carminati e nicoletti

In una lunga conversazione avuta il 25 gennaio 2013 ed intercettata dai militari del Ros nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo, Massimo Carminati spiega a Cristiano Guarnera la natura dei suoi rapporti con la banda della Magliana.

I due sarebbero entrati in argomento a seguito di una banale circostanza accaduta al Guarnera. Nella scuola frequentata dal figlio, Guarnera racconta all’ex NAR di come si fosse tenuta una riunione tra i genitori degli alunni per cacciare il nipote di Enrico Nicoletti, lo storico cassiere della Banda della Magliana.

Nel corso dell’esame del 29 marzo da parte dell’avvocato Ippolita Naso, Massimo Carminati riprendeva l’argomento, raccontando di come Nicoletti avesse fatto fortuna non tanto dalla gestione dei soldi del sodalizio criminale, quanto piuttosto da una fortunata operazione immobiliare. Si sarebbe trattato dell’acquisto di terreni ad uso agricolo in seguito rivenduti all’Università di Tor Vergata come terreni edificabili, ad un prezzo molto superiore, generando in capo al Nicoletti un’ enorme plusvalenza. La delibera di cambio di destinazione d’uso sarebbe stata in seguito annullata dall’allora sindaco Ugo Vetere.

Il sognor Nicoletti – racconta Carminati – è stato una vittima della Banda della Magliana perchè i cd esponenti gli hanno fatto un’estorsione a lui. Ha fatto i soldi, lui, con l’Università. Quando ai tempi c’era Sbardella (Vittorio) presero i terreni, capito? E costruirono l’Università. Lui con quel terreno guadagnò 280 miliardi del ’79. Sai quanti erano 270 miliardi del ’79?Lo sanno tutti, quindi è ridicolo pensare che lui era il cassiere della Banda della Magliana. Al tempo in cui fece quell’operazione la Banda della Magliana neanche esisteva“.

Prendendo spunto da questo argomento l’ex NAR passa a spiegare quali fossero i suoi rapporti con la Banda della Magliana: “Io sono diventato, secondo loro, uno della Banda della Magliana, mentre invece io ero soltanto amico. Mo la storia..io ero politico. Io ero un politico, io facevo politica a quei tempi. Poi la politica ha smesso di essere politica ed è diventata criminalità politica. Perchè c’era una guerra a bassa intensità prima con la sinistra e poi con lo Stato. Io c’avevo contatti con la Banda della Magliana perchè ho fatto … il Negro (Franco Giuseppucci) che era a capo della Banda della Magliana, unico vero capo che c’è mai stato della Banda della Magliana, era Franco Giuseppucci. Era un mio caro amico, abitava di fronte a casa mia. Io lo conoscevo da una vita, l’ho sempre conosciuto da una vita..“.

Il pirata spiega a Guarnera come il non trovarsi con i criminali comuni della Banda della Magliana dipendava dal fatto che questi erano ormai soliti fare soldi prevalentemente attraverso il traffico di stupefacenti, in forte contrasto con quelli che potevano essere i suoi principi etici e politici. Racconta l’ex NAR come lui fosse solito commettere attività illecite, in prevalenza rapine in banca, per finanziare l’attività politica e non per il suo personale arricchimento: “Io ero soltanto amico di Franco Giuseppucci – spiega l’ex NAR – il mio coinvolgimento con la Banda della Magliana è stato soltanto quello“. E poi aggiunge: “Tant’è vero che al processo per la Banda della Magliana ho pagato soltanto delle armi (possesso e detenzione in relazione alle armi rinvenute nel sotterraneo del ministero della Sanità)”.


La Banda della Magliana agenzia del crimine

Spiega Carminati come durante gli anni ’70 la stampa fosse solita considerarlo un killer spietato che agiva sia per conto dei Servizi che per la loggia massonica coperta P2: “Però, diciamo, tutto quello che scrivevano su di me, ha capito, cioè io sono stato killer della P2, killer dei Servizi segreti, capito, io sono stato tutto ed il contrario di tutto“.

E prosegue: “Si, cioè, tutto. Io sono stato qualunque cosa: io la strage di Bologna, cioè, a me mi hanno accollato tutto. Tutto quello che mi potevano accollare, me l’ hanno accollato. Io ero l’anello mancante, diciamo, fra una realtà politica e una realtà di criminalità organizzata. La Banda della Magliana era diventata l’anello mancante, capito?“.

Tutto quello che si poteva – prosegue l’ex NAR – affibbiare a quella che era diventata la cd “agenzia del crimine. La Banda della Magliana, cioè, che era un’agenzia secondo loro, disposta a tutto per soldi, per potere, per prebende, capito? Quella gli è servita, poi, per fare carriere politiche, film, libri e quant’altro. Capito? Soldi, tanti soldi. Gli unici che non si sono arricchiti con la Banda della Magliana sono proprio quelli della Banda della Magliana. Gli altri si sono arricchiti tutti: chi per questioni di potere, chi in maniera economica se l’hanno preso. Hanno avuto tutti il loro tornaconto“.

Carminati spiega in aula come sia il maggiore Di Gangi che il capitano Mazzoli, entrambe del Ros, abbiano riconosciuto nel corso del loro esame come questa famigerata agenzia del crimine, di fatto, non sia mai esistita. L’ex NAR ricorda come all’epoca, tra quelli che asserirono in merito all’esistenza di questa fantomatica agenzia, vi fossero il pm Domenico Sica che indagò su delitto Pecorelli e il pm Ferdinando Imposimato, che indagò come giudice istruttore nel processo alla Banda della Magliana.

Erano confluiti un sacco di processi addosso alla Banda della Magliana per cui, poi, furono tutti assolti, fummo tutti assolti” e aggiunge: “perchè, chiaramente, era una cosa, non dico strumentale, però era una cosa che rispondeva ad un’ipotesi che non venne poi riscontrata al processo. Che è quello che poi conta“.


La vicenda della corruzione per Tor Vergata

Il quotidiano La Stampa da conto, il 27 novembre 1984, della misura del confino inflitta all’ imprenditore romano Enrico Nicoletti accusato di corruzione. La pena del soggiorno obbligato, della durata di cinque anni, dovrà essere scontata presso il comune di Corte Brugnatelle, in provincia di Piacenza. L’imprenditore è stato arrestato per favoreggiamento, essendo stato sorpreso in compagnia del boss camorrista Ciro Maresca presso un autosalone di Fiumicino.

Nicoletti è indagato dalla Procura di Roma per il reato di corruzione, nell’ambito degli appalti relativi all’università di Tor Vergata. A seguito delle indagini principiate dopo il suo arresto era emerso infatti come l’imprenditore avesse venduto all’università un hotel di sua proprietà, dove aveva trovato sede il secondo ateneo della Capitale, per svariati miliardi, dopo averne modificato la destinazione d’uso.

Nicoletti era ancora in trattative per la cessione, sempre all’ateneo, di un terreno di sua proprietà sito in prossimità del Grande Raccordo Anulare, all’interno dell’area presso la quale avrebbe dovuto sorgere il Policlinico della seconda università. Il terreno era in origine destinato ad uso agricolo ma aveva ottenuto il cambio di destinazione d’uso.

Secondo l’accusa Nicoletti avrebbe corrisposto utilità al funzionario comunale per riuscire a vendere le sue proprietà. Il pm titolare dell’inchiesta, Franco Ionta, aveva chiesto il sequestro dei beni dell’imprenditore, richiesta che il tribunale ha però respinto. Tutte le operazioni di cessione sarebbero avvenute tramite società riconducibili non direttamente al Nicoletti. Il sostituto Ionta aveva emesso nei giorni precedenti dieci avvisi di garanzia, in relazione ai quali i reati ipotizzati sarebbero interesse privato e corruzione.

I soggetti chiamati in causa dalla Procura sono il segretario generale del comune di Roma il socialista Guglielmo Iozzia, gli architetti Spina e  Manlio Cavalli, Enrico Nicoletti ed il figlio Antonio, il suo factotum Domenico Salvioni, Pietro Maini, l’ex rettore Pietro Gismondi e la direttrice amministrativa dell’ateneo Rosa Fusco.  Non appena è stata ricondotta la titolarità del terreno a società collegate al Nicoletti la giunta, guidata dal sindaco Ugo Vetere, avrebbe annullato la delibera.

In un’ANSA del 30 agosto 1995, dieci anni dopo, si da conto dell’operazione San Patrizio attraverso la quale viene disposto il sequestro di beni mobili e immobili per un valore di 1200 miliardi di lire, beni intestati a società e prestanome riconducibili ad Enrico Nicoletti.

Secondo la Questura di Roma e la Guardia di Finanza si tratterebbe del tesoro della Banda della Magliana, affidato in gestione all’imprenditore romano. Quest’ultimo viene ritenuto dagli inquirenti il banchiere della banda, colui che aveva il compito di reinvestire i proventi delle attività illecite, essenzialmente il traffico degli stupefacenti, in attività lecite.

Tra i beni sequestrati vi sarebbero alberghi, palestre, complessi immobiliari, terreni, società immobiliari, ville, appartamenti tra Roma e provincia, oltre a 24 autovetture di lusso, tra cui 3 Ferrari, un Lamborghini Countach, tre Rolls Royce, 12 Mercedes, un motoscafo off-shore ed otto unità immobiliari destinate a teatri di posa.


Le dichiarazioni di Mancini e di Moretti

Per definire il ruolo svolto da Enrico Nicoletti all’interno della Banda della Magliana, e’ utile ripercorrere le dichiarazioni rese da Antonio Mancini e da Fabiola Moretti in fase di indagine nell’inchiesta denominata “Colosseo”.

Nell’interrogatorio del 23 maggio 1994 Mancini dichiarò a questo proposito: “I vari Peppe Scimone, Giuseppe De Tomasi, Ernesto Diotallevi, Domenico Balducci Enrico Nicoletti e tale Barbozzone costituivano l’anima finanziaria del gruppo del Testaccio, Trastevere, Alberone…

Fabiola Moretti, a lungo compagna di Danilo Abbruciati e dopo la morte di questo compagna di Mancini, dichiarò nel corso dell’interrogatorio del 16 maggio 1994: “Chi faceva girare i soldi per la banda era Enrico Nicoletti che mi sembra fosse stato fatto entrare da Gianfranco Urbani. C’era già all’epoca di Franco Giuseppucci ed era sotto lo stretto controllo di Marcello Colafigli e di Edoardo Toscano. Era un personaggio “pulito”, il quale poteva essere mandato alle aste, cosa che noi, ovviamente, non potevamo fare da soli. Inoltre era una persona comoda, cioè presentabile e con le conoscenze giuste“.

Enrico Nicoletti operava assieme a tale Giuseppe De Tomasi; quest’ultimo era inizialmente vicino ai Proietti, probabili mandanti ed esecutori dell’omicidio di Franco Giuseppucci, che gestivano un’attività di commercio di pesce ma che avevano anche in mano quelle del gioco d’azzardo e delle scommesse clandestine. Enrico De Pedis si oppose alla sua eliminazione e così De Tomasi entrò, di fatto, ad occuparsi dell’attività di reinvestimento in ambito commerciale dei proventi illeciti dell’organizzazione criminale.


Il ruolo di Nicoletti nell’evasione di Toscano

Nell’interrogatorio reso all’Autorità Giudiziaria il 29,10.93 Vittorio Carnovale racconta di come la sua evasione durante il processo alla Banda della Magliana fosse stata organizzata da Enrico De Pedis, Renatino: “Fu Renato De Pedis, allorché ci disse che i processi non si fanno in aula ma che vanno sistemati prima, a dire che l’avvocato Wilfredo Vitalone gli era debitore di un favore resogli con l’omicidio Pecorelli. Pertanto, per le ragioni dette all’inizio, non ritenendo che l’avvocato potesse da solo ricambiare il favore, pensammo che nella storia potesse essere coinvolto il fratello (il senatore Claudio Vitalone); quel che è certo, però, è che De Pedis parlò esclusivamente dell’avvocato, e né lui, né altri, in nessuna occasione parlarono mai del senatore“.

E ancora sempre il Carnovale: “Altra ragione per la quale – ma questa è una mia idea – ritenevo che fosse il senatore e non già l’avvocato l’interlocutore, era rappresentata dal fatto che il primo frequentasse Enrico Nicoletti, col quale si incontrava in una chiesa (S.Antonio in via Merulana) più volte la settimana. Il Nicoletti, all’epoca, era già collegato con l’Abbruciati e col De Pedis e il fatto che andasse in chiesa per incontrare il senatore Vitalone, oltre ad essere risaputo nell’ambiente, mi è stato confermato da entrambe i predetti e più recentemente da Antonio Mancini e Marcello Colafigli“.


Le origini dell’agenzia del crimine

Il primo ad avere l’idea di scrivere un falso comunicato delle BR durante il sequestro Moro fu l’allora Procuratore della Repubblica Claudio Vitalone, che in una conversazione con Sergio Flamigni ebbe a dire: “E allora io avevo detto, avevo detto a Cossiga, dico: chiamate i Servizi facendo tutto un regolare rapporto incartato all’Autorità Giudiziaria, inventate qualche cosa che li costringa a cambiare il progetto, cioè tu sei davanti alla scacchiera un pezzo lo devi muovere come che sia, se tu lasci all’avversario di muovere i pezzi in entrambe i versanti del gioco hai già perduto in partenza. Che poteva essere? Fate un messaggio finto in cui ci mettete in mezzo a brigatisti ipotizzabili qualche elemento della mala e qualche elemento della destra. Facciamo confusione perchè questi diranno: chi è che sta giocando intorno? Le BR dovranno dire: chi è che sta cercando di sfruttare l’operazione? E noi mandiamo un finto fesso di capo della Scientifica in televisione che dice: “Abbiamo analizzato il messaggio, è scritto con la stessa macchina da scrivere con la quale è scritto il primo messaggio”. E gli invalidiamo il gioco, gli diciamo che quello strumento non è riconoscibile come loro pensano, o per lo meno che noi abbiamo una polizia tanto fessa che non è in grado di riconoscerlo. Cossiga mi disse: “Hai ragione, hai ragione. Questo dovremo fare”. Quando uscì’ il comunicato del Lago della Duchessa (n.7) io trasalii perchè mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento; però era realizzato male, perchè mancava il preventivo rapporto all’Autorità Giudiziaria“. (nota n.38 pag.288 di “La tela del Ragno” di S.Flamigni). (cm)

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