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Claudio Meloni

The Global Intelligence Files

flamanville

 

“The Global Intelligence Files” è il nome dei files che Wikileaks ha iniziato a pubblicare a partire dal 27 febbraio 2012. Si tratta di oltre cinque milioni di e-mail della Stratfor “Global Intelligence”, società con sede nel Texas la cui principale attività è quella di raccogliere informazioni per conto di enti pubblici e privati. Le e-mail risalgono al periodo compreso tra il luglio 2004 e la fine del dicembre 2011.

Esse rivelano il funzionamento interno di un’azienda che opera come un’analista di intelligence  per conto di grandi società quali Dow Chemical Co, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon, oltre a numerose agenzie governative statunitensi quali il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, il corpo militare dei Marines e la US Defense Intelligence Agency. Le e-mail mostrano la rete di informatori, la struttura dei pagamenti, le tecniche di riciclaggio di denaro, oltre ad alcune tecniche psicologiche adottate dalla Stratfor.

Tra quelle pubblicate vi è anche una mail interna tra Robert Reinfrank e tal os, entrambe dipendenti della Stratford. La comunicazione contiene un articolo dell’agenzia Bloomberg (attualmente rimosso dal link) avente ad oggetto la joint venture tra ENEL ed EDF per lo sviluppo di reattori nucleari.

L’articolo, datato 3 agosto 2009 e firmato da Tara Patel, riferisce di come il principale gruppo energetico italiano e quello europeo intendano realizzare in Italia quattro reattori nucleari di nuova generazione “due decadi dopo che il Paese ha messo al bando la produzione di energia nucleare”.

Sviluppo Nucleare Italia srl, questo il nome della JV, avrà sede a Roma e vedrà tra i suoi obiettivi lo studio delle strutture che alloggeranno i quattro reattori a Potenza Evolutiva.

L’amministratore delegato di ENEL Fulvio Conti sostiene che l’accordo in questione pone le basi per un “ritorno del nucleare in Italia”.

Da parte sua EDF, per bocca del suo CEO Pierre Gadonneix , dichiara di avere da poco rilevato in Inghilterra British Energy Group Plc, che gestisce ben otto reattori nel Regno Unito e che ha in programma di realizzarne altri quattro di nuova generazione (EPR), per arrivare a governare complessivamente in Europa 10 EPR entro il 2020.

Una volta che la JV avrà completato gli studi di fattibilità dei reattori in Italia e una volta che saranno prese le decisioni relative agli investimenti da realizzare, i due gruppi saranno pronti a costruire ed a gestire, ciascuno singolarmente, le nuove centrali EPR.

Secondo l’articolo nel 2007 Enel e EDF avrebbero siglato un accordo in base al quale la prima vanterebbe il 12,5% degli utili del primo EPR sviluppato da EDF a Flamanville, in Normandia, entrato in funzione nel 2012, oltre ad un’opzione in altri cinque impianti francesi. Nel momento in cui l’articolo viene scritto EDF gestiva già in Francia 58 reattori nucleari e stava progettando di supervisionare la costruzione in Europa e negli Stati Uniti di ulteriori nuovi impianti, tutti prodotti dalla Areva SA il più importante sviluppatore al mondo di reattori nucleari.

Per Bloomberg EDF avrebbe ottenuto il via libera per costruire un nuovo reattore EPR a Penly, sempre in Normandia, un impianto che vedrebbe tra i principali azionisti, oltre ad Enel, GDF Suez SA e Total SA.

Le nuove acquisizioni del gruppo EDF avrebbero contribuito a spingere il suo indebitamento netto, al 30 giugno 2008, da 24,5 a 36,8 miliardi di euro. Solo l’acquisizione di British Energy sarebbe costata, secondo fonti interne ad EDF,10,8 miliardi di euro.

Stando a quanto affermato dal ministro dell’industria Claudio Scaiola nel corso di una conferenza a Parigi, per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo di coprire un quarto del suo fabbisogno energetico attraverso il nucleare l’Italia dovrà costruire 8-10 nuovi reattori.

Il 24 febbraio 2009 il presidente francese Nicolas Sarkozy e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi hanno siglato a Roma un accordo sulla cooperazione nucleare.

EDF e A2A SpA controllano congiuntamente a Milano Edison SpA, il secondo più grande produttore di energia in Italia.

Il 4 dicembre 2012, a seguito dell’ennesimo aumento dei costi e del mutato quadro politico (esito negativo del referendum consultivo del giugno 2011), ENEL decide di uscire dalla Joint Venture con GDF.

Il recessso deciso dal gruppo italiano guidato dall’amministratore delegato Fulvio Conti prevede un rimborso da parte di GDF di 613 milioni di euro, cifra anticipata dal ENEL per la costruzione del reatore nucleare EPR di Flamanville in relazione al quale il gruppo italiano vantava una quota in partecipazione del 12,5%.

Il progetto per la nuova centrale EPR in corso di realizzazione in Normandia costerebbe complessivamente 8 miliardi di euro, due in più rispetto ai 6 fissati, e ben al di sopra dei 3,3 miliardi preventivati nel 2005 in fase di progettazione dell’opera. (cm)

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USA: il picco di overdose e gli aumenti di prezzo del Narcan

overdoses statistics 2016

Per il secondo anno consecutivo, scrive il Guardian, gli Stati Uniti avrebbero registrato un calo dell’aspettativa di vita, intesa come durata della vita media. La variazione riscontrata dello 0,1 (da 78,7 a 78,6 anni) sarebbe dovuta agli effetti della crisi da oppioidi, crisi registrata a partire dal 1999. Il dato è il risultato di uno studio condotto dai ricercatori del National Center for Health Statistic found. Sarebbe questa la prima volta che si verifica un calo di questo tipo negli ultimi 50 anni.

Ad incidere maggiormente sarebbero state le morti per overdose da farmaci a base di oppioidi sintetici, principalmente antidolorifici, ma anche sedativi, tranquillanti e stimolanti.

Solo nel 2016 le morti per overdose sarebbero state complessivamente 63.500. Di queste, secondo le statistiche fornite dal Center for Disease Control and Prevention, il numero maggiore pari a 20.145, circa un terzo, sarebbe dovuto ad oppioidi sintetici diversi dal Metadone, principalmente Fentanyl, con una crescita del 21% rispetto all’anno precedente. Tra le altre principali cause di overdose troviamo poi l’eroina (15.446), gli oppioidi naturali (14,427), la cocaina (10.619), le metanfetamine (7.663) e a chiudere il Metadone (3.314).

Fra i nomi commerciali dei medicinali più diffusi a base di oppioidi sintetici troviamo, oltre al Fentanyl, il Vicodin e l’Oxycontin tra gli antidolorifici, mentre tra gli stimolanti l’Adderall, il Concerta ed il Ritalin; nella categoria tranquillanti ci sono invece il Valium e lo Xanax.

Per risalire all’ultima volta in cui è accaduto un fatto analogo occorre ripercorrere gli annali statistici fino al 1963, anno in cui si ebbe il picco dei decessi per le malattie connesse al fumo, picco che si aggravò ulteriormente in quell’anno a causa degli effetti congiunturali di un’ influenza particolarmente virulenta.

La messa in commercio, sebbene dietro prescrizione medica, di una serie di antidolorifici a base di oppioidi sintetici ha causato, a partire dal 1999, un aumento dei casi di dipendenza con conseguente verificarsi di decessi per overdose. A partire da quell’anno il numero di questi è cominciato a crescere senza mai arrestarsi, fino a raggiungere nel 2015 la cifra record di mezzo milione.

Secondo il National Institute on Drug Abuse solo nel 2010 gli americani che avrebbero abusato di medicinali a base di oppioidi sintetici sarebbero stati 7 milioni.

Dal 2015 al 2016 il tasso di mortalità per overdose da oppioidi sintetici è raddoppiato, passando da 3,1 al 6,2 ogni 100.000 casi.

Ciò equivale a dire che su 100.000 persone residenti negli Stati Uniti nel 2015 16,3 sono morte per overdose da farmaci oppioidei.

Nel 2016 i decessi da overdose sarebbero cresciuti del 21%, pari a 19,8 ogni 100.000.

Suddividendo il dato complessivo per classi di età, l’incidenza dei decessi è tutto sommato simile, fatta eccezione che per la classe che va dai 25 ai 54 anni, dove l’incidenza delle morti è stata la più alta con 35 decessi nel 2016 ogni 100.000 persone.

Dal punto di vista geografico il fenomeno ha investito in modo particolare cinque stati e segnatamente la West Virginia, dove i decessi sono addirittura triplicati rispetto all’anno precedente con 52 casi ogni 100,000. Negli altri stati colpiti, Ohio, New Hampshire, Washington DC e Pennsylvania l’incidenza è stata invece la stessa, pari a 38 casi ogni 100,000.

Estrapolando dal dato aggregato l’incidenza in base al sesso si ha che la maggioranza delle morti si è avuta per gli uomini, per i quali l’aspettativa di vita si è attestata nel 2016 a 76,1, con un decremento di 0,2 anni, mentre per le donne e’ rimasta costante a 81,1 anni.

Sebbene il presidente Donald Trump abbia dichiarato l’epidemia da oppioidi un’emergenza sanitaria pubblica molto poche sono state le risorse destinate dal suo governo alla risoluzione del problema.

Naloxon's price

La speculazione sul Narcan

Il prezzo in commercio dei medicinali a base di Fentanil dipende da una serie di fattori, quali il dosaggio, le modalità di assunzione e l’azienda produttrice.

Ad esempio l’Abstral venduto in una confezione a 10 compresse sublinguali da 100mcg, il cui principio attivo è il fentanil citrato, si trova in commercio a 85,00 euro.

Il Fentanil Zent venduto in forma di cerotto a lento rilascio da 100mcg/ora, una confezione da tre cerotti si trova in commercio al prezzo di 44,75 euro.

Il Fentanest sempre in forma citrato 5 fiale da 0,1 mg/ 2ml, prodotto dalla Pfeizer, si trova in farmacia a 3,14 euro.

Il Fentanyl HAM 5 fiale da 100 mcg/2ml, prodotto dalla Hamlen Pharma Gmbh, si puo’ acquistare a 2,51 euro.

L’Effentora prodotto dalla Cephalon Inc nel formato di compresse orosolubili da 100,200,400,600,800 mcv costa 38,72 euro a compressa.

Instanyl, nella forma dello spray nasale prodotto dalla Nycomed, si trova in 10 dosi da 50,100,200 mcg al costo di  96,82 euro, o in 20 dosi da 200 mcg al costo di 203,83 euro.

Altro elemento che occorre conoscere quando si parla di prezzi è quello del narcan, ovvero del principio attivo dell’antidoto usato in caso di overdose da oppioidi.

Impiegato per il trattamento della depressione respiratoria causata dal sovradosaggio di eroina o morfina o di farmaci oppioidi, il nome del farmaco in commercio contenente il principi attivo del narcan è il Naloxone.

Il Naloxone cloridrato nel formato da 50 fiale da 0,04 mg/2ml prodotto dalla Salf spa costa 100,98 euro.

Il Naloxone cloridrato nel formato da 50 fiale da 0,4 mg/1ml prodotto dalla Salf spa si  può acquistare invece a 200 euro.

Il Naloxone B Braun nel formato da 10 fiale da 1 ml/0,4 mg prodotto dalla B.Braun Milano spa costa  38,72 euro.

Negli Stati Uniti il prezzo del Naloxone sarebbe salito negli ultimi anni parallelamente all’intensificarsi della crisi da oppioidi.

Secondo il New England Journal of Medicine (www.nejm.org) la commercializzazione del narcan risale al 1971, ma sarebbe solo dal 1985 che è disponibile sul mercato la versione generica del farmaco.

Nella tabella in alto riportata nell’articolo del nejm si legge come nel 2009 il prezzo del Naloxone commercializzato dalla Amphastar fosse di 20,34 dollari, nelle versioni intramuscolare e intranasale.

Nel 2012 sempre il Naloxone intramuscolare commercializzato dalla Hospira (confezione in fiale da 0,4 mg per 10 ml) si trovava in commercio a 62,29 dollari.

Due anni dopo, nel 2014, il Naloxone della Mylan costava 23,72 dollari nel formato intramuscolare da 0,4 mg/1ml.

Arriviamo nel 2015, dove il Naloxone prodotto dalla West-Ward nello stesso formato intramuscolare della Mylan costava 20,40 dollari.

Oggi sul sito northdrugstore.com il formato da 0,4 mg/ml costa $ 165,00 nella confezione da 10 fiale, e $ 210, 00 nel formato kit.

Tuttavia nella forma dell’autoiniettore, suddiviso in due fiale monouso commercializzate col nome di Evzio (prodotto dalla Kaleo), costava già 690,00 dollari.

Nel 2015 il Naloxone disponibile sotto forma di spary nasale e commercializzato dalla Adapt sotto forma di due fiale intranasali monouso, costava 150,00 dollari.

Ciascun formato di Naloxone –  quello da due intramuscolari monouso, lo spray nasale e l’autoiniettore Evzio – ha essenzialmente un suo fornitore. Anche se vi sono tre produttori con l’autorizzazione della FDA per la commercializzazione delle intramuscolari da 0,4 mg / per millilitro, la maggior parte dei formati in commercio è venduta da Hospira, che nel 2012 ha aumentato il prezzo di tale farmaco del 129%  (vedi tabella).

Solo Amphastar produce iniezioni da 1 mg per millilitro, la dose utilizzata senza etichetta come spray nasale, che attualmente costa $ 39,60 dopo un aumento del 95% registrato nel settembre 2014.  Formati più innovativi e più facili da usare sono ancora più costosi. Il Narcan costa $ 150 per due dosi di spray nasale. Una confezione di Evzio da due dosi che costava gia’ nel 2014 $ 690,  oggi costa $ 4.500, con un aumento di oltre il 500% in poco più di 2 anni.

Sia il governo federale, attraverso il Comprehensive Addiction and Recovery Act del 2016, che i singoli stati, attualmente 46 dagli 8 del 2012, hanno adottato leggi che prevedono sovvenzioni per promuovere la diffusione dell’uso del Naloxone. Tuttavia il consumo del medicinale sembra registrare aumenti molto modesti.

Tra il 2009 e il 2015 il numero annuale di prescrizioni è cresciuto solo da 2,8 a 3,2 milioni. Mentre il numero delle prescrizioni al dettaglio è rimasto invariato la percentuale attribuita alle cliniche e ai fornitori di servizi d’emergenza (EMS) è cresciuta dal 14% al 29% . L’adozione relativamente lenta del Naloxone può essere dovuta in gran parte alla stigmatizzazione e alla mancanza di familiarità con il trattamento sia da parte dei medici che dei consumatori di oppioidi.

Tuttavia la ragione della bassa diffusione del farmaco a base di narcan sembra doversi individuare negli indiscriminati aumenti di prezzo registrati soprattutto in contemporanea con l’inasprirsi della crisi da oppioidi, aumenti in gran parte legati al basso numero di produttori, un sostanziale oligopolio che neanche le sovenzioni pubbliche sono state in grado di infrangere. (cm)

ENEL finanzia i lavori alla centrale nucleare slovacca

Mochovce

Nel 2006 il gruppo italiano produttore di energia ENEL ha acquistato, a seguito di una liberalizzazione da parte del governo slovacco, la quota di maggioranza (66%) dell’ utility  Slovenke Elektrarne.

Il restante 34% delle azioni è rimasto saldamente in mano al governo della piccola repubblica.

La società possiede ben quattro impianti di produzione di energia atomica, quattro centrali nucleari situate in due diverse località: Mochovce e Jaslovske. La produzione complessiva di energia dei quattro impianti è pari a 1700 MW su 2700 di potenza installata.

Il gruppo ENEL, suscitando l’indignazione degli ambientalisti per via dei due referendum in cui gli italiani si sono espressi in passato contro il nucleare quale fonte enegetica, ha deciso di investire in uno di questi quattro impianti, quello di Mochovce risalente agli anni settanta, la cifra record di quattro miliardi di euro per renderlo più efficiente e sicuro.

Ricordiamo che sebbene la società sia stata privatizzata il pacchetto di maggioranze di ENEL, pari al 23,58% delle sue azioni, è detenuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Ciò che più ha indignato è stata la modalità seguita dalla società italiana per ammodernare l’impianto, costruendo due nuove linee di reattori, la 3 e la 4, che si aggiungono a quelle già funzionanti 1 e 2,  preventivando per l’esecuzione prima 800 milioni di euro (2004), poi 1,89 miliardi (2005), fino ad arrivare agli odierni 4 miliardi per un impianto da 880 MW.

Dunque, ricapitolando, l’ammodernamento di un vecchio impianto degli anni ’70 progettato dall’ex Unione Sovietica con una tecnologia VVER 440, ovvero un reattore di seconda generazione la stessa a cui appartenevano quelli in funzione a Chernobyl, sarebbe costato quanto un impianto nucleare di ultima generazione (EPR).

Per ENEL i costi e le tempistiche forniti dagli ambientalisti (Greenpace) che criticano il progetto sarebbero sbagliati, posto che ENEL ha perfezionato l’acquisto del 66% della Slovenke Elektrarne solo nel 2006.

Resta il fatto che in termini assoluti l’investimento di ENEL nella centrale di Mochovce è il più ingente investimento estero mai effettuato nella Repubblica Slovacca. E la sua rilevanza e’ data dal fatto che il completamento dei due nuovi reattori consentirà al paese di raggiungere l’autonomia energetica.

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 Oltre ai costi gli ambientalisti ritengono che questi due nuovi reattori aggiunti all’impianto di Mochovce renderebbero la centrale di difficile commercializzazione.

Secondo Greenpeace i sistemi di sicurezza previsti non sono adeguati alle esigenze odierne, nel caso ad esempio di un attacco terroristico.

ENEL ha recentemente fatto sapere che non doterà il nocciolo nucleare di un guscio di protezione, requisito previsto invece dai reattori di ultima generazione, secondo le linee guida dettate dalla Commissione europea.

Da notare come mentre la costruzione dei primi due reattori di quella stessa centrale venne conclusa nel 1983, quella dei reattori 3 e 4 venne iniziata nel 1987 ma fu subito sospesa per mancanza di fondi. Nel 2008 i lavori vennero ripresi dal ENEL e dalla controllata Slovenke Elektrarne.

Sempre secondo gli ambientalisti i lavori sarebbero iniziati il 3 novembre 2008 con una violazione della normativa comunitaria, quella che prevede l’esecuzione di una Valutazione di Impatto Ambientale prima che abbia inizio qualsiasi opera di costruzione. Dunque teoricamente la Slovacchia potrebbe essere citata in giudizio dalla Commissone di fronte alla Corte di Giustizia europea per le irregolarità riscontrate nella procedura di approvazione del progetto.

Altro elemento a suscitare perplessità sull’imparzialità dei controlli è costituito dal fatto che l’incarico di valutare la fattibilità del progetto dei lavori, incarico attribuito dal Ministero dell’Ambiente slovacco, e’stato affidato ad una società controllata al 100% dalla slovacca VUJE. Peccato che quest’ultima avesse già vinto, insieme ad altre, l’appalto per l’esecuzione di quegli stessi lavori.

Robert Fico
Robert Fico

Quel voto contrario ai lavori di ampliamento

Il 29 maggio 2013 la rubrica Economia & Finanza di Repubblica.it riporta la notizia del voto contrario da parte del governo Slovacco, guidato dal populista di sinistra Robert Fico, al nuovo investimento da 800 milioni di euro destinato ai lavori di completamento delle due nuove linee della centrale nucleare di Mochovce.

Il fatto era noto già da dicembre, quando il premier della piccola repubblica recentemente entrata a far parte dell’UE aveva avvisato Enel di abbandonare la richiesta di ulteriori finanziamenti.

Ufficialmente le ragioni del rifiuto vengono fatte risalire alla mancata distribuzione di dividendi agli azionisti, posto che il 34% di  Slovenke Elektrarne, la società proprietaria di tutte e quattro le centrali nucleari del paese, è in mano al governo slovacco (il pacchetto di maggioranza del 66% era in quel momento in mano ad ENEL). Da quanto risulta inoltre ad E&F gli utili ottenuti da Slovenke Elektrarne sarebbero fino a quel momento stati impiegati nella ristrutturazione delle centrali.

Secondo le fonti del quotidiano la tecnologia impiegata nelle varie centrali sarebbe russa e risalirebbe agli anni ’50, anche se ad eseguire i lavori sarebbe stato il gruppo Skoda.

Il gruppo ENEL avrebbe rilevato il pacchetto di maggioranza (66%) del gruppo energetico slovacco con l’obiettivo di rilanciare il nucleare anche in Italia. Questo però avveniva prima del referendum del 12-13 giugno 2011, e soprattutto prima del catastrofico incidente di Fukushima dell’11 marzo 2011.

Jozef Holjenèík Úrad pre reguláciu sieových odvetví URSO

L’inchiesta giudiziaria

Il 13 luglio 2017 il sito venergetike.sk riferisce in merito alle indagini della polizia slovacca sulla privatizzazione di Slovenke Elektrarne e sui lavori eseguiti su alcune centrali elettriche e non ancora terminati.  “Data la fase delle indagini non possono essere fornite maggiori informazioni circa le attività della squadra o il procedimento penale e i relativi provvedimenti eseguiti“, hanno riferito il portale Energetike.sk  del Ministero delle Comunicazioni e il portavoce delle Forze di Polizia. Gli inquirenti non vogliono esprimersi in merito al coinvolgimento dell’ ex capo dell’Ufficio di Vigilanza delle Network Industries (URSO) Holjenčík Joseph, coinvolto in ben due procedimenti con l’accusa di abuso di potere.


Sei indagati

 A circa due anni dall’inizio  delle indagini sulla privatizzazione di  Slovenke Elektrarne secondo fonti ufficiali le persone rinviate a giudizio sarebbero sei. Cinque di queste sono accusate di violazione penale degli obblighi nella gestione delle attività estere, mentre la sesta di false dichiarazioni sociali.

Il procedimento giudiziario per la violazione grave degli obblighi nella gestione delle attività estere ha visto coinvolti alcuni funzionari che nel 2006 lavoravano nella società energetica, allora di proprietà dello Stato, Slovenke Elektrarne, e in seguito divenuti responsabili del funzionamento della centrale idroelettrica di Gabčíkovo.

Nel secondo caso gli investigatori della squadra dell’Agenzia nazionale Elektro hanno riscontrato il reato di falsificazione delle registrazioni commerciali ed economiche. Secondo gli inquirenti i funzionari coinvolti evrebbero surrettiziamente aumentato il costo dell’energia creando un surplus di ricavi ingiustificati.

I poliziotti sospettano che le operazioni contabili contenute nel bilancio separato relativo al 2005 e che rappresentano le centrali slovacche abbiano causato un danno alla Repubblica di oltre 308 milioni di euro


Le indagini sul completamento di Mochovce

Per circa tre anni, la polizia slovacca è stata impegnata ad indagare le attività relative alle centrali elettriche del  gruppo Slovenke Elektrarne. Almeno tre sarebbero le indagini aperte su questo filone investigativo. Due di queste sono state svolte nel 2014. In particolare una aveva ad oggetto la violazione dell’obbligo di gestire attività estere e la falsificazione di documenti economici e commerciali (bilanci e comunicazioni sociali).

Il secondo intervento della polizia alla fine del 2014 doveva essere il seguito della prima ondata relativa alla centrale idroelettrica di Gabčíkovo. L’Agenzia nazionale ha anche indagato, all’inizio di marzo 2017, diverse società coinvolte nel completamento della centrale nucleare di Mochovce. Le operazioni sono state condotte da un team specializzato nelle regioni di Košice e Prešov.


Slovenske-Elektrarne

Il nucleare fonte chiave per l’autosufficienta

Come risulta dal suo report annuale 2016 a partire dal 31 dicembre la società energetica Slovenské elektràrne ha due azionisti. Si tratta della Slovak Power Holding BV, che detiene il pacchetto di maggioranza del 66%. Questa sarebbe a sua volta per il 50% di proprità della EP Slovakia BV e per l’altro 50% di Enel Group. La restante quota di capitale della Slovenské, pari al 33,9 % è detenuta dal Ministero dell’Economia della Repubblica Slovacca.

Il nuovo assetto è il risultato della cessione da parte di Enel della sua quota di Slovenské  in favore di Slovak Power Holding BV.   

Come è scritto nella lettera del CEO di Slovenské Elektràrne, Bohumil Kratochvil, il 2017 è stato l’anno della svolta per la società poiché con il completamento dei lavori alle linee 3 e 4 dell’impianto nucleare di Mochovce la fonte nucleare tornerà a rivestire un ruolo primario nel mix produttivo, riuscendo a rendere autosufficiente dal punto di vista energetico la piccola repubblica. In ordine al mix produttivo le energie rinnovabili, solare e eolico, contribuiscono a coprire solo per il 34% l’offerta energetica della società.

L’elettricità prodotta dal gas naturale si attesta su una quota del 46%, grazie anche al basso costo della fonte energetica.

Secondo lo sviluppo della capacità produttiva installata il mix previsto per il 2016 prevedeva il 46,46% di energia prodotta da fonte nucleare, il 13,91% da impianti idroelettrici, ed il 39,58% da impianti termici.

In merito ai lavori per il completamento dei reattori 3 e 4, nel report si parla dell’ammontare complessivo dei costi pari a 4,6 miliardi di euro. Una volta ultimati i lavori la potenza complessiva degli impianti sarà in grado di fornire 471 x 2 MW. In questo modo l’insieme delle quattro centrali nucleari gestite da Slovenské Elektràrne sarà capace di soddisfare il 26% della domanda energetica della Repubblica slovacca.

Sviluppo della capacità installata

Come gia’ detto la tecnologia impiegata è la VVER 440-213, ovvero un upgrade della terza generazione di reattori nucleari. L’unità principale del 3° reattore di Mochovce è stata completata nel maggio 2016 e nel novembre dello stesso anno sono stati effettuati i primi test funzionali con il pieno di combustibile.

Quote nell'offerta di energia

Secondo quanto riferito dal sito vEnergetike.sk l’Autorità nazionale slovacca per la regolamentazione nucleare (UJD) avrebbe dichiarato che i lavori al terzo ed al quarto reattore della centrale di Mochovce procedono secondo i tempi previsti. In particolare il 3° reattore sarà completato a fine 2018, mentre il 4° sarà ultimato al termine  dell’anno successivo.

Il primo quantitativo di combustibile nucleare dovrebbe essere allocato nel 3° reattore intorno alla metà di luglio 2018.

Peter Ziga
Peter Ziga

In un’ intervista rilasciata dal ministro slovacco dell’Economia Peter Ziga, il 27 dicembre 2017, alla testata venergetike.sk viene sostanzialmente confermata la timeline per la realizzazione dei reattori 3 e 4 della centrale nucleare di Mochovce.

Secondo  il ministro il 2018 si aprirà con la conclusione dei lavori al blocco del 3°reattore, seguita subito dopo da un test idrico a caldo. Verso la metà dello stesso anno lo stesso blocco verrà messo in funzione attraverso l’inserimento delle prime unità di carburante nel reattore. I lavori al 4° blocco dovrebbero raggiungere per la fine del 2018 il 90% di quelli previsti.

Sempre secondo il ministro le risorse economiche complessive per il completamento dei lavori, pari a 700 milioni di euro, verranno fornite da ENEL.

In merito al processo di privatizzazione Ziga ha affermato come sulla base del memorandum firmato col socio privato italiano lo stato slovacco può rilevare il 17% delle azioni di Slovak Power Holding BV diventando così, con il 51% delle azioni, azionista di maggioranza.

L’eventuale cambio nell’assetto proprietario è comunque rimandato alla conclusione dei lavori di entrambe i blocchi della centrale di Mochovce. Ammesso che il governo slovacco riesca a trovare le risorse economiche per poterlo portare a termine.

Nei piano del governo ci sarebbe la creazione di una holding che dovrebbe inglobare sotto la proprietà pubblica tutte le società energetiche slovacche. (cm)

 

Geofeedia: la sorveglianza via social

geofeedia

L’American Civil Liberties Union (ACLU) della California ha ottenuto le prove che dimostrerebbero che Twitter, Facebook e Instagram hanno consentito a Geofeedia l’accesso ai dati dei loro utenti per monitorare attivisti e manifestanti.

Geofeedia è una società che ha inventato un nuovo modo per organizzare i dati forniti dai social network. Specializzandosi su una serie di algoritmi che consentono la geolocalizzazione degli utenti social sulla base delle informazioni presenti sui loro post. Tra i suoi clienti essa annovera anche Dell, CNN, Mall of America e NCAA.

Dopo che ACLU ha segnalato alle corporation interessate le risultanze della sua scoperta Instagram ha bloccato a Geofeedia l’accesso ai post dei suoi utenti, mentre Facebook le ha ridotto l’ accesso alle notizie base contenute nei post. Twitter ha  adottato recentemente alcune contromisure per tenere a freno Geofeedia anche se non l’ha ancora esclusa definitivamente dall’accesso ai suoi dati.

Sono però necessari ulteriori passi da parte delle Internet corporation per tutelare la riservatezza dei loro utenti, a qualsiasi categoria essi appartengano, mostrando così un maggiore impegno in campo politico e sociale.

Così oggi l’ACLU della California, il Center for Media and Justice e Colour for Change chiedono a Twitter, Facebook e Instagram di assumere l’impegno di proteggere meglio i loro utenti in futuro.

ACLU avrebbe appreso per la prima volta di questi accordi con Geofeedia grazie all’ accesso ai registri pubblici di 63 agenzie di polizia della California. L’analisi di questi documenti interni riservati avrebbe rivelato la rapida espansione della sorveglianza sui social media senza che vi sia mai stato un dibattito e senza alcun tipo di supervisione.

Dai documenti esaminati ACLU ha scoperto le email dei rappresentanti di Geofeedia che raccontano ad alcune forze di polizia del loro accesso ai dati degli utenti di Twitter, Facebook e Instagram.

In un messaggio un rappresentante di Geofeedia riferisce alla polizia che la sua compagnia aveva stipulato accordi con Twitter e Instagram in relazione all’accesso ai dati degli utenti. In quella stessa mail vengono promosse le caratteristiche del prodotto che – e’ scritto – “aveva coperto Ferguson / Mike Brown a livello nazionale con grande successo”.


I termini dell’ accordo Facebook-Geofeedia

In un’altra email del maggio 2016 un rappresentante di Geofeedia sollecita un “accordo legalmente vincolante con Facebook”. Su questi accordi ora finalmente sappiamo quanto segue:

Instagram ha fornito a Geofeedia l’accesso all’API, cioè all’archivio (libreria) dei dati contenuti nei post degli utenti pubblici su Instagram. Questo flusso di dati includeva anche quelli relativi alla posizione associata ai post pubblicati. Instagram avrebbe chiuso questo accesso a Geofeedia il 19 settembre 2016.

Facebook aveva in particolare fornito a Geofeedia l’accesso a un feed di dati chiamato topic, un flusso di aggiornamenti catalogato per argomenti, ( Topic Feed API) uno strumento per le media corporationes e le società di marketing che ha consentito a queste di ottenere tutti i post pubblici su di un argomento specifico, compresi gli hashtag, gli eventi e i luoghi specifici. Anche Facebook avrebbe chiuso l’accesso a tali dati il 19 settembre 2016.

Twitter non ha fornito a Geofeedia l’accesso al suo “Firehose”, ma ha un accordo tramite una controllata per fornire a Geofeedia l’accesso tramite motore di ricerca al proprio database di tweet pubblici. A febbraio Twitter ha rivisto i termini contrattuali fissati con Geofeedia per cercare di proteggersi ulteriormente dalla sorveglianza. Ma le informazioni in mano ad ACLU mostrano che, non più tardi dell’11 luglio, Geofeedia stava ancora pubblicizzando il suo prodotto come strumento per monitorare le proteste. Dopo aver appreso di ciò Twitter ha inviato a Geofeedia una lettera di risoluzione del contratto e di diffida.

Dato che Geofeedia ha ottenuto l’ accesso a Twitter, Facebook e Instagram come sviluppatore,  questo potrebbe consentirgli di accedere a un flusso di dati che altrimenti richiederebbe a un individuo normale di praticare dello “scrap” dai dati dagli utenti del servizio, pratica vietata dai termini di servizio del contratto. Con questo accesso speciale Geofeedia potrebbe arrivare rapidamente ai contenuti pubblici degli utenti e renderli disponibili per i 500 membri delle forze dell’ordine e di sicurezza che la seguono.

Il monitoraggio dei social media si sta diffondendo rapidamente ed è un potente esempio di tecnologia di sorveglianza che può avere un impatto sproporzionato sulle comunità di colore. Utilizzando le funzionalità di analisi e ricerca e seguendo le raccomandazioni indicate nei manuali di istruzione delle forze dell’ordine in luoghi come Oakland, Denver e Seattle Geofeedia potrebbe facilmente raggiungere quartieri dove notoriamente vivono persone di colore, monitorando gli hashtag utilizzati da attivisti o da gruppi quali ” ovest threats” o “Black Lives Matter”. Sappiamo per certo che a Oakland e a Baltimora le forze dell’ordine hanno utilizzato Geofeedia per monitorare le proteste.

Le società di social media e i loro dirigenti hanno espresso sostegno agli attivisti e ai movimenti oltre alle organizzazioni che sostengono la libertà di parola. Mark Zuckerberg ha manifestato il suo appoggio a Black Lives Matter e ha espresso sdegno per l’uccisione di Philando Castile, trasmessa su Facebook Live. L’amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey, si è personalmente recato a Ferguson. Ma soprattutto tutte le internet corporation hanno rimarcato il loro ruolo di amplificatore della libertà di parola su importanti questioni sociali o politiche.

Eppure vi è una grave contraddizione tra queste posizioni pubbliche e l’accesso ai dati che tali internet corporation hanno fornito.

Al di là degli accordi con Geofeedia, siamo preoccupati per la mancanza di serie politiche anti-sorveglianza e per una loro adeguata applicazione. Né Facebook né Instagram hanno una politica pubblica che vieti espressamente agli sviluppatori di sfruttare i dati degli utenti a fini di sorveglianza. Twitter ha una “regola di vecchia data” che vieta la vendita di dati dell’ utente a scopo di sorveglianza, e una Politica per gli sviluppatori che vieta l’uso dei dati “per indagare, monitorare o sorvegliare gli utenti di Twitter”. Politiche come queste dovrebbero essere previste su scala nazionale ed essere rafforzate.


Ecco cosa ACLU chiede alle social network corporations:

Nessun accesso ai dati per gli sviluppatori di strumenti di sorveglianza: le società di social media non dovrebbero fornire l’accesso ai dati agli sviluppatori che hanno tra i loro clienti le forze dell’ordine, ne consentire l’uso del loro prodotto per sorveglianza, compreso il monitoraggio delle informazioni sulle opinioni politiche, religiose, sociali, background razziale, luoghi, associazioni o attività di qualsiasi individuo o gruppo di individui.

Politiche chiare, pubbliche e trasparenti: le società di social media dovrebbero adottare politiche chiare, pubbliche e trasparenti per vietare agli sviluppatori di sfruttare i dati degli utenti a fini di sorveglianza. Le aziende dovrebbero spiegare pubblicamente tali politiche, il modo in cui verrebbero applicate e le conseguenze delle loro violazioni. Tali politiche dovrebbero anche apparire in primo piano in specifici materiali di divulgazione, cosi’come gli accordi stipulati con gli sviluppatori.

Supervisione degli sviluppatori: le società di social media dovrebbero istituire meccanismi di auditing tecnico e umano progettati per identificare in modo efficace le potenziali violazioni di tali politiche, sia da parte degli sviluppatori che degli utenti finali, e intraprendere azioni rapide nel caso di  violazioni.

Il governo non dovrebbe avere l’accesso privilegiato ai discorsi sui social media a fini di sorveglianza. Siamo fiduciosi che le aziende siano d’accordo. Facebook e Instagram hanno già negato l’accesso a Geofeedia e Twitter dovrebbe fare altrettanto. È giunto anche il momento per tutte e tre le società di tenere fede alle proprie parole adottando le misure concrete fin qui delineate (cm).

1963: la politica del governo Moro secondo la CIA (2a parte)

Moro e Nenni

Sulla capacità del nuovo governo di centrosinistra, uscito vittorioso dalle elezioni politiche del 1963, di avere una sua solidità nel tempo occorrerà – secondo gli analisti della CIA – attendere.

Se il Presidente del Consiglio, il democristiano Aldo Moro, e il suo vice Pietro Nenni del PSI,  sapranno essere una solida guida per il Paese sarà necessario aspettare l’esito delle imminenti elezioni regionali.

Previste dalla costituzione ma non ancora implementate dalla legislazione ordinaria, le Regioni italiane rappresentano una forte incognita per il governo Moro appena incaricato.

Quest’ultimo ha infatti inserito nel suo programma l’ adozione delle norme necessarie a trasferire agli enti amministrativi in questione i poteri e le prerogative previste dalla carta costituzionale.

l Cristiano Democratici, dal canto loro, si sono impegnati con i loro alleati socialisti a portare a termine questa importante riforma, ma hanno chiesto come contropartita il loro impegno a non allearsi nelle imminenti amministrative con i comunisti di Enrico Berlinguer.

Sul piano delle riforme economiche il nuovo governo dovrà affontare la grave crisi in cui versa il Paese, crisi manifestata da un elevato tasso di inflazione e dal grave deficit della bilancia dei pagamenti. I due alleati di governo si dichiarano pronti ad adottare una serie di misure di austerity. Ma l’opposizione di sinistra guidata dalla Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori, il principale sindacato formato in prevalenza da iscritti al Partico Comunista Italiano, non starà a guardare.

Si ritiene infatti che la strategia che quest’ultimo intendera’ seguire sarà quella di dimostrare le contraddizioni in capo al Partito Socialista, che da una parte dirige lo stesso sindacato e dall’altra adotta al governo misure economiche antisociali.

Di fronte alle supposte misure di austerity che si tramuteranno nel blocco dei salari e nel taglio dei servizi l’opposizione sarà pronta a scendere in piazza e ad adottare una politica di scioperi e di blocchi della produzione.

In questo quadro il Ministro del Lavoro, il Democristiano Giacinto Bosco, si troverà a dover gestire una difficile situazione. Pur evando egli mostrato una notevole capacità di mediazione riuscendo ad evitare, nel mese di dicembre, uno sciopero la sua rigidità caratteriale potrebbe portarlo a non saper gestire il nuovo confronto avente ad oggetto le misure di auterity.

Giolitti tremelloni Colombo

Tra i vari ministri economici del governo Moro i socialisti hanno scelto di avere un solo rappresentante: si tratta del Ministro al Bilancio il socialista Antonio Giolitti.

Tra le sue responsabilità egli avrà anche quella di redigere dei piani economici quinquennali per coordinare l’attività economica del governo.

Giolitti è anche uno degli autori del rapporto su cui si basa il corrente piano economico  governativo. Giolitti è anche l’unico rappresentante del governo appartenente alla corrente socialista di minoranza, quella dei lombardiani. La stessa che nel mese di giugno aveva impedito al suo partito di entrare nel precedente governo.

Il Ministro delle Finanze, il social democratico Roberto Tremelloni, dovrà occuparsi di due compiti molto importanti, vale a dire la riforma del sistema fiscale e quella del sistema previdenziale. Tremelloni è un importante economista, autore della legge sulla principale riforma fiscale del Paese, ed anche coautore del disegno di legge contro i monopoli. L’economista è favorevole a maggiori interventi da parte del governo in economia.

A guidare il Ministero del Tesoro è il più conservatore dei democristiani, Emilio Colombo. Pur avendo solo 43 anni Colombo ha già ricoperto le cariche di ministro dell’Agricoltura, del Commercio e dell’Industria. E’ molto vicino al suo collega di partito Antonio Segni, il quale ha espresso un’opinione molto negativa sull’esecutivo.

Pieraccini Bo Medici.jpg

 

L’impegno del governo ad una politica di austerity implica un drastico taglio nel bilancio da parte del Ministero dei Lavori Pubblici.

Tale ministero è guidato dal socialista Giovanni Pieraccini, con una lunga esperienza nel mondo del lavoro. Come per tutti i socialisti che ricoprono un incarico di ministro nel governo Moro in caso di sciopero da parte della CGIL Pieraccini sarà sottoposto ad un grave imbarazzo, in quanto come socialista sarebbe favorevole a sostenere il sindacato, mentre come esponente del Governo sarebbe contrario.

Il ministro democristiano Giorgio Bo, a capo del dicastero delle Partecipazioni Statali, sostiene anche lui una maggiore presenza dello Stato nel mercato, con l’acquisizione di partecipazoni in imprese strategiche. Vanta già una precedente esperienza governativa.

Il nuovo ministro dell’Industria Giuseppe Medici è invece un economista con molta esperienza nel campo dell’agricoltura ma con poco talento nel campo amministrativo.

Politicamente appartiene alla corrente di centro della DC ma tuttavia ha espresso anche lui giudisi non lusinghieri all’indirizzo del governo di centro sinisra.

Il social democratico Luigi Preti è invece stato nominato ministro senza portafoglio delle Riforme. Nella Democrazia Cristiana Preti è famoso per aver un profilo di politico attivo e concreto. D’altra parte la riforma della pubblica amministrazione è attesa da molto tempo. Salari, pensioni e condizioni di lavoro devono essere migliorati. L’ostacolo e’ costituito dal costo complessivo di queste riforme, che ammonterebbe a circa 656 milioni di dollari, e l’annunciato piano di austerity potrebbe portare ad una sua revisione.

 

Altra figura importante all’interno della Democrazia Cristiana è quella dell’associazione dei coltivatori diretti, guidata dal potente Paolo Bonomi.

La formazione del programma nel settore agricolo ha riscontrato notevoli difficoltà.

Il cuore della riforma tanto attesa è rappresentato dalla decentralizzazione dell’organizzazione delle cooperative.

Il ministro dell’Agricoltura Mario Ferrari Aggraddi è un economista ed un ottimo amministratore, avendo egli partecipato alla ricostruzione del Paese subito dopola Seconda Guerra Mondiale. Importante è stato il suo contributo al programma di governo per quel che riguarda le riforme nel settore agricolo.

Una delle principali riforme del governo Moro è quella di ridurre il differenziale industriale tra il Nord ed il Sud del Paese, inclusa la Sicilia e la Sardegna.

Un elemento fondamentale a questo riguardo sarà quello di aumentare l’industrializzazione e l’occupazione nel meridione. Ad assolvere tale compito è stato chiamato il ministri per il sud Giulio Pastore.

Ministro senza portafolgio Pastore, che per lungo tempo è stato segretario del sindacato dei lavoratori cattolici, la CISL, è un forte sostenitore del governo di centrosinistra.

Il ministero dell’Istruzione, che si dedicherà alla costruzione di nuove scuole ed alla creazione di nuovi asili, è guidato dal democristiano Luigi Gui, appartenente alla corrente conservatrice della DC, ritenuto molto capace a disepetto della sua giovane età.

Ed è proprio il tema del finanziamento statale delle scuole private, in particolare quelle cattoliche, che si teme possa suscitare numerose resistenze. La DC si è impegnata in campagna elettorale a fornire un sostegno tangibile alle scuole di ispirazione cattolica, ma il Partito Socialistà è fortemente contrario. Nel maggio del 1962 Guy propose di investire 640 milioni di dollari nelle scuole, in relazione al periodo 1962-65. La maggior parte di questi fondi ha finanziato la costruzione di scuole pubbliche. E’ probabile che nella nuova legislatura Gui intenda ripresentare la stessa misura.

Il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani ha accumulato una pregressa esperienza presso i ministeri degli Interni, della Difesa, del Tesoro e delle Finanze.

Fortemente anticomunista è probabile che decida di adottare la mano pesante nel caso di minacce all’ordine pubblico.

Il ministro della Giustizia Oronzo Reale è un forte sostenitore del governo di centro sinistra. Si ritiene che possa incentrare il suo mandato sulla riforma sia del codice penale che di quello civile,  con riferimento a quelle parti che risalgono al regime fascista.

 

Il ministro degli Esteri Giuseppe Saragat è al suo primo mandato, anche se ha una solida esperienza come sostenitore del Patto Atlantico. Avendo avuto modo di dimostrare le sue convinzioni in occasione della visita del Segretario di Stato degli Stati Uniti Donald Rusk. In questa occasione Saragat ha anche mostrato il suo favore in relazione alla Forza Nucleare Multilaterale (MLF).

Giulio Andreotti, che fino al 1959 ha guidato il ministero della Difesa, viene considerato un ministro molto competente. Appartiene all’area conservatrice della DC ed è fortemente contrario all’avvicinamento al Partito Socialista.

Malgrado la sua opposizione al governo e nonostante il parere negativo dei socialisti gli è stato affidato il dicastero della Difesa,  in funzione di garanzia nei confronti degli Stati Uniti e degli altri alleati NATO. Ma anche per rassicurare la destra DC sul mantenimento della linea internazionale adottata in passato.

Il ministro del Commercio Estero, il democristiano Piersanti Mattarella appartenente alla corrente conservatrice della DC, sembra voler seguire gli stessi indirizzi adottati dai suoi predecessori. Tuttavia potrebbe ricevere sollecitazioni da parte di alcuni settori industriali per incrementare gli scambi commerciali con i Paesi del blocco sovietico.

Previsioni

Se il nuovo governo sarà in grado di dimostrare, in modo rapido, di riuscire a gestire l’attuale crisi economica le sue prospettive di longevità si chiariranno in maniera evidente. Le richieste misure di austerity spingeranno a rinviare molte delle riforme di lungo periodo inserite nel programma.

E’ probabile che l’area conservatrice del governo possa spingere a prolungare il periodo di austerity allo scopo di impedire l’adozione delle leggi di riforma.

Sempre l’area conservatrice potrebbe puntare l’accento sull’accordo per la creazione del sistema di difesa della Forza Nucleare Multilaterale, nel tentativo di logorare gli accordi con alleati socialisti.

In quest’ottica assumeranno rilevanza anche le azioni portate avanti dietro le quinte dal ministro Segni, strenuo oppositore dell’accordi di governo con i socialisti.

Per contro l’azione dei comunisti tesa a rivendicare aumenti salariali potrebbe condurre ad ulteriori tensioni, specie se il periodo di austerity tenderà a prolungarsi più del previsto.

I socialisti premeranno per l’adozione delle leggi di riforma previste dal programma di governo. La loro posizione, stretta tra la morsa dell’eusterity e la necessità di imprimere la direzione all’azione di governo, sarà particolarmente vulnerabile.

I leader socialisti, costretti ad accettare un compromesso, sanno che un rinvio sine die delle riforme porterà a far credere ai loro elettori che il partito sia caduto in ostaggio della DC.

In questo quadro il governo Moro sarebbe ulteriormente indebolito da eventuali attacchi provenienti da esponenti di centro sinistra rimasti fuori dall’esecutivo. Ad esempio il leader della sinistra socialista Riccardo Lombardi, che già in giugno aveva impedito la formazione di un governo di centro sinistra, rifiutando di partecipare all’esecutivo che si sarebbe dovuto formare.

Anche Amintore Fanfani, della sinistra DC, ha rifiutato di entrare nell’esecutivo. Il leader Repubblicano Ugo La Malfa, alla richiesta di far parte del governo, è stato costretto a rifiutare per un presunto impegno inderogabile.

Potenzialmente gli esponenti di sinistra rimasti fuori dall’esecutivo sono quelli da cui potrebbero arrivare gli attacchi più dannosi alla stabilità della coalizione di centrosinistra, rispetto agli esponenti di destra. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1963: la politica del governo Moro secondo la CIA (1a parte)

Note per il DCI

In una nota segreta datata 10 dicembre 1963,  redatta dalla divisione Europa Occidentale della CIA e destinata al direttore dell’Agenzia (DCI), si riferisce in merito all’esito delle elezioni politiche italiane.

Tenutesi il 28 e il 29 aprile del 1963 le consultazioni riguardano il rinnovo dei due rami del Parlamento. L’esito finale vede la Democrazia Cristiana primo partito con il 38,28% dei suffragi, anche se in netto calo rispetto alle precedenti tornate elettorali (-4%).

Ad uscire rafforzate sono le opposizioni, sia di sinistra ovvero comunisti (25,26%) e socialisti (13,84%), che di destra cioè i liberali.

Dopo anni di autosufficienza da parte della DC il governo che viene formato e’ una coalizione di centro sinistra che vede il sostegno dei socialisti.

Il presidente della Repubblica Giovanni Leone affida l’incarico al democristiano Aldo Moro, che dopo le consultazioni forma un governo di 26 ministri, di cui 16 della DC, 6 del PSI, 3  Social Democratici, oltre ad un esponente del Partito Repubblicano.

Nella nota si fa presente come ad eccezione del ministro del Bilancio Giolitti, che fino al 1957 era stato iscritto al Partito Comunista, tutti gli altri non destano particolari preoccupazioni riguardo alla politica estera dell’Italia.

elezioni 1963

bollettino agenzia

In un bollettino informativo della CIA classificato come segreto e datato 14 dicembre 1971 si da conto delle imminenti elezioni del Presidente della Repubblica italiana.

La Democrazia Cristiana sostiene come candidato il Presidente del Senato Amintore Fanfani, socialisti e comunisti appoggiano la candidatura di Francesco De Martino mentre i Socialdemocratici il Presidente uscente Giuseppe Saragat.

Al 21°scrutino la situazione va in stallo. I grandi elettori della DC decidono di candidare il centrista Giovanni Leone al posto di Aldo Moro, considerato troppo di sinistra. PSI e PCI decidono di sostenere Pietro Nenni, nel tentativo di sottrarre voti alla sinistra democristiana. La DC si accorda con socialdemocratici, liberali e repubblicani per appoggiare Leone. Al ventitreesimo scrutino viene eletto Presidente Giovanni Leone.

 A pagina 1 del bollettino in questione si legge: Italia: i comunisti sostengono Moro o Saragat per la presidenza (con l’approfondimento a pag. 6).

Moro Saragat

Presidenziali

 Sempre nel bollettino si legge come in base ai dati degli analisti dell’Agenzia il PCI avrebbe deciso di sostenere l’esponente della Democrazia Cristiana Aldo Moro come candidato alle elezioni presidenziali; o in alternativa il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Saragat

 Nei primi sei ballottaggi – si legge nel resoconto – il 40% dei grandi elettori avrebbe votato per il candidato delle sinistre, il socialista Francesco De Martino, mentre i centristi e la destra DC avrebbero sostenuto Fanfani. I sostenitori di Saragat ed i cristiano democratici di sinistra si ritiene abbiano fornito i voti necessari a distanziare il rivale Fanfani.

Al secondo turno, che si terrà il 13 dicembre, si ipotizza che i social democratici diserteranno le urne, rilanciando in questo modo la candidatura di Fanfani.

 De Martino

Nei primi sei ballottaggi – si legge nel resoconto – il 40% dei grandi elettori avrebbe votato per il candidato delle sinistre De Martino, mentre i centristi e la destra DC avrebbe sostenuto Fanfani.

Nel rapporto si fa riferimento inoltre al fatto che nei mesi che hanno preceduto le elezioni i vari partiti politici avrebbero manifestato una certa inquietudine nel caso in cui Fanfani fosse stato eletto Presidente. La ragione di tale inquietudine andrebbe individuata nel rischio che questi possa interpretare la sua carica in maniera autoritaria.   

 report CIA

Composizione e programma del governo Moro

In un report della CIA datato 3 gennaio 1964 e declassificato nel dicembre del 2006 si  si da conto del programma e della composizione del governo Moro.

“L’Italia – si legge nel rapporto – si è imbarcata nel tanto atteso governo dell'”apertura alla sinistra”, risultato da un lungo sforzo di persuasione esercitato sui Socialisti di Pietro Nenni, volto a separare questi ultimi dal loro patto con il Partito Comunista Italiano, al fine di siglare un accordo di governo col partito demicristiano”.

L’accordo in questione mirerebbe a modernizzare le istituzioni sociali ed economiche del Belpaese.

“Gli ostacoli sembrano tuttavia considerevoli – si legge ancora nel report –  il programma di governo prevede una serie di riforme interne, oltre ad una sostanziale continuità con i paesi occidentali in tema di politica internzionale e di difesa. Tale programma incontrerebbe una forte opposizione da parte di esponenti di peso dei due principali partiti (DC e PCI)”.

Il governo Moro 1


Il programma della coalizione

“La coalizione guidata da Aldo Moro – si legge nel report – è il primo governo italiano dall’inizio della guerra fredda che vede la partecipazione attiva del Partito Socialista Italiano (PSI).

Questo è il risultato – prosegue il rapporto – di un accordo in base al quale il partito tradizionalmente neutrale dei Socialisti ha accettato di sostenere il trattato NATO in cambio di un’ estesa riforma interna appoggiata dal partito conservatore della Democrazia Cristiana”.

Passando a descrivere la composizione dell’esecutivo si legge: “I ministeri legati all’economia sono stati affidati a ministri già mentalmente predisposti alla riforma. I dicasteri degli Esteri, della Difesa e degli Interni sono andati a politici con alle spalle una lunga carriera favorevole alle politiche NATO.

Nell’insieme il governo in carica è in media più giovane rispetto al suo predecessore, oltra ad avere un più elevato spessore tecnico”.

Il report prosegue segnalando gli ostacoli e le rigidità presenti in entrambe i principali partiti, rigidità legate alla costituzione di un governo di centrosinistra.

Si tratterebbe in particolare di rigidità o quanto meno di diffidenza rispetto ad alcuni punti del programma di governo.

Il report sottolinea come nel caso di un buon risultato da parte dell’esecutivo sulla tabella di marcia rappresentata dall’attuazione del programma, i due principali partiti di governo, la DC e il PSI, uscirebbero politicamente rafforzati, a scapito di quelli più estremi, MSI, PLI e PCI.

Nel caso invece di un insuccesso il rapporto sottolinea come la situazione si capovolgerebbe,  dando luogo ad una polarizzazione che giocherebbe tutta a vantaggio dei partiti più estremisti, e segnatamente del PCI.

Una cosa è certa: in entrambe i casi l’immobilismo che aveva caratterizzato la fase politica degli anni ’50 rappresenta oramai un lontano ricordo.

Il programma di governo – si legge ancora nel rapporto – lungamente negoziato alcuni mesi prima delle elezioni dai quattro principali partiti, mira sostanzialmente ad attuare una riforma della struttura sociale ed economica del Paese al fine di fornire una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta.

La redistribuzione alla quale si fa cenno verrebbe ottenuta attraverso una modifica sull’incidenza della tassazione che miri a destinare maggiori risorse al finanziamento del sistema scolastico, nonche’ attraverso il decentramento dell’amministrazione governativa oltre ad un’accellerazione alla crescita del sistema industriale, in particlare nelle regioni del sud del Paese.

Le proposte del governo Moro

Tornando alle difficoltà con le quali il neo governo di centrosinistra a guida DC si dovrà confrontare, sempre secondo la CIA, la principale fra queste sarebbe rappresentata dalla crisi economica.

Crisi che secondo l’Agenzia si sicurezza statunitense dovrà spingere l’amministrazione guidata da Moro ad adottare una serie di misure di austerity, assolutamente non previste nel programma di riforme messo a punto con gli alleati di governo.

L’incognita rimasta inevasa riguarda la parte di programma che potrà essere attuata, che sempre secondo gli analisti della CIA dipenderà dalle qualità dei collaboratori e dei ministri chiamati a comporre l’esecutivo.

Il rapporto passa di seguito ad esaminare nel dettaglio il profilo dei vari ministri, partendo dai leaders delle diverse coalizioni.

Sia il premier Moro che il vice presidente del consiglio Nenni, presenti in una coalizione che vede anche il social democratico Giuseppe Saragat ed il repubblicano Oronzo Reale, vengono descritti come molto abili nell’arte del compromesso. Ma per poter portare a termine il programma sono richieste anche altre qualità, e in particolare una certa durezza da parte di Moro, posto che Nenni, pur essendo in politica dal 1947, non ha alcuna esperienza di governo. (cm)

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ministri

 

 

 

 

 

 

 

 

Terre di confine

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“In capannoni dismessi, presentati come centri di trasformazione della frazione secca, risultavano abbandonate migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti dal nord Italia”.

Con queste parole la relazione della Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti della XIII legislatura, presieduta dall’on Massimo Scalia, fotografa lo stato degli impianti di trattamento di rifiuti ispezionati in alcune province del Lazio.

Il quadro che emerge dalle audizioni sulla gestione del ciclo dei rifiuti è sconvolgente: oltre a numerose irregolarità vengono riscontrate gravi e diffuse condizioni di illegalità soprattutto nel sud della regione.

E’ il procuratore distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Melillo, a descrivere nei particolari ciò che  sarebbe avvenuto nel basso Lazio e che avrebbe avuto ad oggetto lo smaltimento illegale di rifiuti tossici da parte della criminalità organizzata casertana.

“Il Lazio – si legge nella relazione – ha ampie porzioni di territorio ad alto rischio di inquinamento ambientale per avere subito, nel recente passato, sversamenti ed interramenti di sostanze pericolose e per ricoprire ancora oggi un ruolo strategico nelle attività criminali specifiche dei traffici illegali di rifiuti”.


Il basso Lazio in mano alle mafie

Secondo l’antimafia a partire dagli anni ’70 le località di Cassino, Latina, Formia, Pomezia, Anzio, Nettuno ed Ardea sarebbero state elette come zone di residenza dalle principali organizzazioni mafiose a carattere nazionale. N’drangheta, Cosa nostra e camorra avrebbero dunque dei loro rappresentanti stabili insediati in questi territori, per valutare circa le opportunità di business offerte da  tali mercati. Tra queste chiaramente anche lo smaltimento illegale dei rifiuti.

Le province del meridione sarebbero quindi le più esposte a fenomeni di illecito smaltimento a causa dei più intensi accertamenti che avrebbero avuto luogo nel casertano, zona di provenienza delle organizzazioni criminali maggiormente coinvolte nel traffico illecito.

Le rivelazioni spingono la Commissione ad effettuare i necessari approfondimenti nel Lazio, i quali arrivano dopo analoghi riscontri svolti in Liguria, Piemonte e Campania, riscontri cominciati gia’ nel corso della precedente legislatura.


Il deposito di fusti più grande d’Italia

Il 24 ottobre 1997 una delegazione della Commissione rinviene, nel corso di una missione conoscitiva effettuata su di una serie di impianti di smaltimento di rifiuti, dentro un capannone in località Pontinia in provincia di Latina numerosi fusti metallici contenenti rifiuti tossici.

Ufficialmente l’impianto si sarebbe dovuto occupare del trattamento e del  recupero di tali contenitori, adibiti al trasporto di rifiuti tossici. Dunque i fusti presenti in quel capannone avrebbero teoricamente dovuto essere vuoti. In realtà buona parte di questi, in totale 11.600, contenevano ancora rifiuti nocivi.

Ed infatti non venivano rinvenuti i macchinari necessari a svolgere tale attività. Le uniche attrezzature presenti erano un carrello elevatore e due grosse cisterne.

Altra anomalia era rappresentata dalle numerose irregolarità riscontrate sul registro di carico e scarico delle merci presente anch’esso in quel capannone. Tali irregolarità spingevano la Commissione a denunciare il tutto alla Procura di Latina, la quale procedeva a sequestrare il capannone ed il suo contenuto.

Da i riscontri successivi la Commissione ha potuto accertare una serie di collegamenti tra la società titolare dell’impianto in questione, altre società sempre destinate allo smaltimento dei rifiuti ed alcuni personaggi legati alla criminalità organizzata.


Il riciclaggio fantasma

Piu’ in generale la magistratura ha potuto accertare come alcuni imprenditori incaricati di gestire i rifiuti si rivolgessero ad alcune ditte, intermediari commerciali, le quali a loro volta contattavano altri imprenditori, privi dei permessi e delle autorizzazioni necessarie, che avevano il compito di individuare le forme di smaltimento illecito. Ad ogni appaltatore veniva consegnato un modulo di accompagnamento, con timbro, data e nome della discarica autorizzata di destinazione. L’appaltatore portava il modulo al comune dal quale aveva ricevuto l’incarico di smaltire i rifiuti e in cambio veniva da questo regolarmente pagato per il servizio.

In un’altro caso, scoperto sempre da un’inchiesta giudiziaria, il basso Lazio era stato scelto come luogo di smaltimento dei rifiuti, dietro lo schermo di una finta società di smaltimento. In realtà dalle indagini emergeva come tale società non avesse gli strumenti per poter riciclare i rifiuti presi in carico, e peri i quali riceveva cospicui emolumenti. I rifiuti venivano dunque smaltiti illegalmente tramite sotterramento. Gli impianti fittiziamente indicati serviamo esclusivamente a garantire il meccanismo del “cambio bolla”, quel processo che permetteva di ottenere una nuova bolla che certificasse l’avvenuta lavorazione dei rifiuti ed il loro conseguente declassamento da speciali a normali. Tale passaggio risultava determinante ai fini dello smaltimento in una discarica comune.

Tutto ciò è stato possibile, sottolineano i magistrati, grazie ad una sostanziale assenza dì controlli


Non solo la provincia di Latina

Sempre da pregresse inchieste giudiziarie riprese nel corso delle audizioni è emerso come anche la provincia di Frosinone sia stata interessata dal fenomeno di sversamento illecito di rifiuti pericolosi. Si fa cenno in particolare al territorio di Arpino, dove sotto un parcheggio realizzato in cemento armato sarebbero stati interrati numerosi rifiuti pericolosi.

Un’ulteriore indagine ha individuato un traffico illecito di rifiuti pericolosi tra il Lazio e la Lombardia. Si tratta di rifiuti che  tra gli anni 1989 e 1990 furono gestiti da società vicine alle organizzazioni criminali lombarde.

Tali rifiuti venivano smaltiti in parte presso la discarica Alma di Villaricca, il cui titolare è Luca Avolio, condannato dal tribunale di Napoli per traffico di rifiuti. Attraverso le audizioni la Commissione ha potuto inoltre appurare come la cava di Piana Perina, situata nel comune di Riano, in provincia di Roma, sia stata usata per lo smaltimento di rifiuti tossici.

Da un successivo sopralluogo la Commissione ha verificato come nell’area sottostante alla cava siano stati interrati dei fusti di metallo. Di questi ne sarebbero stati recuperati 150, tutti contenenti rifiuti speciali, ospedalieri e tossici, tutti sepolti sotto una coltre di rifiuti domestici.  (cm)

I viaggi della coca

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Il traffico di cocaina si è infiltrato nella logistica delle esportazioni fino ad arrivare a controllare intere fattorie, stabilimenti di imballaggio, vie di trasporto, compagnie di navigazione e porti. Nascosta all’interno di container, tra carichi di frutta e verdura, la droga viaggia fino agli Stati Uniti e all’Europa. Solo negli ultimi sette anni almeno 18.000 chili di cocaina hanno lasciato le acque del Costa Rica per essere confiscate in diverse parti del mondo.

Nelle geografia delle rotte del narcotraffico il Costa Rica assolve al duplice ruolo di deposito di stoccaggio della droga oltre che centro di negoziazione per compratori ed acquirenti di grossi quantitativi di tale sostanza. Per via aerea, terrestre e per mare i carichi provenienti dai paesi di produzione, Perù, Colombia e Bolivia, vengono ricevuti e imbarcati in grandi navi porta container. I flussi di denaro destinati a pagare venditori e broker provengono, in genere, dal Messico.

Se la merce supera i controlli di polizia – locale e internazionale – la droga giunge nei ricchi mercati di Stati Uniti ed Europa.

Ma come operano queste organizzazioni? Quali sono le loro rotte? In quali paesi è stata sequestrata la maggior parte della coca proveniente dal Costa Rica e quali i principali sequestri negli ultimi otto anni?

Moin port Costa Rica

Nell’ infografica realizzata dal sito nacion.com si fa cenno ad una nave container in sosta nel porto di Limon, sul versante caraibico del Costa Rica. Qui, nel nuovo Container Terminal di Moín (foto in alto) ogni anno vengono movimentati circa 750.000 container. Il terminal APM è in grado di accogliere la nuova classe di navi Panamex, cinque volte più larga di una normale container, capace di caricare fino a 13.500 container a viaggio.

Tra il 2012 e il 2016, camuffata tra i prodotti destinati all’esportazione, la polizia ha rinvenuto 4.000 chili di cocaina in procinto di lasciare il paese.

Nel resoconto fatto da la nacion si parla di un carico di ananas proveniente da uno stabilimento alimentare trasportato via terra fino a Moin e da qui imbarcato su di un porta container diretto al porto spagnolo di Tarragona. Il molo d’attracco, attrezzato per le Panamex, è il DP World Tarragona. Il container su cui viaggiava il carico di ananas nascondeva nel fondo del pianale di carico 37 chili di cocaina pura al 99%.

L’operazione era stata agevolata da un infiltrato, assunto dai narcos presso la compagnia di navigazione. L’uomo, soprannominato Elizond, aveva preso accordi affinchè il container venisse trasferito dalla Álamo, legittima proprietaria, ad un magazzino sito in località Liverpool de Limón.

Lì, due operai saldatori assoldati dai narcos lo avrebbero modificato per creare un’ intercapedine in grado di nascondere la droga, un lavoro che difficilmente le autorità avrebbero potuto scoprire. Sia i due saldatori che l’infiltrato appartenevano ad un’organizzazione composta da undici persone, dedita al traffico di stupefacenti in prevalenza verso l’Europa. La droga veniva abitualmente nascosta all’interno di carichi di merci perfettamente legali.

I container modificati

Il gruppo era guidato da Samuel, un cubano di 58 anni, che svolgeva il ruolo di broker e che stabiliva sia i quantitativi che le destinazioni dello stupefacente. Il suo braccio destro, un’altro cubano noto come Juanito (43 anni), aveva invece l’incarico di comprare e spedire la coca. Nel gruppo c’era poi un certo Acevedo, un nativo messicano dello stato di Sonora di 29 anni, che curava gli aspetti finanziari. Il resto del gruppo era di nazionalità costaricana. I due saldatori erano due dipendenti di una ditta di ferramenta, assoldati per modificare i container.

La nave, monitorata dalle autorità, era partita il 20 luglio 2011 e raggiunge il porto di Tarragona (foto in testa e foto sotto) l’11 agosto. Qui il suo carico passa sotto la custodia delle autorità spagnole, le quali scoprono la droga su indicazione dei colleghi costaricani. In carcere finisce anche Juanito, un altro costaricano giunto in Spagna per consegnare la merce a Niño Dios, un trafficante colombiano.

Tarragona

Quello descritto, nascosto in un container di ananas, è solo uno dei 19 sequestri di cocaina effettuati in Europa tra il 2010 e il 2016. Complessivamente in questo periodo  le autorità hanno scoperto15.790 chili di cocaina, provenienti dal Costa Rica, nascosti principalmente tra la frutta e la verdura destinata all’esportazione.

Si tratta del 40% del totale di cocaina sequestrato, all’estero, ai trafficanti locali nel periodo preso in esame. Altri 39.571 chili sono stati scoperti presso aeroporti, strade o in mare aperto.

Rotterdam (foto in basso), nei Paesi Bassi, è il porto di ingresso del 74% della cocaina destinata al mercato europeo. In questo paese sono stati effettuati i tre più ingenti sequestri di droga proveniente dal  Costa Rica. Due risalgono al periodo compreso tra il gennaio 2015 e il marzo del 2016 (8.500 chili in totale), mentre il terzo di 3.000 chili risale al 2014.

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Un quarto sequestro, avvenuto in Spagna, è stato eseguito ad Algeciras, nel sud dell’Andalusia.

Per i trafficanti il ​​business è redditizio. Se i 15.790 chili confiscati in Europa fossero stati venduti a Madrid avrebbero reso 1.184 milioni di dollari. Ogni chilo costa, secondo il Ministero dell’Interno iberico, 75.000 dollari.

Oltre alle spedizioni perse all’estero, in sette anni la Polizia del Costa Rica ha sequestrato alla medesima organizzazione, tra mare aperto e terra ferma, 122.100 chili di coca.

Per ora il più colpito da questa strategia criminale è il settore agricolo, le cui vendite hanno rappresentato nel 2016 il 5% della produzione nazionale.

Dei 2.688 milioni di dollari di fatturato dello scorso anno quasi la metà proviene dall’ Europa, dove sono stati spediti 2,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli.

Nel complesso, nascoste tra la frutta e la verdura, la polizia ha scoperto 9 tonnellate di cocaina.

Le cifre sui sequestri all’estero provengono da un’indagine condotta da La Nación, supportata da un database dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). I dati relativi ai sequestri effettuati nei singoli paesi paesi vengono comunicati all’UNODOC. Tra i dati comunicati anche quantità e destinazione dei sequestri, nonché i mezzi di trasporto e di occultamento.

Il dati vengono quindi integrati attraverso i rapporti stampa sui sequestri, le cifre fornite dal ministero dell’Interno e le sentenze dei tribunali. (cm)

 

SIGNA: l’associazione di ex funzionari CIA

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Alcuni membri dell’ex team di sicurezza dell’Agenzia hanno continuato a lavorare per la CIA, mentre altri si sono uniti alla lotta contro il FOIA

SIGNA, un nome che tradotto significa “sigillo scritto” ed il cui motto è “aver servito è la più grande virtù“, è la poco conosciuta società segreta della CIA composta da ex agenti in pensione.

Da non confondere con CIRA, l’altro gruppo di ex agenti in pensione, Signa Society è stata costituita nel 1970 ed ha un sito web non accessibile.

Esso risulta infatti “restricted“, ovvero non raggiungibile a causa di un firewall di sicurezza.

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Nell’eventualità in cui si riesca ad accedere al sito sulla sua hompage viene spiegato come questo sia predisposto “solo per un selezionato gruppo si ex funzionari federali in pensione“.

Per poterne far parte occorrono “almeno 20 anni di servizio federale“, oltre ad alcuni requisiti essenziali.

E’ prevista la possibilità di entrare nella società anche per i dipendenti ancora attivi, con almeno dieci anni di servizio. E’ inoltre consentita l’opportunità di registrarsi al sito come ospite, ma solo se si è in possesso dei requisiti richiesti.

Una volta ottenuto l’accesso si puo’ usufruire di una serie di servizi, inclusa la presentazione della domanda per una borsa di studio. La registrazione è obbligatoria ogni volta che si accede al sito anche per i membri già iscritti.

Secondo alcuni documenti interni della CIA i membri di Signa non sarebbero completamente inattivi. Sebbene i documenti ufficiali dell’associazione sostengono che i suoi associati “non hanno più alcuna relazione con il loro ex datore di lavoro“, un documento interno della direzione dell’Agenzia, datato 23 settembre 1981, dimostra invece come “i membri di Signa sostengono l’Agenzia in vari modi”.

Ufficialmente tali contributi si limiterebbero “alla difesa tenace dell’organizzazione sia in occasioni pubbliche che private” contro le “critiche negative (mosse) attraverso i mezzi di comunicazione“.

Tuttavia alcuni membri sarebbero stati impiegati “a chiamata diretta” per “contribuire in modo significativo ad alcune attività investigative”, nonchè “partecipando ad attività coperte dell’Agenzia, reclutando e svolgendo il ruolo di portavoce attraverso società e altri organismi legati al governo degli Stati Uniti”.

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Una associazione che esiste ufficialmente solo dal 2014

Per il pubblico, dunque, Signa Society esiste solo come gruppo di pensionati particolarmente attivi, oltre che orgogliosi del loro passato e dell’attività svolta per conto del governo statunitense. Da una panoramica sui vari social si scopre che sulla pagina LinkedIn di Sigma Society viene indicato come unico contatto per raggiungere la società una Casella di Posta. 

Ma stranamente per una associazione di ex funzionari pubblici abituati a muoversi e ad operare nella segretezza, vengono riportate la data, l’ora e il luogo delle riunioni sociali e di lavoro. Oltre a ciò le informazioni sulla società disponibili sulla rete sono molto poche,  fatta eccezione per alcuni suoi file e per quelli della CIA.

Signa Society viene anche menzionata in alcuni necrologi, mentre le informazioni no-profit del gruppo mostrano semplicemente che il suo tesoriere è il fresco di nomina Jack Bowden, un veterano con 23 anni di servizio nella CIA col ruolo di responsabile della sicurezza presso l’Office of Security. Su un’altra lista compare poi il nome di Patrick McMahon quale contatto di riferimento per il gruppo.

Per avere una minima idea della storia e dell’ attività dell’organizzazione dobbiamo necessariamente rifarci ai documenti della CIA.

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Le attività ufficiali di Signa

Sebbene la SIGNA Society sia stata costituita, come già visto, nell’aprile del 1970, il suo status di ente non profit è stato riconosciuto dall’Internal Revenue Service – l’agenzia delle entrate degli Stati Uniti –  solo nel settembre 2014.

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Eppure tra le righe di un documento interno della CIA del settembre 1981, declassificato solo il 4.06.2010, scritto dal direttore della sicurezza e destinato al direttore dell’Agenzia (DDCI), si ricorda come lo statuto del gruppo descriva Signa come “un’organizzazione senza scopo di lucro, apolitica, fondata da ex dipendenti dell’Agenzia in pensione, per recare ai suoi membri fraterna amicizia, e per portare a loro e ai loro familiari e amici valori sociali, educativi e culturali“.

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Signa viene inoltre descritta come un’organizzazione che “non promuove o sponsorizza alcuna causa e che non ha alcuna relazione con il suo ex datore di lavoro“, cioè la CIA. Questa descrizione letterale non ha impedito al direttore della sicurezza dell’Agenzia (Director of Security) di confessare come comunque “Signa sia molto collaborativa con l’Agenzia“.

Questa precisazione va estesa sia all’intero gruppo che a livello individuale, poiché più avanti il DOS afferma che “tutti tenacemente difendono l’organizzazione sia in occasioni private che  pubbliche“. Il Direttore della sicurezza auspica inoltre un incontro tra il Direttore dell’Agenzia e i dirigenti di Signa, al fine di spiegare “ i modi attraverso cui i pensionati dell’Agenzia possano, in maniera appropriata e corretta, sostenere l’Agenzia senza generare critiche ingiuste da parte dei media“.

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Le attività coperte

In un altro documento interno datato 1.10.1982 e declassificato il 7.09.2010, redatto sempre dal direttore della sicurezza e diretto al quartier generale della CIA, viene citato Bob Gambino ex direttore della sicurezza dell’Agenzia dal 1975 al 1980, al momento della redazione presidente di Signa Society, assunto dalla Syntetico Fuel Corporation con l’incarico di Ispettore generale. Altro ex dirigente citato è Marv Gentile, ex funzionario dell’Agenzia con l’incarico di direttore della sicurezza presso il Dipartimento di Stato, al momento impiegato come funzionario della General Electric.

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I due ex funzionari non vengono citati a caso. Infatti nel paragrafo successivo  si fa cenno a come “i membri della Signa siano ancora associati all’Agenzia come in base ad uno status contrattuale, contribuendo in maniera significativa (a seguito di una convocazione) come investigatori a chiamata o in altre attività (sempre) legate alla sicurezza“.

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E ancora, sempre in merito alle attività poste in essere dai membri della Signa Society per conto dell’Agenzia, dello stesso tenore è quanto riportato in un documento interno datato 10.09.1986 e declassificato nel 1.09.2011, dove si afferma come tra queste vi sia quella di prestare servizio in qualità di “investigatore privato indipendente” o anche di “postino brevi manu di documenti (riservati)” ed infine come “promotore di promettenti canali di reclutamento per l’occupazione del personale”.

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 La presenza di molti ex funzionari CIA  nell’organigramma dirigenziale di diverse multinazionali avrebbe lo scopo non solo di promuovere l’immagine dell’Agenzia all’interno del settore privato, ma anche quello di tentare di coinvolgere quei dipendenti che rispondano a determinati requisiti, in attività “coperte”. Quello stesse attività alle  quali partecipano, come abbiamo visto, anche i membri di Signa.

E proprio una delle prerogative per questi ultimi indicate nei documenti interni è quella di fare dello “scouting”, ovvero di segnalare all’Agenzia quegli individui particolarmente dotati per quelle attività che richiedano personale non schedato dai Servizi di altri paesi.

 


Leaking e Whistleblowing

Nel documento sopra citato si fa riferimento a come solamente nell’anno 1981 la CIA avesse subito ben 250 fughe di notizie.

Sebbene il fenomeno venga definito “epidemico” e dunque particolarmente grave a causa del danno di immagine sia nel paese che soprattutto all’estero, si fa presente come il perseguimento legale del fenomeno porti come inconveniente la necessità di dover svelare il contenuto della fuga stessa.

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Ancora sui leaks, in un altro documento interno datato 10.09.86 si fa riferimento alla necessità di introdurre modifiche alla normativa che prevedano un maggior controllo sui contatti della stampa, la necessità di criminalizzare la fuga di notizie, e parallelamente quella di impiegare un maggiore sforzo investigativo oltre alla possibilità di prevedere uno scambio di informazioni. Tutto questo per scoraggiare il leaking – ma non il whistleblowing – rendendola un’attività priva di alcuna utilità e notevolmente rischiosa.

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Inoltre si sottolinea come la stampa sia in generale sempre favorevole di fronte a tale fenomeno, in quanto connaturato all’esigenza di dovere informare la popolazione, secondo il dettato del Primo Emendamento alla Costituzione americana.

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Tra i suggerimenti rivolti dal Direttore della Sicurezza in relazione alla preoccupazione per i leaks,  sottolineando “la difficoltà di contenimento di tale fenomeno”, vi sono alcune contromisure:

– una legislazione penale più punitiva verso gli autori della fuga

– delle norme amministrative che colpiscano i responsabili causando la loro rimozione

– investimenti sul personale dell’Agenzia per una formazione che responsabilizzi maggiormente sui danni

– necessità di stipulare accordi preventivi con la stampa per ottenere la visione degli articoli prima della loro pubblicazione.

– tra le priorità della formazione sottolineare la distinzione tra fuga di notizie e denunce interne per irregolarità (whistleblowing), con queste ultime da indirizzare agli ispettori interni.

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Connessa alla tematica dei leaks, ovvero delle fughe di notizie, la CIA considera anche la libertà di informazione di cui godono i cittadini su questioni riguardanti la pubblica amministrazione, diritto riconducibile alla legislazione del Freedom Of Information Act.

Nel documento interno datato 1.10.1982 l’Agenzia mostra di avere una scarsa considerazione dell’istituto del FOIA,  ritenendo “sufficiente non esagerare con le informazioni concesse in base alla corrente legislazione“, ed anzi si mostra l’esigenza di sottolineare i possibili “benefici che potrebbero derivare da una modifica di quest’ultima (limitando la possibilità di desecretare senza preavviso documenti classificati, favorendo la costruzione di un mosaico corrotto (di prove) e sollevando (l’Agenzia) dall’obbligo di rilasciare informazioni sensibili non classificate”.

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