evitando così la cattura. 

In seguito Riccobono abbandonerà quel mandamento, che all’epoca era gestito dalla sua organizzazione, per nascondersi in quello di pertinenza dell’uomo d’onore Francesco Madonia.

Riccobono era stato talmente infastidito di dover cambiare tre appartamenti da essersi fatto l’opinione che vi fosse un informatore che seguiva i suoi spostamenti. Per saperne di più Riccobono si era deciso ad incontrare proprio il Contrada, ma quest’ultimo si era rifiutato di riferirgli il nome del confidente, nel timore ragionevole che il Riccobono lo facesse poi eliminare. 

Bontate e il conte Cassina

Mutolo ha riferito inoltre di come Riccobono gli avesse confidato che ad avvicinare per primo il Contrada fosse stato Stefano Bontate. Questi, essendo favorevole alla linea trattativista, aveva avvicinato Contrada attraverso due personaggi. Si trattava in particolare del conte Arturo Cassina, già in contatto con Bontate per avere assunto nella sua organizzazione Giovanni Teresi, sotto-capo della famiglia mafiosa dei Bontate; e del dott. Pietro Purpi, dirigente del 2° distretto di Polizia di via Roma.

La conoscenza del Contrada, dunque, principiata grazie ad un’iniziativa del Bontate, sia era in seguito estesa anche al Riccobono, e successivamente anche a Salvatore Inzerillo, a Totò Scaglione, a Michele Greco e a Salvatore Riina.

I contatti con il conte Cassina Bontate li aveva instaurati a seguito del rapimento del di lui figlio, allora uno degli imprenditori più importanti di Palermo. Dopo quella vicenda Cassina aveva chiesto e ottenuto dal Bontate la sua protezione.

In effetti la villa del Cassina era situata all’interno del mandamento mafioso di Villagrazia, posto sotto la supervisione del Bontate. Come accennato, in forza di tale protezione Cassina aveva assunto nella sua azienda il Teresi, soprannominato “u pacchiuni”, oltre a tale “Enzuccio” Sutera, uomo d’onore della famiglia Partanna-Mondello, impiegato presso l’azienda del figlio del Cassina. 

In entrambe i casi si trattava di assunzioni fittizie, legate al rapporto di protezione offerto al Cassina dal Bontate.

Mutolo ha raccontato, poi, di come la conoscenza tra il Contrada ed il Cassina fosse legata alla loro comune appartenenza ad una consorteria, “una specie di massoneria” istituita presso Monreale e denominata ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Riccobono e la grazia al cugino di Mutolo

Mutolo ha poi citato altre due episodi sempre relativi al Contrada; il primo riguardante un regalo di 15 milioni di lire, stanziate da lui e dal Riccobono per l’acquisto di un’auto Alfa Romeo da regalare ad un’amica del Contrada.

E un secondo episodio relativo ad un cugino del Mutolo, tale Gaetano Siracusa imprenditore edile. Questi, negli anni 1974-75, dopo avere costruito una palazzina in via Ammiraglio Cagni n.23, aveva subito una grave intimidazione, tale da impedirgli la prosecuzione dei lavori.

Siracusa aveva quindi denunciato in via confidenziale al Contrada le minacce subite, ed il Contrada aveva a sua volta riferito l’informazione al Riccobono. Quest’ultimo aveva impedito che Siracusa venisse eliminato solo perché cugino di Mutolo.

Ma non erano solo i canali informativi aperti tra Contrada e diversi boss mafiosi a contraddistinguere la collaborazione del dirigente della Questura di Palermo con Cosa nostra. 

Mutolo ebbe infatti modo di rendersi conto di come il Riccobono, malgrado fosse ricercato dalle Forze dell’Ordine, potesse non solo girare liberamente per Palermo a bordo della sua auto, ma frequentare tranquillamente i locali pubblici della città.

Come il ristorante Sympathy di Mondello o da Settimio a Monreale, posti nei quali Riccobono era stato accompagnato dallo stesso Mutolo. Ed inoltre di come il boss avesse modo di svolgere tranquillamente i suoi traffici, godendo di una piena libertà di movimento.

La perquisizione di Cassarà

A testimonianza di come, durante gli anni ’80, all’interno di Cosa nostra la circostanza che Bruno Contrada fosse “a disposizione” costituisse oramai fatto acclarato, Mutolo narra altri due episodi.

Nel 1982 Mutolo subisce una perquisizione presso la propria abitazione, da parte della Questura di Palermo. Solo per poco quell’attività non aveva permesso agli agenti di scoprire un grosso carico di eroina nascosto all’interno di due valige alloggiate nella sua auto.

L’ auto era parcheggiata all’interno del suo garage. Stranamente, infatti, tale garage non era stato controllato. Successivamente, Mutolo, lamentandosi con gli altri mafiosi coinvolti in quel traffico, i vari Gaetano Corallo, Greco detto “Scarpa”, Salvatore Micalizzi, Vincenzo Galatolo e Pino Savoca, aveva saputo di come quella perquisizione fosse stata ordinata in gran segreto dal dott. Cassarà, e che per tale ragione il Contrada non aveva potuto avvisare in anticipo. 

Le accuse in aula del cognato di Mutolo

L’altro episodio rivelato dal Mutolo si riferisce ad un suo colloquio con l’uomo d’onore Antonino Porcelli, nel corso di un periodo di comune detenzione presso il carcere di Palermo. 

Il colloquio aveva avuto come oggetto la collaborazione del cognato di Mutolo, tale Vincenzo De Caro. Quest’ultimo, pur non essendo uomo d’onore, era a conoscenza di informazioni rilevanti per la sicurezza di Cosa nostra. Porcelli disse a Mutolo, mentre si trovavano in celle adiacenti nel corso di un processo, che De Caro aveva accusato in aula tutti i mafiosi di essere delatori della Polizia, quando invece era Contrada a fare loro dei favori. 

Fin dall’inizio della sua collaborazione (1991) Mutolo ha riferito dei rapporti tra Cosa nostra ed alcuni politici, industriali, magistrati e funzionari delle Forze dell’Ordine. Il primo verbale rilasciato su Contrada è datato ottobre 1992.  La collaborazione di Mutolo ha inizio nel 1991, a seguito dell’ eliminazione del suo capo Saro Riccobono e di quasi tutti i suoi uomini appartenenti alla famiglia Partanna-Mondello. 

Mutolo decide di collaborare avendo saputo che i corleonesi avevano intenzione di eliminare anche lui. E racconta di avere contattato Giovanni Falcone, attraverso il suo avvocato, quando questi era già stato nominato direttore generale degli Affari Penali.

Solo quando incontrerà Falcone Mutolo saprà che il motivo per il quale il giudice non lo aveva mai cercato era dovuto al fatto che il telegramma che gli aveva mandato, questi, non lo aveva mai ricevuto.

Mutolo pretende di parlare solo con Falcone, sapendo che Cosa Nostra voleva uccidere anche lui. Falcone, che non è più magistrato inquirente, si accorda con Mutolo per far raccogliere la sua testimonianza dall’allora procuratore capo di Firenze Pierluigi Vigna. Il traffico di eroina al quale Mutolo aveva partecipato aveva avuto infatti come teatro anche la Toscana.  

Per i crimini commessi in Sicilia, invece, le sue rivelazioni vennero raccolte dal capo della procura di Marsala, Paolo Borsellino

La credibilità di Mutolo

I magistrati che hanno interrogato il collaboratore Gaspare Mutolo hanno giudicato le sue dichiarazioni attendibili. Questo non solo per la loro qualità, dovuta ad una ventennale militanza in Cosa nostra.

Ma soprattutto perché, quando questi decide di collaborare, aveva già scontato quasi tutte le condanne emesse nei suoi confronti dalla magistratura, fatta eccezione per un residuo di pena di pochi anni.

E tra i vari crimini raccontati agli inquirenti vi erano una serie di omicidi, circa trenta, in relazione ai quali il Mutolo aveva avuto un ruolo di rilievo. Dunque, per dimostrare la sua dissociazione definitiva dall’organizzazione Cosa nostra Mutolo aveva pesantemente aggravato la sua posizione processuale.

Va segnalato, poi, come le dichiarazioni di Mutolo sul conto di Contrada siano state confermate anche da altri collaboratori di giustizia, in particolare da Giuseppe Marchese. E’ doveroso infine sottolineare come prima ancora di essere arrestato, Contrada, fosse venuto a conoscenza delle rivelazioni sia dal Mutolo che dal Marchese, rivelazioni coperte da segreto investigativo.

Ad avvisarlo sarebbe stato Antonio De Luca, dirigente della Questura di Palermo, il quale le aveva apprese dall’ ex funzionario dell’Alto Commissariato Antimafia e in seguito del SISDE Angelo Sinesio. De Luca ne aveva poi avuto conferma sia dal tenente dei carabinieri Carmelo Canale, che dal magistrato ex sostituto procuratore presso la procura di Marsala, dott.ssa Camassa.

Successivamente, sempre Contrada, prima ancora di ricevere ufficialmente la notizia di reato, aveva informato l’allora numero uno del SISDE Angelo Finocchiaro. Quest’ultimo aveva quindi ottenuto conferma, tramite canali non ufficiali, di come ad accusare Contrada fosse stato effettivamente Mutolo. 

Contrada e il SISDE

Contrada entra nel SISDE nel gennaio del 1982. In quella data, infatti, viene inquadrato nell’organico istituito presso la Presidenza del Consiglio con la qualifica di Collaboratore, e con l’incarico conferitogli dall’allora direttore, il Prefetto Emanuele De Francsco, che ricopriva anche la carica di Alto Commissario Antimafia.

Contrada diviene al contempo Capo di Gabinetto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato Antimafia e coordinatore dei centri SISDE di Sicilia e Sardegna. Nel gennaio 1983 viene nominato Direttore del Centro Operativo Speciale, con sede presso la Prefettura di Palermo.

A partire dal primo gennaio 1985 viene trasferito a Roma, distaccato presso la Presidenza del Consiglio, e assegnato al terzo reparto SISDE con compiti non operativi. Nel luglio 1985 viene nominato Direttore di Divisione. Il 31 maggio 1987 Contrada assume la direzione del Coordinamanto Gruppi di Ricerca Latitanti.

Nell’agosto del 1989 viene temporaneamente sospeso da tale incarico, che più tardi però, nel marzo del 1990, gli viene riconfermato. Il primo giugno 1991 viene nominato Dirigente del Coordinamento Operativo dei Centri SISDE del Lazio, con le funzioni di Capo Reparto.

Nell’ottobre del 1991 a Contrada viene prorogato per ulteriori tre anni il trasferimento nell’organico presso la Presidenza del Consiglio. Il 2 gennaio 1993 il Presidente del Consiglio decreta la cessazione del Direttore generale della PS Bruno Contrada dalla posizione di fuori ruolo, e ne dispone il suo rientro nell’Amministrazione di provenienza.

Il 15 gennaio 1993 il Capo della Polizia decreta la sospensione cautelare obbligatoria di Contrada dal servizio. A partire da questa data il funzionario rientra quindi negli organici della Polizia di Stato, dopo essere stato fino ad allora inquadrato in posizione fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio. (cm)

Transparency Germania: abbiamo un enorme problema di riciclaggio

Gli investigatori antimafia italiani non hanno dubbi: il mercato immobiliare tedesco è la nuova frontiera del riciclaggio dei capitali mafiosi.
La conferma proviene da uno studio presentato recentemente a Berlino da Transparency Germania.

Nel rapporto viene mostrato come l’ incremento dei prezzi del mercato immobiliare in particolare nelle grandi città, sia dovuto all’enorme afflusso di capitali stranieri la cui provenienza non sempre risulta di facile individuazione.

Ad agevolare tale risultato sarebbe anche la mancanza di un registro centralizzato dei reali titolari degli immobili. Secondo Transparency solo nel 2017 oltre 30 miliardi di euro, la cui tracciabilità non è sempre stata possibile, sarebbero stati investiti in Germania.

Secondo indagini svolte dalla DIA una parte di questi 30 miliardi, provenienti dalla mafia italiana attraverso il narcotraffico, sarebbero stati investiti nel mercato immobiliare teutonico.

In base ad una stima elaborata da Transparency ammonterebbero al 15-30% del flusso di denaro mafioso gli investimenti effettuati dalle organizzazioni criminali italiane in Germania nel solo camparto degli immobili.

Ma non si tratterebbe sempre di nuovi edifici: in taluni casi infatti siamo di fronte al restauro di edifici già esistenti o alla loro locazione.
Come si accennava all’inizio le transazioni come le compravendite e gli affitti non hanno sempre come beneficiario ultimo il reale titolare delle somme investite. Spesso infatti tali operazioni avvengono attraverso dei prestanome, il cui ruolo è quello di celare il reale titolare del bene ceduto o affittato.

Non essendovi dunque l’obbligo di dichiarare i reali acquirenti-affittuari, i beneficiari effettivi risultano essere spesso schermati.

L’allarme era già stato lanciato in ottobre da Christof Schulte, il capo dell’autorità antiriciclaggio tedesca (UIF), il quale ha spiegato come a fronte di 60.000 segnalazioni relative a transazioni bancarie sospette, registrate solo nel 2017, corrispondessero solo 20 rapporti provenienti da agenti immobiliari.

Schulte sottolineava la necessità di una maggiore collaborazione da parte sia dei broker immobiliari che dei notai.
Questi ultimi sarebbero tenuti per legge a denunciare i casi sospetti, ma evidentemente questo non accade sempre.

Secondo il direttore di Transparency Germania, Edda Muller, le leggi esistenti e gli strumenti previsti per le autorità investigative sarebbero sproporzionati rispetto alle dimensioni dei flussi finanziari internazionali.

Per l’esperto finanziario del gruppo della Sinistra al Parlamento tedesco, Fabio De Masi, esisterebbe un enorme buco nero relativo ai capitali investiti nel settore immobiliare tedesco.

Lo studio di Transparency sottolinea come in Germania il mercato degli immobili, a causa di una serie di carenze e debolezze, tolleri di fatto il riciclaggio di ingenti somme di denaro. Ad esempio esso non consente attualmente di stabilire quali siano le aree di Berlino, edificate o edificabili, che appartengono o per le quali sarebbero in corso trattative con soggetti di nazionalità straniera.

Durante il mese di luglio la polizia tedesca ha sequestrato 77 immobili risultati appartenere ad un’organizzazione criminale di nazionalità araba.
La scorsa settimana, martedì, sempre le forza di sicurezza della Germania, in collaborazione con quelle italiane e spagnole, hanno arrestato fra Germania, Belgio e Olanda 90 affiliati alla ‘ndrangheta, indagati per traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio. Solo a Berlino sarebbero stati sequestrati beni per 5 milioni di euro.

A seguito di queste importanti operazioni è emerso come il governo tedesco non disponga attualmente di un database sui reali intestatari o beneficiari delle transazioni immobiliari che avvengono nel Paese.

Questo perché per motivi di tutela della privacy i notai tedeschi tendono a nascondere l’identità dei soggetti delle transazioni immobiliari.

Occorrerebbe invece, nei casi di legittimo dubbio, introdurre l’obbligo di segnalazione per i destinatari finali di un immobile quando non sia possibile tracciare completamente il denaro impiegato come corrispettivo nella transazione.

Un altro problema è rappresentato dai ritardi nella realizzazione del registro immobiliare unificato per tutto il territorio tedesco. Esso dovrebbe consentire, una volta ultimato, l’individuazione dei reali titolari di un’unità immobiliare, scoraggiando in tal modo qualsiasi tentativo di riciclaggio.

Questo perché ad oggi i fondi utilizzati per acquistare un terreno o una casa provengono spesso da conti che schermano il loro beneficiario ultimo.

E’ necessario dunque che la Germania introduca quanto prima un registro immobiliare centralizzato, accessibile pubblicamente, sul modello di quello esistente in Inghilterra, e che imponga inoltre l’obbligo di segnalazione sia per gli intermediari immobiliari che per i notai, in particolare nei casi in cui sia impossibile individuare la provenienza del denaro impiegato nella transazione.

Solo in questo modo sarà possibile tutelare l’integrità del mercato immobiliare tedesco e salvaguardare la sicurezza sociale e l’ordine in Germania. (cm)

Nobili: il primo whistleblower sulla P2

 Il maggiore dell’Aeronautica Militare Umberto Nobili fa parte di quei personaggi che hanno ruotato attorno alla loggia massonica coperta P2, pur non essendone formalmente iscritti, e che sono stati più o meno inconsapevolmente da questa usati per finalità illegali ed anticostituzionali.

Nobili ha pero’ un merito indiscutibile, essendo stato il primo a tentare di denunciare le malefatte e i traffici di Licio Gelli e dei suoi sodali.

L’intreccio delle vicende che lo riguardano e’ connotato da una fitta rete di relazioni condizionate da trame segrete e da doppi giochi, nel classico stile del romanzo di spie ambientato nel periodo della guerra fredda.

Durante le indagini relative alla strage di Ustica Nobili lavorava a Roma presso il SIOS dello Stato Maggiore dell’Aeronautica. In tale posizione eseguì una serie di indagini sull’incidente di volo in questione. Nobili indagò anche su quello relativo al MIG 23 libico, caduto sempre nel 1980 sui monti della Sila. Contemporaneamente, per motivi istituzionali, Nobilli intrattenne fitti scambi informativi con l’allora Capo Centro del SISMI di Firenze, il tenente colonnello Federico Mannucci Benincasa.

Benincasa riferiva poi al direttore del SISMI, generale Giuseppe Santovito, il quale riportava a sua volta a Licio Gelli. Il 21 dicembre 1987 Nobili deposita presso la cancelleria della procura di Firenze un esposto relativo al coinvolgimento di Gelli in una serie di vicende di rilevanza penale.

La scelta del Nobili di denunciare, seppure in ritardo, il coinvolgimento del Venerabile in una serie di crimini era dovuta ad un suo mutamento di opinione nei confronti dell’allora sostituto procuratore di Firenze Pierluigi Vigna, in precedenza ritenuto vicino agli ambienti piduisti.

Il cambio di prospettiva da parte dell’ufficiale era legato al fatto che il dott. Vigna aveva da poco condannato Gelli per i suoi legami finanziari con lo stragismo nero in Toscana, in particolare con Augusto Cauchi (Cauchi era,  tra le altre cose, un informatore di Mannucci Benincasa) .

In questa vicenda Nobili assume il ruolo di vittima inconsapevole, legato al Benincasa da un rapporto di falsa amicizia, che vedeva coinvolte anche le rispettive famiglie.

Benincasa circuisce Nobili, facendogli credere di raccogliere prove contro Gelli, mentre in realtà era uno dei suoi più fedeli servitori. Così come il giornalista Marcello Coppetti, in predicato di sostituire Mino Pecorelli alla guida del settimanale OP. (Nobili e Banincasa ipotizzarono anche un coinvolgimento diretto di Gelli nella morte di Pecorelli).

Dopo il disastro di Ustica e a seguito della strage alla stazione di Bologna Nobili decideva, d’accordo con Benincasa, di denunciare in maniera anonima le malefatte di Gelli. Il primo tentativo avverrà attraverso una telefonata all’allora capo della procura di Roma, Giovanni Di Matteo. Un secondo tentativo si realizzerà per via postale, sempre in forma anonima, con un plico diretto sempre a Di Matteo.

Nè Nobili nè Benincasa sapevano però, anche se il sospetto dei presunti legami di Vigna con la P2 sembrerebbe provenire dagli stessi ambienti piduisti, che De Matteo era ottimo amico di Aldo Semerari, tanto da essere spesso invitato nella villa che il criminologo aveva a Poggio Mirteto.

Semerari, piduista, esperto di criminologia e ordinario di psichiatria forense, era uno dei principali periti della procura capitolina, oltre ad essere assieme al docente di storia ed esponente della destra filo islamica Claudio Mutti, ed al professore di filosofia Paolo Signorelli, tra i promotori della ricostituzione segreta del disciolto Ordine Nuovo.

Fra i primi a scoprire tale tentativo di ricostituzione vi fu il sostituto procuratore Mario Amato, grazie ad un rapporto dei servizi che ipotizzava la creazione di un fronte unico tra le varie organizzazioni della galassia della destra eversiva, attive in Italia negli anni ’80. Il rapporto dei servizi verrà insabbiato nei cassetti della procura romana a seguito dell’omicidio del magistrato ad opera dei NAR. Verrà ripreso solo nel 1981, dalla procura di Bologna, durante la fase istruttoria del processo per la strage alla stazione.

Lo stragismo in Toscana

Dalla lettura degli atti giudiziari e dalle rivendicazioni effettuate telefonicamente o attraverso volantini è stato possibile ricostruire come quattro delle stragi fasciste avvenute nel corso degli anni ’80 siano state effettuate in corrispondenza di scadenze precise.

Il primo riferimento è alla strage di Bologna, del 2 agosto1980, che secondo le risultanze delle indagini doveva essere un atto dimostrativo per ricordare la strage dell’Italicus del 4 agosto 1974.

L’esplosione dell’ordigno nella sala d’aspetto della stazione del capoluogo emiliano avvenne due giorni prima rispetto alla ricorrenza fissata, solo perché i responsabili ritennero che di sabato la stazione sarebbe stata popolata da molta più gente, che non il lunedì seguente. Inoltre, il giorno precedente a quel due agosto era stata depositata l’istruttoria che riconosceva Mario Tuti quale responsabile, assieme ad altri, di una serie di attentati avvenuti sulla tratta ferroviaria Roma-Firenze, tra gli anni’ 70 e i primi anni ’80.

Il 23 dicembre 1984 è stata la volta della strage del treno Taranto-Milano “904”, anche nota come la strage di Natale. Quella bomba seguiva l’ordine di arresto ai danni del faccendiere Francesco Pazienza, coinvolto nel depistaggio relativo alle indagini sulla strage alla Stazione di Bologna.

Il 3 agosto 1985 una bomba esplode all’interno dell’ufficio Postale di via Carlo d’Angiò, sempre a Firenze. La responsabilità di quest’ attentato, ma anche di tutta una serie di altri attentati avvenuti sempre in Toscana, verrà attribuita ad Augusto Cauchi.

Il 5 novembre 1987, alle ore 5:33 del mattino, una bomba esplode a Firenze, fortunatamente senza provocare vittime, all’interno di uno stabile in via Toscanini. L’esplosivo utilizzato, Pentrite con T4 e TNT,  era lo stesso impiegato sia per il treno “904” che per l’ordigno fatto esplodere nell’Ufficio Postale di via d’Angiò. In effetti quella bomba, quella di via Toscanini, era stata posta a due giorni di distanza dal deposito dell’istruttoria relativa al primo dei due attentati.

L’ordigno dello stabile di via Toscanini non venne mai rivendicato. Tuttavia le indagini hanno permesso di formulare delle ipotesi. Una in particolare, secondo la quale quell’esplosione rappresentava un test. Una prova generale che non provocò vittime solo per una fortuita coincidenza, quella che permise a quello stabile di resistere e di non implodere su se stesso.

Il 16 dicembre 1987 la corte d’assise di Firenze ha condannato a 16 anni l’aretino Augusto Cauchi, a 14 e 15 anni rispettivamente Alessandro Danialetti e Fabrizio Zani, e ad 8 anni il pentito Andrea Brogi. E poi ancora Marco Affatigato è stato condannato a 7 anni, Mauro Tomei a 5 anni, Giovanni Rossi a 6 anni e mezzo, Claudio Pera a 2 anni e mezzo, Massimo Batani a 5 anni e mezzo, Piero Talentacci a 5 anni e mezzo.

Il processo è riuscito a dimostrare che nella primavera del 1974 Licio Gelli aveva concesso un finanziamento di una ventina di milioni a Cauchi, con quest’ultimo ritenuto il coordinatore delle cellule eversive che operavano in Toscana. Cauchi è rimasto latitante per circa dieci anni. Gelli scelse il gruppo di Cauchi perché collegato ad altri gruppi che puntavano, secondo le risultanze processuali, a realizzare un golpe.

Massoneria e destra eversiva

Nato a Roma il 24 gennaio del 1937, agli inizi degli anni ’60 Nobili ricopre a Grosseto l’incarico di addetto all’ufficio “I”, con mansioni legate all’attività informativa presso il 4° Stormo dell’Aeronautica Militare. In questo periodo l’ufficiale apprende da alcune fonti l’intenzione da parte dell’estrema destra grossetana di porre in essere una serie di azioni tese a sovvertire l’ordine costituzionale, sovvertimento definito dagli eversori “risanamento delle istituzioni”, e teso ad ottenere l’instaurazione di un regime autoritario.

Nobili decide di svolgere personalmente alcune indagini all’interno del suo ambiente militare, e dopo un iniziale tentativo di avvicinamento nei confronti di alcuni commilitoni, tentativo peraltro fallito, l’ufficiale sente parlare per la prima volta di “oscuri” collegamenti con la massoneria.

Saltano così fuori i primi nomi, che non sono pero’ quelli dei militari suoi colleghi, bensì di personaggi che per questioni professionali hanno contatti frequenti con alti ufficiali dell’Aeronautica Militare.

Come Renzo Bini, che gestiva una mensa per i marinai libici delle corvette prodotte dai cantieri italiani di La Spezia, e vendute al regime di Gheddafi. Marinai addestrati in Italia  da societa’ italiane.  O come Franco Geminiani, o Dante Ciabatti, zio della scrittrice. Quest’ultimo sarà coinvolto, nel 1970, assieme ad altri nel Golpe Borghese. Nobili sceglie di non denunciare alle autorità quello che scopre, per poter continuare a monitorare quei personaggi, nella speranza di raccogliere ulteriori prove contro di loro e di Gelli.

Nell’estate del 1969 Nobili incontra a Lerici un suo lontano parente, Giuseppe Ghezzi, il quale gli propone di entrare a far parte di una loggia massonica. Ghezzi presenta a Nobili anche un personaggio importate nell’ambito della massoneria Ligure, tale Renzo Bini, proprietario dell’Hotel Byron. Tutti i personaggi in questione, oltre ad essere iscritti a diverse logge massoniche, avevano in comune la condivisione di idee politiche di estrema destra.

Sul legame tra destra e massoneria Nobili cita anche un altro episodio, quello relativo all’incontro con un capitano dell’AM, il quale gli confida di non essere riuscito a fare carriera e di essersi fermato da diverso tempo al grado di Capitano. L’ufficiale, avendo già manifestato al Nobili le sue idee di estrema destra, riteneva di poter salire ulteriormente di grado solo iscrivendosi alla massoneria.

Il Nobili, per come conosceva quel mondo, reputava tali convincimenti assolutamente sbagliati  poiché, a quanto gli era dato sapere, massoneria ed estrema destre erano mondi profondamente antitetici. Il capitano gli spiegava allora che molte cose erano cambiate da quando effettivamente vigeva tale regola, e che ormai era consentito di entrare nella massoneria anche a chi manifestava e professava idee di destra.

Dietro l’insistenza del Bini, nel novembre del 1971, Nobili aderirà alla loggia “Ombrone” di Grosseto. Qualche mese prima, nel maggio del 1971, Nobili incontra il Generale Egisto Andalò, capo del SIOS – AM, il quale gli propone di entrare a far parte della sua organizzazzione.

Dopo aver dato il suo assenso, nel luglio del 1971 Nobili, allora capitano, viene trasferito al SIOS dello Stato Maggiore di Roma, con l’incarico a partire dal mese di settembre ’71, di Capo Centro. Si tratta di un incarico di grosso prestigio, in precedenza ricoperto dal Colonnello Gino Calò.

Il traffico di piattaforme

Agli inizi del 1972, nel periodo in cui fu Capo Centro, Nobili riceve un plico contenente una denuncia in forma anonima, relativa ad un presunto traffico illecito di piattaforme inerziali.

Si trattava di piattaforme predisposte per il velivolo caccia F104, e la cui funzione era quella di assorbire elettronicamente i comandi del velivolo in fase di manutenzione. Il traffico si basava sulla messa fuori uso di tali piattaforme e nella conseguente loro svendita a prezzo di rottame ad una ditta di Pomezia, la Litton spa. Quest’ultima, una volta rilevate le piattaforme, le spediva ad una società svizzera che dopo averle rimesse in opera le restituiva alla Litton.

La Litton, poi, le rivendeva come nuove all’Aeronautica Militare ad un prezzo di acquisto di 600 milioni di lire ciascuna. Nella denuncia anonima si consigliava il destinatario, ovvero il SIOS di Roma, di contattare il Raggruppamento Centro CS di Roma, allora parte del servizio segreto militare SID, essendo questo coordinato dal Reparto “D”.

Quando Nobili contatta il Centro CS di Roma, nella persona del suo coordinatore il Ten.Col. Giorgio Genovesi, questi gli domanda se aveva effettuato le opportune verifiche circa l’esistenza di quel supposto traffico. Nobili gli risponde di avere ricevuto l’incarico dalla direzione del SIOS.

Genovesi confida al Nobili che quel traffico costituiva un’attività delicata, molto rischiosa, al punto da compromettere in maniera irreparabile la sua carriera, e decide così di chiamare in causa il suo superiore, il Colonnello Federico Marzollo. A quel punto Genovesi chiede al Nobili se conosceva la rivista OP, diretta dal giornalista Mino Pecorelli, e Nobili gli risponde di no.

Prima di protocollare la denuncia il Colonnello Marzollo fa presente al Nobili che quell’istanza avrebbe richiesto tempi molto lunghi, legati alla necessità di effettuare i dovuti riscontri, ma che comunque l’avrebbe messa agli atti. Quella denuncia verrà di fatto insabbiata.

Il finanziamento delle attività eversive

Sempre sulla denuncia del traffico di piattaforme, da ambienti CS non romani Nobili viene a sapere come quell’attività illecita serviva a creare un ingente gettito di risorse economiche, destinate a finanziare alcune attività eversive, tra cui anche azioni terroristiche, oltre che a corrispondere le  tangenti necessarie ad assicurare la complicità di alcuni alti funzionari.

Tutte le attività finora descritte venivano pianificate su scala più generale all’interno della loggia P2. La Litton spa era allora un fornitore accreditato delle Forze Armate Italiane, con l’incarico di svolgere lavori classificati le cui caratteristiche erano coperte dal segreto militare.

Nobili si confronta ripetutamente con il responsabile della sicurezza della Litton, tale Barbieri, in ordine all’osservanza delle procedure di sicurezza. Procedure in ordine alle quali il Barbieri e la Litton si mostravano, malgrado i ripetuti richiami, sempre in difetto.

Ma sia il Barbieri che la Litton non davano molto peso agli avvertimenti, ed anzi una volta avevano anche cercato di addomesticare i controlli del Nobili mandandogli a casa un regalo. Nel settembre del 1973, a seguito di una formale ispezione alla Litton, Nobili viene a sapere dal suo sottoposto, Maresciallo Donnarumma, di come il segretario del Colonnello Marzollo, Capitano Mario Venturi, si fosse informato circa un suo eventuale gradimento nell’ entrare a far parte del servizio militare SID.

Nel 1972 a Nobili viene offerto di aderire alla loggia massonica coperta P2, nella quale erano iscritti alti ufficiali, burocrati e politici. In quel frangente a Nobili viene sconsigliato di dire di essere già iscritto alla massoneria. Secondo le risultanze successive emergerà come in quel periodo fossero iscritti a tale loggia coperta diversi personaggi provenienti dal mondo della destra, tra cui anche alcuni iscritti all’MSI, oltre ad ex Repubblichini.

Nobili e’ molto tentato da quell’offerta, anche perchè in tal modo poteva ottenere direttamente numerose informazioni su Gelli e le attività illecite da questi portate a termine. In quel periodo Nobili riceve l’incarico di seguire la stampa, tra cui anche il settimanale OP. Dalla lettura di tale pubblicazione Nobili ha l’impressione di come questa avesse in prevalenza finalità ricattatorie e di minaccia, e che inoltre tutte le informazioni in essa riportate provenissero da fonti interne ai servizi segreti.

Quell’appartamento all’EUR

Nel 1974, nell’ambito di un’indagine condotta sul conto del capitano dell’AM Cirami, attività tesa ad effettuare alcune verifiche sulla la vita privata dell’ufficiale, il SIOS dell’Aeronautica scopre come questi fosse solito frequentare un appartamento situato a Roma, nel quartiere EUR, al pianterreno di uno stabile. Quel locale veniva utilizzato come punto di ritrovo da personaggi legati alla malavita romana.

L’immobile in questione risultava abitato da tal Vigorito, che a seguito di indagini risultava avere precedenti penali. Il Vigorito era a sua volta collegato con tal Mazzola, personaggio di spicco della criminalità romana. Accanto alla targhetta Vigorito, sulla porta di ingresso di quell’appartamento, veniva riportata anche l’indicazione di Massoneria Universale. Il capitano Cirami era dunque legato ad ambienti massonici.

Chiedendo al gruppo dei massoni grossetani, ai quali era collegato, Nobili viene a sapere come sia l’appartamento che le persone che lo frequentavano risultavano essere legate al generale Ghinazzi.

Il Commiliter alle elezioni

Nel 1972 Nobili viene contattato per un incontro dal comandante del Centro di Addestramento di Vigna di Valle, l’ufficiale Franco Papò. Durante l’incontro Papò, notoriamente uomo di destra,  riferisce al Nobili a proposito di un commerciante di oli alimentari che era solito rifornire le Forze Armate, e che lo aveva invitato a incontrare alcuni personaggi del Commiliter, in vista della costituzione di una sorta di aggregazione politica di estrema destra, composta in prevalenza da ufficiali.

Il venditore di olii, oltre ad avergli lasciato un ciclostilo firmato da Junio Valerio Borghese, gli aveva accennato alla necessità di salvare l’Italia cercando di impedire che cadesse in mano ai governi delle sinistre.

A seguito di accertamenti risultò che il commerciante in questione si chiamava Cannone Delmano, nato a Terranova Bracciolini nel 1920, la cui madre faceva Gori di cognome. Da ulteriori indagini emerse come questi fosse imparentato con Licio Gelli, la cui madre si chiamava anche lei Gori, così come la madre del Cannone.

Quest’ultimo risultava inoltre avere precedenti penali, oltre ad essere iscritto all’MSI. Dall’esame dei registri del Commiliter risultò come il Cannone fosse solito incontrare il generale Riccio, in seguito arrestato per fatti legati all’eversione nera. (cm)

Il gran bazar di Quirra

 

Il 10 giugno 1995 il quotidiano L’Unione Sarda pubblica un articolo dal titolo “I misteri del Salto di Quirra: al Gran Bazar“. Nel pezzo si fa riferimento ad una precedente inchiesta del gennaio del 1986, nella quale oltre a venir censita la presenza presso la base di Perdasdefogu di un centro per l’addestramento di piloti libici, si denunciava un gigantesco traffico di armi tra l’isola ed una serie di paesi stranieri.

Il centro dell’inchiesta era rappresentato dal poligono interforze di Quirra, non molto distante dalla base di Perdasdefogu. Ed è qui, in un immenso mercato all’aperto, che sarebbero stati reclamizzati e mostrati a rappresentanti militari internazionali sistemi d’arma di ogni genere: cannoni da montare su navi, missili, aerei, radar, apparati per le telecomunicazioni, per un giro di affari astronomico.

Tra le dune di sabbia finissima e le spiagge mozzafiato di Quirra, al riparo da occhi indiscreti e difesi da una rete in filo spinato, si sarebbero svolti esperimenti ad elevatissimo livello tecnologico nel ramo industriale degli armamenti. Come in un grande supermercato, si dice il più grande d’Europa, venivano giornalmente accolti generali, commercianti, tecnici e trafficanti, per ammirare  le perle dell’industria italiana delle armi pesanti.

Divise di ogni colore e dalle fogge più strane si sarebbero incrociate in una babele di lingue. L’idioma  parlato da tutti e col quale tutti si sarebbero intesi era costituito dal gergo delle specifiche tecniche dei vari sistemi esposti in vendita. Anche il giudice Rosario Priore, che assieme al collega Carlo Mastelloni indagava sull’incidente di volo del DC9 Itavia precipitato il 27 giugno del 1980 nei pressi di Ustica, vi avrebbe fatto visita.

Il magistrato intendeva verificare se, nei giochi di guerra che si verificarono la notte del 27 giugno 1980 al largo delle coste sarde, vi potesse essere qualche attinenza col gran bazar internazionale di armamenti del poligono internazionale di Quirra. Di certo è che oltre ai piloti da caccia libici addestrati da una società italiana, sempre i libici sarebbero tra i clienti più assidui dell’industria bellica nostrana.

Le indagini condotte dalla procura di Cagliari avrebbero mostrato che la società che avrebbe svolto corsi di addestramento per i top gun di Gheddafi sarebbe stata la Avioelettronica Sarda spa. Dall’esame dei registri dei frequentatori dei corsi sarebbe emerso in seguito come in realtà le società fossero due: oltre all’Avioelettronica Sarda con sede a Villaputzu (Ca), vi era infatti anche la Meteor spa di Monfalcone.

Nel primo periodo di addestramento, dal 19.10.1979 al 20.03.1980, il numero di allievi piloti libici addestrati presso le due sedi sarebbero stati complessivamente 24. Nel secondo periodo invece, dal 1.03.1980 al 31.08.1982, sarebbero stati 27. Il rappresentante libico che avrebbe stipulato l’accordo per l’addestramento sarebbe stato i il Ten. Col. Omar Ali Baaba.

La ragione della visita di Priore a Quirra sarebbe stata quella di chiarire il ruolo avuto dai militari libici nei giorni del disastro di Ustica. Oltre a ciò il magistrato avrebbe verificato l’esistenza di collegamenti tra Ustica ed una serie di altri episodi. Come l’incidente relativo ad un volo dei servizi segreti italiani, il Douglas C- 47 Dakota denominato Argo 16, velivolo utilizzato dai gladiatori che si addestravano presso la base algherese di Poglina, precipitato nel mar Tirreno in circostanze mai chiarite il 23 novembre 1973.

O come il Mig 23 dell’aviazione libica precipitato sui monti della Sila il 18 luglio 1980.

Nato intorno al 1950, in origine come poligono di prova per gli armamenti in dotazione alle Forze Armate Italiane, il poligono di Quirra occupa ventimila metri quadrati suddivisi tra i comuni di Perdasdefogu, Tempio, Villagrande, Arzachena e Villaputzu, con un tratto lunghissimo della costa interdetto sia alla pesca che a qualsiasi altro tipo di attività non strettamente militare, inclusa la navigazione ed il sorvolo non autorizzati.

Secondo l’inchiesta dell’Unione Sarda del 1986 Quirra sarebbe rientrata tra quei tributi pagati alla Difesa Nazionale, o almeno questo è il refrain che i politici sardi si tramandano da allora. E tuttavia nel periodo preso in esame la base di Perdasdefogu sarebbe stata anche un valido supporto logistico e dimostrativo per le principali industrie belliche italiane. Come la Oto Melara, o il Gruppo Augusta, o la SNIA, o ancora la Salemi, che in passato hanno avuto lo spazio che hanno voluto per condurre in maniera proficua il loro business.

Secondo alcune indiscrezioni sempre Quirra sarebbe stato il teatro per il battesimo dell’aria del caccia bombardiere Tornado, realizzato da un consorzio di costruttori, e che andava in vendita al modico prezzo di sessanta miliardi delle vecchie lire.

L’inchiesta sul traffico di armi condotta dal sostituto procuratore di Trento Carlo Palermo aveva messo in luce il ruolo svolto da alcuni mediatori, legati ai servizi segreti, per quanto riguarda le partite di armi acquistate dal regime libico, così come per quelle dirette ad altri regimi africani.

Si parlò allora di corvette acquistate dai libici da un cantiere navale di La Spezia, fornitore della Marina Militare, ma anche di elicotteri acquistati dalla Nigeria con gli allestimenti civili, si diceva per esigenze di soccorso a seguito di un terremoto. E di trecento aerei da addestramento prodotti dall’Italiana Aermacchi, trasformati in aerei caccia, acquistati da Gheddafi per sostenere le sue mire espansionistiche in CIAD, oltre ai carri armati pesanti prodotti dalla Oto Melara.

Il vantaggio per le industrie italiane sarebbe stato doppio, considerato che i contratti di fornitura venivano pagati in petrolio. Oltre a questo si sarebbe anche parlato dell’acquisto da parte del ras libico di una quota del 10% della FIAT, per 415 milioni di dollari. L’embargo sulla Libia decretato dagli Stati Uniti avrebbe in seguito messo fine a questi traffici, decretando l’isolamento commerciale per il regime di Tripoli.

Un particolare interessante sarebbe emerso dalle indagini condotte dal giudice Priore, ovvero che il comandante dei piloti libici addestrati in Sardegna, un colonnello che si dice imparentato direttamente con Gheddafi, si sarebbe poi trasferito a Trieste. La stessa città da cui sarebbe partita l’inchiesta sul traffico di armi tra l’Italia e la Libia condotta dal giudice Palermo. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

Caruana Galizia: la società scoperta dalla giornalista legata ad uno sviluppatore di impianti energetici

 

Come riferisce l’agenzia Reuters, nel febbraio 2017 la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa lo scorso anno da un ordigno piazzato nella sua auto, scrisse nel suo blog di una misteriosa societa on sede a Dubai.

La societa’ in questione, la 17 Black Ltd, era sospettata essere riconducibile ad alcuni politici maltesi. Caruana non era pero’ riuscita a dimostrare tale legame.

Otto mesi dopo la scomparsa le circostanze emerse dalle indagini non hanno mostrato alcuna correlazione tra l’evento tragico e le inchieste che la giornalista aveva realizzato.

Tuttavia i colleghi di Daphne, nel tentativo di dare una spiegazione alla sua morte, hanno concentrato la loro attenzione su due punti: l’attivita’ di regolamentazione delle banche e la vendita della cittadinanza maltese da parte del governo dell’isola.

Secondo un report redatto dall’autorita’ antiriciclaggio maltese il proprietario della 17 Black Ltd sarebbe Yorgen Fenech, il CEO di una societa’sviluppatrice di proprieta’ immobiliari.

Questo sarebbe stato confermato da due testimoni, mentre un terzo, residente negli Emirati Arabi Uniti, avrebbe riferito dell’esistenza di un conto presso una banca a Dubai che individuerebbe Fenech quale titolare della 17 Black Ltd. Secondo Reuters la banca in questione sarebbe la Noor Bank.

Fenech è direttore generale è contitolare di un gruppo che si sarebbe aggiudicato dal governo maltese l’appalto per la costruzione di una centrale energetica.

Nel 2013 il gruppo di Fenech avrebbe ottenuto una concessione del valore di 450 milioni di euro per la costruzione sull’isola di una centrale a gas.

Intervistato sull’argomento Fenech non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione.

La riconducibilita’ della titolarita’ della 17 Black Ltd ha rilievo in quanto in un documento, una mail datata dicembre 2015, verrebbero chiamati in causa due personaggi di rilievo del governo maltese.

La mail, la cui autenticita’ e’ stata verificata, sarebbe stata scoperta dall ‘Autorita’ di regolamentazione finanziaria maltese tra una serie di documenti ottenuti da una societa’ di revisione.

I politici chiamati in causa sarebbero Konrad Mizzi, che dal 2013 al 2016 ha ricoperto la carica di ministro dell’energia nel governo maltese, e Keith Schembri, il capo di gabinetto del primo ministro. Mizzi avrebbe ideato e promosso il progetto dell’offerta di concessione per la costruzione della centrale a gas.

Vi sarebbe poi una seconda mail del dicembre 2015 che farebbe riferimento alle societa’ panamensi riconducibili a Mizzi e a Schembri, facendo cenno a pagamenti attesi dalla 17 Black Ltd. con riguardo a non ben specificati servizi.

Nell’operazione in questione verrebbe definito un pagamento da parte del “principale cliente target”, per un totale di 2 milioni di dollari versati nel 2015.

Non vi sarebbe pero’ alcun accenno ne’ alla centrale, né all’effettivo versamento dei soldi.

La mail in questione sarebbe stata pubblicata da vari siti che partecipano al progetto Daphne Project. Mizzi è Schembri, intervistati, hanno detto di non avere mai saputo che la 17 Black Ltd appartenesse a Fenech.

Fenech, dal canto suo, ha negato di avere mai corrotto politici maltesi o persone o società ad essi riconducibili.

Riguardo alla morte della giornalista, fino ad ora non sarebbero emerse prove che collegherebbero l’attentato da questa subito con la scoperta della 17 Black Ltd.

Le tre persone attualmente in stato di detenzione, con l’accusa di avere posizionato l’ordigno nella macchina di Caruana Galizia, avrebbero negato ogni addebito.

Un magistrato maltese avrebbe aperto un ‘inchiesta a seguito dell’annotazione nel blog della giornalista della società 17 Black Ltd, quale possibile collegamento nella transazione illecita relativa alla centrale a gas.

Le opposizioni nel Parlamento maltese ed in quello Europeo chiedono a gran voce che sia Mizzi che Schembri vengano sospesi da qualsiasi attività politica, per tutta la durata dell’inchiesta.

Attualmente l’inchiesta giudiziaria si sarebbe arenata a causa di un ricorso procedurale presentato dai legali dei due uomini politici. (cm)

Quelle strane amicizie di Nicoletti

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In un articolo del Corriere della Sera del dicembre 1984 dal titolo “Le oscure amicizie di Nicoletti” si fa riferimento alla conoscenza tra il presunto cassiere della Banda della Magliana ed il pubblicista Luigi Rotondi, colui che materialmente consegnò il falso memoriale sul sequestro Cirillo.

Il 16 aprile 1995 sempre il Corriere da conto dell’archivio segreto rinvenuto circa due mesi prima dai militari della Finanza presso un casale sull’Appia Antica. Il ritrovamento sarebbe stato il frutto di una intensa attività di pedinamenti ai danni dei parenti e dei collaboratori di Enrico Nicoletti.  Si tratterebbe di 130 casse di materiale, tra documenti contabili, cambiali per 16 miliardi, titoli per ulteriori 32, oltre a libretti di risparmio, matrici di assegni e scritture relative ad una quarantina di società.

Ai quali si aggiungerebbero anche un centinaio circa di floppy disck. Nicoletti era già stato sottoposto ad un sequestro patrimoniale da un miliardo e 300 milioni, tutti beni riconducibili ai figli Anna Maria, Antonio e Massimo, oltre al cugino Claudio Mancini.

Dell’archivio si parla però in chiave penale, posto che questo oltre a svelare i nomi eccellenti del giro di usura gestito dal Nicoletti potrebbero fare emergere quelle protezioni e quelle coperture delle quali lo stesso avrebbe goduto in circa un ventennio di attività criminali. Si parla in particolare di politici e di magistrati, insomma di colletti bianchi che potrebbero essere stati al libro paga del principale riciclatore dei beni della Banda della Magliana.

Nell’ordinanza del novembre del ’93, con la quale Nicoletti venne assolto dall’accusa di ricettazione in relazione all’acquisto di una serie di roulotte provenienti da una truffa commessa nel 1980, roulotte  donate dal Nicoletti alla prefettura e destinate ai terremotati dell’ Irpinia, si da conto dell’amicizia tra l’imprenditore romano ed il costruttore Danilo Sbarra, arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso assieme a Pippo Calò, Lorenzo Di Gesù e Luigi Faldetta. Lo stesso procedimento vedeva anche il coinvolgimento di Franco Giuseppucci e di Danilo Abbruciati.

Diversi anni dopo, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria relativa all’operazione Colosseo nell’ordinanza dell’aprile del 1993, emessa mentre Nicoletti era già recluso per altre ragioni, si fa cenno a presunte entrature del tesoriere dell’organizzazione criminale romana in relazione sia ad ambienti politici che giudiziari.

In una lettera indirizzata all’imputato Enrico Sagnotti vengono citati in particolare dei nomi sui quali il sodalizio criminale avrebbe potuto contare in caso di necessità. I politici chiamati in causa sarebbero i parlamentari della Democrazia Cristiana Rolando Rocchi e Vittorio Sbardella, oltre al parlamentare socialista Salvo Andò. L’amicizia del Nicoletti con l’on. Andò sarebbe stata da questi confidata anche a Marcello Colafigli, durante un periodo di comune detenzione.

Vittorio Carnovale, riferendo in sede di giudizio in merito all’evasione di cui si rese protagonista, ha dichiarato all’Autorità Giudiziaria in data 29.10 93 di come quella fuga fosse stata organizzata da Enrico De Pedis e di come fosse il frutto di un favore reso ai Servizi a seguito dell’eliminazione del giornalista Mino Pecorelli.

Al riguardo Carnovale ha specificato come in quella vicenda fosse coinvolto l’avvocato di De Pedis, Wilfredo Vitalone, e probabilmente, pur non avendolo mai sentito nominare dagli interessati, anche il fratello di questi il senatore Claudio Vitalone. Tale deduzione derivava anche dal fatto che era risaputo nell’ambiente che il Senatore fosse solito frequentare Enrico Nicoletti incontrandolo in chiesa, a S.Antonio in v. Merulana, più volte nel corso della settimana.

Anche se all’epoca Nicoletti non era ancora il cassiere della Banda, o almeno non di tutta, egli era tuttavia in rapporti di conoscenza sia con Danilo Abbruciati che con Enrico De Pedis.

In un articolo del corriere del 6 maggio 96 dal titolo Squillante: “Nicoletti? Proprio non lo conosco” si da conto delle dichiarazioni rese alla stampa dall’ex presidente dei Gip del tribunale di Roma Renato Squillante.

Nelle sue esternazioni il magistrato spiega di essere costretto a rompere la consegna del silenzio, dovendo necessariamente controbattere alcune affermazioni di una parte della stampa che lo vedrebbero in rapporti con il presunto cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Squillante ribadisce che si tratta di affermazioni non vere, in quanto ne lui ne l’ufficio da lui presieduto si sarebbero mai occupati di procedimenti relativi al Nicoletti.

Altro giudice considerato vicino a Nicoletti sarebbe l’allora presidente vicario del Tribunale civile di Roma, in seguito magistrato di Cassazione e quindi presidente della commissione tributaria Filippo Verde. Assolto nel processo Imi-Sir in relazione a un’accusa di corruzione, il suo nome venne trovato nell’agendina del cassiere della Banda della Magliana. (cm)

NSO Group ed il controllo dei sauditi su Khashoggi

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Omar Abdulaziz è forse uno dei più noti dissidenti del regime saudita. Nel 2015 il defunto giornalista saudita Jamal Khashoggi era stato contattato per dirigere una nuova rete televisiva chiamata Al-Arab, una partnership tra un membro della famiglia reale e Bloomberg.

Abdulaziz, che aveva cominciato a seguire su Twitter Khashoggi, lo aveva aspramente criticato chiedendogli di fornire una piattaforma  per denunciare senza censura le violazioni dei diritti umani compiute dal regime saudita. Khashoggi si arrabbiò moltissimo. In seguito l’amicizia tra i due si è rinsaldata, ma solo dopo che Khashoggi è diventato sempre più critico verso l’amministrazione saudita.

Quando nel 2017 Khashoggi lasciò l’Arabia Saudita e iniziò a scrivere regolarmente per il Washington Post raggiunse Abdulaziz, allora studente universitario in Canada, per raccogliere la sua testimonianza. I due, ha raccontato Abdulaziz, stavano lavorando  a un progetto giornalistico sui diritti umani.

Si trattava di un sito che intendeva documentare gli arresti eseguiti dagli uomini del regime sui dissidenti colpevoli di avere espresso la loro opinione sulla rete. Quello che nessuno dei due sospettava era che il cellulare di Abdulaziz era stato già da tempo stato infettato con lo spyware  Pegasus, prodotto dalla società di cybersecurity israeliana NSO Group.

L’attacco, secondo l’organizzazione canadese per i diritti digitali Citizen Lab, avrebbe dato al governo saudita l’accesso completo ai contenuti delle chiamate, ai messaggi crittografati scambiati e ai documenti che i due condividevano. Il primo di ottobre Citizen Lab ha pubblicato un rapporto forense che ha stabilito, con un “elevato grado di certezza”, che Abdulaziz era stato fatto oggetto di un attacco da parte di un operatore saudita. Il 2 ottobre, agenti sauditi hanno ucciso Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul.

Tra le conversazioni scambiate tra Khashoggi e Abdulaziz vi sono sicuramente le opinioni sugli affari condotti dai rappresentanti del governo saudita. In base all’ordinamento vigente nel Regno,  esprimere un’opinione negativa verso di esso potrebbe portare a una condanna con pene anche detentive. Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani sarebbero almeno 14 i giornalisti attualmente incarcerati in quel paese, il doppio rispetto al 2017.

Nel frattempo Khashoggi scriveva  sul Washington Post editoriali critici sul regime saudita e sul principe Mohammed Bin Salman.

Prima di essere ucciso Khashoggi aveva progettato di recarsi ancora una volta in Canada per incontrare Abdulaziz. Il suo viaggio prevedeva una puntata in Turchia, dove avrebbe dovuto ottenere i documenti per sposare la sua fidanzata turca, Hatice Cengiz. All’interno del consolato arabo agenti dell’intelligence saudita, vicini al principe ereditario, lo hanno ucciso.

Nelle settimane successive, il governo saudita ha fornito una serie di spiegazioni contraddittorie e fuorvianti sulla scomparsa di Khashoggi. Non è ancora chiaro cosa abbia scatenato la decisione di uccidere il giornalista. Quello che sappiamo con certezza, riferiscono amici e fonti vicine alla vittima, è che il governo saudita aveva tentato più volte nei mesi precedenti di convincerlo a tornare nel Regno per silenziare le sue critiche.

Pegasus è uno degli strumenti più avanzati di spyware. È progettato per infettare i telefoni cellulari senza essere rilevato: alla vittima viene inviato un messaggio di testo che falsifica un testo reale. Nel caso di Abdulaziz si è trattato di una notifica da Amazon, relativa ad una consegna. Il messaggio di testo contiene un collegamento che, se cliccato, carica segretamente lo spyware sul dispositivo, passando il controllo remoto – incluso l’accesso alla telecamera, al microfono e ai messaggi di testo – a chiunque abbia lanciato l’attacco.

Il New York Times ha recentemente scritto che nel 2015 la società di consulenza manageriale McKinsey & Company ha elaborato un rapporto che mostra la classifica dei critici più influenti sui social media nei confronti dell’agenda economica di Mohammed Bin Salman: Abdulaziz viene elencato tra i primi tre. Poco dopo la compilazione di tale rapporto, due dei fratelli di Abdulaziz, che vivono ancora in Arabia Saudita, sono stati incarcerati.

Non è la prima volta che lo spyware Pegasus è stato stato impiegato da regimi che violano i diritti umani, nei confronti di giornalisti. Era già successo nel 2016 quando l’allora governo messicano aveva iniziato a spiare una serie di giornalisti particolarmente critici nei confronti dell’amministrazione centrale.

La NSO Group, interpellata sull’argomento, ha riferito di vendere i suoi prodotti solamente a quei governi che seguono le sue linee programmatiche interne. Il Gruppo NSO appartiene a Francisco Partners, una società di private equity con sede a San Francisco, che secondo il suo sito web ha tra i suoi investitori Goldman Sachs e la società di private equity Blackstone.

Blackstone in particolare possiede il 4,8% di Francisco Partners. Il Wall Street Journal ha riferito in maggio che Francisco, il cui sito web sostiene di aver raccolto 14 miliardi di dollari di capitale, era in trattativa per vendere NSO Group per 1 miliardo di dollari. L’ammontare della partecipazione di Goldman non è invece nota.

Sia Goldman che Blackstone hanno effettuato i loro investimenti in Francisco Partners nel 2018, un anno dopo che lo spyware era stato rilevato sui telefoni dei giornalisti messicani.

Se come sembra l’attacco dello spyware ha contribuito in qualche modo all’omicidio di Khashoggi, l’incolumità personale di Abdelaziz è in serio pericolo. Khashoggi gli avrebbe rivelato al telefono le sue opinioni sul principe ereditario Mohammed Bin Salman, in particolare di come difficilmente questi sarà disposto a mutare la sua condotta.  (cm)

Ustica: dei segreti e dei depistaggi

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Con la sentenza ordinanza del 31 agosto 1999 il Giudice Istruttore Rosario Priore rinviava a giudizio il Generale Lamberto Bartolucci Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e della Difesa, il Generale Zeno Tascio direttore del SIOS, il generale Corrado Melillo capo del reparto Piani, Operazioni e Addestramento presso lo SM dell’Aeronautica ed il Generale Franco Ferri Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica.

I quattro ufficiali imputati, che ricoprivano all’epoca del disastro aereo di Ustica i ruoli di vertice dell’Aeronautica Militare, saranno definitivamente assolti dall’accusa di attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento.

La sentenza ha tuttavia il merito di stabilire che la notte del 26 giugno 1980 ci fu un atto di guerra, “guerra di fatto e non dichiarata, un’operazione di polizia internazionale contro l’Italia della quale nessuno ha fornito spiegazione, che ha comportato una violazione del nostro territorio e dei nostri diritti, provocando la morte di 81 cittadini innocenti. 

Una parte di quella sentenza affronta il tema del MIG 23 libico, secondo diversi testimoni caduto sui monti della Sila la mattina del 18 luglio 1980 tra le ore 11:00 e 11:15.

Subito dopo la parte descrittiva del luogo del ritrovamento dei resti dell’aereo e del cadavere del pilota, si passa a riferire dell’autopsia effettuata sul corpo di quest’ultimo.

L’incarico viene affidato non a due medici legali ma al primario patologo prof. Erasmo Rondanelli, ed al primario di medicina legale e cardiologo prof. Anselmo Zurlo. La perizia viene svolta il 23 luglio 1980, cinque giorni dopo il ritrovamento del cadavere.

Oltre a diverse mutilazioni traumatiche, si certifica lo sfondamento e la distruzione del capo e del massiccio facciale, l’amputazione e la distruzione dell’arto superiore e di quello inferiore, entrambe sinistri, oltre a numerose fratture riportate sulla colonna vertebrale, sul bacino e sugli arti inferiori.

In occasione della rilettura della relazione conclusiva, dunque in un momento successivo rispetto alla prima redazione e sottoscrizione del verbale, quest’ultimo viene corretto indicando come il cadavere non si trovasse in un “avanzato stato di decomposizione” bensì in un “avanzatissimo stato”. Inoltre il termine “vermi” viene sostituito con “larve”.

Dunque a soli cinque giorni dalla supposta morte del pilota ciò che colpisce i periti è l’estremo stato di decomposizione in cui si trova il suo corpo. Successivamente, rispetto al verbale, viene redatta una “Memoria aggiuntiva” che verrà a questo allegata, ma di cui come vedremo si perderanno le tracce.

Nella nota i periti scrivono come “l’avanzatissimo stato di decomposizione possa essere spiegato solo attraverso la retrodatazione della morte del pilota di almeno 15-20 giorni”. Dunque la morte del pilota libico veniva fatta risalire non più a quel 18 luglio 1980, ma ad una data compatibilmente ricompresa tra il 28 ed il 30 giugno.

Questa memoria aggiuntiva, come detto, scomparirà fino al 1984, quando nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria condotta dalla procura di Roma a carico di Francesco PELAJA, ex agente del SISMI, farà la sua ricomparsa.

Dal 1980 ai primi mesi del 1982 Pelaja aveva prestato servizio nel SISMI, con l’incarico di addetto culturale presso l’Ambasciata Italiana in Lussemburgo, con funzioni informative anche presso il Parlamento Europeo di Strasburgo.

Che in Lussemburgo vi fosse un centro SISMI era già emerso in relazione alla vicenda dei fondi del Banco Ambrosiano, inviati dal Vaticano al sindacato polacco Solidarnosc. In un’intervista del giornalista del Corriere Ferruccio Pinotti al presidente emerito Francesco Cossiga, pubblicata nel libro “Fratelli d’Italia” (Ed. BUR), l’ex presidente della Repubblica spiega come molti dei soldi dell’Ambrosiano “che non si sono più trovati” siano “andati a finire a Solidarnosc“.

Aggiungendo poi come non si tratti di una tesi giornalistica ma di un fatto concreto, e precisando che “Non so se il Papa lo sapesse, ma i soldi destinati a Solidarnosc sono passati attraverso un’agenzia del SISMI che noi creammo in Lussemburgo, anche se non c’era bisogno di creare un ufficio del SISMI“.

Nel corso della perquisizione presso l’abitazione del Pelaja le autorità avevano inoltre rinvenuto una serie di documenti classificati, che secondo l’ex agente del SISMI sarebbero stati da questo trovati all’interno di una borsa regalatagli dall’ex direttore del servizio Giuseppe Santovito.

Si sarebbe trattato di carte che il Santovito aveva ricevuto prima di essere arrestato, e in relazione alle quali aveva chiesto al suo collaboratore Pelaja di esaminarle, e se del caso distruggerle.

Il Pelaja le avrebbe poi riportate al Santovito dopo che questi venne ricoverato d’urgenza all’ospedale Careggi di Firenze, ricovero a seguito del quale l’ex direttore sarebbe deceduto.

Tra le carte vi erano documenti relativi allo IOR, a Calvi, agli Armeni, all’attentato al Papa, con i nomi di Marcinkus, Piccoli, Craxi ed altri.

Una parte di questa documentazione, proveniente probabilmente dagli archivi del SISMI, veniva recapitata in modo anonimo agli 88 legali di parte civile dei parenti delle vittime del disastro aereo. Tra i vari documenti vi era anche una lettera, datata 4 agosto, redatta su carta intestata della “Legione Carabinieri, Reparto Operativo 1a sezione” e indirizzata al Generale Pietro Musumeci.

Nella lettera lo scrivente, che in seguito si scoprirà essere un ufficiale dell’Arma, inviava un documento classificato “Riservatissimo” e relativo all’incidente del DC9 Itavia abbattuto da un missile delle Forze Aeree USA il 27.06.1980. Oltre alla lettera vi era anche il verbale della perquisizione e il verbale dell’ interrogatorio reso dal Pelaja al PM di Roma il 6 aprile 1984.

Nella lettera lo scrivente assicurava il Musumeci, appellato col termine “Eccellenza“, di non avere accluso il documento classificato “Riservatissimo” relativo all’incidente del DC9 Itavia, ovvero la fotocopia del promemoria allegato alla perizia autoptica del cadavere del pilota del Mig libico.

Alla lettere veniva inoltre allegata una fotocopia del verbale di perquisizione dell’abitazione del Pelaja, del 3 agosto 1984. Il 25 novembre 1988  si presentava di sua sponte al giudice Priore il ten. col. dei Carabinieri Domenico Di Petrillo, responsabile del Reparto Operativo 1a sezione, l’autore della lettera inviata al Musumeci, che riconosceva come sua la missiva rinvenuta in casa del Pelaja. (cm)

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