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Claudio Meloni

Chichiarelli e i suoi rapporti col SISMI

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Il 1 aprile del 1984 le pagine di cronaca del quotidiano La Stampa danno conto del ritrovamento di un furgone Opel Cargo, parcheggiato vicino ad una caserma. Il mezzo, rinvenuto in via dei Genieri una strada interna della città militare della Cecchignola, sarebbe quello usato dagli autori della rapina da 35 miliardi presso la sede romana della “Brink’s Securmark”, società di trasporti di valori. All’interno, oltre ad un revolver, viene rinvenuto un tagliando della Securmark relativo ad un versamento da 50 milioni da parte del Banco di Roma.

Nelle poche righe l’articolo di fondo sottolinea come a pochi metri dal luogo del ritrovamento si trovi la caserma “Emanuele Filiberto”. Ed è proprio dalla torretta di sorveglianza della caserma che il mezzo utilizzato dai rapinatori appare ben visibile. Quel tratto di strada antistante la struttura militare viene infatti usato come parcheggio dai militari che vi prestano servizio.

Dalle indagini emerge come quel furgone fosse già li a partire dal pomeriggio di sabato 31 marzo. La targa del veicolo risultava essere falsa e dalle fiancate del mezzo erano state rimosse le strisce adesive della Brink’s, esposte per agevolare l’accesso del mezzo al deposito valori.


La rapina del secolo

Sarebbero quattro, secondo gli inquirenti, gli autori della “rapina del secolo” al deposito valori della Brink’ Securmark di via Aurelia: il malavitoso torinese legato alla vicenda Ballerini-Pan, Germano La Chioma, Giampaolo Morosini, l’esperto in casseforti Alfredo Tedlotto, ed  Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony.

Proprio quest’ultimo sarebbe il cervello del colpo, rimasto a lungo latitante e probabilmente l’unico in grado di spiegare la via presa da 25 dei 35 miliardi frutto del colpo, mai ritrovati dagli inquirenti. Dieci miliardi verranno rinvenuti, in seguito, in alcuni conti presso alcuni istituti di credito di Ivrea. Per questo verranno condannati in primo grado altri 19 imputati, accusati di reati quali riciclaggio e ricettazione, a pene variabili da un anno e mezzo a sette anni di reclusione.

La rapina viene subito rivendicata attraverso un comunicato firmato BR e giudicato dagli inquirenti poco credibile. Assieme ad esso vengono anche trovate tre schede contenenti indirizzo dell’abitazione, numero di telefono e targa dell’auto dell’ex Procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci e dell’ex presidente della Camera Pietro Ingrao.

Copia di quelle schede, scritte dalla stessa macchina da scrivere, erano state scoperte tre anni prima, il 14 aprile 1979, in un borsello rinvenuto sul sedile di un taxi. Da una perizia successiva emergerà come quelle schede erano state scritte, a loro volta, dalla stessa macchina utilizzata per comporre il comunicato delle BR n.7, quello del Lago della Duchessa, all’epoca del sequestro del presidente della DC Aldo Moro.


Da falsario di quadri a collaboratore dei servizi

Nel settembre del 1984, qualche mese dopo il colpo, Chichiarelli viene freddato da un killer rimasto senza un nome ne un volto. Aveva solo 32 anni. Ma chi era in realtà il cervello della rapina del secolo? Oltre ad essere la poco probabile mente del colpo Chichiarelli era anche un abile falsario. Principalmente di quadri, anche se poi si dedicò parecchio a documenti ufficiali, come i comunicati delle BR.

Gravitava da sempre nel mondo della mala romana, essendo amico di Danilo Abbruciati, ma anche di Ernesto Diotallevi e di Franco Giuseppucci. Era anche vicino ai gruppi eversivi di destra, quelli che usavano come punto di ritrovo il fungo all’EUR, ovvero i fratelli Bracci, Claudio e Stefano, Alessandro Alibrandi, Valerio Fioravanti, Massimo Sparti e Massimo Carminati. In una parola il nocciolo di quelli che saranno poi i Nuclei Armati Rivoluzionari.


L’omicidio Pecorelli

Nella sentenza della Corte di Cassazione sull’omicidio Pecorelli, a proposito della figura e del ruolo avuto da Chichiarelli in quell’omicidio, si legge: “La figura di Antonio Giuseppe Chichiarelli, di cui si é avuto conoscenza solo dopo la sua uccisione avvenuta nel 1984, è considerata di sicuro rilievo per le indagini sulla morte di Pecorelli, poiché Chichiarelli, personaggio in collegamento con appartenenti ad ambienti dell’estrema destra e alla banda della Magliana, avrebbe svolto il ruolo di raccoglitore di informazioni sulla vita e sulle abitudini del giornalista, sfruttando l’amicizia di Osvaldo Lai, il quale abitava nei pressi della redazione della rivista OP. Qualche giorno prima dell’omicidio, il 6 marzo 1979, un individuo poi riconosciuto per Chichiarelli fu notato nei pressi della redazione di OP da Pecorelli e dalla sua compagna Franca Mangiavacca, la quale ha riferito dell’atteggiamento della persona e del timore che aveva suscitato la sua presenza. Tale circostanza e il ruolo svolto da Chichiarelli nella veste di osservatore delle abitudini di Pecorelli sarebbero stati confermati dal rinvenimento, pochi giorni dopo l’omicidio il 14 aprile 1979, a bordo di un taxi di un borsello contenente quattro schede, tra cui una accurata e precisa relativa a Pecorelli e un’altra riguardante un attentato alla scorta del Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Pietro Ingrao, un volantino delle Brigate Rosse, armi e munizioni nonché una testina rotante per macchina da scrivere Ibm. Materiale questo attribuito a Chichiarelli a distanza di molti anni, grazie all’esito di specifiche indagini di polizia svolte sulla base della testimonianza della moglie del falsario, Chiara Zossolo, la quale riferì che circa quindici giorni dopo l’omicidio aveva visto il marito preparare le schede che poi sarebbero state abbandonate nel taxi, ed aveva ricevuto dallo stesso, molto turbato, la confidenza secondo cui … Pecorelli non meritava di morire ed era stato ucciso perché aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire e il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro un falso perbenismo“.


L’ agenzia dei servizi

Il primo ad avere l’idea di scrivere un falso comunicato delle BR durante il sequestro Moro fu l’allora Procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, che in una conversazione con Sergio Flamigni ebbe a dire: “E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all’Autorità Giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cioè tu sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all’avversario di muovere i pezzi in entrambe i versanti del gioco hai già perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perchè questi diranno: chi è che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi è che sta cercando di sfruttare l’operazione? E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice: “Abbiamo analizzato il messaggio, è scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale è scritto il primo messaggio”. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non è riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non è in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: “Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare”. Quando uscì’ il comunicato del Lago della Duchessa (n.7) io trasalii perchè mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento; però era realizzato male, perchè mancava il preventivo rapporto all’Autorità Giudiziaria“. (nota n.38 pag.288 di “La tela del Ragno” di S.Flamigni).


Il falso comunicato numero 7

Come scrive ancora Flamigni, la mattina del 18 aprile 1978 in contemporanea con il rinvenimento del covo di via Gradoli 96 a Roma, le BR diffondono la notizia del deposito del comunicato n.7.

Nel testo del documento viene annunciata l’esecuzione di Moro “madiante suicidio” ed inoltre l’inabissamento delle sue spoglie sul fondo del Lago della Duchessa, a circa 1800 metri di profondità. Sebbene il capo della Digos di Roma, il dott. Domenico Spinella, lo definì subito un falso, il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga decise che si trattava di un documento autentico.

Ordinò di eseguire tre perizie, dagli esperti della Polizia scientifica, dai Carabinieri e dal Tribunale di Roma. Tutti e tre gli esiti degli esami concordarono sul fatto che a scriverlo era stata la stessa macchina usata nel primo comunicato delle BR. Più tardi le tre perizie verranno smentite quando si saprà che l’autore del comunicato era stato Chichiarelli. Le stesse BR emisero un loro comunicato (n.7bis) col quale dichiararono “falso” quello del 18 aprile, attribuendo ad Andreotti quella messa in scena del Lago della Duchessa.

Una nuova perizia eseguita nel corso del processo Moro IV confermò la non autenticità del documento. Ad orchestrare quella vicenda fu il colonnello del SISMI Francesco Musumeci. L’operazione di depistaggio era cominciata con una serie di telefonate eseguite a partire dal 17 aprile, di cui due alla redazione dell’Unità (due) e una al vicesegretario della DC Giovanni Galloni. In tutti e tre i casi veniva comunicata la scomparsa di Moro.

Occorre sottolineare come mentre i precedenti sei comunicati delle BR erano stati riconosciuti attendibili dalla Polizia Scientifica solo a seguito di un attento esame durato diverse ore, il comunicato numero 7 venne dato per autentico solamente nel giro di un’ora.


L’operazione di depistaggio Gradoli-Duchessa

Il primo a ipotizzare un collegamento tra il rinvenimento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato n.7 fu Pecorelli, che nell’edizione del 25 aprile 1978 di OP scrisse l’articolo dal titolo: “Diario dell’irreale assoluto”.

Nel pezzo il direttore del settimanale scrive:”Lunedì 17 e martedì 18 aprile, la presunta esecuzione e la troppo inequivocabile scoperta del covo. Un volantino anomalo, rachitico, frettoloso e recapitato in una sola città contrariamente ai precedenti, annunzia l’avvenuta esecuzione per “suicidio” di Aldo Moro, e il suo seppellimento in un laghetto di montagna”.

E ancora: “E passiamo all’altro evento: la scoperta del covo di via Gradoli.

Anche qui abbiamo a che fare con l’acqua. Strane coincidenze, singolari assonanze della storia. All’acqua gelata del Lago della Duchessa fa riscontro l’acqua corrente e dilagante della doccia di via Gradoli di Roma. Quest’acqua permea il soffitto dell’appartamento sottostante il covo, e richiama l’attenzione di tutti e la presenza dei pompieri, i quali subito, chiuso il rubinetto, delegano la visita del luogo ai poliziotti. Si sono infatti trovati davanti a un inequivocabile riassunto dei connotati brigatistici del sequestro Moro”.


I legami tra Chichiarelli ed il SISMI di Santovito

Successivamente a quello del 18 aprile, nel mese di maggio Chichiarelli scrisse un nuovo comunicato firmato “Cellula Romana Sud BR”. Il documento risultava diviso in due parti: nella prima, in chiaro, veniva indicato come le operazioni Gradoli e Duchessa fossero solo un mezzo per mostrare alla popolazione “l’inefficienza dello Stato ottuso delle multinazionali”.

Nella seconda parte, scritta per la prima volta in un linguaggio cifrato, veniva utilizzato un codice di cifratura di tipo militare, usato in precedenza dai Servizi italiani. Di fronte alla Commissione parlamentare Moro il generale Santovito dichiarò che anche questo secondo comunicato, scritto dal falsaro della Magliana, era autentico. Tale dichiarazione verrà in seguito smentita. Da ciò se ne deduce il necessario collegamento funzionale tra Chichiarelli ed il SISMI.

Ad ulteriore riprova dei legami di Chichiarelli con i Servizi occorre segnalare come le schede rinvenute sui sedili del taxi, quel 14 aprile 1979,  erano anche quelle state realizzate dal falsario rapinatore. In particolare nella scheda relativa a Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979 ovvero 25 giorni prima del ritrovamento del borsello, veniva indicato, oltre al suo all’indirizzo di casa, anche il tipo ed il colore della sua auto e la targa. Veniva quindi sottolineata la necessita’ di agire entro e non oltre il 24 marzo, poichè oltre tale data si sarebbero verificate ulteriori complicazioni.

Si specificava, infine, di non rivendicare in alcun modo l’omicidio, ma al contrario di mettere in atto un’azione di depistaggio. La scheda si concludeva con la seguente annotazione: “martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174 e 177”.

Il riferimento è al memoriale scritto da Aldo Moro durante la sua prigionia, del quale ne vennero rinvenute due versioni principali: una rimaneggiata ritrovata nel covo BR di via Monte Nevoso, a Milano, nell’ottobre del 1978, ed una seconda versione più completa, presso quello stesso covo ma nel 1999. Oltre venti anni più’ tardi.

Dunque la vicenda del borsello rappresentava una precisa operazione di depistaggio con la quale si intendeva far ricadere la responsabilità dell’omicidio del giornalista sulle BR. Identica strategia, come abbiamo visto, venne utilizzata in occasione del colpo al deposito della Brink’ Sekurmark di via Aurelia. In quel caso, oltre al comunicato, venne abbandonata nei locali del deposito una granata dello stesso modello di quella utilizzata per uccidere il colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, amico di Pecorelli. (cm)

Traffico di rifiuti: l’Interpol sequestra 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi 

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Secondo il Ministero delle Finanze francese, dal quale dipende l’Agenzia delle Dogane transalpina, sarebbero state sequestrate nel solo mese di giugno nel territorio dell’Esagono 323 tonnellate di rifiuti pericolosi contrabbandati illegalmente.

E’ parte, questo sequestro, di una più’ vasta operazione internazionale di contrasto al traffico transfrontaliero dei rifiuti condotta dall’Interpol, che martedi’ scorso ne ha diffuso gli esiti.

Con un comunicato diramato da Singapore lo scorso 8 agosto l’Interpol ha fatto sapere di avere portato a termine la più vasta operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti mai condotta fino ad ora. Il suo esito ha portato al sequestro di complessivi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi.

L’operazione, condotta dal primo al trenta giugno e denominata “30 giorni di azione”, ha visto l’Interpol coordinare 43 tra forze di polizia, agenzie doganali e agenzie ambientali di diverse nazioni.

Sebbene l’obiettivo iniziale fossero i rifiuti elettronici (RAE), nel corso delle indagini il perimetro di intervento e’ stato allargato, includendo qualsiasi tipo di rifiuto pericoloso, da quelli industriali a quelli edili, passando anche per i rifiuti domestici e quelli ospedalieri. Il traffico ha visto coinvolti diversi paesi, anche europei.

Il centro nevralgico di questa attività’ di contrabbando era  nel porto francese di Le Havre, dove e’ stato sequestrato un carico di rifiuti in plastica (PE, PET, PVC) da 150 tonnellate diretto in Malesia, con documenti contraffatti.

Il carico più’ grande sequestrato conteneva ricambi d’auto usati in materiale plastico e ferroso, altri oggetti in plastica, rifiuti elettrici ed elettronici e pneumatici usati.

I materiali erano diretti in Africa (Senegal, Mauritania, Costa d’Avorio, Togo e Madagascar), in Asia (Hong Kong e Malesia) e in Brasile.

Secondo i dati forniti recentemente dall’ONU nell’ambito del Programma per l’Ambiente, solamente il mercato illegale dei rifiuti elettronici varrebbe qualcosa come 17 miliardi di euro.

L’inchiesta ha permesso di censire ben ottantacinque siti nel mondo dove viene tenuto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti.

Dei 275 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti in tutto il mondo nel 2010, 12,7 milioni di tonnellate sono stati illegalmente smaltiti in fondo agli oceani. Allo stesso modo dei 42 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti globalmente nel 2014 solo una quota, che va dal 10 al 40%, e’ stata smaltita correttamente attraverso i canali previsti.

Quando un rifiuto pericoloso viene smaltito in maniera illegale esso inquina terra, aria e mari, mettendo a rischio la salute delle persone oltre che dell’ambiente circostante.

Quella condotta dall’Interpol e’ stata la più’ grande operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti pericolosi mai condotta sino ad oggi. La maggior parte dei rifiuti sequestrati era costituita da materiali ferrosi ed elettronici, in maggioranza provenienti dall’industria automobilistica.

Complessivamente sono stati riscontrati 226 crimini e sono state elevate 413 violazioni amministrative. Le indagini hanno coinvolto 141 spedizioni via nave, per un quantitativo complessivo di 14,000 tonnellate di rifiuti illegali.

Le persone incriminate sono in totale 326, mentre le imprese coinvolte nelle attività criminali sono 244.

Gli esiti della complessa operazione hanno permesso di individuare quali siano le destinazioni ultime dei rifiuti, distinte per tipologia, ovvero l’Africa per i RAE e l’Asia sudorientale per tutti gli altri. I rifiuti provenivano dall’Europa e dal Nord America.

La  novità’ introdotta dall’indagine e’ rappresentata da una rete di traffico interno che ha visto coinvolti Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Malta.

Le autorita’ olandesi hanno scoperto 10 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trafficate illegalmente tra diversi paesi europei e dirette in Africa, nel sud est asiatico e in alcuni paesi caraibici.

Le agevolazioni riconosciute alle attivita’ di importazione ed esportazione hanno consentito di individuare le nuove rotte seguite dal traffico internazionale dei rifiuti pericolosi, tra le quali spicca sicuramente quella che collega l’isola di Cipro con alcuni paesi del Centro America.

Attraverso documenti falsi tale rotta prevedeva il transito in  Egitto, Spagna, Portogallo, Marocco e Malta. Altra novità’ e’ quella che ha visto coinvolti anche alcuni paesi del Centro America, in passato non particolarmente interessati a questo  traffico illecito.

Il traffico di rifiuti pericolosi viene considerato dalle organizzazioni criminali poco rischioso in termini di pene previste, ed altamente remunerativo in relazione ai compensi ricevuti. Esso sfrutta le differenti legislazioni vigenti nei vari paesi, oltre al basso livello di contrasto da parte delle forze di polizia.

Le organizzazioni dedite a tale traffico sono le stesse che si occupano di quello della droga, del traffico di armi e del traffico di esseri umani, oltre ovviamente alle frodi ed al riciclaggio di denaro.

Il traffico illecito dei rifiuti e’ stato inserito dal Consiglio dell’Unione Europea tra le prime dieci priorità’ di contrasto nei confronti delle organizzazioni criminali per i prossimi cinque anni. (cm)

Social Media e Open Source Intelligence

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SOCMINT Social Media Intelligence

Col termine inglese di Social Media Intelligence (SOCMINT) si intende quel complesso di tecniche e di tecnologie che consentono ad agenzie private o pubbliche di monitorare le piattaforme dei social media (sms’s) come Facebook o Twitter.

Le attività’ di SOCMINT riguardano il monitoraggio dei contenuti, come ad esempio i messaggi o le foto postate, e qualsiasi altro genere di dati prodotti durante una sessione di attività’ sui social.

Tali informazioni, siano esse private o pubbliche, coinvolgono le interazioni tra persone, tra persone e gruppi o tra gruppi diversi.

I metodi usati per analizzare i dati prodotti attraverso i social network sono diversi:  possono prevedere anche la correzione manuale di contenuti, pubblici o privati, o di intere pagine; o la revisione dei risultati di alcune ricerche o di alcune domande; o la modifica delle attività’ o dei contenuti postati dall’ utente; oppure lo scraping, che tradotto significa raschiare e che consiste nell’estrarre il contenuto di una pagina web e nel duplicarlo in una maniera accessibile a coloro che si occupano di social media intelligence.

Chiaramente l’attività di SOCMINT  prevede una serie di procedimenti per raccogliere, conservare, e analizzare i dati prodotti sui social media, dati che vengono in seguito tradotti in analisi e trends.


Scopo dell’attività di SOCMINT

Le attività’ di intelligence e di sorveglianza hanno subito negli ultimi anni diversi cambiamenti, in parte legati al fatto che la popolazione ha notevolmente incrementato la quantità’ di dati prodotti, dati che oggi vengono gestiti attraverso nuove procedure di raccolta e di elaborazione.

Il SOCMINT e’ una nuova forma sorveglianza allo stesso tempo aperta e coperta, il cui impiego e’ cresciuto in epoca recente sia da parte dei governi che da soggetti privati.

L’espressione Social Media Intelligence viene talvolta sostituita dalla equivalente Open Source Intelligence (OSINT), sebbene esista una differenza sostanziale tra le due attività’: mentre l’OSINT analizza solo dati pubblici, come articoli, siti e blog, la SOCMINT analizza sia quelli pubblici che quelli privati, vale a dire messaggi e chat.

Dunque questo spiega la ragione in base alla quale la SOCMINT necessiti di una regolamentazione più’ specifica, nonché’ di prerogative e tutele che tengano conto della natura particolare dei social media, e cioè’ quella di uno spazio privato, essendo gestito da una società’ privata, nel quale le persone condividono pubblicamente e liberamente informazioni che possono avere anche carattere privato.

Sebbene le differenze tra le categorie di sorveglianza aperta e coperta siano sempre più’ sfumate, gli aspetti meno regolati del SOCMINT riguardano l’attivita’ di monitoraggio relativa ai dati pubblici condivisi sui social.

Nel contesto di un social network un’informazione viene considerata pubblicamente accessibile quando può’ essere letta non solo dai nostri contatti ma anche da persone o organizzazioni non iscritte al social. Oppure quando e’ leggibile da una persona che e’ iscritta al social ma che non rientra tra i nostri contatti.

Qualsiasi tentativo da parte delle forze di sicurezza o dei servizi di aggiungere l’utente obiettivo tra i propri contatti validi, magari attraverso un profilo fake, al fine di ottenere maggiori informazioni rispetto a quelle accessibili a tutti, deve essere considerato come un’attività sotto copertura ovvero come sorveglianza coperta, e dunque sottoposta alle regole ed alle garanzie previste, simili a quelle adottate nelle attività’ sotto copertura svolte in uno spazio fisico.

Ciò’ significa che qualsiasi tentativo di infiltrare una persona costituisce un’azione di copertura del governo federale, strettamente disciplinata dalla legge.

Nel caso in cui l’attività di intelligence dia luogo ad una grave compressione della privacy del soggetto posto sotto osservazione,  deve essere dimostrata la sua necessita’ nonché’ la sua proporzionalita’ ai fini del  raggiungimento di uno scopo legittimo.

Tuttavia le forze di polizia e le altre agenzie di sicurezza sostengono che il SOCMINT abbia un basso livello di impatto sulla privacy delle persone, nel caso in cui si limiti ad esaminare solo le informazioni disponibili al pubblico.

Questa errata rappresentazione del SOCMINT non corrisponde alla realta’, specialmente ove si tenga conto del carattere intrusivo della raccolta, della conservazione, dell’uso e della condivisione di alcune delle informazioni personali prodotte dal soggetto sotto esame.

Le piattaforme di social network nelle quali i dati dell’utente vengono condivisi online coinvolgono la privacy dell’individuo.

Ad esempio, la condivisione di un post su Twitter può’ comportare la rivelazione del luogo nel quale questi si trova,  cosi’ come il contenuto del post puo’ implicare la rivelazione di un’opinione personale,  anche di carattere politico. Oppure informazioni sulle preferenze personali, sui gusti sessuali o sullo stato di salute.

Dunque l’idea delle informazioni pubblicamente reperibili sui social media tali da non avere alcun impatto sulla privacy del soggetto a cui si riferiscono, come e’ emerso da questo genere di sorveglianza non regolata da norme o comunque soggetta a norme non conosciute, non’ trova riscontri concreti.

Anzi, la prassi ha  condotto ad un punto in cui gli ufficiali di polizia e dei Servizi sono portati a ritenere che tutto quello che sia loro accessibile sui social possa essere tranquillamente raccolto ed elaborato, con pochissime limitazioni, tutele e verifiche.


Ma il SOCMINT e’ illegale?

L’impiego dell’analisi attraverso la social media intelligence costituisce un’intrusione nella vita privata delle persone, e dunque deve attenersi ai principi internazionali della legalita’, della necessita’ e della proporzionalita’. Sebbene si tratti di informazioni pubblicamente accessibili devono trovare applicazione gli standard riconosciuti internazionalmente per la tutela dei diritti umani.

La Corte Europea dei Diritti Umani ha sostenuto in una sua sentenza come “vi sia una zona di interazione di una persona con le altre, anche in un contesto pubblico, che può’ ricadere nella definizione d “vita privata”.

Ad esempio, esprimendo un commento circa l’uso della video sorveglianza la Corte ha affermato che “il normale impiego dell’attività di video sorveglianza, sia in un luogo pubblico che in una proprietà’ privata, ove essa risponda ad un uso legittimo e prevedibile, non deve sollevare alcuna questione in merito all’art. 8 della Convenzione”.

Preoccupazioni in ordine alla privacy possono sorgere in relazione alla registrazione di  momenti di vita privata, specie di fronte ad un periodo prolungato di registrazioni.

Gli elementi presi in considerazione dalla Corte hanno analizzato la presenza o meno di una raccolta di informazioni sul soggetto sotto esame, la presenza o meno dell’elaborazione o dell’ utilizzo di tali dati,  ed in ultimo se ci sia o meno una loro pubblicazione, secondo modalità’ che superino le normali previsioni.

In effetti se l’attività di raccolta ed elaborazione di informazioni per scopi di intelligence viene lasciata senza alcun tipo di regolamentazione, affidata solo alla routine, essa può portare ad alcune forme di abuso simili a quelle che si verificano nel corso delle attivita’ di sorveglianza sotto copertura.

Si pensi ad esempio alla sistematica messa sotto sorveglianza di particolari gruppi di persone, siano esse individuate da connotazioni di tipo religioso o etnico, da parte delle forze di polizia.

Come e’ possibile stabilire se vi sia o meno una sorta di persecuzione di tipo razziale o politica se non vi e’ alcuna forma di supervisione, trasparenza o informazione da parte della polizia?

C’e’ stato recentemente il caso Raza vs Stato di New York, dove e’ emerso come le forze di polizia avessero preso di mira una comunità’ musulmana, impiegando tra i vari strumenti di spionaggio anche il SOCMINT. Il caso e’ emerso in seguito ad una denuncia del gruppo American Civil Liberties Union.

Questa attivita’ di sorveglianza può’ avere effetti negativi anche nei confronti della liberta’ di espressione. Infatti la SOCMINT non colpisce solo il soggetto posto sotto osservazione ma tutti i suoi contatti. Se scambiare quattro chiacchiere su di un social network potrebbe sembrare una cosa piacevole, puo’ diventare spiacevole comunicare con una persona sapendo che questa e’ posta sotto osservazione da parte dalle forze di polizia.


In quale modo i governi abusano del SOCMINT

I governi di diverse nazioni, democratici o meno, hanno sviluppato un certo interesse per questa forma di sorveglianza veloce ed economica.

L’attività di sorveglianza esercitata da un governo può’ avvenire sia esternamente al social network, ad esempio tenendo sotto controllo il browser e le pagine visitate dal soggetto osservato speciale, oppure attraverso un agente infiltrato come un normale utente del social, o ancora utilizzando un profilo fake, o in ultima analisi intercettando il flusso di informazioni a monte attraverso il controllo del PC o dell’internet provider ovvero facendo richiesta direttamente al social network.

In Thailandia l’ attività’ di sorveglianza sui social avviene sia attraverso le forze di polizia, un 30% dell’organico e’ destinato natale funzione, sia attraverso l’incentivo alla delazione da parte degli utenti.

La stessa cosa accade in Palestina ed in Egitto. Negli Stati Uniti l’agenzia Zero Fox ha ricevuto dure critiche dopo aver denunciato 19 possibili sobillatori tra gli utenti social di Baltimora, a seguito dell’omicidio del giovane Freddie Gray da parte della polizia. Tra questi vi erano anche alcuni attivisti del movimento Black Lives Matters.

Nel 2013 la polizia inglese, cosi’ come quella gallese e la nord irlandese, ha avviato un intenso monitoraggio dei social network, nel tentativo di prevedere l’esplosione di eventuali disordini sociali. (cm)

Della tutela della privacy ai tempi di Facebook

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Due miliardi di utenti di Facebook schedati come criminali comuni.

Non e’ una battuta, ma esattamente ciò’ che accade ogni volta che ci taggiamo col nostro nome sulla foto che ci ritrae sul nostro profilo social.

Proprio come in un qualunque ufficio di Polizia dove, attraverso un software in grado di estrarre i dati biometrici dalla foto segnaletica, vengono raccolti e gestiti i nostri dati personali.

Stiamo parlando della conservazione e della gestione dei dati che ci riguardano, tra cui anche quelli sensibili, e dunque del nostro diritto alla privacy.

A spiegarlo in maniera puntuale e’ l’associazione di giornalismo investigativo “Center for Public Integrity”, che in un articolo mette in guardia gli utenti di Facebook sulla politica di gestione adottata da quest’ultima in relazione ai dati biometrici dei suoi iscritti.

Ricordiamo che i dati biometrici sono assimilati, secondo la nostra giurisprudenza, ai dati personali, e dunque ricompresi nella tutela normativa prevista dalla legge n. 675/1996 (obbligatorietà’ dell’ informazione per la raccolta e consenso dell’ interessato con comunicazione al Garante della privacy per il loro trattamento).

Nel 2015 un gruppo di utenti statunitensi ha intentato una class action contro il gigante di Meno Park, presso la Corte federale dello stato dell’Illinois. L’accusa mossa contro la corporation californiana e’ quella di avere violato la legge che impedisce la raccolta e la gestione dei dati biometrici senza il consenso del loro titolare.

Tutto comincia nel 2011, quando Facebook introduce per la prima volta il tagghing sulle foto postate o condivise.

 La società’ sostiene di avere informato gia’ da allora gli utenti, in realtà’ ciò’ avviene solo l’anno successivo (giugno 2011) e solo in alcuni Stati. La novità introdotta non è da poco: con il tagghing si autorizza la corporation a conservare la foto associata al nome del soggetto taggato, oltre alle informazioni biometriche desumibili dalla foto stessa.

Stiamo parlando di un algoritmo che scannerizza “alcuni tratti del volto di una persona, come la distanza tra gli occhi, il naso e le orecchie” per trasformarli in un “numero univoco“. Ovvero di elementi biometrici personali ed esclusivi come il DNA di una cellula.

Ma quale sarebbe il motivo che ha spinto Facebook ha raccogliere ed a gestire i dati biometrici dei suoi utenti?

Secondo alcuni esperti si tratterebbe del profitto associato alla vendita di spazi pubblicitari, oltre che alla vendita delle informazioni suoi gusti degli utenti.


Un modello di business

Il modello di business sottostante al più’ famoso dei social network fonda la sua sostenibilità’ economica sulla vendita di spazi pubblicitari, avendo questo scelto di conservare il carattere della gratuita’ per i suoi iscritti. Vendita di spazi, dicevamo, associata alle vendita delle informazioni sui suoi utenti, desunte dalle loro interazioni sul social stesso.

Facebook ha più’ volte dichiarato di non avere alcuna intenzione di monetizzare i dati raccolti basati sul riconoscimento facciale. Intanto però, secondo un’analisi elaborata dal centro Allied Data Research, nel 2026 il mercato dei dati relativi alla riconoscibilita’ del volto varrà’ qualcosa come 9,6 miliardi di dollari.

E sara’ forse per questa ragione che Facebook Inc. sta lavorando alacremente ad una nuova tecnologia, sempre nel campo del riconoscimento facciale, in grado di dare un nome ad un volto anche se la foto che lo ritrae e’ scura o poco visibile  . E che consente anche di riconoscere una persona in base agli abiti che indossa o alla postura che assume  .

Facebook avrebbe presentato la domanda per registrare il nuovo brevetto, per essere in grado, un domani, di vendere pubblicita’ associata ai dati biometrici del corpo o del viso dei suoi utenti.

E se effettivamente la corporation californiana ha intenzione di entrare in questo ricco mercato, dovrà’ disporre di un patrimonio di informazioni senza uguali. Ben oltre quello garantitole fino ad oggi dai post dei suoi utenti.

Ad esempio i 350 milioni di foto postate ogni giorno dai due miliardi di iscritti al social.

Questo immenso data base rappresenta la miniera d’oro del programma di ricerca sul riconoscimento facciale, denominato “Deep Face”.

Quando Facebook ha inventato questa tecnologia, nel 2014, sebbene fosse già’ in grado di riconoscere buona parte degli abitanti della terra, non aveva ancora in mente di creare un data base.

Oggi che ha deciso di raccogliere tutti questi dati attraverso il tagghing, la corporation ribadisce di non avere alcuna intenzione di metterli in vendita.

Tuttavia gia’ oggi il social network impiega il riconoscimento facciale per organizzare le foto postate sul profilo, oltre che per sostenere programmi di ricerca sull’intelligenza artificiale.

L’obiettivo e’ quello di creare una piattaforma pubblicitaria innovativa sulla quale pubblicare avvisi personalizzati.

L’ impiego dell’intelligenza artificiale applicata al riconoscimento facciale consentirebbe di estrapolare un numero maggiore di dati sui gusti e le preferenze degli utenti.

Tutti informazioni che le società’ con grossi budget pubblicitari sarebbero disposte a pagare oro.

E’ evidente, infatti, come una tecnologia in grado di riconoscere, ad esempio, il genere di libri letti dall’utente attraverso una foto da questi postata, consentirebbe a Facebook di vendere a caro prezzo lo spazio pubblicitario su quella bacheca alle case editrici specializzate in quello stesso genere letterario.


Normativa sulla privacy e pareri del Garante

La legge n.675/1996 disciplina nel nostro ordinamento la tutela dei dati personali. All’art. 10 essa stabilisce , in merito alle informazioni rese al momento della raccolta, che: “L’interessato o la persona presso la quale sono raccolti i dati personali devono essere previamente informati oralmente o per iscritto“.

L’art. 11 dispone invece che “Il trattamento di dati personali da parte di privati o di enti pubblici economici è ammesso solo con il consenso dell’interessato“.

La legge riconosce poi, all’art.22, che i “Dati personali (quelli) idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante“.

Il Garante ha stabilito il 19 novembre 1999 che “Le impronte dattiloscopie, (le improntedigitali) che forniscono un preciso elemento identificativo di ogni persona fisica, alla luce della definizione fornita dall’art.1, comma 2, lettera c della legge 675/96 sono senza dubbio dati personali e, pertanto, il loro trattamento rientra nell’ambito di applicazione della legge (n.675/96)”.

Già oggi l’impiego della tecnologia che consente il riconoscimento facciale è molto diffuso.

Lo si trova, ad esempio, nelle telecamere anti taccheggio piazzate tra i reparti dei supermercati. Oppure nelle videocamere di sicurezza situate nei locali degli istituti di credito.

Il 28 febbraio 2001 il Garante ha stabilito  a questo proposito che “costituiscono dati personali ai sensi dell.art.1, comma 2, lett. C della legge n.675/96 le impronte digitali e l’immagine del volto dei clienti di un istituto di credito raccolti all’entrata della banca attraverso un apposito dispositivo elettronico (denominato Biodigit)”. Dunque l’accesso nei locali di una banca dove vengono prese e conservate sia le impronte digitali che le immagini del volto della clientela può avvenire solo se questa è stata debitamente preavvisata.

Riguardo poi alla raccolta abbinata tanto delle immagini quanto delle impronte il Garante a stabilito nel parere del 7 marzo 2001 cheLa rilevazione dei dati biometrici di coloro che accedono ai locali di una banca, ove formalmente giustificata dalla mera affermazione di una generica ed indimostrata esigenza di sicurezza, non suffragata da specifici elementi di rischio, si pone in contrasto con il principio di proporzionalità di cui all’art. 9 della legge n. 675/1996. Ne consegue che il trattamento dei dati raccolti con detto sistema di rilevamento è illecito, traducendosi in un sacrificio sproporzionato dei singoli interessati”.

Infine, con il parere del 29 marzo 2016 il Garante ha stabilito che la richiesta da parte di società e finanziarie dell’acquisizione dei dati biometrici attraverso la foto del documento di identità in cambio della concessione di un prestito o di un mutuo,  rappresenti un “non necessario e non proporzionato uso generalizzato dei dati biometrici dei clienti” passibile anche di abuso. (cm)

Un mattone per amico

La Romanina

L’interesse giornalistico legato alle vicende del Gruppo Scarpellini è quello di mettere in luce da una parte il legame tra politica ed imprenditoria ogni qual volta si ha a che fare con il settore immobiliare, specie in una città come Roma dove il piano regolatore e più in generale il modello urbanistico incide non solo sulla sua geografia e sul suo sviluppo, ma anche sul valore del suo suolo.

E dunque le scelte che riguardano quest’ultimo definiscono il profitto e la rendita del comparto immobiliare, comparto che in una città come la Capitale d’Italia ha riguardato, prima dell’inizio della crisi del 2008, il 25% del PIL . Dall’altra l’importanza che un contratto quale quello di Facility Management, ovvero di gestione del patrimonio immobiliare e dei servizi ad esso connessi, ha assunto negli ultimi anni, come mostrato anche dalla vicenda Consip.

Il contratto di FM è quello nel quale il titolare si impegna a fornire un complesso di servizi destinati al mantenimento dell’immobile nello stato in cui viene preso in carico, oltre a servizi di supporto quali quelli di pulizia, di sicurezza, di portierato, ecc.  A questo proposito la Corte dei Conti fa notare come sia necessario evitare la costituzione di cartelli da parte degli operatori di mercato, intendendo con tale espressione accordi tesi alla spartizione del mercato stesso. Questo perché tali patti sono in grado di condizionare l’esito di una gara e dunque oltre che illegali sono anche dispendiosi e inefficienti.

Per prevenire tale pratica, come sottolineato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, occorre ridurre le dimensioni dei vari lotti nei quali vengono attualmente distribuite le gare.

E’ evidente infatti come la loro dimensione costituisca una barriera all’ingresso del mercato per quanto riguarda gli operatori di piccole e medie dimensioni. Posto che le complessità e le risorse necessarie alla gestione di un contratto di FM crescono in misura proporzionale all’importo dell’appalto.

Dunque se la dimensione dei lotti risulta essere eccessivamente elevata l’elemento della concorrenza ne viene, nei fatti, svuotato e svilito. Parallelamente l’interesse dell’amministrazione ne subisce una lesione grave, venendo a mancare una reale competitività e dunque quella necessaria compressione dei costi ottenuta da una reale contendibilità del mercato.


Il gruppo Scarpellini

Presente da più di quarant’anni sul panorama immobiliare italiano, oggi – si legge sul sito – il gruppo è leader nel proprio settore. La prima operazione immobiliare condotta dal fondatore e attuale presidente del gruppo Sergio Scarpellini risale al 1987, con l’acquisto e la successiva locazione al Senato dell’ex Hotel Bologna, situato in piazza S. Eustachio, tra il Pantheon e piazza Navona.

Si racconta come già a partire da questa operazione, sebbene la cooperativa Global Service dovesse ancora nascere, venne offerto quel modello di business che il gruppo definisce “chiavi in mano” e che consiste in un pacchetto di servizi aggiuntivi alla locazione che vanno dal portierato alle pulizie, dalla sicurezza al servizio di catering, fino alla gestione del bar interno agli uffici.


Il dossier Crivellini- Radicali

Secondo quanto contenuto nel dossier dei Radicali presentato l’11 agosto 2010 da Marcello Crivellini, professore associato di Organizzazione sanitaria al Politecnico di Milano, e relativo ai contratti stipulati dalla Milano ’90 del Gruppo Scarpellini con la Camera dei Deputati, quest’ultima avrebbe pagato in dieci anni, dal 1998 al 2008, 352 milioni di euro per gli affitti e 172,6 milioni di euro per i servizi.

Il tutto senza mai indire una gara pubblica.

Il dossier indica i seguenti contratti di affitto relativi ad altrettanti palazzi concessi in affitto alla Camera:

– P.za S.Claudio V.del Tritone (9+9) inizio 1997 per 7,5 milioni di euro l’anno (esc. IVA) e 3,4 milioni di euro per i servizi aggiuntivi (esc. IVA)

– Via Poli-Via del Tritone (9+9) inizio 1998 per 6,7 milioni di euro l’anno e 3,4 milioni di euro per i servizi aggiuntivi

– P.za S. Silvestro- via del Pozzetto (9+9) inizio 1999 per 5,1 milioni di euro e 2,3 milioni di euro per i servizi

– P.za S.Claudio- v.del Tritone (8+8) inizio 1999 per 363.841 mila euro più 60.442  euro per i servizi

– P.za S.Silvestro- v. della Mercede (9+9) inizio 2000 per 6,6 milioni di euro più 3,2 milioni di euro per i servizi

Ricapitolando, le spese annuali per affitti pagate dalla Camera dei Deputati alla Milano ’90 sono state:

1997 14,4 miliardi di lire

1998  27,6 miliardi di lire

1999  38,4 miliardi di lire

2000  51,36 miliardi di lire

fino ad arrivare al

2010   31,42 milioni di euro

Totale 352 milioni di euro solo per gli affitti

A questa cifra vanno aggiunti i servizi acquistati sempre dalla Camera dalla Milano ’90, che ammontavano al 2010 alla cifra complessiva di 172,6 milioni di euro


Le attività del Gruppo

Dicevamo come l’attività principale del gruppo sia rappresentata dalla costruzione e dalla gestione di immobili, per conto proprio o di terzi. Per dare un’idea del giro di affari che può generare una sublocazione di immobili, si riporta la vicenda dell’affitto, per due milioni di euro mensili, di un palazzo di proprietà dell’Impgi.

Si tratta dell’immobile sito in Largo Lamberto Loria, di proprietà dell’Impgi, la cassa previdenziale dell’Ordine dei Giornalisti. Il palazzo in questione è stato affittato dal gruppo Scarpellini a Roma Capitale, per nove milioni di euro mensili. Dal febbraio 2008, anno in cui Milano ’90 srl, società del gruppo Scarpellini, stipula il contratto col Comune di Roma, al 2015 quest’ultimo avrebbe versato nelle casse della società citata una cifra complessiva pari a 71 milioni di euro, equivalente al doppio circa del valore del palazzo affittato. Nei nove milioni è incluso anche il pacchetto dei servizi Global Service.

L’Impgi vanta nei confronti della Milano ’90 un credito di 2 milioni e 400 mila euro, ed ha per questo ottenuto il sequestro di un immobile di proprietà del gruppo Scarpellini sito a Tor Vergata.


I clienti del Gruppo Scarpellini

Oltre a palazzo Bologna il Gruppo Scarpellini possiede una serie di palazzi di pregio, la maggior parte dei quali situata nel centro storico di Roma. Ci riferiamo in particolare al Complesso Marini, sito tra piazza S.Silvestro e via del Tritone, e composto da quattro fabbricati tre dei quali ospitano uffici della Camera, per una superficie totale di 50 mila mq.

C’è poi l’immobile che si trova tra via delle Vergini e via dell’Umiltà, non molto distante dalla Fontana di Trevi, che ospita gli uffici del Consiglio di Stato, di Roma Capitale, del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’Associazione stampa Estera e della società Ray Way, per una superficie complessiva pari a 16 mila mq.

Vi è quindi il palazzo di via Flaminia, dietro piazza del Popolo, che con una superficie di 14 mila mq ospita il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. A questo si aggiungono i due edifici di via Po che ospitano la sede della società di consulenza Ernst & Young, per una superficie globale di 14 mila mq.

Tra Fontana di Trevi e il Quirinale abbiamo quindi il palazzo di via Poli che ospita, su di una superficie di 1.500 mq, uffici di pregio.

Nella struttura un po’ distaccata di via Nicolai, su di una superficie di 3.500 mq, troviamo una delle sedi della ex municipalizzata dei rifiuti Ama spa.

In via Tuscolana n.1091 abbiamo quindi la sede della società di comunicazioni Wind spa. In via Libano, all’EUR, su di una superficie di 2.000 mq, troviamo invece la sede della Mapei spa, la società di prodotti per l’edilizia. Ed infine, nella location del Parco dell’Appia Antica, abbiamo la villa appartenuta a Silvana Mangano, per una superficie complessiva di 8.000 mq.


Global Service

Si diceva della cooperativa Global Service che rappresenta una delle principali attività del Gruppo. Oltre alla locazione dell’immobile, il contratto di Facility Management può prevedere una serie di servizi aggiuntivi, quali l’assistenza tecnica, la ristorazione, il servizio postale, l’accoglienza, la guardiana, tutte attività che possono essere offerte su richiesta assieme ai locali affittati e che vengono gestite da questa cooperativa tuttofare.

Il modello a ci si ispira è quello del Residence Acqua Acetosa Ostiense, un nuovo complesso residenziale realizzato recentemente in zona Eur. Si tratta di un gruppo di appartamenti di proprietà e gestito dal Gruppo Scarpellini, nel quale si possono avere i servizi a cui si accennava, a partire da quello di sorveglianza, attivo 24 ore su 24.


Partecipazioni del gruppo

Tra le società partecipate dal Gruppo Scarpellini troviamo:

Agefin srl società nata nel 1994, attualmente con un capitale sociale pari a 10,200 euro, per il 60% di proprietà del Gruppo Scarpellini, anche se attualmente risulta essere in liquidazione.

Fondiaria Cinecittà srl costituita nel 2010, ha un capitale sociale pari a 50.000 euro  ed un unico socio, rappresentato dal Gruppo.

Zero Uno Immobiliare srl costituita nel 2001 con un capitale di 10.000 euro e di proprietà del Gruppo per una quota pari al 66%.

Medea srl società nata nel 2003 con un capitale di 30.000 euro per il 95% di proprietà del Gruppo.

Zefiro Country Club srl Unipersonale, costituita nel 1997 con un capitale di 75.000 euro, risulta essere interamente (100%) di proprietà del Gruppo.

Semavig R.E. srl costituita nel 2013 con un capitale di 10.000 euro, il 90% del quale di proprietà del Gruppo.

Aries srl società fondata nel 2005 con un capitale di 10.000 euro, per il 98% di proprietà del Gruppo.

Immobilfin Immobiliare Finanziaria srl costituita nel 2005 con un capitale di 10.000 euro per il 98% di proprietà del Gruppo.

Milano ’90 srl costituita nel 2001 con capitale sociale pari a 55.000.000 dei quali il 20% di proprietà della Aries srl, mentre per l’80 % di proprietà della Immobilfin srl.

Marem srl fondata nel 2002 con capitale pari a 25.500 euro interamente di proprietà del Gruppo.

Acilia 91 srl costituite nel 2002 con capitale pari a 4.080 euro per il 40% di proprietà del Gruppo

Easy Net srl società costituita nel 2016 con un capitale di 3.400 euro di cui la quota appartenente al Gruppo è del 4,86%

Vise srl società costituita nel 2010 con capitale di 5.000 euro di cui il 50% di proprietà del Gruppo

Progetto ’90 srl fondata nel 2002 con capitale pari a 54.264 di cui di la quota di proprietà del Gruppo è del 56%

Torre San Michele srl società fondata nel 2008 con capitale di 1.500.000 euro di cui la quota del Gruppo è pari al 50%.


La struttura finanziaria

Le due società chiave in tutto questo elenco sono la Milano ’90, che oltre ad essere un’impresa edile di medie dimensioni è, come abbiamo visto sopra, la società intestataria dei contratti di Facility Management degli immobili di pregio del centro storico, attualmente Marini 1,2,3,4, via Flaminia e via Po 28/30 e 32/34, e la Immobilfin srl, che pur essendo una srl costituisce la capogruppo.

Fondata nel 2001 la Milano ’90 srl ha per oggetto la costruzione, la compravendita, la gestione e l’amministrazione di beni immobili, sia in proprio che per conto terzi.

A ciò si aggiunge anche la gestione sia in proprio che per conto terzi di: alberghi, pensioni, ristoranti, cinema, teatri, luoghi di divertimento, bar, caffè, stazioni termali e complessi immobiliari destinati ad uffici. Il tutto assicurando agli stessi, in tutto o in parte si legge nell’atto costitutivo della srl, “i servizi di cui necessitano ed in particolare i servizi di portineria e di assistenza ai piani di ristorazione, di caffetteria, di lavanderia, di pulizia e di quant’altro eventualmente richiesto con personale e mezzi propri o di terzi“. La società può altresì gestire presidi medici e di pronto soccorso, oltre ad elaborare, in modalità statistica o contabile, dati numerici, alfabetici o alfanumerici.

Per raggiungere il suo scopo sociale – si legge ancora nell’atto istitutivo di Milano ’90 – la società “potrà compiere tutte le operazioni mobiliari ed immobiliari (esclusa la mediazione e l’intermediazione) e finanziarie in esso inerenti (esclusa la raccolta del risparmio) assumendo partecipazioni ed interessenze in altre società ed imprese aventi oggetto analogo, affine e connesse al proprio, sia direttamente che indirettamente“. La srl potrà inoltre prestare e ricevere fideiussioni ed avalli, nonché prestare garanzie reali e personali anche a favore di terzi.

Come abbiamo già avuto modo di vedere il capitale sociale della Milano ’90 è composto da 55.000.000 di euro, tutto interamente versato e la cui titolarità risulta essere così distinta: per l’80% di proprietà della Immobilfin, srl società Immobiliare Finanziaria, per una quota pari a 44.000.000, mentre per il restante 20% della Aries srl, con una quota pari a 11.000.000. L’intero ammontare del capitale sociale (55.000.000) risulta essere gravato dalla garanzia di un pegno in favore della banca tedesca Aareal Bank AG. In bilancio viene indicaro un credito verso la banca tedesca per 8.771.024 euro in conto mutui.

Milano ’90 non è solo una società finanziaria con partecipazioni in altre società per 24.660.146 euro (bilancio 2015), per un totale immobilizzazioni finanziarie pari a 152.397.392 euro, ma anche un’impresa di costruzioni. Nel bilancio relativo all’esercizio fiscale 2015 troviamo infatti un totale immobilizzazioni materiali per 908.956.359 euro, dei quali 908.604.371 relativi a terreni e fabbricati.

Il totale dei crediti verso clienti ammonta a 37.663.415 euro, per un totale crediti pari a 1.128.333.341 euro; per quanto riguarda i debiti invece, quelli verso i fornitori ammontano a 13.510.463 euro, mentre più consistenti sono quelli vero le banche, pari a 423.055.250 euro. Il totale passivo ammonta a 1.128.333.341 euro.

Sempre secondo l’esercizio finanziario relativo al 2015 il totale dei ricavi derivanti dalla produzione ammonta a 35.143.352 euro, mentre i costi d’esercizio ammontano a 42.208.618 euro, per una perdita d’esercizio pari a 15.212.765 euro.


Società controllate da Milano ’90

Tra le società controllate da Milano ’90 troviamo una serie di srl alcune delle quali si riferiscono a progetti immobiliari, realizzati e non.

Ohm Comunications srl, capitale sociale pari a 100.000 euro, perdita esercizio 2015 pari a  -401 euro e quota della partecipazione pari al 100%.

El Greco srl capitale pari a 12.000 euro, perdita -121.748 euro e quota di partecipazione pari al 100%.

Goya 2001 srl con capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio per -121.794 euro e quota di partecipazione pari al 100%.

Raffaello 2001 srl capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio per -137.570 euro e quota di capitale sociale pari al 100%.

Rubens 2001 srl capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio pari a -121.790 euro e quota di capitale pari al 100%.

Pegaso srl con capitale pari a 15.000 euro, utile d’esercizio pari a 6.181 e quota di capitale pari al 100%.

Allevamento la Nuova Sbarra srl con capitale sociale pari a 25.000 euro, perdita d’esercizio pari a -1.783.041 euro e quota di capitale di proprietà pari al 98%.

Imdeca srl con capitale sociale pari a 10.200 euro, utile pari a 18.154 e quota di proprietà pari all’ 80%.

Sviluppo Romanina srl con capitale sociale 10.000 euro, perdita d’esercizio pari a -189 euro e quota di proprietà pari al 100%.

Roma Olimpia SSD a RL con capitale sociale pari a 10.000 euro, perdita d’esercizio pari a -5.217 e quota di proprietà pari al 100%.

Prog.Ed srl la società è imm fase di liquidazione, il suo capitale sociale ammonta a 10.341 euro, la sua perdita d’esercizio è pari a -277.180 e la quota di proprietà è pari al 100%.

Tra le società collegate troviamo la Grand Hotel Nazareno srl, sito in via Francesco Benaglia n.13 a Roma, con un capitale sociale pari a 90.000 euro, una perdita d’esercizio per -1.649 euro ed una quota di proprietà del Gruppo pari al 50%.


La centralità la Romanina

Le centralità rappresentano, in base al PRG approvato in via definitiva nel febbraio del 2008 dalla giunta di centrosinistra guidata da Valter Weltroni, l’asse di sviluppo della città di Roma lungo il margine esterno costituito dal Grande Raccordo Anulare.

Previste da principio nel numero totale di diciotto, il loro scopo era di quello di decentrare funzioni e attività direzionali verso la periferia della città, sulla scia del vecchio progetto dello SDO (Sistema Direzionale Orientale).

Periferia che avrebbe dovuto di conseguenza divenire nuova centralità pubblica, appunto, avendo come condizione per l’avvio dei lavori la presenza di una fermata di servizio pubblico su ferro entro un raggio di massimo 2,5 chilometri.

Alle originarie 18 ne vennero inserite ulteriori cinque, questa volta al di fuori dalla pianificazione complessiva (PRG) e tramite lo schema dell’accordo di programma.

Si tratta di una procedura prevista dalla legge 8 giugno 1990 n.142 che consente di realizzare, secondo un iter semplificato, opere di interesse pubblico seguendo una tempistica notevolmente ridotta. Ovviamente al di fuori del PRG.

Una di queste nuove centralità era la Romanina, che doveva essere realizzata su terreni di proprietà dell’immobiliarista Sergio Scarpellini.  Erano questi terreni che negli anni ’90 appartenevano alla società pubblica Telecom, e prima ancora all’ azienda di telecomunicazioni Italcable. Su di essi, oltre ai vecchi centralini, si trovavano le ex Officine Marconi. In una vecchia puntata di Report intitolata “I re di Roma” si accenna al fatto che fino al 2000 quall’area era per il 75% di proprietà di Telecom, mentre per il restante 25% in mano a privati. Scarpellini dichiarerà di averne acquistato una quota nel 1990 per 160 miliardi di lire. Di li a poco sarà la giunta di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli a trasformare quell’area in una centralità.

Secondo il PRG approvato nel marzo del 2003 quell’area prevedeva l’edificazione di 1.300 mila metri cubi tra edilizia residenziale, commerciale e servizi.

La cosa strana è che non molto distante dalla Romanina quel PRG aveva previsto anche un’altra centralità pubblica, Tor Vergata, dove sorgevano già la seconda Università Roma 2, il Policlinico, il CNR e la Banca d’Italia.

E dove si sarebbe potuta agevolmente concentrare l’invasività delle nuove cubature, il tutto senza bisogno di fare “regali” a costruttori privati.

Nella puntata di Report Scarpellini racconta come a seguito della previsione della centralità Romanina nel PRG approvato dalla giunta Rutelli il valore di quell’area sia aumentato di cinque o sei volte. Ma evidentemente non bastava, perché nel novembre del 2007, prima che la giunta Veltroni approvasse in via definitiva il PRG, Scarpellini chiede di aumentare di 670 mila metri cubi quella stessa centralità  in cambio di 50 milioni di euro per la realizzazione della metropolitana leggera che doveva collegare Anagnina (terminal della metro A) con Torre Angela, dove sarebbe sorta la fermata della metro C.

Ma anche l’amministraziomne di centrodestra guidata da Gianni Alemanno ci mette del suo, perchè in una memoria di giunta del 21 ottobre 2010 l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini stabilisce, tra i criteri di attuazione delle centralità urbane ancora da pianificare (otto tra cui la Romanina) che occorre aumentare le cubature rispetto ai carichi fissati dal PRG al fine di garantire la sostenibilità economica dell’operazione.

Dunque nell’area della Romanina le cubature salgono dagli originari 1.300 mila metri cubi a 1.920 mila metri cubi. In aggiunta a ciò vengono modificate le proporzioni delle cubature da edificare, in particolare il residenziale passava da un 35% iniziale ad un 67%, quasi il doppio.

Dunque l’operazione di decentramento amministrativo veniva in parte snaturata con la previsione di nuove cubature da destinare ad uso abitativo, anzichè ad uffici. Infine, per consentire la realizzazione dell’operazione, il Comune avrebbe dovuto cedere al proprietario dell’area, cioè Scarpellini, il 24 del 30% iniziale di superficie a destinazione pubblica secondo quanto fissato dal PRG.

Scarpellini si ritrovava così la possibilità di costruire, dagli originari 300 mila metri cubi previsti, 1.300 metri cubi di appattamenti.

Il tutto in cambio di 364 milioni di euro, di cui 186 per l’aumento delle cubature rispetto al PRG. Dal canto suo Scarpellini si impegnava a realizzare le opere accessorie, come strade, fogne e parcheggi. Fortunatamente la delibera della giunta Alemanno non è stata approvata in tempo utile. (vedi “Chi comanda a Roma di Y.Sina pgg. 109-115).

Le società El Greco 2001 srl, Rubens 2001 srl, Goya 2001 srl e Rafaello 2001 srl sono titolari di un terreno edificabile in località la Romanina, per una superficie totale pari a 930.000 mq. Seconso l’ultimo PRG su tale terreno doveva dunque sorgere una centralità urbana di 599.122 mq pari a 1.917.190 mc.

La società Sviluppo Romanina srl è stata appositamente creata per realizzare le opere di costruzione ed urbanizzazione della centralità la Romanina.


 Gli altri progetti immobiliari del Gruppo

Oltre alla centralità la Romanina ed alla Residenza Acqua Acetosa Ostiense all’EUR, delle quai abbiamo già accennato, il gruppo ha altri progetti di sviluppo immobiliare, tra i quali figura il Comparto Z4 in località Casal Bernocchi. Si tratta di una lottizzazione situata tra la via del Mare e la Cristoforo Colombo che inizialmente prevedeva 116.000 mc. Di questi,  solo 63.000 mc sono stati realizzati e ceduti alla ASL RMD di Roma,  costituiti in gran parte da uffici e da poliambulatori.  Un’altra quota è stata venduta al gruppo GS Supermercati. La restante parte, pari a 53.000 mc, è stata destinata alla realizzazione di 232 appartamenti, progetto già approvato dalla Conferenza Servizi.

In località Ponzano Romano, ad 1 km dallo svincolo autostradale, il Gruppo Scarpellini intende realizzare un nuovo Polo Logistico da 120 mila mq. Oltre a magazzini e a spazi  destinati alla movimentazione delle merci, il centro ospiterà un hotel foresteria destinato agli autotrasportatori. Sempre nella stessa area è stato avviato un progetto per la realizzazione di un complesso di 24 ville. Diversa è invece la destinazione del Ponzano Romano Palace Hotel, un complesso alberghiero realizzato su di una superficie di 2 ettari e mezzo. La struttura ospiterà 200 stanze, oltre ad un centro congressi e ad una beauty farm, per un totale di 30.000 mc.

In località Capena il Gruppo intende invece realizzare un Centro Polifunzionale, una struttura idonea a svolgere le funzioni espositive e commerciali tipiche di un centro fieristico. Il centro verrà realizzato nel comune di Capena, tra l’uscita dell’autostrada A1 e la via Tiberina, a circa 15 km da Roma. Il progetto prevede la realizzazione di un edificio centrale da 170.000 mc, che si estenderà su di un’area dalla superficie complessiva di 86.00 mq, per complessivi 28.000 mq.

In ultimo, tra i progetti del Gruppo vi è anche la realizzazione di due tipologie di alberghi situati sulla via Tuscolana, alle spalle del Parco dell’Appia Antica.  I due alberghi saranno rispettivamente a tre e a quattro stelle, per un totale di 500 stanze.

Il centro prevede anche la costruzione di una galleria commerciale, di un centro congressi, di un centro fitness e di diversi punti di ristoro.

L’allevamento Nuova Sbarra

Sempre dalle note integrative al bilancio 2015 si legge come l’allevamento Nuova Sbarra srl possegga un patrimonio immobiliare composto da un terreno agricolo in località Acqua Pendente di 404.760 mq, e di un terreno agricolo in località Amelia, per 322.750 mq. parte di tali terreni è suscettibile di concessione edificatoria per 6.500 mc.

L’allevamento è titolare di 127 cavalli di cui uno da trotto, 27 da galoppo e 55 da allevamento, oltre a 44 puledri.


La situazione di bilancio di Milano ’90

Nella nota intergativa del bilancio 2015 di Milano ’90 viene sottolineato come per quanto riguarda gli ultimi tre esercizi (2013-15) le perdite della Milano ’90 ammontavano a complessivi 20.001.036 euro. Tale perdita è stata ripianata attraverso il fondo di rivalutazione pari a 714.336.909 euro.

Nel verbale, approvato dal consiglio di amministrazione della Milano ’90 in data 14 settembre 2016, viene riportato come l’esercizio 2015 si sia chiuso con una perdita di  15.212.765 euro. La perdita è stata ripianata attraverso le riserve di rivalutazione immobiliare. Si fa notare inoltre come nell’esercizio precedente essa ammontasse a 260.159.728 euro.

La gestione finanziaria data dalla differenza tra il reddito prodotto e gli oneri finanziari ha fatto registrare un risultato negativo di 17 milioni, rispetto ai 19,1 dell’esercizio precedente.

Nella nota integrativa viene indicato come l’attività principale del Gruppo, acquisizione e sviluppo di immobili, abbia subito nell’esercizio 2015 una diminuzione di 23,29 milioni di euro, pari al 40% del fatturato.

Il portafoglio immobiliare commerciale non residenziale di Milano ’90 rimane, al 31.12.15 stabile, con una superficie complessiva di 120.137 mq. dei quali 114.000 su Roma. Per quel che riguarda invece il portafoglio immobiliare residenziale esso ammonta a 6.908 mq dei quali 6.500 su Roma.

Per quanto attiene alle locazioni al 31.12.15, la proprietà immobiliare della società risulta locata per una quota pari al 71,72%, con 35,931 mq rimasti sfitti.

L’attività di fornitura servizi ha continuato a funzionare, mentre quella relativa alla gestione di bar si è notevolmente ridotta, limitandosi attualmente al solo bar interno al TAR del Lazio.

Bilancio Immobilfin srl

Per quanto riguarda il bilancio afferente alla capogruppo Immobilfin srl se da una parte lo Stato Patrimoniale registra un patrimonio netto pari a 237.231 euro, il risultato d’esercizio relativo al 2015 ha fatto registrare una perdita pari a 170.289 euro, a fronte di una perdita relativa all’esercizio precedente (2014) pari a 405.527 euro. Come riportato nella nota integrativa la perdita d’esercizio è stata ripianata attraverso gli utili portati a nuovo. (cm)

Dèjavù

carminati e nicoletti

In un rapporto del Reparto operativo dei carabinieri di Roma datato 23 settembre 1988, al quale vengono allegate fonti di prova oggettive come pedinamenti ed intercettazioni, si da conto di  un’associazione criminale composta da noti pregiudicati, la quale sarebbe solita incontrarsi presso i locali della Ale.Car srl, società sita al n.38 di via Celimontana.

Tra i pregiudicati indicati nel rapporto vengono fatti i nomi di Massimo Carminati, già membro dei NAR, Enrico De Pedis, Maurizio Lattarulo, anche lui ex NAR e braccio destro del De Pedis, Ettore Maragnoli, Giuseppe Scimone, Enrico Nicoletti, e Giuseppe De Tomasi.

L’inchieste prende il via allorquando Carminati viene visto uscire da un appartamento nella sua disponibilità situato in via Cassia, non distante dalla residenza di un noto magistrato romano.

Dati i trascorsi criminali del Carminati gli inquirenti temono che il magistrato possa essere fatto oggetto di un attentato. L’attività investigativa messa in moto nei confronti di Carminati permetteva di censire tanto i suoi spostamenti quanto le sue frequentazioni.

Come viene inicato nel rapporto Enrico De Pedis, che appare essere il vertice dell’organizzazione, gestiva direttamente due settori di attività: il riciclaggio, realizzato anche attraverso il ricorso all’usura,  e il racket del gioco d’azzardo, con il controllo diretto e indiretto di una vasta rete di sale d’azzardo.

Tutte costrette ad ospitare nei propri locali i videopocker gestiti dell’associazione criminale attraverso l’uso della minaccia.

Nel rapporto viene descritto come il De Pedis, malgrado sia da poco uscito dal carcere, si sia reinserito pienamente nell’attività descritta, curando l’aspetto direttivo dell’organizzazione.

Il rapporto dei militari non manca di far notare come nelle vicende dell’organizzazione in oggetto siano coinvolti anche numerosi pubblici ufficiali, tutti corrotti o comunque collusi.

Di questa collusione aveva già fatto cenno in una delle sue dichiarazioni il collaboratore di giustizia Maurizio Abbatino, che a tal proposito ebbe modo di evidenziare come: “tale associazione per operare nella massima tranquillità e senza interferenze, tenti di mantenere “rapporti” con apparati dello Stato e personaggi di vari uffici pubblici”.

Il controllo pressoché totale del racket del gioco d’azzardo consentiva all’associazione in oggetto di disporre di ingenti quantità di denaro liquido, da cui l’esigenza di doverle riciclare e reinvestire in attività lecite. (cm)

Processo trattativa: la Falange Armata

Operazione_Gladio

 

Nell’udienza del 25 giugno 2015 del processo cosiddetto sulla trattativa ha riferito in aula l’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, che nel periodo che va dal 1991 al 1993 ha ricoperto la carica di Segretario generale del Cesis, l’ente preposto al coordinamento ed al controllo sui servizi civili (Sisde) e militari (Sismi).

Secondo la legge n.801/1977 il Cesis era posto alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Il ruolo del segretario era ufficialmente quello di raccogliere documenti relativi all’attività dei due servizi, per poi presentarli sia al Governo che al Parlamento.

In precedenza dal 1985 al 1991 Fulci era stato ambasciatore d’Italia presso il Consiglio Atlantico, a Bruxelles.

Il Consiglio Atlantico è l’organo politico della NATO. Quest’ultima venne creata subito dopo la seconda guerra mondiale allorquando il mondo, nella sua complessità, venne distinto in due grandi blocchi: uno che faceva capo all’Unione Sovietica e l’altro agli Stati Uniti.


Le rivelazioni su Stay Behind

Fulci racconta come fino a tutti gli anni ’50 vi fosse forte il presentimento che dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, in forza degli attriti che si venivano a creare tra le due principali superpotenze.

Per arginare questo pericolo i paesi occidentali crearono l’alleanza corrispondente alla Nato. In base ad essa, se uno dei paesi membri fosse stato invaso da uno dei paesi del blocco sovietico, gli altri membri della NATO si sarebbero sentiti aggrediti e dunque avrebbero adottato tutte le misure militari e diplomatiche conseguenti.

Tale alleanza ebbe un ruolo di deterrenza determinante poiché riuscì  concretamente a frenare i sovietici, militarmente la nazione più forte, dall’invadere altre nazioni occidentali.

Rammenta Fulci come le informazioni riservate che giungevano in quel periodo parlavano del concentramento di grandi quantità di mezzi corazzati lungo i confini, con il rischio effettivo di un’occupazione manu militari anche per l’Italia. In queste condizioni l’unica possibilità di salvezza era rappresentata da un intervento nucleare da parte degli Stati Uniti.

In questo quadro il ruolo dell’ambasciatore Fulci presso il Consiglio Atlantico era quello di garantire un contatto continuo con tutti i paesi alleati, al fine di assicurare la massima credibilità alla difesa contro l’eventuale invasione russa. Dunque un deterrente effettivo.

Nel corso dello svolgimento della sua carica di Ambasciatore d’Italia presso il Consiglio Atlantico, il 24 ottobre del 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in una seduta parlamentare, ammetteva pubblicamente l’esistenza della rete Gladio. L’ambasciatore Fulci fu investito da questo avvenimento pur essendo completamente all’oscuro circa l’esistenza della rete clandestina.

Gladio, ricorda Fulci, faceva parte di una rete europea che in inglese veniva denominata Stay Behind, e che era stata costituita dagli organi di intelligence dei sedici paesi membri in caso di invasione sovietica, pur rappresentando al tempo stesso un segreto militare. Fulci ricorda come, in caso di occupazione, per evitare quello che era accaduto nella seconda guerra mondiale ovvero il lancio aereo di materiale bellico per sostenere le truppe civili insorte, si era pensato di creare dei depositi di armi, munizioni ed esplosivi, depositi che venivano tenuti nascosti all’interno di sotterranei scavati sotto il livello del suolo.

Tuttavia, se da una parte sia il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti affermavano che Gladio era un’organizzazione segreta che faceva parte della NATO, dall’altra il portavoce del comandante generale delle truppe alleate continuava a ripetere che Gladio non aveva alcun legame con la NATO.

Si trattava dunque di stabilire chi stesse mentendo e trarne le dovute conseguenze sul piano internazionale.

Fulci ricorda come sia Cossiga che Andreotti esercitarono su di lui forti pressioni per ottenere una smentita dal Segretario Generale della NATO Manfred Worner. Quest’ultimo aveva ricoperto in passato la carica di ministro della Difesa della Germania Occidentale, ed era dunque a conoscenza dell’esistenza della rete Stay Behind.

Fu appunto confrontandosi con Worner che Fulci ebbe l’idea di utilizzare nei confronti di Gladio la stessa formula usata nel caso di un eventuale utilizzo dell’arma atomica di fronte all’invasione sovietica: “La NATO  non conferma e non smentisce”. A seguito di un successivo confronto con gli altri sedici rappresentanti dei paesi NATO, il Segretario Generale diramò una nota stampa nella quale appunto si affermava che sia in materia nucleare che in materia di sicurezza interna “la NATO non confermava e non smentiva” circa l’esistenza di questa rete clandestina.


Precedenti rapporti con i Servizi

Durante l’incarico presso il Consiglio Atlantico Fulci racconta di essere entrato in contatto anche con i Servizi italiani: per la verità i suoi contatti risalirebbero ad epoca antecedente, quando ricopriva la carica di ambasciatore d’Italia in Canada. In tale occasione ebbe modo di apprezzarne le elevate doti di professionalità.

Quando poi venne nominato Segretario Generale del Cesis Fulci si confrontò sia con i servizi civili Sisde che con quelli milionari, Sismi. Questi in particolare erano allora diretti dall’ammiraglio Fulvio Martini. Fulci racconta di essersi visto spesso con Martini per delle visite di cortesia, allorquando si incontrava con i direttori dei servizi degli altri paesi NATO, a Roma.

Per quel che riguarda invece i capi dei Servizi statunitensi in Italia da Fulci conosciuti, quest’ultimo ha raccontato di come in genere essi godessero di una copertura diplomatica, come quella di addetto scientifico o di addetto all’agricoltura. Gli incontri avvenivano in genere in occasione di ricevimenti tenuti nell’ambito di ambienti diplomatici. Fulci fa riferimento in particolare a Montgomery, conosciuto a Parigi quando ricopriva l’incarico di consigliere presso l’ambasciata italiana in Francia, tra il 1968 ed il 1974.

Fulci rammenta inoltre come l’incarico di ricoprire la posizione di Segretario generale del Cesis gli venne offerto da Cossiga. Inizialmente pensò di rifiutare, ritenendo di non essere adatto, avendo assolto in passato esclusivamente incarichi diplomatici. In seguito però accettò e fu il primo direttore di un organismo di coordinamento dei servizi proveniente dall’ambiente diplomatico.


Lo scandalo dei fondi neri del Sisde

Alla fine, dunque, Fulci accettò l’incarico al Cesis, con l’impegno di riferire al Presidente del Consiglio una volta alla settimana. E fu proprio a seguito dell’assunzione di tale incarico che Fulci venne a conoscenza dello scandalo dei fondi neri che investì il Sisde nel 1991. In particolare scoprì che le persone ad essere a conoscenza di questa malversazione, che coinvolgeva personalità a tutti i livelli, erano molte.

Ma nessuno aveva voluto rivelare alcunché agli organi inquirenti. Così Fulci cominciò a capire il motivo per il quale avevano voluto lui , una persona totalmente estranea a quell’ambiente e dunque senza scheletri nell’ armadio.

Così dunque mostrò al capo del governo le prove di quella complesso meccanismo illegale, facendogli vedere le ingenti cifre versate dall’allora direttore del Sisde, il prefetto Alessandro Voci, ai vari funzionari infedeli. C’era poi la questione dell’agenzia di viaggi che due dirigenti del Sisde avevano rilevato, e che si occupava dei biglietti per le missioni degli agenti in servizio.

Per tutta risposta il presidente Andreotti gli rispose che queste persone dovevano essere allontanate dai servizi. Fulci chiamo’ dunque il prefetto Voci e gli riferì le direttive impartitegli dal Presidente Andreotti, ovvero di allontanare i vari funzionari responsabili delle malversazioni.

Più avanti Fulci scopri’ come quelle persone erano si state rimosse da quelle funzioni apicali che in precedenza avevano ricoperto, ma che erano comunque rimaste impiegate all’interno del Sisde.

E questo fu fonte di uno dei primo contrasti che Fulci ebbe col Sisde.


Rapporti con i servizi stranieri

Per quanto riguarda i rapporti con le organizzazioni straniere, il regolamento afferma che l’iniziativa spetta al Segretario generale del Cesis. In realtà nelle passate gestioni tali funzioni venivano sempre lasciate ai responsabili del Sismi. L’arrivo di Fulci rappresentò da questo punto punto di vista una svolta, poiché non appena nominato questi rivendicò a se tale prerogativa, come previsto dalla legge.

Sebbene l’ammiraglio Martini non avesse più l’incarico di direttore del Sismi, gli chiese di poter mantenere in capo al servizio militare i rapporti con le organizzazioni internazionali. Fulci gli rispose di no. Per svolgere tale attività Fulci ricevette dal Sismi la disponibilità di una villa, sita in via Quintino Sella, senza però essere avvisato che quella stessa villa veniva impiegata nell’attività di intelligence, e dunque era piena di microfoni spia e di videocamere.

Quando Fulci chiese di rimuovere quelle apparecchiature, dopo avere informato il presidente Andreotti, riuscì ad ottenere la bonifica della villa. Tempo dopo, quando fece fare un’ulteriore verifica da una ditta esterna, si accorse come alcuni di quei microfoni e di quelle microspie erano state lasciate ed erano pienamente attive. Responsabile di quella attività di spionaggio ai suoi danni era un certo colonnello Masina. La sede di tali attività era individuata presso una palazzina situata poco distante dalla villa affidata a Fulci.


La Falange Armata

Due giorni prima di essere nominato Segretario generale del Cesis l’ambasciatore Fulci riceve una telefonata da parte di un interlocutore appartenente ad gruppo che si era qualificato come Falange Armata.

Si trattava di un messaggio di minacce col quale gli veniva comunicato che  sarebbero ucciso: “Qui Falange Armata: uccideremo l’ambasciatore Fulci”.

In quel momento nessuno sapeva della sua imminente nomina al Cesis, in quanto era stato volutamente tenuto tutto sotto riserbo, fatta eccezione per alcuni appartenenti ai Servizi e ad alcuni dipendenti della Farnesina.

E’ il 27 ottobre 1990 quando la sigla Falange Armata compare per la prima volta sulla scena criminale e mediatica italiana. Ad usarla sarebbero i responsabili dell’omicidio dell’educatore carcerario impiegato presso il carcere di Opera Milano, Umberto Mormile.

Negli anni seguenti la stessa sigla diverrà tristemente nota per il suo impiego nel rivendicare fatti di sangue, omicidi o attentati dinamitardi.

Si parte dalla Banda della Uno bianca, con la rivendicazione della strage dei carabinieri presso il villaggio Bolognese del Pilastro, il 4 gennaio del 1991.

E poi nuovamente nel dicembre 1991, in occasione di una riunione mafiosa presso un casolare situato ad Enna. Era attesa in quel periodo la sentenza di primo grande al maxi processo a Cosa nostra, che si teneva a Palermo, processo istruito da Rocco Chinnici e da Giovanni Falcone.

Un gruppo di capi famiglia mafiosi si incontra per decidere la strategia da adottare in caso di condanna per i mafiosi condannati in primo grado.

Tra questi capi famiglia vi sarebbe stato anche il capo dei capi, Totò Riina. La linea che Riina traccio’ fu quella dello stragismo, dichiarando guerra allo Stato. Obbiettivo delle bombe che verranno fatte esplodere in tutta Italia tra il 1992 ed il 1993 è quello di migliorare le condizioni carcerarie dei mafiosi reclusi, attraverso l’abolizione del carcere duro nelle supercarceri (41 bis), sconti di pena per chi decideva di dissociarsi, ed altri tipi di agevolazioni.

La campagna stragista verra’ inaugurata con l’omicidio del referente di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima. Per poi passare all’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ed arrivare quindi alla strage di Capaci contro Falcone, la compagna Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta.

Tutti delitti eccellenti che saranno rivendicati dalla fantomatica Falange Armata, così come le bombe che insanguinarono l’estate del 1993.

Secondo l’ex segretario generale del Cesisi Fulci, dietro la sigla della Falange Armata ci sarebbe stata la settima divisione del Sismi, ovvero gli uomini appartenenti a Gladio. Alcuni di questi facevano parte del cd nucleo “K”, che era stato inserito all’interno della Sezione addestramento speciale (Sas), dislocata presso il Centro di intercettazioni e trigonometria di Cerveteri. Sempre della settima divisione facevano parte gli Operatori Speciali Servizio Italiano (OSSI), personale civile e militare altamente addestrato per condurre una guerra non ortodossa.


Quelle due carte sovrapponibili

Quando Fulci termina la sua esperienza al Cesis, nel 1993, viene nominato ambasciatore d’Italia presso le Nazioni Unite. Si trasferisce quindi a New York per assolvere questo nuovo incarico, ed e’ allora che apprende dai giornali statunitensi delle stragi che stavano insanguinando l’Italia nell’estate del 1993.

Dato che la stampa statunitense attribuiva le responsabilità di quegli atti ai servizi segreti italiani deviati, Fulci decide di verificare. Chiama il comandante dei carabinieri, generale Federici, e gli fornisce un elenco di 15 nominativi di appartenenti ai servizi italiani in grado di costruire un’ordigno simile a quelli esplosi a Roma, Firenze e Milano.

I carabinieri verificano se qualcuno di quei nominativi vi fosse implicato. Si trattava di appartenenti alla rete Gladio ed in particolare al Gruppo Operatori Speciali Servizi Italiani (Ossi). A quei 15 nomi Fulci aveva aggiunto anche quello del colonnello Masina.

La lista oltre che a Federici viene data anche al capo della polizia, il prefetto Vincenzo Parisi. Quando ancora lavorava al Cesis Fulci ricorda come uno dei migliori analisti un giorno gli mostrò due cartine geografiche. Nella prima vi erano segnate tutte le sedi periferiche operative del Sisde, mentre nell’altra i luoghi da dove erano partite  le telefonate di rivendicazione da parte della Falange Armata.

Le due cartine erano perfettamente sovrapponibili. Inoltre l’analista fece notare come quelle telefonante fossero partite tutte in orario d’ufficio. L’analista, d’accordo con Fulci, diede tutto il materiale in questione alla magistratura che stava indagando sulle stragi. (cm)

Inchiesta Jonny, Riesame: restano in carcere Don Scordio, Sacco e i fratelli Poerio.

 

Cara Crotone

 

Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha confermato le misure cautelari richieste dalla DDA del capoluogo di provincia nei confronti dei 68 indagati coinvolti nell’inchiesta Jonny, salvo due di questi dei quali uno e’ un appartenente al corpo di Polizia Penitenziaria.

Restano dunque in carcere i responsabili della Misericordia calabrese coinvolti nell’inchiesta sul CARA di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, tra i quali il vice governatore Leonardo Sacco, il responsabile del CARA don Edoardo Scordio ed i fratelli Antonio e Ferdinando Poerio, soci della Quadrifoglio srl.

Sono stati invece disposti i domiciliari per l’agente della Penitenziaria che secondo le indagini sarebbe accusato di avere riferito ai boss in carcere le ambasciate provenienti dai responsabili del CARA.


Infranto il muro di omertà sulla gestione illecita del CARA

Dopo anni di denunce giornalistiche e di interrogazioni parlamentari sulle condizioni di vita e la gestione del CARA di Isola Capo Rizzuto, finalmente la cappa del malaffare è stata sollevata.

Un ruolo determinante lo hanno avuto a questo proposito, oltre al procuratore Nicola Gratteri, due collaboratori di giustizia, Giuseppe Giglio e Santo Mirarchi. Secondo questi sia Sacco che Don Scordio avrebbero garantito alla cosca degli Arena di Isola l’ingerenza nella gestione del CARA.

La rilevanza nazionale della cosca Arena è confermata non solo dalla recente confisca avvenuta proprio ad Isola di un parco eolico del valore di 350 milioni di euro, parco intestato a soggetti riconducibili alla cosca in oggetto. Ma anche dalla spartizione delle attività criminali nell’area di Catanzaro con la cosca Grande Aracri, della quale Nicolino Grande Aracri sarebbe, secondo alcune intercettazioni relative all’inchiesta Aemilia, il numero due della ‘ndragheta a livello nazionale.

Ciò premesso, nell’inchiesta Jonny la vicenda del CARA ha rappresentato solo uno dei capitoli delle indagini sul clan Arena. Altri capitoli hanno infatti riguardato la gestione delle slot machine e delle video lottery su tutta la provincia di Crotone, oltre che sulla parte ionica della provincia di Catanzaro.

Gli interessi criminali degli Arena spaziano in campi che vanno dal traffico e dalla vendita di reperti archeologici delle zone di Isola e di Capo Colonna, fino ad arrivare alla gestione di giochi online da parte di società offshore con sede a Malta, con il possibile loro impiego in ambito riciclaggio.


Il ruolo degli Arena nella gestione del CARA

L’intervento degli Arena nella gestione del centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto ha riguardato principalmente le attività di catering e di pulizia. Le indagini hanno potuto accertare come fino al 2006 tali attività fossero gestite da piccole società operanti in zona. A partire dal 2011 la gestione dei pasti veniva affidata alla società Quadrifoglio srl che risultava, in seguito, riconducibile a Leonardo Sacco ed ad Antonio e Ferdinando Poerio.

Dall’attività intercettiva del ROS dei carabinieri di Catanzaro è emerso come questi tre abbiano versato soldi ad alcuni esponenti degli Arena in base ad un accordo spartitorio prestabilito. Attualmente sono in corso ulteriori indagini tese a verificare se vi siano collegamenti tra la gestione del CARA di Isola e quello di Lampedusa, entrambe affidati alla Misericordia.

Le prime indagini sul CARA di Isola risalgono al 2004, alle quali ha fatto seguito nel 2007 un’ulteriore attività investigativa. Ed è da quest’ultima che sono emersi contatti telefonici tra il Sacco e la cosca Gentile di Crotone legata a quella degli Arena.

Ma le prove raccolte erano ancora solo indiziarie. Bisognerà attendere il 2015 per la svolta vera e propria all’indagine, svolta che avviene il 21 luglio.

E’ in questo giorno infatti che la procura di Crotone trasmette il procedimento n.4147/21 con il quale vengono autorizzate ulteriori intercettazioni al ROS di Catanzaro.

Un contributo importante è stato fornito all’indagine anche dalla Guardia di Finanza di Crotone, che a seguito di indagini è riuscita a valutare l’ammontare dei fondi distratti dalla gestione del CARA da parte degli Arena.

Nel 2016 i due collaboratori Giuseppe Giglio e Santo Mirarchi hanno poi confermato l’ipotesi accusatoria elaborata dagli investigatori, con lo specifico loro contributo nella ricostruzione dell’attività di falsa fatturazione e nell’individuazione delle società cartiere. Tale attività veniva finalizzata alla creazione di fondi neri da parte dei gestori del CARA, fondi che venivano destinati alla cosca Arena.


L’intervento in commissione antimafia del deputato PD Bossio

La settimana scorsa, il venti giugno, assiema al Procuratore Gratteri è intervenuta in commissione antimafia la deputata PD Enza Bruno Bossio, che ha riferito in merito alle supposte coperture e complicità delle quali l’organizzazione che gestiva il CARA di Isola avrebbe goduto.

Dopo una prima ispezione con preavviso con esito negativo da parte del sottosegretario alla Giustiza on. Gennaro Migliore, ve ne sarebbe stata una successiva, sempre al Cara in oggetto, da parte dell’on.Bruno Bosso. In entrambe le occasioni non sarebbero state riscontrate quelle irregolarità più volte denunciate da associazioni e giornalisti.

A queste visite ne fa seguito una successiva il 22 maggio 2015, questa volta senza preavviso, e lo spettacolo che viene offerto è indecoroso:  1700 persone ammassate la più parte all’interno di containers, dove i posti previsti sono in totale 729. Senza possibilita’ di garantire una suddivisione per genere ed etnia, e il tutto in condizioni igieniche inadeguate per via della mancanza di un riscaldamento, di un servizio di pulizia e per via del danneggiamento dei sanitari. Tutto in violazione del capitolato d’appalto approvato il 21.11.2008.

A tutto questo si aggiungeva anche la mancanza di un collegamento di trasporto tra il CARA ed i centri abitati più vicini, la presenza di personale addetto al CARA in numero insufficiente e non adeguatamente preparato, oltre all’ inadeguatezza del servizio di mediazione culturale e di informazione legale sul diritto di asilo.


L’interrogazione parlamentare

In una interrogazione parlamentare del 26.03.15 (n.4-08566) della deputata Bruno Bossio viene sottolineato, oltre alle criticità indicate, anche il fatto che la gestione di quel Cara da parte della Misericordie d’Italia sia decennale.  Inoltre nel capitolato relativo all’ultima gara triennale indetta nel 2012 dalla Prefettura di Crotone, gara vinta dalla Misericordia per un importo pari a 28.021.050, viene quantificata la cifra erogata dallo Stato per ogni ospite per un importo pari a 21,4 euro, nonche’ la cifra corrispondente al pocket money in 2,50 euro giornalieri.

Nell’indagine Arcipelago CIE dell’Associazione Medici per i Diritti Umani la cifra in questione viene giudicata come la più bassa tra quelle erogate nei vari CARA presenti in Italia. Ed anzi come questa sia stata sostituita con la distribuzione giornaliera di un pacchetto di sigarette.

L’interrogazione parlamentare dell’on Bruno Bossio ha rappresentato l’occasione per evidenziare come il centro di Isola non disponeva, in occasione dell’ ispezione, di un sistema informativo capace di calcolare in tempo reale il numero effettivo degli immigrati ospitati. Tale mancanza avrebbe permesso ai gestori del centro di lucrare in maniera indisturbata sia sui costi effettivi che pocket money.


La risposta del Governo

Nella risposta scritta, datata 24 settembre 2015, fornita dal governo nella persona sottosegretario all’Interno Domenico Manzione, si fa riferimento a come il CARA di Isola sia da tempo interessato da un complesso progetto di riqualificazione che ha consentito la totale dismissione dei vecchi container in favore di moderni moduli abitativi, “pienamente rispondenti agli standard di un centro di accoglienza ove i richiedenti asilo devono essere ospitati per il tempo necessario all’esame della domanda di protezione“.

Sono state anche attivate – si legge ancora nella risposta – due ampie mense e un’infermeria rispondente a tutti i requisiti di sicurezza sanitaria e tutela della privacy“.

In merito ai servizi igienici e di collegamento con i centri abitati, si fa presente come siano stati “completati alcuni interventi di urbanizzazione e adeguamento ambientale e igienico sanitari, anche esterni al Centro, come il percorso pedonale e  l’illuminazione della statale 106“.

Si fa presente inoltre come di fronte all’ingresso del Centro sia stata prevista una fermata per l’autobus di linea, con la predisposizione di servizi bus integrativi con corse pubbliche per quanto riguarda i collegamenti con i comuni di Isola e Crotone.

In merito al pocket money il governo fa presente come a seguito della visita effettuata nel luglio 2013 dalla commissione Praesidium sia emerso che nel periodo compreso tra il gennaio 2011 ed il maggio 2013 non vi sia stata alcuna distribuzione del pocket money dovuto a ciascun immigrato.

Somma che in base al capitolato d’appalto avrebbe dovuto corrispondere a 2,50 euro pro die pro capite.

Secondo quanto accertato nella visita del luglio 2013, sulla base del flusso di ospiti registrato in tale periodo, è stato evidenziato come la somma complessivamente sottratta agli immigrati corrisponda a circa 2 milioni di euro, somme non pagate dal gestore, sulla base di stima effettuata su di una permanenza media di ciascun ospite pari a 21 mesi.

Nella verifica effettuata dalla Prefettura di Crotone sulle irregolarità relative alla distribuzione giornaliera del buono da 2,50 euro si sottolinea come tale cifra da capitolato doveva corrispondere ad una “tipologia di beni da erogare all’interno del Centro a cura del gestore” e dunque, scrive la Prefettura, non necessariamente da denaro.

Da un controllo sulle schede relative ai migranti ospitati nel centro a partire dall’agosto 2011e fino al ripristino del sistema bedge, sistema distrutto nell’agosto 2011 a seguito di una protesta dei migranti stessi, è emersa una incongruenza per 20 mila euro, cifra recuperata dalla Prefettura nei confronti del gestore.

Fatte salve le altre contestazioni rivolte al gestore e riferite alle ulteriori violazioni riscontrate nel capitolato d’appalto. 


 Chi sono i due collaboratori

Si diceva all’inizio di come le dichiarazioni dei due collaboratori abbiano giocato un ruolo determinate nell’inchiesta.

Il primo di questi, Giuseppe Giglio, è un imprenditore che attualmente risulta essere l’unico tra tutti gli imputati coinvolti nell’inchiesta Aemilia ad avere scelto di collaborare con gli inquirenti.

Già condannato con rito abbreviato a 12 anni e mezzo per avere gestito per diversi anni numerose attività riconducibili alla famiglia Grande Aracri, tutte attività lecite frutto del reinvestimento dei proventi illeciti della cosca, sarebbe stato soprannominato in forza di questa sua dote non indifferente “il bancomat”.

A Giuseppe Giglio ed al fratello Giulio sono stati sequestrati beni per 20 milioni di euro.

Il secondo collaboratore è Santo Mirarchi, referente degli Arena per la zona sud di Catanzaro, che oltre ad avere riferito delle attività estorsive esercitate in quell’area, si sarebbe accusato dell’omicidio e della distruzione del corpo di Luigi Grandè. (cm)

Operazione Gladio: una guerra non convenzionale

Gladio S:B

 

In una drammatica seduta alla Camera dei deputati di un caldo inizio di agosto del 1990, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti accettava un ordine del giorno presentato dai deputati Giulio Quercini, Aldo Tortorella e Luciano Violante (ed altri) . 

Veniva chiesto al Governo di riferire in aula, entro un termine di sessanta giorni, in merito “all’esistenza, alle caratteristiche – si legge nel testo dell’ odg –  ed alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno del nostro servizio segreto militare (SISMI) con finalità di condizionamento della vita politica del Paese“.

Come da accordi presi, le informazioni richieste dai deputati vennero fornite dall’on. Andreotti il giorno successivo, 3 agosto 1990, nell’ambito di quel consesso più riservato rappresentato dalla Commissione d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi.

Ciò che appariva palesemente illegale in quella organizzazione occulta non erano tanto le sue finalità, ovvero il fatto che uno Stato democratico organizzasse clandestinamente una rete di difesa nazionale composta in parte da militari e in parte da civili, pronta ad entrare in azione in caso di occupazione da parte di una potenza straniera.

Quanto il fatto che ciò avvenisse al di fuori del controllo democratico esercitato dagli organi preposti, in totale violazione dei principi della Costituzione.

Dunque quell’organizzazione, creata e gestita in maniera informale e segreta, era completamente al di fuori dal normale sistema di garanzie nel quale sono ricomprese tutte le normali iniziative assunte da un governo democraticamente eletto.

L’ordinamento giuridico non consente infatti ne la costituzione, ne tanto meno l’entrata in funzione di organismi statuali al di fuori del controllo delle istituzioni previste.


Le risposte di Andreotti

Sul momento l’allora Presidente del Consiglio tentò di giustificare la nascita di Gladio con il fatto che la sua fondazione, avvenuta nel 1951, era dovuta alla presenza effettiva in quel periodo del rischio di un’ invasione sovietica.

E che inoltre i circa seicento “gladiatori” coinvolti nell’ Operazione erano solo degli individui dotati di un patriottismo superiore alla media e perciò degni del più profondo rispetto e della massima considerazione per il loro impegno e la loro abnegazione.

Infine, elemento che reggeva tutto il castello di scuse e giustificazioni, l’organizzazione in oggetto era stata dismessa a seguito della caduta del muro di Berlino e della correlata disgregazione dell’Unione Sovietica.

In realtà, come vedremo, Gladio era rimasta attiva fino al 1990, quando la sua esistenza era stata accertata nel 1984 dal giudice Felice Casson nel corso del processo all’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, accusato e in seguito condannato per la strage di Peteano.

L’operazione Stay Behind, questo era la sua denominazione a livello internazionale,

era sopravvissuta a ben tre riforme dei servizi segreti, ed era proprio da questi ultimi che dipendeva grazie all’accordo CIA-SIFAR del novembre del 1956.

Nel 1966 il SIFAR venne sostituito dal SID, e poi quest’ultimo nel 1977 dal SISMI.

Durante tutti questi anni, dal 1951 al 1990, l’organizzazione Gladio ha continuato ad esistere modificando i suoi obbiettivi, i mezzi e le sue modalità operative.

Nel 1951 l’obbiettivo di Gladio era, secondo le intenzioni dell’allora direttore del SIFAR generale Umberto Broccoli, quello di creare una rete di resistenza in grado di intervenire in caso di invasione di una potenza straniera, attraverso sia operazioni di sabotaggio che di raccolta di informazioni tra le linee nemiche.

In quella fase la rete di civili, addestrata dai servizi segreti britannici, non superava le duecento unità. L’anno previsto per il termine dell’addestramento era stato fissato per l’inizio del 1953.


Dall’orbita inglese a quella statunitense

Un analogo processo di organizzazione di una rete clandestina di difesa aveva luogo anche in altri paesi europei sotto la guida di Inghilterra e Francia. L’Italia avrebbe dovuto aderire alla rete NATO europea ma non come Stato fondatore, e dunque in una posizione di inferiorità rispetto alle due nazioni predette.

In tali condizioni l’allora direttore del SIFAR Ettore Musco decise di organizzare la rete clandestina sotto l’egida della CIA, secondo uno schema paritario di relazioni.L’operazione Gladio inizia dunque ufficialmente nel 1953 con la firma dell’ accordo ufficiale di collaborazione tra il SIFAR e la CIA.

Tale accordo venne perfezionato nel 1956 con il termine dei lavori della base di addestramento, nonché base centrale operativa in caso di invasione, di Capo Marrongiu, in provincia di Alghero. L’edificazione della struttura militare, a partire dall’acquisto dei terreni, venne interamente finanziata da Langley.

Il primo ottobre 1956 vennero costituiti, nell’ambito dell’Ufficio R del SIFAR (controspionaggio) quattro gruppi, uno dei quali (Sezione SAD) aveva il compito di tenere i contatti con la CIA. Dai documenti ufficiali relativi al primo incontro, avvenuto tra i rappresentanti del SIFAR ed I funzionari della CIA Bob Porter e John Edwards, si trasse l’intestazione che diede poi il nome a tutta l’organizzazione: Gladio.

Il Comitato Gladio era composto da undici membri, otto italiani e tre statunitensi, e si riunì continuativamente dal 1956 al 1975. Contestualmente venne realizzato ad Olmedo un secondo centro destinato esclusivamente all’attività di trasmissione.

L’attività di reclutamento del personale cominciò concretamente solo a partire dall’estate del 1959, attraverso l’impiego del centro di Cerveteri. Nel 1961, escluse le strutture già esistenti ed operanti nel Nord Italia, denomina Stella Alpina, e nel Sud, chiamata Stella Marina, erano stati addestrati complessivamente solo 35 elementi.

La rete era strutturata su due llivelli: il primo composto da elementi al di sopra di ogni sospetto e perciò’ in grado di svolgere attività’ di retrovia in quanto di difficile individuazione, e da un secondo livello composto da unità operative di primo impiego (UPI), destinate ad entrare in azione e ad uscire dalla segretezza in campo nemico non appena fosse avvenuta l’occupazione straniera. Mentre la struttura clandestina era composta da quaranta nuclei ciascuno con un diverso compito assegnato, quella operativa si suddivideva in cinque unita’: Stella alpina, Stella marina, Rododendro, Ginestra e Azalea.

Nel documento del primo giugno 1959, una relazione del SIFAR indirizzata alla CIA sullo stato dell’arte dell’operazione Gladio, sono indicati gli obiettivi perseguiti dalla struttura complessiva: mantenere il Paese all’interno di un sistema di difesa costituito dalla NATO e garantito dagli Stati Uniti attraverso una struttura indipendente dalle forze politiche e legata al SIFAR.

In un decennio, dal 1959 al 1969, furono reclutate 300 persone e le armi e gli esplosivi forniti dagli Stati Uniti vennero nascosti in depositi segreti, i NASCO, sotterrati in località strategiche della penisola.


Il cambio di guida all’Operazione

Gli anni settanta imprimono una svolta decisiva all’operazione Gladio.

Le novità riguardano il ruolo degli Stati Uniti non più centrale, sia da un punto di vista politico che finanziario.

Il 15 dicembre 1972 il governo americano decide di revocare unilateralmente l’accordo del 1956.

L’adozione di una politica di proliferazione degli armamenti nucleari da parte dei paesi alleati della NATO aveva di fatto allontanato l’ipotesi di un’occupazione manu militari degli eserciti dei paesi del patto di Varsavia.

Conseguentemente veniva a cadere la necessità di organizzare delle forze miste di civili e militari, nell’ambito di un’ipotesi di guerra non ortodossa.

Era di fatto cessato il pericolo di un’invasione dalle frontiere nord orientali del Paese e dunque anche i presupposti per l’esistenza di una rete stay-behind.

Il governo italiano prende atto della cessazione dell’operazione Gladio così come era stata originariamente concepita, e si procede alla sua incorporazione all’interno della NATO. Da questo momento in poi Gladio verrà finanziata esclusivamente dal servizio militare italiano.

Il 24 febbraio 1972 i carabinieri di Aurisina scoprono casualmente un deposito NASCO, ma l’intervento sollecito del SID impedisce all’inchiesta giudiziaria che ne era scaturita di procedere.

Il capo della sezione SAD, il tenente colonnello Gerardo Serravalle, di fatto il nuovo capo di Gladio, propone lo smantellamento parziale della rete dei deposito NASCO.

Tale proposta derivava da un esame sui vari capi nucleo della rete stay-behind, dal quale era emerso come l’idea che la maggior parte di questi si era fatta su Gladio era che si trattasse non tanto di una rete contro l’eventuale invasione di uno stato straniero, quanto piuttosto di una rete interna per contrastare il comunismo.

L’attività di smantellamento parziale effettuata col consenso del direttore del SID, generale Vito Miceli, avveniva con lo svuotamento dei depositi NASCO ed il congedo di una parte de dei civili arruolati, e si concludeva nel giugno del 1973.

Ma sebbene fortemente ridimensionata, l’operazione Gladio non era ancora stata completamente smantellata, tutt’altro.

In un rapporto redatto il 31 dicembre 1975 dall’allora capo dell’Ufficio R del SID, colonnello Paolo Inzerilli, emerge come l’attività di reclutamento, sebbene fosse “al di sotto delle reali necessità”, non fosse ancora cessata, così come l’addestramento ritenuto allora “insoddisfacente”.

Allo stesso modo la situazione relativa al materiale da guerra, consistentemente ridotto con il disvelamento dei NASCO, veniva giudicata insufficiente.

Stessa cosa per quel che riguardava il materiale per le comunicazioni.

Erano queste le basi sulle quali si fondava l’affermazione fatta dal capo del governo Andreotti di fronte alla Commissione stragi quel 3 agosto 1990, secondo la quale la rete Gladio era stata definitivamente smobilitata.

Ma come abbiamo visto ciò non corrispondeva alla realtà.

A principiare dal 1972 la struttura Gladio subisce dunque una profonda trasformazione da rete di guerriglia attiva in caso di invasione straniera a rete informativa a beneficio dei Servizi, in grado di sfruttare la presenza dei suoi membri in tutti gli ambiti della società civile.


Il mutamento delle finalità di Gladio: anni 1975-90

Il periodo di gestione della 5a Divisione dell’Ufficio R del SID, impegnata nell’attività di raccolta di informazioni civili, da parte del colonnello Inzerilli, periodo che va dal 1975 al 1986, è caratterizzata dall’impiego della rete Gladio in termini operativi in funzione di spionaggio e dossieraggio.

Tale attività veniva eseguita grazie ad un importante sforzo di efficienza a costo zero per il SID.Di fatto questo fu l’apporto concreto offerto della rete Stay Behind fino al 1977, anno in cui entra in vigore la riforma dei servizi segreti che vede la trasformazione del SID in SISMI e SISDE.

A partire da qui e fino alla più recente riforma del 2007, che vede il superamento di SISMI e di SISDE  rispettivamente da AISI ed AISE, l’operazione Gladio verrà posta sotto il controllo e la guida diretta della 7a Divisione del SISMI, sempre sotto il comodando del colonnello Inzerilli.

Nell’attività di raccolta di informazioni l’attenzione principale viene posta sulle biografie di personaggi politici famosi, su movimenti, associazioni politiche, sindacati, giornali, agenzie di informazione e agenzie di pubblicità. Ma anche sugli organigramma delle industrie e dei vari comparti produttivi italiani e stranieri operanti in Italia.

L’attività informativa svolta dalle varie strutture periferiche non era saltuaria ed episodica ma costante ed attenta, con cadenza in genere trimestrale.

Di questa attività vi è traccia in una nota inviata il 29 luglio 1982 dal colonnello Inzerilli all’allora direttore del SISMI, generale Nino Lugaresi.

Nella nota si fa riferimento alla possibilità di un impiego della rete Gladio in aree e su obiettivi informativi particolari, da definire previo esame congiunto con la 1a Divisione SISMI.

Si fa inoltre riferimento alla necessità di evitare passaggi intermedi nel trasferimento delle informazioni dalla 7a alla 1a divisione.


La ristrutturazione organizzativa

Ad ulteriore testimonianza dei mutamenti strutturali avvenuti tra gli anni ’70 e ’80, occorre menzionare anche il rinnovamento della struttura organizzativa di Gladio.

Tra il 1985 ed il 1987 vengono costituiti alcuni nuovi Centri per l’Addestramento Speciale (CAS), affiancati a quelli già esistenti di Udine, Centro Ariete nato nel 1957, e di Roma, Centro Orione 1959. Stiamo parlando del Centro Libra di Brescia (1985), del Centro Pleiadi di Asti (1986) e del Centro Scorpione di Trapani (1987).

Sebbene in origine i centri CAS avrebbero dovuto occuparsi dell’addestramento degli appartenenti alla rete Stay Behind, in un promemoria scritto dal direttore della 7a divisione, colonnello Luciano Piacentini, datato 7 febbraio 1987, con il beneplacito dell’allora direttore del SISMI l’ammiraglio Fulvio Martini viene dato l’assenso alla loro idoneità quali strutture legate all’attività informativa.

Nella nota viene sottolineato come tale attività rivesta un carattere particolare rispetto a quella originaria della guerra non convenzionale “sia per l’elevata capacità di penetrazione – si legge nella nota – negli ambiti di lavoro e sociali più diversi, sia per l’estensione reale che potrebbe essere raggiunta nel tempo“.

Nella nota viene allegato un prospetto nel quale viene riportata la suddivisione dei compiti informativi affidati ai vari Centri. Il Centro Ariete di Udine è competente per l’attività di antiterrorismo, il Centro Libra di Brescia per il crimine organizzato ed il Centro Pleiadi di Asti per il crimine organizzato e la sicurezza industriale.

Negli archivi della 7a Divisione sono state trovate solo informative del Centro Pleiadi firmate dal Capo Centro Omero. Gli argomenti trattati riguardavano la sicurezza industriale, oltre alla necessità di individuare due informatori da utilizzare in Somalia, Etiopia e Mozambico. L’attività antiterrorismo, per ragioni di sicurezza, non ha mai prodotto alcun tipo di documentazione. 

Oltre ai CAS viene rinnovato anche il Gruppo Operazioni Speciali (GOS).

Si tratta di un gruppo di specialisti nelle operazioni di guerriglia e di controguerriglia, selezionati tra alcuni corpi speciali delle Forze Armate quali gli incursori della Marina Militare COMSUBIN, gli incursori paracadutisti del Col Moschin ed i carabinieri paracadutisti del battaglione Tuscania.

La prerogativa degli appartenenti a tali corpi era appunto quella di essere particolarmente addestrati nelle loro specifiche discipline. La sede dei GOS veniva localizzata a Cerveteri. Qui venivano inquadrati in origine una quindicina di esperti in qualità di istruttori, allo scopo di addestrare ciclicamente i civili appartenenti alla rete Stay Behind.

Con il mutamento degli obiettivi dalla guerra non convenzionale all’attività preminentemente informativa, la struttura dei GOS subisce un nuovo inquadramento nell’ambito di un gruppo operativo chiamato ad entrare in azione in occasione di eventi particolarmente delicati.

Su impulso del direttore del SISMI gli specialisti deI GOS sono stati concretamente utilizzati in occasione del sequestro dell’Achille Lauro, della rivolta nel carcere di Trani, del sequestro del generale J.Lee Dozier e del dirottamento del jet egiziano a Malta.

Da notare come il mutamento delle finalità dell’operazione Gladio sia avvenuta nella quasi totale inconsapevolezza dei suoi aderenti, principalmente per timore di una loro rinuncia.


Le attività di Gladio nel 1990

Il 3 agosto 1990 di fronte alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi di Stato il Presidente del Consiglio Andreotti rispondeva alle domande dei commissari sull’esistenza della rete Stay Behind. 

L’allora capo del governo spiegava che le attività di Gladio erano terminate nel 1972 e che era sua intenzione togliere il segreto di Stato sui documenti ufficiali ad essa relativi.Ed era proprio su quel segreto che il gip Casson, che indagava sulla strage di Peteano, si era dovuto arrestare.

Così come sempre su quel muro si era arenata l’inchiesta della procura di Padova sul disastro dell’aereo militare Argo 16, indagine guidata dal gip Mastelloni.

Il 18 agosto 1990 la Presidenza del Consiglio inviava ai membri della Commissione Stragi un documento dal titolo: “Il cosiddetto SID parallelo il caso Gladio“.

Da esso si prendeva atto di come in effetti l’attività dell’organizzazione clandestina Stay Behind, ritenuta cessata nel 1972, fosse in realtà ancora perfettamente piena. Ciò veniva confermato attraverso una direttiva emessa dall’allora direttore del SISMI, ammiraglio Martini, con la quale l’attività di quell’organizzazione veniva indirizzata alla lotta contro le sostanze stupefacenti.

Di fronte a questo stato di cose il Presidente Andreotti fu costretto ad adottare provvedimenti rapidi, diretti per prima cosa contro i vertici dei Servizi, responsabili di avergli mentito.

Il 27 novembre il capo del governo, con un decreto urgente, ordino’ lo scioglimento dell’organizzazione Gladio, e qualche mese più tardi, nel febbraio 1991, mancò di rinnovare l’incarico al direttore del SISMI ammiraglio Martini, sotto la cui responsabilità quell’organizzazione aveva continuato ad esistere e ad operare.


L’illegalità dell’organizzazione Stay Behind

Quando la Commisssione stragi – si legge nella relazione della Commissione –  chiese al SISMI i documenti ufficiali relativi alla costituzione di Gladio e agli organi di collegamento con la NATO, si vide opporre ancora una volta il segreto di Stato. In particolare si chiedeva una copia dell’accordo del 1956 siglato dalla CIA e dal SIFAR, nonche’ i documenti relativi all’Allied Clandestine Committee (ACC) ovvero il comitato composto dai rappresentanti dei Servizi dei paesi membri della NATO a cui l’Italia aderì solo nel 1956, e al Clandestine Planned Committee (CPC), un comitato composto nel 1951 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti (adesione che l’Italia negò per via della posizione subalterna che avrebbe assunto rispetto ai fondatori Inghilterra Francia e Stati Uniti preferendo dunque stipulare un accordo direttamente con la CIA da cui l’accordo del 1956).

All’ACC erano stati trasferiti in tempo di pace e di guerra i compiti relativi alla pianificazione ed al coordinamento delle operazioni clandestine effettuate dai Servizi sotto esclusivo comando nazionale.

Al CPC restò invece, in tempo di pace, una generale responsabilità di pianificazione in ordine alle necessità operative della “guerra non ortodossa“, oltre che nel trasmettere ai comandi nazionali le richieste del comando alleato, per il supporto non convenzionale alle proprie attività belliche.

Sia il CPC che l’ACC furono creati come organismi atti a porre i comandi NATO in grado di interagire con soggetti che, pur restando sotto il comando delle autorità nazionali, dovevano costituire un elemento centrale della strategia militare fondata sulla risposta “non ortodossa”.

Tutti e due i comitati, sebbene svolgessero un ruolo inteso originariamente in funzione della strategia elaborata dai comandi NATO, non potevano essere lecitamente definiti parte integrante del Trattato Nord Atlantico.

Tali conclusioni sono le stesse sostenute dalle autorità tedesche nel documento trasmesso nel 1990 alla Presidenza della Repubblica Italiana sulla rete Stay Behind attiva in Germania Federale.

Che CPC e ACC non fossero propriamente degli organi della NATO ma più precisamente organi che assolvevano ad una mera funzione di collegamento tra organismi NATO e organismi nazionali, i nostri Servizi lo avevano sempre saputo.

Di fronte alla richiesta di documentazione relativa sia all’ACC che al CPC da parte della Commissione stragi la Presidenza del Consiglio oppose dunque il segreto di Stato, come previsto dalla convenzione di Ottawa.

Più tardi la Presidenza inviò alla stessa Commissione la documentazione relativa all’ACC, con l’impegno di non diffonderne i contenuti.

Il 10 ottobre 1991 il giudice Casson, nel trasmettere per competenza alla procura di Roma uno stralcio dell’indagine relativa alla strage di Peteano, esprimeva nella sentenza gravi giudizi in merito alla legittimità dell’operazione Gladio, con riguardo sia alla sua costituzione che alle finalità perseguite.

Da qui la formulazione dell’accusa di cospirazione politica mediante associazione (ex art 350 cp) a carico dell’ammiraglio Fulvio Marini, direttore del SISMI, e del generale Paolo Iannilli, direttore della 7a Divisione responsabile dell’operazione Gladio.

Il 26 novembre 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga inviava una lettera al giudice Casson, nella quale si autodenunciava di essere sempre stato a conoscenza dell’esistenza della rete Stay Behind ed anche di avere adottato atti finalizzati al reclutamento ed all’addestramento di nuovi aderenti alla rete, oltre ad avere sostenuto la legittimità costituzionale di tutta l’Operazione.

Dunque Cossiga chiedeva al giudice istruttore Casson che le accuse rivolte all’ammiraglio Martini fossero confermate anche nei suoi confronti, per avere offerto appunto copertura politica e costituzionale a Gladio.

Il giorno successivo la procura di Roma investì della questione il Tribunale dei Ministri, dando luogo ad un temporaneo arresto all’inchiesta della procura capitolina.

La richiesta di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Cossiga fu presentata da alcuni parlamentari dell’opposizione.

La procedura di impeachment non ebbe pero’ seguito poiché’ a due mesi dallo scadere del suo mandato, il 28 aprile 1992, il Presidente Cossiga si dimetteva. (cm)        

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