Mafia capitale

Ancora nell’udienza del 29 marzo Carminati racconta di come fosse consapevole, sulla base dell’ esperienza passata, come dopo o contestualmente ai pedinamenti fosse stata avviata dagli inquirenti un’attività intercettiva nei suoi confronti: “Se lo fanno, lo fanno insieme, se no cominciano con le intercettazioni e poi arrivano ai pedinamenti“.

Chiarisce meglio l’ex NAR: “Vuol dire che c’è un’indagine in corso. Quando tu ti rendi conto che sei pedinato, c’è un’attività della Procura che ti fa pedinare, e quindi vuol dire che tu sei indagato per qualche cosa“.

Carminati passa quindi a spiegare il senso dei telefoni dedicati, così chiamati dalla Procura poiché utilizzati dall’ex NAR per comunicare in modo esclusivo con  singole persone, al fine di eludere l’attività di intercettazione.

Si trattava di modelli economici di GSM che venivano cambiati ogni mese, inclusa la scheda SIM. “Quando ho visto, verso la metà del 2012 che l’attività si faceva sempre più pressante – riferisce l’ex NAR – che c’era un continuo controllo in questo senso, che qualunque persona mi si avvicinava – riferendosi a tutte quelle persone estranee – arrivava una macchina dall’altra parte della strada e faceva le fotografie“.

Con queste parole il Pirata  lascia intendere di avere intuito come non si trattasse di un normale controllo. Secondo Carminati l’indagine coinvolgeva tutte le persone che entravano in contatto con lui. Da qui l’esigenza di “tutelarle” . “Quindi io mi sono posto il problema – spiega l’ex NAR – anche di tutelare le persone che mi si avvicinavano. Cioè, dovevo per forza tutelarle, io non potevo non farlo“.

Dunque i tentativi di evitare l’attività intercettiva avevano lo scopo, secondo il Pirata, di tutelare le persone a lui vicine: “Allora ho cominciato ad avvisare i miei amici che avrebbero potuto avere problemi se mi vedevano, se mi frequentavano“.

Molti di questi, nonostante fossero stati avvisati, hanno continuato a frequentare il Pirata. Altri invece hanno preferito non avere più rapporti con lui, evitando così le conseguenze dell’inchiesta e del processo in corso.


Il lavoro con Buzzi e gli altri

L’esigenza di tutelare i suoi interlocutori abituali Carminati l’ha avvertita principalmente con i suoi contatti di lavoro: “E io a quel punto ho cominciato a dire alle persone con cui in quel momento avevo dei contatti d’un certo tipo, intendo i contatti economici. Di contatti economici io ce ne avevo soprattutto con Salvatore Buzzi, e in quel momento, a causa del mio lavoro, con l’ente EUR, con Carlo PucciCarlo era mio grandissimo amico, era un mio fratello. Carlo è mio fratello, gli voglio un bene dell’anima“.

E prosegue: “E quindi io mi sono posto il problema, per quanto riguardava sia Pucci che Buzzi, di dargli un telefono dedicato se volevano parlare con me, se mi avessero cercato“.

E ancora: “E anche l’ho fatto con Testa. Testa per un motivo diverso però, inizialmente, perché lui stava facendo politica ed ho pensato: se gli attacco la lebbra pure a Fabrizio, perché Fabrizio comunque è impegnato in un’ attività politica. E per questo gli ho dato un telefono dedicato” conclude Carminati.

Altro ma non ultimo motivo per cui Carminati è ricorso ai cellulari dedicati era rappresentato dalla necessità di non fare sapere agli organi inquirenti quale fosse la sua ricchezza e soprattutto i beni a lui intestati: i “cespiti”. Questo perché a seguito del colpo al caveau di piazzale Clodio Carminati è stato condannato alla restituzione di una cifra che si aggirerebbe intorno ai venti milioni di euro: “Non volevo rendere noti i miei cespiti, i miei introiti, i miei guadagni in quel momento, perché mi stavo aspettando la richiesta del risarcimento di parte civile del furto al caveau“.

Di seguito: “Era una somma enorme, erano venti miliardi. Ma che gli do venti miliardi?“.

E aggiunge: “Ma quindi che faccio, vado a lavorà, lavoro per dargli venti miliardi, ma non scherziamo. Nascondo i soldi rubati e gli do i soldi lecitamente guadagnati? Ma non scherziamo“.

Conclude: “E da qui i telefoni dedicati“.

Si evince da queste parole l’esigenza da parte dell’ex NAR di avere, dall’attività imprenditoriale intrapresa in società con Buzzi, esclusivamente proventi in nero, e cioè contanti non tracciati: “io i soldi li posso avere solo in contanti o in nero – spiega Carminati –  oppure piazzati in maniera che non vengano ricondotti a me“.   


 

I rapporti con la 29 giugno

Dunque la necessità di utilizzare i telefoni dedicati interviene quando Carminati entra in affari coni Buzzi: “Io poi Salvatore Buzzi lo conosco a fine 2011 – spiega l’ex NAR – nel pieno di questa indagine e ancora non avevo però contezza di quali potessero essere i motivi. Io i motivi piano piano li ho capiti dagli articoli dei giornali, sostanzialmente“.

A questo punto il Pirata esprime una valutazione sommaria dell’indagine condotta dalla Procura di Roma contro il sodalizio di cui lui sarebbe alla guida: “certamente sono rimasto un pò stupito quando poi mi hanno arrestato che una era la mafia del benzinaio e quell’altro era per i rapporti con la cooperativa“.

E aggiunge ancora: “rapporti con la cooperativa: quando mi pedinavano io ci andavo tranquillamente. Io non pensavo che potesse essere la cooperativa uno dei motivi di questa indagine“.

L’ex NAR aveva comunque la consapevolezza dell’esistenza di un’indagine nei suoi confronti, tanto da sapere già di avere microspie piazzate nella sua auto: “Io tante volte li ho visti appresso a me, sapevo magari che dentro la macchina c’avevo la microspia e andavo tranquillamente alla cooperativa“.

E poi torna sul tema dei telefoni dedicati, assumendosene la piena responsabilità: “La storia dei telefoni dedicati è stata un’idea mia, solo mia, subita obtorto collo da tutti perché mi prendevano per un pazzo, un visionario. Dicevano: guarda quel deficiente di Massimo che ci rompe le palle con questi telefoni“.

Chiarisce meglio: “Non li voleva nessuno, se li scordavano, li perdevano, li perdevano dentro la macchina, li tenevano spenti. Quindi era una cosa perfettamente inutile“.

Dunque il pirata fa capire alla Corte come l’idea dei telefoni ad hoc per aggirare le intercettazioni fosse poco gradita dai suoi stessi sodali Buzzi, Pucci e Testa: “Era una cosa che era insopportabile per loro“.

E aggiunge come questa sua strategia fosse percepita dagli altri come una sorta di fissazione:” L’ho detto avvocato, non mi credevano, pensavano che fossi pazzo“. Spiega poi alla Corte le origini di questa sua paranoia:

Siccome è stata sempre una mia paranoia, ma questa mia paranoia è sempre stata quella che mi ha spinto a vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. E poi perché, effettivamente, io ero l’unico in mezzo a tutto questo gruppo di persone che comunque ho continuato a fare, senza soluzione di continuità, una vita di un certo tipo. Quindi era normale che io stavo molto ma molto più attento di loro. Loro facevano una vita normale, erano persone perbene, lavoravano, avevano le loro attività. Non è che facevano reati. Qui stiamo parlando comunque di persone, anche quelle che hanno fatto politica durante gli anni settanta come Carlo Pucci, che s’erano rifatte una vita normale“.

E riferito a Buzzi: “Anche Salvatore era un grande imprenditore“.


L’utilizzo del jammer

Nel corso dell’indagine denominata Mondo di Mezzo gli inquirenti hanno avuto contezza di come l’attività intercettiva venisse disturbata. E stato altresì dimostrato come tali disturbi si verificassero sempre in occasione di riunioni svolte all’interno degli uffici di via Pomona.

Questa circostanza, unita ad alcuni discorsi intercettati dagli uffici della 29 giugno, hanno condotto alla conclusione che il sodalizio utilizzasse un apparecchio per disturbare le frequenze che, seppur non nominato durante le conversazioni, veniva spesso chiamato in causa.

Nel corso della sua audizione Carminati spiega come l’impiego del jammer, del quale si assume la responsabilità circa il suo utilizzo, sia legato a finalità diverse da quella di disturbare l’attività intercettiva degli inquirenti: “Quando c’è stata la perquisizione – spiega l’ex NAR –  tutti pensavano che fosse stata una questione interna, per un problema industriale.

“Loro (la 29 giugno) – prosegue il pirata – si ponevano il problema di avere una persona internamente che passava informazioni“.

L’ex NAR spiega dunque come l’impiego del Jammer fosse legato alla necessità di impedire la trasmissione di dati o conversazioni registrate durante le riunioni della dirigenza della cooperativa. Carminati spiega quindi quale sia l’impiego normale di un jammer: “Il jammer non serve per le microspie, io questo voglio chiarirlo una volta per tutte. Non è che sò cretino che porto il jammer per le microspie. Tant’è che ci sono due o tre conversazioni con Gammuto nelle quali dico: guardate che questo non serve per le microspie. Se poi le microspie sono istituzionali, nel senso che fossero state messe dalle forze dell’ordine, è inutile proprio creare delle difese.

Il jammer serviva – spiega l’ex NAR – per inibire l’uso dei telefonini perché se ci fosse stato qualcuno, diciamo una persona infedele nell’ambito della cooperativa che registrava cose con qualche telefonino, il jammer inibiva il telefonino. Se c’avesse avuto all’interno un Troyan, cioè uno di quei virus che trasformano il telefonino in una microspia, quello poteva servire per inibire il telefonino. Tant’è vero che ci sono delle intercettazioni in cui Buzzi parla con la signora Garrone e le dice: guarda questo serve per l’I Phone: l’I Phone può diventare un microfono collegato con l’esterno. Ma il jammer serviva soltanto a quello“.

Spiega il pirata come l’acquistato del disturbatore di frequenza lo abbia effettuato attraverso internet: “A parte che il jammer si compra con mille euro, basta andare su internet, digitare jammer, e vedete che cosa esce“.

Dunque l’ex NAR avrebbe acquistato in maniera molto agevole un disturbatore di onde radio tramite un sito internet. Un analogo strumento  sarebbe stato richiesto in passato dalla scorta di uno dei PM del processo sulla cd trattativa, Antonino Di Matteo.

In quel caso però l’oggetto, che serve ad inibire le onde radio dei telecomandi di eventuali ordigni radiocomandati sarebbe stato ottenuto solo in seguito a ripetute ed insistite richieste, e comunque dopo un’attesa durata diversi mesi. A Carminati invece è bastato andare su internet ed in pochi minuti acquistarne uno. Dunque l’ex NAR spiega come lo strumento in se, il jammer, non sia illegale e che l’impiego che lui intendeva farne era quello di inibire l’uso dei telefonini durante le riunioni riservate della presidenza della cooperativa. Riunioni alle quali partecipava lo stesso Carminati.

Alcuni mesi dopo il suo acquisto i dipendenti della 29 giugno, a gran voce, chiedono l’eliminazione del Jammer, ritenuto troppo fastidioso. Spiega il Pirata: “Tant’è vero che loro lo leveranno dalla cooperativa solo perché inibiva i telefonini“.

E aggiunge ancora: “Li si lamentavano tutti perché nell’arco di 50 metri dal jammer non si poteva telefonare“.

Dunque questo jammer, lo strumento che sarebbe dovuto servire, a detta di Carminati, ad inibire le telefonate da parte di una ipotetica spia, nei fatti non impedì agli inquirenti di continuare a svolgere l’attività intercettiva.

L’avvocato Naso torna a ripercorrere il tema della consapevolezza dell’indagine da parte di Carminati: “Lei sa che c’erano, l’abbiamo scoperto dalle indagini, c’erano delle telecamere fisse sul benzinaio di corso Francia“.

Carminati risponde spiegando come il fatto che a partire dal 2012 i pedinamenti fossero finiti, lui lo aveva interpretato con l’impiego da parte degli inquirenti di microspie ed intercettazioni. E spiega così il fatto che ad un certo punto lui ed i suoi sodali si divertissero a salutare in direzione delle telecamere piazzate di fronte al distributore di corso Francia.

Lo sapevamo benissimo – spiega l’ex NAR con riferimento alle telecamere – noi andavamo la, tranquilli e beati, sapendo che c’era questo controllo, anche perché c’è un processo di mitridatizzazione, nel senso che tu t’abitui al fatto di essere circondato e osservato e te ne freghi, fai la tua vita tranquillamente. E quello era successo quando andavo al benzinaio: sapevo che stavano li, ormai, ho detto, quando vorranno venire vengono, io non mi sottraggo. Ho aspettato la sentenza per l’omicidio Pecorelli fuori da Rebibbia, lei se lo ricorda bene (rivolto al suo avvocato dott.ssa Naso). Stavo fuori da Rebibbia, con la mia borsettina, ad aspettare una sentenza che poteva condannarmi all’ergastolo. Si figuri se potevo avere paura di un qualunque arresto, o di una qualunque cosa. Stavo li, quando venivano, venivano. Pazienza“.

Dunque, il dubbio sul quale il pirata si rovellava era l’oggetto dell’indagine. Attraverso i giornali, lui nel legge quattro al giorno, era riuscito a delimitare i possibili campi tra le vicende del comune di Roma e quelle legate a Marco Iannilli.


La svolta decisiva dell’inchiesta Mondo di Mezzo

Spiega l’ex NAR come una svolta decisiva nei suoi sospetti sull’indagine arriva nel 2013 con l’articolo dal titolo

“I quattro re di Roma”, uscito sull’Espresso. “L’unico per cui mi arrabbio – spiega Carminati è perché mi mette in mezzo al traffico di stupefacenti che è stata una cosa che è stata sempre a me estranea. E li mi sono arrabbiato molto, ma soltanto perché mi metteva in mezzo al traffico di stupefacenti. Ed è un continuo. Ma non è soltanto perché è stato il dott. Abbate prima a fare l’articolo. Prima del dott. Abbate sono state cento persone che hanno fatto altri articoli. Io li mi sono arrabbiato soltanto per il fatto della droga. Una cosa da cui sono stato sempre distante, che m’ha dato sempre fastidio per motivi di carattere personale“.

A partire però dal 2013 gli articoli su Carminati e sulla destra salita al potere puntavano tutti sugli affari messi in piedi dalla nuova giunta Alemanno: “Nel 2013 – spiega l’ex NAR – vedevo che puntavano più che altro sul comune“.

Ed aggiunge: “C’era una grande pressione, diciamo, nei confronti del Comune perché il Comune aveva portato, nell’ambito dell’amministrazione, aveva portato tutti ex estremisti. Poi io ero un grande amico di Riccardo Mancini e quando parlavano di Mancini subito sotto grande amico di Massimo Carminati il demonio, il diavolo. Massimo Carminati che ha fatto qua, Massimo Carminati che ha fatto la. Io ero amico di tanta gente, negli anno Settanta sono amico di tutti, per fortuna. Siamo rimasti tutti grandi amici. Però li ho cominciato a prendere le misure su questa cosa. Cioè, ho cominciato a capire che poteva essere quello. Però nel 2013 tutti ne parlavano, tutti erano al corrente di questa cosa“.

Entrambe i sodali Riccardo Bruggia e Massimo Carminati sapevano quindi dell’esistenza delle telecamere del ROS puntate costantemente sul benzinaio, 24 ore su 24.

L’ex NAR tira però fuori dalle sue vicende il titolare del distributore, Roberto Lacopo: “Ma Lacopo che cosa c’entrava con noi, avvocato. Ma Lacopo faceva il benzinaio, con tutto il rispetto“.

Prosegue quindi: “Io non lo voglio dire in maniera riduttiva, ma l’unico amico mio al benzinaio era Riccardo Bruggia, che siamo amici da quarant’anni. Abbiamo avuto le stesse esperienza politiche, ci siamo frequentati, abitiamo a venti metri l’uno dall’altro, siamo amici da sempre. Ma io con gli altri non dovevo condividere nulla“.

Spiega il pirata come ormai i controlli e i pedinamenti non lo impressionassero più di tanto: “ogni due minuti si fermava un falco della Squadra Mobile e ci chiedeva i documenti, se ci vedeva con qualcuno. Erano controlli normali. In più, oltre ai controlli normali, c’era anche questa telecamera“.

Racconta l’ex NAR di essersi accorto della microspia, installata sulla vettura da lui utilizzata, dopo averla portata da un elettrauto per un controllo. E di avere anche detto a quest’ultimo di non toglierla e di lasciarla li. Racconta anche di aver riportato quella macchina al rivenditore, Luigi Seccaroni, quest’ultimo entrato nell’inchiesta come parte lesa. (cm)

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