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Claudio Meloni

Mafia Capitale: l’appello

 

Mafia: "Che te serve?", cosi' Carminati al telefono
Mafia Capitale

E’ cominciato da qualche giorno il processo d’appello a Mafia Capitale.

Come sappiamo l’elemento centrale del giudizio di primo grado è stato, in relazione ai reati associativi, l’assenza del carattere mafioso dell’associazione criminale alla sbarra.

Il tribunale ha ipotizzato l’esistenza di due associazioni distinte di cui la prima, composta da Riccardo Brugia, Massimo Carminati, Roberto Lacopo e Matteo Calvio, dedita all’usura e al cambio di assegni. La seconda invece, composta da Brugia, Carminati, Claudio Caldarelli, Nadia Cerrito, Paolo Di Ninno, Agostino Gaglianone, Alessandra Garrone, Luca Gramazio, Carlo Guaranì, Cristiano Guarnera, Giuseppe Ietto, Franco Panzironi, Carlo Pucci, Fabrizio Testa e Salvatore Buzzi, associazione gravata dall’art. 416 comma 5, dedita in modo permanente ai delitti di corruzione e turbativa d’asta.

La ricostruzione fatta dalla decima sezione del Tribunale penale di Roma in merito alla prima delle due associazioni chiama in causa il distributore di benzina di Corso Francia, angolo via Pecchio, luogo eletto quale sede riconosciuta e riconoscibile dell’associazione a processo. L’attività era gestita da Roberto Lacopo, che non è una prestanome di Carminati, il quale è dedito abitualmente ai reati di usura e cambio assegni attraverso l’uso di metodi intimidatori e violenti. Laddove l’attività di riscossione dei crediti veniva affidata a Carminati, Brugia e Calvio.

La seconda associazione composta da Buzzi e dai suoi collaboratori Caldarelli, Cerrito, Di Ninno, Guaranì e Garrone è costituita da un nucleo dedito all’attività di turbativa d’asta tramite corruzione, e da un altro che assicurava invece la cura dei rapporti politico-amministrativi per conto dell’associazione stessa. Quest’ultimo sarebbe costituito da Gramazio, Panzironi, Pucci e Testa.

Secondo la ricostruzione fatta dal tribunale Carminati si sarebbe unito a questo secondo gruppo a partire dalla seconda metà del 2011, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Buzzi.

La reiterazione del reato di turbativa d’asta posta in essere da questo secondo sodalizio ne sottolinea la sua pericolosità sociale ed economica.

Gramazio, sia come consigliere comunale che come consigliere regionale d’opposizione, avrebbe assunto secondo il Tribunale il ruolo di sponda politica, cui facevano riferimento sia Buzzi che Carminati. Gramazio, dunque, metteva la sua funzione a disposizione di questi ultimi ricevendone in cambio delle elargizioni.

Con riferimento ai tre imprenditori coinvolti nelle indagini Giuseppe Ietto, Cristiano Guarnera e Agostino Gaglianone il Tribunale ha escluso l’ipotesi di una loro funzionalita’ rispetto all’organizzazione, e cioe’ a dire che fossero collusi, essendo venuta a cadere l’aggravante mafiosa.

Sempre per il Tribunale gli unici elementi di contatto tra le due associazioni sarebbero rappresentati da Carminati e da Brugia, pur rivestendo questi diversi ambiti di operatività in ciascuno dei due contesti in cui operavano.

Questo dunque esclude la possibilità di ipotizzare un’unica associazione a delinquere presupposto della quale è il collegamento intersoggettivo, ovvero l’esistenza di legami tra tutti i componenti delle due associazioni.

Cosa che come vedremo adesso non corrisponde alla realta’. Roberto Lacopo, infatti, non ha mai avuto alcun rapporto con Salvatore Buzzi o con qualsiasi altro dipendente della 29 giugno. Cosi’ come Matteo Calvio non ha mai avuto alcuna consapevolezza di essere inserito in un contesto più ampio di quello rappresentato dal distributore di corso Francia. E ancora. Calvio e Lacopo non conoscevano le attività imprenditoriali di Guarnera in relazione agli affitti di Selva Candida o a quelli di VerdePanphili.

Il manifesto programmatico del Mondo di Mezzo, quello spiegato da Carminati nell’ambientale tratta dal Bar Euclide di via di Vigna Stelluti, definisce i ruoli e le attività distinte delle due organizzazioni. E non risulta che Buzzi ne fosse a conoscenza.

Così come non risulta che i proventi dell’attività di usura e delle estorsioni fossero divisi anche con i membri della seconda organizzazione.

Secondo il Tribunale l’esistenza delle due distinte organizzazioni è desumibile anche dall’ambito temporale. Infatti il gruppo dedito agli appalti è stato costituito a seguito dell’incontro tra Buzzi e Carminati avvenuto verso la fine del 2011. Ben prima della nascita del gruppo dedito all’attività estorsiva, la cui esistenza affiorava per la prima volta nel novembre del 2012.

Pur riconoscendo l’esistenza di nuove organizzazioni mafiose distinte da quelle tradizionali il Tribunale non ha ritenuto configurarsi il delitto di associazione mafiosa, difettando le due organizzazioni del metodo mafioso, ovvero dell’uso della forza a carattere intimidatorio, così come non sono stati riscontrati l’assoggettamento e lo stato di omertà da questa derivante.

In particolare la corte ha osservato come la c.d. riserva di violenza, ovvero la fama criminale che il gruppo forte di metodi violenti già praticati può sfruttare senza bisogno di compierne di ulteriori, contraddistingua soltanto le mafie derivate da quelle tradizionali.

E che quindi nel caso in esame, trattandosi comunque di una mafia di nuova formazione, considerare la violenza potenziale significherebbe estendere l’interpretazione della norma ex 416 bis oltre il consentito.

Dunque il Tribunale non ha ritenuto che il background di Massimo Carminati fosse mafioso, perchè non può ritenersi il collegamento del solo Carminati con la Banda della Magliana quale elemento sufficiente. Benchè questi sia stato accompagnato da una duratura fama mediatica. Nè è stato ritenuto certo l’inserimento di Carminati all’interno del gruppo eversivo dei NAR.

Anche il legame di Carminati con altre organizzazioni mafiose, come quelle di Michele Senese, di Ernesto Diotallevi, di Carmine Fasciani o di Manlio Denaro, era il frutto di suoi contatti esclusivi, totalmente scollegati con i fatti per i queli egli è a processo.

Carminati e Brugia hanno esercitato le attività di usura e di recupero crediti, quest’ultima attraverso l’attività estorsiva ricorrendo anche all’uso della violenza.

Il Tribunale ha però evidenziato come le condotte intimidatorie siano state rivolte contro un numero limitato di parti offese, le quali avevano tutte rapporti pregressi con il distributore di corso Francia.

Inoltre, sempre secondo la corte, non sono note le attività intimidatorie per quanto concerne il gruppo dedito agli appalti, rappresentando tali condotte metodo esclusivo della prima associazione.

La minaccia rivolta da Carminati a Riccardo Mancini (“lo famo strillà come un’aquila sgozzata”) a causa del mancato pagamento da parte di EUR spa dei debiti verso la 29 giugno non si è concretizzata, posto che Pucci, Mancini e Carminati sono legati da un rapporto di amicizia di lunga data. Così come il riferimento dell’ex Banda della Magliana a percosse che sarebbero da questi state corrisposte al Mancini richiamerebbe circostanze pregresse, relative al passato.

Mancini, Gaglianone e Gramazio hanno riferito che l’inserimento di Carminati all’interno del mondo delle cooperative da parte di Gianni Alemanno la si deve ai suoi precedenti penali , posto che altrimenti questi non avrebbe mai potuto essere collocato all’interno dell’amministrazione capitolina.

Inoltre il fatto che questa seconda organizzazione abbia avuto continui e prolungati rapporti con le amministrazioni esclude l’aggravante mafiosa. (cm)

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Gli imprenditori di Mafia Capitale

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Nell’ordinanza emessa il 4 dicembre 2014 dal GIP dott.ssa Flavia Costantini si legge come l’organizzazione denominata Mafia Capitale fosse composta da un gruppo operativo, quello che poneva in essere le condotte illecite da cui proveniva la maggior parte dei proventi dell’attività (estorsioni, usura, attività imprenditoriale illecitamente ottenute dalla pubblica amministrazione), e dall’altra da un gruppo di imprenditori, politici e amministratori corrotti.

In particolare gli imprenditori vengono divisi in due categorie: quelli collusi, che stipulavano un contratto di mutua utilità con l’organizzazione criminale ottenendone benefici materiali e non.

E gli imprenditori vittime, che sotto la pressione delle minacce da parte dell’organizzazione erano costretti a perdere parte delle loro utilità adeguandosi alle richieste che gli venivano rivolte. Nella prima rientrano Agostino Gaglianone, Giuseppe Ietto e Cristiano Guarnera, mentre nella seconda Luigi Seccaroni, Andrea Infantino e Marco Iannilli.

Ad avvalorare tale classificazione il GIP Costantini richiama l’ordinanza datata 12 febbraio 2014 emessa dal GIP di Milano nei confronti di Angelo Adamo ed altri (p.p.n 12053/11): “Si è affermato, in proposito, che è ragionevole considerare colluso il soggetto che è entrato in un rapporto sinallagmatico (di utilità reciproca) con la cosca tale da produrre vantaggi per entrambi i contraenti, consistenti per (p. 51) l’imprenditore nell’imporsi nel territorio in posizione dominante e per il sodalizio criminoso nell’ottenere risorse, servizi o utilità; mentre è ragionevole ritenere “imprenditore vittima” quello che, soggiogato dall’intimidazione, non tenta di venire a patti col sodalizio, ma cede all’imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi a perseguire un’intesa volta a limitare tale danno. Ne consegue che il criterio distintivo tra le due figure è nel fatto che l’imprenditore colluso, a differenza di quello vittima, ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione col sodalizio mafioso (cfr. Cass. Sez. 1, n. 46552 del 11/10/2005 RV 232963 e Sez. 5, n. 39042 del 01/10/2008 RV 242318).


Cristiano Guarnera

Nel marzo 2013 la Edilizia Piera srl, con sede in via Federico Jorini, ha come soci Cristiano Guarnera  e la nonna Maria Piera Verducci. Amministratore unico della società  risulta essere il nonno di Cristiano, Angelo Guarnera, marito della Verducci.

La Edilizia Piera possiede l’80% del capitale delle società:

– Immobiliare Torre Argentata Costruzioni srl (in breve ITA Costruzioni srl)

– VerdePamphili srl con sede in viale Parioli n.76. Socio di questa, oltre alla Edilizia Piera srl risulta, fino al marzo 2013, Felice Morello, fratello di Roberta Morello moglie di Cristiano. Amministratore unico della società è invece Cristiano Guarnera.


La logica del risultato

In un’ intercettazione ambientale eseguita dai carabinieri del ROS all’interno dell’auto di Carminati il 25.01.2013, l’ex NAR spiega a Cristiano Guarnera come attraverso la frequentazione abituale di persone di elevato livello socio-economico (“di un certo livello”) avesse maturato la convinzione che alla fine quello che contava in quel genere di relazioni fosse “il risultato”. Questa filosofia verrà ripresa successivamente (11.01.2013) in quella ambientale che gli inquirenti hanno definito il manifesto politico dell’organizzazione Mafia Capitale, ovvero la “teoria del Mondo di Mezzo”.

Carminati: cazzo è impossibile.. capito come idea?. . .è quella che il mondo di mezzo in cui invece dove tutto si incontra. . cioè..hai capito?…allora le persone..le persone di un certo tipo… di qualunque

Guarnera: …(inc.)…

Carminati: di qualunque cosa… .si incontrano tutti là. . . 

Brugia: di qualunque ceto.

Carminati:  allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno … questa è la cosa .. e tutto si mischia”.


Il “rapporto paritario”

Guarnera entra ufficialmente in contatto con l’organizzazione di Mafia Capitale mosso da un’esigenza di protezione. Le minacce alla sua incolumità sarebbero derivate, secondo quanto risulta dalle indagini, dall’intenzione di acquistare una moto usata, moto appartenuta ad un noto pregiudicato. Acquisto che poi il Guarnera avrebbe deciso di annullare, pur avendo dato la sua parola. Il mancato perfezionamento della cessione del bene suscitava nel venditore un risentimento tale che, essendo questi inserito all’interno di un conteso criminale, generava l’esigenza in capo al Guarnera di ricercare una forma di protezione.

E grazie alla frequentazione del benzinaio di corso Francia, ed in particolare di Riccardo Brugia, Guarnera avrebbe concluso l’accordo di protezione con l’organizzazione Mafia Capitale. Accordo che prevedeva l’affidamento dell’incarico a Matteo Calvio detto il Bojo (il boia).

Una volta ottenuta la protezione di fatto Guarnera diventa uno degli imprenditori  a disposizione dell’organizzazione, su cui cioè il sodalizio criminale può contare.  Come risulta da alcune intercettazioni il reale obbiettivo dell’accordo era, per l’associazione criminale, quello di ottenere il controllo dell’imprenditore e dei suoi beni.

Questo obiettivo veniva conseguito mediante il coinvolgimento negli affari di Cristiano Guarnera e della sua famiglia. Carminati la spiega in questo modo:

“…però non ti pensa’… DEVE ESSERE UN RAPPORTO PARITARIO, je devi dì…non ti pensare che tu… ecco… a me mi puoi anche …dire che mi dai un milione di euro… per guardarmi… tutte ste merde…inc…. non mi interessa, già che faccio una …inc. [sembra che dica “cortesia”]..è normale che DALL’AMICIZIA DEVE NASCERE UN DISCORSO CHE FACCIAMO AFFARI INSIEME… questo è il discorso…non ti pensa’ che nun ce sta nessuno…la cosa… “PERCHÈ TANTO… NELLA STRADA…” … GLIELO DEVI DIRE… ”A COME TI CHIAMI?… COMANDIAMO SEMPRE NOI….NON COMANDERÀ MAI UNO COME TE NELLA STRADA… NELLA STRADA TU C’AVRAI SEMPRE BISOGNO DI … inc….”.


Il progetto di via Innocenzo X

Da un’intercettazione sull’utenza telefonica di Carminati emergeva come Cristiano Guarnera stesse portando a termine, in qualità di amministratore della VerdePamhili srl, un progetto immobiliare di edificazione e vendita di una novantina di appartamenti in via Innocenzo X. La titolarità del progetto era appunto della Villapamphili Immobiliare srl, i cui soci sono Felice Morello, fratello della moglie di Cristiano, ed EDILIZIA PIERA srl, quest’ultima di proprietà dei nonni di Cristiano. Degli aspetti edili veniva incaricata la Immobiliare Torre Argentata srl (ITA costruzioni srl) riconducibile anche questa alla famiglia Guarnera (Guarnera è socio al 20% ed amministratore unico, mentre il restante 80% è della Edilizia Piera srl).

Il progetto prevedeva in origine 95 appartamenti realizzati su tre palazzine, ciascuna di sette piani, da portare a termine in 18 mesi con inizio dei lavori gennaio 2011. Nel progetto era previsto un cambio di destinazione d’uso dell’edificio, essendo questo in origine classificato come edilizia speciale a impianto seriale, e più precisamente come edificio scolastico.

Si trattava dell’istituto scolastico “Fleming” classificato nel Piano regolatore come compreso nella città storica.

Nel contesto urbano nel quale veniva inserito il progetto aveva destato una certa preoccupazione in seno ai residenti, in quanto di altezza nettamente superiore rispetto agli immobili presenti, in gran parte risalenti alla prima metà del 20° secolo.

Un gruppo di abitanti costituitosi in comitato non aveva esitato a chiamare “ecomostro” l’opera nel suo complesso.

Da una serie di accertamenti emergeva come malgrado la ITA Costruzioni srl non avesse ancora ottenuto i necessari permessi, questa avesse già principiato a prendere prenotazioni per la vendita, anche grazie all’attivazione del sito verdepamphili.it.

Il 30 marzo 2012 la Polizia Locale di Roma Capitale interveniva per sospendere i lavori di abbattimento della vecchia scuola.


L’intervento decisivo di Carminati

A seguito dell’esecuzione dell’ordinanza del 4 dicembre con i primi arresti relativi all’inchiesta Mondo di Mezzo, emerge il ruolo di Carminati nell’ambito dell’operazione immobiliare Vardepamphili srl.

A seguito del sequestro del cantiere, durato circa un anno e mezzo dal 2011 al 2013, l’intervento risolutivo dell’ex NAR avrebbe sbloccato la pratica fino ad allora rimasta a languire sulle scrivanie dell’ Ufficio Tecnico di Roma Capitale. Intercettato dai ROS Guarnera a questo proposito spiega alla moglie: “lui (Carminati) è stato in grado di una cosa che io in due anni non sono riuscito a fare, lui in tre giorni è riuscito a sbloccarla!”.

Il dissequestro del cantiere e l’approvazione del progetto, previa revisione dello stesso consistente nell’abbassamento delle palazzine da sette a quattro piani e nella conseguente riduzione del numero di appartamenti a 75, avveniva quindi grazie al diretto interessamento del presunto capo dell’organizzazione Mafia Capitale.

Parallelamente all’arresto di Guarnera i carabinieri del Ros perquisivano gli uffici dello stesso, rinvenendo la copia originale del permesso a edificare. Si trattava del permesso di costruzione (con atto nr.103 prot. 25469) per il “restauro e Nuova costruzione di Edifici Residenziali coma da D.P.R. 380 del 6 giugno 2001 (TU sull’edilizia) con incarico dei lavori alla Verdepamphili srl“.

In precedenza, nel marzo 2013, era già stato effettuato un sopralluogo del ROS sul medesimo cantiere, come risulta da verbale: “Veniva effettuato, in data 26.03.2013, un sopralluogo, presso il cantiere di via Innocenzo X, da cui emergeva che, a margine dello stesso, vi era in evidenza la prescritta cartellonistica dei lavori da eseguire, dalla quale si evinceva quanto segue: – Comune di Roma Capitale; – Intervento di: – Permesso di costruire: nr.103 prot. 25469 del 11.03.2013; – Proprietà: “VERDEPAMPHILI SRL”; 

Impresa costruttrice: “VERDEPAMPHILI SRL”;  Direzione dei lavori: Ing. Domenico RICCIARDI;  della sicurezza: Arch. Giuseppe RICCIARDI;  Calcolatore statico e opere C.A.: Ing. GALLESE.

Data inizio lavori: 11.03.2013;  Progettista e Direttore del cantiere, dei lavori e responsabile Capo cantiere: Geometra Sandro CIOCCI“.


L’estraneità presunta di VerdePamphili srl da Mafia Capitale

Come risulta dal sito romatoday.it in relazione al coinvolgimento di Cristiano Guarnera nell’inchiesta Mafia Capitale, la società VerdePamphili srl tiene a precisare quanto segue:

1) la domanda di permesso di costruire fu seguita nell’inter amministrativo, presso gli uffici di Roma Capitale, integralmente ed esclusivamente dai professionisti Ing Domenico Riccardi e Architetto Felice Morello, dalla presentazione al conseguimento e ritiro. Nessun altro ha operato od è intervenuto al riguardo. La notizia di intervento di altri è, pertanto, falsa nel contenuto, pure se puo’ essere stata millantata da alcuno;

2) Il permesso di costruire fu ritirato l’11.3.2013 perché solo pochi giorni prima la VerdePamphili srl aveva corrisposto gli oneri di costruzione a Roma Capitale;

3) Cristiano Guarnera non ha cariche né  partecipazione in VerdePamphili srl, ne ha mai operato nella pratica amministrativa in questione per questa società. Si ribadisce, quindi, la totale e documentata estraneità di VerdePamphili srl al consesso nominato Mafia Capitale.

Quanto chiarito dalla VerdePamphili contrasta però con quanto risulta nell’ordinanza del GIP Flavia Costantini (pag. 472), dove tra le varie cariche sociali ricoperte da Cristiano Guarnera prima del suo arresto vi è anche quella di amministratore unico della VerdePamphili srl, società con sede legale a Roma in viale Parioli n.76. Soci della stessa risultano essere – in quel momento – il fratello della moglie di Cristiano, Felice Morello, e la Edilizia Piera srl.

L’interrogatiovo che emerge dal quadro descritto è il seguente: se è vero che l’unica esigenza di Guarnera era quella di ottenere protezione, per lui e la sua famiglia, da eventuali minacce esterne, per quale ragione lo stesso avrebbe dovuto parlare dei suoi interessi economici e familiari con un noto e riconosciuto criminale quale Massimo Carminati? Era solo un pour parler, una millanteria, oppure oltre che per la sua fama di ex terrorista nero questi era noto anche per via del suo potere contrattuale nei confronti dell’amministrazione capitolina?

A beneficio di memoria si riporta un passaggio dell’ordinanza del GIP Costantini: ” il motivo, che aveva spinto alcuni membri della famiglia GUARNERA a mettersi in contatto con loro (cioè con l’organizzazione Mafia Capitale), risiedeva nella consapevolezza che attraverso tale iniziativa, le imprese legate alla famiglia GUARNERA avrebbero ampliato il giro di affari: “mo ce fanno .. che lo sai che operazioni famo .. guadagnamo, poi ormai stanno servizi per tutta Italia..”; l’avvicinamento di GUARNERA a BRUGIA (“..m’è venuta sotto a me..”) era finalizzato a contattare CARMINATI, essendo a conoscenza che era inserito nel suo circuito criminale: “sa che tu te movi (Bruggia a Carminati), sa che tu te movi in certi ..inc…in certi ambiti.. […] ..parla con Riccardo che c’ha confidenza..che c’ha una sorta de”....è chiaro che è una battuta de me..per arrivare a te, no?..”;


Le risultanze del bilancio

In epoca recente, a seguito degli arresti relativi all’inchiesta Mafia Capitale, l’azionariato della Edilizia Piera srl ha subito alcuni stravolgimenti.

A partire dall’agosto 2017, sebbene l’amministratore unico della società risulti essere ancora Angelo Guarnera, i soci della Edilizia Piera srl diventano quattro e tutti nuovi:

– Morello Roberta con un pacchetto azionario di € 63.000 su un capitale complessivo di 150.000 euro

– Fondazione Incontro Onlus, con € 44.370 euro interamente versati.

– Guarnera Angelo con € 42.630

– Guarnera Guglielmo

A principiare dal 21.12.2015  sono stati nominati amministratori della Edilizia Piera srl Guarnera Angelo e Morello Roberta. Morello è stata nominata con atto del 21.12 2015

La Edilizia Piera srl risulta essere inattiva dal 2012, data di presentazione del suo ultimo bilancio.

Tale bilancio è stato discusso e approvato dall’assemblea dei soci il 21 gennaio 2014. Contestualmente è stato rinnovato l’incarico di amministratore unico a Angelo Guarnera.

Per quel che riguarda la VerdePamphili srl, che come abbiamo visto è la società che riceve da Roma Capitale, grazie all’intervento provvidenziale di Carminati, il permesso per abbattere il complesso scolastico e portare a termine le palazzine previste dal progetto, da quanto risulta dalle note integrative al bilancio del 31.12.2015 tutto il progetto, una volta eseguito, sarebbe stato sequestrato dal Tribunale di Roma Sezione misure di Prevenzione.

Con decreto del 18.12.2016 il Tribunale di Roma – Sezione per l’applicazione delle misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza, disponeva, ai sensi degli artt. 16, 18, 22 e 24 del D.lgs. 6.9.2011, n. 159, il sequestro anticipato dei beni riconducibili ai (proposto) sig. Cristiano Guarnera (Seq. M.P. n. 196 e ss, procedimenti riuniti- già M.P. 208), nominando giudice delegato il presidente della sezione, dott. Guglielmo Muntoni ed amministratori giudiziari, ai sensi dell’art. 35 del citato decreto legislativo, la dott.ssa Claudia Capuano, il dott. Davide Franco ed il dott. Paolo Lupi“.

Subito dopo il sequestro l’amministratore della VerdePamphili srl, ovvero Cristiano Guarnera, sarebbe stato sostituito dai due amministratori esecutivi Roberto Esposito e Felice Morello. Contestualmente sono stati nominati un nuovo tenutario dei libri contabili e societari e un nuovo consulente del lavoro. Sono stati infine nominati tre gestori di fiducia dell’amministrazione giudiziaria: dott.ssa Claudia Capuano, dott.Davide Franco e dott.Paolo Lupi.

Tra i beni rientrati nel procedimento di sequestro vi sono le quote sociali e l’azienda, quest’ultima intesa come complesso di beni organizzati dall’imprenditore.

Come scrivono i due amministratori gli ultimi bilanci presentati, 2013 e 2014, non risultano approvati e gli amministratori giudiziari hanno ritenuto di non dover procedere alla loro approvazione, tenuto conto che si tratta di esercizi contabili anteriori al sequestro. E tuttavia i dati patrimoniali dell’esercizio 2013-14 hanno costituito i valori di riferimento dell’esercizio 2015.

Per quanto riguarda l’andamento della gestione si riporta il seguente schema riepilogativo:

                                            31/12/2015         31/12/2014

Valore della produzione        5.783.340              5.690.029

Margine Operativo Lordo        852.370               1.092.051

Risultato prima dell’imposta      58.310                  270.279

In relazione ai rapporti con le altre società riconducibili alla famiglia Guarnera, nel bilancio 2015 risultano iscritti crediti verso la ITA Costruzioni, verso il sig. Olivieri, verso Cristiano Guarnera e verso Edilizia Piera.

Dalla lettura del bilancio la situazione crediti complessivi è la seguente:

Saldo al 31/12/2015          Saldo al 31/12/2014            Variazioni

        2.541.512                          2.326.628                        214.884

Il risultato d’esercizio al 31/12/2015 risulta essere costituito da una perdita di € 109.457.  


 L’emergenza alloggiativa

Il sodalizio criminale tra l’organizzazione di cooperative facenti capo a Salvatore Buzzi e quella guidata da Massimi Carminati trova una sintesi in occasione dell’emergenza alloggiativa,  situazione che si creava quando l’afflusso di migranti dal Nord Africa si faceva più cospicuo del previsto, tanto da rendendere necessaria l’individuazione di strutture alloggiative in grado di accogliere i richiedenti asilo, sotto l’egida del Ministero degli Interni.

In questo frangente l’organizzazione di Carminati metteva a disposizione di quella di Buzzi una serie di edifici di proprietà di imprenditori vicino all’ex NAR. Tra questi troviamo Cristiano Guarnera, Daniele Pulcini, Sergio Tartaglia, Mario Zurlo e Roberto Catracchia.

Se la vicenda di Guarnera mostra alcune particolarità rispetto a quella degli altri imprenditori, di fatto tutti si mettono a servizio dell’organizzazione, allettati dagli incassi prospettati dalla coppia Buzzi-Carminati. E tutto questo avveniva in un frangente in cui il mercato immobiliare era in crisi nera e i prezzi degli immobili erano scesi così tanto da non consentire neanche di recuperare i costi dei mutui accesi con le banche. E questo spiega la ragione per la quale gli appartamenti costruiti rimanevano in gran parte invenduti.

Esplicativa al riguardo è l’ambientale realizzata dal Ros il 25.01.2013, nella quale Carminati cerca di convincere Guarnera ad affittare gli immobili di proprietà della sua famiglia, mettendoli a disposizione del gruppo di cooperative afferenti alla 29 giugno. Nella conversazione l’ex NAR spiega a Guarnera che secondo le tendenze del mercato immobiliare sarebbe stato più conveniente per lui affittare quegli immobili piuttosto che venderli. 

Nella seconda parte della conversazione Carminati illustra a Guarnera i vantaggi di affittare ad una organizzazione solida come quella facente capo a Salvatore Buzzi, attiva in molteplici settori economici e capace di differenziare su molteplici attivita’ economiche.

Massimo: ma poi, tu lo sai, adesso se vendi rimetti, cioè però giustamente, invece uno di tenersi sul groppone un mutuo dice sai che c’è? Fammelo levà dal cazzo, cioè adesso la gente vende…ci stà..Daniele PULCINI..l’amico mio…sta vendendo a prezzo di mutuo pure sotto, pur di levarti dai coglioni tutto quanto..[ride] ..addirittura ha fatto fallì due società, due società le ha fatte proprio schioppà, ha detto ma io perché mi devo, cioè ma sti cazzi,.le faccio schio..cioè, c’aveva le teste di legno…

Guarnera: ma è…

Massimo: ha dato i soldi a..a Iole.. e le ha fatte schioppà, ma non è…purtroppo il momento che si vive è questo, invece qui.. questi.. so gli unici che c’hanno la possibilità, perché loro.. questi qui stanno..inc..e poi adesso, loro giustamente, lui è stato onesto, perché gli ho detto guarda che.. famoce chiaro proprio, mettiamoci proprio con il cuore in mano che non se dimo cose, cioè lui, è giusto ti ha fatto un discorso giusto, però io ti dico che nessuno li caccerà mai questi qua, perché l’emergenza abitativa, adesso verrà un sindaco di sinistra figurati se li caccia.. cioè, questi qui sta facendo con il sindaco di destra, pensa con il sindaco di sinistra che è, se prediligerà qualcuno sarà il sociale eh! Cioè un sindaco di sinistra non si può permettere de mandà via i sfrattati o quelli che non c’hanno casa, capito. Solo loro ce ne hanno 600, 600 sono diciamo, poco, poco sono 150 famiglie, ci stanno quelli dell’Arci Confraternita, quelli che sono i preti diciamo, ce n’hanno altri 250, altre 250 famiglie, qui stiamo parlando di qualche migliaio di persone che…capito? E c’è continua richiesta, c’è continua richiesta perché la gente, cioè c’è povertà

Massimo: ma qui la vita reale è questa qua. Questa qua è la vita reale, ma questi non li guardà che si presentano male, Cristià .. questa è una grande realtà, basta che te la vai a guardà sul sito, vattela a guardà, ventinove giugno e vedi di che si tratta, non è che ..eh.. perché uno li vede così, ma questi. Mò questi c’hanno stamattina, in questo momento c’hanno ottocentocinquanta persone in giro per Roma che lavorano, cioè sono i piu’ grandi appaltatori del Comune questi, cioè tutto il verde che vedi fatto a Roma lo fanno loro…ma il verde…i campi.. di tutti i campi nomadi che ci stanno a Roma sono gestiti da loro. (cm)

Omicidio Kuciak: silenzio sulle indagini

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Il sito slovacco di informazione Korzar riporta oggi un’intervista rilasciata da Antonino Vadalà, arrestato e poi rilasciato dalle autorità slovacche insieme ad altri sei italiani in relazione all’omicidio del reporter Jan Kuciak e della sua fidanzata  Martina Kusnirova, avvenuto la scorsa settimana.

Ai giornalisti l’imprenditore originario di Bova Marina, nel reggino, ha raccontato di non essere mai stato indagato per associazione mafiosa, ne in Slovacchia ne in Italia.

Vadalà ha poi negato di avere ricevuto fondi europei dal Ministero dell’Agricoltura slovacco, raccontando di vivere dei proventi della propria attività oltre che degli affitti derivanti da alcuni immobili di sua proprietà.

Ha poi aggiunto di ritenere il suo coinvolgimento nella vicenda del duplice omicidio come una macchinazione ordita dall’opposizione politica ai danni del premier slovacco Robert Fico, per spingere quest’ultimo alle dimissioni. Nel presunto complotto sarebbero stati coinvolti, secondo l’imprenditore calabrese, altri sei italiani che da anni vivono e lavorano in Slovacchia. Persone di provata onesta’ senza alcun legame con la criminalità organizzata.


I legami della Troskova

La causa dello scandalo sarebbe stata, a suo avviso, la conoscenza della ex modella Maria Troskova, consigliera dimissionaria del premier Fico.

L’imprenditore di Bova Marina ha poi aggiunto che è vero che la Procura Antimafia conosce da tempo un tale Antonino Vadalà, ma che non si tratta di lui, essendo questi nato nel 25.05.1952, mentre lui è nato il 4.04.1975. Vadalà ha negato di conoscere questo suo omonimo e anche di avere con lui un legame di parentela.

Interrogato sulle possibili cause della morte del reporter, Vadalà ha risposto di credere come questa sia legata all’ attività professionale della vittima. Vadalà ha poi negato che il pubblico ministero italiano, che in passato ha indagato su di lui, abbia avvertito la Slovacchia circa la presenza di ramificazioni della ‘ndrangheta nella zona orientale del paese.


Le indagini

L’ufficio del Procuratore Generale Jaromir Ciznar ha proibito alla polizia slovacca di informare la stampa senza il suo consenso. Massima segretezza dunque sulla fase attuale delle indagini.

Sarebbero un centinaio gli investigatori che indagano sul caso, considerato il più grave nella storia recente del Paese.

Il Procuratore sta valutando se istituire un pool investigativo internazionale, del quale farebbero parte anche magistrati e forze di polizia italiani. La polizia sta intanto acquisendo i filmati delle telecamere di sicurezza installate in prossimità del luogo del delitto, relative al giorno 21 febbraio nell’intervallo di tempo compreso tra le 17.00 e le 22.00.  Secondo alcune indiscrezioni la polizia  sarebbe al corrente del luogo in cui i presunti assassini si sarebbero rifugiati. Si tratterebbe di una località nella vicina Ungheria.


L’ultimo articolo

L’articolo al quale Kuciak stava lavorando prima di essere ucciso è stato pubblicato da tutte le testate  online e cartacee della Slovacchia, anche se non era stato terminato. Il giornalista è stato ucciso, assieme alla sua compagna, senza avere il tempo di poterlo fare. L’articolo riguardava i legami tra il primo ministro Robert Fico e un gruppo di italiani ritenuti appartenere alla ‘ndrangheta.

Dopo l’ingresso nell’Unione Europea, nel 2008, e a seguito di una serie di scandali politici che hanno messo ha nudo un diffuso livello di corruzione, il cruento omicidio della giovane coppia ha lasciato nei cittadini dell’ex repubblica cecoslovacca il retrogusto di un paese giunto ad uno snodo, oltre il quale si intravede il rischio di un regime infiltrato e manovrato da organizzazioni criminali.


I fondi europei

Nei tratteggiare la figura dell’imprenditore calabrese, secondo le ipotesi giornalistiche contiguo alla ‘ndrangheta, Kuciak ha sottolineato il procedimento giudiziario al quale l’uomo sarebbe stato sottoposto nel 2003, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti del latitante Domenico Ventura, quest’ultimo accusato di traffico internazionale di stupefacenti.

Processo nel quale Vadalà sarebbe stato assolto per insufficienza di prove, e al termine del quale l’imprenditore si sarebbe trasferito nella Repubblica Slovacca. Nell’ex repubblica legata al Patto di Varsavia Vadalà avrebbe fondato in pochi anni una dozzina di società, in settori che vanno dall’energia solare, all’agricoltura. Società che avrebbero beneficiato di fondi europei concessi dal ministero dell’Energia e da quello dell’Agricoltura. Milioni di euro di fondi europei concessi dal partito socialdemocratico (Smer) del primo ministro  Robert Fico ad alcune società facenti capo ad un gruppo di imprenditori italiani, tutti di origine calabrese, alcuni dei quali legati da vincolo di parentela.


I legami col governo

Kuciak ha scritto chiaramente come l’elemento che collegava l’imprenditore calabrese al primo ministro Fico fosse rappresentato dalla giovane ex modella Maria Troskova, passata dall’essere inizialmente socia di Vadalà nella Gia Management a consulente senior di Robert Fico, nel 2015.

Altro personaggio legato sempre alla Troskova è il deputato Viliam Jasan, divenuto in seguito capo della sicurezza di Fico.

Molto attivo sui social Vadalà ha più volte ringraziato pubblicamente il partito socialdemocratico del premier Fico; in un altro post l’imprenditore si fa fotografare assieme al parlamentare dello Smer Robert Madei, in un abbraccio che rivela un rapporto sicuramente molto confidenziale.

Dopo la morte dei due giovani sia la consigliera Troskova che il capo della sicurezza Jasan hanno rassegnato le loro dimissioni. (cm)

  

I comuni tedeschi e la messa al bando dei diesel

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La sentenza che fa giurisprudenza in Germania potrebbe causare il blocco del traffico nelle grandi citta’ e ridurre drasticamente il valore commerciale dei veicoli diesel

Milioni di veicoli altamente inquinanti potrebbero scomparire dalle strade della Germania nel giro di qualche anno, o forse solo di mesi. E’ lo scenario che si prospetta dopo che il principale tribunale amministrativo tedesco ha stabilito che le amministrazioni delle città hanno il diritto di vietare la circolazione ai veicoli diesel allo scopo di migliorare il livello di qualità dell’aria.

Una decisione storica quella presa martedì scorso dall’alta corte amministrativa di Lipsia, che potrebbe  coinvolgere un numero di veicoli stimato in 12 milioni circa. Un duro colpo al più grande mercato automobilistico europeo, accolto positivamente dagli ambientalisti.

E la reazione dei mercati finanziari non si è fatta attendere, segnando un calo generalizzato sul mercato dei titoli dei principali produttori di auto germanici.

L’alta corte di Lipsia si è espressa a favore del mantenimento dei divieti introdotti dai tribunali di primo grado nelle città di Stoccarda e Düsseldorf, due dei centri tedeschi più inquinati, respingendo il ricorso presentato dagli stati federali del Baden-Württemberg e della Renania-Vestfalia .

La causa era stata intentata dai gruppi ambientalisti Deutsche Umwelthilfe (aiuto ambientale tedesco o DUH) e ClientEarth, e apre la strada a vertenze analoghe anche nelle altre città tedesche.

La corte ha stabilito che spetterà alle amministrazioni delle città applicare i divieti, sottolineando però la necessità di “esercitare tale prerogativa con proporzionalità” adottando in fase di attuazione il criterio della gradualità e concedendo esenzioni per situazioni eccezionali quali le ambulanze, i camion per la raccolta dei rifiuti e i mezzi per la pulizia delle strade.

I giudici hanno dunque dato priorità alla salute dei cittadini, nella fattispecie di Düsseldorf e di Stoccarda, piuttosto che alla libertà di circolazione o alle esigenze di altre categorie di soggetti, come ad esempio i commercianti o i residenti dei centri urbani.

Secondo gli esperti il superamento dei limiti nelle concentrazioni di ossido di azoto nell’aria causerebbe ogni anno in Germania un numero di vittime compreso tra i 6 ed i 13 mila, oltre a causare una serie di gravi conseguenze che vanno dall’ictus all’asma.


 

I comuni si riprendono l’autonomia

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La decisione storica potrebbe creare conseguenze per oltre 70 comuni come  Amburgo, Stoccarda, Dusseldorf, Colonia e Monaco, dove la soglia fissata dall’UE di 40 microgrammi per metro cubi di aria viene spesso superata. Le principali case automobilistiche tedesche verranno messe sull’avviso, così come la Cancelleria tedesca e i ministeri competenti. Per anni tutti hanno ignorato il problema, tanto da presentarsi impreparati di fronte alla decisione sfavorevole del tribunale.

Ma la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. Tra qualche settimana la Commissione Europea deciderà se avviare un procedimento contro la Germania di fronte alla Corte di Giustizia Europea, per  inerzia riguardo agli elevati livelli di emissioni inquinanti nelle sue città. Se Bruxelles decidesse di farlo verrà svelato, una volta per tutte, lo stretto legame che vincola i partiti e la politica tedesca in generale all’industria automobilistica teutonica, a scapito della salute pubblica.

Per due anni i rappresentanti dei comuni tedeschi hanno chiesto l’introduzione di un adesivo blu,  a segnalare i veicoli con motori diesel puliti esentati da un eventuale divieto di circolazione.  Ma i responsabili delle politiche dei trasporti a Berlino hanno evitato di affrontare l’argomento. È la conseguenza di un’ oramai evidente deferenza della politica nei confronti dell’industria automobilistica.

Anche se i limiti sono stati drasticamente superati, i politici a livello federale, statale e municipale non hanno fatto quasi nulla. Eppure tutti sapevano di chi fossero le colpe, con le auto diesel che percorrevano in numero sempre maggiore le strade urbane e gli indicatori dei livelli di inquinamento registrare valori sempre più elevati, anche a causa delle avverse condizioni meteorologiche. E la maggior parte di questi modelli era dotata di un software per rallentare o disattivare completamente i sistemi di filtraggio delle emissioni durante la guida.

VW è stata particolarmente disinvolta su questo fronte. Quando tale pratica è stata scoperta negli Stati Uniti, era il settembre 2015, le agenzie ambientali hanno considerato tale condotta fraudolenta e illegale, infliggendo alla casa automobilistica una multa pesantissima. Ma nonostante ciò i tedeschi hanno preferito adottare un approccio diverso: il ministro dei trasporti Alexander Dobrindt ben poco ha fatto per punire le manipolazioni dei software

In molti casi accontentandosi degli aggiornamenti volontari dei medesimi. Il risultato è che oggi l’aria nelle principali città tedesche è rimasta inquinata.

A seconda del periodo stabilito dal tribunale, le municipalità potrebbero essere costrette a chiudere la circolazione per un periodo compreso tra i tre e i sei mesi.


Milioni di danni

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Un verdetto di questo tipo creerà danni considerevoli ai residenti che non potranno più guidare in città, ma anche a chi e’ costretto ad usare l’auto per lavoro o per lo shopping. Le auto diesel verranno rapidamente svalutate tanto da riuscire ad essere vendute solo all’estero, presumibilmente in altri continenti.

Complessivamente le automobili interessate dal divieto sarebbero diversi milioni, e c’è la possibilità che anche i veicoli commerciali, i furgoni per le consegne e gli autocarri per uso promiscuo rientrino tra questi.

Per la verità la municipalita’ di Dortmund si stava già attrezzando, attraverso il rilascio di centinaia di esenzioni notturne per i servizi di emergenza e di assistenza alle persone anziane, così come per le consegne a domicilio di alimenti e per i mezzi del servizio pubblico. L’obiettivo è quello di garantire che le forniture e i servizi continuino anche per i residenti di quelle strade che resteranno chiuse.

Anche il governo federale di Berlino sta lentamente iniziando ad affrontare la questione. Il capo dello staff di Angela Merkel, Peter Altmaier, al termine dei colloqui di coalizione per il prossimo governo, si è seduto al suo computer per scrivere una lettera alla Commissione europea.

Lo stretto collaboratore della Cancelliera nel testo della missiva ha inserito una lunga lista di strumenti per combattere l’ossido di azoto, strumenti che il governo aveva respinto qualche tempo prima. Questi ha anche proposto di rendere gratuito il trasporto pubblico “al fine di ridurre il numero di automobili private in circolazione”.

L’idea ha scatenato la scorsa settimana un appassionato dibattito pubblico sui pro e i contro di una tale scelta. Il portavoce del governo, Steffen Seibert, ha dovuto intervenire rapidamente fornendo dettagli sulla misura, spiegando come l’idea fosse limitata ai soli giorni in cui sia imposto il divieto di circolazione.

Nell’eccitazione della discussione sono stati largamente trascurati tre punti individuati nella lettera che Altmaier ha inviato a Bruxelles, idee in precedenza bocciate da Berlino. Una di queste riguardava il fatto che la Capitale stessa intendeva modificare le leggi sul traffico per consentire la chiusura di singole strade, e un’ altra comportava invece modifiche legali per consentire al governo di richiedere alle società di car sharing e alle compagnie di taxi di utilizzare auto elettriche.


 

Costringere le case automobilistiche a mettere in regola milioni di veicoli diesel

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E poi c’è stata la proposta che probabilmente ha fatto saltare sulla sedia i manager delle case automobilistiche tedesche: le emissioni devono essere ridotte. Altmaier ha scritto come tale obbiettivo potrebbe essere ottenuto “attraverso nuovi strumenti tecnologici”. Il significato è chiaro: il governo federale intende costringere le case automobilistiche ad adeguare milioni di veicoli diesel che emettono grandi quantità di ossido di azoto, attraverso dei filtri applicati sulla marmitta (retrofit).

Finora l’industria automobilistica ha rifiutato di prendere in considerazione tali misure, e non solo quando si trattava di adeguare veicoli usati, ma anche gli autobus urbani, che rappresentano una parte significativa del problema delle emissioni.

Questo ha comportato lo scarico di un peso enorme sulle spalle dei comuni tedeschi. I quali hanno già dovuto sopportare gran parte delle conseguenze derivanti dalle auto diesel. Nella sola Renania-Vestfalia settentrionale, lo stato più popoloso della Germania, più di 30 città nel 2016 hanno violato il limite legale di 40 microgrammi di monossido di azoto per metro cubo di aria.

I comuni hanno poche carte a disposizione per cercare di evitare il blocco del traffico, nonostante le promesse di Berlino di concedere ai comuni più colpiti milioni di sovvenzioni per consentire l’acquisto di autobus ecologici e moderni sistemi di controllo del traffico.

Tali misure potrebbero aiutare a ridurre i valori di ossido di azoto.

Ma molte città non possono nemmeno permettersi l’offerta apparentemente generosa di Berlino. Spesso infatti i comuni nei quali l’aria è particolarmente inquinata sono gli stessi che lottano contro un enorme debito.  Essen, Hagen, Oberhausen, Remscheid e Mühlheim an der Rühr fanno tutti parte di un programma volto ad impedire l’assunzione di nuovi debiti e ad equilibrare i bilanci, dopo anni di spese fuori controllo. Le municipalita’ semplicemente non hanno soldi per acquistare nuovi autobus, anche se Berlino sarebbe disposta a rimborsare loro una parte del prezzo.

Un solo autobus elettrico costa fino a un milione di euro, mentre un autobus diesel può essere acquistato per meno della metà di tale importo. Attualmente il governo federale è disposto a rimborsare solo il 40% dei costi associati all’acquisto di autobus elettrici. Un finanziamento superiore a tale importo deve infatti essere approvato dall’Unione Europea, poiché potrebbe essere considerato un aiuto di Stato, e dunque essere ritenuto illegale.

Il Ministero dell’Ambiente tedesco ha presentato a Bruxelles una richiesta per consentire al governo di cui fa parte di sostenere fino all’80% del costo dei mezzi pubblici, ma l’iter di approvazione potrebbe richiedere mesi, tempo prezioso che invece va perduto. E così molte utility che gestiscono il  trasporto pubblico locale aspettano di vedere cosa accadrà. Il loro problema non è solo di natura finanziaria; i tradizionali autobus diesel sono anche difficili da sostituire da un punto di vista tecnico. Sono pochissimi i produttori che vendono anche autobus elettrici, e le distanze che tali mezzi possono percorrere sono limitate. Essi devono essere ricaricati durante il giorno e l’infrastruttura necessaria per poterlo fare non è ancora disponibile. Inoltre essi non sono adatti a tutti i tipi di percorso.


Il furgone Vito e la Porsche Macan

 

 

 

Di recente Berlino ha adottato un approccio più aggressivo nei confronti delle società automobilistiche, chiedendo loro di sviluppare i cosiddetti catalizzatori SCR, per filtrare gli scarichi dei veicoli diesel. Su indicazioni dell’amministrazione della capitale tedesca le agenzie di trasporto stanno attualmente bombardando i produttori di veicoli con decreti di richiamo ufficiali.

Ma il fronte delle emissioni truccate sembra allargarsi ulteriormente.

Dopo decine di migliaia di modelli diesel realizzati da VW questa settimana è la Daimler a subire un richiamo ufficiale: gli investigatori sembra abbiano trovato una tecnologia manipolatrice particolarmente innovativa all’interno del furgone Vito. Il sistema di gestione del motore del veicolo sembra sia stato settato in modo tale che il gas di scarico (AdBlue), programmato per  abbattere le emissioni di ossido di azoto attraverso il catalizzatore SCR , sia volutamente ridotto in modo tale da garantire la  durata del filtro secondo il piano di manutenzione  programmata.

Un meccanismo simile all’obsolescenza programmata degli elettrodomestici.

La conseguenza è che in molte situazioni di guida normale il veicolo sembrerebbe emettere più ossido di azoto, malgrado i sistemi di abbattimento delle emissioni.

Secondo le fonti del Ministero dei Trasporti il meccanismo utilizzato sarebbe un dispositivo di spegnimento chiaramente illegale. Gli investigatori erano da tempo alla ricerca di questo sistema responsabile delle manipolazioni. Ora che l’hanno trovato pensano di riuscire ad individuarlo anche in altri modelli. Quando è stata contattata Daimler ha negato le accuse, minacciando azioni legali a tutela della sua immagine.

 

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Anche VW sta affrontando ulteriori problemi. In una conversazione con i rappresentanti dell’azienda, Berlino ha menzionato la possibilità che l’omologazione – la conferma ufficiale che un modello di veicolo sia conforme alle specifiche legali – possa essere revocata alla Porsche Macan. Gli investigatori avrebbero scoperto nel modello di vettura fino a cinque funzioni software ritenute illegali. Se l’omologazione sarà revocata il costruttore con sede a Stoccarda sarà costretto a richiamare diverse migliaia di veicoli. VW ha dichiarato di collaborare attualmente con l’Autorità Federale per il Trasporto Automobilistico (KBA) al fine di individuare una possibile soluzione.


Il nuovo Transporter VW

VW Transporter

 

E anche un altro veicolo VW è stato preso di mira dagli investigatori: il leggendario Volkswagen Transporter. Coloro i quali hanno acquistato un mezzo della sesta generazione non hanno ancora ricevuto il loro furgone. Questo perchè centinaia di Transporter rimangono parcheggiati sui piazzali della fabbrica produttrice di Hannover.

Il motivo dei controlli è legato ad un dispositivo di spegnimento nel software che VW deve rimuovere con un aggiornamento. Ma finora, KBA – su ordine di Berlino – si e’ rifiutato di approvarlo.

Ma sembrerebbe che i nuovi VW Transporter nascondano un ulteriore segreto. Le autorità di regolamentazione sarebbero state dotate di valori di emissioni inferiori a quelle effettive, emesse in condizioni di guida reali, un’accusa che VW nega. Se ciò fosse vero una tale violazione avrebbe conseguenze di vasta portata. I proprietari di veicoli sarebbero autorizzati a restituire i loro furgoni e lo stato sarebbe in grado di chiedere il pagamento delle tasse automobilistiche non riscosse, in conformità al livello effettivo delle emissioni di CO2.

Il caso ha innescato un notevole imbarazzo, che si sta rivelando utile al governo di Berlino. I funzionari federali vogliono che le case automobilistiche sappiano che se continueranno a rifiutare il montaggio dei retrofit, gli abbattitori di emissioni,  potrebbero subire severe conseguenze. Lo stato d’animo nel distretto governativo di Berlino resta in ogni caso ostile all’industria automobilistica.

Ed è difficile che cambi presto. All’inizio di questo mese le misurazioni dell’ossido di azoto sono state per la prima volta prese nelle strade intorno all’edificio del parlamento e della Cancelleria. Il Partito dei Verdi ha collocato tre centraline di misurazione sulla Dorotheenstrasse, una delle arterie più trafficate del quartiere, nella quale risiedono gli uffici di molti parlamentari. E proprio una di queste centraline ha rilevato 45 microgrammi di ossido di azoto per metro cubo di aria, ben oltre il limite legale di 40. Altri due sensori hanno registrato valori appena al di sotto del limite.

In risposta l’esperto di politica dei trasporti del Partito dei Verdi, Oliver Krischer, chiede che all’ex ministro dei trasporti Dobrindt venga assegnato un ufficio di fronte alla strada incriminata. (cm)

 

 

Gli affari della ‘ndrangheta dietro la morte del reporter slovacco?

Bova Marina

Una faida che dura dagli anni ottanta quella tra la famiglia di ‘ndrangheta dei Talia di Casalnuovo, una frazione di Africo nel reggino, e quella dei Vadalà-Scriva di Bova.

Alla base vi sarebbe la contrapposizione tra il boss di Reggio Calabria Domenico Tripodo e il clan De Stefano.

Come scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso su “Fratelli di sangue”, lo scontro tra i Talia e i Vadalà-Scriva, in origine alleati, era nato dalla scelta da parte dei primi di schierarsi con i De Stefano.

Il 23 maggio del 1976 a Bova viene ucciso il boss Tripodo, e qualche anno dopo per ritorsione, era l’aprile del 1982, i Talia uccidono l’èx associato Salvatore Scriva.

Si scatena dunque una vera e propria guerra finanziata con i proventi del traffico della cocaina. Sul piano dei fronti contrapposti i Vadalà-Scriva decidono di legarsi ai Mollica-Morabito, mentre i Talia si alleano con i Palamara-Morabito.

Lo schieramento capeggiato da Domenico Vadalà registra nel luglio del 1997 la perdita del figlio di Salvatore Scriva, Placido. Appena trentaduenne questi viene colpito in casa propria, a Bova Marina, da un cecchino. L’anno prima era stata la volta dello zio di quest’ultimo, Natale Palamara, ucciso ad Africo Nuovo sempre nella propria abitazione.

Sul versante degli affari mentre i Vadalà-Scriva si trasferiscono in Valle d’Aosta dove mettono su un fiorente traffico di cocaina grazie ai rapporti con il cartello colombiano di Cali (operazione della DIA denominata “Betulla”), i Talia si arricchiscono invece con l’ eroina importata dalla Turchia.

Durante questa fase cruenta, grazie ad alcune intercettazioni effettuate su di un telefono pubblico presso la stazione ferroviaria di Francoforte, emergono per la prima volta i legami con alcuni criminali trafficanti di armi e di esplosivi dell’ex Cecoslovacchia.

Nel 1998 viene ucciso l’ex sindaco Pasquale Foti, colpito assieme al fratello Francesco.

Grazie ad alcuni rapporti dell’intelligence italiana, nell’ambito del monitoraggio delle cosche calabresi sulla riviera romagnola e sulle province di Parma, Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini, vengono individuati  i collegamenti della cosca Vadalà-Scriva con la provincia di Piacenza.

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L’inchiesta di Kuciak

Come risulta dalla pubblicazione dell’inchiesta su cui stava lavorando il giornalista investigativo slovacco Jan Kuciak, tra le varie risultanze emerse vi sarebbero i legami finanziari della ndrangheta con la ex Cecoslovacchia. Stiamo parlando in particolare degli investimenti del boss Antonino Vadalà nella Repubblica Slovacchia e del coinvolgimento del premier socialdemocratico Robert Fico.

Dai primi accertamenti sarebbe emerso  il legame tra il boss mafioso e l’attuale premier, legame rappresentato da una ex modella nonché ex Miss Universo, Maria Troskova, 27enne. Legata in passato al boss da rapporti economici la Troskova sarebbe stata assunta dal premier come sua assistente.

In precedenza la stessa era stata l’assistente di un altro politico, Pavol Rusko, comproprietario della rete televisiva TV Markiza. In seguito, sempre la Troskova,  avrebbe svolto la stessa attivita’ per conto dall’ex parlamentare del partito socialdemocratico Viliam Jasan, quando già era in rapporti di affari col Vadalà.

Quest’ultimo, rifugiatosi nella Repubblica Slovacca inseguito da un mandato di arresto emesso dalla procura reggina per avere ospitato nella sua abitazione di Bova il latitante Ventura, sarebbe titolare di una serie di società agricole situate nella zona est del paese. Tra queste la Prodest spol s.r.o., la Credit Royal s.r.o. la Exekutive s.r.o, la Hopton s.r.o., la Mirabella s.r.o, la Vadala Group s.r.o.

Ma l’interesse principale del giornalista ucciso si sarebbe concentrato sulla GIA Management, che come oggetto sociale indica una vasta gamma di attività tra le quali il mercato immobiliare, le costruzioni, gli imballaggi e la fotografia. La Troskova sarebbe uscita dalla società da almeno un anno.

Nel marzo del 2017 Vadalà sarebbe risultato coinvolto in un’indagine condotta dalla Procura di Catanzaro denominata “Gerry”. L’inchiesta, che prendeva il nome da un broker internazionale di cocaina, si dipanava tra l’Europa e la Colombia e vedeva coinvolto il Vadalà per avere assunto  il ruolo di broker a seguito dell’arresto del Gerry.

Sebbene non vi siano legami di sangue tra Domenico e Antonino Vadalà, quest’ultimo sarebbe stato in passato destinatario di un mandato di cattura, dicevamo, per favoreggiamento nei confronti del latitante Domenico Ventura, appartenente alla famiglia Libri-Zindato.

Il legame del Vadalà con i Libri-Zindato sarebbe emerso a seguito dell’intercettazione di una sua conversazione con il boss Francesco Zindato. (cm)

   

   

Trame nere e segreti di Stato

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“Caro dottore, noi ci conosciamo”. Inizia così il testo della lettera anonima inviata il 30 agosto 1980 al dottor Franchini della Squadra politica della Questura centrale di Palermo.

Sono un estremista di destra – prosegue la lettera – e non sopporto i “travestiti”.

Il riferimento è ad un articolo del settimanale l’Espresso scritto dal giornalista Giuseppe Nicotri dal titolo: “Neri, rossi e travestiti”.

Si trattava di un’ intervista al colonnello Amos Spiazzi incaricato dal capo centro di Bolzano del Sisde di recarsi a Roma per svolgere un’inchiesta sui gruppi terroristici di estrema destra. La sua era una missione a metà strada tra l’operazione di infiltraggio e quella dell’agente provocatore.

Coinvolto nella vicenda del Golpe Borghese assieme a Remo Orlandini, Adriano Monti (entrambe latitanti), Giuseppe Lo Vecchio, Sandro Saccucci, Stefano Delle Chiaie, con l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, nel 1984 Spiazzi verrà assolto dalla Corte d’Assise d’Appello e riconosciuto colpevole solo del più lieve reato di cospirazione politica.

 Una volta raggiunta la Capitale Spiazzi frequenta i luoghi di ritrovo e di aggregazione  dei giovani di destra, quelli che non si riconoscevano più nel Movimento Sociale Italiano, qualificandosi come esperto di ordigni e broker di armi ed esplosivi.

 “E’ per questo – scrive ancora l’anonimo – che mi sono deciso a fare il delatore anche se odio le spie. Se le interessa saperlo a Palermo vi è una tra le più importanti cellule di Terza Posizione o NAR. Il loro covo è in una scuola privata di via Giusti. Ne fanno parte, fra gli altri, Balistrieri, Volo, Mangiameli e Incardona. Si fingono professori e fanno finta di dare lezione. Il giorno della strage (Bologna) nessuno di loro era a Palermo. Faccia una perquisizione e ne scoprirà delle belle!!! “.

Gli autori della lettera erano Francesco Mangiameli e Alberto Volo. Lo scopo della missiva non era quello di assumersi la responsabilità della strage della stazione del 2 agosto 1980, ma al contrario quello di scagionarsi. La lettera infatti veniva spedita il 30 agosto 1980 ed era stata redatta con una macchina da scrivere che si trovava all’interno della scuola privata citata, e alla quale avevano accesso sia il Volo che il Mangiameli.

L’ intento dei due appartenenti a TP era dunque quello di sollecitare l’ avvio un’indagine da parte della procura di Palermo tesa a dimostrare la loro estraneità alla vicenda.

Nell’intervista all’ Espresso Spiazzi aveva raccontato del ruolo fondamentale di Stefano Delle Chiaie, al soldo dei servizi segreti di Spagna, Portogallo, Cile e Argentina, nella nascita dei NAR. In particolare del fatto che Delle Chiaie disponeva di ingenti mezzi finanziari che aveva messo a disposizione dell’organizzazione terroristica neofascista per l’acquisto di armi ed esplosivi.

Inoltre a seguito della fuga a Londra di Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, braccati da un’ordine di cattura, e dell’individuazione del covo di via Alessandria, a Roma, con l’ arresto di Roberto Nistri e di Peppe Dimitri, di come Delle Chiaie avesse deciso di affidare la guida di Terza Posizione a tale Ciccio “un romanaccio tarchiato, alto 1,75, capelli neri e lunghi tirati all’indietro, volto rasato età apparente 40-45 anni”, che altri non era che il Mangiameli.

Questi i passaggi salienti dell’articolo: ““ A Roma i Nar sono divisi in quattro gruppi diversi, in gran disaccordo tra loro. C’è un certo “Ciccio” che cerca di metterli d’accordo. Anche il famoso Delle Chiaie è venuto in Italia per tentare più volte l’unione (…..) . A parte i Nar che in comune hanno solo la volontà di fare qualcosa a qualunque costo, diventando così terreno ideale per qualunque provocatore (…………………) è interessante notare che tutti questi gruppi stanno cercando di confluire in Terza Posizione che ha già pubblicato due o tre numeri dell’omonimo giornale (…… ……) sarà un caso, ma la strage di Bologna è stata rivendicata, oltre che da due telefonate a nome dei Nar, anche da una telefonata a nome Terzo Potere, un gruppo che si suppone affiliato a Terza Posizione………”.

Terza Posizione era un’organizzazione strutturata secondo una gerarchia molto rigida, come un vero gruppo militare. E tutti coloro i quali non si erano dimostrati degni per  avere violato le sue regole venivano espulsi.

Sta di fatto che, grazie soprattutto al suo carisma, quel ruolo venne assunto da Valerio Fioravanti, fondatore assieme alla sua compagna Francesca Mambro della sigla NAR.

Più che un’organizzazione i NAR erano appunto una sigla usata per rivendicare le azioni, rapine, pestaggi o omicidi, poste in essere da appartenenti a diverse organizzazioni neofasciste, dal Fuan a TP passando per le Comunità Organiche di Popolo.

Il rigurgito di violenza armata nera intendeva competere con quello del fronte opposto scatenato dalle Brigate Rosse e da Prima Linea, ed aveva come ricaduta la realizzazione di un fronte comune con l’area dell’autonomia, così come teorizzato da Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini.

In fin dei conti si intendeva proseguire il progetto teorizzato in Ordine Nuovo dai vari Fabio De Felice, Aldo Semerari, Sandro Saccucci, Paolo Signorelli e Clemente Graziani: l’abbattimento dello stato democratico e la sua sostituzione attraverso una dittatura militare, come era gia’ accaduto in Grecia, Spagna e Portogallo.

 Di fatto la sigla NAR venne impiegata principalmente da quattro gruppi, tutti indipendenti tra loro, incapaci di coordinarsi con continuità per porre in essere azioni militari.

Il motivo per il quale Spiazzi aveva deciso di rilasciare quell’intervista, uscita in edicola il 17 agosto 1980 a poco più di due settimane dalla strage era che, come da accordi presi con il capo centro del Sisde di Bolzano, questi aveva inoltrato il suo rapporto sulla missione a Roma. Ma quel rapporto non aveva sortito alcun effetto. Spiazzi riteneva Mangiameli pesantemente coinvolto nella strage di Bologna, ne forniva alcuni riscontri importanti, ma tuttavia le indagini non ne avevano tratto alcuna utilità.

Scrive a questo proposito il pm che indagava sulla strage: “Taluni fatti di poco successivi alla strage, tra cui : il comportamento dello stesso SPIAZZI, il quale , questa l’ impostazione dell’ Accusa, resosi conto che la sua informativa non era stata tenuta in considerazione (dalla Direzione S.I.S.D.E.) né prima nè dopo la strage del 2-8-1980, aveva rilasciato al settimanale L’ ESPRESSO, il 5-8-1980, un’ intervista, uscita nelle edicole il 17-8- 1980, con la quale divulgava i punti salienti dell’ inchiesta da lui effettuata in luglio ed in particolare, attraverso la progressione degli argomenti toccati (Ciccio, i N.A.R., Terza Posizione, la volontà dei N.A.R. “di fare qualcosa a qualunque costo”) sembrava voler stabilire un qualche collegamento tra la strage, i N.A.R. e lo stesso Ciccio . MANGIAMELI Francesco, sempre secondo l’ Accusa, si era riconosciuto nel Ciccio dell’ intervista; in data 9 settembre 1980 era arrivato Roma e si era incontrato con Valerio ed altri del gruppo N.A.R. , i quali lo avevano assassinato. Le ragioni dell’ omicidio, confusamente indicate dagli esecutori e ritenute non convincenti, erano piuttosto da ricercare, secondo il P.M., nell’ ipotesi che Valerio e la MAMBRO avessero inteso eliminare il MANGIAMELI per motivi in qualche modo connessi con la strage“.

Un’altro movente per l’eliminazione di Mangiameli da parte di Valerio Giusva Fioravanti poteva essere legato all’omicidio del Presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

A questo proposito il fratello di Giusva, Cristiano, ha riferito all’Autorità Giudiziaria in data 26.03.1986: “….e allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal (rectius: al) Mangiameli … Mi disse Valerio che per decidere l’omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia di Mangiameli….. Mi disse Valerio che al fatto di omicidio avevano partecipato lui e Cavallini“.

Accuse che poi lo stesso ha ribadito anche in data 29.03.1986: “Preciso meglio che io ho amato molto mio fratello e ho dedicato a lui la mia vita poiché ero convinto che agisse per ragioni esclusivamente ideali e pure. Senonché dopo le accuse recentemente mossegli a proposito della strage di Bologna recentemente formulate (ndr: fa evidente riferimento al mandato di cattura 10.12.85 riepilogativo delle risultanze emerse a di lui carico per detta vicenda) ho cominciato a dubitare che mio fratello fosse invece inserito in un giro diverso e che le motivazioni delle sue azioni fossero più oscure. Ho deciso pertanto di metterlo definitivamente alla prova. Io so, infatti, per avermelo lui stesso rivelato, che egli è coinvolto nell’omicidio Mattarella. Se egli lo ammetterà, continuando però a negare la partecipazione alla strage di Bologna, né dedurro’ che di quest’ultima è innocente. Se negherà invece l’omicidio Mattarella, che io come ho detto so che ha commesso, né dedurrò che è possibile un suo effettivo coinvolgimento nella strage di Bologna“.

Giusva Fioravanti decise di non accettare l’invito del fratello ad assumersi la responsabilità dell’omicidio del Presidente della Regione Sicilia. In questo modo però egli rimetteva in gioco un suo probabile ruolo nella strage di Bologna, giacchè solo questo poteva essere il movente in grado di giustificare l’eliminazione del Mangiameli e della sua famiglia.

Le vicende processuali vedranno Fioravanti condannato per la strage di Bologna e assolto per l’omicidio Mattarella.

Il fatto era che Cristiano Fioravanti aveva raccontato all’A.G. che Il fratello, assieme a Francesca Mambro, aveva soggiornato in casa di Mangiameli, a Palermo, in presenza della figlia e della moglie di questi. E che in seguito Valerio gli aveva confessato che avevano intenzione di eliminare anche queste due, essendo state probabilmente testimoni di rivelazioni importanti..

Escludendo i due moventi citati, omicidio Mattarella e strage di Bologna, quale altra possibile spiegazione poteva trovare lo sterminio di tutta la famiglia Mangiameli? La risposta è nell’intervista rilasciata all’Espresso.

Da essa si evince non solo che Spiazzi aveva effettivamente incontrato Mangiameli, cosa che invece questi ha sempre negato; ma anche il concreto coinvolgimento di quest’ultimo nella strage di Bologna. Nelle parole usate in quel “la volontà di fare qualcosa a qualunque costo” e soprattutto nella frase successiva “diventando così terreno ideale per qualunque provocatore” oltre che al tentativo chiaro di fornire un indirizzo preciso agli inquirenti in relazione alle indagini.

Lo spesso PM arriverà’ a scrivere: “sarà un caso, ma la strage di Bologna è stata rivendicata, oltre che da due telefonate dei NAR, anche da una telefonata a nome Terzo Potere, un gruppo che si supponeva affiliato a Terza Posizione”.

A conferma di questa ipotesi ci sarebbero anche le dichiarazioni rese dalla moglie di Mangiameli, Rosaria Amico, al Giudice Istruttore al processo per la strage, dott. Sergio Castaldo, nel corso del processo d’appello (5.01.1990):

Ricordo con sicurezza che mio marito si identificò nel “Ciccio” di cui all’intervista sull’Espresso dell’agosto ‘ 80 di Amos Spiazzi. Ricordo anzi che avemmo una discussione quando leggemmo sul giornale il testo dell’intervista perché io mi preoccupai e dissi a mio marito :”vedi a che ti porta l’attività politica?”. Mio marito che, dopo la lettura dell’intervista aveva detto : “questi mi vogliono incastrare…”;quando mi vide preoccupata disse che in fondo si trattava di cavolate e cercò di sminuire l’importanza della cosa. Di un fatto però sono certa che Francesco si identificò nel “Ciccio” dell’intervista e che la sua prima reazione alla lettura fu di risentimento nei confronti di Amos Spiazzi. Disse che non conosceva questo personaggio e non so se sul punto mi abbia detto o meno la verità, ma penso che abbia detto la verità“. (cm)

   

USA: la NRA e i costi sociali del secondo emendamento

 

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Il tema del controllo delle armi è da sempre una questione molto dibattuta dalla politica statunitense.

Ma malgrado la eco generata da stragi come quella di San Bernardino del dicembre 2015, con 14 morti e 24 feriti, o come quella del 2013 presso la scuola elementare Sandy Cook di Newton, nel Connecticut, con sei adulti e 20 bambini uccisi, la richiesta di un maggiore controllo è rimasta fino ad oggi inevasa.

Il giorno successivo ai fatti di S.Bernardino il Senato degli Stati Uniti ha bocciato una proposta di legge che chiedeva controlli più severi sui nuovi possessori di armi.

Durante il suo doppio mandato l’ex presidente Barack Obama ha più volte invocato, ci sono 14 appelli televisivi a documentarlo, l’approvazione di una legge che regolamentasse in maniera più stringente la vendita delle armi.

Dal canto suo l’attuale presidente Donald Trump già in campagna elettorale aveva più volte dichiarato di voler tutelare il secondo emendamento della costituzione americana, che riconosce il diritto di ogni cittadino americano di possedere un’arma (« Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi »).

L’ultimo presidente statunitense ad avere firmato una legge che limitava la vendita di armi da guerra è stato Billl Clinton, che nel 1994 all’interno di una serie di provvedimenti tesi ad impedire il ripetersi di sparatorie di massa ha promulgato la norma che vietava la vendita di armi semiautomatiche.

La misure di fatto toglieva dal mercato 19 modelli di armi micidiali – tra cui il fucile d’assalto AR 15 utilizzato sia a S. Bernardino che alla Sandy Cook –  responsabili in parte dell’elevato numero di vittime collegate ad alcune sparatorie.

La legge è decaduta nel 2004 e da allora il Congresso statunitense non è riuscito a farne approvare una simile. E questo malgrado i sondaggi dicano che l’84% degli americani sia favorevole all’introduzione di maggiori controlli sugli acquirenti di armi, sia nei negozi specializzati che durante le fiere di settore.

Volendo verificare il posizionamento degli eletti al Congresso sul tema di una maggiore regolamentazione circa il possesso di armi, possiamo osservare come mentre la stragrande maggioranza dei repubblicani si dichiari contraria, i democratici risultano essere divisi. Nel caso specifico possiamo affermare come mentre i democratici siano favorevoli alla messa al bando definitiva delle armi semiautomatiche, per l’aumento dei controlli sui possessori e la chiusura delle fiere espositive dei produttori, sul versante opposto i repubblicani sono in maggioranza a favore di leggi che sostegano il possesso di armi per la legittima difesa e per lo spostamento delle cause delle uccisioni di massa sull’instabilità mentale degli autori piuttosto che sull’eccessiva circolazione delle armi.

presidential-candidates-on-gun-control-1449205848706-facebookJumbo-v7Ad essere onesti però non si tratta di una questione puramente politica. In questo settore un ruolo determinante lo giocano le lobbies dei produttori di armi, che con le loro sostanziose donazioni economiche per le campagne elettorali, sia per il rinnovo del Congresso sia per quanto riguarda le presidenziali, incidono in maniera determinante sul corso degli eventi.

NRA Presidential election performance

Finanziamenti della lobby dei produttori di armi ai candidati alle presidenziali del 2016

Candidate Gun Rights Gun Control
Bush, Jeb (R) $32,065 $6,900
Carson, Ben (R) $168,452 $6,953
Chafee, Lincoln (D) $0 $1,000
Christie, Chris (R) $7,050 $1,000
Clinton, Hillary (D) $48,013 $1,100,698
Cruz, Ted (R) $518,272 $2,566
Fiorina, Carly (R) $73,192 $500
Gilmore, Jim (R) $16,950 $0
Graham, Lindsey (R) $95,366 $0
Huckabee, Mike (R) $52,051 $0
Jindal, Bobby (R) $13,200 $0
Johnson, Gary (3) $10,305 $2,000
Kasich, John (R) $36,740 $9,741
Lessig, Lawrence (D) $0 $637
McMullin, Evan (I) $0 $0
O’Malley, Martin (D) $2,000 $5,740
Pataki, George (R) $0 $0
Paul, Rand (R) $243,502 $0
Perry, Rick (R) $48,550 $0
Rubio, Marco (R) $251,729 $3,950
Sanders, Bernie (D) $14,392 $117,965
Santorum, Rick (R) $121,792 $0
Stein, Jill (3) $260 $2,000
Trump, Donald (R) $969,138 $1,984
Walker, Scott (R) $39,510 $0
Webb, Jim (D) $500 $2,000

Nello schema riepilogativo vengono pubblicate solo le donazioni dirette effettuate in favore dei candidati sui conti dei loro comitati elettorali. Non vengono dunque considerate le somme raccolte da enti paralleli (Pac e super Pac), dai partiti e dai comitati congiunti.

2016-presidential-campaign-spends

Come si vede nello schema che mostra le donazioni della lobby armiera alle ultime presidenziali subito dopo Donald Trump, con 969,138 dollari, vengono il senatore eletto nel Texas Ted Cruz, con 518,272 dollari, e Marc Rubio eletto al Senato nello stato della Florida, con 251,729 dollari. Come vedremo sia la Florida che il Texas sono due stati chiave per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti.

Le elezioni presidenziali del 2016 hanno fatto registrare un record di spesa da parte della principale delle associazioni lobbistiche dei produttori di armi, la National Rifle Association, tradizionalmente molto vicina al partito Repubblicano. Secondo i dati forniti dal sito Opensecrets.org , che riporta a sua volta i dati dalla Federal Election Commission, alle scorse presidenziali l’NRA avrebbe speso complessivamente 30,3 milioni di dollari.

Mentre per il rinnovo del Senato, sempre nel 2016, la potente organizzazione avrebbe puntato tutto su sei candidati, riuscendo a farne eleggere cinque e spendendo complessivamente 20 milioni di dollari.

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Come riportato dallo schema precedente i senatori eletti vicini alla NRA sono rispettivamente Richard Burr, eletto con il GOP (Good Old Party ovvero i repubblicani) nel collegio della North Carolina e sostenuto attraverso un oneroso finanziamento di 6,3 miliardi, il più alto mai registrato per un senatore, per passsare poi a Mark Rubio eletto nel collegio della Florida e finanziato con 3,2 milioni di dollari.

Ci sono poi i senatori Roy Blunt eletto nel collegio del Missouri (3,0 milioni), Todd Young eletto nell’Indiana (2,8 milioni), Joe Heck l’unico tra i candidati sostenuti dall’NRA a non essere eletto nel suo caso nel collegio del Nevada (2,5 milioni di dollari), e in ultimo Robert Portman, che si è aggiudicato un seggio senatoriale nel collegio dell’Ohio (2,2 milioni di dollari).

Per capire quanto conti un finanziamento in termini di percentiali di voto basti pensare che il senatore più sostenuto dalla NRA, Richard Burr, ha distanziato il suo rivale, la democratica Deborah Ross, per numero di voti pari a sei punti percentuali.

Occorre poi sottolineare come Trump, propostosi come difensore del secondo emendamento nei confronti di Hillary Clinton nella cosiddetta “gun belt”, un gruppo di stati del sud e del midwest tradizionalmente legato al partito Repubblicano, sia riuscito a raccogliere quel consenso che lo ha portato poi ad essere eletto Presidente degli Stati Uniti (PotUS).

Del resto la spesa in spot pubblicitari finanziata dall’NRA per il candidato repubblicano e’ stata particolarmente elevata, con uno su venti spot in Pensylvania, uno su nove in Nord Carolina e uno su otto in Ohio. Il risultato finale è stato, neanche a dirlo, la vittoria di Trump in tutti e tre gli stati suddetti.

Riguardo poi ai finanziamenti esterni, l’importo più elevato del super Pac che Trump si è aggiudicato è stato di 20,3 milioni di euro, il leading Trump super Pac, ben al di sotto della cifra complessivamente spesa per la sua campagna dall’NRA, pari come abbiamo visto a 30,3 milioni.

Come termine di paragone, alle presidenziali del 2012 per sostenere il candidato repubblicano Mit Romney l’NRA spese la modica cifra di 2,7 milioni.

NRA expending targets

Che Trump fosse per l’NRA qualcosa di più del semplice candidato repubblicano alla Casa Bianca era già chiaro dopo la sua visita del maggio 2016 alla convention annuale dell’associazione a Luisville, Kentucky. Era quella la prima volta che un candidato ufficiale alle presidenziali partecipava ad una convention dell’NRA.


I costi sociali della violenza armata

Quanto costa la violenza armata agli Stati Uniti?  Mother Jones ha cercato di dare una risposta a questo interrogativo sin dalla sparatoria al cinema Aurora in Colorado, che nel 2012 ha causato 58 feriti e 12 morti. Di quante cure hanno bisogno i sopravvissuti e le famiglie delle vittime? Quali sono gli effetti sulla comunità allargata e a quanto ammonterebbero i costi complessivi? Quando MJ ha cominciato ad indagare sulla violenza armata una delle scoperte più sorprendenti che ha fatto è stata che nessuno sapeva davvero quale fosse il suo costo complessivo.

Sono circa 750.000 gli americani feriti da colpi di arma da fuoco nell’ultimo decennio, mentre il numero complessivo dei morti è 320.000. Ogni anno più di 11.000 persone vengono uccise da colpi di arma da fuoco, e più di 20.000 si suicidano impugnandone una. Centinaia di bambini muoiono ogni anno vittime di sparatorie, e ogni settimana le notizie riportano di un nuovo bambino accidentalmente feritosi o colpito da un fratello con una pistola non custodita.

E forse il dato più inquietante è che, anche se il numero dei crimini violenti è in genere diminuito in maniera costante negli ultimi anni, quello dei feriti da arma da fuoco e dei morti continua a salire (fino all’11,4% dal 2011),  così come quello delle sparatorie di massa.

Nel caso di morti o feriti da arma da fuoco non esiste una valutazione definitiva dei costi per le vittime, le loro famiglie, i loro datori di lavoro e per la comunità, inclusi i costi per la giustizia, quelli per l’assistenza sanitaria a lungo termine, per la sicurezza e la prevenzione. I nostri media sono pieni di notizie su carneficine da armi da fuoco praticamente 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

L’interrogativo è perché la questione del costo per la società della violenza armata entra a malapena nella discussione?

In un editoriale del 7 aprile 2015 di Annals of Internal Medicine, un team di medici ha scritto: “Non importa se crediamo che siano le armi ad uccidere le persone o le persone ad ucciderne altre con le armi – il risultato è lo stesso: una crisi della sanità pubblica “.

E per risolvere una crisi, come potrà confermare ogni esperto, si inizia esaminando i dati. Ecco perché il governo degli Stati Uniti nel corso degli anni ha valutato l’impatto sul bilancio economico di una serie di problemi importanti.

Ad esempio gli incidenti automobilistici. Utilizzando modelli statistici per stimare una gamma di costi sia concreti che più astratti – dal danno alla proprietà e dalla congestione del traffico al dolore fisico e alla perdita di qualità della vita – il Dipartmento dei Transportati statunitense (DOT) ha pubblicato nel 2010 uno studio di 300 pagine che stima il “Valore totale del danno sociale” in  871 miliardi di dollari.

Ricerche simili sono state prodotte anche dall’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) sull’impatto dell’inquinamento atmosferico, e dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani sui costi della violenza domestica. Ma il governo è rimasto in gran parte silente sul bilancio economico della violenza armata.

Il Dipartimento sulla Salute e sui Servizi Umani ha valutato il costo delle ospedalizzazioni legate alle armi da fuoco, ma i suoi dati sono incompleti, poiché alcuni stati non richiedono che gli ospedali registrino le ferite da arma da fuoco tra i pazienti trattati per ferite prodotte da altre cause.

Anche i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) hanno fatto periodicamente delle stime utilizzando i dati ospedalieri, ma solo sulla base di campioni di dimensioni ridotte e considerando solo i costi medici e lavorativi persi dalle vittime di armi da fuoco.

Perché questa mancanza di dati completi? Una delle ragioni principali è che la National Rifle Association, assieme ad altri influenti difensori del secondo emendamento della costituzione, hanno a lungo fatto pressione sui leader politici per impedire ricerche relative alle armi da fuoco. L’editoriale di The Annals of Internal Medicine ha descritto così questa “soppressione della ricerca:

Due anni fa abbiamo invitato i medici a concentrarsi sulla minaccia delle armi per la salute pubblica. Il silenzio della categoria che ne è seguito è stato inquietante, ma in parte spiegabile dalla nostra incapacità di studiare il problema. Le forze politiche avevano effettivamente vietato ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie e le altre agenzie scientifiche di finanziare ricerche sulle ferite e sulle morti legate alle armi da fuoco. Il divieto ha funzionato: una recente revisione sistematica degli studi che valutano l’accesso alle armi e la sua associazione ai suicidi e agli l’omicidi non ha individuato studi rilevanti sul tema pubblicati dopo il 2005“.

Dunque a partire dal 2005 il problema dei costi sociali legati alla violenza armata non e’ stato piu’ affrontato attraverso studi che avessero un carattere scientifico.

Un ordine esecutivo del 2013 del presidente Barak Obama ha cercato di svincolare il CDC attraverso un nuovo budget, ma i cordoni della borsa sono rimasti nelle mani del Congresso, dove molti dei suoi eletti hanno visto le loro campagne finanziate da assegni a sei, e anche a sette zeri, intestati all’ NRA. “Risolvere la mancanza di finanziamenti per la ricerca”, hanno aggiunto i medici, “è la paura di alcuni ricercatori che temono che lo studio delle armi possa trasformarli in obiettivi politici, mettendo a rischio i loro finanziamenti futuri, anche in relazione ad argomenti non correlati”.

Per iniziare a comprendere il bilancio economico Mother Jones si è rivolta a Ted Miller, presso l’Istituto per la Ricerca e la Valutazione dell’area del Pacifico, un’organizzazione no-profit indipendente che studia tematiche connesse alla salute pubblica, all’istruzione e ai problemi sulla sicurezza. Miller è stato uno dei pochi ricercatori a scavare in profondità sul tema delle armi, risalendo alla fine degli anni ’80, quando ha iniziato ad analizzare i costi per la società derivanti da violenza, lesioni e abuso di sostanze, così come i risparmi derivanti dall’attività di prevenzione.

La maggior parte dei suoi 30 anni e più di ricerca sono stati finanziati da sovvenzioni e da contratti governativi; il suo lavoro sulle armi degli ultimi anni è stato inserito in progetti più ampi quando non è stato messo da parte. “Non prendo mai posizioni sulla legislazione”, osserva. “Invece, fornisco i numeri per informare il processo decisionale.”

L’approccio di Miller riguarda due categorie di costi. La prima è quella dei costi diretti: ogni volta che un proiettile colpisce qualcuno, le spese possono includere i servizi sanitari di emergenza, le indagini della polizia e le cure mediche e mentali a lungo termine, nonché le spese processuali e di detenzione. Circa l’87% di questi costi ricade sui contribuenti.

La seconda categoria è costituita da costi indiretti, che includono la perdita di reddito, la perdita per il datore di lavoro e l’impatto sulla qualità della vita della vittima, che Miller ha calcolato sulla base degli importi che le giurie assegnano per compensare il dolore e la sofferenza causati alle vittime delle lesioni e ai parenti dei deceduti.

In collaborazione con Miller Mother Jones ha analizzato i dati del 2012 e ha scoperto che il costo annuale della violenza armata in America supera i 229 miliardi di dollari l’anno. In particolare mentre i costi diretti ammontano a 8,6 miliardi di dollari, compresi i costi delle carceri a lungo termine per le persone che commettono aggressioni ed omicidi con armi da fuoco, che per 5,2 miliardi l’anno rappresentano il principale componente della spesa diretta.

Ancor prima di contabilizzare i costi intangibili della violenza, in altre parole, per i contribuenti il costo medio di un singolo omicidio da arma da fuoco in America è di quasi 400.000 dollari. Questa cifra va poi moltiplicata ogni giorno per 32, che è il numero medio di omicidi giornalieri.

I costi indiretti ammontano ad almeno 229 miliardi di dollari l’anno, di cui 169 miliardi derivano da ciò che i ricercatori considerano l’impatto sulla qualità della vita delle vittime. I salari persi delle vittime, che rappresentano 49 miliardi all’anno, sono l’altro fattore principale. Il calcolo di Miller per i costi indiretti, basato sui premi della giuria, valuta la “vita statistica” mediamente danneggiata dalla violenza armata in circa 6,2 milioni. Questo è il limite inferiore dell’intervallo per quanto riguarda questo metodo analitico, ampiamente usato dall’industria e dal governo. (L’EPA, ad esempio, valuta attualmente una vita statistica in 7,9 milioni, mentre il DOT la valuta in 9,2 milioni).

L’ indagine inizia anche a delineare il costo economico per i singoli stati. La Louisiana ha il più alto tasso di omicidi per armi di tutta la nazione, con costi pro capite superiori a 1.300 dollari. Il Wyoming ha una piccola popolazione, ma il più alto tasso complessivo di morti per armi da fuoco – compreso il più alto tasso di suicidi della nazione – con costi che si aggirano intorno ai 1400 dollari per abitante.

Tra i quattro stati più popolosi, i costi pro-capite nelle roccaforti del diritto alle armi da fuoco della Florida e del Texas superano quelli della California e di New York, dove gli stessi diritti sono più rigidamente regolati. Le Hawaii e il Massachusetts, con i loro tassi di possesso delle armi relativamente bassi e le leggi molto restrittive sulle armi, hanno il più basso tasso di mortalità per armi da fuoco degli Stati Uniti, e il costo pro capite pari circa ad un quinto di quello degli stati che pagano di più.

 Con 229 miliardi di dollari annui il bilancio della violenza armata sarebbe di 47 miliardi di dollari più elevato rispetto al fatturato mondiale di Apple del 2014. Ma anche di 88 miliardi di dollari superiore a quello che il governo degli Stati Uniti aveva stanziato per l’istruzione per quello stesso anno. Diviso per il numero dei cittadini americani si ottiene che ogni uomo, donna e bambino, negli Stati Uniti, paga oltre 700 dollari per ogni vittima della violenza da arma da fuoco. (cm)

Mafie Lazio: relazione DIA 2016

Palermo mandamenti

Basso profilo. E la regola che ispira la strategia del riciclaggio e del reinvestimento seguita dalle organizzazioni mafiose che si muovono all’interno dell’economia sana. E’ tutto scritto, nero su bianco,  nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia relativa al primo semestre 2016, dove vengono descritte le modalità di penetrazione dell’economia legale da parte delle organizzazioni mafiose e segnatamente di Cosa nostra. Il principio fondamentale per potere reinvestire i capitali “sporchi” in attività commerciali legali è quello del non dare nell’occhio. Che tradotto in pratica significa muoversi con cautela, investendo non somme cospicue ma importi sempre modesti.  E questo malgrado le disponibilità economiche siano di notevole entità.

Dovendo tracciare le aree ove l’interesse economico di Cosa nostra si concentra maggiormente all’interno della Regione Lazio si segnala principalmente Roma, il suo hinterland ed il litorale di Ostia. Ma anche il basso Lazio, anche detto Sud Pontino, che con le sue strutture balneari e di accoglienza rappresenta una valida alternativa per il riciclaggio rispetto al litorale di Roma.

I settori commerciali che più accendono le fantasie di Cosa nostra sono gli esercizi pubblici e commerciali, il mercato immobiliare, i servizi finanziari e di intermediazione. Il minimo comune denominatore essendo rappresentato dalla capacità di muovere grosse cifre con poche operazioni. Oltre all’ingente disponibilita’ di contante. C’e’ un’ intercettazione ambientale nell’inchiesta Mafia Capitale nella quale il sodalizio guidato da Massimo Carminati obbligava la venditrice di una villa, che quest’ultimo aveva intenzione di rilevare, ad accettare una buona parte del prezzo, circa 120 mila euro, in contanti. Tutto denaro liquido in banconote da 100, 200 e 500 euro proveniente da attivita’ illecite.

Un ruolo determinante in ordine all’individuazione delle opportunità più idonee di reinvestimento lo rivestono quei professionisti che in cambio di lauti compensi riescono a mettere in contatto i titolari di attività già avviate con i potenziali acquirenti.

Determinante per il perseguimento di questa strategia – si legge nella relazione della DIA – con la quale il crimine organizzato punta a “farsi impresa” è la rete di stabili relazioni avviata con professionisti, operatori economici ed esponenti del mondo della finanza, disponibili a prestare i propri favori per agevolare la “collocazione” nel sistema economico locale dei capitali  mafiosi“.

La relazione fa poi riferimento ad un caso concreto, l’operazione “Cicero” condotta il 7 gennaio 2013 dalla Procura di Palermo, operazione che ha portato all’emissione di misure cautelati nei confronti di nove soggetti riconducibili alla famiglia mafiosa Graziano di Palermo-Acquasanta, tutti indagati a vario titolo per associazione mafiosa, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, favoreggiamento aggravato dalle modalità mafiose.

L’operazione, si legge nella relazione “ha fatto luce sugli interessi dei clan siciliani nel settore immobiliare“. E ancora: “Le investigazione hanno fatto registrare la forte proiezione nella provincia di Roma delle famiglie palermitane Galatolo e Graziano, legate ai Madonia del mandamento di Palermo-Resuttana“.

Dicevamo dunque del ruolo svolto in tale ambito da parte di alcuni professionisti, i quali agevolano l’attività di reinvestimento dei proventi illeciti, mettendo a disposizione dei clan mafiosi le loro competenze professionali ed il loro capitale di conoscenze.

E’ emerso inoltre – si legge ancora nella relazione – il ruolo di alcuni liberi professionisti, tra cui un avvocato civilista ed un ingegnere, che si sarebbero adoperati, unitamente a uomini d’onore delle citate consorterie mafiose, per la stipula di compravendite immobiliari e per l’aggiudicazione, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dall’appartenenza alla consorteria mafiosa, di un contratto d’appalto per la realizzazione di villette a schiera nel Comune di Marino (RM)“.

Tabella segnalazioni sospette su base regionale (2016)

Segnalazioni sospette

 

Del resto i dati offerti dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia parlano chiaro: nel 2016 il Lazio è stata la terza regione per numero di segnalazioni relative ad operazioni bancarie sospette. Operazioni potenzialmente, ma non sicuramente, riconducibili alla criminalità organizzata.

La presenza contestuale di organizzazioni mafiose provenienti da regioni diverse pone l’esigenza di imporre una “pax mafiosa”, condizione indispensabile per poter gestire tranquillamente le attività economiche frutto del reinvestimento.

Tale condizione presuppone non solo un confronto costante ed il rispetto di regole non scritte legate alla spartizione territoriale ed alle attività ivi svolte, ma anche la presenza di figure autorevoli super partes, capaci di risolvere eventuali controversie che potrebbero insorgere tra le consorterie interessate.

Anche nel territorio laziale – ancora dalla relazione DIA  – permane una sorta di “convivenza pacifica”, per la realizzazione di interessi comuni, tra la criminalità siciliana e quella campana, in particolar modo per il controllo delle piazze di spaccio degli stupefacenti“.

Nella relazione si richiama l’operazione denominata “Bolero” eseguita congiuntamente dalle procure di Roma e di Rieti il 23 febbraio 2016, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Roma, operazione che ha condotto in carcere tredici persone tra le quali un dipendente della Capitaneria di Porto di Pesaro.

Le accuse contro le 25 persone coinvolte sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Tra queste anche due coniugi della provincia di Caltanissetta.

Il sodalizio si muoveva tra il Centro e la zona Nord di Roma, per approvvigionarsi di stupefacenti, in prevalenza hashcish e cocaina, a Napoli. Nel capoluogo campano l’organizzazione criminale era in stretto contatto con il clan camorristico dei Lo Russo.

Dal punto di vista dei ruoli all’interno dell’organizzazione criminale, mentre uno dei due coniugi nisseni si occupava di gestire i proventi dello spaccio, reinvestendoli nell’acquisto di altro stupefacente, l’altro recuperava i crediti lasciati insoluti dai clienti.

Provincia Reggio Calabria

‘Ndrangheta

Anche per la ‘ndrangheta vale la stessa regola di Cosa nostra: prudenza. L’attenzione di inquirenti e forze dell’ordine è molto alta, soprattutto in quelli che sono i classici settori economici che investono l’attività del riciclaggio: mercato immobiliare, commerciale e finanziario.

E dunque muoversi con circospezione diventa condizione essenziale.

Come abbiamo visto l’attività non può fare a meno del know how e del capitale sociale offerto dai “colletti bianchi”.

Questo è quanto emerso nell’aprile 2016 con l’operazione che ha condotto alla confisca, ai danni del clan Gallico di Reggio Calabria, di un patrimonio valutato intorno ai 36 milioni di euro, comprendente diversi beni immobili tra cui il Grand Hotel Gianicolo, formalmente intestato ad un imprenditore vicino al clan.

Altra operazione di rilievo portata a termine nel 2016 è quella denominata “Kyterion 2”, a completamento della precedente Kyterion 1 eseguita l’anno precedente.

Crotone Cutro

Fin dal gennaio 2016, a seguito di un’attività investigativa, emergeva come un’organizzazione criminale composta da 16 soggetti, tutti appartenenti alla cosca Grande Aracri,  avesse esteso la sua influenza anche sulle provincie di Crotone, Cosenza Catanzaro, Vibo Valentia, fino a raggiungere il Lazio, in particolare Roma, la Lombardia e L’Emilia Romagna. Ed è proprio in Emilia Romagna che venivano individuate diverse locali, la cui costituzione veniva fatta risalire a diversi anni prima.

Originaria di Cutro, in provincia di Crotone, la cosca Grande Aracri è una di quelle con maggiore propensione a proiezioni esterne al proprio territorio d’origine.

Sempre a Roma, all’aeroporto Fiumicino, nel mese di marzo 2016 è stato arrestato proveniente dall’Australia un appartenente alla famiglia dei Vottari.

In latitanza dal 2011 il soggetto faceva parte di un’organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di stupefacenti, traffico coordinato dalle cosche originarie di San Luca (RC).

Due mesi più tardi, a maggio, la sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma emetteva un ordinanza di sequestro di beni per un importo complessivo pari a 25 milioni di euro, ai danni di nove pregiudicati.

Questi ultimi, assieme ad appartenenti alla camorra e a membri del clan Casamonica, erano dediti ad un’attività di riciclaggio a Roma e fuori dei proventi illeciti derivanti dal traffico di stupefacenti.

Oltre alle cosche citate nel corso degli anni è stata segnalata, sempre nel Lazio, la presenza di appartenenti alle cosche Alvaro, Palamara, Ligato, Velonà, Tripodo, Bellocco, Pelle, Morabito, Piromalli, Cutrì, Mollica, Molè, Garruzzo, Ierinò, tutte dalla provincia reggina. Nonché dei Gallace e dei Novella della provincia di Catanzaro, legati ai Romagnoli-Cugini di Roma e degli Andreacchio di Nettuno, dei Mancuso, Bonavotà e Fiarè della provincia di Vibo, dei Farao Marincola e degli Arena del crotonese, oltre ai Muto di Cetrano (CS).

Nel Basso Lazio è stata invece segnalata la presenza dei Tripodo, dei Bellocco, dei Pesce e dei Garruzzo. Nell’area di Aprilia  quella di appartenenti alla famiglia Alvaro, mentre nella provincia di Viterbo sono stati individuati appartenenti ai Bonavota, famiglia originaria del vibonese, ed ai Mammoliti del reggino. (cm)

Ostia: gli stabilimenti dei boss

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Inaugurato nel giugno del 2001, il Porto di Roma – si legge sul sito internet portoturisticodiroma.it  si trova immediatamente a sud della foce del Fiume Tevere, a soli 10 minuti di auto dall’aeroporto internazionale di Fiumicino – Leonardo da Vinci e dalle splendide rovine di Ostia Antica, nella zona di pasoliniana memoria dell’Idroscalo di Ostia“.

Sempre sul sito vengono descritti con generosita’ i vantaggi legati alla posizione strategica in cui l’opera è stata realizzata, con collegamenti con il centro della Città, “raggiungibile – secondo le stime poco aggiornate – in trenta minuti, con la linea ferroviaria metropolitana Roma-Lido.

Che si tratti di un’opera imponente è facile riconoscerlo. Realizzata a ridosso di un’oasi LIPU, con un comodo parcheggio per auto così da “permettere di passeggiare in completo relax”, la struttura viene decantata oltre che per la sua capacità di accoglienza anche per la sua poliedricità: luogo adatto per “praticare sport, programmare una vacanza o passare semplicemente qualche ora di svago” ma anche per ospitare “rappresentazioni ed eventi”, oltre che per “la produzione di iniziative sportive, d’arte, cultura, promozione e comunicazione”.

Ottocentotrentatre posti barca, con la possibilità di ospitare mega-yacht fino a 70 metri di lunghezza, oltre ad 80 attività commerciali, tra cui ristoranti, boutiques di abbigliamento, tabaccherie, gelaterie, supermercati. Ma anche un anfiteatro, un cantiere navale attrezzato per le imbarcazioni più grandi, sedi di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto. Ed anche un Ufficio Postale. Una piccola città.


L’audizione Commissione straordinaria del X Municipio

Qualche mese fa la Guardia di Finanza ha sequestrato, per ordine della magistratura, il porto turistico di Ostia e alcune quote di una società che gestisce la stabilimento balneare “Plinius“. Inizia così l’audizione del Presidente della Commissione straordinaria del Decimo municipio, il prefetto Domenico Vulpiani, di fronte alla Commissione parlamentare sulle Periferie.

Sulle 71 concessioni marittime di proprietà del demanio la Commissione guidata dal prefetto Vulpiani ha svolto un’attività di controllo tesa a verificare la loro legittimità.

Su 42 stabilimenti controllati, per 30 di questi il controllo è stato svolto, in forza di un’ iniziativa amministrativa, direttamente dal tavolo tecnico, per otto invece attraverso la Polizia Municipale con delega dell’Autorità Giudiziaria. I restanto quattro sono stati esaminati dalla Polizia di Roma Capitale con delega dell’A.G. ed il supporto del tavolo tecnico.

Al termine dei controlli otto di questi stabilimenti sono stati sottoposti a sequestro da parte dell’A.G.

In passato – prosegue il prefetto – alcune altre strutture erano state ritenute infiltrate da organizzazioni mafiose al termine di indagini conseguenti. Per alcune c’è dunque un’amministrazione straordinaria affidata dalla magistratura ad amministratori con cui siamo in contatto. Per altre – prosegue il dott. Vulpiani – abbiamo avuto il dubbio, soprattutto per il chiosco “Faber Beach“, che ci fosse stato un errore da parte del giudice civile, che aveva attribuito il subentro a una società che non poteva subentrare nell’acquisto di una concessione di cui è titolare sempre Roma Capitale“.

Pertanto – riferisce ancora Vulpiani alla Commissione – abbiamo eccepito questo punto e siamo in attesa di decisione giudiziaria“.

E ancora. “Per lo stabilimento balneare “Village” abbiamo verificato che non ci fossero particolari abusi. Da un anno è in gestione ad una società a cui è stato affidato dal giudice competente. Noi collaboriamo con i gestori. Era uno stabilimento sequestrato ai Fasciani, una nota associazione mafiosa che gestisce alcune attività ad Ostia”.

Riguardo in particolare al porto di Ostia: “Sul porto turistico stiamo collaborando con l’ autorità amministrativa per verificare che tutte le opere siano conformi alle norme e anche per ripristinare la parte che è stata eventualmente costruita in modo illecito. C’è anche una collaborazione tra gli uffici”.

Tornando agli stabilimenti Vulpiani riferisce: “Il Plinius è stato sequestrato a Mauro Balini, che era il proprietario del porto. E’ uno stabilimento storico di Ostia, ma siccome era gestito in maniera non corretta, è stato rilevato dall’autorità giudiziaria, con cui stiamo anche in questo caso collaborando“.

Hakuna Matata – prosegue Vulpiani – è un chiosco bar, con una concessione francobollo“. E prosegue: “Sotto quell’esagono – indica una piantina – siccome quella spiaggia è molto in basso, avevano costruito un ristorante abusivo sotto i nostri occhi: ovviamente lo abbiamo fatto chiudere e sequestrato perché non si può fare un ristorante sotto un chiosco“.

Sempre sul Faber Beach Vulpiani: “Riguardo al chiosco “Faber Beach” abbiamo scoperto che trent’anni fa era stato affidato ad un istituto nautico di Roma per fare corsi di vela, e che però era stato esonerato con sistemi mafiosi criminali. Noi li abbiamo ricontattati e stiamo riaffidando loro il bene perché lo avevano in concessione.   


La relazione della Commissione d’accesso

Molto si e’ detto sull’interesse dei sodalizi criminali di Ostia verso gli stabilimenti balneari. A questo proposito nell’ordinanza con cui il GIP D’Alessandro ha motivato i 51 arresti nell’ambito dell’operazione Nuova Alba, si legge:

Il ridisegno della costa e delle concessioni è polo di attrazione per le consorterie mafiose ed i loro disegni, in primis economici, ma anche consapevolmente tesi ad una regolarizzazione affaristica, e ad uno smantellamento dello Stato, prendono corpo con chiarezza ad un passo dalla completa realizzazione“.

Si fa riferimento al ruolo avuto dall’allora direttore dell’Ufficio Tecnico e dell’Unità Organizzativa Ambiente e Litorale del X Municipio Aldo Papalini, anche lui arrestato.

Le indagini hanno permesso di accertare come all’interno del Municipio vi fosse un ramificato sistema corruttivo del quale il Papalini rappresentava il vertice, in ordine alla gestione ed all’affidamento degli stabilimenti balneari a ditte compiacenti. In alcuni caso veniva osservato come il Papalini, dietro pagamento di utilità, revocava la concessione ad importami imprese, attive in quel ruolo da molto tempo, per affidarle a gestori compiacenti legati alle famiglie mafiose dei Fasciani e degli Spada e ai loro sodali o teste di legno.

In particolare, si legge nella relazione della Commissione Magno: “E’ stato monitorato dagli investigatori l’affidamento dello stabilimento balneare Orsa Maggiore, in precedenza assegnato al CRAL dell’Ente Poste Italiane e, successivamente alla società Bludream srl, con l’interessamento diretto di esponenti della famiglia Spada”.

“Infatti – sempre dalla relazione della Commissione d’accesso – a seguito della determinazione dirigenziale, emessa dal Papalini Aldo, che decretava il passaggio nella gestione dell’attività commerciale de qua, gli avvocati del CRAL delle Poste hanno immediatamente presentato e vinto un ricorso al TAR del Lazio, mentre le indagini hanno consentito di mettere in evidenza le condotte costituenti reato ed, in particolare, l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle istituzioni locali e la capacità di condizionamento degli amministratori“.

E ancora: “In altri termini, violando le più elementari norme sul procedimento amministrativo, in assenza di alcuna effettiva istruttoria e contraddittorio, il Papalini aveva dapprima disposto la revoca e la decadenza della concessione al CRAL, per poi riaffidarla immediatamente ad altro operatore, individuato attraverso una procedura ad evidenza pubblica (consumatasi in un arco temporale di soli 5 giorni) in una società (Bluedream srl) costituita ad hoc solo qualche giorno prima”.

Tale assegnazione veniva condotta dal Papalini Aldo in concorso con Facioni Damiano, Colloca Ferdinando (fratello dell’allora consigliere municipale Salvatore) e Magni Matilde, questi ultimi nella qualità di soci formali, nonché da Appeso Cosimo, Luogotenente della Marina Militare Italiana e Spada Armando, soci di fatto della stessa menzionata Bluedream srl“.

Tornando all’ordinanza del GIP D’Alessandro, in essa si legge: “Nel 2012 i fatti mettono in luce la visibilità sfacciata con cui gli Spada si avvicinano al grande affare delle concessioni balneari attraverso la Bluedream srl, che li vede in interazione con soggetti inseriti nel contesto politico-istituzionale, mentre i Fasciani, che già operano proprietari occulti del Faber Village, operano la stessa manovra attraverso il Malibù Beach srl, la Emmediesse Group srl e la società Il Porticciolo“.

Dall’ordinanza relativa all’indagine “Nuova Alba”è emerso infatti come tra le varie attività intestate a prestanome e riconducibili alla famiglia Fasciani vi fosse anche la società Emmediesse Group srl, intestata a Carbone Daniele e Basco Giovanna (genitori di Basco Antonio uno dei destinatari delle misure restrittive dell’ordinanza) ma in realtà riconducibile al clan Fasciani. La Emmediesse è titolare dello stabilimento Malibu Beach.


Mauro Balini

Nell’ordinanza di sequestro preventivo legata all’operazione Nuova Alba il GIP ha messo in luce il rapporto tra i clan mafiosi attivi sull’area di Ostia e l’imprenditoria locale, in particolare Mauro Balini, allora Presidente del Porto di Ostia. Tali relazioni erano mediate attraverso la figura del noto narcotrafficante Cleto De Maria, arrestato nel luglio 2013 per associazione di tipo mafioso poiché incaricato di gestire le attività economiche, in particolare il Porto di Ostia, per conto dei Triassi. In seguito De Maria passera’ col clan egemone dei Fasciani-Spada.

Al riguardo scrive il GIP: “Sin dalle prime conversazioni registrate sull’utenza di Balini è stato possibile avere conferma dell’esistenza di un ambiente economico- finanziario inquietante, all’interno del quale agivano appartenenti alla criminalità organizzata interessati ai rilevanti movimenti di capitali e ai grossi investimenti che si stavano realizzando nel territorio di Ostia Lido“.

E prosegue: “Ed è apparso evidente che il Presidente Balini fosse in interessenze inquietanti con ambienti malavitosi, e più precisamente in contatto con il pregiudicato Cleto De Maria“.

Va premesso che è Balini – scrive il GIP – a mantenere importanti rapporti con elevate personalità anche miliari; è Balini a trattare con CMC Ravenna; con EPD Limited London; con Italia Navigando, avvalendosi di significativi intermediari“.

Da una visura camerale e’ emerso come le società in cui complessivamente l’ex presidente del porto di Ostia Mauro Balini detiene o ha detenuto cariche siano in totale tredici, di seguito le elenchiamo per completezza di informazione.

Le aziende nelle quali Balini è attualmente presente ricoprendo cariche o qualifiche sono in totale quattro:

Immobilgest 2010 srl il cui codice attività è “affitto e gestione di immobili di proprietà o in leasing” e della quale Balini è socio unico.

Porto Turistico di Roma srl di cui Balini diventa proprietario (socio) unico nel 2013. Fino al 2012 la struttura era stata gestita da ATI srl, che però fallisce. Ma nonostante il crack da 160 milioni di euro, durante l’amministrazione guidata dal sindaco Gianni Alemanno l’ATI, Attività Turistiche Imprenditoriali srl ottiene il raddoppio della superficie impegnata con l’autorizzazione per poter edificare un altro molo e 1419 posti barca, oltre a 611 nuovi punti di ormeggio per imbarcazioni da diporto superiori a 12 e inferiori a 70 metri, per un totale di costo paria 90 milioni di euro.

Complessivamente il Porto si estende su 22 ettari.

Porto di Roma Immobiliare srl è una società in fase di liquidazione di cui Balini è socio unico e che si è occupata della gestione degli immobili, in prevalenza negozi, afferenti alla struttura portuale.

Infine abbiamo lo Studio Consulenza Professionale SRL semplificata il cui amministratore e socio unico è Mauro Balini.

Dall’inchiesta denominata Nuova Alba, condotta dalla Procura di Roma, è emerso come Balini fosse legato a filo doppio con il boss Carmine Fasciani con il quale si interfacciava attraverso il noto criminale Cleto De Maria, arrestato nel 2007 in Brasile insieme al fratello di Michele Senese, Gennaro, per traffico internazionale di stupefacenti.

Da una serie di intercettazioni è emerso come non solo Balini minacciasse Luca Gramazio, capogruppo PDL in regione Lazio prima di essere arrestato con l’accusa di associazione mafiosa nell’inchiesta denominata Mafia Capitale. Ma che pagasse gli stipendi ad una quindicina di criminali reclusi in carcere, tutti con interessi economici nel porto di Ostia.

Dunque è plausibile ritenere come le società riconducibili al Balini fossero legate all’organizzazione criminale Fasciani-Spada. Ovvero che tali società’ siano il frutto dell’attività di riciclaggio e reinvestimento dei proventi delle attività’ illecite condotte dai suoi appartenenti.

Di seguito elenchiamo le società, fallite o cancellate, nelle quali in passato Balini ha ricoperto un ruolo.

Casal Sbarretti Azienda Agricola srl, società cancellata della quale Balini è stato amministratore unico.

Balini Mauro, società individuale.

Procaccini, Balini e Negri di Alibrandi Lorenzo snc. Si tratta di uno stabilimento balneare che ha cessato l’attività. Nel 2013 Alibrandi assieme a Alessandro Liburdi ha gestito la società Jumbo V, di Smarchi Loretta, in località Castel Fusano.

Akuna srl si tratta di uno stabilimento balneare situato sul lungomare di Ostia.

Attività Turistiche Imprenditoriali srl, ovvero ATI srl in liquzione, che come abbiamo visto, e’ l’ex titolare del porto di Ostia.

Quindi Attività Turistiche Immobiliari ATI SPA, anche questa in liquidazione, che come dice il nome si occupa della gestione degli immobili del porto.

Gestione Servizio Porto di Roma srl, società di servizi (pulizia, vigilanza, manutenzione) destinati in prevalenza al porto.

Hotel Porto di Roma srl che risulta essere l’Hotel situato di fronte al porto.

Casal Sbarretti Azienda Agricola srl, azienda agricola. (cm)

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