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Claudio Meloni

La corruzione ed il sistema Buzzi

 

l'Italia e la corruzione

Due giorni fa il Sole 24 Ore ha pubblicato un’elaborazione dei dati relativi al dossier sulla corruzione della Fondazione David Hume; secondo il dossier l’Italia sarebbe uno dei paesi più avanzati al mondo più affetti dalla corruzione; peggio di noi starebbero solo Grecia e Turchia. I dati sulla percezione della corruzione nel nostro Paese ci dicono che il 75% degli italiani ritiene che questa sia aumentata negli ultimi tre anni.

I settori più esposti a tale fenomeno sarebbero i partiti politici (68%), seguiti dai politici stessi (63%), dai funzionari che svolgono un ruolo decisionale in tema di appalti pubblici (55%), dai funzionari pubblici che si occupano della concessione di permessi edilizi (54%),  quindi a pari de-merito vi sono i funzionari pubblici che erogano licenze commerciali, gli ispettori ed il sistema sanitario (44%), e agli ultimi posti, che non è certamente un risultato di cui vantarsi, troviamo le banche e le istituzioni finanziarie (40%) ed infine le autorità fiscali (35%).

Ma il dato che emergerebbe da tale studio è che la tendenza attuale sarebbe in via di peggioramento: il nostro Paese, dunque, in tema di corruzione starebbe scivolando in una classifica tra le economie più sviluppate e allo stesso tempo più corrotte, lentamente ancora più in basso,

Per capire di cosa si sta parlando occorre svelare quali siano i meccanismi attraverso cui la corruzione opera, nella pubblica amministrazione ma soprattutto nella politica. Occorre capire quali siano i canali attraverso i quali i partiti ed i politici si finanziano illecitamente, e come tali meccanismi di finanziamento vincolino poi i politici ad eseguire determinate scelte. Tra le recenti inchieste giudiziarie in grado di svelare questi scenari, quella di Mafia Capitale è sicuramente una delle più complesse e più recenti. Abbiamo già esaminando, in precedenti articoli, come esponenti politici di schieramenti opposti fossero accomunati dal fatto di sfruttare un medesimo meccanismo di finanziamento illecito, quello creato dal sistema delle cooperative di Salvatore Buzzi, in grado di turbare importanti gare pubbliche per aggiudicarsi la gestione di servizi locali, si va dall’accoglienza degli immigrati alla gestione dei campi rom, dalla cura del verde pubblico e dei parchi alla raccolta dei rifiuti domestici, passando per l’emergenza alloggiativa e la preparazione di pasti.

Tu devi essere bravo perché la cooperativa campa di politica, perché il lavoro che faccio io lo fanno in tanti, perché lo devo fare io? Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segretaria, pago cena, pago manifesti…” e ancora: “mentre i miei poi non li paghi più (li paga solo durante le elezioni), poi quell’altri li paghi sempre a percentuale su quello che te fanno“.

In queste parole pronunciate nel corso di una conversazione da Salvatore Buzzi e intercettate dal ROS c’è il disvelamento di una realtà: le modalità con cui operava uno dei più importanti imprenditori di cooperative sociali in Italia, legato a filo doppio, soprattutto nella partecipazione a gare per la gestione di servizi ma anche nell’affidamento di servizi in subappalto, ad importanti cooperative a carattere nazionale come la CNS. A partire dal 2008 a questo sistema generalizzato di corruzione se ne è innestato un secondo, anche questo di tipo criminale, il cui carattere mafioso dovrà essere accertato, che in origine era dedito solo a settori tipici della criminalità comune, come lo strozzinaggio, il riciclaggio di denaro sporco, l’intestazione fittizia di beni ed il reinvestimento di proventi di attività illecite in beni e attività lecite, in Italia e all’estero.

Questi due mondi, in origine separati, hanno fatto la loro reciproca conoscenza in occasione dell’elezione di Gianni Alemanno. In questo periodo infatti l’esigenza di continuità di ciclo economico della realtà imprenditoriale guidata da Buzzi ha trovato un’ulteriore leva di sviluppo nell’esigenza di finanziamento di una corrente politica, quella afferente a Luca Gramazio. Questo incontro di reciproche esigenze consentiva il superamento di quegli steccati ideologici nei quali questi due mondi, in origine contrapposti, erano rimasti fino a quel momento confinati. Da questo incontro tra realtà corruttiva e realtà criminale nasce quella che gli inquirenti hanno individuato come una realtà mafiosa autoctona, originale e originaria, capace di confrontarsi e quindi riconoscersi anche con realtà mafiose preesistenti e già strutturate, come quella dislocata ad Ostia e facente capo alle famiglie Fasciani e Spada, o come quella afferente alla famiglia Mancuso di Limbadi.   

La veicolazione di risorse economiche a favore di Massimo Carminati e di Fabrizio Testa è uno degli aspetti più rilevanti che emerge dall’inchiesta Mafia Capitale.

Carminati è un ex criminale che grazie a Salvatore Buzzi e a Riccardo Mancini si  ricicla come imprenditore nel settore delle cooperative Sociali; Fabrizio Testa è invece un ex consigliere di amministrazione di ENAV, l’ente di assistenza al volo, e per un breve periodo anche consigliere e vice presidente senza deleghe della Marco Polo. Sia Testa che Carminati sono legati a Luca Gramazio da interessi comuni: il primo svolge infatti un ruolo finanziario ben preciso per conto di Gramazio, quello di recuperare risorse da destinare all’attività politica, mentre il secondo svolge, nell’ambito della destra romana, con storici legami con la criminalità e i servizi deviati, un ruolo più prettamente politico.

Grazie alla collaborazione di Buzzi, Testa e Carminati riescono a creare un meccanismo che, sfruttando un flusso di risorse finanziarie provenienti dalla 29 giugno e dalla Eriches, consentirà di fare pervenire ai suoi ideatori importanti risorse economiche. Solo Carminati riuscirà a percepire nell’arco di un anno ricavi per un milione di euro, di cui 500 mila erano stati da lui anticipati per la costruzione del campo rom H a Castel Romano.


La 29 giugno ed il ruolo di Clemenzi

L’attività di finanziamento illecita dei politici descritta da Buzzi nell’intercettazione, avveniva attraverso fondi neri appositamente creati, oltre che attraverso l’assunzione di personale indicato dagli stessi politici all’interno delle cooperative a lui riconducibili.

Nell’attività di creazione di fondi neri un ruolo determinante viene svolto da due imprenditori, titolari di alcune società che verrano utilizzate come “cartiere”, vale a dire per l’emissione di fatture false; si tratta di Marco Clemenzi e di Giancarlo Mastropaolo.

Clemenzi è un imprenditore attivo nella raccolta, trasporto e trattamento dei rifiuti, attraverso una serie di società a lui direttamente o indirettamente riconducibili: la Uno srl, la Officine Metalmeccaniche Laziali srl (OML), la One Group srl e la Tecnoeco srl. Dalle intercettazioni emergeva inoltre come anche la società Petrolgest srl, con sede a Latina (si tratta di un distributore di carburante) benché intestato a terze persone, fosse riconducibile a Clemenzi, ed anzi come essa svolgesse il ruolo di fornitore di banconote di piccolo taglio per “spicciare” il denaro in nero che abitualmente Clemenzi portava a Buzzi, negli uffici di via Pomona n.63.

L’altro personaggio fondamentale nell’economia dell’attività di promozione politica di Salvatore Buzzi e Giancarlo Mastropaolo, di professione amministratore della società Nuovo Mercato srl, subentrato dal gennaio 2013 alla figlia Barbara. La Nuovo Mercato si occupa di lavorazione di generi alimentari, in particolare della preparazione di pasti precotti e semifreddi che la 29 giugno abitualmente forniva agli immigrati presenti nelle strutture alloggiative da essa gestita.

Il meccanismo attraverso il quale sia Clemenzi che Mastropaolo fornivano denaro contante in nero, ovvero non tracciato da operazioni bancarie, e Salvatorer Buzzi, era quello delle false fatture, ovvero fatture emesse per prestazioni il più delle volte inesistenti..

Dall’attività intercettava e dall’esame dei conti correnti relativi alle società di Clemenzi emergeva come le entrate di queste fossero costituite prevalentemente da bonifici provenienti da enti pubblici o da società a capitale parzialmente o totalmente pubblico, come il Comune di Roma, la Prefettura, la Regione Lazio, la Tesoreria di Stato, l’EUR spa, la Marco Polo spa. In particolare dall’esame di tre delle società riconducibili a Clemenzi, la UNO srl, la OML srl e la One Group srl, emergeva come nel periodo compreso tra l’aprile 2010 ed il giugno 2014 le cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi avessero effettuato bonifici per un ammontare complessivo di 3.694.872,49 euro.

Ma i soldi in nero non servivano solo ad ungere la politica, ma anche a consentire a Massimo Carminati di riprendersi i soldi “anticipati” a Buzzi per i lavori d’allargamento di Castel Romano. Tutto in nero, dato che Carminati non risulta come dipendente o socio di alcuna delle cooperative riconducibili a Buzzi.


La creazione dei fondi neri: i giustificativi delle fatture

Come già anticipato, la creazione di fondi neri avveniva attraverso l’emissione di fatture da parte delle società di Clemenzi e Mastropaolo, fatture in genere emesse senza un relativo riscontro, ovvero di una documentazione giustificativa.

Questa rappresentava la prassi abituale per Buzzi & Co, tuttavia la verifica della Guradia di Finanza del 12 novembre 2013 all’interno degli uffici di via Pomona, obbligava tutto lo staff della 29 giugno ad aumentare il livello di sicurezza; cosa che si traduceva in pratica nel non lasciare più nulla di compromettente in giro per la sede della cooperativa, e nel nascondere il contante in nero ed i relativi registri rispettivamente nell’abitazione della Chiaravalle ed in quella della Cerrito; ma soprattutto nel cercare di trovare delle causali credibili per le fatture con le quali il gruppo “tirava fuori” un po’ di contante in nero dalle cooperative (“semo pieni de soldi” diceva Buzzi in un’ambientale), principalmente le 29 giugno e la Eriches.

Da un’intercettazione del 20 gennaio 2014 tratta dagli uffici di via Pomona, infatti, Buzzi, Carminati, Garrone e Caldarelli discutono del tipo di causale da dare alle fatture emesse verso le società di Marco Clemenzi. La Garrone, che teme un’ulteriore verifica dice: “No, niente fatture per lavori non autorizzate, aoh regà, porca miseria, è venuta la finanza” e poi, pensandoci, è lei stessa, responsabile del registro del nero, a trovare la soluzione: “Deve essere lavaggio automezzi. C’abbiamo duecento automezzi” e Buzzi risponde: “Oh, e quanti ne lavamo, aoh”.

A questo punto la Garrone, temendo un’ulteriore verifica fiscale,  sottolineava l’esigenza,di dovere emettere fatture che fossero giustificate da contratti di appalto o di sub-appalto: “C’hai duecento…fai lavà quelli del verde che non hai mai lavato. Che ti devo dire? E’ più credibile. Cioè, prima mi metti una fattura per lavori eseguiti, e io non c’ho nessun contratto di sub-appalto – e poi aggiunge – autorizzato, sub-appalto autorizzato”. Dopo un pò, sempre Garrone propone anche un’alternativa: “Ah, per il noleggio – e prosegue – noleggio, quanti te ne pare” e Buzzi che risponde quasi convinto:” Pure Marco ci potrebbe fa il noleggio” ed il commercialista Paolo Di Ninno: “Bisogna vedè se lui c’ha la capacità di poterlo fare”  e Garrone risponde: “Se fossero mezzi che non vanno iscritti all’albo, sarebbe meglio” e Buzzi ancora: “Ma, sul verde non devono essere iscritti all’albo”; e ancora Garrone: “No, Marco..Marco ce l’ha tutti, tutti i camion della monnezza”.

Dunque, secondo l’ipotesi dell’accusa, Buzzi & Co, nel tentativo di raggirare ulteriori controlli, ipotizzavano la stipula di un contratto simulato con una delle società di Clemenzi, che avesse per oggetto il lavaggio dei mezzi, o, in alternativa, un contratto di noleggio di mezzi, in modo da giustificare i bonifici che la 29 giugno o la Eriches continuava ad emettere in favore delle sue società.


I bonifici della 29 giugno alle società di Clemenzi

Dall’ intercettazione ambientale del 5 maggio, tratta dai locali di via Pomona, Marco Clemenzi istruisce Claudio Bolla in merito ai bonifici da effettuare il giorno successivo sui conti intestati alle sue società: Uno srl, OML srl e One Group srl.

Bolla: “Allora, diecimila su Uno e capannelli. Quanto te serve?”

Clemenzi: “One Group me serve”

Bolla: “One Group?”

Clemenzi: “Si, come è andata One Group? – e ancora – Eh, questi quattordici (inc.); l’altra parte che ci sta?”

Bolla: “Questo è tutto pe OML; questo è Uno, One Group e OML”

Clemenzi: “Se ne famo una pe (inc.) sta tutto dietro, me sa, ve?”

Bolla: “(inc.) già me pare tanto questo”

Clemenzi: “Eh”

Bolla: ride

Clemenzi: “(inc.) sto a pagà i fornitori (inc.). Allora senti, famo na cosa, dammene so.. dammeli su.., me ne dai dieci su Uno; m’hai detto quanti erano su Uno, non mi ricordo?”

Bolla: “Questi so quarantaquattro, eh?”

Clemenzi: “Eh, na decina”

Bolla: “M’hai detto dieci, eh? Va bene, va bene”

Clemenzi: “Poi, me ne dai, che ne so, una ventina qua”

Bolla: “Una ventina OML?”

Clemenzi: “No, tu me devi di come me li dai, intanto, perchè a me mi servono i soldi (inc.) per oggi (inc.) oggi”

Bolla: “L’altri, ancora non lo so “

Clemenzi: “Ma me li dici oggi, però; domani mattina me mandi il bonifico”

Bolla: “Oggi te dico, oggi te dico come te li pago tutti gli altri; non lo so, non ho ancora fatto il punto della situazione”

Clemenzi: “(inc.) Su ieri, io quello te sto a di”

Bolla: “E io, adesso, l’ok ce l’ho”

Clemenzi: “Massimo me mandi un’e-mail, eh?”

Bolla: “Io entro oggi te mando l’e-mail. Tu dimme intanto..”


Buzzi e la custodia in casa del contante

Da un’ambientale del 15 novembre 2013 tratta dagli uffici di via Pomona n.63, Buzzi, Garrone, Di Ninno e Gammuto discutono di come, a seguito della verifica della Guardia di Finanza del 12 novembre, gli uomini delle fiamme gialle non abbiano trovato il contante in nero dentro la cassaforte della 29 giugno.

Clemenzi aveva portato due giorni prima dei soldi in nero che Buzzi non aveva avuto il tempo di portare in cooperativa, soldi che questi si era dovuto portato a casa perchè il giorno successivo, lunedì 11 novembre, li avrebbe dovuti consegnare a Carminati.

Garrone: “Gli è preso un colpo al capitano quando ha visto la cassaforte vuota”

Di Ninno: “Per fortuna”

Gammuto: “Fortunatamente”

Buzzi: “Marco (Clemenzi) mi aveva dato i soldi su.. (inc.) io me li so portati. Eh (inc.)

me li aveva dati a me, quindi li ho portati subito a casa. Li ho lasciati li, li avevo messi nell’armadio, visto che non dovevo pagà nessuno. Lunedì è arrivato qui, è arrivato Massimo, se li è presi ed è finita la storia”.

Il giorno successivo, martedì 12 novembre, ci sarebbe stata la verifica della Finanza.


L’amico Fritz ovvero Clemenzi l’uomo del contante

Nel corso di un’intercettazione ambientale del 12 maggio 2014, tratta ancora una volta dagli uffici di via Pomona, sono presenti Massimo Carminati e Paolo di Ninno. Carminati si presenta alla 29 giugno per prelevare del contante; chiede a Di Ninno se può avere 10 mila euro, ma nella cassa dei contanti in nero la cifra non c’è. E Di Ninno gli chiede: “E’ un problema se te ne do sette? – intendendo 7.000 euro, e poi prosegue – perchè non c’arrivo a dieci” e Carminati risponde: “Va bò”.

Il giorno successivo il 13 maggio, Buzzi e Di Ninno fanno il punto della situazione delle dazioni di denaro in nero;

Buzzi: “Senti, ma se gli abbiamo dato i soldi a Massimo (Carminati), che li ho segnati: settemila no?”

Di Ninno: “Si”

Buzzi: “Dovemo?”

Di Ninno: “Intanto dovemo fa (inc.) dovemo prelevà qualcosa da Eriches e qualcosa da 29 giugno. 15-20 mila euro dovemo prelevà”

Buzzi: “Bisogna rifà tutto il coso”

Di Ninno: “Tocca rifà (inc.). Bisognerebbe chiamà l’amico Fritz Marco

L’amico Fritz in questione è Marco Clemenzi, l’uomo nero, anzi l’uomo del nero, quello che si presta con la sue società a ricevere bonifici dalla Eriches e dalla 29 giugno, per poi incassarli e riportare il contante negli uffici di via Pomona, a disposizione di Buzzi & Co.


Il conteggio del contante

Da un ambientale tratta il giorno 29 novembre 2013 dagli uffici di via Pomona, Alessandra Garrone e Marco Clemenzi contano del denaro contante che quest’ultimo aveva appena riportato in cooperativa.

Clemenzi: “Allora, vedi un pò..”

Cerrito: “Conto que..intanto?”

Clemenzi: “8.145?”

Cerrito: “Si, bravo”

Clemenzi: “8.150, va: i cinque che mancano stanno messi qua”

Il conteggio prosegue, e dopo un pò Cerrito afferma

Cerrito: “Cento pezzi a te, 5.000”

Clemenzi: “Benissimo”

Cerrito: “Allora è giusto, 5.200. dieci, dieci, due e quindici”

Clemenzi: “I cinque in più di qua mettili di la”

Dopo aver terminato il conteggio Cerrito manda un sms a Buzzi, con il seguente testo:

“18.360 M” riferendosi alla somma complessiva del conteggio, e quindi dei soldi in nero riportati da Clemenzi; la M si riferisce appunto a Marco Clemenzi.

Da un’altra ambientale tratta sempre dagli uffici della 29 giugno il 26 agosto 2014 Buzzi e Clemenzi sono, ancora una volta, alle prese con il conteggio di banconote in nero portate dallo stesso Clemenzi.

Clemenzi: “7, 9 e 20 Salvatò”

Buzzi: “7, 9 e 20”

Clemenzi: ” Più 2.500 fa e te do pure un’altra parte della fattura finita, eh?”

Buzzi: “Quanto ce dai?”

Clemenzi: “Eh, tredicimila (inc.). E poi se può (inc.) agosto, quando tu me paghi (inc.)”

Buzzi: “(inc.)”.

Si sente in sottofondo il frusciare di banconote contate; al termine si sente  la voce di una donna non identificata che esclama: “ok”.

Più tardi, sempre dagli uffici di via Pomona 63, veniva registrata ancora una volta in ambientale la voce della stessa donna ascoltata in precedenza, che riconfermava la cifra 2 e 5, intendendo 2.500; la donna poi, dopo avere ascoltato la voce di Buzzi ripetere 2 e 5, esclamava: “oh, si, si, 10, 4 e 20; si, si” intendendo 10.420 che sarebbe il totale della somma di 7, 9 e 20, cioè 7.920 e di 2.500, ossia 10.420.

Da un riscontro effettuato dagli inquirenti sul libro nero detenuto da Nadia Cerrito, emergeva la seguente annotazione contabile: 1914, cioè 1 settembre 2014, e di seguito 7.920 scritto in numeri arabi, e tra parentesi la scritta “MOML” che indicava come i soldi in nero, i 7.920, provenissero da un bonifico effettuato sulla societò OML facente capo a Clemenzi, indicato con la sigla M di MOML.

Sempre dagli uffici della 29 giugno il primo settembre 2014, Buzzi consegna a Nadia Cerrito 18.300 euro in contanti, che aveva a sua volta ricevuto da Marco Clemenzi.

Cerrito: “Questi dove vanno, vanno nel computo quello li, famo su OML o no?”

Buzzi: “No, no, questi so..”

Cerrito: “Petrol?”

Buzzi: “Petrol”

Il riferimeno è alla Petrolgest srl, società a cui fa capo un distributore di benzina situato a Latina, di proprietà di soggetti diversi da Marco Clemenzi, che però sono a lui ricollegati, tanto che Clementi, quando doveva portare del contante in via Pomona, faceva spesso ricorso ai contanti della Petrolgest per cambiare le banconote di grosso taglio, da 500 e 200 euro, con quelle più piccole da 50 e 20 euro.

Buzzi: ” 10.260 più questa 8.055 dovrebbe fare 18.315. E invece sono 18.300″.

Cerrito: “Perfetto, 15 euro; vabbè, ce scrivo questi”.

Dalla consultazione del libro nero della Cerrito emergeva come sempre alla data del del primo di settembre (1914) veniva affiancata la cifra 18.300, con a fianco scritto:

Petr. serv.coop e quindi l’altra dicitura: 1914 e 7.920 MOML.

Infne dall’esame dei conti correnti intestati alla 29 giugno, emergevano una serie di bonifici in favore della Petrolgest srl; in particolare dal dicembre 2011 al gennaio 2014 dalle cooperative riconduciubili a Salvatore Buzzi sarebbe stata bonificata alla società Petrolgest la somma complessiva di 454.406, 09 euro.

Per avere un’idea di quanto contante in nero avesse bisogno annualmente la 29 giugno è utile ascoltare l’intercettazione ambientale del 10 settembre 2014, tratta anche questa dagli uffici ddi via Pomona. Si tratta di una conversazione tra Paolo di Ninno e Marco Clemenzi, nel corso della quale Clemenzi fa presente a Di Ninno come lui fornirebbe mensilmente a Buzzi 7.000 euro in nero, che per 12 mesi ammonterebbero alla cifra di 84.000 euro l’anno. (cm)

L’Obamacare e l’attività di lobbying di PhARMA

Obamacare

 

Nei primi giorni del mese di luglio la società farmaceutica Gilead Sciences ha riveduto, aumentandolo, il prezzo di listino di sei dei farmaci da essa prodotti e commercializzati.

Si tratta in particolare dell’antibiotico Cayston, dell’antidolorifico Ranexa, e del Zydeling, usato per alcune forme di cancro del sangue; il prezzo di tali medicinali ha subito un incremento del 10%. Per altri farmaci quali il Letairis, un medicinale per l’ipertensione,  per il Complera e lo Stribild, entrambi impiegati per il trattamento del virus dell’HIV, l’aumento di prezzo è stato invece del 7%.

L’incremento di prezzo fatto registrare dai medicinali per il trattamento dell’HIV è stato uno dei più elevati: soltanto sei mesi fa il prezzo dei due farmaci era aumentato rispettivamente del 7 e del 5%.

L’indignazione e lo sconcerto che tali aumenti generano nell’opinione pubblica continuano a non placarsi, anche in considerazione del fatto che questi vengono da recenti aumenti da parte di diverse grandi aziende farmaceutiche.

Alcune settimane fa era stata la volta della Pfizer, che negli Stati Uniti aveva aumentato mediamente il prezzo dei suoi farmaci del 9%. Sempre in epoca non lontana la casa farmaceutica Mylan aveva fatto registrare un aumento del 20% per una ventina di suoi farmaci, con il prezzo di alcuni di questi salito del 400%.

La Gilead era già finita nel mirino delle critiche per via del prezzo elevato del suo farmaco per la cura dell’epatite C, che in alcuni casi è riuscito a guarire completamente i pazienti dalla malattia.

Di recente sempre la Gilead è riuscita ad ottenere l’approvazione dall’autorità statunitense sui farmaci per un nuovo prodotto destinato sempre alla cura dell’HCV.

Il farmaco più famoso prodotto dalla Gilead contro l’epatite C, l’Harvoni (http://www.harvoni.com/) ha un prezzo di listino di 94,500 dollari per un intero ciclo di cure. Nella prima settimana di luglio la Gilead ha raggiunto un accordo con lo stato del Massachusets per l’abbattimento di alcuni dei costi previsti per il trattamento dell’HCV. Altri stati della confederazione potrebbero ora seguirne l’esempio. La portavoce della Gilead, Amy Flood, ha confermato i recenti aumenti indicati, sottolineando come la prima a rilevarli sia stata in un report la società di servizi Cowen & Company.

Flood ha inoltre dichiarato come la Gilead abbia fino a questo momento rispettato l’impegno assunto di congelare il prezzo dei medicinali per la cura dell’HIV acquistati dal governo attraverso i Programmi di Assistenza Statale per l’AIDS (Drug Assistance Programs). L’azienda continua inoltra a praticare politiche di sconti e riduzioni, in grado di rendere più accessibili i suoi farmaci. Secondo alcuni analisti gli aumenti di prezzo registrati per alcuni cicli di terapie, ad esempio quelle per l’HIV, potrebbero essere solo un tentativo da parte delle società farmaceutiche di spingere i pazienti verso nuovi prodotti e nuove terapie.

Le case farmaceutiche spesso giustificano gli aumenti di prezzo con la necessità di recuperare i costi della ricerca farmacologica, che spesso opera in perdita.

Pe evitare le critiche da parte dell’opinione pubblica spesso questi aumenti  sono di lieve entità, anche se talvolta vengono ripetuti e spalmati nell’arco di un anno.


La lobby dei farmaci al contrattacco sui prezzi

La potente lobby farmaceutica di Washington si prepara a spendere centinaia di milioni di dollari in una campagna post-elettorale che annuncia una guerra contro i politici di entrambe gli schieramenti, per vendicare il modo in cui sarebbero stati, a loro dire, maltrattati alcuni loro membri in relazione ai prezzi dei farmaci.

La massiccia campagna condotta dal comparto della Ricerca Farmaceutica e della Manifattura d’ America (PhARMA) – prevede una partenza molto efficace che porrà in risalto i farmaci salva vita oltre a quelli capaci di prolungare l’aspettativa di vita. Essa farà impallidire la campagna da 20 milioni dollari che gli assicuratori sanitari hanno finanziato e denominata “Harry e Louise“, campagna che ebbe il merito di affondare la riforma sanitaria che Hillary Clinton aveva programmato nei primi anni ’90.

La scelta di porre i politici al centro della campagna non faceva parte del progetto iniziale, ma i lobbisti hanno dichiarato che la loro organizzazione è disposta a farlo se i membri del Congresso, o in alternativa l’esecutivo, continueranno a portare avanti un’ agenda da loro ritenuta dannosa per l’industria farmaceutica.

Questa è solo una parte di un più ampio sforzo da parte della potente lobby di K Street, la Wall Street dei lobbisti a Washington, per assumere il controllo del dibattito pubblico sui prezzi dei farmaci, e riaffermare così il proprio dominio sull’esecutivo dopo anni di aspra critica alle politiche dei prezzi, con ancora alcuni affidabili alleati seduti al Congresso pronti a perorare le strategie di PhARMA. Sia Clinton che Donald Trump, per esempio, stanno  sollecitando cambiamenti nella legge che permetterebbe al governo di negoziare i prezzi delle medicine per i beneficiari del Medicare.

Secondo le dichiarazioni rilasciate da alcuni dirigenti e dai lobbisti, l’intenzione di PhRMA sarebbe quella di condurre una più ampia discussione sui costi sanitari, sottolineando la necessità di una partecipazione attiva da parte degli altri players alla riduzione dei costi, offrendo la propria disponibilità a collaborare con gli assicuratori e gli altri principali attori, nello sforzo di trovare soluzioni che siano maggiormente condivise.

“La realtà, il messaggio ed il copione utilizzato per un certo numero di anni sono mutati”, ha dichiarato Bill Pierce, direttore senior della società di lobbying APCO Worldwide, che rappresenta diverse aziende farmaceutiche, nonché ex funzionario del Dipartimento della Sanità (HHS) durante la presidenza di George W. Bush .

L’industria non può più difendere gli elevati prezzi dei farmaci giustificandoli solo sugli elevati costi dell’attività di ricerca e di sviluppo, essa – ha dichiarato il lobbista -“Deve andare avanti”.

La percezione tra gli addetti del settore è che la lobby farmaceutica sia rimasta inattiva per sei anni dopo aver ottenuto buona parte di ciò che voleva con l’ Obamacare ,  e riuscendo a tenere fuori dal provvedimento finale tutto quello che non desiderava.

Ma negli ultimi anni il settore è rimasto frastornato da alcune campagne organizzate contro i consistenti aumenti dei prezzi dei farmaci ed il crescente allarme sociale per il costo dei medicinali. L’ indignazione generale è stata alimentata da una serie di fattori quali lo stratosferico prezzo di farmaci innovativi come la nuova generazione di medicinali per la cura dell’ epatite C, i tentativi delle aziende farmaceutiche statunitensi di fondersi con società estere per eludere il pagamento delle tasse negli Stati Uniti, e la decisione dell’ ex CEO di una nota società farmaceutica, Martin Shkreli, di aumentare il prezzo del farmaco utilizzato dai malati di AIDS, di oltre il 5.000 per cento.

“Qualcosa è cambiato in questo settore rispetto a cinque anni fa – ha dichiarato Pierce – certamente lo è rispetto 10 anni fa, ma io ritengo che ciò sia avvenuto anche negli ultimi due anni”.

Le compagnie farmaceutiche sono fatte oggetto dai democratici di ripetuti attacchi sul tema del prezzo dei farmaci, ed ora anche i repubblicani stanno cominciando ad attaccare il settore per gli elevati aumenti di prezzo in questo caso anche dei vecchi farmaci, suscitando al contempo un’ enorme preoccupazione per l’aumento della spesa sanitaria dovuto alle prescrizioni di farmaci legate ai programmi sanitari.

Recentemente il senatore Chuck Grassley (Repubblicano eletto nell’ Iowa) ha manifestato pubblicamente il suo sconcerto per il fatto che le aziende farmaceutiche “potrebbero sfruttare” l’uso delle prescrizioni legate al Medicare “per massimizzare la loro quota di mercato”. La dispendiosa copertura del programma impone al governo di pagare i costi dei medicinali per la maggior parte dei pazienti, relativamente a quella parte di spesa che eccede i 4.850 dollari l’anno; tale scelta ha prodotto un’aumento della spesa sanitaria complessiva dell’85% in soli tre anni.

Questi argomenti assieme ad altri punti importanti – tra cui la richiesta da parte di entrambi i candidati alle prossime presidenziali a che il Medicare possa negoziare i prezzi dei farmaci – hanno risvegliato il “gigante addormentato”, che abitualmente spende in attività di lobbying più di qualsiasi altro gruppo di assistenza sanitaria, e che ha raccolto oltre 200 milioni di dollari di quote dai suoi membri nel 2014, rispetto ai circa 80 dell’American Hospital Association ed ai 41 dell’America’s Health Insurence Plans.

Oltre all’ingresso nel gruppo lobbistico di nuovi associati per il 2017, all’interno di PhARMA vi è stato un aumento delle quote di sottoscrizione, ed una generale riorganizzazione della struttura lobbistica, che, secondo indiscrezioni di alcuni addetti ai lavori, si era arrugginita dopo avvera raggiunto con l’approvazione dell’ Obamacare, molti dei suoi obiettivi principali. Ora l’organizzazione è pronta a lanciare il suo messaggio non solo all’interno dei palazzi del potere, ma ben oltre la schiera dei burocrati federali, la cosiddetta Beltway.

PhRMA ha già mostrato i muscoli quest’anno cercando di contrastare la proposta dell’amministrazione Obama di ridurre i rimborsi per alcuni farmaci ad elevato costo, somministrati negli ambulatori medici. La marcia indietro sia da parte di alcuni democratici che dei repubblicani ha mostrato quanto dura sarà per la prossima amministrazione alla Casa Bianca adottare una normativa sui prezzi dei farmaci, soprattutto ora che l’industria farmaceutica si sta riorganizzando .

Tra i vari gruppi ed organizzazioni che siedono nel consiglio direttivo di PhRMA si è aggiunto questa estate anche Teva, la più grande azienda di farmaci generici al mondo; essa include importanti marchi come Alexion Pharmaceuticals e Jazz Pharmaceuticals.

Sempre nel Consiglio di PhARMA troviamo, quali membri a pieno titolo, Horizon Pharma e AMAG Pharmaceuticals. “La combinazione di nuovi marchi e maggiori risorse sarà in grado di rafforzare i nostri sforzi per un maggiore impegno con le parti interessate, a sostegno delle politiche attive di promozione del progresso medico”, ha dichiarato il CEO di PhRMA, Stephen Ubl.

Gli addetti ai lavori e i lobbisti sostengono che l’associazione stia cercando di aggregare come membri effettivi, altre aziende, tra cui grandi nomi come Gilead – il produttore dei costosi farmaci per l’ epatite C , che ha contribuito a suscitare la reazione pubblica contro l’aumento prezzi – e la Genentech. I rappresentanti delle varie società farmaceutiche hanno partecipato alla riunione di luglio del consiglio di PhRMA; le due società hanno dichiarato che le quote da versare sono commisurate ai volumi di vendite registrate nell’ultimo semestre; quindi l’aggiunta di Gilead e di Genentech farebbe aumentare enormemente il budget di Pharma da destinare ad attività di lobbying. Nel primo semestre la Gilead ha fatto registrare un volume di vendite pari a 15 miliardi, mentre Roche – la società madre di Genentech – ha incamerato qualcosa come 19,5 miliardi di dollari di vendite nello stesso periodo.

Le fonti interne avrebbero discusso della campagna pubblicitaria di PhARMA solo in termini generali, ma il tono sarebbe molto positivo, come la campagna  attualmente in corso nell’area di Washington dal nome ” Hope to Cures”. Quelle pubblicità – che vedono l’impiego di musica rilassante e di ex malati di cancro completamente guariti accompagnati da alcuni scienziati –  si focalizza sull’aumento dell’aspettativa di vita nei confronti dei pazienti grazie ai nuovi farmaci, oltre a trasmettere un generale ottimismo nei confronti di una pletora di trattamenti ancora in fase di sviluppo.

Gli spot pubblicitari trasmetteranno messaggi simili a quelli della nuova campagna della Pfizer, che racconta il viaggio di un farmaco partendo dalla fase di elaborazione fino al suo arrivo nell’ armadietto dei medicinali di casa. Il gruppo intende sottolineare come siano necessarie decine di anni, il superamento di numerose battute d’arresto e complesse sperimentazioni cliniche – in altre parole un sacco di soldi – per poter sviluppare un farmaco da immettere sul mercato.

PhRMA ha anche organizzato meetings con alcuni rappresentanti politici e del settore farmaceutico per trasformare le indicazioni ottenute in misure politiche in materia di prezzi dei farmaci. Nel mese di luglio il consiglio di PhRMA ha incontrato il consulente di Clinton in materia di politica sanitaria, Chris Jennings, il CEO della Anthem, Joe Swedish, l’economista repubblicano esperto in politiche sanitarie, Gail Wilensky, e Steve Pearson della ICER, un’organizzazione di ricerca che analizza il rapporto costi-benefici dei farmaci.

Il mese scorso PhRMA ha incontrato anche i leaders repubblicani del Congresso, tra cui lo Speaker Paul Ryan e il leader della maggioranza Kevin McCarthy. Un lobbista del GOP (Repubblicani) ha descritto l’incontro con Ryan, che ha avuto luogo ad una cena organizzata dal comparto farmaceutico, come l’inizio di una confronto.

Alcuni avvertono questa nuova iniziativa come un potenziale boomerang.

“Le loro azioni saranno giudicate più delle loro parole”, ha dichiarato il consulente sanitario di Clinton, Jennings. “Se il loro messaggio verrà pubblicizzato in modo da negare l’esistenza di un problema, o attaccando persone che stanno sollevando preoccupazioni legittime per conto dei consumatori, degli acquirenti e delle imprese, non impegnandosi sostanzialmente per risolverlo, allora essi non saranno ben accolti”.

Jennings ha dichiarato che l’amministratore delegato di PhRMA,Ubl, sta “cercando di inviare un segnale circa la sua volontà ad impegnarsi” nel trovare soluzioni relative al costo dei farmaci. Ma Jennings è anche preoccupato che la crescita di PhRMA possa rendere tale lobby ancora più potente.

“Loro sono formidabili in qualsiasi situazione. Lo sono ora in particolare “, ha dichiarato Jennings. “La notizia secondo cui essi potranno contare ora su maggiori risorse, appare un po’ inquietante”.

La sfida per PhRMA sarà quella di dimostrare di essere in grado di convincere i propri detrattori che l’industria non sta semplicemente raccogliendo le risorse per andare in guerra contro qualsiasi iniziativa politica che tenda a modificare la sua agenda.

” A parole si comporteranno correttamente. … Ma quando arriverà il momento critico, non saranno disposti a muoversi dalle loro posizioni pubbliche o da quelle politiche, quindi è difficile dare loro un qualunque credito,” ha dichiarato Topher Spiro, vice presidente della politica sanitaria presso il think tank di sinistra Center for American Progress.

Spiro ha sottolineato la forte opposizione del settore farmaceutico nei confronti della recente proposta, nell’ambito del programma Medicare, di pagare meno per i farmaci più costosi somministrati in via amministrativa.

“Penso che – ha aggiunto Spiro –  a un certo punto, nel corso del prossimo anno o giù di lì, tutti questi nodi verranno al pettine”, “quindi dovremo vedere se l’industria  farmaceutica  deciderà di collaborare o se invece preferirà puntare verso l’autodistruzione”.


Anche Aetna si ritira dall’ Obamacare

Il gigante delle assicurazioni Aetna cesserà nel 2017 di vendere assicurazioni sanitarie  nell’ambito dell’ Affordable Care Act; la società ha inoltre dichiarato di essere in perdita in molti dei mercati relativi alle polizze sanitarie introdotte con l’Obamacare. Recentemente Aetna ha annunciato la vendita di polizze assicurative individuali in sole 242 contee, con un decremento di quasi il 70% rispetto alle 778 dell’inizio di quest’anno.

La decisione rappresenta un duro colpo alla legge sull’ assistenza sanitaria ratificata dal Presidente Obama. La maggior parte delle compagnie di assicurazioni che vendono piani sanitari sono in perdita poiché le persone che sono riuscite ad ottenere l’assicurazione grazie alla riforma si sono ammalate in misura maggiore rispetto alle previsioni.

Ma Aetna, che ha perso nei primi sei mesi dell’anno 430 milioni solo sui piani sanitari legati all’ Obamacare, ha dichiarato che in futuro potrebbe tornare sui suoi passi. “Continueremo a valutare la nostra partecipazione nei singoli scambi pubblici proseguendo nella raccolta di ulteriori elementi dalle contee nelle quali manterremo la nostra presenza, e potremo decidere in futuro di espanderci qualora ci dovessero essere significativi miglioramenti nelle politiche relative agli scambi”, ha dichiarato il CEO Mark Bertolini in una comunicazione ufficiale.

Aetna, che attualmente offre la copertura sanitaria a circa 900.000 persone grazie all’ Obamacare, è il terzo principale assicuratore ad avere aderito al piano di riforma sanitaria che poi ha deciso ritirarsi. In aprile era stata la volta di United Health Group ad annunciare il suo ritiro nella maggior parte degli stati, mentre in luglio era toccato a Humana, che offre la copertura a circa 800.000 persone, la quale ha dichiarato di volere mantenere la propria offerta solo in una manciata di contee.

Tutte queste società hanno dichiarato di essere in perdita con questo genere di polizze sanitarie.

Il Dipartimento di Salute e Servizi alla Persona ha dichiarato che le compagnie assicurative sono le uniche responsabili di tale situazione, poiché hanno fissato dei premi troppo bassi. Le compagnie saranno in grado in futuro di adeguare il valore dei loro premi .

“La decisione di Aetna di ritirare la sua partecipazione al mercato non cambia il fatto fondamentale che il mercato delle assicurazioni sanitarie continuerà ad offrire una copertura di qualità a milioni di americani, per il prossimo anno e per tutti gli anni a venire ” ha dichiarato Kevin Counihan, CEO di HealthCare.gov, il contraente delle polizze sanitarie dell’ Obamacare.

Complessivamente circa 11 milioni di persone hanno acquistato l’assicurazione sanitaria a seguito della riforma.

Un portavoce del Servizio Sanitario Nazionale (HHS) ha affermato che la decisione di Aetna è stata un dietro-front rispetto alle sue precedenti dichiarazioni in merito all’ Obamacare. Nel mese di aprile Bertolini aveva definito i piani di mercato “un buon investimento”, perché sarebbero costati all’azienda oltre 430 milioni di dollari, con l’obiettivo di attirare numerosi clienti. “Se dovessimo creare – ha dichiarato ad aprile nel corso di una teleconferenza con gli analisti sugli utili della società – partendo da zero 15 nuovi mercati, dovremmo spendere una cifra compresa tra 600 e 750 milioni di dollari per potervi accedere e per sviluppare quelle capacità necessarie per accrescere la quota di mercato”.

L’annuncio di Aetna arriva a meno di un mese dalla citazione in giudizio del Dipartimento di Giustizia (DOJ) che ha bloccato il progetto di fusione della società con Humana, per violazione delle leggi sulla concorrenza.  Contestualmente il governo ha anche citato in giudizio Anthem, impedendole l’acquisto di Cigna.

Il senatore Elizabeth Warren, democratico eletto nel Massachusetts, ha affermato come il ripensamento di Aetna rappresenti una ritorsione all’azione del Dipartimento di Giustizia. In un post dei primi di agosto sulla sua pagina Facebook, Warren ha messo in discussione le motivazioni ufficiali offerte dalla società a seguito del suo annuncio circa la presa in esame di un possibile ritiro della sua partecipazione all’ Obamacare.

“La salute del popolo americano – ha dichiarato Warren – non dovrebbe essere usata come merce di scambio per costringere il governo a piegarsi al volere di una delle più importanti compagnie assicurative”.

Il portavoce di Aetna, T.J. Crawford, non ha commentato nell’immediatezza la dichiarazione della Warren.

Il Sevizio Sanitario Nazionale (HHS) ha reso noto la scorsa settimana che il costo sanitario pro capite delle persone che hanno ottenuto la copertura con la riforma di Obama è rimasto stabile rispetto al periodo 2014-2015. Se questa tendenza continua gli assicuratori dovrebbero essere in grado di fissare dei premi che riflettano meglio i costi effettivi della copertura offerta ad ogni singola persona attraverso l’ Obamacare.

“La prossima adesione al mercato sarà decisiva” ha twittato Larry Levitt, vice presidente senior della Kaiser Family Foundation. Se la partecipazione da parte delle assicurazioni sarà aumentata, le principali preoccupazioni sull’ Obamacare svaniranno. “In caso contrario – ha scritto – ci si aspetta un dibattito sulle modifiche da apportare alla legge”.

https://www.statnews.com/pharmalot/2016/07/01/gilead-hikes-prices-six-drugs-7-10-percent/

http://www.politico.com/story/2016/08/drug-lobby-gears-up-for-massive-pr-campaign-226646

http://www.npr.org/sections/health-shots/2016/08/16/490207169/aetna-joins-other-major-insurers-in-pulling-back-from-obamacare?utm_source=twitter.com&utm_medium=social&utm_campaign=npr&utm_term=nprnews&utm_content=20160816

Carminati e l’acquisto della villa di Sacrofano

villa Carminati

Sacrofano, un paesino alle porte di Roma il cui nome è la crasi tra due parole che simboleggiano l’ossimoro per eccellenza: il sacro e il profano, dove il sacro era rappresentato dal santuario eretto in cima al monte Musino, ed il profano dalla scrofa che compare ancora oggi sullo stemma comunale.

All’indomani del blitz del 2 dicembre 2014 che ha portato in carcere il capo riconosciuto dell’organizzazione denominata Mafia Capitale, Massimo Carminati, la ragione che avrebbe condotto gli inquirenti alla scelta di far scattare l’operazione sarebbe stata il timore di una sua fuga.

Come è stato riferito in aula dagli stessi investigatori, la possibilità di controllare da vicino attraverso telecamere o microfoni i movimenti di Carminati e della sua compagna, Alessia Marini, era infatti resa impraticabile per via della particolare collocazione della loro abitazione: via di Monte Cappelletto è una strada di campagna troppo poco frequentata per poter piazzare dei sistemi di video sorveglianza senza dare nell’occhio e senza destare sospetti. La scelta di quella casa e di quel luogo in particolare, in cima ad una collina che tutto sovrasta e da cui tutto si controlla, lascia intendere come questa sia stata molto ben ponderata.


La vendita della villa della De Cataldo

La casa in questione apparteneva in precedenza a Cristina de Cataldo, una donna sola con tre figli, di professione fa la presentatrice in un canale televisivo commerciale. Dopo il divorzio la donna non e più in grado di gestire da sola la proprietà e, dopo avere preso in affitto una casa a Roma, decide di vendere o di affittare la villa di Sacrofano.

Dall’altra parte Carminati e la Marini si trovano a dover lasciare la vecchia abitazione posta sulla stessa strada e presa in affitto da Marco Iannilli, a causa del sequestro conservativo conseguente al fallimento della Arc Trade srl. La villa della De Cataldo è stata costruita dalla Imeg srl di Agostino “Maurizio” Gaglianone, ed è proprio a lui che la donna si rivolge per cercare un possibile affittuario o acquirente. Gaglianone è un imprenditore edile, ha molte conoscenze ed è stato anche assessore nel comune di Sacrofano; è amico e socio di Carminati, e lo abbiamo visto all’opera con la sua impresa nei lavori per l’ampliamento del campo H di Castel Romano, campo gestito dalla Eriches di Salvatore Buzzi. Le voci corrono in fretta e Gaglianone fa sapere alla De Cataldo di avere una coppia di amici interessata all’acquisto della sua villa. Gaglianone le rivela come i due abbiano già visto la villa da fuori e di averla apprezzata molto. Dopo alcuni mesi, su consiglio di Gaglianone, la donna si rivolge ad una agenzia immobiliare di Sacrofano, di tale Giovanni Petrocco amico del Gaglianone. Siamo intorno al settembre 2013; la prima proposta che arriva all’agenzia è l’affitto da parte di una famiglia intenzionata ad insediare un centro per l’allevamento di cani di razza; tale proposta si rivela però inconsistente. Dopo alcuni mesi Petrocco le parla di una anziana signora interessata ad acquistare la casa per regalarla alla figlia: quella figlia si rivelerà poi essere Alessia Marini.


La madre della Marini

Petrocco porta l’anziana signora con la figlia a vedere la villa, siamo già ad ottobre, e a novembre formalizzano una proposta tramite l’agenzia di Petrocco.

Nell’udienza del 26 aprile, il pm Luca Tescaroli chiede in aula al teste De Cataldo come la coppia inizialmente interessata all’acquisto della sua villa sia entrata in contatto con l’agenzia; il teste risponde come ciò sia avvenuto, probabilmente, tramite Gaglianone, amico della coppia. Ma prima di arrivare alla proposta di acquisto la De Cataldo sente più volte Petrocco per telefono, per avere aggiornamenti sull’anziana signora e sul suo reale interesse. Verso il mese di novembre l’anziana formalizza la proposta all’agenzia. Il prezzo di acquisto è di 600 mila euro, laddove la De Cataldo aveva fissato un prezzo di vendita di 690 mila. A questo punto comincia una lunga fase di trattative che porteranno  la De Cataldo  a vendere la sua villa al prezzo di 500 mila euro; questo per via una serie di lavori di manutenzione che, a dire degli acquirenti, si sarebbero dovuti necessariamente realizzare: infiltrazioni sul soffitto, rifinitura della facciata, piantumazione per la copertura di un traliccio.  La De Cataldo non incontrerà mai la madre della Marini; così come non le verrà mai detto esplicitamente, se non a contratto concluso, che la Marini era la moglie dell’amico di Gaglianone, alias Carminati: “Chi fosse realmente questa signora Giacometta Fernanda, che era la madre di Alessia Marini, e chi fosse Alessia Marini, l’ho saputo a settembre del 2014″ (circa un anno dopo). E ancora la De Cataldo ribadisce:”l’ho saputo dopo chi realmente c’era dietro a questa signora e alla figlia;  io ignoravo chi fossero”.


Il giallo della proposta di acquisto

Uno degli aspetti più oscuri della trattativa è rappresentato dalla prima proposta di acquisto. La prassi prevede che l’acquirente presenti all’agenzia immobiliare incaricata una proposta irrevocabile di acquisto garantita con un assegno di caparra confirmatoria, che, in caso di mancato acquisto, rimane nella disponibilità del venditore. Nel caso in questione, la prima proposta per 500 mila euro viene presentata a nome di “Giacometta Fernanda”. Le successive proposte, ce ne sono almeno cinque inclusa quella definitiva, sono invece a firma di Giacometta Colella, la madre della Marini. Quando il presidente Rosanna Ianniello domanda al teste chi fossero i due firmatari e se si era accorta della diversità di nominativo, il teste risponde: “Se non mi è sembrato

rilevante, perché poi dopo mi è stato dato il nominativo”. Una distrazione giustificabile, riconosce il presidente: “Perché a lei interessava magari più la trattativa, il prezzo, che gli accordi”. “Bè, certo, indubbiamente” risponde il teste, cha aggiunge: “ma poi, oltretutto, l’atto sarebbe stato fatto col notaio e con una persona in particolare, che avrebbe intestato la casa; quindi la proposta è per se o per persona da dichiarare..”.

Altro elemento anomalo della trattativa è costituito dall’inserimento nella proposta iniziale, quella da 500 mila, della clausola secondo la quale in caso di mancato perfezionamento della vendita, l’assegno della caparra sarebbe tornato in possesso dell’acquirente. E cil, va detto, è in assoluta antitesi con la prassi consolidata relativa alla compravendita di immobili.

“Lei, poi, questo assegno – domanda il presidente Ianniello – l’avrà versato nella sua banca?” ed il teste risponde: “No, non potevo versarlo fino a che non fosse stata..” cioè fino a che la vendita non fosse stata perfezionata, perché quesito erano gli accordi assunto con la coppia di acquirenti, tramite l’agente Petrocco. Cercando conferma sul nome del firmatario della proposta di acquisto definitiva, il presidente chiede al teste chi fosse l’emittente del titolo, cioè il firmatario dell’assegno: “ma almeno il nominativo dell’emittente del titolo l’ha preso?” “Certo – risponde il teste: io sottoscritto Giacometta Colelli”.


Il mutuo e l’assunzione fittizia della Marini

In base agli accordi l’acquirente, Giacometta Colelli, dopo aver versato la caparra da 10 mila euro, avrebbe dovuto versare il saldo, pari a 490 mila euro, davanti al notaio al momento del rogito. Secondo la versione della De Cataldo, i soldi le sarebbero comunque stati versati una volta che la banca avrebbe concesso e quindi erogato il mutuo. In base al piano iniziale la villa della De Cataldo avrebbe dovuto essere intestata alla madre di Alessia Marini, Giacometta Colella, e questo lo si desume dalle intercettazioni contenute nella maxi ordinanza di dicembre 2014, secondo le quali a chiedere il mutuo in banca era stata per prima, appunto, Giacometta Colella. Ma le banche si rifiutano di concedere un mutuo ad una persona così anziana, e quindi Carminati e la Marini decidevano di intestarla a quest’ultima; per potere ottenere l’erogazione del mutuo la Marini doveva presentare una regolare busta paga e dunque doveva assunta per alcuni mesi da Salvatore Buzzi; Paolo Di Ninno, il commercialista della 29 giugno, decideva che la cosa migliore era farla assumere dalla cooperativa COSMA, quella di cui Carminati è socio occulto e principale percettore dei dividendi. Dall’ intercettazione di una conversazione avvenuta il 17.02.14 all’interno della Imeg srl di Agostino Gaglianone, tra lo stesso Gaglianone e Carminati, il ROS accertava come la venditrice, la De Cataldo, avesse bisogno di soldi per potere dare la caparra per una casa che aveva intenzione di acquistare: A tale scopo aveva chiesto a Petrocco, che poi aveva riferito a Gaglianone, di potere incassare l’assegno della caparra, di 10 mila euro, contravvenendo agli accordi inizialmente presi; Gaglianone: “però m’aveva detto…m’ha detto pure che vuole…mo qua te lo dico…da qui te entra e da qui te esce, pare che la signora siccome ha fermato una casa mo glie sta a stringe il culo e…non del nero..(inc.)…non de que..eh…dice se una decina de mila (10.000 euro) di quelli dell’assegno” e Carminati rispondeva che eventualmente avrebbe provveduto a sostituire l’assegno che le aveva dato, quello “ufficiale”, dandole al suo posto del contante: “…ufficiale…embè no le sostituisco quello glielo do..quando lii vuole?”. Da una successiva intercettazione del 19.02.14 relativa ad una conversazione tra Petrocco e Gaglianone si evinceva come il primo avesse ricevuto l’incarico da Carminati di portare 20 mila euro in contanti cioè in nero, alla De Cataldo, e ritirare l’assegno che le era stato dato in caparra: Petrocco: “…me so visto stamattina lui è stato carino e gentile m’ha detto: vabbè ventimila (20 mila euro) glieli do, e lei (De Cataldo) ha detto: non so se li prendo, ma si li prendo, così sistemo un po’ di cose; e vabbè, mo me li darà e glieli porto, me tocca fallo a me”.


Il Nero paga in nero

Ad un certo momento, verso la fine della trattativa l’acquirente, o per meglio dire gli acquirenti, propongono alla De Cataldo di versarle una parte del prezzo in nero, vale a dire in contanti non tracciati da alcuna transazione bancaria. Il pm Tescaroli ricostruisce questo passaggio in aula nel corso dell’esame della De Cataldo: “Questo denaro, ci pensi, come doveva esserle consegnato e quando doveva esserle consegnato?”. Il teste, non afferrando il senso delle parole del pm risponde: “Questo denaro io, subito dopo la firma della proposta, avrei dovuto semplicemente attendere che gli confermassero, secondo Petrocco (l’agente immobiliare) avevano chiesto il mutuo ma non c’era problema che lo ottenessero, e quindi mi avrebbero cominciato a pagare, in tranches, immagino..”

Cercando di essere ancora più chiaro il pm ribadisce la domanda: “questi soldi glieli dovevano dare in nero o glieli dovevano dare non in nero, ufficialmente?” ed il teste risponde che i soldi che avrebbe dovuto ricevere, dovendo provenire da un mutuo erogato da una banca, avrebbero dovuto essere ufficiali, almeno secondo quanto le era stato detto: “Io quando ho firmato non si è parlato di nero o bianco, non si è parlato di queste cose”. “Successivamente si è parlato di nero, signora?” insiste il pm;

“Successivamente si” conferma il teste. “Dopo – prosegue la De Cataldo  – mi è stato proposto da Petrocco che una cospicua parte di questi soldi mi sarebbero stati versati in contanti. Ed io mi sono opposta tantissimo a questa cosa, perché non avevo nessun interesse a prendere dei soldi che non comparissero in qualche modo, perché non avevo motivo, anzi mi ha creato soltanto disagi”.

La De Cataldo parla di cospicua somma costretta ad accettare in nero; ma ci tiene a specificare di non avere subito nessuna minaccia diretta. “..ho sentito nel tempo un’atmosfera pesante; non le so neanche esplicitare la motivazione. Non mi èp stata fatta nessuna esplicita minaccia, però, più volte io ho sentito la necessità di concludere questa cosa in modo più veloce possibile, ed ho, invece, più volte incalzato Petrocco a mettermi in contatto con queste persone per evitare di prendere questi soldi in contanti, perché non avevo alcuna motivazione di prendere questi soldi in contanti”

Il pm le chiede allora al teste quanti siano stati i soldi presi in nero: “Poi, in concreto, quale parte del prezzo le è stata consegnata in contanti?” “In concreto – risponde la De Cataldo – mi sono ribellata strenuamente fino a che mi sono dovuta, ho dovuto chiudere a 150 (mila euro) della somma totale”. Poi il pm chiede delucidazione sui 10 mila euro iniziali, che la De Cataldo credeva inizialmente fosse l’unica parte del prezzo da prendere in nero: “Senta, lei ha parlato di una somma di 10 mila euro” “Si – risponde il teste – quelli iniziali che pensavo che fossero solo quelli che avrei dovuto prendere in contanti”.


Gliela faccio crollà la casa, gli metto una bomba

Se in aula la De Cataldo ha più volte negato di avere ricevuto minacce dirette ed esplicite, in realtà, anche se non di minacce tout court è corretto parlare, in quanto non vi è stata alcuna manifestazione esplicita di tale valenza nei suoi confronti, dalle intercettazione effettuate dal ROS le espressioni di violenza diciamo così “in potenza”  usate da Carminati nei confronti della De Cataldo sono molteplici, e di seguito ne illustriamo solo quelle più salienti.

Dall’intercettazione ambientale del 16.12.13 registrata all’interno dei locali della Imeg srl, vi è una conversazione tra Gaglianone e Carminati nella quale quest’ultimo si lamenta pesantemente con il suo interlocutore della De Cataldo in quanto questa, contravvenendo agli accordi assunti per la firma del contratto preliminare di compravendita fissato per quel giorno, non si presentava; Carminati: “…questa ce sta a fa perde tempo”. Di seguito sempre Carminati asseriva di non aver apprezzato la De Cataldo fin dal primo giorno, ed anzi di avere sviluppato una intensa avversione nei suoi confronti; Carminati: “… questa me la lavorerei con un rasoietto … capito? .. .Cioè la piglio con una lametta … (incomp.) … co … co … lo scava zucchine me la lavoravo, l’ho odiata proprio a pelle! …”.

Da una conversazione telefonica del 12.03.14 tra Gaglianone e Carminati il ROS accertava come la De Cataldo, avendo letto il contenuto dell’offerta di acquisto, valevole per un periodo limitato di tempo pari a 45 giorni, si fosse lamentata con Gaglianone poiché la vendita non si era ancora conclusa.

Carminati si inquietava non poco, anche in considerazione del fatto che le aveva da poco cambiato l’assegno con i contanti, in nero, venendo incontro alle sue esigenze particolari. (G = Gaglianone; C = Carminati)

G: … allora ti ho chiamato perché…
C: bhè

G: sta venend… mi ha chiamato due volte Giovanni….

C: che cazzo vuole?
G: eh bravo, allora dice che… lo ha chiamato la scema

C: eh

G: …e sul coso c’era scritto che dopo quarantac… entro quarantacinque giorni…
C: ahò! A me non mi cacasse il cazzo che gli dò fuoco a casa! Dillo pure a Giovanni, chiamalo! Mo gli meno
G: mo sta a veni
C: c’ha poco da veni, a me m’ha rotto il cazzo che c’è… si sa quell… me lo ha fatto scrive lui…
G: … che gli ho detto? …Bravo
C: non mi cacasse il cazzo, me…me piglio il tempo mio, non mi rompesse il cazzo che gli faccio un bucio di culo… me la piglio con lui eh!Non mi cacasse il cazzo, mo adesso che gli ho dato venti sacchi, a me non mi cacasse il cazzo eh!…
G: io apposta ti ho chiamato…
C: …che gli faccio del male eh!
G: io ti ho chiamato… (incomp.)
C: sennò mi ridà i venti sacchi (incomp.)… mi ridasse i venti sacchi subito, me ridà i venti sacchi, sennò me li ridà Giovanni eh…
G: mettesse una proroga no, si mette una proroga … e vaffanculo, quanto ti serve a te, un altro mese? C: e si ma a me mi serve, io il quindici… aprile faccio l’atto, eh ormai ci siamo, quel periodo che viene è tutto a posto, accomodato viene…viene per perdere tempo m’ha detto è come se fosse fatta la cosa però devo fare una cosa, non è che posso far pigliare per il culo la gente, cioè lì sennò saltavo avanti a troppe persone, non lo posso fa
G: guarda che (incomp.) di merda
C: non mi interessa, lui lo sa, lui la sa la storia, se c’erano problemi non me li…non me li poneva quando mi ha chiesto i venti sacchi, mi ha chiesto i venti sacchi la settimana scorsa, che fa, mo che ha preso i venti sacchi vuole (incomp.)...io ti… gliela faccio crollà la casa, gli metto una bomba, lo sai che gli faccio a quella…! Poi me la accollasse a me!
G: ma guarda che io…
C: ..capito? Gli metto una bomba a casa… e forse non lo ha capito
G: … io ti ho chiamato perché
C: … lo sai che botto! Mi metto pure dall’altra parte della strada a vederla mentre…(incomp.)
G: …non è che posso prendere iniziative, io gli ho detto: A Giova’ (incomp)…,
C: … non mi rompesse il cazzo
G: … a parte io pensavo che era fine mese, prima di fine mese…
C: … ma si era quei… è una proroga, si, si sicuramente sono scaduti i termini
G: … poi che sò quarantacinque, o trenta o sessanta, che cazzo so quarantacinque! (incomp.) dico guarda  mi fate una letterina di proroga per altri trenta giorni e le cose (incomp)
C: …ma io…io entro il quindici di aprile faccio l’atto
G: punto
C: io entro il quindici d’aprile faccio l’atto, ma non mi rompesse il cazzo perché se c’erano qualche problema ma manco mi chiedeva i venti sacchi, manco mi chiedeva i venti sacchi, i venti sacchi lui me li ha chiesti… capito, che fai prima mi chiedi i venti sacchi in contanti e poi siccome li non ci stanno sull’atto … ma che me pensi de pigliamme a me? Ma forse non ha capito chi sono io, io lo sai che gli faccio? Lo sai che gli faccio io, gli piglio i figli stasera a Vigna Clara, gli piglio i ragazzini a Vigna Clara, che tanto stanno tutti e due al baretto, lo sai che gli faccio? Gli mando…gli mando i ragazzini li di zona, gli faccio fa… stasera li mando a casa così! Come zamponi capito! Gli faccio fa proprio, capito,tutti… che ci fa… se li magna a Pasqua se li magna.


Gaglianone cassiere di Carminati

Da un’ambientale captata all’interno della Imeg srl il 24.04.14, veniva registrata una conversazione tra Gaglianone e Petrocco; dal dialogo si evinceva come Gaglianone stesse cambiando delle banconote da 500 mila fornitegli da Carminati, per un importo pari a 70 mila, con altre da 50 mila. Questi soldi Carminati li avrebbe dovuti dare alla De Cataldo il giorno del rogito; Gaglianone: “no devo … sto a spiccia i soldi perché devo fa sto cazzo de atto de Massimo (Carminati) – quindi co sti soldi che me porto da cinquanta li cambio con quelli da cinquecento, capito? mo me so rimasti quattro tagli ormai ho finito, aho sennò se li pija quattro tagli e che cazzo!”. Di seguito Gaglianone si lamentava con Petrocco, perché la cifra che avrebbe dovuto trasportare in banconote da 50 euro non entrava nel marsupio che aveva portato con se; Gaglianone: “io ho spicciato settantamila Euro – 70.000,00 Euro – … apposta ho detto troviamo un marsupio qualcosa … cinquanta è un pacco così”. Petrocco suggeriva di utilizzare la sua valigetta: “io ho la valigia piena … c’ho la mia valigetta a voglia a mettere …”.

Da una successiva conversazione intercettata sempre nei locali della Imeg srl, presenti Carminati, Marini e Gaglianone, quest’ultimo riceveva da Carminati l’incarico di andare a prendere presso il distributore di corso Grancia e di custodire la somma di 30 mila euro in contanti, da destinare alla De Cataldo il giorno del rogito.

Gaglianone:“… io allora sabato vado a pija sti trenta (30) e … alle 10:30, alle 11:00 sto qua e te li porto: o qua o a casa”; Gaglianone i soldi li avrebbe prelevati a corso Francia  il sabato successivo: “io allora sabato vado a pia sti trenta (30) e … alle 10:30, alle 11:00 sto qua e te li porto o qua o a casa. Gaglianone veniva quindi incaricato da Carminati di contare e di consegnare i 100 mila euro complessivi alla De Cataldo, la mattina del 13.05.14, subito dopo il rogito; Carminati: “senza che li pijamo e li portiamo, capito, a casa della signora si contano davanti alla signora, Giovanni viene in banca poi chiama Giovanni dice: avemo fatto ”. (cm)

Mafia Capitale: le minacce a Raimondo Pirro

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Pur essendo uno di quei personaggi secondari nella trama di quell’enorme poliziesco dal titolo Mafia Capitale, la vicenda di Raimondo Pirro assume dei connotati determinanti in ordine al carattere intimidatorio dell’organizzazione guidata da Massimo Carminati.

In un giorno non meglio precisato compreso tra il 2012 e il 2013 Pirro racconta di dover fare due regali importanti, quindi si reca presso una gioielleria in viale Parioli ad acquistare due orologi Rolex. Il titolare della gioiellerie è Andrea Infantino e subito tra loro si instaura un rapporto amichevole, di fiducia, legato ad una passione comune: il mondo delle corse d’auto. Pirro di professione fa l’istruttore di guida, ma ha gareggiato per molti anni in varie categorie ed è il fratello del più noto Emanuele Pirro, ex pilota di Formula Uno.

Raimondo decide di acquistare due orologi, entrambe usati, privi di garanzia e di custodia originale, ma al momento non sono disponibili in negozio; così Infantino si impegna a chiamarlo quando sarà nella loro disponibilità. Arrivato il giorno tanto atteso, Pirro si reca nuovamente presso la gioielleria, preleva i due orologi, e si accorda con Infantino per pagarli con con un bonifico bancario. Il racconto fatto da Pirro potrebbe sembrare poco credibile, poiché in effetti non si comprende per quale ragione un commerciante di oggetti preziosi debba fidarsi di un cliente mai visto ne conosciuto, accettando che si porti a casa due orologi Rolex del valore complessivo di 9.000 euro, accordandogli un pagamento tramite bonifico da effettuare, usando le parole dello stesso Pirro, “nei giorni seguenti”.

Nell’udienza del 21 aprile sia il pm Luca Tescaroli che il presidente Rosanna Ianniello non riescono a capacitarsi di come si possa instaurare in pochissimo tempo tra due persone che non si sono mai viste prima una fiducia tale da spingere il primo a cedere al secondo degli oggetti di valore, due orologi dal valore complessivo di 9.000 euro, senza pretendere  in cambio alcuna garanzia: “Lei sostanzialmente questo signore non lo conosceva” domanda il presidente al teste Pirro, e ancora: “perché le ha fatto questa cortesia di darle gli orologi senza che lei pagasse?” ed il teste risponde: “questo non lo so“, e prosegue “non lo so perché, io gli avevo detto comunque che avrei fatto un bonifico, pertanto lui si è fidato di me“.


Il furto dell’orologio ed il timore di rivelarlo

Qualche giorno dopo l’acquisto degli orologi, Pirro si reca in banca e ne lascia uno nel cruscotto dell’auto: deve recarsi in un centro Rolex a verificarne l’autenticità ed eventualmente estendere la garanzia. Quando esce, mezz’ora più tardi, scopre che qualcuno gli ha rotto il finestrino della macchina e rubato, oltre al Rolex, una cartellina con dei documenti. Il pm Tescaroli ed il presidente Ianniello chiedono al teste se si sia recato a sporgere denuncia, ed il teste risponde di avere denunciato solo il danneggiamento dell’auto, ma non il furto, in quanto non avendo titoli di proprietà relativi all’orologio, Infantino non gli ha infatti rilasciato alcuna fattura, teme di dovere rendere conto della sua provenienza.

E quando il pm chiede al teste se abbia comunicato il furto dell’orologio a Brugia o a Infantino, questi inizialmente risponde di no, “perché non avevo avuto occasione di risentirli“. 

Il pm contesta tale affermazione e gli legge un passaggio della dichiarazione da lui resa in fase di indagine il 24 febbraio 2015: “Dopo due o tre giorni rispetto all’acquisto degli orologi, o meglio dal prelevamento dal negozio di Infantino, dopo due o tre giorni effettuavo un bonifico di 3.000 euro nei confronti di Infantino, pagamento non andato a buon fine perché risultava scoperto. Per tale situazione vengo contattato da Infantino che si lamentava per il bonifico non andato a buon fine, e decideva il pagamento degli orologi. Dopo qualche settimana parcheggiavo la mia autovettura Mercedes 190 di colore bianco a piazza Euclide, lasciando sul sedile anteriore una valigetta ed all’interno del cruscotto l’orologio Explorer, e mi allontanavo. Poco dopo, nel ritornare, mi accorgevo che ignoti mi avevano danneggiato il finestrino destro dell’ autovettura, asportando la valigetta e l’orologio. Nonostante fossi preoccupato per l’accaduto, non informai…“.

Il pm dunque, dopo aver ricordato al teste che il furto avvenne nei primo giorni del 2013 e che dalle intercettazioni i contatti con Riccardo Brugia sarebbero stati successivi a tale data, gli chiede per quale motivo non ha rivelato il furto a Brugia o a Infantino; il teste risponde che aveva paura che potessero pensare che fosse una scusa per non pagare: “avevo paura che pensassero che fosse una scusa“. Il pm allora ribatte che a dimostrazione del furto c’era la denuncia da lui presentata. E qui il teste risponde che comunque il debito con Brugia restava in piedi “io devo pagare e devo pagare” e che, trovandosi in una situazione debitoria, un debitore non vuole sentore ragioni: “mi sono trovato in una situazione di difetto, dove qualsiasi cosa dicevo..” e ancora: “Ma a loro che cosa interessa; il problema è tuo che te lo sei fatto rubare: tu da me l’hai comprato, e a me lo devi pagare“.


L’aggressione fuori della gioielleria

Ne giorni seguenti Pirro chiama al telefono Infantino, gli confessa di avere dei problemi economici e di non riuscire a saldare gli orologi in un’unica soluzione. Si impegna quindi a passare in negozio per accordarsi sulle modalità di pagamento. Passano circa tre mesi senza che Pirro si faccia sentire, fino a che un giorno Infantino non lo chiama al telefono e gli fissa un appuntamento per cercare di risolvere la questione. Quel giorno Pirro si reca presso la gioielleria con lo scooter, parcheggia, e non appena scende si rende conto che una persona è salita dietro la sella del suo scooter, sfilando la chiave dal quadro e obbligandolo a scendere. Quella persona è Infantino che gli dice: “adesso vieni con me“.

Un minuto dopo, circa, si avvicina anche Riccardo Brugia, che afferra Pirro per il collo e poi gli dice, riconoscendolo: “Ah, ma sei tu“. E prosegue: “Me lo potevi dire se volevi crepare gli orologi“, dice in tono scherzoso. I due infatti si conoscono da tempo, dato che entrambe risiedono fin da piccoli nello stesso quartiere, Vigna Clara. Pirro racconta di conoscerlo di vista fin da quando aveva nel quartiere la fama del “picchiatore”, di capetto, e di salutarlo ancora oggi quando lo incontra. Ma precisa anche di “non essere mai andato con lui ne a prendere un caffè e ne tanto meno a cena“.

Pirro non poteva saperlo, ma i due Rolex sono di Riccaro Brugia che li aveva lasciati in conto vendita presso la gioielleria di Infantino: “Gli orologi sono miei, non ti preoccupare è roba mia“; al che Pirro gli risponde: “Ah Riccardo, mi dispiace, non cambia niente” lasciando intendere di avere intenzione di saldare il debito. Quindi Brugia aggiunge: “Se non fossero stati miei avresti fatto bene a fregarli“, lasciando intendere di come Infantino si fosse comportato con leggerezza.

Brugia, che evidentemente sa delle difficoltà economiche che Pirro sta attraversando, si offre di accettare un pagamento dilazionato: “Però non ti preoccupare; dimmi come li vuoi pagare, li paghi a me un po’ per volta, non ti preoccupare“. In aula il teste Pirro spende molte parole sulla gentilezza e sul tono amichevole, non minaccioso, sia di Infantino che di Brugia. Quest’ultimo concede a Pirro di pagargli gli orologi 500 euro al mese; ora Pirro non tratterà più con Infantino ma direttamente con Brugia, e i soldi dovrà lasciarli in una busta chiusa, la prima volta in gioielleria e poi presso il distributore di corso Francia.


L’aggressione verbale al bar il Cigno

Il lavoro continua a mancare e così Pirro racconta di essere riuscito a pagare solo tre rate, circa 1.500 euro in tutto, e poi di essere passato alcune volte al distributore chiedendo di poter parlare con Brugia. Non riuscendo ad incontrarlo e non avendo il suo numero di cellulare, Pirro lascia passare alcuni mesi, tre o quattro, senza riuscire a definire nulla con Riccardo.

Arriviamo al giorno in cui Pirro racconta di essersi recato con un amico presso il bar il Cigno e di avere incontrato Brugia seduto allo stesso bar; Pirro gli va incontro e Brugia prima lo spintona e poi cerca di colpirlo con un pugno. Ne nasce un alterco: Brugia gli urla che deve avere i soldi degli orologi e Pirro, temendo per la sua incolumità, si va a nascondere dentro il bar, invitando il titolare a chiamare la polizia. Pirro non è da solo, ma con un amico, ma quando questo cerca di alzarsi per soccorrerlo, Brugia lo gela urlandogli: “Tu siediti perché non sono cose che i riguardano“.

Il pm Tescaroli chiede a Pirro se in quel momento ha avuto paura, ed il teste risponde: “moltissimo”. E come è accaduto per Riccardo Manattini aggredito in pieno giorno in via Cola di Rienzo, anche nel caso di Pirro nessuna delle persone presenti quella sera all’interno e all’esterno del bar interverrà in suo aiuto.

Quasi a voler giustificare il suo carnefice, Pirro spiega di avere avuto paura non tanto per la sua incolumità, quanto per il fatto di “non avere mai conosciuto Riccardo Brugia sotto quella veste“. E tuttavia continua in qualche modo a giustificarlo: “perché, per quello che mi riguarda, io so che stavo in difetto“.


“Ti torco le budella”

 Il pm chiede al teste se, dopo quella sera, ha avuto altri contatti Brugia, e Pirro risponde di no.

Il pm gli contesta ancora una volta il contenuto delle dichiarazioni da lui rese in fase di indagine: “successivamente a tale episodio ricevevo alcune telefonate che tuttavia non riuscivo a quantificare, nelle quali Brugia mi continuava a chiedere di consegnargli i soldi che gli dovevo. L’ultima telefonata (gennaio 2013) che io ricordo, fu una durante la quale Brugia mi minacciava dicendomi “Ti torco le budella” mentre io continuavo a prendere tempo, specificando di non essere nelle condizioni economiche per poter estinguere il debito”.

Il teste, che si era dimenticato di queste dichiarazioni, le conferma integralmente, e quando il pm gli chiede se si sia spaventato lui risponde che in realtà lui era “terrorizzato”. 

Dopo le minacce di persona e quelle per telefono, le giustificazioni che Pirro fornisce al pm sulle ragioni per le quali non si sia recato dalle autorità per sporgere denuncia sono francamente incomprensibili: “Io non ho sporto denuncia per un motivo molto semplice: perché, come avevo precedentemente detto, ero in difetto”. Ed aggiunge: “avevo paura che facendo oltretutto una denuncia potesse aumentare questa situazione di pericolo nei miei confronti..io non l’ho fatto perché avevo paura“.


La paura per la propria incolumità

Pirro continua a ribadire di essersi trovato in difetto per i soldi che doveva dare a Brugia,

e qui il presidente Ianniello tenta di fargli comprendere l’anomalia del suo convincimento, che va ben oltre quello della sua passata condizione materiale.

Senta – ribatte il presidente al Pirro – lei continua a ripetere la stessa cosa e già prima il pm le ha detto che un conto è la preoccupazione per non avere pagato, l’essere debitore, e un conto è la paura per l’incolumità fisica“. Il presidente cerca di scardinare questa logica di autocensura da parte del teste: “Se lei avesse fatto un prestito con una banca, poteva essere preoccupato perché doveva pagare, restituire, e non aveva i soldi; ma avrebbe avuto paura per la sua incolumità fisica?” “Assolutamente no  risponde Pirro. ” E in questo caso – replica il presidente – come mai, invece, teme per la sua incolumità fisica? Qual’è la differenza tra questo creditore e la banca?

Perché ovviamente – risponde Pirro – il momento in cui hai a che fare con una persona che, come le ho detto, non è un Mario Rossi qualsiasi, ma è una persona che…“.

Quindi – ribatte il presidente – non è un Mario Rossi qualsiasi?” “No” risponde il teste.

E chi è?” domanda il presidente Ianniello: “Era – risponde il teste –  una persona che, come le ripeto, era considerata, io adesso uso questo termine forse impropriamente, però per cercare di far capire, un picchiatore, un capetto, una persona forte a Vigna Clara; e se fai un torto a queste persone, è ovvio che puoi avere paura per la tua incolumità, di prenderti due cazzotti in viso. Questo credo sia lecito pensarlo. E’ ovvio che se fai un debito con una banca, il massimo che ti possono fare è…” “Gli atti esecutivi” prosegue il presidente Ianniello. “Di certo il direttore – continua Pirro – o il capo area, non ti viene a menare a casa o a cercare per Roma“. “Quinidi – ribadisce il presidente – lei ha avuto paura perché era un picchiatore, un capetto” “Si, certamente, risponde il teste“.


Le minacce di Carminati

Pirro più volte ha ripetuto, nel corso dell’esame, di non avere mai conosciuto Massimo Carminati, e di non sapere chi fosse: “non lo avevo ne sentito nominare e ne conosciuto“; di non sapere nemmeno che Riccardo Brugia fosse il suo braccio destro: “assolutamente no, non conoscendo Massimo Carminati“.

Ed anche quando il pm Tescaroli gli legge la conversazione tra lui e Brugia registrata presso il bar di Vigna Stelluti, bar nel quale i due sodali erano soliti riunirsi, il teste dichiara di non saperne nulla: “mai sentita“.

Nella telefonata in questione il teste si mette a piangere con il suo interlocutore in quanto non è in grado di pagargli i 500 euro mensili con lui in precedenza pattuiti. Brugia si trova in compagnia di Carminati, e questi commenta ad alta voce le dichiarazioni dello stesso Pirro, quasi a sbeffeggiarlo: “Ti cercava ma non portava” riferito ai soldi; oppure: “E’ un classico che non c’ha i soldi per fare la spesa“; e ancora: “C’ho il cuore debole, non piangere che c’ho il cuore debole“.

Pirro, che a suo dire non sente nulla e non si accorge di nulla, cade dalle nuvole: “Io ricordo questa telefonata, e mi ricordo, le ripeto, non so dare un tempo, non so fissare una data“; e ancora: “Di questa telefonata ricordo che io avevo problemi; ricordo che, diciamo, mi sono messo tra virgolette a piangere, perché non avevo possibilità. Mi dispiaceva perché sapevo di essere in difetto, e gli ho detto con molta franchezza non ce l’ho, non posso fabbricarli“. Ed aggiunge, specificando: “Ma non ho mai parlato con Massimo Carminati; ho sempre parlato con Riccardo Brugia“.

Quello che sicuramente Pirro non può conoscere è il contenuto della conversazione captata dall’area di servizio di corso Francia tra Infantino, Brugia e Carminati, il giorno 23 agosto 2013, che il pm Tescaroli legge in aula:

Infantino: “Pirro, Pirro s’è visto, è annato, s’è visto da qualche parte?

Brugia: “No, no, magari che lo vedo; magari che lo vedo. Ormai è..se no è diventata una questione principale, come no. Lui gli orologi me li ha fottuti a me“.

Infantino: “Te l’ho spiegato, Massimo. Stavòlta, stavòlta, se, se non è proprio la buca de notte, je spaccamo proprio la faccia

Brugia: “No, no; je do una martellata in testa come premessa

Carminati: “Appena lo vedo l’ammazzo

Lei non ha mai saputo nulla di questo?” chiede il pm a Pirro, che risponde: “L’ho saputo successivamente, dopo che è nata Mafia Capitale. Ma non sapevo di questa cosa“. A questo punto il pm rivela al teste che la persona che era assieme a Brugia al bar il Cigno era Massimo Carminati. (cm)

  

La DEA mantiene le restrizioni nella ricerca sulla cannabis

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Le autorità federali antidroga (DEA) hanno annunciato giovedì che la marijuana continuerà ad essere classificata come una droga dall’elevato rischio di abuso e priva  di alcuna valenza medicinale accertata, una decisione che continuerà a mantenere attive le restrizioni già in atto nel campo della ricerca biomedica.

La decisione da parte della Drug Enforcement Administration avrà come principale conseguenza il fatto che la marijuana continuerà ad essere classificata nella tabella delle sostanze psicotrope, tra le droghe di fascia 1.

Molti scienziati hanno chiesto al governo federale di rivedere la classificazione di tale sostanza, poiché sostengono che ciò aprirebbe le porte alla ricerca medica sulla marijuana e sui suoi potenziali effetti, sia positivi che negativi.

Per condurre una ricerca sulle droghe classificate nella fascia 1 gli scienziati devono ottenere l’approvazione della DEA e spesso aggiornare i protocolli di sicurezza all’interno dei loro laboratori, ostacoli dispendiosi sia in termini di denaro che di tempo.

Gli scienziati sostengono che una ricerca medica approfondita sulla marijuana sia molto importante, posto che essa è già disponibile per uso medico in 25 stati oltre che a Washington D.C., ed è in procinto di essere legalizzata anche per uso ricreativo in un piccolo numero di stati.

L’annuncio della DEA è giunto in risposta ad una richiesta del 2011 da parte degli allora governatori di Washington e Rhode Island per riclassificare la marijuana e le “sostanze correlate” tra le droghe di fascia 2. Nella sua risposta pubblicata nel Federal Register la DEA, per mano del suo amministratore Chuck Rosenberg, ha scritto che i funzionari sanitari federali raccomandano il mantenimento della marijuana tra le droghe di fascia 1 dopo aver concluso che la sostanza non ha “alcun uso medico accreditato negli Stati Uniti“.

Con una tale conclusione le autorità federali hanno affermato di non poter classificare la marijuana tra le droghe di fascia 2, che secondo la Legge sulle Sostanze Controllate (Controlled Substances Act) sono quelle droghe dotate di una valenza biomedica.

Questa decisione non si basa su di un rischio effettivo“, ha dichiarato Rosenberg alla Nationat Public Radio (NPR). “Essa si basa sul fatto che la marijuana, come stabilito dalla FDA, sia o meno un farmaco sicuro ed efficace, ed essa non lo è”.

Nella lettera di Rosemberg si afferma come da una versione recente della ricerca il Dipartimento della Salute e dei Servizi abbia scoperto che gli scienziati non sono ancora in grado di comprendere il principio chimico della sostanza psicotropa e che non hanno condotto adeguati studi sulla sua efficacia e sicurezza. Naturalmente i sostenitori di una riclassificazione della marijuana sostengono che ciò sia un effetto diretto delle restrizioni della ricerca su tale sostanza. Se gli scienziati non possono studiare la marijuana, dicono, non saranno mai in grado di comprendere molto su di essa. La DEA, tuttavia, ha annunciato che “adotterà misure … per aumentare l’offerta legale di marijuana a disposizione dei ricercatori“. In un’altra nota Rosenberg ha scritto che le autorità federali avrebbero autorizzato la creazione di un maggior numero di siti per la coltivazione della marijuana destinata alla ricerca federale. Attualmente i ricercatori che studiano la marijuana sono tenuti ad approvvigionarsi attraverso un programma condotto dall’Università del Mississippi che detiene un contratto di esclusiva con l’Istituto Nazionale contro l’Abuso di Droga (NIDA).

Rosenberg ha scritto che le agenzie federali stanno osservando una crescente domanda per svolgere attività di ricerca sulla marijuana. Attualmente i nuovi coltivatori della pianta possono chiedere di registrarsi presso la DEA come fornitori ufficiali di tale sostanza, non solo per i progetti di ricerca federale, ma anche per lo sviluppo di farmaci.

Sebbene nessun prodotto farmacologico a base di cannabis si sia fino ad ora dimostrato sicuro ed efficace in questi studi clinici, la DEA – assieme alla Food and Drug Administration e al National Institutes of Healthsostiene pienamente l’espansione della ricerca sulla potenziale utilità medica della marijuana e dei suoi elementi chimici “, ha scritto Rosenberg.

Il capo della DEA ha fatto notare, tuttavia, che i funzionari sanitari federali hanno approvato due droghe sintetiche – il Marinol e il Cesamet – il cui principio attivo somiglia o è identico al THC, la componente della marijuana che procura ai suoi utenti lo stordimento. I farmaci in questione, destinati, tra le altre cose, al trattamento della nausea da chemioterapia, sono classificati rispettivamente tra le droghe di fascia 3 e 2, in quanto hanno mostrato un’apprezzabile utilità in campo medico.

In un post pubblicato giovedi sul blog, John Hudak, senior fellow negli studi sull’attività di governo presso il Brookings Institution, ha scritto che il “monopolio NIDA” presso l’Università del Mississippi ha causato un rallentamento nella consegna della marijuana, oltre ad una limitazione nel tipo di varietà coltivata e piantata, tale da generare un gap “scientifico” non indifferente. Permettendo alla ricerca di avere un peso maggiore ed un indirizzo più ampio, un aumento dell’offerta potrebbe effettivamente condurre ad un avanzamento della conoscenza scientifica tale da permettere una riclassificazione della marijuana, ha scritto Hudak.

Una mancata sua riclassificazione “sicuramente deluderà molti tra i sostenitori dell’uso medico della cannabis“.

Ma ha aggiunto come la “DEA, con un chiaro segnale sulla crescente complessità della politica sulla cannabis negli Stati Uniti, saprà trovare un equilibrio“, aprendo la porta ad una maggiore offerta di marijuana.

Il Dr. Orrin Devinsky, un neurologo impiegato presso la New York University Langone Medical Center, favorevole ad una riduzione delle restrizioni sulla ricerca medica nel campo della marijuana, ha dichiarato che il problema principale sta nel fatto che i ricercatori devono affrontare molti sforzi prima di poter iniziare a poter condurre un’attività di ricerca sulla cannabis. Ciò include anche diversi incontri con agenti statali e federali, commenti aggiuntivi su proposte di studio, e, talvolta, l’acquisto di nuovi casseforti o telecamere di sicurezza per il centro di ricerca farmacologico.

Il problema principale per i ricercatori è la programmazione e non la capacità di ottenere il prodotto, che è invece un problema secondario“, afferma Devinsky. “Questo cambiamento è positivo, ma il suo contributo sarà relativo nel far progredire la nostra comprensione scientifica sulla materia“.

Bertha Madras, un ricercatore esperto nel tema delle dipendenze impiegato presso la Harvard Medical School, sostenitore del mantenimento della marijuana tra le sostanze psicotrope della fascia 1, ha dichiarato che l’espansione del numero di fornitori dovrebbe consentire ai ricercatori di studiare altre famiglie della pianta con diversi livelli di THC e di altri composti.

Ma ha aggiunto che “questa nuovo approccio ha bisogno di un’attività di supervisione e di vigilanza tale da garantire l’applicazione di un elevato livello scientifico su queste nuove tipologie di pianta“.

 Tra i favorevoli al mantenimento della cannabis tra le droghe di fascia 1  taluni affermano che la maggiore complessità delle procedure rappresenti una precauzione ragionevole per i ricercatori, dato che si tratta di una sostanza che ha dimostrato di avere un impatto negativo sul cervello in fase di crescita e dato che alcuni soggetti hanno sviluppato una dipendenza da essa.

Essi sostengono inoltre che la regolamentazione non ha completamente bloccato l’attività di ricerca sulla la marijuana. Alcune società hanno sponsorizzato test clinici di farmaci sperimentali a base di marijuana, e secondo la DEA, il numero di scienziati che si sono registrati per studiare tale sostanza è passato da 161 nel mese di aprile 2014 a 244 nel marzo 2016.

I ricercatori hanno anche bisogno di un maggiore numero di autorizzazioni per poter eseguire test clinici con la marijuana e farmaci derivati, ed anche per poter studiare componenti della cannabis, pure se privi del suo principio attivo THC.

Un componente della marijuana chiamato cannabidiolo ha mostrato risultati promettenti nel trattamento di persone affette da epilessia, mentre altri ricercatori intendono studiare la marijuana come potenziale terapia per il disturbo da stress post-traumatico e in quella per il dolore.

Le altre sostanze psicotrope inserite nella fascia 1 comprendono l’eroina e alcuni allucinogeni. La cocaina, le metanfetamine, e gli oppioidi appartengono invece alla fascia 2, in quanto hanno dimostrato di possedere un’ efficacia riconosciuta in campo medico.

https://www.statnews.com/2016/08/10/marijuana-medical-research-dea/

L’emergenza abitativa e la gara della Prefettura

Hotel Metro

Il 30 aprile 2014 la Prefettura di Roma indice una gara per assicurare i servizi di accoglienza ai migranti, cercando di fornire una risposta adeguata all’emergenza alloggiativa che ha investito la Capitale a seguito della crescita dei flussi di immigrati e richiedenti asilo approdati in Italia e smistati nelle varie città. La gara impone ai partecipanti l’individuazione di adeguate strutture alloggiative che permettano di accogliere 1.278  immigrati già presenti sul territorio ed ospitati temporaneamente in strutture di prima accoglienza. Oltre a questi la gara chiede di individuare ulteriori 800 posti in previsione di nuovi futuri arrivi.

Il sodalizio guidato da Buzzi e Carminati venuto a conoscenza della gara, individua sul territorio di Roma una serie di immobili da destinare alla medesima. Come risulterà dalle intercettazioni ambientali effettuate all’interno degli uffici della 29 giugno, in via Pomona n.63, il ruolo di Carminati nel procacciamento di tali immobili sarà determinante. Sarà proprio Carminati, grazie alle sue conoscenza, a gestire direttamente l’indviduazione e la proposta di affitto degli immobili alla Eriches, che parteciperà alla gara in ATI con la cooperativa Auxilium. Come vedremo in seguito, col sorgere dell’esigenza di presentare documenti di proprietà degli immobili in questione, Carminati svolgerà un ruolo risolutivo determinante. Oltre all’ex capannone ristrutturato in mini appartamenti di proprietà di Raffaele Tartaglia in zona Borgo del Grillo in prossimità del Cara di Catelnuovo di Porto, di cui abbiamo reso conto in altro articolo, Carminati si preoccuperà di individuare una serie di altri immobili in corso di realizzazione a Nerola e Campagnano, oltre all’Hotel Metro in zona Ostiense.


L’attività ed il ruolo di Carminati

I Ros hanno contezza dell’interessamento di Carminati e di Buzzi alla gara indetta dalla Prefettura di Roma attraverso l’intercettazione ambientale registrata il giorno 21 luglio alle ore 9:00 presso gli uffici di via Pomona. Quel giorno sono presenti oltre ai due boss, Buzzi e Carminati, anche Michele Nacamulli, Alessandra Garrone e Carlo Guaranì. La riunione che i ROS ascoltano è molto importante poichè vengono condivise con tutto lo staff le varie acquisizioni di immobili destinate a soddisfare le richieste previste nella gara indetta dalla Prefettura. Nel corso della Conversazione Carminati chiede se possono interessare una novantina di appartamenti in costruzione nel comune di Nerola; gli immobili in questione sono suddivisi in tre palazzine, ciascuna composta da 30 appartamenti, il tutto situato in via Calamaro n.7. Proprietaria dell’immobile è la cooperativa edile Alacriter, con sede legale a Roma in via degli Scipioni n.235 e amministratore unico Antonio Grimaldi.

Sia Buzzi che Guaranì rispondono a Carminati che la gara deve riguardare solo immobili situati nel comune di Roma, credendo erroneamente che Nerola rientrasse nel comune di Rieti. I due quindi spiegano al Nero che avrebbero valutato in un secondo momento la sua offerta, dopo avere verificato la presenza di una gara analoga indetta nel comune di Rieti. Oltre a quelli di Nerola, Carminati chiede se possono interessare 17 appartamenti situati a Campagnano, in via Turati. Si tratta in questo caso di un complesso immobiliare di proprietà della società Cieva Real Estate srl, con sede legale in via della Giuliana n.44. Le quote della Cieva srl risultano equamente suddivise (50-50) tra Romano Esposito e Cinzia Malaguti; il primo è il padre di Antonio Esposito, avvocato civilista esperto in intermediazioni immobiliari che come vedremo è la persona delegata alla gestione degli immobili e che per tale motivo si interfaccerà con Carminati in diverse occasioni; l’altra è la moglie di Alessandro Pistilli, amministratore unico della Cieva srl. In ultimo Carminati propone l’Hotel Metro sito in via Rebibbia 18-34 in zona Ostiense, gestito dalla Vulcano Hotels con sede in via Rebibbia 18-34.


Le dichiarazioni di titolrarità degli immobili

Da una serie di intercettazioni ambientali captate dagli dal ROS presso gli uffici della 29 giugno a partire dal 21 luglio 2014 emerge come il bando della Prefettura per l’accoglienza dei migranti e richiedenti asilo scadeva il 4 di agosto. A quella data tutti i concorrenti dovevano presentare in una busta chiusa oltre all’offerta economica e a quella tecnica, tutti i documenti richiesti. Tra questi anche una dichiarazione da parte della proprietà degli immobili che attestasse l’identità del proprietario.

E così Buzzi il 29 luglio si attiva telefonando a Carminati e chiedendogli di contattare i proprietari degli immobili da lui individuati, e quindi Nerola, Campagnano e l’Hotel Metro, per sollecitarli ad inviare la dichiarazione in questione al commercialista della 29 giugno, Paolo Di Ninno. Il giorno successivo l’avvocato Antonio Esposito invia una mail a Di Ninno con due allegati in pdf non modificabili. Si tratta di due documenti, il primo della Cieva Real Estate srl ed il secondo della cooperativa edile Alacriter, il cui contenuto è pressoche identico: in entrambe, firmati dal rispettivo legale responsabile, vengono forniti i dati tecnici della proprietà oltre alla disponibilità alla locazione degli stessi per l’accoglienza dei migranti. Il 31 luglio Buzzi chiama Carminati dagli uffici di via Pomona e verificata la recezione dei documenti richiesti da parte dell’avvocato Esposito, gli spiegava che sarebbe stato meglio che questi fossero intestati alla cooperativa Eriches 29; in effetti i documenti inviati da Esposito erano in bianco, ma il pdf, come detto, non era modificabile. Dai documenti relativi alla gara sequestrati dal ROS emergeva infatti come la dichiarazione relativa alla Cieva Real Estate srl fosse intestata a penna alla Eriches 29, mentre in quella della Alacriter era stato apposto un timbro sempre della Eriches 29.

Dalle precedenti intercettazioni il ROS aveva contezza come tra le specifiche della gara vi era inserita anche quella secondo la quale le unità aloggiative che avrebbero dovuto accogliere gli immigrati non potevano contenere un numero di persone inferiore a 5 e superiore a 100. Il problema di presentava per l’immobile di Borgo del Grillo che era strutturato in un blocco unico con 400 posti disponibili; per ovviare a questo inconveniente il sodalizio dividerà l’immobile in quattro unità ciascuna da 100 posti.

Dalle intercettazioni emerge inoltre come Carminati si era accordato per gli immobili di Campagnano per 17 unità, mentre a Nerola aveva assunto l’impegno di prendere solo 30 appartamenti. Stesso criterio era stato adottato negli accordi per le stanze dell’Hotel Metro.


“C’abbiamo il problema su Nerola”

Il giorno 4 agosto viene intercettata una conversazione tra Carminati e l’avvocato Esposito nella quale il prmo sollecita l’avvocato ad inviare la documentazione mancante relativa agli immobili di Nerola. Il giorno seguente viene intercettata un’altra conversazione tra Buzzi e Carminati sulle utenze dedicate nella quale il primo comunica al Nero l’ammissione con riserva alla gara della Prefettura, e con riferimento agli immobili di Campagnano gli dice: “C’abbiamo tempo fino a giovedì per portare i documenti. Però quell’amico tuo non ci risponde più, non sappiamo come rintracciarlo”.

Il riferimento è al dott. Domenico Bannò, indicato dall’avvocato Esposito come referente per le questioni relative agli immobili di Nerola”. Carminati replica: “Ma, e’ strano”. E aggiunge: “Comunque adesso lo richiamo, perchè evidentemente lui sta fuori”, concludendo: “Mo ci penso io, ci penso io”. E Buzzi gli replica: “perchè tempo fino a giovedì c’abbiamo”. E aggiungeva: “Siamo ancora in corsa, eh, mica abbiamo finito. Sta ancora in corsa l’apertura”. E infatti quello stesso giorno, il 4 di agosto, ci sarebbe stata l’apertura delle buste relative alla gara della Prefettura. Carminati si attiva e contatta subito l’avvocato Esposito: “Mi hanno chiesto altra documentazione, l’atto di proprietà”, e Esposito gli risponde: ” domani mattina, perchè l’ufficio è chiuso; m’è arrivato adesso il messaggio”. Lo avevano avvisato anche da via Pomona. E Carminati ribatte: “E ce la fai per domani mattina, si? Ci serve assolutamente entro domani a mezzogiorno, quindi”. Esposito lo tranquillizza: “No, no: domani mattina presto. Alle 9:00 chiamo”.


“Te do fuoco a quelle palazzine”

Il giorno seguente, il 6 agosto, Buzzi chiama Carminati sulle utenze dedicate per avvisarlo della presenza di alcune criticità: “C’abbiamo il problema su Nerola: non ci risponde quello che deve attestà la proprietà dell’immobile”, e Carminati risponde: “Io, io c’ho solo quel numero”  e aggiunge: “L’ho già richiamato l’amico mio. Ho solo quel numero, amico mio. Se non ci risponde io non so come fare”.

A questo punto Buzzi gli fa presente che c’era ancora del tempo a disposizione, e che comunque nella peggiore delle ipotesi avrebbero potuto fare loro una dichiarazione che attestava chi fosse il proprietario. L’importante era che le informazioni di cui erano in possesso fossero corrette. E Carminati lo rassicura: “Cioè, è il socio della cosa, della società. Proprio al 100%; questo te lo dico io. E’ amico mio”. E poi aggiunge: “Io adesso lo richiamo, vedo se riesco a farlo rintracciare, perchè tanto…” e Buzzi gli replica: “Sennò perdiamo. Fino a stasera. Domattina alle 9:00” riferendosi alla data di scadenza per presentare i documenti con riserva. E conclude: “Quindi è fino a ora, fino a stasera”. E Carminati ribatte: “Vabbè, io provo a richiamare lui: vediamo se me lo rintraccia”. I due rimangono d’accordo di risentirsi per le 18:00. Carminati ricontatta Esposito il quale gli riferisce che da via Pomona una signorina lo aveva contattato dicendogli che aveva tentato tutto il giorno di parlare con il referente per gli immobili di Nerola, inutilmente. Carminati gli chiede se aveva un altra persona che poteva metterlo in contatto con questo referente.

Esposito gli risponde che ha un’altra persona e che avrebbe subito provato a contattarla. I due si accordano per risentirsi pù tardi, Carminati chiama subito Buzzi per avvisarlo delle novità, accordandosi di risentirlo nel pomeriggio. Più tardi, alle 18:00, Carminati richiama Buzzi che gli dice: “Ancora niente amico mio, non si hanno notizie”

Carminati risponde: “Allora non c’ha fatto sapè niente, amico mio. Mi dispiace, peccato. Che cazzo te devo di. Tutti in vacanza, amico mio, siamo rimasti io e te; io e te a guardà il bidone. Me pare tutti in vacanza, sti pezzi de merda. Poi si lamentano se non vendono i prodotti. Ma vaffanculo, va”. E Buzzi commenta: “E poi, e poi dice che non vendi le palazzine, no? Che gli rimangono sul groppone” e Carminati precisa:

“Io mica lo so se gli rimangono invendute. Poi se le danno in faccia” e Buzzi replica:

“Te do fuoco a quelle palazzine” incontrando l’approvazione di Carminati che ribatte:

“Hai capito come. Al limite ce le teniamo. Se servono per la cosa, per l’emergenza abitativa, che cazzo ne so, vediamo”. Al termine Carminati aggiunge: “Mo provo a richiamà, ma se non ha chiamato vuol dire che non l’ha rintracciato, amico mio” e Buzzi risponde: “Ok, tanto io te richiamo. Alle sette e mezza te do l’ultima telefonata, dai”.


“Sennò je demolivamo la palazzina”

Alle 19:14 dello stesso giorno Buzzi richiama Carminati sempre sulle utenze dedicate: “Je l’ha fatta, eh. Je l’amo fatta, je l’ha fatta a telefonà. Sul filo de lana, sennò je demolivamo la palazzina” e Carminati si mostra ancora una volta d’accordo:

“Li mortacci sua”. L’intercessione di Carminati aveva ancora una volta dato i suoi frutti. Buzzi spiega a Carminati che il referente di Nerola avrebbe mandato via fax l’autocertificazione attestante la proprietà degli immobili.

Il giorno seguente alle 9:11 Carminati chiama Buzzi per verificare che la documentazione fosse arrivata e Buzzi gli conferma tutto: “Eh, si, si, è arrivato tutto, per fortuna è arrivato tutto” e poi aggiunge: “Ora Alessandra (Garrone) va in Prefettura e speriamo che va tutto bene”. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle 11:48, Buzzi chiama Fabrizio Testa per comunicargli l’aggiudicazione della gara in coppia con Auxilium con in palio i mille posti; alle 12:09 Buzzi chiama anche Carminati sulle utenze dedicate per comunicargli il buon esito della gara: “E’ andata bene, eh: dovremmo esse terzi” e aggiunge: “Hanno accettato Nerola; e hanno accettato anche Castelnuovo di Porto” e Carminati risponde: “Ah, meno..ah, meno male, va. Finalmente una buona notizia, amico mio. Ah, vedi, non ti volevo rispondere, e invece..No, sto a scherzà. Va bene, meno male. Questa è una buona notizia”. Nell’avviso inviato da Poste Informazioni la Prefettura comunica alla Eriches il buon esito della gara; il documento contiene due allegati: il primo è la graduatoria dalla quale risulta che Eriches 29 in ATI con Auxilium si era classificata quarta. I posti assegnati sono complessivamente 1000. Nel secondo allegato vengono indicati i centri per l’immigrazione, da cui si evince la presenza degli immobili di Borgo del Grillo, 4 comparti per 100 posti ciascuno, Campagnano, 74 posti, Hotel Metro, 100 posti, Nerola, 100 posti. Complessivamente le strutture messe a disposizione della Eriches 29 avrebbero ospitato 674 posti.


Le verifiche

Nel seguito della conversazione tra Carminati e Buzzi del 7 agosto, quest’ultimo spiega al primo come prima di avere l’ok definitivo della Prefettura, avrebbero dovuto effettuare delle verifiche sugli immobili indicati nell’offerta tecnica:

“Senti na cosa, e devono fa le verifiche, comunque; e faranno le verifiche a Nerola, e Castelnuovo; faranno le verifiche, quindi” e Carminati risponde: “E si, come no. E’ ma, adesso ci mettiamo in moto, mo, adesso”.

Più tardi alle ore 13:00 dai locali di via Pomona viene registrata un’ambientale, presenti oltre a Buzzi Michele Nacamulli ed Emanuela Bugitti, oltre ad una quarta persona non identificata. Buzzi racconta ai suoi dipendenti come fosse andata la vicenda dei documenti di proprietà degli immobili, e come fosse stato risolutivo l’intervento di Carminati nei confronti dell’avvocato Esposito: “Non trovamo i documenti de Nerola; alla fine abbiamo chiamato lui e se so trovati, eh”; Buzzi riferisce inoltre alcuni passaggi della conversazione avuta con Carminati: “Come non si trovano? Gli spiano quelle palazzine”; Buzzi proseguiva raccontano l’intervento di Carminati con l’avvocato Esposito: “Dopo mezz’ora ha telefonato quello (Esposito)”. Di seguito Buzzi spiega come nel caso di un esito negativo della gara, Carminati tenesse più alla parola data che al lucro mancante: “Oh, ma me fai fa una figura de merda – e ancora – a parte che la fa… la faceva Massimo; lui non tanto i soldi ma le figure gli costano”.

Dalle conversazioni successive emerge come Carminati continuasse a gestire gli immobili che avrebbero partecipato alla gara, in particolare Campagnano, Nerola e l’Hotel Metro.

A tal proposito Carminati contatta l’avvocato Esposito: “Ti volevo dire che la è andato tutto bene; però dovete essere disponibili, che potrebbero chiamare per conferme e cose; sia l’uno che l’altro (Nerola e Campagnano), tutto a posto, capito?”. Di seguito Carminati, memore delle difficoltà incontrate per reperire il referente di Nerola lo avvisava: “Se avvisi quell’altro, che c’è un po’ più di difficoltà di essere trovato, gli dici di essere reperibile: insomma rispondesse al telefono, solo quello”.

Il 2 settembre dagli uffici di via Pomona viene registrata un’ambientale nella quale Carminati avvisa Buzzi che il giorno 9 (giovedì) sarebbero venuti a trovarlo l’avvocato Esposito assieme ai referenti della Alacriter.

In effetti gli immobili di Campagnano non erano ancora stati ultimati, e Buzzi confermava come di quegli edifici sarebbero stati utilizzati solo 74 appartamenti invece di 100. Il giorno nove sempre dagli uffici di via Pomona viene registrata in ambientale una conversazione tra Buzzi e Claudio Bolla; i due fanno il punto sugli immobili disponibili in relazione all’accoglienza immigrati. Nel corso della conversazione questi parlano anche di Nerola e di Campagnano e Buzzi si rammarica come in quel caso a fissare il prezzo fosse stato Carminati, in quanto ciò impediva loro di intervenire per correggere l’errore; Buzzi: “Ma definiamo i prezzi, se non definiamo i prezzi. Noi abbiamo fatto una cazzata, perchè mo c’è Massimo de mezzo. Abbiamo fatto una cazzata a Campagnano e a Nerola. Ma il prezzo l’abbiamo definito?” e Bolla risponde:

“Li ha definiti Massimo: 450”.


Il canone richiesto è troppo elevato

Il 29 settembre ancora una volta dagli uffici di via Pomona viene intercettata un’ambientale presenti Buzzi, Bolla, Carminati, l’avvocato Esposito, l’amministratore della cooperativa Alacriter Antonio Grimaldi, e Domenico Bannò vicepresidente del consiglio di amministrazione di Alacriter. La conversazione ha per oggetto gli immobili messi a disposizione per la gara indetta dalla Prefettura. Bolla riferisce come la Prefettura stesse stilando la graduatoria degli immobili a seguito delle verifiche in loco; e precisava come, al fine di verificare l’idoneità vi sarebbero state, a breve, delle visite da parte di alcuni incaricati dalla Prefettura, sia sugli immobili di Campagnano che su quelli di Nerola. A tal proposito Bolla si accordava con i due rappresentanti della Alacriter per visionare gli immobili, entrambe in fase di ultimazione. Sia a Nerola che a Campagnano i lavori non erano ancora terminati, ma mentre a Campagnano l’ultimazione era a buon punto, a Nerola il termine per la consegna era slittato, causa ritardi. Ad un certo punto Bolla e Carminati affrontano il tema del canone di locazione richiesto da Grimaldi e Bannò per gli immobili di Nerola. Dalla conversazione si apprende come i due dirigenti della Alacriter avessero chiesto un canone di mille euro ad appartamento, cifra che Bolla e Carminati ritengono troppo elevata. Gli appartamenti di Nerola erano in totale 45, il che voleva dire 45.000 euro di canone mensile. Bolla spiega come il compenso riconosciuto dalla Prefettura per ogni singolo immigrato sia molto più basso, e quindi con quel canone così elevato per loro non ci sarebbe stato nessun guadagno. Grimaldi e Bannò rispondono che su quelle palazzine c’è ancora un mutuo da pagare, e che quindi avrebbero dovuto chiedere alla banca che lo aveva erogato se potevano abbassare il canone di locazione, in considerazione delle rate da pagare. La riunione si conclude con Bolla che si rivolge all’avvocato Esposito chiedendogli se può ritenere conclusa la trattativa per via del mancato accordo sul canone di locazione. Esposito annuisce e risponde che avrebbe dovuto sentire Alessandro Condio, il consigliere della cooperativa edile titolare degli immobili di Nerola. La trattativa alla fine non sarà conclusa dalle parti. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

Tra gli stanziamenti per Castelporziano spuntano somme alla 29 giugno

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Nell’udienza del 19 aprile è stata affrontata la questione dello stanziamento da un milione di euro da parte della giunta di Roma Capitale, stanziamento approvato dall’Assemblea Capitolina, somma  destinata ad una serie di attività nell’ambito del decimo Municipio (Ostia), l’unico del comune di Roma Capitale ad essere sciolto per mafia all’indomani dell’inchiesta denominata Mondo di Mezzo.


La pulizia dell’arenile di Castelporziano

L’amministrazione intendeva ripulire l’arenile di Castelporziano e predisporre tutti quei servizi ritenuti essenziali in vista della stagione estiva: l’assistenza medica, il rifacimento della segnaletica, lo spurgo dei pozzetti, ecc. Nel corso della deposizione del vice Ragioniere Generale dell’Amministrazione, Marcello Corselli, il pm Luca Tescaroli chiede al teste di ricordare chi fu a sollecitare lo stanziamento in questione. In effetti lo stanziamento da un milione in favore del decimo Dipartimento per l’Ambiente ed il Verde sembrerebbe un importo elevato in relazione alla modesta entità de lavori da svolgere. Come mostrerà nel corso dell’udienza la difesa dell’ex presidente del X Municipio, Andrea Tassone, avvocato Palma, non solo la competenza per la sistemazione dell’arenile di Castelporziano era di competenza del Municipio, ma la cifra indicata era il doppio di quella necessaria; dalle fatture allegate agli atti processuali risulta infatti come il X Municipio abbia speso solo la somma di  623.149,44 per il lavori in questione. Da qui il sospetto da parte della Procura che dietro l’operazione si nascondesse una tangente. Come vedremo infatti una parte dei soldi stanziati dal decimo Dipartimento, in seguito girati al X Municipio, sono andati alla cooperativa 29 giugno facente capo a Salvatore Buzzi. In aula il pm Tescaroli cerca di ricostruire l’operazione in questione a partire dallo stanziamento in bilancio del milione di euro.


Il milione impegnato dall’assessore Estella Marino

Il pm Tescaroli cerca di sollecitare la memoria del teste Corselli sottoponendogli due fogli Excel da lui stesso forniti in fase di indagine. Nei documenti sono indicate tutte le somme stanziate e liquidate nei confronti dei vari centri di spesa per il 2014, con l’annotazione del nome del politico o dell’ufficio che le aveva richieste. “Questa era la documentazione – dichiara il teste – che mi era stata fornita dall’Ufficio Bilancio per recuperare le informazioni che erano inerenti a questo stanziamento in mezzo a tutti gli altri che sono citati”. Nel caso in questione il milione di euro destinato al decimo Dipartimento per la pulizia di Castelporziano era stato promosso dall’ assessore all’ambiente della giunta guidata da Ignazio Marino, Estella Marino. Corselli dichiara: “Nell’articolazione della costruzione del bilancio ci sono decine di migliaia di richieste che provengono da diversi uffici e provengono anche dalle parti politiche, e poi vengono strutturate nel bilancio”. Dunque anche per un professionista esperto come Corselli, per riuscire a risalire a chi avesse promosso quella spesa, si ha la necessità di ricostruire tutto il quadro delle somme liquidate. A questo punto il Presidente Rosa Ianniello chiede al teste se il progetto di bilancio che conteneva questo stanziamento da un milione in favore del decimo Dipartimento, fosse poi stato approvato dall’Assemblea Capitolina, ed il teste risponde di si. “Quindi tale stanziamento una volta deliberato è diventato operativo” ribadisce il presidente Ianniello a chiosare la risposta del teste. Corselli riconosce i documenti che gli vengono sottoposti e conferma le dichiarazioni rilasciate in fase di indagine. Quando poi il pm gli chiede quale parte del milione fosse stata impegnata, il teste risponde che la cifra impegnata era pari a 623.149,44 euro. Ma non basta. E infatti il presidente Ianniello chiede al teste che cosa fosse stato pagato con questi soldi; ma il  teste non è in grado di ricostruire esattamente gli impieghi relativi; interviene ancora una volta il pm che gli legge le dichiarazioni da lui rese : “con determina n.1426 del 22.05.14 (è stato impegnato) l’importo di 474.000 euro per il servizio di pulizia e manutenzione ordinaria e straordinaria, servizio spurgo pozzetti e fosse biologiche settiche; presidio stagione balneare di cui 230.187, 64 alla doc, coop 29 giugno”. Ed il teste conferma, su sollecitazione del pm, quanto ha dichiarato in sede di indagine. “Sono testimonianze inoppugnabili – aggiunge Corselli – che sono nel database della Ragioneria, da cui abbiamo estratto questi documenti”. Quindi, quasi un quarto del milione di euro stanziato in favore del decimo Dipartimento per il riordino di una parte dell’arenile dei romani, sarebbe finito alla cooperativa di Salvatore Buzzi.


L’iter dell’emendamento del 19 ottobre

Il pm rivolge poi al teste due domande specifiche: la prima riguarda l’emendamento n.54486 del 19.10.12, successivamente approvato dall’Assemblea; in particolare gli chiede di riferire in merito all’iter amministrativo della messa a disposizione delle somme che sono elencate nell’emendamento in questione.In occasione della presentazione del bilancio preventivo, è facoltà dell’aula presentare emendamenti che producano ulteriori stanziamenti, o modifichino l’importo di quelli in precedenza stabiliti. “Da un punto di vista tecnico – spiega il teste – questi emendamenti sono valutati dalla Ragioneria Generale che verifica se corrispondono ai saldi complessivi che la Ragioneria Generale ha il dovere di presidiare; se l’emendamento risulta avere da un lato il nulla osta tecnico ma soprattutto l’approvazione dell’Assemblea Capitolina, diventa, fa parte a tutti gli effetti degli stanziamenti di bilancio”. Il pm chiede al teste se le somme indicate nell’emendamento, in relazione alla finalità indicata, siano vincolanti, ed il teste risponde di si, in quanto una volta approvate, esse entrano a far parte del bilancio, e aggiunge che poi tali cifre devono trovare una reale articolazione. Nel caso in cui la finalità non venisse rispettata la ragioneria Generale interviene facendolo notare all’Amministrazione.

Il teste poi precisa come il bilancio dell’Ente Locale abbia natura autorizzatoria, ossia è lo strumento attraverso il quale i dirigenti sono autorizzati a svolgere le loro funzioni, cioè a spendere le cifre stanziate per i loro dipartimenti. Dunque se le spese non sono previste in bilancio non c’è la possibilità di procedere ad impegnarle e men che meno ad effettuarle.


La fonte dei 474.000 euro destinati a Tassone

L’altra domanda tecnica del pm riguarda lo stralcio relativo alla determina del 22.05.14

al protocollo co 63267/14 del X Municipio, dove si fa riferimento all’importo dei 474.000 euro messi a disposizione dall’ assessore Estella Marino, a firma congiunta con il Direttore del decimo Dipartimento dell’Ambiente e del Verde; Il pm chiede al teste di riferire da quale capitolo il Dipartimento Ambiente abbia prelevato tali fondi. Il pm suggerisce al teste come nelle dichiarazioni rese durante le indagini questi abbia rimandato al dirigente della Ragioneria Roberto Barbanera, suo collaboratore, in relazione alla individuazione del capitolo di spesa in questione. Il teste conferma ancora una volta le dichiarazioni rese in quella sede.

Il pm chiede di acquisire il verbale contenente le dichiarazioni rese in indagine dal Barbanera, e la difesa acconsente limitatamente al dato tecnico estratto dal sistema contabile dell’Amministrazione. In fase di controesame l’avvocato Palma in difesa di Tassone, contesta le dichiarazioni rese dal teste nella parte in cui questi ha dichiarato come le somme relative alla pulizia di Castelporziano siano state stanziate in capo al decimo Dipartimento per l’Ambiente ed il Verde. L’avvocato mostra in aula un documento dal quale si desume come con avviso pubblico del 5.05.14 il decimo Dipartimento abbia indetto una gara per il servizio in oggetto, gara strutturata in cinque lotti, uno dei quali avente come compenso 200 mila euro. Dal che si evince come il milione di euro stanziato dalla Ragioneria Generale sia stato totalmente impegnato.


Il risparmio conseguito da Tassone

“Ora le faccio una domanda – chiede l’avvocato Palma al teste – visto che lei ha detto che il X Municipio riceve, per lo stesso servizio, solamente 474.000 euro, lei può riferire in ordine alle ragioni per le quali l’amministrazione comunale e l’amministrazione municipale riescono a pervenire a questo risparmio economico rispetto all’originaria spesa preventivata?”.

“Io non ho compreso – la domanda risponde Corselli – e non ricordo di avere detto che al X Municipio siano stati dati 474.000 euro”. “Lei – ribadisce l’avvocato Palma – anche oggi in udienza ha dichiarato che la Ragioneria Generale per lo stesso servizio, di cui a quell’avviso pubblico, eroga al X Municipio la somma di 474.000 euro attraverso la determinazione dirigenziale n.1426 del 22.05.14. Ora, io le chiedo lei conosce le ragioni per le quali 1) i soldi sono finiti al X Municipio e 2) si è pervenuti a questo risparmio economico per l’amministrazione comunale?”.

“Le ragioni – risponde il teste – non gliele so ricostruire da questo punto di vista. Mi sfugge quale era il risparmio economico”.

“Se il decimo Dipartimento – ribatte l’avvocato Palma – aveva preventivato di impiegare per quel servizio un milione di euro, e poi il X Municipio ne usa 474.000 c’è un risparmio economico o no?”

“Assolutamente si” risponde Corselli.

Interviene il pm Tescaroli dichiarando come quella cifra, i 474.000 euro, fosse soltanto una parte della somma complessivamente spesa dal Municipio.


Il carteggio ufficiale tra Andrea Tassone e l’assessore Estella Marino

L’avvocato Palma esibisce al teste due documenti, che poi chiede di potere depositare agli atti: il primo è una missiva inviata dal presidente del X Municipio Tassone e dal Direttore dello stesso Municipio, Claudio Saccotelli, indirizzata al decimo Dipartimento, con cui i due rivendicavano la competenza municipale in merito all’erogazione di quel servizio.

Il secondo documento è la lettera di risposta del dott. Altamura, Direttore del decimo Dipartimento, e dell’assessore, on Estella Marino, con cui effettivamente i due riconoscevano la competenza municipale per l’erogazione del servizio. L’avvocato Palma sottolinea come nella prima missiva Tassone intendeva oltre a rivendicarne la competenza, sottolineare come lui fosse in grado di ottenere un risparmio del 50% nell’erogare il servizio in questione. “Nella lettera di risposta l’on Estella Marino e il dott. Altamura – dichiara l’avvocato Palma – convinti della legittimità e della competenza municipale, erogano, dispongono l’erogazione al X Municipio della somma di 474.000 euro. Cioè – conclude l’avvocato –  quella che serviva a Tassone per erogare il servizio”. Presa visione delle due missive, il vice ragioniere generale Corselli dichiara di non averle mai viste prima.

“Quelle sono le ragioni – aggiunge l’avvocato Palma – per le quali la Ragioneria Generale fa, successivamente alla deliberazione del bilancio, un’erogazione al Municipio”. E rivolgendosi al teste Corselli gli domanda: “Lei prima ha riferito che l’erogazione complessiva che viene fatta al X Municipio è pari a 623.149,44 euro e questa affermazione trova un riscontro nella documentazione allegata alla sue e prodotta oggi dal pm.


La contestazione relativa alla spesa dei 623.149, 44 euro

Le vorrei chiedere – sempre rivolto a Corselli – questi 623.149,44 euro di cui 474.000 sono per quel servizio, la parte che avanza cosa c’ha fatto il Municipio?” “Bisognerebbe andare a recuperare l’impegno che è giacente” risponde Corselli.

L’avvocato Palma contesta questa affermazione in quanto il teste era a conoscenza, durante le indagini, dell’impiego che aveva avuto quella somma da parte del X Municipio. Palma, leggendo tra i documenti depositati dalla Procura, cita la determina  n.1632 del 17.06.14 con la quale viene impegnata la cifra di 10.980 euro in favore di Sara Nistri srl per la realizzazione del servizio fotogrammetrico del litorale; e poi ancora la determina n.1853 del 2.07.14 con la quale viene impegnata la cifra di 48.500 euro in favore della SEA srl in relazione all’affidamento del servizio di assistenza medico sanitario sulla spiaggia di Castelporziano; e infine la determina n.2418 del 2.10.14 con la quale viene impegnata la cifra di 1.649,44 euro in favore di MAX 3 srl in relazione alla fornitura di cartelli stradali. “Lei conferma?” chiede l’avvocato Palma al teste Corselli; e Corselli  conferma tutto quanto da lui dichiarato nel corso dell’indagine.

“Io le chiedo – domanda ancora l’avvocato Palma al teste – se l’impegno da parte del X Municipio di 474.000 euro sia stato preceduto da un parere di regolarità da parte della Ragioneria Generale?”

“L’impegno – risponde Corselli – è sempre vistato dalla R.G. Le determine dirigenziali diventano esecutive con il parere di regolarità contabile della R.G. parere di regolarità contabile attestante la copertura finanziaria”.


L’assenza di pressioni 

“Si ricorda nel caso di specie – domanda ancora l’avvocato Palma – chi fornì questo parere di regolarità contabile?” “Il Dirigente che è preposto alla vigilanza della struttura operativa” risponde il teste.

“Il dott. Ottavio Andolina? ” domanda l’avvocato Palma, “Ottavio Andolina” risponde il teste.

“Nel corso della sua attività lavorativa – chiede infine l’avvocato Palma – come vice ragioniere generale, per fare il suo lavoro, per fare quello che doveva fare, lei ha mai ricevuto pressioni da Andrea Tassone?” “No” risponde il teste; “Da Mirko Coratti?” incalza Palma; “No” risponde  nuovamente Corselli con un filo di voce; “da Luca Gramazio?” prosegue Palma; “No” risponde ancora una volta Corselli con un no appena udibile; “da Salvatore Buzzi?”; “Non lo conosco” risponde il teste; “da Fabrizio Franco Testa?” “No, non so manco chi sia” ribatte ancora Corselli.   (cm)

 

 

 

 

 

 

La corruzione tra le pieghe di un progetto di monitoraggio sanitario

campo rom

Dall’ascolto di alcune intercettazioni relative ad un’indagine condotta dalla DDA di Roma nel luglio del 2013 e riguardante un traffico di sostanze stupefacenti, trai vari reati connessi emergevano alcune ipotesi di corruzione nell’ambito della gestione dei campi di accoglienza delle popolazioni Rom, Sinti e Caminanti .

A seguito di un’intensa attività di intercettazione condotta tra il gennaio ed il marzo del 2014, veniva accertata l’esistenza di un vasta rete di corruzione, nella quale erano coinvolti alcuni pubblici ufficiali con ruoli apicali in alcuni uffici del quinto dipartimento di Roma Capitale, e segnatamente Emanuela Salvatori, assieme ad alcuni imprenditori gestori di cooperativi sociali, in particolare Salvatore Buzzi e Claudio Caldarelli.


Un servizio sanitario dal forte impatto sugli immigrati

Dall’intercettazione ambientale registrata dai ROS il 25 febbraio 2014 presso l’ufficio della Salvatori, quest’ultima assieme a Armando Romani, responsabile dell’ufficio immigrati del quinto Dipartimento, in predicato di cofinanziare un progetto di monitoraggio sanitario e Claudio Caldarelli, discuteva su quali fossero gli aspetti dell’attività sui quali era necessario porre una maggiore enfasi, in ordine ad una sua più agevole accettazione. A questo riguardo Salvatori poneva in rilievo come le patologie oftalmologiche ed odontoiatriche abbiano un forte impatto sulla popolazione straniera, sottolineando l’esigenza di inserire nel progetto il numero di immigrati presenti nei vari centri di accoglienza. Caldarelli evidenziava invece come, a suo modo di vedere, occorresse sottolineare l’intenzione di voler garantire un primo servizio di assistenza capace di orientare in seguito verso le strutture del servizio sanitario nazionale competenti. Romani invece evidenziava come secondo lui fosse necessario enfatizzare l’insufficienza dei servizi pubblici presenti sul territorio, incapaci di fare fronte alle richieste da parte dei Rom e degli immigrati. In tal senso Salvatori affermava: “Le liste di attesa di questo genere sono lunghissime” e Romani ribatteva: “No, non è un discorso di liste di attesa; il discorso è che tu fai un servizio perché hai bisogno; allora, un po’ su richiesta degli immigrati, un po’ sul fatto che ci sono richieste alla ASL, ospedali di tipo oculistico ed odontoiatrico che sono molto rilevanti in questa gente; che questi problemi nascono da quello che hanno vissuto in terra di origine, frutto delle persecuzioni e torture che hanno avuto ed affrontato, soprattutto per i denti, dei trascorsi in terra d’origine”.

Dunque, facendo leva su argomenti di tipo umanitario e su di una forte domanda che non trovava una adeguata offerta sul territorio da parte del servizio sanitario nazionale, il sodalizio riteneva di riuscire a far approvare il progetto di monitoraggio sanitario e quindi anche di superare l’ostacolo dell’Ufficio di Ragioneria del comune. Per superare questo durissimo scoglio, oltre all’esigenza di un forte appoggio politico, Buzzi e Caldarelli pensavano di fare presentare il progetto da una cooperativa sociale che non avesse già attive convenzioni con l’amministrazione: la cooperativa in questione era  Formula Sociale, facente capo a Caldarelli, in associazione temporanea con la coop. soc. ABC. L’immobile dove avrebbe dovuto avere sede l’ambulatorio previsto dal progetto, sarebbe invece stato preso in affitto dalla Eriches.


Budget variabile: ipotesi in campo

Altro ostacolo che si frapponeva all’approvazione del progetto era rappresentato dall’assenza cronica di fondi disponibili per il quinto Dipartimento; essendo Formula Sociale una cooperativa di categoria “B” il servizio avrebbe dovuto essere affidato in via diretta, cioè senza gara, ma non avrebbe dovuto superare un importo annuo di 100 mila euro (Romani: “l’unica strada percorribile sarebbe l’affidamento diretto, e quindi per l’affidamento diretto abbiamo un tetto massimo che non possiamo superare che sono 100 mila euro l’anno, noi come amministrazione”); l’altra ipotesi era invece quella prevista dalla legge n.381/91, con uno stanziamento annuo fino a 200 mila euro (Caldarelli: “I 100 mila euro che tu dici sono agganciati al fatto che non ci sono proprio i soldi, alla legge 381/91? Giusto per capire se si potrebbe arrivare ai 200 mila. Ma poi se non ci sono i soldi?”). In effetti il limite principale che il sodalizio incontrava non era tanto il controllo dell’ufficio della Ragioneria a capo della quale vi era la Dirigente Maria Letizia Saltarelli, quanto dai bilanci in profondo rosso dell’amministrazione capitolina (Romani: “Diciamo che ce lo siamo fissati noi come termine, e quello che ci consente di fare l’affidamento diretto usando una cifra che sia raggiungibile, previe verifiche”).

In un dialogo intercettato il 25 febbraio 2014 tra Salvatori e Caldarelli, la prima sottolineava all’altro la necessità di fare passare il progetto del laboratorio dentistico a lei caro nell’ambito dei progetti patrocinati dal Ministero dell’Interno per i soggetti richiedenti asilo, e Caldarelli conveniva con questo punto di vista. In effetti il Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati avrebbe avuto a breve un’ingente stanziamento. Infatti da una conversazione intercettata il giorno precedenti Salvatori aveva  raccontato a Caldarelli come il governo avesse stanziato 28 milioni per il sistema SPRAR.

Caldarelli sottolineava invece la necessità di fare proporre il progetto in questione da una figura politica autorevole, proponendo l’assessore Erica Battaglia, consigliere comunale e presidente della Commissione Politiche Sociali di Roma Capitale; Caldarelli infine sottolineava come con la responsabile dell’ufficio che avrebbe dovuto approvare il progetto, la dott.ssa Cozza Isabella, ci avrebbero parlare Mirko Coratti, presidente dell’assemblea capitolina (“La Cozza è sua”).pp


Campi immigrati abusivi

Sempre dalle intercettazione emergeva come il sodalizio avesse intenzione di localizzare il laboratorio medico dentistico-oftalmico presso il campo di Castelverde, situato in località Lunghezza; ciò in quanto tra i vari campi che accoglievano immigrati e richiedenti asilo gestiti dalla 29 giugno o da cooperative ad essa collegate, quello era l’unico in regola con i permessi, sia quelli della ASL che  quelli relativi al rispetto dei criteri di sicurezza previsti dai Vigili del Fuoco. (Buzzi: “E’ l’unico centro autorizzato sul comune di Roma” Caldarelli: “Il problema è che i siti sono abusivi”).


Un servizio odontoiatrico a misura di figlia

Il progetto di cui si parla era stato ideato da Caldarelli, Salvatori e Buzzi ed era finalizzato monitoraggio sanitario, ma aveva lo scopo di agevolare l’inserimento lavorativo della figlia della Salvatori, Derla Chiara, laureatasi da poco dentista. Per due soli pomeriggi  più una giornata intera di lavoro, la mattina la ragazza era impiegata presso un altro ambulatorio dentistico, Chiara avrebbe percepito un compenso mensile di 1.300 euro. Nel progetto Salvatori aveva intenzione di coinvolgere anche la figlia di Maurizio Ferraresi, amica della figlia Chiara e di professione oculista; il padre della ragazza era in quel periodo responsabile della ASL RME, e, a detta della Salvatori, sarebbe stato in grado di agevolare le procedure relative alle richieste di permessi e autorizzazioni sanitarie legate all’apertura del laboratorio dentistico oftalmologico. Salvatori, in qualità di funzionario direttivo responsabile dell’Ufficio Rom e Sinti, avrebbe provveduto alla predisposizione degli atti amministrativi necessari ad ottenere la realizzazione del progetto; si sarebbe inoltre occupata di fare approvare le determinazioni dirigenziali ad esso collegate attraverso la firma del dirigente Ivana Bigari, dirigente dell’Ufficio Inclusione Sociale. Ma avrebbe dovuto superare lo scoglio del controllo dell’Ufficio di Ragioneria.


Servizi senza gara come contropartita

Per consentire l’assunzione della figlia Chiara nell’ambito del progetto di monitoraggio sanitario, la responsabile dell’Ufficio Rom e Sinti del quinto Dipartimento delle Politiche Sociali, Emanuela Salvatori concedeva alle cooperative sociali che avrebbero presentato e promosso il progetto, e segnatamente Formula Sociale di Claudio Caldarelli, alcuni servizi quali quello della bonifica dei campi Rom. Trattandosi di servizi straordinari legati ad eventi eccezionali e inderogabili quali allagamenti conseguenti a fenomeni temporaleschi, questi venivano concessi direttamente senza alcuna gara a evidenza pubblica. Secondo le intercettazioni almeno uno dei servizi di bonifica concessi dalla Salvatori ad una società afferente al Caldarelli, rappresentava la contropartita relativa all’assunzione della figlia Chiara. In una intercettazione ambientale tratta dall’ufficio della Salvatori, Caldarelli chiedeva in relazione al campo Rom di Torrevecchia, sito in via Cesare Lombroso, l’affidamento di un servizio di bonifica di importo pari a 10,20,30 mila. E Salvatori gli rispondeva che appena sarebbero arrivati i fondi per il dipartimento, gliene avrebbe fatta fare una da 40 mila euro.


La truffa dei campi Rom

Dai riscontri e dagli accertamenti effettuati dal ROS emergeva come dei quattro campi in cui risulta diviso Castel Romano, divisione corrispondente alle varie etnie dei Rom che li occupano, due sarebbero stati di proprietà del comune di Roma, i campi D ed M; i restanti due, F e K  appartenevano invece ad una società, la SIAL SERVICE srl, riconducibile a Caludio Caldarelli, Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci. Per l’affitto dei campi F e K al comune, la Sial Service riceveva come canone mensile la cifra di 8.100 euro. Dalle indagini e dagli accertamenti emergeva inoltre come mentre le spese ordinarie e quelle per le eventuali bonifiche fossero di competenza del proprietario del campo, quelle straordinarie fossero di competenza del comune. Per poter ottenere il rimborso delle bonifiche in capo alle cooperative di Buzzi, la Salvatori faceva in modo che queste risultassero effettuate in uno dei campi del comune. In definitiva la Salvatori gestiva l’affidamento dei servizi da parte del dipartimento Rom e Sinti in base al proprio tornaconto, tanto che Caldarelli, intercettato,  tra il serio ed il faceto le diceva: “fai lavorare chi vuoi tu”.


L’ostacolo dell’Ufficio Ragioneria

Sempre dalle intercettazioni emergeva come il sodalizio composto da Buzzi, Caldarelli, Salvatori, avesse bisogno, per ottenere l’avallo dell’Ufficio Ragioneria del comune di un appoggio politico che in ipotesi avrebbe dovuto essere offerto dal consigliere comunale Erica Battaglia, presidente della Commissione Politche Sociali del Comune (Caldarelli: “Fa quello che diciamo noi”). Ma il progetto aveva soprattutto bisogno della copertura economica, copertura che sarebbe stata fornita da ben due dipartimenti, quello dei Rom diretto dalla stessa Salvatori, e quello degli immigrati diretto da Armando Romani.

Ed infatti dalle intercettazioni emerge come il progetto sarebbe stato presentato congiuntamente alla Bigari da Salvatori e da Romani (Salvatori:”Ci si va insieme perché è una cosa sugli immigrati..”).

 Nell’ottica del sodalizio vi era inoltre l’obiettivo iniziale di limitare nel tempo il progetto del laboratorio ad un solo anno; ove il progetto fosse stato approvato, avrebbe continuato ad essere finanziato automaticamente dal comune, senza soluzione di continuità (Salvatori: “La fortuna è che il Comune di Roma le rinnova per anni: dalla culla alla tomba”). (cm)

La strage di Bologna e la struttura ad anelli

stragebolo

In base alle risultanze della fase istruttoria del processo per la strage di Bologna (risultanze confermate dalla 2a Corte d’Assise d’appello di Bologna nella sentenza del 16.5.94) la struttura  che aveva eseguito l’attentato era costituita secondo uno schema composto da tre cerchi concentrici: quello esterno era costituito da una vasta associazione sovversiva di cui facevano parte Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, entrambe ex MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo disciolto in data  23.11.1973),  Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Maurizio Giorgi, Fabio De Felice e Marco Ballan, questi ultimi tutti esponenti di Avanguardia Nazionale (disciolta in data 8.6.1976), Licio Gelli capo della loggia massonica Propaganda 2, Francesco Pazienza collaboratore del direttore generale del SISMI, oltre a due ufficiali del servizio di sicurezza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.

Lo scopo dell’associazione era duplice: sovvertire l’ordine costituzionale, instaurando un regime antidemocratico; favorire e coprire gli autori di attentati terroristici ritenuti funzionali al conseguimento del primo obiettivo.

Il cerchio più interno, quello mediano, era composto da un gruppo ristretto di persone addestrate militarmente e politicamente formate fino ai confini del fanatismo; la loro formazione era stata delegata a Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, che svolgevano un ruolo di cerniera con l’anello più esterno e segnatamente con i finanziatori, il duo Gelli Pazienza.

Fachini si occupava dell’area nord del paese, assieme a Roberto Rinani, Roberto Raho e Giovanni Melioli.  Signorelli invece si dedicava al gruppo romano, composto da Valerio Giuseppe Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Egidio Giuliani e Marcello Iannilli. Tale gruppo, operante prevalentemente sulla zona di Roma, si accompagnava di volta in volta a personaggi legati al mondo  della delinquenza comune, come Massimo Carminati e Massimo Sparti della Banda della Magliana, o come Sergio Picciafuoco, elemento proveniente dalla destra eversiva, presente il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Il terzo ed ultimo cerchio, il più interno, è quello che materialmente ha compiuto la strage di Bologna; ne facevano parte Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Roberto Rinani, Sergio Picciafuoco.


Depistaggi e piste internazionali

Le azioni terroristiche volte al sovvertimento dell’ordine costituito poste in essere  dal gruppo allargato attraverso la sigla NAR, vale a dire da persone che variavano a seconda delle esigenze e della disponibilità, venivano coperte da un’azione di depistaggio costante da parte di settori deviati dei Servizi, in particolare dal generale Musumeci, dal suo collaboratore Pazienza e dal colonnello Belmonte, secondo la direttive impartite loro da Licio Gelli. L’azione depistatrice il più delle volte si manifestava nel far convergere le indagini, e ciò avvenne in particolare per la strage del 2 agosto 1980, su ambienti terroristici internazionali, nella consapevolezza della loro estraneità e quindi in maniera calunniosa. Il tutto allo scopo di favorire l’impunità per gli autori reali.

Emblematico sarà il tentativo di depistaggio messo in atto in occasione della strage di Bologna, attraverso la divulgazione alle autorità inquirenti ed agli organi stampa di informative miranti ad accreditare la pista straniera. In questo senso deve essere interpretato anche il ritrovamento avvenuto il 13.01.1981 sul treno Taranto-Milano, di una valigia contenente un mitra MAB con calcio modificato artigianalmente (uno simile era stato rinvenuto nel deposito di armi in uso alla Banda della Magliana e dai NAR presso i sotterranei del Ministero della Sanità, sotterraneo di cui Carminati possedeva le chiavi), di un fucile a canne mozze, di esplosivo T4 simile a quello usato per la strage di Bologna e di due biglietti aerei intestati a cittadini stranieri, uno per il volo Milano Parigi e l’altro per il volo Milano-Monaco. Per tale ritrovamento verranno condannati in via definitiva sia il generale Musumeci che il colonnello Belmonte. Sembra anche svolgere un compito di depistaggio l’articolo intervista apparso il 17.8.1980 sul settimanale L’Espresso e scritto dal giornalista Nicotri, nel quale in sostanza l’ufficiale dei Servizi Amos Spiazzi rivela quale siano, dopo l’entrata in illegalità e l’espatrio dei due leader principali, le sorti di Terza Posizione, in cui l’unico dirigente a piede libero rimasto era Francesco Mangiameli, “Ciccio”. Nell’articolo Nicotri racconta, utilizzando la fonte Spiazzi, come dietro la destra eversiva vi sia in funzione di organizzatore e di finanziatore Stefano Delle Chiaie, “il caccola”; questi, a seguito della fuga del legionario rhodesiano residente in Sudafrica Franz Steiner o Steikner, decide di affidare le sorti del coordinamento dei quattro gruppi autonomi gravitanti su Roma dei NAR, a Ciccio (nell’articolo non viene fatto il nome del Mangiameli). Oltre a ciò, Ciccio si dovrà occupare anche del reperimento delle armi e dell’ esplosivo.     


Destabilizzare per dominare: la creazione del consenso

Nel 1978 nell’abitazione di Gianluigi Napoli viene rinvenuto il documento dal titolo “Fogli di Ordine Nuovo” del Movimento Politico Ordine Nuovo.

Scrive Ferdinando Imposimato nel suo libro La Repubblica delle Stragi Impunite: “Un aiuto ai magistrati venne da Gianluigi Napoli, arrestato per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti. Quest’ultimo illustrò agli inquirenti il significato dei fogli d’ordine di Ordine Nuovo, in cui era descritta la nuova strategia della destra rivoluzionaria, trovati in casa propria: egli sostenne che venissero da Fachini ed esprimessero i suoi punti di vista e quelli dell’ambiente romano cui questi era collegato. A Gianluigi Napoli i fogli erano stati consegnati da Giovanni Melioli, uomo della destra extraparlamentare romana.

Questi riconobbe, parlando con Napoli, che tutti gli attentati del 1979 erano di matrice nera, come gli aveva detto lo stesso Fachini, colui che forniva ai camerati l’esplosivo usato per compiere gli attentati, recuperato da munizioni militari. La notizia più rilevante di cui Napoli era venuto in possesso in carcere, era che Pierluigi Scarano, detenuto con lui, aveva detto di essere entrato in crisi dopo avere saputo che “Signorelli aveva partecipato a varie cene con Gelli e uomini della P2. A una di queste cene avrebbe partecipato come uomo di fiducia d Signorelli, Fioravanti Valerio detto Giusva”, terrorista con un passato da enfant prodige nella televisione italiana. Scarano aveva saputo anche dei rapporti tra la destra eversiva, la P2 e i servizi di sicurezza. Napoli si era quindi convinto che nell’ambito della destra avesse operato “una struttura occulta alla maggior parte dei militanti, dotata di una progettualità politica oscura, legata agli ambienti dei servizi segreti e della massoneria”.


I documenti di Ordine Nuovo e la strategia stragista

Ma cosa contenevano i citati documenti di Ordine Nuovo? In essi viene descritto, in varie fasi, quello che si definisce come il “metodo rivoluzionario”: “Alla prima fase, che comincia con l’organizzazione della popolazione e termina con l’inizio della violenza, segue la seconda fase che è quella del terrorismo. Quest’ultima mira alla distruzione dell’apparato legale e delle strutture del potere”.

Si legge ancora nel documento: “Comincia così una serie di assassinii di funzionari, di poliziotti, di notabili; si colpiscono soprattutto i mezzi di comunicazione (ferrovie, strade, telefoni). Questi attacchi sono eseguiti da militanti preparati allo scopo”.

Di seguito il documento passa a descrivere gli effetti diretti del terrorismo nei confronti di uno Stato e della sua popolazione: “Il terrorismo (…) organizzato è pianificato e corrisponde ad obiettivi precisi:

a) disarcionare, spezzare l’apparato organizzativo in carica e permettere l’installazione delle gerarchie verticali; b) distruggere la fiducia della popolazione nell’autorità costituita, incapace di mantenere l’ordine e di proteggere i suoi funzionari; c) demoralizzare la popolazione con un terrorismo apparentemente cieco ed indiscriminato;

Scopo finale della “guerra allo Stato” è la “presa del potere” ma lo scopo intermedio è “la conquista della popolazione”. Il terrorismo dunque non viene visto solo come un arma di distruzione ma anche come uno strumento di consenso, di “dominio”.

Il consenso viene creato non solo mediante la distruzione dello Stato di diritto e dei suoi rappresentanti, ma anche attraverso la mitizzazione dei militanti terroristi: “Il nazional-rivoluzionario è un soldato, è un combattente permanente (…). Come soldato deve tendere a perfezionare l’arte del combattimento, assimilando a completando la conoscenza del metodo. Come nazional-rivoluzionario non teme di perdere la vita, possiede una forza morale superiore alla media. Come combattente deve prendere coscienza del supremo rischio e accettarlo, con lucida determinazione”.

E ancora, il mito del soldato rivoluzionario si mischia a quello della gioventù e della purezza:

“Allo stato attuale, l’unica possibilità di vittoria può venire dall’unione dei vari combattenti, giovani, duri, impegnati, autentici militanti di una guerra, rivoluzionari (…). Questo, in effetti, è un combattimento all’ultimo respiro, totale, senza requie, contro nemici potenti e forgiati dall’esperienza”.

Su di questi principi e canoni stilistici vengono fondati i NAR e poi Terza Posizione.

La Corte Suprema a Sezioni Unite, in merito alla sentenza della Corte d’Assise d’appello del 17.7.1990 dichiarava come “a tali movimenti era riferibile una sequenza di attentati nel 1978 e 1979, talora non rivendicati o rivendicati con sigle diverse tra le quali Movimento Rivoluzionario di Popolo (MRP), espressione di Costruiamo l’Azione”, movimento costituito da una galassia di gruppuscoli autonomi appartenenti alla stessa area politica, quella della destra eversiva, ispirati da Paolo Signorelli, Aldo Semerari, Fabio De Felice, Paolo Aleandri e Sergio Calore.


I NAR

A Roma i Nuclei Armati Rivoluzionari si costituiscono in quattro gruppi distinti che in comune hanno solo l’estremismo di destra, unito allo spontaneismo armato, oltre all’attività di autofinanziamento che in genere è costituita da rapine ad istituti di credito.

I quattro gruppi operano autonomamente e soprattutto sono organizzati in maniera militare. Il leader carismatico indiscusso è Giusva Fioravanti;  attorno a lui nasce il gruppo storico, al’interno del quale quale graviteranno una serie di elementi che useranno il marchi NAR per azioni di vario genere e finalità di vario tipo. Il gruppo storico nasce nel quartiere Monteverde, da alcuni frequentatori del FUAN di via Siena, precedentemente fuoriusciti dalla sezione dell’MSI di Monteverde.

Esso è composto da Giuseppe Valerio Fioravanti detto “Giusva”, dal Fratello minore Cristiano, dalla fidanzata del primo Francesca Mambro, da Franco Anselmi deceduto nel corso di una rapina ad un’armeria, e da Alessandro Alibrandi, figlio del giudice istruttore Alessandro Alibrandi. Attorno a loro si muoveranno altri soggetti quali Egidio Giuliani, Marcello Iannilli, Massimo Carminati, Sergio Picciafuoco, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. Come una sorta di franchising spesso il marchio NAR verrà impiegato per compiere azioni che di fatto con la politica non avevano alcun tipo di relazione.  Si trattava il più delle volte di azioni che arano delle vere e proprie esecuzioni, talvolta di magistrati o di appartenenti alle forze dell’ordine, vedi l’omicidio del magistrato Mario Amato o del capitano di Polizia Francesco Straullu, o quello dell’appuntato Francesco Evangelista; talvolta di personaggi politici o legati al mondo della politica come quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella o del giornalista Mino Pecorelli. Talvolta invece ad essere eliminati erano testimoni scomodi, come l’avvocato Giorgio Arcangeli, al posto del quale venne ucciso per sbaglio Antonio Leandri, come Francesco Mangiameli “Ciccio”, o come Marco Pizzari e Luca Vernucci.

In ultima analisi alcune loro vittime vennero da questi uccise per vendicare sodali a loro volta caduti in azione, o semplicemente perchè di sinistra, tra questi Valerio Verbano, Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci, Roberto Scialabba e Ivo Zini.


Giusva il leader dei ragazzini

In quel periodo il gruppo più attivo ad utilizzare la sigla NAR è composto da Giusva Fioravanti, dal fratello Cristiano, da Francesca Mambro, da Gilberto Cavallini e dai nuovi ex TP, tra cui Giorgio Vale, Dario Mariani e Luigi Ciavardini.

Il primo testimone ad inchiodare Giusva e la Mambro, Ciavardini verrà accusato solo del reato di banda armata, in relazione alla strage di Bologna è Massimo Sparti, il quale racconta al fratello di Giusva, Cristiano, di averlo ricevuta in casa sua due giorni dopo la strage ed avergli sentito ammettere, dopo avere esclamato “Hai sentito che botto?”, di essere stato a Bologna vestito da turista tedesco, mentre la Mambro era sicuramente stata riconosciuta, ed aveva quindi bisogno di documento falsi. Documenti che Sparti gli rimedia. Giusva dunque gli fa comprendere di essere responsabile della strage assieme alla Mambro.

Allo stesso modo gli confessa di rivestire il ruolo di “guida” e di ispiratore per quanto riguarda l’eversione di destra romana, e cioè i “ragazzini” di Terza Posizione, tra cui appunto Ciavardini e Cavallini; gli rivela infine anche la sua intenzione di voler progettare l’evasione di Pierluigi Concutelli. L’appartenenza di Ciavardini ai NAR era per altro già emersa in occasione dell’omicidio dell’agente di polizia Maurizio Armesano (6.2.1980), nei fatti del liceo Giulio Cesare sfociati con l’omicidio dell’appuntato Franco Evangelista e nel ferimento di due agenti (28.5.1980), oltre che nell’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato (3.6.1980).

Nel 1979 Terza Posizione, così come FUAN e Costruiamo L’Azione, avevano patito una pesante azione repressiva, con arresti e delazioni che ne avevano decimato gli organici; erano finiti in carcere tra gli altri Signorelli, De Felice, Calore, Mariani Dimitri, Nistri. Questi ultimi due in particolare, costituivano elementi fondanti del nucleo operativo di

Terza Posizione; in questo modo la struttura del gruppo si veniva a trovare fornita di numerosi “ragazzini”, appena maggiorenni, privi però di una guida e di un inquadramento, essendo per natura riottosi alle gerarchie. In un tale contesto, composto da gruppetti sparsi e disorganizzati, i NAR di Valerio Fioravanti rappresentano un modello oltre che una guida; per questo motivo i vertici di TP, Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, offrono a Fioravanti di assumere la guida dell’ala militare di TP, offerta che peraltro, secondo le dichiarazioni del fratello Cristiano, Giusva rifiuta.

Di diverso avviso sono le dichiarazioni rese da Stefano Soderini al GI Castaldo il 24  gennaio 1986, in cui lo stesso dichiarava di essere entrato a far parte del Gruppo Operativo di Terza Posizione nel marzo del 1980; secondo Soderini il leader del gruppo sarebbe stato Giusva, e gli altri componenti erano Belsito, Ciavardini, un ragazzo di Bologna e “forse qualcun altro, non ricordo”.

E’ Soderini a raccontare come ad uccidere il procuratore aggiunto Mario Amato il 23.6.1980 siano stati Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, con quest’ultimo che aveva dormito a casa sua la notte precedente e gli aveva rivelato tutta l’operazione. Racconta inoltre come all’omicidio dell’ispettore Franco Evangelista e del ferimento dell’appuntato Manfredda e dell’agente Lorefice davanti il liceo classico Giulio Cesare abbiano partecipato ancora Ciavardini, Cavallini e Giusva Fioravanti. Lo stesso Soderini, benché vivesse dalla nonna, racconta di avere custodito un mitra sottratto ad uno dei due agenti feriti. Per il delitto dell’agente di polizia Arnesano, avvenuto davanti alla sede dell’ambasciata inglese, i testi Walter Sordi e Cristiano Fioravanti hanno riconosciuto la colpevolezza del Ciavardini in ordine al suo ferimento, e di Giusva in ordine alla sua uccisione, benché la vittima fosse già stata disarmata. (cm)

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