FANE_emblem

Repubblica del 14 agosto 1980 da notizia della scomparsa della sedicenne Marina Triolese, figlia di un medico di base. La ragazza, appena diplomata in prima liceo, è la vittima numero ottantatre della bomba alla stazione.

Le indagini intanto riportano la costernazione registrata negli ambienti politici francesi alla notizia dell’ispettore arruolato nel “Reinsegnements generaux”, di spiccate tendenze politiche neonaziste. Da più parti si chiede che il Governo e il Presidente della Repubblica Giscard D’Estaigne diano spiegazioni al paese.

Che Durand facesse parte del Fane (Fèdèraction d’Action National et Europèene)  sambra che fosse già noto dal 1979, e tuttavia all’ufficiale di polizia venivano affidati incarichi anche importanti, come la sicurezza dell’ambasciatore di Israele Mordechai Gazit o quella del gran rabbino Kaplan.

Ripetute segnalazioni sarebbero pervenute anche all’Italia in occasione del viaggio di Durand del luglio del 1980. Viaggio nel quale il poliziotto francese avrebbe incontrato esponenti missini e simpatizzanti della destra eversiva. In quell’occasione il ministero degli Interni francese avrebbe avvisato il suo omologo italiano delle simpatie naziste del Durand.

Ma solo dopo la pubblicazione sui quotidiani del nome di Affatigato e dei suoi legami con Fane la polizia francese si sarebbe decisa a sospendere il funzionario.

Affatigato verrà arrestato il 6 agosto, all’indomani della a strage, a Nizza. La polizia d’oltralpe da tempo ne controllava gli spostamenti.

Ma dunque Durand ci è o ci fa? In Francia, a Marsiglia, il movimento neofascista “Ordre e justice nouvelle” ha rivendicato un attentato che solo per caso non si è tramutato in una carneficina. La ripresa dei movimenti radicali di destra, dunque, c’è anche in Francia, non solo in Italia.

Nel dibattito ravvivato da socialisti e comunisti è intervenuto anche il sindaco di Parigi Jacques Chirac, esponente del Rassemblement pour la Republique (RpR), secondo il quale una in democrazia non dovrebbe essere permesso di esistere a chi si esprime solo attraverso la violenza.

Intanto dal ministero dell’Interno francese fanno sapere che è in corso un’ inchiesta interna, e che solo a settembre verranno adottate delle misure al riguardo.

I due principali sindacati francesi di polizia, il FASP (Fdereazione Autonoma dei Sindacati di Polizia) e lo SNAPC (Sindacato Nazionale Autonomo dei Poliziotti Civili) dichiarano che, pur aspettando l’esito dell’inchiesta interna, il Ministro dell’Interno non potevano sapere circa  la posizione politica di Durand, e che se in passato sono state rapidamente adottate misure disciplinari nei confronti di poliziotti di grado inferiore, contro alcuni funzionari si tergiversa.

Il Sindacato dei Poliziotti in Divisa (SNPT) chiede al ministro dell’Interno come mai Durand sia stato spostato alla giudiziaria, settore nel quale avrebbe avuto la possibilità di accedere a molti dossier riservati. Spesso i poliziotti di destra vengono assunti, in Italia come in Francia, alla luce del sole, dai servizi segreti. Ci si chiede se questa sia una prassi legata alla superficialità, oppure se cio’ avviene deliberatamente, i previsione del loro infiltraggio nei movimenti neonazisti.

Il nome nuovo: Luca De Orazi

Il quotidiano Repubblica di venerdì 15 agosto riporta il nome nuovo emerso dall’inchiesta sulla bomba alla stazione di Bologna. Si tratterebbe di Luca De Orazi, giovane diciassettenne della Bologna bene, posto in stato di fermo, che avrebbe conosciuto Affatigato quando questi prestava il servizio militare nel capoluogo emiliano, presso la caserma Chiarini.

Malgrado la notevole differenza di età Affatigato si era subito fatto ben volere dai simpatizzanti piu’ giovani e radicali del Movimento Sociale. Da tempo la sezione del MSI alla quale prima era iscritto non lo vede. Ormai il De Orazi sembra professare un credo politico molto radicale, almeno a giudicare dai capelli a spazzola e dalle giacche militari che indossa.

Il nome di De Orazi sarebbe uno di quelli che i magistrati francesi avrebbero fatto ad Affatigato nel corso dell’interrogatorio al quale sarebbe stato sottoposto.

Assieme a quelli di Mario Tuti, Luciano Franci, detenuti, e di Augusto Cauchi, latitante, oltre a quelli di altri due giovani sempre di Bologna. De Orazi sarebbe già stato sentito dai magistrati di Bologna, subito dopo la bomba alla stazione.

De Orazi sarebbe uscito dal ramo di inchiesta seguito dai carabinieri.

Secondo l’avvocato di De Orazi, Marcantonio Bizicheri che avrebbe già difeso Franco Freda e Marco Affatigato, il ragazzo sarebbe stato fermato per motivi che nulla avrebbero a che fare con la strage. In particolare  il fermo farebbe riferimento a fatti avvenuti in altre città. Secondo il legale il giovane sarebbe accusato di reati contro il patrimonio, mentre per l’associazione sovversiva vi sarebbe solo un’informazione di reato.

E’ tuttavia un fatto che Affatigato aveva ricevuto dall’Italia un documento rubato. Ed è un altro fatto che proprio la destra neofascista, quella alla quale farebbero attualmente riferimento sia il De Orazi che il Durand, è in fase di riorganizzazione. Tra i vari modi anche attraverso la rivista “Terza Posizione”.

Il giovane De Orazi sarà ascoltato anche da altra Autorità Giudiziaria oltre a quella bolognese.

L’edizione del Paese Sera dello stesso giorno sottolinea come tra gli inquirenti regni un pacato ottimismo in relazione al nuovo soggetto fermato. Oltre al giovane in stato di fermo la polizia avrebbe messo sotto controllo, leggi perquisizioni a tappeto, una città italiana iniziando un’ “operazione di bonifica” relativamente agli ambienti dell’etremismo politico di destra.

I giudici non hanno fornito dettagli su quale città si tratti. Neanche il nome del giovane coinvolto nelle indagini sarebbe stato comunicato alla stampa. D’altra parte il sostituto Luigi Persico ha minacciato di querelare per fuga di notizie quei giornalisti che sceglieranno di pubblicare tale nome.

Il giovane, Luca De Orazi diciassettenne bolognese, sarebbe già stato sentito dal PM Riccardo Rossi. L’accusa contro di lui sarebbe di associazione sovversiva.

Si ritiene inoltre che il fermato sia a conoscenza di informazioni determinanti in ordine alla preparazione dell’attentato. Il quotidiano spiega come il merito del fermo spetti ai carabinieri, in particolare al nucleo anticrimine di Bologna coordinato dal maggiore Claudio Rossignoli.

La pista decisiva sarebbe stata quella legata ad un diciottenne che però non è di Bologna, ma che si ritiene sia della stessa città messa sotto osservazione, forse Roma. Il contatto sarebbe avvenuto in maniera informale, e dalle dichiarazioni si è passati in un secondo momento alle verifiche. E’ qui che sarebbero emerse le prime crepe nel racconto fornito al giudice.

La procura di Bologna avrebbe deciso di mandare un giudice ad interrogarlo. Altri elementi interessanti sarebbero emersi dalle perquisizioni, elementi direttamente collegati all’attentato: non è chiaro se si tratti di volantini o dell’esplosivo usato. Potrebbe anche trattarsi di armi o di timers, i congegni a tempo usati per innescare gli ordigni.

Il giudice Persico fa per la prima volta alcune rivelazioni sulle indagini fino a questo momento svolte, e racconta dell’auto parcheggiata nei pressi della stazione, che da subito avrebbe attirato l’attenzione degli inquirenti. Si sarebbe trattato di una Renault targata Nizza, che nell’abitacolo aveva del materiale di un certo interesse.

Dunque un’ incredibile coincidenza, che però sembra incastrarsi dannatamente bene con quello che fino a poco tempo prima era il sospettato n.1: Marco Affatigato. Una coincidenza o forse un’esca che avrebbe dovuto fare abboccare gli inquirenti verso la pista internazionale. 

Le due strade di Ordine Nuovo

Il quotidiano Paese Sera di domenica 17 agosto da conto di come il giovanissimo neonazista, per il quale la procura di Bologna ha emesso due mandati di arresto per associazione sovversiva in concorso e per rapina e porto d’armi, sia tornato a Bologna nel mese di luglio, dopo avere soggiornato per circa un anno a Roma.

Gli inquirenti starebbero cercando di ricostruire le persone che questi avrebbe frequentato, i giovani che lo avrebbero ospitato, per capire se tra loro vi possano essere i complici della rapina all’appartamento di via Malatesta, nel quartiere romano del Prenestino.

Gli investigatori intendono anche scoprire se il De Orazi, durante il suo soggiorno romano, sia entrato a far parte di qualche organizzazione neofascista, si fa il nome di Terza Posizione.

Intanto i suoi legali, Franco Alberini e Marcantonio Bizzicheri, si dicono sconcertati dalle mosse degli inquirenti. Secondo loro non sarebbe stato nell’interesse ne delle organizzazioni eversive di destra ne di quelle di sinistra portare a termine una strage come quella di Bologna.

Ergo secondo loro il responsabile di quell’eccidio va ricercato all’estero. Dalla Francia l’Humanitè, l’organo del Partito Comunista Francese, fa sapere che gli inquirenti dell’Esagono nasconderebbero a quelli italiani la presenza di un teste chiave.

Si tratterebbe di un romano, Luis R., che  avrebbe avuto il ruolo di tramite tra Marco Affatigato e i servizi di sicurezza francesi. Tale copertura avrebbe permesso ad Affatigato di muoversi tranquillamente in Costa Azzurra, nel tentativo di ricostruire una rete tra i vari neofascisti italiani espatriati ed alcuni francesi, tra cui quel Paul Durand ispettore di polizia con simpatie naziste.

Ma anche Stefano Delle Chaie e Augusto Cauchi. E proprio in occasione dell’escussione del teste Affatigato da parte dei giudici francesi, con le domande provenienti via telex dai loro omologhi italiani, sarebbe venuto fuori per la prima volta il nome del De Orazi.

A tarda notte dalla procura bolognese sarebbe trapelata la notizia di due nuovi fermi relativi a soggetti provenienti da Roma, entrambi convocati come indiziati di reato.

Nella stessa pagina viene pubblicato un articolo, a firma Guido Rampoldi, dal titolo “Le due strade dei neri di Ordine Nuovo”.

Nel pezzo si da conto di come, mentre la maggior parte delle procure italiane erano interessate al terrorismo di matrice rossa, a Roma il sostituto procuratore Mario Amato, incaricato di seguire il terrorismo nero, aveva osservato come già a partire dal 1977 il disciolto movimento neofascista Ordine Nuovo stesse per riorganizzarsi.

Addirittura Amato, in collaborazione col collega di Rieti Giovanni Canzio, era riuscito a ricostruire le due riunioni avvenute in una villa in Sabina e sotto l’ apparenza innocua di iniziative conviviali, nelle quali era stato deciso di far rinascere Ordine Nuovo sotto una nuova denominazione.

Una sorta di operazione di restyling dunque, malgrado la decimazione dovuta agli arresti successivi alle inchieste del giudice Vittorio Occursio, e dopo gli espatri di numerosi tra i fondatori, a cominciare da quel Clemente Graziani, ideologo del MPON, rifugiatosi a Londra.

La destra neonazista puntava a ricomporsi facendo leva su quei vecchi leader rimasti in circolazione, e su quei nuovi elementi che nel frattempo si erano venuti formando. Tra questi gli uomini di Franco Freda, in primis Massimiliano Fachini, cresciuti politicamente durante la detenzione in carcere del loro leader.

O come Stefano Delle Chiaie, malgrado il suo pallino per il doppio gioco e per i servizi, tutti stranieri naturalmente. O come Sandro Saccucci, accusato di omicidio a seguito dell’uccisione di un contestatore durante un comizio dell’MSI tenutosi a Sezze.

Nel corso di una perquisizione ordinata dal giudice Amato nei confronti di Claudio Mutti, insegnante di Parma e responsabile della casa editrice di Freda, gli agenti avrebbero trovato una lettera di Saccucci.

Di queste diverse aree politiche quella più numerosa ed anche più interessante sotto l’aspetto del profilo politico è senza dubbio quella facente capo a Freda. Fu questa infatti ad organizzare nel 1977 a Bologna un convegno sulla possibilità di creare un fronte unico con l’estremismo di sinistra, in particolare con l’autonomia.

E’ li che nasce, rigorosamente fuori dall’MSI, l’autonomia di destra che si rifà a Tonnies, a Codreanu e all’islamismo, e riesce a trovare spunti nuovi in particolare nella Libia di Gheddafi e nell’Iran di Khomeini.

Nel 1979 l’organizzazione così strutturata cerca di ottenere i primi frutti: secondo l’ipotesi investigativa di Canzio e Amato l’iniziativa si struttura su due piani, uno propagandistico ed uno militare.

Mentre a Roma l’ala militare, sotto la denominazione di Movimento Rivoluzionario Popolare (MRP), compie una serie di attentati contro proprietà e beni dello Stato (centrali elettriche, centraline telefoniche, installazioni idriche), a Roma, Firenze e Milano vengono affissi i manifesti delle Comunità Organiche di Popolo (COP), strutture che richiamano ai centri sociali e alle comuni di sinistra, nel tentativo di coinvolgere l’estremismo del versante opposto.

Il risultato ottenuto è abbastanza deludente, soprattutto perchè la repressione giudiziaria taglia sul nascere qualsiasi aspettativa. Fallisce dunque la nuova iniziativa autonoma di Ordine Nuovo, che aveva adottato il nome di Costruitamo L’ Azione, lo stesso nome della pubblicazione periodica sulla quale venivano propagandate le nuove tesi di Freda & Co.

Da quel momento in poi l’orizzonte che avranno gli ex ordinovisti irriducibili sarà quello di emulare le Brigate Rosse, in una trista spirale gli omicidi che comincia proprio con quello di Vittorio Occorsio, seguito poi da quello dell’avvocato Arcangeli, reo di aver denunciato Gianluigi Concutelli quale ispiratore ed esecutore di quell’omicidio ( al suo posto verrà ucciso per errore l’impiegato Antonio Leandri) e del sostituto procuratore Mario Amato.            

La mancata collaborazione dei servizi alle indagini

Lunedì 18 agosto il quotidiano Paese Sera, a firma del giornalista Franco Tintori, pubblica un articolo dal titolo “I sevizi segreti non aiutano”. Nel pezzo si sottolinea come i principali apparati di sicurezza italiani, i vari SISDE, SISMI e UCIGOS (l’Ufficio Antiterrorismo del Viminale) non  risulta che abbiano collaborato con i magistrati nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna.

Marco Affatigato, l’estremista di destra il cui nome sarebbe stato dato in pasto all’opinione pubblica sia dopo il disastro di Ustica che a seguito della strage alla stazione di Bologna, avrebbe un alibi. Mentre alcune crepe sarebbero affiorate per quanto riguarda la prima parte della mattinata di quel terribile due agosto, per  la sera l’ex braccio destro di Mario Tuti avrebbe cenato a Nizza con due persone, una delle quali sarebbe ben nota ai nostri servizi di sicurezza.

Si tratterebbe di Louis R., romano di origini, che secondo indiscrezioni provenienti da Parigi sarebbe legato alla gendarmeria francese, la quale avrebbe mantenuto l’anonimato sulla sua vera identità.

Ora, visto che le informazioni in questione avrebbero potuto essere agevolmente fornite ai magistrati bolognesi  dai nostri servizi, senza bisogno di rogatorie o di trasferte oltralpe, sorge il dubbio che qualcosa nella supposta collaborazione tra apparati e magistratura non abbia pienamente funzionato. E ciò potrebbe voler portare agli stessi risultati, dal punto di vista delle indagini, raggiunti nel caso dell’Italicus.

Scrive il giornalista come vi sia certezza sul fatto che i nostri servizi di sicurezza, deputati allo svolgimento dell’atttività di prevenzione nei confronti delle stragi, non abbiano risposto  a “nessuno dei numerosi quesiti che gli investigatori di Bologna hanno ritenuto necessario porre alla loro competenza”.

Di seguito lo stato dell’arte delle indagini: Luca De Orazi, arrestato per associazione sovversiva in concorso, sul cui capo pende un ulteriore ordine di arresto per rapina e porto d’armi, potrebbe avere avuto un ruolo anche nella strage alla stazione.

Il giovane avrebbe detto agli inquirenti di essersi recato al mare con un amico la mattina del 2 agosto. La persona che dovrebbe confermare il suo racconto risulta al momento non reperibile. Dunque l’alibi del diciassettenne bolognese potrebbe non risultare confermato.

Il giovane potrebbe però essere a conoscenza di informazioni utili ai fini dell’indagine. Gli inquirenti avrebbero riposto le loro speranze sulla richiesta di tempo che il giovane avrebbe rivolto loro.

La pista Affatigato, data sin dall’inizio come certa, non viene più presa in seria considerazione dagli inquirenti, che anzi la considererebbero un depistaggio, una sorta di specchietto per le allodole. Anche Affatigato potrebbe comunque essere in possesso di informazioni importanti, non tanto in relazione alla strage alla Stazione, quanto piuttosto sulle strategie internazionali della destra eversiva che si muoverebbe al di fuori del nostro Paese.

E questo principalmente perché le direttive per realizzare il sanguinoso attentato di Bologna potrebbero provenire da centrali terroristiche situate al di fuori dei confini dell’Italia. Si tratterebbe di centrali in grado di strumentalizzare tanto il terrorismo nero, quanto quello rosso.

Affatigato potrebbe fornire informazioni ad esempio sui viaggi compiuti a luglio in Italia da Paul Durand, il vice ispettore di polizia francese sospeso dal servizio a seguito della scoperta delle sua simpatie naziste. Tra le note disciplinari sulla carriera del funzionario, carriera iniziata nel 1976, vi sarebbero tre ammonizioni scritte e due ordini di trasferimento.

Resta il fatto che parallelamente ai disordini scoppiati in Italia la destra francese legata al Fane avrebbe compiuto, dal 1977 al 1980, ben di 122 attentati in Francia.

Sempre in Francia sarebbe in corso una poderosa campagna mediatica tesa a dimostrare come dietro l’ addestramento di tutti i terroristi che in giro per l’Europa continuano ad atterrire l’opinione pubblica con bombe ed attentati, e a destabilizzare conseguentemente tutti i paesi dell’area del Mediterraneo, vi sia la Libia di Gheddafi.

Anche se di prove certe della presenza di terroristi rossi e neri nei campi di addestramento libici attualmente non ve ne siano.

Come si diceva in apertura l’apporto dei servizi segreti italiani all’attività di indagine svolta dai magistrati bolognesi risulta fino a questo momento pressochè nullo.

In un’intervista rilasciata ad un quotidiano il ministro della Difesa Lelio Lagorio ha fatto sapere come a seguito della strage di Piazza Fontana, e alla scoperta delle complicità tra ordinovisti e SID, vi sia stata tra gli organici dei servizi una sorta di epurazione.

In effetti tale complicità era stata confermata dal generale Gianadelio Maletti al processo di Catanzaro, attraverso la presenza nel 1969 di un ufficiale del SID durante la riunione che si svolse in quel di  Padova e che servì a pianificare la stagione delle bombe.

Tuttavia il ministro non può fare a meno di non notare come alcuni episodi, alcune stranezze in apparenza inspiegabili, continuino ad accadere. Lagorio ha rivelato, ad esempio, come alcuni giorni prima sarebbe stato diffuso un falso verbale relativo ai contenuti di un recentissimo incontro tra appartenenti al Comitato interministeriale sulla sicurezza.

A questo si aggiunga poi come si cerchi ancora di trovare una spiegazione alla consegna ad un giornalista da parte del vice questore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna e numero due del SISDE, dei verbali del pentito delle Brigate Rosse Patrizio Peci.

Quasi a voler mettere sull’avviso le persone interessate che il brigatista pentito le aveva denunciate, e  a dare il via di fatto all’operazione di ritorsione nei confronti del fratello Roberto. Prima del ministro Lelio Lagorio era stato il deputato socialista Falco Accame a rivelare come il ricambio favorito dal governo nell’ambito del personale dei servizi si fosse risolto in una sorta di avvicendamento tra padri e figli, o al limite nipoti.

E questo anche nel caso di funzionari con procedimenti disciplinari se non addirittura penali a carico. Sembrerebbe comunque una pratica molto diffusa nelle Forze Armate italiane quella del laissez faire in ambito disciplinare, come dimostra anche il mantenimento in servizio del colonnello Amos Piazzi, implicato nel supposto golpe della “Rosa dei Venti”, golpe che comportò l’arresto del generale Vito Miceli.

Anche il colonnello Antonio Labruna, condannato a Catanzaro per gli illeciti commessi dal SID, sarebbe rimasto in servizio, sebbene trasferito in qualche non precisato paese arabo. Che effetti potrebbe avere questa inerzia in ambito disciplinare all’interno dei servizi di sicurezza del Belpaese? Al riguardo c’è un’altro episodio degno di essere narrato e che riguarda Marco Affatigato.

Quest’ultimo, nel tentativo di dimostrare la propria estraneità alla strage del 2 agosto, avrebbe chiamato in causa tal Maurizio Giorgio. Si rammenta qui che fu proprio Marco Pozzan a chiamare in causa, durante il processo di Catanzaro, un tal Maurizio Giorgi (con la i finale).

Tale imputato rivelò che il SID, successivamente a piazza Fontana, lo fece trasferire in Spagna. Se non che all’ultimo momento venne deciso di ritardare tale trasferimento di alcuni giorni, in quanto era necessario in quel momento dare la precedenza ad un certo Maurizio Giorgi, già collaboratore di Stefano Delle Chiaie, di Serafino De Luja ed anche di Stefano Campo.

Tutti nomi che sembrano tornare, in maniera quasi ciclica, agli onori della cronaca giudiziaria innescando inevitabilmente ipotesi su connivenze tra apparati e organi dello Stato.

Ora, si da il fatto che proprio l’estremista di destra Stefano Campo si sia costituito il 1° agosto, ovvero il giorno precedente alla strage alla stazione. Ci si chiede se il suo sia stato un gesto finalizzato all’ottenimento di un alibi, in relazione ad un attentato del quale tutto l’ambiente della destra eversiva era a conoscenza. Le notizie che giungono, in relazione alle indagini, sono poche. L’impressione però è che al di la del De Orazi gli elementi in mano agli inquirenti siano scarsi.

Le centrali estere a protezione dei neri

Nell’edizione del 26 agosto del quotidiano romano Paese Sera si da conto della falsa pista internazionale rappresentata dal ex ordinovista Marco Affatigato, condannato a morte dai NAR di Valerio Giusva Fioraventi e perciò costretto ad espatriare in Francia.

Divenuto collaboratore dei servizi francesi, Affatigato verrà arrestato il 6 agosto, all’indomani della a strage, a Nizza. L’uomo, che avrebbe sempre professato la sua innocenza, sarebbe collegato ad un’organizzazione neofascista internazionale con base in Francia e denominata FANE.

Il coinvolgimento del FANE nella strage sarebbe stato presunto dai numerosi viaggi in Europa, ed in particolare in Italia, compiuti nel giugno del 1980 dal suo principale esponente, un ispettore della polizia francese in aspettativa di nome Paul Durand.

Attraverso una missiva scritta da Mario Tuti, esponente neofascista toscano responsabile dell’omicidio di due agenti di polizia oltre che di una serie di attentati sui treni della tratta Firenze-Roma, il quotidiano romano avrebbe desunto l’estraneità di Affatigato dallo scoppio dell’ordigno del 2 agosto.

Nella lettera, che è antecedente di ben 22 mesi rispetto alla strage, Tuti mette in guardia i camerati delle reti operative circa l’inaffidabilità dell’Affatigato. Di più. Secondo Tuti Affatigato sarebbe un informatore della polizia. Se il contenuto della lettera fosse vero, non si capisce per quale ragione i neofascisti responsabili della strage del 2 agosto avrebbero dovuto coinvolgere un ipotetico informatore nelle operazioni preparatorie.

Tanto più che la conoscenza tra Tuti e Affatigato era di lunga data, avendo quest’ultimo vissuto per diversi anni a Lucca, pur essendo siciliano di nascita.

Più in generale il quotidiano sottolinea come fin dal primo memento gli accertamenti sul 2 agosto siano stati condizionati da “rivelazioni guidate”, la principale delle quali riguarderebbe proprio l’Affatigato. Il giovane neofascista viene infatti chiamato in causa non solo per la strage di Bologna, ma anche, ancora una volta in maniera strumentale, per quella di Ustica.

A beneficio di memoria si ricorda come nell’immediatezza del disastro del DC 9 Itavia una telefonata anonima rivendicò alla redazione romana del Corriere la presenza a bordo di quell’aereo proprio di Affatigato.

Ed anzi di come quel velivolo si fosse inabissato a causa dello scoppio di un ordigno da questi portato a bordo. Solo molti anni dopo si giungerà alla conclusione che quella telefonata, probabilmente fatta dai servizi italiani, intendeva denunciare il coinvolgimento dei loro omologhi francesi in quell’incidente aereo.

Tornando alla missiva del Tuti, questa sarebbe stata rinvenuta nel corso di una perquisizione presso il  domicilio di tal Mario Giudo Naldi, un ventiduenne coordinatore da Bologna della rivista Quex, il periodico dei neofascisti in carcere.

Naldi, che il mattino del giorno della strage era partito in vacanza in Corsica con degli amici, sarebbe stato avvicinato da un agente segreto che gli avrebbe chiesto informazioni sui collegamenti di Tuti con altri neofascisti, oltre a informazioni sui suoi rapporti con Affatigato, con Durand e con Luca De Orazi.

La barba finta avrebbe anche offerto al Naldi dei soldi, si sarebbe parlato di una ventina di milioni, per assicurarsi la sua collaborazione.

Naldi, che sarebbe difeso dagli avvocati Marcantonio Bezicheri e Franco Alberini, gli stessi di Franco Freda, di Affatigato e del De Orazi, temendo a suo dire di essere coinvolto nella strage, si sarebbe recato dai magistrati a raccontare di quell’incontro. Per i legali di Naldi il coinvolgimento dei servizi sarebbe la prova che dimostrerebbe l’insussistenza della pista nera. (CM)