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Claudio Meloni

Di evasione fiscale, riciclaggio e paradisi fiscali

Il sottosegretario ai Trasporti on. Armando Siri

Una società di intermediazione immobiliare, una di comunicazione e produzioni televisive, una società editrice ed una di produzione di abbigliamento. E’ la galassia di imprese che ruotano attorno al senatore e sottosegretario ai Trasporti in quota Lega Armando Siri.

Nessun nesso in apparenza con l’attività di giornalista e di scrittore di saggi intrapresa dall’uomo politico,  tra i cui saggi spiccano La Beffa, il Sacco d’Italia, L’Italia Nuova, la Luce e L’ombra, Eurokrazia e infine il più recente: Flat Tax.

Ma come vedremo più avanti l’assenza di un filo conduttore tra le attività commerciali svolte dal sottosegretario tra il 2002 e il 2019 non rappresenta l’unico elemento a destare sconcerto.

Nato a Genova nel 1971 Siri inizia ad interessarsi di politica negli anni ’90, tra le fila dei giovani socialisti. E’ nella corrente di Luca Iosi, amico personale oltre che collaboratore di Bettino Craxi.

Viene assunto molto giovane in Mediaset e nel 1998 diventa giornalista professionista. Nel 2010 Siri fonda e presiede il Partito Italia Nuova (PIN). Si candida quindi alle amministrative di Milano, ma alla fine il simbolo della sua lista non verrà accettato. Nel 2012 ci riprova a Genova, ma il risultato sarà da prefisso telefonico.

Nel 2014 Siri patteggia una condanna per bancarotta a 1 anno e otto mesi per il fallimento della MediaItalia srl, società di comunicazione e produzione televisiva di cui parleremo più avanti.

Il resto è storia di questi giorni. Nel 2014 arriva la collaborazione con il segretario della Lega Matteo Salvini, e nel 2015 l’incarico di partito all’interno di Noi con Salvini, la struttura politica messa in piedi dall’attuale dirigenza della Lega in attesa della decisione dei giudici di Genova in relazione all’inchiesta sulla frode da 49 milioni di euro.

Fondi provenienti da rimborsi pubblici non dovuti e relativi al periodo 2008 – 2010. Esplosa nel 2012 l’ inchiesta ha visto condannare tra gli altri il segretario storico Umberto Bossi, oltre all’ ex tesoriere Francesco Belsito.

Anche in quel caso lo scandalo che investì l’allora assessore regionale della Lombardia Domenico Zambetti, per un appalto vinto dalla società di gestione energetica Siram del valore di 4.278.839 in relazione a tutti gli spazi non istituzionali della piazza della nuova Regione Lombardia, fece emergere i legami tra Belsito e la criminalità organizzata.

Lo scandalo, che travolse la giunta regionale lombarda guidata da Roberto Formigoni, mostrò i rapporti tra l’allora tesoriere Belsito e la cosca ‘ndranghetista di Reggio Calabria dei De Stefano.

Un incrocio tra politica, appalti pubblici e logge massoniche che sembra riprodursi anche nell’inchiesta che vede attualmente coinvolto il sottosegretario Siri, assieme all’ex parlamentare in quota Forza Italia attualmente docente e consulente della lega per l’energia eolica Paolo Arata, il re dell’eolico Vito Nicastri, e il boss dei boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro.

Delaware, Santo Domingo, Cipro e Romania. Sono i paradisi off-shore che entrano in questa vicenda e che godono di particolari agevolazioni in materia di segretezza dei conti bancari, oltre a consentire la possibilità di incorporare società anche a distanza, via internet, con i relativi conti bancari in grado di celare i loro reali beneficiari ultimi.

Off-shore e prestanome

Sono quattro le società di cui il sottosegretario ai Traspporti Armando Siri ha detenuto ho detiene attualmente quote azionarie. La prima è la Mafea Real Estate srl, società cancellata dal registro delle imprese il 27 marzo 2019. Iscritta nel registro di Genova nel novembre 2005 con un capitale sociale di 10 mila euro, la società aveva quale oggetto sociale l’acquisto, la vendita, la permuta, la commercializzazione, la costruzione, la ristrutturazione ed il restauro di beni immobili.

La prima cosa che balza agli occhi è che il 22 febbraio 2019, secondo quando riportato dal verbale di assemblea incluso nel bilancio 2018, sono stati approvati i bilanci di esercizio relativi agli anni 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018.

Il verbale riporta solo la firma del presidente dell’ assemblea nonché liquidatore incaricato, il commercialista revisore contabile Alfredo Di Napoli. La società, con sede a Genova, disponeva al momento della sua liquidazione di un capitale sociale di 80 mila euro. Dunque a partire dal 2010 non era stato più presentato ed approvato un bilancio di esercizio. Che a farlo sia stato, con nove anni di ritardo, il liquidatore la dice lunga sulla trasparenza e sulla regolarità dell’attività amministrativa condotta dai vertici della società. E ancora.

Come abbiamo visto al momento della liquidazione la Mafea RE srl aveva un capitale sociale di 80 mila euro, la maggior parte del quale (74.900 euro) era detenuto da tal Alberto Milan. Un’altra quota rilevante era in mano al fratello di questi, Emanuele Milan, per un ammontare pari a 4.900 euro. Siri deteneva solamente una quota residuale del valore di 200 euro.

Ripercorrendo la storia delle partecipazioni societarie dei due fratelli Milan emerge come Alberto risulti essere stato titolare di una ditta individuale Milan Alberto di intonacatura e stuccatura, ditta iscritta nel registro a partire dal luglio 2007 e cancellata nel febbraio 2012, mentre il fratello Emanuele a partire dall’agosto 2010, data della sua iscrizione e fino alla cancellazione dell’ottobre 2018, risulta essere stato titolare della ditta individuale Milan Emanuele con oggetto sociale la posa di infissi, arredi, controsoffitti e pareti mobili. A far data dal 15 aprile 2019 sempre Emanuele Milan risulta essere titolare della Edil Solution, impresa individuale che presenta il medesimo oggetto sociale della omonima ditta cancellata nel 2018. In sostanza dunque i due fratelli Milan sembrerebbero più interessati ad attività legate all’edilizia che ad altro.

In ultimo, dal gennaio 2006 al luglio 2009 Emanuele Milan risulta essere stato amministratore unico della srl Metropolitan Coffee and Food. La società, con sede a Milano in v. Benedetto Marcello n.4 e sede legale nel Delaware, a Newark, (presso il Barksdale Professional Center) è stata incorporata nel gennaio 2006 e cancellata nel giugno 2011. Oggetto della sua attività era la gestione di bar, pizzerie e ristoranti, tavole calde e gelaterie.

A partire dal 2006 e fino al 2009 la società ha poi aperto altre quattro sedi produttive distaccate, rispettivamente presso la Stazione MM2 Abbiategrasso (Bar), la MM3 Stazione Rogoredo (edicola), la Stazione MM2 Caiazzo (bar), Via Cassinis Giovanni Battista / Stazione MM3 Rogoredo (bar).

Soci della Metropolitan Coffee and Food srl risultano essere stati Milan Alberto e Milan Emanuele, entrambe con una quota del 40% del capitale, oltre a Maria Arnone, quest’ultima con una quota del 20%.

Nel marzo 2009 Emanuele Milan cede interamente la sua quota alla Comunication Projet DW LTD, società incorporata nel Delaware. Identica cosa fanno lo stesso giorno sia Alberto Milan che Maria Arnone.

A far data dal 3 marzo 2009 la Comunication Projet DW LTD risulta essere l’unica titolare della Metropolitan Coffee and Food srl. La persona designata dalla società a rivestire la carica di amministratore unico è Vivia Saoza Santos, nata a Cubatao in Brasile e residente a Milano, che nella società Comunication Projet DW LTD ricopriva già la medesima carica. Alfredo Siri risulta essere stato amministratore unico della Metropolitan Coffee and Food srl dal giugno 2005 all’aprile 2007.

Soci ricorrenti o teste di legno?

Altra societò riconducibile idirettamente a Siri è la Mafea Comunication srl, società iscritta sul registro delle imprese di Milano con sede legale nel Delaware, sempre a Newark (e sempre presso il Barksdale Professional Center), che avrebbe quale oggetto sociale “l’ideazione, la realizzazione e la produzione di programmi televisivi, spot pubblicitari, formats e prodotti televisivi di altro genere“. La riconducibilità della società al sottosegretario ai Trasporti sarebbe desumibile oltre che dalla sede legale, anche dal fatto che i sui due soci sarebbero due soggetti ricorrenti nelle compagini sociali a lui direttamente riferibili.

Si tratterebbe in particolare di Iannuzzi Andrea, già socio come vedremo nel paragrafo che segue nella MediaItalia srl, e di Emanuele Milan, gia amministratore unico della Metropolitan Coffee and Food e in seguito socio della Comunication Projet DW LTD.

Del capitale sociale di diecimila euro della Mafea Comunication Iannuzzi sarebbe intestatario di una quota del 40%, essendo già stato amministratore della società dal 2006 al 2010, mentre l’altro 60% sarebbe di proprietà di Milan.

E proprio le due quote in questione sarebbero state cedute loro dalla Comunication Projet DW LTD, società che risulta essere attualmente l’amministratore unico della Mafea Comunication srl. Il tribunale di Milano, con provvedimento n. 656 del 3/12/2009 avrebbe sancito ufficialmentre il fallimento della Mafea Comunication srl.

Iannuzzi e Milan sarebbero soci anche nella Newline Cosmetics srl, rispettivamente al 40% e al 60%.

Creata nel gennaio 2007 la società con sede a Milano, in via Valvassori Peroni, ha quale oggeto sociale il commercio all’ingrosso di cosmetici e articoli di profumeria, ed avrebbe quale amministratore unico, ancora una volta, la Comunication Projet DW LTD.

Comunicazione e produzioni televisive

Altra società della galassia Siri è la MediaItalia srl. Con un capitale sociale di 45 mila euro e la sede legale in via Amilcare Ponchielli a Milano, la società incorporata nel gennaio 2002 presso il registro meneghino delle imprese ha come oggetto sociale l’ideazione, la produzione e la realizzazione di programmi televisivi, nonchè la comunicazione aziendale, la realizzazione di campagne pubblicitarie, l’attività di agenzia di moda, l’attività di ufficio stampa, l’allestimento di punti vendita e stand fieristici.

Cancellata nel settembre del 2015 la società ha nominato quale liquidatore Maria Nancy Marte Miniel,  cittadina dominicana.

Soci della srl dal momento della sua costituzione sono stati Siri Armando, per una quota pari a 24.750 euro pari al 55% del capitale; Iannuzzi Andrea per 18 mila euro, pari al 40% e Pesce Ciro per 2.250 euro, pari al 5%.

Secondo una visura internazionale Pesce sarebbe titolare di quote azionarie relative a ben due società off-shore. La prima, la Ciro Pesce Bio Evolution incorporata nel maggio 2016 nella Repubblica Dominicana, ha quale oggetto la produzione, l’esportazione e la vendita di prodotti da agricoltura biologica; la seconda invece, la Aktida Global Media LTD, risulta essere stata incorporata a Cipro nel febbraio 2013 ed avrebbe quale oggetto sociale l’attività di comunicazione e di realizzazione e promozione di contenuti per i media.   

Secondo il bilancio presentato nel dicembre 2005 la MediaItalia srl deteneva, all’epoca, partecipazioni direttamente e indirettamente ad essa riconducibili nelle seguenti società:

Top Fly srl società con sede a Milano e capitale sociale di 10 mila euro, dei quali la quota posseduta da Siri era pari a 2.000 euro, equivalente al 20% del capitale.

Sunrise Internazional Entertainment, società con sede in Romania con una quota di capitale posseduta pari a 1.309 euro.

E’ Turismo e Cultura srl, società con capitale sociale pari a 10 mila euro per la quale la quota   posseduta dal sottosegretario risultava essere pari a 7.000 euro, equivalente al 70% del capitale.

L’assemblea ordinaria del 28 aprile 2006 che ha apprvato il bilancio della MediaItalia srl al 31 dicembre 2005 era presieduta da Armando Siri, ed aveva quale segretario Fabrizio Milan.

In un articolo del settimanale l’Espresso si racconta della condanna comminata tre annni e mezzo fa dal tribunale di Milano ai danni del sottosegretario Armando Siri.

In sede di patteggiamento per il fallimento della srl MediaItalia, con debiti per oltre un milione di euro, l’ideologo della Flat Tax sarebbe stato condattato ad un anno e otto mesi. Secondo l’accusa Siri e i suoi soci avrebbero svuotato le casse della MediaItalia srl, trasferendone il patrimonio in una società off-shore con sede legale nel Delaware, la Mafea Comunication.   

Secondo quanto risulta all’Espresso Siri, assieme a Fabrizio Milan e Andrea Iannuzzi, avrebbe provocato il fallimento della società attraveso azioni dolose, rifiutandosi di pagare all’erario, tra tasse e contributi previdenziali, la somma di 162 mila euro.

Come abbiamo visto prima di fallire la MediaItalia avrebbe nominato in qualità di liquidatrice Maria Nancy Marte Miniel, originaria di Santo Domingo e oggi residente in Italia, a Casorezzo (Milano). Una Testa di legno la definiscono i giudici che hanno condannato Siri, una persona che non disporrebbe delle competenze necessarie per poter ricoprire tale ruolo, ne tanto meno per pagare i debitori.

Eppure da una visura camerale la persona in questione risulterebbe avere ricoperto il ruolo di liquidatore per almento altre tre società: Antinfortunistica Italiana srl, Oxene srl, Yomango srl.

Oltre ad essere stata amministratore unico di altre cinque: Corus srl, Sicen srl, Marte srl, Officine Meccaniche srl, Cagliostro srl.

E ancora sempre Maria Nancy Marte Miniel risulta essere stata titolare unica della Marte Nancy, società individuale attualmente cancellata.

La Top Fly vola nel Delaware

Incorporata nel febbraio 2004 presso la camera di commercio di Milano, e con la sede legale nel Delaware a Newark (sempre presso il Barksdale Professional  Center), la Top Fly srl ha come oggetto sociale l’attività editoriale nel settore delle riviste e dei periodici.

Con un capitale sociale di 10 mila euro la società avrebbe quale amministratore unico Santos Vivia Souza, di nazionalità brasiliana, mentre la titolare al 100% della srl sarebbe Marte Miniel Nancy Mari. La donna, di nazionalità dominicana, sarebbe la stessa persona nominata liquidatrice per la MediaItalia srl.

In ultimo segnaliamo la Profilo srl, società iscritta nel registro imprese meneghino a partire dal marzo 2004 e cancellata nel novembre 2011. Con un capitale sociale di 10 mila euro la società aveva come oggetto sociale la produzione ed il commercio all’ingrosso e al dettaglio di abbigliamento, per adulti e bambini. Come liquidatore sarebbe stato nominato Luigi Patimo.

Soci della società, tutti con la stessa quota di 3.333 euro, pari al 33% del capitale, sarebbero stati Armando Siri, Giuseppa Di Fatta e Luigi Patimo.

Quest’ultimo risulta attualmente essere il responsabile per il mercato italiano del gruppo Accion Agua SA, una multinazionale composta da un centinaio di società che si occupa di ingegneria civile, costruzioni e infrastrutture nei settori immobiliare, delle energie alternative, della logistica e dei trasporti.

Per la modica somma di 15 milioni di euro Accion Agua ha fornito ed installato per conto di Acqualatina spa, società che gestisce il servizio idrico nella provincia pontina, dei dissalatori utilizzati per potabilizzare l’acqua marina nelle isole di Ventotene e Ponza.

Ma malgrado la pubblicità propalata anche attraverso i canali dell’informazione pubblica l’impianto di dissalazione di Ventotene produce solamente acqua salmastra. Adatta più per scopi industriali che per usi domestici.

Accion Agua si occupa però anche di energia eolica, così come risulta sul sito dell’importante attore a livello nazionale Intergroup, società che movimenta pale eoliche e che menziona la partnership in corso con Accion.

La collaborazione tra i due protagonisti industriali nei due diversi mercati dell’eolico e dei servizi idrici sarebbe in corso da oltre un decennio.

Nel 2017 Patimo viene coinvolto, assieme a Marcello Cammera, in un’indagine condotta dall’Antimafia di Reggio Calabria denominata “Reghion“. Nell’inchiesta Cammera e Patimo sono indagati, assieme ad altri 33, di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e turbativa d’asta.

La ricostruzione degli inquirenti aveva delineato una commistione di interessi tra politica, massoneria e ‘ndrangheta che aveva permesso a quest’ultima di orientare il sistema di appalti del comune di Reggio Calabria nella gestione del servizio idrico.

Secondo il quadro probatorio raccolto dai giudici reggini Patimo veniva accusato di corruzione avendo promesso consulenze e posti di lavoro al dirigente amministrativo Marcello Cammera, in cambio dell’affidamento dell’appalto per la gestione delle acque. Dirigente del Settore Cultura, Turismo, Istruzione e Sport per il comune reggino, in diverse intercettazioni Cammera viene apostrofato come “uomo di Paolo Romeo“.

Il quadro probatorio raccolto risultava insufficiente, tanto da spingere il Gip del Tribunale di Milano a  respingere il fermo ai danni di Patimo, così come richiesto invece dalla procura di Reggio Calabria.

Oltre ad essere socio di Siri nella Profilo srl, secondo l’Espresso Patimo avrebbe partecipato nell’ottobre 2015 ad una cena di finanziamento organizzata dall’attuale sottosegretario ai Trasporti per conto della Lega presso la Fonderia napoleonica di Milano. (cm)

L’industria degli armamenti e il profilo criminale di alcuni suoi mediatori

Ufficialmente le grandi nazioni avanzate sembrando indignarsi per il trattamento riservato alle donne, al dissenso e agli omosessuali da parte di alcuni paesi ritenuti dalle organizzazioni umanitarie regimi più o meno oppressivi. Questo non sembra però fermare quelli tra questi che importano armamenti e esportano petrolio, settori che oltre a non risentire delle crisi economiche hanno evidenti implicazioni geopolitiche.

Solo di recente l’industria delle armi è tornata alla ribalta della cronaca per le vicende legate al trafficante italiano Franco Giorgi, estradato dalla Libia dove era stato arrestato per traffico internazionale di armi. L’uomo, ricercato in Italia da tempo, svolgeva in Africa un ruolo di primo piano di mediazione mettendo in contatto alcune imprese europee produttrici di armi ed i rappresentanti ufficiali di alcuni Paesi, tra i quali Corea del Nord, Iraq, Dubai e Libano.

Il recente exploit nella spesa per armamenti da parte di alcuni Paesi appartenenti a diverse aree geografiche lascia comprendere come il ruolo di personaggi come Giorgi sia sempre più decisivo, specie per quelli sui quali vigono degli embargo internazionali proprio in relazione alla vendita di materiale bellico o destinato ad un uso duale militare-civile, come ad esempio la tecnologia per il controllo delle comunicazioni.

In particolare sono quattro i paesi che attualmente destinano una grossa porzione del loro bilancio alla spesa per armamenti. Si tratta di Egitto, Arabia Saudita, Giappone e Cina.

Solamente uno di questi però è attualmente impegnato in operazioni di guerra.

Ci riferiamo all’Arabia, che sta portando a termine una serie di operazioni militari nei confronti del vicino Yemen.

La corsa al rifornimento dei propri arsenali è cominciata per  il regno arabo circa dieci anni fa. Fino a quel periodo la spesa per armamenti del Paese, ora guidato dal principe Mohammad bin Salman (MBS), era inferiore del 90% rispetto a quella attuale. E’ nel 2015, con l’inizio della guerra col vicino Yemen, che comincia ad impennarsi decisamente.

Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha monitorato nel tempo l’andamento di questa spesa, utilizzando un’unità di misura che considera il valore militare piuttosto che quello finanziario dei sistemi di armamenti acquistati. Questa unità si chiama Trend Indicator Values (TIV).

Nel 2017 l’Arabia Saudita ha acquistato 4.1 miliardi di TIV di armi straniere.

I suoi principali fornitori sono stati l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Da questi l’Arabia avrebbe acquistato sistemi di arma pesanti quali aerei caccia, elicotteri e carri armati.

Ma veniamo al dettaglio. Dal 2016 al 2017 gli acquisti della piccola monarchia araba dagli Stati Uniti hanno riguardato 142 elicotteri, 8 aerei anti sommergibile, 153 carri armati, e oltre 20.000 missili teleguidati.

Si tratta nella maggior parte di sistemi di arma adottati per condurre un tipo di conflitto aereo. Come quello che l’Arabia sta conducendo in Yemen, con attacchi aerei mirati sferrati a ripetizione, dove un singolo raid può arrivare a portare anche diverse dozzine di attacchi.

L’uccisione del reporter Khashoggi

Nell’ottobre del 2018, a seguito dell’uccisione del reporter del Washington Post Jamal Khashoggi, la Germania ha deciso di sospendere i programmi di forniture di armamenti nei confronti del regno saudita. Il comparto industriale teutonico ha coperto una discreta quota delle vendite di armi a quel paese, passando dai 2 milioni di fatturato del 2015 ai 105 milioni del 2017.

I sauditi, dal canto loro, non hanno nessuna intenzione di ridurre il loro budget di spesa in armamenti, e quindi quello che è accaduto è stato che questi hanno di fatto sostituito le armi della Germania con quelle di altri paesi, come la Spagna, la Francia ed il Canada.

Diverso invece l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte all’uccisione del giornalista di origini Saudite.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di ridurre unilateralmente la vendita di armamenti e attrezzature militari all’Arabia Saudita, poiché questo significherebbe dover tagliare posti di lavoro negli Stati Uniti.

Nel corso di una riunione governativa è stato stimato come solo i contratti stipulati per i prossimi anni dal paese a stelle e striscie con i sauditi comporterebbero la creazione di 40.000 nuovi posti di lavoro.

Il governo della piccola monarchia araba si è impegnato con le imprese statunitensi nei prossimi anni ad effettuare acquisti per 110 miliardi di dollari.

A prescindere da qualsiasi decisione di embargo eventualmente adottata a livello internazionale. Nel corso di un’intervista rilasciata lo scorso anno il principe saudita MbS ha dichiarato che la spesa complessiva per armamenti del suo paese ha raggiunto lo scorso anni i 200 miliardi di dollari, e che per l’anno a venire, il 2019, questa raddoppierà fino a raggiungere i 400 miliardi.

Stando a un recente report della Reuters, nel corso del precedente doppio mandato del presidente Barack Obama le vendite di armamenti in favore dell’Arabia avevano gia’ raggiunto la cifra considerevole di 115 miliardi di dollari.

E l’Italia con Finmeccanica non è stata da meno, essendo infatti l’azienda italiana parte del consorzio di paesi che ha prodotto il caccia multiruolo Eurofighter Typhoon, assieme all’inglese BAE System e alla francese Dassault, quest’ultima in seguito sostituita dalla tedesca EADS. Il consorzio avrebbe infatti siglato nel 2007 con l’Arabia Saudita un contratto di fornitura e supporto tecnico da 2 miliardi di euro (2.94 miliardi di dollari).

Altri paesi dell’area orientale ad avere acquistato tale velivolo sono l’Oman, il Qatar ed il Kuwait, che complessivamente nel 2016 disponevano di un parco aerei di circa 600 esemplari.

Il Typhoon avrebbe svolto un ruolo decisivo in quello che sarebbe ad oggi il suo battesimo del fuoco, valle a dire l’intervento in Libia del 2011.

Il capitale sociale di un mafioso 

A scorrere la sua pagina web vrpalazzolo.com si ha l’impressione di stare di fronte ad uno dei più grandi errori giudiziari mai commessi dallo Stato italiano.

Dall’abbandono della casa paterna, all’età di 15 anni, agli studi completati tra la Svizzera e la Germania. Fino a diventare responsabile (CEO) della Consultfin SA, il ramo finanziario di una delle tre principali banche svizzere di Lugano. E non si può certo dire che la vita di uno dei più potenti riciclatori di capitali mafiosi non sia stata sufficientemente movimentata.

Pizza Connection

Nel 1984 l’FBI solleva il coperchio di quell’enorme scandalo al quale la cronaca ha dato il nome di Pizza Connection: il più grande traffico di eroina e cocaina tra la Sicilia e gli Stati Uniti mai organizzato dalla mafia italiana.

Tra il 1975 ed il 1984 sarebbero stati spediti dalla Sicilia non meno di 1.6 miliardi di eroina.

A capo di Cosa nostra siciliana il boss Gaetano Badalamenti, arrestato il 9 aprile 1984 a Madrid assieme al figlio Vito e al cognato Pietro Alfano, così come altri boss mafiosi sparsi tra l’Italia, la Spagna e gli Stati Uniti.

Qualche mese più tardi, grazie anche alla collaborazione dei pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, il procuratore federale Rudolph Giuliani riuscirà con l’aiuto dei magistrati italiani Isnardi, Galasso e Falcone, ad istruire il processo contro Badalamenti e Co. Ma soprattutto riuscirà a ricostruire la rete di riciclaggio messa in piedi dall’organizzazione e gestita da insospettabili colletti bianchi tra l’Italia e la Svizzera.

A seguito dell’uccisione di Carmine Galante al vertice dell’organizzazione americana sedeva il boss palermitano Salvatore Catalano, capo della famiglia Bonanno, una delle cinque che si dividevano il traffico tra New York e il New Jersey.

Nei forzieri delle banche svizzere gli inquirenti sequestreranno, nel novembre del 1984, qualcosa come 40 miliardi di lire. Solo una parte dei 15 miliardi di dollari ripuliti ogni anno da Cosa nostra attraverso gli istituti di credito elvetici.

Il processo ai membri dell’organizzazione comincerà il 30 settembre 1985 e terminerà il 2 marzo 1987. Sarà il processo più lungo nella storia degli Stati Uniti.

La fonte iniziale per gli inquirenti fu l’agente speciale sotto copertura Joseph Pistone, conosciuto anche col nome undercover di Donnie Brasco.

L’estradizione dalla Thailandia

Condannato a 9 anni per mafia, arrestato ed estradato dalla Thailandia nel 2013 dopo essere fuggito dal Sud Africa dove godeva di protezioni ad alto livello, oltre ad avere giocato un ruolo di primo piano nel riciclaggio in Svizzera dei proventi di Cosa Nostra, secondo gli inquirenti Palazzolo sarebbe stato il tesoriere di Totò Riina e di Bernardo Provenzano.

La sua cattura sarebbe avvenuta grazie ad un’ intercettazione, stando alla quale il boss aveva organizzato un incontro ufficiale tra imprenditori italiani ed esponenti ufficiali del governo dell’Angola.

Come riportato sul suo sito dopo essersi stabilito in Sud Africa, a partire dal 1986 Palazzolo comincerà ad usare il nome di von Palace Kolbatchenko, in onore della sua nonna russa. Ed è con questo nome che avrebbe rilevato, tra il Sud Africa e la Namibia, una settantina di proprietà per un valore complessivo di 37 milioni di euro.

Sempre in Namibia Palazzolo- Kolbatchenko  sarebbe entrato in contatto, grazie alla conoscenza del figlio dell’ex presidente della Repubblica, con la multinazionale dei diamanti Dee Beers, ed avrebbe acquistato i diritti relativi a sette miniere di uranio per un valore pari a 3,5 miliardi.

A partire dal 29 marzo 2017 Peter von Palace Kolbatschenko, figlio di Vito, sarebbe uno dei due direttori, l’altro è Mukesh Kantilal Kothari, della Piero Verde Diamonds and Gems Private Limited. La società, incorporata in India il 29 marzo 2017, ha sede a Girgano, Mumbai City (Maharashtra), e non ha un oggetto specifico essendo catalogata nella categoria delle “attività altre”.     

L’Italia e Finmeccanica

Nell’intervista rilasciata il 30 novembre 2011 al sito di Repubblica, l’ex capo delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni spiega come il precedente amministratore delegato, Pier Francesco Guarguaglini, sia riuscito a far crescere l’azienda fino a farle raggiungere la settima posizione nel ranking mondiale delle imprese di armamenti.

E di come sia stato lui stesso, nel gennaio 2010, a parlare ai magistrati della procura di Napoli delle tangenti versate al governo brasiliano, tramite il faccendiere Valter Lavitola. Tangenti legate alla vendita di fregate militari prodotte dalla Magnaghi spa.

Il manager avrebbe anche accennato ai magistrati dei sei milioni di euro scudati fatti da lui rientrare in Italia, denari che non sarebbero stati il frutto di una tangente bensì i compensi legati ad un’attività di consulenza da lui prestata.

Contemporaneamente la procura di Roma si sarebbe occupata di una tangente da 18 milioni di euro intascata dal Presidente di Panama, Ricardo Martinelli, e da alcuni suoi ministri in relazione ad una fornitura di elicotteri Augusta Westland.

Tangente versata tramite la società anonima panamense Agafia Corp SA. Indagato assieme a Borgogni anche il superconsulente dell’ad Guarguaglini, Lorenzo Cola.

Questi avrebbe affidato a Borgogni una tangente da 350 mila euro da consegnare al parlamentare UDC Franco Bonferroni. Soldi che sarebbero in seguito finiti ai dirigenti apicali del medesimo partito.

Secondo Borgogni il crollo etico ed economico del gruppo Finmeccanica sarebbe cominciato con l’esplosione, nel maggio 2011, dello scandalo Digint.

Creata dal commercialista di Cola, Marco Iannilli, alla societa’ venivano affidate in subappalto e senza gara una serie di commesse, sia da Selex Sistemi Integrati spa che da parte di Enav spa, al fine di accrescerne il valore finanziario. Una volta incrementato il valore delle azioni grazie alle commesse ottenute tramite Cola, quest’ultimo assieme a Iannilli e Gennaro Mokbel avrebbe venduto la sua quota a Finmeccanica realizzando un consistente plusvalore.

In questa vicenda entrano in gioco personaggi del sottobosco criminale, che per usare un’espressione abusata sono passati dalla criminalita’ politica alla criminalita’ comune. Come Gennaro Mokbel e Massimo Carminati, personaggi le cui vicende si intrecciano con l’indagine Mafia Capitale.

Parte dei capitali, circa sette milioni di euro, dell’affaire Digint provenivano infatti dalle tasche di Mokbel, ed erano il frutto della truffa Telecom-Sparkle posta in essere assieme ad altri personaggi del medesimo sottobosco, personaggi come Manlio Denaro.

E’ qui, da un contrasto tra questi due, che spunta fuori Carminati in una veste nuova per lui, quella di pacere risolutore. Una sorta di Mr. Brown de noantri, piu’ pratico e ideologizzato del personaggio di Tarantino dal film Pulp Fiction interpretato da Harvey Keitel.

La creazione della Digint viene definita dagli inquirenti, nell’ambito dell’indagine “Broker” come “un’articolata manovra finanziaria che aveva permesso al gruppo Mokbel di acquisire con parte del provento della truffa carosello Telecom-Sparkle (op. Broker) il 51% della Digint srl, partecipata per il restante 49% da Finmeccanica Group Service spa”.

Tra le varie tangenti pagate da societa’ della galassia Finmeccanica anche quella da 700 mila euro versata a Riccardo Mancini e diretta ad un politico dell’area PDL. Quella tangente proveniva da Lorenzo Cola e sarebbe arrivata a Mancini per il tramite di Marco Iannilli.

E’ qui che sarebbe entrato in gioco un quarto uomo, una sorta di factotum in funzione logistica, la cui identità non sarebbe mai stata chiarita ma che dai movimenti seguenti all’arresto di Mancini i carabinieri del ROS hanno ritenuto potesse trattarsi di Massimo Carminati.

Quella tangente, relativa ad una fornitura di autobus a Roma Capitale in relazione al progetto di trasporto pubblico del cosiddetto corridoio laurentina, era in realta’ una sorta di contropartita relativa ad un accordo quadro che includeva i lavori per la Metro C di Roma.

La partecipazione di Finmeccanica con una quota del 14% come general contractor, assieme ad Ansaldo STS, era considerata dai vertici del gruppo statale poca roba rispetto ai 3,5 miliardi di lavori.

E’ per questo che assieme a quella commessa è arrivata anche la maxi fornitura per le carrozze della metro da 270 milioni di euro, fornitura firmata prima dalla giunta guidata da Walter Veltroni, e in seguito sottoscritta anche da quella targata Alemanno appena un anno dopo la sua elezione a sindaco, trenta aprile 2009. L’incontro tra Cola e Mancini sarebbe avvenuto nel settembre del 2009.

Ansaldo Sts affida in subappalto 1,5 milioni di lavori alla Elsag spa, società guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini. La Elsag subappalta una parte di questi lavori a Csi e Engineering. Una piccola porzione viene affidata anche al Consorzio Stabile Roma Duemila, società legata a Iannili che in ATI con Marcantonio spa ha ottenuto 16 milioni di euro di lavori. Il presiedente del consorzio è Maurizio Marronaro, appartenente alla stessa famiglia di imprenditori di Lorenzo Marronaro, fino al febbraio 2011 in società con Iannilli nella Arc Trade.

Altra societa’  fornitrice del gruppo Finmeccanica, il capitale della Arc Trade era per l’85% di proprieta’ di Marco Iannilli, per il 7, 5% di Romano David e per una quota analoga di Carcione Alessandro.

La Arc Trade verra’ fatta fallire e svuotata del suo capitale, 12 milioni di euro circa, attraverso un’attivita’ di fatturazione fittizia posta in essere da personaggi tutti riconducibili allo Iannilli.

(cm)

La truffa sull’accoglienza al comune di Roma

 

 

    Virtus Italia, un’associazione che avrebbe dovuto accudire, su incarico dell’amministrazione capitolina, i minori stranieri li lasciava invece scappare continuando ad incassare le rette come da contratto. Il fermo di alcuni minori rom presso la stazione Termini ha permesso alla Polizia di Roma Capitale di scoprire un sistema illecito di gestione dei minori stranieri.

Questi ultimi venivano affidati temporaneamente al centro Virtus Italia con l’incarico di ospitarli e accudirli. Il periodo di affidamento durava al massimo 96 ore. In cambio il centro prendeva dal Comune 120 euro al giorno per ogni minore ospitato. In tre anni il centro avrebbe incassato, secondo la convenzione stipulata con l’amministrazione capitolina, 2,7 milioni di euro.

I minori venivano ospitati in attesa della loro identificazione. Una volta identificati, questi avrebbero dovuto essere avviati ad un percorso di inserimento. Secondo alcune intercettazioni, invece di essere ospitati i minori venivano fatti fuggire. Addirittura la notte veniva loro lasciato aperto il cancello di ingresso al centro.

Il tutto per ridurre le spese di mantenimento e realizzare in tal modo un utile più elevato.

Secondo i calcoli degli investigatori, dal settembre 2018 al febbraio 2019 sarebbero almeno cento i minori, tutti di età inferiore ai 14 anni, fuggiti dal centro e di cui si sarebbero perse le tracce. Alcuni di essi, come testimoniato dai giovani rom intercettati a Termini, sarebbero finiti a svolgere attività di manovalanza per conto della criminalità comune.

 

La Virtus in cifre

Iscritta al registro imprese dal giugno 2018, l’impresa sociale Virtus ha come finalità quella della solidarietà sociale nel campo dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, oltre che la formazione rivolta a soggetti svantaggiati.

In particolare questa si propone di: a) promuovere e realizzare l’attività di assistenza, accoglienza,  e supporto a favore di tutte le persone, di qualsiasi sesso ed età, che per qualsiasi ragione vivano anche temporaneamente una situazione di disagio fisico, psichico, sociale ed economico. b) promuovere e realizzare la lotta alla violenza contro le donne e i minori, la sua prevenzione e la solidarietà alle vittime, secondo le attività e gli obiettivi fissati dalla legge n.64/1993. c) promuovere e realizzare attività di formazione e di orientamento tese a favorire l’inserimento sociale e lavorativo di tutti coloro che si trovino in condizione di bisogno, tra cui principalmente disabili, detenuti, ex detenuti ed immigrati da paesi stranieri.

In data 21 febbraio 2019 la Virtus Italia ha presentato al tribunale di Roma domanda per  l’ammissione al concordato preventivo (n.  21/19).

Il Presidente rappresentante legale dell’associazione è Enrico Sanchi. Vicepresidente è invece Monica Mancini, mentre Michele Canonico è membro del consiglio direttivo.

 

Le attività e i centri

Complessivamente a Roma la Virtus gestisce nove sedi tra cui:

Un asilo nido situato a Villa Spada, in particolare in v.Annibale Maria di Francia (licenza rilasciata dal Comune nel luglio 2008), un centro di accoglienza per mamme gestanti o con minori  in via Cassia n.472 (attività iniziata nel marzo 2009), una comunità educativa di pronta accoglienza per minori stranieri non accompagnati in V.Annibale Maria di Francia n.6 (aperta nell’aprile 2010), una casa famiglia per disabili adulti in v.dei Colombi n.190, appartamenti 4, 5 e 6 (attività intrapresa tra il dicembre 2008 e l’aprile 2010), un centro di servizi di assistenza domiciliare per anziani, invalidi e disabili (SAISA) in v. Duilio Cambellotti (data di inizio dicembre 2011), un centro diurno per anziani fragili ad intensità assistenziale medio-lieve e medio-grave in v.Campi Flegrei n.40 (attività cominciata nel maggio 2010).

E ancora  un centro per le attività di assistenza sociale non residenziale NCA, sportello sociale per i cittadini per il reperimento gratuito di informazioni sui diritti e le prestazioni in V.Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rignano Flaminio (attività cominciata nel maggio 2014), un centro per attività interculturali per minori in una fascia di età da tre mesi a sei anni in v.Esperide n.136 (attività intrapresa nel giugno 2017), un centro di accoglienza integrata per adulti e famiglie richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale e umanitaria destinati a centro SPRAR sito in v.Rocco Pozzi n.49 (attività intrapresa nel luglio 2017), oltre ad un centro per l’assistenza sociale residenziale rivolta ai cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale sito in via dei Tribunali 192-194 Napoli, (attività intrapresa nel novembre 2015).

Il numero di addetti risulta essere pari a 30 per il centro di Napoli, 13 per quello di Rignano Flaminio e complessivamente 458 per quanto riguarda i centri situati a Roma.

Altri due centri sarebbero stati chiusi tra il 2016 ed il 2017. Si tratta in particolare del Centro Interculturale per minori dai 6 ai 18 anni, aperto nel settembre 2009 e sito in v.Liberato Palenco, e del centro di accoglienza a stranieri immigrati, richiedenti asilo e rifugiati sito in v.Raddusa n.12, aperto nel novembre 2010.

 

Virtus Italia in Mafia Capitale

Nell’ordinanza relativa all’inchiesta Mafia Capitale del 29 maggio 2015, a firma del GIP dott.ssa Flavia Costantini, la Virtus compare in tre passaggi dell’indagine.

Il primo è quello relativo alla turbativa afferente alla procedura negoziata per l’accoglienza di 580 persone dal 1.09.14 al 31.12.14.

Dall’intercettazione di una conversazione tra l’imprenditore Sandro Coltellacci e il suo omologo Salvatore Buzzi, condannato in secondo grado per associazione mafiosa,  i carabinieri del ROS constatavano come il primo rassicurasse il secondo in merito alla mancata partecipazione alla gara in oggetto da parte di due concorrenti.

Si trattava in particolare della cooperativa il Sol.Co, riconducibile all’imprenditore Mario Monge, e la Virtus riconducibile al presidente Enrico Sanchi.

Il secondo concerne un’ ulteriore conversazione intercettata dal ROS tra Buzzi, la sua compagna Alessandra Garrone e Carlo Guarany, quest’ultimo dipendente di Buzzi nonché titolare delle cariche di vice presidente del cda e consigliere della società 29 Giugno Coop Sociale Onlus, oltre che di consigliere della Coop Soc. Onlus ABC.

All’interno del sistema di cooperative riconducibili a Buzzi Guarany è elemento di rilievo. A dirlo è il ROS, dopo aver censito la sua presenza in una serie di riunioni determinanti per il gruppo di cooperative in questione, talvolta anche in contemporanea con la presenza del socio occulto Massimo Carminati, presso la sede di via Pomona n.63.

L’intercettazione a cui si fa riferimento è riferita ad una conversazione tra i tre soggetti indicati, censita nei locali di via Pomona. L’argomento è una sorta di stato dell’arte relativo alle gare aggiudicate dalle cooperative del gruppo, da sole o in associazione con altre. A tal riguardo la Virtus rientra all’interno di una gara relativa all’accoglienza dei minori, del valore di 2,2 milioni di euro.

Buzzi: poi ce ne abbiamo in corso col Quinto Dipartimento … e … portierato, Formula Sociale … Sociale … portierato 600, poi c’abbiamo sala operativa sociale VIRTUS, ABC … quanto quotava questa?
Guarany: 2 milioni
Buzzi: 2 milioni e 2

Guarany: la prima era 2 milioni
Buzzi: 2 milioni e 2 … poi c’abbiamo minori …
VIRTUS, ABC, 200 … in corso, ci metto qui in corso, quindi queste le abbiamo fatte tutte … mi sembra solo con Formula Sociale (inc) … poi c’ho … questo è (inc) spiagge.

Il terzo passaggio è una conversazione tra Buzzi e Massimo Caprari, quest’ultimo ex membro dell’Assemblea Capitolina eletto tra le liste del Partito Democratico.

Nel 2014 in relazione al riconoscimento del debito fuori bilancio legato ad una serie di spese a carattere eccezionale sostenute dall’amministrazione attraverso lavori affidati senza gara a soggetti tra i quali rientravano anche le cooperative di Buzzi, situazione che si era già verificata nel 2012 e nel 2013, per ottenere la maggioranza necessaria alla loro approvazione Buzzi contattava una serie di personaggi politici.

Tra questi, oltre al capo della segreteria dell’allora sindaco Gianno Alemanno Antonio Lucarelli, il capogruppo del PDL Luca Gramazio, il Presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, l’Assessore ai Lavori Pubblici eletto tra le file del PDL Giordano Tredicine e in ultimo Luca Giansanti. In cambio dell’interessamento Caprari, che secondo gli inquirenti avrebbe messo la sua funzione  a disposizione di Buzzi, avrebbe chiesto tre posti di lavoro.

Caprari: senti, ma tu al Municipio stai a partecipa’ all’AIC (fonetico)? (Consorzio Associazione Italiana Casa, offre soluzioni abitative a prezzi fuori mercato per le fasce più deboli)
Buzzi: Si
Caprari: quindi una è tua sostanzialmente.. (inc) tre lotti, no?
Buzzi: una c’hanno detto che è nostra con.. con
Virtus
Caprari: Mh..
Buzzi: se ce riesci a falla pijà da solo?
Caprari: no, non ci riesco perché so che loro hanno (inc)..(inc).. ma è anche gente che (inc) (inc) perché sta sotto a un treno sto coglione però famose i cazzi nostri.. però l’importante è sapere che.. ce stai.. stai apposto.. sai pure (inc) dei cosi no.. (cm)

  

 

Servizi Difesa Spa

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Come appare scritto sulla home page, Difesa Servizi spa è una società di diritto privato costituita con la legge 23 dicembre 2009, trovando la sua definizione successiva nell’art. 535 del Codice  dell’Ordinamento militare di cui al D. Lgs. 15 marzo 2010 n.66.

Tra le varie figure societarie il cui capitale sia riconducibile in tutto o in parte all’Amministrazione centrale, SD spa rappresenta un eccezione, essendo la prima ad avere come socio unico il Ministero della Difesa, e dunque risulta subire oltre al controllo anche l’ indirizzo di tale dicastero, con alcuni raccordi anche col Ministero dell’Economia e delle Finanze. Essa ha come oggetto sociale “la gestione economica dei beni e dei servizi derivanti dalle attività istituzionali “.

Nata nel 2010 come organismo in house della difesa,  nel marzo dello stesso anno viene registrata presso la Camera di Commercio di Roma.  Ma sarà solo nel secondo semestre dell’anno successivo, il 2011, che comincerà a svolgere concretamente il suo scopo istituzionale.

Oltre che all’esigenza di un rinnovamento di gestione e di organizzazione del MdD, la società si pone lo scopo di reperire risorse aggiuntive attraverso la creazione di ricchezza derivante da una “gestione razionale dei suoi principali assets“.

In buona sostanza la società di capitali Difesa Servizi si occupa di collocare sul mercato beni, servizi e prestazioni, oltre che immobili e beni patrimoniali, esclusa la loro alienazione. Nella pratica la sua attività si esplica attraverso la predisposizione, stipulazione ed esecuzione di contratti attraverso i quali vengono offerti in gestione temporanea beni o servizi di pertinenza delle Forze Armate.


I servizi offerti

Tra i vari servizi offerti troviamo la valorizzazione ambientale di strutture militari ai fini della produzione di energia da fonti rinnovabili, la promozione e la gestione economica delle attività e dei servizi resi a terzi dalle Forze Armate nei settori metereologico, sanitario, merceologico, geo-cartografico e della foto-riproduzione aerea e satellitare. Rientra in questa categoria anche la “valorizzazione del brand attraverso la concessione in uso temporaneo a terzi a titolo oneroso, dei marchi, delle denominazioni e dei segni distintivi delle Forze Armate“, nonché “la promozione e la fatturazione delle attività, dei servizi e delle prestazioni di carattere tecnico, anche connesse all’attività industriale e produttiva del Dicastero, per le quali sia stato conferito apposito mandato a soggetti pubblici o privati, nazionali ed esteri“.

Sul sito di Difesa Servizi si legge come “i rapporti EURISPES confermano che la fiducia e l’attenzione degli italiani verso le Forze Armate è in continua crescita. Nel paese le Forze Armate non sono solo fenomeno di difesa e sicurezza nazionale, ma rappresentano anche un brand di successo. Ed è proprio in quest’ottica che SD spa “valorizza il brand attraverso la concessione in uso temporaneo a terzi, a titolo oneroso, dei marchi, delle denominazioni, degli stemmi, degli emblemi e dei segni distintivi delle Forze Armate. La concessione dei brand avviene con licenze d’uso, sia in esclusiva che non, nelle diverse classi merceologiche: abbigliamento, food, orologi, occhiali, giocattoli“.

A proposito della gestione del brand Aeronautica Militare, nel 2004 lo Stato Maggiore del corpo ha affidato tramite convenzione lo sfruttamento del suo brand alla società Cristiano di Thiene spa. Inizialmente l’azienda concessionaria realizzava capi in pelle, tra cui anche i giubbotti per le Frecce Tricolori. Negli anni a seguire essa riesce strappare anche la commercializzazione del marchio AM, realizzando una serie di prodotti e aprendo anche negozi in franchising in tutto il mondo, tra cui 40 negozi monomarca e oltre 1000 negozi multimarca. La concessionaria del marchio gestisce inoltre un’attività di rivendita on-line sul suo sito Aeronautica Militare.

L’Esercito Italiano ha affidato, sempre su convenzione, lo sfruttamento del suo marchio alla società Professional Licensing Group il cui fallimento è stato dichiarato il 27.10.2016 la quale gestiva tale attività sia direttamente, attraverso i marchi Esercito Italiano sportswear e Peace Keeper, che attraverso Amazon.  


L’organigramma

Nell’ambito della sua attività di controllo sugli enti sovvenzionati dallo Stato, lo scorso 23 novembre la Corte de Conti ha diffuso la relazione sull’attività svolta da Servizi Difesa spa per il 2014.

La struttura direttiva della società prevede al vertice la figura dell’amministratore delegato, al quale sono subordinati cinque dipartimenti: Affari Generali e Risorse Umane, Finanza e Tesoreria, Affari Legali e Societari, Amministrazione e Controllo, Progetti di Valorizzazione.

Ancora subordinata all’ad è la Segreteria di Direzione, che svolge anche funzioni di collegamento con il dirigente operativo, vale a dire il Direttore Generale; sotto il controllo di quest’ultimo sono sottoposti sei Uffici: Gare, contratti e centrale di committenza; Risorse energetiche; Brand; Pubblicità, media e sponsor; Risorse tecniche e scientifiche; Risorse immobiliari.


Trattamento economico dei dipendenti

La Corte dei Conti ha preso atto di come il personale della società sia composto da 19 unità, tutti militari di leva, alle quali si aggiungono altri due ausiliari (civili). Di conseguenza il trattamento economico dei primi, assegnati temporaneamente alla società per un triennio, si basa su quello fondamentale e continuativo del Ministero, al quale si aggiunge un trattamento accessorio corrisposto dalla Società.

Si tratta di un compenso annuale versato “una tantum” sulla base del conseguimento dei risultati pianificati, e che viene differenziato sulla base dei livelli di professionalità e di responsabilità.

In particolare i criteri di commisurazione del premio si basano su parametri quali l’incremento percentuale dell’utile rispetto all’esercizio precedente, il raggiungimenti del personale risultato, la posizione di responsabilità rivestita ed i giorni di presenza in servizio.

L’ultima corresponsione del premio di produzione relativa al 2013, effettuata con delibera del Consiglio di Amministrazione del 18 febbraio 2014, ha erogato complessivamente 65.225,09 euro ripartiti tra 21 dipendenti, con importi che andavano da un minimo di 856,49 euro spettanti ad un autista, ad un massimo di 5.500 euro corrisposti ad un Capo-ufficio responsabile anche della sicurezza.

Per l’anno successivo, il 2014, è stato deliberato un premio di produzione pari a 65.225, 09, con un importo minimo di 576,37 euro ed un importo massimo di 8.000, 00 euro, corrisposti ad un Capo ufficio nominato anche responsabile della prevenzione della corruzione.


Consulenze esterne

La quasi globalità delle attività svolte dalla società è stata posta in essere dal personale dipendente del MdD, fatta eccezione per alcune consulenze esterne, delle quali la società si è avvalsa nel 2014. L’esame della corte dei Conti ha riguardato genericamente consulenze nel settore tributario, fiscale e del lavoro, per un importo complessivo corrisposto nel 2014 pari a 13.250 euro.

Sul sito della società, sotto la categoria Amministrazione Trasparente e quindi sulla sotto categoria Bandi di Gara e Contratti relativi al 2014 viene indicata inoltre una “procedura ristretta” per l’allestimento museale relativo alla Prima Guerra Mondiale; delle sei offerte presentate, l’aggiudicatrice è risultata essere la Opus System, con un’offerta pari a euro 242.172,69, di cui 198.360 risultano essere già stati liquidati. L’allestimento realizzato, previsto da contratto per il dicembre 2013 gennaio 2014 è rappresentato dal Museo delle Forze Armate.

Per quanto concerne ancora i contratti e le consulenze indette per il 2015 da Servizi Difesa spa, sempre sul sito viene indicata, in data data 29.10.15, una “Consulenza Informatica Gestionale Infinity” alla Zucchetti spa, per un importo complessivo di euro 16.000.

A questa consulenza è legata la fornitura di hardware per il potenziamento dell’ infrastruttura, dalla Zucchetti Informatica spa, per un importo di euro 12.000, a far data il 31 gennaio 2015.

Ulteriore contratto stipulato con la Zucchetti Informatica spa in data 23.09.15 è quello relativo all’affidamento in economia di una consulenza gestionale Zucchetti Infinity, per un importo pari a euro 6.710, 63. Vi è poi un successivo acquisto di hardware e software dalla Zucchetti Informatica spa, sotto forma di affidamento in economia in data 19.10.15, per un importo di euro 2.753,54.

Ancora da Zucchetti Informatica spa viene indicato un ulteriore contratto di “Consulenza Software”, in data 29.10.15, per un importo pari a euro 5.000. Il totale complessivo tra consulenze ed acquisti di hardware e software dalla Zucchetti, relativamente al 2015, risulta essere pari ad euro 37.963,63.

Sempre per il 2015 vi è poi un contratto di consulenza legale affidato allo Studio Perfetti, relativamente al periodo 1.01.15 30.07.15, per un importo complessivo pari a euro 30.000.

Servizi Difesa spa risulta inoltre che abbia sottoscritto una polizza assicurativa con la Directors & Officers, per euro 5.724.

In relazione all’acquisto di buoni pasto, sempre dai dati resi noti sul sito dalla società, risultano relativi al 2015 complessivi euro 1.840 .

Per quanto riguarda il 2016 sempre sul sito è stato pubblicato, con riferimento allo Studio Legale Dettori e Associati, il contratto di consulenza in relazione all’attività legale stragiudiziale per la quale è necessario il supporto di un professionista.

L’oggetto precipuo della consulenza riguarderà precipue materie affrontate dal cliente nel corso dell’attività istituzionale, con specifico riguardo alla materia dei marchi delle Forze Armate, del fotovoltaico, e delle valorizzazioni immobiliari, oltre ogni altra questione di dubbia risoluzione che possa rilevare nel corso del periodo di consulenza.

Il contratto di consulenza è stato stipulato in data 29.02.16 e aggiornato il 13.07.16. Il suo importo è di 39.000 euro.


L’attività istituzionale

Come scrive la Corte dei Conti il contratto di servizio valido per il periodo luglio 2011-luglio 2014 ha continuato ad essere applicato per tutto il 2014, venendo rinnovato soltanto nel mese di gennaio 2015. Al netto dei costi sostenuti, i ricavi realizzati dalla Servizi Difesa sono stati messi a disposizione del Ministero della Difesa, anche se di fatto i fondi sono rimasti per lungo tempo in giacenza nei suoi conti.

A questo riguardo la Corte aveva mosso dei dubbi sul fatto che le risorse generate dalla Società venissero messe direttamente a disposizione del Ministero, senza rientrare nelle casse dello Stato per poi essere riassegnate, come accade per le altre società partecipate dal pubblico. La questione è stata risolta con la legge n.190 del 24/12/14, la quale considera tali risorse “aggiuntive” rispetto ai fondi stanziati dal governo centrale.

Tale perplessità rimane tutt’ora in relazione alle entrate relative alle società che svolgono servizio di tesoreria dell’Istituto medico legale dell’Aeronautica Militare, del Policlinico militare del Celio e della pubblicistica delle FF.AA, relativamente alla rivista dell’AM e a quella delle FF.AA, e questo sia alla contabilizzazione che agli obblighi di agente contabile.

Nell’esercizio preso in esame il numero delle convenzioni attivate e registrate presso la Corte dei Conti è salito a 32; alle due stipulate e perfezionate nel 2014, se ne aggiungono altre sei di cui quattro ancora al vaglio della Corte e quindi registrate nel 2015 aventi ad oggetto:

– la gestione economica di una parte dell’aeroporto di Verona Villafranca;

– la valorizzazione del brevetto dell’apparecchiatura per il contrasto alle frodi sulle carte bancarie;

– la gestione economica di un complesso sportivo nel Comune di La Spezia;

– l’atto aggiuntivo alla convenzione per la predetta gestione;

– la gestione economica della Caserma S.Chiara in Siena;

– la gestione del Piano caricatore ferroviario di Piacenza.

In particolare tra le operazioni concluse dalla società a seguito del rinnovo del suo cda, vi sono il contratto preliminare con il Comune di La Spezia per la locazione del centro sportivo “Montagna” della Marina di La Spezia, a seguito della stipula della convenzione del 12.03.14.

In forza di questa il Comune si è impegnato a versare sino al marzo del 2023 un canone di un milione di euro annui, con lo scomputo fino al 50% dei lavori di adeguamento.

Le convenzioni sottoscritte il 6.08.14 riguardano la gestione economica dell’area denominata “Piano caricatore ferroviario” situata in Piacenza; a queste si aggiungono quella relativa ad  un’aliquota della caserma  “Santa Chiara” di Siena, contratto sottoscritto il 7.08.14.

Vi è poi il contratto di sub-licenza del 13.11.14 per l’uso commerciale del marchio Aeronautica Militare per la produzione e commercializzazione di capi di abbigliamento, con estensione della durata fino al 31.12.19; i contratti di licenza per la gestione del marchio dell’Arma dei Carabinieri relativi alla commercializzazione di oggetti “Thun” del valore di 75.000 euro annui; alla produzione e commercializzazione di medaglie per €  10.000 annui di minimo garantito ed il 5% di royalties; alla produzione e commercializzazione di un modellino giocattolo per € 20.000 annui di minimo garantito ed il 5% di royalties.

In ultimo si segnalano i contratti di locazione per sei anni, con rinnovo automatico per ulteriori sei, per l’installazione di stazioni radio base (SRB) sottoscritti con Telecom Italia spa, aggiudicataria a seguito di manifestazione di interesse, su quattro siti militari: Faro di Murano della Marina Militare per 15.600 euro annui; Caserma Esercito Italiano di Bellinzago Novarese per 8.600 euro annui; Aeroporto Aeronautica Militare di Amendola per 6.500 euro annui; Caserma Esercito Italiano di Novoli per 11.000 euro annui.

In merito alla commercializzazione del marchio delle Forze Armate, preso atto dell’esistenza di crediti maturati e non riscossi nei confronti della società Società Professional Licensing Group licenziataria del marchio suddetto, il CdA della Servizi Difesa a stabilito di provvedere ad un prudenziale accantonamento a fondo svalutazione crediti, in proporzione al rischio di insolvenza del debitore. A tale proposito la SD spa ha sottoscritto con il debitore una scrittura privata di “riconoscimento di debito e transizione”.


Risultati economici

Nonostante le difficoltà accennate la società ha conseguito per il 2014 un risultato economico positivo, facendo registrare un valore della produzione di circa 11,23 milioni di euro, superando i valori relativi all’anno precedente. I costi ammontano per lo stesso periodo a 5,4 milioni di euro, al netto della svalutazione dei crediti, di cui 4,18 sono rappresentati dalle retrocessioni alle Forze Armate.

Il risultato operativo lordo (EBITDA) è stato pari  4,18 milioni, nettamente superiore a quello registrato nell’esercizio precedente.

Il risultato avrebbe potuto essere anche migliore se si fosse perfezionato il contratto definitivo per l’affitto dell’area “Margherita Nord” di Verona con la Catullo spa; attualmente l’area è occupata dal terzo Stormo dell’Aeronautica Militare. Nel 2014 era stato firmato il contratto preliminare con la Catullo spa, azienda  titolare di concessione aeroportuale quarantennale con ENAC.

Tra i valore indicati nello Stato Patrimoniale sottolineano la prevalenza della voce relativa ai crediti commerciali, che indicano le fatture attive emesse e non ancora incassate in relazione alle convenzioni attivate. Tale grandezza ammonta a 4,78 milioni di euro, ai quali si aggiungono 85 mila euro di crediti tributari e altri tipi di crediti e soprattutto 19,97 milioni di euro di liquidità sui conti correnti bancari e postali accesi in nome e per conto della SD spa. Il fondo svalutazione crediti ammonta a 2.820.302 euro.

Il totale delle attività è pari a 25 milioni di euro.

Tra le passività vi è indicato un patrimonio netto di 5,1 milioni di euro, il capitale sociale di SD spa pari ad un milione di euro, cui si aggiunge l’utile di circa 2,2 milioni di euro e le riserve per complessivi 1,9 milioni di euro.

La voce che registra l’importo maggiore è costituita da altri debiti, che rappresenta i debito nei confronti del Ministero della Difesa e verso le Forze Armate, per 17,5 milioni di euro. Si tratta dei proventi generati dall’attività svolta dalla Servizi Difesa spa, e restituiti al Ministero, così come previsto dal contratto di servizio, attraverso il meccanismo della retrocessione.

Vi sono infine 300 mila euro di risconto passivi e 1,82 milioni di euro di debiti verso l’erario, per un totale delle passività pari a 25 milioni.

La società SD spa svolge infine un servizio di tesoreria nel comparto della Sanità di Esercito e Aeronautica; nel corso del 2014 le entrate generate da tale servizio sono state pari a 2,6 milioni di euro


Le società della Difesa

In un ruolo di coordinamento dell’attività industriale nel ramo della difesa abbiamo l’Agenzia Industrie della Difesa, ente di diritto pubblico istituito per razionalizzare e ammodernare le Unità Industriali del Ministero della Difesa, con l’obbiettivo particolare di portare all’economia di gestione gli stabilimenti industriali assegnatigli.

L’attività dell’Agenzia è posta sotto la supervisione del Ministero della Difesa. In base alla convenzione triennale stipulata tra il Ministro ed il Direttore Generale,  per soddisfare le sue esigenze la Difesa interpella l’Agenzia che risponde redigendo un preventivo di spesa ed un piano di fattibilità, sulla base di quelli che sono i valori di mercato.

L’autonomia dell’Agenzia può spingersi fino alla trasformazione delle unità produttive coordinate in società per azioni di tipo misto Pubblico-privato. L’attività dell’Agenzia è sottoposta alla guida del Direttore Generale, coadiuvato dal Comitato Direttivo.

In realtà dietro questo gioco di parole si nasconde una finalità semplice che è quella di trasformare in spa le unità produttive ed industriali sottoposte al  coordinamento dell’ Agenzia, per poi metterle sul mercato e cederle.

Ma quali sono queste società è di cosa si occupano?

La Riremumiles di Noceto, la Stamimuter di Baiano di Spoleto, la Spolemiles di Torre Annunziata, la Polvemiles di Fontana Liri, la Maricorderia di Castellammare di Stabia, la Stachifarmiles di Firenze, la Stagrafimiles di Gaeta e la Marinarsen di Messina, sono tutte società legate attualmente al Ministero della Difesa.

Riremumiles è uno stabilimento militare di ripristino e recupero del munizionamento con sede a Noceto (PR); tra le varie competenze della società vi sono la distruzione del munizionamento convenzionale e non, la manutenzione e/o il ricondizionamento dei missili, la produzione e/ l’integrazione di parti di munizionamento e del complesso di sistemi d’arma. La struttura occupa attualmente 61 persone di cui 56 civili.

Stamimuter, con sede a Baiano di Spoleto (PG), si occupa della distruzione di munizionamento convenzionale e non, della manutenzione e/o del ricondizionamento di missili, della produzione di bombe a mano, del coordinamento delle attività relative ai controlli di efficienza del munizionamento, delle produzioni e/o delle integrazioni di parti di munizionamento e  di sistemi d’arma complessivi. Attualmente lo stabilimento occupa 168 persone di cui 5 rappresentate da personale militare.

Spolemiles situata a Torre Annunziata (NA) acquisisce mezzi dismessi dalla Difesa con la finalità di rimetterli su strada per poi cederli sul mercato; in subordine si occupa della vendita sul mercato dei rottami dei suddetti mezzi. Svolge inoltre tradizionalmente l’attività di realizzazione di spolette per munizionamento. L’impianto occupa attualmente 140 persone di cui 3 appartenenti a corpi militari.

Polvemiles con sede a Fontana Liri (FR) produce nitrocellulosa energetica impiegata nel campo della realizzazione degli esplosivi, quale propellente per il munizionamento. Lo stabilimento produce inoltre nitro cellulosa industriale per vernici, inchiostri e smalti. Essa realizza inoltre propellenti per munizionamento di piccolo calibro, oltre ad allestire e/o ripristinare cariche di lancio per artiglieria.

L’impianto impiega attualmente 123 persone di cui 6 appartenenti a corpi militari.

Maricorderia di Castellammare di Stabia (Na) si occupa invece della produzione di cordami per uso marino.

Stachifarmiles, con sede a Firenze, produce farmaci e presidi sanitari di interesse strategico ed etico per le esigenze delle Forze Armate e del Paese come ad esempio i farmaci orfani o per malattie rare. Rientrano in tale categoria il chinino, la Mexiletine 50 e 200 Mg, il D-Penicillamine 150. E’ il laboratorio al quale è stata affidata dal Governo Renzi, in via sperimentale, la produzione di cannabis ad uso terapeutico.

Lo stabilimento impiega attualmente 78 persone, di cui 29 appartenenti a corpi militari.

Stagrafimiles con sede a Gaeta (LT) è lo stabilimento grafico militare.

Marinarsen con sede a Messina è l’arsenale della Marina Militare, e fa parte dell’area tecnica-industriale della Difesa ed ha, complessivamente tra Augusta, La Spezia e Taranto, 2.400 addetti.

Il suo compito è di assicurare il supporto e l’efficienza delle Unità Navali, in base ad un programma annuale di soste lavori ed interventi proposto dallo Stato Maggiore e approvato dall’Ispettorato Navale Logistico. (cm)

Pecorelli, Gelli e gli affari della P2 in Libia

 

Il 25 gennaio 1988 il tenete colonnello dell’Areonautica Militare Umberto Nobili rilascia le sue dichiarazioni al pm della Procura di Firenze Pierluigi Vigna.

Addetto al centro SIOS di Firenze, e perciò a lungo collaboratore del capo centro del SISMI della stessa città Federico Mannucci Benincasa, Nobili seguiva da vicino l’attività di Licio Gelli, anche se ciò non rientrava espressamente tra le sue competenze. Il SIOS, il servizio di intelligence dell’aeronautica Militare, si occupava in grandi linee di sicurezza interna alle pertinenze AM oltre che di polizia giudiziaria.

Nel settembre 1979 Nobili veniva invitato a Roma, presso il comando dell’ AM, per prendere visione delle sue note caratteristiche. Con sorpresa il giudizio che i suoi superiori davano di lui, in merito all’attività svolta, era sceso da “eccellente”  a “superiore alla media”.

Ciò rappresentava un grave ostacolo per Nobili, in attesa della promozione a maggiore. Altro elemento a causargli gravi preoccupazioni era stato l’avvicendamento ai vertici del SIOS, che aveva visto il generale Tascio sostituire il generale Casagrande.

Tascio, pur non conoscendo personalmente Nobili, era l’autore dell’abbassamento del giudizio sulle sue note caratteristiche. Sembrava essere prevenuto nei suoi confronti.

Tascio aveva inoltre precluso al Nobili la possibilità di svolgere attività investigativa nei confini della Toscana. Forse la rete di protezione che circondava Gelli lo aveva gia’ individuato.

Una vera jattura per il tenente colonnello, molto attaccato al suo lavoro e intenzionato a seguire l’attività di monitoraggio nei confronti di Gelli e del suo entourage.

 

Il trasferimento a Roma

Nobili, che pur essendo nato a Roma viveva a Firenze, chiedeva di essere trasferito al centro SIOS di Roma, sperando cosi’ di poter continuare a svolgere le sue normali mansioni.

Mannucci Benincasa, al quale Nobili si era rivolto per un consiglio, aveva trovato l’ideo ottima, anche perché in questo modo avrebbe potuto continuare  la sua collaborazione. Per Mannucci quel trasferimento sarebbe durato poco, lasciando intendere come Nobili sarebbe a suo avviso ritornato presto in Toscana.

Questo poteva voler dire che finalmente sarebbero state aperte delle indagini giudiziarie nei confronti di Gelli. A conferma di ciò vi erano anche le confidenze del giornalista Marcello Coppetti, il quale gli aveva rivelato che Gelli era molto teso in quel periodo, e che addirittura aveva una borsa già pronta nel caso si fosse resa necessaria una fuga.

Il 15 novembre 1980 Nobili prendeva finalmente servizio a Roma, presso il Comando Generale dell’AM. A riceverlo era il generale Tascio in persona, che gli comunicava che le sue mansioni non avrebbero riguardato piu’la sicurezza, ma probabilmente un’attività di ricerca relativa ai paesi del Mediterraneo e medio-orientali.

Quell’ incarico era per Nobili, ma anche per Mannucci, molto importante poiché  gli avrebbe consentito di indagare sui traffici messi in piedi da Gelli in Libia. Traffici che avevano come oggetto il petrolio e le armi.

Nobili aveva ricevuto l’incarico di aggiornare i rapporti scritti sulla Libia, e nel corso degli approfondimenti su Gelli era emerso come sia il SISMI che il SIOS AM avessero speso ingenti somme destinate a pagare alcuni informatori libici. Informatori che venivano assoldati anche tra i dipendenti delle ditte italiane che vendevano armi o che acquistavano petrolio dalla Libia.

Gelli riusciva a promuovere lavori in favore delle ditte italiane, garantendo in cambio un flusso informativo all’intelligence del regime di Gheddafi.

Nel giugno del 1980 era precipitato sui cieli di Ustica il DC9 Itavia, si disse inizialmente a seguito di un incidente. Quando alcune voci avevano cominciato a ipotizzare che quell’aereo era stato abbattuto da un missile, il generale Tascio si apprestò a diramare in proposito delle smentite.

Quando Nobili cercò di assumere informazioni sul Mig 23 libico precipitato ufficialmente quindici giorni dopo l’aereo di linea, gli fu impedito di avvicinarsi e tenuto alla larga.

 

La strage alla stazione e il ruolo di Semerari

Dopo la strage di Bologna Mannucci, riferendosi anche ai due aerei fino a quel momento precipitati, accenno’ al Nobili la possibilità che Semerari (Aldo) potesse avere preso contatti  per conto di Gelli con persone libiche, con riferimento alla preparazione della strage.

Mannucci accennò anche ad un ‘agenda del Semerari, con un appunto che poteva far credere ad un collegamento con Gelli. L’appunto parlava di un incontro tra i due, Gelli e Semerari, in un orario e un giorno stabilito .

Mannucci poi gli accenno’ anche al fatto che sul DC9 precipitato nei pressi di Ustica potesse esserci a bordo anche una persona importante, un magistrato, che poi all’ultimo momento aveva perso il volo.

Una persona che poteva essere informata di quella strage e che per questo aveva deciso di non salire su quel velivolo. Mannucci chiedeva poi al Nobili se fosse stata accertata la data esatta della morte del pilota libico del Mig 23 precipitato sulla Sila.

Prima di quel disastro aereo Mannucci aveva accennato al Nobili l’ipotesi di rapporti tra la mafia, la Libia e la P2.

Secondo Mannucci la strage di Bologna era stato l’ultimo colpo di coda di Gelli per cercare di incidere sulla situazione politica italiana, sperando di ottenere per se il maggiore vantaggio.

 

L’omicidio Pecorelli

Durante la primavera del 1979, in occasione della crisi politica che porto’ l’allora Presidente Sandro Pertini ad affidare l’incarico di governo al socialista Bettino Craxi, Nobili ricordava di avere avuto una conversazione con il suo collega del SIOS D’Arco.

Questi gli aveva accennato circa la sua intenzione di voler lasciare il servizio, chiedendogli contestualmente se fossero state trovate le “carte di Pecorelli”.

Il riferimento era ad alcuni documenti che erano andati dispersi a seguito dell’omicidio del giornalista direttore del settimanale OP, avvenuto a Roma nel marzo del 1979.

Nobili ricordava che poco prima di quel fatto aveva analizzato con Mannucci due articoli comparsi su OP. Nel primo, intitolato “Due volte partigiano”, venivano messe in luce le varie sfaccettature del personaggio Gelli.

Il riferimento era ad un attestato rilasciato al “Venerabile” da Italo Carobbi, per conto del CNL.

Il secondo, dal titolo “Il professore e la balaustra”, faceva riferimento all’incontro che ci sarebbe dovuto essere tra il colonnello Viezzer, ex capo centro del SISMI di Firenze, e Pecorelli. Oggetto di quel randez vous doveva essere l’elenco dei fascisti che Gelli aveva consegnato al CLN.

Il Venerabile si era comprato l’incolumità denunciando tutti i suoi ex commilitoni e lasciandoli nelle mani dei partigiani. Nobili e Mannucci avevano motivo di credere che la morte del giornalista fosse da ricollegare a quella lista.

Nobili si era reso conto di come Mannucci avesse tra le sue fonti diversi appartenenti ai servizi, sia civili che militari.

Pecorelli aveva ben chiaro quale fosse il ruolo in chiave internazionale di Gelli. Nel grande disegno della strategia della tensione, orchestrato dai servizi di vari paesi per conto di soggetti ed entità internazionali, Gelli assumeva per l’Italia il ruolo di agente destabilizzatore.

In questo quadro il Venerabile aveva bisogno di un maggiore controllo sui mezzi di informazione, progetto che avrebbe attuato grazie alla collaborazione di Angelo Rizzoli.

Pecorelli e OP erano stati fino a quel momento finanziati attraverso un conto corrente presso una filiale del Monte dei Paschi di Siena, conto intestato alla ditta di confezioni maschili Giole di Castiglion Fibocchi. L’intermediario era tal dottor Gnocchini.

Quando Pecorelli seppe che Gelli aveva intenzione di scaricarlo, tentò probabilmente di ricattarlo con la vicenda della lista, e Gelli lo avrebbe fatto eliminare. (cm)

  

  

 

Le società offshore di D&G

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Il fatto non sussiste. Così ha stabilito la Corte di Cassazione nella sentenza del 24 ottobre 2014 con cui ha assolto Domenico Dolce e Stefano Gabbana, titolari dell’omonima maison di mode italiana, dall’accusa di evasione fiscale.

Secondo l’ipotesi accusatoria il gruppo aveva creato una società lussemburghese, la Gado Sarl, alla quale aveva fittiziamente trasferito i marchi “D&G”, abbattendo in modo consistente l’imponibile realizzato in Italia.

La sentenza, che aveva visto in secondo grado condannare il gruppo al pagamento di un risarcimento da 500 mila euro e a comminare un anno e sei mesi di detenzione ai titolari, ha invertito l’esito dei due precedenti gradi di giudizio scrivendo una pagina della giurisprudenza in tema fiscale che lascerà sicuramente strascichi di polemiche.

E si, perché se anche la Gado sarl risulta essere incorporata nel Granducato, di fatto la stessa verrebbe gestita da Milano, dove si trova il quartier generale della maison di mode. Secondo gli ermellini l’impostazione dell’accusa di fronte alla ristrutturazione societaria, che avrebbe portato alla creazione della consociata lussemburghese, sarebbe fuorviante.

Per i giudici dell’alta corte le ragioni che avrebbero spinto il gruppo alla creazione di tale società sarebbero “extrafiscali”.

Il nuovo soggetto fiscale, dunque, non sarebbe stato concepito in maniera dolosa per eludere il fisco, anche se di fatto il risultato ottenuto sarebbe stato quello.

E il risparmio conseguito non sarebbe “di per sé sufficiente a dimostrarlo”.

Viene dunque a cadere il reato di concorso in omessa dichiarazione fiscale, in quanto se i comportamenti dei due imputati non hanno rilievo dal punto di vista penale “a maggior ragione non possono esserlo nei confronti di altri soggetti“. Quindi “il titolo della condanna al risarcimento del danno è inesistente” e “il danno individuato dai giudici di merito e liquidato in favore dell’Agenzia delle entrate non può essere in alcun modo qualificato come “non patrimoniale” e men che meno morale“.

La riorganizzazione del gruppo di cui sai parla nella sentenza è datata 2004. E’ in quell’anno che la milanese D&G srl cede alla Gado Sarl le royalties per lo sfruttamenti dei marchi, per la modica somma di 360 milioni di euro.

La Guardia di Finanza aveva visto in tale operazione un banale spostamento del centro di creazione del valore per il gruppo.

Ed il fatto che nel Granducato l’imposizione fiscale sia più benevola per le societa’ rappresenta un banale fattore incidentale.

L’ imprenditore ha dunque, in forza del diritto di mobilità sul territorio europeo, la libertà di stabilire la sede dei propri affari dove meglio crede.

 

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Panama Papers

Tra le rivelazioni fatte dai Panama Papers, i documenti segreti sottratti allo studio legale panamense Mossack Fonseca specializzato nella creazione di società fittizie al fine di eludere il fisco, è emerso come tra i vari italiani presenti nei vari paradisi fiscali vi fossero anche Alfonso Dolce e Cristiana Ruella.

Alfonso Dolce è il cofondatore, assieme a Stefano Gabbana, della maison italiana, oltre a ricoprire attualmente la carica di CEO del gruppo. Cristiana Ruella invece è il direttore della filiale londinese di Dolce & Gabbana London Brench.

 

Sia Dolce che la Ruella sono direttori della Isaac Brandon & Bros. Inc. società anonima di diritto panamense incorporata il 4 agosto del 1916, esattamente 103 anni fa.

Dolce ne è anche presidente mentre la Ruella è tesoriere. L’ingresso nella società per entrambe sarebbe datato 12 novembre 2014 (ore 12:02). Sara’sicuramente un caso ma e’ poco tempo dopo il pronunciamento della Cassazione.

La società ha un capitale sociale di 750 mila dollari americani, suddiviso in 7.500 azioni privilegiate per un valore alla pari di 250 mila dollari, oltre a 5 mila azioni per un valore alla pari di 500 mila dollari. Da una documento interno datato 12 maggio 2014 si può osservare come il socio Alberto Candellero abbia assunto il potere generale di amministrazione.

 

Tra i documenti presenti sul sito della società anche il verbale della riunione sociale che il 24 marzo 2014 ha rinnovato le cariche del consiglio di amministrazione, confermando Presidente Stefano Gabbana, tesoriere Cristiana Ruella e segretario Alberto Candellero, ovvero l’organigramma originario al momento dell’incorporazione. Allo stesso tempo viene incaricato lo studio legale Morgan Y Morgan di rappresentare la società.

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In una riunione straordinaria dei soci tenutasi il 24 aprile 2014 viene conferito il potere generale di amministrazione ad Alberto Candellero, che a far data dalla registrazione (12.05.2014) diviene direttore/Presidente della Isaac Brandon & Bros INC.

Contestualmente viene nominato direttore/presidente anche Alfonso Dolce, che prende il posto di Stefano Gabbana.

Secondo un ulteriore verbale datato 6 aprile 2017, a seguito di una riunione alla quale avrebbero partecipato Alfonso Dolce, Cristiana Ruella e Alberto Candellero, sarebbe stato deciso di conferire a Jose Lemos Barria il potere di agire in nome e per conto della Isaac Brandon & Bros Inc,  nei limiti del mandato conferitogli. Dopo la serie di nomine evidenziate fin qui l’organigramma della società risulta essere il seguente:

 

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Aruba: un paradiso non solo fiscale

Sono tre le isole che circondano il Venezuela a nord ovest rispetto alla Capitale Caracas. Le chiamano le isole ABC, per via delle loro iniziali: Aruba, Bonaire e Curacao.

Il clima è molto favorevole, potendo godere dello stesse temperature del paese sudamericano. E in più senza dover patire una stagione delle piogge e completamente al di fuori della zona solitamente colpita dagli uragani (hurricane belt).

Delle tre Aruba sembra essere la piu’ gradevole, con le sue lunghe spiagge bianche e i numerosi hotel di lusso che popolano le sue coste, assieme ai numerosi casinò.

Come Curacao e Sint Maarten Aruba è territorio olandese e gode quindi di una tassazione agevolata per quel che riguarda i capitali stranieri. In più le leggi che contrastano il riciclaggio non sono applicabili per tutta una serie di reati che vanno dalla contraffazione alla pirateria di prodotti, passando per l’insider trading,  la manipolazione del mercato e la truffa. Incluse anche alcune tipologie di reati ambientali.

Esiste poi un esonero della tassazione per le società che svolgono attività finanziarie come il prestito o la gestione della liquidità, ovvero che all’interno di un gruppo rappresentano la holding. Ma anche le attività di investimento di portafoglio e quelle legate alla proprietà intellettuale per creazioni dell’ingegno come la musica, il software, le foto, ecc.

Aruba è poi al centro delle rotte della droga che partono dalla Colombia e si dirigono poi negli Stati Uniti o in Europa.

Tra le varie scoperte dell’attività investigativa svolta dai giornalisti che hanno studiato i files relativi ai Panama Papers, ci sono anche una serie di personaggi più o meno noti che hanno aperto società ad Aruba. Tra questi anche i titolari del gruppo Dolce & Gabbana. Proprio nell’isola sarebbe stata incorporata il 1 giugno 1979 la società di diritto olandese Dolce & Gabbana Aruba NV.

 

Con un capitale sociale di 100 mila fiorini (1 AWG è pari a 0,50 euro) la società avrebbe quali direttori/responsabili Barnes Da Silva Shohaira Maria Magaly, nata e residente ad Aruba; e poi anche Alfonso Dolce e Alberto Candellero. Ovvero per due terzi lo stesso management della società panamense Isaac Brandon & Bros INC.

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Da un estratto dell’atto di incorporazione si legge come la società abbia quale oggetto sociale “l’acquisto e la vendita, l’import-export, la promozione, la produzione e la rappresentanza, la personalizzazione ed il commercio in genere di tutte le categorie di tessuto. Ma anche di tutti i tipi di accessori con i vari marchi dei quali il gruppo è titolare.

La società può anche eseguire tutte le tipologie di atti giuridici legati agli scopi descritti. In ultimo essa puo’ fornire consulenze nel settore della vendita e delle attività operative, marketing, pubblicità, promozione, ricerca, amministrazione, finanza, contabilità nei confronti del titolare dei marchi commerciali o delle licenze di cui sopra.

In apparenza una societa’ commerciale dedita alla diffusione dei marchi e dei vari prodotti commercializzati, in realta’ sembra essere tutt’altro. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Strage Bologna: la donna bionda

Sul quotidiano il Tempo di martedì 5 agosto1980 si racconta dei feriti dell’ordigno esploso tre giorni prima alla stazione di Bologna. Nell’articolo, a firma Silvano Romano, emergono le prime testimonianze dell’esplosione che causò 85 vittime e oltre duecento feriti. Silvio Motti, che durante lo scoppio era nella sala d’aspetto di prima classe della stazione, ricorda distintamente di avere udito due esplosioni.

L’uomo, che lavorava a Bologna ma che resiedeva a Venezia, prendeva ogni sabato il treno per tornare a casa: “Vicino a me c’era – racconta – una donna pakistana con due bambini. Non l’ho più vista“. E ancora: “Ho visto una grande fiammata e poi subito due scoppi“.

La fiammata e i numerosi ustionati avevano lasciato intendere inizialmente coma la causa dell’esplosione fosse dovuta ad una fuga di gas, o in seconda ipotesi all’esplosione di una caldaia nel ristorante adiacente alla sala d’aspetto.

Il sopralluogo effettuato a poche ore dal tragico evento da un esperto dei Vigili del Fuoco aveva poi fatto abbandonare tale ipotesi. Anche perché nella tarda serata del 2 agosto, dopo che i soccorsi riuscirono a sgombrare tutte le macerie dai locali della sala d’aspetto, si avrà finalmente la certezza che si era trattato di un ordigno.

Certezza sotto forma di un cratere di centoventi di centimetri di diametro, profondo trenta, ad indicare il luogo esatto in cui l’ordigno era stato posizionato.


L’esplosivo

Un esperto di esplosivi, un ex minatore presente alla stazione al momento dell’esplosione, ha escluso che sia stata usata polvere nera.

L’uomo, che stava per prendere un treno assieme alla moglie, ricorda di avere sentito subito dopo lo scoppio un odore acre di esplosivo, “una polvere da sparo che non è acre ma distruttiva. Con una valigia di tale polvere sarebbe proprio uno sfacelo. No, non direi tritolo. Io sono stato in miniera e me ne intendo“.

il tritolo, usato prevalentemente dai militari, lascia dunque un odore inconfondibile, che l’uomo non avrebbe avvertito. Senza contare poi la sua difficile reperibilità.

Potrebbe essere stato impiegato dunque del Nitrato di Ammonio. Il quantitativo necessario per causare un’ onda d’urto come quella della mattina del 2 agosto dovrebbe aggirarsi intorno ai cinquanta chilogrammi.

L’ onda avrebbe distrutto i vetri delle finestre nel giro di cento metri dalla stazione. Lo spostamento d’aria non sarebbe stato laterale ma verso l’alto. Alcuni testimoni avrebbero visto il corpo di una vittima scaraventato sopra un treno. La fiammata, avvertita da più testimoni e riscontrata poi in numerosi feriti, potrebbe essere stata causata dall’innesco dell’ordigno, quasi sicuramente costituito da esplosivo al plastico.

Nell’articolo si da conto di come al reparto ustionati dell’Ospedale S.Orsola di Bologna siano decedute undici persone, in conseguenza alle gravi ustioni riportate. Anche i medici sono convinti che a causare tali ustioni sia stato dell’esplosivo al plastico. Gli stessi medici fanno poi notare come la maggior parte dei decessi sia avvenuta in conseguenza dell’esplosione, e non del crollo da essa causato.


I due giovani

Dunque l’esplosivo doveva essere contenuto in una o due valigie. Per posizionare le quali sarebbe bastata una sola persona. Alcune testimonianze ricordano però la presenza di due giovani, un uomo e una donna. Entrati insieme nella sala d’aspetto di seconda classe una decina di minuti prima dell’esplosione.

E allontanarsi subito dopo con un fare sospetto. Ad averli notati sarebbe uno dei feriti. Si tratta del ferroviere livornese Rolando Mannocci, ricoverato presso l’ospedale ortopedico a seguito delle ferite riportate nell’esplosione. Sua moglie, Lina Ferretti, sarebbe deceduta.

L’uomo avrebbe visto due giovani, un uomo e una donna. Quest’ultima gli sarebbe rimasta maggiormente impressa, per via della capigliatura bionda, con la permanente. I due avrebbero portato le valigie all’interno della sala d’aspetto, per poi allontanarsi. La testimonianza sarebbe al vaglio degli inquirenti.

Secondo i carabinieri la bomba era contenuta dentro un valigiotto, di colore scuro o forse di cartone.

All’interno di esso era posizionato un contenitore metallico, dentro il quale era alloggiato l’esplosivo.  Dai danni causati gli esperti ritengono che quest’ultimo dovesse essere “intasato“.

Dato che non è stata trovata traccia di un timer, che a dir la verità potrebbe essersi liquefatto a seguito della fiammata, gli inquirenti ritengono che l’innesco possa essere stato di tipo chimico.

Quello sui cui vi è certezza è che l’ordigno sia stato piazzato durante la  mattina.

La polizia ferroviaria infatti avrebbe ispezionato l’ultima volta la sala d’aspetto di seconda classe alle ore otto, e l’avrebbe trovata completamente vuota. L’ipotesi più plausibile circa l’esplosivo è che questo avesse natura composita: dieci chili di plastico,  a fare da innesco, al quale sarebbe poi stata aggiunta della polvere, si ritiene Termite


Il rinvio a giudizio di Tuti

Tra i moventi dell’esplosione vi sarebbe la commemorazione dell’attentato all’Italicus, del 4 agosto 1974. In quell’occasione l’ordigno causò un numero inferiore di morti poiché, essendo il treno in ritardo rispetto alla tabella di marcia, la sua esplosione avvenne all’uscita della galleria S.Benedetto Val di Sambro.

Se invece fosse esploso all’arrivo, cioè alla stazione di Bologna, sicuramente la conta dei morti sarebbe stata più dolorosa. E il collegamento tra i due attentati c’è anche sul piano delle investigazioni, posto che ad indagare sarà sempre la procura del capoluogo emiliano. Ad essere incaricato delle indagini Luigi Persico, il pm che indagò anche in quell’occasione.

Tra i giudici inquirenti, anche colui che materialmente ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Mario Tuti, il consigliere istruttore Angelo Vella. Ma le sue esternazioni lasciano interdetta non solo la stampa che le raccoglie. “E’ evidente – afferma – che già dispongo, per conto mio, di dati, di intuizioni, di sospetti che altri non possono avere“.

E aggiunge: “Quando questa inchiesta passerà anche a me saprò dove andare a cercare. Certo, senza accusare preventivamente nessuno, conosco dei personaggi i cui ruoli non sono stati mai sufficientemente chiariti, che dovrebbero pure rispondere a mille domande“.

Tra questi non vi sarebbero solamente figure di contorno, che nelle inchieste di Firenze, di Bologna e di Arezzo sono riuscite a rimanere fuori, a defilarsi in qualche modo. Si tratterebbe soprattutto di “ispiratori ideologici, tutta una serie di personaggi che in sei anni – rammenta il magistrato – mi hanno consentito di delineare una mappa di certo terrorismo“. (cm)

Arabia Saudita: come ripulire l’immagine di un paese repressivo

Secondo quanto riportato sul sito euobserver.com l’alta scuola di studi europei College of Europe avrebbe ricevuto fondi dal governo dell’Arabia Saudita per svolgere attività lobbistica nei confronti del Parlamento europeo e di funzionari delle varie istituzioni comunitarie.

Il sito sostiene di avere visionato una mail inviata dal CoE ad un parlamentare europeo, nella quale si preannuncia una visita di sette ambasciatori sauditi presso le istituzioni europee.

I diplomatici sarebbero accompagnati da sette alti ufficiali del governo saudita. La visita sarebbe stata programmata per le giornate comprese tra il 18 ed il 22 febbraio.

Il programma prevede un incontro con gli ex alunni del CoE presso le istituzioni europee. Secondo il regolamento interno sulla trasparenza le visite da parte di istituzioni accademiche devono essere preventivamente annotate sull’apposito registro. Chi scrive ha potuto consultare tale registro, e a far data dal 14 febbraio non risultano programmati incontri con il College of Europe.

Il regolamento delle istituzioni prevede anche delle eccezioni alla registrazione,  nei casi di visite puramente di studio, anche se dal tenore della mail interna visionata da eurobserver.com non vi sarebbero dubbi sulla natura dell’incontro. Il testo parlerebbe di “discussione di questioni correnti relative alle relazioni tra l’UE e il governo saudita“.

Lo scorso 12 febbraio il gruppo parlamentare dei Verdi-Sinistra al Parlamento europeo ha presentato una mozione sulla violazione dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto in Arabia Saudita. Mozione poi approvata con una risoluzione finale.

Dopo l’omicidio del giornalista saudita Jamal Kashoggi, e a seguito delle rivelazioni sull’attività lobbistica da parte del governo saudita esercitata attraverso società di consulenza quali MSL Bruxelles, la reazione dei parlamentari Verdi appare ampiamente giustificata.

Fra le più importanti società di consulenza a livello mondiale, MSL Bruxelles non risulta avere tra i suoi clienti il governo dell’Arabia Saudita.

I settori in cui la società risulta essere più attiva sono le politiche nel settore digitale e il walfare. Dal Registro sulla Trasparenza (Transparency Register) risulterebbe solo un incontro avvenuto nel 2015 con un rappresentante del gabinetto dell’attuale Commissario al Commeercio Cecilia Malmstroem.

 

L’amministratore delegato di MSL Bruxelles, Karel Vinck, risulta essere stato nominato nel 2006 dalla Commissione europea tra i sei coordinatori in relazione alla rete transeuropea dei trasporti (ERTMS ovvero Asse ferroviario BerlinoVerona/Milano-Bologna-Napoli-Messina-Palermo, Asse ferroviario ad alta velocità dell’Europa sud-occidentale, Asse ferroviario Lione-TriesteDivaca/Capodistria-Divaca-Lubiana-Budapest-frontiera ucraina, Asse ferroviario Parigi-StrasburgoStoccarda-Vienna-Bratislava, Asse ferroviario «Rail Baltica» Varsavia-Kaunas-Riga-Tallinn-Helsinki).

 

Lobby, fortissimamente lobby

Se desideri comprendere l’Europa, viverla e prepararti ad una carriera che superi i confini nazionali allora il College of Europe dovrebbe essere la tua scelta“.

Il suggerimento, espresso dal suo attuale rettore professor Jorge Monar, si riferisce al rinomato istituto per studi post universitari College of Europe, con sede a Bruge, in Belgio.

Come riportato tra le note storiche il CoE è stato il primo istituto post laurea a fornire una preparazione nelle questioni europee. Fondato nel 1949 da eminenti politici dai nomi altisonanti quali Salvador De Madariaga, Winston Churchill, Paul Henri Spaak e Alcide De Gasperi, esso aveva visto l’anno precedente il sorgere all’Aja dei Movimenti Europeisti.

Fondato grazie all’interessamento di alcuni eminenti cittadini belgi tra i quali il professor Henrdik Brugmans, intellettuale belga tra i promotori del Movimento Europeista.

Dopo la caduta del muro di Berlino e lo smantellamento delle repubbliche sovietiche, nel 1992 verrà aperta a Natolin, vicino Varsavia (Polonia), una seconda sede dell’istituto col sostegno della Commissione Europea e del governo Polacco. Attualmente l’organizzazione del College  prevede un unico istituto suddiviso in due campus: a Bruge e Natolin.

Tra i presidenti del suo consiglio amministrativo, oggi scomparsi, spiccano i nomi  di tre ex Presidenti della Commissione Europea, i francesi Jacques Delors (1995.2000) e Francois-Xavier Ortoli (1974-85), e il belga Jean Rey (1964-74), e di un ex vice Presidente lo spagnolo Manuel Marìn (1990-95).

Tra il corpo decente troviamo invece, oltre al rettore Jorge Monar che ha ricevuto in passato incarichi di consulenza dal Parlamento e dalla Commissione Europea, anche Stefano Micossi che dal 1994 al 1998 ha ricoperto all’interno della Commissione Europea la posizione di Direttore presso la Direzione Generale Industria (1994-98);  Hans G.Nilsson, che dal 1986 al 1990 ha lavorato nel Direttorato Legale del Consiglio D’Europa; Aurelio Pappaloardo che ha ricoperto la posizione di Direttore presso la IV Direzione Generale della Commissione Europea sulla Competizione.

Ma questo rappresenta solo la punta dell’iceberg. L’alta scuola di studi europei può infatti contare su di una vasta rete di ex alunni che ricoprono o hanno ricoperto in passato posizioni molto importanti all’interno delle principali istituzioni europee.

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Si va dal portoghese Aguiar Machado Joao Luis, attuale Direttore della  Direzione Generale Mare presso la Commissione Europea, che in passato ha ricoperto posizione analoga nel DG Mobilità e Trasporti (2014-15), e in quello su Servizi, Investimenti, Proprietà Intellettuale (2009-14), all’italiano Fabio Colasanti che fino al 2010 è stato Direttore della Direzione Generale Informazione, Società e Media, presso la Commissione Europea.

O l’inglese Jonathan Faull, fino al settembre 2015 Direttore della Direzione Generale “Task Force” per le questioni strategiche connesse al referendum Brexit, mentre in precedenza, dal 2010 al 2015, era stato Direttore presso la Direzione Generale Stabilità Finanziaria e i Servizi Finanziari della Commissione. E ancora lo spagnolo Xavier Prats Monnè, dal 2015 Direttore presso la Direzione Generale alla Sanità; in precedenza, dal 2014 al 2015 lo era stato presso la Direzione Generale Educazione e Cultura. E infine l’attuale Direttore della Direzione Generale Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità, il francese Robert Verrue.

Abbiamo poi Ambasciatori, consoli, parlamentari di varie nazioni, magistrati nelle corti europee, ma anche consulenti e capi di gabinetto di Commissari europei, consulenti di Presidenti dell’UE, vice presidenti della Banca Mondiale, membri del board della Banca Centrale Europea. Ed anche segretari di importanti lobby quale quella dei costruttori di auto (ACEA), direttori generali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Tra gli italiani spiccano i nomi dell’attuale Ministro degli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi;  l’ex Direttore (fino al 2010) presso la Direzione Generale   Agricoltura e Pesca Vittorio Griffo; Massimo Suardi ex capo segreteria dell’ex Commissario all’Economia e agli Affari Monetari Olli Rehn; l’ex consulente del Commissario Antonio Tajani, Valentina Superti; l’ex ambasciatore della Rappresentanza Italiana presso la Nato nonché ex segretario generale del CESIS Francesco Paolo Fulci.

 

L’attività lobbistica

Stando a quanto riportato dal sito corporateeurope.org i temi sui quali verterà l’attività lobbistica nei confronti del Parlamento e delle istituzioni europee saranno i seguenti: la difesa del Regno saudita dall’accusa di avere esportato terrorismo; il rigetto delle accuse internazionali nei confronti della coalizione guidata dal Regno saudita impegnata nella guerra in Yemen, enfatizzando gli aspetti umanitari dell’intervento; la promozione dell’immagine del principe Mohammed Bin Salman (MBS) presentandolo come un riformatore illuminato;

la promozione dell’immagine dell’Arabia Saudita quale alleato chiave per l’Occidente, oltre che serio ed affidabile partner per l’Unione Europea anche in politica estera; la promozione, in collaborazione con la società di consulenza Burson Cohn & Wolfe, dell’alleanza islamico militare attiva nello Yemen come la “NATO islamica”; ottenere l’appoggio dell’UE nel far abrogare la legge statunitense che consente ai familiari delle vittime dell’11 settembre di fare causa all’Arabia Saudita per danni; ripulire l’immagine del paese per le gravi responsabilità nella violazione dei diritti umani, dando risalto ai progressi nel campo dell’emancipazione della donna; sottolineare l’impegno del paese nel promuovere la lotta al riscaldamento climatico, a dispetto del suo ruolo di principale produttore di petrolio e di vero ostacolo alla riduzione dell’inquinamento all’interno dell’ONU.

Per MSL Bruxelles l’incarico di lobbista per conto del governo saudita comporta anche la gestione dell’account twitter e del sito internet dell’Ambasciata saudita presso l’UE (sia di quella a Bruxelles che di quella a Lussemburgo).

I principali obiettivi dell’azione lobbistica saranno i parlamentari europei della Commissione Affari Europei, oltre alla delegazione UE presente nella penisola arabica. Tra gli strumenti impiegati per esercitare pressioni vi sarebbe una newsletter mensile inviata ad una lunga lista di politici e funzionari del Parlamento europeo, della Commissione e del servizio diplomatico.

Fino a questo momento MSL Bruxelles ha portato avanti l’attività lobbistica per conto del Regno saudita sotto traccia. Tuttavia a partire dal 2016 nel Registro sulla trasparenza  la società di consulenza ha indicato tra i suoi clienti la Quorvis. Quest’ultima possiede una consociata negli Stati Uniti con base a Washington DC, denominata Quorvis MSLGROUP USA, di proprietà di MSL Bruxelles. Nel 2014 MSL è stata acquistata da Publicis Groupe.

Qorvis MSL Group è anche la società di lobby saudita più’ pagata a Washington.

 

 

Qorvis MSL Group

Secondo una fonte interna a partire dal 2015 Quorvis MSL Group avrebbe affidato a MSL Bruxelles il ruolo di rappresentante del Ministero degli Affari Esteri saudita, attraverso l’Ambasciata del Regno presso l’UE.

Il contratto di consulenza sembrerebbe essere stato rescisso dall’Arabia Saudita a partire dalla seconda metà del 2017, sebbene il contratto con la Qorvis MSL Group sembra essere ancora in piedi.

Oltre a ciò MSL Bruxelles sembra avere drammaticamente sottostimato il valore del contratto in oggetto. Nel registro sulla trasparenza dell’UE viene riferito che il contratto del “cliente” Qorvis varrebbe tra i 50.000  e i 99.000 euro annuali.

Sempre fonti interne indicherebbero l’Arabia Saudita quale principale cliente di MSL Brussels, e che il valore del contratto in corso si attesterebbe sui 110.000 euro al mese. Il che equivale approssimativamente a 1.320.000 euro annuali, quasi il doppio rispetto all’intero budget annuale per il 2017 di MSL Bruxelles, così come riportato dal Transparency Register, e quasi tre volte quello del 2016. (cm)

Strage Bologna: l’internazionale nera

FANE_emblem

Repubblica del 14 agosto 1980 da notizia della scomparsa della sedicenne Marina Triolese, figlia di un medico di base. La ragazza, appena diplomata in primo liceo, è la vittima numero ottantatre della bomba alla stazione.

Le indagini intanto riportano la costernazione registrata negli ambienti politici francesi  alla notizia dell’ispettore arruolato nel “Reinsegnements generaux” di spiccate tendenze politiche neonaziste. Da più parti si chiede che il Governo e il Presidente della Repubblica Giscard D’Estaigne diano spiegazioni al paese.

Che Durand facesse parte del Fane (Fèdèraction d’Action National et Europèene)  sambra che fosse già noto dal 1979, e tuttavia all’ufficiale di polizia venivano affidati incarichi anche importanti, come la sicurezza dell’ambasciatore di Israele Mordechai Gazit o quella del gran rabbino Kaplan.

Ripetute segnalazioni sarebbero pervenute anche all’Italia in occasione del viaggio di Durand del luglio del 1980. Viaggio nel quale il poliziotto francese avrebbe incontrato esponenti missini e simpatizzanti della destra eversiva. In quell’occasione il ministero degli Interni francese avvisava il suo omologo italiano delle simpatie naziste del Durand.

Solo dopo la pubblicazione del nome di Affatigato e dei suoi legami con Fane la polizia francese si sarebbe decisa a sospendere il funzionario.

Affatigato verrà arrestato il 6 agosto, all’indomani della a strage, a Nizza. La polizia d’oltralpe da tempo ne controllava gli spostamenti.

Ma dunque Durand ci è o ci fa? In Francia, a Marsiglia, il movimento neofascista “Ordre e justice nouvelle” ha rivendicato un attentato che solo per caso non si è tramutato in una carneficina. La ripresa dei movimenti radicali di destra, dunque, c’è anche in Francia.

Nel dibattito ravvivato da socialisti e comunisti è intervenuto anche il sindaco di Parigi Jacques Chirac, esponente del Rassemblement pour la Republique (RpR), secondo il quale una in democrazia non dovrebbe essere permesso di esistere a chi si esprime solo attraverso la violenza.

Intanto dal Ministero dell’Interno francese fanno sapere che è in corso un’ inchiesta interna, e che solo a settembre verranno adottate delle misure al riguardo.

I due principali sindacati francesi di polizia, il FASP (Fdereazione Autonoma dei Sindacati di Polizia) e lo SNAPC (Sindacato Nazionale Autonomo dei Poliziotti Civili) dichiarano che pur aspettando l’esito dell’inchiesta interna il Ministro dell’Interno non poteva ignorare la posizione politica di Durand, e che se spesso sono state rapidamente adottate misure disciplinari nei confronti di poliziotti di grado inferiore, contro alcuni funzionari si tergiversa.

Il Sindacato dei Poliziotti in Divisa (SNPT) chiede al ministro dell’Interno come mai Durand sia stato spostato alla giudiziaria, settore nel quale avrebbe avuto la possibilità di accedere a molti dossier riservati? Spesso i poliziotti di destra vengono assunti, in Italia come in Francia, alla luce del sole, dai servizi segreti. Ci si chiede se questa sia una prassi legata alla superficialità oppure perchè poi vengono infiltrati nei movimenti neonazisti?

Il nome nuovo: Luca De Orazi

Il quotidiano Repubblica di venerdì 15 agosto riporta il nome nuovo emerso dall’inchiesta sulla bomba alla stazione di Bologna. Si tratterebbe di Luca De Orazi, giovane diciassettenne della Bologna bene, in stato di fermo, che avrebbe conosciuto Affatigato quando questi prestava il servizio militare nel capoluogo emiliano, presso la caserma Chiarini.

Malgrado la notevole differenza di età Affatigato si era subito fatto ben volere dai giovani più radicali tra i simpatizzanti del Movimento Sociale. Da tempo la sezione del MSI alla quale prima era iscritto non lo vede. Ormai il De Orazi sembra professare un credo politico molto radicale, almeno a giudicare dai capelli a spazzola e dalle giacche militari che indossa.

Il nome di De Orazi sarebbe uno di quelli che i magistrati francesi avrebbero fatto ad Affatigato nel corso dell’interrogatorio al quale sarebbe stato sottoposto.

Assieme a quelli di Mario Tuti, Luciano Franci, detenuti, e di Augusto Cauchi, latitante, oltre a  quelli di altri due giovani sempre di Bologna. De Orazi sarebbe già stato sentito dai magistrati di Bologna, subito dopo la bomba alla stazione.

De Orazi sarebbe uscito dal ramo di inchiesta seguito dai carabinieri.

Secondo l’avvocato di De Orazi, Marcantonio Bizicheri che avrebbe già difeso Franco Freda e Marco Affatigato, il ragazzo sarebbe stato fermato per motivi che nulla avrebbero a che fare con la strage. In particolare  il fermo farebbe riferimento a fatti avvenuti in altre città. Secondo il legale il giovane sarebbe accusato di reati contro il patrimonio, mentre per l’associazione sovversiva vi sarebbe solo un’informazione di reato.

E’ tuttavia un fatto che Affatigato aveva ricevuto dall’Italia un documento rubato. Ed è un altro fatto che proprio la destra neofascista, quella alla quale farebbero attualmente riferimento sia il De Orazi che il Durand, è in fase di riorganizzazione. Tra i vari modi anche attraverso la rivista “Terza Posizione”.

Il giovane De Orazi sarà ascoltato anche da altra Autorità Giudiziaria oltre a quella bolognese.

L’edizione del Paese Sera dello stesso giorno sottolinea come tra gli inquirenti regni un pacato ottimismo in relazione al nuovo soggetto fermato. Oltre al giovane in stato di fermo la polizia avrebbe messo sotto controllo, leggi perquisizioni a tappeto, una città italiana iniziando un’ “operazione di bonifica” relativamente agli ambienti dell’etremismo politico di destra.

I giudici non hanno fornito dettagli su quale città si tratti. Neanche il nome del giovane avrebbero deciso di comunicare. D’altra parte il sostituto Luigi Persico ha minacciato di querelare per fuga di notizie quei giornalisti che sceglieranno di pubblicare il suo nome.

Il giovane, Luca De Orazi diciassettenne bolognese, sarebbe già stato sentito dal PM Riccardo Rossi. L’accusa contro di lui sarebbe di associazione sovversiva.

Si ritiene inoltre che il fermato sia a conoscenza di informazioni determinanti in ordine alla preparazione dell’attentato. Il quotidiano spiega come il merito del fermo spetti ai carabinieri, in particolare al nucleo anticrimine di Bologna coordinato dal maggiore Claudio Rossignoli.

La pista decisiva sarebbe stata quella legata ad un diciottenne che però non è di Bologna, ma si ritiene sia della stessa città messa sotto osservazione, forse Roma. Il contatto sarebbe avvenuto in maniera informale, e dalle dichiarazioni si è passati in un secondo momento alle verifiche. E qui che sarebbero emerse le prime crepe nel racconto fornito al giudice.

La procura di Bologna avrebbe deciso di mandare un giudice ad interrogarlo. Altri elementi interessanti sarebbero emersi dalle perquisizioni, elementi direttamente collegati all’attentato: non è chiaro se si tratti di volantini o dell’esplosivo usato. Potrebbe anche trattarsi di armi o di timers, i congegni a tempo usati per innescare gli ordigni.

Il giudice Persico fa per la prima volta alcune rivelazioni sulle indagini fino a questo momento svolte, e racconta dell’auto parcheggiata nei pressi della stazione, che da subito avrebbe attirato l’attenzione degli inquirenti. Si sarebbe trattato di una Renault targata Nizza, che nell’abitacolo aveva del materiale di un certo interesse.

Dunque un’ incredibile coincidenza che però sembrava incastrarsi dannatamente bene con quello che fino a poco tempo prima era il sospettato n.1: Marco Affatigato. Una coincidenza o forse un’esca che avrebbe dovuto fare abboccare gli inquirenti verso la pista internazionale. 

Le due strade di Ordine Nuovo

Il quotidiano Paese Sera di domenica 17 agosto da conto di come il giovanissimo neonazista, per il quale la procura di Bologna ha emesso due mandati di arresto per associazione sovversiva in concorso e per rapina e porto d’armi, sia tornato a Bologna nel mese di luglio, dopo avere soggiornato per circa un anno a Roma.

Gli inquirenti starebbero cercando di ricostruire le persone che questi avrebbe frequentato, i giovani che lo avrebbero ospitato, per capire se tra loro vi possano essere i complici della rapina all’appartamento di via Malatesta, nel quartiere romano del Prenestino.

Gli investigatori intendono anche scoprire se il De Orazi, durante il suo soggiorno romano, sia entrato a far parte di qualche organizzazione neofascista, si fa il nome di Terza Posizione.

Intanto i suoi legali, Franco Alberini e Marcantonio Bizzicheri, si dicono sconcertati dalle mosse degli inquirenti. Secondo loro non sarebbe stato nell’interesse ne delle organizzazioni eversive di destra ne di quelle di sinistra portare a termine una strage come quella di Bologna.

Ergo secondo loro il responsabile di quell’eccidio va ricercato all’estero. Dalla Francia l’Humanitè, l’organo del Partito Comunista Francese, fa sapere che gli inquirenti dell’Esagono nasconderebbero a quelli italiani la presenza di un teste chiave.

Si tratterebbe di un romano, Luis R., che  avrebbe avuto il ruolo di tramite tra Marco Affatigato e i servizi di sicurezza francesi. Tale copertura avrebbe permesso ad Affatigato di muoversi tranquillamente in Costa Azzurra, nel tentativo di ricostruire una rete con i vari neofascisti italiani espatriati ed alcuni francesi, tra cui quel Paul Durand ispettore di polizia con simpatie naziste.

Ma anche Stefano Delle Chaie e Augusto Cauchi. E proprio in occasione dell’escussione del teste Affatigato da parte dei giudici francesi, con le domande provenienti via telex dai loro omologhi italiani, sarebbe venuto fuori per la prima volta il nome del De Orazi.

A tarda notte dalla procura bolognese sarebbe trapelata la notizia di due nuovi fermi relativi a soggetti provenienti da Roma, entrambi convocati come indiziati di reato.

Nella stessa pagina viene pubblicato un articolo, a firma Guido Rampoldi, dal titolo “Le due strade dei neri di Ordine Nuovo”.

Nel pezzo si da conto di come, mentre la maggior parte delle procure italiane erano interessate al terrorismo di matrice rossa, a Roma il sostituto procuratore Mario Amato, incaricato di seguire il terrorismo nero, aveva osservato come già a partire dal 1977 il disciolto movimento neofascista Ordine Nuovo stesse per riorganizzarsi.

Addirittura Amato, in collaborazione col collega di Rieti Giovanni Canzio, era riuscito a ricostruire le due riunioni avvenute in una villa in Sabina e sotto l’ apparenza innocua di iniziative conviviali, nelle quali era stato deciso di far rinascere Ordine Nuovo sotto una nuova denominazione.

Una sorta di operazione di restyling dunque, malgrado la decimazione dovuta agli arresti successivi alle inchieste del giudice Vittorio Occursio, e dopo gli espatri di numerosi tra i fondatori a cominciare da quel Clemente Graziani, ideologo del MPON, rifugiatosi a Londra.

La destra neonazista puntava a ricomporsi, facendo leva su quei vecchi leader rimasti in circolazione e su quei nuovi elementi che nel frattempo si erano venuti formando. Tra questi gli uomini di Franco Freda, in primis Massimiliano fachini, cresciuti politicamente durante la detenzione in carcere del loro leader.

O come Stefano Delle Chiaie, malgrado il suo pallino per il doppio gioco e per i servizi, tutti stranieri naturalmente. O come Sandro Saccucci, accusato di omicidio a seguito dell’uccisione di un contestatore durante un comizio dell’MSI tenutosi a Sezze.

Nel corso di una perquisizione ordinata dal giudice Amato nei confronti di Claudio Mutti, insegnante di Parma e responsabile della casa editrice di Freda, gli agenti avrebbero trovato una lettera di Saccucci.

Di queste aree diverse quella più numerosa ed anche più interessante sotto l’aspetto del profilo politico è senza dubbio quella facente capo a Freda. Fu questa infatti ad organizzare nel 1977 a Bologna un convegno sulla possibilità di creare un fronte unico con l’estremismo di sinistra, in particolare con l’autonomia.

E’ li che nasce, rigorosamente fuori dall’MSI, l’autonomia di destra che si rifà a Tonnies, a Codreanu e all’islamismo, e riesce a trovare spunti nuovi in particolare nella Libia di Gheddafi e nell’Iran di Khomeini.

Nel 1979 l’organizzazione così strutturata cerca di ottenere i primi frutti: secondo l’ipotesi investigativa di Canzio e Amato l’iniziativa si struttura su due piani: uno propagandistico ed uno militare.

Mentre a Roma l’ala militare, sotto la denominazione di Movimento Rivoluzionario Popolare (MRP), compie una serie di attentati contro proprietà e beni dello Stato (centrali elettriche, centraline telefoniche, installazioni idriche), a Roma, Firenze e Milano vengono affissi i manifesti delle Comunità Organiche di Popolo (COP), strutture che richiamano ai centri sociali e alle comuni di sinistra, nel tentativo di coinvolgere l’estremismo del versante opposto.

Il risultato ottenuto è abbastanza deludente, soprattutto perchè la repressione giudiziaria taglia sul nascere qualsiasi aspettativa. Fallisce dunque la nuova iniziativa autonoma di Ordine Nuovo, che aveva adottato il nome di Costruitamo L’Azione, lo stesso nome della pubblicazione periodica sulla quale venivano propagandate le nuove tesi di Freda & Co.

Da quel momento in poi l’orizzonte che avranno gli ex ordinovisti irriducibili sarà quello di emulare le Brigate Rosse, in una trista spirale gli omicidi che comincia con quello di Vittorio Occorsio, seguito poi da quello dell’avvocato Arcangeli, reo di aver denunciato Gianluigi Concutelli quale ispiratore ed esecutore di quell’omicidio ( al suo posto verrà ucciso per errore l’impiegato Antonio Leandri) e del sostituto procuratore Mario Amato.            

La mancata collaborazione dei servizi alle indagini

Lunedì 18 agosto il quotidiano Paese Sera, a firma del giornalista Franco Tintori, pubblica un articolo dal titolo “I sevizi segreti non aiutano”, nel quale si sottolinea come i principali apparati di sicurezza italiani, i vari SISDE, SISMI e UCIGOS (l’Ufficio Antiterrorismo del Viminale) non  risulta che abbiano collaborato con i magistrati nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna.

Marco Affatigato, l’estremista di destra il cui nome sarebbe stato dato in pasto all’opinione pubblica sia dopo il disastro di Ustica che a seguito della strage alla stazione di Bologna, avrebbe un alibi. Mentre alcune crepe sarebbero affiorate per quanto riguarda la prima parte della mattinata di quel terribile due agosto, per  la sera l’ex braccio destro di Mario Tuti avrebbe cenato a Nizza con due persone, una delle quali sarebbe ben nota ai nostri servizi di sicurezza.

Si tratterebbe di Louis R., romano di origini, che secondo indiscrezioni provenienti da Parigi sarebbe legato alla gendarmeria francese, la quale avrebbe mantenuto l’anonimato sulla sua vera identità.

Ora, visto che le informazioni in questione avrebbero potuto essere agevolmente fornite ai magistrati bolognesi  dai nostri servizi, senza bisogno di rogatorie o di trasferte oltralpe, sorge il dubbio che qualcosa nella supposta collaborazione tra apparati e magistratura non abbia pienamente funzionato. E ciò potrebbe voler portare agli stessi risultati, dal punto di vista delle indagini, raggiunti nel caso dell’Italicus.

Scrive il giornalista come vi sia certezza sul fatto che i nostri servizi di sicurezza, deputati allo svolgimento dell’atttività di prevenzione nei confronti delle stragi, non abbiano risposto  a “nessuno dei numerosi quesiti che gli investigatori di Bologna hanno ritenuto necessario porre alla loro competenza”.

Di seguito lo stato dell’arte delle indagini: Luca De Orazi, arrestato per associazione sovversiva in concorso, sul cui capo pende un ulteriore ordine di arresto per rapina e porto d’armi, potrebbe avere avuto un ruolo anche nella strage alla stazione.

Il giovane avrebbe detto agli inquirenti di essersi recato al mare con un amico la mattina del 2 agosto. La persona che dovrebbe confermare il suo racconto risulta al momento non reperibile. Dunque l’alibi del diciassettenne bolognese potrebbe non risultare confermato.

Il giovane potrebbe però essere a conoscenza di informazioni utili ai fini dell’indagine. Gli inquirenti avrebbero riposto le loro speranze sulla richiesta di tempo che il giovane avrebbe rivolto loro.

La pista Affatigato, data sin dall’inizio come certa, non viene più presa in seria considerazione dagli inquirenti, che anzi la considererebbero un depistaggio, una sorta di specchietto per le allodole. Anche Affatigato potrebbe comunque essere in possesso di informazioni importanti, non tanto in relazione alla strage alla Stazione, quanto piuttosto sulle strategie internazionali della destra eversiva che si muoverebbe al di fuori del nostro Paese.

E questo principalmente perché le direttive per realizzare il sanguinoso attentato di Bologna potrebbero provenire da centrali terroristiche situate al di fuori dei confini dell’Italia. Si tratterebbe di centrali in grado di strumentalizzare tanto il terrorismo nero, quanto quello rosso.

Affatigato potrebbe fornire informazioni ad esempio sui viaggi compiuti a luglio in Italia da Paul Durand, il vice ispettore di polizia francese sospeso dal servizio a seguito della scoperta delle sua simpatie naziste. Tra le note disciplinari sulla carriera del funzionario, carriera iniziata nel 1976, vi sarebbero tre ammonizioni scritte e due ordini di trasferimento.

Resta il fatto che parallelamente ai disordini scoppiati in Italia la destra francese legata al Fane avrebbe compiuto, dal 1977 al 1980, ben di 122 attentati in Francia.

Sempre in Francia sarebbe in corso una poderosa campagna mediatica tesa a dimostrare come dietro l’ addestramento di tutti i terroristi che in giro per l’Europa continuano ad atterrire l’opinione pubblica con bombe ed attentati, e a destabilizzare conseguentemente tutti i paesi dell’area del Mediterraneo, sia la Libia di Gheddafi.

Anche se di prove certe della presenza di terroristi rossi e neri nei campi di addestramento libici attualmente non ve ne sarebbero.

Come si diceva in apertura l’apporto dei servizi segreti italiani all’attività di indagine svolta dai magistrati bolognesi risulta fino a questo momento pressochè nullo.

In un’intervista rilasciata ad un quotidiano il ministro della Difesa Lelio Lagorio ha fatto sapere come a seguito della strage di Piazza Fontana e alla scoperta delle complicità tra ordinovisti e SID, vi sia stata tra gli organici dei servizi una sorta di epurazione.

In effetti tale complicità era stata confermata dal generale Gianadelio Maletti al processo di Catanzaro, attraverso la presenza nel 1969 di un ufficiale del SID durante la riunione che si svolse in quel di  Padova e che servì a pianificare la stagione delle bombe.

Tuttavia il ministro non può fare a meno di non notare come alcuni episodi, alcune stranezze in apparenza inspiegabili, continuino ad accadere. Lagorio ha rivelato, ad esempio, come alcuni giorni prima sarebbe stato diffuso un falso verbale relativo ai contenuti di un recentissimo incontro tra appartenenti al Comitato interministeriale sulla sicurezza.

A questo si aggiunga poi come si cerchi ancora di trovare una spiegazione alla consegna ad un giornalista da parte del vice questore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna e numero due del SISDE, dei verbali del pentito delle Brigate Rosse Patrizio Peci.

Quasi a voler mettere sull’avviso le persone che il brigatista pentito aveva denunciato, e  a dare il via di fatto all’operazione di ritorsione nei confronti del fratello Roberto. Prima del ministro Lelio Lagorio era stato il deputato socialista Falco Accame a rivelare come il ricambio favorito dal governo nell’ambito del personale dei servizi si fosse risolto in una sorta di avvicendamento tra padri e figli, o al limite nipoti.

E questo anche nel caso di funzionari con procedimenti disciplinari se non addirittura penali a carico. Sembrerebbe comunque una pratica molto diffusa nelle Forze Armate italiane quella del laissez faire in ambito disciplinare, come dimostra anche il mantenimento in servizio del colonnello Amos Piazzi, implicato nel supposto golpe della “Rosa dei Venti”, golpe che comportò l’arresto del generale Vito Miceli.

Anche il colonnello Antonio Labruna, condannato a Catanzaro per gli illeciti commessi dal SID, sarebbe rimasto in servizio, sebbene trasferito in qualche non precisato paese arabo. Che effetti potrebbe avere questa inerzia in ambito disciplinare all’interno dei servizi di sicurezza del Belpaese? Al riguardo c’è un’altro episodio degno di essere narrato e che riguarda Marco Affatigato.

Quest’ultimo, nel tentativo di dimostrare la propria estraneità alla strage del 2 agosto avrebbe chiamato in causa tal Maurizio Giorgio. Si rammenta qui che fu proprio Marco Pozzan a chiamare in causa, durante il processo di Catanzaro, un tal Maurizio Giorgi (con la i finale).

Tale imputato rivelò che il SID, successivamente a piazza Fontana, lo fece trasferire in Spagna. Se non che venne deciso di ritardare tale viaggio di alcuni giorni in quanto era necessario in quel momento dare la precedenza ad un certo Maurizio Giorgi, già collaboratore di Stefano Delle Chiaie, di Serafino De Luja ed anche di Stefano Campo.

Tutti nomi che sembrano tornare, in maniera quasi ciclica, agli onori della cronaca giudiziaria innescando inevitabilmente ipotesi su connivenze tra apparati e organi dello Stato.

Ora, si da il fatto che proprio l’estremista di destra Stefano Campo si sia costituito il 1° agosto, ovvero il giorno precedente alla strage alla stazione. Ci si chiede se il suo sia stato un gesto finalizzato all’ottenimento di un alibi, in relazione ad un attentato del quale tutto l’ambiente della destra eversiva era a conoscenza? Le notizie che giungono, in relazione alle indagini, sono poche: l’impressione però è che al di la del De Orazi gli elementi in mano agli inquirenti siano scarsi.

Le centrali estere a protezione dei neri

Nell’edizione del 26 agosto del quotidiano romano Paese Sera si da conto della falsa pista internazionale rappresentata dal ex ordinovista Marco Affatigato, condannato a morte dai NAR di Valerio Giusva Fioraventi e perciò costretto ad espatriare in Francia.

Divenuto collaboratore dei servizi francesi, Affatigato verrà arrestato il 6 agosto all’indomani della a strage a Nizza. L’uomo, che avrebbe sempre professato la sua innocenza, sarebbe collegato ad un’organizzazione neofascista internazionale con base in Francia e denominata FANE.

Il coinvolgimento del FANE nella strage sarebbe stato presunto dai numerosi viaggi in Europa, ed in particolare in Italia, compiuti nel giugno del 1980 dal suo principale esponente, un ispettore della polizia francese in aspettativa di nome Paul Durand.

Attraverso una missiva scritta da Mario Tuti, esponente neofascista toscano responsabile dell’omicidio di due agenti di polizia oltre che di una serie di attentati sui treni della tratta Firenze-Roma, il quotidiano romano avrebbe desunto l’estraneità di Affatigato dallo scoppio dell’ordigno del 2 agosto.

Nella lettera, che è antecedente di ben 22 mesi rispetto alla strage, Tuti mette in guardia i camerati delle reti operative circa l’inaffidabilità dell’Affatigato. Di più. Secondo Tuti Affatigato sarebbe un informatore della polizia. Se il contenuto della lettera fosse vero, non si capisce per quale ragione i neofascisti responsabili della strage del 2 agosto avrebbero dovuto coinvolgere un ipotetico informatore nelle operazioni preparatorie.

Tanto più che la conoscenza tra Tuti e Affatigato era di lunga data, avendo quest’ultimo vissuto per diversi anni a Lucca, pur essendo siciliano di nascita.

Più in generale il quotidiano sottolinea come fin dal primo memento gli accertamenti sul 2 agosto siano stati condizionati da “rivelazioni guidate”, la principale delle quali riguarderebbe proprio l’Affatigato. Il giovane neofascista viene infatti chiamato in causa non solo per la strage di Bologna, ma anche, ancora una volta in maniera strumentale, per quella di Ustica.

A beneficio di memoria si ricorda come nell’immediatezza del disastro del DC 9 Itavia una telefonata anonima rivendicò alla redazione romana del Corriere la presenza a bordo di quell’aereo proprio di Affatigato.

Ed anzi di come quel velivolo si fosse inabissato a causa dello scoppio di un ordigno da questi portato a bordo. Solo molti anni dopo si giungerà alla conclusione che quella telefonata, probabilmente fatta dai servizi italiani, intendeva denunciare il coinvolgimento dei loro omologhi francesi in quell’incidente aereo.

Tornando alla missiva del Tuti, questa sarebbe stata rinvenuta nel corso di una perquisizione presso il  domicilio di tal Mario Giudo Naldi, un ventiduenne coordinatore da Bologna della rivista Quex, il periodico dei neofascisti in carcere.

Naldi, che il mattino del giorno della strage era partito in vacanza in Corsica con degli amici, sarebbe stato avvicinato da un agente segreto che gli avrebbe chiesto informazioni sui collegamenti di Tuti con altri neofascisti, oltre a informazioni sui suoi rapporti con Affatigato, con Durand e con Luca De Orazi.

La barba finta avrebbe anche offerto al Naldi dei soldi, si sarebbe parlato di una ventina di milioni, per assicurarsi la sua collaborazione.

Naldi, che sarebbe difeso dagli avvocati Marcantonio Bezicheri e Franco Alberini, gli stessi di Franco Freda, di Affatigato e del De Orazi, temendo a suo dire di essere coinvolto nella strage, si sarebbe recato dai magistrati a raccontare di quell’incontro. Per i legali di Naldi, il coinvolgimento dei servizi sarebbe la prova per dimostrare l’insussistenza della pista nera. (CM)

 

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