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Claudio Meloni

Londra: la lavatrice immobiliare

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Secondo una ricerca realizzata da Transparency International UK in collaborazione con la fondazione Thomson Reuters Londra sarebbe la meta preferita da chi desidera riciclare ingenti quantità di denaro senza la necessità di osservare troppe formalità.

Lo studio ha mostrato infatti come analizzando il registro dei terreni (Land Registry) 44.022 titoli di proprietà relativi a suoli situati a Londra siano intestati a società anonime off-shore. La ricerca ha inoltre scoperto come 986 di questi appartengano a società anonime riconducibili con certezza a personalità che hanno o hanno avuto un ruolo politico.

Il fenomeno del riciclaggio è diventato negli ultimi tempi una questione talmente allarmante per la City da spingere l’anno scorso il sindaco di Sadiq Khan a lanciare una vasta inchiesta sui capitali stranieri che negli ultimi tempi hanno acquistato una o più’ proprieta’. E questo al fine di comprendere gli effetti che tali investimenti causano in generale sull’economia, e piu’ in particolare sul mercato immobiliare londinese.

L’enorme afflusso registrato negli ultimi anni di capitali provenienti da altri paesi sarebbe la causa principale dell’ insostenibile crescita dei prezzi delle case a Londra.

Col conseguente insorgere di fenomeni quali la gentrificazione, ovvero lo spopolamento da parte dei londinesi nativi o residenti di lunga data, tipico di tutte quelle metropoli che sono allo stesso tempo centri di interesse per i mercati finanziari.

Il fenomeno del riciclaggio legato alla City è in parte dovuto al fatto che Londra rappresenta il principale mercato finanziario mondiale, e ciò malgrado la Brexit e la sterlina.

A questo si aggiunga che, ad onor del vero, la Corona britannica ha da sempre tollerato, se non incentivato, la presenza oltre manica, ovvero a un tiro di schioppo, di paradisi fiscali rappresentati dalle isole di Jersey e di Guernsey. Un tempo territorio francese, nel 1066 queste furono annesse all’Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore, che ne divenne sovrano. Oggi le isole del Canale, pur facendo parte della Corona inglese, non appartengono al Regno Unito e dunque godono di un loro ordinamento autonomo.

Jersey è un paradiso fiscale, bancario e societario, e dunque vi vige una giurisdizione segreta per tutte e tre queste entità: fisco, banche e società.

Queso fa di queste isole un punto di smistamento per tutti quei flussi di denaro che desiderano far perdere le loro tracce: una sorta di centro di smistamento di grandi  patrimoni che hanno eletto quale luogo di destinazione finale altrettanti paradisi off shore, lontani da occhi indiscreti.


Il mercato immobiliare londinese: una lavatrice

La domanda da fare è la seguente: perché gli altri noti paradisi fiscali situati in Europa, come la Svizzera, il Lussemburgo, il Principato di Monaco o il Lichtenstein non hanno subito lo stesso fenomeno?

Le motivazioni che la ricerca individua sono essenzialmente tre. La residenza a Londra, a differenza di altre amene località, conferisce un’aura di rispettabilità a chi riesce ad ottenerla, caratteristica molto ambito soprattutto da chi si presenta nella City con enormi disponibilità di contanti di dubbia provenienza. La seconda non meno importante motivazione è costituita dal fatto che in alcuni quartieri di Londra il prezzo dei terreni e quindi delle case è cresciuto talmente tanto rispetto al resto della città, e di tutta l’Inghilterra, che chi ha la necessità di investire grandi disponibilità di denaro riesce a farlo attraverso una singola transazione. Con vantaggi enormi in termini di tempo e costi. Terza ed ultima motivazione è data dal fatto che la legislazione consente di mascherare attraverso alcune scappatoie la provenienza dei soldi del compratore, aggirando in tal modo i controllo previsti.


1 Aree di Londra ove si trovano terreni intestati a società off shore non identificate

Fig. 1 Concentrazione di terreni intestati a società anonime con beneficiario ignoto

 

Le PEP si concentrano nelle aree più costose

Partendo da una serie di dati del Registro delle Proprietà (Land Registry) è emerso come 44.022 contratti di proprietà relativi a terreni situati nel comprensorio della City siano di proprietà di società straniere. Le fonti di dati impiegate hanno consentito di individuare informazioni su poco più del 50% delle società straniere intestatarie. Attraverso tali dati è emerso come circa il 4% di queste società sia collegato a Persone Politicamente Esposte (PEP).

Si tratta di tutte quelle personalità’ che hanno ricoperto o ricoprono importanti cariche pubbliche, come ministri, presidenti ed alti funzionari pubblici, e che in forza di tale ruolo hanno avuto accesso a fondi pubblici o hanno sottoscritto contratti pubblici, e dunque sono considerati ad elevato rischio di riciclaggio.

Dunque se sul 50% la percentuale era del 4%, sul totale delle società anonime intestatarie di terreni a Londra (44.022) questa diventa 2.2%. Tutte riconducibili a Persone Politicamente Esposte. Naturalmente si tratta di una stima.

Tradotto in cifre si tratta di 986 contratti di proprietà di terreni, anche se la cifra reale sembra essere molto più elevata per via della carenza dei dati.

Tutti i terreni individuati sono concentrati in aree molto costose di Londra, come City of Westminster, City of London, Kensington e Chelsea.

Oltre la metà dei contratti di proprietà dei terreni riconducibili a PEP sono intestati a società registrate presso giurisdizioni segrete quali Panama, British Vergin Island e Jersey, giurisdizioni che vengono anche usate negli schemi finanziari impiegati per riciclare denaro.


Strutture societarie complesse

Al fine di impedire l’individuazione del beneficiario ultimo nell’attività di riciclaggio svolta sia dentro che fuori il Regno Unito vengono spesso impiegate reti complesse di strutture societarie.

Ad esempio possono essere create nel giro di poche ore entità’ societarie atipiche, come società anonime (shell companies) o fiduciarie (trust) .

Gli intestatari, sempre per sviare le indagini, vengono individuati attraverso la nomina di un soggetto che spesso ricopre tale ruolo anche per conto di altre società, ovvero tra amici o soci. Il tutto per nascondere la fonte del denaro, o anche per celare chi rivesta il ruolo effettivo di amministratore.

Nel 2011 uno studio della Banca Mondiale ha evidenziato come oltre il 70% dei 213 casi di corruzione individuati impiegava società anonime (shell) per riciclare fondi e nascondere l’identità dei loro titolari.

 

3 Sede della giurisdizione in cui sono registrate le società anonime legate a PEP

Fig. 2 Giurisdizioni anonime ove sono registrate le società titolari di terreni a Londra

Nel Regno Unito oltre il 75% dei casi di corruzione individuati negli ultimi anni dalle autorita’ competenti sono risultati collegati a proprietà o a terreni. La Unit 7 della Metropolitan Police, incaricata dei casi di corruzione, e’ riuscita ad individuare i collegamenti di questi con società anonime registrate presso giurisdizioni che adottano il segreto, come le British Vergin Island, Jersey e Panama. Tra queste, il 78% delle società coinvolte è registrato presso i Territori d’Oltremare del Regno Unito o presso Protettorati della Corona (le Isole del Canale).


I risultati della ricerca

Gli esiti della ricerca hanno mostrato come migliaia di contratti di proprietà di terreni o case intestati a società anonime potrebbero essere  collegati a Persone Politicamente Esposte (PEP).

Dunque il numero esatto sembrerebbe essere molto maggiore rispetto a quello effettivamente individuato di 986. La scoperta dei nomi è stata resa possibile incrociando stringhe di dati ottenuti da fonti diverse, al fine di individuare quelle società le cui coordinate coincidono.

Nel Land Registry i ricercatori hanno selezionato tutte le 23.653 società off-shore singole che possiedono 44.022 titoli di proprietà di terreni situati a Londra.

Di queste, il 91% (21.444) e’ registrato presso giurisdizioni segrete e possiede in totale  40.098 contratti di terreni.

La maggiore concentrazione a Londra di terreni il cui titolo di proprietà e’ posseduto da una società anonima si trova nell’area di Westminster (City of Westminster 31%), seguita dai quartieri di Kensington e Chelsea (16%), per chiudere con quello di Camden (5%).

Sulla base dei dati disponibili il valore medio dei contratti di proprietà detenuti da queste società è pari a 1.9 milioni di sterline. il più costoso di questi vale oltre 86 milioni di pounds.

La ricerca non è stata in grado di determinare se queste proprietà siano di tipo residenziale o meno, ma ipotizzando che lo siano il loro valore è pari a tre volte il costo medio di un terreno in una qualsiasi altra zona di Londra. Ciò consente di ricomprendere tali terreni nella categoria luxury, categoria nella quale sono ricompresi tutti quei terreni in cui sono situate le proprietà di maggior pregio.

Delle 23.653 società uniche individuate nel Registro dei Terreni i dati disponibili hanno consentito di incrociare le informazioni sulla base del nome e del paese di giurisdizione, per oltre 13.000 entità giuridiche. Queste corrispondono al 54% delle società’ intestatarie di terreni o proprietà’, lasciando fuori un significativo numero di società per le quali il riscontro non ha fornito esito positivo.

2 Concentrazione dei terreni intestati a società off shore riconducibili a PEP

Fig. 3 Concentrazione dei terreni intestati a società anonime riconducibili a PEP

 

I dati non hanno consentito di effettuare riscontri su oltre 11.000 società delle 23.653 iniziali.

Per gli obiettivi di questa ricerca le società in questione rimaste indefinite sono state denominate “società senza nome”.

Il numero maggiore di queste società è situato nell’area delimitata dai quartieri Kensington e Chelsea (circa il 20%).

La proporzione più elevata di società riconducibili a PEP è situata nella City of di Westminster, seguita dalla City of London, quindi da Kensington e Chelsea, con la maggior parte di queste registrata presso la giurisdizione di Panama, e di seguito in quella delle British Vergin Islands (BVI).

Le oltre 13.000 società che la ricerca è stata in grado di individuare hanno consentito di trovare circa 24.000 ulteriori entità, tra soggetti fisici e giuridici, aventi legami con tali società secondo quanto emerso dalle fonti dei dati.

Degli iniziali 44.022 titoli di proprietà relativi a terreni situati a Londra posseduti da società off-shore la ricerca ha scoperto come 986 di questi siano intestati a società  riconducibili con certezza a PEP.

Meno del 6% di questi titoli di proprietà, approssimativamente un migliaio, presentano un valore monetario a loro associato. La mancanza del dato analogo relativo alle restanti società ha reso impossibile individuare l’ammontare complessivo della ricchezza illegale.

Il valore complessivo dei titoli di proprietà riconducibili a PEP ai quali era associato il valore monetario ammonta a circa 50 milioni di sterline.


L’impegno contro il riciclaggio

A causa della continua crescita degli schemi di riciclaggio di denaro le strutture societarie complesse vengono considerate dal governo inglese ad elevato rischio.

Vari governi insieme a diverse agenzie di sicurezza hanno compreso la necessità di una maggiore trasparenza sull’identità del beneficiario ultimo delle società anonime. A tale fine, in occasione del London Anti Corruption Summit del maggio 2016, undici governi incluso quello del Regno Unito hanno assunto l’ impegno formale a conseguire una maggiore trasparenza sull’individuazione del beneficiario ultimo attraverso registri pubblici centralizzati.

Il Regno Unito ha anche lanciato un registro pubblico del beneficiario ultimo per tutte le società registrate in Inghilterra, ed ha assunto l’impegno, in qualità di membro della Open Government Partnership, di introdurre un simile livello di trasparenza anche per le società straniere titolari di terreni o proprietà entro i propri confini. (cm)

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Quando il petrolio inquina l’economia

Azerbaijan

Un sistema di riciclaggio da 2,5 miliardi di euro predisposto per corrompere alcuni politici dell’Unione Europea sarebbe stato recentemente smascherato nella repubblica dell’Azerbaijan.

Parte di questo denaro sarebbe finita anche nell’acquisto di beni di lusso e in alcuni schemi di riciclaggio.

La “Lavatrice azera“, così sarebbe stato soprannominato lo schema ricostruito dal team di giornalisti investigativi di 17 diversi paesi autore dello scoop, team che ha visto la collaborazione di testate quali il Guardian e Le Monde, è stata al centro dell’inchiesta pubblicata sul sito del Progetto Giornalistico sul Crimine Organizzato e sulla Corruzione (OCCRP).

 Come prevedibile il lavoro dei giornalisti dell’OCCRP ha suscitato la reazione immediata del regime, con il blocco dell’accesso al sito. Blocco in seguito rimosso.

Già nel mese di gennaio il gruppo olandese dei Cristiano Democratici al Parlamento Europeo aveva proposto una risoluzione che chiedeva l’avvio di un’inchiesta parlamentare, su un’ipotesi di corruzione che vedeva coinvolti alcuni parlamentari inviati in missione in Azerbaijan per verificare il livello di corruzione e di rispetto dei diritti umani.

In quell’occasione il Consiglio d’Europa, il principale organismo che si occupa della tutela dei diritti umani, era stato chiamato in causa, in particolare un suo vecchio appartenente accusato di avere incassato una tangente da 2,39 milioni di euro per ottenere il voto favorevole alla repubblica azera. Il Consiglio d’Europa vede al suo interno la presenza oltre che a partire dal 2001 dell’Azerbaijan, anche della Russia e della Turchia.

Anche il parlamentare europeo Luca Volontè, ex presidente del gruppo del centro derstra nell’emiciclo, era stato al centro di un’inchiesta condotta dalla Procura di Milano per avere accettato una tangente da 2.39 milioni di euro da parte del governo azero in cambio della messa a disposizione della sua funzione.

Nel 2015 l’Iniziativa per la Trasparenza delle Imprese Estrattive (ETI), una coalizione internazionale composta oltre che da vari governi anche da corporations ed istituzioni finanziarie, aveva degradato la repubblica azera da stato candidato a stato conforme. Declassamento che aveva suscitato l’indignazione del governo azero, da cui la decisione dello scorso marzo di abbandonare definitivamente la coalizione.


Shell companies

Nell’inchiesta i giornalisti avrebbero mostrato come, attraverso la registrazione delle transazioni bancarie effettuate, in totale16.000, mediante quattro shell companies costituite tutte nel Regno Unito alcuni membri della classe dirigente della repubblica azera utilizzassero un fondo segreto per movimentare soldi destinati alla corruzione.

Le registrazioni bancarie erano state ottenute dal quotidiano danese Berlingske, il quale le ha poi condivise con le altre testate europee e con l’ OCCRP.

Le registrazioni hanno inoltre mostrato come un’importante istituzione finanziaria europea, la Danske Bank, abbia sostanzialmente chiuso uno o forse entrambe gli occhi invece di sollevare le irregolarità alle autorità competenti.

La filiale estone della Danske aveva infatti gestito tutti e quattro i conti delle shell companies, consentendo al denaro di circolare liberamente, senza porsi domande sulla sua provenienza.

La maggior parte dei pagamenti finiva sui conti di altre shell companies registrate anch’esse nel Regno Unito, mostrando come lo schema del riciclaggio fosse ben più ampio di quello individuato.

Altre somme finivano invece sui conti di società registrate in Turchia e negli Emirati Arabi. Alcune di queste società erano già’ state coinvolte in passato in un altro schema di riciclaggio che riguardava la Russia, e che aveva costituito l’oggetto di una precedente inchiesta dell’OCCRP.

La destinazione finale di questo denaro è in gran parte sconosciuta. Le registrazioni bancarie mostrano tuttavia come diversi milioni di dollari siano finiti sui conti di aziende e di persone in diverse parti del mondo.

Tra queste alcune concessionarie di auto di lusso, club di calcio, agenzie di viaggio di lusso e ospedali. I destinatari non hanno probabilmente compreso la natura del denaro ricevuto, e dunque non possono essere ritenuti responsabili di alcuna violazione, almeno formalmente.

Tuttavia il quadro complessivo che ne viene fuori mostra come il denaro frutto di riciclaggio occupi un ruolo di primo piano all’interno dell’economia cosiddetta “sana”.

Il denaro del fondo segreto serviva, tra le altre cose, anche a comperare il silenzio. Silenzio sulle violazioni costanti e ripetute dei diritti umani. Durante tutto il periodo nel quale l’inchiesta si è svolta 90 tra attivisti per i diritti umani, politici dell’opposizione e giornalisti sono stati rinchiusi in carcere dalle autorità’ azere.

Fra queste anche la giornalista dell’OCCRP Khadija Ismayilova.

Tra i destinatari del denaro vi sarebbero almeno tre politici europei ed un giornalista, quest’ultimo non troppo critico nei confronti del regime.

Mentre la provenienza del denaro non era chiara, almeno all’inizio, era invece evidente come dietro il sistema di corruzione vi fosse il clan Aliyev, la famiglia dell’attuale presidente azero.


Fondi Neri

Circa la metà dei 2.5 miliardi di euro confluiti attraverso il complesso sistema di shell companies proveniva da un conto presso la Bank of Azerbaijan, istituto di credito di proprietà dello stato azero. Tale conto era intestato ad una shell companies riconducibile alla famiglia Aliyev.

Gli altri due principali fruitori del fondo segreto erano due società offshore riconducibili direttamente ad alcuni rappresentanti del regime azero.

Formalmente ne il Presidente Aliyev ne la sua famiglia apparivano tra i nomi dei personaggi coinvolti nel complesso schema finanziario. Dal canto loro gli organi di informazione governativi hanno ribadito la totale estraneità del clan Aliyev, rimarcando la totale assenza di prove a giustificazione delle accuse mosse dall’inchiesta giornalistica.

C’è da tuttavia da sottolineare come la International Bank of Azerbaijan abbia recentemente concluso un complesso processo di ristrutturazione da 3,3 miliardi di dollari, in gran parte debiti esteri cha avevano condotto l’istituto di credito al defalut a partire dal maggio scorso. In forza di ciò l’ex direttore della banca, Jahangir Haciyev, è stato condannato a 15 anni di reclusione, con accuse che vanno dall’ appropriazione indebita all’ abuso della propria carica.(cm)

Brexit: il paradiso dei lobbisti

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Fino al referendum del giugno 2016, che ha visto scaturire vittoriose dalle urne inglesi le ragioni favorevoli ad un’uscita dall’Unione Europea, il 70% delle norme a tutela dell’ambiente approvate dal Parlamento britannico proveniva dalle istituzioni europee.

L’incertezza che domina in questo momento in terra d’Albione sulla permanenza o meno sotto il governo conservatore delle norme attualmente in vigore ha prodotto come conseguenza immediata un rifiorire dell’attività lobbistica.

La prima autentica opportunita’ per i lobbisti è rappresentata dal Repeal Bill, la cui discussione alla Camera dei comuni è iniziata giovedì 7 settembre. Si tratta della legge che dovrebbe recepire le norme di diritto comunitario nell’ordinamento britannico.

All’indomani dell’esito referendario il primo ministro britannico Theresa May ha inviato al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk lo schema del disegno di legge col quale intende abrogare tutti i trattati di adesione all’Unione Europea (European Communities Act 1972).

Per evitare che cio’ determini un vuoto normativo nelle materie fino ad ora mai disciplinate, il governo del Primo ministro May sta discutendo il Repeal Bill, un provvedimento che consentirebbe di convertire automaticamente tutte le norme comunitarie. Toccherà, in seguito, al Parlamento britannico stabilire quali di queste norme mantenere in vigore e quali abrogare definitivamente.

Nelle more di questo processo sarà garantita una continuità con la normativa vigente nel resto dell’Unione Europea a 28 nazioni, cosi’ da agevolare le imprese e gli investimenti stranieri. Questo cammino dovrebbe concludersi nel 2019 con l’uscita definitiva dell’Inghilterra dall’UE.


Brexit sinonimo di big business

Con la riappropriazione della funzione legislativa da parte del Parlamento di Westminster il peso degli interessi nazionali e stranieri si fa molto più stringente, così come del resto l’attività lobbistica.

Secondo un rapporto redatto dalle due organizzazioni non governative Corporate Europe Observatory e Global Justice il governo britannico starebbe negoziando la Brexit, vale a dire l’uscita dall’unione Europea, attraverso una serie di incontri, la maggior parte dei quali avuti in maniera poco trasparente con i rappresentanti delle grandi corporations inglesi.

Stando ai meeting ufficiali registrati tra l’ottobre del 2016 ed il marzo del 2017 i ministri del neonato Dipartimento per il Commercio Internazionale (Department for International Trade DIT), organismo incaricato di sviluppare le relazioni commerciali col resto del mondo dell’Inghilterra del post Brexit, nove volte su dieci avrebbero incontrato rappresentanti del mondo degli affari, anziché’ quelli della società’ civile. Dunque ONG, sindacati e associazioni di consumatori avrebbero avuto minori opportunità’ per rendere note le loro proposte ed esprimere le loro critiche.


Gli incontri del DIT

L’obiettivo che il Dipartimento Internazionale per il Commercio inglese (DIT) si è posto è quello di fare del paese di Albione il migliore partner nelle opportunità di business offerte dal mercato: “The world’s natural business partner“.

Tradotto in atti concreti, per conoscere quali siano le esigenze post Brexit delle più importanti corporation britanniche i ministri del DIT hanno deciso di programmare una serie di incontri negoziali con i loro rappresentanti. Lasciando trapelare ben poco sul chi e sul cosa si discuteva.

Da un controllo effettuato sull’agenda dei ministri impegnati nei negoziati è emerso come dei 318 meetings avuti dall’ottobre 2016 al marzo 2017, il 90% di questi si sia svolto con lobbisti del mondo dei grandi affari (big business).

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Nello stesso periodo gli incontri avvenuti con i rappresentanti delle piccole e medie imprese ( Federation of Small Business FSB) sarebbero stati solo due, mentre i rappresentanti locali del mondo dell’impresa non sono stati neanche presi in considerazione. Nel dettaglio relativo agli incontri ufficiali, 6 meetings sarebbero avvenuti con la società di consulenza KPMG, 8 con la banca di affari HSBC, 6 con la banca Barclays, 4 col principale lobbista finanziari britannico The City UK7 con la società petrolifera BP, 5 con la società farmaceutica GlaxoSmithKlein e 5 con la società di macchine da lavoro Caterpillar.

Eppure, a conti fatti, le piccole e medie imprese rappresentano il 99.9% delle imprese inglesi, dando lavoro ad oltre 15,7 milioni di persone, vale a dire il 60% dell’occupazione del settore privato.

Oltre un terzo delle imprese aderenti alla FSB intratterrebbero inoltre rapporti commerciali con altri paesi (32%) e dunque il loro interesse nei negoziati per la Brexit sarebbe elevato.

Passando ai rappresentanti della società civile, il numero di incontri da questi avuti con i ministri del DIT sarebbero stati nel periodo considerato pari a cinque. Solo cinque su un totale di 318, che tradotti in percentuale valgono il 3,9% rispetto a tutti gli incontri avuti con gli altri  lobbisti.

Dai resoconti esaminati dalle due ONG alcuni degli incontri avuti dai ministri del DIT con i rappresentanti inglesi del mondo egli affari sarebbero stati organizzati secondo temi. Ad esempio si sarebbe svolta una sorta di tavola rotonda tra rappresentanti del mondo finanziario, delle società di consulenza, e del settore degli investimenti, a fronte di un’attività di lobbying tesa a preservare il ruolo della City quale centro del mondo finanziario mondiale.

Altri incontri dello stesso tenore si sarebbero svolti allo scopo di promuovere i settori dell’ automotive, della sanità privata, delle aziende estrattive e dell’high-tech.

Formalmente finché rimarrà legata all’Unione Europea l’Inghilterra non potrà negoziare accordi commerciali separati. Tuttavia il DIT ha organizzato ben dieci tavoli di lavoro con i rappresentanti dei governi di quindici paesi per cercare di individuare nuove opportunità commerciali per il futuro.

Il DIT avrebbe incontrato rappresentanti delle camere di commercio di Australia, Cina, diversi stati del Golfo, India, Israele, Norvegia, Turchia e Stati Uniti.

Altri incontri finalizzati a singoli affari si sarebbero svolti con i rappresentanti del governo belga, cileno, tedesco, italiano, giapponese, spagnolo, messicano, peruviano e vietnamita.

Un altro modo per valutare l’attività lobbistica esercitata nei confronti dei ministri del DIT e’ quello di esaminare la lista dei meetings avuti da quest’ultimo.

Il 24 novembre 2016, in occasione di un meeting, si sarebbe svolto un importante incontro con un gruppo di lobbisti per discutere “la politica commerciale del Belgio”.

All’incontro era prevista la partecipazione di cinque società di consulenza, ovvero lobbisti professionali, tra le quali: Acumen Public Affairs, Fleishman Hillard, Hering Schuppener Consulting, Instinctif Partners e Interel.

Non è dato sapere per conto di quali corporation ciascuna di queste società stesse lavorando. Tuttavia e’ stato accertato che a quello stesso meeting partecipava anche British American Tobacco.

Secondo quanto previsto da un accordo quadro stipulato dall’Inghilterra con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) in merito al controllo sul consumo di prodotti a base di tabacco, il governo non potrebbe partecipare ad alcun meeting con società produttrici di sigarette e derivati, a meno che ciò non sia strettamente necessario per convincerle a modificare la regolamentazione dell’industria di quel settore.


I meeting del DExEU

Oltre al Dipartimento Internazionale per il Commercio il governo Conservatore guidato dalla May ha istituito l’ ulteriore Dipartimento per la Fuoriuscita dall’Unione Europea (Department for Exiting the European Unione DExEU) incaricato di condurre con i delegati dell’UE  i negoziati della Brexit. Il capo negoziatore britannico è Lord David Davis mentre il suo omologo per l’Unione Europea è il francese Michael Bernier.

Tra l’ottobre del 2016 ed il marzo 2017 i ministri del governo britannico che fanno parte della delegazione del DExEU avrebbero avuto diversi meeting con vari lobbisti. Di questi, in totale sarebbero stati 278 nel periodo in questione, 194 pari al 70% si sarebbero svolti con rappresentanti delle corporations, mentre solo 34, pari al 12%,  sarebbero stati con rappresentanti della societa’ civile. Queste proporzioni ricalcano quelle dei meetings dei Ministri del Dipartimento per il Commercio Internazionale britannico (DIT), incaricato di sviluppare le relazioni commerciali col resto del mondo post Brexit.

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Anche nel caso dei meetings del DExEU a giocare un ruolo da protagonista sarebbe stata la lobby finanziaria, con The City UK presente in ben otto incontri, HSBC in sei e Goldman Sachs in 4 meetings. A sottolineare lo squilibrio si noti come le due principali organizzazioni sindacali britanniche, Unison e Unite, siano riuscite ad ottenere un solo incontro ciascuna.

Oltre alla finanza le lobbyes cha hanno rimarcato un peso specifico maggiore sono state quella del settore agro-alimentare con 17 meetings, delle infrastrutture con 13, il settore della difesa con otto incontri, l’innovazione tecnologica con sette meetings, i servizi professionali con sette ed a chiudere il settore dell’automotive con sei meetings.

Dal canto loro le organizzazioni della società civile hanno avuto a disposizione solo 34 incontri con i ministri del DExEU, pari al 12%. Ma all’interno di questo mondo occorre fare dei distinguo tra organizzazioni vicine al partito Conservatore e le altre. Tra le prime vanno menzionate il think-thank Policy Exchange, il Legatum Institute, ed il Legatum’s Financial Services (servizi finanziari) Negotiation Forum. Ciascuna di queste ha auto un meeting individuale con il DexEU, cosi’ come il British Horseracing Authority (corse di cavalli), il Chartered Institute of Patent Attorneys (associazione avvocati) ed il Textile Institute (istituto tessile).


Meetings finanziamenti e assunzioni per i Tories

Stando sempre al report redatto dalle due associazioni la proporzione tra i meeting ufficiali avuti dai ministri negoziatori del DExEU con i lobbisti delle corporations rispetto a quelli con i rappresentanti degli interessi dei cittadini inglesi sarebbe di sei ad uno.

Vale a dire ogni sei incontri avuti dai ministri incaricati dal premier May di negoziare l’uscita del Regno Unito Unione Europea con i rappresentanti degli interessi delle grandi corporations, ve ne sarebbe stato uno con sindacati, associazioni ambientaliste e associazioni dei consumatori.

Per il capo negoziatore dell’Unione Europea Barnier tale proporzione sarebbe stata tre contro uno. In questo carosello di incontri i lobbisti più’ attivi, quelli cioè’ che avrebbero ottenuto il numero maggiore di meetings, sarebbero, al solito i rappresentanti del mondo finanziario e quelli del comparto agricolo.

Oltre ai portatori di interessi della società’ civile i negoziatori ufficiali delle due parti, governo inglese e UE, avrebbero escluso o quasi dai meetings ufficiali gli esponenti del mondo delle piccole e medie imprese.

Il report non manca di far notare come tra le varie corporations incontrate un ruolo preminente lo abbiano avuto quelle legate all’Ufficio Centrale Donazioni del Partito Conservatore, cosi’ come anche quelle corporations da sempre vicine ai vecchi leaders del partito dei Tories, attraverso il meccanismo delle “porte girevoli”.

Tutte le corporations in questione sarebbero in cima alla lista dei meetings dei ministri inglesi del Dipartimento per la fuoriuscita dall’UE (DEx EUEU). Tra questi emergerebbe il ruolo del Segretario di Stato per la Brexit David Davis.

Tra le corporations che avrebbero effettuato donazioni al Partito Conservatore si sarebbe distinto il Arbuthnot Banking Group, che avrebbe incontrato Lord Davis per ben due volte e che avrebbe donato tra il 2009 e il 2017 ai Tories  267,470 sterline.

Lo stesso Davis avrebbe accettato nel 2005 dalla medesima banca una donazione di 50 mila sterline mentre correva per la segreteria del partito contro David Cameron. Incarico che poi perse. Come risulta dal sito della Commissione elettorale britannica, nel dicembre del 2016 il produttore di macchine da lavoro JCB avrebbe avuto un meeting con Davis in occasione di una tavola rotonda sul tema dell’automotive. Tra il 2001 ed il 2017 la JCB avrebbe donato al partito Conservatore 3 milioni di sterline, oltre ad alcune donazioni effettuate in favore di singoli parlamentari europei, eletti tra le file dei Tories, e ad un generoso contributo alla campagna pro brexit.

Un altro negoziatore ad avere incontrato corporations donatrici dei Tories nell’ambito del DExEU è lo junior minister (Lord) George Bridges, membro del medesimo Dipartimento dal 17 luglio 2016 al 14 giugno 2017. Bridges avrebbe avuto nel novembre 2016 un meeting con la Odey Asset Management (OAM). Ancora dal sito della Commisione elettorale risulta che William Odey, titolare della OAM, dal 2008 al 2011 avrebbe versato al partito Conservatore 219.000 sterline, mentre nel 2014 avrebbe donato allo UKIP’s 22.000 sterline.

Passando alle corporation vicine ai Tories, il fondo d’investimento BlackRock, che ha partecipato a ben due tavole rotonde sui servizi finanziari, ha assunto l’ex Ministro delle Finanze il conservatore George Osborne.

Allo stesso modo la corporation Freshfields, con cui Davis avrebbe avuto un meeting nell’ottobre del 2016, ha assunto l’ex Commissario europeo appartenente ai Tories Jonathan Hill, mentre Citigroup, con la quale il Dipartimento avrebbe avuto ben tre meetings, ha assunto l’ex ministro degli esteri William Hague, anche lui membro del partito Conservatore. Citigroup risulta aver versato nel 2016 nelle casse del partito Conservatore 500.000 sterline per la campagna pro Brexit.


I negoziatori e l’esigenza di una maggiore trasparenza

I ministri del governo britannico che fanno parte del Dipartimento per il Commercio Internazionale (DIT) hanno una formazione di base di tipo finanziario, elemento questo che potrebbe renderli particolarmente sensibili al richiamo dei lobbisti di quel mondo imprenditoriale.

Il Ministro Greg Hands ha lavorato per ben otto anni nel settore dei derivati finanziari, sia a Londra che a New York. Il Ministro Mark Garnier ha una spiccata simpatia per la City, avendo lavorato per diversi anni presso la Borsa di Londra e di seguito presso alcune banche di investimenti.

Successivamente è diventato manager presso alcuni gestori di fondi di investimento, fino al 2010, anno in cui sfruttando il meccanismo delle porte girevoli è stato eletto parlamentare.

Occorre sottolineare come l’approccio adottato dal DIT in materia di trasparenza abbia lasciato molto a desiderare.

I rapporti relativi ai meeting avuti dai ministri del DIT vengono pubblicati tre mesi dopo gli incontri, e si limitano a riferire sui soli incontri avuti dai negoziatori.

I funzionari ministeriali, che si occupano di seguire gli aspetti più marginali dei meetings sugli accordi commerciali e che per tale ragione vengono avvicinati dai lobbisti, non hanno nessun obbligo di trasparenza con riguardo alle attività svolte e agli incontri avuti.

Esistono poi una serie di meeting ufficiali denominati typos o duplications, in relazione ai quali non vi è l’obbligo di dichiarare le persone o i soggetti incontrati.

I dieci tavoli di lavoro (working groups) organizzati dal DIT con i rappresentanti dei quindici paesi per ricercare le basi di futuri accordi commerciali rappresentano consessi nei quali l’interesse pubblico è presente in modo determinante.

L’accordo commerciale, una volta concluso, avrà efficacia nei confronti di tutti i cittadini dei paesi coinvolti. Influendo positivamente o meno sui livelli di occupazione.

Oppure mettendo in competizione settori diversi. Le regole commerciali che possono venire fissate possono avere efficacia anche nei confronti dell’ambiente, della salute, dei livelli di sicurezza, ed influire sulle norme dell’ordinamento interno.

Possono anche promuovere o scoraggiare le privatizzazioni.

E possono prevedere dei tribunali speciali per le corporation, al di fuori dell’ordinamento interno inglese. Per tutte queste ragioni è essenziale che il processo relativo ai tavoli di lavoro sia aperto, democratico, con la previsione di una rendicontazione.

Ad oggi tutto quanto sottolineato purtroppo ancora manca e la negoziazione per la Brexit che si svolge in questi tavoli e’ avvolta nell’assoluto riserbo.

I Ministri impegnati nei negoziati rifiutano di fornire delucidazioni agli altri parlamentari inglesi, anche di fronte a formali interrogazioni. La libertà di informazione richiederebbe semplicemente la diffusone della lista dei tavoli e del loro calendario dei lavori.

Ma tutto ciò, sebbene sia stato richiesto, è stato ufficialmente negato, avanzando quale giustificazione il fatto che potrebbe recare danno alla posizione negoziale dell’Inghilterra, mettendo in serio pericolo le sue relazioni diplomatiche. (cm)

Rapimento Moro: un’analisi interna del SISMI

 

Immobiliare delle Rose
via M.Fani

 

In un documento redatto dalla 1a divisione, un atto interno non destinato alla divulgazione, il SISMI svolge un’analisi sul rapimento Moro e sui “possibili sviluppi sulla base di notizie fiduciarie“.

Il punto di partenza dell’analisi è una ricostruzione approssimativa dell’attentato di via M.Fani, analisi attraverso la quale vengono ricostruite le modalità e le finalità perseguite dalle Brigate Rosse.

Parte degli uomini che a hanno operato a Roma – si legge nel documento –  sono gli stessi che eseguirono l’attentato contro il Procuratore di Genova, dott. Coco. In quella circostanza, la più vicina per analogia all’azione di via M.Fani, operarono 26 elementi con i compiti più diversi e differenziati“.

Gli analisti cercano di ipotizzare, attraverso un’azione analoga, il numero complessivo dei brigatisti che parteciparono al rapimento di Moro ed all’uccisione dei cinque uomini della sua scorta: “Un calcolo approssimativo per difetto porta a stimare in almeno 40 unità il numero degli uomini impegnati complessivamente nell’attentato di Roma; l’azione più importante del sequestro (l’attacco alla scorta) dovrebbe essere stato eseguito – segue l’analisi dei Servizi – da un gruppo composto dai migliori elementi forniti dalle colonne delle BR operanti nelle sedi di Torino, Genova, Roma e Milano, che dovrebbero aver messo a disposizione un numero uguale di uomini (probabilmente 3 per ciascuna colonna) e ciò al fine di impegnare ugualmente tutti i gruppi, per evitare gelosie, rivalità, fughe di notizie e rendere più difficile l’individuazione degli elementi operanti“.

Dopo avere analizzato le modalità dell’azione si passa ora allo studio dei possibili moventi dell’operazione, oltre alla prospettazione di alcune ipotesi circa la sua conclusione, e la possibile gestione della vicenda da parte delle BR.

L’on. Moro, molto probabilmente, riuscirà ad uscirne fuori e le BR sfrutteranno il successo utilizzando  ampiamente quanto il parlamentare DC ha detto e dirà. Ciò nella convinzione che il predetto è a conoscenza di molti retroscena su vicende nazionali rimaste oscure e che hanno coinvolto numerosi personaggi politici di primo piano ed è depositario, per le cariche ricoperte in passato, di segreti economico-militari a livello nazionale ed internazionale interessanti i Paesi dell’Alleanza Atlantica.

A tal proposito è ampiamente prevedibile che: sottoposto a pressioni fisiche e psicologiche l’on. Moro non potrà non rilasciare dichiarazioni comunque compromettenti e rivelare notizie delicate sull’attività del Partito e dei suoi componenti in merito alla gestione governativa pluridecennale, che saranno quanto mai sgradevoli per i quadri dirigenziali della DC“.

Qui le supposizioni che si potrebbero fare sarebbero innumerevoli: dalla vicenda Gladio, l’organizzazione militare segreta strutturata nell’ambito dell’operazione Stay Behind creata a seguito dell’ingresso dell’Italia nella NATO grazie alla collaborazione dello stesso Moro, di Enrico Mattei e dell’ex ministro degli interni Paolo Emilio Taviani; ai legami strettissimi della DC, e non solo di quella siciliana ma anche di quella nazionale, con Cosa Nostra, ed in particolare dei rapporti di Giulio Andreotti con i cugini Salvo, Nino e Ignazio, titolari dell’attività di riscossione delle entrate per la Regione Sicilia e coinvolti anche nella vicenda della ricostruzione a seguito del terremoto del Belice.

O come la vicenda del cd “sacco di Palermo”, condotta dal sindaco DC Vito Ciancimmino, appartenente alla corrente andreottiana, legato direttamente sia alla rete Gladio che ai costruttori palermitani che riciclavano i soldi della droga di Cosa Nostra.

Le ipotesi sulla gestione dei “segreti” rivelati da Moro viene in parte desunta dai Servizi attraverso la lettera inviata, tra le svariate che Moro scrisse durante i 55 giorni di prigionia, all’allora ministro degli interni e suo collega di partito Francesco Cossiga:

Tale atteggiamento, d’altronde – scrivono i Servizi – è già chiaramente espresso nella lettera indirizzata all’on. Cossiga che, tra l’altro, evidenzia la determinazione dell’on. Moro di usare le proprie dichiarazioni come strumenti di pressione nei confronti degli amici di partito, al fine di distoglierli dal pensiero di barattare il suo silenzio e quindi la sua vita con la preminente “ragion di Stato”, anche nella considerazione che il processo cui viene sottoposto non è solo contro di lui, bensì contro tutta la dirigenza della DC“.

Nella consapevolezza – scrivono i Servizi – di essere politicamente un uomo finito – si pensi allo scandalo Lokeed dal quale Moro venne scagionato ma nel quale furono implicati due politici della sua corrente, i morotei Luigi Guy e Mario Tanassie pertanto fuori dalla rosa dei candidati alla Presidenza della Repubblica, all’on. Moro non rimane altra soluzione che salvaguardare la propria vita con l’unico mezzo possibile: assecondare le richieste dei suoi rapitori concernenti la rivelazione di notizie estremamente delicate e così, contemporaneamente, indurre i propri compagni di partito ad adoperarsi per la sua liberazione.

L’intransigenza della posizione assunta dal partito della non trattativa, con quest’ultimo che ricomprendeva tutto l’arco costituzionale fatta eccezione per i socialisti, gettava una luce spettrale sull’esito del rapimento di Moro, in relazione al quale i rapitori avevano richiesto per il suo rilascio la liberazione di alcuni dei BR imputati nel processo che si teneva in quegli stessi giorni a Torino.

Scrivono i Servizi: “La reazione degli ambienti governativi in proposito sarà ufficialmente caratterizzata da posizioni di assoluta intransigenza nei confronti del ricatto delle BR, confortata dall’appoggio di tutto lo schieramento delle forze politiche, estrema sinistra compresa; nel contempo però la DC, consapevole della pericolosità della diffusione delle notizie rilasciate dal suo Presidente (Moro), facendosi forte di asserite pressioni dei Paesi Alleati, non è escluso che possa addivenire ad un accordo con le BR nel senso che offrirebbe ad esse una contropartita da determinarsi in cambio della non rivelazione di specifici fatti venuti loro a conoscenza durante il “processo” (politico) all’on. Moro. Tale soluzione risulterebbe in effetti vantaggiosa a senso unico per le sole BR, perché in tal modo verrebbero a disporre di una potente arma di ricatto nei confronti del potere costituito, costretto a cedere di fronte alle richieste più disparate che via via potrebbero essere avanzate dalle BR“.

Queste parole sembrano profetizzare ciò che accadrà in seguito in relazione all’arresto ed alla detenzione di tutti i componenti del commando di via Fani. Ci si riferisce in particolare alla vicenda della redazione del memoriale Morucci (Valerio), di fatto la prima confessione dei rapitori di Moro, ed alla fase che precedette la sua scrittura “concordata”, caratterizzata da un’incessante attività di visite in carcere da parte di rappresentanti della DC.

A questo proposito, Alberto Franceschini, uno dei membri fondatori delle BR ma estraneo alla strage di via Fani, ebbe a dire: “Pensavamo che venissero per cercare di fare un po di chiarezza. Invece no: mi rendevo conto che venivano da noi per conquistare silenzi”.

Le BR, peraltro – teorizzano i Servizi –  intenzionate a sfruttare al massimo il successo conseguito e ad estendere il loro proselitismo con iniziative che trovino eco e consensi in larghi settori popolari, potrebbero ritenere più remunerativo chiedere in cambio del loro silenzio, anziché la sola e prevedibile liberazione dei brigatisti detenuti, una contropartita che vada a favore di più ampi settori della sinistra o della collettività (un’amnistia generale per tutti i reati politici, lo smantellamento delle “carceri speciali“, l’annullamento della Legge Reale o altri provvedimenti similari).

Le BR stanno sostenendo – prosegue l’analisi – in pratica un notevole sforzo per la costruzione del Partito Armato Combattente e, perciò,  fatta salva la possibilità che il sequestro dell’on. Moro possa improvvisamente (cosa che a questo momento appare sempre più improbabile) concludersi con la scoperta del nascondiglio e la sua liberazione, la loro preoccupazione è quella di attrarre il maggior consenso possibile tra i gruppi che hanno scelto la lotta armata e che simpatizzano per essi“.

In ultimo il SISMI passa a stilare un’elenco delle prospettive successive alla vicenda Moro, in relazione agli effetti sul mondo politico del sequestro ed alla successiva attività terroristica delle BR: “La soluzione del sequestro – annota il SISMI – dovrebbe aversi tra la metà e la fine del corrente mese (il documento è senza data) e non dovrebbe essere strettamente legata al corso del processo di Torino; i mesi di maggio e giugno dovrebbero essere destinati allo sfruttamento propagandistico e politico del successo conseguito; dopo la “sosta” estiva (luglio-agosto) potrebbe riprendere l’attività delle BR che, come noto, è piuttosto lenta ed ha bisogno di tempi lunghi di preparazione, con una nuova seri di attentati a varie personalità di livello medio-grossi: un generale (es: Dalla Chiesa?), un deputato DC (es: Piccoli?), un grosso industriale, e poi di nuovo il sequestro di altre persone ed anche azioni dirette contro basi USA in Italia (una previsione sul sequestro del generale Dozier?).

Tutto ciò nel quadro di un disegno strategico di fondo e di piani tattici in continua evoluzione ed adattamento sui quali hanno ragione di interferire ed esercitare influenza i Paesi dell’Est, la Libia, la resistenza palestinese e, ultimi, la Cina e gli USA; qualora sia più attendibile l’ipotesi che le BR facciano affidamento sull’appoggio di quadri intermedi del PCI e non siano da considerare una milizia isolata e slegata da tutto il contesto politico che le circonda, a quel momento potrebbe essere ipotizzabile anche un attentato ad un grosso rappresentante sindacale (es: Lama?)”.

Ogni anticipazione sulle prossime mosse delle BR – conclude il SISMI – è, però, alla luce della situazione odierna, prematura, essendo ancora imprevedibili e non valutabili gli effetti e le conseguenze che il sequestro Moro potrà produrre, alla sua conclusione, in seno al partito al Governo ed a quelli che costituiscono la maggioranza parlamentare“. (cm)

Fonte: documenti declassificati ex direttiva Prodi

Dati: il petrolio del terzo millennio

google analytics

 

Stando alle più recenti analisi, secondo l’Economist la commodity che assumerà’ per importanza il posto del petrolio e’ rappresentata dai dati.

L’andamento crescente dei fatturati delle imprese che li gestiscono lascia supporre come la rilevanza di questi stia acquistando una posizione di primo piano sul panorama industriale attuale.

Nel primo trimestre di quest’ anno tre corporation, Alphabet, la holding cui fa capo Google, Facebook e Amazon hanno incassato complessivamente come profitti netti l’iperbolica cifra di 25 miliardi di dollari.

Solo Amazon fattura la meta’ di tutti gli acquisti online effettuata negli Stati Uniti.
Viceversa tutti gli incrementi di fatturato fatti registrare l’anno scorso da Facebook e da Google derivavano dalla pubblicita’ digitale.

La posizione dominante di questi quattro colossi dell’economia digitale spinge l’ Economist a sollecitare un intervento da parte dell’authority del mercato (naturalmente stiamo parlando degli Stati Uniti visto che in Europa l’authority non dispone di tale potere) affinché’ si addivenga ad una loro scomposizione. Esattamente come e’ accaduto in passato per la Standard Oil o la Bell, la vecchia compagnia dei telefoni statunitense.

La loro dimensione economica in se non rappresenterebbe un pericolo per il mercato, tant’ e’ che fino ad oggi gli utenti hanno potuto trarre beneficio dalle ricerche su Google, dalle consegne di Amazon e dagli aggiornamenti informativi di Facebook, a costi tutto sommato molto bassi.

Tuttavia c’ e’ un elemento che non può’ sfuggire ad un’analisi corretta: il basso costo dei servizi resi da queste corporation e’ in parte dovuto ai ricavi che queste ottengono dalla vendita dell’enorme quantità’ di dati relativi ai loro utenti.

In generale si può’ dunque affermare che i parametri per definire una posizione dominante di mercato (fatturato, quota di mercato e controllo del prezzo), nel caso di un’economia digitale, vadano rivisti, tenendo in debita considerazione anche la gestione dei dati ed il valore di questi sul mercato.

La rilevanza dei dati e’ rappresentata non solo dal loro numero ma anche dalla loro qualità’. L’ingresso nella nostra vita dell’uso quotidiano dei telefonini ha fatto si che informazioni personali quali la nostra posizione, le nostre abitudini, da quelle relative al tempo libero a quelle alimentari, passando per i gusti nel vestire e per quelli musicali, siano diventate merce di interesse per il mercato, vale a dire per le corporation che producono alcune o molte di queste commodities.

Al crescere dei nostri apparecchi collegati ad Internet, inclusi gli elettrodomestici e le automobili, e’ aumentata in modo esponenziale la quantità’ di dati da noi prodotta, in modo più’ o meno consapevole.

Ed il futuro sembra spingere ancor di più’ verso questa direzione, con le auto a guida autonoma, ma soprattutto con la tecnologia dell’intelligenza artificiale, in grado di estrarre attraverso nuovi algoritmi un numero sempre maggiore di dati dalle informazioni dell’utente.

Dunque in un contesto di economia digitale le informazioni, i dati, rappresentano una variabile dalla quale non e’ possibile prescindere nella valutazione della posizione di mercato di un’impresa. In passato i social network hanno potuto beneficiare dell’effetto calamita, l’effetto in base al quale le persone che vi accedevano iscrivendosi facevano da traino per le altre.

Con l’ingresso dei dati nel modello di business di queste società’ si ha un incentivo alla creazione di nuovi prodotti o funzioni capaci di stimolare ulteriormente la creazione di nuovi dati. E’ l’effetto a catena, in base al quale una grande produzione di dati tende a generarne degli altri.

La grande quantita’ di dati generati e raccolti da queste corporation crea una posizione di vantaggio rispetto alla concorrenza, posizione difficilmente eguagliabile per un nuovo contendente di mercato.

Ma l’enorme disponibilità’ di dati funziona da barriera all’accesso per eventuali nuovi contendenti anche in un altro modo. In un modello di business in cui il profitto viene garantito anche dalla quantità’ di dati raccolta, con questi ultimi in parte utilizzati internamente e in parte messi sul mercato, le innovazioni di prodotto e di processo vengono scoraggiate o in estrema sintesi acquistate\assorbite prima che siano in grado di generare grandi quantità’ di dati.

E’ il caso, ad esempio, dell’acquisto da parte di Facebook di Instagram e poi di Whatsapp. Quest’ultima, e stiamo parlando di un’azienda di appena 60 dipendenti, e’ stata pagata la cifra record di 19 miliardi di dollari. Per avere un parametro di riferimento secondo un’analista di Morgan Stanley il marchio Jeep varrebbe da solo sul mercato qualcosa come 33,5 miliardi di dollari, contro i 32 di FCA.

Facebook, Amazon e Google non hanno solo il vantaggio di disporre di una merce, i dati, dotata di un rilevante valore, ma anche quello di disporre di informazioni essenziali per il loro business: Facebook conosce cosa condividono i suoi iscritti. Esattamente come Amazon sa che cosa viene acquistato on line dai suoi clienti negli Stati Uniti e Google sa cosa cercano i suoi utenti su Internet.

Inoltre Google, Apple e Microsoft dispongono di sistemi operativi e sono in grado di mettere a disposizione delle nuove start up le loro innovazioni per crearne di nuove,  da vendere poi sui loro mercati. Esse dispongono, dunque, dei mezzi per conoscere e valutare quali iniziative possano riscuotere successo e dunque vadano ostacolate o, nel caso, assorbite.

Ma allo stato attuale della normativa statunitense un intervento dell’ authority che ad esempio smembrasse Google in più’ imprese, non assicurerebbe una soluzione efficace. Nel tempo una di queste potrebbe tornare ad assumere una posizione dominante. Occorre quindi introdurre nuovi criteri per valutare la posizione di mercato di un’ impresa, rapportandola alla quantità’-qualità di dati da questa raccolti.

E’ necessario, inoltre, creare maggiore equilibrio tra chi raccoglie dati e chi li produce, ad esempio introducendo una maggiore trasparenza su come tali dati vengono gestiti, a chi eventualmente vengono ceduti e a quale prezzo. Solo in questo modo gli utenti saranno in grado di valutare la loro posizione di generatori inconsapevoli di valore per chi quei social li possiede e li gestisce.

Un’ altro cambio di paradigma necessario sarebbe quello di considerare i dati raccolti non piu’ come un bene privato, una commodity, bensì’ come un bene pubblico, sul quale un privato non possa fare profitto. Vale a dire i dati dovrebbero essere gestiti da soggetti di diritto pubblico, in grado di distinguere quali condividere e quali tutelare.

Ciò sarebbe possibile se, ad esempio, il soggetto che li raccogliesse fosse una pubblica infrastruttura accessibile a tutti, privati e imprese. (cm)

 

L’importanza di un registro delle lobbies anche per Parlamento e Consiglio d’Europa

Commissione

Lo scorso settembre la Commissione europea ha presentato le sue proposte per rinnovare il registro obbligatorio delle lobby. Avrebbe dovuto estendere l’obbligatorieta’ della registrazione, attraverso la regola “nessuna riunione senza registrazione”, anche al Parlamento ed al Consiglio europeo.

In teoria sarebbero tutti favorevoli a questa estensione, ma nella pratica le cose sono un po’ differenti.

La Commissione e’ in attesa di presentare le sue proposte sia al parlamento che al Consiglio, i quali hanno trascorso gli ultimi mesi per definire le loro rispettive posizioni.

Ma al posto di uno strumento dotato di un’ obbligatorietà’ giuridica riconosciuta, con l’appoggio di tutta la società’ civile, la proposta al vaglio prevede un accordo interistituzionale (IIA) vincolante per le tre istituzioni comunitarie. Ora la strada di questa proposta e’ condizionata dal suo grado di obbligatorieta’, grado che dipenderà’ dalle singole proposte avanzate dagli organi interessati.


Commissione: registrare solo i lobbisti professionisti

Il tentativo esperito dalla Commissione e’ quello di limitare la registrazione solo alle organizzazioni che svolgono l’attività di lobbying diretta, come l’organizzazione di meeting, telefonate e e-mail.

Modificando dunque lo schema attuale che obbliga alla registrazione anche chi svolge lobbying indiretto, come fa ad esempio chi offre suggerimenti su chi incontrare e su come esercitare pressione.

Sebbene le intenzioni della Commissione siano abbastanza chiare gli esiti che si profilano sono preoccupanti. Ostacolare la registrazione delle organizzazioni che svolgono indirect lobbying può’ creare seri problemi all’attivita’ di controllo, distorcendo la realtà’ su quanto stia effettivamente accadendo a Bruxelles.

Dopotutto non e’ una coincidenza se gli intermediari come le società’ di consulenza del settore, gli studi legali ed i think thank svolgano un ruolo importante a Bruxelles nell’attività di lobbying per conto delle corporations.


Possibilità di incontrare solo il 10% dei funzionari

Attualmente tutti i soggetti che svolgono attività’ di lobby non possono incontrare le principali cariche della Commissione se non sono registrati. Questa regola, sebbene non sia priva di limiti, offre il vantaggio di rappresentare un incentivo alla registrazione per tutti i soggetti che svolgono attivita’ lobbistica.

Si tratta comunque di una normativa che ha i suoi limiti, posto che le principali cariche della Commissione rappresentano solo un 10% del personale di quell’istituzione.

La proposta di estendere questa regola anche al Parlamento ed al Consiglio intende comunque mantenere il limite alle sole principali cariche della due istituzioni.

L’efficacia dell’ attività’ lobbistica raggiunge il massimo livello durante la fase iniziale del processo normativo. Ciò’ significa che i funzionari incaricati di redigere i report e le politiche rappresentano i primi obbiettivi dei lobbisti che intendono raggiungere i detentori del potere decisionale.

L’estensione dell’obbligo di registrazione anche nei confronti  dei funzionari appartenenti alle fasce inferiori li tutelerebbe nei riguardi di opachi ed eccessivi tentativi lobbistici.

Il dibattito parlamentare al riguardo e’ stato molto animato, fino all’accordo raggiunto nel mese di giugno per un mandato di negoziato inter istituzionale.


Parlamento: il mandato del parlamentare europeo non può essere limitato

In maniera positiva il dibattito parlamentare ha mostrato l’esigenza di conservare l’obbligo di registrazione tanto per l’attività di lobbying diretta quanto per quella indiretta.

I parlamentari europei sembrano poco inclini ad adottare la norma che consente di incontrare solo i lobbisti registrati poiche’, come confermano anche avvocati e societa’ civile, questa limiterebbe lo svolgimento del loro mandato.

Il Consiglio sembra essere l’organo più’ difficile da regolamentare, considerando anche come l’authority di controllo abbia definito quest’anno il suo attuale regime di regole privo di qualsiasi forma di verifica, aprendo anche un procedimento ufficiale al riguardo. A questo merito il Consiglio ha evitato in ogni modo di discutere l’introduzione del registro delle lobby.

Un’inchiesta di Alter EU ha mostrato come i rappresentanti dei governi nazionali siano i primi obiettivi delle organizzazioni lobbistiche, specie per quelle che rappresentano grandi corporation. Dunque il ruolo del Consiglio risulta essere determinante per i lobbisti.


Consiglio europeo: accordi interistituzionali non vincolanti

Recentemente un parere legale ha mostrato come il Consiglio non possa sentirsi vincolato da un accordo inter istituzionale. In questo quadro alcuni paesi come la Germania e l’Ungheria hanno lasciato intendere di essere fermamente contrari a qualsiasi forma di registrazione degli incontri con i lobbisti.

Tutto dipenderà’, dunque, dal ruolo svolto da alcuni stati, senza scordare che dovra’ essere il Consiglio stesso a richiedere di omologare la sua normativa agli altri due organismi europei.

I negoziati per la discussione dell’accordo interistituzionale riprenderanno dopo la pausa estiva, ancora una volta a porte chiuse. Tuttavia senza una pressione da parte dell’opinione pubblica sara’ difficile che le istituzioni accettino di sottoporre la loro attività’ al giudizio degli elettori.


Principali lobbisti professionisti presso la Commissione

Secondo quanto riportato nel database del sito lobbyfacts, stando alla quantità di risorse spese nella loro attività, includendo in essa il personale pagato, le iniziative organizzate e gli incontri sostenuti, il principale lobbista professionista a livello europeo è Fleishman-Hillard, che nel 2016 ha dichiarato di avere speso la somma record di 6.250.000 euro.

Da quanto appare sul suo sito F-H risulta essere una delle più importanti società di comunicazione a livello mondiale. Essa vanta 2300 dipendenti dislocati in 83 uffici, situati in ben 21 nazioni. L’attività di lobbying specifica vede impegnati 500 consulenti professionisti, impiegati negli uffici in Europa, Canada, Stati Uniti e area Asia-Pacifico.

L’ufficio di Bruxelles è composto da 70 persone, che per le professionalità sviluppate e le esperienze accumulate, ne fanno la principale agenzia di comunicazione a livello europeo.

Nell’ufficio di Square de Meeus, a Brussels, gli specialisti della F-H si occupano per i loro clienti di attività che vanno dal monitoraggio all’analisi politica, passando per lo sviluppo di strategie, la redazione di programmi di contatto, l’organizzazione di conferenze e di eventi, la cura della comunicazione digitale e media.

I settori commerciali seguiti dai vari uffici di Bruselles vanno dalle telecomunicazioni all’Information Tecnology, passando per l’ambiente, l’energia, i trasporti, la sicurezza, la difesa, i servizi finanziari, i prodotti alimentari, i servizi per la salute e i beni di consumo di massa (Fast Moving Consumer Goods).

Con 24 lobbisti dichiarati e con la disponibilità per 46 accrediti presso il Parlamento Europeo nel 2017 F-H ha dichiarato nel registro obbligatorio della Commissione ben 21 incontri con i funzionari di tale istituzione.  Tra questi, undici si sarebbero svolti con rappresentanti della Direzione Generale Occupazione e Crescita (DG Jobs and Growth).

Al secondo posto come risorse spese per attività lobbistica c’è la divisione europea della società di public relations e affari Burson-Marsteller, che nel 2016 ha speso 5 milioni di euro.

La società è presente in 110 paesi e la divisione europea, con sede a Square de Meeus a Brussels, può contare su propri uffici e su uno staffa di 35 dipendenti. L’attività lobbistica prevalente è rivolta verso le istituzione europee e verso le Nazioni Unite. I principali clienti dello studio sono associazioni di soggetti che si occupuano di scambi commerciali, Associazioni Non Governative, società e altre organizzazioni.

I settori in cui lo studio è specializzato sono la competizione, l’occupazione, le tasse e le politiche sugli scambi commerciali, oltre all’ambiente, gli alimenti, il benessere, l’energia, i trasporti, la tecnologia e la difesa.

Con 28 lobbisti dichiarati e con la disponibilità di 31 accessi al Parlamento Europeo la divisione europea di

B-M ha fatto registrare nel 2017 quattro incontri con la Commissione europea (Direzione Generale Ambiente, DG Stabilità Finanziaria, DG Presidenza, DG Mercato Interno).

Il terzo lobbista professionale per importo di spesa sostenuto è Interel European Affairs, che nel 2016 ha speso in attività di lobbying 4.750.000 euro.  Divisione europea dell’Interel Group, IEA e’ un gruppo internazionale di consulenza e di affari pubblici con un passato di studi di comunicazione, di consulenza strategica anche su tematiche legislative, e che ha sede a Brussells in Rue du Luxembourg.

Tra i servizi offerti dalla IEA abbiamo audit su temi politici e mappatura degli stakeholders, monitoraggio e raccolta di informazioni, programmazione di meetings, organizzazione di messaggi e di altro materiale politico, organizzazione di eventi, preparazione di relazioni online.

Ufficialmente il numero di lobbisti dichiarati sono 25,5, mentre il numero di accessi al Parlamento Europeo è di 21. Nel 2017 gli incontri avuti con la Commissione europea sono stati otto, di cui quattro con la Direzione Generale Occupazione e Crescita (DG Jobs & Growth).


 Come funziona l’attività lobbistica

Acea e il dieselgate

Per capire come funziona l’attività delle lobbies all’interno della Commissione europea prendiamo in esame un documento riservato della European Automobile Manufacturers’ Asociation (ACEA è l’acronimo in francese).

Mentre la Commissione di Inchiesta del Parlamento europeo aveva cominciato ad investigare sul dieselgate, il caso delle emissioni dei motori diesel truccate elettronicamente durante i test di controllo da parte dei principali produttori di auto, alcune testate giornalistiche sono entrate in possesso di un documento che mostra come funziona la strategia lobbistica nel tentativo di indebolire i nuovi test di emissione dei motori diesel introdotti a seguito dello scandalo.

Nel documento vengono sottolineati i motivi principali per i quali il possesso di un’automobile, per chi non vive in un’aera urbana e non può utilizzare come succedanei taxi, mezzi pubblici e car shearing, rappresenti la garanzia per la concreta realizzazione della libertà di movimento.

Il 70% dei viaggi dei privati cittadini vengono effettuati in media in auto.   

Mediamente in un anno ciascun cittadino europeo si sposta per complessivi 13.000 km.

Ma, come al solito, sono i dati economici quelli che smascherano i ruoli nel business.

Il budget dei paesi membri dell’UE riceve ogni anno 350 miliardi di entrate fiscali dalla produzione e dall’utilizzo delle auto. Ciò rappresenta l’8% delle entrate fiscali nell’Europa a 28 nazioni. In Europa circolano oggi 256 milioni di veicoli ad uso civile.

Il 24% delle auto viene prodotto nell’Unione Europea. Nel 2016 sono stati costruiti in Europa 16,5 milioni di veicoli, mentre altri 5,5 milioni sono stati esportati fuori dall’Unione Europea, con un ricavo pari a 125 miliardi di euro.

Queste cifre mettono in chiaro come la produzione di veicoli a motore rappresenti ancora oggi un elemento chiave per l’economia dell’UE. Ma perché le emissioni su strada superavano in alcuni casi anche del 40% quelle dei test?

La ragione si spiega semplicemente con il fatto che produrre motori più puliti, da un punto i vista dei gas di scarico, costerebbe enormi investimenti in un periodo di tempo medio lungo, periodo segnato da una crisi economica quale quella attuale dove il ritorno dell’investimento non è affatto assicurato.

Inoltre il sistema dei test di scarico in Europa è molto più obsoleto rispetto a quello vigente negli Stati Uniti, ed è proprio in questo modo che è emerso lo scandalo. Negli States i limiti per le emissioni sono molto più severi che in Europa.

I nuovi test introdotti recentemente dalla Commissione misureranno per la prima volta le emissioni reali su strada, ma verranno applicati alle nuove auto in commercio solo a partire dal 2018. Nel frattempo i produttori cercano di indebolire tale normativa proponendo nuovi emendamenti in grado di rendere meno stringenti i controlli degli scarichi.

A seguito dell’introduzione del nuovo regime per i gas di scarico il costo unitario per veicolo prodotto dovrebbe aumentare di 300 euro per ogni produttore. 

In Inghilterra, dove a partire dal 1994 le auto diesel sono aumentate da 1,2 a 12 milioni, è stato constatato come il biossido di azoto, uno dei gas residui dalla combustione dei motori diesel, sia responsabile del raddoppio del numero delle morti premature.

Nell’anno finanziario 2016 l’ACEA, ha speso in attività di lobbying la cifra ragguardevole di 2.250.000 euro.

L’associazione di produttori di auto può contare su 10 lobbisti dichiarati e su 18 effettivi. Un discreto livello di attivita’ così come dimostra anche il numero di accessi al Parlamento Europeo per attività lobbistica, pari a 14.

Dal 2014 al 2017 il numero di meeting registrati con rappresentanti della Commissione e’ pari a 77. Un  record. Tra questi, sette sono avvenuti con la Direzione Generale Occupazione e Crescita, tredici con quella Mobilità e Trasporti, sette con quella Clima ed Energia.


Volkswagen AG

Ad integrazione della voce precedente osserviamo i dati sull’attività lobbistica relativi alla Volkswagen, per la quale le emissioni su strada dei motori diesel commercializzati nell’UE superavano del 40% quelle dichiarate nei test.

Balza subito agli occhi come in corrispondenza dell’esplosione dello scandalo “dieselgate” la spesa per attività lobbistica della Volkswagen sia triplica.

Il numero dei lobbisti ufficialmente dichiarati presso la Commissione europea e’ oggi pari a 15,5, anche se quelli effettivi risultano essere 33, più del doppio. Il numero di accrediti dichiarati presso il Parlamento Europeo e’ invece pari a quattro. A partire dal 9 aprile 2015 fino al 12 luglio 2017 il produttore tedesco di automobili ha incontrato ufficialmente i rappresentanti delle Commissione europea per ben 51 volte, che fa in media quasi due (1,8) incontri l’anno.

 Ricordiamoci però che stiamo parlando solo degli incontri ufficiali. Dunque nel computo sono esclusi quelli informali,  quali ad esempio quelli avuti in occasione di iniziative estranee all’attività della Commissione, vale a dire eventi mondani, iniziative benefiche, incontri con organizzazioni professionali .

Lo sforzo dell’attività lobbistica lo si nota però se andiamo a guardare il budget dichiarato dalla Volkswagen nel periodo interessato. Se dal 2010 al 2013 l’andamento della spesa per attività lobbistica, per quanto crescente, è stato continuo, nel 2014 esso registra un balzo incredibile.

Occorre tenere a mente che lo scandalo dei dati truccati emerge quando l’associazione no profit indipendente International Council on Clean Transport (Icct) verifica le emissioni delle auto diesel europee e subito dopo, con la collaborazione dell’Università della West Virginia, le confronta con quelle analoghe degli Stati Uniti, dove le norme sulle emissioni sono più stringenti.

Il risultato fu che i dati sulle emissioni delle auto che circolavano in Europa erano superiori di quelli delle stesse marche e degli stessi modelli immatricolati negli States. Per Volkswagen la differenza era del 40%. Era il maggio del 2014. I test vengono quindi confermati dal California Air Resources Board (Carb), il quale poi li condivide con l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EPA). E siamo giunti cosi’ all’otto luglio 2014.

Dicevamo, dunque, che la continuità della crescita della spesa per attività lobbistica presso la Commissione subisce per Volkswagen un’ impennata proprio nel 2014, passando da poco più di un milione di euro del 2013 a 3,3 milioni di euro nel 2014. Per poi attestarsi, nel 2015, sui 2,8 milioni. Dunque un salto notevole. Si è trattato solo una coincidenza?


Big Tobacco

A partire dal gennaio 2017 due nuovi lobbisti hanno aperto i loro uffici a Bruxelles. Si tratta del Consumer Choice Center (CCC) e di una divisione europea del Freedom Organizsation for the Right to Enjoy Smoking Tobacco. (Forest EU).

Sono questi due lobbisiti che svolgono la loro attività per conto dei produttori di tabacco, attività che consiste nel promuovere una deregolamentazione della normativa attuale, ritenuta troppo restrittiva, che disciplina il consumo di sigarette e degli altri derivati del tabacco.

Il sito del CCC sostiene che tale associazione rappresenta consumatori di sigarette e derivati del tabacco in  oltre 100 paesi in tutto il mondo.

Bene, con l’iscrizione ufficiale della CCC nel registro obbligatorio per incontrare rappresentanti della Commissione europea  si viene finalmente a sapere che, malgrado le somme spese dichiarate nel 2015 ammontino a 150 mila euro, nel bilancio del 2017 vengono annotate donazioni per 3.652.198 euro. Una discreta somma per una associazione non governativa che formalmente non ha scopo di lucro.

Ufficialmente la CCC si batte contro il protezionismo di Stato che, con un livello di tassazione elevato atto a dissuadere il consumo di sigarette oltre che ad internalizzare i costi sanitari del fumo specie quello passivo, tende a favorire il ricorso a prodotti contraffatti, meno controllati e quindi più pericolosi.

Ufficialmente CCC ha dichiarato di avere 4 lobbisti attivi presso la Commissione, oltre ad un accredito presso il Parlamento europeo.


Il caso del glifosato

Lo scorso 20 luglio la Commissione ha chiesto il rinnovo per ulteriori dieci anni, in totale sarebbero venti, del permesso per commercializzare l’erbicida glifosato, fino al 2027. Nel 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva sostenuto, assieme alla FAO, come l’assunzione dello stesso attraverso la dieta non fosse “probabilimente” cancerogeno. Solo l’anno precedente, nel 2015, sempre l’OMS aveva invece affermato come  il glifosato fosse un probabile cancerogeno per l’uomo. Che cosa è cambiato nel frattempo?

Brevettato nel 1970 dall’americana Monsanto, la stessa titolare di numerosi brevetti per semi OGM, oggi il glifosato, in passato usato come liquido refrigerante, è il diserbante più diffuso al mondo.

Il suo impiego è associato alle culture geneticamente modificate e la sua resa, dato il suo costo elevato così come quello dei semi, diviene sostenibile solo nelle colture estensive. Negli Stati Uniti il glifosato è stato autorizzato dall’Environmental protection agency nel 1970.

Alcune email da parte di membri del governo, il cui testo è stato ottenuto a seguito di un FOIA, mostrano come all’inizio del 2015 Monsanto e l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) abbiano colluso per cercare di bloccare una ricerca tossicologica condotta dal Center for Disease Control and Prevention (CDC) sulla cancerosità del glifosato. Quest’ultimo è l’ingrediente principale dell’erbicida chiamato Roundup, prodotto dalla Monsanto.

lIl glifosato non viene usato solo per limitare la crescita delle erbe infestanti nei giardini, ma soprattutto nella coltivazione di prodotti agricoli. Tanto che la sua molecola è stata rinvenuta anche in alcuni esami di urine effettuati negli Stati Uniti su di un campione di persone.

La commercializzazione del glifosato in Europa è stata autorizzata per la prima volta dalla Commissione europea nel 2002,  Nel giugno del 2016 sempre la Commissione ha autorizzato una proroga fino al 2017, anno in cui l’Agenzia chimica europea dovrebbe valutare la sua pericolosità per la salute.

Sebbene in Italia le colture transgeniche siano vietate, il Roundup viene impiegato come diserbante nei giardini.

Un monitoraggio sulla presenza del glifosato effettuato sulle acque superficiali in Lombardia ha mostrato come tale sostanza fosse presente nel 31,8% dei punti di prelievo, in una percentuale pari al 56,6 % (il campionamento si riferiva all’Ampa che è un suo metabolita). Ampa e glifosato sono le due principali sostanze da cui dipende il deterioramento irreversibile della qualità dell’ambiente.

I principali produttori di glifosato sono, oltre a Monsanto, Dow Agro, DuPont, Nufarm (Aut), Syngenta (Ch), Zhejiang Xinan Chemical Industrial Group, Jiangsu Good Harvest-Wein Agrochemical e Nanton Jiangshan Agrochemical & Chemicals (PRC).


Monsanto

Se la spesa per attività lobbistica di Monsanto assume un andamento costante nel 2013, 2014 e 2015, pari a 300 mila euro l’anno, nel 2016 essa registra un incremento fino a raggiungere la cifra di 400.000 euro (399.999). 

Se poi andiamo a controllare il numero di incontri ufficiali, quindi registrati, con la Commissione europea scopriamo che solo nel 2016 essi sono pari a cinque: quattro con la Direzione Generale Sanità ed uno con quella Commercio.

Il 2016 oltre ad essere l’anno della proroga per quanto riguarda l’autorizzazione alla commercializzazione del glifosato, è soprattutto l’anno nel quale sia l’OMS che la FAO dichiarano la non probabile cancerosità dei prodotti alimentari coltivati col glifosato, contraddicendo una dichiarazione di senso diametralmente opposto rilasciata appena l’anno precedente.

Monsanto ha due lobbisti ufficiali presso la Commissione e quattro accessi accreditati presso il Parlamento europeo.


Syngenta International AG

Con quattro lobbisti ufficiali di cui due accreditati presso la Commissione e altri quattro presso il Parlamento Europeo, a giudicare dalle risorse destinate all’attività lobbistica con le istituzioni europee Syngenta rappresenta la testa di ponte per quattro riguarda i produttori di glifosato e di conseguenza dell’agribusiness.

Verificando la serie dei livelli di spesa destinati all’attività lobbistica notiamo che se tra il 2010 ed il 2011 l’incremento di spesa è costante, passando da 625.000 euro circa a 750.000 euro, il 2012 è l’anno della discontinuità, con un incremento inusuale della spesa che arriva quasi a raddoppiare, attestandosi sulla cifra considerevole di 1.670.000 euro circa. Dal 2012 al 2014 il livello di spesa si mantiene costante, per poi tornare a crescere nel 2015 con 1.500.000 euro ed anche nel 2016, con 1.650.000 euro.   

Il 2012 è l’anno in cui la Commissione Barroso decide di stanziare 4,5 miliardi di euro per la ricerca nel campo della “bioeconomy”, nella quale viene inclusa anche la produzione di bio carburanti da fonti vegetali, quali l’etanolo e l’olio di semi di girasole. Si tratta di una sorta di cavallo di Troia con cui le multinazionali che producono semi OGM, pesticidi e diserbanti intendevano introdurre la coltivazione sperimentale delle colture transgeniche anche in Europa, dopo i successi ottenuti in Nord e in Sud America.


Dow Agro (Dow Europe)

Nel 2014 la Dow Europe, la divisione europea delle Dow Agro, viene annoverata tra le 10 principali corporation che hanno fatto registrare il maggiore aumento delle spese per attività lobbistica.

Se infatti nel 2010 e nel 2013 la spesa dichiarata per tale attività ammontava a 800.000-900.000 mila euro, nel 2014 essa balza incredibilmente alla cifra record di 3.962.000 di euro. Oltre quattro volte il livello di spesa precedente.

Complessivamente l’aumento del livello della spesa destinata all’attivià di lobbying da parte delle dieci corporation più attive in tale campo ammonta a 37 milioni di euro, due in meno rispetto all’anno precedente.

Cio’ si spiega in parte con il fatto che il 2014 è l’anno delle elezioni europee, e dunque un exploit della spesa per attività lobbisitca è spiegabile in considerazione della necessità di dovere riorganizzare tutta la struttura, con riguardo in particolare sia al Parlamento che ai rappresentanti della Commissione. (cm)

Egitto: nuovi acquisti di tecnologia per sorveglianza

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Stando ai dati del report del ministero degli esteri britannico, Department for International Trade, relativi al primo trimestre 2017 di esportazioni l’Egitto, al pari di Turchia, Emirati Arabi e Arabia Saudita, continua ad acquistare tecnologia di sorveglianza destinata al controllo delle comunicazioni civili.

Ci stiamo riferendo in particolare alla tecnologia denominata IMSI catcher, letteralmente lettore del numero di codice della SIM telefonica, anche noto come “Stingrays”. Si tratta di un apparecchio che posizionato in prossimità’ di un cellulare da “tracciare” si comporta inizialmente come una comune antenna per cellulari.

Una volta agganciato, oltre ad intercettarne ogni forma di comunicazione, da quelle vocali ai messaggi SMS passando per le email, il dispositivo penetra nel cellulare obbiettivo fino ad individuarne il codice seriale della scheda SIM (che negli USA diventa IMSI) e dunque risalire al suo titolare.

Individuato tale codice il telefono diventa tracciabile in ogni momento e luogo. L’apparecchio riesce cioe’ ad individuarlo tra altri cellulari, essendo anche in grado di seguirne gli spostamenti. Alcune versioni avanzate dell’ IMSI catcher sono anche capaci di negare la copertura telefonica (denial of service), creando una sorta black out attorno al cellulare obiettivo.


IMSI catcher: un’ apparecchiatura controversa

L’impiego da parte di alcune agenzie di sicurezza governative dello Stingrays ha dato spesso luogo a controversie di tipo legale, in quanto consente di tracciare una persona ma allo stesso tempo anche di intercettarne le comunicazioni. E dunque non sempre il suo uso effettivo risulta essere quello per il quale ne è stato autorizzato l’ impiego.

Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU) lo Stingrays sarebbe un apparecchiatura di sorveglianza eccessivamente invasiva il cui impiego non sempre è trasparente, prova ne è che non sempre ne viene ammessa la disponibilità.

In Inghilterra l’IMSI catcher è disponibile sia per la Metropolitan Police di Londra (la Met), che  per quella del West Mercia, del Warwickshire, del West Midlands, dello Staffordshire, dell’Avon e Sommerset e del South Yorkshire.

Tra i paesi a cui l’Inghilterra ha venduto questi apparecchi, alcuni sono riconosciuti come dei regimi oppressivi. Ci riferiamo in particolare ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Altri invece, come Turchia ed Egitto, hanno fatto registrare numerosi casi di violazione dei diritti umani quali incarcerazioni di massa, arresti anche nei confronti di giudici e giornalisti e torture.

Nei confronti di questi ultimi l’atteggiamento adottato da numerosi paesi esportatori di tecnologia militare o dual use e’ di attesa, nel senso di continuare a venderle in attesa di un embargo ufficiale. Giustificandosi con l’opinione pubblica con la scusa che si tratta di materiale concesso in visione, e dunque subordinato ad una licenza di esportazione non definitiva ma temporanea. Con questa specie di escamotage le società’ che producono strumentazioni per la sorveglianza ed il controllo delle comunicazioni riescono spesso a vendere anche in paesi dove i diritti civili non vengono rispettati. Secondo Amnesty International la Turchia avrebbe utilizzato la tecnologia dell’ IMSI catcher per monitorare l’attività di un giornalista.dav

Egitto

Dal punto di vista squisitamente economico su un totale di 2.308.491 sterline di esportazioni (foto in alto), nel primo tririmestre 2017 le licenze per la tecnologia non militare ammontavano a 1.123.811 sterline.

Per un totale di 20 licenze, fra temporanee e permanenti, su 25 licenze di esportazione concesse complessivamente.

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta: nei dati che definiscono il tipo tecnologia acquistata dall’Egitto si parla di strumentazione per l’intercettazione delle telecomunicazioni, specificando anche il tipo di apparecchio ( foto in alto)

a) Marlin unit, prodotto dall’inglese TRL technology.

Di seguito si parla di un’apparecchiatura e del suo software. si tratta del b) Thuraya Monitoring System (TMS) oltre al software di gestione monitoring system (ISMS).

Come si legge nel foglio excell in foto il tipo di licenza di esportazione concesso alla Marlin per l’Egitto è di tipo permanente.

L’Unità Marlin è senza dubbio un ricevitore IMSI, e cioè uno Stingrays.

Il Thuraya Monitoring System, prodotto dalla cinese Shoghi,  è invece un’apparecchiatura per monitorare le comunicazioni dei telefoni satellitari. Come è possibile leggere nelle specifiche del prodotto sul sito della Shoghi l’apparecchiatura è portatile ed è in grado di controllare simultaneamente quattro telefoni satellitari, coprendo qualsiasi forma di comunicazione: chiamate vocali, SMS, Fax e trasmissione dati. Essa è inoltre capace di geolocalizzare le fonti della conversazione su google maps.


Le licenze per lo spyware

Le licenze per esportazione concesse dal governo britannico con riferimento a materiale non esclusivamente militare ma ad uso duale, vale a dire anche civile, comprendono anche software per lo spionaggio.

Si tratta in particolare di software destinato ad attività investigativa, trattandosi di spyware intrusivi.

Come e’ scritto nella risposta alla richiesta in base al FOIA al Department for International Trade in base, l’Egitto, assieme ad Abu Dhabi, Filippine, Indonesia, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Singapore, Arabia Saudita, Malesia e Dubai ha acquistato “equipment for intrusion software, software for intrusion software, technology for equipment for intrusion software” ovvero apparecchiature per software di intrusione, con relativo programma e licenza.

La licenza per l’esportazione del materiale descritto e’ individuale ed aperta (OIEL), il che significa che per poter essere autorizzata deve essere corredata da una documentazione presentata dal destinatario, cosi’ da confermarne la natura ed il suo impiego.

Sebbene la licenza non specifichi il tipo di software a cui si riferisce, richiamando solo una serie di parametri tecnici (Penetration testing equipment which meets the conditions of 4A005, Penetration testing technology which meets the conditions of 4E001a, Penetration testing toolkits and other bespoke software which meet the conditions of 4D004) potrebbe trattarsi di un troyan con relativa suite, che consente di gestire da remoto il PC obiettivo una volta infettato (vedi Pegasus o Galileo). Potrebbe pero’ anche trattarsi di exploits, ovvero di una porzione di codice in grado di sfruttare la vulnerabilità’ di un programma installato sul PC target. (cm)

Chichiarelli e i suoi rapporti col SISMI

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Il 1 aprile del 1984 le pagine di cronaca del quotidiano La Stampa danno conto del ritrovamento di un furgone Opel Cargo, parcheggiato vicino ad una caserma. Il mezzo, rinvenuto in via dei Genieri una strada interna della città militare della Cecchignola, sarebbe quello usato dagli autori della rapina da 35 miliardi presso la sede romana della “Brink’s Securmark“, società di trasporti di valori. All’interno, oltre ad un revolver, viene rinvenuto un tagliando della Securmark relativo ad un versamento da 50 milioni da parte del Banco di Roma.

Nelle poche righe l’articolo di fondo sottolinea come a pochi metri dal luogo del ritrovamento si trovi la caserma “Emanuele Filiberto”. Ed è proprio dalla torretta di sorveglianza della caserma che il mezzo utilizzato dai rapinatori appare ben visibile. Quel tratto di strada antistante la struttura militare viene infatti usato come parcheggio dai militari che vi prestano servizio.

Dalle indagini emerge come quel furgone fosse già li a partire dal pomeriggio di sabato 31 marzo. La targa del veicolo risultava essere falsa e dalle fiancate del mezzo erano state rimosse le strisce adesive della Brink’s, esposte per agevolare l’accesso del mezzo al deposito valori.


La rapina del secolo

Sarebbero quattro, secondo gli inquirenti, gli autori della “rapina del secolo” al deposito valori della Brink’ Securmark di via Aurelia: il malavitoso torinese legato alla vicenda Ballerini-Pan, Germano La Chioma, Giampaolo Morosini, l’esperto in casseforti Alfredo Tedlotto, ed  Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony.

Proprio quest’ultimo sarebbe il cervello del colpo, rimasto a lungo latitante e probabilmente l’unico in grado di spiegare la via presa da 25 dei 35 miliardi frutto del colpo, mai ritrovati dagli inquirenti. Dieci miliardi verranno rinvenuti, in seguito, in alcuni conti presso alcuni istituti di credito di Ivrea. Per questo verranno condannati in primo grado altri 19 imputati, accusati di reati quali riciclaggio e ricettazione, a pene variabili da un anno e mezzo a sette anni di reclusione.

La rapina viene subito rivendicata attraverso un comunicato firmato BR e giudicato dagli inquirenti poco credibile. Assieme ad esso vengono anche trovate tre schede contenenti indirizzo dell’abitazione, numero di telefono e targa dell’auto dell’ex Procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci e dell’ex presidente della Camera Pietro Ingrao.

Copia di quelle schede, scritte dalla stessa macchina da scrivere, erano state scoperte tre anni prima, il 14 aprile 1979, in un borsello rinvenuto sul sedile di un taxi. Da una perizia successiva emergerà come quelle schede erano state scritte, a loro volta, dalla stessa macchina utilizzata per comporre il comunicato delle BR n.7, quello del Lago della Duchessa, all’epoca del sequestro del presidente della DC Aldo Moro.


Da falsario di quadri a collaboratore dei servizi

Nel settembre del 1984, qualche mese dopo il colpo, Chichiarelli viene freddato da un killer rimasto senza un nome ne un volto. Aveva solo 32 anni. Ma chi era in realtà il cervello della rapina del secolo? Oltre ad essere la poco probabile mente del colpo Chichiarelli era anche un abile falsario. Principalmente di quadri, anche se poi si dedicò parecchio a documenti ufficiali, come i comunicati delle BR.

Gravitava da sempre nel mondo della mala romana, essendo amico di Danilo Abbruciati, ma anche di Ernesto Diotallevi e di Franco Giuseppucci. Era anche vicino ai gruppi eversivi di destra, quelli che usavano come punto di ritrovo il fungo all’EUR, ovvero i fratelli Bracci, Claudio e Stefano, Alessandro Alibrandi, Valerio Fioravanti, Massimo Sparti e Massimo Carminati. In una parola il nocciolo di quelli che saranno poi i Nuclei Armati Rivoluzionari.


L’omicidio Pecorelli

Nella sentenza della Corte di Cassazione sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, a proposito della figura e del ruolo avuto da Chichiarelli in quell’omicidio, si legge: “La figura di Antonio Giuseppe Chichiarelli, di cui si é avuto conoscenza solo dopo la sua uccisione avvenuta nel 1984, è considerata di sicuro rilievo per le indagini sulla morte di Pecorelli, poiché Chichiarelli, personaggio in collegamento con appartenenti ad ambienti dell’estrema destra e alla banda della Magliana, avrebbe svolto il ruolo di raccoglitore di informazioni sulla vita e sulle abitudini del giornalista, sfruttando l’amicizia di Osvaldo Lai, il quale abitava nei pressi della redazione della rivista OP. Qualche giorno prima dell’omicidio, il 6 marzo 1979, un individuo poi riconosciuto per Chichiarelli fu notato nei pressi della redazione di OP da Pecorelli e dalla sua compagna Franca Mangiavacca, la quale ha riferito dell’atteggiamento della persona e del timore che aveva suscitato la sua presenza. Tale circostanza e il ruolo svolto da Chichiarelli nella veste di osservatore delle abitudini di Pecorelli sarebbero stati confermati dal rinvenimento, pochi giorni dopo l’omicidio il 14 aprile 1979, a bordo di un taxi di un borsello contenente quattro schede, tra cui una accurata e precisa relativa a Pecorelli e un’altra riguardante un attentato alla scorta del Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Pietro Ingrao, un volantino delle Brigate Rosse, armi e munizioni nonché una testina rotante per macchina da scrivere Ibm. Materiale questo attribuito a Chichiarelli a distanza di molti anni, grazie all’esito di specifiche indagini di polizia svolte sulla base della testimonianza della moglie del falsario, Chiara Zossolo, la quale riferì che circa quindici giorni dopo l’omicidio aveva visto il marito preparare le schede che poi sarebbero state abbandonate nel taxi, ed aveva ricevuto dallo stesso, molto turbato, la confidenza secondo cui … Pecorelli non meritava di morire ed era stato ucciso perché aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire e il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro un falso perbenismo“.


L’ agenzia dei servizi

Il primo ad avere l’idea di scrivere un falso comunicato delle BR durante il sequestro Moro fu l’allora Procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, che in una conversazione con Sergio Flamigni ebbe a dire: “E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all’Autorità Giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cioè tu sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all’avversario di muovere i pezzi in entrambe i versanti del gioco hai già perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perchè questi diranno: chi è che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi è che sta cercando di sfruttare l’operazione? E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice: “Abbiamo analizzato il messaggio, è scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale è scritto il primo messaggio”. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non è riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non è in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: “Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare”. Quando uscì’ il comunicato del Lago della Duchessa (n.7) io trasalii perchè mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento; però era realizzato male, perchè mancava il preventivo rapporto all’Autorità Giudiziaria“. (nota n.38 pag.288 di “La tela del Ragno” di S.Flamigni).


Il falso comunicato numero 7

Come scrive ancora Flamigni, la mattina del 18 aprile 1978 in contemporanea con il rinvenimento del covo di via Gradoli 96 a Roma, le BR diffondono la notizia del deposito del comunicato n.7.

Nel testo del documento viene annunciata l’esecuzione di Moro “madiante suicidio” ed inoltre l’inabissamento delle sue spoglie sul fondo del Lago della Duchessa, a circa 1800 metri di profondità. Sebbene il capo della Digos di Roma, il dott. Domenico Spinella, lo definì subito un falso, il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga decise che si trattava di un documento autentico.

Ordinò di eseguire tre perizie, dagli esperti della Polizia scientifica, dai Carabinieri e dal Tribunale di Roma. Tutti e tre gli esiti degli esami concordarono sul fatto che a scriverlo era stata la stessa macchina usata nel primo comunicato delle BR. Più tardi le tre perizie verranno smentite quando si saprà che l’autore del comunicato era stato Chichiarelli. Le stesse BR emisero un loro comunicato (n.7bis) col quale dichiararono “falso” quello del 18 aprile, attribuendo ad Andreotti quella messa in scena del Lago della Duchessa.

Una nuova perizia eseguita nel corso del processo Moro IV confermò la non autenticità del documento. Ad orchestrare quella vicenda fu il colonnello del SISMI Francesco Musumeci. L’operazione di depistaggio era cominciata con una serie di telefonate eseguite a partire dal 17 aprile, di cui due alla redazione dell’Unità (due) e una al vicesegretario della DC Giovanni Galloni. In tutti e tre i casi veniva comunicata la scomparsa di Moro.

Occorre sottolineare come mentre i precedenti sei comunicati delle BR erano stati riconosciuti attendibili dalla Polizia Scientifica solo a seguito di un attento esame durato diverse ore, il comunicato numero 7 venne dato per autentico solamente nel giro di un’ora.


L’operazione di depistaggio Gradoli-Duchessa

Il primo a ipotizzare un collegamento tra il rinvenimento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato n.7 fu Pecorelli, che nell’edizione del 25 aprile 1978 di OP scrisse l’articolo dal titolo: “Diario dell’irreale assoluto”.

Nel pezzo il direttore del settimanale scrive:”Lunedì 17 e martedì 18 aprile, la presunta esecuzione e la troppo inequivocabile scoperta del covo. Un volantino anomalo, rachitico, frettoloso e recapitato in una sola città contrariamente ai precedenti, annunzia l’avvenuta esecuzione per “suicidio” di Aldo Moro, e il suo seppellimento in un laghetto di montagna“.

E ancora: “E passiamo all’altro evento: la scoperta del covo di via GradoliAnche qui abbiamo a che fare con l’acqua. Strane coincidenze, singolari assonanze della storia. All’acqua gelata del Lago della Duchessa fa riscontro l’acqua corrente e dilagante della doccia di via Gradoli di Roma. Quest’acqua permea il soffitto dell’appartamento sottostante il covo, e richiama l’attenzione di tutti e la presenza dei pompieri, i quali subito, chiuso il rubinetto, delegano la visita del luogo ai poliziotti. Si sono infatti trovati davanti a un inequivocabile riassunto dei connotati brigatistici del sequestro Moro“.


I legami tra Chichiarelli ed il SISMI di Santovito

Successivamente a quello del 18 aprile, nel mese di maggio Chichiarelli scrisse un nuovo comunicato firmato “Cellula Romana Sud BR”. Il documento risultava diviso in due parti: nella prima, in chiaro, veniva indicato come le operazioni Gradoli e Duchessa fossero solo un mezzo per mostrare alla popolazione “l’inefficienza dello Stato ottuso delle multinazionali”.

Nella seconda parte, scritta per la prima volta in un linguaggio cifrato, veniva utilizzato un codice di cifratura di tipo militare, usato in precedenza dai Servizi italiani. Di fronte alla Commissione parlamentare Moro il generale Santovito dichiarò che anche questo secondo comunicato, scritto dal falsaro della Magliana, era autentico. Tale dichiarazione verrà in seguito smentita. Da ciò se ne deduce il necessario collegamento funzionale tra Chichiarelli ed il SISMI.

Ad ulteriore riprova dei legami di Chichiarelli con i Servizi occorre segnalare come le schede rinvenute sui sedili del taxi, quel 14 aprile 1979,  erano anche quelle state realizzate dal falsario rapinatore. In particolare nella scheda relativa a Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979 ovvero 25 giorni prima del ritrovamento del borsello, veniva indicato, oltre al suo all’indirizzo di casa, anche il tipo ed il colore della sua auto e la targa. Veniva quindi sottolineata la necessita’ di agire entro e non oltre il 24 marzo, poichè oltre tale data si sarebbero verificate ulteriori complicazioni.

Si specificava, infine, di non rivendicare in alcun modo l’omicidio, ma al contrario di mettere in atto un’azione di depistaggio. La scheda si concludeva con la seguente annotazione: “martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174 e 177”.

Il riferimento è al memoriale scritto da Aldo Moro durante la sua prigionia, del quale ne vennero rinvenute due versioni principali: una rimaneggiata ritrovata nel covo BR di via Monte Nevoso, a Milano, nell’ottobre del 1978, ed una seconda versione più completa, presso quello stesso covo ma nel 1999. Oltre venti anni più’ tardi.

Dunque la vicenda del borsello rappresentava una precisa operazione di depistaggio con la quale si intendeva far ricadere la responsabilità dell’omicidio del giornalista sulle BR. Identica strategia, come abbiamo visto, venne utilizzata in occasione del colpo al deposito della Brink’ Sekurmark di via Aurelia. In quel caso, oltre al comunicato, venne abbandonata nei locali del deposito una granata dello stesso modello di quella utilizzata per uccidere il colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, amico di Pecorelli. (cm)

Traffico di rifiuti: l’Interpol sequestra 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi 

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Secondo il Ministero delle Finanze francese, dal quale dipende l’Agenzia delle Dogane transalpina, sarebbero state sequestrate nel solo mese di giugno nel territorio dell’Esagono 323 tonnellate di rifiuti pericolosi contrabbandati illegalmente.

E’ parte, questo sequestro, di una più’ vasta operazione internazionale di contrasto al traffico transfrontaliero dei rifiuti condotta dall’Interpol, che martedi’ scorso ne ha diffuso gli esiti.

Con un comunicato diramato da Singapore lo scorso 8 agosto l’Interpol ha fatto sapere di avere portato a termine la più vasta operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti mai condotta fino ad ora. Il suo esito ha portato al sequestro di complessivi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi.

L’operazione, condotta dal primo al trenta giugno e denominata “30 giorni di azione”, ha visto l’Interpol coordinare 43 tra forze di polizia, agenzie doganali e agenzie ambientali di diverse nazioni.

Sebbene l’obiettivo iniziale fossero i rifiuti elettronici (RAE), nel corso delle indagini il perimetro di intervento e’ stato allargato, includendo qualsiasi tipo di rifiuto pericoloso, da quelli industriali a quelli edili, passando anche per i rifiuti domestici e quelli ospedalieri. Il traffico ha visto coinvolti diversi paesi, anche europei.

Il centro nevralgico di questa attività’ di contrabbando era  nel porto francese di Le Havre, dove e’ stato sequestrato un carico di rifiuti in plastica (PE, PET, PVC) da 150 tonnellate diretto in Malesia, con documenti contraffatti.

Il carico più’ grande sequestrato conteneva ricambi d’auto usati in materiale plastico e ferroso, altri oggetti in plastica, rifiuti elettrici ed elettronici e pneumatici usati.

I materiali erano diretti in Africa (Senegal, Mauritania, Costa d’Avorio, Togo e Madagascar), in Asia (Hong Kong e Malesia) e in Brasile.

Secondo i dati forniti recentemente dall’ONU nell’ambito del Programma per l’Ambiente, solamente il mercato illegale dei rifiuti elettronici varrebbe qualcosa come 17 miliardi di euro.

L’inchiesta ha permesso di censire ben ottantacinque siti nel mondo dove viene tenuto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti.

Dei 275 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti in tutto il mondo nel 2010, 12,7 milioni di tonnellate sono stati illegalmente smaltiti in fondo agli oceani. Allo stesso modo dei 42 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti globalmente nel 2014 solo una quota, che va dal 10 al 40%, e’ stata smaltita correttamente attraverso i canali previsti.

Quando un rifiuto pericoloso viene smaltito in maniera illegale esso inquina terra, aria e mari, mettendo a rischio la salute delle persone oltre che dell’ambiente circostante.

Quella condotta dall’Interpol e’ stata la più’ grande operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti pericolosi mai condotta sino ad oggi. La maggior parte dei rifiuti sequestrati era costituita da materiali ferrosi ed elettronici, in maggioranza provenienti dall’industria automobilistica.

Complessivamente sono stati riscontrati 226 crimini e sono state elevate 413 violazioni amministrative. Le indagini hanno coinvolto 141 spedizioni via nave, per un quantitativo complessivo di 14,000 tonnellate di rifiuti illegali.

Le persone incriminate sono in totale 326, mentre le imprese coinvolte nelle attività criminali sono 244.

Gli esiti della complessa operazione hanno permesso di individuare quali siano le destinazioni ultime dei rifiuti, distinte per tipologia, ovvero l’Africa per i RAE e l’Asia sudorientale per tutti gli altri. I rifiuti provenivano dall’Europa e dal Nord America.

La  novità’ introdotta dall’indagine e’ rappresentata da una rete di traffico interno che ha visto coinvolti Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Malta.

Le autorita’ olandesi hanno scoperto 10 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trafficate illegalmente tra diversi paesi europei e dirette in Africa, nel sud est asiatico e in alcuni paesi caraibici.

Le agevolazioni riconosciute alle attivita’ di importazione ed esportazione hanno consentito di individuare le nuove rotte seguite dal traffico internazionale dei rifiuti pericolosi, tra le quali spicca sicuramente quella che collega l’isola di Cipro con alcuni paesi del Centro America.

Attraverso documenti falsi tale rotta prevedeva il transito in  Egitto, Spagna, Portogallo, Marocco e Malta. Altra novità’ e’ quella che ha visto coinvolti anche alcuni paesi del Centro America, in passato non particolarmente interessati a questo  traffico illecito.

Il traffico di rifiuti pericolosi viene considerato dalle organizzazioni criminali poco rischioso in termini di pene previste, ed altamente remunerativo in relazione ai compensi ricevuti. Esso sfrutta le differenti legislazioni vigenti nei vari paesi, oltre al basso livello di contrasto da parte delle forze di polizia.

Le organizzazioni dedite a tale traffico sono le stesse che si occupano di quello della droga, del traffico di armi e del traffico di esseri umani, oltre ovviamente alle frodi ed al riciclaggio di denaro.

Il traffico illecito dei rifiuti e’ stato inserito dal Consiglio dell’Unione Europea tra le prime dieci priorità’ di contrasto nei confronti delle organizzazioni criminali per i prossimi cinque anni. (cm)

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