Danilo_Abbruciati

Nell’ordinanza redatta dal gi Otello Lupacchini relativa all’inchiesta denominata Colosseo, la prima vera inchiesta organica sulla Banda della Magliana con le confessioni di personaggi del calibro di Claudio Sicilia e di Maurizio Abbatino, viene descritto l’ingresso nel sodalizio criminale di Danilo Abbruciati.

Nelle carte del processo viene ripercorso, tra gli altri,  il ruolo ricoperto dal “camaleonte” (questo è il soprannome di Abbruciati) nel gruppo dei “Testaccini” e conseguentemente la posizione assunta da quest’ultimo rispetto agli altri gruppi del sodalizio, in particolare quello di Magliana e Acilia.

All’inizio degli anni ’70 Abbruciati viene descritto da Abbatino come “un grosso boss della malavita romana” specializzato in rapine e sequestri di persona, vicino al gruppo dei cd marsigliesi di Carlo Faiella e Ettore Taberrani, e con alle spalle già’ un periodo di detenzione.

La carcerazione aveva accresciuto lo spessore criminale di Abbruciati, grazie anche alla conoscenza di boss del calibro di Francis Turatello. E grazie anche a quella di alcuni detenuti per reati di mafia e di criminalità’ politica, tra cui anche appartenenti ai NAR.

Arrestato una seconda volta nel 1978 per il coinvolgimento in alcuni sequestri, Abbruciati viene rilasciato agli inizi degli anni ’80. Rimasto solo ed isolato dal panorama criminale romano viene introdotto nel gruppo dei Testaccini grazie alla conoscenza in carcere di Enrico De Pedis e Franco Giuseppucci.


Il sodalizio e le sue regole

Sebbene le regole del sodalizio fossero quelle di suddividere in parti uguali i proventi delle attività’ illecite, oltre al versamento di un contributo per il sostentamento delle famiglie dei reclusi del sodalizio stesso, Abbruciati conserverà’ ed utilizzerà’ solo per se  i suoi contatti e le opportunità economiche da questi generati. In particolare nel campo del riciclaggio e del reinvestimento dei profitti derivanti dal commercio dell’eroina.

“A ragione dei suoi trascorsi malavitosi – racconta Abbatino – avvalendosi anche delle numerose e importanti conoscenze acquisite in ambiente carcerario, sia tra i “comuni”, sia tra i mafiosi, sia tra i politici, egli non disdegnava di tenere rapporti con estremisti di destra”.

E ancora: ” Abbruciati teneva sostanzialmente per se le proprie conoscenze e faceva partecipi delle attivita’ finanziarie attraverso le quali riciclava e reinvestiva il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti non già’ l’intera Banda ma soltanto i Testaccini, i quali ben presto acquisirono un consistente patrimonio mobiliare, societario e immobiliare, che si andava a cumulare ai proventi dell’attività di “strozzinaggio” da essi sempre praticata”.


I contatti col giro che conta

Tra le conoscenze vantate da Abbruciati nel mondo degli affari, soprattutto quelli che impiegavano in maniera disinvolta capitali di provenienza illecita, va ricordato innanzitutto Mario Aglialoro, alias Giuseppe Calo‘, boss del mandamento di Porta Nuova residente a Roma con l’incarico di reinvestire i proventi illeciti di Cosa nostra. Ma anche Ernesto Diotallevi, coinvolto e poi scagionato con Abbruciati in ben due omicidi.

Dalle indagini sul tentato omicidio Rosone, nel quale Abbruciati venne ucciso, gli inquirenti individuarono un assegno da 200 milioni emesso da Flavio Carboni in favore del Diotallevi. Secondo il pentito Salvatore Cancemi Abbruciati sarebbe stato uomo d’onore legato a Pippo Calò.

Quindi Domenico Balducci, indagato dalla Procura di Palermo per riciclaggio riguardo ai soldi di alcune famiglie mafiose, che dietro il paravento di una rivendita di elettrodomestici a Campo dei Fiori gestiva una fiorente attività’ di usura.

Dopo essere entrato a tutti gli effetti nella Banda con l’incarico di gestire, assieme ad Enrico Nicoletti, gli aspetti finanziari, Balducci verrà’ eliminato dai Testaccini su richiesta di Cosa nostra, senza che gli altri membri della Banda ne avessero contezza. La vicenda acuirà’ lo scontro tra i Testaccini e gli altri gruppi del sodalizio, con i primi accusati di strumentalizzare l’organizzazione per i propri fini.

In ultimo ricordiamo anche il faccendiere sardo Flavio Carboni, coinvolto e poi scagionato nell’omicidio del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. Carboni coinvolgerà’ Calo’, Diotallevi, Balducci, De Pedis, Abbruciati e Maragnoli nell’affare immobiliare del mega villaggio residenziale in località’ Porto Rotondo, in Sardegna.


La decina di Bontade a Roma

Fabiola Moretti, compagna di Abbruciati, ha raccontato ai giudici che indagavano sulla Banda della Magliana che a principiare dalla primavera del 1980 il camaleonte, attraverso gli uffici di Pippo Calo’, intraprendeva un rapporto di collaborazione stabile con il principe di Villagrazia Stefano Bontade.

L’ accordo prevedeva lo scambio di alcuni favori da parte dei Testaccini in cambio dell’apertura di un canale di rifornimento per quanto riguardava l’eroina.

Il pentito Tommaso Buscetta ha riferito ai magistrati di come in posizione distinta rispetto al mandamento a cui faceva capo Calo’ (Porta Nuova lo stesso del Buscetta), a partire dal 1950 vi fosse a Roma una decina di soldati di mafia affiliati al mandamento di S.Maria del Gesu,’ guidata da Angelo Cosentino. Questa era composta, negli ultimi tempi, da alcuni membri della Banda della Magliana, tra cui Abbruciati e Giuseppucci.

In quest’ottica vanno dunque letti sia l’omicidio di Balducci che il tentato omicidio del vice direttore del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, entrambi posti in essere dai Testaccini su mandato della mafia siciliana.

L’ uccisione di Bontade pose fine all’accordo e diede il via all’ascesa di Calo’ in Cosa nostra, a sostegno della nuova leadership dei corlonesi di Totò Riina.


Abbruciati e il SISDE

Ancora la Moretti riferisce ai magistrati impegnati nelle indagini sul sodalizio in oggetto di come, nel corso della detenzione dell’Abbruciati a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, avesse avvicinato alcuni agenti della penitenziaria per rifornire il suo compagno di cocaina.

Dopo alcuni rifornimenti la donna viene avvicinata da Giuseppucci il quale l’avvisava dell’attivazione di un altro canale di rifornimento.

Quando il camaleonte termina il periodo di detenzione raccontera’ che a rifornirlo all’interno del carcere erano stati alcuni agenti del SISDE e che in alcune occasioni, per stimolare  la fiducia del boss romano, questi avevano assunto tale sostanza assieme a lui.

In seguito Abbruciati racconterà’ancora  alla Moretti di come la collaborazione col SISDE lo avesse avvantaggiato, essendo egli riuscito ad ottenere documenti, soldi ed anche un’auto, oltre alla protezione da eventuali successive indagini. L’atteggiamento del camaleonte nei confronti dei Servizi mutera’, a suo dire, per il mancato rispetto di alcuni impegni in precedenza presi. (cm)

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