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Claudio Meloni

Liguria: su la testa

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Il comune di Lavagna, in provincia di Genova, è stato sciolto nel marzo 2017 per infiltrazioni mafiose.

Si è trattata dell’ennesima dimostrazione di una presenza silente quanto ingombrante della ‘ndrangheta in Liguria.

Era già successo nel 2011 con il comune ligure di Bordighera, a seguito di un’inchiesta della Dda di Genova che aveva portato in carcere 15 persone, e che aveva visto tra gli indagati anche l’allora sindaco Giovanni Bosso (Pdl). Nel 2013 era stata poi la volta di Ventimiglia, comune amministrato da una giunta di centro destra guidata da Gaetano Scullino (PdL).

Le investigazioni condotte dalla Polizia nell’ambito dell’indagine “I Conti di Lavagna” hanno permesso di individuare un’associazione mafiosa composta da 23 soggetti ritenuti responsabili a vario titolo, oltre che del reato associativo a carattere mafioso, di abuso d’ufficio, voto di scambio e di altri gravi reati. Tra gli arrestati anche alcuni appartenenti alla ‘drina Nucera-Rodà, attiva nel comune reggino di Condofuri.

Successive indagini hanno permesso di accertare come tale organizzazione facesse capo alla locale di Lavagna, riconducibile alle famiglie Nucera-Rodà.

Nel Decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica, datato 27 marzo 2017, si fa cenno all’esistenza di un gruppo criminale ‘ndranghetista i cui membri erano dediti all’acquisizione di appalti pubblici e al riciclaggio di denaro di provenienza illecita, in attività immobiliari che venivano poi intestate a dei prestanome.

Le ragioni del commissariamento del comune ligure sono conseguenti all’individuazione ed allo smantellamento di un gruppo criminale collegato ad una potente cosca calabrese, “i cui componenti – scrive la Direzione Investigativa Antimafia nella sua relazione del primo semestre 2017 – erano dediti prevalentemente ad acquisire appalti pubblici nel settore della raccolta, stoccaggio e trasporto dei rifiuti, nonché a reimpiegare il denaro di provenienza illecita in operazioni ed investimenti immobiliari, intestati a prestanome”.

Questa presenza incombente di organizzazioni mafiose partecipa anche alla vita politica della Regione, assicurando il sostegno a questo o a quel candidato, per poi pilotarne le scelte una volta eletto. Si è accennato al ruolo di alcune famiglie di ‘ndrangheta nel processo di approvvigionamento della droga proveniente dal Sudamerica.

Si è poi dato conto del ruolo assunto negli ultimi tempi dal porto di Genova quale sostituto di quello di Gioia Tauro. La presenza sempre più frequente in Liguria poi di altre organizzazioni criminali, ed in particolare di Cosa nostra siciliana ma anche della camorra campana, è il segno evidente della stipula di accordi tra organizzazioni mafiose tesi alla gestione dei grandi carichi di droga che approdano nei porti e sulle coste liguri.

Nel febbraio 29017 la Polizia ha individuato e perseguito sempre in Liguria un’organizzazione siciliana dedita al rifornimento di stupefacenti destinati al mercato palermitano. Le sedici persone tratte in arresto, appartenenti ad alcuni mandamenti mafiosi di Palermo centro, erano in stretto contatto con alcune ‘ndrine calabresi.

Secondo le risultanze delle forze di polizia che operano sul territorio ligure sarebbero almeno quattro le locali di ‘ndrangheta dotate di autogoverno, dislocate a Genova, Ventimiglia (Im), Lavagna (GE) e Sarzana (SP). A queste si affiancherebbero poi numerose altre ‘ndrine che graviterebbero attorno alla provincia di Imperia.

Queste quattro locali sarebbero tra loro coordinate e tutte insieme a loro volta sarebbero sottoposte alla supervisione delle potenti famiglie di Reggio Calabria, attraverso un organismo denominato Camera di controllo, con sede a Genova. A Ventimiglia invece sarebbe localizzata un’altra struttura di collegamento denominata Camera di passaggio, che collegherebbe le cosche che operano sul confine italiano con quelle attive oltralpe, in particolare in Costa Azzurra.

Gli affiliati alla locale di Ventimiglia sarebbero attivi prevalentemente nel narcotraffico. Si tratta in particolare del gruppo Pellegrino, che esercita attività di traffico e spaccio di droga nella zona di Bordighera (IM).

“Il potenziale criminale di tali cellule – annotano ancora gli investigatori della DIA – non si esaurisce nell’infiltrazione  del tessuto politico- amministrativo locale e nell’acquisizione di posizioni di monopolio in settori economici nevralgici, ma si compendia e integra con il redditizio traffico di stupefacenti, in particolare cocaina, condotto sfruttando le opportunità logistiche offerte dagli scali marittimi liguri”.

Questo quadro a tinte fosche ha trovato una sostanziale conferma nell’operazione denominata “Provvidenza” e condotta dai carabinieri nel maggio 2017 (Proc. pen. 206/2017  RGNR DDA del 20.01.17) su delega della Procura di Reggio Calabria. Attraverso di essa i militari hanno disarticolato un’organizzazione criminale espressione delle cosche Piromalli e Molè, la quale aveva organizzato un traffico di cocaina dalla Colombia all’Europa attraverso i porti di Rotterdam, Gioia Tauro e Genova.

Nella provincia di Savona invece operano prevalentemente cosche del reggino, al centro delle quali  vi sarebbe il gruppo Romeo-Siviglia che ha eletto Sarzana quale sua base operativa. Originario del comune di Roghudi (RC) il gruppo sarebbe collegato al cartello Pangallo-Maesano-Favasulli.

A La Spezia la DIA di Genova avrebbe invece sequestrato un patrimonio il cui valore complessivo ammonterebbe a 20 milioni di euro, riconducibile a due soggetti collegati alla cosca Iamonte. Anche Taggia non sarebbe esente dalla presenza della ‘ndrangheta, avendo da tempo offerto ospitalità a soggetti collegati alle cosche di Palmi e Gioia Tauro.


Liguria crocevia del traffico internazionale

L’attività investigativa condotta dalla DDA ligure in merito a reati connessi al narcotraffico ha permesso di ottenere importanti conferme sul ruolo di crocevia delle direttive internazionali del traffico della cocaina e dell’hashish da parte della regione ligure. Ciò deriverebbe sostanzialmente da due fattori: la presenza dei porti commerciali e la posizione geografica della Regione a ridosso del confine francese.

Come abbiamo accennato il grosso dei carichi di sostanze stupefacenti che approda sul territorio italiano utilizza il trasporto via mare poichè meno costoso e in secondo luogo meno rischioso, e inoltre perché i luoghi  in cui avvengono gli scambi, le aree portuali, sono molto estesi ed i controlli vengono eseguiti solo a campione.

Malgrado ciò l’attività di contrasto e di repressione del traffico ha consentito, attraverso i numerosi sequestri effettuati, di accertare come la Liguria in generale e Genova in particolare rivestano un ruolo centrale di transito della sostanza stupefacente, sia per quanto riguarda gli approvvigionamenti diretti nelle altre regioni del Nord Italia e sia per quelli destinati alla Francia, dove da tempo sono attive ed operano organizzazioni criminali che sono dirette diramazioni dei sodalizi presenti sul territorio italiano, ed il cuoi ruolo è quello di smerciare lo stupefacente in terra francese.

Tra le varie operazioni di polizia effettuate segnaliamo di seguito le più rilevanti, intercorse nell’intervallo di tempo che va dal gennaio 2013 al dicembre 2016.

Nell’ottobre 2016 il nucleo di Polizia Tributaria di Genova con l’ausilio del GICO ha condotto l’operazione denominata “Papas”, che ha portato all’arresto di tre persone ed al sequestro di 158 kg di cocaina. I tre erano responsabili di avere organizzato un traffico internazionale di stupefacenti che dal Sudamerica riforniva l’Italia. Si trattava nella fattispecie di Gabriele Puleo, Igor Cerasa e Giuseppe Bellocco.

La presenza di quest’ultimo in particolare, figlio di Gregorio Bellocco reggente dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta dei Bellocco-Pesce tra le più potenti di Rosarno (RC) attiva nella piana di Gioia Tauro, consentiva di delineare il ruolo di quel traffico e dell’organizzazione che lo gestiva. Tra gli arrestati anche due soggetti residenti a Genova e gravitanti nell’area dello scalo portuale.

La Guardia di Finanza di Savona, su segnalazione del Comando Generale, fermava nel luglio 2015 presso la darsena del porto di Savona un autoarticolato con targa spagnola carico di aglio, appena sbarcato dalla motonave Florentia e proveniente dal porto di Barcellona. Nel mezzo venivano sequestrati 121,65 kg di hashish.

Sempre a Savona e  sempre nel luglio 2015 la Guardia di Finanza sequestrava, a seguito di un controllo effettuato all’interno di un container contenente fave di cacao provenienti dal Sudamerica, 122,065 kg. di cocaina. Il container era stato sbarcato dalla motonave Cala Pino proveniente dalla Repubblica Dominicana.

Tre mesi più tardi, nell’ottobre 2015, ancora nel porto di Savona la Guardia di Finanza nell’ambito di controlli di routine sequestrava all’interno di un autoarticolato con targa spagnola sbarcato dalla motonave Cagliari, proveniente dal porto di Valencia, 407,74 kg. di hashish.

L’anno successivo, nel febbraio 2016, nel porto di Vado la Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione “Vado a vuoto 2” (Proc. 24036/15/44 Procura di Genova) sequestrava all’interno di un container contenente fave di cacao 113,547 kg. di cocaina. Il container era stato trasportato dalla motonave Cala Pino proveniente dalla Repubblica Dominicana.

A chiarire il ruolo delle famiglie di ‘ndrangheta nell’organizzare i rifornimenti di sostanze stupefacenti non solo per l’Italia ma anche per la Francia, si cita il procedimento penale n.3794/2015/21 relativo sia ad un traffico internazionale di hashish tra il Marocco e la Costa Azzurra, (gestito da francesi riconducibili ad alcune famiglie di ‘ndrangheta), che a uno di cocaina proveniente dalla Martinica e trasportato in Europa attraverso una barca a vela condotta da uno skipper. L’organizzazione, dedita al commercio di stupefacenti e attiva nel sud della Francia, apparteneva alla famiglia Magnoli di Rosarno (RC), legata agli Stanganelli e ai Giovinazzo di Rosarno e affiliata ai Piromalli-Mole’ di Gioia Tauro (RC).

Antonio Magnoli, detto Bubu, apparterrebbe al ramo della famiglia stabilitosi presso la cittadina francese di Vallauris, dove le autorità transalpine avrebbero individuato una base operativa dedita al traffico di stupefacenti gestita proprio dalla famiglia Magnoli. Come risulterebbe dalle rivelazioni del collaboratore Giovanni Gullà tale organizzazione sarebbe attiva nell’Esagono già a partire dal 1994.

L’attività investigativa condotta sia dagli inquirenti francesi che da quelli italiani avrebbe rivelato un insediamento direttamente riconducibile alla ‘ndrangheta nella zona di confine con la Francia, oltre all’esistenza di rapporti privilegiati con la criminalità organizzata francese attiva a Marsiglia.

La presenza di lunga data sul suolo francese di tale sodalizio riconducibile alla ‘ndrangheta avrebbe consentito il reinvestimento nell’economia lecita dei proventi derivanti dal narcotraffico. Altri tre procedimento minori, n.6014/2013/21, 3644/2015 e 3879/2015, hanno permesso di disarticolare altrettante organizzazioni dedite sempre al traffico internazionale di stupefacenti e attive rispettivamente a Genova, Genova e Ventimiglia. (cm)   

   

   

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Genova e Vado Ligure nelle rotte internazionali della cocaina

 

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Un tempo le organizzazioni criminali che gestivano la produzione su larga scala di sostanze stupefacenti rappresentavano il gotha della criminalità mondiale. Esse facevano parte di quelle èlite della criminalità in grado di disporre di ingenti mezzi finanziari generati dal business della droga.

Mezzi che consentivano loro di corrompere la politica e di garantirsi appoggi e spesso anche l’immunità, se non addirittura la possibilità di comprarsi un seggio parlamentare per i loro capi. Oggi non è più così e la perdita di centralità dei cartelli colombiani in favore dei più agguerriti messicani ne è una dimostrazione. Ma il discorso può essere esteso anche ai grandi produttori di oppio afghani.

Oggi le organizzazioni vincenti sul mercato delle sostanze stupefacenti sono quelle in grado di disporre della figura del mediatore, soggetti capaci di mettere in contatto domanda ed offerta di sostanze stupefacenti malgrado la loro distanza geografica. Sotto quest’aspetto le ‘ndrangheta è sicuramente un’organizzazione che per le sue caratteristiche e per il suo modus operandi è in grado di disporre di figure di questo tipo, figure capaci di avere un’ enorme credibilità anche su scala internazionale. La credibilità necessaria a muovere quintali di cocaina da un continente all’altro, aggiunta ad un’ enorme disponibilità di denaro liquido e dei canali bancari giusti per farla circolare. Sono queste le chiavi vincenti delle famiglie di ‘ndrangheta attive nel narcotraffico. E tutto questo si deve accompagnare ad un’ adeguata forza militare, in grado di difendere l’organizzazione da potenziali attacchi da parte dei concorrenti.

In generale la mobilitazione di ingenti carichi di cocaina si ha prevalentemente via mare. Ciò si deve sostanzialmente a due ragioni: la posizione geografica dei principali paesi produttori, e le innovative capacità del mezzo di trasporto, molto più veloce e affidabile e con costi assai più ridotti rispetto al passato. I paesi dell’America centrale, Panama, Costa Rica e Tobago, sono diventati delle enormi aree di stoccaggio per i grossi carichi di cocaina diretti vero i principali mercati, quello europeo e quelli statunitense e canadese.

La novità assoluta è rappresentata dall’ingente numero di sequestri effettuati negli ultimi anni in Brasile, a dimostrazione di come questo paese sia diventato una nuova area di stoccaggio per la coca diretta verso l’Europa.

Anche il continente africano è al centro di più direttrici legate al traffico di eroina proveniente dall’Afghanistan via Pakistan. Oltre ai tradizionali paesi coinvolti dalle abituali rotte seguite dalle organizzazioni che commerciano tale sostanza, i vari Nigeria, Senegal, Ghana, Guinea e Costa D’Avorio, recentemente la Tanzania ha assunto un ruolo di primo piano dal punto di vista logistico.

La cocaina diretta verso gli Stati Uniti ed il Canada transita prevalentemente attraverso il Messico ed i paesi caraibici. La principale rotta seguita è quella atlantica, che si dipana attraverso tre distinte direttrici: quella settentrionale, che passa attraverso le isole Azzorre ed i paesi dell’area caraibica e che in genere è diretta verso il Nord America; quella centrale, che attraversa l’isola di Capo Verde e l’arcipelago delle Canarie e che generalmente è diretta verso l’Europa;  e quella meridionale, che solca i paesi dell’Africa occidentale (Nigeria, Senegal, Ghana, Guinea e Costa D’Avorio) ed è diretta verso l’Europa. In quest’ultimo caso il trasporto dello stupefacente viene gestito via terra da organizzazioni africane dell’area occidentale, le quali hanno acquisito negli ultimi annui una maggiore rilevanza sul piano internazionale, tanto da riuscire ad acquistare autonomamente grossi quantitativi di cocaina direttamente dai cartelli colombiani.


La ‘ndrangheta nel narcotraffico internazionale 

Gioia Tauro
Gioia Tauro

La ‘ndrangheta, dicevamo, gode di un enorme prestigio criminale sia a livello nazionale che internazionale. Tale prestigio le deriva dal fatto di avere un rapporto privilegiato con le organizzazioni narcotrafficanti colombiane. Queste ultime riconoscono alla ‘ndrangheta una grande valenza criminale data non solo dalle sue disponibilità economiche ma anche dalla capacità di garantire un “arrivo tranquillo” della “merce” in tutti i principali porti commerciali europei in Olanda, Spagna, Germania e Italia. Ed infine della capacità di riuscire a gestire grossi carichi di cocaina smistandoli tra diverse organizzazioni locali. Tutte le organizzazioni criminali italiane che smerciano cocaina per rifornirsi devono necessariamente passare per i “calabresi”.

In base a questi canali il principale porto di attracco della cocaina destinata al mercato italiano è quello di Gioia Tauro. Qui dal 2013 al 2016 sono state sequestrate complessivamente tre tonnellate di sostanze stupefacenti. Il porto viene cogestito dalle famiglie ioniche e tirreniche di ‘ndrangheta, grazie anche alle entrature con le società che gestiscono lo scalo portuale, come emerso dall’inchiesta giudiziaria sulla cosca Brandimarte.  A tal riguardo il 24 luglio 2014 è stato eseguito un provvedimento di fermo in relazione ad un carico di cinque tonnellate di cocaina sequestrato presso lo scalo di Gioia Tauro. Le indagini hanno permesso di accertare come il personale della società che gestiva la banchina avesse ricevuto l’incarico di spostare la droga al di fuori del perimetro dell’area portuale “senza problemi”.

Il ruolo degli operatori portuali era peraltro già emerso nell’ottobre 2011, periodo nel quale venne arrestato il dirigente della società di gestione della banchina merci del porto di Gioia, Vincenzo Trimarchi, colto in flagrante mentre con un furgone trasportava,  contenuti in sedici borsoni, 560 kg di cocaina. Le risultanze investigative permettevano di appurare come al vertice dell’organizzazione che gestiva quel traffico, organizzazione che annoverava diversi addetti ai servizi portuali, vi fosse Giuseppe Brandimarte titolare della società di gestione della banchina merci del porto.

Oltre a Gioia Tauro un altro importante porto commerciale al centro dei traffici della ‘ndrangheta è quello di Genova. L’esecuzione dell’operazione Lupicera, nel 2013, ha consentito di sequestrare complessivamente tra il porto ligure e quello calabrese 280 kg di cocaina. Il traffico era gestito dalla famiglia di ‘ndrangheta dei Facchineri. Tra gli arrestati anche due dipendenti genovesi della società che gestisce le banchine commerciali del porto del capoluogo ligure. Successive evidenze legate ad altre indagini portano ad affermare come il porto di Genova abbia acquistato negli ultimi anni un ruolo di “alternativa” rispetto a quello di Gioia Tauro, per quanto riguarda l’approdo di ingenti carichi di cocaina proveniente dal Sudamerica.

Si tratta in generale di grossi quantitativi nascosti all’interno di container da altra merce proveniente dal Sudamerica, per o più frutta, con partenza dai porti di Callo in Perù o di Guayaquil in Ecuador, transitati poi per Panama o per Santo Domingo. Qui i container vengono spostati su altre navi dirette a Genova o Gioia Tauro. Tra gli altri scali europei utilizzati dalla ‘ndrangheta ricordiamo principalmente quelli di Rotterdam, di Valencia e in ultimo di Anversa.

Riguardo alle rotte dei traffici di marijuana, va detto che l’importazione di grossi quantitativi di sostanza da parte delle organizzazioni criminali italiane avviene attraverso l’Europa dell’Est, in particolare l’Albania. Anche qui un ruolo determinate viene svolto dagli intermediari, dei quali uno dei più noti è tal Dilaver Hajdini. Il trasporto dello stupefacente avviene attraverso natanti. In genere vengono utilizzate navi da pesca, dei pescherecci. Un peschereccio parte dalle coste albanesi per trasportare lo stupefacente in Italia. Giunto in acque internazionali si incontra con un altro peschereccio italiano, sul quale viene effettuato il trasbordo della merce. Spesso non tutto il quantitativo viene trasferito sulla nave dell’organizzazione italiana. La restante parte viene infatti riservata alle organizzazioni albanesi che operano in Italia. Il trasbordo in questo caso avviene in alcune località marine, presso approdi lontani da occhi indiscreti.


 Le rotte dei container delle ‘ndrine

 

 

 

 

 

L’attività di importazione di sostanze stupefacenti, cocaina e hascish, da parte di soggetti legati alla ‘ndrangheta attraverso i porti liguri è stata accertata da numerose inchieste giudiziarie. La relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2016 ne cita in particolare tre.

Il procedimento n.6014/2013/21, il n.1157/2015/21 ed il n.7207/2015/21. I primi due attengono a traffici di sostanze stupefacenti realizzati da organizzazioni riconducibili alla ‘ndrangheta. Nella fattispecie si trattava di carichi di cocaina intercettati dalla Guardia di Finanza, provenienti dal Sudamerica, via Spagna, e individuati nel porto di Genova (foto in alto a sx), mentre il terzo riguardava un traffico di eroina afghana realizzato da un’organizzazione di origine pakistana, sempre attraverso l’occultamento della sostanza stupefacente all’interno di container sbarcati da navi merci presso il porto del capoluogo ligure.

Ma Genova non è il solo porto ligure ad essere interessato da questo genere di traffici. Anche quello di Vado Ligure (foto in alto a dx) è stato nel 2013 al centro di numerosi sequestri di ingenti quantitativi di droga.

E’ interessante tentare di ricostruire il tragitto seguito dalle navi container per tracciare quelle che sono le rotte attualmente seguite dai flussi di cocaina provenienti dalla Colombia. Dal marzo 2013 all’agosto 2015 presso il portò commerciale di Vado sono stati complessivamente sequestrati 925 kg di cocaina, 121 di hashish e 25 di marijuana.

L’elemento ricorrente in tutti questi sequestri è stato il nome delle motonavi da cui venivano sbarcati i container o i camion con rimorchio impiegati nel trasporto dei carichi di droga. Si è trattato sempre di navi italiane; di seguito  accanto al nome del natante indichiamo il numero dei sequestri eseguiti: Cala Pedra 1, Cala Pula 2, Durande 1, Cala Pino 5, Florentia 2.

Il Cala Pino (IMI 9164756 ) è classificato come nave cargo dotata di celle frigorifere, in grado quindi di trasportare generi deperibili come la frutta tropicale, dal porto di destinazione a quello di arrivo. L’imbarcazione che è stata costruita nel 1999 è registrata in Italia e dunque ha adottato come bandiera il tricolore nazionale.

La serie storica delle compagnie di navigazione titolari della nave vede nel 1999 la A.P. International Sg Co, nel 2000 la A.P. Armatori Partenopei spa, per poi passare nel 2011 alla Cosiarma spa, attuale proprietario.

Nell’elenco delle chiamate registrate destinate ai vari porti di attracco si segnala una partenza da Vado Ligure il 25.04.18, una da Tarragona il 27.04.18, una da Lisbona il 24 maggio 2018, una partenza da Setubal (Portogallo) in data 25 maggio 2018, una da Vado Ligure il 29 maggio, ed un arrivo a Tarragona in data 30 maggio. Qualcosa in più ci dicono le fotografie scattate e pubblicate sui vari siti per appassionati. Tra il 2006 ed il 2017 il cargo italiano è stato “incrociato” sette volte nei pressi del porto di Lisbona, nove volte in prossimità di quello di Valencia, e una volta ciascuno a Barcellona, Tarragona, Willemstad (Antille Olandesi) e Rio Haina (Rep. Dominicana).

Dunque l’area in cui gravita l’imbarcazione è quella del Mediterraneo, con qualche puntata nell’area caraibica.

Stesso discorso vale per la  Cala Palma, nave cargo refrigerata battente bandiera italiana costruita nel 2000. Gli ultimi cinque porti da essa toccati sono stati rispettivamente Lisbona 10/05/18, Vado Ligure 14/05/18, Genova 15/05/18, Tarragona 19/05/16 e Rio Haina 28/05/18.

Ed anche per Cala Pula, sempre nave cargo refrigerata costruita nel 1999 che espone anche lei il tricolore, gli ultimi cinque porti toccati sono stati: Rio Haina 18.04.18, Lisbona 3.05.18, Vado Ligure 7.95.18, Tarragona 9.05.18 e Rio Haina 21.05.18. Dal 1999 al 2011 le società di navigazione che hanno posseduto l’imbarcazione sono state ancora una volta la AP International Sg Co nel 1999, AP Armatori Partenopei spa nel 2000 e Cosiarma spa a partire dal 2011.

In ultimo citiamo la Cala Pedra, nave cargo refrigerata registrata in Italia, dunque con bandiera tricolore,costruita nel 2000 per la quale le ultime cinque località ufficialmente raggiunte sono state: Lisbona (26.04.18), Vado Ligure (30.04.18), Genova (2.05.18), Tarragona (4.05.18) e Rio Haina (14.05.18). Completamente diverso il discorso per la Florentia, nave container costruita nel 2016 registrata nell’isola di Malta, e in relazione alla quale gli ultimi porti approcciati sono stati:  Singapore (20.03.18), Beihai RPC (27.03.18), Kaohsiung RPDC (10.04.18), Lianyungang RPC (21.04.18) e ancora Singapore (5.05.18).

Come riportato dalla relazione della Direzione Nazionale Antimafia 2015 la procedura seguita per nascondere la droga nei container è sempre la stessa: “la cocaina viene introdotta in un container vuoto o pieno all’interno di zaini o borsoni in genere durante la sosta delle navi nel porto di Turbo (Colombia); la cocaina viaggia sempre accompagnata da un sigillo identico a quello originale applicato sul container, da utilizzare per richiuderlo dopo il prelevamento dello stupefacente; il container vuoto o pieno contenete la cocaina viene sbarcato dalla motonave che lo ha trasportato, e viene poi collocato a terra (per consentirne una facile individuazione ed un comodo accesso) in una determinata e prestabilita area del porto;

durante la prima notte seguente allo sbarco del container contenente la cocaina, persone compiacenti si introdurrebbero all’interno del porto, al fine di raggiungere il container d’interesse, aprirlo con il necessario uso di appositi arnesi di scasso, prelevarne il contenuto (la cocaina) per portarlo direttamente all’esterno o spostarlo in altro posto all’interno del porto stesso in attesa di farlo poi uscire in altro modo; infine richiuderebbero il container vuoto con il citato sigillo appositamente predisposto e fatto trovare negli zaini o nelle borse contenenti i panetti di droga” (cm).

La cassaforte di Avanguardia Nazionale

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Odal o anche Othala o Othila è il nome del ventiquattresimo simbolo dell’alfabeto runico, l’antico alfabeto Futhark ideato dai popoli nordici. Tradotto in italiano Odal significa patrimonio e dunque la runa numero ventiquattro era collegata al concetto di proprietà o di eredità, o più in generale al benessere ed alla prosperità. Nell’antica legislazione scandinava sulla proprietà Odal era associata al concetto di eredità. Alcuni di questi concetti si ritrovano ancora oggi nella disciplina del diritto di proprietà ad esempio in Norvegia. Se il simbolo della runa Opalan viene anteposto ad un nome di persona esso indica l’appartenenza dell’oggetto specificato a tale individuo.

La runa Odal è stata usata come simbolo dal disciolto gruppo neofascista Avangurdia Nazionale ideato e promosso da Stefano Delle Chiaie e da Adriano Tilgher.


Odel e Odel Prima

E proprio Odal Prima è il nome della società in accomandita semplice cassaforte di Avanguardia Nazionale. Iscritta nell’albo ditte il 9 gennaio 1980 nel codice attività è indicata la prestazione di servizi diretti all’amministrazione, gestione, organizzazione per conto terzi di patrimoni mobiliari e  immobiliari.

In base all’atto costitutivo l’amministrazione e la rappresentanza anche in giudizio sono attribuite al socio accomandatario Carmine Palladino. Secondo una visura il capitale sociale della sas sarebbe ammontato a 450 mila lire, pari a 232,41 euro. Le tre quote paritarie, corrispondenti a tre distinti conferimenti, farebbero riferimento a due soci accomandatari, Carmine Palladino e Elena Luzzi, e al socio accomandante, Adriano Tilgher.

Liquidata il 7.05.2008 ufficialmente in quanto “cessata d’ufficio perchè già iscritta nel registro ditte e non transitata nel registro imprese” la Odal Prima sas, con sede in via Satrico n.7 a Roma non è l’unica società riferibile ad AN.

Costituita qualche mese prima rispetto ad essa, il 19.03.1979, la ODEL CSA indica oltre alla stessa sede legale, via Satrico n.7, anche lo stesso oggetto sociale: amministrazione, gestione, organizzazione per conto terzi di patrimoni mobiliari e  immobiliari.

L’unica differenza sostanziale essendo rappresentata, oltre che dalla data di iscrizione, dalla compagine sociale. Soci accomandatari risultano infatti Roberto Palladino e Piero Citti, mentre il socio accomandante è Carmine Palladino. Amministratore risulta essere Roberto Palladino.

L’ulteriore riprova della contiguità della Odel con AN è data dal fatto che Piero Citti altri non era che l’autista di Stefano Delle Chiaie.


I legami tra AN e la Banda della Magliana

Nell’ordinanza-sentenza relativa all’operazione Colosseo, quella che nel 1993 ha disarticolato la Banda della Magliana, risulta come il 27.04.82 giorno nel quale Danilo Abbruciati troverà la morte in quel di Milano per mano di una guardia giurata, tra le varie proprietà a lui riconducibili vi è una quota della società So.Fin.T spa, società fiduciaria internazionale.

Gli altri soci della stessa risulteranno essere Ettore Maragnoli, anche lui appartenente della BdM, e Ernesto Diotallevi, uomo d’onore vicino al boss Pippo Calò, nonché uno dei soggetti di cui la BdM si serviva per lavare i proventi frutto delle attività illecite. In origine la So.fin.t era riferibile a Flavio Carboni. Ciò trova conferma nel fatto che la stessa ha la sede legale in via Panama n.12, il medesimo indirizzo nel quale è domiciliata la Gran Gala srl, ovvero la società di edizioni musicali che rappresentò a lungo il primo soggetto giuridico creato da Carboni.

Carboni era solito prendere a prestito denari da usurai quali Mario Annibaldi o Domenico Balducci per realizzare le sue speculazioni edili nel Lazio, oltre che in Toscana e in Sardegna. Di questi prestiti Carboni era solito rientrare cedendo quote di terreni, di appartamenti o anche di società a lui intestati. Questa deve essere la strada attraverso la quale Diotallevi, Maragnoli e Abbriuciati sono entrati in possesso di quote della So.fin.t spa.

Costituita nel 1971 la società era in principio lo strumento giuridico attraverso cui Florence Lay Ravello gestiva i patrimoni di famiglie facoltose quali quelli dei Cini, dei Gaggia, dei Ferruzzi, dei Pratolongo, dei Valeri Manera, dei Guglielmi Grazioli. Nel 1978 essa venne rilevata da Flavio Carboni attraverso due società: la Revifid e la Consult Control, per circa 100 milioni di lire.

La cessione di proprietà avvenne in due fasi, ovvero attraverso un iniziale trasferimento in favore di alcune società riconducibili a Ravello: la “Sedifo SA” di diritto svizzero, la “Pagus AG”, la “Zenith Finance SA” e la “Zirpel Anstaalt” di Vaduz.

Di queste operazioni si occupò il braccio destro del faccendiere Flavio Carboni, Emilio Pellicani.

Quest’ultimo si appoggiò allo studio professionale Mecce, del quale era dipendente Roberto Palladino. Per lungo tempo la So.fin.t spa sarà l’unico cliente della Odel Prima.


AN, Ortolani e la P2

A seguito dello scandalo ENI-Petromin Umberto Ortolani, il braccio commerciale della P2, decide di rifugiarsi in Sudamerica. La sua situazione finanziaria e’ disperata, cosi’ lascia il figlio Amedeo a gestire la Voxon per tentare di recuperare parte dei soldi investiti nel Banco Finanzieri Sudamericano.

Ma anche la Voxon, malgrado gli aiuti economici ricevuti dall’estero principalmente gli USA, naviga in cattive acque tanto che gli operai sono in cassaintegrazione. Tutti gli ambienti vaticani avrebbero mollato Ortolani, malgrado i suoi presunti rapporti col cardinale Giacomo Lercaro. A restargli vicino solo i Cavalieri di Malta ordine del quale Ortolani e’ membro.

La presenza nel continente americano della FIAT e dei suoi buoni ufficio potrebbero aiutarlo a rientrare in possesso dei miliardi investiti nel Bafisud.

Alla fine nell’operazione complessiva rientreranno anche dei fondi che verranno girati ad alcuni finanzieri “neri”, tra questi anche Adriano Tilgher. La cifra ricevuta dal leader di AN verra’ da questi impiegata per acquistare il palazzo di via Alessandrini n.129, nel quartiere Trieste.

Il palazzo diventera’ sede tra gli altri dell’organizzazione neofascista Terza Posizione oltre che dei NAR. Tilgher e’  titolare dell’ agenzia di assicurazioni Assi Erre, anch’essa domiciliata nel palazzo di via Alessandria.

In ultimo sempre nello stabile in questione avra’ sede la redazione della rivista bimestrale Confidentiel, stampata nel catanzarese. Finanziata con fondi italiani, francesi e spagnoli la pubblicazione si colloca politicamente nell’area del neofascismo europeo. Quando non opera come assicuratore Tilgher e’ attivo in quel di Perugia in un gruppo neofascista collegato all’ordine dei Marinisti, una sorta di super massoneria. A dirigerlo Franco Brunelli, di professione medico oltre che genero di Mezzaroma, il ministro repubblichino della cultura popolare ucciso a Dongo.

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L’alterità presunta all’MSI

Tra le principali organizzazioni di estrema destra esistenti sulla scena politica fino alla metà degli anni ’70’ spiccano Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Le differenze politiche che emergevano tra di loro erano più pratiche, di atteggiamento, che non ideologiche. Sul piano teorico entrambe partivano dall’elaborazione di un discorso teorico rivoluzionario, con differenze minime.

Le diversità emergevano sul lato pratico, laddove mentre Ordine Nuovo privilegiava tempi lunghi per un cambiamento radicale della forma statale, puntando dunque più sull’aspetto formativo dei giovani militanti, Avanguardia Nazionale invece esaltava maggiormente l’aspetto dell’azione concreta, e dunque i tempi brevi dell’agire politico.

Entrambe i movimenti si muovono all’esterno rispetto alla politica ufficiale, e nello specifico dello Movimento Sociale Italiano. Quest’ultimo tuttavia ha sempre mantenuto nei loro confronti un atteggiamento ambiguo.

Ambiguità che si concretizzavano in nette prese di distanza nel caso di azioni apertamente violente, e di riavvicinamenti concreti quando si trattava invece di portare avanti l’aspetto teorico-politico.

Dunque l’alterità e l’alternatività da parte dell’MSI arano il più delle volte solo formali, rappresentando comunque quel piano di militanza un importante bacino politico dal quale attingere consensi sul piano elettorale.


Ordine Nuovo

Nato come centro studi nel 1956 durante la segreteria per l’MSI di Arturo Michelini, Ordine Nuovo inizia a muovere i suoi primi passi sotto la guida dell’ex missino fuoriuscito Pino Rauti.

Con il ritorno di Rauti nell’MSI, nel 1969, ufficialmente per “usufruire delle difese che il sistema offriva attraverso il Parlamento”, l’organizzazione afferente ad Ordine Nuovo abbraccia la scelta del suo ex leader. A questa deriva istituzionale si oppongono alcuni dirigenti del MPON, tra i quali Clemente Graziani, Elio Massagrande e Sandro Saccucci.

Con il congresso di Lucca, del novembre del 1970, il movimento si da una nuova organizzazione, ribadendo la sua linea politica di restare al di fuori dell’MSI. In quella fase l’organizzazione politica attira l’attenzione dell’ Autorità Giudiziaria per via di una serie di aggressioni avvenute durante i disordini di Reggio Calabria del 1970.

In quell’occasione la Questura di Roma elaborera’ un complesso rapporto sull’organizzazione neofascista, sulla base del quale verrà istruito il processo che nel giugno del 1973 porterà al banco degli imputati i vertici di ON, in seguito condannati per ricostituzione del partito fascista.

Già a quell’epoca erano stati commessi fatti delittuosi di tale gravità e relativi ad ipotesi associative che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile ricondurre nell’ambito di tale organizzazione.

La caratteristica più interessante che emerge dal quadro storico di quell’epoca, dal punto di vista della risposta delle istituzioni, è rappresentata dall’assoluta sintonia tra i progetti eversivi promossi e realizzarti dal movimento neofascista e i disegni di una parte degli apparati che quei progetti avrebbero dovuto contrastare.

Tale contiguità, non solo sul piano teorico ma anche su quello pratico, ha di fatto complicato l’opera degli inquirenti investiti del compito di ricostruire gli scenari storico-politici che costituivano lo sfondo nel quale i neofascisti e i loro fiancheggiatori all’interno degli apparati si muovevano.


Avanguardia Nazionale

A fondare Avanguardia Nazionale è stato nel 1960 Stefano Delle Chiaie, a seguito del suo abbandono di Ordine Nuovo. Disciolta nel 1965, venne nuovamente ricostituita nel 1970 in seguito al suo riavvicinamento all’MSI.

Richiamandosi al fascismo storico e all’esperienza della Repubblica Sociale il movimento neofascista  promuoveva l’idea di una rivoluzione europea tesa al ripristino delle naturali differenze tra gli uomini, attraverso la costituzione di un’ élite rivoluzionaria, organizzata in piccoli gruppi.

Il modello promosso è quello del golpe militare, richiamando in concreto le esperienze europee e latinoamericane. L’analisi politica propone due gruppi contrapposti: il nazional-rivoluzionario da una parte e il demo-marxista dall’altra.

La strategia prevede la promozione di uno scontro tra i due suddetti, mantenendo un contatto continuo con gli apparati dello Stato (vi era allora un rapporto diretto tra Delle Chiaie e Federico Umberto Amato responsabile  dell’Ufficio Affari riservati del Viminale). Come ON anche AN, attraverso i suoi dirigenti, fu sottoposta a procedimenti giudiziari con l’accusa di ricostituzione del partito fascista.

Procedimenti che nel 1976 si conclusero con condanne e con lo scioglimento dell’organizzazione.

Come per AN l’organizzazione si basava su due livelli: uno dedito all’attività culturale-politica, l’altro ad attività criminali e terroristiche finalizzate al reperimento di fonti finanziarie.

Stando ad una relazione consegnata ai Servizi dalla fonte Parodi, identificata in guido Paglia, relazione che non ebbe però sviluppi in sede investigativa, facevano parte del vertice di AN oltre a Delle Chiaie, Tilgher, Campo, Perri, Crescenzi e Fabbruzzi.

Anche Ordine Nuovo sperimenta diversi tentativi di ricostituzione dell’organizzazione attraverso nomi diversi: citiamo ad esempio il gruppo La Fenice attivo a Milano, interno all’MSI, e quello Drieu la Rochelle attivo a Tivoli e vicino a Paolo Signorelli.


Il tentativo di fusione

Nel 1975 si svolge ad Albano una riunione tra ex appartenenti ai disciolti ON e AN. Sono presenti i vecchi leader riconosciuti, ovvero Delle Chiaie e Gianluigi Concutelli.

In particolare Delle Chiaie propone una fusione delle due organizzazioni e traccia come strategia quella del controllo dello Stato attraverso “la disarticolazione del potere, colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale”. L’obbiettivo politico prescelto è quello dell’eliminazione fisica del giudice che era stato incaricato delle indagini sulle organizzazione neofasciste Vittorio Occorsio.

A tale fine viene ribadito l’appoggio e la complicità dell’Ufficio affari riservati del Viminale e quello del SID, il servizi segreto militare. I due gli organismi erano guidati rispettivamente da Federico Umberto D’Amato e da Vito Miceli, entrambe iscritti alla Loggia P2.

La verità giudiziaria ricostruita attraverso le vicende processuali non ha consentito di ripercorrere la verità storica degli eventi, tuttavia la riunificazione di ON e AN gettava le basi per una strategia eversiva che si fondava oltre che sull’omicidio Occorsio anche sul sequestro del banchiere Luigi Mariano, sull’attentato ai danni dell’esponente democristiano cileno Bernardo Leighton, in esilio a Roma, e sulla rapina alla Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi.

In seguito le contiguità tra le due organizzazioni nei crimini indicati apparve evidente con la scoperta in un covo in via Sartorio a Roma, di una serie di documenti scritti da Concutelli e da Delle Chiaie.

Più recentemente dalle risultanze di alcuni processi, in particolare quello sul gruppo La Fenice, sull’attentato al treno Italicus (Italicus bis) e su quello a Piazza Fontana (la nuova inchiesta) è emersa non solo la comunanza di strategie e di obiettivi tra ON e AN già a partire dagli anni’60, ma anche la loro contiguità con settori degli apparati di informazione e militari.

E dunque il loro coinvolgimento in tutti i disegni golpisti avvenuti in Italia fino al 1974. Così come anche il loro coinvolgimento in tutte le principali stragi, da quella di piazza Fontana a Milano a quella di Brescia, fino all’attentato alla Questura del capoluogo lombardo. (cm)

  

I fratelli Graviano

 

 

Nunzia e Benedetto sono i fratelli meno noti dei due boss stragisti di Cosa nostra Filippo e Giuseppe Graviano.

Mentre Filippo e Giuseppe stanno scontando, in regime di 41 bis, la pena dell’ergastolo per le stragi del 1992 e per l’omicidio di don Pino Puglisi il 16 dicembre 2017 Nunzia e Benedetto sono stati rinviati in appello dalla Cassazione con l’accusa di associazione mafiosa.

Nunzia, che attualmente risiede a Roma assieme a Bendetto e alla loro madre, dovrà essere nuovamente giudicata dalla corte d’appello dopo avere già ricevuto in secondo grado una condanna di tre anni di reclusione, contro i quattro comminati al fratello. Difesi dall’avvocato Restivo, secondo l’accusa i due avrebbero continuato a gestire il mandamento di Brancaccio per conto del fratello Filippo.

La sorella del boss viene ripresa in un video mentre si riunisce assieme agli altri capi mafia di Brancaccio. Considerata la donna manager di Cosa nostra, arrestata nel novembre 2011 nell’ambito dell’operazione Araba Fenice, Nunzia ha già scontato una precedente condanna per mafia.


Diapason 2007 srl

Da una visura camerale risulta che Nunzia Graviano, come già emerso nell’operazione Araba Fenice, è stata fino al gennaio 2018 titolare del 50% della Diapason 2007 srl, società con sede a Roma in Via Monte Bianco n.91.

Nello Statuto della Diapason 2007 si legge come l’oggetto sociale della società sia stato quello della gestione, del franchising, della concessione in gestione e l’acquisto di bar, gelaterie, la gestione di esercizi specificatamente individuati in ristoranti, pizzerie, rosticcerie, tavola calda, night club, pubs, birrerie, enoteche, tearoom.

A questi vanno poi aggiunti gli esercizi per la vendita di generi alimentari, freschi e surgelati, nonché macellerie, pollerie, pescherie, frutterie, articoli casalinghi per l’igiene e per la casa, market, supermarket, automarket, pasticcerie, panifici e panetterie, paninoteche, cornetterie.

E ancora le attività relative alla produzione, al commercio e alla distribuzione, sia all’ingrosso che al dettaglio, con vendita e somministrazione di alcolici e superalcoolici, oltre a forniture di catering per servizi mensa e ristorazione in genere anche a domicilio.

Ma anche la gestione di alberghi, villaggi turistici di tipo alberghiero, ostelli della gioventù, rifugi montani, residence, case ferie, impianti termali, agriturismo, camping, stabilimenti balneari, discoteche, parchi e parchi giochi, il tutto sia in conto proprio che di terzi, nonché tabaccherie con articoli per fumatori, valori bollati, riviste e giornali, enalotto, superenalotto, totocalcio.

Malgrado il codice attività consenta un’infinità di soluzioni di fatto la Diapason 2007 srl è stata titolare al 50% di un Bar con licenza per la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, nonchè per il commercio al minuto nel settore alimentare, biscotti, bevande, patatine, gadgets, fazzoletti e penne biro.

Il codice parla chiaramente di bar ed esercizi simili senza cucina, con un numero di addetti rilevati, al 31.12.2010, pari ad uno.

Viene inoltre indicata come sede secondaria l’Unità Locale n.RM/1, sita in via Tripolitania n.147, dove l’attività commerciale veniva di fatto esercitata. In effetti la sede  di via Tripolitania n.147 è l’unica ad avere un accesso sulla sede stradale, posto che quella di via Monte Bianco n.91 è una palazzina di quattro piani sede di diversi uffici oltre che di abitazioni private. Da una visura camerale risulta come l’altro socio al 50% nonché amministratore unico della Diapason 2007 srl sia stato Salvatore Bottone.

A partire dal 9 febbraio 2018, data di iscrizione sul Registro Imprese della procedura, la Diapason è in stato di liquidazione e la persona incaricata di assumere il ruolo di liquidatore risulta essere sempre Nunzia Graviano, investita anche del potere di rappresentanza nei confronti dei terzi.

Da un’ulteriore visura relativa all’amministratore Salvatore Bottone, risulta in effetti come a far data dal 2 febbraio 2018, data di registrazione dell’atto, questi abbia cessato la carica di amministratore unico della Diapason 2007 srl.

Originario di Napoli, Bottone attualmente risulta essere titolare di ELETTROMANIA, società individuale con sede a Roma specializzata nel commercio al dettaglio di PC, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, nonché elettronica di consumo, audio e video.

Sempre Bottone risulta essere stato titolare di quote nelle seguenti società:

Auto Europea 92 sas, una rivendita di auto usate con sede a Napoli, e la Piadina Romagnola & C, sas, attività dedita alla ristorazione con sede in Roma. Entrambe queste ultime risultano attualmente cancellate dal registro delle imprese.


Il senso di Benedetto per il gioco

Anche l’altro fratello Benedetto Graviano ha esercitato per un certo periodo un’attività imprenditoriale a Roma. Da una visura risulta infatti come questi abbia una particolare passione per il gioco e le scommesse online, essendo stato titolare di partecipazioni in diverse società che operavano nel ramo.

Facciamo riferimento alla GB Scommesse srl, società iscritta nel registro imprese il 5 maggio 2006 con un capitale sociale dichiarato di 100 mila euro, e della quale Benedetto risulta essere stato titolare di una quota pari al 88,64%, per un valore pari a 88.640 euro. A far data dal 24 novembre 2006 la società suddetta risulta essere in liquidazione. Da notare come il capitale sociale, trattandosi di una srl dove il limite richiesto di sottoscrizione è pari a 10 mila euro (corrispondente ai venti milioni delle vecchie lire), risulta essere stato particolarmente elevato (100 mila euro).

La seconda società della quale il fratello minore del boss di Brancaccio Filippo Graviano è stato azionista è la GB Oreto scommesse srl. Si tratta di una società a responsabilità limitata a socio unico di cui Benedetto ha posseduto, a far data della iscrizione sul registro delle imprese del 5 marzo 2009, l’intero capitale pari a 50 mila euro. A partire dal 14 novembre 2011 la società risulta essere in liquidazione.

In ultimo segnaliamo una società, non ancora liquidata, della quale Benedetto Graviano risulta essere stato titolare di una quota del 10%. Si tratta della SGBET srl, con capitale sociale di 10 mila euro interamente versato, la cui data di iscrizione sul Registro delle Imprese è il 12 dicembre 2006 e la cui sede legale è in via Francesco Cornaro 15 a Roma. L’attività commerciale invece ha sede in via Zoe Fontana n.220 Ed B/2 (zona Tiburtina-Salone). All’atto dell’iscrizione la quota detenuta da Benedetto risultava essere pari al 40% del capitale, per un valore di 4 mila euro.

Oggetto dell’attività è quella di lotterie, scommesse e case da gioco, con un unico lavoratore dipendente dichiarato. Da notare come tale oggetto sia stato desunto dallo statuto depositato presso l’archivio del Registro, posto che questo non risulta essere stato dichiarato all’atto della registrazione. Essendo del 2011 l’ultimo atto societario in corrispondenza del quale Benedetto Graviano risultava ancora far parte della compagine societaria, l’ultimo bilancio presentato indicato dalla visura a lui relativa è quello del 2010.

Con un totale attivo al 31/12/10 2010 pari a 465.340 euro ed una perdita per lo stesso esercizio pari a 115.544 euro (l’anno precedente era stata di  97.032) ciò che balza subito agli occhi scorrendo le varie voci del bilancio è l’estrema liquidità sui cui la srl ha potuto contare. Infatti, alla voce attivo circolante disponibilità liquide, partendo da una consistenza iniziale di 140.975 euro si passa ad avere nel corso dell’esercizio un incremento di 877.020 euro, per poi arrivare sempre nello stesso esercizio ad un decremento di pari entità: 872.725 euro.

Se nel 2010 i ricavi dell’attività ammontavano a 576.924 euro l’anno precedente essi erano stati pari a 1.269.402, mentre nel 2008 raggiungevano la cifra considerevole di 1.535.627 euro.

Dunque dal 2008 al 2010 il volume di affari della srl si sarebbe ridotto di circa un terzo, passando da 1.536.627 a 576.924 euro.

Altro elemento degno di nota è l’estremo ricambio all’interno della compagine societaria. Al momento della costituzione i soci risultavano essere:

Graviano Benedetto, con il 40% del capitale, e Sansone Palmina con una quota del 25% (30% sottoscritto ma solo 25% versato).

Il restante 35% del capitale è stato inizialmente versato nelle casse della srl.

Originaria di Cosenza (Falconara Albanese) Palmina Sansone oltre che nella SGBET srl (10%) ha in precedenza detenuto diverse altre quote societarie. Tra queste ricordiamo fino all’aprile 2013 la titolarità del 51% della Defendi srl, società fallita nel 2011 attiva nella compravendita immobiliare e nell’investimento in immobili strumentali per natura da destinare alla locazione.

E ancora fino all’ottobre 2011 il 100% delle quote della BETIS srl, una srl a socio unico Punto di raccolta scommesse SNAI su eventi sportivi, ippici con sistemi di gioco VLT-spielo (Video lottery) e VLT-novo ech SNAI.

Quindi la BREMA srl, societa’ della quale fino all’ottobre 2014 la Sansone ha posseduto il 50% delle quote. Si tratta anche in questo caso di un punto di raccolta di scommesse SNAI su eventi sportivi e gare ippiche, nonché centro per sistemi da gioco VLT-spielo.

In ultimo segnaliamo la titolarità, fino all’ottobre 2014, del 25% delle quote della LILLE srl, punto di raccolta scommesse SNAi su eventi sportivi e gare ippiche, con la disponibilità di sistemi di gioco VLT-spielo.


Una strana coincidenza

Sarà sicuramente una coincidenza, ma forse no. Come abbiamo visto la SGBET srl, la società di scommesse di cui Benedetto Graviano ha posseduto fino all’ottobre 2011 il 10% del capitale, ha sede a Roma, in via Zoe Fontana n.220 (Ed B2).

Ora, si da il caso che sempre in via Zoe Fontana, e sempre al civico 220, abbia avuto sede la Arc Trade srl. Dichiarata fallita nel settembre 2012 a seguito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Roma per bancarotta, riciclaggio e frode fiscale, la società è stata letteralmente svuotata attraverso una serie di false fatture emesse da società di comodo.

Società tutte intestate a personaggi vicini al principale azionista della Arc Trade, quel Marco Iannilli di professione commercialista, coinvolto anche nell’inchiesta Phuncard-Broker assieme a Gennaro Mockbel.

E proprio l’aver preso in prestito da quest’ultimo 7 milioni di euro, di seguito investiti nella società Digint, avrebbe messo il professionista romano nella condizione di dovere subire dal Mokbel pesanti minacce,  tanto da dovere ricorrere alla protezione di Massimo Carminati.

La Arc Trade, che aveva come socio di maggioranza Iannilli all’85%, oltre a David Romano e Alessandro Corcioni entrambe con una quota del 7,5%, aveva quale oggetto sociale la produzione di studi di fattibilità nonché l’ideazione e realizzazione di impianti hardware, software, oltre a quella di sistemi multimediali.

Iscritta sul registro imprese nel novembre 2011, nel 2008 la società fa registrare un valore della produzione pari a 1.423.732 euro, oltre ad utili per 4.562 euro. Ma è nell’esercizio successivo, quello del 2009, che la srl fa letteralmente il “botto”, registrando ricavi per 23.792.281 euro e utili per quasi mezzo milione (495.271 euro).

L’exploit notevole è dovuto ai lavori in subappalto (senza gara) ricevuti dalla Selex Sistemi Integrati spa del gruppo Finmeccanica, la quale a sua volta riceveva commesse direttamente dall’ente di controllo di volo, ENAV, la cui maggioranza azionaria (53,37%) è detenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEDEF).

E chiaro che questi risultati non sarebbero stati possibili senza la complicità di qualche grosso dirigente di Finmeccanica. Grosso dirigente rappresentato nella fattispecie da quel Lorenzo Cola, superconsulente dell’allora amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini, il quale addebitava alla Arc Trade i costi della sua casa in affitto ai Parioli così come quelli di ristrutturazione dello stesso immobile. Più che una società una mucca da mungere, per usare le parole del ras delle cooperative rosse di Mafia Capitale.

Interessanti le motivazioni giustificative della perdita d’esercizio indicate nella nota integrativa al bilancio presentato nel dicembre 2010: “La perdita d’esercizio è riconducibile sostanzialmente al notevole decremento del fatturato, la cui causa principale è sostanzialmente individuabile nelle problematiche (sembra la battuta di un film di Carlo Verdone) emerse a seguito dell’Audit interno “ingiustificato” eseguito da ENAV nei confrontai di Technosky srl, società partecipata al 100% da ENAV e nostro principale cliente, e conseguentemente nei nostri confronti, che ha bloccato le commesse in corso causando difficoltà operative gravissime che non ci hanno consentito una regolamentazione funzionale della nostra gestione, alterando in negativo e senza possibilità di ripresa i risultati economici dell’azienda”. (cm)

Kering: il progetto Prometheus per giustificare l’evasione fiscale?

 

cadempino
Cadempino

Un documento interno del Gruppo Kering mostrerebbe come il gigante del lusso controllato dalla famiglia Pinault abbia messo in atto nel 2017 un meccanismo per nascondere l’importo della sua evasione fiscale svizzera. Appena un mese prima di ricevere la comunicazione da parte della Procura di Milano dell’iscrizione sul registro degli indagati dei suoi managers.

Dopo le rivelazioni di Mediapart sull’inchiesta relativa a un’evasione fiscale da 2,5 miliardi di euro commessa dal gigante del lusso francese Kering, quest’ultimo continua a tenere il punto riguardo alla sua linea difensiva. Secondo i portavoce del Gruppo le operazioni di ottimizzazione fiscale condotte attraverso la filiale svizzera Luxury Goods International (LGI), un centro logistico situato a Cadempino nel Canton Ticino dove la tassazione sui ricavi è pari all’8%, sarebbero pienamente legali. Inoltre sia l’autorità fiscale svizzera che quelle francesi ed italiane erano pienamente a conoscenza del progetto.

 

 

 

Situata nei sobborghi di Lugano, nel cantone ticinese,  LGI impiega attualmente 600 dipendenti e controlla diversi magazzini nei quali transitano grandi quantità di prodotti del lusso, con i marchi di proprietà del Gruppo (Gucci, Bottega Veneta, Yves Saint Laurent, Balenciaga). Prodotti diretti nei vari punti vendita sparsi per il mondo.

Pur essendo una semplice società di logistica LGI fattura ai clienti ed incassa i ricavi relativi realizzando il 70% dei profitti del Gruppo Kering, profitti che in Svizzera sono tassati con un’aliquota dell’8%, molto contenuta rispetto alla media europea del 40,6%.

E’ in questo modo, attraverso questo sistema artificiale, che secondo la Procura di Milano il Gruppo avrebbe eluso il fisco per 2,5 miliardi di euro, dei quali almeno 180 milioni in danno alle casse dell’erario francese. In base ai calcoli di Mediapart il risparmio fiscale ottenuto da Kering ammonterebbe complessivamente a 250 milioni l’anno.

Ora sembra che Kering fosse già a conoscenza dell’inchiesta della procura di Milano e che il progetto denominato Prometheus che prevede il trasferimento di parte dei profitti realizzati in Svizzera in altra sede, dove effettivamente viene realizzata un’attività produttiva e non meramente logistica, abbia subito un’accelerazione grazie a questa “soffiata”.


Il progetto Prometheus

Ufficialmente il Gruppo francese avrebbe appreso dell’esistenza dell’inchiesta giudiziaria che lo riguardava il 29 novembre 2017,, in occasione della perquisizione degli uffici del gruppo Gucci da parte della Guardia di Finanza. Tutto sarebbe cominciato pero’ un anno prima, nel novembre 2016, con un’inchiesta da parte della Procura di Milano relativa agli affari immobiliari di Kering. Scavando tra le proprietà di palazzi e capannoni gli inquirenti avrebbero acceso i fari sull’evasione fiscale svizzera. Secondo Mediapart i dirigenti del Gruppo francese avrebbero appreso della loro iscrizione sul registro degli indagati già nell’autunno 2017. Un mese e mezzo circa prima delle perquisizioni negli uffici di Gucci.

Questo contesto avrebbe spinto i dirigenti di Kering a presentare anche se solo internamente il progetto Prometheus, che secondo i portavoce ufficiali bolliva già in pentola nel primo semestre 2017, a partire dal mese di ottobre.

Le linee essenziali di Prometheus erano dunque già state diffuse dal Gruppo attraverso una comunicazione intranet inviata da Jean-Francois- Palus,  direttore generale con deleghe, nonché braccio destro del patron Francois- Henri Pinault.

L’obbiettivo del progetto era quello di “ridefinire l’ingegneria” dell’imposizione fiscale attorno alla società svizzera Luxury Goods International (LGI).

Secondo la nota interna il progetto Prometheus mirava a trasformare LGI in un modello operativo. Ma nel 2017 i managers di Kering avrebbero modificato il programma, elaborando un nuovo modello studiato attorno al comparto delle vendite,  e a quelli della logistica e dell’approvvigionamento. Il nuovo piano, oltre a stabilire una nuova mission per la società LGI, prevedrebbe una profonda modifica dei principi e dei metodi di calcolo del prezzo di vendita, delle transazioni intergruppo e dei flussi di denaro tra la finanziaria e le altre società del gruppo.


Cash pooling ovvero la finanza di gruppo

 

 

Nella nota integrativa al bilancio del 2016 della Design Management srl, società italiana del Gruppo, leggiamo come questa partecipi al programma di gestione centralizzata di tesoreria denominato cash pooling, gestione effettuata dalla Kering Service Italia spa (KSI), la finanziaria del ramo italiano della Kering.

 

Ma la Design Management non è la sola società italiana del gruppo ad usufruire di questo meccanismo di finanziamento interno. Esso è infatti attivo per tutte le società facenti capo alla capogruppo Kering Italia.

 

 

 

Vediamo ora che cifre è in grado di muovere KSI.

Con un totale crediti pari a 2.134.465 euro, di cui 1.633.061 euro ad imprese sottoposte al controllo delle controllanti e 475.597 euro verso le controllanti, KSI spa ha denunciato per il 2015 un attivo totale pari a 755.458.573 euro. In crescita rispetto a quello del 2014 pari a 684.059.165 euro. Il totale degli interessi attivi per i finanziamenti effettuati alle imprese del gruppo è stato di 1.939.934 euro, in diminuzione rispetto a quello del 2014 pari a 2.245.721 euro, con un ammontare di finanziamenti accesi pari a 94.482.823 euro, più del doppio dell’esercizio precedente (40 milioni).

Il risultato d’esercizio sempre per il 2015 è stato invece pari a 1.143.675 euro, in decremento rispetto a quello del 2014 ( 1.316.576 euro).

Tra le note integrative al bilancio leggiamo come la KSI spa gestisca il programma di tesoreria accentrata per quanto riguarda le società italiane del gruppo Kering.

La liquidità corrente versata nel conto comune (detto pool account) – si legge nel documento – dalle società che partecipano al cash pooling rappresenta un debito nei loro confronti mentre i prelievi dal conto corrente comune effettuati da tali società costituiscono un credito verso le stesse“. Dunque ogni volta che una società del gruppo prende in prestito una somma dalla cassa comune gli interessi passivi corrisposti costituiscono un valore attivo per la KSI spa, un ricavo che concorre alla determinazione del suo risultato d’esercizio. Dallo schema dei prestiti alle controllate risulta che la società più indebitata nei confronti della KSI spa sia la Gucci Logistica spa.

Da una visura camerale risulta inoltre come la Gucci Logistica spa abbia attualmente tre sedi distaccate: Scandicci in via Don Lorenzo Perosi n.6, in cui l’attività svolta risulta essere quella di “ufficio e laboratorio modelleria, dal 10/09/2008 fabbricazione di articoli da viaggio, borse e pelletteria, dal 29/10/2012 modelleria e realizzazione campionario e piccoli lotti di produzione”, Noventa Padovana in via Oltre Brenta 9-13 che dal 23/01/2009 è un laboratorio di modelleria, e Milano via Mecenate n.79.


Kering Finance SA

Debiti finanziari

Un sistema simile di gestione unitaria di tesoreria lo si ha anche per le imprese del gruppo in Francia.

Scorrendo le note del bilancio 2015 della finanziaria di diritto francese Kering Finance SA si legge come la capogruppo Kering, la società madre Kering Finance, abbia creato assieme a diverse sue filiali e sotto filiali un gruppo di integrazione fiscale in Francia.

Ciò significa in pratica che ciascuna società facente parte di questo gruppo “integrato” è soggetta ad un’imposta sulle singole società, come se il gruppo non esistesse ma vi fossero solo società singole. Dunque ai fini della tassazione non viene preso in considerazione il bilancio consolidato di gruppo ma quello di ogni singola impresa.

Di seguito uno schema dei movimenti finanziari da Kering Finance SA verso Kering Service Italia spa (KSI)

Kering Service Italia Titre


 

Tutti gli uomini di Prometheus

Secondo la nota interna diramata dal direttore generale Jean-Francois- Palus il progetto Prometheus mirava a trasformare LGI in un modello operativo. Ma nel 2018 i managers di Kering avrebbero modificato tale programma, elaborando un nuovo modello studiato attorno al comparto delle vendite, a e quelli della logistica e dell’approvvigionamento.

Il nuovo piano oltre a stabilire una nuova mission per la società LGI prevedrebbe una profonda modifica dei principi e dei metodi di calcolo del prezzo di vendita, delle transazioni intergruppo e dei flussi monetari tra la finanziaria e le altre società del gruppo.

In realtà il nuovo modello che Kering avrebbe intenzione di adottare si baserebbe su una sostanziale modifica dell’imposizione fiscale. E questo poiché le transazioni intergruppo ed il loro costo si basano sul paese in cui le imprese sono situate.

In sostanza Kering avrebbe intenzione di spostare una parte dei profitti realizzati in Svizzera in un altro paese, dove il Gruppo effettivamente svolga l’attività produttiva.

Il responsabile operativo del progetto Prometheus è l’italiano Federico Baratta, ex dirigente di Bottega Veneta, promosso lo scorso 2 novembre direttore della trasformazione. Sarebbe lui ad essersi occupato dell’appartamento segreto del manager di Gucci Marco Bizzarri, a Milano. E’ qui che Bizzarri avrebbe risieduto fino al 2017, pur essendo trasferitosi ufficialmente in Svizzera. Un sistema molto complicato che gli avrebbe consentito di eludere il fisco per 15 milioni di euro.

Il fatto che Prometheus sia un progetto di estrema rilevanza è dimostrato dalla posizione ricoperta dai dirigenti del Gruppo con il compito di supervisionarlo: si tratterebbe del numero due Jean-Francois Palus, del direttore delle operazioni Jean-Philippe Bailly, del direttore finanziario Jean -Marc Duplaix e del numero uno di Gucci Marco Bizzarri. Tutti questi avrebbero l’obbligo di informare ogni tre mesi il consiglio di amministrazione del Gruppo. (cm)

 

Il comune senso dell’ outlet

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Nato a Barletta il 31 marzo del 1967 Luigi Dagostino è l’uomo d’affari specializzato nello sviluppo e nella realizzazione di outlet coinvolto assieme a Tiziano Renzi e Laura Bovoli nell’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze su alcune false fatture.

Si fa riferimento in particolare alla fattura da 20 mila euro (più IVA) emessa dalla Party srl, società fondata nell’ottobre del 2014 da Tiziano Renzi oggi cessata, della quale questi deteneva il 40% delle quote, e pagata dalla Nikila Invest srl, società amministrata dalla compagna di Dagostino, Ilaria Niccolai. Ed alla fattura da 140 mila euro (più IVA) emessa dalla Eventi 6 srl, anche questa fondata da Tiziano Renzi presieduta dalla moglie Laura Bovoli che ne possiede l’8% del capitale, oltre al 56% della figlia Matilde Renzi, e al rimanente 36% in mano alla figlia minore Benedetta Renzi, e pagata dalla Tramor srl, società riconducibile a Dagostino, almeno fino al gennaio 2017.

Di seguito la Tramor sara’ ceduta al gruppo Kering.

Dalla prima riga della nota integrativa al bilancio 2016 si legge infatti come la Tramor srl sia controllata al 100% dalla Kering Holland NV che ne ha acquistato la titolarità in data 30 gennaio 2017 dalla società Bowline Investments Ltd, società di diritto cipriota riconducibile a Dagostino. A far data dal 6 ottobre 2017 la Bowline Investments risulta in liquidazione volontaria.

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L’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Luca Turco e dalla pm Christine Von Borries prende le mosse da un accertamento da parte dell’erario.

Sarebbe stato il referente in Italia del gruppo francese Kering nonché amministratore delegato della Tramor,  Remi Leonforte, a denunciare l’incongruenza della fattura contabilizzata dalla gestione precedente, avendo constatato la scarsa attendibilità delle causali in essa indicate relativamente alla documentazione allegata.  Le due fatture, quella pagata della Nikila e quella della Tramor, sarebbero giustificate da uno studio di fattibilità  relativo ad un progetto che prevedeva la realizzazione di un piccolo centro ristoro all’interno dell’outlet “The Mall” di Reggello.

Una via di mezzo tra la caffetteria ed il ristorante di lusso, che puntasse ad una clientela internazionale di qualità, sul target del cliente medio dell’outlet. La relazione  allegata alla fattura e relativa allo studio di fattibilità sarebbe composta da tre pagine e da 5 piantine, il cui valore si attesterebbe, facendo una media, sui 65 mila euro a foglio.

Secondo i magistrati fiorentini sarebbe ingiustificato il pagamento complessivo di 195.000 euro (170+24) per uno studio di fattibilità relativo alla costruzione di un punto di ristoro mai realizzato. Leonforte avrebbe chiesto il ravvedimento operoso per le fatture in questione, fatture che sono state dunque cancellate dai bilanci, ottenendo così l’archiviazione della sua posizione da parte della Procura fiorentina.

Il reato di falsa fatturazione resterebbe ancora a carico di Tiziano Renzi, Laura Bovoli e Luigi Dagostino, e sarebbe comprovato oltre che dalla documentazione suddetta anche da alcune telefonate intercettate e da delle mail scambiate tra la Bovoli e l’amministrazione della Tramor.


Le società coinvolte

La Party srl, attualmente in liquidazione, aveva quale oggetto sociale l’acquisto e la gestione di immobili, la costruzione, l’acquisto e la gestione di alberghi e residence, la distribuzione di prodotti di comunicazione, di pubblicità e l’ attività di promozione.

Registrata presso la camera di commercio di Firenze nell’ottobre del 2014 il capitale della Party srl risultava allora così suddiviso: il 40% a Tiziano Renzi ed il 60% alla Nikila Invest srl. Società quest’ultima riconducibile a Luigi Dagostino e alla compagna Ilaria Niccolai, e amministrata da quest’ultima.

Dunque Tiziano Renzi e Luigi Dagostino sono stati soci in affari.

L’altra società pagatrice, la Tramor srl, risulta registrata presso la camera di commercio di Firenze, con sede legale a Scandicci in via Pier Capponi n.73. ed  ha come oggetto sociale la compravendita di beni immobili effettuata su beni propri.

A far data dal 30 gennaio 2017 Tramor srl, con capitale interamente versato pari a 10 mila euro, risulta essere come abbiamo visto di proprietà della società di diritto olandese Kering Holland NV ed ha quale capogruppo la società di diritto francese Kering SA.

Con un patrimonio netto per il 2016 di 2.816.913 euro (nel 2015 era stato 2.655.975) e con un utile d’esercizio pari a  160.938 euro, nella nota integrativa del bilancio 2016 si fa presente come per l’esercizio relativo al 2015 la società avesse subito una perdita di 2.832.941 euro, e come questa fosse scaturita dalla riapertura e dalla nuova approvazione del bilancio 2015.

Con un capitale sociale interamente versato di 10 mila euro, un attivo netto di 7.811.278 euro e un utile per il 2016 pari a 6.286.568 euro la Nikila Invest srl risulta avere quale attività prevalente quella immobiliare.

In particolare dal bilancio 2016 emerge come questa svolga l’attività di general contractror. Il numero di dipendenti segnalati per il 2016 (uguale a quello del 2015) è pari a nove, di cui un quadro, sette impiegati ed un operaio.

Soci della Nikila Invest srl sarebbero per il 30% Luigi Dagostino e per il 70% la compagna Ilaria Niccolai.

In qualità di general contractor la Nikila avrebbe proseguito nel 2016 l’appalto, vinto nel 2013, relativo alla realizzazione dell’ “headquarter” della casa di moda Gucci a Milano, in via Mecenate, per conto del gruppo Kering Italia spa.

Sempre la Nikila avrebbe ricevuto l’incarico, da parte di altre case di moda, per la costruzione di ulteriori unità produttive presso l’outlet del lusso “The Mall” di Reggello. La nota segnala inoltre come il 24 maggio 2016 l’Agenzia delle Entrate di Firenze abbia aperto una verifica per l’anno fiscale 2014. Nel 2017 sempre gli uomini delle Fiamme Gialle avrebbero acquisito documenti relativi all’anno di imposta 2015.

Da queste due verifiche non sarebbero emersi, a far data dalla redazione della nota, accertamenti ne verbali ne scritti.

Ma il discorso si fa interessante quando si comincia a parlare delle società partecipate dalla Nikila. Tra queste troviamo la Nikila Invest Ltd, società di diritto inglese, attraverso la quale la Nikila Invest srl avrebbe realizzato degli uffici dirigenziali a Londra per conto della Kering, e della quale sempre la Nikila Invest srl possedeva il 100% del capitale, del valore di un euro.  La società, di cui Ilaria Niccolai appariva come direttore, risulta cessata a far data dal 25 aprile 2017.

 

 

 

Abbiamo poi la Corso Italia Firenze srl, con sede a Firenze e capitale sociale 50 mila euro, della quale la Nikila srl possiede il 69% delle azioni, per un valore di 34.500 euro.

L’ attività svolta è quella del recupero e del cambio di destinazione d’uso dell’ex Teatro Comunale di Firenze. Acquistato nel 1929 dal Comune di Firenze dalla Società Anonima Teatrale (privata) per 3.640.000 lire, gravemente danneggiato da un bombardamento nel maggio del 1944, il teatro venne ricostruito nel 1945 per ospitare il 4 novembre di quell’anno la prima assoluta della Sinfonia n.3 delle campane di Malipiero, diretta da Igor Markevich. Dopo un ammodernamento conclusosi nel 1961, l’edificio subì nuovi gravi danni a seguito dell’alluvione del 1966. Nello stesso anno venne interamente ricostruito. Negli anni ’80 e ’90 subì ulteriori lavori di ammodernamento, per poi essere messo all’asta per la prima volta nel 2000. Valutato nel 2009 44 milioni di euro nel 2013 il palazzo è stato ceduto dall’amministrazione guidata da Matteo Renzi a Cassa Depositi e prestiti per 23 milioni di euro. Due anni più tardi, nell’estate del 2015, l’immobile è stato riacquistato dalla Nikila Invest srl per 25 milioni. Il ricavato è stato impiegato dal Comune per realizzare il Parco della Musica e della Cultura, la nuova sede del Teatro dell’Opera fiorentino. Per la Nikila, che vi realizzerà appartamenti di lusso, si è trattato sicuramente di un buon affare.


Le altre partecipazioni di Nikila Invest srl

Tra le altre partecipazioni azionarie di cui Dagostino, attraverso la Nikila Invest srl, risulta essere titolare abbiamo la Star 89 srl con sede a Milano e capitale sociale pari a 10 mila euro, della quale la Nikila srl possiede il 51% delle azioni, per un valore di 5.100 euro. L’attività svolta è stata la realizzazione di una struttura recettiva di lusso in via Mecenate n.89. Si tratta dell’M89 hotel.

Di seguito la Damo Invest, con sede a Firenze e capitale sociale pari a 50 mila euro, del quale la Nikila srl possiede il 65% pari a 32.550 euro, ed il cui ruolo è l’attività di holding capogruppo.

Quindi la Mall Re Invest, con sede a Firenze e capitale sociale pari a 50 mila euro, di cui  la Nikila srl possiede il 25%, pari a 12.500 euro. La sua attività è stata la realizzazione di una struttura commerciale nel centro commerciale “The Mall” in Reggello, struttura venduta nel 2016 al gruppo Kering.

Infine abbiamo la Egnazia Shopping Mall srl, con sede a Fasano (BR), capitale sociale di 10 mila euro di cui 3.110 di proprietà della Nikila srl. La sua attività è la realizzazione di un centro commerciale nel comune di Fasano, in provincia di Brindisi.

Altri legami societari si ricavano osservando la situazione di bilancio relativa ai crediti.

Al 31/12/16 la situazione dei crediti era pari a 5.505.996 euro, l’anno prima era stata di 2.446.731 euro.

Nel dettaglio il credito più ingente la Nikila srl lo ha nei confronti della Syntagma srl, per 1.690.000 euro. Seguito dalla Dil Invest srl nei confronto della quale la Nikila srl ha un credito per 150.000 euro. Infine abbiamo la Tressel Overseas SA, societa’off-shore con sede a Panama, verso la quale la Nikila vanta un credito di 125.000 euro.

Tra i crediti diversi la Nikila srl ne vanta uno  da 600.000 euro nei confronti di Ilaria Niccolai, con causale la cessione delle quote della Mecenate 91srl. Abbiamo poi un credito da 1.313.000 euro verso Luigi Dagostino per la cessione delle quote della Fashion RE srl. Ed infine un credito di 10.462 euro nei confronti di Armando Niccolai, fratello della Ilaria Niccolai. La causale in questo caso non è indicata.


Altre partecipazioni azionarie di Dagostino

Secondo una visura aggiornata della Camera di Commercio tra le altre partecipazioni azionarie intestate a Luigi Dagostino troviamo la LB Italian Excellence Food & Moore srl, società costituita nel 2016 con un capitale sociale interamente versato di 10 mila euro, la cui quota sottoscritta è di 1.500 euro, pari al 15% del capitale. Si tratta di una società operante nel campo della ristorazione con sede a Fasano (BR) in via Forcella 11, distante tre isolati circa da via Carlo Alberto n.6, sede dell’outlet in via di apertura denominato Egnazia Shopping Mall srl, del quale il Dagostino detiene una quota pari all’11% del capitale, più un’altra del 31% tramite la Nikita Invest srl.

La LB Italian Excellence Food & Moore srl risulta essere attualmente inattiva.   

Altra società inattiva della quale Dagostino come abbiamo visto possedeva una quota rilevante del 20% è la Fashion Re srl, con sede a Firenze in via Pier Capponi n.73. Società costituita nel gennaio del 2016 con un capitale versato di 10 mila euro essa ha come scopo sociale il commercio all’ingrosso di abbigliamento e accessori. La quota della Fashion RE srl e’ stata venduta alla Nikila Invest srl.

Tra crediti e immobilizzazioni finanziarie la Fashion Re srl vanta per il 2016 un attivo totale di 5.934.321 euro ed una perdita d’esercizio per 731.941euro. Nelle note integrative al bilancio 2016 si legge come nel corso dell’esercizio la Fashion RE srl abbia rilevato il 90% delle azioni della Rivoire srl, società che svolge un’attività di bar pasticceria e commercializzazione di prodotti di alta cioccolateria e pasticceria in Piazza della Signoria, di fronte a Palazzo Vecchio. A seguito di successive cessioni la quota detenuta in Rivoire srl si è ridotta al 40%, con un valore in bilancio di 2.883.344 euro. Sempre nell’esercizio 2016 la Fashion Re srl ha rilevato il 100% del capitale della Due Invest srl, società proprietaria di una antica masseria nella frazione Savelletri, nel comune di Fasano, del  valore in bilancio di 1.700.000 euro.

Di seguito la Dil Invest srl società costituita il 26.02.2015 della quale Dagostino possiede il 100% del capitale, e che ha quale oggetto sociale lo sviluppo senza costruzione di progetti immobiliari.

Domiciliata legalmente a Fasano, in via Carlo Alberto n.6, anche questa attiene allo Shopping Mall Egnazia, indicando lo stesso domicilio legale. Con un attivo per il 2016 pari a 5.737.725 euro (l’anno prima era stato 1.975.891) ed un utile d’esercizio per lo stesso anno di 950.826 euro.

Collegata alla DIL Invest srl è la Riviera Mall srl, costituita il 22.07.2015 con capitale sociale interamente versato di 10 mila euro.

La società ha quale oggetto sociale la ristrutturazione, il recupero edilizio, la riparazione, la manutenzione, la permuta in proprio ed anche con il sistema del conferimento in appalto, l’acquisto, l’affitto, la vendita, la locazione anche finanziaria, la gestione, la valorizzazione, l’amministrazione, la progettazione, di beni immobili in genere quali fabbricati per uso civile e industriale, rustici  e urbani e suoli edificabili, uffici, negozi, magazzini, centri commerciali, show rom, parcheggi, stabilimenti industriali, alberghi, ristoranti, discoteche, pensioni, campeggi, villaggi turistici di tipo alberghiero e non, case di natura, impianti termali, palestre, case di riposo, porti e porticcioli. Nonché la consulenza tecnica relativa ai beni sopra citati.

In data 22.02.2018 la Dil Invest srl ha ceduto il 30% del capitale della Riviera Mall srl a Carmine Rotondaro, cittadino italiano residente presso il Principato di Monaco.

Lo stesso giorno sempre la Dil Invest srl ha ceduto alla Nikila Invest srl il 20% del capitale della Riviera Mall.

E la Syntagma srl ha ceduto il 10% delle azioni della Riviera Mall srl alla Nikila Invest, ed ancora la UK Development and Investments LTD ha ceduto il 40% delle azioni delle Riviera Mall al Rotondaro.

Al termine di queste operazioni il capitale della Riviera Mall srl risultava così composto: 70% Carmine Rotondaro, 30% Nikila Invest srl. Abbiamo già visto come dietro la Nikila ci sia Dagostino per il 30% e la compagna Ilaria Niccolai per il 70% . Il ruolo di Dagostino sia nella Nikila Invest che nella Riviera Mall è quello di amministratore. Ma chi è Carmine Rotondaro?

Carmine Rotondaro è un manager della Kering che in passato ha ricoperto la carica di direttore di Gucci India Private Limited, società di diritto indiano costituita nel gennaio 2006 con sede a Delhi al secondo piano del numero 1568 di Church Road, Kashmere Gate.

Più di recente Rotondaro è stato nominato prima amministratore e quindi liquidatore della Medel Investment SA, società di diritto lussemburghese con sede nel Gran Ducato al n.23 di rue Aldringen.

Rotondaro

Rotondaro carmine nomina liquidatore

La Medel Investments SA detiene il 100% del capitale della Immobiliare Armea srl, la società con sede a Scandicci in via Don Lorenzo Perosi n.6 che ha ricevuto l’appalto per la costruzione dell’outlet “The Mall” a Sanremo (in via Armea), centro commerciale del lusso gemello di quello di Reggello i cui lavori dovrebbero terminare, stando al sito internet, nel 2019.

Capitale medel

A far data dal 10 novembre 2017 l’incarico di liquidatore in capo a Carmine Rotondaro e’stato revocato, ed è stato nominato al suo posto Teunis Christiaan Akkerman, cittadino olandese residente in Lussemburgo in località Niederanven.

Revoca carica di liquidatore a RotondaroAltra società di cui Dagostino detiene una quota è la Star Gestioni srl, registrata il 24 maggio 2017 con un capitale di 20 mila euro e sede a Milano in via Mecenate n.89. Si tratta dello strumento giuridico che possiede e gestisce l’ albergo M89 Hotel, di cui Dagostino detiene il 10% del capitale.

Abbiamo infine la CDV Costruzioni srl, società registrata il 3 gennaio 2001 con sede a Sesto Fiorentino (FI) in Piazza Vittorio Veneto n.53,  cancellata dal registro il 9.01.2009; quindi la Sviluppo Milano srl, società edile costituita il 13.03.2018 con sede a San Giovanni Valdarno (AR) in via Ponte alle Forche n.27, che risulta attualmente cessata.

La Sud Cantieri srl società costituita il 30.04.1999 con 18 milioni (di lire) di capitale posseduto dal Dagostino su 90 versati.

Ges Food srl società costituita il 20.11.2002 con 61 milioni (di lire) di capitale, dei quali 12.6 di Dagostino.

CoGeSud srl costituita il 30.04.1996 società cancellata il 23.07.2001

SOECO srl società costituita il 30.01.2002 e cancellata il 31.01.2002

Sedus Costruzioni srl società costituita il 30.06.2008 e cancellata il 12.01.2009

Iluan Immobiliare srl società costituita il 26.11.2002 e cancellata il 9.03.2009

Egnazia Shopping Mall srl società costituita il 13.03.2018 ancora attiva, capitale interamente versato 10 mila euro, dei quali 1.100 posseduti dal Dagostino

Costa Azzurra RE srl società costituita il 7.03.2016 con capitale di 10 mila euro di cui Dagostino possiede il 30%

Allegro Italia Fashion srl società costituta il 22.11.2017 con 10 mila euro di capitale dei quali 5,100 posseduti da Dagostino. (cm)

   

  

  

Drug trafficking in Kenya

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Nairobi

A classified cable from the US Embassy in Nairoby, Kenia, dated May 16th on 2006, directed to Combined Joint Task Force of Africa described a series of drug seizures at the Nairobi’s International airport.

After some consistent cocaine seizures in April, drug trafficking in Kenia’s still going on.

We are referring to the arrest, in April 2006, of three individuals at Jomo Kenyatta International Airport, in possession of 4.2 kilos and 8.2 kilos of cocaine.

Two of them were just landed from Nigeria carrying 4.2 and 8.2 kilos in their luggage. The third one was just landed from Amsterdam, where he arrived from Sao Paulo Brazil, and was found to have ingested 1.8 kilos of cocaine.

Anti Narcotics kenyan Unit was informed in May from Intelligence that West African drug trafficking syndicate was using flights from the region to smuggle cocaine into Kenya. Only one of the three arrested was been previously provided to customs and immigration officials as a suspect drug trafficker.

This unusual wave of drug seizures, partly due to a rise in drugs consumption in Kenia, was connected with the relative easy access to Nairoby International Airport.

This is in line with the fact that, while cannabis and heroin are still cheap in Kenia, cocaine remains still too expansive to presume that the one seized was directed to fueling internal market. But religious groups from Mombasa belief was, despite the evidence, that recent cocaine price decrease from 20 to 4 USD for kilo was due to a supply glut.

Some experts suggest that cocaine seized in Nairoby was probably directed to Mauritius or Seychelles where the prize is close to the one in Europe.

Contribution to investigations by the three suspects was less than zero, but telephone agenda of one of them revealed high level relationships, such as several former ministers and a now Member of Parliament.

All cocaine seizures recorded in 2005 on UK airports, all of them of small quantity like 3 or 5 kilos each, concerning Kenya Airways flights spread the theory that kenyan cocaine’s direction was Europe. But a quality test between the two type of cocaine ran by International experts revealed it as a fake theory.

Another possibility was that cocaine seized in UK came from the large shipment reported to the kenyan authorities by Dutch intelligence in 2004.

Frequent seizures reveal how traffickers still find Kenya as a valid point of transit for drugs loads directed to others destinations.

Investigations conducted by Kenyan authorities have not led to interesting results in terms of top leaders of West African drug trafficking syndicate involved.


A UNODOC analysis.

Ninety percent of the opium produced in the world comes from Afghanistan. The near Pakistan is mostly used as a smuggling hub together with a refining one. In fact, the large number of heroin refining laboratories  near the border between Afghanistan and Pakistan mean that Peshawar have became the heroin capital for Pakistan. Opium coming from the northern and the southern part of the country  is collected near the Pakistan coasts, especially in Makran and Karachi. From there drug is shipped along the Indian Ocean to Kenya, prudently avoiding somalian pirates. This route is the most famous in Kenia. Heroin trafficking to East Africa can take place by sea, by air or by land.

Most exploited routes by sea does not use regional ports but for safety reasons, preferring to stay in the open sea, or stop without exposing the flag in some small ports of Kenya or Tanzania.  In July 2014 kenyan authorities seized 342.67 kilograms of heroin on the Al Noor container (now Khalijia 3), which was flag-free, off the Lamu island, north of Mombasa.

Drug is introduced in Kenya through small islands, such as Pemba and Shimoni, or through the old part of the Mombasa port, according to recent seizures. Transport in these small islands is usually made from the sea with small boats. Legislation provided for by international maritime law, which allows warships to board ships stopped at the roadstead only if they do not expose the flag of the state of belonging, make it easier for law enforcement. This explain the large number of seizures. High number of hotels and tourists on the island allows both traffickers and local drug dealers to hide among the people.

Container ships remain the most used instrument for smugglers to traffic large loads of heroin. For example the container port of Kilindini, which moves each year 700,000 containers, is one of the most involved port of sub-Saharan Africa. This reputation Kilindini earned is following the seizure of a ton of cocaine in 2004. Ever since then no other big seizures have been made in this port. The fact is that is quite difficult to inspect a large number of container. For instance, only one percent of containers stationed at the port of Kilindini is actually inspected.

There are no alternative traffic methods, for all modes being complementary to each other.

Pakistan heroin directed to South Africa is smuggled all the way to Tanzania.

Dirt roads and major route are both used to avoid maritime interception. A large number of consignments have been detected at the Lunga Lunga border point between Kenya and Tanzania. Also panya routes has been used by traffickers. What can be said with some certainty is that small loads of drug have been preferred to  larger one across Indian Ocean, also to reduce seizures risk. In this sense all way of transport must be seen as integrated between them. According to a drug dealer all mules coming directly from Pakistan use to land in Malawy.

Since 1998 the type of heroin smuggled on kenyan coast has quietly changed. At the beginning the most smuggled quality was brown sugar, so called due to its brown color, originally coming from the Golden Crescent, the area including Afghanistan, Iran an Pakistan. This quality is not much pure and it can be easily smoked.

The other quality called White crest is much purer and usually comes from the so called Golden Triangle, the area including Thailand, Laos and Myanmar. Actually this last is the must popular kind of heroin available in the african market according to users reports.

To this changing of smuggled heroin correspond a loss of centrality for the port of Mombasa which has actually been substituted, as a smuggling center, by the capitol Nairobi.

Traditionally airport traffic is connected with local supply. This is true especially with Kampala airport, which is not as easy as the International Jomo Kenyatta in Nairobi.

Nationality of couriers involved in the traffick regards in general people from Nigeria, Tanzania and Kenya; this suggest how recruiters operating in the same region. (cm)

Borodin e il ruolo della Wagner in Siria

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“L’11 aprile alle cinque del mattino Maxim mi ha telefonato tramite il messanger di Facebook, e con voce preoccupata ha detto che il suo edificio era circondato da funzionari della sicurezza, che sul balcone un uomo si sbracciava e che gli altri erano sulle scale in mimetica e col cappuccio in testa”. E’ il 15 aprile e a scrivere su di un post su Facebook è Vyacheslav Bashkov, amico di Max Borodin il reporter dell’agenzia russa Newdaynews.ru (Novy Den) morto ieri a seguito di una caduta dalla finestra.

“Maxim – prosegue l’amico della vittima – espresse l’opinione che nel più breve tempo possibile lo avrebbero raggiunto, e ora, a quanto pare sappiamo, stavano aspettando il permesso del tribunale. Pertanto, aveva bisogno di un avvocato, ed è per questo che mi ha chiamato. La Voce di Max era allarmata, ma non isterica, non ubriaca, presi subito tutto seriamente, promisi di chiamare chiunque potesse farmi sapere e di richiamarlo non appena mi avrebbero risposto”.

Borodin è deceduto lo scorso 15 aprile a seguito dei traumi riportati dalla caduta dalla finestra del suo appartamento, al quinto piano di una palazzina. La morte è sopraggiunta prima che la vittima abbia potuto riprendere conoscenza. Ufficialmente la morte è stata classificata come suicidio.

“Ho subito chiamato un paio di importanti redattori di media a Ekaterinburg – prosegue nel suo post Bashkov – che a mio parere potevano avere contatti di avvocati per questo genere di casi. Ma non avevano i loro avvocati. Ho chiamato poi un collega della Commissione di monitoraggio pubblico che era fuori città, promise di trovare qualcuno, ma non poté farlo immediatamente (era piuttosto presto, molti semplicemente non rispondevano in qual momento).

Secondo il rapporto degli agenti di polizia intervenuti sul luogo la porta dell’appartamento della vittima era chiusa dall’interno, con le chiavi infilate nella serratura, e non vi era alcun segno di effrazione.

Borodin non ha lasciato alcuna indicazione scritta sulle ragioni dell’eventuale suicidio.

Un’ ora dopo la prima telefonata Borodin avrebbe chiamato nuovamente l’amico, scusandosi per il disturbo dicendo di essersi sbagliato che le forze di sicurezza che aveva avvistato stavano svolgendo una specie di esercitazione.


Le indagini

“Maxim si occupava di indagini giornalistiche sui crimini, la paranoia era comprensibile” aggiunge Bashkov. E aggiunge ancora elementi al racconto: “Dopo questa non l’ho più chiamato, anche se ho aspettato che scrivesse qualcosa su Facebook. Ma non ha più scritto. Il 13 i media hanno i riferito che Maxim era stato trovato sotto un balcone, e che era in terapia intensiva”.

Il racconto dell’amico della vittima si fa più concitato e meno chiaro.

“Certo, ero spaventato e, dato che potevo smettere di lavorare, andai con l’avvocato alla polizia, avendo precedentemente informato che stavo andando da loro e per quale attività”.

Borodin si occupava regolarmente di inchieste sulla criminalità e la corruzione.

Arrivato negli uffici della polizia Bashkov racconta di essere stato trattato in maniera “piuttosto sgarbata”. Di seguito lo stesso riferisce il motivo per il quale non ha avvertito la polizia subito dopo la prima telefonata dell’amico. Bashkov non lo dice chiaramente ma lascia intendere di fidarsi poco della polizia russa, sollevando alcuni interrogativi sulle modalità con le quali sono state svolte le indagni. Domandandosi, ad esempio, perchè non siano state sentite tutte le persone che avrebbero potuto dire cose interessanti su Maxim.

Bashkov spiega di essere stato l’ultima e probabilmente l’unica persona ad avere parlato con Borodin prima della sua morte.

L’ultima inchiesta del reporter russo riguardava un gruppo di contractors appartenenti al Wagner Group, una società privata di ex militari chiamata ad operare su diversi fronti di conflitto, dal Donbass   alla Siria. Secondo alcune fonti la Wagner costituisce un’ unità del Ministero della Difesa Russo, usata dal governo in teatri di guerra nei quali si ritiene più utile non fare apparire sulle divise i simboli e la bandiera nazionale. Il Wagner Group è stato paragonato alla Academi, la società di sicurezza statunitense conosciuta durante la guerra in Iraq col nome di Blackwater.


Siria: il ruolo della Wagner e di Strelkov

In un articolo pubblicato da Borodin sulla Newdaynews, datato 13 marzo, dal titolo “Siria, due combattenti della PMC Wagner sarebbero deceduti. Si tratterebbe di Nikolai Hitev e Igor Shvetsov”.

Nel pezzo il giornalista spiega come i due militari, originari della citadina du Asbest, appartenessero a un’unita della PMC Wagner. Di seguito si racconta di come l’eroe del Donbass Igor Strelkov, alias Igor Girkin, ex colonnello in pensione dei servizi segreti russi (FSB) e fondatore del movimento Nuova Russia, fosse in realtà un contractor della Wagner.

In un’intervista del febbraio 2015 Strelkov racconta di avere 44 anni, di essere monarchico, e di essersi ritirato nel 2013 dall’ FSB col grado di colonnello, lo stesso col quale si dimise Vladimir Putin del quale Strelkov è grande ammiratore. Strelkov racconta poi di avere servito in vari teatri di guarra tra i quali la Bosnia, la Transnsitria e la Cecenia, di essere stato accusato di terrorismo dal governo ucraino e di essere sottoposto a sanzioni da parte di Stati Uniti ed Europa per via del ruolo svolto nel Donbass.

Offertosi volontario per il referendum in Crimea Strelkov ha raccontato di avere condotto il 4 aprile 2014 a Slavyansk, nella regione del Donetsk, un convoglio di 51 persone senza permessi e senza ordini da Mosca. Scopo della missione era di sostenere le proteste pro-russe dopo la cacciata del presidente Victor Yanukovych, appoggiato dal Cremlino. Il referendum e la successiva annessione della Crimea sono state aspramente criticate sia da Washington che da Bruxelles.

Strelkov spiega che le autorità russe non erano coinvolte in quella missione, anche se poi ammette che alcuni servizi speciali della Russia conoscevano il piano. Ma nega comunque di avere ricevuto da questi qualsiasi forma di appoggio diretto.

Strelkov ha raccontato come le prime vittime degli scontri, che secondo l’ONU avrebbero provocato complessivamente 5.300 morti, siano stai due agenti della sicurezza ucraina accorsi nel tentativo di fermare il suo convoglio. L’Ucraina accusa Strelkov di essersi vantato sul social media russo Vkontakte di avere abbattuto il 17 luglio il volo MH 17 della Malaysian Airlaines con un sistema missilistico russo, uccidendo i 298 passeggeri a bordo.

Tornano all’articolo di Borodin, nel pezzo si parla del distaccamento appartenente alla Wagner denominato “Carpazi”, duramente colpito dall’aviazione americana durante uno dei numerosi raid in Siria. I morti accertati sarebbero stati una quarantina. Complessivamente le perdite avute dal 5° e dal 2° distaccamento della Wagner nel corso degli attacchi sarebbero state circa duecento. Sconosciuto invece il numero delle vittime del battaglione di artiglieria e del gruppo di carristi. I contractors russi si sarebbero stupiti per la precisione degli attacchi portati dall’aviazione statunitense, malgrado le tenebre. (cm)

Cementing business in Costa Rica

 

The man with the hood on his head starts talking: “We do shipments to Costa Rica, in containers, to the port of Limòn. There we have a contact within a cement company – a company of cement trucks that carry cement to Costa Rica. Normally we send a maximum of 100 kilos per truck…This company has around 200 trucks working”.

The man who’s speaking is called Juan. His name is not real, just to protect his anonymity for he’s an ex drug trafficker and he’s lost is parents for collaborating with autorities. In the Caracol Television show called “Direct Witness”, reproduced online by Crhoy.com Juan appears like the celebrity of the night show.

Juan explaine how the criminal organization he used to work with was able to ship 20 tons of cocaine each time using trucks loaded with cement. They use to send cocaine from south american port to Costa Rica, Panama, Puerto Valencia, Puerto Moin.

What’s new in this cocaine business is, as Juan explains, the involvement of business owner with established companies that are used to launder the money generated by the trade.

“In Costa Rica everything works like in Colombia, criminal gangs that collect taxes.We are doing a lot of work (…) All those who work in this have their legally constituted companies. They are big businessmen (… ) and legalize the money with their companies “, assured” Juan “, who insisted that” we have a great team working, from Cartagena to Costa Rica “.


 

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According to cement.com there are actually three cement plants in Costa Rica.

Cemex Costa Rica, a branch of Cemex Latin America Holdings, which actually own two integrated cements plants in Costa Rica one in Colorado de Abangares and the other one in San Josè de Costa Rica.

The third plant, which is owned by Holcim S.A. a local branch of Laforge Holcim Ltd, is located in Agua Caliente de Cartago.

The organization Juan was working for normally corrupt Costa Rica officials to avoid controls inside containers hiding cocaine.


Importing cement

This means that probably the cement company involved in the cocaine traffic could be an importer, not necessarily a producer.

According to cement.com the import of cement in Costa Rica has skyrocketed between 2014 and 2016 due to a large increase in buying Chinese products.

While in 2014 this import was only 10.418 tons, in 2016 it has incredibly grown to 107.297 tons.

The reason is connected with new regulations on hydraulic cements approved by  Costa Rican Ministry of Economy, Industry and Commerce (MEIC).

Adding to this, the new Chinese productor Sinocem has doubled its import revenue  changing Costa Rican landscape originally ruled by only two competitors: Cemex and Holcim. Sinocem started importing cement product at the beginning of 2015, and in 2016 this import share was two third of total imports in Costa Rica.

From the site globalcement.com on November 13th of 2017 we know that Republic of China officially confirmed that Sinocem China has ended all commercial relations with Sinocem Costa Rica. The statement was made due to an investigation into alleged irregularities and lobbying involving the owner of Sinocem Costa Rica, Juan Carlos Bolanos, and certain officials of state-owned bank Banco de Costa Rica, according to La Nacion.

Officially the broke up reason is due to purchasing cement from other Chinese suppliers and packaging it with Sinocem package without permission.

Sinocem is a recognized brand in the import of cement, according to the website of the company .

“It offers high quality products at competitive prices, friendly to the environment and complying with national and international norms and standards and as established by current legislation”.

The company is totally owned by Costa Rican capital, and has all the national and international certifications that guarantee high cement quality and commitment to the environment.

With more than 50 points of sale nationwide Sinocem offers the opportunity to consumers to acquire an excellent product. (cm)

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