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Claudio Meloni

Libia: traffici illeciti e crescita della criminalità organizzata

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Nel rapporto dal titolo “Illicit trafficking and Libyas Transition” viene mostrato come lo sviluppo della criminalità organizzata in Libia sia il frutto di una serie di fattori.

I traffici illeciti e la presenza di una diffusa criminalità sono da sempre connaturati al contesto. Vale a dire da una combinazione di debolezze o inefficienze da parte dello Stato, debolezze che vedono da una parte la definizione di ciò che è illegale, e dall’altra l’ incapacità dello Stato di proteggere le attività economiche legittime, agendo contro quelle illegali.

Un insieme composto da un’ autorità centrale debole, forti interessi locali ed una complicita’ diffusa in diversi centri urbani, insieme a specifici fattori economici e sociali – uniti ad elementi storici alcuni dei quali frutto della rivoluzione – costituiscono le condizioni per la crescita e lo sviluppo dell’attività criminale organizzata nel Paese.

 A due anni dalla rivoluzione che ha rimosso Muammar Gheddafi da quel potere che gli ha consentito di preservare per più di quarant’anni il dominio assoluto, rivoluzione popolare e al contempo tappa fondamentale della primavera araba, la Libia aspira ad una crescita e ad un consolidamento da Stato moderno, democratico e pluralista.

La comunità internazionale è impegnata a sostenere la transizione politica, economica e sociale del paese, ma gli interventi sono rigidamente vincolati dalle attuali condizioni di sicurezza.

Per molti la principale priorità è rappresentata dal disarmo della pletora di gruppi armati, alcuni dei quali emersi durante la rivoluzione altri al termine di questa, che continuano a minacciare sia la sicurezza personale che quella dello Stato. La sfida, dunque, è costituita dal disarmo della rete di milizie che ruotano attorno alla capitale Tripoli, ma anche altrove, in grado di minare fortemente il processo politico così come le prospettive di stabilizzazione.


Evoluzione della politica e del crimine

Gli osservatori esterni si concentrano spesso sulla necessità di coinvolgere le milizie armate nel processo politico. Per molti di questi gruppi, tuttavia, le risorse economiche derivanti dal traffico e dal contrabbando rappresentano una fonte di potere tale da consentire loro di conduizionare l’esito del processo democratico.

Essi possono non avere alcun interesse in una secessione, ma il finanziamento derivante dalle attività illecite costituisce una forza centrifuga che li spinge ad allontanarsi dal processo di costruzione dello Stato.

Diversi fattori, non ultima la posizione della Libia lungo alcuni dei più antichi sentieri trans- Sahariani del commercio e del traffico diretti verso l’Europa, hanno reso particolarmente vulnerabile l’ordine politico alle influenze della criminalità organizzata.

La logica stessa del traffico e del contrabbando, basata su di un blando sistema di controlli lungo le frontiere statali, costituisce un incentivo per i gruppi armati al mantenimento di uno stato debole, piuttosto che alla promozione di un suo consolidamento.

Inoltre la protezione delle rotte del traffico, che implica l’accesso alle armi ed il sostentamento di milizie, dimostra non solo come questi gruppi siano poco interessati ad un processo di smobilitazione e di disarmo, ma che anzi le loro intenzioni muovano verso una proliferazione della loro diffusione, ai fini del mantenimento dell’instabilità attraverso l’uso della violenza.

La geografia della Libia è tale che la maggior parte della popolazione vive lungo la costa settentrionale e sugli altopiani occidentali temperati. Solo poche persone risiedono nel sud, dove il controllo dello stato è notevolmente più debole, in particolare intorno a Sebha nel sud-ovest del paese e a Kufra nella parte sud-est.

La cintura costiera è divisa da un lato dallo stato centrale con sede a Tripoli e le concentrazioni urbane sulle montagna tra Tripoli e il confine tunisino; dall’altro, nella parte ad est, dalla regione di Barqa, con la sua storia e la sua cultura, e con Benghazi la città più importante.

Durante la dittatura di Gheddafi l’assenza di altre forme di attività aveva sviluppato quali fonti di reddito per le comunità di confine i traffici illeciti ed il contrabbando. In una certa misura il regime tollerava questa situazione consentendo a queste popolazioni di rimanere in gran parte autosufficienti.

Allo stesso tempo, grazie al debole controllo del governo centrale, alcuni  gruppi armati e criminali hanno ottenuto legittimità agli occhi delle comunità di residenti, fornendo quei servizi che lo Stato non è mai riuscito a portare. Forme illegali di attività economiche sono così diventate ampiamente diffuse ed accettate.

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Economie illecite e criminalità organizzata

Né la criminalità organizzata né i traffici illegali in Libia rappresentano una novità, e  molti libici faticano a considerare reati la maggior parte di tali attività.

Le economie illecite sono caratterizzate da transazioni e merci per le quali la produzione e la commercializzazione sono legalmente vietate a meno che non siano conformi alle normative vigenti ed ai regimi fiscali correnti.

Per la loro complessità, la sostenibilità e la ripetuta natura delle transazioni queste economie differiscono dalla normale criminalità.

I gruppi della criminalità organizzata sono generalmente (ma non esclusivamente) i gestori e i  beneficiari delle economie illecite, data l’esigenza di un livello elevato di organizzazione per facilitare e proteggere le reiterate transazioni.

 Il fenomeno può essere definito da un gruppo chiave di attività costitutive, mirate principalmente all’acquisizione di profitto illegale, attività svolte nel tempo in modo organizzato e condotte da una rete definita di persone interconnesse, attraverso la minaccia o l’uso della violenza o la corruzione.

In quasi tutti i contesti, e la Libia non rappresenta un’eccezione, gruppi o reti di criminalità organizzata possono attraversare le attività di gruppi o elementi politici, economici o comunitari o rappresentanti dello Stato.

Le economie illecite, come le loro omologhe lecite, mutano nel tempo e dipendono dal contesto politico. Come detto l’economia criminale della Libia non è nuova. Durante la dittatura di Gheddafi la proprietà di porzioni di economia illecita è stata consentita in due circostanze. Nella prima, l’accesso venne concesso alle tribù, alle famiglie e alle comunità vicine a Gheddafi. Nel secondo caso fornire l’accesso a tali economie rappresentava un modo per eliminare potenziali oppositori politici.

Più in generale lo sviluppo di un mercato nero parallelo per le merci soddisfaceva i bisogni della popolazione, elemento che non era sfuggito a Gheddafi. In una citazione indimenticabile rivolta ai comitati rivoluzionari locali nel 1988, quest’ultimo dichiarò: “Potete pensare che i mercati neri siano negativi. Al contrario. Per quanto ci riguarda come rivoluzionari questi mostrano che la gente decide spontaneamente e senza bisogno del governo facendo qualcosa di cui ha bisogno: creano un mercato nero perché ne hanno bisogno … Che cosa sono dunque i mercati neri? Sono i mercati delle persone”.

Quello che Gheddafi non ha spiegato è che, sebbene tutti fossero liberi di acquistare beni contrabbandati, il suo regime controllava le vie principali del traffico ed utilizzava la forza per ricompensare alcuni gruppi sugli altri.

Il risultato è stato un mercato criminale controllato regolato dallo Stato, in grado di garantire che lo Stato ne beneficiasse a diversi livelli, in primo luogo drenando tangenti e dazioni agli anziani funzionari.


Il consolidamento dello Stato e la criminalità organizzata

La caduta di Gheddafi, come accennato, ha dato luogo a una frammentazione delle forze in campo. Le brigate Katiba, costituite rapidamente durante la rivoluzione, hanno in alcuni casi cercato di consolidare la loro influenza militare sul potere politico. I leader locali, spesso diffidenti verso le intenzioni del nuovo governo centrale, esercitavano una notevole autorità nelle loro regioni, e quelli di loro in grado di combinare la forza politica con il potere militare aspiravano ad esercitare un’influenza ancora maggiore.

Nel controllo delle frontiere Gheddafi ha deliberatamente adottato una strategia ambigua, dividendo la responsabilità tra diversi ministeri e istituzioni, creando in tal modo una confusione che si è riprodotta nella struttura post rivoluzionaria.

Inoltre, come nella maggior parte dei casi di transizioni post autoritarie, i cittadini libici dubitano profondamente delle strutture statali, in particolare dei Servizi e della polizia. Nessun vero organismo di applicazione della legge, specializzato o meno, è stato così in grado di rispondere efficacemente all’aumento del traffico illecito e del contrabbando.

Infine, una combinazione di violazione delle sanzioni e di politica del contrabbando e del traffico, intesa come ricompensa economica, ha lasciato una rete orientata allo sfruttamento dell’economia illegale.  il trasferimento di risorse dal contrabbando e dal traffico illecito è stato dunque percepito come “un’eredità legittima”, un lascito in favore del popolo libico.

 Questi ed altri fattori hanno creato le condizioni adatte al fiorire della criminalità organizzata: gruppi armati alla ricerca di risorse per sostenersi e per rafforzare la propria posizione politica, con nessuna autorità legale o altre strutture statali a fare da argine, e pochi controlli da parte della comunità locali sul coinvolgimento delle persone.

 Lo scivolamento verso la sfera politica ha provocato conflitti localizzati per il controllo delle risorse illecite. Tali conflitti sono quasi sempre tra coloro che hanno beneficiato in passato del contrabbando o del traffico e quelli che cercano o sono già entrati nel mercato più di recente. Il consolidamento di questi conflitti e di queste alleanze durante la fase di transizione è un riflesso degli sviluppi avvenuti in campo politico ed economico.

Il nuovo ordine sta generando una serie di nuovi giocatori destinati ad integrare i vecchi, e l’economia criminale del paese si sta ulteriormente consolidando. È in questa fase – con il controllo e l’influenza relativamente fluidi – che lo stato può essere in grado di eradicare l’economia illecita.


 Un’economia illegale in evoluzione

Come accennato in precedenza durante il regime di Gheddafi l’economia illecita era in gran parte sponsorizzata dal governo, e il traffico e il contrabbando sono rimasti in gran parte nelle mani di soggetti sostenuti in opassato dal regime. A partire dalla rivoluzione il controllo sul traffico e sul contrabbando è stato decentrato.

Fondamentalmente   l’economia illecita emergente è formata da quattro mercati interconnessi: armi, migranti, droga e merci di contrabbando. Questi mercati hanno sviluppato una gerarchia naturale basata sul loro rendimento finanziario oltre che sulla loro importanza strategica.

 

Libia Relazioni e gerarchie dei mercati illegali

 Alla base della gerarchia c’è il contrabbando di beni sovvenzionati sia all’interno della Libia che all’esterno del Paese.

Entrambi i flussi hanno un impatto significativo sulle comunità, in particolare nelle regioni frontaliere, e sono spesso interconnessi in quanto viene utilizzata la stessa forma di trasporto e di organizzazione, anche se è emerso un livello di specializzazione specifico per ciascun tipo di merce.

Il contrabbando dei beni sovvenzionati è strettamente legato al traffico illegale di persone. Ancora una volta possono essere utilizzate le stesse forme di trasporto ed il coinvolgimento della comunità locali è spesso diffuso.

Il traffico di migranti è sempre più legato al traffico di stupefacenti. Alcuni migranti originari dell’Africa Occidentale finanziano il loro trasporto attraverso il contrabbando di piccole quantità di droga, in prevalenza eroina e cocaina.

 Ma il commercio di droga rimane un settore relativamente isolato e protetto, che coinvolge molto meno persone rispetto al contrabbando. Al vertice della gerarchia dei mercati illeciti vi è quello del traffico di armi e quello associato della protezione.

La diffusa disponibilità di armi, durante e dopo la rivoluzione, ha trasformato l’economia criminale in Libia promuovendo parallelamente un mercato della protezione.

Quasi tutti questi mercati criminali erano presenti in forme simili prima della rivoluzione, ma una combinazione di dinamiche regionali e nazionali più ampie ha portato a significativi cambiamenti ovvero a mutamenti della loro natura nel periodo transitorio.

Il traffico di armi ha assunto una nuova importanza a causa del​​ carattere transitorio sia della situazione politica che di quella economica del paese.

Come detto, il panorama politico è ora caratterizzato da una fragile coalizione di interessi la cui capacità di consolidarsi spesso dipende dalla forza militare e dalla capacità di tradurre quest’ultima in influenza politica.

Così la capacità di approvvigionamento, di acquisto e di controllo del flusso di armi ha spinto alcuni gruppi verso una posizione di comando, a scapito degli altri.

Le armi sono importanti anche per garantire l’offerta di protezione, per minacciare gli altri gruppi e per controllare i mercati illeciti necessari a finanziare la forza militare, perpetuando in questo modo l’influenza.

La transizione politica in Libia è inserita all’interno di un contesto regionale instabile più ampio.

Libia principali rotte dei traffici

 Il contrabbando

A causa della mancanza di controlli doganali e di frontiera un’ampia gamma di prodotti illeciti, in quantità considerevole, vienr contrabbandata in Libia. Vetture di seconda mano provenienti dall’Europa arrivano in gran numero in diversi porti, in particolare a Misurata, e vengono vendute in Libia o trasferite sui mercati dell’Africa sub-sahariana. Pochi, se esistono, sono i controlli effettuati sul commercio di auto. Sebbene il governo abbia inizialmente cercato di impedire tale flusso, attualmente viene fatta un’eccezione per la loro importazione, dato che il commercio viene considerato un utile sostegno economico in un periodo in cui lo Stato non è in grado di offrire valide alternative.

Essendo il commercio incontrollato le automobili di seconda mano unitamente ai beni elettronici rappresentano la perdita più consistente per le potenziali entrate fiscali governative.

Attivo in tutto il paese è anche il mercato dell’alcool di contrabbando, con prezzi che variano a seconda della prossimità della fonte: l’alcool più conveniente viene dall’ovest del paese, data la distanza relativamente breve dalla Tunisia dove il suo consumo è legale ed è anche facile da reperire e da trasportare. L’alcool viene anche distillato illegalmente (e male) all’interno della Libia.

Secondo gli operatori impegnati nel commercio, questa forma di contrabbando è altamente redditizia. I trafficanti di merci sovvenzionate o di migranti spesso ritornano in patria con un carico di alcool semplicemente per aumentare i loro ricavi. Ad essere contrabbandato è anche l’alcool non distillato insieme a quello scaduto, con conseguenze negative per la salute.

Il più forte impatto dato dal contrabbando al paese è, tuttavia, quello fornito dei farmaci soggetti a prescrizione. Enormi quantità di antidolorifici e sonniferi vengono importati illegalmente nel paese e sono resi disponibili in maniera diffusa per le strade.

La cronaca locale spesso riferisce di ingenti sequestri di medicinali eseguiti in Libia.

I farmaci soggetti a prescrizione sembrano essere trafficati principalmente da gruppi criminali in cerca di facili profitti, tuttavia sembra vi sia anche il coinvolgimento di alcuni farmacisti, sebbene se la categoria professionale non abbia ancora riconosciuto la reale portata del problema. Ciò che comunque è chiara a tutti è la gravità delle conseguenze di tale traffico, principalmente a causa della forte dipendenza che tali medicine  sono in grado di creare.

Ogni paese teatro di conflitti o grandi cambiamenti sociali è costretto con molta probabilità a subirne anche le consegueze psicologiche in termini di  traumi e stress, che non solo aggravano le condizioni esistenti di malattia mentale o di instabilità, ma che possono anche causare disturbi post-traumatici (PTSD), depressione o ansia.

Secondo una valutazione del sistema carcerario libico effettuata nel dicembre 2012, dieci delle diciassette prigioni visitate ospitavano detenuti con problematiche legate alla sfera dei disturbi mentali. Ciò rischia probabilmente di ripercuotersi in una scala allargata anche sulla popolazione.


Elenco medicinali contrabbandati

Il Tramadolo (tramadolo cloridrato) è un antidolorifico usato per trattare il dolore, sia moderato che grave e deriva da una classe di farmaci conosciuti come oppioidi agonisti.  Esso può creare dipendenza e mutamenti nel comportamento o nell’umore. I medicinali non generici a base di Tremadolo vengono commercializzati con i seguenti nomi: ConZip, Rybix ODT, Ryzolt e Ultram.

Il Clonazepam viene usato per controllare alcune forme di epilessia ed anche per alleviare gli attacchi di panico. Esso rientra nella famiglia delle benzodiazepine, che contribuiscono a ridurre la normale attività elettrica del cervello. Il Clonazepam può essere usato anche per trattare gli stati di agitazione e gli stati catatonici acuti, ma può causare dipendenza. Viene commercializzato, tra l’altro, dalla Roche Pharmaceuticals col nome di Klonopin o di Rivotril ed è conosciuto in Libia come Roche.

Il Trihexyphenidyl viene usato per trattare il tremore ed è stato utilizzato in passato nel trattamento della sindrome di Parkinson. Può anche essere impiegato per contrastare gli effetti collaterali dei trattamenti antipsicotici. Se consumato in dosi elevate il farmaco può causare effetti allucinogeni o euforici. È stato segnalato l’uso ricreativo del medicinale da parte dei soldati iracheni per alleviare lo stress da combattimento. I nomi dei farmaci attraverso cui viene commercializzato includono Artane e Tremin.  In Libia viene commercializzato come Artane

Lo Zolpidem è un farmaco contro l’ insonnia, classificato come un sedativo-ipnotico. Si raccomanda di assumerlo per brevi periodi perché, come altri medicinali per il sonno, crea dipendenza. I marchi  attraverso i quali viene commercializzato sono: Ambien, Ambien CR, Edluar, Intermezzo e Zolpimist.

Il Propanololo viene classificato come beta-bloccante ed è utilizzato per il trattamento dell’ ansia, per gli attacchi di panico, contro i ritmi cardiaci anomali, l’ipertensione e le malattie cardiache. Il Propanololo è stato recentemente utilizzato anche come parte di un trattamento sperimentale per la Sindrome da Stress Post Tramatica PTSD. I nomi delle marche con cui viene commercializzato includono AstraZeneca, Anaprilinum, Bedranol, Ciplar, Inderal, InnoPran, Deralin e Sumial.


Traffico di migranti

La Libia è stata per lungo tempo un importante  centro di raccolta per il traffico di migranti e di esseri umani, in transito dall’Africa all’Europa. Anche se il governo Gheddafi ha cercato di contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, mantenendo le leggi draconiane di cittadinanza che violavano la maggior parte delle norme internazionali ed i diritti umani, il principale controllo posto al commercio dei migranti era lungo il confine marino settentrionale, al fine di impedire il passaggio verso l’Europa.

Le frontiere lungo l’area saheliana venivano lasciate relativamente incontrollate,  e le popolazioni seminomadi dei Tabu e dei Toureg si spostavano con facilità nelle zone di confine. Le reti attraverso cui i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana venivano trasportati non solo sono state ben consolidate ma anche strettamente integrate nelle economie locali delle città di confine, in particolare in quelle sud. Il lavoro forzato era spesso il costo che i migranti dovevano sostenere per il loro passaggio in Libia, e poi da qui in Europa. Il lavoro illegale fornito dal migrante veniva impiegato anche per fornire servizi che i cittadini libici preferivano non svolgere.

Durante il conflitto del 2011 il flusso migratorio si è trasformato. Le bande di Toureg e di Tabu si sono indirizzate verso sud, grazie anche ai legami familiari conservati nel Mali, in Niger o nel Ciad. Subito dopo la rivoluzione, e dato lo stabilizzarsi della situazione in Libia, il flusso migratorio è tornato nel nord del Paese e il numero dei migranti trafficati attraverso la Libia è ripreso ad aumentare.

La Libia viene ancora oggi percepita come un potenziale punto di ingresso per i migranti che si muovono lungo il Sahel, diretti ad affrontare il mar Mediterraneo. La maggior parte dei migranti detenuti nei centri di detenzione e nelle carceri della Libia   raccontando sia le ragioni che li spingono a cercare una vita migliore, sia le difficoltà incontrate, insieme agli abusi a cui spesso vengono sottoposti.

Il traffico di esseri umani è caratterizzato da alcuni elementi:

La mancanza di opportunità economiche e l’instabilità politica sono fattori chiave per i migranti, che spesso non hanno la reale cognizione del tipo di lavoro che potranno ottenere in Libia o in Europa.

La migrazione nella maggior parte dei casi è un atto di disperazione e molti migranti sottolineano come in particolare i fattori di spinta in Africa Occidentale continuino a rafforzarsi.

 Il traffico dei migranti è altamente organizzato e, soprattutto nel sud, vede un diffuso coinvolgimento dei libici locali, che si mettono in collegamento con i gruppi di contrabbandieri dei paesi di provenienza, i quali fungono da guida in tutto il Sahara. Questi inoltre si offrono come piloti  oltre a fornire varie altre forme di sostegno.

I migranti spesso pagano il loro viaggio verso nord lavorando per i trafficanti in luoghi diversi. Molti di loro hanno lavorato per qualche tempo a Sebha prima di procedere nel viaggio, e quasi tutti hanno passato un po ‘di tempo a Tripoli guadagnando i soldi necessari per la successiva tappa verso l’ Europa. Durante questo periodo i trafficanti rimangono in contatto con loro, accertando quanti soldi abbiano raccolto e negoziando sul prezzo della traversata.

I migranti sono particolarmente soggetti agli abusi in diversi punti del loro lungo viaggio. Se arrestati vengono detenuti per mesi con poche possibilità di tornare liberi. La condìzione per poter tornare in libertà è la disponibilità del denaro per permettersi un biglietto di ritorno. Parallelamente al traffico si è sviluppata un’intensa attività di estorsione, che vede nella richiesta di denaro un modo alternativo per poter uscire dal carcere.

Il traffico di esseri umani è caratterizzato dal fatto di disporre di quattro percorsi alternativi, quattro direttrici principali lungo cui muoversi. Il primo è  quello che parte dagli stati costieri del Africa occidentale, principalmente da Gambia, Senegal e Mali. Il secondo, invece, parte da alcune regioni  più orientali, soprattutto la Nigeria. Il terzo è quello che principia dal Sudan, in particolare dalla regione del Darfur. Le persone che si spostano lungo questo percorso provengono anche dalla Somalia e dall’Eritrea. L’ultimo percorso è per gli egiziani che si muovono verso ovest, diretti in Libia, per sfuggire all’instabilità politica ed economica. La Libia ospita anche un gran numero di migranti provenienti dall’Asia meridionale, una significativa percentuale di questi sembra aver acquisito il visto il maniera illegale.

La posizione del traffico di migranti nella gerarchia dei mercati illeciti e delle attività criminali in Libia è importante. Tale traffico sembra essere collegato al commercio illecito ed al traffico di numerose altre materie prime. Le reti del Niger, della Nigeria, del Ciad, dell’Eritrea, della Somalia, del Sudan e di altri stati sub-sahariani sono risultate coinvolte nella tratta di esseri umani e nel traffico di migranti in Libia.

In particolare è stato dimostrato come la relazione tra la tratta di migranti ed il transito di droghe illecite, eroina e cocaina, per le reti nigeriane sia molto stretta. Il continuo abuso legato a molte forme di traffico umano (migranti e prostituzione) fornisce un flusso di reddito relativamente durevole per i gruppi criminali transnazionali e le sanzioni contro tale traffico, nella misura in cui esso venga accertato, tendono ad essere molto meno pesanti rispetto a quelle previste per il traffico di droga.

Così, quando tutto il resto va male, il traffico di migranti costituisce una base economica affidabile.

 Sebbene i paesi di origine e le esperienze delle persone oggetto del traffico varino, il commercio è caratterizzato da pericoli, abusi e violazioni dei diritti umani fondamentali. Inoltre, malgrado il costo relativamente elevato del passaggio – la maggioranza dei migranti paga l’equivalente di $ 800 fino a $ 1.000 per il passaggio in Libia, tariffa destinata a raddoppiare nel caso in cui il passaggio sia diretto verso l’Europa – la maggioranza dei migranti non riesce a raggiungere la propria destinazione.


Droghe illegali

La Libia è un mercato consolidato oltre che zona di transito per l’hashish, nonché punto di passaggio per eroina e cocaina. Nelle grandi città come Tripoli, Misurata e Bengasi si è assistito alla nascita di un fiorente mercato sia per l’eroina che per la cocaina. Entrambe le sostanze arrivano dal sud-ovest o direttamente dal nord, in particolare da Sebha, ovvero dal confine meridionale dirette a nord, per proseguire il suo cammino attraverso l’Egitto. L’hashish viene trasportato dall’Africa occidentale lungo le stesse rotte dell’eroina e della cocaina, o verso est dal Marocco lungo la costa libica, fino all’Egitto.

Alcuni mutamenti nel controllo del traffico di droga avvenuti a seguito della rivoluzione hanno avuto importanti implicazioni per ciascuna delle cinque economie criminali regionali. Tali mutamenti sono più evidenti nei confini occidentali, ma si riscontrano anche in altre parti del Paese.

La concentrazione di africani occidentali, in particolare nigeriani, in molte delle città costiere suggerisce un’emergente correlazione tra il traffico di migranti e la droga.

Curiosamente, i pochi sequestri di cocaina o eroina sono stati eseguiti in concomitanza con l’arresto degli africani occidentali. Le risultanze raccolte evidenziano anche la diversificazione in nuovi mercati della droga, dal momento che la Libia è considerata un importante centro per il traffico di metamfetamina proveniente dall’Africa occidentale e diretta verso il Sud-Est asiatico.

A causa della dimensione dei profitti legati al commercio degli stupefacenti il controllo del loro traffico avrà probabili conseguenze a lungo termine per la Libia. Il commercio di cocaina nell’Africa occidentale è valutato in circa 4 miliardi di dollari l’anno, e quindi i soggetti coinvolti hanno il potere di corrompere le istituzioni statali ed alterare i processi politici, qualora decidessero di farlo.

Sebbene il legame con il traffico di migranti, in particolare rispetto ai gruppi nigeriani, sembra essere in crescita, la movimentazione della droga e in particolare della cocaina appare diversa da quella di altri prodotti in quanto tale sostanza viene strettamente isolata dagli altri traffici e la sua protezione è gestita da bande armate, organizzate e violente.

Le risultanze su un’ eventuale connessione tra i soggetti coinvolti nel traffico di hashish e quelli coinvolti nella cocaina o nell’eroina, sono scarse. “Le droghe“, ha rivelato un importante ex contrabbandiere, “sono per i trafficanti più importanti. Non puoi essere coinvolto e se ci provi rischi la vita. I profitti sono troppo alti e le persone coinvolte troppo potenti“.

Le modalità con cui la via terrestre trans-Saheliana venga utilizzata per estesi traffici di cocaina rimane una questione contesa. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la coca sta raggiungendo la Libia attraverso la rotta terrestre. Fino ad ora, in Libia, sono poche le prove raccolte che dimostrano un coinvolgimento dei soggetti dediti a tale traffico nel processo di costruzione dello Stato.

Tuttavia gli effetti di questa influenza potrebbero non essere immediatamente percepibili. Come accade nel vicino Mali, dove il traffico di droga ha contribuito a diffondere la cultura della corruzione istituzionalizzata, indebolendo la democrazia.

E’ vero che il rafforzamento delle istituzioni statali e l’azione di contrasto della giustizia penale e degli organi di prevenzione in tale paese hanno complicato l’azione dei trafficanti. Ma lo sforzo messo in campo dai gruppi criminali organizzati transnazionali per corrompere e distorcere il processo democratico è cresciuto in maniera proporzionale.

Il contrabbando di hashish da sud-ovest, come anche il traffico di migranti, sembra portare ad un maggiore coinvolgimento delle comunità locali, come dimostra l’uso di giovani uomini come autisti. Ciò differisce dal traffico di cocaina o di eroina, dove la manodopera è più specializzata.

Il traffico di hashish dal Marocco è molto più organizzato, e sebbene alcune quantità di droga vengano scaricate lungo la costa libica, la maggior parte delle spedizioni si sposta verso est, in direzione dell’Egitto. L’uso dell’hashish sembra essere diffuso nelle città costiere della Libia, in particolare tra i giovani uomini.

Data la ricchezza relativa concentrata a Tripoli e nelle città costiere e dato che il trasferimento di denaro ai giovani costituisce una strategia politica chiave durante la fase di transizione, in diverse testimonianze è emerso come la Libia venga gestita dai narcotrafficanti come un nascente  mercato delle droghe ad uso ricreativo.

Le prove sulla diffusione dell’uso della cocaina e dell’ eroina sono molto poche. Una crescita della domanda di droga ha in genere accompagnato lo sviluppo delle rotte di transito dello stupefacente, tuttavia un monitoraggio stretto in questo senso da parte delle autorità statali sarebbe auspicabile.


Il mercato della protezione

Nella gerarchia dei mercati illeciti il traffico di armi in Libia si trova sul gradino più alto del podio, essendo diventato la leva più importante nel complesso sistema dell’ economia illegale che prospera nel paese. Il flusso principale di armamenti proviene da nord-ovest, in particolare da Bengasi, e da sud-est da Tripoli. Dopo la rivoluzione il contrabbando diretto verso i paesi a sud del Sahel – cioè il Mali, il Niger e il Ciad – è stato particolarmente fiorente.

E proprio le armi libiche avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’insurrezione e nella guerra civile in Mali, rispettivamente nel 2011 e nel 2012. Tale flusso è stato sostanzialmente arginato, in parte per via della ridotta circolazione di armi, e in parte a causa dell’ aumento del loro prezzo, dovuto ad un aumento della domanda. Ad esempio un AK-47 disponibile nel 2012 sui mercati locali a circa 3.000 dinari si trova oggi a 12.000 dinari.

La proliferazione di armi illecite ha trasformato tutti gli altri mercati criminali.

Il confronto con alcuni contrabbandieri ha evidenziato sia il livello al quale il commercio illecito beneficia dell’instabilità e sia l’importanza che le armi e la protezione hanno assunto nel contrabbando, in modo particolare nel nord-est del Paese.

Questa competizione, in particolare sul confine nord occidentale, ha innescato cambiamenti profondi nella natura del contrabbando in Libia. La protezione è ora venduta ai contrabbandieri come una merce necessaria e l’evoluzione ottenuta è una tipologia di ruoli di contrabbando o di traffico, totalmente rinnovata. (cm)

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Come i lobbisti della finanza controllano la BCE

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Open door for forces of finance” è il titolo del rapporto redatto da Corporate Europe Observatory (CEO) sull’attività lobbistica che ha luogo all’interno della Banca Centrale Europea.

Lo studio mostra come i gruppi di esperti (Experts Group) della BCE vengano usati come un cavallo di Troia dai lobbisti dell’industria finanziaria, grazie alla sostanziale autonomia decisionale di cui gode l’istituto.

Il rapporto mette in evidenzia come tali gruppi siano guidati da rappresentanti di alcune delle più influenti corporations del settore finanziario.

Come diverse altre istituzioni comunitarie la BCE è costantemente alla ricerca di capacità esterne, di expertises, che le consentano di esprimere al meglio le proprie politiche.

Un totale di 22 gruppi di consulenza fornisce attualmente ai decisori della BCE raccomandazioni su tutti gli aspetti della politica monetaria europea.

Dei 517 posti disponibili complessivamente all’interno dei vari gruppi di consulenza ben 508 sono stati assegnati a rappresentanti delle istituzioni finanziarie. Dunque oltre il 98% degli esperti che siedono all’interno di questi gruppi forniscono consulenze condite con interessi di parte per quanto riguarda le corporation finanziarie a cui essi regolarmente rispondono.

Per essere più precisi 346 di questi consulenti, vale a dire due terzi del totale, sono portatori di interessi per conto di soggetti controllati dalla Banca Centrale. Un corto circuito che non può non suscitare dubbi sull’attività di consulenza svolta per conto della BCE.

L’interrogativo al quale il cittadino europeo vorrebbe avere una risposta è se l’appartenenza a tali gruppi costituisca o meno una posizione privilegiata per le grandi banche private. Laddove l’ opportunità di influenzare il programma dei decisori della BCE può essere accompagnata da una quota di svariati miliardi di fondi destinati all’industria finanziaria.   

E’ evidente quindi come all’interno di questi gruppi vi siano dei seri rischi  di “cattura del regolatore”, espressione usata per indicare quella posizione nella quale il soggetto controllato è in grado di influenzare in maniera determinate l’ente controllore. Nel report vengono citati diversi episodi determinanti sulla regolamentazione dell’industria finanziaria, dove i gruppi di consulenza hanno agito come una vera e propria piattaforma del lobbismo in favore dell’industria della finanza.

Tra gli esempi concreti presi in esame si fa cenno a quello sulla deliberazione della BCE sulla FTT, e a quello sulla discussione relativa allo scandalo Libor/Euribor, oltre a quello sul Forex.

In concomitanza con la pubblicazione del presente rapporto CEO ha inviato una lettera al Comitato per gli Affari Economici e Monetari (ECON) della BCE, invitando i membri del Parlamento Europeo ad esercitare pressioni sulla Banca affinché questa adotti regole precise in merito alla composizione ed alle modalità di svolgimento dei lavori dei suoi gruppi di consulenza. Adottando delle norme che prendano spunto da quelle relative ai gruppi di esperti della Commissione, raccomandate sia dal Mediatore europeo (Ombudsman) che dallo stesso Parlamento.


Dalle contestazioni alla Commissione a quelle della BCE

Per quasi un decennio il dominio delle corporations sui gruppi di esperti della Commissione è stato al centro dell’attenzione da parte delle critiche. Numerosi dubbi sono stati sollevati dai parlamentari europei nel timore di una attività legislativa di qualità scadente posta in essere dall’istituzione comunitaria,  oltre ad un’erosione della legittimità e ad una cattura regolamentare.

La Commissione è stata dunque costretta ad adottare una serie di misure volte a porre rimedio al rischio di un’ influenza eccessiva da parte delle corporations all’interno dei gruppi di esperti, e sebbene molti problemi siamo rimasti, alcuni passi in avanti sono stati fatti.

In tale prospettiva il regime di consulenza attualmente adottato dalla Banca Centrale Europea appare scandaloso. Qui costituisce una procedura standard quella di consultarsi privatamente con l’industria finanziaria. Occasionalmente  vengono prese in considerazione alcune questioni geografiche e, se considerato pertinente, sia i compratori che i venditori di strumenti finanziari vengono invitati a far parte dei gruppi di consulenza.

Al contrario la BCE non mostra alcuna preoccupazione per gli altri gruppi di interesse presenti nella società e sembra ugualmente disinteressata ad acquisire competenze accademiche indipendenti.


I gruppi di consulenza sono una semplice interfaccia con l’industria.

Nel corso degli anni il potere della BCE è cresciuto enormemente. Oltre al suo ruolo tradizionale di regolamentazione della politica monetaria e a quello di supervisione sulle banche dei Paesi Membri, attualmente la Banca gestisce ingenti programmi di acquisizione di attività finanziarie, oltre ad elaborare norme per la regolamentazione finanziaria, negoziando accordi e codici a livello internazionale.

In definitiva la Banca è diventata un elemento determinante nell’ambito delle politiche economiche e fiscali degli Stati membri dell’area euro.

In tale contesto l’evidente contrasto tra le norme fissate dal Mediatore europeo (Ombudsman) sui gruppi di consulenza e lo status quo che persiste all’interno della BCE rappresenta un problema la cui soluzione non sembra ancora essere a portata di mano.

Certamente il tema non è semplice poiché la BCE, in linea di principio, non deve rispondere a nessuno, e d’altro canto lo stesso ente rivendica e tutela la sua indipendenza con impegno e zelo. Tuttavia sia il Parlamento Europeo che il Consiglio dispongono di pochi mezzi formali per influenzare la BCE, e quelli percorribili sono solo indiretti.

Ciò è in netto contrasto con quanto accade con la Commissione, dove il Parlamento Europeo dispone dell’obbligo di firma per ciò che riguarda la maggior parte delle sue proposte normative. Nel caso dei gruppi di esperti il potere del Parlamento di respingere l’elezione di una nuova Commissione e di approvare o rifiutare il bilancio annuale ha fornito all’organo rappresentativo una notevole leva di influenza nei confronti della Commissione stessa.

L’assenza di una sorveglianza istituzionale sull’operato della BCE all’interno della struttura decisionale dell’UE può contribuire a spiegare la ragione per la quale l’espansione delle competenze della Banca non sia stata accompagnata da uno sviluppo in parallelo del suo regolamento etico.

Ma l’indipendenza di cui gode la BCE rende ancora più stringente la necessità di affrontare il rischio di cattura del regolatore, rischio posto dall’azione dei gruppi consultivi.


Lo scontro sulla FTT

Di fronte al dispiegarsi della crisi finanziaria del 2008 le richieste provenienti dalla società civile, supportate successivamente anche da 11 governi di Stati membri, venivano individuate nell’introduzione di un’ imposta sulle transazioni finanziarie (FTT).

Si tratterebbe di un’ imposizione minima su ogni transazione in valuta estera relativa alla vendita o all’ acquisto di titoli, al fine di scoraggiare un’elevata frequenza negli scambi a fini speculativi, recando al contempo un gettito di alcuni miliardi di euro a sostegno dei bilanci pubblici degli stati.

Tale proposta, da introdurre in ogn singolo Stato Memnbro, rappresenta una vera e propria sfida a gran parte del settore finanziario in quanto riduce in maniera sensibile i suoi profitti.

E come prevedibile a partire dal giorno della sua comparsa sull’agenda politica europea, cinque anni fa, essa è stata combattuta con forza da tutte le principali associazioni di lobby oltre che dalle grandi corporations finanziarie. 

A principiare dal 2012 gli undici governi dell’area dell’euro che avevano sottoscritto in linea di principio la proposta per l’introduzione di una FTT hanno discusso internamente su un suo ipotetico importo su larga scala – in particolare quali strumenti finanziari avrebbero dovuto essere tassati e quali no. Parallelamente le lobby finanziarie hanno cominciato ad esercitare la loro pressione per interrompere il progetto, o, in alternativa, per ridurlo ad una scala molto limitata.

La Banca Centrale Europea ha rapidamente cominciato a esaminare la proposta, coinvolgendo in un serio dibattito anche il settore finanziario privato. Almeno quattro tra i gruppi di consulenza della Banca hanno posto tale questione all’ordine del giorno. Già nel 2012 la BCE aveva assunto una posizione sulla FTT.  

Mentre la direzione sosteneva di non essere necessariamente contraria, l’istituto aveva intenzione di escludere completamente l’aggravio sulle transazioni effettuate sui mercati finanziari al fine di evitare effetti negativi sulla crescita.

Questa tematica ha costituito una seria preoccupazione per la dirigenza della BCE oltre che per i membri più aperti dei diversi gruppi consultivi, tra cui molti gruppi di contatto.

A partire dal 2013 la FTT è stata discussa in maniera approfondita tra gli 11 paesi membri dell’UE che originariamente l’avevano sostenuta. Ed è in questa fase che hanno cominciato ad emergere una serie di controversie tra chi si diceva pronto ad introdurre la tassa e chi invece si era mostrato più critico verso di essa. Questo stallo è stato dovuto in buona parte alla forte resistenza da parte di alcuni Stati, resistenza promossa dalle lobby finanziarie e affiorata visibilmente nel 2012 e nel 2013.

In tale contesto il ruolo svolto dai gruppi consultivi della BCE è stato quello di piattaforma delle lobby finanziarie per trasmettere via via le loro richieste.


Lo scandalo del Libor

Lo scandalo del Libor ha visto multare una dozzina di grandi banche sia dalla  Commissione europea che dalle autorità per i servizi finanziari del Regno Unito e degli Stati Uniti.

La prima anomalia è emersa nel 2008, quando il Wall Street Journal ha segnalato una manipolazione dei tassi di riferimento per il prestito interbancario.

Ma è stato necessario attendere fino al 2012 per vedere infliggere alla prima banca coinvolta nella manipolazione dei tassi di prestito, la Barclays, una multata salata.

Per decenni i diversi tassi relativi ai prestiti tra banche, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sono stati indicati dal Libor, un indicatore gestito dalla British Bankers’ Association, l’associazione dei banchieri britannici. Fino a quando l’indice non è stato assunto dalla ICE Benchmark Association, nei primi mesi del 2014. I tassi di interesse, denominati “tassi di riferimento”, sono importanti per le banche, tra le varie ragioni perché il Libor fissa il prezzo di diversi prodotti finanziari da queste venduti.

Le oscillazioni del Libor si ripercuotono dunque sul livello dei profitti delle banche stesse.

Il sistema era perfetto per essere manipolato. I tassi venivano stimati sulla base dei rapporti di scambio che provenivano dalle grandi banche, e non dai calcoli relativi agli scambi reali. Per aumentare i profitti i negoziatori delle banche hanno riferito il Libor in modo tale che i tassi assumessero il valore ottimale. In questo modo le banche hanno efficacemente collaborato nel manipolare i tassi sui prestiti. In questa complessa vicenda ci sono stati dei vincitori e dei vinti.

Se i vincitori sono facilmente identificabili, i vinti appaiono essere i milioni di consumatori coinvolti in un quella che sembra essere stata una vera e propria truffa. Alcuni di questi sono stati costretti a pagare cifre superiori rispetto all’ammontare dei prestiti ottenuti, mentre altri hanno visto evaporare definitivamente i risparmi di una vita. Nel 2013 la Commissione Europea ha inflitto al gigante tedesco Deutsche Bank una multa di 1,7 miliardi.

Dopo anni di indagini nella primavera del 2015 le autorità di controllo del mercato statunitensi e britanniche hanno comminato sempre ai danni di Deutsche Bank una multa complessiva di 2,5 miliardi.

Coinvolte nello scandalo erano anche JP Morgan, Crédit Agricole e HSBC.

Da quest’epilogo non troppo scontato si è cominciato ad andare alla ricerca di soluzioni per impedire il verificarsi di episodi simili. Ma nonostante il problema fosse partito dal settore privato la BCE ha ritenuto essenziale, fin dall’inizio del 2012, ricercare la soluzione all’interno del settore pubblico.

E’ stato così coinvolto il Gruppo di Contatto sul Mercato della Moneta (ECB Money Market Contact Group foto in basso) scelto come veicolo per individuazione della soluzione.

E’ interessante rilevare come nei dibattiti del Gruppo siano stati coinvolti anche alcuni dei principali attori del mercato finanziario, tra cui anche quelli che avevano manipolato il Libor\Euribor. Gli stessi attori sono tuttora presenti nel medesimo gruppo.

Money Market Contact Group


Lo scandalo del Forex

Nel giugno 2013 il notiziario finanziario Bloomberg  ha riferito per la prima volta delle denunce ai danni di cinque operatori del mercato responsabili della manipolazione del tasso di cambio. Alcune delle più grandi banche del mondo avevano manipolando tale valore per spartirsi i profitti così ottenuti ai danni dei loro clienti. Nell’agosto successivo Bloomberg ha riportato alcuni picchi sospetti nei tassi di cambio in corrispondenza di determinate ore del giorno, rilevando una violazione dei regolamenti.

Era l’inizio dello scandalo dei tassi Forex. Negli scambi di valuta affettati per conto dei loro clienti i trader delle grandi banche si scambiavano informazioni sul livello dei tassi stessi attraverso una chat segreta online, in modo da coordinare tra loro gli acquisti. Così da ottenere un apprezzamento artificioso della valuta, influenzando il tasso di cambio di riferimento noto come “Fix di Londra”.

Secondo una stima i risparmiatori avrebbero perso in questo modo qualcosa come 8 miliardi di euro all’anno.  Lo scandalo del Forex si è concluso con il regolatore del mercato finanziario inglese (Financial Conduct Authority) ad infliggere complessivamente alle sei principali banche coinvolte, Citigroup, UBS, HSBC, JP Morgan, Royal Bank of Scotland, Barclays, una multa il cui importo complessivo era pari a sei miliardi di dollari (solo Barclays ha pagato 284,4 milioni di sterline).

La BCE ha individuato nel suo Gruppo di Contatto per la Valuta Estera il veicolo per affrontare la parte europea dello scandalo, e sviluppare una proposta di regolamentazione alternativa alla normativa in vigore. Anche in questo caso la selezione dei rappresentanti del Gruppo da parte della Banca Centrale non ha mostrato una reale intenzione in tal senso.

A partire dai primi segnali dello scandalo affiorati nel 2013 e fino ad oggi le banche colluse così come quelle semplicemente sanzionate o che hanno accettato un accordo transattivo hanno avuto una forte rappresentanza all’interno del Gruppo.

In base all’elenco dei membri fornito a CEO dalla BCE, dei 18 o dei 22 membri del Gruppo di Contatto, 7 o 8 di questi siedono in quell’organo in rappresentanza delle varie banche rimaste coinvolte nello scandalo Forex.


La composizione dei Gruppi

Nello specifico la fase più controversa è stata quella della composizione del Gruppo di Contatto. Soprattutto quando è emerso come tre (due della Barclays e uno della Deutsche Bank) dei dieci traders (6 della Barclays e 4 della Deutsche Bank) condannati nel 2015 erano stati membri del gruppo di contatto della BCE quando la crisi finanziaria era giunta al culmine.

Negli anni in cui la riforma era in discussione, dal 2012 al 2017, anche le banche che avevano dovuto pagare miliardi di risarcimenti o multe erano fortemente rappresentate nel Gruppo di Contatto, con 7 dei suoi 22 membri nel 2012 e nel 2013 e 4 su 20 nel 2017.

A partire dal 2012 la BCE ha utilizzato il forum del Gruppo per discutere di alternative, in particolare per spingere il settore privato ad affrontare il tema della determinazione dei tassi.

A dispetto degli anni di mala gestione da parte delle banche coinvolte nello scandalo della manipolazione dei tassi la BCE ha continuato a sostenere la necessità dell’ autoregolamentazione del settore, invece di decidere di svolgere finalmente un ruolo attivo. La soluzione sembrava evidente a tutti: invece di fare affidamento sulle segnalazioni delle banche i tassi avrebbero dovuto essere calcolati sulla base delle transazioni effettive.

Ma sin dall’inizio la BCE ha scommesso sul settore finanziario per potere arrivare a gestirlo. Il Presidente della Banca ha partecipato personalmente ad una riunione del Gruppo di Contatto del Mercato Monetario (MMCG), al fine di esortare i suoi membri a fornire informazioni, sottolineando “l’importante ruolo svolto dal Gruppo come fonte di conoscenza del mercato nonché di feedback” .

La questione sarebbe stata la principale priorità della BCE per quasi cinque anni, fino a che nel maggio 2017 lo strumento privato del settore istituito per affrontare il problema, l’European Money Markets Institute, ha annunciato che non sarebbe stato “possibile sviluppare la metodologia dell’ Euribor su di una base completamente transazionale”. 

La stessa tesi che la BCE aveva sostenuto per tutta la durata del dibattito.

Può darsi che un simile approccio sia davvero complesso. Tuttavia è difficile non notare come i molti anni di discussione siano stati un mezzo utile solo a mantenere lo status quo, con l’industria finanziaria capace di ritardare qualsiasi processo di riforma in assenza di voci in grado di introdurre priorità differenti all’interno del Gruppo di Consulenza.

Infine, e per la prima volta, la BCE ha iniziato a prendere in esame la creazione di un suo indice – dopo che cinque anni di colloqui con le banche all’interno del MMCG non avevano partorito niente altro che un rinvio.


La supervisione sul sistema bancario

Il problema dei Gruppi di consulenza non riguarda solo il modo con cui la BCE gestisce certi scandali o determinate battaglie politiche di alto profilo.

I Gruppi di consulenza hanno a che fare anche con il core business della BCE, con riguardo sia alla politica monetaria e sia all’attività di supervisione sulle banche.

Tanto nella politica monetaria quanto in quella di supervisione bancaria la BCE dovrebbe difendere la sua indipendenza, e ciò sembra farlo con maggiore fervore quando riceve pressioni da parte dei governi.

Ma non esistono garanzie specifiche, per quanto riguarda queste due aree, quando si tratta del rischio di un’influenza indebita da parte dei suoi Gruppi di esperti.

La presenza massiccia all’interno di questi Gruppi delle banche e delle istituzioni finanziarie che la BCE è tenuta a supervisionare suscita una dovuta preoccupazione. Dovuta se si tiene conto che la Banca è tenuta a garantire un sistema finanziario stabile e ad evitare la ripetizione delle crisi finanziarie. Crisi come quella esplosa nel 2008, nella quale oltre un miliardo di euro sono stati bruciati per sostenere le banche in difficoltà.

Tra le prerogative fondamentali che la BCE può mettere in campo a sostegno delle banche in dissesto vi è la pressione affinché queste cambino la loro gestione ovvero creino una raccolta finanziaria più larga, così da evitare il crollo. Stiamo parlando cioè della possibilità per la BCE di imporre maggiori “requisiti patrimoniali”.

Di fronte al fallimento della banca di uno stato membro dell’UE la BCE dispone di una voce autorevole, essendo gravata del compito di trovare la soluzione da cui dipendera’ il futuro di questa.

Si tratta di misure e di poteri di particolare rilievo. Pertanto è  singolare il fatto che tra le 144 entità rappresentate nei Gruppi consultivi 66 di queste siano poste sotto la supervisione della BCE; cosi’ come lo e’ il fatto che delle 16 corporations che detengono il maggior numero di posti all’interno dei vari gruppi di consulenza (le prime 10 sono indicate nella tabella seguente) solamente una non sia sottoposta al controllo della BCE (Monte Titoli).

Principali attori finanziari presenti nei gruppi di consulenza della BCE

 

In definitiva le entità finanziarie poste sotto la supervisione della BCE detengono 346 (su 517) posti all’interno dei Gruppi di consulenza, pari incredibilmente a due terzi del totale.

Uno degli argomenti utilizzati prima dell’approvazione dell’Unione bancaria – una serie di regole europee che hanno consegnato alla BCE la supervisione sulle maggiori banche degli Stati Membri – era quello di evitare rapporti troppo stretti tra i regolatori nazionali e le banche più grandi sulla scena nazionale. Questo perché tale evenienza è stata vista da molti come una delle principali cause della crisi finanziaria. Se però andiamo a vedere i legami che intercorrono tra BCE e le varie banche a livello europeo non possiamo fare a meno  di non notare come tale schema venga riprodotto.

I gruppi di consulenza sono un esempio della stretta interazione tra le corporations vigilate e la BCE, ma al riguardo non si applica assolutamente alcun principio di giusta distanza. Le grandi banche poste sotto la vigilanza della BCE sono presenti in numero elevato all’interno dei Gruppi di consulenza, e sono in grado di interagire con il Regolatore su qualsiasi tematica relativa ai mercati finanziari.

Ufficialmente nessuno dei Gruppi consultivi è legato al braccio di vigilanza della BCE, tuttavia le principali decisioni politiche relative alla vigilanza vengono assunte nell’ambito degli organi esecutivi.

È per questo che le discussioni sulla vigilanza, come quelle svolte all’interno del Gruppo di Contatto del Mercato Monetario nel 2015 che valutavano l’esperienza del sistema comunitario di vigilanza delle banche (Meccanismo di Vigilanza Unica) dopo un anno, sembrano inadeguate in un gruppo in cui gli unici ad essere coinvolti sono stati i rappresentanti delle banche controllate. Siamo sicuri che le autorità indipendenti e gli osservatori che non hanno un interesse diretto nella supervisione non debbano essere invitati a fornire la loro opinione?

Un altro gruppo composto solo dalle entità che è chiamato a controllare, il Gruppo di Dialogo dell’Industria Bancaria, è sembrato  trasformarsi in una semplice piattaforma di lobbying quando, nel luglio 2017, i suoi membri hanno utilizzato un meeting per lamentare la bassa redditività delle banche e avvisare circa l’aumento dei requisiti patrimoniali richiesti, cercando di limitare i requisiti  aggiuntivi – qualcosa su cui la BCE è in realtà in grado di intervenire.


L’acquisto di assets

Un’altra parte del core business della BCE, su cui le corporations finanziarie hanno un interesse fondamentale, sono i programmi di quantitative easing ed i massicci programmi di acquisto di obbligazioni, diventati elementi standard della politica monetaria della BCE. Essi rendono molto conveniente per le grandi le banche restare molto vicine al potere della BCE, dove una decisione potrebbe significare una fetta di miliardi di euro.

Tali programmi, il loro sviluppo e la loro efficacia, sono discussi in termini generali nelle riunioni dei gruppi consultivi. Talvolta le deliberazioni assunte in tali gruppi hanno a che fare con scelte che riguardano la destinazione di ingenti capitali, e dove tra i destinatari spiccano anche alcuni membri dei gruppi stessi.

Ad esempio nel 2010 Volkswagen e Ford hanno aderito a un gruppo di lavoro per sviluppare un modello per la segnalazioni relative ai noli di auto, al fine di aumentare la trasparenza e migliorare la valutazione del rischio.  Negli anni seguenti Volkswagen ha apprezzato il sostegno della BCE in favore della sua partecipata nel campo finanziario, anche attraverso l’ acquisto di “Auto ABS” da parte della stessa BCE. In pratica la BCE ha consentito alla VW di standardizzare i propri prodotti finanziari (Auto ABS) acquistandoli.

Si è trattato di Asset Backed Securities (ABS) garantiti da un contratto di noleggio in favore della BCE. Tali acquisti sono stati così estesi da parte della Banca da rischiare il coinvolgimento nello scandalo Dieselgate – la scoperta del software fraudolento nei veicoli Volkswagen per nascondere il reale impatto delle emissioni di veicoli. La BCE ha reagito allo scandalo sospendendo gli acquisti di Auto ABS.

Un altro esempio si è avuto quando a Goldman Sachs è stato offerto il privilegio di avviare un dibattito nel Gruppo di Contatto del Mercato delle Obbligazioni (ECB Bond Market Contact Group foto in basso) in merito al nuovo programma di acquisizione di obbligazioni societarie da parte di BCE, poco prima del suo avvio.

Non è certo una novità che la valutazione di Goldman Sachs su quell’ acquisto di obbligazioni da parte della BCE sia stata molto positiva. Attraverso le quote di azioni possedute in società quali Airbus, Bayer, Roche e Nestlé, i reali beneficiari del programma di acquisto di titoli societari, la banca d’investimento ha sicuramente beneficiato anche lei, in maniera indiretta, del programma.

In sintesi, il sistema consultivo della BCE crea una moltiplicazione dei rischi di cattura del regolatore. Se da una parte la BCE tende a descrivere i gruppi di consulenza come una mera questione tecnica senza ripercussioni politiche, semplicemente un modo per aiutare la BCE a svolgere il suo mandato, gli eventi accaduti ci dicono che vi sono troppi rischi di cadere nell’ipotesi di cattura del regolatore. Un modo per far fronte a questi rischi è, in primo luogo, quello di assicurare che la BCE abbia regole certe per prevenire il loro realizzarsi, ma qui la BCE mostra un grave limite.

 

Bond Market Contact Group


Trasparenza con difetti

Dicevamo come CEO abbia inviato una lettera rivolgendo alla dirigenza della BCE alcuni quesiti relativi ai Gruppi di esperti. Nella sua risposta la BCE ha sottolineato come negli ultimi tempi siano stati compiuti degli sforzi concreti per migliorare l’accesso del pubblico alle informazioni relative ai lavori dei Gruppi consultivi. Una volta che un gruppo viene pubblicato sul sito web della Banca Centrale la lista dei membri che lo compongono e i minuti di durata delle riunioni sono normalmente disponibili online.

Sul livello di approfondimento in merito alle questioni sollevate all’interno di un Gruppo, pero’, difficilmente queste vengono riferite a membri specifici.

Inoltre il sito web della BCE non prevede un modo semplice per identificare tutti i gruppi di consulenza. Per identificare un Gruppo e trovare informazioni sul suo scopo, la sua composizione e il lavoro svolto è necessario possedere in precedenza alcune informazioni di base, come ad esempio il nome del Gruppo. Ciò differisce con quanto avviene con la Commissione, la quale gestisce da circa un decennio un Registro dei Gruppi di esperti.

Alla richiesta di un elenco completo dei gruppi di consulenza esistenti la BCE ha apparentemente risposto inviando “una tabella generale completa dei gruppi pertinenti”. Dopo una ricerca minuziosa e un ulteriore scambio con la BCE,  CEO ha concluso che nell’elenco inviato mancavano tre gruppi di esperti (il Gruppo  Legale dei Mercati Finanziari Europei, il Gruppo direttivo del CSD e il Gruppo di parti Direttamente Connesse ai Partiti). Successivamente sono stati identificati altri due gruppi: il gruppo Change Review e il gruppo Project Managers. Questo dimostra come la trasparenza della BCE sia tutt’altro che piena e completa.


La disciplina per i gruppi di consulenza

Mentre la Commissione ha elaborato una serie di decisioni, sebbene imperfette, sui suoi Gruppi di esperti che riguardano questioni quali la trasparenza, i conflitti di interesse, l’equilibrio e altro, non esiste nulla di analogo sul piano etico per quanto attiene la BCE.

I codici etici della Banca disciplinano la questione dell’indipendenza e della sua reputazione: essi comprendono una definizione di conflitto di interesse oltre a fornire qualche dettaglio in materia di riservatezza. I codici della Banca riguardano dunque il comportamento del personale e dei membri dei suoi organi esecutivi, e si applicano anche al personale e ai membri degli organi decisionali che lavorano con i gruppi di consulenza in misura limitata.

Se la BCE avesse divulgato le sue decisioni sulla politica monetaria ad un Gruppo consultivo poco prima di importanti riunioni del Consiglio direttivo della Banca avrebbe commesso una grave violazione delle regole. Non sono però previste norme specifiche, ad esempio, sulla trasparenza o sulla composizione di tali Gruppi. Ne tanto meno esistono orientamenti specifici su come affrontare i lobbisti del settore privato in generale, né all’interno dei Gruppi di consulenza.

Il problema dell’assenza di regole si è posto concretamente nel 2015,  in occasione di un confronto al quale evevano preso parte sia funzionari della BCE che rappresentanti del mondo finanziario.   

 Nel corso di una riunione riservata un membro del comitato esecutivo, il francese Benoît Coeuré, ha rivelato quelle che sarebbero state le prossime mosse della BCE nel campo della politica monetaria. Successivamente è emerso come tali informazioni siano state utilizzate a proprio vantaggio da alcuni dei presenti in quella sede, prima che queste fossero rese di dominio pubblico, e quindi anche dei loro concorrenti.

Lo scandalo ha portato all’adozione di un codice di disciplina delle riunioni pubbliche, oltre a sottolineare la necessità di mantenere all’interno della BCE le informazioni riservate, con l’obbligo di non rivelare il loro contenuto a persone esterne, inclusi anche i membri dei Gruppi di consulenza.

Ma il nuovo codice non ha introdotto niente di nuovo per quanto riguarda i Gruppi di esperti.  La BCE ha deciso di concedersi mano libera nel costituire i Gruppi di consulenza, attingendo sempre dal settore finanziario. La questione dell’equilibrio tra i rappresentanti all’interno dei Gruppi ha avuto un ruolo chiave nel dibattito tra il Parlamento europeo e la Commissione, senza però investire i Gruppi della BCE. 

Come spiegato in precedenza,  raramente la BCE prende in considerazione il criterio della  competenza. La Banca è interessata solo a che gli operatori del mercato forniscano il necessario contributo, senza alcun obbligo di dovere ascoltare voci indipendenti. (cm)

  

Jared Kushner, un genero per consulente

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Tra i consiglieri di lunga data del presidente degli Stati Uniti Donald Trump troviamo Jared Corey Kushner. Nato a Livingston, nel New Jersey, il 10 gennaio 1981 Kushner è un imprenditore attivo nel campo immobiliare.

Figlio di Charles Kushner, che nella sua biografia su Wikipedia viene descritto come promotore di proprietà immobiliari, con alle spalle una condanna per finanziamento illecito, evasione fiscale e induzione alla falsa testimonianza, Jared è il marito di Ivanka Trump, e dunque anche genero del Presidente degli Stati Uniti.

Nel 2007 Kushner è stato l’artefice della più ingente operazione immobiliare mai realizzata negli states: l’acquisto dell’edificio al n.666 della Fifth Avenue, la strada di New York dei negozi del lusso, da Armani a Gucci, passando per Valentino, Tiffany e Cartier, per la cifra record di 1,8 miliardi di dollari.

Oltre ad essere tra i principali consiglieri del presidente, Kushner è stato anche tra gli artefici della sua vittoria elettorale. Il cofondatore di PayPal ha detto di lui che: “se Trump è il CEO (amministratore delegato) Jared è il funzionario più importante“.

Dicevamo del ruolo di Kushner nella campagna per le presidenziali di Trump: suo è stato il ruolo di ideatore delle strategie di comunicazione (digital media strategist). A lui dunque si deve la scelta di investire grandi quantità di risorse nei social media piuttosto che nei media tradizionali. Differenziandosi nettamente dalla rivale Hillary Clinton che invece ha puntato molto sulla televisione.

Malgrado rivesta un ruolo di primo primo all’interno dello staff del Presidente, Kushner ha accettato di assolvere il suo incarico di consulente senior senza percepire in cambio alcuno stipendio.

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Così come Reed S. Cordish, assistente per le Iniziative Intergovernative sulla Tecnologia, ed Ivanka Trump, figlia di The Donald, assunta anche lei con la qualifica di consulente del Presidente. Il compenso annuale più alto nello staff presidenziale è di 187,100 dollari ed è appannaggio di Mark S.House, consulente politico senior.

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Principale azionista della società di costruzione e di gestione di proprietà immobiliari Kushner Companies, il genero del di Trump è anche editore della testata settimanale in carta stampata New York Observer. L’editore-immobiliarista è anche cofondatore della piattaforma online per investimenti immobiliari denominata Cadre (https://cadre.com/).

Da una breve ricerca su fonti aperte risulta che Kushner ha assunto cariche societarie all’interno di cinque società, della quali solo due sono attualmente attive:

la Poligravity Media LLC con sede in Arizona, della quale risulta essere solo socio;

la Harlem Portfolio Properties LLC, con sede a New York.

La prima, è una filiale della Polygravity Media LLC, la casa madre con sede nel New Jersey, lo stato di nascita del nostro Jared.  Altre filiali sono situate in Texas, Colorado, New York, Pennsylvania e Ohio.

Anche la Harlem Portfolio Properties ha una filiale nello stato dei New York. (cm)

Dieselgate, due anni dopo

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E’ il settembre del 2015 quando l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti (EPA) scopre che alcuni modelli di auto Volkswagen venduti sul mercato interno sono equipaggiati con un software, “defeat device”, che permette   di modificare le emissioni inquinanti così da superare i test dei gas di scarico, fondamentali per la messa in commercio negli USA.

Il software è in grado di manipolare le emissioni sulla base di input che riceve quali la velocità dell’auto, il numero di giri del motore, la pressione dell’aria ed anche la posizione del volante.

Le risultanze dell’indagine fanno emergere come questo software fosse stato montato su ben 482.000 veicoli commercializzati negli States, tra cui i modelli Jetta, Beetle, Golf e Passat, incluse anche alcune versioni della Audi.

I test sui gas condotti dal Council on Clean Transportation (ICCT) mostrano come le emissioni prodotte a veicolo in moto contengano una quantità di biossido di azoto (NOx) molto superiore rispetto ai test di laboratorio. Conclusa l’indagine, il 18 settembre 2015 l’ EPA emette nei confronti del Gruppo VW una citazione per violazione del Clean Air Act, il testo di legge federale che regola le emissioni inquinanti.

A distanza di qualche mese la casa automobilistica tedesca ammetterà di avere truccato le emissioni di 11 milioni di veicoli messi in commercio, di cui 8 milioni destinati al mercato europeo e circa 500 mila su quello statunitense.

Che si sia trattato di una sorta di Stalingrado per la casa automobilistica di Wolfsburg era apparso subito evidente.

Lo stesso CEO del gruppo VW di quel periodo, il dimissionario Mertin Winterkorn, arrivò ad affermare che la società aveva “rotto il rapporto di fiducia con i suoi clienti e con il pubblico”.

L’anno successivo il nuovo CEO VW Matthias Mueller annuncia che la casa automobilistica tedesca ha intenzione di richiamare 11 milioni di vetture, un’operazione di immagine che costatera’ complessivamente 6,7 miliardi di euro.

Nell’ottobre 2016 il gruppo VW rende noto il risultato economico di quel semestre, registrando dopo 15 anni una perdita di 2,5 miliardi di euro.

Ma il costo di quella “defaillance” non si esauriva li. L’EPA annunciò che avrebbe multato VW per 37.000 dollari per ogni vettura commercializzata negli USA le cui emissioni avessero superavato i limiti da essa stabiliti. L’importo complessivo di quella multa sarà di 14,7 miliardi di dollari.

In Europa VW ha richiamato complessivamente 8,5 milioni di auto.

Dal settembre 2015 anche altre case automobilistiche sono rimaste implicate nello scandalo dei falsi test di emissione. Analoghe inchieste svolte in Francia, Germania ed Inghilterra hanno concluso che la gran parte di veicoli diesel in circolazione in Europa superava largamente i limiti delle emissioni di NOx fissati dalla normativa comunitaria.

In particolare le case automobilistiche che avevano prodotto i veicoli più inquinanti erano FIAT, Nissan, Renault e Opel. Dunque la pratica della falsificazione dei test era da tempo largamente diffusa, coinvolgendo anche marche blasonate come Daimler, Audi, Fiat-Chrysler e Renault.


Operazione di Immagine

Ma quale è stato l’impatto economico del Dieselgate per la casa di Wolfsburg? Secondo i dati disponibili sul suo sito, il fatturato del Gruppo VW è passato dai 213 milioni di dollari del 2015 ai 217,3 del 2016. Dunque le vendite non sembrano averne risentito eccessivamente.

Nel 2016 la casa tedesca ha registrato quindi un aumento nel fatturato di 4 miliardi, con un risultato operativo prima delle tasse pari a 14,6 miliardi di euro.

Occorre però sottolineare come mentre nel mercato statunitense le auto diesel rappresentino solo l’1% delle vetture immatricolate, in Europa queste godono di una quota di mercato del 52% delle vetture nuove acquistate.

In termini numerici nel 2016 VW ha venduto in tutto il mondo 10,3 milioni di veicoli, con un aumento del 3,8% rispetto al 2015. In Europa le auto immatricolate VW sarebbero state 4,2 milioni, con un incremento del 4% rispetto all’anno precedente. Un buon risultato se escludiamo il mercato interno con un misero + 0,2%, e se non consideriamo gli Stati Uniti con un -2,6%.

Se andiamo poi a verificare le variazioni delle quote di mercato europeo, per quanto riguarda il 2017, osserviamo come dal mese di gennaio a quello di marzo vi sia stato un calo di due punti percentuali, da 11,7 a 9,7%. Nei mesi successivi però le immatricolazioni hanno ripreso a crescere fino ad arrivare nel mese di agosto a 11,3%.

I dati mensili sulle immatricolazioni relativi all’anno incorso ci dicono che da un 10,2% registrato nel mese di gennaio, febbraio segna un calo di 8 punti percentuali (2,2%), per poi tornare a crescere in marzo di 9 punti (11,2%) e segnare nel mese di aprile una caduta di complessivi 17,8 punti percentuali (- 6,6 + 11,2). In maggio si ha una crescita delle auto immatricolate  del 7,6%, per poi discendere nuovamente di 5,5 punti in giugno (2,1) e riprendersi ancora in luglio (2,7) ed in agosto (5,6).


Le conseguenze sul mercato europeo

L’International Council on Clean Transportation ha stimato come ogni anno in Europa si siano verificative 3.800 morti premature dovute all’inquinamento atmosferico.

Sempre in base ad una stima si calcola come in Europa siano attualmente in circolazione 25 milioni di vetture diesel che producono emissioni di NOx superiori ai limiti consentiti.

Recentemente alcuni membri del Parlamento Europeo hanno criticato, nell’ambito dello scandalo dieselgate, la blanda reazione nei confronti delle case automobilistiche implicate. Sia da parte dei Paesi Membri che della stessa Commissione l’atteggiamento tenuto è stato percepito dall’opinione pubblica troppo accomodante. Soprattutto se confrontato con la multa miliardaria imposta dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense alla Volkswagen (15 miliardi di dollari).

Se la Commissione ha varato nuove norme sui test di inquinamento, norme entrate in vigore dal 1 settembre 2017, le istituzioni dei Paesi Membri hanno mostrato una scarsa reattività sulla vicenda in questione. Neanche una nazione che abbia osato chiedere di sottrarre le spese sanitarie dal patto di stabilità. Eppure le correlazioni tra le emissioni inquinanti dei veicoli diesel ed alcune malattie delle vie respiratorie sono risultate subìto evidenti.

Oltre a ciò le nuove norme sui test sulle emissioni consentono ai produttori di continuare a superare per altri tre anni i limiti ufficiali stabiliti per gli inquinanti, di 2.1 volte.

Alcune amministrazioni locali, tra cui quelle di Parigi, Madrid e Brussel, hanno chiesto alla Corte Europea di Giustizia di annullare tale decisione.

Infine le case automobilistiche sono state autorizzate a continuare a vendere veicoli che hanno superato i test di emissione secondo la vecchia normativa, incluse le vetture con il software che truccava le emissioni, previo un suo aggiornamento

Nulla è ancora stato deciso invece per quel che riguarda le auto attualmente in circolazione le emissioni delle quali sono superiori ai nuovi limiti.


Perdita di fiducia

Secondo un sondaggio effettuato dall’ emittente televisiva pubblica tedesca ARD prima delle scorse elezioni in Germania, e tendente a valutare gli effetti dello scandalo Dieselgate sulle intenzioni di voto, è emerso come il campione di elettori preso in esame avesse perso molta fiducia nei confronti delle auto a gasolio tedesche. Status symbol oltre che emblema nazionalistico del made in Germany, le auto diesel hanno rappresentato l’immagine della superiorità tecnologica del Paese. Secondo il sondaggio solo il 38% del campione consultato continuava ad avere fiducia nelle auto tedesche, mentre il 57% dichiarava di averla persa definitivamente.

La maggioranza degli intervistati (56% contro il 41%) riteneva inoltre che lo scandalo Dieselgate avrebbe prodotto conseguenze negative sull’intera economia germanica.

Infine ben il 63% del campione si diceva convinto che i politici tedeschi avessero gestito la vicenda avendo come unico riferimento gli interessi dei produttori di auto coinvolti.

In sostanza il sondaggio rivelava come due terzi dei tedeschi si sarebbe aspettato sanzioni gravi nei riguardi dei produttori di auto, rei di avere truccato le emissioni pur di vendere un numero maggiore di vetture diesel, anche a scapito della salute pubblica.

Secondo un sondaggio condotto dal settimanale Die Welt la percentuale di tedeschi che considerava troppo permissivi i politici nei confronti dei produttori di auto diesel era addirittura del 73%.

Ed anche se un gruppo di ambientalisti è riuscito ad ottenere il divieto di circolazione per i veicoli a gasolio nella municipalità di Stoccarda, la patria di Mercedes e Porsche, un portavoce del governo tedesco ha dichiarato ufficialmente che non bisogna demonizzare troppo i motori diesel, grazie soprattutto alle loro minori emissioni di CO2. In effetti i nuovi modelli diesel Euro 6, producendo minori emissioni di CO2 rispetto ai veicoli a benzina, sono stati acclamati come l’alternativa “ecologica”. Tuttavia, sebbene alcuni di essi montino il filtro antiparticolato, producono ugualmente una data quantita’ di polveri sottili e di biossido di azoto NOx.

Intanto le vendite di auto diesel in Germania hanno mostrato, con riferimento al luglio 2017, un calo del 12,7% rispetto al 2016.

Dal canto loro i media tedeschi hanno puntato il dito sull’ insana collusione tra partiti politici a case automobilistiche, ree queste ultime di finanziare tanto i partiti di maggioranza quanto quelli di opposizione.

 

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Il livello di critica verso i produttori di auto diesel è ulteriormente salito quando nel luglio di quest’anno il settimanale Der Spiegel ha denunciato l’apertura di un’inchiesta da parte dell’Antitrust tedesco e dell’Unione Europea su di un ipotetico accordo tra i cinque principali produttori di auto germanici: Volkswagen, Daimler, Audi, BMW e Porsche.

Un accordo collusivo tendente a concordare le strategie produttive, tra le cui ricadute vi era anche la fissazione del prezzo del dispositivo (emission treatment system) necessario a ridurre le emissioni diesel, dispositivo che i nuovi veicoli avrebbero dovuto montare.


L’azionista Bassa Sassonia e il sistema delle porte girevoli

ll governo federale ed i produttori di veicoli a gasolio si sono incontrati lo scorso agosto in occasione del “Diesel Summit“, tenutosi a Berlino.

Naturalmente la società civile non è stata invitata. Nel corso del summit sono state individuate le soluzioni da adottare per risolvere, solo parzialmente, il problema delle auto diesel in circolazione con le emissioni fuori legge. I produttori di veicoli si sono impegnati  a richiamare 5,3 milioni di veicoli a gasolio per un aggiornamento del software.

Tale soluzione, ritenuta estremamente economica, risolve però solo in parte il problema delle emissioni illegali, riducendole parzialmente e solo per i veicoli in circolazione di recente produzione. Lasciando fuori tutti gli altri. Secondo molti commentatori la lobby dei produttori di auto ha giocato un ruolo determinante nell’individuazione di questa alternativa, molto conveniente, rispetto al pagamento di una multa salata.

Che il legame tra governanti e lobbies delle auto sia saldo era del resto emerso a seguito dell’esplosione del Dieselgate. Secondo un’analisi di LobbyControl, dal settembre 2015 al settembre 2017 il governo tedesco avrebbe incontrato ben 325 volte i rappresentanti degli interessi dei produttori di veicoli, contro le sole 46 dei gruppi ambientalisti e le 90 dei sindacati, con questi ultimi che cogestiscono le case automobilistiche. Dal 9 aprile 2015 al 12 luglio 2017 il numero di incontri avuti dai rappresentanti della Volkswagen AG con quelli delle vari direzioni della Commissione sarebbero stati in totale 51.

Il consolidamento del legame tra governo e produttori è mostrato, oltre che dal sistema delle porte girevoli, in particolare dal fatto che lo stato federale della Bassa Sassonia detiene un consistente pacchetto azionario nel Gruppo VW AG, pari al 20% dei diritti di voto. Gli altri principali azionisti sono la famiglia Porsche-Piech, che attraverso la Porsche Automobili Holding SE detiene il 50,7% dei voti, e la Qatar Holding titolare del 17%.

In effetti l’ex Presidente federale dello Stato in cui ha sede la VW, Joachim Gauk, così come l’ex cancelliere Gerard Schroder in qualità di Presidente della Bassa Sassonia ed anche l’attuale vice cancelliere Sigmar Gabriel, attuale Presidente della Bassa Sassonia, sono stati o nell’ultimo caso sono ancora membri del board del Gruppo Volkswagen.

Altri legami ad alti livelli tra politica e produttori di auto grazie al sistema delle “revolving doors” sono emersi recentemente dalla cronaca, con il caso del  coordinatore della campagna elettorale di frau Angela Merkel, Joachim Koschnicke, un tempo capo lobbista di Opel/Vauxhall.

O come l’ex parlamentare europeo tedesco Holger Krahmer (FDP), attualmente  Direttore degli Affari Europei dell’ Opel Group. O ancora come Eckart von Klaeden, un funzionario senior nello staff del cancelliere Merkel divenuto nel 2013 capo lobbista per Daimler. O anche Matthias Wissmann, attuale presidente delle principale associazione lobbistica nel settore auto, Verbandes der Automobilindustrie,  che è stato venti anni nel direttivo dell’Unione dei Cristiani Democratici (CDU), il partito della Merkel.

Ovvero come Thomas Steg, ex portavoce di Gerard Schroder e di Angela Merkel, che a partire dal 2011 è divenuto capo lobbista per Volkswagen. O ancora Michael Jensen, capo segreteria della Merkel presso i Cristiano Democratici dal 2006 al 2009, oggi responsabile di VW a Berlino. (cm)

 

 

L’isola europea del diesel

EU L'isola del diesel

Negli ultimi quindici anni la vendita delle auto diesel è cresciuta in Europa in maniera esponenziale. Questo trend ha cominciato però a ridursi a partire dal 2015, a seguito dello scoppio dello scandalo Dieselgate.

Ma che cosa ha prodotto questa crescita eccezionale?

Nel rapporto redatto da Transport & Environment viene mostrato come questa oasi felice delle vendite per le case automobilistiche europee, in particolare per i campioni teutonici BMW-Mini, Audi-Volksvagen-Porsche e Daimler-Benz, (ciascuno con una quota di vetture diesel vendute in Europa del 70%) costituisca un’ eccezione.

Eccezione che deriva dall’adozione da parte della Commissione europea di una serie di norme tali da falsare il mercato dell’auto.

Come un campo da calcio inclinato nel quale alcuni produttori, quelli europei, corrispondono alla squadra con la porta a monte, con tutte le agevolazioni possibili per andare in rete e conquistare quote rilevanti di mercato. A scapito di tutti gli altri produttori, principalmente asiatici e statunitensi.

Le eccezionali condizioni di mercato create artificialmente per favorire i costruttori di auto europei hanno comportato non solo un costo sanitario elevato: è stato dimostrato come i veicoli diesel siano la causa principale degli elevati livelli di inquinamento di ossido di azoto e polveri sottili presenti nell’aria delle principali città europee, e del conseguente decesso prematuro di 38.000 cittadini europei.

Ma soprattutto hanno prodotto un costo sociale in termini di mancate entrate per gli Stati Membri, derivante dalle minori accise sul gasolio e dalle minori tasse sui veicoli diesel. Solamente le minori accise, anche dette bonus sul gasolio, hanno causato minori entrate per i bilanci nazionali valutate complessivamente in 32 miliardi di euro, solo con riferimento al 2016.

quota mercato auto diesel

 

quota vendite diesel in EU


Europa: la dieselificazione del parco auto

Vent’anni fa la quasi totalità delle auto private era alimentata a benzina.

I motori diesel erano impiegati in prevalenza nelle attività commerciali e nei lavori pesanti. Solo una piccola porzione di auto private veniva mossa da motori diesel. Si trattava di veicoli destinati a percorrere mediamente più chilometri rispetto ad una normale auto. Erano in prevalenza taxi o veicoli in dotazione a figure professionali che per esigenze lavorative erano costrette a spostarsi frequentemente.

Negli ultimi venti anni in Europa la convergenza dei fattori che vedremo più avanti ha prodotto la sostituzione di due terzi delle auto private circolanti con vetture diesel.

Si è trattato di un processo talmente imponente da essere definito dieselificazione della flotta dei veicoli circolanti.

Dal 1990 al 2015 il numero di vetture immatricolate alimentate con motore a gasolio è passato in Europa da una quota percentuale del 15%, al 52%, con un leggero calo nel 2009 (45%) in corrispondenza alla crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Stati Uniti. In forza di ciò nel 2016  il 50% delle immatricolazioni è stato costituito da auto diesel.

Evoluzione quota mercato diesel Danimarca vs Olanda

Ciò è in netto contrasto con quanto accade negli altri mercati globali, dove in assenza di una normativa favorevole la quota di vendite delle vetture a gasolio è costantemente inferiore al 5%. Negli Stati Uniti e in Cina essa è pari rispettivamente all’1% e al 2%. L’Europa è attualmente un’isola di automobili diesel, rappresentando il 70% delle vendite mondiali di auto e furgoni a gasolio.

Anche in Giappone, dove negli anni ’90 la quota venduta di auto diesel era del 10%, il trend si è lentamente stabilizzato su valori analoghi a quelli degli altri principali mercati.

Solo in India, considerato il principale tra i mercati dei paesi emergenti, la quota di veicoli diesel è vicina a quella europea, pari al 15%. E ciò a causa di un bonus fiscale del 30% sul gasolio. Nella Corea del Sud la quota dei veicoli diesel del 3% è il frutto di un accordo commerciale stipulato con l’Unione Europea.


Il maggior costo delle vetture diesel

Dicevamo come i motori diesel siano da sempre stati impiegati nei lavori pesanti per via della loro maggiore resistenza ed affidabilità. Camion, treni, trattori, navi, veicoli per lavori edili, a partire dal secondo dopoguerra sono in prevalenza stati mossi da motori a gasolio.

La ragione di ciò deriva dal fatto che tali motori hanno una maggiore efficienza energetica rispetto a quelli a benzina, posto che il gasolio ha un potere energetico del 15% superiore. Ciò permette di ottenere da un motore diesel una quantità di lavoro superiore rispetto ad uno a benzina, a parità di carburante impiegato.

Questo implica che il rapporto di compressione di un motore diesel sia più elevato di uno a benzina, e ciò spiega la ragione in base alla quale il primo debba necessariamente essere realizzato in una lega più resistente e dunque più pesante, a parità di cilindrata.

E spiega anche il perché della maggiore pesantezza dei veicoli a gasolio. Ma soprattutto spiega la ragione dietro al differenziale di prezzo, in media pari a 2.000 euro, tra un’auto a gasolio ed una equivalente a benzina.


Le accise sul gasolio

Il gasolio in Europa gode di tasse sui carburanti, le cd accise, inferiori rispetto alla benzina per via del suo uso prevalente nelle attività commerciali.

Tra i paesi dell’Unione Europea la tassazione del gasolio è dal 10 al 40% inferiore della tassazione sulla benzina, con il picco più alto registrato in Olanda (37%) e in Grecia (41%). L’Inghilterra è notoriamente l’unico paese a non applicare alcun bonus sul gasolio, mentre al contrario la Svizzera adotta un’aliquota di tassazione leggermente superiore sul gasolio.

In entrambe questi due casi ciò si traduce in un prezzo alla pompa più alto per il gasolio rispetto alla benzina. Al contrario in tutti gli altri paesi europei il bonus sul gasolio si è tradotto in un prezzo alla pompa più basso. In contrasto con quanto accade nel resto del mondo, dove il prezzo alla vendita del gasolio è più elevato.

Ciò deriva dal fatto che non essendoci alcun bonus fiscale esso viene pagato per il suo costo effettivo prima della tassazione, superiore a quello della benzina. Questo regime fiscale differenziato tra gasolio e benzina è entrato in crisi con la larga diffusione dei veicoli diesel.

Diesel tax bonus

Nel corso degli anni, a partire del 1990 e fino alla metà del 2000, il bonus fiscale sul gasolio è stato via via ridotto nei vari stati membri, anche se negli ultimi dieci anni esso è rimasto quasi ovunque costante. Nel periodo più recente, a partire dal 2015 l’anno in cui è esploso il Dieselgate, il bonus fiscale sul gasolio è stato via via ridotto in Francia, Belgio e Portogallo.

Nell’ultimo caso la riduzione del bonus rientrava nel programma di revisione del sistema di tassazione sui carburanti, all’interno del programma di salvataggio del Paese da parte del Fondo Monetario Internazionale.

In maniera simile la Slovacchia ha drasticamente ridotto la tassazione sul gasolio, in concomitanza però con l’introduzione del criterio di tassazione basato sul chilometraggio per quanto riguarda i furgoni ed i camion. Viceversa la Grecia, pur avendo aumentato la tassazione sui carburanti, ha al contempo incrementato il bonus fiscale sul gasolio.

Quando viene tenuta in considerazione la maggiore efficienza ed il maggiore potere energetico del motore a gasolio il bonus fiscale risulta essere ancora  favorevole alle auto diesel nella maggior partes dei paesi dell’Unione.

Se invece venisse impiegato uno schema fiscale basato sui chilometri percorsi l’aliquota fiscale sul gasolio dovrebbe essere almeno il 20% superiore, giusto per equiparare la tassazione sulla base del criterio del contenuto energetico per litro di carburante.

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OECD) ha affermato recentemente che non vi è alcuna ragione per la quale il gasolio debba essere tassato in misura più vantaggiosa, dato che il risparmio energetico consentito dai motori diesel dovrebbe rappresentare un incentivo sufficientemente grande per risparmiare sul costo del carburante   (Harding, The diesel differential: differences in the tax treatment of gasoline and diesel for road use, p.17, OECD 2014).

La direttiva europea sulla tassazione delle fonti energetiche, la Energy Tax Directive (ETD)ribadisce questo bonus fiscale sul gasolio a vantaggio dei motori diesel. Essa fissa un tasso minimo di prelievo fiscale per litro per ogni tipologia di carburante, da applicare da parte di ciascun Stato Membro.

Nel set di aliquote definite dalla direttiva quella applicata al gasolio, pari al 9%, risulta essere inferiore rispetto a quella sulla benzina. Alcuni stati hanno cercato di modificare questa disparità, incontrando sempre l’opposizione da parte di taluni Stati Membri.


Le minori tasse sui veicoli a gasolio

Le minori accise sul gasolio rappresentano una delle cause della dieselificazione della flotta europea di auto. Ma non l’unica. Se così fosse vi sarebbe una correlazione diretta tra il livello di imposizione fiscale applicato da ciascuno Stato Membro e la corrispettiva quota di mercato di auto diesel.

Ad esempio nel Regno Unito, dove nel 2015 la percentuale di auto a gasolio nuove vendute ammontava al 48%, non vi è alcun tipo di bonus fiscale sul gasolio, e tuttavia la quota di vetture diesel circolanti, la dieselificazione della flotta, rientra nella media europea, pari al 52%.

Nei Paesi Membri dell’UE dove il bonus fiscale è tra i più elevati, come la Grecia e l’Olanda, la quota di auto diesel in circolazione è la più bassa di qualsiasi altro paese dell’Unione.

Tassa nazionale sui veicoli diesel

Il Grecia la dieselificazione è cominciata nel 2012, quando i nuovi modelli di auto diesel (Euro 5/6) sono diventati facilmente accessibili. In precedenza il divieto di accesso per i motori a gasolio nelle due principali città, Atene e Salonicco, posto che rappresentavano la fonte del 40% del totale delle emissioni inquinanti del Paese, ha costituito un forte ostacolo alla loro diffusione.

A partire dal maggio 2012 tale divieto è stato rimosso, e la Grecia ha visto rapidamente crescere la quota di mercato delle auto a gasolio, vendute grazie al bonus fiscale, fino al 41%. Nel 2012 oltre il 40% delle auto nuove vendute in terra ellenica erano equipaggiate da motori diesel. Nel 2015 tale percentuale è salita al 63%. In Olanda, prima del 2000, le vetture a gasolio costituivano il 20% delle auto di nuova immatricolazione.

A partire da allora, malgrado il bonus fiscale del 40%, la loro crescita è stata marginale a causa dell’elevata tassazione fissa. Si è trattato in particolare della tassa di circolazione e della tassa sulla vendita, il cui importo complessivo per i veicoli alimentati a gasolio è il doppio rispetto a quelli a benzina. In questo modo in effetti l’Olanda è riuscita a scoraggiare l’acquisto di veicoli diesel per coloro che percorrono ogni anno in media meno di 35 mila km.


I regolamenti europei sulle auto e le emissioni di CO2

La normativa europea sulle vetture e sull’ emissione degli ossidi di carbonio, concordata nel 2008 e confermata nel 2013, ha richiesto ai costruttori di automobili di ridurre le emissioni medie di CO2 nelle vetture nuove da 130 g/km del 2015 a 95 g/km del 2021.

Le normative sono in gran parte neutrali rispetto alla tecnologia, almeno fino a che non discriminano esplicitamente tra l’uso della benzina e quello del gasolio. Tuttavia non è chiaro se le nuove norme abbiano indirettamente discriminato in favore delle vetture diesel. Principalmente perché le emissioni di CO2 dei gas di scarico per km da una vettura a gasolio sono, per i diesel Euro 6, il 15-20% inferiori rispetto a quelle di un’auto equivalente a benzina,

Viceversa il mercato delle auto continua a resistere a qualsiasi cambiamento nei confronti del bonus fiscale in favore del gasolio. La direttiva sulla tassazione energetica (ETD), offrendo come scusa le ragioni del cambiamento climatico ed i rischi di un mancato raggiungimento degli obbiettivi di CO2, ha adottato una normativa che continua a favorire i motori diesel.

Essa è stata infatti elaborata in modo da premiare i veicoli più pesanti, aumentando gli obiettivi dei costruttori, in termini di emissioni, di 3,3 g di CO2/km per ogni quintale eccedente i limiti di peso previsti.

Target emissioni CO2:peso produttori

Ogni obiettivo di CO2 di ciascun costruttore è una funzione diretta del peso medio dei veicoli venduti. Per ogni quintale eccedente l’obiettivo di CO2  aumenta di 3.3 g/kg. La vendita delle sole vetture diesel offre dunque entro il 2020 un vantaggio ai costruttori rispetto alla vendita di automobili a benzina di circa 20 g/km, con riguardo ai limiti fissati di CO2, oltre ad un ulteriore bonus di 5-7 g/km per ogni quintale eccedente.

classificazione produttori per emissione:peso medi

 

Lo schema di tassazione applicato sulle vetture a gasolio, che si concentra sul prezzo finale, assume come riferimenti le emissioni di CO2 ed il peso del veicolo. Si e’ cercato in questo modo di trovare un minimo comune denominatore tra vetture a gasolio e vetture a benzina. Sfortunatamente questa equiparazione risulta essere fatta solo ed unicamente allo scopo di avvantaggiare le prime. Escludendo completamente dall’analisi il fatto che ben altre e ben piu’ pericolose siano le emissioni di biossido di azoto, particolato (le micidiali polveri sottili) ed i fumi generati dalla combustione del gasolio, questi ultimi altamente cancerogeni. cm

 

 

 

 

Gladio e la cellula di Savona

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Trenta gladiatori anche in Liguria. Così titola il quotidiano La Stampa del 18 novembre 1990.

Il riferimento è agli elenchi degli iscritti alla rete paramilitare nazionale denominata Gladio, strutturata inserita all’interno della più vasta operazione internazionale denominata Stay Behind, gestita dai Servizi di Stati Uniti e Inghilterra.

Creata per contrastare un’ ipotetica occupazione da parte di forze appartenenti al Patto di Varsavia tale rete, presente anche in Francia ed in Germania, è stata dichiarata illegale dai Servizi tedeschi poiché non autorizzata dagli organi istituzionali di quel Paese, ed anzi operante totalmente all’oscuro di essi.

I gladiatori genovesi descritti nell’articolo sarebbero uno studente di medicina di 34 anni, all’epoca della sua cooptazione militare presso gli Alpini, due operai di 49 e 51 anni, ai quali si aggiunge un quarto soggetto di 62 anni.

In tutta la Liguria gli iscritti nelle liste sarebbero una trentina, reclutati nelle quattro province, anche se i nomi segnalati alla questura e ai carabinieri sarebbero solo dieci.

Massima segretezza sugli altri venti, sia sui nomi che sulle loro professioni.

Dalle indiscrezioni che emergono il contributo fornito dalle altre regioni all’arruolamento dei “volontari” non sarebbe stato equivalente. A quanto affermano alcuni ex gladiatori il maggior numero di iscritti alla rete proverrebbe dalle regioni del triveneto, Veneto e Friuli Venezia Giulia in testa, seguite dalla Lombardia che assieme al Piemonte erano anche le zone dove erano localizzati i depositi nascosti di armi, i famosi Nasco. 

L’organizzazione X, così veniva chiamata tra gli iscritti, sarebbe stata disciolta nel 1990 e le armi sarebbero state tutte consegnate ai carabinieri.

La conferma del diverso contributo offerto dalle varie regioni trova riscontro nella lista dei 622 civili appartenenti all’organizzazione che comincia a circolare.


Gli attentati in Liguria

In Liguria gli uomini di gladio erano in grado di creare un temporaneo black out delle telecomunicazioni. Un black out simile a quello che si verificò il giorno del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Stessa cosa per elettricità e gas.

I “guastatori” erano in genere tecnici che operavano nelle società di erogazione di  servizi, e dunque sapevano perfettamente dove mettere le mani.

La maggior parte degli iscritti della Liguria venne convocata e arruolata il giorno dopo i disordini di Genova del 30 giugno 1960, che costarono le dimissioni all’allora presidente del consiglio Fernando Tambroni.

Il governo Tambroni rimase in carica dal 26 marzo al 27 luglio di quello stesso anno.

Dal punto di vista organizzativo Gladio era divisa in piccole cellule compartimentate e strutturate a piramide, alle quali gli ordini venivano impartiti dal vertice. La struttura decisionale si trovava a Roma, mentre per la Liguria la sede operativa era situata a Rapallo.

E proprio in questa piccola cittadina sul mare risiedevano personaggi legati ai Servizi deviati, iscritti a varie logge massoniche tutte collegate alla P2 di Licio Gelli, il vertice occulto dell’organizzazione.

Tra questi spicca il nome di Alberto Stefano Volo, appartenente a Terza Posizione di professione insegnante. 

Dal 1967 al 1980 Volo avrebbe fatto anche parte della “Universal Legion“, una struttura inserita nell’ambito dell’operazione di guerra non ortodossa denominata internazionalmente Stay Behind.

La struttura di cui faceva parte era chiamata Melograno, mentre a quella gemella aveva aderito l’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco. E sarebbe stato proprio Insalaco, racconta Volo, ad averlo introdotto nell’organizzazione.

Volo è rimasto coinvolto in diverse inchieste condotte dal magistrato Felice Casson per conto dalla Procura di Venezia, inchieste che vedevano implicati anche appartenenti ai Servizi. All’interno dell’organizzazione Gladio Volo svolgeva l’incarico di addestratore della cellula di Savona, città in cui si era trasferito proveniente da Venezia. La sua attività di copertura era quella di commerciante di preziosi.

L’importanza di Genova e di Savona era legata ai porti, centro nevralgico per l’attività logistica in caso di invasione da parte di paese straniero. E la costituzione della cellula di Savona coincise con il verificarsi di una serie di attentati, il cui esito fu disastroso sia per i danni cagionati alle persone che per il clima di tensione instaurato.

Tra i vari attentati quello più rilevante venne eseguito nell’autunno del 1973 contro la centrale Enel di Vado, che lasciò al buio buona parte della Liguria.

Della cellula facevano parte anche alcuni portuali, sia di Genova che di Savona.


Universal Legion e Terza Posizione

Stefano Volo è originario di Palermo, così come il suo amico Francesco Mangiameli, anche lui insegnante oltre che dirigente nazionale del movimento politico di estrema destra Terza Posizione.

Mangiameli, coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio del Presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, viene ucciso nella pineta di Castel Fusano il 9 settembre 1980 e per tale reato sono stati condannati i fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Giorgio Vale, Francesca Mambro e Dario Mariani, tutti appartenenti ai NAR.

Secondo quanto riferito da Cristiano Fioravanti all’Autorità Giudiziaria ad uccidere Mangiameli sarebbero stati lui ed il fratello Valerio.

Motivo del gesto sarebbe stata la conoscenza della partecipazione di quest’ultimo all’omicidio di un politico siciliano, omicidio commesso in cambio di soldi e appoggi logistici. Soldi e appoggi necessari per favorire l’evasione di Pierluigi Concutelli, il “comandante”, un’autentica fissazione per Giusva e i suoi. Mangiameli era considerato persona non affidabile in caso di arresto.

Nella sentenza di appello per la strage di Bologna i giudici individuano nella conoscenza della responsabilità di Mambro e di Fioravanti la motivazione dell’omicidio di Mangiameli.

Ad analoga conclusione sarebbero arrivati gli iscritti di Terza Posizione di Palermo, conclusione riportata anche sul testo di un volantino: “L’ignobile strage di Bologna, che tanto da vicino ricorda … quelle di piazza Fontana, di Brescia, di Peteano, del treno Italicus, ha forse fatto la sua 85a vittima? “.


Quando Falcone convocò Volo

Come è accaduto anche per Massimo Carminati, il quotidiano Repubblica riporta come il 28 marzo ed il 18 maggio 1989 il pentito di destra Volo sarebbe stato ascoltato dal giudice istruttore Giovanni Falcone nell’ambito delle indagini sui delitti Piersanti Mattarella, Michele Reina e Pio La Torre.

Nelle sue dichiarazioni l’ex Terza Posizione avrebbe confermato che ad uccidere il Presidente della Regione sarebbero stati dei killer neofascisti.

A scortare Volo al Palazzo di Giustizia di Palermo sarebbe stato l’allora commissario Elio Antinoro, e tra i membri della scorta vi sarebbe stato anche l’agente Nino Agostino.

Agostino avrebbe in seguito raccontato ad un suo collega di far parte dei Servizi e di essere impegnato in un’operazione di cattura di latitanti.

Di li a poco Falcone subirà l’attentato dell’Addaura, e le audizioni di Volo, di fatto, si interrompono. Non è dato sapere se i due eventi siano tra loro collegati. Quel che è certo, però, è che nelle indagini sulla morte dell’agente Agostino sono intervenuti diversi depistaggi.

Così come scrive nero su bianco il pm che ha indagato nel processo sui mandanti dell’omicidio del poliziotto, il quale ha richiesto l’archiviazione per i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto, assieme a quella per l’ex poliziotto Giovanni Aiello, recentemente scomparso. (cm)

Londra: la lavatrice immobiliare

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Secondo una ricerca realizzata da Transparency International UK in collaborazione con la fondazione Thomson Reuters Londra sarebbe la meta preferita da chi desidera riciclare ingenti quantità di denaro senza la necessità di osservare troppe formalità.

Lo studio ha mostrato infatti come analizzando il registro dei terreni (Land Registry) 44.022 titoli di proprietà relativi a suoli situati a Londra siano intestati a società anonime off-shore. La ricerca ha inoltre scoperto come 986 di questi appartengano a società anonime riconducibili con certezza a personalità che hanno o hanno avuto un ruolo politico.

Il fenomeno del riciclaggio è diventato negli ultimi tempi una questione talmente allarmante per la City da spingere l’anno scorso il sindaco di Sadiq Khan a lanciare una vasta inchiesta sui capitali stranieri che negli ultimi tempi hanno acquistato una o più’ proprieta’. E questo al fine di comprendere gli effetti che tali investimenti causano in generale sull’economia, e piu’ in particolare sul mercato immobiliare londinese.

L’enorme afflusso registrato negli ultimi anni di capitali provenienti da altri paesi sarebbe la causa principale dell’ insostenibile crescita dei prezzi delle case a Londra.

Col conseguente insorgere di fenomeni quali la gentrificazione, ovvero lo spopolamento da parte dei londinesi nativi o residenti di lunga data, tipico di tutte quelle metropoli che sono allo stesso tempo centri di interesse per i mercati finanziari.

Il fenomeno del riciclaggio legato alla City è in parte dovuto al fatto che Londra rappresenta il principale mercato finanziario mondiale, e ciò malgrado la Brexit e la sterlina.

A questo si aggiunga che, ad onor del vero, la Corona britannica ha da sempre tollerato, se non incentivato, la presenza oltre manica, ovvero a un tiro di schioppo, di paradisi fiscali rappresentati dalle isole di Jersey e di Guernsey. Un tempo territorio francese, nel 1066 queste furono annesse all’Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore, che ne divenne sovrano. Oggi le isole del Canale, pur facendo parte della Corona inglese, non appartengono al Regno Unito e dunque godono di un loro ordinamento autonomo.

Jersey è un paradiso fiscale, bancario e societario, e dunque vi vige una giurisdizione segreta per tutte e tre queste entità: fisco, banche e società.

Queso fa di queste isole un punto di smistamento per tutti quei flussi di denaro che desiderano far perdere le loro tracce: una sorta di centro di smistamento di grandi  patrimoni che hanno eletto quale luogo di destinazione finale altrettanti paradisi off shore, lontani da occhi indiscreti.


Il mercato immobiliare londinese: una lavatrice

La domanda da fare è la seguente: perché gli altri noti paradisi fiscali situati in Europa, come la Svizzera, il Lussemburgo, il Principato di Monaco o il Lichtenstein non hanno subito lo stesso fenomeno?

Le motivazioni che la ricerca individua sono essenzialmente tre. La residenza a Londra, a differenza di altre amene località, conferisce un’aura di rispettabilità a chi riesce ad ottenerla, caratteristica molto ambito soprattutto da chi si presenta nella City con enormi disponibilità di contanti di dubbia provenienza. La seconda non meno importante motivazione è costituita dal fatto che in alcuni quartieri di Londra il prezzo dei terreni e quindi delle case è cresciuto talmente tanto rispetto al resto della città, e di tutta l’Inghilterra, che chi ha la necessità di investire grandi disponibilità di denaro riesce a farlo attraverso una singola transazione. Con vantaggi enormi in termini di tempo e costi. Terza ed ultima motivazione è data dal fatto che la legislazione consente di mascherare attraverso alcune scappatoie la provenienza dei soldi del compratore, aggirando in tal modo i controllo previsti.


1 Aree di Londra ove si trovano terreni intestati a società off shore non identificate

Fig. 1 Concentrazione di terreni intestati a società anonime con beneficiario ignoto

 

Le PEP si concentrano nelle aree più costose

Partendo da una serie di dati del Registro delle Proprietà (Land Registry) è emerso come 44.022 contratti di proprietà relativi a terreni situati nel comprensorio della City siano di proprietà di società straniere. Le fonti di dati impiegate hanno consentito di individuare informazioni su poco più del 50% delle società straniere intestatarie. Attraverso tali dati è emerso come circa il 4% di queste società sia collegato a Persone Politicamente Esposte (PEP).

Si tratta di tutte quelle personalità’ che hanno ricoperto o ricoprono importanti cariche pubbliche, come ministri, presidenti ed alti funzionari pubblici, e che in forza di tale ruolo hanno avuto accesso a fondi pubblici o hanno sottoscritto contratti pubblici, e dunque sono considerati ad elevato rischio di riciclaggio.

Dunque se sul 50% la percentuale era del 4%, sul totale delle società anonime intestatarie di terreni a Londra (44.022) questa diventa 2.2%. Tutte riconducibili a Persone Politicamente Esposte. Naturalmente si tratta di una stima.

Tradotto in cifre si tratta di 986 contratti di proprietà di terreni, anche se la cifra reale sembra essere molto più elevata per via della carenza dei dati.

Tutti i terreni individuati sono concentrati in aree molto costose di Londra, come City of Westminster, City of London, Kensington e Chelsea.

Oltre la metà dei contratti di proprietà dei terreni riconducibili a PEP sono intestati a società registrate presso giurisdizioni segrete quali Panama, British Vergin Island e Jersey, giurisdizioni che vengono anche usate negli schemi finanziari impiegati per riciclare denaro.


Strutture societarie complesse

Al fine di impedire l’individuazione del beneficiario ultimo nell’attività di riciclaggio svolta sia dentro che fuori il Regno Unito vengono spesso impiegate reti complesse di strutture societarie.

Ad esempio possono essere create nel giro di poche ore entità’ societarie atipiche, come società anonime (shell companies) o fiduciarie (trust) .

Gli intestatari, sempre per sviare le indagini, vengono individuati attraverso la nomina di un soggetto che spesso ricopre tale ruolo anche per conto di altre società, ovvero tra amici o soci. Il tutto per nascondere la fonte del denaro, o anche per celare chi rivesta il ruolo effettivo di amministratore.

Nel 2011 uno studio della Banca Mondiale ha evidenziato come oltre il 70% dei 213 casi di corruzione individuati impiegava società anonime (shell) per riciclare fondi e nascondere l’identità dei loro titolari.

 

3 Sede della giurisdizione in cui sono registrate le società anonime legate a PEP

Fig. 2 Giurisdizioni anonime ove sono registrate le società titolari di terreni a Londra

Nel Regno Unito oltre il 75% dei casi di corruzione individuati negli ultimi anni dalle autorita’ competenti sono risultati collegati a proprietà o a terreni. La Unit 7 della Metropolitan Police, incaricata dei casi di corruzione, e’ riuscita ad individuare i collegamenti di questi con società anonime registrate presso giurisdizioni che adottano il segreto, come le British Vergin Island, Jersey e Panama. Tra queste, il 78% delle società coinvolte è registrato presso i Territori d’Oltremare del Regno Unito o presso Protettorati della Corona (le Isole del Canale).


I risultati della ricerca

Gli esiti della ricerca hanno mostrato come migliaia di contratti di proprietà di terreni o case intestati a società anonime potrebbero essere  collegati a Persone Politicamente Esposte (PEP).

Dunque il numero esatto sembrerebbe essere molto maggiore rispetto a quello effettivamente individuato di 986. La scoperta dei nomi è stata resa possibile incrociando stringhe di dati ottenuti da fonti diverse, al fine di individuare quelle società le cui coordinate coincidono.

Nel Land Registry i ricercatori hanno selezionato tutte le 23.653 società off-shore singole che possiedono 44.022 titoli di proprietà di terreni situati a Londra.

Di queste, il 91% (21.444) e’ registrato presso giurisdizioni segrete e possiede in totale  40.098 contratti di terreni.

La maggiore concentrazione a Londra di terreni il cui titolo di proprietà e’ posseduto da una società anonima si trova nell’area di Westminster (City of Westminster 31%), seguita dai quartieri di Kensington e Chelsea (16%), per chiudere con quello di Camden (5%).

Sulla base dei dati disponibili il valore medio dei contratti di proprietà detenuti da queste società è pari a 1.9 milioni di sterline. il più costoso di questi vale oltre 86 milioni di pounds.

La ricerca non è stata in grado di determinare se queste proprietà siano di tipo residenziale o meno, ma ipotizzando che lo siano il loro valore è pari a tre volte il costo medio di un terreno in una qualsiasi altra zona di Londra. Ciò consente di ricomprendere tali terreni nella categoria luxury, categoria nella quale sono ricompresi tutti quei terreni in cui sono situate le proprietà di maggior pregio.

Delle 23.653 società uniche individuate nel Registro dei Terreni i dati disponibili hanno consentito di incrociare le informazioni sulla base del nome e del paese di giurisdizione, per oltre 13.000 entità giuridiche. Queste corrispondono al 54% delle società’ intestatarie di terreni o proprietà’, lasciando fuori un significativo numero di società per le quali il riscontro non ha fornito esito positivo.

2 Concentrazione dei terreni intestati a società off shore riconducibili a PEP

Fig. 3 Concentrazione dei terreni intestati a società anonime riconducibili a PEP

 

I dati non hanno consentito di effettuare riscontri su oltre 11.000 società delle 23.653 iniziali.

Per gli obiettivi di questa ricerca le società in questione rimaste indefinite sono state denominate “società senza nome”.

Il numero maggiore di queste società è situato nell’area delimitata dai quartieri Kensington e Chelsea (circa il 20%).

La proporzione più elevata di società riconducibili a PEP è situata nella City of di Westminster, seguita dalla City of London, quindi da Kensington e Chelsea, con la maggior parte di queste registrata presso la giurisdizione di Panama, e di seguito in quella delle British Vergin Islands (BVI).

Le oltre 13.000 società che la ricerca è stata in grado di individuare hanno consentito di trovare circa 24.000 ulteriori entità, tra soggetti fisici e giuridici, aventi legami con tali società secondo quanto emerso dalle fonti dei dati.

Degli iniziali 44.022 titoli di proprietà relativi a terreni situati a Londra posseduti da società off-shore la ricerca ha scoperto come 986 di questi siano intestati a società  riconducibili con certezza a PEP.

Meno del 6% di questi titoli di proprietà, approssimativamente un migliaio, presentano un valore monetario a loro associato. La mancanza del dato analogo relativo alle restanti società ha reso impossibile individuare l’ammontare complessivo della ricchezza illegale.

Il valore complessivo dei titoli di proprietà riconducibili a PEP ai quali era associato il valore monetario ammonta a circa 50 milioni di sterline.


L’impegno contro il riciclaggio

A causa della continua crescita degli schemi di riciclaggio di denaro le strutture societarie complesse vengono considerate dal governo inglese ad elevato rischio.

Vari governi insieme a diverse agenzie di sicurezza hanno compreso la necessità di una maggiore trasparenza sull’identità del beneficiario ultimo delle società anonime. A tale fine, in occasione del London Anti Corruption Summit del maggio 2016, undici governi incluso quello del Regno Unito hanno assunto l’ impegno formale a conseguire una maggiore trasparenza sull’individuazione del beneficiario ultimo attraverso registri pubblici centralizzati.

Il Regno Unito ha anche lanciato un registro pubblico del beneficiario ultimo per tutte le società registrate in Inghilterra, ed ha assunto l’impegno, in qualità di membro della Open Government Partnership, di introdurre un simile livello di trasparenza anche per le società straniere titolari di terreni o proprietà entro i propri confini. (cm)

Quando il petrolio inquina l’economia

Azerbaijan

Un sistema di riciclaggio da 2,5 miliardi di euro predisposto per corrompere alcuni politici dell’Unione Europea sarebbe stato recentemente smascherato nella repubblica dell’Azerbaijan.

Parte di questo denaro sarebbe finita anche nell’acquisto di beni di lusso e in alcuni schemi di riciclaggio.

La “Lavatrice azera“, così sarebbe stato soprannominato lo schema ricostruito dal team di giornalisti investigativi di 17 diversi paesi autore dello scoop, team che ha visto la collaborazione di testate quali il Guardian e Le Monde, è stata al centro dell’inchiesta pubblicata sul sito del Progetto Giornalistico sul Crimine Organizzato e sulla Corruzione (OCCRP).

 Come prevedibile il lavoro dei giornalisti dell’OCCRP ha suscitato la reazione immediata del regime, con il blocco dell’accesso al sito. Blocco in seguito rimosso.

Già nel mese di gennaio il gruppo olandese dei Cristiano Democratici al Parlamento Europeo aveva proposto una risoluzione che chiedeva l’avvio di un’inchiesta parlamentare, su un’ipotesi di corruzione che vedeva coinvolti alcuni parlamentari inviati in missione in Azerbaijan per verificare il livello di corruzione e di rispetto dei diritti umani.

In quell’occasione il Consiglio d’Europa, il principale organismo che si occupa della tutela dei diritti umani, era stato chiamato in causa, in particolare un suo vecchio appartenente accusato di avere incassato una tangente da 2,39 milioni di euro per ottenere il voto favorevole alla repubblica azera. Il Consiglio d’Europa vede al suo interno la presenza oltre che a partire dal 2001 dell’Azerbaijan, anche della Russia e della Turchia.

Anche il parlamentare europeo Luca Volontè, ex presidente del gruppo del centro derstra nell’emiciclo, era stato al centro di un’inchiesta condotta dalla Procura di Milano per avere accettato una tangente da 2.39 milioni di euro da parte del governo azero in cambio della messa a disposizione della sua funzione.

Nel 2015 l’Iniziativa per la Trasparenza delle Imprese Estrattive (ETI), una coalizione internazionale composta oltre che da vari governi anche da corporations ed istituzioni finanziarie, aveva degradato la repubblica azera da stato candidato a stato conforme. Declassamento che aveva suscitato l’indignazione del governo azero, da cui la decisione dello scorso marzo di abbandonare definitivamente la coalizione.


Shell companies

Nell’inchiesta i giornalisti avrebbero mostrato come, attraverso la registrazione delle transazioni bancarie effettuate, in totale16.000, mediante quattro shell companies costituite tutte nel Regno Unito alcuni membri della classe dirigente della repubblica azera utilizzassero un fondo segreto per movimentare soldi destinati alla corruzione.

Le registrazioni bancarie erano state ottenute dal quotidiano danese Berlingske, il quale le ha poi condivise con le altre testate europee e con l’ OCCRP.

Le registrazioni hanno inoltre mostrato come un’importante istituzione finanziaria europea, la Danske Bank, abbia sostanzialmente chiuso uno o forse entrambe gli occhi invece di sollevare le irregolarità alle autorità competenti.

La filiale estone della Danske aveva infatti gestito tutti e quattro i conti delle shell companies, consentendo al denaro di circolare liberamente, senza porsi domande sulla sua provenienza.

La maggior parte dei pagamenti finiva sui conti di altre shell companies registrate anch’esse nel Regno Unito, mostrando come lo schema del riciclaggio fosse ben più ampio di quello individuato.

Altre somme finivano invece sui conti di società registrate in Turchia e negli Emirati Arabi. Alcune di queste società erano già’ state coinvolte in passato in un altro schema di riciclaggio che riguardava la Russia, e che aveva costituito l’oggetto di una precedente inchiesta dell’OCCRP.

La destinazione finale di questo denaro è in gran parte sconosciuta. Le registrazioni bancarie mostrano tuttavia come diversi milioni di dollari siano finiti sui conti di aziende e di persone in diverse parti del mondo.

Tra queste alcune concessionarie di auto di lusso, club di calcio, agenzie di viaggio di lusso e ospedali. I destinatari non hanno probabilmente compreso la natura del denaro ricevuto, e dunque non possono essere ritenuti responsabili di alcuna violazione, almeno formalmente.

Tuttavia il quadro complessivo che ne viene fuori mostra come il denaro frutto di riciclaggio occupi un ruolo di primo piano all’interno dell’economia cosiddetta “sana”.

Il denaro del fondo segreto serviva, tra le altre cose, anche a comperare il silenzio. Silenzio sulle violazioni costanti e ripetute dei diritti umani. Durante tutto il periodo nel quale l’inchiesta si è svolta 90 tra attivisti per i diritti umani, politici dell’opposizione e giornalisti sono stati rinchiusi in carcere dalle autorità’ azere.

Fra queste anche la giornalista dell’OCCRP Khadija Ismayilova.

Tra i destinatari del denaro vi sarebbero almeno tre politici europei ed un giornalista, quest’ultimo non troppo critico nei confronti del regime.

Mentre la provenienza del denaro non era chiara, almeno all’inizio, era invece evidente come dietro il sistema di corruzione vi fosse il clan Aliyev, la famiglia dell’attuale presidente azero.


Fondi Neri

Circa la metà dei 2.5 miliardi di euro confluiti attraverso il complesso sistema di shell companies proveniva da un conto presso la Bank of Azerbaijan, istituto di credito di proprietà dello stato azero. Tale conto era intestato ad una shell companies riconducibile alla famiglia Aliyev.

Gli altri due principali fruitori del fondo segreto erano due società offshore riconducibili direttamente ad alcuni rappresentanti del regime azero.

Formalmente ne il Presidente Aliyev ne la sua famiglia apparivano tra i nomi dei personaggi coinvolti nel complesso schema finanziario. Dal canto loro gli organi di informazione governativi hanno ribadito la totale estraneità del clan Aliyev, rimarcando la totale assenza di prove a giustificazione delle accuse mosse dall’inchiesta giornalistica.

C’è da tuttavia da sottolineare come la International Bank of Azerbaijan abbia recentemente concluso un complesso processo di ristrutturazione da 3,3 miliardi di dollari, in gran parte debiti esteri cha avevano condotto l’istituto di credito al defalut a partire dal maggio scorso. In forza di ciò l’ex direttore della banca, Jahangir Haciyev, è stato condannato a 15 anni di reclusione, con accuse che vanno dall’ appropriazione indebita all’ abuso della propria carica.(cm)

Brexit: il paradiso dei lobbisti

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Fino al referendum del giugno 2016, che ha visto scaturire vittoriose dalle urne inglesi le ragioni favorevoli ad un’uscita dall’Unione Europea, il 70% delle norme a tutela dell’ambiente approvate dal Parlamento britannico proveniva dalle istituzioni europee.

L’incertezza che domina in questo momento in terra d’Albione sulla permanenza o meno sotto il governo conservatore delle norme attualmente in vigore ha prodotto come conseguenza immediata un rifiorire dell’attività lobbistica.

La prima autentica opportunita’ per i lobbisti è rappresentata dal Repeal Bill, la cui discussione alla Camera dei comuni è iniziata giovedì 7 settembre. Si tratta della legge che dovrebbe recepire le norme di diritto comunitario nell’ordinamento britannico.

All’indomani dell’esito referendario il primo ministro britannico Theresa May ha inviato al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk lo schema del disegno di legge col quale intende abrogare tutti i trattati di adesione all’Unione Europea (European Communities Act 1972).

Per evitare che cio’ determini un vuoto normativo nelle materie fino ad ora mai disciplinate, il governo del Primo ministro May sta discutendo il Repeal Bill, un provvedimento che consentirebbe di convertire automaticamente tutte le norme comunitarie. Toccherà, in seguito, al Parlamento britannico stabilire quali di queste norme mantenere in vigore e quali abrogare definitivamente.

Nelle more di questo processo sarà garantita una continuità con la normativa vigente nel resto dell’Unione Europea a 28 nazioni, cosi’ da agevolare le imprese e gli investimenti stranieri. Questo cammino dovrebbe concludersi nel 2019 con l’uscita definitiva dell’Inghilterra dall’UE.


Brexit sinonimo di big business

Con la riappropriazione della funzione legislativa da parte del Parlamento di Westminster il peso degli interessi nazionali e stranieri si fa molto più stringente, così come del resto l’attività lobbistica.

Secondo un rapporto redatto dalle due organizzazioni non governative Corporate Europe Observatory e Global Justice il governo britannico starebbe negoziando la Brexit, vale a dire l’uscita dall’unione Europea, attraverso una serie di incontri, la maggior parte dei quali avuti in maniera poco trasparente con i rappresentanti delle grandi corporations inglesi.

Stando ai meeting ufficiali registrati tra l’ottobre del 2016 ed il marzo del 2017 i ministri del neonato Dipartimento per il Commercio Internazionale (Department for International Trade DIT), organismo incaricato di sviluppare le relazioni commerciali col resto del mondo dell’Inghilterra del post Brexit, nove volte su dieci avrebbero incontrato rappresentanti del mondo degli affari, anziché’ quelli della società’ civile. Dunque ONG, sindacati e associazioni di consumatori avrebbero avuto minori opportunità’ per rendere note le loro proposte ed esprimere le loro critiche.


Gli incontri del DIT

L’obiettivo che il Dipartimento Internazionale per il Commercio inglese (DIT) si è posto è quello di fare del paese di Albione il migliore partner nelle opportunità di business offerte dal mercato: “The world’s natural business partner“.

Tradotto in atti concreti, per conoscere quali siano le esigenze post Brexit delle più importanti corporation britanniche i ministri del DIT hanno deciso di programmare una serie di incontri negoziali con i loro rappresentanti. Lasciando trapelare ben poco sul chi e sul cosa si discuteva.

Da un controllo effettuato sull’agenda dei ministri impegnati nei negoziati è emerso come dei 318 meetings avuti dall’ottobre 2016 al marzo 2017, il 90% di questi si sia svolto con lobbisti del mondo dei grandi affari (big business).

Incontri 2

 

Nello stesso periodo gli incontri avvenuti con i rappresentanti delle piccole e medie imprese ( Federation of Small Business FSB) sarebbero stati solo due, mentre i rappresentanti locali del mondo dell’impresa non sono stati neanche presi in considerazione. Nel dettaglio relativo agli incontri ufficiali, 6 meetings sarebbero avvenuti con la società di consulenza KPMG, 8 con la banca di affari HSBC, 6 con la banca Barclays, 4 col principale lobbista finanziari britannico The City UK7 con la società petrolifera BP, 5 con la società farmaceutica GlaxoSmithKlein e 5 con la società di macchine da lavoro Caterpillar.

Eppure, a conti fatti, le piccole e medie imprese rappresentano il 99.9% delle imprese inglesi, dando lavoro ad oltre 15,7 milioni di persone, vale a dire il 60% dell’occupazione del settore privato.

Oltre un terzo delle imprese aderenti alla FSB intratterrebbero inoltre rapporti commerciali con altri paesi (32%) e dunque il loro interesse nei negoziati per la Brexit sarebbe elevato.

Passando ai rappresentanti della società civile, il numero di incontri da questi avuti con i ministri del DIT sarebbero stati nel periodo considerato pari a cinque. Solo cinque su un totale di 318, che tradotti in percentuale valgono il 3,9% rispetto a tutti gli incontri avuti con gli altri  lobbisti.

Dai resoconti esaminati dalle due ONG alcuni degli incontri avuti dai ministri del DIT con i rappresentanti inglesi del mondo egli affari sarebbero stati organizzati secondo temi. Ad esempio si sarebbe svolta una sorta di tavola rotonda tra rappresentanti del mondo finanziario, delle società di consulenza, e del settore degli investimenti, a fronte di un’attività di lobbying tesa a preservare il ruolo della City quale centro del mondo finanziario mondiale.

Altri incontri dello stesso tenore si sarebbero svolti allo scopo di promuovere i settori dell’ automotive, della sanità privata, delle aziende estrattive e dell’high-tech.

Formalmente finché rimarrà legata all’Unione Europea l’Inghilterra non potrà negoziare accordi commerciali separati. Tuttavia il DIT ha organizzato ben dieci tavoli di lavoro con i rappresentanti dei governi di quindici paesi per cercare di individuare nuove opportunità commerciali per il futuro.

Il DIT avrebbe incontrato rappresentanti delle camere di commercio di Australia, Cina, diversi stati del Golfo, India, Israele, Norvegia, Turchia e Stati Uniti.

Altri incontri finalizzati a singoli affari si sarebbero svolti con i rappresentanti del governo belga, cileno, tedesco, italiano, giapponese, spagnolo, messicano, peruviano e vietnamita.

Un altro modo per valutare l’attività lobbistica esercitata nei confronti dei ministri del DIT e’ quello di esaminare la lista dei meetings avuti da quest’ultimo.

Il 24 novembre 2016, in occasione di un meeting, si sarebbe svolto un importante incontro con un gruppo di lobbisti per discutere “la politica commerciale del Belgio”.

All’incontro era prevista la partecipazione di cinque società di consulenza, ovvero lobbisti professionali, tra le quali: Acumen Public Affairs, Fleishman Hillard, Hering Schuppener Consulting, Instinctif Partners e Interel.

Non è dato sapere per conto di quali corporation ciascuna di queste società stesse lavorando. Tuttavia e’ stato accertato che a quello stesso meeting partecipava anche British American Tobacco.

Secondo quanto previsto da un accordo quadro stipulato dall’Inghilterra con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) in merito al controllo sul consumo di prodotti a base di tabacco, il governo non potrebbe partecipare ad alcun meeting con società produttrici di sigarette e derivati, a meno che ciò non sia strettamente necessario per convincerle a modificare la regolamentazione dell’industria di quel settore.


I meeting del DExEU

Oltre al Dipartimento Internazionale per il Commercio il governo Conservatore guidato dalla May ha istituito l’ ulteriore Dipartimento per la Fuoriuscita dall’Unione Europea (Department for Exiting the European Unione DExEU) incaricato di condurre con i delegati dell’UE  i negoziati della Brexit. Il capo negoziatore britannico è Lord David Davis mentre il suo omologo per l’Unione Europea è il francese Michael Bernier.

Tra l’ottobre del 2016 ed il marzo 2017 i ministri del governo britannico che fanno parte della delegazione del DExEU avrebbero avuto diversi meeting con vari lobbisti. Di questi, in totale sarebbero stati 278 nel periodo in questione, 194 pari al 70% si sarebbero svolti con rappresentanti delle corporations, mentre solo 34, pari al 12%,  sarebbero stati con rappresentanti della societa’ civile. Queste proporzioni ricalcano quelle dei meetings dei Ministri del Dipartimento per il Commercio Internazionale britannico (DIT), incaricato di sviluppare le relazioni commerciali col resto del mondo post Brexit.

incontri

 

Anche nel caso dei meetings del DExEU a giocare un ruolo da protagonista sarebbe stata la lobby finanziaria, con The City UK presente in ben otto incontri, HSBC in sei e Goldman Sachs in 4 meetings. A sottolineare lo squilibrio si noti come le due principali organizzazioni sindacali britanniche, Unison e Unite, siano riuscite ad ottenere un solo incontro ciascuna.

Oltre alla finanza le lobbyes cha hanno rimarcato un peso specifico maggiore sono state quella del settore agro-alimentare con 17 meetings, delle infrastrutture con 13, il settore della difesa con otto incontri, l’innovazione tecnologica con sette meetings, i servizi professionali con sette ed a chiudere il settore dell’automotive con sei meetings.

Dal canto loro le organizzazioni della società civile hanno avuto a disposizione solo 34 incontri con i ministri del DExEU, pari al 12%. Ma all’interno di questo mondo occorre fare dei distinguo tra organizzazioni vicine al partito Conservatore e le altre. Tra le prime vanno menzionate il think-thank Policy Exchange, il Legatum Institute, ed il Legatum’s Financial Services (servizi finanziari) Negotiation Forum. Ciascuna di queste ha auto un meeting individuale con il DexEU, cosi’ come il British Horseracing Authority (corse di cavalli), il Chartered Institute of Patent Attorneys (associazione avvocati) ed il Textile Institute (istituto tessile).


Meetings finanziamenti e assunzioni per i Tories

Stando sempre al report redatto dalle due associazioni la proporzione tra i meeting ufficiali avuti dai ministri negoziatori del DExEU con i lobbisti delle corporations rispetto a quelli con i rappresentanti degli interessi dei cittadini inglesi sarebbe di sei ad uno.

Vale a dire ogni sei incontri avuti dai ministri incaricati dal premier May di negoziare l’uscita del Regno Unito Unione Europea con i rappresentanti degli interessi delle grandi corporations, ve ne sarebbe stato uno con sindacati, associazioni ambientaliste e associazioni dei consumatori.

Per il capo negoziatore dell’Unione Europea Barnier tale proporzione sarebbe stata tre contro uno. In questo carosello di incontri i lobbisti più’ attivi, quelli cioè’ che avrebbero ottenuto il numero maggiore di meetings, sarebbero, al solito i rappresentanti del mondo finanziario e quelli del comparto agricolo.

Oltre ai portatori di interessi della società’ civile i negoziatori ufficiali delle due parti, governo inglese e UE, avrebbero escluso o quasi dai meetings ufficiali gli esponenti del mondo delle piccole e medie imprese.

Il report non manca di far notare come tra le varie corporations incontrate un ruolo preminente lo abbiano avuto quelle legate all’Ufficio Centrale Donazioni del Partito Conservatore, cosi’ come anche quelle corporations da sempre vicine ai vecchi leaders del partito dei Tories, attraverso il meccanismo delle “porte girevoli”.

Tutte le corporations in questione sarebbero in cima alla lista dei meetings dei ministri inglesi del Dipartimento per la fuoriuscita dall’UE (DEx EUEU). Tra questi emergerebbe il ruolo del Segretario di Stato per la Brexit David Davis.

Tra le corporations che avrebbero effettuato donazioni al Partito Conservatore si sarebbe distinto il Arbuthnot Banking Group, che avrebbe incontrato Lord Davis per ben due volte e che avrebbe donato tra il 2009 e il 2017 ai Tories  267,470 sterline.

Lo stesso Davis avrebbe accettato nel 2005 dalla medesima banca una donazione di 50 mila sterline mentre correva per la segreteria del partito contro David Cameron. Incarico che poi perse. Come risulta dal sito della Commissione elettorale britannica, nel dicembre del 2016 il produttore di macchine da lavoro JCB avrebbe avuto un meeting con Davis in occasione di una tavola rotonda sul tema dell’automotive. Tra il 2001 ed il 2017 la JCB avrebbe donato al partito Conservatore 3 milioni di sterline, oltre ad alcune donazioni effettuate in favore di singoli parlamentari europei, eletti tra le file dei Tories, e ad un generoso contributo alla campagna pro brexit.

Un altro negoziatore ad avere incontrato corporations donatrici dei Tories nell’ambito del DExEU è lo junior minister (Lord) George Bridges, membro del medesimo Dipartimento dal 17 luglio 2016 al 14 giugno 2017. Bridges avrebbe avuto nel novembre 2016 un meeting con la Odey Asset Management (OAM). Ancora dal sito della Commisione elettorale risulta che William Odey, titolare della OAM, dal 2008 al 2011 avrebbe versato al partito Conservatore 219.000 sterline, mentre nel 2014 avrebbe donato allo UKIP’s 22.000 sterline.

Passando alle corporation vicine ai Tories, il fondo d’investimento BlackRock, che ha partecipato a ben due tavole rotonde sui servizi finanziari, ha assunto l’ex Ministro delle Finanze il conservatore George Osborne.

Allo stesso modo la corporation Freshfields, con cui Davis avrebbe avuto un meeting nell’ottobre del 2016, ha assunto l’ex Commissario europeo appartenente ai Tories Jonathan Hill, mentre Citigroup, con la quale il Dipartimento avrebbe avuto ben tre meetings, ha assunto l’ex ministro degli esteri William Hague, anche lui membro del partito Conservatore. Citigroup risulta aver versato nel 2016 nelle casse del partito Conservatore 500.000 sterline per la campagna pro Brexit.


I negoziatori e l’esigenza di una maggiore trasparenza

I ministri del governo britannico che fanno parte del Dipartimento per il Commercio Internazionale (DIT) hanno una formazione di base di tipo finanziario, elemento questo che potrebbe renderli particolarmente sensibili al richiamo dei lobbisti di quel mondo imprenditoriale.

Il Ministro Greg Hands ha lavorato per ben otto anni nel settore dei derivati finanziari, sia a Londra che a New York. Il Ministro Mark Garnier ha una spiccata simpatia per la City, avendo lavorato per diversi anni presso la Borsa di Londra e di seguito presso alcune banche di investimenti.

Successivamente è diventato manager presso alcuni gestori di fondi di investimento, fino al 2010, anno in cui sfruttando il meccanismo delle porte girevoli è stato eletto parlamentare.

Occorre sottolineare come l’approccio adottato dal DIT in materia di trasparenza abbia lasciato molto a desiderare.

I rapporti relativi ai meeting avuti dai ministri del DIT vengono pubblicati tre mesi dopo gli incontri, e si limitano a riferire sui soli incontri avuti dai negoziatori.

I funzionari ministeriali, che si occupano di seguire gli aspetti più marginali dei meetings sugli accordi commerciali e che per tale ragione vengono avvicinati dai lobbisti, non hanno nessun obbligo di trasparenza con riguardo alle attività svolte e agli incontri avuti.

Esistono poi una serie di meeting ufficiali denominati typos o duplications, in relazione ai quali non vi è l’obbligo di dichiarare le persone o i soggetti incontrati.

I dieci tavoli di lavoro (working groups) organizzati dal DIT con i rappresentanti dei quindici paesi per ricercare le basi di futuri accordi commerciali rappresentano consessi nei quali l’interesse pubblico è presente in modo determinante.

L’accordo commerciale, una volta concluso, avrà efficacia nei confronti di tutti i cittadini dei paesi coinvolti. Influendo positivamente o meno sui livelli di occupazione.

Oppure mettendo in competizione settori diversi. Le regole commerciali che possono venire fissate possono avere efficacia anche nei confronti dell’ambiente, della salute, dei livelli di sicurezza, ed influire sulle norme dell’ordinamento interno.

Possono anche promuovere o scoraggiare le privatizzazioni.

E possono prevedere dei tribunali speciali per le corporation, al di fuori dell’ordinamento interno inglese. Per tutte queste ragioni è essenziale che il processo relativo ai tavoli di lavoro sia aperto, democratico, con la previsione di una rendicontazione.

Ad oggi tutto quanto sottolineato purtroppo ancora manca e la negoziazione per la Brexit che si svolge in questi tavoli e’ avvolta nell’assoluto riserbo.

I Ministri impegnati nei negoziati rifiutano di fornire delucidazioni agli altri parlamentari inglesi, anche di fronte a formali interrogazioni. La libertà di informazione richiederebbe semplicemente la diffusone della lista dei tavoli e del loro calendario dei lavori.

Ma tutto ciò, sebbene sia stato richiesto, è stato ufficialmente negato, avanzando quale giustificazione il fatto che potrebbe recare danno alla posizione negoziale dell’Inghilterra, mettendo in serio pericolo le sue relazioni diplomatiche. (cm)

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