La Mafia DZ, dal piccolo spaccio al modello mafia 2.0

E’ il 9 ottobre 2024, e su youtube viene pubblicato un video nel quale una sedicente organizzazione criminale dedita al commercio di stupefacenti, il gruppo egemone a Marsiglia, legge alle autorita’ francesi e al mondo intero una sorta di comunicato stampa. Il video, della durata di un minuto e mezzo, mostra quattro uomini incappucciati vestiti di nero, che smentiscono categoricamente il loro coinvolgimento in due recenti omicidi efferati. I due eventi delittuosi ai quali si riferiscono i portavoce della DZ Mafia, dove DZ sta per Djazayer ovvero Algeria in lingua araba, sono l’assassinio dell’autista privato trentaquattrenne Nassim Ramdane, ucciso a sangue freddo da un killer, e il brutale omicidio di un quindicenne il cui nome non e’ mai stato reso noto per la legge francese che tutela i minori, e il cui corpo e’ stato ritrovato carbonizzato dagli investigatori. La ricostruzione successiva delle dinamiche che hanno condotto ai due omicidi hanno poi portato a stabilire che il quindicenne, originario del dipartimento della Vaucluse, era stato ingaggiato via Snapchat da uno dei capi della DZ Mafia recluso in carcere, Hacene L., allo scopo di intimidire uno dei boss della banda rivale dei Blacks. L’adolescente, scoperto dagli uomini dei Blacks, era stato poi ucciso e il suo corpo dato alle fiamme all’interno del baule di un’auto. Il brutale omicidio aveva poi spinto lo stesso Hacene ad ingaggiare un secondo killer di quattordici anni, contattato sempre attraverso i sistemi di messaggeria dei social, il quale aveva poi ucciso per sbaglio Nassim Ramdane. Questi fatti di una violenza estrema hanno portato alla ribalta diverse realta’ fino a quel momento rimaste sotto traccia, o comunque a conoscenza dei soli addetti ai lavori. La prima e’ che la Francia e’ ormai da tempo invasa dal traffico di stupefacenti. La seconda, piu’ complessa, e’ che le organizzazioni criminali che gestiscono questi traffici possono qualificarsi come delle vere e proprie mafie, il cui modello di riferimento non sono piu’ le organizzazioni criminali autoctone francesi, in particolare il milieu marsigliese o la mafia corsa, ma i cartelli del narcotraffico sudamericani. Da qui ne derivano una serie di conseguenze, come la militarizzazione e la mediatizzazione del terrore, con la replicazione dei modelli impiegati dai cartelli di Sinaloa o Jalisco Nueva Generation, incluso l’utilizzo di adolescenti. Una terza e importante conseguenza e’ la disumanizzazione della violenza, con il reclutamento sistematico e a basso costo di killer minorenni, via Snapchat o Telegram, impiegati come manovalanza usa e getta, esattamente come avviene con i sicarios sudamericani. Sebbene radicata geograficamente nei quartieri piu difficili della citta focena, la DZ Mafia ha ramificazioni internazionali legate ai paradisi fiscali, e alla necessita’ di riciclare i proventi del narcotraffico. La DZ Mafia rappresenta oggi una delle organizzazioni criminali piu’ e complesse della Francia, con radici profonde a Marsiglia, città divenuta suo malgrado la “capitale del narcotraffico” francese. Questa organizzazione ha saputo evolversi nel tempo, passando da un modello tradizionale di controllo territoriale, a una struttura criminale sofisticata, che integra lo spaccio di stupefacenti nelle piazze con l’uso di tecnologie digitali avanzate, unite a un sistema di gestione che si estende all’interno delle carceri.

DZ Mafia in un comunicato ufficiale

La DZ Mafia nasce e si sviluppa in un contesto urbano difficile, caratterizzato da povertà, marginalità sociale e mancanza di opportunità per i giovani. Nel quartiere di La Castellane, storicamente segnato da tensioni sociali e criminalità, l’organizzazione ha costruito un impero basato sul traffico di droga, cocaina e hashish, distribuite non solo nelle piazze di spaccio tradizionali, ma anche attraverso canali digitali. Questo passaggio segna una trasformazione importante: la DZ Mafia non si limita più a vendere droga per strada, ma impiega piattaforme internet per la consegna e la gestione degli ordini, “uberizzando” l’attività e rendendo il traffico più efficiente e meno esposto ai controlli delle forze dell’ordine. Il modello di riferimento e’ quello dei siti illegali di commercio di droga nati inizialmente sul deep web, come Silk Road o Agora, in relazione al quale l’epidemia Covid ha rappresentato un’accelleratore per quanto riguarda questo tipo di tendenza.

Ma il modello criminale della DZ Mafia è un ibrido sofisticato, che combina la centralizzazione del controllo via social, con la distribuzione tradizionale attraverso le piazze di spaccio, affidate a giovani reclutati in diverse zone della Francia, non solo a Marsiglia. Questi giovani, spesso provenienti da contesti sociali difficili, vengono attratti con promesse di guadagni facili, diventando in breve tempo la manovalanza dell’organizzazione. Ma le promesse non sempre vengono attese, e molti di loro finiscono intrappolati in una sorta di schiavitù moderna, una vera e propria tratta degli esseri umani, in un contesto criminale in cui la libertà è limitata e il controllo viene esercitato attraverso l’uso della violenza e delle intimidazioni. Questo fenomeno ricorda, per le sue dinamiche, la tratta delle ragazze dell’est o dalla Nigeria nel diverso ambito della prostituzione, realta’ sempre legata, dal punto di vista della gestione, ad organizzazioni criminali trasnazionali.

Il reclutamento di giovani spacciatori è una strategia chiave per la DZ Mafia. Questi ragazzi vengono “inquadrati” e inseriti in una rete gerarchica rigida, dove il controllo è totale. La violenza è uno strumento fondamentale per mantenere l’ordine piramidale interno e per eliminare chiunque tenti di ribellarsi o di uscire dal sistema. L’organizzazione non esita a utilizzare killer professionisti, assoldati tramite messaggerie criptate, per colpire rivali o per punire traditori. La gestione di queste attività avviene spesso senza contatti diretti, grazie all’uso di comunicazioni criptate, che permettono ai leader di impartire ordini anche dal carcere, dove molti di loro stanno scontando pene severe.

La gestione delle attività criminali, anche durante la detenzione, è uno degli aspetti più inquietanti della DZ Mafia. I principali capi e fondatori dell’organizzazione sono rinchiusi nelle piu’ importanti carceri francesi, come Fleury-Mérogis o Réau, ma malgrado cio’ continuano a dirigere l’organizzazione, ordinando omicidi o l’acquisto di nuove partite di droga. Questo sistema permette loro di mantenere il controllo e l’influenza sull’organizzazione esterna, rendendo difficile per le forze dell’ordine individuare i vertici e smantellare la rete.

Per far fronte a queste realta’ le autorità francesi hanno adottato un approccio multidimensionale, combinando tecniche tradizionali e innovative. Le intercettazioni telefoniche e digitali sono uno strumento chiave per poter conoscere dall’interno queste organizzazioni criminali. Ma la mafia utilizza sempre più spesso telefoni criptati e piattaforme di messaggistica sicura, rendendo necessarie tecniche più sofisticate, come l’hacking e la compromissione di piattaforme criptate. E anche quando il contenuto dei messaggi è criptato, l’analisi dei metadati permette di ricostruire le reti di contatti e di individuare i vertici dell’organizzazione.

La sorveglianza fisica rimane comunque un’attivita’ fondamentale per un contrasto efficace allo smercio di droga: le forze dell’ordine monitorano le piazze di spaccio e i movimenti sospetti utilizzando telecamere, pedinamenti e intercettazioni ambientali. Agenti sotto copertura si infiltrano nelle reti criminali per raccogliere informazioni dall’interno, spesso rischiando la propria incolumità. Quando vengono sequestrati dispositivi elettronici, gli investigatori effettuano analisi forensi approfondite per recuperare dati cancellati o nascosti, che possono fornire prove decisive.

La DZ Mafia opera su più dipartimenti della Francia e ha ramificazioni internazionali. Per questo motivo la cooperazione tra polizie e agenzie di intelligence è fondamentale. Europol, Interpol e le altre agenzie di contrasto al crimine collaborano per scambiarsi informazioni e coordinare le operazioni, mentre task force antimafia specializzate lavorano esclusivamente sul contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata, utilizzando competenze multidisciplinari.

La Francia ha inoltre adottato misure legislative ispirate ai modelli antimafia italiani, introducendo pene più severe, il carcere duro per i boss e incentivi per i pentiti, facilitando così le indagini e le condanne.

Oltre ai conflitti interni, la DZ Mafia ha condotto diverse guerre violente contro bande rivali. A Marsiglia la DZ Mafia ha combattuto per anni contro il gruppo Yoda, in una lotta sanguinaria per il controllo del narcotraffico e delle piazze di spaccio. Questi conflitti si traducono spesso in attentati, esecuzioni mirate e atti di intimidazione, che coinvolgono anche adolescenti e giovani reclutati come “baby killer”. La spettacolarizzazione della violenza serve al clan per mantenere la presa sui suoi affiliati, e al tempo stesso per cercare di intimidire i clan rivali.

Albert Spaggiari il bandito del secolo


Il 10 giugno 1989 due uomini incappucciati suonano alla porta di Juliette Spaggiari, a Hyeres, vicino Tolone.
La donna, già avvisata alcune ore prima, era la madre di Albert, l’imprendibile bandito della scena criminale francese.
I due, italiani, le riportavano le spoglie del figlio cinquantasettenne morto latitante di tumore al polmone.
Divenuto famoso per essere stato la mente del colpo miliardario alla Sociètè Gènèrale di Nizza del luglio del 1976, Albert Spaggiari era stato arrestato tre mesi dopo. Riuscì però a fuggire in modo rocambolesco il 10 marzo 1977, dall’ufficio del giudice istruttore di Nizza, Richard Bouaziz.
Con un salto dalla finestra della stanza del magistrato, da un’altezza di circa sette metri, il bandito aveva raggiunto la strada dove l’aspettava un complice in sella a una moto.
Da quel giorno la polizia francese gli aveva dato la caccia senza successo, alimentando il mito del bandito imprendibile.
Un mito costruito anche grazie a un libro e a ben tre film, tutti incentrati sulla storia di quel fantomatico colpo in banca, che aveva fruttato 12 miliardi di franchi.
Soldi con i quali Spaggiari era riuscito a farsi fare anche una plastica facciale, intervento che lo aveva reso irriconoscibile al resto del mondo, regalandogli una nuova identità e una nuova vita.
Stando alla ricostruzione fatta da Spaggiari ai giudici, la banda composta da 12 persone era riuscita nel corso del week end dal 17 al 19 luglio del 1976, dopo avere scavato un tunnel di circa otto metri sotto l’istituto di credito in corrispondenza della sala delle cassette di sicurezza, e svaligiare il caveau della banca. Trasportando gli attrezzi su di un gommone a motore attraverso le fogne, facendo la spola tra il tunnel e l’uscita del condotto fognario, nei giorni precedenti a quel weekend la banda era riuscita a preparare il colpo senza destare l’attenzione di curiosi. Una volta all’interno del caveau gli scassinatori erano riusciti ad aprire oltre trecento cassette di sicurezza, contenenti denaro contante, gioielli e soprattutto lingotti d’oro.
Nell’ottobre del 1979 Bert, questo era il soprannome di Spaggiari nel milieu, era stato condannato a morte in contumacia, condanna che era stata poi commutata in ergastolo a seguito dell’abolizione della pena capitale, avvenuta il 9 ottobre 1981.

Il colpo del secolo

Siamo a Nizza, dove sull’avenue Jean Medecin, nel centro della città, si trova la filiale della Sociètè Gènerale.
Albert Spaggiari ha una sorta di fissazione per quella banca.
Nel caveau dell’istituto di credito sono custodite circa 300 cassette di sicurezza, alcune delle quali contengono dei lingotti d’oro. Ma questa non è un’informazione che possa essere alla portata di tutti. Solo qualche dipendente della banca, forse qualche funzionario, la può condividere con il titolare o i titolari della cassetta.
E non di un singolo lingotto stiamo parlando, ma di una notevole quantità. Tanto da rendere la banca un obbiettivo molto appetibile per dei rapinatori esperti come Spaggiari.
Forse questo fantomatico basista si è venduto l’informazione a dei professionisti del ramo cassette di sicurezza. E così, in poco tempo, Spaggiari mette assieme la banda, scegliendo tra i più esperti del settore del milieu di Marsiglia.
Il gruppo di rapinatori messo assieme da Spaggiari elabora il piano, per poi metterlo in pratica.
I lavori di scavo del tunnel richiedono molto tempo, non un solo weekend ma alcuni mesi, anche perché vi era la necessità di portare fuori la terra di risulta in maniera discreta.
Alla fine dei lavori il tunnel scavato sarà lungo circa otto metri, e consentirà ai componenti della banda di penetrare nel caveau della banca, di aprire nell’arco di due notti oltre duecento cassette di sicurezza su trecento, e di portarsi via un bottino imprecisato che si aggirava tra i sette e i dodici miliardi di franchi.

I primi arresti

Il 16 marzo 1977 la procura di Nizza notifica un mandato d’arresto nei confronti dell’estremista di destra Gerard Rang, per complicita’ nell’evasione di Albert Spaggiari. L’uomo, rinchiuso presso il carcere di Nizza, sarebbe sospettato di essere il conduttore della moto con la quale Spaggiari sarebbe fuggito, una volta saltato dalla finestra dell’ufficio del giudice istruttore Richard Bouaziz.
Alcuni testimoni lo avrebbero riconosciuto mentre aspettava il fuggitivo in sella ad una Kawasaki, lungo la strada dove ha sede il tribunale.
L’uomo ovviamente nega tutto, rispondendo di trovarsi a quell’ora presso un circolo di tennis, ma le verifiche sul suo alibi avrebbero dato esito negativo.
Intanto le indagini sul furto al caveau sarebbero ad un punto morto.
Stesso esito avrebbero dato le ricerche del fuggitivo Albert Spaggiari, del quale sembra si sia persa ogni traccia.
L’esito negativo delle ricerche eseguite su Nizza, nei giorni seguenti all’evasione, hanno spinto gli inquirenti a ritenere che l’uomo sia ormai al sicuro in qualche località estera, protetto da una rete di amici fidati.
D’altra parte l’assenza di elementi emersi dall’interrogatorio di Rang fa credere agli investigatori di essere nell’impossibilità di poter risalire alla rete di complicità e di coperture collegate all’evasione. Gli unici legami affiorati tra Rang e Spaggiari avrebbero a che fare con la loro fede politica, entrambi di estrema destra. Legami che risalirebbero fino al colore politico dell’amministrazione che guida la giunta cittadina.
I legami tra Rang e Spaggiari sarebbero inoltre confermati dal fatto che entrambe sarebbero difesi dall’avvocato Peyrat, titolare di un club di paracadutismo frequentato anche da Spaggiari.
In passato quest’ultimo si era anche arruolato nel corpo dei parà.

Il processo

Il processo agli autori del colpo miliardario alla Sociètè Gènerale, avvenuto nell’estate del 1976, si apre al tribunale di Nizza il 22 ottobre 1979.
Sul banco degli imputati spicca l’assenza del capo della banda, Albert Spaggiari. Ex militare, l’uomo si sarebbe stabilito a nella cittadina nel sud della Francia, usando come copertura l’attività di fotografo per cerimonie. Ciò gli avrebbe offerto l’opportunita’ di potere organizzare il colpo del secolo.
A circa tre mesi dalla rapina vengono arrestati venti tra i componenti della banda. La polizia francese sarebbe arrivata a loro grazie ai lingotti che alcuni di questi avrebbero cercato di smerciare illegalmente. La mega retata sarebbe avvenuta in contemporanea tra Marsiglia, Nizza e Parigi.
Tra gli arrestati anche il capo Albert Spaggiari, sorpreso in un ristorante in Costa Azzurra assieme alla moglie.
Ma in carcere Spaggiari ci resterà poco, giusto il tempo di ammettere ai giudici di essere il capo della banda, e di rivelare loro dove si trovava la sua parte del bottino. Quota che l’ex parà aveva versato alla “catena”, una fantomatica organizzazione di soccorso per gli estremisti di destra perseguiti dalla giustizia in Spagna, Portogallo e Italia.
Spaggiari infatti, nel marzo del 1977, farà perdere le sue tracce dopo essere evaso dall’ ufficio del magistrato che lo stava interrogando.

Caccia all’evaso

Per aiutare la polizia di Nizza nella ricerca dell’evaso Albert Spaggiari sarebbe giunta da Parigi una compagnia di poliziotti appartenenti al Corpo Repubblicano di Sicurezza (CRS).
Dopo la fuga dalla finestra di un ufficio del tribunale di Nizza, il capo della banda del colpo alla Sociètè Gènerale avrebbe fatto perdere le sue tracce, così come il suo complice che lo attendeva in moto.
Le autorità starebbero monitorando porti, aeroporti e stazioni ferroviarie, mentre le principali direttrici stradali, sia verso l’Italia che verso Marsiglia, sarebbero controllate da posti di blocco.
Gli inquirenti ritengono che l’uomo possa essersi nascosto nell’area di Nizza in attesa di fuggire all’estero, dove lo starebbe già aspettando la moglie, Audie Spaggiari. La donna avrebbe lasciato il lavoro da circa due settimane, era infermiera in uno studio medico, per poi fare perdere le sue tracce. Le persone che la conoscono dicono che la donna si sarebbe presa una vacanza. Altre voci sostengono che avrebbe preso un volo per una località africana, dove il marito la starebbe già aspettando.
Ed è li che Spaggiari sarebbe riuscito a trasferire una parte cospicua del bottino del colpo alla Sociètè Gènerale, circa sette miliardi, garantendosi così una vecchiaia dorata. Tutto questo sarebbe stato possibile grazie a una fitta rete di amicizie, tra appartenenti al mondo dell’estrema destra ed ex commilitoni sparsi per il mondo. Rete di amici che potrebbero avergli messo a disposizione uno yacht, piuttosto che un aereo privato o un elicottero.
Secondo alcune fonti gli amici dell’ex parà avrebbero brindato per il buon esito della fuga presso un bar del quartiere St. Augustin, lo stesso in cui Spaggiari aveva il suo laboratorio di fotografia.
Intanto il ministro degli Interni francese Poniatowski avrebbe aperto un’inchiesta amministrativa, inviando anche un ispettore a Nizza per verificare eventuali responsabilità nella fuga dell’ex parà.
Tutti i gendarmi destinati al servizio di scorta del detenuto sarebbero rimasti fuori dalla stanza del giudice Bouazis, il quale aveva anche ordinato di togliergli le manette.
L’ispettore inviato dal ministero non avrebbe riscontrato anomalie nel corso dell’interrogatorio, ma il quotidiano comunista l’Humanitè accusa l’amministrazione per l’eccessiva facilità con cui il detenuto sarebbe evaso, ipotizzando negligenze e complicità.

L’internazionale nera

Il 29 ottobre Albert Spaggiari, il capo della banda che ha rapinato la Sociètè Gènerale di Nizza, viene interrogato dagli inquirenti che lo hanno arrestato il giorno precedente. Ex parà, ex appartenente all’OAS, fotografo di professione, l’uomo sarebbe l’ideatore del colpo del secolo, che avrebbe fruttato a lui e ai suoi complici 12 miliardi di franchi.
L’ex parà racconta di essersi introdotto coi suoi complici, la notte del 17 luglio 1976, nelle fogne collegate all’istituto di credito. Di avere attraversato con un gommone i tratti più pericolosi, e di avere scavato un tunnel di otto metri in corrispondenza del caveau della banca. Tutto questo in un arco temporale di due mesi. Spaggiari ha inoltre raccontato di avere consegnato la sua parte del bottino, circa 10 miliardi di franchi, ad un’organizzazione denominata “La Catena”, con sede a Torino, che si occupa di assistere i fascisti ricercati dalla giustizia, principalmente in Italia e Jugoslavia.
La polizia avrebbe ammesso di avere recuperato una parte della refurtiva, senza specificarne l’ammontare.
Assieme a Spaggiari gli inquirenti hanno arrestato altre sei persone, tra cui una donna. Intanto la polizia belga avrebbe fermato un altro degli elementi chiave della banda. Si tratta di Daniel Michelucci, che aveva con se 75 milioni di lire oltre ad alcuni lingotti d’oro, provenienti dal furto al caveau della Sociètè Gènerale di Nizza. Con lui sarebbe stata arrestata anche la sua compagna, Michele Seaglio.
Spaggiari ha raccontato agli inquirenti di avere aperto oltre 200 cassette di sicurezza, e di avere portato via circa 12 miliardi di franchi, tra contanti e preziosi. La banda sarebbe poi fuggita sempre attraverso le fogne con due gommoni a motore.
Il colpo era stato preparato nei mesi precedenti grazie al contributo di una ventina di specialisti.
Spaggiari aveva affittato due anni prima una cassetta di sicurezza nella medesima banca, avendo così il tempo per studiare la situazione, fotografando le cassette e verificando il comportamento di impiegati e agenti di sicurezza. (cm)

La dinastia Pahlavi

La saga della dinastia Pahlavi, fondata nel 1925 da Reza Pahlavi, è una delle più straordinarie storie del 20mo secolo.
Reza Pahlavi, è stato fino all’età di 30 anni un quasi analfabeta. Appartenente al corpo di èlite dell’esercito iraniano della Brigata dei Cosacchi Persiani, modellato su quello dei cosacchi russi, divenne ufficiale per meriti militari a seguito della Prima Guerra Mondiale, fino poi a raggiungere il grado di generale.
Nel febbraio del 1921 partecipa al colpo di stato militare che prende il controllo dell’Iran, avviando quel percorso che lo avrebbe portato nel 1925 alla guida della nazione.
Ottenuto il controllo, lo Shaha inizia un processo di acquisizione di terreni, sia da privati che di proprietà del demanio, tanto da arrivare nel 1941 a possedere il 10% di tutte le terre coltivabili dell’Iran.
Il suo successore, Mohammad Reza, sale al potere nel 1941 dopo l’abdicazione del padre a seguito dell’invasione anglo-sovietica del Paese durante la Seconda Guerra Mondiale.

Mohammad Reza Pahlavi


Quando il figlio del capostipite sale al potere, il patrimonio accumulato dal padre è già in parte disperso in giro per il mondo.
Secondo le banche, il conto personale di Mohammed Pahlavi supera già il miliardo di dollari.
Più in particolare, una quota sostanziale della ricchezza appartenente alla famiglia reale, stimata tra i 2 e i 4 miliardi di dollari, sarebbe stata trasferita negli ultimi anni negli Stati Uniti.
La ricostruzione del valore di tale patrimonio sarebbe avvenuta grazie al contributo di banchieri e intermediari immobiliari, mediante il ricorso a documenti pubblici e a testimonianze di dissidenti iraniani.
Si ritiene che una porzione ulteriore di tale ricchezza possa essere custodita presso conti svizzeri, o detenuti in altri paesi che osservano analogamente uno stretto segreto bancario.

Pubblico e privato
L’accumulazione di ingenti somme è stata resa possibile in Iran grazie alla confusione tra denaro pubblico e denaro privato.
Oltre ai terreni Reza Shah aveva acquisito, durante il suo primo periodo alla guida del paese, quote ingenti delle principali società statali.
Attraverso tale modalità lo Shah e i suoi parenti sono riusciti ad accumulare nel corso degli anni ingenti risorse, custodite poi nei conti delle banche iraniane, oltre che nei capitali delle principali imprese di stato e in diverse altre attività imprenditoriali.
Nel 1958 lo Shah crea la Pahlavi Fondation, una via di mezzo tra un trust di famiglia e un’organizzazione di beneficenza, annunciando pubblicamente che vi avrebbe trasferito il 90% delle sue ricchezze.
In seguito avrebbe invitato i membri della sua famiglia a versarvi anche i loro averi.
L’operazione, che coinvolge patrimoni stimati in centinaia di milioni di dollari, sarebbe stata orchestrata nel tentativo di sedare il crescente biasimo in relazione al vasto patrimonio accumulato dalla famiglia reale, e alle connesse accuse di corruzione.
L’operazione giunge a seguito dell’adozione di un decreto reale che vieta ai membri della famiglia reale di fare affari con l’amministrazione statale, o di assumere la guida di organizzazioni di beneficienza.
Il patrimonio personale dello Shah si dipana tra la fondazione con sede a Teheran, che il monarca controlla in modo completo, e in misura minore il budget statale. Una specifica dotazione all’interno di quest’ultimo è costituita infatti dalla “Leadership statale suprema”, che nel periodo 1976-77 ammontava a 43 milioni di dollari. In aggiunta, nel 1976 è stato annesso al budget un ulteriore miliardo di dollari relativo a un fondo discrezionale a rotazione.
Ma il fulcro più importante della ricchezza dello Shah è la stessa Fondazione Pahlavi, che stando alle fonti in Iran è, in effetti, di proprietà personale dello Shah.
Un documento sottoscritto presso il Ministero di Giustizia iraniano da un gruppo dissidente, per protesta contro la pervasività della famiglia reale in quasi ogni angolo dell’economia nazionale, descrive i beni correnti della fondazione e dei parenti più prossimi dello Shah.
Gli esperti in Iran riferiscono come il documento in questione sia molto accurato.
La lista mostra che la famiglia Phalavi ha interessi, tra gli altri, in 17 tra banche e compagnie di assicurazioni, inclusa la proprietà dell’80% della terza più grande compagnia assicurativa, 25 imprese di metalmeccanica, 8 società minerarie, 10 società di materiali edili, compreso il 25% del capitale della principale società cementiera del paese, 45 società di costruzioni, 43 società del settore alimentare e 26 imprese attive nel commercio, inclusa una quota di azioni in quasi tutti i più importanti hotel iraniani.
Secondo un’altra fonte, i Phalavi detengono il 70% della disponibilità di accoglienza del paese.
Alcune di queste società sono joint ventures con compagnie statunitensi. Il 10% del capitale di una delle più importanti tra queste è della G.M.Iran, il cui 45% è detenuto dalla General Motors.
La quota restante delle azioni è di proprietà di una famiglia iraniana.
Dietro la facciata delle attività di beneficienza, la fondazione viene utilizzata per tre finalità: come fonte di denaro per la famiglia reale, come un mezzo per esercitare il controllo sull’economia attraverso i beni posseduti in vari settori chiave, e come canale per elargire ricompense a favore dei sostenitori del regime.
L’organizzazione si è rifiutata di fornire qualsiasi tipo di informazione sul valore delle sue proprietà, sui ricavi annuali, o sulla composizione dei suoi investimenti.
Nel libro pubblicato da Robert Graham sull’Iran, il giornalista inglese, sulla base dei calcoli effettuati su sue conoscenze, ha stimato gli assets riconducibili alla fondazione in un range compreso complessivamente tra i 2,8 e i 3 miliardi di dollari.
Tra questi rientrano le azioni di dozzine di società di stato, oltre al 25% del capitale della società metallurgica tedesca Krupp, con sede nella Germania Occidentale.
Stando a quanto riferito da Graham, vi sono inoltre evidenze sul fatto che la fondazione abbia ricevuto denari dalla National Iranian Oil Company (NIOC), la società petrolifera di Stato iraniana, la settima più grande società petrolifera al mondo in termini di fatturato, superando tra le altre la International Business Machine e la General Electric.
Oltre alla Krupp, la più nota partecipazione della fondazione detenuta all’estero sarebbe un edificio di 36 piani situato all’incrocio tra la 5a strada e la 52 esima, a New York, il cui valore stimato nel 1975 ammontava a 19,5 milioni di dollari. La fondazione ha registrato l’edificio a nome di un’istituzione benefica statunitense, conosciuta anche come la Fondazione Phalavi (Phalavi Foundation).
Questo stratagemma ha consentito di escludere l’accesso del United States Taxes
alle entrate derivanti dal possesso di tale edificio, oltre a impedire alle autorità fiscali statunitensi di poter verificare
i beni della fondazione riconducibili ai parenti dello Shah residenti ancora a Teheran.
Come curatore capo della fondazione lo Shah, che nomina direttamente o indirettamente tutti i componenti del direttivo, ha diritto ad un’ esenzione sulle imposte sulle entrate del 2,5%, anche se questi vi avrebbe rinunciato.
Fin dal suo inizio uno degli scopi istituzionali di questa fondazione è stato quello di soddisfare le esigenze finanziarie dei membri della famiglia Pahlavi.
Un rapporto mai pubblicato sulla fondazione riferisce che tra le sue varie attività, di sicuro quella meno importante è quella di ricercare i parenti vicini e lontani del fondatore della dinastia Pahlavi, e di soddisfare le loro esigenze e necessità fondamentali, dato che l’assistenza sociale inizia in patria, e nessuna fondazione ci si aspetterebbe possa essere cieca alle esigenze fondamentali.
Lo stesso rapporto ha mostrato che i pagamenti da questa effettuati, valutati complessivamente in 26 milioni di dollari, sono Stati in favore di nove appartenenti alla famiglia Pahlavi, nel solo mese di giugno del 1962. Non è dato sapere se tali pagamenti rappresentassero in quel periodo un tipico esborso mensile a favore della famiglia.
Qualunque sia la loro fonte di reddito, le indicazioni sono che la famiglia reale dispone di abbondanti risorse per realizzare i suoi fini. I suoi componenti, 64 dei quali si dice si siano trasferiti all’estero a seguito del cambio di regime, avrebbero aperto nuovi conti bancari presso banche svizzere, così come del resto avrebbero fatto anche altri ricchi iraniani, o che abbiano acquistato residenze di lusso a Londra, a New York o in California.

Il colpo di stato del 1953 e il ruolo della CIA
Durante il regno dello Shah Mohammed Reza Pahlavi, periodo in cui l’Iran era una monarchia parlamentare, nel 1951 venne nominato Primo Ministro con maggioranza schiacciante Mohammad Mossadeq.
Come prima misura il capo del governo nazionalizzò l’industria petrolifera, fino a quel momento controllata dalla multinazionale britannica Anglo-Iranian Oil Company. Sebbene riluttante lo Shah fu costretto a firmare tale riforma, data l’enorme popolarità che aveva ottenuto.
Il 19 agosto 1953 un colpo di Stato rovesciò Mossadeq, attraverso un’operazione orchestrata congiuntamente dalla CIA e dall’MI6. Il golpe si consumò secondo una modalità anomala. Dopo un primo tentativo fallito il 15 agosto, gli agenti stranieri finanziarono agitatori di strada, assieme ad alcune fazioni militari, al fine di destabilizzare il Paese.
Il 19 agosto Mossadeq venne arrestato, e in contemporanea venne restaurato il potere assoluto dello Shah Reza Pahlavi.
Mossadeq venne condannato a tre anni di reclusione, e successivamente posto ai domiciliari, fino alla data della sua morte avvenuta nel 1967. E’ in questo periodo che il Paese maturò la svolta per quella che sarebbe stata la Rivoluzione islamica del 1979.
Il ruolo della CIA in questa vicenda emerse in occasione di una causa civile celebrata il 29 aprile 1965, presso una corte federale a New York.
La causa era stata intentata da Khiber Khan, il capo di una tribù iraniana, quella dei Bakhtiar situata nel sud del paese, in quel periodo in esilio a seguito del colpo di Sato, contro la famiglia Pahlavi.
Il capo tribù reclamava la proprietà dei giacimenti petroliferi situati nei territori appartenenti alla sua gente.
Nel corso del dibattimento Khiber Khan mostrò le copie autenticate di alcuni documenti ufficiali, ottenuti attraverso la collaborazione di alcune spie inserite nell’amministrazione iraniana.
Tra questi le copie di alcuni assegni versati presso la Union Swiss Bank, banca in cui la famiglia dello Shah deteneva i suoi conti. Alcuni di questi assegni erano coperti da dollari provenienti dal “Fondo Pahlavi”, un conto segreto che la famiglia dello Shah deteneva in Svizzera e che era stato aperto tra gli anni 1952 e 1953, periodo in cui venne rovesciato Mossadeq.
Questi assegni erano intestati non solo ad alti ufficiali iraniani, ma anche ad alcune personalità statunitensi ed inglesi, tutte accomunate dall’avere avuto un ruolo ufficiale nella caduta di Mossadeq.
Tra questi anche uno intestato alla moglie dell’allora ambasciatore degli Stati Uniti a Teheran, dell’importo di diversi milioni di dollari. Quindi quello all’allora capo della CIA, e quello di un giornalista che scriveva su alcune riviste reazionarie.
Le somme versate nel conto segreto intestato ai Pahlavi ammontavano a 56 milioni di dollari, di cui 12 depositati dalla Anglo-Iranian Oil Company, 6 dagli aiuti versati dagli Stati Uniti all’Iran e 5 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Malgrado il tentativo da parte del governo iraniano e di quello statunitense di coprire la vicenda, una commissione del Congresso fece pressione sul Dipartimento del Tesoro per avviare un’indagine, prima dei giudici della corte federale. La notizia divenne poi di dominio pubblico, e ripresa dalle principali testate del tempo. Dopo il colpo di Stato del 1979 i parenti dello Shah furono costretti a lasciare l’Iran, rifugiandosi in Italia, a Roma. Qui alcuni di loro restarono anche negli anni a seguire. Citiamo in particolare la sorella minore dello Shah, Fatemeh Pahlavi, che si stabilì a Roma acquistando una villa all’Olgiata.
Altra esponente della famiglia Pahlavi ad avere un legame stabile con l’Italia fu la seconda moglie dello Shah, Soraya, che acquistò una villa sull’Appia Antica, una lussuosa proprietà non lontana dalla tomba di Cecilia Metella.
Nel suo libro “Il Disinformatore” Francesco Pazienza, in passato collaboratore del direttore del Sismi Giuseppe Santovito, ha raccontato di avere assistito la principessa Fatemeh Pahlavi durante il suo esilio a Roma. Il legame tra i due non era solo formale, ma legato alla gestione di interessi finanziari e alla protezione della famiglia reale, a seguito della rivoluzione del 1979.
Questa amicizia sarebbe emersa in particolare in occasione della vicenda della vendita degli elicotteri Augusta all’Iran dello Shah, prima della rivoluzione islamica.
E’ stato documentato come Fatemeh avesse anche un rapporto di amicizia con il conte Corrado Augusta.
I rapporti tra i due non erano solo amicali, ma funzionali alla gestione degli affari della dinastia Pahlavi in Europa.
Pazienza sarebbe entrato in gioco come consulente del SISMI, sfruttando la sua amicizia con la principessa Fatameh per potersi accreditare come l’unico in grado di sbloccare situazioni finanziarie e diplomatiche complesse tra l’Italia e la cerchia dello Shah. Pazienza ha ammesso di avere agito per conto dell’Augusta per gestire le pendenze con l’Iran post Pahlavi, al fine di proteggere gli interessi della dinastia in esilio. Dunque Fatameh sarebbe stata per Pazienza la chiave di accesso per diventare uno degli attori principali di quella vicenda che vedeva Augusta, fiore all’occhiello dell’industria bellica italiana con la fornitura di diverse centinaia di velivoli all’Iran prima del colpo di Stato del 1979, al centro di una vertenza diplomatica e commerciale. (cm)

La gogna degli evasori spagnoli

Tra la fine di maggio e l’inizio del mese di giugno la Hacienda, l’Agenzia delle Entrate spagnola, pubblica ogni anno la lista dei debitori del fisco.
L’iniziativa ha preso il via nel 2015, in un contesto economico in cui il Paese era sprofondato in una profonda crisi, e in cui si avvertiva una forte esigenza per una maggiore trasparenza in materia fiscale.
La sua introduzione si deve al governo a guida Popolare del Presidente Mariano Rajoy, sotto l’impulso dell’allora ministro delle Finanze Cristobal Montoro.

Lista degli evasori fiscali in Spagna

Essa fu resa possibile a partire dal 2015, grazie alla modifica dell’articolo 95 della Legge Generale Tributaria, con la prima lista pubblicata sul sito della Hacienda il 23 dicembre di quello stesso anno.
Lo scopo dichiarato era quello di ottenere una maggiore fedeltà allo Stato, facendo leva sul sentimento di riprovazione generale che la pubblicazione avrebbe causato.
Un sentimento di “shaming” che avrebbe sortito, nelle intenzioni degli ideatori, una maggiore spinta al finanziamento della spesa pubblica. Una terapia d’urto per incentivare la fedeltà dei contribuenti iberici.
La crisi economica che aveva colpito la Spagna di quel periodo era infatti dovuta in buona parte all’ evasione fiscale, che aveva reso necessari ingenti tagli alla spesa pubblica da parte del governo.
Governo che aveva così deciso di incrementare il gettito fiscale, agendo in prima istanza sui titolari delle principali fortune del Paese, che fino ad allora erano riuscite ad eludere il fisco.
Il piano aveva riscosso un forte consenso popolare, con l’opinione pubblica che chiedeva a gran voce la fine dei privilegi nei confronti dell’erario, e che ciascuno partecipasse al finanziamento delle casse dello stato in base alle proprie effettive possibilità. Nessuno doveva più considerarsi al di sopra della legge.
Nel corso degli anni i criteri per l’inserimento nella lista dei debitori sono stati riveduti, passando da una soglia iniziale di 1 milione di euro, agli attuali 600 mila euro di debito, soglia introdotta nel 2021 con la Legge contro la Frode Fiscale.
Alla fine del 2024 la Spagna contava 5.997 grandi debitori, 87 in meno rispetto all’anno precedente, con un debito complessivo che si aggirava attorno ai 13 miliardi di euro, l’8.5% in meno rispetto al 2023.
Nella lista attualmente online risultano i nomi di titolari di un debito definitivo, non rateizzato ne sospeso. Vi si trovano anche coloro che, dopo essere stati informati di essere stati inseriti nell’elenco, hanno provveduto a saldare il proprio debito. Una sentenza della Corte Suprema spagnola del gennaio del 2023 ha sancito infatti che affinchè vi sia la pubblicazione sulla lista, i nominativi debbano essere individuati in via definitiva, sia che si tratti di persone fisiche che di imprese.
Nel caso in cui il debito nei confronti dell’erario sia legato all’esito di un processo, e’ necessario attendere il terzo grado di giudizio, con una sentenza passata in giudicato.
L’attuale lista ha visto l’uscita rispetto all’anno precedente di 805 morosi, contro l’ingresso di 718 nuovi. Il debito di questi ultimi ammonta a 2,272 miliardi, mentre altri 1,361 miliardi sono stati versati, rateizzati, sospesi o comunque non risultano più essere definitivi.
Sempre scorrendo l’elenco attuale, il 18% dei debitori risultano essere persone fisiche, pari a 1.077 contribuenti, i quali devono allo Stato 1,579 miliardi di euro (9.8% del debito).
Da ciò si deduce che i debitori più frequenti sono le imprese, che devono complessivamente 14,558 miliardi, pari al 90,2% del debito totale.
Ancora oggi la funzione dissuasoria della lista viene svolta in maniera efficace, con i debitori che hanno versato nelle ultime settimane del mese di giugno 2024 complessivi 41,23 milioni di euro, così da poter scendere ciascuno sotto la soglia dei 600 mila euro.
Altri invece hanno preferito evitare la pubblicazione del loro nome pagando in totale 56,72 milioni di euro, saldando così ogni debito col fisco. (cm)

Crans Montana: le novità dell’indagine

Sono passati quasi tre mesi e la tragedia di Crans Montana non cessa di riservare sorprese.
Ammonterebbe a oltre mezzo milione di franchi svizzeri il patrimonio riconducibile a Jacques e Jessica Moretti, fino ad oggi sequestrato dalla procura di Sion, responsabile delle indagini sull’incendio in cui a Capodanno hanno perso la vita 41 persone, ed altre 115 sono rimaste gravemente ferite.
Oltre ai reati di incendio colposo, omicidio colposo e negligenza, i proprietari del bar Le Constellation potrebbero essere indagati anche per riciclaggio.

Crans Montana

A rivelarlo sarebbe un rapporto inviato al Ministero competente del cantone vallese dal MROS, l’ufficio antiriciclaggio della polizia federale svizzera (Fedpol). Il rapporto parlerebbe di “movimentazioni bancarie insolite”, e di “struttura finanziaria presumibilmente illegale secondo uno schema simile al modello Ponzi, con un possibile riciclaggio”.
Il rapporto avrebbe esaminato l’insieme dei conti bancari e delle proprietà immobiliari riconducibili alla coppia, sulla base di quanto risulta ufficialmente all’anagrafe tributaria svizzera.
Resi noti gli esiti della perquisizione presso la residenza dei Moretti, dove gli inquirenti hanno rinvenuto orologi e automobili di lusso oltre ad una pistola Glock regolarmente detenuta, l’attenzione di chi indaga si è spostata su di un nuovo elemento.
Ci riferiamo a uno dei due bonifici da oltre duecento mila franchi ciascuno, pagati da un ignoto donatore per il tramite dell’avvocato della coppia.
E’ stata la trasmissione 1 Mattina News la prima a rivelare la vicenda, un nuovo tassello nel quadro che gli inquirenti svizzeri stanno tentando di ricostruire.
Secondo la testata un magistrato di Friburgo avrebbe trasmesso ai colleghi di Sion la ricevuta di uno dei bonifici in questione.
Il documento sarebbe stato inviato per errore assieme ad altri documenti da una persona attualmente indagata per frode ed altri reati, nell’ambito di un’altra indagine giudiziaria.
La procura ha escluso che la persona in questione sia collegata in qualche modo ai Moretti, ma ha confermato che la ricevuta si riferisce proprio ad uno dei due bonifici pagati per ottenere la liberazione della coppia.
La procura ha dichiarato inoltre di non conoscere la ragione per la quale il possessore della ricevuta ne sia entrato in possesso.
Oltre all’identità di quest’ultimo, resta ad oggi sconosciuta anche quella dell’autore dei due bonifici.
Altro elemento nuovo nell’indagine sarebbe il coinvolgimento ufficiale di cinque persone, tra cui anche il sindaco di Crans Montana, Nicolas Fèraud. Questi si aggiungono ai due coniugi Moretti, e ai due responsabili per la pubblica sicurezza del comune di Crans Montana, quello in carica Christophe Balet e il suo predecessore Ken Jacquemoud.
Si tratterebbe del consigliere della giunta comunale incaricato della sicurezza Kevin Barras, Di Pierre Alberic Clivaz, di Rudy Tissieres e di Baptiste Cotter. I cinque nuovi indagati sarebbero tutti collegati dall’avere ricevuto deleghe sui controlli per la sicurezza tra Crans e Chermigon, il comune recentemente annesso a Crans.
Intanto dall’analisi delle immagini della videosorveglianza è emerso che sarebbero bastati meno di due minuti per sviluppare l’incendio nei locali sotterranei del bar Le Constellation.
Il rogo sarebbe stato involontariamente innescato dalle scintille sviluppate dalle fontane inserite nelle bottiglie di champagne, bottiglie servite ai tavoli da una delle cameriere del locale, Cyane, deceduta nell’incendio.
L’innesco dei giochi pirotecnici ha infiammato la spugna fonoassorbente posizionata sul soffitto della sala sottostante al bar, trasformando nell’intervallo di novantadue secondi quella che doveva essere una festa in un inferno. (cm)

Epstein e gli interessi sauditi


Il sistema descritto dalle mail rilasciate dal Dipartimento di Giustizia degli Sati Uniti, e relativo al miliardario pedofilo Jeffrey Epstein, rivela una fitta rete di legami con uomini potenti, residenti in vari paesi e impegnati in diversi settori dell’economia e della politica. Si va da Elon Musk, passando per il regista Woody Allen o il miliardario Peter Thier, creatore del molto discusso software Palantir.
Incrociando anche figure storiche della Silicon Valley, come Sergey Brin o Reid Hoffman, o come il boss delle criptomonete Brock Pierce.
Tra le mail che lo collegavano a personalità politiche di rilievo, una posizione particolare rivestono quelle relative al principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhammed Bin Salman (MBS). Le mail in questione mostrano come Epstein fosse fortemente interessato agli avvicendamenti che vi erano stati alla guida di quel regno, e alla figura emergente di MBS.
Come riferisce Middle East Eye, una mail inviatagli da un mittente sconosciuto lo invitava a tenere “d’occhio quello che sta accadendo in Arabia proprio ora”. La mail si riferiva ad una riunione svoltasi presso l’Hotel Ritz-Carlton di Riyadh, riunione che si sarebbe in seguito rivelata una purga generale nei confronti di quelli che erano allora i principali esponenti politici della petromonarchia saudita.
Le supposte ragioni per quella spettacolare operazione di “pulizia” erano delle generiche accuse di corruzione.
In cambio della loro libertà ai convenuti veniva imposto di versare un ricco obolo in favore del Regno.
Posti di fronte alla scelta tra pagare qualche miliardo e finire in carcere, i ricchi possidenti come il miliardario Alwaleed bin Talal scelsero il male minore, con in testa probabilmente l’idea che i soldi vanno e vengono, a differenza della propria libertà.
Nel giro di qualche anno, come suggeriva il fantomatico mittente della mail ad Epstein, MBS conquistò i vertici del Paese: il padre divenne principe in carica e lui il suo successore designato.
In quel periodo Epstein si confrontava via mail con un giornalista del NYT, a cui il miliardario pedofilo chiedeva consigli su come poter avvicinare MBS. Il giornalista gli rispondeva di aver parlato di lui a persone dell’entourage del principe, descrivendolo come una personalità vicina al mondo Saudita, in contatto con gente come Bill Gates e Donald Trump.
Nomi che pesano in certi ambienti internazionali, e che funzionano da passepartou.
L’esito di quelle mail è ormai noto, a giudicare da una serie di mail più recenti, e soprattutto da quella foto citata da CBS News che Epstein conservava nella sua villa a Manhattan, foto che è finita tra gli Epstein Files. La foto in questione ritrae Epstein assieme al principe ereditario saudita, in una rara posa poco ufficiale in cui il nobile sorride senza copricapo appoggiando un braccio sulle spalle del miliardario pedofilo.


Da quel momento, le mail rese pubbliche dagli Epstein file rivelano l’inizio di una frequentazione molto assidua tra Epstein e i vertici del potere saudita. In particolare una mail datata 30 settembre 2018, pochi giorni prima dell’omicidio del giornalista del Washpo Jamal Khashoggi, nella quale Epstein si vantava col suo interlocutore di avere avuto un incontro molto proficuo con MBS. In una precedente mail del 2016, Epstein raccontava al miliardario Tom Pritzker di avere ricevuto in dono da MBS una tenda completa di tappeti “e tutto il resto”, a seguito di un suo viaggio a Riyadh.
Sempre nel 2016, l’assistente di Epstein Lesley Groff gli consigliava in una mail di fare il nome del principe ereditario al consolato saudita di NY, un canale preferenziale per poter ottenere agevolmente il rilascio del visto sul suo passaporto.
Restando in tema di passaporti, nel corso di una perquisizione presso la villa newyorkese di Epstein, gli agenti dell’FBI trovavano custodito in una cassaforte un passaporto austriaco.


Il documento, che risultava essere originale e cioè non contraffatto, era intestato a Marius Robert Fortelni, di professione uomo d’affari, cittadino austriaco con residenza in Arabia Saudita, presso la città di Dammam. Il documento presentava diversi timbri d’ingresso in Arabia Saudita, oltre che in Francia (presso l’aeroporto di Nizza), Spagna e Inghilterra, tutti risalenti agli anni ’80.
Uno spazio particolare merita la vicenda dei legami tra Epstein e l’ex avvocato e consigliere della Casa Bianca sotto la presidenza Obama, Kathryn Ruemmler, in seguito nominata capo dell’ufficio legale della banca d’affari Goldman Sachs.
Da quanto è possibile ricostruire dalle mail pubblicate dal DoJ, l’ex associata e in seguito partner presso lo studio legale Latham & Watkins aveva aiutato Epstein nel 2008, in occasione del suo patteggiamento per il reato di induzione alla prostituzione minorile.
L’ex legale è stata costretta a dimettersi da GS dopo che alcuni giornali avevano rivelato i favori che questa aveva fatto ad Epstein, che chiamava affettuosamente “zio Jeffrey”.
Ma non solo. La Ruemmler è stata accusata di avere avuto un ruolo decisivo nella protezione degli interessi sauditi, a danno di quelli statunitensi.
Durante l’amministrazione Obama il congresso ha discusso una legislazione denominata Justice Against Sponsor of Terrorism Act (JASTA in acronimo), che consentiva ai familiari delle vittime di atti terroristici, in particolare quelle dell’ 11 settembre, di poter intentare una causa civile per risarcimento a quei paesi che finanziavano le organizzazioni terroristiche.
Dati i ben noti legami di Bin Laden con il Regno Saudita, questo avrebbe implicato concedere l’autorizzazione ad una class action nei confronti dei politici passati e presenti alla guida di quel paese.
Il ruolo evidente di Epstein in questa vicenda è svelato da alcune mail che Epstein invia a due consiglieri reali di MBS: Raafat Al-Sabbagh e Aziza Al-Ahmadi. In particolare riportiamo il testo di una di queste, inviata ad Aziza il 16 ottobre 2017:
Inizio la mia lettera con i saluti di pace come insegnato dal Nobile Profeta Maometto. Il 7 novembre segnerà un anno da quando io e te ci siamo incontrati e abbiamo riso. Molte cose sono cambiate da allora, e molte, non sono cambiate. Tu sei diventato principe ereditario e io sono rimasto un amico. L’economia del Regno non ha avuto un così buon andamento. Al nostro incontro ho suggerito di rivedere gli obiettivi effettivi del Regno e poi di attingere a una sofisticata cassetta degli attrezzi per offrire soluzioni. Una rivisitazione della transazione Aramco era solo una parte di ciò che credo fosse necessario. Ho riconosciuto che le forze e lo slancio di personalità allineate, Wall Street, i tuoi consiglieri e terze parti avrebbero creato ostacoli al nuovo modo di pensare. Sei stato un visionario nell’ottica del 2030, ma ci vuole un NUOVO modo di pensare per guidare la parte finanziaria del piano. Tutto il resto della tua visione si basa su nuove prospettive, ma la transazione Aramco è bloccata nel passato. Avere azionisti a livello mondiale, con il diritto di controllare tutto e tutti, è sciocco. Mi scuso per la franchezza. Sei stato trattato come se fossi solo una grande azienda. Non lo sei. Sei uno stato sovrano con diritti unici. Dovresti modificare le leggi per proteggerti da JASTA. Stai giocando nelle mani dei demoni di Wall Street“.
Il piano Aramco citato nella mail fa riferimento al colosso petrolifero statale Saudi Aramco. Dalle mail si comprende come Epstein abbia svolto un’attività di consulenza non ufficiale in relazione alla quotazione in borsa della società petrolifera in questione, operazione che costituiva il pilastro del piano Vision 2030, il piano di riforme ideato da MBS per modernizzare il Paese. Epstein si era mostrato scettico verso una quotazione in borsa ufficiale (IPO), sconsigliando in tal senso i suoi interlocutori. Le ragioni di questa sua contrarietà erano dovute alle speculazioni cui l’operazione avrebbe dato la stura (i demoni di Wall Street), oltre agli audit ufficiali e indipendenti che la Saudi Aramco avrebbe dovuto affrontare, in vista dell’ingresso in borsa. Qui Epstein cita in particolare le cause di risarcimento che in base al disegno di legge in corso di approvazione (JASTA), il Regno avrebbe dovuto contrastare. Negative non solo sul piano legale, ma soprattutto su quello dell’immagine.
Quali soluzioni alternative Epstein offriva la creazione di una nuova valuta ancorata alle riserve petrolifere, ovvero la vendita di un’opzione da 100 miliardi di dollari alla Cina, o al limite l’emissione di una valuta digitale conforme ai dettami della Shari’a. E’ in questo contesto che Epstein fa riferimento a Kathryn Ruemmler, e al suo ruolo da insider all’interno dell’amministrazione Obama, in grado di fornire informazioni sui processi legislativi in corso, e sulle misure da mettere in atto per tutelare gli interessi sauditi. (cm)

Il paradiso svizzero dell’ex barista corso


Il rilascio di Jacques Moretti da parte della giustizia elvetica, a seguito del pagamento di una cauzione di 200 mila franchi svizzeri, ha sollevato un’ondata di indignazione.
Il proprietario del disco bar Le Constellation, il locale svizzero di Crans Montana nel quale a capodanno sono morte in un incendio 41 persone e 116 sono rimaste ferite, già dai primi momenti dell’indagine ha mostrato una totale assenza di empatia con le vittime, oltre ad un’ innegabile spregiudicatezza.

Le Constellation

I perenti delle vittime, per voce dei loro avvocati, hanno manifestato tutta la loro indignazione per il modo in cui la procura di Sion, incaricata di condurre le indagini, sta procedendo nella ricerca delle responsabilità.
L’elemento sul quale gli avvocati delle parti lese sembrano muovere la loro azione è la quasi totale assenza di controlli e di verifiche sul rispetto delle norme di igiene e di sicurezza. Una mancanza che per ben cinque anni, dal 20020 al 2025, avrebbe graziato i quattro locali gestiti dalla coppia francese.
Nel caso del Le Constellation la mancanza di verifiche assume un aspetto inquietante, posto che normalmente queste dovrebbero essere una normale routine a seguito di lavori straordinari di ristrutturazione, tali da modificare sostanzialmente la struttura del locale.
Ed è questo il caso del Le Constellation, che aveva di recente subito lavori ristrutturazione importanti, con una modifica sostanziale della porta di accesso.
Per queste ragioni, oltre ai coniugi Moretti indagati per omicidio colposo, incendio colposo e negligenza, la procura avrebbe ascoltato i due responsabili per la sicurezza del comune svizzero teatro della tragedia, sia quello in carica che quello che lo ha preceduto.
Questa disparità di trattamento, dicevamo, ha riguardato Le Constellation così come gli altri tre locali gestiti dai Moretti, ovvero il bar “Le Senso” aperto nel 2020, il ristorante “Le Vieux Chalet 1978” uno chalet situato nel comune vicino di Lens collegato all’omonimo ristorante specializzato in cucina corsa, e infine il bar “Le Constel”, aperto nel 2022. Ad un quinto locale, il Petite Maison, riconducibile sempre alla stessa proprietà, è stata invece ritirata la licenza.
Dicevamo dell’indignazione da parte dei parenti delle vittime per la libertà concessa a Jacques Moretti, dietro il pagamento di una cauzione di 200 mila franchi. Un’analoga cauzione sarebbe stata versata anche per Jessica Moretti.
Ed è proprio la provenienza dei fondi impiegati a destare incredulità.
Stando a quanto riportato dal settimanale tedesco Bild, a pagare le due cauzioni sarebbe stato l’erede di una delle più importanti famiglie di orologiai svizzeri, con ingenti investimenti immobiliari sia nel cantone Vaud che in quello Vallese. Il tribunale di Sion non avrebbe rivelato altri elementi sulla vicenda, salvo il fatto che tra il generoso donatore e Jacques Moretti vi sarebbe un rapporto di parentela.
Il quotidiano Repubblica avrebbe poi scoperto che i fondi impiegati proverrebbero da un conto acceso a Dubai.
Sulla situazione patrimoniale dei coniugi Moretti, il settimanale francese Canard Enchainè riferisce come a differenza delle banche svizzere che hanno sempre concesso loro credito, quelle francesi a partire dal Crèdit Lyonnais (Jessica Moretti ha importanti investimenti immobiliari a Parigi e a Cannes) hanno cessato di prestare loro soldi fin dal 2021, e ciò dopo avere verificato in modo puntuale le loro garanzie.
A questo riguardo Le Canard si domanda come abbiano fatto gli istituti finanziari elvetici a chiudere gli occhi sul business opaco dei due coniugi per oltre un decennio. Al contrario sembra che i funzionari delle banche svizzere che hanno concesso loro abbondanti finanziamenti non hanno ritenuto di valutare negativamente il passato giudiziario di Moretti, condannato per ben due volte dalla giustizia francese per prostituzione e truffa sui sussidi per l’alloggio.

Una coppia economicamente ben assortita
Dopo avere iniziato la sua attività in Corsica, dove tra il 2006 e il 2007 ha aperto a Bonifacio il bar per turisti “Lollapalooza”, la carriera di gestore di locali di Jacques Moretti subisce uno stop.
Nel 2008 Moretti viene condannato dal tribunale di Annecy a dodici mesi di reclusione per induzione alla prostituzione.
Due anni più tardi, nel 2010, sempre Moretti viene condannato in un’altra vicenda per truffa e sequestro di persona.
Decide così di trasferirsi in Svizzera, dove nel novembre 2015 assieme alla moglie Jessica Moric rileva le quote del bar Le Constellation sarl, società con un capitale sociale di 20 mila franchi svizzeri suddiviso tra i due in parti uguali.
Il locale, situato nella Rue Centrale n. 35 di Crans, dispone ancora oggi di una sola licenza per la ristorazione e la vendita di bevande, oltre che per il commercio di vini in genere. Dunque ad oggi il locale non dispone ancora di una licenza per svolgere l’attività di discoteca.
Nel novembre 2020 i coniugi Moretti rilevano anche le quote del bar “le Senso srl”, situato in Avenue del la Gare 2, a Crans Montana. Con un capitale sociale di 20 mila franchi suddiviso tra la coppia in parti eguali,
il bar dispone di una licenza per la vendita del caffè, ma anche per svolgere l’attività di ristorazione e vendita di vini e altri generi alimentari. All’epoca i Moretti vengono descritti come cittadini francesi residenti a Lens, comune svizzero adiacente a Crans Montana.
Nell’ottobre 2022 la coppia rileva il ristorante “Le Constel sarl”, società con un capitale di 20 mila franchi.
Situato sempre in rue Central n.35, il locale ha una licenza per svolgere l’attività di ristorazione, oltre che per la produzione e il commercio di bevande e di prodotti alimentari.
La società può inoltre svolgere, direttamente o indirettamente, tutte le attività finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari collegate alle finalità sociali. Inclusa la creazione di filiali, in Svizzera o all’estero.
Infine il 31 luglio 2023 sempre i coniugi francesi avrebbe acquistato a Lens “Le vieux Chalet 1978 Sarl”, società con un capitale sociale di 20 mila euro che ha per oggetto l’attività alberghiera e di ristorazione, oltre che la produzione ed il commercio di prodotti alimentari e di bevande.
Singolare è anche il passato imprenditoriale di Jessica Moric in Moretti. Originaria del sud della Francia, Cannes, la donna risulta essere titolare di una società individuale che porta il suo nome e che si occupa della gestione e della locazione di immobili. La sede unica si trova a Villa Ad’Alta, a Cannes, in rue Leon Noel, dopo che nel 2023 è stata chiusa la filiale parigina di rue de Tocqueville. Creata nel gennaio del 2018, la società possiede due edifici, uno a Cannes e l’altro a Parigi. (cm)

La lavatrice di Epstein

Secondo alcune mail pubblicate dal Dipartimento di Giustizia USA e relative al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, suicidatosi in carcere il 10 agosto 2019, l’uomo avrebbe avuto diversi incontri con il presidente russo Vladimir Putin.
Diverse sarebbero infatti le mail che parlerebbero di incontri con lo Zar russo. A partire da una datata 11 settembre 2014, nella quale un amico di Epstein farebbe riferimento ad un appuntamento con Putin, a seguito di un viaggio programmato da Epstein in Russia.

Jeffrey Epstein

In un’altra mail si fa esplicito riferimento ad un appuntamento fissato con il vertice del Kremlino per il 16 settembre di quello stesso anno.
In una terza mail inviata dall’imprenditore giapponese Joi Ito, questi riferirebbe ad Epstein che il co-fondatore del sito LinkedIn Reid Hoffman non avrebbe potuto raggiungerlo a Mosca in occasione dell’incontro con Putin di quel settembre 2014.
Non è dato sapere se Epstein abbia poi incontrato Putin quel fatidico 16 settembre 2014.
Se cerchiamo però di immaginare la ragione di tali incontri, non possiamo fare a meno d citare un documento dell’FBI pubblicato venerdì 30 gennaio dal Dipartimento di Giustizia e classificato come segreto. In esso Epstein sarebbe indicato da una fonte rimasta segreta quale “Wealth manager” oltre che di Putin, anche del presidente dello Zimbawe Robert Mugabe.
In un’altra mail diretta a Sergei Belyakov, nel 2015 Ministro dello Sviluppo Economico oltre che ex ufficiale dei servizi segreti russi FSB, Epstein farebbe riferimento al tentativo da parte di una ragazza russa allora trasferitasi a New York di rivelare informazioni compromettenti su alcuni importanti uomini d’affari suoi connazionali.
In totale tra gli Epstein files il nome Putin sarebbe citato in 1.056 documenti, mentre quelli che farebbero un qualche riferimento a Mosca sarebbero ben 9.629.
Riscontri molteplici vi sarebbero invece sull’incontro che Epstein avrebbe avuto con Putin nel 2008, dopo essere stato condannato per induzione alla prostituzione di un minore.
Sebbene da molte parti si sia fatto riferimento al fatto che la rete di pedofilia organizzata da Epstein fosse in realtà una mega struttura utilizzata per ricattare una serie di personalità politiche e della finanza per conto dei servizi russi, una conferma in tal senso non vi sarebbe. Malgrado ciò i servizi segreti americani avrebbero a lungo monitorato Epstein e le sue amicizie russe, mentre i loro omologhi inglesi avrebbero invece esitato grazie all’amicizia del pedofilo con il Principe Andrew Mountbatten-Windsor.
Gli esperti di intelligence statunitensi ritengono che l’ingresso di Epstein nel mondo dell’intelligence sarebbe legato all’amicizia di questi con l’editore inglese Robert Maxwell, padre dell’amica e “partner in crime” Ghislaine Maxwell.
Quest’ultima, unica sopravvissuta del terzetto, starebbe scontando una condanna a venti anni di carcere per “sex trafficking”, oltre a una serie di altri reati legati alla partecipazione alla creazione di questa rete di pedofilia assieme all’amico ed ex socio Epstein.
Secondo alcune fonti Robert Maxwell sarebbe stato un agente russo già a partire del 1970, quando avrebbe favorito la fuga di alcuni ebrei russi in Israele, con la collaborazione del Mossad.
In cambio Maxwell avrebbe riciclato il denaro dei gerarchi russi in occidente, con l’aiuto di Epstein.
In questo scambio di favori tra servizi stranieri, un posto di rilievo lo avrebbe avuto anche l’MI6, il servizio segreto di sua Maestà.
Stando alle allusioni fatte in Commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, al centro di queste cospicue operazioni di riciclaggio di denaro russo e non solo sarebbe la società di gestione finanziaria HBRK, diretta dal commercialista di Epstein Harry Beller, e dall’avvocato Richard Khan.
Per il Wall Street journal sia Khan che Beller avevano il potere di firma in una serie di conti legati ad Epstein, mantenendo il controllo sul suo patrimonio valutato 100 milioni di dollari. Da questi conti sarebbero transitati fiumi di denaro che sarebbero serviti a finanziare la rete internazionale di pedofili.
E’ per queste ragioni che i senatori democratici Amy Klobuchar, Sheldon Whitehouse, Richard Blumenthal e Chris Van Hollen, assieme al presidente della Commissione Ron Wyden, avrebbero scritto al procuratore generale Pam Bondi e al direttore dell’FBI Kash Patel, chiedendo di sapere perchè il Dipartimento di Giustizia non abbia mai interrogato Richard Khan e Harry Beller, assieme all’avvocato personale di Epstein, Darren Indyke, sui traffici di esseri umani orchestrati dal finanziere pedofilo.
“La presunta mancata audizione di Indyke e Khan – scrivono i senatori – solleva inquietudini sul fatto che il Dipartimento di Giustizia e l’FBI abbiano rifiutato di indagare su membri chiave della cerchia ristretta di Epstein per timore di ritorsioni da parte degli eredi di Epstein. In qualità di esecutori testamentari, Indyke e Khan sono in possesso di una serie di documenti e foto che potrebbero contenere informazioni compromettenti sul Presidente e su altre figure di potere”. (cm)

La French connection

Nel memorandum della CIA datato dicembre 1971, declassificato il 2 gennaio 2002 e dal titolo “The French Turkish connection”, viene descritto il traffico di oppio e di morfina base tra la Turchia e la Francia tra gli anni ’60 e gli anni ’70.
Nella parte finale del documento il Dipartimento della Difesa richiede una consulenza per rispondere a un’indagine del Congresso degli Stati Uniti che accusava la CIA di un coinvolgimento nel traffico di oppio. Dalle risultanze dell’indagine verrebbe indicato l’utilizzo di velivoli gestiti dalla CIA, per trasportare droga dal sud-est asiatico.

Il mercato dell’oppio
Quello che emerge dalle conclusioni del rapporto è che, a dispetto dei controlli stringenti, il traffico di droga in partenza dalla Turchia e in seguito dalla ex Jugoslavia, e diretto in Francia, ha subito nel corso del tempo una crescita inspiegata, e i trafficanti transalpini hanno ricevuto ingenti quantitativi di droga ancora da raffinare quasi allo stesso prezzo rispetto al 1960.
E ciò malgrado l’aumento dei controlli e dei sequestri.
La storia del traffico di oppio e di morfina base dalla Turchia alla Francia ha inizio negli anni ’60, quando la Turchia autorizza la produzione legale dell’oppio in alcune sue province.
Il maggior numero di consumatori di eroina nel mondo occidentale viveva negli Stati Uniti, anche se nei suoi confini non si trovavano ne’ la materia prima ne’ le raffinerie.
La stragrande maggioranza dell’eroina consumata allora negli states veniva portata attraverso una rete di traffico internazionale, gestita attraverso un accordo tra turchi e francesi (Turkish and French connection), mentre la diffusione veniva effettuata da organizzazioni mafiose italoamericane.
Il traffico diretto di morfina di base tra la Turchia e la Francia, o la Germania, era divenuto ormai uno schema consolidato. Le principali modalità di trasporto erano su strada, attraverso automobile, oppure via camion o via autobus.
Il trasporto via mare, il principale metodo utilizzato diversi anni prima, era ormai divenuto obsoleto, mentre quello aereo, sottoposto a controlli insufficienti nei principali aeroporti europei, costituiva una via di trasporto residuale.
I trafficanti francesi acquistavano quanto più oppio veniva loro consentito, così da poter costituire delle scorte di materia prima ancora da raffinare, prima che la produzione ancora legale da parte della Turchia non fosse vietata, così come è accaduto a partire dal 1972.
Le poche informazioni disponibili circa le intenzioni dei francesi dopo la chiusura del canale di rifornimento turco, lasciavano supporre come questi potessero rivolgersi a fornitori jugoslavi.
Questo cambiamento avrebbe prodotto effetti superficiali in relazione alla rete internazionale e alle modalità di trasporto dello stupefacente.
Nel caso in cui la Jugoslavia non fosse più stata in grado di fornire adeguate quantità di droga non raffinata, i narcos transalpini si sarebbero potuti rifornire da fonti pachistane o afghane, o comunque situate nel sud est asiatico.
Tutto ciò avrebbe prodotto nel medio e lungo periodo un assestamento importante nelle rotte internazionali del narcotraffico.

Una rete internazionale
Come già detto, l’eroina che giungeva allora negli Stati Uniti proveniva dai campi di oppio situati in Turchia. L’oppio veniva acquistato da intermediari che poi lo rivendevano ai trafficanti francesi, sia sotto forma di oppio che di morfina base. Una parte minoritaria della droga base proveniva dalla Jugoslavia. Una volta giunto in Francia, l’oppio (o la morfina di base) veniva trasformato in eroina, che veniva in parte trafficata negli Stati Uniti, dove veniva tagliata prima di essere messa sul mercato.
In Turchia non esistono cifre ufficiali sull’oppio prodotto legalmente, e dunque possiamo fare solo delle stime sulla base di quello acquistato dal governo Turco dai produttori autorizzati a produrlo.
In passato il governo Turco acquistava l’oppio da novantamila coltivatori, situati nella parte occidentale della Turchia. Qui si produceva, grazia ad un’autorizzazione governativa, oppio destinato a essere trasformato in morfina base. La quantità di questo oppio che entrava nel mercato illegale si aggirava tra il 35 e il 60% di quello prodotto, quantità che poi raggiungeva in gran parte la Francia e l’Iran.
Nel corso degli anni questo modello si è perfezionato, così da riuscire a coprire in maniera costante la domanda francese di morfina base. Uno dei principali trafficanti, attivo all’interno della Turchia, era in grado di mobilitare 25 tonnellate di oppio all’anno, mentre un importatore francese di morfina base poteva importare fino a tre tonnellate l’anno. Oltre alla morfina base destinata a soddisfare la domanda interna francese, un secondo flusso di oppio turco era destinato ad alimentare le scorte di materia prima stoccata allora in Germania e in Turchia. A partire dalla fine degli anni’60 i governi dei vari paesi Europei hanno intensificato i controlli per contrastare il traffico di stupefacenti. Ciò ha prodotto come risultato un aumento dei sequestri di morfina di base sulla rotta tra la Turchia e la Francia. Ma nonostante gli ingenti quantitativi di droga sequestrati i mercati interni dei vari paesi non hanno risentito di carenza di morfina di base. Anche il prezzo della morfina non risentiva dei sequestri, rimanendo costante per circa dieci anni. Anzi, dal 1961 al 1970 il prezzo della morfina di base sarebbe addirittura sceso del 20%, passando dai 28 dollari al chilo del 1960, ai 22 dollari del 1971.
Un mercato illegale dunque che non seguiva affatto le regole normali di domanda e offerta.

Dall’oppio alla morfina base
All’inizio degli anni ’70 i trafficanti francesi pagavano 800 dollari per un chilo di morfina base prodotta in Turchia.
Inizialmente l’oppio veniva trafficato attraverso scomparti segreti all’interno di auto o camion.
Un miglioramento si è avuto quando al posto dell’oppio, che ha un forte odore tipico, si è preferito trafficare la morfina base, posto che da un chilo di morfina base si può ottenere la stessa quantità di eroina che si ottiene da 10 chili di oppio. La riduzione del volume di merce da nascondere ha agevolato notevolmente il traffico di droga, facilitando anche la diversificazione dei nascondigli utilizzati. Se in un’auto si potevano nascondere fino a 75-100 chili di morfina base, in un camion (in genere un TIR), la quantità arrivava fino a 200 chili. Quantità maggiori potevano essere spedite via mare dalla Turchia. In questo caso vi era la complicità del capitano della nave o di un ufficiale di grado elevato. Molti trafficanti preferivano ripartire il rischio del trasporto, e del relativo sequestro, suddividendolo in più operazioni di piccole o medie dimensioni. Per queste motivazioni la via terrestre veniva preferita a quella marina.
Il trasporto di droga via aerea consentiva di mobilitare piccole quantità, in genere nascoste nei doppi fondi dei bagagli di viaggiatori insospettabili. Tale modalità veniva impiegata principalmente dai trafficanti francesi che dovevano trasportavano la droga negli Stati Uniti.
A partire dal 1972 le reti di traffico francesi che si rifornivano in Turchia, passano a rifornirsi in Jugoslavia. Qui l’oppio veniva prodotto nella regione della Macedonia, nella parte meridionale del Paese, dando luogo a nuove rotte di traffico verso la Grecia e verso la Bulgaria.
Secondo fonti ufficiali la quantità di oppio prodotta in Jugoslavia era passata dalle 50 tonnellate del 1966 a 5 tonnellate del 1970. Malgrado questa sensibile riduzione, un sequestro di 15 chili sul confine tra Italia e Jugoslavia, ai danni di un’ organizzazione franco-jugoslava nell’ottobre del 1971, lascia pensare come questa rotta di traffico fosse ancora attiva. Una nuova rotta sarebbe stata quella tra la Francia e il sud est asiatico, mentre sempre attiva appariva la rotta che legava l’Esagono al Pakistan e all’Afghanistan. E questo malgrado la maggior parte dell’oppio che qui veniva prodotto era destinata a coprire la domanda dell’Iran. (cm)

Cosa nostra a Roma (2a parte)

Nel triennio 1992-94, sotto la guida dei corleonesi, Cosa nostra cambia strategia adottando quella che verrà in seguito definita la strategia stragista. In questo mutato quadro Roma acquista una centralità nuova.

Nunzia Graviano


Come emerso dalle risultanze processuali del procedimento penale per la strage di via dei Georgofili, ma anche per quelle di Capaci e di via D’Amelio, Roma diventa una base logistica per la progettazione delle stragi del “continente”.
E’ il collaboratore Gaspare Spatuzza infatti a riferire di come nella Capitale si siano svolte le riunioni, e siano stati presi gli accordi per la realizzazione del piano terroristico-mafioso da parte dell’ala militare di Cosa nostra, guidata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due boss del quartiere palermitano di Brancaccio.
Sono loro infatti a progettare l’attentato a Maurizio Costanzo in v.Fauro, il 13 maggio 1993, e i due alla Basilica di S.Giovanni e alla chiesa di S.Giorgio al Velabro, il 27 luglio 1993.
Come ricostruito dai magistrati incaricati di indagare sulle stragi del 1993, sono stati gli uomini d’onore Lo Nigro, Spatuzza e Giuliano ad eseguirle, prima rubando due Fiat Uno con l’aiuto di Antonio Scarano e Salvatore Benigno, e poi imbottendole di esplosivo presso il garage di Di Natale sulla via Ostiense.
La prima delle due auto venne portata davanti alla chiesa di S. Giorgio al Velabro, mentre la seconda davanti alla Basilica di S. Giovanni in Laterano.
I feriti causati dalle due esplosioni saranno complessivamente ventidue, oltre ai danni materiali provocati alle due chiese.
Stando alle dichiarazioni rese dal collaboratore Antonio Scarano, e confermate da Gaspare Spatuzza, un ruolo determinante nelle stragi in questione lo ebbe il mafioso Salvatore Benigno, essendo ritenuto il responsabile della preparazione dei telecomandi sia per via Fauro, che per S.Giorgio al Velabro e S.Giovanni in Laterano a Roma.
Benigno inoltre sarebbe stato presente allo scarico dell’esplosivo portato da Carrara a Roma, in via Ostiense, la sera del 27 luglio 1993. Sempre lui avrebbe poi partecipato alla preparazione delle autobomba, e in particolare dei detonatori e delle micce. Era inoltre alla guida della macchina in appoggio insieme al corteo delle autobomba da collocare nei siti prescelti a Roma.
Questa strategia stragista attirerà su Cosa nostra la reazione da parte dello Stato, che comporterà diverse ondate di arresti e l’avvio dei relativi processi.
Da un punto di vista economico Cosa nostra perderà il primato della gestione del narcotraffico in Italia, a favore della ‘ndrangheta.
E’ ancora una volta il pool antimafia di Palermo a certificare gli accordi assunti tra le mafie per quanto riguarda il territorio romano, accordi che lasciano tutte le organizzazioni criminali libere di agire in maniera indipendente. In particolare si fa cenno ai legami tra il mafioso di Cosa nostra Gaetano Grado e Carmine Fasciani, criminale dell ‘area capitolina stanziale con la famiglia ad Ostia.
La ricostruzione dei legami tra i due chiama in causa una serie di assegni girati da Fasciani a Grado in diverse filiali bancarie del Lido.
In quel periodo Fasciani e sua moglie Silvia Bartoli saranno condannati per un traffico di droga tra Palermo e Roma.
I magistrati censiscono inoltre sempre nell’area di Ostia la presenza della famiglia Triassi, collegata alla cosca dei Cuntrera-Caruana, il gota della mafia siciliana agrigentina, con legami stabili con il Sudamerica per via del traffico internazionale di droga, e con ingenti capitali riciclati in numerosi paradisi fiscali.
“Quello che la mediazione rende certo – scrivono i magistrati – è che le organizzazioni hanno guardato alla costa come ad un territorio da non abbandonare e seguito con attenzione l’evoluzione degli equilibri criminali per sapere con chi relazionarsi e la ricerca ora detta ha assunto un senso preciso ove si guardi ai progetti di ampio respiro in attuazione su Ostia tra il Porto e i Casinò”.
La Pax mafiosa più volte negoziata dalle varie mafie per quanto riguarda l’area romana, incluso il litorale, si basa sulla presenza di alcuni “custodi”. In questo caso il custode degli equilibri criminali si chiama Vincenzo D’Agati, che come scrive il pm Ilaria Calò in una memoria depositata nell’ambito del processo “Nuova Alba”
“opera con funzioni di direttiva, consiglio, mediazione e garanzia nelle più importanti decisioni inerenti il litorale romano, quale rappresentante di Cosa nostra palermitana, segnatamente del Mandamento di Villabate, diretto dal fratello Giovanni D’Agati e portatore della ulteriore forza di intimidazione da esso derivante nonché riconosciuto garante, in virtù dell’indiscusso prestigio criminale, del rispetto degli accordi con altre compagini criminali operanti nel territorio di Ostia”.
Nel 1983 la Guardia di Finanza, a seguito di un’indagine, ha censito la presenza a Roma di elementi del clan catanese dei Santapaola.
Potendo vantare una notevole esperienza nel ramo imprenditoriale, la presenza a Roma della mafia della Sicilia orientale è giustificata dalla necessità di riciclare i capitali provenienti da attività illecite.
La conferma di ciò ci viene in tempi più recenti dal collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia, appartenente alla famiglia mafiosa degli Spataro, affiliata ai Santapaola.
La procura di Roma, nella persona del procuratore aggiunto Michele Prestipino, ha di recente accertato la presenza a Roma della famiglia mafiosa dei Renzivillo, oltre a quella del medico Giuseppe Guttadauro, tra i cervelli storici di Cosa nostra.
Dopo avere scontato un periodo di detenzione, Guttadauro si sarebbe stabilito a Roma, luogo in cui la procura avrebbe censito un suo incontro con il boss di Cosa nostra Salvatore Renzivillo.
Oltre a questi, altri mafiosi ad essersi stabiliti a Roma sarebbero i fratelli di Filippo e Giuseppe Graviano, Nunzia e Benedetto.
Mentre Filippo e Giuseppe stanno scontando, in regime di 41 bis, l’ergastolo per le stragi del 1992 e per l’omicidio di don Pino Puglisi, nel dicembre 2017 Nunzia e Benedetto sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di associazione mafiosa. Secondo l’ipotesi accusatoria i due avrebbero continuato a gestire il mandamento di Brancaccio per conto del fratello Filippo.
In particolare Nunzia sarebbe stata ripresa dagli inquirenti mentre si riuniva assieme agli altri capi mafia di Brancaccio. In passato la donna ha già scontato una condanna per mafia. (cm)

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