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Claudio Meloni

L’importanza di un registro delle lobbies anche per Parlamento e Consiglio d’Europa

Commissione

Lo scorso settembre la Commissione europea ha presentato le sue proposte per rinnovare il registro obbligatorio delle lobby. Avrebbe dovuto estendere l’obbligatorieta’ della registrazione, attraverso la regola “nessuna riunione senza registrazione”, anche al Parlamento ed al Consiglio europeo.

In teoria sarebbero tutti favorevoli a questa estensione, ma nella pratica le cose sono un po’ differenti.

La Commissione e’ in attesa di presentare le sue proposte sia al parlamento che al Consiglio, i quali hanno trascorso gli ultimi mesi per definire le loro rispettive posizioni.

Ma al posto di uno strumento dotato di un’ obbligatorietà’ giuridica riconosciuta, con l’appoggio di tutta la società’ civile, la proposta al vaglio prevede un accordo interistituzionale (IIA) vincolante per le tre istituzioni comunitarie. Ora la strada di questa proposta e’ condizionata dal suo grado di obbligatorieta’, grado che dipenderà’ dalle singole proposte avanzate dagli organi interessati.


Commissione: registrare solo i lobbisti professionisti

Il tentativo esperito dalla Commissione e’ quello di limitare la registrazione solo alle organizzazioni che svolgono l’attività di lobbying diretta, come l’organizzazione di meeting, telefonate e e-mail.

Modificando dunque lo schema attuale che obbliga alla registrazione anche chi svolge lobbying indiretto, come fa ad esempio chi offre suggerimenti su chi incontrare e su come esercitare pressione.

Sebbene le intenzioni della Commissione siano abbastanza chiare gli esiti che si profilano sono preoccupanti. Ostacolare la registrazione delle organizzazioni che svolgono indirect lobbying può’ creare seri problemi all’attivita’ di controllo, distorcendo la realtà’ su quanto stia effettivamente accadendo a Bruxelles.

Dopotutto non e’ una coincidenza se gli intermediari come le società’ di consulenza del settore, gli studi legali ed i think thank svolgano un ruolo importante a Bruxelles nell’attività di lobbying per conto delle corporations.


Possibilità di incontrare solo il 10% dei funzionari

Attualmente tutti i soggetti che svolgono attività’ di lobby non possono incontrare le principali cariche della Commissione se non sono registrati. Questa regola, sebbene non sia priva di limiti, offre il vantaggio di rappresentare un incentivo alla registrazione per tutti i soggetti che svolgono attivita’ lobbistica.

Si tratta comunque di una normativa che ha i suoi limiti, posto che le principali cariche della Commissione rappresentano solo un 10% del personale di quell’istituzione.

La proposta di estendere questa regola anche al Parlamento ed al Consiglio intende comunque mantenere il limite alle sole principali cariche della due istituzioni.

L’efficacia dell’ attività’ lobbistica raggiunge il massimo livello durante la fase iniziale del processo normativo. Ciò’ significa che i funzionari incaricati di redigere i report e le politiche rappresentano i primi obbiettivi dei lobbisti che intendono raggiungere i detentori del potere decisionale.

L’estensione dell’obbligo di registrazione anche nei confronti  dei funzionari appartenenti alle fasce inferiori li tutelerebbe nei riguardi di opachi ed eccessivi tentativi lobbistici.

Il dibattito parlamentare al riguardo e’ stato molto animato, fino all’accordo raggiunto nel mese di giugno per un mandato di negoziato inter istituzionale.


Parlamento: il mandato del parlamentare europeo non può essere limitato

In maniera positiva il dibattito parlamentare ha mostrato l’esigenza di conservare l’obbligo di registrazione tanto per l’attività di lobbying diretta quanto per quella indiretta.

I parlamentari europei sembrano poco inclini ad adottare la norma che consente di incontrare solo i lobbisti registrati poiche’, come confermano anche avvocati e societa’ civile, questa limiterebbe lo svolgimento del loro mandato.

Il Consiglio sembra essere l’organo più’ difficile da regolamentare, considerando anche come l’authority di controllo abbia definito quest’anno il suo attuale regime di regole privo di qualsiasi forma di verifica, aprendo anche un procedimento ufficiale al riguardo. A questo merito il Consiglio ha evitato in ogni modo di discutere l’introduzione del registro delle lobby.

Un’inchiesta di Alter EU ha mostrato come i rappresentanti dei governi nazionali siano i primi obiettivi delle organizzazioni lobbistiche, specie per quelle che rappresentano grandi corporation. Dunque il ruolo del Consiglio risulta essere determinante per i lobbisti.


Consiglio europeo: accordi interistituzionali non vincolanti

Recentemente un parere legale ha mostrato come il Consiglio non possa sentirsi vincolato da un accordo inter istituzionale. In questo quadro alcuni paesi come la Germania e l’Ungheria hanno lasciato intendere di essere fermamente contrari a qualsiasi forma di registrazione degli incontri con i lobbisti.

Tutto dipenderà’, dunque, dal ruolo svolto da alcuni stati, senza scordare che dovra’ essere il Consiglio stesso a richiedere di omologare la sua normativa agli altri due organismi europei.

I negoziati per la discussione dell’accordo interistituzionale riprenderanno dopo la pausa estiva, ancora una volta a porte chiuse. Tuttavia senza una pressione da parte dell’opinione pubblica sara’ difficile che le istituzioni accettino di sottoporre la loro attività’ al giudizio degli elettori.


Principali lobbisti professionisti presso la Commissione

Secondo quanto riportato nel database del sito lobbyfacts, stando alla quantità di risorse spese nella loro attività, includendo in essa il personale pagato, le iniziative organizzate e gli incontri sostenuti, il principale lobbista professionista a livello europeo è Fleishman-Hillard, che nel 2016 ha dichiarato di avere speso la somma record di 6.250.000 euro.

Da quanto appare sul suo sito F-H risulta essere una delle più importanti società di comunicazione a livello mondiale. Essa vanta 2300 dipendenti dislocati in 83 uffici, situati in ben 21 nazioni. L’attività di lobbying specifica vede impegnati 500 consulenti professionisti, impiegati negli uffici in Europa, Canada, Stati Uniti e area Asia-Pacifico.

L’ufficio di Bruxelles è composto da 70 persone, che per le professionalità sviluppate e le esperienze accumulate, ne fanno la principale agenzia di comunicazione a livello europeo.

Nell’ufficio di Square de Meeus, a Brussels, gli specialisti della F-H si occupano per i loro clienti di attività che vanno dal monitoraggio all’analisi politica, passando per lo sviluppo di strategie, la redazione di programmi di contatto, l’organizzazione di conferenze e di eventi, la cura della comunicazione digitale e media.

I settori commerciali seguiti dai vari uffici di Bruselles vanno dalle telecomunicazioni all’Information Tecnology, passando per l’ambiente, l’energia, i trasporti, la sicurezza, la difesa, i servizi finanziari, i prodotti alimentari, i servizi per la salute e i beni di consumo di massa (Fast Moving Consumer Goods).

Con 24 lobbisti dichiarati e con la disponibilità per 46 accrediti presso il Parlamento Europeo nel 2017 F-H ha dichiarato nel registro obbligatorio della Commissione ben 21 incontri con i funzionari di tale istituzione.  Tra questi, undici si sarebbero svolti con rappresentanti della Direzione Generale Occupazione e Crescita (DG Jobs and Growth).

Al secondo posto come risorse spese per attività lobbistica c’è la divisione europea della società di public relations e affari Burson-Marsteller, che nel 2016 ha speso 5 milioni di euro.

La società è presente in 110 paesi e la divisione europea, con sede a Square de Meeus a Brussels, può contare su propri uffici e su uno staffa di 35 dipendenti. L’attività lobbistica prevalente è rivolta verso le istituzione europee e verso le Nazioni Unite. I principali clienti dello studio sono associazioni di soggetti che si occupuano di scambi commerciali, Associazioni Non Governative, società e altre organizzazioni.

I settori in cui lo studio è specializzato sono la competizione, l’occupazione, le tasse e le politiche sugli scambi commerciali, oltre all’ambiente, gli alimenti, il benessere, l’energia, i trasporti, la tecnologia e la difesa.

Con 28 lobbisti dichiarati e con la disponibilità di 31 accessi al Parlamento Europeo la divisione europea di

B-M ha fatto registrare nel 2017 quattro incontri con la Commissione europea (Direzione Generale Ambiente, DG Stabilità Finanziaria, DG Presidenza, DG Mercato Interno).

Il terzo lobbista professionale per importo di spesa sostenuto è Interel European Affairs, che nel 2016 ha speso in attività di lobbying 4.750.000 euro.  Divisione europea dell’Interel Group, IEA e’ un gruppo internazionale di consulenza e di affari pubblici con un passato di studi di comunicazione, di consulenza strategica anche su tematiche legislative, e che ha sede a Brussells in Rue du Luxembourg.

Tra i servizi offerti dalla IEA abbiamo audit su temi politici e mappatura degli stakeholders, monitoraggio e raccolta di informazioni, programmazione di meetings, organizzazione di messaggi e di altro materiale politico, organizzazione di eventi, preparazione di relazioni online.

Ufficialmente il numero di lobbisti dichiarati sono 25,5, mentre il numero di accessi al Parlamento Europeo è di 21. Nel 2017 gli incontri avuti con la Commissione europea sono stati otto, di cui quattro con la Direzione Generale Occupazione e Crescita (DG Jobs & Growth).


 Come funziona l’attività lobbistica

Acea e il dieselgate

Per capire come funziona l’attività delle lobbies all’interno della Commissione europea prendiamo in esame un documento riservato della European Automobile Manufacturers’ Asociation (ACEA è l’acronimo in francese).

Mentre la Commissione di Inchiesta del Parlamento europeo aveva cominciato ad investigare sul dieselgate, il caso delle emissioni dei motori diesel truccate elettronicamente durante i test di controllo da parte dei principali produttori di auto, alcune testate giornalistiche sono entrate in possesso di un documento che mostra come funziona la strategia lobbistica nel tentativo di indebolire i nuovi test di emissione dei motori diesel introdotti a seguito dello scandalo.

Nel documento vengono sottolineati i motivi principali per i quali il possesso di un’automobile, per chi non vive in un’aera urbana e non può utilizzare come succedanei taxi, mezzi pubblici e car shearing, rappresenti la garanzia per la concreta realizzazione della libertà di movimento.

Il 70% dei viaggi dei privati cittadini vengono effettuati in media in auto.   

Mediamente in un anno ciascun cittadino europeo si sposta per complessivi 13.000 km.

Ma, come al solito, sono i dati economici quelli che smascherano i ruoli nel business.

Il budget dei paesi membri dell’UE riceve ogni anno 350 miliardi di entrate fiscali dalla produzione e dall’utilizzo delle auto. Ciò rappresenta l’8% delle entrate fiscali nell’Europa a 28 nazioni. In Europa circolano oggi 256 milioni di veicoli ad uso civile.

Il 24% delle auto viene prodotto nell’Unione Europea. Nel 2016 sono stati costruiti in Europa 16,5 milioni di veicoli, mentre altri 5,5 milioni sono stati esportati fuori dall’Unione Europea, con un ricavo pari a 125 miliardi di euro.

Queste cifre mettono in chiaro come la produzione di veicoli a motore rappresenti ancora oggi un elemento chiave per l’economia dell’UE. Ma perché le emissioni su strada superavano in alcuni casi anche del 40% quelle dei test?

La ragione si spiega semplicemente con il fatto che produrre motori più puliti, da un punto i vista dei gas di scarico, costerebbe enormi investimenti in un periodo di tempo medio lungo, periodo segnato da una crisi economica quale quella attuale dove il ritorno dell’investimento non è affatto assicurato.

Inoltre il sistema dei test di scarico in Europa è molto più obsoleto rispetto a quello vigente negli Stati Uniti, ed è proprio in questo modo che è emerso lo scandalo. Negli States i limiti per le emissioni sono molto più severi che in Europa.

I nuovi test introdotti recentemente dalla Commissione misureranno per la prima volta le emissioni reali su strada, ma verranno applicati alle nuove auto in commercio solo a partire dal 2018. Nel frattempo i produttori cercano di indebolire tale normativa proponendo nuovi emendamenti in grado di rendere meno stringenti i controlli degli scarichi.

A seguito dell’introduzione del nuovo regime per i gas di scarico il costo unitario per veicolo prodotto dovrebbe aumentare di 300 euro per ogni produttore. 

In Inghilterra, dove a partire dal 1994 le auto diesel sono aumentate da 1,2 a 12 milioni, è stato constatato come il biossido di azoto, uno dei gas residui dalla combustione dei motori diesel, sia responsabile del raddoppio del numero delle morti premature.

Nell’anno finanziario 2016 l’ACEA, ha speso in attività di lobbying la cifra ragguardevole di 2.250.000 euro.

L’associazione di produttori di auto può contare su 10 lobbisti dichiarati e su 18 effettivi. Un discreto livello di attivita’ così come dimostra anche il numero di accessi al Parlamento Europeo per attività lobbistica, pari a 14.

Dal 2014 al 2017 il numero di meeting registrati con rappresentanti della Commissione e’ pari a 77. Un  record. Tra questi, sette sono avvenuti con la Direzione Generale Occupazione e Crescita, tredici con quella Mobilità e Trasporti, sette con quella Clima ed Energia.


Volkswagen AG

Ad integrazione della voce precedente osserviamo i dati sull’attività lobbistica relativi alla Volkswagen, per la quale le emissioni su strada dei motori diesel commercializzati nell’UE superavano del 40% quelle dichiarate nei test.

Balza subito agli occhi come in corrispondenza dell’esplosione dello scandalo “dieselgate” la spesa per attività lobbistica della Volkswagen sia triplica.

Il numero dei lobbisti ufficialmente dichiarati presso la Commissione europea e’ oggi pari a 15,5, anche se quelli effettivi risultano essere 33, più del doppio. Il numero di accrediti dichiarati presso il Parlamento Europeo e’ invece pari a quattro. A partire dal 9 aprile 2015 fino al 12 luglio 2017 il produttore tedesco di automobili ha incontrato ufficialmente i rappresentanti delle Commissione europea per ben 51 volte, che fa in media quasi due (1,8) incontri l’anno.

 Ricordiamoci però che stiamo parlando solo degli incontri ufficiali. Dunque nel computo sono esclusi quelli informali,  quali ad esempio quelli avuti in occasione di iniziative estranee all’attività della Commissione, vale a dire eventi mondani, iniziative benefiche, incontri con organizzazioni professionali .

Lo sforzo dell’attività lobbistica lo si nota però se andiamo a guardare il budget dichiarato dalla Volkswagen nel periodo interessato. Se dal 2010 al 2013 l’andamento della spesa per attività lobbistica, per quanto crescente, è stato continuo, nel 2014 esso registra un balzo incredibile.

Occorre tenere a mente che lo scandalo dei dati truccati emerge quando l’associazione no profit indipendente International Council on Clean Transport (Icct) verifica le emissioni delle auto diesel europee e subito dopo, con la collaborazione dell’Università della West Virginia, le confronta con quelle analoghe degli Stati Uniti, dove le norme sulle emissioni sono più stringenti.

Il risultato fu che i dati sulle emissioni delle auto che circolavano in Europa erano superiori di quelli delle stesse marche e degli stessi modelli immatricolati negli States. Per Volkswagen la differenza era del 40%. Era il maggio del 2014. I test vengono quindi confermati dal California Air Resources Board (Carb), il quale poi li condivide con l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EPA). E siamo giunti cosi’ all’otto luglio 2014.

Dicevamo, dunque, che la continuità della crescita della spesa per attività lobbistica presso la Commissione subisce per Volkswagen un’ impennata proprio nel 2014, passando da poco più di un milione di euro del 2013 a 3,3 milioni di euro nel 2014. Per poi attestarsi, nel 2015, sui 2,8 milioni. Dunque un salto notevole. Si è trattato solo una coincidenza?


Big Tobacco

A partire dal gennaio 2017 due nuovi lobbisti hanno aperto i loro uffici a Bruxelles. Si tratta del Consumer Choice Center (CCC) e di una divisione europea del Freedom Organizsation for the Right to Enjoy Smoking Tobacco. (Forest EU).

Sono questi due lobbisiti che svolgono la loro attività per conto dei produttori di tabacco, attività che consiste nel promuovere una deregolamentazione della normativa attuale, ritenuta troppo restrittiva, che disciplina il consumo di sigarette e degli altri derivati del tabacco.

Il sito del CCC sostiene che tale associazione rappresenta consumatori di sigarette e derivati del tabacco in  oltre 100 paesi in tutto il mondo.

Bene, con l’iscrizione ufficiale della CCC nel registro obbligatorio per incontrare rappresentanti della Commissione europea  si viene finalmente a sapere che, malgrado le somme spese dichiarate nel 2015 ammontino a 150 mila euro, nel bilancio del 2017 vengono annotate donazioni per 3.652.198 euro. Una discreta somma per una associazione non governativa che formalmente non ha scopo di lucro.

Ufficialmente la CCC si batte contro il protezionismo di Stato che, con un livello di tassazione elevato atto a dissuadere il consumo di sigarette oltre che ad internalizzare i costi sanitari del fumo specie quello passivo, tende a favorire il ricorso a prodotti contraffatti, meno controllati e quindi più pericolosi.

Ufficialmente CCC ha dichiarato di avere 4 lobbisti attivi presso la Commissione, oltre ad un accredito presso il Parlamento europeo.


Il caso del glifosato

Lo scorso 20 luglio la Commissione ha chiesto il rinnovo per ulteriori dieci anni, in totale sarebbero venti, del permesso per commercializzare l’erbicida glifosato, fino al 2027. Nel 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva sostenuto, assieme alla FAO, come l’assunzione dello stesso attraverso la dieta non fosse “probabilimente” cancerogeno. Solo l’anno precedente, nel 2015, sempre l’OMS aveva invece affermato come  il glifosato fosse un probabile cancerogeno per l’uomo. Che cosa è cambiato nel frattempo?

Brevettato nel 1970 dall’americana Monsanto, la stessa titolare di numerosi brevetti per semi OGM, oggi il glifosato, in passato usato come liquido refrigerante, è il diserbante più diffuso al mondo.

Il suo impiego è associato alle culture geneticamente modificate e la sua resa, dato il suo costo elevato così come quello dei semi, diviene sostenibile solo nelle colture estensive. Negli Stati Uniti il glifosato è stato autorizzato dall’Environmental protection agency nel 1970.

Alcune email da parte di membri del governo, il cui testo è stato ottenuto a seguito di un FOIA, mostrano come all’inizio del 2015 Monsanto e l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) abbiano colluso per cercare di bloccare una ricerca tossicologica condotta dal Center for Disease Control and Prevention (CDC) sulla cancerosità del glifosato. Quest’ultimo è l’ingrediente principale dell’erbicida chiamato Roundup, prodotto dalla Monsanto.

lIl glifosato non viene usato solo per limitare la crescita delle erbe infestanti nei giardini, ma soprattutto nella coltivazione di prodotti agricoli. Tanto che la sua molecola è stata rinvenuta anche in alcuni esami di urine effettuati negli Stati Uniti su di un campione di persone.

La commercializzazione del glifosato in Europa è stata autorizzata per la prima volta dalla Commissione europea nel 2002,  Nel giugno del 2016 sempre la Commissione ha autorizzato una proroga fino al 2017, anno in cui l’Agenzia chimica europea dovrebbe valutare la sua pericolosità per la salute.

Sebbene in Italia le colture transgeniche siano vietate, il Roundup viene impiegato come diserbante nei giardini.

Un monitoraggio sulla presenza del glifosato effettuato sulle acque superficiali in Lombardia ha mostrato come tale sostanza fosse presente nel 31,8% dei punti di prelievo, in una percentuale pari al 56,6 % (il campionamento si riferiva all’Ampa che è un suo metabolita). Ampa e glifosato sono le due principali sostanze da cui dipende il deterioramento irreversibile della qualità dell’ambiente.

I principali produttori di glifosato sono, oltre a Monsanto, Dow Agro, DuPont, Nufarm (Aut), Syngenta (Ch), Zhejiang Xinan Chemical Industrial Group, Jiangsu Good Harvest-Wein Agrochemical e Nanton Jiangshan Agrochemical & Chemicals (PRC).


Monsanto

Se la spesa per attività lobbistica di Monsanto assume un andamento costante nel 2013, 2014 e 2015, pari a 300 mila euro l’anno, nel 2016 essa registra un incremento fino a raggiungere la cifra di 400.000 euro (399.999). 

Se poi andiamo a controllare il numero di incontri ufficiali, quindi registrati, con la Commissione europea scopriamo che solo nel 2016 essi sono pari a cinque: quattro con la Direzione Generale Sanità ed uno con quella Commercio.

Il 2016 oltre ad essere l’anno della proroga per quanto riguarda l’autorizzazione alla commercializzazione del glifosato, è soprattutto l’anno nel quale sia l’OMS che la FAO dichiarano la non probabile cancerosità dei prodotti alimentari coltivati col glifosato, contraddicendo una dichiarazione di senso diametralmente opposto rilasciata appena l’anno precedente.

Monsanto ha due lobbisti ufficiali presso la Commissione e quattro accessi accreditati presso il Parlamento europeo.


Syngenta International AG

Con quattro lobbisti ufficiali di cui due accreditati presso la Commissione e altri quattro presso il Parlamento Europeo, a giudicare dalle risorse destinate all’attività lobbistica con le istituzioni europee Syngenta rappresenta la testa di ponte per quattro riguarda i produttori di glifosato e di conseguenza dell’agribusiness.

Verificando la serie dei livelli di spesa destinati all’attività lobbistica notiamo che se tra il 2010 ed il 2011 l’incremento di spesa è costante, passando da 625.000 euro circa a 750.000 euro, il 2012 è l’anno della discontinuità, con un incremento inusuale della spesa che arriva quasi a raddoppiare, attestandosi sulla cifra considerevole di 1.670.000 euro circa. Dal 2012 al 2014 il livello di spesa si mantiene costante, per poi tornare a crescere nel 2015 con 1.500.000 euro ed anche nel 2016, con 1.650.000 euro.   

Il 2012 è l’anno in cui la Commissione Barroso decide di stanziare 4,5 miliardi di euro per la ricerca nel campo della “bioeconomy”, nella quale viene inclusa anche la produzione di bio carburanti da fonti vegetali, quali l’etanolo e l’olio di semi di girasole. Si tratta di una sorta di cavallo di Troia con cui le multinazionali che producono semi OGM, pesticidi e diserbanti intendevano introdurre la coltivazione sperimentale delle colture transgeniche anche in Europa, dopo i successi ottenuti in Nord e in Sud America.


Dow Agro (Dow Europe)

Nel 2014 la Dow Europe, la divisione europea delle Dow Agro, viene annoverata tra le 10 principali corporation che hanno fatto registrare il maggiore aumento delle spese per attività lobbistica.

Se infatti nel 2010 e nel 2013 la spesa dichiarata per tale attività ammontava a 800.000-900.000 mila euro, nel 2014 essa balza incredibilmente alla cifra record di 3.962.000 di euro. Oltre quattro volte il livello di spesa precedente.

Complessivamente l’aumento del livello della spesa destinata all’attivià di lobbying da parte delle dieci corporation più attive in tale campo ammonta a 37 milioni di euro, due in meno rispetto all’anno precedente.

Cio’ si spiega in parte con il fatto che il 2014 è l’anno delle elezioni europee, e dunque un exploit della spesa per attività lobbisitca è spiegabile in considerazione della necessità di dovere riorganizzare tutta la struttura, con riguardo in particolare sia al Parlamento che ai rappresentanti della Commissione. (cm)

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Egitto: nuovi acquisti di tecnologia per sorveglianza

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Stando ai dati del report del ministero degli esteri britannico, Department for International Trade, relativi al primo trimestre 2017 di esportazioni l’Egitto, al pari di Turchia, Emirati Arabi e Arabia Saudita, continua ad acquistare tecnologia di sorveglianza destinata al controllo delle comunicazioni civili.

Ci stiamo riferendo in particolare alla tecnologia denominata IMSI catcher, letteralmente lettore del numero di codice della SIM telefonica, anche noto come “Stingrays”. Si tratta di un apparecchio che posizionato in prossimità’ di un cellulare da “tracciare” si comporta inizialmente come una comune antenna per cellulari.

Una volta agganciato, oltre ad intercettarne ogni forma di comunicazione, da quelle vocali ai messaggi SMS passando per le email, il dispositivo penetra nel cellulare obbiettivo fino ad individuarne il codice seriale della scheda SIM (che negli USA diventa IMSI) e dunque risalire al suo titolare.

Individuato tale codice il telefono diventa tracciabile in ogni momento e luogo. L’apparecchio riesce cioe’ ad individuarlo tra altri cellulari, essendo anche in grado di seguirne gli spostamenti. Alcune versioni avanzate dell’ IMSI catcher sono anche capaci di negare la copertura telefonica (denial of service), creando una sorta black out attorno al cellulare obiettivo.


IMSI catcher: un’ apparecchiatura controversa

L’impiego da parte di alcune agenzie di sicurezza governative dello Stingrays ha dato spesso luogo a controversie di tipo legale, in quanto consente di tracciare una persona ma allo stesso tempo anche di intercettarne le comunicazioni. E dunque non sempre il suo uso effettivo risulta essere quello per il quale ne è stato autorizzato l’ impiego.

Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU) lo Stingrays sarebbe un apparecchiatura di sorveglianza eccessivamente invasiva il cui impiego non sempre è trasparente, prova ne è che non sempre ne viene ammessa la disponibilità.

In Inghilterra l’IMSI catcher è disponibile sia per la Metropolitan Police di Londra (la Met), che  per quella del West Mercia, del Warwickshire, del West Midlands, dello Staffordshire, dell’Avon e Sommerset e del South Yorkshire.

Tra i paesi a cui l’Inghilterra ha venduto questi apparecchi, alcuni sono riconosciuti come dei regimi oppressivi. Ci riferiamo in particolare ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Altri invece, come Turchia ed Egitto, hanno fatto registrare numerosi casi di violazione dei diritti umani quali incarcerazioni di massa, arresti anche nei confronti di giudici e giornalisti e torture.

Nei confronti di questi ultimi l’atteggiamento adottato da numerosi paesi esportatori di tecnologia militare o dual use e’ di attesa, nel senso di continuare a venderle in attesa di un embargo ufficiale. Giustificandosi con l’opinione pubblica con la scusa che si tratta di materiale concesso in visione, e dunque subordinato ad una licenza di esportazione non definitiva ma temporanea. Con questa specie di escamotage le società’ che producono strumentazioni per la sorveglianza ed il controllo delle comunicazioni riescono spesso a vendere anche in paesi dove i diritti civili non vengono rispettati. Secondo Amnesty International la Turchia avrebbe utilizzato la tecnologia dell’ IMSI catcher per monitorare l’attività di un giornalista.dav

Egitto

Dal punto di vista squisitamente economico su un totale di 2.308.491 sterline di esportazioni (foto in alto), nel primo tririmestre 2017 le licenze per la tecnologia non militare ammontavano a 1.123.811 sterline.

Per un totale di 20 licenze, fra temporanee e permanenti, su 25 licenze di esportazione concesse complessivamente.

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta: nei dati che definiscono il tipo tecnologia acquistata dall’Egitto si parla di strumentazione per l’intercettazione delle telecomunicazioni, specificando anche il tipo di apparecchio ( foto in alto)

a) Marlin unit, prodotto dall’inglese TRL technology.

Di seguito si parla di un’apparecchiatura e del suo software. si tratta del b) Thuraya Monitoring System (TMS) oltre al software di gestione monitoring system (ISMS).

Come si legge nel foglio excell in foto il tipo di licenza di esportazione concesso alla Marlin per l’Egitto è di tipo permanente.

L’Unità Marlin è senza dubbio un ricevitore IMSI, e cioè uno Stingrays.

Il Thuraya Monitoring System, prodotto dalla cinese Shoghi,  è invece un’apparecchiatura per monitorare le comunicazioni dei telefoni satellitari. Come è possibile leggere nelle specifiche del prodotto sul sito della Shoghi l’apparecchiatura è portatile ed è in grado di controllare simultaneamente quattro telefoni satellitari, coprendo qualsiasi forma di comunicazione: chiamate vocali, SMS, Fax e trasmissione dati. Essa è inoltre capace di geolocalizzare le fonti della conversazione su google maps.


Le licenze per lo spyware

Le licenze per esportazione concesse dal governo britannico con riferimento a materiale non esclusivamente militare ma ad uso duale, vale a dire anche civile, comprendono anche software per lo spionaggio.

Si tratta in particolare di software destinato ad attività investigativa, trattandosi di spyware intrusivi.

Come e’ scritto nella risposta alla richiesta in base al FOIA al Department for International Trade in base, l’Egitto, assieme ad Abu Dhabi, Filippine, Indonesia, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Singapore, Arabia Saudita, Malesia e Dubai ha acquistato “equipment for intrusion software, software for intrusion software, technology for equipment for intrusion software” ovvero apparecchiature per software di intrusione, con relativo programma e licenza.

La licenza per l’esportazione del materiale descritto e’ individuale ed aperta (OIEL), il che significa che per poter essere autorizzata deve essere corredata da una documentazione presentata dal destinatario, cosi’ da confermarne la natura ed il suo impiego.

Sebbene la licenza non specifichi il tipo di software a cui si riferisce, richiamando solo una serie di parametri tecnici (Penetration testing equipment which meets the conditions of 4A005, Penetration testing technology which meets the conditions of 4E001a, Penetration testing toolkits and other bespoke software which meet the conditions of 4D004) potrebbe trattarsi di un troyan con relativa suite, che consente di gestire da remoto il PC obiettivo una volta infettato (vedi Pegasus o Galileo). Potrebbe pero’ anche trattarsi di exploits, ovvero di una porzione di codice in grado di sfruttare la vulnerabilità’ di un programma installato sul PC target. (cm)

Chichiarelli e i suoi rapporti col SISMI

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Il 1 aprile del 1984 le pagine di cronaca del quotidiano La Stampa danno conto del ritrovamento di un furgone Opel Cargo, parcheggiato vicino ad una caserma. Il mezzo, rinvenuto in via dei Genieri una strada interna della città militare della Cecchignola, sarebbe quello usato dagli autori della rapina da 35 miliardi presso la sede romana della “Brink’s Securmark“, società di trasporti di valori. All’interno, oltre ad un revolver, viene rinvenuto un tagliando della Securmark relativo ad un versamento da 50 milioni da parte del Banco di Roma.

Nelle poche righe l’articolo di fondo sottolinea come a pochi metri dal luogo del ritrovamento si trovi la caserma “Emanuele Filiberto”. Ed è proprio dalla torretta di sorveglianza della caserma che il mezzo utilizzato dai rapinatori appare ben visibile. Quel tratto di strada antistante la struttura militare viene infatti usato come parcheggio dai militari che vi prestano servizio.

Dalle indagini emerge come quel furgone fosse già li a partire dal pomeriggio di sabato 31 marzo. La targa del veicolo risultava essere falsa e dalle fiancate del mezzo erano state rimosse le strisce adesive della Brink’s, esposte per agevolare l’accesso del mezzo al deposito valori.


La rapina del secolo

Sarebbero quattro, secondo gli inquirenti, gli autori della “rapina del secolo” al deposito valori della Brink’ Securmark di via Aurelia: il malavitoso torinese legato alla vicenda Ballerini-Pan, Germano La Chioma, Giampaolo Morosini, l’esperto in casseforti Alfredo Tedlotto, ed  Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony.

Proprio quest’ultimo sarebbe il cervello del colpo, rimasto a lungo latitante e probabilmente l’unico in grado di spiegare la via presa da 25 dei 35 miliardi frutto del colpo, mai ritrovati dagli inquirenti. Dieci miliardi verranno rinvenuti, in seguito, in alcuni conti presso alcuni istituti di credito di Ivrea. Per questo verranno condannati in primo grado altri 19 imputati, accusati di reati quali riciclaggio e ricettazione, a pene variabili da un anno e mezzo a sette anni di reclusione.

La rapina viene subito rivendicata attraverso un comunicato firmato BR e giudicato dagli inquirenti poco credibile. Assieme ad esso vengono anche trovate tre schede contenenti indirizzo dell’abitazione, numero di telefono e targa dell’auto dell’ex Procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci e dell’ex presidente della Camera Pietro Ingrao.

Copia di quelle schede, scritte dalla stessa macchina da scrivere, erano state scoperte tre anni prima, il 14 aprile 1979, in un borsello rinvenuto sul sedile di un taxi. Da una perizia successiva emergerà come quelle schede erano state scritte, a loro volta, dalla stessa macchina utilizzata per comporre il comunicato delle BR n.7, quello del Lago della Duchessa, all’epoca del sequestro del presidente della DC Aldo Moro.


Da falsario di quadri a collaboratore dei servizi

Nel settembre del 1984, qualche mese dopo il colpo, Chichiarelli viene freddato da un killer rimasto senza un nome ne un volto. Aveva solo 32 anni. Ma chi era in realtà il cervello della rapina del secolo? Oltre ad essere la poco probabile mente del colpo Chichiarelli era anche un abile falsario. Principalmente di quadri, anche se poi si dedicò parecchio a documenti ufficiali, come i comunicati delle BR.

Gravitava da sempre nel mondo della mala romana, essendo amico di Danilo Abbruciati, ma anche di Ernesto Diotallevi e di Franco Giuseppucci. Era anche vicino ai gruppi eversivi di destra, quelli che usavano come punto di ritrovo il fungo all’EUR, ovvero i fratelli Bracci, Claudio e Stefano, Alessandro Alibrandi, Valerio Fioravanti, Massimo Sparti e Massimo Carminati. In una parola il nocciolo di quelli che saranno poi i Nuclei Armati Rivoluzionari.


L’omicidio Pecorelli

Nella sentenza della Corte di Cassazione sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, a proposito della figura e del ruolo avuto da Chichiarelli in quell’omicidio, si legge: “La figura di Antonio Giuseppe Chichiarelli, di cui si é avuto conoscenza solo dopo la sua uccisione avvenuta nel 1984, è considerata di sicuro rilievo per le indagini sulla morte di Pecorelli, poiché Chichiarelli, personaggio in collegamento con appartenenti ad ambienti dell’estrema destra e alla banda della Magliana, avrebbe svolto il ruolo di raccoglitore di informazioni sulla vita e sulle abitudini del giornalista, sfruttando l’amicizia di Osvaldo Lai, il quale abitava nei pressi della redazione della rivista OP. Qualche giorno prima dell’omicidio, il 6 marzo 1979, un individuo poi riconosciuto per Chichiarelli fu notato nei pressi della redazione di OP da Pecorelli e dalla sua compagna Franca Mangiavacca, la quale ha riferito dell’atteggiamento della persona e del timore che aveva suscitato la sua presenza. Tale circostanza e il ruolo svolto da Chichiarelli nella veste di osservatore delle abitudini di Pecorelli sarebbero stati confermati dal rinvenimento, pochi giorni dopo l’omicidio il 14 aprile 1979, a bordo di un taxi di un borsello contenente quattro schede, tra cui una accurata e precisa relativa a Pecorelli e un’altra riguardante un attentato alla scorta del Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Pietro Ingrao, un volantino delle Brigate Rosse, armi e munizioni nonché una testina rotante per macchina da scrivere Ibm. Materiale questo attribuito a Chichiarelli a distanza di molti anni, grazie all’esito di specifiche indagini di polizia svolte sulla base della testimonianza della moglie del falsario, Chiara Zossolo, la quale riferì che circa quindici giorni dopo l’omicidio aveva visto il marito preparare le schede che poi sarebbero state abbandonate nel taxi, ed aveva ricevuto dallo stesso, molto turbato, la confidenza secondo cui … Pecorelli non meritava di morire ed era stato ucciso perché aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire e il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro un falso perbenismo“.


L’ agenzia dei servizi

Il primo ad avere l’idea di scrivere un falso comunicato delle BR durante il sequestro Moro fu l’allora Procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, che in una conversazione con Sergio Flamigni ebbe a dire: “E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all’Autorità Giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cioè tu sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all’avversario di muovere i pezzi in entrambe i versanti del gioco hai già perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perchè questi diranno: chi è che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi è che sta cercando di sfruttare l’operazione? E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice: “Abbiamo analizzato il messaggio, è scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale è scritto il primo messaggio”. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non è riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non è in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: “Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare”. Quando uscì’ il comunicato del Lago della Duchessa (n.7) io trasalii perchè mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento; però era realizzato male, perchè mancava il preventivo rapporto all’Autorità Giudiziaria“. (nota n.38 pag.288 di “La tela del Ragno” di S.Flamigni).


Il falso comunicato numero 7

Come scrive ancora Flamigni, la mattina del 18 aprile 1978 in contemporanea con il rinvenimento del covo di via Gradoli 96 a Roma, le BR diffondono la notizia del deposito del comunicato n.7.

Nel testo del documento viene annunciata l’esecuzione di Moro “madiante suicidio” ed inoltre l’inabissamento delle sue spoglie sul fondo del Lago della Duchessa, a circa 1800 metri di profondità. Sebbene il capo della Digos di Roma, il dott. Domenico Spinella, lo definì subito un falso, il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga decise che si trattava di un documento autentico.

Ordinò di eseguire tre perizie, dagli esperti della Polizia scientifica, dai Carabinieri e dal Tribunale di Roma. Tutti e tre gli esiti degli esami concordarono sul fatto che a scriverlo era stata la stessa macchina usata nel primo comunicato delle BR. Più tardi le tre perizie verranno smentite quando si saprà che l’autore del comunicato era stato Chichiarelli. Le stesse BR emisero un loro comunicato (n.7bis) col quale dichiararono “falso” quello del 18 aprile, attribuendo ad Andreotti quella messa in scena del Lago della Duchessa.

Una nuova perizia eseguita nel corso del processo Moro IV confermò la non autenticità del documento. Ad orchestrare quella vicenda fu il colonnello del SISMI Francesco Musumeci. L’operazione di depistaggio era cominciata con una serie di telefonate eseguite a partire dal 17 aprile, di cui due alla redazione dell’Unità (due) e una al vicesegretario della DC Giovanni Galloni. In tutti e tre i casi veniva comunicata la scomparsa di Moro.

Occorre sottolineare come mentre i precedenti sei comunicati delle BR erano stati riconosciuti attendibili dalla Polizia Scientifica solo a seguito di un attento esame durato diverse ore, il comunicato numero 7 venne dato per autentico solamente nel giro di un’ora.


L’operazione di depistaggio Gradoli-Duchessa

Il primo a ipotizzare un collegamento tra il rinvenimento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato n.7 fu Pecorelli, che nell’edizione del 25 aprile 1978 di OP scrisse l’articolo dal titolo: “Diario dell’irreale assoluto”.

Nel pezzo il direttore del settimanale scrive:”Lunedì 17 e martedì 18 aprile, la presunta esecuzione e la troppo inequivocabile scoperta del covo. Un volantino anomalo, rachitico, frettoloso e recapitato in una sola città contrariamente ai precedenti, annunzia l’avvenuta esecuzione per “suicidio” di Aldo Moro, e il suo seppellimento in un laghetto di montagna“.

E ancora: “E passiamo all’altro evento: la scoperta del covo di via GradoliAnche qui abbiamo a che fare con l’acqua. Strane coincidenze, singolari assonanze della storia. All’acqua gelata del Lago della Duchessa fa riscontro l’acqua corrente e dilagante della doccia di via Gradoli di Roma. Quest’acqua permea il soffitto dell’appartamento sottostante il covo, e richiama l’attenzione di tutti e la presenza dei pompieri, i quali subito, chiuso il rubinetto, delegano la visita del luogo ai poliziotti. Si sono infatti trovati davanti a un inequivocabile riassunto dei connotati brigatistici del sequestro Moro“.


I legami tra Chichiarelli ed il SISMI di Santovito

Successivamente a quello del 18 aprile, nel mese di maggio Chichiarelli scrisse un nuovo comunicato firmato “Cellula Romana Sud BR”. Il documento risultava diviso in due parti: nella prima, in chiaro, veniva indicato come le operazioni Gradoli e Duchessa fossero solo un mezzo per mostrare alla popolazione “l’inefficienza dello Stato ottuso delle multinazionali”.

Nella seconda parte, scritta per la prima volta in un linguaggio cifrato, veniva utilizzato un codice di cifratura di tipo militare, usato in precedenza dai Servizi italiani. Di fronte alla Commissione parlamentare Moro il generale Santovito dichiarò che anche questo secondo comunicato, scritto dal falsaro della Magliana, era autentico. Tale dichiarazione verrà in seguito smentita. Da ciò se ne deduce il necessario collegamento funzionale tra Chichiarelli ed il SISMI.

Ad ulteriore riprova dei legami di Chichiarelli con i Servizi occorre segnalare come le schede rinvenute sui sedili del taxi, quel 14 aprile 1979,  erano anche quelle state realizzate dal falsario rapinatore. In particolare nella scheda relativa a Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979 ovvero 25 giorni prima del ritrovamento del borsello, veniva indicato, oltre al suo all’indirizzo di casa, anche il tipo ed il colore della sua auto e la targa. Veniva quindi sottolineata la necessita’ di agire entro e non oltre il 24 marzo, poichè oltre tale data si sarebbero verificate ulteriori complicazioni.

Si specificava, infine, di non rivendicare in alcun modo l’omicidio, ma al contrario di mettere in atto un’azione di depistaggio. La scheda si concludeva con la seguente annotazione: “martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174 e 177”.

Il riferimento è al memoriale scritto da Aldo Moro durante la sua prigionia, del quale ne vennero rinvenute due versioni principali: una rimaneggiata ritrovata nel covo BR di via Monte Nevoso, a Milano, nell’ottobre del 1978, ed una seconda versione più completa, presso quello stesso covo ma nel 1999. Oltre venti anni più’ tardi.

Dunque la vicenda del borsello rappresentava una precisa operazione di depistaggio con la quale si intendeva far ricadere la responsabilità dell’omicidio del giornalista sulle BR. Identica strategia, come abbiamo visto, venne utilizzata in occasione del colpo al deposito della Brink’ Sekurmark di via Aurelia. In quel caso, oltre al comunicato, venne abbandonata nei locali del deposito una granata dello stesso modello di quella utilizzata per uccidere il colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, amico di Pecorelli. (cm)

Traffico di rifiuti: l’Interpol sequestra 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi 

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Secondo il Ministero delle Finanze francese, dal quale dipende l’Agenzia delle Dogane transalpina, sarebbero state sequestrate nel solo mese di giugno nel territorio dell’Esagono 323 tonnellate di rifiuti pericolosi contrabbandati illegalmente.

E’ parte, questo sequestro, di una più’ vasta operazione internazionale di contrasto al traffico transfrontaliero dei rifiuti condotta dall’Interpol, che martedi’ scorso ne ha diffuso gli esiti.

Con un comunicato diramato da Singapore lo scorso 8 agosto l’Interpol ha fatto sapere di avere portato a termine la più vasta operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti mai condotta fino ad ora. Il suo esito ha portato al sequestro di complessivi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi.

L’operazione, condotta dal primo al trenta giugno e denominata “30 giorni di azione”, ha visto l’Interpol coordinare 43 tra forze di polizia, agenzie doganali e agenzie ambientali di diverse nazioni.

Sebbene l’obiettivo iniziale fossero i rifiuti elettronici (RAE), nel corso delle indagini il perimetro di intervento e’ stato allargato, includendo qualsiasi tipo di rifiuto pericoloso, da quelli industriali a quelli edili, passando anche per i rifiuti domestici e quelli ospedalieri. Il traffico ha visto coinvolti diversi paesi, anche europei.

Il centro nevralgico di questa attività’ di contrabbando era  nel porto francese di Le Havre, dove e’ stato sequestrato un carico di rifiuti in plastica (PE, PET, PVC) da 150 tonnellate diretto in Malesia, con documenti contraffatti.

Il carico più’ grande sequestrato conteneva ricambi d’auto usati in materiale plastico e ferroso, altri oggetti in plastica, rifiuti elettrici ed elettronici e pneumatici usati.

I materiali erano diretti in Africa (Senegal, Mauritania, Costa d’Avorio, Togo e Madagascar), in Asia (Hong Kong e Malesia) e in Brasile.

Secondo i dati forniti recentemente dall’ONU nell’ambito del Programma per l’Ambiente, solamente il mercato illegale dei rifiuti elettronici varrebbe qualcosa come 17 miliardi di euro.

L’inchiesta ha permesso di censire ben ottantacinque siti nel mondo dove viene tenuto illegalmente oltre un milione di tonnellate di rifiuti.

Dei 275 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti in tutto il mondo nel 2010, 12,7 milioni di tonnellate sono stati illegalmente smaltiti in fondo agli oceani. Allo stesso modo dei 42 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti globalmente nel 2014 solo una quota, che va dal 10 al 40%, e’ stata smaltita correttamente attraverso i canali previsti.

Quando un rifiuto pericoloso viene smaltito in maniera illegale esso inquina terra, aria e mari, mettendo a rischio la salute delle persone oltre che dell’ambiente circostante.

Quella condotta dall’Interpol e’ stata la più’ grande operazione internazionale di contrasto al traffico di rifiuti pericolosi mai condotta sino ad oggi. La maggior parte dei rifiuti sequestrati era costituita da materiali ferrosi ed elettronici, in maggioranza provenienti dall’industria automobilistica.

Complessivamente sono stati riscontrati 226 crimini e sono state elevate 413 violazioni amministrative. Le indagini hanno coinvolto 141 spedizioni via nave, per un quantitativo complessivo di 14,000 tonnellate di rifiuti illegali.

Le persone incriminate sono in totale 326, mentre le imprese coinvolte nelle attività criminali sono 244.

Gli esiti della complessa operazione hanno permesso di individuare quali siano le destinazioni ultime dei rifiuti, distinte per tipologia, ovvero l’Africa per i RAE e l’Asia sudorientale per tutti gli altri. I rifiuti provenivano dall’Europa e dal Nord America.

La  novità’ introdotta dall’indagine e’ rappresentata da una rete di traffico interno che ha visto coinvolti Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Malta.

Le autorita’ olandesi hanno scoperto 10 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trafficate illegalmente tra diversi paesi europei e dirette in Africa, nel sud est asiatico e in alcuni paesi caraibici.

Le agevolazioni riconosciute alle attivita’ di importazione ed esportazione hanno consentito di individuare le nuove rotte seguite dal traffico internazionale dei rifiuti pericolosi, tra le quali spicca sicuramente quella che collega l’isola di Cipro con alcuni paesi del Centro America.

Attraverso documenti falsi tale rotta prevedeva il transito in  Egitto, Spagna, Portogallo, Marocco e Malta. Altra novità’ e’ quella che ha visto coinvolti anche alcuni paesi del Centro America, in passato non particolarmente interessati a questo  traffico illecito.

Il traffico di rifiuti pericolosi viene considerato dalle organizzazioni criminali poco rischioso in termini di pene previste, ed altamente remunerativo in relazione ai compensi ricevuti. Esso sfrutta le differenti legislazioni vigenti nei vari paesi, oltre al basso livello di contrasto da parte delle forze di polizia.

Le organizzazioni dedite a tale traffico sono le stesse che si occupano di quello della droga, del traffico di armi e del traffico di esseri umani, oltre ovviamente alle frodi ed al riciclaggio di denaro.

Il traffico illecito dei rifiuti e’ stato inserito dal Consiglio dell’Unione Europea tra le prime dieci priorità’ di contrasto nei confronti delle organizzazioni criminali per i prossimi cinque anni. (cm)

Social Media e Open Source Intelligence

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SOCMINT Social Media Intelligence

Col termine inglese di Social Media Intelligence (SOCMINT) si intende quel complesso di tecniche e di tecnologie che consentono ad agenzie private o pubbliche di monitorare le piattaforme dei social media (sms’s) come Facebook o Twitter.

Le attività’ di SOCMINT riguardano il monitoraggio dei contenuti, come ad esempio i messaggi o le foto postate, e qualsiasi altro genere di dati prodotti durante una sessione di attività’ sui social.

Tali informazioni, siano esse private o pubbliche, coinvolgono le interazioni tra persone, tra persone e gruppi o tra gruppi diversi.

I metodi usati per analizzare i dati prodotti attraverso i social network sono diversi:  possono prevedere anche la correzione manuale di contenuti, pubblici o privati, o di intere pagine; o la revisione dei risultati di alcune ricerche o di alcune domande; o la modifica delle attività’ o dei contenuti postati dall’ utente; oppure lo scraping, che tradotto significa raschiare e che consiste nell’estrarre il contenuto di una pagina web e nel duplicarlo in una maniera accessibile a coloro che si occupano di social media intelligence.

Chiaramente l’attività di SOCMINT  prevede una serie di procedimenti per raccogliere, conservare, e analizzare i dati prodotti sui social media, dati che vengono in seguito tradotti in analisi e trends.


Scopo dell’attività di SOCMINT

Le attività’ di intelligence e di sorveglianza hanno subito negli ultimi anni diversi cambiamenti, in parte legati al fatto che la popolazione ha notevolmente incrementato la quantità’ di dati prodotti, dati che oggi vengono gestiti attraverso nuove procedure di raccolta e di elaborazione.

Il SOCMINT e’ una nuova forma sorveglianza allo stesso tempo aperta e coperta, il cui impiego e’ cresciuto in epoca recente sia da parte dei governi che da soggetti privati.

L’espressione Social Media Intelligence viene talvolta sostituita dalla equivalente Open Source Intelligence (OSINT), sebbene esista una differenza sostanziale tra le due attività’: mentre l’OSINT analizza solo dati pubblici, come articoli, siti e blog, la SOCMINT analizza sia quelli pubblici che quelli privati, vale a dire messaggi e chat.

Dunque questo spiega la ragione in base alla quale la SOCMINT necessiti di una regolamentazione più’ specifica, nonché’ di prerogative e tutele che tengano conto della natura particolare dei social media, e cioè’ quella di uno spazio privato, essendo gestito da una società’ privata, nel quale le persone condividono pubblicamente e liberamente informazioni che possono avere anche carattere privato.

Sebbene le differenze tra le categorie di sorveglianza aperta e coperta siano sempre più’ sfumate, gli aspetti meno regolati del SOCMINT riguardano l’attivita’ di monitoraggio relativa ai dati pubblici condivisi sui social.

Nel contesto di un social network un’informazione viene considerata pubblicamente accessibile quando può’ essere letta non solo dai nostri contatti ma anche da persone o organizzazioni non iscritte al social. Oppure quando e’ leggibile da una persona che e’ iscritta al social ma che non rientra tra i nostri contatti.

Qualsiasi tentativo da parte delle forze di sicurezza o dei servizi di aggiungere l’utente obiettivo tra i propri contatti validi, magari attraverso un profilo fake, al fine di ottenere maggiori informazioni rispetto a quelle accessibili a tutti, deve essere considerato come un’attività sotto copertura ovvero come sorveglianza coperta, e dunque sottoposta alle regole ed alle garanzie previste, simili a quelle adottate nelle attività’ sotto copertura svolte in uno spazio fisico.

Ciò’ significa che qualsiasi tentativo di infiltrare una persona costituisce un’azione di copertura del governo federale, strettamente disciplinata dalla legge.

Nel caso in cui l’attività di intelligence dia luogo ad una grave compressione della privacy del soggetto posto sotto osservazione,  deve essere dimostrata la sua necessita’ nonché’ la sua proporzionalita’ ai fini del  raggiungimento di uno scopo legittimo.

Tuttavia le forze di polizia e le altre agenzie di sicurezza sostengono che il SOCMINT abbia un basso livello di impatto sulla privacy delle persone, nel caso in cui si limiti ad esaminare solo le informazioni disponibili al pubblico.

Questa errata rappresentazione del SOCMINT non corrisponde alla realta’, specialmente ove si tenga conto del carattere intrusivo della raccolta, della conservazione, dell’uso e della condivisione di alcune delle informazioni personali prodotte dal soggetto sotto esame.

Le piattaforme di social network nelle quali i dati dell’utente vengono condivisi online coinvolgono la privacy dell’individuo.

Ad esempio, la condivisione di un post su Twitter può’ comportare la rivelazione del luogo nel quale questi si trova,  cosi’ come il contenuto del post puo’ implicare la rivelazione di un’opinione personale,  anche di carattere politico. Oppure informazioni sulle preferenze personali, sui gusti sessuali o sullo stato di salute.

Dunque l’idea delle informazioni pubblicamente reperibili sui social media tali da non avere alcun impatto sulla privacy del soggetto a cui si riferiscono, come e’ emerso da questo genere di sorveglianza non regolata da norme o comunque soggetta a norme non conosciute, non’ trova riscontri concreti.

Anzi, la prassi ha  condotto ad un punto in cui gli ufficiali di polizia e dei Servizi sono portati a ritenere che tutto quello che sia loro accessibile sui social possa essere tranquillamente raccolto ed elaborato, con pochissime limitazioni, tutele e verifiche.


Ma il SOCMINT e’ illegale?

L’impiego dell’analisi attraverso la social media intelligence costituisce un’intrusione nella vita privata delle persone, e dunque deve attenersi ai principi internazionali della legalita’, della necessita’ e della proporzionalita’. Sebbene si tratti di informazioni pubblicamente accessibili devono trovare applicazione gli standard riconosciuti internazionalmente per la tutela dei diritti umani.

La Corte Europea dei Diritti Umani ha sostenuto in una sua sentenza come “vi sia una zona di interazione di una persona con le altre, anche in un contesto pubblico, che può’ ricadere nella definizione d “vita privata”.

Ad esempio, esprimendo un commento circa l’uso della video sorveglianza la Corte ha affermato che “il normale impiego dell’attività di video sorveglianza, sia in un luogo pubblico che in una proprietà’ privata, ove essa risponda ad un uso legittimo e prevedibile, non deve sollevare alcuna questione in merito all’art. 8 della Convenzione”.

Preoccupazioni in ordine alla privacy possono sorgere in relazione alla registrazione di  momenti di vita privata, specie di fronte ad un periodo prolungato di registrazioni.

Gli elementi presi in considerazione dalla Corte hanno analizzato la presenza o meno di una raccolta di informazioni sul soggetto sotto esame, la presenza o meno dell’elaborazione o dell’ utilizzo di tali dati,  ed in ultimo se ci sia o meno una loro pubblicazione, secondo modalità’ che superino le normali previsioni.

In effetti se l’attività di raccolta ed elaborazione di informazioni per scopi di intelligence viene lasciata senza alcun tipo di regolamentazione, affidata solo alla routine, essa può portare ad alcune forme di abuso simili a quelle che si verificano nel corso delle attivita’ di sorveglianza sotto copertura.

Si pensi ad esempio alla sistematica messa sotto sorveglianza di particolari gruppi di persone, siano esse individuate da connotazioni di tipo religioso o etnico, da parte delle forze di polizia.

Come e’ possibile stabilire se vi sia o meno una sorta di persecuzione di tipo razziale o politica se non vi e’ alcuna forma di supervisione, trasparenza o informazione da parte della polizia?

C’e’ stato recentemente il caso Raza vs Stato di New York, dove e’ emerso come le forze di polizia avessero preso di mira una comunità’ musulmana, impiegando tra i vari strumenti di spionaggio anche il SOCMINT. Il caso e’ emerso in seguito ad una denuncia del gruppo American Civil Liberties Union.

Questa attivita’ di sorveglianza può’ avere effetti negativi anche nei confronti della liberta’ di espressione. Infatti la SOCMINT non colpisce solo il soggetto posto sotto osservazione ma tutti i suoi contatti. Se scambiare quattro chiacchiere su di un social network potrebbe sembrare una cosa piacevole, puo’ diventare spiacevole comunicare con una persona sapendo che questa e’ posta sotto osservazione da parte dalle forze di polizia.


In quale modo i governi abusano del SOCMINT

I governi di diverse nazioni, democratici o meno, hanno sviluppato un certo interesse per questa forma di sorveglianza veloce ed economica.

L’attività di sorveglianza esercitata da un governo può’ avvenire sia esternamente al social network, ad esempio tenendo sotto controllo il browser e le pagine visitate dal soggetto osservato speciale, oppure attraverso un agente infiltrato come un normale utente del social, o ancora utilizzando un profilo fake, o in ultima analisi intercettando il flusso di informazioni a monte attraverso il controllo del PC o dell’internet provider ovvero facendo richiesta direttamente al social network.

In Thailandia l’ attività’ di sorveglianza sui social avviene sia attraverso le forze di polizia, un 30% dell’organico e’ destinato natale funzione, sia attraverso l’incentivo alla delazione da parte degli utenti.

La stessa cosa accade in Palestina ed in Egitto. Negli Stati Uniti l’agenzia Zero Fox ha ricevuto dure critiche dopo aver denunciato 19 possibili sobillatori tra gli utenti social di Baltimora, a seguito dell’omicidio del giovane Freddie Gray da parte della polizia. Tra questi vi erano anche alcuni attivisti del movimento Black Lives Matters.

Nel 2013 la polizia inglese, cosi’ come quella gallese e la nord irlandese, ha avviato un intenso monitoraggio dei social network, nel tentativo di prevedere l’esplosione di eventuali disordini sociali. (cm)

Della tutela della privacy ai tempi di Facebook

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Due miliardi di utenti di Facebook schedati come criminali comuni.

Non e’ una battuta, ma esattamente ciò’ che accade ogni volta che ci tagghiamo col nostro nome sulla foto che ci ritrae sul nostro profilo social.

Proprio come in un qualunque ufficio di Polizia dove, attraverso un software in grado di estrarre i dati biometrici dalla foto segnaletica, vengono raccolti e gestiti i nostri dati personali.

Stiamo parlando della conservazione e della gestione dei dati che ci riguardano, tra cui anche quelli sensibili, e dunque del nostro diritto alla privacy.

A spiegarlo in maniera puntuale e’ l’associazione di giornalismo investigativo “Center for Public Integrity”, che in un articolo mette in guardia gli utenti di Facebook sulla politica di gestione adottata da quest’ultima in relazione ai dati biometrici dei suoi iscritti.

Ricordiamo che i dati biometrici sono assimilati, secondo la nostra giurisprudenza, ai dati personali, e dunque ricompresi nella tutela normativa prevista dalla legge n. 675/1996 (obbligatorietà’ dell’ informazione per la raccolta e consenso dell’ interessato con comunicazione al Garante della privacy per il loro trattamento).

Nel 2015 un gruppo di utenti statunitensi ha intentato una class action contro il gigante di Meno Park, presso la Corte federale dello stato dell’Illinois. L’accusa mossa contro la corporation californiana e’ quella di avere violato la legge che impedisce la raccolta e la gestione dei dati biometrici senza il consenso del loro titolare.

Tutto comincia nel 2011, quando Facebook introduce per la prima volta il tagghing sulle foto postate o condivise.

 La società’ sostiene di avere informato gia’ da allora gli utenti, in realtà’ ciò’ avviene solo l’anno successivo (giugno 2011) e solo in alcuni Stati. La novità introdotta non è da poco: con il tagghing si autorizza la corporation a conservare la foto associata al nome del soggetto taggato, oltre alle informazioni biometriche desumibili dalla foto stessa.

Stiamo parlando di un algoritmo che scannerizza “alcuni tratti del volto di una persona, come la distanza tra gli occhi, il naso e le orecchie” per trasformarli in un “numero univoco“. Ovvero di elementi biometrici personali ed esclusivi come il DNA di una cellula.

Ma quale sarebbe il motivo che ha spinto Facebook ha raccogliere ed a gestire i dati biometrici dei suoi utenti?

Secondo alcuni esperti si tratterebbe del profitto associato alla vendita di spazi pubblicitari, oltre che alla vendita delle informazioni suoi gusti degli utenti.


Un modello di business

Il modello di business sottostante al più’ famoso dei social network fonda la sua sostenibilità’ economica sulla vendita di spazi pubblicitari, avendo questo scelto di conservare il carattere della gratuita’ per i suoi iscritti. Vendita di spazi, dicevamo, associata alle vendita delle informazioni sui suoi utenti, desunte dalle loro interazioni sul social stesso.

Facebook ha più’ volte dichiarato di non avere alcuna intenzione di monetizzare i dati raccolti basati sul riconoscimento facciale. Intanto però, secondo un’analisi elaborata dal centro Allied Data Research, nel 2026 il mercato dei dati relativi alla riconoscibilita’ del volto varrà’ qualcosa come 9,6 miliardi di dollari.

E sara’ forse per questa ragione che Facebook Inc. sta lavorando alacremente ad una nuova tecnologia, sempre nel campo del riconoscimento facciale, in grado di dare un nome ad un volto anche se la foto che lo ritrae e’ scura o poco visibile  . E che consente anche di riconoscere una persona in base agli abiti che indossa o alla postura che assume  .

Facebook avrebbe presentato la domanda per registrare il nuovo brevetto, per essere in grado, un domani, di vendere pubblicita’ associata ai dati biometrici del corpo o del viso dei suoi utenti.

E se effettivamente la corporation californiana ha intenzione di entrare in questo ricco mercato, dovrà’ disporre di un patrimonio di informazioni senza uguali. Ben oltre quello garantitole fino ad oggi dai post dei suoi utenti.

Ad esempio i 350 milioni di foto postate ogni giorno dai due miliardi di iscritti al social.

Questo immenso data base rappresenta la miniera d’oro del programma di ricerca sul riconoscimento facciale, denominato “Deep Face”.

Quando Facebook ha inventato questa tecnologia, nel 2014, sebbene fosse già’ in grado di riconoscere buona parte degli abitanti della terra, non aveva ancora in mente di creare un data base.

Oggi che ha deciso di raccogliere tutti questi dati attraverso il tagghing, la corporation ribadisce di non avere alcuna intenzione di metterli in vendita.

Tuttavia gia’ oggi il social network impiega il riconoscimento facciale per organizzare le foto postate sul profilo, oltre che per sostenere programmi di ricerca sull’intelligenza artificiale.

L’obiettivo e’ quello di creare una piattaforma pubblicitaria innovativa sulla quale pubblicare avvisi personalizzati.

L’ impiego dell’intelligenza artificiale applicata al riconoscimento facciale consentirebbe di estrapolare un numero maggiore di dati sui gusti e le preferenze degli utenti.

Tutti informazioni che le società’ con grossi budget pubblicitari sarebbero disposte a pagare oro.

E’ evidente, infatti, come una tecnologia in grado di riconoscere, ad esempio, il genere di libri letti dall’utente attraverso una foto da questi postata, consentirebbe a Facebook di vendere a caro prezzo lo spazio pubblicitario su quella bacheca alle case editrici specializzate in quello stesso genere letterario.


Normativa sulla privacy e pareri del Garante

La legge n.675/1996 disciplina nel nostro ordinamento la tutela dei dati personali. All’art. 10 essa stabilisce , in merito alle informazioni rese al momento della raccolta, che: “L’interessato o la persona presso la quale sono raccolti i dati personali devono essere previamente informati oralmente o per iscritto“.

L’art. 11 dispone invece che “Il trattamento di dati personali da parte di privati o di enti pubblici economici è ammesso solo con il consenso dell’interessato“.

La legge riconosce poi, all’art.22, che i “Dati personali (quelli) idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante“.

Il Garante ha stabilito il 19 novembre 1999 che “Le impronte dattiloscopie, (le improntedigitali) che forniscono un preciso elemento identificativo di ogni persona fisica, alla luce della definizione fornita dall’art.1, comma 2, lettera c della legge 675/96 sono senza dubbio dati personali e, pertanto, il loro trattamento rientra nell’ambito di applicazione della legge (n.675/96)”.

Già oggi l’impiego della tecnologia che consente il riconoscimento facciale è molto diffuso.

Lo si trova, ad esempio, nelle telecamere anti taccheggio piazzate tra i reparti dei supermercati. Oppure nelle videocamere di sicurezza situate nei locali degli istituti di credito.

Il 28 febbraio 2001 il Garante ha stabilito  a questo proposito che “costituiscono dati personali ai sensi dell.art.1, comma 2, lett. C della legge n.675/96 le impronte digitali e l’immagine del volto dei clienti di un istituto di credito raccolti all’entrata della banca attraverso un apposito dispositivo elettronico (denominato Biodigit)”. Dunque l’accesso nei locali di una banca dove vengono prese e conservate sia le impronte digitali che le immagini del volto della clientela può avvenire solo se questa è stata debitamente preavvisata.

Riguardo poi alla raccolta abbinata tanto delle immagini quanto delle impronte il Garante a stabilito nel parere del 7 marzo 2001 cheLa rilevazione dei dati biometrici di coloro che accedono ai locali di una banca, ove formalmente giustificata dalla mera affermazione di una generica ed indimostrata esigenza di sicurezza, non suffragata da specifici elementi di rischio, si pone in contrasto con il principio di proporzionalità di cui all’art. 9 della legge n. 675/1996. Ne consegue che il trattamento dei dati raccolti con detto sistema di rilevamento è illecito, traducendosi in un sacrificio sproporzionato dei singoli interessati”.

Infine, con il parere del 29 marzo 2016 il Garante ha stabilito che la richiesta da parte di società e finanziarie dell’acquisizione dei dati biometrici attraverso la foto del documento di identità in cambio della concessione di un prestito o di un mutuo,  rappresenti un “non necessario e non proporzionato uso generalizzato dei dati biometrici dei clienti” passibile anche di abuso. (cm)

Un mattone per amico

La Romanina

L’interesse giornalistico legato alle vicende del Gruppo Scarpellini è quello di mettere in luce da una parte il legame tra politica ed imprenditoria ogni qual volta si ha a che fare con il settore immobiliare, specie in una città come Roma dove il piano regolatore e più in generale il modello urbanistico incide non solo sulla sua geografia e sul suo sviluppo, ma anche sul valore del suo suolo.

E dunque le scelte che riguardano quest’ultimo definiscono il profitto e la rendita del comparto immobiliare, comparto che in una città come la Capitale d’Italia ha riguardato, prima dell’inizio della crisi del 2008, il 25% del PIL . Dall’altra l’importanza che un contratto quale quello di Facility Management, ovvero di gestione del patrimonio immobiliare e dei servizi ad esso connessi, ha assunto negli ultimi anni, come mostrato anche dalla vicenda Consip.

Il contratto di FM è quello nel quale il titolare si impegna a fornire un complesso di servizi destinati al mantenimento dell’immobile nello stato in cui viene preso in carico, oltre a servizi di supporto quali quelli di pulizia, di sicurezza, di portierato, ecc.  A questo proposito la Corte dei Conti fa notare come sia necessario evitare la costituzione di cartelli da parte degli operatori di mercato, intendendo con tale espressione accordi tesi alla spartizione del mercato stesso. Questo perché tali patti sono in grado di condizionare l’esito di una gara e dunque oltre che illegali sono anche dispendiosi e inefficienti.

Per prevenire tale pratica, come sottolineato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, occorre ridurre le dimensioni dei vari lotti nei quali vengono attualmente distribuite le gare.

E’ evidente infatti come la loro dimensione costituisca una barriera all’ingresso del mercato per quanto riguarda gli operatori di piccole e medie dimensioni. Posto che le complessità e le risorse necessarie alla gestione di un contratto di FM crescono in misura proporzionale all’importo dell’appalto.

Dunque se la dimensione dei lotti risulta essere eccessivamente elevata l’elemento della concorrenza ne viene, nei fatti, svuotato e svilito. Parallelamente l’interesse dell’amministrazione ne subisce una lesione grave, venendo a mancare una reale competitività e dunque quella necessaria compressione dei costi ottenuta da una reale contendibilità del mercato.


Il gruppo Scarpellini

Presente da più di quarant’anni sul panorama immobiliare italiano, oggi – si legge sul sito – il gruppo è leader nel proprio settore. La prima operazione immobiliare condotta dal fondatore e attuale presidente del gruppo Sergio Scarpellini risale al 1987, con l’acquisto e la successiva locazione al Senato dell’ex Hotel Bologna, situato in piazza S. Eustachio, tra il Pantheon e piazza Navona.

Si racconta come già a partire da questa operazione, sebbene la cooperativa Global Service dovesse ancora nascere, venne offerto quel modello di business che il gruppo definisce “chiavi in mano” e che consiste in un pacchetto di servizi aggiuntivi alla locazione che vanno dal portierato alle pulizie, dalla sicurezza al servizio di catering, fino alla gestione del bar interno agli uffici.


Il dossier Crivellini- Radicali

Secondo quanto contenuto nel dossier dei Radicali presentato l’11 agosto 2010 da Marcello Crivellini, professore associato di Organizzazione sanitaria al Politecnico di Milano, e relativo ai contratti stipulati dalla Milano ’90 del Gruppo Scarpellini con la Camera dei Deputati, quest’ultima avrebbe pagato in dieci anni, dal 1998 al 2008, 352 milioni di euro per gli affitti e 172,6 milioni di euro per i servizi.

Il tutto senza mai indire una gara pubblica.

Il dossier indica i seguenti contratti di affitto relativi ad altrettanti palazzi concessi in affitto alla Camera:

– P.za S.Claudio V.del Tritone (9+9) inizio 1997 per 7,5 milioni di euro l’anno (esc. IVA) e 3,4 milioni di euro per i servizi aggiuntivi (esc. IVA)

– Via Poli-Via del Tritone (9+9) inizio 1998 per 6,7 milioni di euro l’anno e 3,4 milioni di euro per i servizi aggiuntivi

– P.za S. Silvestro- via del Pozzetto (9+9) inizio 1999 per 5,1 milioni di euro e 2,3 milioni di euro per i servizi

– P.za S.Claudio- v.del Tritone (8+8) inizio 1999 per 363.841 mila euro più 60.442  euro per i servizi

– P.za S.Silvestro- v. della Mercede (9+9) inizio 2000 per 6,6 milioni di euro più 3,2 milioni di euro per i servizi

Ricapitolando, le spese annuali per affitti pagate dalla Camera dei Deputati alla Milano ’90 sono state:

1997 14,4 miliardi di lire

1998  27,6 miliardi di lire

1999  38,4 miliardi di lire

2000  51,36 miliardi di lire

fino ad arrivare al

2010   31,42 milioni di euro

Totale 352 milioni di euro solo per gli affitti

A questa cifra vanno aggiunti i servizi acquistati sempre dalla Camera dalla Milano ’90, che ammontavano al 2010 alla cifra complessiva di 172,6 milioni di euro


Le attività del Gruppo

Dicevamo come l’attività principale del gruppo sia rappresentata dalla costruzione e dalla gestione di immobili, per conto proprio o di terzi. Per dare un’idea del giro di affari che può generare una sublocazione di immobili, si riporta la vicenda dell’affitto, per due milioni di euro mensili, di un palazzo di proprietà dell’Impgi.

Si tratta dell’immobile sito in Largo Lamberto Loria, di proprietà dell’Impgi, la cassa previdenziale dell’Ordine dei Giornalisti. Il palazzo in questione è stato affittato dal gruppo Scarpellini a Roma Capitale, per nove milioni di euro mensili. Dal febbraio 2008, anno in cui Milano ’90 srl, società del gruppo Scarpellini, stipula il contratto col Comune di Roma, al 2015 quest’ultimo avrebbe versato nelle casse della società citata una cifra complessiva pari a 71 milioni di euro, equivalente al doppio circa del valore del palazzo affittato. Nei nove milioni è incluso anche il pacchetto dei servizi Global Service.

L’Impgi vanta nei confronti della Milano ’90 un credito di 2 milioni e 400 mila euro, ed ha per questo ottenuto il sequestro di un immobile di proprietà del gruppo Scarpellini sito a Tor Vergata.


I clienti del Gruppo Scarpellini

Oltre a palazzo Bologna il Gruppo Scarpellini possiede una serie di palazzi di pregio, la maggior parte dei quali situata nel centro storico di Roma. Ci riferiamo in particolare al Complesso Marini, sito tra piazza S.Silvestro e via del Tritone, e composto da quattro fabbricati tre dei quali ospitano uffici della Camera, per una superficie totale di 50 mila mq.

C’è poi l’immobile che si trova tra via delle Vergini e via dell’Umiltà, non molto distante dalla Fontana di Trevi, che ospita gli uffici del Consiglio di Stato, di Roma Capitale, del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’Associazione stampa Estera e della società Ray Way, per una superficie complessiva pari a 16 mila mq.

Vi è quindi il palazzo di via Flaminia, dietro piazza del Popolo, che con una superficie di 14 mila mq ospita il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. A questo si aggiungono i due edifici di via Po che ospitano la sede della società di consulenza Ernst & Young, per una superficie globale di 14 mila mq.

Tra Fontana di Trevi e il Quirinale abbiamo quindi il palazzo di via Poli che ospita, su di una superficie di 1.500 mq, uffici di pregio.

Nella struttura un po’ distaccata di via Nicolai, su di una superficie di 3.500 mq, troviamo una delle sedi della ex municipalizzata dei rifiuti Ama spa.

In via Tuscolana n.1091 abbiamo quindi la sede della società di comunicazioni Wind spa. In via Libano, all’EUR, su di una superficie di 2.000 mq, troviamo invece la sede della Mapei spa, la società di prodotti per l’edilizia. Ed infine, nella location del Parco dell’Appia Antica, abbiamo la villa appartenuta a Silvana Mangano, per una superficie complessiva di 8.000 mq.


Global Service

Si diceva della cooperativa Global Service che rappresenta una delle principali attività del Gruppo. Oltre alla locazione dell’immobile, il contratto di Facility Management può prevedere una serie di servizi aggiuntivi, quali l’assistenza tecnica, la ristorazione, il servizio postale, l’accoglienza, la guardiana, tutte attività che possono essere offerte su richiesta assieme ai locali affittati e che vengono gestite da questa cooperativa tuttofare.

Il modello a ci si ispira è quello del Residence Acqua Acetosa Ostiense, un nuovo complesso residenziale realizzato recentemente in zona Eur. Si tratta di un gruppo di appartamenti di proprietà e gestito dal Gruppo Scarpellini, nel quale si possono avere i servizi a cui si accennava, a partire da quello di sorveglianza, attivo 24 ore su 24.


Partecipazioni del gruppo

Tra le società partecipate dal Gruppo Scarpellini troviamo:

Agefin srl società nata nel 1994, attualmente con un capitale sociale pari a 10,200 euro, per il 60% di proprietà del Gruppo Scarpellini, anche se attualmente risulta essere in liquidazione.

Fondiaria Cinecittà srl costituita nel 2010, ha un capitale sociale pari a 50.000 euro  ed un unico socio, rappresentato dal Gruppo.

Zero Uno Immobiliare srl costituita nel 2001 con un capitale di 10.000 euro e di proprietà del Gruppo per una quota pari al 66%.

Medea srl società nata nel 2003 con un capitale di 30.000 euro per il 95% di proprietà del Gruppo.

Zefiro Country Club srl Unipersonale, costituita nel 1997 con un capitale di 75.000 euro, risulta essere interamente (100%) di proprietà del Gruppo.

Semavig R.E. srl costituita nel 2013 con un capitale di 10.000 euro, il 90% del quale di proprietà del Gruppo.

Aries srl società fondata nel 2005 con un capitale di 10.000 euro, per il 98% di proprietà del Gruppo.

Immobilfin Immobiliare Finanziaria srl costituita nel 2005 con un capitale di 10.000 euro per il 98% di proprietà del Gruppo.

Milano ’90 srl costituita nel 2001 con capitale sociale pari a 55.000.000 dei quali il 20% di proprietà della Aries srl, mentre per l’80 % di proprietà della Immobilfin srl.

Marem srl fondata nel 2002 con capitale pari a 25.500 euro interamente di proprietà del Gruppo.

Acilia 91 srl costituite nel 2002 con capitale pari a 4.080 euro per il 40% di proprietà del Gruppo

Easy Net srl società costituita nel 2016 con un capitale di 3.400 euro di cui la quota appartenente al Gruppo è del 4,86%

Vise srl società costituita nel 2010 con capitale di 5.000 euro di cui il 50% di proprietà del Gruppo

Progetto ’90 srl fondata nel 2002 con capitale pari a 54.264 di cui di la quota di proprietà del Gruppo è del 56%

Torre San Michele srl società fondata nel 2008 con capitale di 1.500.000 euro di cui la quota del Gruppo è pari al 50%.


La struttura finanziaria

Le due società chiave in tutto questo elenco sono la Milano ’90, che oltre ad essere un’impresa edile di medie dimensioni è, come abbiamo visto sopra, la società intestataria dei contratti di Facility Management degli immobili di pregio del centro storico, attualmente Marini 1,2,3,4, via Flaminia e via Po 28/30 e 32/34, e la Immobilfin srl, che pur essendo una srl costituisce la capogruppo.

Fondata nel 2001 la Milano ’90 srl ha per oggetto la costruzione, la compravendita, la gestione e l’amministrazione di beni immobili, sia in proprio che per conto terzi.

A ciò si aggiunge anche la gestione sia in proprio che per conto terzi di: alberghi, pensioni, ristoranti, cinema, teatri, luoghi di divertimento, bar, caffè, stazioni termali e complessi immobiliari destinati ad uffici. Il tutto assicurando agli stessi, in tutto o in parte si legge nell’atto costitutivo della srl, “i servizi di cui necessitano ed in particolare i servizi di portineria e di assistenza ai piani di ristorazione, di caffetteria, di lavanderia, di pulizia e di quant’altro eventualmente richiesto con personale e mezzi propri o di terzi“. La società può altresì gestire presidi medici e di pronto soccorso, oltre ad elaborare, in modalità statistica o contabile, dati numerici, alfabetici o alfanumerici.

Per raggiungere il suo scopo sociale – si legge ancora nell’atto istitutivo di Milano ’90 – la società “potrà compiere tutte le operazioni mobiliari ed immobiliari (esclusa la mediazione e l’intermediazione) e finanziarie in esso inerenti (esclusa la raccolta del risparmio) assumendo partecipazioni ed interessenze in altre società ed imprese aventi oggetto analogo, affine e connesse al proprio, sia direttamente che indirettamente“. La srl potrà inoltre prestare e ricevere fideiussioni ed avalli, nonché prestare garanzie reali e personali anche a favore di terzi.

Come abbiamo già avuto modo di vedere il capitale sociale della Milano ’90 è composto da 55.000.000 di euro, tutto interamente versato e la cui titolarità risulta essere così distinta: per l’80% di proprietà della Immobilfin, srl società Immobiliare Finanziaria, per una quota pari a 44.000.000, mentre per il restante 20% della Aries srl, con una quota pari a 11.000.000. L’intero ammontare del capitale sociale (55.000.000) risulta essere gravato dalla garanzia di un pegno in favore della banca tedesca Aareal Bank AG. In bilancio viene indicaro un credito verso la banca tedesca per 8.771.024 euro in conto mutui.

Milano ’90 non è solo una società finanziaria con partecipazioni in altre società per 24.660.146 euro (bilancio 2015), per un totale immobilizzazioni finanziarie pari a 152.397.392 euro, ma anche un’impresa di costruzioni. Nel bilancio relativo all’esercizio fiscale 2015 troviamo infatti un totale immobilizzazioni materiali per 908.956.359 euro, dei quali 908.604.371 relativi a terreni e fabbricati.

Il totale dei crediti verso clienti ammonta a 37.663.415 euro, per un totale crediti pari a 1.128.333.341 euro; per quanto riguarda i debiti invece, quelli verso i fornitori ammontano a 13.510.463 euro, mentre più consistenti sono quelli vero le banche, pari a 423.055.250 euro. Il totale passivo ammonta a 1.128.333.341 euro.

Sempre secondo l’esercizio finanziario relativo al 2015 il totale dei ricavi derivanti dalla produzione ammonta a 35.143.352 euro, mentre i costi d’esercizio ammontano a 42.208.618 euro, per una perdita d’esercizio pari a 15.212.765 euro.


Società controllate da Milano ’90

Tra le società controllate da Milano ’90 troviamo una serie di srl alcune delle quali si riferiscono a progetti immobiliari, realizzati e non.

Ohm Comunications srl, capitale sociale pari a 100.000 euro, perdita esercizio 2015 pari a  -401 euro e quota della partecipazione pari al 100%.

El Greco srl capitale pari a 12.000 euro, perdita -121.748 euro e quota di partecipazione pari al 100%.

Goya 2001 srl con capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio per -121.794 euro e quota di partecipazione pari al 100%.

Raffaello 2001 srl capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio per -137.570 euro e quota di capitale sociale pari al 100%.

Rubens 2001 srl capitale sociale pari a 12.000 euro, perdita d’esercizio pari a -121.790 euro e quota di capitale pari al 100%.

Pegaso srl con capitale pari a 15.000 euro, utile d’esercizio pari a 6.181 e quota di capitale pari al 100%.

Allevamento la Nuova Sbarra srl con capitale sociale pari a 25.000 euro, perdita d’esercizio pari a -1.783.041 euro e quota di capitale di proprietà pari al 98%.

Imdeca srl con capitale sociale pari a 10.200 euro, utile pari a 18.154 e quota di proprietà pari all’ 80%.

Sviluppo Romanina srl con capitale sociale 10.000 euro, perdita d’esercizio pari a -189 euro e quota di proprietà pari al 100%.

Roma Olimpia SSD a RL con capitale sociale pari a 10.000 euro, perdita d’esercizio pari a -5.217 e quota di proprietà pari al 100%.

Prog.Ed srl la società è imm fase di liquidazione, il suo capitale sociale ammonta a 10.341 euro, la sua perdita d’esercizio è pari a -277.180 e la quota di proprietà è pari al 100%.

Tra le società collegate troviamo la Grand Hotel Nazareno srl, sito in via Francesco Benaglia n.13 a Roma, con un capitale sociale pari a 90.000 euro, una perdita d’esercizio per -1.649 euro ed una quota di proprietà del Gruppo pari al 50%.


La centralità la Romanina

Le centralità rappresentano, in base al PRG approvato in via definitiva nel febbraio del 2008 dalla giunta di centrosinistra guidata da Valter Weltroni, l’asse di sviluppo della città di Roma lungo il margine esterno costituito dal Grande Raccordo Anulare.

Previste da principio nel numero totale di diciotto, il loro scopo era di quello di decentrare funzioni e attività direzionali verso la periferia della città, sulla scia del vecchio progetto dello SDO (Sistema Direzionale Orientale).

Periferia che avrebbe dovuto di conseguenza divenire nuova centralità pubblica, appunto, avendo come condizione per l’avvio dei lavori la presenza di una fermata di servizio pubblico su ferro entro un raggio di massimo 2,5 chilometri.

Alle originarie 18 ne vennero inserite ulteriori cinque, questa volta al di fuori dalla pianificazione complessiva (PRG) e tramite lo schema dell’accordo di programma.

Si tratta di una procedura prevista dalla legge 8 giugno 1990 n.142 che consente di realizzare, secondo un iter semplificato, opere di interesse pubblico seguendo una tempistica notevolmente ridotta. Ovviamente al di fuori del PRG.

Una di queste nuove centralità era la Romanina, che doveva essere realizzata su terreni di proprietà dell’immobiliarista Sergio Scarpellini.  Erano questi terreni che negli anni ’90 appartenevano alla società pubblica Telecom, e prima ancora all’ azienda di telecomunicazioni Italcable. Su di essi, oltre ai vecchi centralini, si trovavano le ex Officine Marconi. In una vecchia puntata di Report intitolata “I re di Roma” si accenna al fatto che fino al 2000 quall’area era per il 75% di proprietà di Telecom, mentre per il restante 25% in mano a privati. Scarpellini dichiarerà di averne acquistato una quota nel 1990 per 160 miliardi di lire. Di li a poco sarà la giunta di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli a trasformare quell’area in una centralità.

Secondo il PRG approvato nel marzo del 2003 quell’area prevedeva l’edificazione di 1.300 mila metri cubi tra edilizia residenziale, commerciale e servizi.

La cosa strana è che non molto distante dalla Romanina quel PRG aveva previsto anche un’altra centralità pubblica, Tor Vergata, dove sorgevano già la seconda Università Roma 2, il Policlinico, il CNR e la Banca d’Italia.

E dove si sarebbe potuta agevolmente concentrare l’invasività delle nuove cubature, il tutto senza bisogno di fare “regali” a costruttori privati.

Nella puntata di Report Scarpellini racconta come a seguito della previsione della centralità Romanina nel PRG approvato dalla giunta Rutelli il valore di quell’area sia aumentato di cinque o sei volte. Ma evidentemente non bastava, perché nel novembre del 2007, prima che la giunta Veltroni approvasse in via definitiva il PRG, Scarpellini chiede di aumentare di 670 mila metri cubi quella stessa centralità  in cambio di 50 milioni di euro per la realizzazione della metropolitana leggera che doveva collegare Anagnina (terminal della metro A) con Torre Angela, dove sarebbe sorta la fermata della metro C.

Ma anche l’amministraziomne di centrodestra guidata da Gianni Alemanno ci mette del suo, perchè in una memoria di giunta del 21 ottobre 2010 l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini stabilisce, tra i criteri di attuazione delle centralità urbane ancora da pianificare (otto tra cui la Romanina) che occorre aumentare le cubature rispetto ai carichi fissati dal PRG al fine di garantire la sostenibilità economica dell’operazione.

Dunque nell’area della Romanina le cubature salgono dagli originari 1.300 mila metri cubi a 1.920 mila metri cubi. In aggiunta a ciò vengono modificate le proporzioni delle cubature da edificare, in particolare il residenziale passava da un 35% iniziale ad un 67%, quasi il doppio.

Dunque l’operazione di decentramento amministrativo veniva in parte snaturata con la previsione di nuove cubature da destinare ad uso abitativo, anzichè ad uffici. Infine, per consentire la realizzazione dell’operazione, il Comune avrebbe dovuto cedere al proprietario dell’area, cioè Scarpellini, il 24 del 30% iniziale di superficie a destinazione pubblica secondo quanto fissato dal PRG.

Scarpellini si ritrovava così la possibilità di costruire, dagli originari 300 mila metri cubi previsti, 1.300 metri cubi di appattamenti.

Il tutto in cambio di 364 milioni di euro, di cui 186 per l’aumento delle cubature rispetto al PRG. Dal canto suo Scarpellini si impegnava a realizzare le opere accessorie, come strade, fogne e parcheggi. Fortunatamente la delibera della giunta Alemanno non è stata approvata in tempo utile. (vedi “Chi comanda a Roma di Y.Sina pgg. 109-115).

Le società El Greco 2001 srl, Rubens 2001 srl, Goya 2001 srl e Rafaello 2001 srl sono titolari di un terreno edificabile in località la Romanina, per una superficie totale pari a 930.000 mq. Seconso l’ultimo PRG su tale terreno doveva dunque sorgere una centralità urbana di 599.122 mq pari a 1.917.190 mc.

La società Sviluppo Romanina srl è stata appositamente creata per realizzare le opere di costruzione ed urbanizzazione della centralità la Romanina.


 Gli altri progetti immobiliari del Gruppo

Oltre alla centralità la Romanina ed alla Residenza Acqua Acetosa Ostiense all’EUR, delle quai abbiamo già accennato, il gruppo ha altri progetti di sviluppo immobiliare, tra i quali figura il Comparto Z4 in località Casal Bernocchi. Si tratta di una lottizzazione situata tra la via del Mare e la Cristoforo Colombo che inizialmente prevedeva 116.000 mc. Di questi,  solo 63.000 mc sono stati realizzati e ceduti alla ASL RMD di Roma,  costituiti in gran parte da uffici e da poliambulatori.  Un’altra quota è stata venduta al gruppo GS Supermercati. La restante parte, pari a 53.000 mc, è stata destinata alla realizzazione di 232 appartamenti, progetto già approvato dalla Conferenza Servizi.

In località Ponzano Romano, ad 1 km dallo svincolo autostradale, il Gruppo Scarpellini intende realizzare un nuovo Polo Logistico da 120 mila mq. Oltre a magazzini e a spazi  destinati alla movimentazione delle merci, il centro ospiterà un hotel foresteria destinato agli autotrasportatori. Sempre nella stessa area è stato avviato un progetto per la realizzazione di un complesso di 24 ville. Diversa è invece la destinazione del Ponzano Romano Palace Hotel, un complesso alberghiero realizzato su di una superficie di 2 ettari e mezzo. La struttura ospiterà 200 stanze, oltre ad un centro congressi e ad una beauty farm, per un totale di 30.000 mc.

In località Capena il Gruppo intende invece realizzare un Centro Polifunzionale, una struttura idonea a svolgere le funzioni espositive e commerciali tipiche di un centro fieristico. Il centro verrà realizzato nel comune di Capena, tra l’uscita dell’autostrada A1 e la via Tiberina, a circa 15 km da Roma. Il progetto prevede la realizzazione di un edificio centrale da 170.000 mc, che si estenderà su di un’area dalla superficie complessiva di 86.00 mq, per complessivi 28.000 mq.

In ultimo, tra i progetti del Gruppo vi è anche la realizzazione di due tipologie di alberghi situati sulla via Tuscolana, alle spalle del Parco dell’Appia Antica.  I due alberghi saranno rispettivamente a tre e a quattro stelle, per un totale di 500 stanze.

Il centro prevede anche la costruzione di una galleria commerciale, di un centro congressi, di un centro fitness e di diversi punti di ristoro.

L’allevamento Nuova Sbarra

Sempre dalle note integrative al bilancio 2015 si legge come l’allevamento Nuova Sbarra srl possegga un patrimonio immobiliare composto da un terreno agricolo in località Acqua Pendente di 404.760 mq, e di un terreno agricolo in località Amelia, per 322.750 mq. parte di tali terreni è suscettibile di concessione edificatoria per 6.500 mc.

L’allevamento è titolare di 127 cavalli di cui uno da trotto, 27 da galoppo e 55 da allevamento, oltre a 44 puledri.


La situazione di bilancio di Milano ’90

Nella nota intergativa del bilancio 2015 di Milano ’90 viene sottolineato come per quanto riguarda gli ultimi tre esercizi (2013-15) le perdite della Milano ’90 ammontavano a complessivi 20.001.036 euro. Tale perdita è stata ripianata attraverso il fondo di rivalutazione pari a 714.336.909 euro.

Nel verbale, approvato dal consiglio di amministrazione della Milano ’90 in data 14 settembre 2016, viene riportato come l’esercizio 2015 si sia chiuso con una perdita di  15.212.765 euro. La perdita è stata ripianata attraverso le riserve di rivalutazione immobiliare. Si fa notare inoltre come nell’esercizio precedente essa ammontasse a 260.159.728 euro.

La gestione finanziaria data dalla differenza tra il reddito prodotto e gli oneri finanziari ha fatto registrare un risultato negativo di 17 milioni, rispetto ai 19,1 dell’esercizio precedente.

Nella nota integrativa viene indicato come l’attività principale del Gruppo, acquisizione e sviluppo di immobili, abbia subito nell’esercizio 2015 una diminuzione di 23,29 milioni di euro, pari al 40% del fatturato.

Il portafoglio immobiliare commerciale non residenziale di Milano ’90 rimane, al 31.12.15 stabile, con una superficie complessiva di 120.137 mq. dei quali 114.000 su Roma. Per quel che riguarda invece il portafoglio immobiliare residenziale esso ammonta a 6.908 mq dei quali 6.500 su Roma.

Per quanto attiene alle locazioni al 31.12.15, la proprietà immobiliare della società risulta locata per una quota pari al 71,72%, con 35,931 mq rimasti sfitti.

L’attività di fornitura servizi ha continuato a funzionare, mentre quella relativa alla gestione di bar si è notevolmente ridotta, limitandosi attualmente al solo bar interno al TAR del Lazio.

Bilancio Immobilfin srl

Per quanto riguarda il bilancio afferente alla capogruppo Immobilfin srl se da una parte lo Stato Patrimoniale registra un patrimonio netto pari a 237.231 euro, il risultato d’esercizio relativo al 2015 ha fatto registrare una perdita pari a 170.289 euro, a fronte di una perdita relativa all’esercizio precedente (2014) pari a 405.527 euro. Come riportato nella nota integrativa la perdita d’esercizio è stata ripianata attraverso gli utili portati a nuovo. (cm)

Dèjavù

carminati e nicoletti

In un rapporto del Reparto operativo dei carabinieri di Roma datato 23 settembre 1988, al quale vengono allegate fonti di prova oggettive come pedinamenti ed intercettazioni, si da conto di  un’associazione criminale composta da noti pregiudicati, la quale sarebbe solita incontrarsi presso i locali della Ale.Car srl, società sita al n.38 di via Celimontana.

Tra i pregiudicati indicati nel rapporto vengono fatti i nomi di Massimo Carminati, già membro dei NAR, Enrico De Pedis, Maurizio Lattarulo, anche lui ex NAR e braccio destro del De Pedis, Ettore Maragnoli, Giuseppe Scimone, Enrico Nicoletti, e Giuseppe De Tomasi.

L’inchieste prende il via allorquando Carminati viene visto uscire da un appartamento nella sua disponibilità situato in via Cassia, non distante dalla residenza di un noto magistrato romano.

Dati i trascorsi criminali del Carminati gli inquirenti temono che il magistrato possa essere fatto oggetto di un attentato. L’attività investigativa messa in moto nei confronti di Carminati permetteva di censire tanto i suoi spostamenti quanto le sue frequentazioni.

Come viene inicato nel rapporto Enrico De Pedis, che appare essere il vertice dell’organizzazione, gestiva direttamente due settori di attività: il riciclaggio, realizzato anche attraverso il ricorso all’usura,  e il racket del gioco d’azzardo, con il controllo diretto e indiretto di una vasta rete di sale d’azzardo.

Tutte costrette ad ospitare nei propri locali i videopocker gestiti dell’associazione criminale attraverso l’uso della minaccia.

Nel rapporto viene descritto come il De Pedis, malgrado sia da poco uscito dal carcere, si sia reinserito pienamente nell’attività descritta, curando l’aspetto direttivo dell’organizzazione.

Il rapporto dei militari non manca di far notare come nelle vicende dell’organizzazione in oggetto siano coinvolti anche numerosi pubblici ufficiali, tutti corrotti o comunque collusi.

Di questa collusione aveva già fatto cenno in una delle sue dichiarazioni il collaboratore di giustizia Maurizio Abbatino, che a tal proposito ebbe modo di evidenziare come: “tale associazione per operare nella massima tranquillità e senza interferenze, tenti di mantenere “rapporti” con apparati dello Stato e personaggi di vari uffici pubblici”.

Il controllo pressoché totale del racket del gioco d’azzardo consentiva all’associazione in oggetto di disporre di ingenti quantità di denaro liquido, da cui l’esigenza di doverle riciclare e reinvestire in attività lecite. (cm)

Processo trattativa: la Falange Armata

Operazione_Gladio

 

Nell’udienza del 25 giugno 2015 del processo cosiddetto sulla trattativa ha riferito in aula l’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, che nel periodo che va dal 1991 al 1993 ha ricoperto la carica di Segretario generale del Cesis, l’ente preposto al coordinamento ed al controllo sui servizi civili (Sisde) e militari (Sismi).

Secondo la legge n.801/1977 il Cesis era posto alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Il ruolo del segretario era ufficialmente quello di raccogliere documenti relativi all’attività dei due servizi, per poi presentarli sia al Governo che al Parlamento.

In precedenza dal 1985 al 1991 Fulci era stato ambasciatore d’Italia presso il Consiglio Atlantico, a Bruxelles.

Il Consiglio Atlantico è l’organo politico della NATO. Quest’ultima venne creata subito dopo la seconda guerra mondiale allorquando il mondo, nella sua complessità, venne distinto in due grandi blocchi: uno che faceva capo all’Unione Sovietica e l’altro agli Stati Uniti.


Le rivelazioni su Stay Behind

Fulci racconta come fino a tutti gli anni ’50 vi fosse forte il presentimento che dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, in forza degli attriti che si venivano a creare tra le due principali superpotenze.

Per arginare questo pericolo i paesi occidentali crearono l’alleanza corrispondente alla Nato. In base ad essa, se uno dei paesi membri fosse stato invaso da uno dei paesi del blocco sovietico, gli altri membri della NATO si sarebbero sentiti aggrediti e dunque avrebbero adottato tutte le misure militari e diplomatiche conseguenti.

Tale alleanza ebbe un ruolo di deterrenza determinante poiché riuscì  concretamente a frenare i sovietici, militarmente la nazione più forte, dall’invadere altre nazioni occidentali.

Rammenta Fulci come le informazioni riservate che giungevano in quel periodo parlavano del concentramento di grandi quantità di mezzi corazzati lungo i confini, con il rischio effettivo di un’occupazione manu militari anche per l’Italia. In queste condizioni l’unica possibilità di salvezza era rappresentata da un intervento nucleare da parte degli Stati Uniti.

In questo quadro il ruolo dell’ambasciatore Fulci presso il Consiglio Atlantico era quello di garantire un contatto continuo con tutti i paesi alleati, al fine di assicurare la massima credibilità alla difesa contro l’eventuale invasione russa. Dunque un deterrente effettivo.

Nel corso dello svolgimento della sua carica di Ambasciatore d’Italia presso il Consiglio Atlantico, il 24 ottobre del 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in una seduta parlamentare, ammetteva pubblicamente l’esistenza della rete Gladio. L’ambasciatore Fulci fu investito da questo avvenimento pur essendo completamente all’oscuro circa l’esistenza della rete clandestina.

Gladio, ricorda Fulci, faceva parte di una rete europea che in inglese veniva denominata Stay Behind, e che era stata costituita dagli organi di intelligence dei sedici paesi membri in caso di invasione sovietica, pur rappresentando al tempo stesso un segreto militare. Fulci ricorda come, in caso di occupazione, per evitare quello che era accaduto nella seconda guerra mondiale ovvero il lancio aereo di materiale bellico per sostenere le truppe civili insorte, si era pensato di creare dei depositi di armi, munizioni ed esplosivi, depositi che venivano tenuti nascosti all’interno di sotterranei scavati sotto il livello del suolo.

Tuttavia, se da una parte sia il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti affermavano che Gladio era un’organizzazione segreta che faceva parte della NATO, dall’altra il portavoce del comandante generale delle truppe alleate continuava a ripetere che Gladio non aveva alcun legame con la NATO.

Si trattava dunque di stabilire chi stesse mentendo e trarne le dovute conseguenze sul piano internazionale.

Fulci ricorda come sia Cossiga che Andreotti esercitarono su di lui forti pressioni per ottenere una smentita dal Segretario Generale della NATO Manfred Worner. Quest’ultimo aveva ricoperto in passato la carica di ministro della Difesa della Germania Occidentale, ed era dunque a conoscenza dell’esistenza della rete Stay Behind.

Fu appunto confrontandosi con Worner che Fulci ebbe l’idea di utilizzare nei confronti di Gladio la stessa formula usata nel caso di un eventuale utilizzo dell’arma atomica di fronte all’invasione sovietica: “La NATO  non conferma e non smentisce”. A seguito di un successivo confronto con gli altri sedici rappresentanti dei paesi NATO, il Segretario Generale diramò una nota stampa nella quale appunto si affermava che sia in materia nucleare che in materia di sicurezza interna “la NATO non confermava e non smentiva” circa l’esistenza di questa rete clandestina.


Precedenti rapporti con i Servizi

Durante l’incarico presso il Consiglio Atlantico Fulci racconta di essere entrato in contatto anche con i Servizi italiani: per la verità i suoi contatti risalirebbero ad epoca antecedente, quando ricopriva la carica di ambasciatore d’Italia in Canada. In tale occasione ebbe modo di apprezzarne le elevate doti di professionalità.

Quando poi venne nominato Segretario Generale del Cesis Fulci si confrontò sia con i servizi civili Sisde che con quelli milionari, Sismi. Questi in particolare erano allora diretti dall’ammiraglio Fulvio Martini. Fulci racconta di essersi visto spesso con Martini per delle visite di cortesia, allorquando si incontrava con i direttori dei servizi degli altri paesi NATO, a Roma.

Per quel che riguarda invece i capi dei Servizi statunitensi in Italia da Fulci conosciuti, quest’ultimo ha raccontato di come in genere essi godessero di una copertura diplomatica, come quella di addetto scientifico o di addetto all’agricoltura. Gli incontri avvenivano in genere in occasione di ricevimenti tenuti nell’ambito di ambienti diplomatici. Fulci fa riferimento in particolare a Montgomery, conosciuto a Parigi quando ricopriva l’incarico di consigliere presso l’ambasciata italiana in Francia, tra il 1968 ed il 1974.

Fulci rammenta inoltre come l’incarico di ricoprire la posizione di Segretario generale del Cesis gli venne offerto da Cossiga. Inizialmente pensò di rifiutare, ritenendo di non essere adatto, avendo assolto in passato esclusivamente incarichi diplomatici. In seguito però accettò e fu il primo direttore di un organismo di coordinamento dei servizi proveniente dall’ambiente diplomatico.


Lo scandalo dei fondi neri del Sisde

Alla fine, dunque, Fulci accettò l’incarico al Cesis, con l’impegno di riferire al Presidente del Consiglio una volta alla settimana. E fu proprio a seguito dell’assunzione di tale incarico che Fulci venne a conoscenza dello scandalo dei fondi neri che investì il Sisde nel 1991. In particolare scoprì che le persone ad essere a conoscenza di questa malversazione, che coinvolgeva personalità a tutti i livelli, erano molte.

Ma nessuno aveva voluto rivelare alcunché agli organi inquirenti. Così Fulci cominciò a capire il motivo per il quale avevano voluto lui , una persona totalmente estranea a quell’ambiente e dunque senza scheletri nell’ armadio.

Così dunque mostrò al capo del governo le prove di quella complesso meccanismo illegale, facendogli vedere le ingenti cifre versate dall’allora direttore del Sisde, il prefetto Alessandro Voci, ai vari funzionari infedeli. C’era poi la questione dell’agenzia di viaggi che due dirigenti del Sisde avevano rilevato, e che si occupava dei biglietti per le missioni degli agenti in servizio.

Per tutta risposta il presidente Andreotti gli rispose che queste persone dovevano essere allontanate dai servizi. Fulci chiamo’ dunque il prefetto Voci e gli riferì le direttive impartitegli dal Presidente Andreotti, ovvero di allontanare i vari funzionari responsabili delle malversazioni.

Più avanti Fulci scopri’ come quelle persone erano si state rimosse da quelle funzioni apicali che in precedenza avevano ricoperto, ma che erano comunque rimaste impiegate all’interno del Sisde.

E questo fu fonte di uno dei primo contrasti che Fulci ebbe col Sisde.


Rapporti con i servizi stranieri

Per quanto riguarda i rapporti con le organizzazioni straniere, il regolamento afferma che l’iniziativa spetta al Segretario generale del Cesis. In realtà nelle passate gestioni tali funzioni venivano sempre lasciate ai responsabili del Sismi. L’arrivo di Fulci rappresentò da questo punto punto di vista una svolta, poiché non appena nominato questi rivendicò a se tale prerogativa, come previsto dalla legge.

Sebbene l’ammiraglio Martini non avesse più l’incarico di direttore del Sismi, gli chiese di poter mantenere in capo al servizio militare i rapporti con le organizzazioni internazionali. Fulci gli rispose di no. Per svolgere tale attività Fulci ricevette dal Sismi la disponibilità di una villa, sita in via Quintino Sella, senza però essere avvisato che quella stessa villa veniva impiegata nell’attività di intelligence, e dunque era piena di microfoni spia e di videocamere.

Quando Fulci chiese di rimuovere quelle apparecchiature, dopo avere informato il presidente Andreotti, riuscì ad ottenere la bonifica della villa. Tempo dopo, quando fece fare un’ulteriore verifica da una ditta esterna, si accorse come alcuni di quei microfoni e di quelle microspie erano state lasciate ed erano pienamente attive. Responsabile di quella attività di spionaggio ai suoi danni era un certo colonnello Masina. La sede di tali attività era individuata presso una palazzina situata poco distante dalla villa affidata a Fulci.


La Falange Armata

Due giorni prima di essere nominato Segretario generale del Cesis l’ambasciatore Fulci riceve una telefonata da parte di un interlocutore appartenente ad gruppo che si era qualificato come Falange Armata.

Si trattava di un messaggio di minacce col quale gli veniva comunicato che  sarebbero ucciso: “Qui Falange Armata: uccideremo l’ambasciatore Fulci”.

In quel momento nessuno sapeva della sua imminente nomina al Cesis, in quanto era stato volutamente tenuto tutto sotto riserbo, fatta eccezione per alcuni appartenenti ai Servizi e ad alcuni dipendenti della Farnesina.

E’ il 27 ottobre 1990 quando la sigla Falange Armata compare per la prima volta sulla scena criminale e mediatica italiana. Ad usarla sarebbero i responsabili dell’omicidio dell’educatore carcerario impiegato presso il carcere di Opera Milano, Umberto Mormile.

Negli anni seguenti la stessa sigla diverrà tristemente nota per il suo impiego nel rivendicare fatti di sangue, omicidi o attentati dinamitardi.

Si parte dalla Banda della Uno bianca, con la rivendicazione della strage dei carabinieri presso il villaggio Bolognese del Pilastro, il 4 gennaio del 1991.

E poi nuovamente nel dicembre 1991, in occasione di una riunione mafiosa presso un casolare situato ad Enna. Era attesa in quel periodo la sentenza di primo grande al maxi processo a Cosa nostra, che si teneva a Palermo, processo istruito da Rocco Chinnici e da Giovanni Falcone.

Un gruppo di capi famiglia mafiosi si incontra per decidere la strategia da adottare in caso di condanna per i mafiosi condannati in primo grado.

Tra questi capi famiglia vi sarebbe stato anche il capo dei capi, Totò Riina. La linea che Riina traccio’ fu quella dello stragismo, dichiarando guerra allo Stato. Obbiettivo delle bombe che verranno fatte esplodere in tutta Italia tra il 1992 ed il 1993 è quello di migliorare le condizioni carcerarie dei mafiosi reclusi, attraverso l’abolizione del carcere duro nelle supercarceri (41 bis), sconti di pena per chi decideva di dissociarsi, ed altri tipi di agevolazioni.

La campagna stragista verra’ inaugurata con l’omicidio del referente di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima. Per poi passare all’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ed arrivare quindi alla strage di Capaci contro Falcone, la compagna Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta.

Tutti delitti eccellenti che saranno rivendicati dalla fantomatica Falange Armata, così come le bombe che insanguinarono l’estate del 1993.

Secondo l’ex segretario generale del Cesisi Fulci, dietro la sigla della Falange Armata ci sarebbe stata la settima divisione del Sismi, ovvero gli uomini appartenenti a Gladio. Alcuni di questi facevano parte del cd nucleo “K”, che era stato inserito all’interno della Sezione addestramento speciale (Sas), dislocata presso il Centro di intercettazioni e trigonometria di Cerveteri. Sempre della settima divisione facevano parte gli Operatori Speciali Servizio Italiano (OSSI), personale civile e militare altamente addestrato per condurre una guerra non ortodossa.


Quelle due carte sovrapponibili

Quando Fulci termina la sua esperienza al Cesis, nel 1993, viene nominato ambasciatore d’Italia presso le Nazioni Unite. Si trasferisce quindi a New York per assolvere questo nuovo incarico, ed e’ allora che apprende dai giornali statunitensi delle stragi che stavano insanguinando l’Italia nell’estate del 1993.

Dato che la stampa statunitense attribuiva le responsabilità di quegli atti ai servizi segreti italiani deviati, Fulci decide di verificare. Chiama il comandante dei carabinieri, generale Federici, e gli fornisce un elenco di 15 nominativi di appartenenti ai servizi italiani in grado di costruire un’ordigno simile a quelli esplosi a Roma, Firenze e Milano.

I carabinieri verificano se qualcuno di quei nominativi vi fosse implicato. Si trattava di appartenenti alla rete Gladio ed in particolare al Gruppo Operatori Speciali Servizi Italiani (Ossi). A quei 15 nomi Fulci aveva aggiunto anche quello del colonnello Masina.

La lista oltre che a Federici viene data anche al capo della polizia, il prefetto Vincenzo Parisi. Quando ancora lavorava al Cesis Fulci ricorda come uno dei migliori analisti un giorno gli mostrò due cartine geografiche. Nella prima vi erano segnate tutte le sedi periferiche operative del Sisde, mentre nell’altra i luoghi da dove erano partite  le telefonate di rivendicazione da parte della Falange Armata.

Le due cartine erano perfettamente sovrapponibili. Inoltre l’analista fece notare come quelle telefonante fossero partite tutte in orario d’ufficio. L’analista, d’accordo con Fulci, diede tutto il materiale in questione alla magistratura che stava indagando sulle stragi. (cm)

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