Cerca

Claudio Meloni

Quei blindati della FIAT al regime somalo

Siad Barre

In un articolo del quotidiano La Stampa del 13 febbraio 1978 l’inviato Francesco Fornari da conto dello scoppio di nuovi focolai di conflitto armato in Somalia. Il governo della Repubblica Democratica Somala richiama i riservisti e i congedati, aprendo anche all’arruolamento di volontari, da inviare nella provincia denominata Ogaden. Mogadiscio denuncia un intervento non richiesto da parte di truppe sovietiche e cubane, un’ingerenza negli affari africani che “mette a rischio – si legge nel comunicato ufficiale – l’esistenza della Somalia“. Il comunicato specifica inoltre come “quello che sta accadendo nel Corno d’Africa era un problema di natura regionale che avrebbe dovuto essere risolto senza l’intervento di potenze straniere“.

Il comunicato si conclude con l’intenzione del governo di “rivedere i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica ed altri paesi“. Nel proclamare lo stato d’emergenza il Comitato centrale del partito socialista somalo invita ogni connazionale a considerarsi parte di questa mobilitazione generale, impegnandosi nella difesa della propria nazione. Secondo gli osservatori internazionali la Somalia era già da diverso tempo coinvolta nel conflitto, con le unità regolari dell’esercito a combattere apertamente accanto agli insorti contro i militari etiopi. I rapporti parlano di 35 mila tra regolari e partigiani, opposti ad almeno 80 mila soldati che combattono sotto le insegne del governo etiope. Di questi ultimi almeno 3000 sarebbero sovietici, mentre altri 1500 sarebbero di nazionalità cubana.

Secondo alcune fonti i cubani avrebbero istituito un campo d’addestramento ad Avash, mentre l’aviazione russa, equipaggiata con Mig 21 e Mig 23, avrebbe creato una base a Debre Zeit. L’unione sovietica avrebbe equipaggiato l’esercito eritreo con lanciarazzi katiuscia, artiglieria, carri armati, unità mobili radar, oltre a piloti per caccia e istruttori per i Mig e i nuovi tank di fabbricazione russa.

La Somalia, dal canto suo, si serve dei crediti commerciali nei confronti dell’Iran e dell’Arabia Saudita come contropartita per l’acquisto di armi e materiale bellico.

Il Pakistan avrebbe venduto al governo di Mogadiscio potenti batterie missilistiche, mentre armi leggere sarebbero state acquistate da Francia, Italia, Libia e Svizzera. La gran parte delle armi in dotazione ai somali è però di fabbricazione sovietica, creando non pochi problemi per i ricambi e le munizioni. Ma la notizia principale viene fornita da un’emittente europea, secondo la quale gli Stati Uniti starebbero attivando un ponte aereo per rifornire di armi il governo somalo. Ufficialmente i Segretario di Stato Cyrus Vance avrebbe negato alcun coinvolgimento da parte del suo Paese, invitando i due stati coinvolti a risolvere pacificamente le loro controversie.

Confine Etiopia Somalia

Le tribù sfidano Siad Barre

Negli anni ’80 il regime somalo riesce ad instaurare un ottimo rapporto diplomatico con l’Italia, grazie all’appoggio del presidente del consiglio Bettino Craxi che nel 1985 versa al governo di Mogadiscio 550 miliardi di lire di aiuti economici. L’accordo prevede anche la nomina del cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, a console onorario della Somalia in Italia.

In un rapporto del maggio 1984 redatto dall’Ufficio Analisi per l’Africa e l’America Latina dell’Agenzia  Centrale di Informazione degli Stati Uniti viene dipinto il contesto conflittuale che vede contrapposti i vari gruppi tribali che si oppongono alla dittatura da una parte e l’esercito regolare somalo fedele al comandante Siad Barre dall’altra.

I crescenti scontri tra le tribù somale, armate dall’Etipia e dalla Libia e l’esercito regolare somalo vedono quest’ultimo sensibilmente indebolito sul fronte esterno. Salito al potere nell’ottobre del 1969 grazie ad un colpo si stato, l’ex comandante in capo dell’esercito somalo abbraccia l’ideologia marxista e stringe un accordo economico militare con l’Unione Sovietica, accordo che dura fino al 1977.

La ragione della rottura va individuata nella decisione di Siad di attaccare la regione etiope dell’Ogaden. Contro l’Etiopia, appoggiata dall’Unione Sovietica, la Somalia si trova costretta a chiedere l’appoggio degli Stati Uniti, con i quali stringe un accordo che prevede 100 milioni di dollari di aiuti economici e militari. I rischi per l’incolumità dei consiglieri militari e agricoli statunitensi presenti in Somalia aumentano sensibilmente. D’altro canto gli sforzi dei governi di Libia, Etiopia e Unione Sovietica per far cadere il dittatore somalo non sembrano ridursi.

Sebbene rappresentino una costante nella storia del paese, i conflitti interetnici in Somalia sembrano rivestire il ruolo di principale fattore di instabilità.

Somalia Tribal Challange to Siad

Aumentano i rifornimenti di armi ai clan

La conflittualità tra i principali gruppi etnici, il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (SDSF) ed il Movimento Nazionale Somalo (SNM), sembra crescere in parallelo alla rispettiva disponibilità di armamenti. Alcune piccole tribù dissidenti si riforniscono attraverso il furto, l’acquisto su canali non ufficiali e le donazioni da parte dell’esercito somalo. Tra queste il Fronte Occidentale di Liberazione Somalo, un gruppo sostenuto dal governo di Siad Barre allo scopo di contendere all’Etiopia il controllo della regione dell’Ogaden. Il traffico di armi fiorisce lungo le frontiere della Somalia a causa principalmente delle scarse forze su cui può contare la polizia di frontiera.

Le armi più diffuse tra le tribù sono gli AK 47, i bazooka ed i lanciarazzi RPG. E’ stato lo stesso regime somalo ad avere stimolato inconsapevolmente la corsa agli armamenti. L’evento scatenante sarebbe stato l’aver armato negli anni ’70 le tribù di frontiera in funzione di polizia. Nel 1983 Siad Barre ordina all’esercito di procedere al disarmo delle tribù meno fedeli.

Ma le conseguenze di questa nuova politica si dimostrano nel lungo termine catastrofiche. Essa innescherà infatti una nuova corsa al riarmo da parte dei vari gruppi etnici dissidenti.

 Altra scelta rivelatasi disgregante è stata quella di coinvolgere nel regime alcune tribù più fedeli come gli Ogadeni, in posizione privilegiata all’interno dell’esercito, rappresentando circa il 30% degli effettivi, ed i Marehan. Secondo gli analisti di intelligence statunitensi questa strategia avrebbe comportato nel lungo periodo un’ erosione del consenso tra le altre tribù.

Non societ ground force weapon

Paesi di provenienza degli armamenti

In un report redatto nel giugno del 1980 dal Centro Nazionale per l’Interpretazione Fotografica della CIA, in occasione della parata indetta per la Festa Nazionale del 21 di ottobre per commemorare la presa del potere di Siad Barre, vengono analizzate le foto di armamenti pesanti in dotazione all’esercito regolare somalo. Scopo della ricognizione fotografica è di comprendere, a seguito della rottura dei rapporti economici e militari con l’Unione Sovietica (nel novembre 1977 vengono espulsi i consiglieri militari russi) quale sia la loro provenienza e fabbricazione.

Nel periodo tra il 1977 ed il 1978 la guerra tra Somalia ed Etiopia per il controllo  dell’Ogaden aveva drasticamente ridotto la disponibilità di armamenti per entrambe i due paesi contendenti.

Secondo fonti diverse tra i paesi fornitori di armamenti alla Somalia  sono indicati: Egitto, Romania, Cina, Kuwait e Pakistan. La documentazione fotografica ha lo scopo appunto di verificare tali fonti. Non esistono immagini precedenti al 1979.

A partire dal 1979 sono state identificate nel territorio somalo ben sei diverse tipologie di sistemi di armamento, che vanno dal carro leggero all’ artiglieria contraerea leggera, ciascuno dei quali importato da un diverso paese.

1200px-Centurion_58C_S00

L’armamento più recente consegnato in Somalia è il carro della classe Centurion, di fabbricazione inglese. Del Centurion, verso la fine del 1979, sono stati consegnati al governo di Mogadiscio ben 32 esemplari, tutti provenienti dal Kuwait.

1200px-T-55_4

Oltre al Centurion, a far data dal novembre 1979, il governo di Siad Barre è riuscito ad ottenere dall’Egitto anche 44 esemplari del carro armato modello T-54 di fabbricazione russa. E’ stato documentato come questa fornitura sia avvenuta attraverso tre distinte spedizioni, la seconda delle quali presso il porto somalo di Berbera, nei primi giorni del novembre 1979. Non è dato sapere il luogo nel quale i carri vengono custoditi.

Fiat 6616 Armored Scout Car

Dalla rottura delle relazioni militari con l’Unione Sovietica il blindato di fabbricazione italiana FIAT sembra essere l’armamento acquistato in maggior quantità dal governo somalo. Sia nel modello 6616 (Fig. 5) che in quello 6614 (Fig.6) il mezzo è stato più volte fotografato in Somalia. La maggior parte degli esemplari visti a Mogadiscio è giunta nel porto di Berbera nel marzo del 1979. Una seconda spedizione, avvenuta tra l’aprile e il maggio dello stesso anno, è stata avvistata sulla strada di Hargesia. Sebbene non sia dato sapere il numero esatto di blindati consegnati è certo che esso non sia inferiore alle 100 unità.

Romanian and chinese weapons

Altre armi viste per la prima volta nel corso della parata del 21 ottobre del 1979 sono la lanciarazzi multipla da 122 mm di fabbricazione rumena M-1974 (Fig.7), il cannone contraerei da 37mm di fabbricazione cinese (Fig.8) ed il camion M-38A1C di fabbricazione statunitense, con cannone da 106mm di fabbricazione pakistana (Fig.9). Il numero e la dislocazione di questi armamenti sono sconosciuti. (cm)

Gaglianone: “quel che so della mafia l’ho visto solo nei film”

 

rebibbia_mafia_capitale_aula_adn

“Tutto quello che ho faticosamente costruito, nel vero senso della parola, è ora sotto sequestro da parte del Tribunale di prevenzione”. E’ il lamento che Agostino Gaglianone, detto Maurizio, ha espresso nel corso dell’udienza dell’otto marzo del processo a Mafia Capitale, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Nato e vissuto a Sacrofano, piccolo paese alle porte di Roma, l’imputato è titolare della Imeg srl. Ereditata dal padre ex minatore, l’impresa era in origine attiva nel settore delle costruzioni,  anche se poi ha allargato il suo campo d’azione nel commercio di materiale edile.

“Tutto quello che da decenni la mia famiglia ha avuto deriva da li” afferma Gaglianone, aggiungendo: “In parte dai fabbricati che mi ha donato mio padre negli anni ’90, e in parte dall’acquisto di terreni da costruzione con dei rustici che ho realizzato e venduto nel corso degli anni”. Si lamenta dei provvedimenti di sequestro ai quali sono sottoposte non solo le attività a lui intestate ma anche quelle delle figlie.

A suo dire quei beni risalirebbero ad un’epoca antecedente alla sua conoscenza di Massimo Carminati. E tuttavia proprio dell’ex NAR l’imputato è stato per tutta la durata delle indagini, dal 2012 al 2014, esecutore e socio in affari. “Carminati l’ho conosciuto dopo, quando tutto quello che avevo era già presente” sostiene in aula. E aggiunge ancora: “Non un bene della mia famiglia è stato acquistato dopo che ho conosciuto Carminati”.

Gaglianone è imputato di avere messo la propria impresa, Imeg srl, a servizio del sodalizio criminale, non solo partecipando a gare vinte attraverso metodi corruttivi ma anche emettendo false fatture,  consentendo così a Carminati di incamerare parte dei proventi delle gare vinte sotto forma di denaro non tracciato.


Un’impresa edile di un certo livello

Racconta l’imputato di avere lavorato trent’anni per accumulare quei beni che gli sono stati sequestrati: “Io non ho fatto altro che quello che ho sempre fatto nella mia vita, lavorare e accontentare i clienti”. Ribadisce di avere avuto anche discrete soddisfazioni dal lavoro, come la ristrutturazione di Villa Chigi a piazza Vescovio o come quella dell’agenzia Bipop Carire in piazza Verdi, a firma dell’architetto Clemente Busiri Vici.

Gaglianone cita poi l’architetto Franco Trabucchi, del quale afferma di essere stato per anni l’impresa edile di riferimento. Trabucchi è l’urbanista che ha redatto il Piano Regolatore Generale della città di Terni. Snocciola ancora l’imputato nomi di istituti assicurativi, le cui sedi la sua impresa ha contribuito a ristrutturare: come le tre filiali della Milano Assicurazioni, due a Roma e una a Viterbo.

E fa i nomi di alti funzionari dello Stato ai quali avrebbe costruito la casa, come il generale Carlo Gualdi, capo della DIA. O di imprenditori di un certo livello, come Laura Bortolini, titolare del marchio dolciario Colussi. Questo per smentire le affermazioni fatte dal Luogotenente del Ros Lucio Fusella, secondo le quali la Imeg srl non aveva nel suo statuto la qualifica di impresa edile. Cerca di scagionarsi l’imputato, affermando che se affettivamente avesse avuto un ruolo determinante nell’attività di corruzione avrebbe ottenuto appalti importanti nell’ambito della pubblica amministrazione, cosa che invece non è avvenuta.


I legami con Iannilli

Gaglianone e la Imeg finiscono nell’indagine sul fallimento Arc Trade in quanto, come confermato da lui stesso, l’imputato ha fatto nel corso degli anni diversi affari immobiliari con Marco Iannilli. Compravano e rivendevano rustici dopo averli ristrutturati. Oltre a ciò il Ros ha inizialmente creduto che lui fosse in realtà Maurizio Caracciolo, cognato di Iannilli, coinvolto nel fallimento della società. In effetti il soprannome Maurizio non ha molta attinenza col suo vero nome Agostino.

L’imputato smentisce le affermazioni fatte dal maggiore del Ros Di Gangi secondo le quali lui, Carminati, Iannilli e Riccardo Bruggia abiterebbero tutti nella stessa via Monte di Cappelletto, a Sacrofano. E’ vero che la sua villa, quella dove attualmente vive la sua ex moglie, confinava con quella di Marco Iannilli, posta sotto sequestro. Che poi è la stessa dimora nella quale hanno abitato per un certo periodo Carminati e la sua compagna Alessia Marini. Quella casa si trova in effetti in via Monte di Cappelletti.

Così come la porzione di villa bifamiliare acquistata da Carminati da Cristina De Cataldo. Attualmente Gaglianone precisa di risiedere in via Monte Calcaro, distante circa un km da quella strada. In effetti anche Matteo Calvio abitava a Sacrofano, Mentre Iannilli, dopo avere affittato la casa all’ex NAR, si sarebbe trasferito a Formello. Secondo le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Roberto Grilli, Carminati e Riccardo Brugia avrebbero abitato a Sacrofano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Spiega poi l’imputato come le affermazioni fatte dal Capitano Federica Carletti del Ros in base alle quali avrebbe custodito la contabilità ed i libri sociali della Arc Trade, società riconducibile a Marco Iannilli, presso i locali della Imeg in via di Val Canneto, non corrispondano al vero.

L’imputato avrebbe custodito solo dei mobili da ufficio, scrivanie e poltrone, appartenute in effetti a Iannilli, presso un deposito afferente alla Imeg in via di Prima Porta n.642. Del resto quel deposito è subaffittato ad altre due società, la Securpol e la Pragma. A seguito di una verifica da parte della Guardia di Finanza l’imputato ha ricevuto il permesso di disfarsi di tutti quei mobili, poiché ritenuti irrilevanti ai fini delle indagini.

Che quei mobili appartenessero alla Arc Trade è documentato da una bolla di accompagnamento e da una fattura rilasciata dalla società che aveva eseguito il trasloco. Ciò è stato inoltre confermato dalla testimonianza rilasciata in questo processo dal curatore fallimentare della  Arc Trade.


La conoscenza di Carminati

Verso la metà del 2011 l’imputato viene contattato da Fiorella Ottaviani, sua ex moglie, che si lamentava poiché il suo nuovo vicino di casa aveva ordinato a degli operai di abbattere una recinzione. Si trattava della recinzione che separava la proprietà della Ottaviani da quella di Iannilli. Quel vicino era Massimo Carminati. L’ex NAR aveva affittato quella casa, costruita dallo stesso Gaglianone, da Iannilli, dopo avere accettato di proteggerlo da Gennaro Mokbel.

Il vecchio recinto che separava le due proprietà era troppo basso per i suoi cani da guardia, grossi e pericolosi. E ‘ in quell’occasione che il commercialista e locatore presenta a Gaglianone l’ex NAR, ma solo per nome. Si faceva chiamare solo Massimo. Era la prima volta che l’imputato vedeva Carminati. Poco tempo dopo l’ex NAR si presenta a casa sua per chiedergli di aggiustargli il cancello. Gaglianone chiama il suo tecnico di fiducia, Roberto Fanelli, che poi è lo stesso che eseguirà i lavori al campo rom di Castel Romano.

Per quel lavoro Fanelli non si farà neanche pagare, dato che a chiamarlo era stato il suo socio. Dopo un mese circa Sacrofano viene investita da una nevicata eccezionale. E’ la stessa che metterà in ginocchio anche la Roma di Gianni Alemanno.

Alessia Marini contatta nuovamente Gaglianone per farsi ripulire la strada. L’imputato si attiva e gli manda gli stessi operai che avevano pulito la strada di casa alla ex moglie. Alcuni giorni dopo la Marini da incarico a dei suoi operai di fare eseguire una nuova recinzione, al solo scopo di abbellire l’ ingresso principale della villa di Iannilli.

La sera Carminati si presenta a casa di Gaglianone, scusandosi per il disguido sorto per quel muro abusivo, assicurandogli che lo avrebbe fatto abbattere a sue spese ripristinando la vecchia recinzione. Gaglianone si oppone e fa eseguire i lavori dai suoi operai, chiedendo a Carminati di dividere le spese. E’ in quell’occasione che Carminati gli avrebbe raccontato di lavorare con le cooperative di Salvatore Buzzi. Si occupavano degli immigrati e per questo motivo erano alla ricerca di immobili in zona da destinare alla loro accoglienza. Gaglianone, che già svolgeva quell’attività per lavoro, gli da la sua disponibilità.

E’ da questo momento che, secondo l’accusa, l’imputato si metterebbe a servizio del sodalizio criminale, entrando a far parte di quella schiera di imprenditori collusi funzionali alle attività illecite da questo svolte.


L’ampliamento del campo rom di Castel Romano

Quando, verso la fine de mese di luglio 2012, Carminati gli propone di svolgere i lavori di ampliamento al campo rom di Castel Romano, Gaglianone accetta “immediatamente”.

In quel periodo non aveva molto lavoro, ed inoltre cominciare a lavorare con le cooperative di Buzzi poteva rappresentare per lui e per la Imeg un’ opportunità di rilancio.

L’imputato racconta di come Carminati gli avesse portato le brochure della 29 giugno, con i bilanci e il fatturato, consentendogli di apprezzare la solidità di quella cooperativa. Si trattava inoltre di lavori più di fornitura che di manodopera, che avevano il vantaggio di cominciare subito dopo le ferie estive,  un periodo notoriamente di stanca nel campo delle costruzioni.

Spiega quindi la ragione per la quale il nome della Imeg non compariva nel cartello esposto fuori del cantiere di Castel Romano, non avendo mai   nascosto a nessuno di come la sua impresa stesse eseguendo quell’ attività. Assieme a Maurizio Mogliani, suo collaboratore, Gaglianone elabora un preventivo per l’allargamento di quel campo rom il cui importo era di 200 mila euro, escluso l’impianto elettrico. La Imeg avrebbe dovuto inizialmente solo predisporre l’attività, ma alla fine si occupera’ anche della fase esecutiva.

L’imputato rivela di avere compreso solo in dibattimento quale fosse il tornaconto economico di Carminati per quei lavori. Con riferimento al suo continuo relazionarsi con l’ex NAR durante tutta la fase di realizzazione, Gaglianone sottolinea come questi fosse l’intermediario della 29 giugno.

A dimostrazione del livello di soddisfazione da parte di Carminati circa l’esito di quei lavori, Gaglianone racconta di come l’ex NAR gli abbia chiesto in seguito di ristrutturargli la villa appena acquistata dalla De Cataldo.

Tuttavia l’imputato tiene a sottolineare di come la Imeg non ricoprisse il ruolo dell’impresa edile del sodalizio criminale, posto che sia i lavori di ristrutturazione degli immobili di via del Frantoio che quelli di realizzazione del depuratore presso il deposito mezzi di via Affile furono realizzati da altre imprese.

In relazione ai lavori di rifacimento del campo giochi di via Flaminia Vecchia, non vi fu una grossa movimentazione di terreno, ma solo un lavoro di pulitura e di rifacimento della vecchia staccionata.

Ciò è del resto dimostrato dalla fattura relativa ai lavori eseguiti, pari a 15 mila euro, inclusi i materiali e la manodopera. Chiarisce inoltre Gaglianone come quei lavori non li ottenne grazie all’intercessione di Carminati, bensì perché il proprietario del terreno, Marco Staffoli, lo scelse in quanto era amico del padre Roberto, avendogli venduto una villa a Sarcofano.

In quel periodo l’imputato sottolinea come la madre di Carminati residente a Formello avesse fatto acquistare dei materiali per ristrutturare il suo terrazzo. Il lavoro sarebbe stato eseguito dagli stessi operai che avevano fatto la recinzione a casa di Iannilli. Sempre Carminati gli aveva proposto di realizzare il muro di recinzione nel condominio presso il quale abita la suocera, ma alla fine anche quel lavoro  venne affidato ad un’altra ditta.


Il cantiere di via Innocenzo X

Con riguardo al cantiere di Cristiano Guarnera sito in via Innocenzo X, si trattava anche in questo casi di lavori privati. Secondo quanto riferitogli da Carminati la richiesta di intervento sarebbe partita dallo steso Guarnera. Chicco Guarnera si era rivolto a lui per chiedergli aiuto “visto che pensava che lo zio stesse  derubando”.

Dunque la richiesta di preventivo da parte di Guarnera serviva come garanzia, una sorta di parametro di riferimento. Ciò si evincerebbe, secondo l’imputato, dalla conversazione del 14 gennaio 2013: “Questo qui è un lavoro di un amico mio che mi dice: a Ma, io devo fa 90 appartamenti a villa Pamphili, c’ho mio zio che me ruba, e allora io che vengo da te Maurì. Sta a aspettà il finanziamento della banca. Lui c’ha tutto pagato, anche gli oneri di concessione. Domani lo faccio venire da te così te lo presento”.

Nella successiva intercettazione del 4 marzo 2013, Carminati rivela all’imputato di come Guarnera avesse già pagato gli oneri di concessione, per un importo complessivo pari a 498.000 euro. Quando Gaglianone comprende la reale portata dei lavori richiestigli, riferisce sia a Carminati che allo stesso Guarnera di non essere in grado di poterli svolgere. Erano infatti troppo grossi per le modeste dimensioni della sua impresa.

La Imeg non era attrezzata per lavori di movimentazione di terra di quel livello. Nella conversazione del 21 giugno 2013 l’imputato sostiene come sia Guarnera ad insistere per fargli eseguire quei lavori, proponendogli di dividere il cantiere in più settori. Anche qui, poi, non se ne fece più nulla, con Gaglianone che non consegnò neanche il preventivo, piantando in asso l’imprenditore senza più rivederlo.

“Nei tre anni di conoscenza con Carminati – afferma Gaglianone – mi ha proposto alcune attività, che però non hanno avuto mai alcun seguito. Si trattava comunque di iniziative assolutamente lecite che potevano costituire una fonte di guadagno assolutamente lecita. Ma nulla c’entravano con i lavori della pubblica amministrazione, e comunque non hanno avuto seguito.

Abbiamo parlato di un PUA, che è un piano di utilizzazione agricola. Richiesta di terreni come l’agricamping, con un minimo di possibilità ad installare moduli abitativi. Con Mogliani (il socio) andammo a Campagnano, a Trevignano, ad Anguillara a cercare queste cose. Nulla (poi) abbiamo fatto. Addirittura voleva prendere una licenza di ambulante per Alessia, la compagna, per farla lavorare. Con il figlio Andrea dovevamo prendere un mandato esclusivo di vendita per tutta Italia di un blocco portante termico, unico nella sua specie.

Andrea aveva avuto questa conoscenza a Londra di questo materiale, che non esiste in Italia. E poi infine voleva prendere anche in affitto il locale di mia figlia, insieme al fratello. Carminati parlava e proponeva ma poi non se n’è fatto mai nulla. E come si è visto erano iniziative che nella maggior parte dei casi prescindevano da Buzzi, dalle cooperative, da appalti pubblici e men che meno da corruzioni, di cui Carminati non mi ha mai parlato”.


L’ospitalità a Carminati

Gaglianone passa quindi a spiegare la circostanza dell’ospitalità offerta a Carminati per ben quattro giorni. L’imputato argomenta come la ragione di quell’ ospitalità stava nel fatto che l’ex NAR temeva di essere arrestato: “aveva paura di essere arrestato perché lo seguivano- racconta Gaglianone –  Mi aveva detto che pensava di essere in mezzo alle vicende di Iannilli, (in relazione alle quali) lui mi ha detto che non c’entrava niente. E non voleva scappare, voleva consegnarsi lui. E per questo non voleva farsi arrestare a casa, davanti ad Alessia. Lo vedevo andare in giro con un motorino e dormire di qua e di la in zona”.

Qundi l’imputato chiarisce la condizione che aveva imposto all’ex NAR per quell’ospitalità: “Lo ospitai avvertendolo che, al momento in cui realmente sarebbe stata spiccata una richiesta di cattura, non l’avrei potuto ospitare più. Non voglio guai con la giustizia, gli dissi testualmente”. Cerca di dissociarsi dalla posizione del suo ex socio: “ma come si può pensare che io sia un associato, un mafioso.

Ma un mafioso al suo capo gli può dire una cosa simile? E’ pensabile una cosa del genere? Ditemelo voi che avete esperienza di queste cose. Io della mafia quel che so l’ho visto solo nei film e nelle trasmissioni televisive”.

Due cose Gaglianone si rimprovera in relazione a questa vicenda: la prima è di non aver capito che un rapporto di lavoro con Carminati avrebbe potuto condurlo in carcere; la seconda è l’avere custodito una somma di denaro per conto di Carminati “prima di 50 mila euro e poi di 20 mila e non di 100 mila come è stato detto – ribadisce l’imputato – al solo ed unico scopo che Carminati e Marini acquistassero la proprietà sulla quale la mia impresa avrebbe eseguito i lavori di ristrutturazione”.


L’accusa di fatture false

Relativamente al capo d’imputazione di fatture per operazioni inesistenti emesse attraverso la Imeg, Gaglianone dichiara sotto la propria responsabilità “di non avere emesso mai neanche una fattura inesistente per la faccenda del campo nomadi. E sottolineo una”.

Cambiando prospettiva l’imputato domanda all’accusa se i lavori di Castel Romano siano stati effettivamente realizzati oppure no. E smentisce le dichiarazioni rese dal Luogotenente del Ros Tomaselli, secondo le quali la Imeg non avrebbe potuto svolgere lavori di edilizia. E riprende anche la domanda successiva, rivolta dal presidente Ianniello sempre a Tomaselli, se nel corso degli appostamenti i militari avessero visto Gaglianone presente li sul cantiere. La risposta del militare è stata affermativa, avendolo scorto parlare con Mogliani e Ciotti, a bordo della sua vettura Mitsubishi.

L’auto indicata è quella personale dell’imputato e Mogliani e Ciotti erano rispettivamente il socio di Gaglianone e l’architetto che dirigeva i lavori in quel cantiere. Tuttavia nei rapporti redatti dai militari del Ros l’esecuzione di quei lavori viene messa in discussione, in particolare il numero di mezzi presenti sul posto, tanto che Gaglianone ribadisce: “loro non hanno visto niente” E aggiunge: “Non è possibile”.

Spiega l’imputato come quei lavori siano stati eseguiti dall’impresa Cesas, e di come invece la Imeg non risultasse sul cartellone esposto esternamente. Aggiunge poi di avere gestito in esclusiva i rapporti sia con il committente che con il direttore dei lavori, l’architetto Ciotti.

Passa poi ad affrontare il tema delle fatture e delle bolle di accompagnamento, con luogo di destinazione Castel Romano e periodo di riferimento settembre-dicembre 2012, a dimostrazione ulteriore dell’effettuazione di quei lavori.

Ad ulteriore sostegno della sua tesi, l’imputato cita i pagamenti relativi all’acquisto dei materiali da costruzione, pagamenti desumibili dal libro contabile di prima nota della Imeg. Sulla questione del nome della ditta indicata sul cartello del cantiere l’imputato spiega come inizialmente quei lavori fossero di semplice pulitura e di come vennero eseguiti dalla Cesas, che in effetti è la ditta indicata quale esecutrice.

Quando poi venne chiamato dal direttore dei lavori per firmare il contratto di appalto, l’architetto Ciotti, l’imputato si accorse di come la Imeg non fosse in possesso del DURC, il Documento Unico di Regolarità Contributiva, ed inoltre di come avesse la posizione INAIL  sospesa. Per queste ragioni il contratto venne firmato solo dal Mogliani e questo spiega come la porzione indicata sia solo del 40%, che era la quota spettante alla sua impresa.

Gaglianone riprende dunque la prima fattura, che secondo l’accusa sarebbe sproporzionata nell’importo, e che indica l’acquisto di cavo elettrico (FG7 OR 3,5 x 95 mt. 709) per Castel Romano, Pomezia, per un importo pari a 25 mila euro. Nella seconda fattura, composta da due pagine e di uguale importo, viene indicato in maniera molto dettagliata il materiale elettrico acquistato. Gaglianone spiega come gran parte di quel materiale sia ancora presente sul posto, e dunque di come quella fattura non possa essere falsa.

La terza fattura, datata 29 maggio 2013 n.6, di importo pari a 20 mila euro, si riferisce anch’essa a materiale realmente acquistato per quel cantiere, ed in gran parte ancora li giacente. Gaglianone spiega il motivo per il quale quelle tre fatture siano state emesse tutte nello stesso mese, mentre tutte le altre vengono emesse invece in maniera irregolare.

Ciò è legato al fatto che mentre da contratto la Imeg avrebbe solo dovuto predisporre il materiale, nella realtà ha  concretamente eseguito la realizzazione dell’impianto elettrico. Quanto specificato si evince, sempre secondo Gaglianone, dall’intercettazione del 26 settembre 2012.

Nella successiva conversazione, del 2 ottobre dello stesso anno, l’imputato parlando con Carminati spiega che il costo dei lavori, incluso il cavo, sarebbe stato di ulteriori 80 mila euro, esclusa la manodopera, non previsti nel preventivo.

E Carminati dava l’ok per poter procedere. Con riferimento al capitolo delle manutenzioni l’imputato chiarisce come i pagamenti dalla Eriches alla Imeg siano stati tutti effettuati tramite bonifici, e di come, alla fine del 2013, la sua ditta avesse incassato complessivamente circa 152 mila euro, con un credito ulteriore verso la Eriches di 150 mila euro.  Circa un anno e mezzo dopo la Imeg doveva ancora incassare quella cifra.

A discolpa dell’accusa di false fatturazioni Gaglianone cita la conversazione del 29 gennaio 2014 dove Buzzi, parlando con Carminati e Di Ninno, chiedeva all’ex NAR se si potevano tirare fuori dei contanti dalla Imeg. Si parlava di una fattura da 20-30 mila euro, e Carminati rispondeva come la ditta di Gaglianone fosse troppo piccola, non in grado di estrapolare grosse somme in contanti. L’imputato aggiunge quindi come il fatto che non fosse presente sia sufficiente a discolparlo, non essendo possibile dimostrare la sua complicità in quella vicenda.

E afferma: “Quindi i soldi che la Imeg aveva incassato fino a quel momento con i bonifici della Eriches sono tutti soldi che ha percepito realmente”. Nella conversazione intercettata il 5 febbraio dagli uffici della Imeg, Carminati parla dell’emissione di una fattura da 30 mila euro, e di come viene in seguito a sapere che era già stata emessa. Si trattava della n.9 del 5 febbraio 2014 di 31.500 euro più IVA, per un importo complessivo di 40 mila euro. Nella conversazione Carminati afferma: “Me dovresti fa la cortesia, ti lascio una mezza piotta (50 mila euro) in contanti, destinati alla signora De Cataldo” .


L’acquisto della villa della De Cataldo

A dicembre Carminati aveva firmato un compromesso per l’acquisto della villa della De Cataldo, in via Monte di Cappelletto n.11. La Imeg, spiega Gaglianone, ha come oggetto sociale anche l’intermediazione di immobili oltre alla loro costruzione. Riguardo all’accusa di falsa intestazione di beni, la persona a cui quella casa veniva intestata,  Alessia Marini,  era da anni la compagna di Carminati, ed anche se non erano sposati si trattava di una persona facilmente individuabile, a differenza di una società o di un terzo estraneo.

Oltrettutto sarebbe andata a vivere con l’ex NAR in quella stessa villa. Del resto nelle confische di beni per presunta associazione mafiosa, vengono colpiti anche le proprietà dei parenti più prossimi agli imputati, e quindi nel caso della Marini, pur non essendo sposati, avrebbero potuto comunque sequestrarle la casa.

Gaglianone ne sa qualcosa. Ripercorre l’imputato la vicenda della vendita di quella proprietà, molto lunga ed estenuante, che alla fine vede Gaglianone mettere in contatto Carminati con la De Cataldo. La scelta di coinvolgere Giovanni Petrocco l’imputato la ascrive al fatto che gli aveva affittato l’immobile dove questi aveva aperto la sua agenzia immobiliare.

E che era in arretrato di tre mensilità. Sottolinea Gaglianone come la trattativa sia durata complessivamente circa nove mesi, nel corso dei quali la proprietaria non ha subito alcun tipo di pressione. Anzi, quella proprietà presentava una serie di problematiche quali la presenza di un traliccio dell’alta tensione, con i fili che attraversano tutta la proprietà, arrivando a sfiorando anche il tetto.

Si trattava di una villa bifamiliare e  l’acquirente avrebbe perso la servitù di passaggio, oltre a dover sostenere i costi per il rifacimento dell’impianto elettrico. Quella casa non è poi di 300 mq, come sostiene la De Cataldo, bensì di 120 mq residenziali.

Essa include inoltre ben due abusi edilizi. Si tratta di un aumento di cubatura e di un cambio di destinazione. Dunque l’affare non era così vantaggioso come sostenuto dalla venditrice. La villa non l’aveva costruita Gaglianone ma l’impresa Stirpe di Roma. La De Cataldo poi era a conoscenza della somma che le doveva essere pagata in nero.

Quest’ultima invece ha sempre sostenuto di aver saputo di quella somma in contanti solo il giorno della stipula della compravendita. In realtà vi è una intercettazione che risale a venti giorni prima della stipula, dalla quale risulta come la donna fosse già a conoscenza del fatto. Nella conversazione la donna specifica che avrebbe accettato al massimo centomila euro in nero. In un’ altra intercettazione Gaglianone, parlando con l’architetto Barbieri, spiega chi fosse Carminati e di come questi avesse la disponibilità dei soldi sufficienti a fare una guerra. E’ emerso inoltre dalle indagini come l’imputato avesse in casa una cassaforte murata e nascosta, nella quale custodiva i soldi dell’ex NAR. Gaglianone sostiene come i Ros, a seguito del suo arresto, abbiano fatto le radiografie a tutti i muri della sua casa, senza peraltro trovare nulla.


I quadri di Carminati

Oltre ai soldi, a casa di Gaglianone i militari del Ros hanno scoperto numerosi quadri ed oggetti d’arte di valore appartenenti a Carminati. Questa circostanza gli inquirenti l’hanno spiegata con la conoscenza dell’esistenza dell’indagine e quindi col timore da parte dell’ex NAR di dover subire un sequestro con eventuale confisca.

Dunque la custodia di quei tesori d’arte da parte di Gaglianone aveva lo scopo di nascondere la loro reale riconducibilità. In aula Gaglianone spiega invece di come il possesso di quelle opere fosse legata al fatto che Carminati e Marini, dovendo lasciare prima del tempo la casa presa in affitto da Iannilli, proprio mentre la Imeg stava ristrutturando la villa da loro appena acquistata, si pose la necessità di custodire mobili e suppellettili.

Spiega l’imputato come quella circostanza obbligò gli operai a creare un vano nel sotterraneo per accogliere  mobili e suppellettili e allo stesso tempo rendere abitabili le stanze del piano superiora. Il tutto lavorando anche durante il mese di agosto. Fu lo stesso imputato, con i suoi operai, ad eseguire il trasloco dalla casa di Iannilli. Inclusi due cavalli. E sarebbe stato in quel momento che Carminati gli avrebbe rivelato l’esistenza di quei quadri. 

Che a sentire Carminati non erano di gran valore, ma che si sarebbero comunque potuti danneggiare o essere rubati nel corso dei lavori. Questo perché quella villa sarebbe restata completamente deserta. Gaglianone accettò di ospitare i quadri in una stanza sopra il suo ufficio. In essa vi erano già custoditi oggetti di Carminati e della sua compagna. Del resto, spiega Gaglianone, quel genere di servizio, una sorta di deposito con custodia, lo stava già svolgendo per conto di altri suoi amici. Spiega Gaglianone come L’Espresso abbia distribuito un cd rom con un video dove si vedono lui e Carminati che di notte sistemano quei quadri nei locali della Imeg. In realtà il trasporto di quelle opere venne eseguito in pieno giorno, dal giardiniere di Carminati, Cristiano e da Alessia Marini. Carminati li raggiungerà solo in un secondo momento.

Alcuni di quei quadri erano già stati incartati, altri invece verranno incartati li sul momento. E per tale motivo che nel video vengono appoggiati in terra, visibili a tutti. Quei quadri, sottolinea Gaglianone, non sono ne rubati ne riciclati. E il posto in cui sono custoditi, all’interno di un bagno perfettamente in uso negli uffici della Imeg, è accessibile e visibile a tutti.

Con riguardo alla supposta associazione mafiosa Gaglianone spiega di come fosse pienamente consapevole di non aver in alcun modo violato la legge. Del resto le comunicazioni che aveva con Carminati si svolgevano sempre alla luce del sole, senza il sotterfugio dei telefoni dedicati. Lo stesso Buzzi andava in televisione a parlare della sua attività di recupero degli ex detenuti.

Carminati aveva inoltre mostrato di avere numerosi agganci politici e ciò non lasciava supporre che stesse svolgendo delle attività criminali. L’imputato racconta poi le sue passate esperienze, legate all’attività di recupero crediti per immobili venduti o lavori eseguito e non pagati o affitti non corrisposti.

La maggior parte di questi recuperi è avvenuta attraverso decine di cause civili, nel corso delle quali mai una volta l’imputato è stato accusato di minacce o pressioni o peggio ancora ricatti nei confronti dei suoi debitori. In merito ai supposti favoritismi da parte del sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi, per il quale l’imputato avrebbe organizzato un pranzo durante le elezioni che hanno portato alla sua proclamazione, questi spiega di avere subito una serie di danni dalla sua amministrazione e cita la trasformazione in senso unico della strada su cui insiste la sede della Imeg srl. (cm)    

  

Romeo London Ltd: le tonalità dell’offshore che piace

Romeo London Ltd 2

Secondo un’informativa della Guardia di Finanza sarebbero otto le operazioni sospette segnalate all’Unità Informativa Finanziaria (UIF) che potrebbero ricostruire a ritroso il percorso della tangente percepita dal faccendiere Carlo Russo dall’imprenditore Alfredo Romeo.

A mettere sulla strada giusta gli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale nella quale avrebbe fatto riferimento ad una società creata a Londra dal figlio Francesco sarebbe stato lo stesso Romeo.

Romeo London Ltd 3

Si tratterebbe della Romeo London Ltd, con sede al numero 25 di Saville Row, la storica strada dei sarti più famosi della City.

 

 

Romeo London Ltd 4

Al momento della sua costituzione, risalente al 20 novembre 2015, la società aveva come amministratore delegato (director) Francesco Romeo, cittadino britannico nato nel febbraio del 1987 e residente stabilmente in Inghilterra.

L’amministratore delegato è la persona sulla quale gravano tutti gli oneri relativi alla società, in particolare (art. 171 del Companies Act 2006) l’obbligo di agire in ottemperanza all’atto costitutivo della società e di esercitare le prerogative che gli competono in conformità agli scopi per i quali gli sono state conferite.

Romeo London Ltd 5

L’oggetto sociale della Romeo London Ltd sarebbe quello della gestione e la cessione di proprietà immobiliari (cod. 68209 UK SIC Classification) mentre il suo ambito territoriale viene individuato nella zona commerciale allargata dell’Unione Europea.

Romeo London Ltd 6

Al momento della costituzione il titolare della società ha sottoscritto 1000 azioni ordinarie del valore di una sterlina ciascuna, per un ammontare del capitale sociale pari a 1.000 sterline.

Romeo London Ltd 7

La Romeo London Ltd sarebbe collegata alla società italiana Romeo Partecipazioni srl, indicata al momento della costituzione titolare unico del pacchetto azionario nonché vice amministratore (1000 azioni ordinarie), con sede presso Giovanni Porzio C/o Centro Direzionale Is E 4 Napoli.

DChangeing Director

Attualmente la Romeo partecipazioni srl non ricoprirebbe più il ruolo di vice amministratore, avendovi rinunciato il 20.11.15.

Alfredo Romeo Director

A far data dal 14 dicembre 2015 il nuovo amministratore delegato della Romeo London Ltd sarebbe Alfredo Romeo, cittadino italiano, nato nel marzo del 1953.

Resolution ph

Il 10 marzo 2016 i soci della Romeo Londra Ltd adottano una risoluzione (The Resolution) definita “speciale” che viene approvata contestualmente all’aumento di capitale.

Con la risoluzione viene stabilita una deroga rispetto a quanto previsto della legislazione vigente in Inghilterra sulle società private (Companies Act 2006) in merito al diritto di prelazione in capo ai soci fondatori.

I soci stabiliscono, “in accordo con quanto previsto dalla sezione 569 del Companies Act 2006, che quanto stabilito dalle sezioni 561 e 562 – rispettivamente sul diritto di prelazione e sulle modalità della sua comunicazione – possa essere disapplicato nel caso di un’emissione di azioni da parte della Società per un importo nominale complessivo di 86,269,000 sterline, pari a 99.414.039,00 euro, ciascuna azione del valore di una sterlina”.

La dichiarazione in questione viene approvata dalla Romeo Partecipazioni srl quale socio e da Alfredo Romeo quale amministratore legalmente responsabile.

A partire dal 22 dicembre 2016 anche l’altro figlio di Romeo, Diego ha acquisito la qualifica di amministratore con piena capacità di agire in nome e per conto della Romeo London Ltd.

Complessivamente le società per conto delle quali Francesco Romeo riveste la qualifica di amministratore registrate nel Regno Unito sono tre. Oltre alla Romeo London Ltd costituita il 20.11.2015 e avente oggetto la gestione di proprietà immobiliari proprie o di terzi che vede come amministratore Francesco Romeo dal 20.11.15, Alfredo Romeo dal 14.12.15 e Diego Romeo dal 14.12.15, abbiamo la Riva Investments (London) Ltd costituita il 17.07.2015 con oggetto attività di investimento che vede quale beneficiario ultimo Mr. Simon Charles Turner e come co-amministratore Francesco Romeo e la Romeo Global Investments Ltd, in precedenza denominata Gruppo Immobili Londra Ltd e costituita il 24.02.2012. L’oggetto sociale di quest’ultima è l’intermediazione immobiliare e l’amministratore unico è Francesco Romeo. (cm)

Di Ninno e la creazione dei fondi neri

buzzi_carminati-2.jpg

Molto si è discusso sui meccanismi attraverso i quali Salvatore Buzzi avrebbe creato i fondi neri per corrompere politici e pubblici funzionari al fine di ottenere affidamenti senza gara o per comprare i favori di presidenti di commissione al fine di aggiudicarsi gare o procedure negoziate. 

Nel corso della sua deposizione nell’ambito del processo Mafia Capitale il Maresciallo del Ros Lucio Fusella avrebbe individuato in questo ambito tre fonti:  Marco Clemenzi, Giancarlo Mastropaolo e la Cosma.

In particolare il militare ha riferito di come i fondi neri affluissero alla Eriches 29 prevalentemente attraverso gli imprenditori Clemenzi e Mastropaolo.

Marco Clemenzi è un imprenditore attivo nella raccolta, trasporto e trattamento dei rifiuti, attraverso le società OML srl, UNO srl, One Group srl e Tecnoeco srl, delle quali risulta essere titolare.

Dall’attività intercettiva svolta dal Ros emergeva inoltre come anche la Petrolgest srl, con sede a Latina (si tratta di un distributore di carburante), benché intestata a terze persone fosse riconducibile allo stesso Clemenzi. E’ emerso in particolare come quest’ ultima fornisse banconote di piccolo taglio da integrare nella provvista di denaro contante che Clemenzi abitualmente era solito portare ogni mese a Buzzi negli uffici di via Pomona.

Dall’esame dei conti correnti intestati alla 29 giugno sono emersi infatti una serie di bonifici in favore della Petrolgest srl. Nel dettaglio, nel periodo compreso dal dicembre 2011 al gennaio 2014 dalle cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi sarebbe stata bonificata alla Petrolgest srl la somma complessiva di 454.406, 09 euro.

Sempre al Clemenzi è riconducibile la Officine Metalmeccaniche Laziali srl (OML srl) società che si occupa del noleggio e della manutenzione dei mezzi per la raccolta dei rifiuti. Di Ninno ha riferito in aula in ruolo di questa società nella creazione dei fondi neri, attraverso l’emissione di fatture relative ad operazioni inesistenti (foi), quali, ad esempio, il lavaggio dei mezzi usati dalle cooperative di Buzzi per la raccolta dei rifiuti.

Nelle intercettazioni si parla anche della possibilità di sottoscrivere contratti fittizi di locazione mezzi. L’importanza di questa società, assieme alla Petrolgest, la si deduce inoltre dalla sua incorporazione nella galassia di cooperative che vedono al centro la capo gruppo 29 giugno onlus.

L’altro personaggio fondamentale nell’economia dell’attività di promozione politica di Salvatore Buzzi è Giancarlo Mastropaolo, di professione amministratore della società Nuovo Mercato srl, subentrato dal gennaio 2013 alla figlia Barbara. La Nuovo Mercato si occupa di lavorazione di generi alimentari, ovvero della preparazione di pasti precotti e semifreddi che la 29 giugno acquistava per gli immigrati presenti nelle strutture alloggiative da essa gestita.


La versione di Di Ninno

Secondo Di Ninno la Nuovo Mercato non avrebbe in realtà emesso una sola fattura per operazioni inesistenti. Per verificare questo basterebbe, secondo l’ex direttore amministrativo della 29 giungo, mettere a confronto le fatture emesse dalla cooperativa ed intestate alla Nuovo Mercato, con i documenti di trasporto dei pasti forniti nei centri gestiti dalle cooperative di Buzzi.

Ulteriore riprova si avrebbe confrontando il numero dei pasti fatturati con quello delle persone presenti nei centri di accoglienza serviti dalla Nuovo Mercato.

Riguardo a Clemenzi, Di Ninno sostiene come questi non abbia mai emesso false fatture nei confronti delle cooperative di Buzzi: “Non ha mai fatto con le sue società Clemenzi fatture false“.

Precisando subito dopo che intendeva riferirsi in particolare alla OML srl, alla UNO srl, alla One Group srl ed alla Tecnoeco srl.

Di Ninno aggiunge quindi: “portava però alla cooperativa dei fondi neri (in contanti) che erano la quota di utili che sarebbe spettata al gruppo Buzzi per il fatto stesso che era diventato socio al 40% della OML srl“. 

Dunque, secondo Di Ninno, i soldi in contanti che Clemenzi consegnava direttamente a Buzzi, in seguito annotati dalla Cerrito nel libro nero da lei custodito, provenivano in parte dalla OML srl quale quota mensile spettante alla 29 giugno per la titolarità del 40% delle sue azioni.

Secondo i calcoli effettuati da Di Ninno la somma in nero portata ogni mese da Clemenzi a Buzzi ammontava a circa cinquemila euro mensili (lui sosteneva invece che fossero 7-8 mila). Ma Clemenzi, sostiene Di Ninno, era anche fondamentalmente il referente per la 29 giugno della Petrolgest.

Quest’ultima svolgeva un ruolo determinante nella creazione della provvista in nero, che l’ex direttore amministrativo della 29 giugno spiega così: “Petrolgest ci inviava le fatture (per servizi inesistenti), noi facevamo i bonifici alla Petrolgest, avvisavamo il Clemenzi il quale dopo alcuni giorni ci riportava l’importo al netto dell’IVA“.

Le fatture della Petrolgest non erano però intestate alla Eriches, spiega sempre Di Ninno, ma alla 29 giugno Onlus ed alla 29 giugno Servizi. “Mai nei confronti della Eriches” spiega l’ex responsabile amministrativo di Buzzi.


Il meccanismo per la creazione della provvista in nero

Abbiamo visto come il meccanismo attraverso il quale Clemenzi, Mastropaolo e la Petrolgest fornivano denaro contante in nero, ovvero non tracciato da operazioni bancarie, a Salvatore Buzzi, era quello delle false fatture, ovvero fatture emesse a fronte di prestazioni inesistenti o sopravvalutate.

Dall’attività intercettava e dall’esame dei conti correnti relativi alle società di Clemenzi emergeva come le entrate di queste fossero costituite prevalentemente da bonifici provenienti da enti pubblici o da società a capitale parzialmente o totalmente pubblico, come il Comune di Roma, la Prefettura, la Regione Lazio, la Tesoreria di Stato, EUR spa e Marco Polo spa. 

Dall’esame dei conti riconducibili a tre delle società di Clemenzi, la UNO srl, la OML srl e la One Group srl, emergeva in particolare come nel periodo compreso tra l’aprile 2010 ed il giugno 2014 le cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi avessero bonificato complessivamente la somma di 3.694.872,49 euro.

I soldi in nero non servivano solo ad ungere la politica, ma anche a consentire a Massimo Carminati di riprendersi i soldi “anticipati” a Buzzi per i lavori d’allargamento di Castel Romano, oltre agli utili derivanti dagli appalti gestiti dalla Cosma. Questo perché Carminati, come racconta Paolo Di Ninno, non poteva risultare ne percettore di redditi, ne intestatario di beni in quanto doveva ancora restituire i soldi del colpo al caveau di piazzale Clodio, e dunque temeva di essere fatto oggetto di un sequestro giudiziario.


I giustificativi delle fatture

La verifica effettuata dalla Guardia di Finanza del 12 novembre 2013 all’interno degli uffici di via Pomona, aveva obbligato tutto lo staff della 29 giugno ad aumentare il livello di sicurezza. Questo si traduceva nell’esigenza pressante di distruggere o nascondere ogni possibile documento compromettente. Nulla doveva essere lasciato in giro negli uffici della sede di via Pomona poiché, di fronte ad una possibile perquisizione da parte delle FF.OO, avrebbe potuto costituire una prova schiacciante per l’accusa.

Questa esigenza riguardava non solo documenti contabili, come i libri mastri delle dazioni di denaro, ma anche la provvista di denaro in nero con i relativi registri. Tutto doveva essere fatto sparire e nascosto nelle abitazioni private dei collaboratori più fidati.  Come Pierina Chiaravalle incaricata di gestire il denaro, e come Nadia Cerrito responsabile della tenuta del registro delle dazioni e dei relativi percettori.

Sempre in quest’ottica il personale della 29 giugno a conoscenza dell’esistenza della contabilità parallela aveva l’obbligo di adottare procedure più sicure nello svolgere le attività ad essa attinenti. Tra queste anche l’individuazione delle causali relative alle fatture da emettere per operazioni inesistenti. Tali causali dovevano essere il più possibile  credibili per non lasciare spazio a dubbi circa le modalità di creazione dei fondi neri.

Da un’intercettazione del 20 gennaio 2014 tratta dagli uffici di via Pomona, infatti, Buzzi, Carminati, Garrone e Caldarelli discutono del tipo di causale da dare alle fatture emesse verso le società di Marco Clemenzi. La Garrone, che teme un’ulteriore verifica  della GdF dice: “No, niente fatture per lavori non autorizzate, aoh regà, porca miseria, è venuta la finanza“.

Dopo un’attenta riflessione è la stessa responsabile del registro del nero ad individuare la soluzione: “Deve essere lavaggio automezzi. C’abbiamo duecento automezzi” e

Buzzi risponde: “Oh, e quanti ne lavamo, aoh“.

A questo punto la Garrone sottolineava l’esigenza di dovere emettere fatture che avessero come giustificativo dei contratti di appalto o di sub-appalto:

C’hai duecento (camion)…fai lavà quelli del verde che non hai mai lavato. Che ti devo dire? E’ più credibile. Cioè, prima mi metti una fattura per lavori eseguiti, e io non c’ho nessun contratto di sub-appalto – e poi aggiunge – autorizzato, sub-appalto autorizzato“.

E’ sempre Garrone a proporre anche un’ eventuale alternativa: “Ah, per il noleggio – e prosegue – noleggio, quanti te ne pare

e Buzzi che risponde quasi convinto:” Pure Marco (Clemenzi) ci potrebbe fa il noleggio

ed il commercialista Paolo Di Ninno: “Bisogna vedè se lui c’ha la capacità di poterlo fare 

e Garrone risponde: “Se fossero mezzi che non vanno iscritti all’albo, sarebbe meglio

e Buzzi ancora: “Ma, sul verde non devono essere iscritti all’albo“.

E ancora Garrone: “No, Marco..Marco ce l’ha tutti, tutti i camion della monnezza“.

Dunque, secondo l’ipotesi dell’accusa, Buzzi & Co, nel tentativo di sfuggire ad ulteriori controlli, stavano studiando la stipula di un contratto simulato con una delle società di Clemenzi, la OML srl,  che avesse per oggetto il lavaggio dei mezzi, o, in alternativa, il noleggio di mezzi, in modo da giustificare le fatture emesse nei loro confronti con i relativi bonifici che la 29 giugno o la Eriches avrebbero continuato ad effettuare in loro  favore.


I bonifici della 29 giugno alle società di Clemenzi

Dall’ intercettazione ambientale del 5 maggio tratta dai locali di via Pomona Marco Clemenzi istruisce Claudio Bolla sui bonifici da effettuare il giorno successivo verso i conti intestati alle sue società: Uno srl, OML srl e One Group srl.

Bolla: “Allora, diecimila su Uno e capannelli. Quanto te serve?

Clemenzi: “One Group me serve

Bolla: “One Group?

Clemenzi: “Si, come è andata One Group? – e ancora – Eh, questi quattordici (inc.); l’altra parte che ci sta?

Bolla: “Questo è tutto pe OML; questo è Uno, One Group e OML

Clemenzi: “Se ne famo una pe (inc.) sta tutto dietro, me sa, ve?

Bolla: “(inc.) già me pare tanto questo

Clemenzi: “Eh

Bolla: ride

Clemenzi: “(inc.) sto a pagà i fornitori (inc.). Allora senti, famo na cosa, dammene so.. dammeli su.., me ne dai dieci su Uno; m’hai detto quanti erano su Uno, non mi ricordo?

Bolla: “Questi so quarantaquattro, eh?

Clemenzi: “Eh, na decina

Bolla: “M’hai detto dieci, eh? Va bene, va bene

Clemenzi: “Poi, me ne dai, che ne so, una ventina qua

Bolla: “Una ventina OML?

Clemenzi: “No, tu me devi di come me li dai, intanto, perchè a me mi servono i soldi (inc.) per oggi (inc.) oggi

Bolla: “L’altri, ancora non lo so

Clemenzi: “Ma me li dici oggi, però; domani mattina me mandi il bonifico

Bolla: “Oggi te dico, oggi te dico come te li pago tutti gli altri; non lo so, non ho ancora fatto il punto della situazione

Clemenzi: “(inc.) Su ieri, io quello te sto a di

Bolla: “E io, adesso, l’ok ce l’ho

Clemenzi: “Massimo me mandi un’e-mail, eh?

Bolla: “Io entro oggi te mando l’e-mail. Tu dimme intanto..“.


Il ruolo della Cosma

A seguito degli accertamenti svolti il Ros ha valutato come nel periodo compreso tra il 18 novembre 2013 e l’1 aprile 2014 la cooperativa 29 giugno abbia effettuato bonifici nei confronti della Cosma, cooperativa gestita dall’avvocato Antonio Esposito ma occultamente riconducibile a Massimo carminati, per un importo pari a 141 mila euro.

Questa cifra secondo Di Ninno non rappresenta la realtà dei fatti “probabilmente è un errore materiale“.

Secondo i suoi calcoli la somma dei bonifici effettuati dalla 29 giungo verso Cosma nel periodo considerato ammonterebbe a 41 mila euro. Per dimostrare la veridicità di tale dato Di Ninno cita la somma degli analoghi bonifici effettuati dalla 29 giungo nei confronto della Cosma nei cinque mesi precedenti e nei cinque successivi rispetto al periodo preso in esame.

Stiamo parlando quindi del periodo che va dal 17 giugno 2013 al 29 settembre 2014. La somma complessiva dei bonifici ammonterebbe secondo Di Ninno a 129,685,4 euro. In ogni caso si trattava sempre di servizi effettivamente resi dalla Cosma alla 29 giugno. E riguardo in modo specifico ai contributi economici di Carminati alla cooperativa 29 giugno, Di Ninno spiega: “Carminati nella cooperativa non ha messo neanche un euro” (cm)

Di Ninno: “ho assistito a consegne di contanti a Massimo Carminati

Castel-Romano-01.png-crop-600x451

 

L’investimento del campo rom di Castel Romano

Il calcolo dell’utile si ottiene sottraendo i costi dai ricavi, includendo nei primi anche i costi indiretti, di struttura e gli oneri finanziari. I fogli del registro della contabilità rinvenuti dai militari del Ros nella disponibilità’ dell’imputato Paolo Di Ninno sono stati numerati a seguito del sequestro. In essi viene indicato in cifre il senso dell’affare del campo rom di Castel Romano. A partire dal numero dei rom che sarebbero stati lì ospitati, trecento convenzionali, in relazione ai quali il costo IVA inclusa pro die pro capite pagato dal Comune di Roma era pari a 9,85 euro.

Moltiplicando per 365 e dividendo per 12 si ottiene 89.000,00 euro che rappresenta il canone mensile pagato dal Comune, che al netto di IVA e di pro soluto si riduce a 82.153,85 mensile. Il ricavo complessivo dall’operazione Castel Romano era 1.926.881 euro. Il costo complessivo dei lavori fu valutato in 1.400.000 euro, dei quali 640.000 erano stati anticipati da Carminati nella realizzazione dei lavori di sbancamento e di predisposizione dei servizi (acqua, gas elettricità).

La quota anticipata da Eriches ammontava invece a 760.000 euro, circa 15 mila a modulo abitativo. La cooperativa aveva acquistato le casette prefabbricate da una società chiamata Shell Box, la quale accettò un pagamento dilazionato. Sono stati saldati a parte i servizi afferenti all’attività di gestione del campo, guardiania, pulizia, ecc., valutati 200.074 euro, i quali venivano svolti in solido da Formula Sociale e da Impegno per la Promozione di Sandro Coltellacci.

A questi si aggiungevano anche i costi consortili, legati alla gestione del consorzio Eriches 29. La somma di tutti costi dava un totale di 1.657.881 euro. La differenza tra i ricavi totali ed i costi totali dava l’utile pari a 269.000 euro, corrispondente al margine previsto per l’appalto pari ad una percentuale inferiore al 20%. Il margine è stato ripartito tra quattro cooperative, di cui il 50% destinato a chi ha sostenuto l’investimento, e la restante parte a chi ha assunto l’onere della gestione dei servizi. Quindi Formula Sociale si aggiudicava due quote, oltre alla quota consortile che dava il totale per Eriches di 952.000 euro, mentre le restanti due, in parti uguali, andavano a Impegno per la Promozione e a Cosma.

Carminati, la cui quota era indicata dalla lettera M, vantava un credito di 640 mila euro corrispondente al costo dei lavori di predisposizione del campo F. Nella distribuzione del margine, alla Cosma spettavano 67.250 euro (11%), per un totale vantato dall’ex NAR pari a 27.250. Il compenso per i servizi ammontava a 200.074 euro, da ripartire tra Formula Sociale e Impegno per la Promozione; oltre a ciò Impegno aveva diritto ad una percentuale sull’utile.


La contabilità di Carminati

In relazione alla Cosma, le entrate derivavano dai lavori di Castel Romano, da quelli di EUR, dal Misna e dai due cantieri Astral spa. Le uscite erano invece determinate da alcune cifre indicate in contabilità con un segno meno, che corrispondevano a pagamenti materialmente eseguiti. Dunque non vi era la tenuta di una contabilità relativa ai costi per Cosma.

Alcune uscite venivano indicate con delle lettere; in particolare U indicava la Unibar di Giuseppe Ietto, mentre I stava per la Imeg di Maurizio Gaglianone.

Nel periodo giugno-luglio 2012 Carminati maturava un credito di 64.453 euro. Quindi vengono contabilizzati 15 mila euro con la sigla M; 19.310 euro con la sigla U2;  e poi 6 mila e 5 mila indicati con varie sigle.

La Imeg aveva emesso la fattura da 15 mila euro intestandola alla Eriches, e quest’ultima le aveva bonificato l’importo corrispondente. Tutti i bonifici eseguiti in favore di Carminati venivano scalati dal credito complessivo sopra individuato.

Insieme alle schede contenute nel registro il Ros ha sequestrato anche una serie di fatture. Si trattava di tre fatture, di cui due da 25 mila ed una da 20 mila. La ricostruzione che è stata fatta ex post collega la data della fattura a quella della annotazione nel registro, oltre all’importo. Nel caso del conto riguardante la Cosma le uniche fatture individuare sono quelle afferenti alla Imeg ed alla Unibar2. Diverso il discorso per le fatture di Unibar, le quali cominciano a comparire solo in un momento successivo. r

Nel periodo che va dal 16 febbraio al 30 giugno 2013 era in corso il cantiere relativo al Misna. Si trattava di un lavoro in relazione al quale non vi era certezza per i tempi di incasso, per via del fatto che dovevano essere approvati i debiti fuori bilancio dall’Assemblea Capitolina. In relazione a questo cantiere Buzzi e Carminati stavano cercando un imprenditore che fornisse il servizio di ristorazione in grado di sostenere l’indeterminatezza dei tempi di incasso.

In relazione alle cifre anticipate da Carminati, in realtà lui non tira fuori neanche un euro, quindi la domanda relativa alla provenienza dei fondi da lui impiegati risulta essere mal posta. Si trattava solo di una partita di giro secondo la quale i crediti che la Cosma aveva nei suoi confronti della 29 giugno venivano girati ai fornitori, mentre il suo pagamento veniva postergato, fermo restando il riconoscimento di un interesse. Alla fine Cosma sarebbe stata pagata quando Eriches avrebbe preso i soldi della gara. Nel periodo sopra indicato le fatture pagate relative ai pasti sono state pari a 251.697 euro. Di questo importo Cosma non riuscirà ad incassare nulla. Carminati riuscirà tuttavia ad incassare solo una parte di questo credito.


Fondi neri e crediti contabili

Fa notare il presidente del Tribunale Rosanna Ianniello come sia difficile credere che la persona responsabile della tenuta di questo tipo di contabilità non sia in grado di spiegare quale sia il meccanismo attraverso il quale Buzzi riuscisse ad incassare del contante non tracciato (il nero). In relazione alle uscite della Cosma afferenti al secondo semestre del cantiere dei Misna, a partire dal 31 luglio sono state individuate due fatture, una da 47 mila euro intestata ad Unibar, e un’altra sempre intestata ad Unibar per 40 mila euro. 

Di seguito ve ne erano altre, due una da 35 mila relativa a settembre e un’altra ancora da 35 mila relativa al mese di ottobre. Per il mese di novembre vi è invece una fattura da 27 mila, ed un’altra ancora da 24 mila per quello di dicembre. Il totale delle uscite effettuate da Carminati è pari a 210.984 euro. Dal registro rinvenuto nella disponibilità del Di Ninno nel periodo che va dal luglio al dicembre 2013 vengono accreditati a Carminati 240 mila euro (minori luglio/dicembre), con un utile di 29.016 rispetto a quanto da lui anticipato.

Ciò non significa che gli siano stati concretamente versati. Si tratta di un accredito contabile. Sempre tra i documenti ritrovati assieme ai registri vi erano delle fatture intestate alla Unibar. Si trattava anche in questo casi di fatture emesse a fronte di operazioni reali. In relazione al mese di novembre 2013 viene riportato un incasso dal cantiere EUR per 25 mila euro. Anche in relazione al cantiere del’EUR non vi era una perfetta corrispondenza tra gli importi ed il periodo.

In relazione a quelle annotazioni contabili indicate con il segno meno si trattava di somme che Carminati aveva avuto accreditate ed era come se le avesse materialmente riscosse.

In quale modo l’ex NAR abbia recuperato queste somme (indicate con il meno) Di Ninno dichiara di non saperlo, intendendo di non avere mai assistito ad un pagamento in suo favore da parte di Buzzi.

Su domanda dell’avvocato Diddi l’imputato dichiara di avere assistito alla consegna di contanti da parte di Buzzi in favore di Carminati: “Io ho assistito a consegne di contanti a Massimo Carminati” e in merito agli importi versati: “Sicuramente una volta 5 mila euro lo colloco temporalmente intorno a gennaio 2014” importo che risulta annotato del resto anche nella contabilità e che corrisponde sia in relazione alla cifra che al periodo.

Di Ninno spiega come nelle scritture contabili risulti la cifra di 8 mila euro dei quali 5 mila versati in contanti all’ex NAR. Gli altri 3 mila euro corrispondevano ad una fattura per prodotti di telefonia regalati da Carminati allo staff della 29 giugno e fatturati ad una delle cooperative riconducibili a Buzzi. In relazione ai fondi neri vale a dire a quelle scritture contabili non riconducibili a nessuna delle voci fino a questo momento ricostruite, il totale è pari a 275.514 euro. Questi, tolti quei 5 mila che Di Ninno dice di avere visto Buzzi consegnare a Carminati,  non si sa in quale modo siano stati dati all’ex NAR.


La contabilità parallela della Cerrito

In merito alla contabilità gestita dalla Cerrito Di Ninno riferisce di sapere come quest’ultima fosse solita tenere un libricino sul quale venivano annotate le entrate delle fatture relative ad operazioni inesistenti (foi), oltre alla decurtazione degli importi corrispondenti agli utilizzi che Buzzi disponeva.

Ma quindi era noto da voi che c’erano operazioni inesistenti?” domanda il presidente Ianniello.

Certo che lo sapevamo” risponde Di Ninno.

La Cerrito, a prescindere dal fatto se sapesse o meno che si trattava di operazioni inesistenti, non aveva nessun tipo di responsabilità su quelle cifre dichiara Di Ninno, posto che il suo compito si limitava alla sola annotazione delle entrate e delle uscite.


Carminati con Cosma e Testa con Immobile Business srl

Il fondo costituito dal denaro derivante da operazioni inesistenti veniva alimentato, secondo quanto risulta all’imputato, attraverso fatture emesse dalla Petrolgest, società riconducibile a Marco Clemenzi. Ed era Clemenzi che materialmente riportava indietro i soldi. Buzzi si è occupato di ricostruire la corrispondenza tra le annotazioni di Di Ninno e quelle relative alle operazioni inesistenti. Esporrà la sua ricostruzione nel corso del suo esame.

Passando all’esame delle lettere poste accanto a dazioni di denaro in nero, l’imputato ricostruisce come le iniziali CP corrispondano a Carlo Pucci, mentre quelle ToFP si riferiscano a Tanca o Franco Panzironi.

Passando alla spiegazione di quest’ultima annotazione Di Ninno fa notare come Buzzi gli disse che stava versando 15 mila euro mensili senza spiegargliene la ragione. Ricordandogli di inserire le cifre relative al 2014 tra i costi sostenuti in relazione all’ente EUR. Sempre la sigla Tanca risulta ancora in un altro foglio relativo al mese di luglio. Anche in questo caso l’imputato ricorda come Buzzi gli disse che stava per dare 10 mila euro a Panzironi.

Anche in questo caso la motivazione che gli diede fu quella dell’ente EUR. La lettera F indica invece Fabrizio Testa. Di tutte le somme che riportano la F accanto, Di Ninno è in grado di ricostruire solo quella di importo pari a 30 mila euro. Nelle annotazioni ci sono due importi per 30 mila, di cui uno recante la scritta 30 mila prossimi.

Si tratta di due bonifici effettuati dalla Cosma in favore di un fornitore, la Immobile Business srl. Tale società appartiene per l’80% del capitale allo Studio P srl, lo studio professionale del commercialista Palo Proteo amico e socio di Fabrizio Testa, mentre il restante 20% a Paolo Proteo persona fisica. A fronte di questi due bonifici risultano due fatture emesse dalla Immobile Business srl.

Il presidente Ianniello chiede all’imputato Di Ninno se oltre all’investimento relativo al campo rom di Castel Romano Carminati abbia contribuito economicamente anche ad altri cantieri. Di Ninno risponde di no, che solo nel caso di quel campo lui contribuì con 640 mila euro. L’imputato ribadisce quindi come la sua quota nell’affare EUR fosse del 30% mentre per quel che riguardava il cantiere Astral spa tale quota fosse pari al 50% degli utili.

Su domanda dell’avvocato Diddi in merito alla tenuta da parte dell’imputato della contabilità di Fabrizio Franco Testa, Di Ninno fa risalire la sua conoscenza con il “socio di Carminati” nel 2014. Questa veste di Testa riconducibile agli affari dell’ex NAR viene percepita anche dal Di Ninno, il quale inizialmente, non sapendo chi fosse, ritenne si trattasse di un suo amico: “Tant’è vero che io un pò lo identificavo con lui“.

Di fronte alla richiesta di informazioni da parte dell’imputato, Carminati gli rispondeva: “Guarda Paolo, io Testa lo conosco è mio amico, ma non c’entra assolutamente nulla nei rapporti che io ho con la cooperativa“. E poi aggiungeva: “Quindi scindi completamente i due aspetti: lui è un amico , uno che conosco, ma coi rapporti tra me e la cooperativa lui non c’entra assolutamente nulla“.

Da queste parole Di Ninno comincia a farsi di Testa l’idea che si tratti di un battitore libero, vale a dire di una persona priva di qualsiasi tipo di legame politico. Questa iniziale impressione cambia totalmente verso la fine del mese di dicembre.  E questo a causa di una serie di fatti che permettono all’imputato di accostare la figura di Testa a quella di Luca Gramazio. Un giorno Buzzi lo chiama nel suo ufficio per mostrargli una lista di consiglieri municipali e comunali legati al PDL ed in particolare alla corrente di Gramazio, che dovevano essere assunti dalle cooperative riconducibili al gruppo 29 giugno.

Quella lista era stata appena consegnata a Buzzi da Testa, ancora li presente. La lista era stata estratta da una cartellina recante il nome Elvis.


Rapporti con Testa

L’imputato spiega poi di non avere avuto con Testa un ottimo rapporto: “per carità, un bravissimo ragazzo. Però aveva un carattere un pò troppo espansivo per me“.

Racconta Di Ninno di come Testa fosse solito entrare in cooperativa bypassando la segreteria per dirigersi nell’ufficio dell’amministrazione. Una volta arrivato salutava tutti e si metteva a fare salotto. Questo comportamento cozzava completamente con l’idea che l’imputato aveva di quell’ufficio, che peraltro dirigeva.

Per lui l’amministrazione doveva essere una sorta di convento di clausura, dove l’accesso era strettamente riservato agli addetti ai lavori.

Non era solo una questione di tempo, ma anche di metodo: “fare un errore nell’ufficio amministrativo comporta una serie di problematiche poi difficili da recuperare“.

Di Ninno si lamentava di questo comportamento del Testa con Buzzi, il quale decide di adottare delle contromisure. Da quel momento Testa dovrà passare ogni volta per la segreteria, chiedendo se vi fossero le persone che doveva incontrare. E quindi eventualmente accedere per poterci parlare.

Di Ninno conosce l’esistenza della cartellina denominata Elvis o Elvira. Questo fatto l’imputato lo ha desunto da una conversazione tra Buzzi e Testa avvenuto in sua presenza negli uffici della 29 giugno. Di Ninno ha ricostruito in aula tutte le conversazioni avute con Testa negli uffici della 29 giugno.

In totale sarebbero state quattro. Tre di queste avevano come oggetto le assunzioni richieste da Gramazio a Buzzi. Ricorda Di Ninno di come la lista di quelle persone Testa l’ abbia estratta (o riposta) in quella cartellina denominata Elvis.

Di Ninno ricorda come le uniche annotazioni contabili afferenti a Fabrizio Testa riguardassero tre cifre: 30, 30 e 4,5. Ricorda inoltre come una parte di questi soldi, 30 mila, facessero riferimento a due fatture intestate alla Immobile Business srl, società riconducibile a Paolo Proteo, amico e commercialista di Testa.

Le due fatture erano state emesse nei confronti della Cosma e gli importi relativi erano stati versati con due bonifici, per un importo complessivo di 36.600 euro (30 mila + IVA). In relazione ali altri due importi afferenti sempre a Testa, pari a 30 mila e 4,5 mila, Di Ninno non è in grado di ricostruirne la provenienza.

L’imputato dichiara di avere conosciuto Gramazio il 31 ottobre 2016 all’interno del carcere di Rebibbia, sotto la doccia. (cm)

Di Ninno: “tutti sapevano dei soldi in nero”

buzzi e panzironi

Paolo Di Ninno ha ricoperto il ruolo di responsabile amministrativo della cooperativa 29 giugno. La sua attività però non si limitava alla contabilità della cooperativa in questione, ma spaziava su tutte le principali cooperative del gruppo, inclusa quella afferente a Massimo Carminati, la Cosma.

NelI’udienza del 28 febbraio scorso Di Ninno ha raccontato di come i suoi rapporti con il mondo delle cooperative di Salvatore Buzzi sia iniziato come collaboratore del presidente del collegio sindacale della 29 giugno onlus. Le verifiche che allora svolgevano riguardavano il rispetto dell’atto costitutivo, dello Statuto, i rapporti con i soci e soprattutto la verifica del controllo di cassa, della contabilità ed il regolare versamento dei contributi.

Negli uffici di via Pomona l’imputato ha avuto modo di conoscere anche di Nadia Cerrito, la persona che gestiva la contabilità parallela della 29 giugno. L’incontro con Buzzi risale al 2000 periodo nel quale il boss della cooperazione sociale gestiva una sola cooperativa la 29 giugno onlus. Una sola cooperativa, dicevamo, anche se con un fatturato di tutto rispetto:7-8 miliardi di lire. Già in quegli anni la 29 giugno era una cooperativa di tipo B di un certo peso, potendo contare su una ventina circa di dipendenti amministrativi.

Quando l’avvocato Alessandro Diddi, difensore di Buzzi, chiede all’imputato se a quell’epoca la cooperativa si occupasse solo di gare riservate alle coop. sociali di tipo B o se avesse già una sua penetrazione anche nelle gare normali, Di Ninno risponde di non essersi mai occupato di gare: “non posso dare una risposta certa a questa sua domanda”.


Dalla 29 giugno all gruppo 29 giugno

Nel 2000 viene costituita, nell’ambito di un progetto europeo denominato Equal, la coop sociale Formula Sociale, inizialmente denominata l’Apostrofo. Buzzi propone in quel periodo a Di Ninno di occuparsi della sua contabilità. L’incarico diviene quindi stabile e nell’estate del 2001 Buzzi propone sempre a Di Ninno di occuparsi anche di quella della 29 giugno onlus. L’attività di verifica riguardava il controllo amministrativo e contabile, ma soprattutto gli aspetti fiscali, oltre al compito affidatogli dal ras delle coop sociali di riorganizzare l’ufficio amministrativo in maniera più professionale.

Tra il 2003 ed il 2004 vengono costituiti altri due soggetti giuridici: il consorzio Eriches 29 e la Sarim Immobiliare srl. Quest’ultima viene creata allo scopo di acquistare la titolarità di un immobile appartenuto ad un ordine di suore che, trasferitosi a Napoli, era stato costretto a lasciare la struttura nella quale risiedeva a Roma.

Insieme ai suoi collaboratori Buzzi decide di accendere un mutuo immobiliare di sette anni con la banca Unipol, mutuo che viene pagato attraverso i canoni di affitto generati dal centro di accoglienza che venne creato in quella stessa struttura.

Il consorzio Eriches era inizialmente composto da tre cooperative: Eritros, Chebesa e 29 giugno onlus. Chebesa uscì pochi mesi dopo venendo sostituita da altre coop.

Di Ninno viene incaricato quindi di occuparsi anche della contabilità della Sarim e della 29 giugno.

Quando la contabilità della 29 giugno onlus cominciò a diventare particolarmente complessa essa venne trasferita dall’ufficio di Di Ninno in via Togliatti alla sede di via Pomona. A quel punto l’imputato viene assunto con un contratto di consulenza. Fatta eccezione per la 29 giugno Onlus, Formula sociale, ABC e 29 giugno Servizi, tutte le altre cooperative consorziate in Eriches 29 non erano riconducibili direttamente a Buzzi.

Eriches 29  era inoltre socia, così come le altre coop, della CNS, che nel 2014 aveva ottenuto un fatturato pari a 14 milioni di euro.

Nel novembre del 2006 viene costituita la 29 giungo Servizi. Spiega Di Ninno come tutte le cooperative debbano avere, per legge, un fondo nel quale versano ogni anno il 3% dei loro utili. Inoltre, al momento dello scioglimento della cooperativa, tutto il patrimonio deve essere devoluto a questo fondo.

Esso ha come scopo quello di aiutare lo start up delle cooperative, oltre che a sostenerle durante il loro ciclo di vita. Nel 2010 viene costituita una nuova società immobiliare, la CRD Immobiliare che aveva come soci il Consorzio formula ambiente, Cosp Tecnoservice con sede a Terni e la 29 giugno Onlus, le quote erano di un terzo ciascuna. L’amministratore della società era Quintino Napoleoni. Anche Formula Ambiente ha tre soci: 29 giugno Onlus, CNS e Formula Servizi.

La CRD Immobiliare venne costituita per acquistare attraverso un’asta un immobile situato in via Affile. L’immobile in questione sarà destinato ad accogliere il parcheggio dei mezzi della 29 giugno oltre che il deposito della differenziata. I fondi per l’acquisto di tale immobile derivavano da un mutuo decennale stipulato con il Gruppo BancaIntesa. Vi era poi la società OML che costituiva la principale fornitrice per quel che riguardava il noleggio e le manutenzione degli automezzi per la raccolta dei rifiuti.

Il fatturato medio mensile dell’attività che la OML svolgeva per conto della 29 giugno ammontava a circa 100 mila euro. Buzzi propone al titolare della OMS Marco Clemenzi di entrare in società con lui. Tra l’8 ed il 25 dicembre del 2011 viene firmato l’atto di acquisto del 40% delle azioni della OML, per 165 mila euro. La società in questione era stata valutata 400 mila euro circa.

Il 30% delle azioni vennero rilevate dalla 29 giugno mentre il restante 10% da Formula Sociale. L’ultima società del gruppo è la SIAL, un società immobiliare costituita per l’acquisto dei terreni sui quali sarebbe poi sorto il campo nomadi di Castel Romano. Il 49% della società è intestato alla Sarim Immobiliare, mentre il restante 51% è di Sandro Coltellacci. In seguito la Sarim acquistò un ulteriore 1% da Coltellacci, in modo da avere quote uguali in capo ai due soci.  Di Ninno si occupò della contabilità anche di quest’ultima società.


La crescita economica del gruppo

La crescita economica del gruppo di cooperative legate a Buzzi è stato costante nel tempo per una quota pari al 10% annuo. La crescita ha subito un incremento consistente nel periodo compreso tra il 2012 ed il 2013.

Ciò è avvenuto quando la 29 giugno ha acquisito l’intero appalto per la raccolta differenziata, elemento che comportò il passaggio da un fatturato di 4 milioni di euro circa, ad uno superiore ai 10 milioni. Ciò era dovuto all’uscita dall’appalto da parte di Cosp e di Formula Ambiente. Formula Ambiente uscì dal servizio di raccolta della differenziata in quasi tutti comuni del Lazio, fatta eccezione di Pomezia. La coop 29 giugno le subentrò nel servizio in quasi tutti quei comuni.

Con l’uscita di CNS e di Formula Ambiente la 29 giugno Onlus dovette acquistare le quote da queste detenute della CRD Immobiliare. Il 67% delle azioni della CRD Immobiliare venne suddiviso tra diverse cooperative. Stessa cosa avvenne per la maggioranza dei contratti di leasing e dei mezzi di trasporto afferenti alle stesse coop. fuoriuscite.

L’avvocato Diddi cerca di chiarire quale sia stato il ruolo di Di Ninno all’interno della 29 giugno, posto che Nadia Cerrito lo ha descritto come il Direttore Amministrativo. Spiega Di Ninno di non avere mai avuto la responsabilità della tesoreria, e che comunque pur avendo rapporti con varie fonti finanziarie dalle quali dipendeva lo sviluppo delle cooperative, il suo potere decisionale era limitato. Era Buzzi la persona che decideva.

Fa poi notare Di Ninno come il suo reddito annuale fosse intorno ai 120 mila euro e di come i proventi delle cooperative del gruppo 29 giugno pesassero per circa un terzo.


Controllo di gestione e rapporti con gli altri uffici

Nell’agenda che è stata sequestrata dal Ros a Di Ninno sono indicati dei nomi con dei numeri. Di Ninno spiega che nelle ultime tre pagine di questa sono indicati nomi, importi e numeri. Si tratta delle fatture emesse dall’imputato con l’indicativo del numero di fattura, dell’importo e del nome del cliente per conto del quale è stata emessa. Una parte di quelle pagine riguardano la sua società, la Paidin, mentre le altre sono relative alla sua attività di consulente.

Le quote della società di Di Ninno, la Paidin, sono intestate a lui, alla moglie ed al figlio maggiorenne. Oltre che con Buzzi e con Cerrito Di Ninno aveva rapporti stretti anche con Emanuela Bugitti, la compagna di Buzzi, che ricopriva il ruolo di Direttore Operativo della 29 giugno. Questo perchè l’imputato oltre che direttore amministrativo dirigeva anche il controllo di gestione.

Tale attività era stata avviata a partire dall’inverno del 2013 e veniva eseguita da due persone da lui scelte. L’attività di controllo svolta dall’ufficio del controllo di gestione riguardava i conti di ogni centro di costo. Ad esempio la cooperativa aveva a disposizione circa 200 camion, alcuni di proprietà ed altri in leasing. L’ufficio del controllo di gestione conosceva il costo complessivo di ogni singolo mezzo, incluso il consumo di carburante e la manutenzione. Venivano quindi monitorati singolarmente gli oltre cento otto cantieri.

In questa attività di controllo Di Ninno si confrontava spesso con la Bugitti. Tutti i venerdì c’erano le riunioni di presidenza, dove erano presenti tutti presidenti delle cooperative, oltre a Carlo Maria Guarany (vice presidente 29 giugno Onlus) che ricopriva la posizione di responsabile del commerciale, Alessandra Garrone come rappresentante dell’ufficio legale e l’imputato, in qualità di responsabile del controllo di gestione oltre che dell’assetto finanziario.

L’ufficio con cui l’imputato si confrontava più frequentemente era quello del controllo di gestione. Per determinare il costo di ogni singolo appalto è necessario determinare il costo del personale, specie in quelle cooperative dove tale componente riveste il 70-75% del costo complessivo.Oltre a ciò, dato che ogni contratto fa riferimento ad un diverso contratto collettivo di lavoro, anche l’ufficio del personale rappresentava un punto di riferimento, in particolare la responsabile Risa Cristina.

L’ufficio amministrativo si confrontava inoltre con quello legale,  soprattutto quando occorreva avere i dati delle cooperativa con riguardo al volume d’affari di un determinato tipo di settore, per poter partecipare alle gare. Ma anche in sede di stesura dei contratti del personale il legame era stretto, dato che il primo si occupava degli aspetti legali mentre quello amministrativo curava l’aspetto tributario.


La conoscenza con Carminati

Di Ninno ricorda di avere conosciuto Carminati nel 2012, avendolo incontrato negli uffici di via Pomona. Gli viene poi presentato da Buzzi come funzionario addetto all’attività commerciale. Il 30 giugno 2012 Buzzi riferisce a Di Ninno che Carminati aveva intenzione di costituire una cooperativa sociale. Viene identificata la Cosma, cooperativa costituita nel 2008 prima di allora presieduta dal cognato di Buzzi, Costantino Valentini, fratello della sua prima moglie, da cui la coop ha mutuato il nome. La cooperativa viene affidata alla guida dell’avvocato Antonio Esposito che Di Ninno non conosceva.

La Cosma era funzionale al regolamento dei crediti che Carminati vantava nei confronti della 29 giugno. Nel mese di ottobre 2012 l’imputato ricorda di avere ricevuto da Buzzi l’incarico di preparare uno schema relativo ai costi sostenuti per la realizzazione del campi nomadi di Castel Romano. In merito ai rapporti con Carminati, Di Ninno racconta di avere avuto con lui nel corso di un anno circa una trentina di conversazioni. Il loro rapporto era funzionale alla rendicontazione afferente alla contabilità della Cosma.

Dell’esistenza di quest’ultima erano a conoscenza solo tre persone: Buzzi, Di Ninno e Carminati. Nel corso dell’esecuzione dell’ordinanza del 2 dicembre 2014 è stata sequestrata presso gli uffici di Di Ninno la contabilità della Cosma. L’imputato spiega come questa possa essere divisa in due parti: la prima pagina e tutte le altre. Sulla prima pagina compare la scritta: “ipotesi A”, che presupponeva anche l’esistenza di un’ ipotesi “B “.

In quest’ultima compare un prospetto dei costi effettivi sostenuti per la realizzazione dell’investimento del campo rom di Castel Romano, investimento sostenuto in solido dalla 29 giugno e da Massimo Carminati. Nelle restanti 70 pagine circa vi sono fotocopie di fatture di alcuni fornitori, ma soprattutto i conteggi relativi ai rapporti tra la cooperativa e Carminati. La richiesta della scrittura di questo documento Buzzi l’aveva avanzata a Di Ninno nel dicembre del 2012. In quell’occasione il ras della 29 giugno aveva chiesto al suo direttore amministrativo se poteva rappresentare tecnicamente i rapporti finanziari tra la 29 giugno e Carminati.

In quell’occasione Buzzi spiegava a Di Ninno che l’ex NAR, per via dei suoi precedenti, non poteva incassare compensi di lavoro se non in nero. Dalla contabilità riportata nel libro sequestrato emerge come i compensi destinati a Carminati si riferiscano a quattro appalti: l’investimento nel campo rom, il cantiere relativo alla manutenzione del verde dell’EUR, due cantieri gestiti dall’Azienda Strade Lazio (Astral spa) e centri di accoglienza per Minori (MISNA).

In particolare i crediti vantati da Carminati derivavano nel primo caso dal sostenimento del 50% circa dei costi per la realizzazione del campo “F”; nel secondo da una quota dell’utile del cantiere dell’EUR, pari anche in questo caso al 50%. (cm)

Buzzi: ” a noi ce deve rinnova’ la convenzione..”

213111043-2392e4f2-457f-4712-9109-9c3863f1bfc5

 

E’ stato ascoltato in controesame, il 16 febbraio scorso, l’imputato Michele Nacamulli, nell’ambito del processo Mafia Capitale. La difesa, l’avvocato Giuseppe di Noto, ripercorre in aula i tre capi d’accusa che la Procura contesta al suo cliente: un’ipotesi di corruzione e due di turbativa d’asta, oltre all’aggravante di aver agito con la finalità di agevolare un’associazione di tipo mafioso diretta da Massimo Carminati.

Nacamulli ricongiunge le tappe della sua carriera politica e professionale partendo dall’iscrizione, negli anni ’90, alla Sinistra Giovanile, le giovanili del partito dei Democratici di Sinistra. In breve tempo diviene prima segretario del circolo della sezione Ostiense, quindi vicesegretario della Sinistra Giovanile e infine, nel 2008, viene eletto Consigliere municipale in undicesimo Municipio (S. Paolo, Ostiense, Garbatella).

Al termine dell’esperienza istituzionale nel 2013 Nacamulli si ritrova senza lavoro.

Viene assunto, nel luglio di quello stesso anno e a due mesi dal termine del mandato municipale, dalla 29 giugno con la qualifica di operaio florovivaistico. Formalmente il suo contratto di lavoro viene registrato in capo alla cooperativa COSMA, gestita ufficialmente dall’avvocato Antonio Esposito ma afferente occultamente a Carminati.

L’imputato nega di aver saputo a chi fosse riconducibile quella cooperativa, perché comunque il colloquio di assunzione lo aveva avuto in via Pomona, sede della 29 giugno, con la responsabile del personale Cristina Risa. Il primo giorno si presenta alla stazione metro EUR Fermi, dove gli viene dato l’incarico di recarsi al cantiere relativo ad un subappalto per conto di EUR spa, afferente alla manutenzione delle aree verdi.


L’attività in Cosma e la conoscenza di Carminati

L’attività in Cosma dura circa cinque mesi. Il 13 dicembre 2013 Buzzi lo convoca negli uffici di via Pomona dove gli offre un contratto a tempo indeterminato legato al servizio di emergenza alloggiativa. Ufficialmente il contratto è legato alla cooperativa Eriches, dove viene affiancato a Claudio Bolla con l’incarico di seguire gli aspetti operativi. Il rapporto con Buzzi è da principio molto buono, in pratica gli fa da segretario, in seguito però si raffredda. Tutto comincia con le elezioni europee del 2014, dove Nacamulli aveva fatto parte del comitato elettorale di Enrico Gasbarra.

Terminate le elezioni Buzzi chiede a Nacamulli di fargli da segretario. Le sue mansioni riguardavano la lettura e la stampa della posta elettronica, l’annotazione delle telefonate, la redazione di comunicati stampa. L’esperienza istituzionale era stata preziosa sia dal punto di vista delle conoscenze personali che di gestione delle pratiche amministrative.

La conoscenza di Nacamulli con Carminati avviene all’interno degli uffici di via Pomona, quelle poche volte in cui l’ex NAR si era fermato a discutere su questioni legate alla Cosma. All’inizio l’imputato non sapeva chi fosse, benchè era solito scambiare con lui quattro chiacchiere. Quando il collega Guido Colantuono gli rivela chi sia in realtà, Nacamulli non si scandalizza più di tanto. E non si stupisce nemmeno quando viene a sapere che era socio (di maggioranaza) delle cooperative per la quale aveva lavorato.

Questo perché era abituato a confrontarsi con gli operai della Cosma, alcuni dei quali erano criminali famosi, come il camorrista Michelangelo Camisso o come Pino Pelosi.


I rapporti con Carminati e con gli altri imputati

L’accusa contesta all’imputato di aver partecipato spesso a riunioni con Carminati e Buzzi. In realtà si sarebbe trattato, secondo l’imputato, di due intercettazioni ambientali tratte dagli uffici della 29 giugno. In entrambe gli episodi Nacamulli sarebbe stato presente all’interno di discussioni tra Buzzi e Carminati. Una volta l’imputato si è anche recato in auto con l’ex NAR a visionare una struttura a Campagnano, per valutare il suo eventuale impiego in relazione all’emergenza alloggiativa.

 Con Alessandra Garrone l’imputato aveva rapporti quotidiani all’interno della 29 giugno, così come con Claudio Caldarelli presidente della cooperativa Formula Sociale, Paolo di Ninno responsabile amministrativo della 29 giugno, Sandro Coltellacci gestore della cooperativa il SolCo membro del consorzio Eriches, Claudio Bolla suo diretto superiore, Stefano Venditti dirigente della federazione di Frosinone dei DS divenuto in seguito presidente di Legacoop Lazio, Pierina Chiaravalle collega e dipendente della cooperativa ABC ed Angelo Marinello collega iscritto nella zona EUR impiegato presso l’ufficio dell’assessore Ozzimo.


Gli appartamenti della Locomotive S.Lorenzo in cambio del rinnovo delle convenzioni

Insieme a Magrini Ozzimo e Pedetti, Nacamulli è imputato di corruzione per l’acquisto di quattordici appartamenti dalla cooperative edile Locomotive Roma S.Lorenzo, al prezzo di 3,262 milioni di euro, di cui  120 mila erogati come anticipo. Riguardo ai rapporti con Ozzimo e Pedetti l’imputato spiega come la loro conoscenza fosse pregressa rispetto al suo ingresso nella 29 giugno. E sulle accuse che gli vengono mosse egli nega di aver avuto con loro alcun tipo di rapporto.

Su Santino dei Giudici, presidente della cooperativa edile Locomotive Roma S.Lorenzo, Nacamulli sostiene di non averlo mai conosciuto. Cita a questo riguardo la conversazione censita dal ROS del 7 gennaio 2014, nella quale Buzzi lo chiama e gli dice, con Bolla presente, che se la 29 giugno avesse comprato quei quattordici appartamenti il Comune le avrebbe rinnovato le convenzioni: ” a noi ce deve rinnova’ la Convenzione e non ce deve rompe il cazzo.. punto. Questa è la prima cosa! “.

Erano passati solo dieci giorni dalla sua assunzione.

Nell’ottobre del 2014 la 29 giugno diffonde un documento con il quale comunicava l’acquisto, dalla cooperative Locomotive Roma S.Lorenzo, di otto appartamenti in zona Roma Est. Riguardo a questa vicenda l’imputato respinge ogni addebito.


La procedura negoziata dei 580 posti e le telefonate alla Errico

Il secondo capo d’accusa contestato a Nacamulli è una turbativa d’asta relativa alla procedura negoziata per l’accoglienza di 580 persone.

Anche qui l’imputato descrive i suoi rapporti con gli altri soggetti chiamati in causa dall’accusa. Come Francesco Ferrara, presidente del consorzio di cooperative La Cascina, che Nacamulli ha avuto modo di conoscere quando Buzzi lo portò negli uffici della 29 giugno. La seconda volta che lo vide era alla cena elettorale di Matteo Renzi, all’EUR.

L’imputato conosceva anche Tiziano Zuccolo, poiché come lui si occupava dei residence gestiti in convenzione col Comune. Carlo Guarany era il vice presidente della 29 giugno e Nacamulli aveva avuto modo di conoscerlo negli uffici di via Pomona.

Con riguardo alla procedura negoziata per l’accoglienza di 580 persone sono imputati in concorso con Nacamulli nel reato di turbativa d’asta l’imprenditore Fabrizio Amore, che l’imputato non aveva mai visto prima, e la titolare della cooperativa Un Sorriso, Gabriella Errico,  che invece aveva conosciuto in occasione dell’uscita delle manifestazioni di interesse relativa alla procedura negoziata in oggetto.


La procedure negoziata per via di Valcannuta e via di Montecarotto

Il terzo capo d’accusa contestato a Nacamulli è quello relativo alla procedura negoziata per i residence di via di Valcannuta e di via di Montecarotto. L’imputato chiarisce di non essersi mai occupato di quella vicenda. Il reato in oggetto sarebbe stato commesso in concorso con Buzzi, Carminati, Zuccolo, Bolla e Pulcini. In relazione a quest’ultimo Nacamulli riferisce di non averlo mai conosciuto personalmente ma solo attraverso i quotidiani, essendo egli uno dei vari costruttori romani.

L’avvocato Di Noto richiama l’intercettazione del 15.07.14. Si tratta di una conversazione tra Buzzi e l’imputato. Buzzi chiede a Nacamulli di fare una verifica sui di una cooperativa chiamata San Saturino. L’imputato aspettava l’arrivo di Caldarelli per individuare chi fosse la coop indicata.

Nella conversazione del 17.07.14, sempre tra Buzzi e Nacamulli, quest’ultimo indica all’altro il nome della cooperativa Osa Maior tra i partecipanti ad una gara.

Nella conversazione del 18.07.14 Nacamulli chiama Buzzi e gli parla della cooperativa Virtus, una delle altre partecipanti sempre con riferimento alla stessa gara . Poco dopo Nacamulli richiama Buzzi per indicargli un’altra coop, Europa Consulting.

Il 21.07.14 Zuccolo avvisa Nacamulli di altri due partecipanti non previsti sempre per la gara in questione: le coop Un Sorriso e In Opera. Nella conversazione del 21.07.14 tra Errico e Buzzi la prima chiede a Buzzi un appuntamento e Buzzi risponde dicendo di non potersi muovere e  che gli avrebbe mandato Nacamulli. Buzzi chiede alla Errico di partecipare con la 29 giugno ad una gara ma la Errico gli risponde di non essere disponibile.

Il giorno 21.07.14 Buzzi chiama Errico per chiederle un appuntamento sull’emergenza alloggiativa. Buzzi voleva sapere se la Errico aveva avvisato che avrebbe rinunciato ad una manifestazione di interesse. Sempre il 21.07.14 Buzzi chiama Nacamulli per dirgli che la Errico avrebbe rinunciato e poi gli da appuntamento al teatro Olimpico. Al bar dell’Olimpico Nacamulli incontra Roman Obradovic per sapere se avrebbe partecipato ad una determinata gara. L’Obradovic risponde di non essere interessato.


Quella lista dei partecipanti alla procedura negoziata

In controesame il Pm Luca Tescaroli rivolege all’imputato Nacamulli alcune domande in merito al reato di turbativa d’asta. Il riferimento è ad un documento rinvenuto dal ROS all’interno di una cartellina che l’imputato custodiva in casa propria. Si tratta di una lista di cooperative che avrebbero dovuto partecipare alla manifestazione di interesse relativa alla gara dei 580 posti afferenti ai residence di via Montecarotto e via di Valcannuta.

Erano cooperative che Buzzi avrebbe contattato telefonicamente per sapere se interessate a quella gara. E’ in questi termini che secondo l’accusa si connoterebbe la turbativa, vale a dire nel tentativo di convincere l’interlocutore che, qualora avesse manifestato un interesse per quella gara,  avrebbe ricevuto un favore dalla 29 giugno se vi avesse rinunciato. In sostanza la 29 giugno avrebbe ricompensato la cooperativa debitrice del favore facendole vincere un’altra gara.


L’associazione mafiosa

Sempre l’accusa, contestando l’associazione mafiosa, chiede a Nacamulli se ricorda che Buzzi gli abbia rivelato delle minacce che Carminati avrebbe rivolto a Riccardo Mancini. Nacamulli risponde di non ricordare. Analogamente il Pm chiede all’imputato se ricorda della riunione svoltasi presso la Onlus Piccoli Passi  con alcune persone (quelli della Metro) che dovevano a Buzzi dei soldi.

In quell’occasione Carminati aveva minacciato una di queste perchè voleva alzarsi e andarsene senza avere concluso la conversazione. Secondo il resoconto che viene fatto l’ex NAR avrebbe minacciato questa persona dicendogli: “come cazzo ti permetti stai seduto”.

Riferendosi a quell’incontro Buzzi afferma: “intanto l’incontro era in aperta campagna perchè, se andava male, lo sotterrava li”. Di questi fatti Buzzi ne fa cenno in due distinte conversazioni intercettate dal Ros: una nel maggio 2014 e l’altra il 7 agosto 2014. Quello stesso giorno in una successiva intercettazione Buzzi affermava davanti a Nacamulli che gli altri “hanno paura di noi”. Nacamulli non ricorda questo episodio, ricorda solo che Buzzi, rovolgendosi a lui, faceva delle affermazioni molto bizzarre come “ti sparo su un piede se non mi trovi gli appartamenti”. (cm)

Arrestato il faccendiere sardo Mureddu

mureddu

Mercoledì 22 febbraio un’ ANSA ha dato conto dell’arresto di Valeriano Mureddu, faccendiere di origini sarde ma trapiantato in Toscana. A firmare l’ordine di custodia è stato il Gip del Tribunale di Arezzo Piergiorgio Ponticelli.

Il faccendiere, al quale viene contestato in concorso con altri 11 il reato di bancarotta fraudolenta in relazione alla società Geovision srl, è attualmente detenuto presso il carcere di Arezzo.

Ieri l’ex consigliere di Pier Luigi Boschi è stato sentito dal Gip Piergiorgio Ponticelli per circa un ‘ora.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Mureddu ha respinto tutte le accuse che lo vedrebbero principale artefice del fallimento della Geovision srl, ed ha chiarito come la sua posizione nei confronti di quella società fosse di semplice consulente.

Secondo i Pm che indagano sul caso, Andrea Claudiani e Julia Maggiore, Mureddu avrebbe distratto il patrimonio della società in questione  attraverso bonifici diretti alla moglie di Flavio Carboni, Maria Laura Scanu Concas. Oltre a ciò avrebbe anche posto in essere una frode nei confronti dell’erario per IVA non pagata pari a 5 milioni di euro. 

La Geovision srl è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Arezzo  il 15 settembre 2016, con sentenza n.69/2016. A presentare l’istanza sarebbe stata la Antartide srl, società che si occupa di arredamento per bar e ristoranti, con sede a San Miniato (PI) in via Trento.

La prima udienza, l’adunanza dei creditori per l’esame dello stato del passivo, si è tenuta il primo febbraio scorso.


 fallimento


Dall’Abruzzo alla Toscana

Secondo guidamonaci.it Geovision srl, società di commercio all’ingrosso di gomma greggia e materie plastiche, è stata costituta ad Avezzano (Aq) ed è stata iscritta nel registro delle imprese il 23 giugno 2009. Ha iniziato ufficialmente la sua attività il 30 luglio 2012 (numero REA AQ 119670) con sede in Avezzano, via XX Settembre n.67.

Da un estratto del registro delle imprese la Geovision srl, con atto di costituzione del 19.02.1994, sarebbe iscritta ad Arezzo a far data dal 1.08.2014, con sede legale a Civitella in Val Di Chiana (Ar), in via di Pescaio. La società sarebbe registrata come srl a socio unico che risulta essere Emiliano Casciere (nato ad Avezzano il 14.06.78), il quale è anche rappresentante dell’impresa.

Essendo il numero di Partita Iva lo stesso di Avezzano se ne deduce che la società abbia semplicemente trasferito la sede.


Venti milioni di fatturato nel 2014

Sul sito reportaziende.it, un motore di ricerca specializzato in società, digitando sulla barra degli indirizzi la voce Geovision srl veniamo a sapere che la società a responsabilità limitata denominata Geovision con sede in Civitella Val di Chiana, provincia di Arezzo, ha raggiunto nel 2014 un fatturato pari a euro 20.914.821, mentre il Margine Operativo Lordo, l’indicatore di redditività dell’azienda basato solo sulla gestione operativa, è stato sempre per quell’anno pari a 901.583 euro.

In base ai dati della relazione sulla gestione del bilancio al 31.12.2014, l’attivo corrente dato dalla somma della liquidità con le disponibilità, era pari a 4.783.783 euro, che con le immobilizzazioni arrivava al totale attivo di 5.008.516 euro. Il totale passivo era invece 5.008.516 euro.

Secondo il conto economico i ricavi, al dicembre 2014, erano 20.914.821 euro mentre i costi ammontavano a 20.193.830 euro, per un reddito netto pari a 536.728 euro. (cm)

La dismissione del patrimonio immobiliare

pedetti

In relazione all’imputazione di istigazione alla corruzione l’imputato Pierpaolo Pedetti chiarisce il suo rapporto con Brigidina Paone, impiegata presso la segreteria dell’assessore alla casa Daniele Ozzimo. Racconta Pedetti di avere conosciuto la Paone quando militavano insieme nella federazione giovanile dei DS, e di come nel periodo della giunta Marino vi fosse con lei un rapporto stretto di collaborazione.

Secondo l’ipotesi accusatoria l’oggetto dell’  istigazione alla corruzione sarebbe stato l’adozione da parte della Commissione al Patrimonio e alle Politiche Abitative del Comune, presieduta dal Pedetti, di una delibera la cd delibera dismissioni con la quale veniva messa sul mercato a prezzi notevolmente inferiori a quelli reali una serie di immobili del patrimonio del Comune. Tra questi anche gli immobili di via Pomona e di via del Frantoio, già occupati da Buzzi sulla base di una convenzione. Chiarisce innanzitutto l’imputato come la Paone non avesse alcun ruolo formale all’interno della Commissione da lui presieduta.

Di seguito Pedetti ricostruisce la vicenda della delibera sulle dismissioni, approvata dalla Giunta Marino. Spiega l’imputato come essa abbia preso spunto dalla delibera n.88 approvata dalla Giunta Alemanno. Quella delibera, secondo Pedetti, riguardava un residuo del patrimonio immobiliare che si era tentato di dismettere da parte delle amministrazioni passate. Immobili che le amministrazioni nei vari anni non erano riuscite a vendere nelle varie aste che erano state battute.

La delibera n.88 venne approvata dalla Giunta Alemanno senza pero’ riuscire ad essere approvata dall’Assemblea Capitolina.

Nell’ambito del decreto Salva Roma, nell’esigenza di dover recuperare fondi, la Giunta Marino propose nuovamente la vendita di quegli stessi immobili, oltre a un piano di razionalizzazione delle partecipate.

 L’elenco degli immobili da mettere sul mercato era stato proposto dall’Ufficio Alienazioni del Dipartimento del Patrimonio. Il criterio con cui era stato redatto si basava sulla verifica di alcune caratteristiche sugli immobili da cedere.


Gli emendamenti ad hoc per Buzzi

All’interno dell’ amministrazione capitolina Mirella Di Giovane era il Direttore del Dipartimento del Patrimonio mentre l’ex vicesindaco Luigi Nieri ricopriva per un breve periodo il ruolo di assessore al Patrimonio. Con Nieri Pedetti aveva un rapporto di tipo politico.Quando viene chiesto un parere alla Commissione Patrimonio in merito alla cessione di quegli immobili, Pedetti, in qualità di Presidente, avrebbe apportato due emendamenti alla delibera redatta dalla giunta.

Il primo prevedeva la riduzione del prezzo di acquisto di quegli immobili nel caso in cui l’acquirente fosse stato una cooperativa o un altro soggetto impegnato in attività sociale. L’altro riguardava invece la riduzione del periodo di disponibilità dell’immobile da parte del conduttore o assimilato, necessario per poter accedere alla sua cessione.

Per la presentazione di questi due emendamenti ad hoc l’accusa ha ipotizzato una corruzione ai danni di Pedetti.

Il testo finale della delibera prevedeva una riduzione del prezzo degli immobili pari al 40% del loro valore di mercato.

Tale misura era in linea con le precedenti iniziative di dismissione del patrimonio adottate dalle amministrazioni passate, dove l’intenzione era quella di favorire chi aveva avuto la disponibilità dell’immobile, sia che fosse il conduttore o un custode.

Buzzi sollevò la questione in merito ad un trattamento privilegiato nei confronti delle cooperative sociali che avevano assunto il ruolo di conduttore.

A tale scopo fece avere a Pedetti, attraverso Dina Paone, una bozza di emendamento da apportare alla delibera di dismissione in corso di approvazione.

L’emendamento Buzzi, discusso anche in sede di Dipartimento dalla Di Giovane, prevedeva un abbattimento del prezzo dell’immobile dell’80%, mutuando tale percentuale dal criterio di valutazione del canone di affitto per gli immobili comunali concessi in locazione alle cooperative sociali.

 Pedetti corresse tale percentuale in 40%. L’altro emendamento introdotto dall’imputato era quello che riduceva il periodo di possesso dell’immobile ai fini dell’abbattimento del prezzo da 5 a 3 anni.

Questi due emendamenti furono introdotti dalla Commissione Patrimonio, cioè da Pedetti, il 13 gennaio 2014. Tutti e due avevano avuto origine da un’iniziativa di Buzzi, che di fatto era il soggetto che ne traeva maggiore vantaggio.   


Il recepimento nella delibera degli emendamenti pro Buzzi

Pedetti racconta come fosse contrario al contenuto della delibera di dismissione. Tuttavia il Sindaco Marino ritenne prioritario inviare un messaggio forte al Ministero dell’Economia in tema di riequilibrio del Bilancio di Roma Capitale.

L’imputato racconta come quell’operazione, così come era stata concepita, fosse destinata a fallire poiché riproponeva un’analoga iniziativa della giunta Alemanno già naufragata. Occorreva, dal suo punto di vista, aggiungere a quegli immobili anche alcuni di quelli situati nel centro storico, immobili di pregio, al fine di rendere più appetibile la lista dell’Ufficio Alienazioni.

Dopo una serie di riunioni tra l’imputato, il sindaco, il vicesindaco Nieri e il Dipartimento, quella lista venne profondamente modificata così come furono mutati i criteri reddituali degli inquilini.

La deliberà così rimaneggiata venne approvata nuovamente in giunta nell’ottobre del 2014. Nella lista compilata dalla giunta Alemanno gli immobili che si era cercato di vendere erano complessivamente 600.


L’episodio delle case in affitto a Buzzi

Pedetti è accusato, tra gli altri, del reato di induzione alla corruzione. Avrebbe offerto a Salvatore Buzzi in affitto due immobili da destinare all’emergenza alloggiativa. Si trattava di due appartamenti di proprieta’ della Segni di Qualità srl, societa’ che si occupava prevalentemente di raccolta fondi per campagne elettorali e che è riconducibile allo stesso Pedetti e ad Andrea Carlini, suo socio.

Quest’ultimo rivestiva anche la posizione di amministratore unico. In merito alla vicenda descritta Pedetti racconta di aver incontrato Buzzi in Campidoglio nel periodo di febbraio-marzo 2104.

Era quello un momento nel quale il Presidente della 29 giugno si stava dedicando al reperimento di alloggi da destinare all’emergenza alloggiativa. Pedetti gli fece presente che nel passaggio dai centri di Accoglienza Temporanea (CAT) al Servizio di Accoglienza Temporane (SAT) vi sarebbe stata per loro (29 giugno) l’esigenza di rimodulare l’offerta alloggiativa.

Questo perché si sarebbe passati dai grandi centri di accoglienza localizzati in un unica sede ai piccoli centri diffusi, o anche ai singoli appartamenti dislocati nella città, così da ridurre l’impatto sulla popolazione residente. Ciò generava l’esigenza di individuare singoli immobili dislocati in ordine sparso sul territorio di Roma.

Pedetti gli consigliò quindi di interpellare il suo ex socio Andrea Carlini, il quale aveva due appartamenti disponibili da destinare all’accoglienza dei richiedenti asilo. Si trattava di due immobili affittati per i quali era in corso una procedura esecutiva di sfratto per morosità.

Dalla lettura dell’ordinanza del 2 dicembre 2014 emerge come Pedetti e Carlini avessero acquistato i due immobili in questione nel 2006 dal costruttore amico di Salvatore Buzzi Bernardino Marronaro, per un importo complessivo pari a 270.000 euro. Racconta Pedetti che quando si candidò per le comunali del 2013 cedette le sue quote della società Segni di Qualità ad Andrea Carlini, che ne divenne socio unico.

Prima di allora la suddivisione delle quote era 50-50. I rapporti di Pedetti con Carlini erano buoni, essendo oltre che soci anche amici. Carlini conosceva anche Salvatore Buzzi, con il quale era solito confrontarsi autonomamente. Il rifiuto di Buzzi di prendere in affitto gli immobili da Carlini porterà ad uno scontro tra i due, per sanare il quale sarà necessario l’intervento pacificatore di Umberto Marroni.

Quando il Presidente Ianniello chiede a Pedetti come ma si sia rivolto a Buzzi, che era un imprenditore privato, per indirizzarlo da Carlini, Pedetti risponde perché sapeva che Carlini aveva la disponibilità di questi due appartamenti.

E poi chiarisce: “Io non ho fatto nessuna istigazione e nessuna richiesta: io gli ho dato un’informazione a Buzzi“.

Pedetti chiarisce come dietro gli emendamenti che aveva inserito nella delibera per la dismissione del patrimonio pubblico non ci fosse alcun mercimonio. Quella messa a disposizione di immobili nei confronti di Buzzi non rappresentava, secondo Pedetti, una contropartita. (cm)

Su ↑