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L’arresto di Izzo

Il 15 settembre 1993 viene arrestato in Francia Angelo Izzo, evaso nell’ agosto di quello stesso anno dal carcere di Alessandria dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Rosaria Lopez ed il tentato omicidio di Donatella Colasanti. Nell’ottobre del 1975, insieme ad Andrea Ghira e Gianni Guido, durante un festino Izzo stuprò e seviziò le due ragazze. Il corpo della Colasanti, creduta morta, venne lasciato nel bagagliaio dell’auto di uno dei tre, dove venne scoperto da alcuni passanti accorsi al richiamo dei lamenti della ragazza. I tre omicidi si erano fermati a mangiare al ristorante.

Durante la detenzione Izzo era diventato collaboratore di giustizia. Tra le varie rivelazioni fatte ai magistrati ci furono anche quelle sul ruolo avuto dalla Banda della Magliana nell’omicidio Pecorelli. Del resto anche la compagna del giornalista ucciso, Franca Mangiavacca, aveva riconosciuto nel falsario della Banda, Tony Chichiarelli, l’uomo che li aveva pedinati nei giorni che precedettero l’omicidio.

La fuga di Izzo dal carcere di Alessandria sarebbe avvenuta il giorno prima di essere ascoltato dai magistrati romani sull’omicidio del direttore di OP. Izzo era sottoposto ad un regime di semilibertà e secondo gli investigatori la sua fuga sarebbe legata o ad un atto di pura follia, oppure ad una reazione nei confronti di pressioni o intimidazioni subite.


Il testimone mai ascoltato

Oltre ad essere il cugino di Mino Pecorelli nonchè il factotum della redazione di OP Umberto Limongelli è stata l’ultima persona ad avere visto il giornalista in vita. Il giorno dell’omicidio, quel 20 marzo 1979,  lo aveva incontrato alcune ore prima nella redazione di via Orazio. Qui Limongelli avrebbe ricevuto dal direttore una busta sigillata contenente le bozze di quella che avrebbe dovuto essere l’ultima edizione della rivista. Ultima edizione che però non verrà mai pubblicata. Secondo le parole di Pecorelli si sarebbe trattato di materiale esplosivo che avrebbe sicuramente causato delle reazioni politiche.

Il pm che indagò sull’omicidio del giornalista, il dott. Domenico Sica, convocò diverse volte Limongelli in Procura, senza però mai sottoporlo ad interrogatorio. A sentirlo in via ufficiale sarà infatti la Direzione Investigativa Antimafia l’11 aprile 1994. Quindici anni dopo. Altro mistero da chiarire è quello sulla sorte del plico contenente le bozze da pubblicare. Limongelli racconta di averlo consegnato non al solito collaboratore della tipografia Abete, dove veniva solitamente stampato il settimanale, ma ad un individuo mai visto prima, la cui identità non è mai stata stabilita. Anche in questo caso la Procura non ha ritenuto necessario perquisire la tipografia ne tanto meno identificare tale collaboratore.


L’identikit dell’assassino

Nell’udienza del 2 ottobre 1996 del processo Pecorelli, a Perugia, viene ascoltata come testimone  la sorella della vittima, Rosita Pecorelli, di professione funzionaria di una compagnia di assicurazioni.

La donna racconta come suo fratello non fosse quel cinico ricattatore che hanno voluto far credere. Egli non era particolarmente ricco, fatta eccezione per una villa in rovina, una piccola barca ed una decina di milioni custoditi in banca. Dunque la sorella della vittima si domanda come Franca Mangiavacca, compagna di vita oltre che segretaria di Pecorelli, sia ora in grado di mantenere un tenore di vita così elevato.

Il giorno dei funerali del giornalista la Mangiavacca disse, di fronte alla madre di questi: “E’ arrivato l’Arcangelo Gabriele e ci ha fatto questa grazia che Mino è finito così. Perchè poteva andare anche peggio“. Rosita Pecorelli non riesce a spiegarsi come mai gli investigatori non abbiano cercato un misterioso testimone il cui identikit venne disegnato il 21 marzo 1979, ma che solo in aula è saltato fuori. Il disegno ritrae un uomo molto somigliante a quello da lei visto per ben due volte il pomeriggio del giorno dell’omicidio.


I legami tra gli omicidi Moro e Pecorelli

Già un anno prima delle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Marino Mannoia, nel corso delle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli erano emersi legami con il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978.

Le indagini sulla morte del direttore della rivista OP sono condotte dal giudice istruttore Francesco Monastero, titolare anche di quelle relative all’omicidio Chichiarelli, avvenuto a Roma il 28 settembre 1984. Le risultanze relative alle prime hanno mostrato come sia stato proprio il settimanale OP a pubblicare le prime lettere inviate da Moro durante la sua prigionia. Le missive, ancora inedite, appariranno nell’edizione del 24 ottobre 1978.

Quelle lettere erano state trovate all’inizio di quello stesso mese, casualmente, nel covo delle BR di via Monte Nevoso a Milano. Nell’articolo dal titolo “La Penisola nella spirale”, oltre che delle missive di Moro si parla di memoriali veri e di memoriali falsi.

Nell’editoriale  il giornalista lascia intendere di essere in possesso di una copia integrale del memoriale scritto da Aldo Moro, copia uguale a quella ritrovata nel covo di via Monte Nevoso. A consegnargliela sarebbe stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di cui Mino Pecorelli era molto amico.


Segreti inconfessabili

Nel numero del settimanale OP uscito con la data della morte del suo direttore si parla ancora di Moro nell’articolo dal titolo: “Aldo Moro, un anno dopo il mistero della Duchessa”.

Il riferimento è al comunicato numero sette delle BR, quello che informava della presenza del corpo dello statista democristiano sul fondo del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le indagini avevano mostrato come l’autore di quel documento fosse il falsario della Banda della Magliana Tony Chichiarelli.

Nel corso di tutta la vicenda Moro, Pecorelli aveva mostrato di avere informazioni e fonti interne ai Servizi. Ed è proprio a pochi giorni dal ritrovamento del corpo del presidente della DC che dalle pagine del settimanale da lui diretto il giornalista lancia messaggi forti sia sul luogo in cui si trovava la prigione in cui era stato segregato Moro, che sul chi e sul perchè lo aveva rapito. “I rapitori di Aldo Moro – scrive Pecorelli in un suo articolo del 2 maggio 1978 – non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stavano tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane…“. (cm)

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