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Claudio Meloni

Mese

aprile 2017

Pecorelli e l’omicidio Moro

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L’arresto di Izzo

Il 15 settembre 1993 viene arrestato in Francia Angelo Izzo, evaso nell’ agosto di quello stesso anno dal carcere di Alessandria dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Rosaria Lopez ed il tentato omicidio di Donatella Colasanti. Nell’ottobre del 1975, insieme ad Andrea Ghira e Gianni Guido, durante un festino Izzo stuprò e seviziò le due ragazze. Il corpo della Colasanti, creduta morta, venne lasciato nel bagagliaio dell’auto di uno dei tre, dove venne scoperto da alcuni passanti accorsi al richiamo dei lamenti della ragazza. I tre omicidi si erano fermati a mangiare al ristorante.

Durante la detenzione Izzo era diventato collaboratore di giustizia. Tra le varie rivelazioni fatte ai magistrati ci furono anche quelle sul ruolo avuto dalla Banda della Magliana nell’omicidio Pecorelli. Del resto anche la compagna del giornalista ucciso, Franca Mangiavacca, aveva riconosciuto nel falsario della Banda, Tony Chichiarelli, l’uomo che li aveva pedinati nei giorni che precedettero l’omicidio.

La fuga di Izzo dal carcere di Alessandria sarebbe avvenuta il giorno prima di essere ascoltato dai magistrati romani sull’omicidio del direttore di OP. Izzo era sottoposto ad un regime di semilibertà e secondo gli investigatori la sua fuga sarebbe legata o ad un atto di pura follia, oppure ad una reazione nei confronti di pressioni o intimidazioni subite.


Il testimone mai ascoltato

Oltre ad essere il cugino di Mino Pecorelli nonchè il factotum della redazione di OP Umberto Limongelli è stata l’ultima persona ad avere visto il giornalista in vita. Il giorno dell’omicidio, quel 20 marzo 1979,  lo aveva incontrato alcune ore prima nella redazione di via Orazio. Qui Limongelli avrebbe ricevuto dal direttore una busta sigillata contenente le bozze di quella che avrebbe dovuto essere l’ultima edizione della rivista. Ultima edizione che però non verrà mai pubblicata. Secondo le parole di Pecorelli si sarebbe trattato di materiale esplosivo che avrebbe sicuramente causato delle reazioni politiche.

Il pm che indagò sull’omicidio del giornalista, il dott. Domenico Sica, convocò diverse volte Limongelli in Procura, senza però mai sottoporlo ad interrogatorio. A sentirlo in via ufficiale sarà infatti la Direzione Investigativa Antimafia l’11 aprile 1994. Quindici anni dopo. Altro mistero da chiarire è quello sulla sorte del plico contenente le bozze da pubblicare. Limongelli racconta di averlo consegnato non al solito collaboratore della tipografia Abete, dove veniva solitamente stampato il settimanale, ma ad un individuo mai visto prima, la cui identità non è mai stata stabilita. Anche in questo caso la Procura non ha ritenuto necessario perquisire la tipografia ne tanto meno identificare tale collaboratore.


L’identikit dell’assassino

Nell’udienza del 2 ottobre 1996 del processo Pecorelli, a Perugia, viene ascoltata come testimone  la sorella della vittima, Rosita Pecorelli, di professione funzionaria di una compagnia di assicurazioni.

La donna racconta come suo fratello non fosse quel cinico ricattatore che hanno voluto far credere. Egli non era particolarmente ricco, fatta eccezione per una villa in rovina, una piccola barca ed una decina di milioni custoditi in banca. Dunque la sorella della vittima si domanda come Franca Mangiavacca, compagna di vita oltre che segretaria di Pecorelli, sia ora in grado di mantenere un tenore di vita così elevato.

Il giorno dei funerali del giornalista la Mangiavacca disse, di fronte alla madre di questi: “E’ arrivato l’Arcangelo Gabriele e ci ha fatto questa grazia che Mino è finito così. Perchè poteva andare anche peggio“. Rosita Pecorelli non riesce a spiegarsi come mai gli investigatori non abbiano cercato un misterioso testimone il cui identikit venne disegnato il 21 marzo 1979, ma che solo in aula è saltato fuori. Il disegno ritrae un uomo molto somigliante a quello da lei visto per ben due volte il pomeriggio del giorno dell’omicidio.


I legami tra gli omicidi Moro e Pecorelli

Già un anno prima delle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Marino Mannoia, nel corso delle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli erano emersi legami con il rapimento dello statista democristiano Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978.

Le indagini sulla morte del direttore della rivista OP sono condotte dal giudice istruttore Francesco Monastero, titolare anche di quelle relative all’omicidio Chichiarelli, avvenuto a Roma il 28 settembre 1984. Le risultanze relative alle prime hanno mostrato come sia stato proprio il settimanale OP a pubblicare le prime lettere inviate da Moro durante la sua prigionia. Le missive, ancora inedite, appariranno nell’edizione del 24 ottobre 1978.

Quelle lettere erano state trovate all’inizio di quello stesso mese, casualmente, nel covo delle BR di via Monte Nevoso a Milano. Nell’articolo dal titolo “La Penisola nella spirale”, oltre che delle missive di Moro si parla di memoriali veri e di memoriali falsi.

Nell’editoriale  il giornalista lascia intendere di essere in possesso di una copia integrale del memoriale scritto da Aldo Moro, copia uguale a quella ritrovata nel covo di via Monte Nevoso. A consegnargliela sarebbe stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di cui Mino Pecorelli era molto amico.


Segreti inconfessabili

Nel numero del settimanale OP uscito con la data della morte del suo direttore si parla ancora di Moro nell’articolo dal titolo: “Aldo Moro, un anno dopo il mistero della Duchessa”.

Il riferimento è al comunicato numero sette delle BR, quello che informava della presenza del corpo dello statista democristiano sul fondo del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le indagini avevano mostrato come l’autore di quel documento fosse il falsario della Banda della Magliana Tony Chichiarelli.

Nel corso di tutta la vicenda Moro, Pecorelli aveva mostrato di avere informazioni e fonti interne ai Servizi. Ed è proprio a pochi giorni dal ritrovamento del corpo del presidente della DC che dalle pagine del settimanale da lui diretto il giornalista lancia messaggi forti sia sul luogo in cui si trovava la prigione in cui era stato segregato Moro, che sul chi e sul perchè lo aveva rapito. “I rapitori di Aldo Moro – scrive Pecorelli in un suo articolo del 2 maggio 1978 – non hanno nulla a che spartire con le Brigate Rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico-tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stavano tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini in questa fase debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane…“. (cm)

Se il mondo di sopra truffa il mondo di sotto

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Nell’udienza del 29 marzo Massimo Carminati ha affrontato il tema dei lavori al campo rom di Castel Romano e del ruolo avuto in tale ambito da Agostino Gaglianone, meglio noto come Maurizio.

In quel periodo l’ex NAR stava scontando un periodo di tre anni di libertà’ controllata per la condanna definitiva relativa all’associazione alla Banda della Magliana. Tale periodo, che sarebbe terminato nel settembre 2011, lo stava trascorrendo presso il negozio di Alessia Marini, il Blue Marlin.

Fino ad allora il pirata racconta di non avere avuto una grossa autonomia di movimento, essendo controllato a vista dalle forze dell’ordine, come prevede il particolare regime al quale era sottoposto.

Nella seconda metà di settembre Carminati conosce Salvatore Buzzi. A metterli in contatto sarebbe stato Riccardo Mancini, amico comune, avendoli conosciuti entrambi durante un periodo di comune detenzione  presso il carcere di Rebibbia, intorno alla metà’ degli anni novanta. Il motivo dell’incontro sarebbe stato una richiesta di lavoro a Mancini da parte dell’ex NAR.

Quest’ultimo racconta di come Mancini dirigesse l’ente EUR e dunque a suo parere in grado di aiutarlo a trovare un’attività lavorativa: “Certo io non è che chiedevo a Riccardo di fare un lavoro a stipendio – racconta il pirata – Io chiedevo qualche lavoretto che avrei potuto fare, secondo quelli che erano i miei mezzi e le mie possibilità. Lui mi mette in contato con Salvatore, perché Salvatore era una persona che aveva una grande cooperativa di ex detenuti. Salvatore è uno che adesso si è tagliato tutti i ponti dietro“.

Ne parla, come suo solito, un po’ sopra le righe l’ex NAR, ma Salvatore Buzzi viene descritto come una delle persone più importanti di Roma: “Io sono stato onorato di avere conosciuto Salvatore Buzzi, perché ho conosciuto una persona di uno spessore altissimo. Cioè quando lui (Mancini) m’ha presentato quello (Buzzi), secondo me era una persona superiore a quasi tutti gli imprenditori romani, per quello che aveva creato”. E aggiunge: “Perché nessuno ha creato quello che ha creato lui. Poi si sviluppa l’affare dell’EUR“.

Si riferisce qui al primo subappalto vinto dalla Cosma, la cooperativa affidata da Buzzi a Carminati.

Tornando all’ affare del campo rom di Castel Romano, il primo cantiere che Buzzi affida all’ex NAR, Carminati spiega: “ll rapporto con Salvatore si consolida quando ci conosciamo perché, comunque sia, lui è una persona alla mano, una persona simpatica. Cioè, io c’ho un grande legame con lui, gli voglio molto bene. Quindi ci siamo in qualche maniera legati subito.

Quindi quando lui – riferendosi a Buzzi spiega il pirata – si è trovato nell’emergenza di dover fare il campo nomadi richiestogli dal Sindaco (Gianni Alemanno), perché io mi ricordo questo mi disse lui: guarda il Sindaco vuole che facciamo questo campo nomadi. E lui mi dice: guarda c’hai un costruttore, qualcuno che possa fare questo lavoro? Ed io gli ho risposto: va bene, adesso vediamo, fammi vedere un po’ intorno“.

Aggiunge poi l’ex NAR: “Però mi dice subito che il suo architetto aveva per questo lavoro un budget di, credo, 500 mila euro“.

Carminati chiede a Buzzi un po’ di tempo e si rivolge a Maurizio Gaglianone che all’epoca era il suo vicino di casa a Sacrofano  (l’ex compagno della sua vicina, la sig.ra Ottaviani).

Gli accordi con il costruttore, così come Buzzi aveva stabilito, prevedevano che Carminati si sarebbe occupato della parte impiantistica del campo, mentre Buzzi avrebbe seguito le operazioni di posa delle casette prefabbricate per i rom.

Buzzi, racconta l’ex NAR, aveva predisposto un certo preventivo che prevedeva, per la parte relativa agli impianti, una spesa di 500 mila euro. Quando poi si arriverà alla fase esecutiva vedremo come i costi saranno completamente diversi. Però, spiega l’ex NAR, se Buzzi avesse dato il progetto ad un geometra anziché ad un architetto, sicuramente avrebbe risparmiato almeno 100 mila euro.

Perché quello non era un lavoro da mezzo milione di euro – chiarisce Carminati – era un lavoro che poteva costare quattro piotte (400 mila euro) proprio ad esagerare“.


Se il mondo di sopra non paga il mondo di sotto (e lo truffa)

Dunque Carminati si rivolge a Gaglianone per chiedergli la disponibilità per la realizzazione delle opere impiantistiche del campo rom. Chiarisce sul punto l’ex NAR: “Quindi ero io, io ero il committente per Gaglianone. Ero quello che rappresentava la cooperativa, e quindi Gaglianone ha trattato solo ed esclusivamente con me, per quanto riguarda i costi, per quanto riguarda i pagamenti, per quanto riguarda tutto quello che ha riguardato la costruzione del campo rom“.

All’atto del primo sopralluogo a Castel Romano, che Carminati effettua assieme a Gaglianone, l’oggetto della discussione non è mai stato quello dei costi per i lavori. Era quello un periodo di crisi nera per la Imeg di Gaglianone. Sebbene in passato avesse fornito un grosso contributo all’edificazione di Sacrofano, Gaglianone era stato costretto a licenziare diversi dipendenti a causa delle difficoltà in cui versava tutto il settore dell’edilizia. E le prospettive non erano affatto positive. In quel momento i magazzini della Imeg erano pieni di materiale edile che non riusciva a smaltire.

Il primo preventivo che Gaglianone fa su indicazioni del Pirata e’ di 110-120 mila euro, escluse le opere elettriche. Naturalmente, pensando al suo personale profitto, Carminati non dirà a nessuno del costo effettivo di quei lavori. Questa è la stessa versione che Gaglianone ha fornito durante la sua audizione.

Quando si andrà a lamentare con il direttore amministrativo della 29 giugno, Paolo Di Ninno, l’ex NAR si guarderà bene dal dirgli di avere speso complessivamente 320 mila euro o poco più. Gli dirà invece, così come riferirà a Buzzi, di avere anticipato 500 mila euro, cifra che, a causa del bilancio fuori esercizio, il sindaco Alemanno non gli rimborsava. “C’aveva fatto fa un lavoro e non ci pagava” spiega l’ex NAR.

E ancora: “Nel mondo di sotto ste cose non esistono, giusto nel mondo di sopra possono esiste. Che te fanno fa un lavoro e nun te pagano. E te truffano“.

Spiega Carminati di avere anticipato quei 320 mila euro, necessari ad eseguire i lavori di allargamento del campo di Castel Romano, attingendo dalla sua personale provvista: “Io quel lavoro l’ho pagato 320 mila euro, l’ho pagato con la mia provvista che avevo dentro la cooperativa (Cosma), che veniva dai soldi del lavoro dell’EUR. Io quindi senza mettere una lira, senza dare una lira di anticipo a Gaglianone, senza dargli soldi in nero e senza ricevere nulla da lui, lui fatturava Eriches, Eriches lo pagava, e internamente Di Ninno scalava dal conto Carminati (Cosma) i pagamenti eseguiti dalla Eriches. Questa è stata la storia“.

Dunque, di fatto Gaglianone veniva pagato con i soldi della Eriches. Non sapeva e non poteva sospettare Gaglianone che in realtà i soldi con cui veniva pagato provenissero dalla provvista di Massimo Carminati. Questo perché nessuno, neanche dentro la 29 giugno, fatta eccezione per Buzzi e Paolo Di Ninno, sapeva che Carminati dispondesse di una provvista all’interno della Cosma: “Quella era una cosa privata – spiega Camminati – era una cosa privata che non sapeva nessuno“.

E aggiunge, per essere più chiaro: “Io del campo rom ho parlato solo con Salvatore Buzzi“. Il Ricavo di Carminati dall’operazione Castel Romano era inizialmente pari a 500 mila euro, che poi diventeranno 720 mila: “Quello era il budget – 500 mila euro – ci stava un guadagno sopra, io dovevo guadagnare 140 mila euro sopra i 500, che poi sono diventati 700“.

Riguardo poi alla sua percentuale di utili ed ai pagamenti effettuati da Roma Capitale, Carminati spiega: “Sono stato pagato in 20 mesi a 35 mila euro. Cioè, i soldi stanno ancora dentro la cooperativa (Cosma). I soldi sono dello Stato insomma. Io dalla cooperativa ho preso 150 mila euro in tutto“.

Dunque l’operazione di Castel Romano è stata posta in essere da Carminati a costo zero, vale a dire senza tirare fuori un euro.

E questo perché il pirata avrebbe reinvestito i ricavi derivanti dal subappalto dell’EUR per pagare sia Gaglianone per i lavori al campo rom, che la Unibar di Giuseppe Ietto per i pasti dei minori non accompagnati (MISNA).

Però non ho fatto niente di illecito – chiarisce Carminati in relazione alle attività poste in essere –  avvocato, non ho fatto niente di illegale. Cioè, non ho fatto assolutamente niente di illegale. L’unica illegalità era quella della mia condizione in cui dovevo nascondere i miei proventi, anche se fossero legali“.

E spiega ancora l’ex NAR: “Se io non avessi avuto sulle spalle la parte civile che voleva 20 miliardi, io mi sarei aperto partita IVA e tutte queste cose sarebbero ufficiali, e c’avrei anche pagato le tasse“.

E conclude: “Purtroppo non l’ho potuto fare perché mi ci vorrebbero venti anni di lavoro per poter pagare la parte civile del furto al caveau del Tribunale di Roma“.

Dunque questo spiega il motivo – secondo l’avvocato Naso – per il quale i conti della Cosma e quelli relativi a tutte le attività imprenditoriali da essa poste in essere verranno indicati nella contabilità in nero gestita da Paolo Di Ninno.


I mancati pagamenti da parte dell’Amministrazione capitolina

Carminati ribadisce come Buzzi fosse a conoscenza di questa sua esigenza di nascondere non solo i propri beni intestati ma anche i redditi. Ed è per tale ragione che gli propone di creare una cooperativa sociale, nella quale l’ex NAR non avrebbe in alcun modo figurato. A gestire la Cosma verrà infatti nominato l’avvocato Antonio Esposito, un professionista capace che aveva seguito Alessia Marini nella chiusura della sua attività commerciale.

Cosma opera per conto dell’imprenditore Carminati, disponendo di un suo conto corrente ed emettendo fatture ad essa intestate.

La cooperativa è in pratica lo strumento attraverso il quale l’ex NAR potrà svolgere attività di impresa in maniera occulta, senza dovere restituire i soldi richiesti dalle parti civili per il furto al caveau.

Ci tiene comunque a chiarire Carminati di non avere dato ne di avere ricevuto una lira da Maurizio Gaglianone: “Però voglio dire una cosa: non ho mai dato una lira a Maurizio Gaglianone e Maurizio Gaglianone non ha dato mai una lira a me“.

E aggiunge quindi: “Con Maurizio Gaglianone l’unica cosa illegittima che ho fatto è avergli fatto tenere i soldi in nero per l’acquisto della casa della mia compagna, di Alessia Marini. Solo quello. Maurizio Gaglianone non ha mai fatto nulla di illegale per me“.

Di fatto, dei soldi che avrebbe dovuto prendere, il pirata ha preso solo una minima parte. Del milione e 400 mila euro che gli sarebbero spettati per i quattro cantieri che stava gestendo attraverso la Cosma (Castel Romano, EUR spa, gestione del verde in 4° Municipio ed il Misna che aveva realizzato nel 2013) egli avrebbe preso solo 150 mila euro. Il resto spiega l’ex NAR come siano riamasti nella cooperativa. Questi soldi Carminati avrebbe proposto di dividerli oltre che al suo amico Fabrizio Testa, anche a Buzzi e Di Ninno. Questi ultimi avrebbero però declinato l’offerta, in quanto si consideravano dei semplici dipendenti della cooperativa.

Carminati riferisce come i costi di manutenzione relativi a Castel Romano, pari a seimila euro, fossero sovradimensionati. I costi effettivi ammontavano infatti a tremila euro, e gli altri tremila sarebbero finiti a Gaglianone in detrazione, rispetto ai ricavi relativi ai lavori che aveva svolto per quel campo rom. Anche quei soldi  l’ex NAR non li ha mai incassati .

Quando viene affrontato il tema del pagamento dei lavori eseguiti, Carminati si scalda: “La truffa da parte del Comune, la truffa. Quei truffatori del Comune di Roma sono dei truffatori, dei truffatori“.

E aggiunge: “Perché hanno fatto fare un lavoro sapendo bene che non l’avrebbero pagato. Tutti quanti sono dei truffatori. Cioè questo è il mio modo di pensare rispetto al Comune di Roma, rispetto ad Alemanno, rispetto a tutti quanti“.

Il pirata spiega come questi mancati pagamenti dimostrano l’assenza di un privilegio a suo vantaggio, nei confronti di tutti gli altri fornitori e debitori dell’Amministrazione: “Presidente, questa è la prova, mi deve credere, è la prova che io non conosco il sindaco Alemanno e che non conosco Lucarelli (Antonio il suo capo segreteria). Perché sennò sarei andato a buttargli giù la porta a calci, perché a me mi avevano rubato soldi“.

Racconta Carminati di avere conosciuto Lucarelli solo in aula, e di non averlo mai visto prima. Lucarelli ha riferito durante il suo esame di avere subito un danno dalla sua supposta conoscenza con l’ex NAR.

E aggiunge: “Non conoscevo nè Lucarelli nè Alemanno, dei quali non ho nessuna stima“. Spiega il Pirata come nel mondo dal quale proviene gli impegni presi vengano rispettati: “Questi del mondo di sopra, che sono tutte anime belle, sono tutti talmente precisi, Presidente, sono tutti truffatori, tutti sòla. Questa è la verità. E al Comune di Roma erano dei sola”. E poi riferito all’ex sindaco Ignazio Marino: “E poi, con continuità, il Sindaco dopo era un sòla pure lui. Tutti sòla, Presidente“.

E aggiunge: “Ma come può funzionare un Paese in cui il nuovo sindaco non risponde di quello che ha fatto il vecchio sindaco. Ma di che stiamo parlano. Il mondo, sarà che io lo vedo molto più semplice. Il mondo è semplice, il mondo di sotto è molto più semplice. Dove stiamo noi è tutto molto più semplice“.


L’intervento di Testa

E qui entra in scena Fabrizio Testa. Suo e’ il compito di curare i rapporti con l’amministrazione, per ottenere quei pagamenti che spettavano a Carminati e soci ma che non arrivavano.

Rispetto alle anime belle, rispetto al mondo di sopra – spiega l’ex NAR – a Maurizio Gaglianone gli avevo promesso che l’avrei pagato. A tutti i costi l’avrei pagato, con i soldi miei. Io quei soldi li avrei persi, quindi quei 320 mila euro io l’avrei persi“.

E aggiunge: “Ecco perché ho cominciato ad agitarmi pure io quando capisco, quando vedo Buzzi preoccupato dal fatto che non c’avrebbero più pagato. Quindi a quel punto chiedo a Fabrizio (Testa) l’amico mio, e gli dico: senti, parliamo con Gramazio, con Luca, che avevo conosciuto da un mese, me l’aveva presentato Fabrizio da Vanni. Parliamo con Luca e vediamo se può fare qualcosa. Lui era il capogruppo, io ho pensato che magari…“.

E Carminati prosegue nel racconto: ” E siamo andati, io e Salvatore, a parlare a piazza Tuscolo con Luca Gramazio. Ho approfittato anche che c’era il padre (Domenico Gramazio), ho salutato il padre che non vedevo da tanti anni, una persona a cui voglio tanto bene e col quale mi scuso per avere messo nei guai il figlio..“.

E ancora: “E poi sono riandato, sono andato a portare un crono programma di tutta questa storia allo Shangri Là, sempre a Luca Gramazio. Però poi ho visto che questi non facevano niente. Buzzi aveva capito da subito che questi non facevano niente“.

Ma il supposto sodalizio non si perde d’animo ed anzi, malgrado le difficoltà, aveva gia’ predisposto dei piani di riserva: “Salvatore c’aveva il piano A, il piano B, il piano C, il piano D, il piano E. C’aveva cinque piani contemporaneamente. Era un martello pneumatico. Io non ho mai visto una persona con le sue capacità nel risolvere queste questioni, era una macchina da guerra. Quando decideva che doveva risolvere una questione, la risolveva.

E quindi non si rivolgeva soltanto ad una persona, si rivolgeva a tutti quelli che conosceva per risolvere il problema, contemporaneamente. Grandissima capacità, io ho una grandissima ammirazione per lui, ecco perché gli voglio bene“.

Chiarisce anche l’ex NAR i suoi rapporti con gli uomini dell’amministrazione Alemanno, raccontando di avere conosciuto solamente Riccardo Mancini, con il quale aveva trascorso un periodo di comune detenzione, e Luca Gramazio, del quale conosceva molto bene il padre Domenico, amico di famiglia. Specifica anche di non avere mai conosciuto Gianni Alemanno, ed in particolare di non avere mai trascorso con lui periodi di comune detenzione nel carcere di Rebibbia.

Si dice sicuro di come il pm Luca Tescaroli abbia controllato i rispettivi certificati di detenzione, potendo verificare quindi come i periodi detentivi dei due non corrispondano, e spiega: “Gente come Alemanno non la mettevano vicino a noi, perché noi eravamo, come dice Buzzi che ha fatto questa distinzione, dei neofascisti che avevamo scelto una strada e Alemanno aveva percorso una strada istituzionale. Quindi non potevano essere messi assieme a noi. Sarebbero successe magari delle brutte scaramucce dentro al carcere, se c’avessero messo vicino gente del genere“. (cm)

Carminati:”I motivi dell’indagine li appresi dai giornali”

Mafia capitale

Ancora nell’udienza del 29 marzo Carminati racconta di come fosse consapevole, sulla base dell’ esperienza passata, come dopo o contestualmente ai pedinamenti fosse stata avviata dagli inquirenti un’attività intercettiva nei suoi confronti: “Se lo fanno, lo fanno insieme, se no cominciano con le intercettazioni e poi arrivano ai pedinamenti“.

Chiarisce meglio l’ex NAR: “Vuol dire che c’è un’indagine in corso. Quando tu ti rendi conto che sei pedinato, c’è un’attività della Procura che ti fa pedinare, e quindi vuol dire che tu sei indagato per qualche cosa“.

Carminati passa quindi a spiegare il senso dei telefoni dedicati, così chiamati dalla Procura poiché utilizzati dall’ex NAR per comunicare in modo esclusivo con  singole persone, al fine di eludere l’attività di intercettazione.

Si trattava di modelli economici di GSM che venivano cambiati ogni mese, inclusa la scheda SIM. “Quando ho visto, verso la metà del 2012 che l’attività si faceva sempre più pressante – riferisce l’ex NAR – che c’era un continuo controllo in questo senso, che qualunque persona mi si avvicinava – riferendosi a tutte quelle persone estranee – arrivava una macchina dall’altra parte della strada e faceva le fotografie“.

Con queste parole il Pirata  lascia intendere di avere intuito come non si trattasse di un normale controllo. Secondo Carminati l’indagine coinvolgeva tutte le persone che entravano in contatto con lui. Da qui l’esigenza di “tutelarle” . “Quindi io mi sono posto il problema – spiega l’ex NAR – anche di tutelare le persone che mi si avvicinavano. Cioè, dovevo per forza tutelarle, io non potevo non farlo“.

Dunque i tentativi di evitare l’attività intercettiva avevano lo scopo, secondo il Pirata, di tutelare le persone a lui vicine: “Allora ho cominciato ad avvisare i miei amici che avrebbero potuto avere problemi se mi vedevano, se mi frequentavano“.

Molti di questi, nonostante fossero stati avvisati, hanno continuato a frequentare il Pirata. Altri invece hanno preferito non avere più rapporti con lui, evitando così le conseguenze dell’inchiesta e del processo in corso.


Il lavoro con Buzzi e gli altri

L’esigenza di tutelare i suoi interlocutori abituali Carminati l’ha avvertita principalmente con i suoi contatti di lavoro: “E io a quel punto ho cominciato a dire alle persone con cui in quel momento avevo dei contatti d’un certo tipo, intendo i contatti economici. Di contatti economici io ce ne avevo soprattutto con Salvatore Buzzi, e in quel momento, a causa del mio lavoro, con l’ente EUR, con Carlo PucciCarlo era mio grandissimo amico, era un mio fratello. Carlo è mio fratello, gli voglio un bene dell’anima“.

E prosegue: “E quindi io mi sono posto il problema, per quanto riguardava sia Pucci che Buzzi, di dargli un telefono dedicato se volevano parlare con me, se mi avessero cercato“.

E ancora: “E anche l’ho fatto con Testa. Testa per un motivo diverso però, inizialmente, perché lui stava facendo politica ed ho pensato: se gli attacco la lebbra pure a Fabrizio, perché Fabrizio comunque è impegnato in un’ attività politica. E per questo gli ho dato un telefono dedicato” conclude Carminati.

Altro ma non ultimo motivo per cui Carminati è ricorso ai cellulari dedicati era rappresentato dalla necessità di non fare sapere agli organi inquirenti quale fosse la sua ricchezza e soprattutto i beni a lui intestati: i “cespiti”. Questo perché a seguito del colpo al caveau di piazzale Clodio Carminati è stato condannato alla restituzione di una cifra che si aggirerebbe intorno ai venti milioni di euro: “Non volevo rendere noti i miei cespiti, i miei introiti, i miei guadagni in quel momento, perché mi stavo aspettando la richiesta del risarcimento di parte civile del furto al caveau“.

Di seguito: “Era una somma enorme, erano venti miliardi. Ma che gli do venti miliardi?“.

E aggiunge: “Ma quindi che faccio, vado a lavorà, lavoro per dargli venti miliardi, ma non scherziamo. Nascondo i soldi rubati e gli do i soldi lecitamente guadagnati? Ma non scherziamo“.

Conclude: “E da qui i telefoni dedicati“.

Si evince da queste parole l’esigenza da parte dell’ex NAR di avere, dall’attività imprenditoriale intrapresa in società con Buzzi, esclusivamente proventi in nero, e cioè contanti non tracciati: “io i soldi li posso avere solo in contanti o in nero – spiega Carminati –  oppure piazzati in maniera che non vengano ricondotti a me“.   


 

I rapporti con la 29 giugno

Dunque la necessità di utilizzare i telefoni dedicati interviene quando Carminati entra in affari coni Buzzi: “Io poi Salvatore Buzzi lo conosco a fine 2011 – spiega l’ex NAR – nel pieno di questa indagine e ancora non avevo però contezza di quali potessero essere i motivi. Io i motivi piano piano li ho capiti dagli articoli dei giornali, sostanzialmente“.

A questo punto il Pirata esprime una valutazione sommaria dell’indagine condotta dalla Procura di Roma contro il sodalizio di cui lui sarebbe alla guida: “certamente sono rimasto un pò stupito quando poi mi hanno arrestato che una era la mafia del benzinaio e quell’altro era per i rapporti con la cooperativa“.

E aggiunge ancora: “rapporti con la cooperativa: quando mi pedinavano io ci andavo tranquillamente. Io non pensavo che potesse essere la cooperativa uno dei motivi di questa indagine“.

L’ex NAR aveva comunque la consapevolezza dell’esistenza di un’indagine nei suoi confronti, tanto da sapere già di avere microspie piazzate nella sua auto: “Io tante volte li ho visti appresso a me, sapevo magari che dentro la macchina c’avevo la microspia e andavo tranquillamente alla cooperativa“.

E poi torna sul tema dei telefoni dedicati, assumendosene la piena responsabilità: “La storia dei telefoni dedicati è stata un’idea mia, solo mia, subita obtorto collo da tutti perché mi prendevano per un pazzo, un visionario. Dicevano: guarda quel deficiente di Massimo che ci rompe le palle con questi telefoni“.

Chiarisce meglio: “Non li voleva nessuno, se li scordavano, li perdevano, li perdevano dentro la macchina, li tenevano spenti. Quindi era una cosa perfettamente inutile“.

Dunque il pirata fa capire alla Corte come l’idea dei telefoni ad hoc per aggirare le intercettazioni fosse poco gradita dai suoi stessi sodali Buzzi, Pucci e Testa: “Era una cosa che era insopportabile per loro“.

E aggiunge come questa sua strategia fosse percepita dagli altri come una sorta di fissazione:” L’ho detto avvocato, non mi credevano, pensavano che fossi pazzo“. Spiega poi alla Corte le origini di questa sua paranoia:

Siccome è stata sempre una mia paranoia, ma questa mia paranoia è sempre stata quella che mi ha spinto a vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. E poi perché, effettivamente, io ero l’unico in mezzo a tutto questo gruppo di persone che comunque ho continuato a fare, senza soluzione di continuità, una vita di un certo tipo. Quindi era normale che io stavo molto ma molto più attento di loro. Loro facevano una vita normale, erano persone perbene, lavoravano, avevano le loro attività. Non è che facevano reati. Qui stiamo parlando comunque di persone, anche quelle che hanno fatto politica durante gli anni settanta come Carlo Pucci, che s’erano rifatte una vita normale“.

E riferito a Buzzi: “Anche Salvatore era un grande imprenditore“.


L’utilizzo del jammer

Nel corso dell’indagine denominata Mondo di Mezzo gli inquirenti hanno avuto contezza di come l’attività intercettiva venisse disturbata. E stato altresì dimostrato come tali disturbi si verificassero sempre in occasione di riunioni svolte all’interno degli uffici di via Pomona.

Questa circostanza, unita ad alcuni discorsi intercettati dagli uffici della 29 giugno, hanno condotto alla conclusione che il sodalizio utilizzasse un apparecchio per disturbare le frequenze che, seppur non nominato durante le conversazioni, veniva spesso chiamato in causa.

Nel corso della sua audizione Carminati spiega come l’impiego del jammer, del quale si assume la responsabilità circa il suo utilizzo, sia legato a finalità diverse da quella di disturbare l’attività intercettiva degli inquirenti: “Quando c’è stata la perquisizione – spiega l’ex NAR –  tutti pensavano che fosse stata una questione interna, per un problema industriale.

“Loro (la 29 giugno) – prosegue il pirata – si ponevano il problema di avere una persona internamente che passava informazioni“.

L’ex NAR spiega dunque come l’impiego del Jammer fosse legato alla necessità di impedire la trasmissione di dati o conversazioni registrate durante le riunioni della dirigenza della cooperativa. Carminati spiega quindi quale sia l’impiego normale di un jammer: “Il jammer non serve per le microspie, io questo voglio chiarirlo una volta per tutte. Non è che sò cretino che porto il jammer per le microspie. Tant’è che ci sono due o tre conversazioni con Gammuto nelle quali dico: guardate che questo non serve per le microspie. Se poi le microspie sono istituzionali, nel senso che fossero state messe dalle forze dell’ordine, è inutile proprio creare delle difese.

Il jammer serviva – spiega l’ex NAR – per inibire l’uso dei telefonini perché se ci fosse stato qualcuno, diciamo una persona infedele nell’ambito della cooperativa che registrava cose con qualche telefonino, il jammer inibiva il telefonino. Se c’avesse avuto all’interno un Troyan, cioè uno di quei virus che trasformano il telefonino in una microspia, quello poteva servire per inibire il telefonino. Tant’è vero che ci sono delle intercettazioni in cui Buzzi parla con la signora Garrone e le dice: guarda questo serve per l’I Phone: l’I Phone può diventare un microfono collegato con l’esterno. Ma il jammer serviva soltanto a quello“.

Spiega il pirata come l’acquistato del disturbatore di frequenza lo abbia effettuato attraverso internet: “A parte che il jammer si compra con mille euro, basta andare su internet, digitare jammer, e vedete che cosa esce“.

Dunque l’ex NAR avrebbe acquistato in maniera molto agevole un disturbatore di onde radio tramite un sito internet. Un analogo strumento  sarebbe stato richiesto in passato dalla scorta di uno dei PM del processo sulla cd trattativa, Antonino Di Matteo.

In quel caso però l’oggetto, che serve ad inibire le onde radio dei telecomandi di eventuali ordigni radiocomandati sarebbe stato ottenuto solo in seguito a ripetute ed insistite richieste, e comunque dopo un’attesa durata diversi mesi. A Carminati invece è bastato andare su internet ed in pochi minuti acquistarne uno. Dunque l’ex NAR spiega come lo strumento in se, il jammer, non sia illegale e che l’impiego che lui intendeva farne era quello di inibire l’uso dei telefonini durante le riunioni riservate della presidenza della cooperativa. Riunioni alle quali partecipava lo stesso Carminati.

Alcuni mesi dopo il suo acquisto i dipendenti della 29 giugno, a gran voce, chiedono l’eliminazione del Jammer, ritenuto troppo fastidioso. Spiega il Pirata: “Tant’è vero che loro lo leveranno dalla cooperativa solo perché inibiva i telefonini“.

E aggiunge ancora: “Li si lamentavano tutti perché nell’arco di 50 metri dal jammer non si poteva telefonare“.

Dunque questo jammer, lo strumento che sarebbe dovuto servire, a detta di Carminati, ad inibire le telefonate da parte di una ipotetica spia, nei fatti non impedì agli inquirenti di continuare a svolgere l’attività intercettiva.

L’avvocato Naso torna a ripercorrere il tema della consapevolezza dell’indagine da parte di Carminati: “Lei sa che c’erano, l’abbiamo scoperto dalle indagini, c’erano delle telecamere fisse sul benzinaio di corso Francia“.

Carminati risponde spiegando come il fatto che a partire dal 2012 i pedinamenti fossero finiti, lui lo aveva interpretato con l’impiego da parte degli inquirenti di microspie ed intercettazioni. E spiega così il fatto che ad un certo punto lui ed i suoi sodali si divertissero a salutare in direzione delle telecamere piazzate di fronte al distributore di corso Francia.

Lo sapevamo benissimo – spiega l’ex NAR con riferimento alle telecamere – noi andavamo la, tranquilli e beati, sapendo che c’era questo controllo, anche perché c’è un processo di mitridatizzazione, nel senso che tu t’abitui al fatto di essere circondato e osservato e te ne freghi, fai la tua vita tranquillamente. E quello era successo quando andavo al benzinaio: sapevo che stavano li, ormai, ho detto, quando vorranno venire vengono, io non mi sottraggo. Ho aspettato la sentenza per l’omicidio Pecorelli fuori da Rebibbia, lei se lo ricorda bene (rivolto al suo avvocato dott.ssa Naso). Stavo fuori da Rebibbia, con la mia borsettina, ad aspettare una sentenza che poteva condannarmi all’ergastolo. Si figuri se potevo avere paura di un qualunque arresto, o di una qualunque cosa. Stavo li, quando venivano, venivano. Pazienza“.

Dunque, il dubbio sul quale il pirata si rovellava era l’oggetto dell’indagine. Attraverso i giornali, lui nel legge quattro al giorno, era riuscito a delimitare i possibili campi tra le vicende del comune di Roma e quelle legate a Marco Iannilli.


La svolta decisiva dell’inchiesta Mondo di Mezzo

Spiega l’ex NAR come una svolta decisiva nei suoi sospetti sull’indagine arriva nel 2013 con l’articolo dal titolo

“I quattro re di Roma”, uscito sull’Espresso. “L’unico per cui mi arrabbio – spiega Carminati è perché mi mette in mezzo al traffico di stupefacenti che è stata una cosa che è stata sempre a me estranea. E li mi sono arrabbiato molto, ma soltanto perché mi metteva in mezzo al traffico di stupefacenti. Ed è un continuo. Ma non è soltanto perché è stato il dott. Abbate prima a fare l’articolo. Prima del dott. Abbate sono state cento persone che hanno fatto altri articoli. Io li mi sono arrabbiato soltanto per il fatto della droga. Una cosa da cui sono stato sempre distante, che m’ha dato sempre fastidio per motivi di carattere personale“.

A partire però dal 2013 gli articoli su Carminati e sulla destra salita al potere puntavano tutti sugli affari messi in piedi dalla nuova giunta Alemanno: “Nel 2013 – spiega l’ex NAR – vedevo che puntavano più che altro sul comune“.

Ed aggiunge: “C’era una grande pressione, diciamo, nei confronti del Comune perché il Comune aveva portato, nell’ambito dell’amministrazione, aveva portato tutti ex estremisti. Poi io ero un grande amico di Riccardo Mancini e quando parlavano di Mancini subito sotto grande amico di Massimo Carminati il demonio, il diavolo. Massimo Carminati che ha fatto qua, Massimo Carminati che ha fatto la. Io ero amico di tanta gente, negli anno Settanta sono amico di tutti, per fortuna. Siamo rimasti tutti grandi amici. Però li ho cominciato a prendere le misure su questa cosa. Cioè, ho cominciato a capire che poteva essere quello. Però nel 2013 tutti ne parlavano, tutti erano al corrente di questa cosa“.

Entrambe i sodali Riccardo Bruggia e Massimo Carminati sapevano quindi dell’esistenza delle telecamere del ROS puntate costantemente sul benzinaio, 24 ore su 24.

L’ex NAR tira però fuori dalle sue vicende il titolare del distributore, Roberto Lacopo: “Ma Lacopo che cosa c’entrava con noi, avvocato. Ma Lacopo faceva il benzinaio, con tutto il rispetto“.

Prosegue quindi: “Io non lo voglio dire in maniera riduttiva, ma l’unico amico mio al benzinaio era Riccardo Bruggia, che siamo amici da quarant’anni. Abbiamo avuto le stesse esperienza politiche, ci siamo frequentati, abitiamo a venti metri l’uno dall’altro, siamo amici da sempre. Ma io con gli altri non dovevo condividere nulla“.

Spiega il pirata come ormai i controlli e i pedinamenti non lo impressionassero più di tanto: “ogni due minuti si fermava un falco della Squadra Mobile e ci chiedeva i documenti, se ci vedeva con qualcuno. Erano controlli normali. In più, oltre ai controlli normali, c’era anche questa telecamera“.

Racconta l’ex NAR di essersi accorto della microspia, installata sulla vettura da lui utilizzata, dopo averla portata da un elettrauto per un controllo. E di avere anche detto a quest’ultimo di non toglierla e di lasciarla li. Racconta anche di aver riportato quella macchina al rivenditore, Luigi Seccaroni, quest’ultimo entrato nell’inchiesta come parte lesa. (cm)

Carminati e “la mafia del benzinaio”

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Al processo Mafia Capitale è il turno dei principali imputati nell’inchiesta. Dopo il ras delle cooperative Salvatore Buzzi nell’udienza del 29 marzo è stato ascoltato in qualità di coimputato dell’associazione mafiosa Massimo Carminati.   

L’avvocato dell’ex NAR, la dott.ssa Ippolita Naso, ha spiegato come la difesa del suo cliente sia stata limitata a causa in primis del regime di carcere duro,  ex 41 bis, che egli sta scontando presso l’istituto speciale di detenzione di Parma.

Tale regime prevede: uno max due colloqui al mese, e solo con familiari, la limitazione degli oggetti e delle somme inviati dall’esterno, la censura e il visto alla corrispondenza, la limitazione della permanenza all’aperto e solo in gruppi inferiori a 5. Il tutto per evitare contatti con la supposta organizzazione mafiosa, o eventuali altre organizzazioni.

E questo pur non avendo mai Carminati, sottolinea Naso, subito condanne per associazione mafiosa. E ciò ha determinato – sostiene  la dott.ssa Naso – una limitazione consistente della sua difesa, posto che l’ex NAR è stato indicato dall’accusa come il vertice di una supposta organizzazione di stampo mafioso.


Il regime di sorveglianza

La prima domanda rivolta in esame all’imputato dalla difesa ha affrontato il tema della conoscenza dell’indagine giudiziaria nei suoi confronti.

Carminati ha raccontato di essersi accorto di essere sottoposto ad un regime di sorveglianza eccezionale da parte dei carabinieri a partire dal giugno 2011, a seguito di una perquisizione subita da parte della Digos.

Racconta il “pirata” di essere stato prelevato dagli agenti della Digos presso il residence V House di Largo di Vigna Stelluti n.18. Dopo avere scontato la pena per la rapina al caveau del Banco di Roma di Piazzale Clodio, l’ex NAR doveva ancora scontare un residuo di mesi in regime di affidamento.  Carminati si rifiutava di trascorrere tale residuo di pena ai domiciliari, scegliendo di risiedere temporaneamente presso il residence V House.

Ed è durante questo periodo che il Pirata si accorge di una serie di controlli che esulavano dal normale regime al quale era sottoposto. I pedinamenti si intensificano ulteriormente quando il Pirata termina l’affidamento e torna a risiedere presso la sua abitazione a Sacrofano.

L’idea che si era fatto l’ex NAR era che i carabinieri stessero cercando i proventi del furto al caveau, immaginando che li avesse nascosti da qualche parte. Oppure poteva trattarsi delle vicende nelle quali era rimasto coinvolto il suo padrone di casa, Marco Iannilli, ovvero prima la truffa carosello dell’indagine Phuncard- Broker e poi il fallimento della Arc Trade srl.

Prima del termine dell’affidamento Carminati racconta di essere stato convocato presso la Centrale operativa della Polizia di Stato per essere ascoltato in relazione al caso di Emanuela Orlandi.


Il viaggio a Londra

L’attività di controllo costante ed attenta prosegue anche quando Carminati decide di recarsi a  Londra, accompagnato dall’amico Fabrizio Testa. L’avvocato Naso chiede al suo cliente quale fosse il motivo del viaggio e il perché lui e Testa decisero di viaggiare in due aerei separati. Carminati risponde che Testa forse aveva delle agevolazioni con la compagnia Ryanair, mentre lui aveva preferito Alitalia.

Spiega inoltre che il motivo di quel viaggio era una visita ad alcuni vecchi amici, residenti da anni a Londra, oltre alla necessità di trovare un appartamento per il figlio Andrea, che di li a poco si sarebbe trasferito in terra di Albione. Testa aveva invece necessità di risolvere alcune problematiche legate allo stato di salute del figlio. Per tale ragione quest’ultimo avrebbe dovuto incontrarsi con Vittorio Spadavecchia, un vecchio camerata espatriato dall’Italia che ha un figlio che presenta la stessa patologia del figlio di Testa. “Mi faceva piacere vedere – racconta Carminati – quei miei amici che stanno la e che non vedevo da tanti anni e che fanno parte della mia vita, che ero contento di vedere, mi faceva piacere” e aggiunge “come ho preso il passaporto li sono andati a trovare“.

E aggiunge ancora:”Io non c’ho niente da nascondere, niente da farmi ridire, da ripensare: io sono un vecchio fascista degli anni settanta, sono contento di essere così. Quella è stata la mia vita, mi sono morti tanti amici e sono contentissimo di essere quello che sono“.


La strategia difensiva e la regia di Carminati

Il primo e l’ultimo esame della sua vita, lo definisce il Pirata, quello al quale è sottoposto dal suo legale, avvocato Ippolita Naso. E sarebbero stati, a suo dire, proprio i suoi legali a costringercelo: “M’avete talmente perseguitato con questo esame, che se era per me questo esame non l’avrei mai fatto. La prima e l’ultima volta nella mia vita che faccio un’esame“.

L’avvocato Naso chiede scusa al suo cliente, assumendosi la piena responsabilità per la sua strategia difensiva. E qui Carminati interviene con una sorta di difesa preventiva, specificando: “Io non riesco a decidere la strategia processuale con il mio avvocato, si figuri se posso stabilire con altri, per altre persone“.

Il riferimento è all’arresto di Riccardo Mancini, avvenuto nel gennaio del 2013, e agli incontri avuti con l’avvocato Pierpaolo Dell’Anno, presso lo studio di quest’ultimo, in via Nicotera. Dalla cronologia degli eventi gli inquirenti hanno ricostruito come la nomina di Dell’Anno quale legale di fiducia da parte di Mancini sia avvenuta subito dopo la visita testè riferita. E cioè a dire che non solo la strategia difensiva di Mancini sarebbe stata definita da Carminati e Dell’Anno.

Ma soprattutto che quello fosse il modo per Carminati e sodali di controllare le dichiarazioni rese ai magistrati dallo stesso Mancini. Quando quest’ultimo viene arrestato per la tangente da 600 mila euro percepita dalla Breda Menarini Bus e relativa ai 40 autobus acquistati da Roma Capitale sotto la sindacatura di Gianni Alemanno, Carminati era ancora un uomo libero.

La necessità di conoscere quali sarebbero state le dichiarazioni di Mancini rappresenta per la Procura un dato essenziale in ordine al supposto sodalizio di stampo mafioso, assieme alle minacce che sarebbero state indirizzate al Mancini. Minacce intercettate nella conversazione avvenuta tra Campennì e Buzzi nell’auto di quest’ultimo: “Lo semo andati a pià…gliamo detto, cioè: o stai zitto e sei riverito, o se parli poi..non c’è posto in cui te poi andà a nasconde”.

Ed in effetti la capacità di Carminati di conoscere in breve tempo le dichiarazioni rese ai magistrati da Francesco Ceraudo, il manager della Breda Menarini che aveva corrotto Mancini, denotavano un’interesse specifico, oltre ai canali informativi giusti.  Il giorno dell’arresto di Ceraudo, il 23 gennaio 2013, veniva intercettata una conversazione tra Carminati e Carlo Pucci, altro sodale dell’associazione, nominato da Alemanno consigliere nel cda di EUR spa.

Nel dialogo Pucci si mostrava preoccupato per via della convocazione del legale di Mancini, Dell’Anno, subito dopo l’arresto del manager della Breda Menarini. E Carminati lo rassicurava: “Non ti preoccupà, ma sarà…non… guarda fino a ieri non c’era niente di urgente“. E poi aggiungeva riferito a Mancini: “Digli che stesse tranquillo…può esse qualche cazzata pure sul rugby…” e concludeva: “la tengo sotto controllo“, riferendosi alla vicenda.

E ad ulteriore riprova dei canali informativi con i legali di Ceraudo da parte di Carminati, quest’ultimo aggiungeva: “Prima di chiamà lui (cioè Mancini) se ci fosse qualcosa mi chiamano a me..eh…non è che…cioè…“.  

E’ comunque dall’ambientale del 18.04.13, tratta dallo studio di Dell’Anno, che si evince la regia di Carminati nella difesa di Mancini, nel momento in cui si commentava negativamente l’ipotesi di nomina dell’avvocato Moneta Caglio quale alternativa a Dell’Anno. Sul punto Carminati affermava: “Io gliel’ho detto a Riccardo, ho detto: a Riccà, l’unico che può farti uscire in qualche maniera da una situazione del genere … è Pierpaolo (Dell’Anno)“. (cm)

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