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“Tutto quello che ho faticosamente costruito, nel vero senso della parola, è ora sotto sequestro da parte del Tribunale di prevenzione”. E’ il lamento che Agostino Gaglianone, detto Maurizio, ha espresso nel corso dell’udienza dell’otto marzo del processo a Mafia Capitale, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Nato e vissuto a Sacrofano, piccolo paese alle porte di Roma, l’imputato è titolare della Imeg srl. Ereditata dal padre ex minatore, l’impresa era in origine attiva nel settore delle costruzioni,  anche se poi ha allargato il suo campo d’azione nel commercio di materiale edile.

“Tutto quello che da decenni la mia famiglia ha avuto deriva da li” afferma Gaglianone, aggiungendo: “In parte dai fabbricati che mi ha donato mio padre negli anni ’90, e in parte dall’acquisto di terreni da costruzione con dei rustici che ho realizzato e venduto nel corso degli anni”. Si lamenta dei provvedimenti di sequestro ai quali sono sottoposte non solo le attività a lui intestate ma anche quelle delle figlie.

A suo dire quei beni risalirebbero ad un’epoca antecedente alla sua conoscenza di Massimo Carminati. E tuttavia proprio dell’ex NAR l’imputato è stato per tutta la durata delle indagini, dal 2012 al 2014, esecutore e socio in affari. “Carminati l’ho conosciuto dopo, quando tutto quello che avevo era già presente” sostiene in aula. E aggiunge ancora: “Non un bene della mia famiglia è stato acquistato dopo che ho conosciuto Carminati”.

Gaglianone è imputato di avere messo la propria impresa, Imeg srl, a servizio del sodalizio criminale, non solo partecipando a gare vinte attraverso metodi corruttivi ma anche emettendo false fatture,  consentendo così a Carminati di incamerare parte dei proventi delle gare vinte sotto forma di denaro non tracciato.


Un’impresa edile di un certo livello

Racconta l’imputato di avere lavorato trent’anni per accumulare quei beni che gli sono stati sequestrati: “Io non ho fatto altro che quello che ho sempre fatto nella mia vita, lavorare e accontentare i clienti”. Ribadisce di avere avuto anche discrete soddisfazioni dal lavoro, come la ristrutturazione di Villa Chigi a piazza Vescovio o come quella dell’agenzia Bipop Carire in piazza Verdi, a firma dell’architetto Clemente Busiri Vici.

Gaglianone cita poi l’architetto Franco Trabucchi, del quale afferma di essere stato per anni l’impresa edile di riferimento. Trabucchi è l’urbanista che ha redatto il Piano Regolatore Generale della città di Terni. Snocciola ancora l’imputato nomi di istituti assicurativi, le cui sedi la sua impresa ha contribuito a ristrutturare: come le tre filiali della Milano Assicurazioni, due a Roma e una a Viterbo.

E fa i nomi di alti funzionari dello Stato ai quali avrebbe costruito la casa, come il generale Carlo Gualdi, capo della DIA. O di imprenditori di un certo livello, come Laura Bortolini, titolare del marchio dolciario Colussi. Questo per smentire le affermazioni fatte dal Luogotenente del Ros Lucio Fusella, secondo le quali la Imeg srl non aveva nel suo statuto la qualifica di impresa edile. Cerca di scagionarsi l’imputato, affermando che se affettivamente avesse avuto un ruolo determinante nell’attività di corruzione avrebbe ottenuto appalti importanti nell’ambito della pubblica amministrazione, cosa che invece non è avvenuta.


I legami con Iannilli

Gaglianone e la Imeg finiscono nell’indagine sul fallimento Arc Trade in quanto, come confermato da lui stesso, l’imputato ha fatto nel corso degli anni diversi affari immobiliari con Marco Iannilli. Compravano e rivendevano rustici dopo averli ristrutturati. Oltre a ciò il Ros ha inizialmente creduto che lui fosse in realtà Maurizio Caracciolo, cognato di Iannilli, coinvolto nel fallimento della società. In effetti il soprannome Maurizio non ha molta attinenza col suo vero nome Agostino.

L’imputato smentisce le affermazioni fatte dal maggiore del Ros Di Gangi secondo le quali lui, Carminati, Iannilli e Riccardo Bruggia abiterebbero tutti nella stessa via Monte di Cappelletto, a Sacrofano. E’ vero che la sua villa, quella dove attualmente vive la sua ex moglie, confinava con quella di Marco Iannilli, posta sotto sequestro. Che poi è la stessa dimora nella quale hanno abitato per un certo periodo Carminati e la sua compagna Alessia Marini. Quella casa si trova in effetti in via Monte di Cappelletti.

Così come la porzione di villa bifamiliare acquistata da Carminati da Cristina De Cataldo. Attualmente Gaglianone precisa di risiedere in via Monte Calcaro, distante circa un km da quella strada. In effetti anche Matteo Calvio abitava a Sacrofano, Mentre Iannilli, dopo avere affittato la casa all’ex NAR, si sarebbe trasferito a Formello. Secondo le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Roberto Grilli, Carminati e Riccardo Brugia avrebbero abitato a Sacrofano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Spiega poi l’imputato come le affermazioni fatte dal Capitano Federica Carletti del Ros in base alle quali avrebbe custodito la contabilità ed i libri sociali della Arc Trade, società riconducibile a Marco Iannilli, presso i locali della Imeg in via di Val Canneto, non corrispondano al vero.

L’imputato avrebbe custodito solo dei mobili da ufficio, scrivanie e poltrone, appartenute in effetti a Iannilli, presso un deposito afferente alla Imeg in via di Prima Porta n.642. Del resto quel deposito è subaffittato ad altre due società, la Securpol e la Pragma. A seguito di una verifica da parte della Guardia di Finanza l’imputato ha ricevuto il permesso di disfarsi di tutti quei mobili, poiché ritenuti irrilevanti ai fini delle indagini.

Che quei mobili appartenessero alla Arc Trade è documentato da una bolla di accompagnamento e da una fattura rilasciata dalla società che aveva eseguito il trasloco. Ciò è stato inoltre confermato dalla testimonianza rilasciata in questo processo dal curatore fallimentare della  Arc Trade.


La conoscenza di Carminati

Verso la metà del 2011 l’imputato viene contattato da Fiorella Ottaviani, sua ex moglie, che si lamentava poiché il suo nuovo vicino di casa aveva ordinato a degli operai di abbattere una recinzione. Si trattava della recinzione che separava la proprietà della Ottaviani da quella di Iannilli. Quel vicino era Massimo Carminati. L’ex NAR aveva affittato quella casa, costruita dallo stesso Gaglianone, da Iannilli, dopo avere accettato di proteggerlo da Gennaro Mokbel.

Il vecchio recinto che separava le due proprietà era troppo basso per i suoi cani da guardia, grossi e pericolosi. E ‘ in quell’occasione che il commercialista e locatore presenta a Gaglianone l’ex NAR, ma solo per nome. Si faceva chiamare solo Massimo. Era la prima volta che l’imputato vedeva Carminati. Poco tempo dopo l’ex NAR si presenta a casa sua per chiedergli di aggiustargli il cancello. Gaglianone chiama il suo tecnico di fiducia, Roberto Fanelli, che poi è lo stesso che eseguirà i lavori al campo rom di Castel Romano.

Per quel lavoro Fanelli non si farà neanche pagare, dato che a chiamarlo era stato il suo socio. Dopo un mese circa Sacrofano viene investita da una nevicata eccezionale. E’ la stessa che metterà in ginocchio anche la Roma di Gianni Alemanno.

Alessia Marini contatta nuovamente Gaglianone per farsi ripulire la strada. L’imputato si attiva e gli manda gli stessi operai che avevano pulito la strada di casa alla ex moglie. Alcuni giorni dopo la Marini da incarico a dei suoi operai di fare eseguire una nuova recinzione, al solo scopo di abbellire l’ ingresso principale della villa di Iannilli.

La sera Carminati si presenta a casa di Gaglianone, scusandosi per il disguido sorto per quel muro abusivo, assicurandogli che lo avrebbe fatto abbattere a sue spese ripristinando la vecchia recinzione. Gaglianone si oppone e fa eseguire i lavori dai suoi operai, chiedendo a Carminati di dividere le spese. E’ in quell’occasione che Carminati gli avrebbe raccontato di lavorare con le cooperative di Salvatore Buzzi. Si occupavano degli immigrati e per questo motivo erano alla ricerca di immobili in zona da destinare alla loro accoglienza. Gaglianone, che già svolgeva quell’attività per lavoro, gli da la sua disponibilità.

E’ da questo momento che, secondo l’accusa, l’imputato si metterebbe a servizio del sodalizio criminale, entrando a far parte di quella schiera di imprenditori collusi funzionali alle attività illecite da questo svolte.


L’ampliamento del campo rom di Castel Romano

Quando, verso la fine de mese di luglio 2012, Carminati gli propone di svolgere i lavori di ampliamento al campo rom di Castel Romano, Gaglianone accetta “immediatamente”.

In quel periodo non aveva molto lavoro, ed inoltre cominciare a lavorare con le cooperative di Buzzi poteva rappresentare per lui e per la Imeg un’ opportunità di rilancio.

L’imputato racconta di come Carminati gli avesse portato le brochure della 29 giugno, con i bilanci e il fatturato, consentendogli di apprezzare la solidità di quella cooperativa. Si trattava inoltre di lavori più di fornitura che di manodopera, che avevano il vantaggio di cominciare subito dopo le ferie estive,  un periodo notoriamente di stanca nel campo delle costruzioni.

Spiega quindi la ragione per la quale il nome della Imeg non compariva nel cartello esposto fuori del cantiere di Castel Romano, non avendo mai   nascosto a nessuno di come la sua impresa stesse eseguendo quell’ attività. Assieme a Maurizio Mogliani, suo collaboratore, Gaglianone elabora un preventivo per l’allargamento di quel campo rom il cui importo era di 200 mila euro, escluso l’impianto elettrico. La Imeg avrebbe dovuto inizialmente solo predisporre l’attività, ma alla fine si occupera’ anche della fase esecutiva.

L’imputato rivela di avere compreso solo in dibattimento quale fosse il tornaconto economico di Carminati per quei lavori. Con riferimento al suo continuo relazionarsi con l’ex NAR durante tutta la fase di realizzazione, Gaglianone sottolinea come questi fosse l’intermediario della 29 giugno.

A dimostrazione del livello di soddisfazione da parte di Carminati circa l’esito di quei lavori, Gaglianone racconta di come l’ex NAR gli abbia chiesto in seguito di ristrutturargli la villa appena acquistata dalla De Cataldo.

Tuttavia l’imputato tiene a sottolineare di come la Imeg non ricoprisse il ruolo dell’impresa edile del sodalizio criminale, posto che sia i lavori di ristrutturazione degli immobili di via del Frantoio che quelli di realizzazione del depuratore presso il deposito mezzi di via Affile furono realizzati da altre imprese.

In relazione ai lavori di rifacimento del campo giochi di via Flaminia Vecchia, non vi fu una grossa movimentazione di terreno, ma solo un lavoro di pulitura e di rifacimento della vecchia staccionata.

Ciò è del resto dimostrato dalla fattura relativa ai lavori eseguiti, pari a 15 mila euro, inclusi i materiali e la manodopera. Chiarisce inoltre Gaglianone come quei lavori non li ottenne grazie all’intercessione di Carminati, bensì perché il proprietario del terreno, Marco Staffoli, lo scelse in quanto era amico del padre Roberto, avendogli venduto una villa a Sarcofano.

In quel periodo l’imputato sottolinea come la madre di Carminati residente a Formello avesse fatto acquistare dei materiali per ristrutturare il suo terrazzo. Il lavoro sarebbe stato eseguito dagli stessi operai che avevano fatto la recinzione a casa di Iannilli. Sempre Carminati gli aveva proposto di realizzare il muro di recinzione nel condominio presso il quale abita la suocera, ma alla fine anche quel lavoro  venne affidato ad un’altra ditta.


Il cantiere di via Innocenzo X

Con riguardo al cantiere di Cristiano Guarnera sito in via Innocenzo X, si trattava anche in questo casi di lavori privati. Secondo quanto riferitogli da Carminati la richiesta di intervento sarebbe partita dallo steso Guarnera. Chicco Guarnera si era rivolto a lui per chiedergli aiuto “visto che pensava che lo zio stesse  derubando”.

Dunque la richiesta di preventivo da parte di Guarnera serviva come garanzia, una sorta di parametro di riferimento. Ciò si evincerebbe, secondo l’imputato, dalla conversazione del 14 gennaio 2013: “Questo qui è un lavoro di un amico mio che mi dice: a Ma, io devo fa 90 appartamenti a villa Pamphili, c’ho mio zio che me ruba, e allora io che vengo da te Maurì. Sta a aspettà il finanziamento della banca. Lui c’ha tutto pagato, anche gli oneri di concessione. Domani lo faccio venire da te così te lo presento”.

Nella successiva intercettazione del 4 marzo 2013, Carminati rivela all’imputato di come Guarnera avesse già pagato gli oneri di concessione, per un importo complessivo pari a 498.000 euro. Quando Gaglianone comprende la reale portata dei lavori richiestigli, riferisce sia a Carminati che allo stesso Guarnera di non essere in grado di poterli svolgere. Erano infatti troppo grossi per le modeste dimensioni della sua impresa.

La Imeg non era attrezzata per lavori di movimentazione di terra di quel livello. Nella conversazione del 21 giugno 2013 l’imputato sostiene come sia Guarnera ad insistere per fargli eseguire quei lavori, proponendogli di dividere il cantiere in più settori. Anche qui, poi, non se ne fece più nulla, con Gaglianone che non consegnò neanche il preventivo, piantando in asso l’imprenditore senza più rivederlo.

“Nei tre anni di conoscenza con Carminati – afferma Gaglianone – mi ha proposto alcune attività, che però non hanno avuto mai alcun seguito. Si trattava comunque di iniziative assolutamente lecite che potevano costituire una fonte di guadagno assolutamente lecita. Ma nulla c’entravano con i lavori della pubblica amministrazione, e comunque non hanno avuto seguito.

Abbiamo parlato di un PUA, che è un piano di utilizzazione agricola. Richiesta di terreni come l’agricamping, con un minimo di possibilità ad installare moduli abitativi. Con Mogliani (il socio) andammo a Campagnano, a Trevignano, ad Anguillara a cercare queste cose. Nulla (poi) abbiamo fatto. Addirittura voleva prendere una licenza di ambulante per Alessia, la compagna, per farla lavorare. Con il figlio Andrea dovevamo prendere un mandato esclusivo di vendita per tutta Italia di un blocco portante termico, unico nella sua specie.

Andrea aveva avuto questa conoscenza a Londra di questo materiale, che non esiste in Italia. E poi infine voleva prendere anche in affitto il locale di mia figlia, insieme al fratello. Carminati parlava e proponeva ma poi non se n’è fatto mai nulla. E come si è visto erano iniziative che nella maggior parte dei casi prescindevano da Buzzi, dalle cooperative, da appalti pubblici e men che meno da corruzioni, di cui Carminati non mi ha mai parlato”.


L’ospitalità a Carminati

Gaglianone passa quindi a spiegare la circostanza dell’ospitalità offerta a Carminati per ben quattro giorni. L’imputato argomenta come la ragione di quell’ ospitalità stava nel fatto che l’ex NAR temeva di essere arrestato: “aveva paura di essere arrestato perché lo seguivano- racconta Gaglianone –  Mi aveva detto che pensava di essere in mezzo alle vicende di Iannilli, (in relazione alle quali) lui mi ha detto che non c’entrava niente. E non voleva scappare, voleva consegnarsi lui. E per questo non voleva farsi arrestare a casa, davanti ad Alessia. Lo vedevo andare in giro con un motorino e dormire di qua e di la in zona”.

Qundi l’imputato chiarisce la condizione che aveva imposto all’ex NAR per quell’ospitalità: “Lo ospitai avvertendolo che, al momento in cui realmente sarebbe stata spiccata una richiesta di cattura, non l’avrei potuto ospitare più. Non voglio guai con la giustizia, gli dissi testualmente”. Cerca di dissociarsi dalla posizione del suo ex socio: “ma come si può pensare che io sia un associato, un mafioso.

Ma un mafioso al suo capo gli può dire una cosa simile? E’ pensabile una cosa del genere? Ditemelo voi che avete esperienza di queste cose. Io della mafia quel che so l’ho visto solo nei film e nelle trasmissioni televisive”.

Due cose Gaglianone si rimprovera in relazione a questa vicenda: la prima è di non aver capito che un rapporto di lavoro con Carminati avrebbe potuto condurlo in carcere; la seconda è l’avere custodito una somma di denaro per conto di Carminati “prima di 50 mila euro e poi di 20 mila e non di 100 mila come è stato detto – ribadisce l’imputato – al solo ed unico scopo che Carminati e Marini acquistassero la proprietà sulla quale la mia impresa avrebbe eseguito i lavori di ristrutturazione”.


L’accusa di fatture false

Relativamente al capo d’imputazione di fatture per operazioni inesistenti emesse attraverso la Imeg, Gaglianone dichiara sotto la propria responsabilità “di non avere emesso mai neanche una fattura inesistente per la faccenda del campo nomadi. E sottolineo una”.

Cambiando prospettiva l’imputato domanda all’accusa se i lavori di Castel Romano siano stati effettivamente realizzati oppure no. E smentisce le dichiarazioni rese dal Luogotenente del Ros Tomaselli, secondo le quali la Imeg non avrebbe potuto svolgere lavori di edilizia. E riprende anche la domanda successiva, rivolta dal presidente Ianniello sempre a Tomaselli, se nel corso degli appostamenti i militari avessero visto Gaglianone presente li sul cantiere. La risposta del militare è stata affermativa, avendolo scorto parlare con Mogliani e Ciotti, a bordo della sua vettura Mitsubishi.

L’auto indicata è quella personale dell’imputato e Mogliani e Ciotti erano rispettivamente il socio di Gaglianone e l’architetto che dirigeva i lavori in quel cantiere. Tuttavia nei rapporti redatti dai militari del Ros l’esecuzione di quei lavori viene messa in discussione, in particolare il numero di mezzi presenti sul posto, tanto che Gaglianone ribadisce: “loro non hanno visto niente” E aggiunge: “Non è possibile”.

Spiega l’imputato come quei lavori siano stati eseguiti dall’impresa Cesas, e di come invece la Imeg non risultasse sul cartellone esposto esternamente. Aggiunge poi di avere gestito in esclusiva i rapporti sia con il committente che con il direttore dei lavori, l’architetto Ciotti.

Passa poi ad affrontare il tema delle fatture e delle bolle di accompagnamento, con luogo di destinazione Castel Romano e periodo di riferimento settembre-dicembre 2012, a dimostrazione ulteriore dell’effettuazione di quei lavori.

Ad ulteriore sostegno della sua tesi, l’imputato cita i pagamenti relativi all’acquisto dei materiali da costruzione, pagamenti desumibili dal libro contabile di prima nota della Imeg. Sulla questione del nome della ditta indicata sul cartello del cantiere l’imputato spiega come inizialmente quei lavori fossero di semplice pulitura e di come vennero eseguiti dalla Cesas, che in effetti è la ditta indicata quale esecutrice.

Quando poi venne chiamato dal direttore dei lavori per firmare il contratto di appalto, l’architetto Ciotti, l’imputato si accorse di come la Imeg non fosse in possesso del DURC, il Documento Unico di Regolarità Contributiva, ed inoltre di come avesse la posizione INAIL  sospesa. Per queste ragioni il contratto venne firmato solo dal Mogliani e questo spiega come la porzione indicata sia solo del 40%, che era la quota spettante alla sua impresa.

Gaglianone riprende dunque la prima fattura, che secondo l’accusa sarebbe sproporzionata nell’importo, e che indica l’acquisto di cavo elettrico (FG7 OR 3,5 x 95 mt. 709) per Castel Romano, Pomezia, per un importo pari a 25 mila euro. Nella seconda fattura, composta da due pagine e di uguale importo, viene indicato in maniera molto dettagliata il materiale elettrico acquistato. Gaglianone spiega come gran parte di quel materiale sia ancora presente sul posto, e dunque di come quella fattura non possa essere falsa.

La terza fattura, datata 29 maggio 2013 n.6, di importo pari a 20 mila euro, si riferisce anch’essa a materiale realmente acquistato per quel cantiere, ed in gran parte ancora li giacente. Gaglianone spiega il motivo per il quale quelle tre fatture siano state emesse tutte nello stesso mese, mentre tutte le altre vengono emesse invece in maniera irregolare.

Ciò è legato al fatto che mentre da contratto la Imeg avrebbe solo dovuto predisporre il materiale, nella realtà ha  concretamente eseguito la realizzazione dell’impianto elettrico. Quanto specificato si evince, sempre secondo Gaglianone, dall’intercettazione del 26 settembre 2012.

Nella successiva conversazione, del 2 ottobre dello stesso anno, l’imputato parlando con Carminati spiega che il costo dei lavori, incluso il cavo, sarebbe stato di ulteriori 80 mila euro, esclusa la manodopera, non previsti nel preventivo.

E Carminati dava l’ok per poter procedere. Con riferimento al capitolo delle manutenzioni l’imputato chiarisce come i pagamenti dalla Eriches alla Imeg siano stati tutti effettuati tramite bonifici, e di come, alla fine del 2013, la sua ditta avesse incassato complessivamente circa 152 mila euro, con un credito ulteriore verso la Eriches di 150 mila euro.  Circa un anno e mezzo dopo la Imeg doveva ancora incassare quella cifra.

A discolpa dell’accusa di false fatturazioni Gaglianone cita la conversazione del 29 gennaio 2014 dove Buzzi, parlando con Carminati e Di Ninno, chiedeva all’ex NAR se si potevano tirare fuori dei contanti dalla Imeg. Si parlava di una fattura da 20-30 mila euro, e Carminati rispondeva come la ditta di Gaglianone fosse troppo piccola, non in grado di estrapolare grosse somme in contanti. L’imputato aggiunge quindi come il fatto che non fosse presente sia sufficiente a discolparlo, non essendo possibile dimostrare la sua complicità in quella vicenda.

E afferma: “Quindi i soldi che la Imeg aveva incassato fino a quel momento con i bonifici della Eriches sono tutti soldi che ha percepito realmente”. Nella conversazione intercettata il 5 febbraio dagli uffici della Imeg, Carminati parla dell’emissione di una fattura da 30 mila euro, e di come viene in seguito a sapere che era già stata emessa. Si trattava della n.9 del 5 febbraio 2014 di 31.500 euro più IVA, per un importo complessivo di 40 mila euro. Nella conversazione Carminati afferma: “Me dovresti fa la cortesia, ti lascio una mezza piotta (50 mila euro) in contanti, destinati alla signora De Cataldo” .


L’acquisto della villa della De Cataldo

A dicembre Carminati aveva firmato un compromesso per l’acquisto della villa della De Cataldo, in via Monte di Cappelletto n.11. La Imeg, spiega Gaglianone, ha come oggetto sociale anche l’intermediazione di immobili oltre alla loro costruzione. Riguardo all’accusa di falsa intestazione di beni, la persona a cui quella casa veniva intestata,  Alessia Marini,  era da anni la compagna di Carminati, ed anche se non erano sposati si trattava di una persona facilmente individuabile, a differenza di una società o di un terzo estraneo.

Oltrettutto sarebbe andata a vivere con l’ex NAR in quella stessa villa. Del resto nelle confische di beni per presunta associazione mafiosa, vengono colpiti anche le proprietà dei parenti più prossimi agli imputati, e quindi nel caso della Marini, pur non essendo sposati, avrebbero potuto comunque sequestrarle la casa.

Gaglianone ne sa qualcosa. Ripercorre l’imputato la vicenda della vendita di quella proprietà, molto lunga ed estenuante, che alla fine vede Gaglianone mettere in contatto Carminati con la De Cataldo. La scelta di coinvolgere Giovanni Petrocco l’imputato la ascrive al fatto che gli aveva affittato l’immobile dove questi aveva aperto la sua agenzia immobiliare.

E che era in arretrato di tre mensilità. Sottolinea Gaglianone come la trattativa sia durata complessivamente circa nove mesi, nel corso dei quali la proprietaria non ha subito alcun tipo di pressione. Anzi, quella proprietà presentava una serie di problematiche quali la presenza di un traliccio dell’alta tensione, con i fili che attraversano tutta la proprietà, arrivando a sfiorando anche il tetto.

Si trattava di una villa bifamiliare e  l’acquirente avrebbe perso la servitù di passaggio, oltre a dover sostenere i costi per il rifacimento dell’impianto elettrico. Quella casa non è poi di 300 mq, come sostiene la De Cataldo, bensì di 120 mq residenziali.

Essa include inoltre ben due abusi edilizi. Si tratta di un aumento di cubatura e di un cambio di destinazione. Dunque l’affare non era così vantaggioso come sostenuto dalla venditrice. La villa non l’aveva costruita Gaglianone ma l’impresa Stirpe di Roma. La De Cataldo poi era a conoscenza della somma che le doveva essere pagata in nero.

Quest’ultima invece ha sempre sostenuto di aver saputo di quella somma in contanti solo il giorno della stipula della compravendita. In realtà vi è una intercettazione che risale a venti giorni prima della stipula, dalla quale risulta come la donna fosse già a conoscenza del fatto. Nella conversazione la donna specifica che avrebbe accettato al massimo centomila euro in nero. In un’ altra intercettazione Gaglianone, parlando con l’architetto Barbieri, spiega chi fosse Carminati e di come questi avesse la disponibilità dei soldi sufficienti a fare una guerra. E’ emerso inoltre dalle indagini come l’imputato avesse in casa una cassaforte murata e nascosta, nella quale custodiva i soldi dell’ex NAR. Gaglianone sostiene come i Ros, a seguito del suo arresto, abbiano fatto le radiografie a tutti i muri della sua casa, senza peraltro trovare nulla.


I quadri di Carminati

Oltre ai soldi, a casa di Gaglianone i militari del Ros hanno scoperto numerosi quadri ed oggetti d’arte di valore appartenenti a Carminati. Questa circostanza gli inquirenti l’hanno spiegata con la conoscenza dell’esistenza dell’indagine e quindi col timore da parte dell’ex NAR di dover subire un sequestro con eventuale confisca.

Dunque la custodia di quei tesori d’arte da parte di Gaglianone aveva lo scopo di nascondere la loro reale riconducibilità. In aula Gaglianone spiega invece di come il possesso di quelle opere fosse legata al fatto che Carminati e Marini, dovendo lasciare prima del tempo la casa presa in affitto da Iannilli, proprio mentre la Imeg stava ristrutturando la villa da loro appena acquistata, si pose la necessità di custodire mobili e suppellettili.

Spiega l’imputato come quella circostanza obbligò gli operai a creare un vano nel sotterraneo per accogliere  mobili e suppellettili e allo stesso tempo rendere abitabili le stanze del piano superiora. Il tutto lavorando anche durante il mese di agosto. Fu lo stesso imputato, con i suoi operai, ad eseguire il trasloco dalla casa di Iannilli. Inclusi due cavalli. E sarebbe stato in quel momento che Carminati gli avrebbe rivelato l’esistenza di quei quadri. 

Che a sentire Carminati non erano di gran valore, ma che si sarebbero comunque potuti danneggiare o essere rubati nel corso dei lavori. Questo perché quella villa sarebbe restata completamente deserta. Gaglianone accettò di ospitare i quadri in una stanza sopra il suo ufficio. In essa vi erano già custoditi oggetti di Carminati e della sua compagna. Del resto, spiega Gaglianone, quel genere di servizio, una sorta di deposito con custodia, lo stava già svolgendo per conto di altri suoi amici. Spiega Gaglianone come L’Espresso abbia distribuito un cd rom con un video dove si vedono lui e Carminati che di notte sistemano quei quadri nei locali della Imeg. In realtà il trasporto di quelle opere venne eseguito in pieno giorno, dal giardiniere di Carminati, Cristiano e da Alessia Marini. Carminati li raggiungerà solo in un secondo momento.

Alcuni di quei quadri erano già stati incartati, altri invece verranno incartati li sul momento. E per tale motivo che nel video vengono appoggiati in terra, visibili a tutti. Quei quadri, sottolinea Gaglianone, non sono ne rubati ne riciclati. E il posto in cui sono custoditi, all’interno di un bagno perfettamente in uso negli uffici della Imeg, è accessibile e visibile a tutti.

Con riguardo alla supposta associazione mafiosa Gaglianone spiega di come fosse pienamente consapevole di non aver in alcun modo violato la legge. Del resto le comunicazioni che aveva con Carminati si svolgevano sempre alla luce del sole, senza il sotterfugio dei telefoni dedicati. Lo stesso Buzzi andava in televisione a parlare della sua attività di recupero degli ex detenuti.

Carminati aveva inoltre mostrato di avere numerosi agganci politici e ciò non lasciava supporre che stesse svolgendo delle attività criminali. L’imputato racconta poi le sue passate esperienze, legate all’attività di recupero crediti per immobili venduti o lavori eseguito e non pagati o affitti non corrisposti.

La maggior parte di questi recuperi è avvenuta attraverso decine di cause civili, nel corso delle quali mai una volta l’imputato è stato accusato di minacce o pressioni o peggio ancora ricatti nei confronti dei suoi debitori. In merito ai supposti favoritismi da parte del sindaco di Sacrofano Tommaso Luzzi, per il quale l’imputato avrebbe organizzato un pranzo durante le elezioni che hanno portato alla sua proclamazione, questi spiega di avere subito una serie di danni dalla sua amministrazione e cita la trasformazione in senso unico della strada su cui insiste la sede della Imeg srl. (cm)    

  

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