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Claudio Meloni

Mese

marzo 2017

Buzzi e il sistema di spartizione dei servizi

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Nell’udienza del 14 marzo del processo Mafia Capitale la difesa di Salvatore Buzzi, avvocato Alessandro Diddi, affronta il tema dei rapporti della 29 giugno con la giunta di Gianni Alemanno, a partire dal suo insediamento avvenuto nel giugno 2008. Per fare ciò il difensore del ras delle cooperative sociali ripercorrere i rapporti intercorsi tra il suo cliente e le giunte precedenti, da quella di Francesco Rutelli (1993-1997 e 1997-2001) a quella di Walter Veltroni (2001-2006 e 2006-2008).


I contributi a Bettini

Prima di questo passo indietro Buzzi chiarisce i contributi economici versati dalla 29 giugno in favore dell’eurodeputato Gianfranco Bettini. Si tratta di 1.200 euro versati all’associazione Democratici in Rete, e poi ancora 10 mila euro ed una cena finanziata in occasione delle europee del 2013, di cui però non ricorda il costo complessivo, cena alla quale avrebbe partecipato il suo collaboratore Carlo Guarany.

A ciò aggiunge poi un contributo extra sempre di 10 mila euro, come risulta dall’ intercettazione del 9 luglio 2014, ed un pranzo elettorale pagato presso un ristorante di Ostia, per 3.500 euro.

Dunque complessivamente, in occasione delle europee 2013, Buzzi avrebbe versato a Bettini contributi elettorali per 24.700 euro, più una cena della quale non ricorda l’importo.


I rapporti con le giunte Rutelli e Veltroni

Racconta Buzzi come i rapporti con le giunte Rutelli e Veltroni fossero ottimi “eravamo le cooperative di riferimento“, ed aggiunge: “tenga presente che non eravamo solo noi […] avevamo creato un movimento di cooperative sociali […] eravamo più di 53 cooperative“.

Dunque nel momento in cui si insediava Alemanno le cooperative accreditate per il servizio giardini erano in totale 53, mentre quelle che gestivano più in generale servizi erano 41. Tra queste, quelle aderenti a Legacoop, collocate politicamente a sinistra, erano in tutto 25.

Dal punto di vista del personale impiegato gli operatori addetti alla manutenzione del verde erano 400, di cui 58 invalidi fisici e psichici, 93 tra detenuti ed ex detenuti, 122 appartenenti a fasce deboli e 127 normodotati.

Nel 2007, durante la giunta Veltroni, gli affidamenti concessi dal Comune alle cooperative sociali genericamente intese ammontavano in totale a 8 milioni di euro, “questa era la fotografia quando arriva Alemanno” chiarisce Buzzi.

I numeri snocciolati dall’ex ras delle cooperative sociali sono tratti da un libro prodotto nel 2011 dalla 29 giugno dal titolo evocativo “La lotta delle cooperative sociali per l’inserimento lavorativo“.

Secondo l’art. 5 della legge n.381/91 “gli enti pubblici, compresi quelli economici, e le società di capitali a partecipazione pubblica anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, possono stipulare convenzioni con le cooperative sociali” e cioè cooperative che hanno come finalità l’inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate, “per la fornitura di beni e servizi diversi da quelli socio-sanitari ed educativi (che sono l’oggetto tipico delle coop sociali) il cui importo stimato al netto dell’IVA sia inferiore agli importi stabiliti dalle direttive comunitarie in materia di appalti pubblici, purché – si legge ancora nel dettato della norma – tali convenzioni siano finalizzate a creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate“.


Il sistema spartitorio dei servizi esternalizzati dal Comune

In questo quadro, nell’anno 2008 gli affidamenti attribuiti alle cooperative aggregate al gruppo 29 giugno raggiungevano complessivamente un fatturato di circa 4 milioni di euro.

Al riguardo Buzzi aggiunge: “Tenga presente – sempre riferito al suo avvocato Diddi – che la giunta Veltroni governava i processi della città, e quindi c’era di fatto una divisione del mercato che era questa: a Multiservizi spa erano andati circa 5 milioni di euro di lavori per i c.d. lavoratori socialmente utili (LSU) che erano stati riassorbiti dalla Multiservizi (dal precedente gestore) e che si occupavano delle aree non di pregio della Città  e prosegue:

Alle cooperative sociali venivano affidate tutte le aree di pregio della città… Da Colle Oppio al Campidoglio, non dico la 29 giugno ma le altre cooperative, e le tenevamo veramente bene“. 

Per tentare di diluire la conflittualità sorta tra le cooperative sociali che si occupavano delle attività di manutenzione, era stato siglato un patto di spartizione del mercato su Roma in base al quale chi gestiva servizi di accoglienza non partecipava alle gare aperte per lavori quali ad esempio la manutenzione di parchi e giardini e a quelle per la potatura.

Spiega Buzzi come nel mercato dei servizi esternalizzati dall’Amministrazione Capitolina si fosse venuto a creare un “sistema tripolare”, un mercato oligopolistico composto da tre operatori: Multiservizi che si occupava delle aree periferiche della città; le cooperative sociali, a cui spettavano quelle centrali e le imprese private (vedi Roma Multiservizi spa) incentrate invece sulle costruzioni e sulle potature.”Questo è il sistema – spiega Buzzi – che trova Alemanno quando arriva nel 2008“.


L’ingresso nel sistema di gare di AMA

Nelle gare che venivano indette le cooperative sociali collaboravano sia con Multiservizi che con AMA. Racconta Buzzi come i rapporti con l’ ex municipalizzata dei rifiuti siano cominciati nel lontano 1995. La persona che aveva offerto questa opportunità a Buzzi ed alla 29 giugno era stata Mario di Carlo, che dal 1993 al 1995 durante la giunta guidata dal Francesco Rutelli aveva ricoperto la carica di presidente di AMA.

Per comprendere il ruolo di Di Carlo nel sistema di gestione dei rifiuti si rinvia ad una memorabile puntata di Report nella quale questi racconta di come fosse solito recarsi a mangiare la coda alla vaccinata con l’allora monopolista dei rifiuti su Roma e Lazio, Manlio Cerroni.

Dunque per la prima volta un importante dirigente del Comune, Di Carlo, offriva a Buzzi la possibilità di entrare nel sistema di gare e appalti afferenti alla gestione dei rifiuti e ad AMA spiegandogli: “Guarda – riferendosi a Salvatore Buzzi – io non ti do il pesce, ti do la canna da pesca. Se tu riesci a pescare bene, senno muori di fame“.

Da quel momento Buzzi e le sue cooperative mettono un piede dentro il sistema di raccolta dei rifiuti, piede che continuano a mantenere ancora oggi.


Il sistema di gare di EUR spa

Con un’altra partecipata del comune, EUR spa, i rapporti sempre in termini di gare e appalti affidati, cominciano nel 2000. Dunque a cavallo tra l’ultimo periodo della giunta Rutelli e l’inizio della prima giunta Veltroni.

Spiega Buzzi come l’ingresso della 29 giugno in EUR spa coincida con lo sgretolarsi di un sistema di appalti durato circa dieci anni. Quel sistema di appalti  protratto nel tempo grazie alle proroghe degli affidamenti aveva fornito un forte contributo all’abbassamento graduale della qualità del servizio.

L’occasione venne fornita da una gara bandita da EUR e relativa ad un servizio di manutenzione. Spiega Buzzi come quella gara, a cui la 29 giugno partecipò e che vinse, non riguardava il comune di Roma e dunque non rientrava nel patto di non aggressione stipulato con Multiservizi e le altre imprese private e cooperative sociali fornitrici del Comune.

Correva l’anno 2000, l’anno del Giubileo, anno che precedeva quello che avrebbe segnato l’ultimo periodo della consiliatura Rutelli. (cm)

Odevaine e la gara per il Cara di Castelnuovo

cara castelnuovo

Nel corso dell’udienza del 13 marzo del processo Mafia Capitale Luca Odevaine interviene per smentire le affermazioni di Buzzi, secondo le quali quest’ultimo gli avrebbe dato 10 mila euro per corrompere la commissione di gara relativa alla gestione del CARA di Castelnuovo di Porto. L’ex capo della polizia Provinciale sostiene di non essersi mai occupato di quel CARA, affermando che “probabilmente – Buzzi – si sbaglia”. Sui 17 mila euro che Buzzi aveva pagato ad Odevaine, la cui fattura era intestata alla cooperativa Abitus, Odevaine sostiene di non avere avuto il tempo materiale per poterli restituire, essendo intervenuti nel frattempo gli arresti, il suo e quello di Buzzi. Corrisponde al vero però, riconosce l’ex vice capo di gabinetto di Veltroni, che quella fattura era stata emessa per operazioni inesistenti.


Odevaine: “per il Cara di Mineo poteva esserci una possibilità (per Buzzi)”

 In merito alla gara per i servizi al CARA di Mineo, Odevaine ricorda come Buzzi gli abbia chiesto se vi fosse la possibilità di potervi partecipare e di vincerla. Odevaine gli rispose di si, e che per come era stata pensata quella gara, una possibilità poteva esserci.

Di fatto le gare ideate erano due: una sulla proprietà del centro e l’altra sulla gestione dei servizi ad esso relativi. Relativamente alla prima, la vittoria della Pizzarotti era quasi scontata, non essendoci in tutta la provincia di Catania una struttura di analoga grandezza. Dunque era chiaro che l’accordo stretto con la Pizzarotti fosse a monte.

E fu in quell’occasione che Odevaine disse a Buzzi che se aveva voglia di parlare con i dirigenti della Pizzarotti la persona che poteva metterlo in contatto era Gianni Letta. Odevaine gli disse inoltre che se voleva parlare con Letta la strada da provare era quella di Goffredo Bettini, dato che i due erano buoni amici. Questo avveniva nella prima fase della gara.

Successivamene, mentre Bettini stava organizzando l’incontro con Letta, veniva  costituito un’ATI tra i gestori provvisori, ovvero La Cascina e Pizzarotti, e tutte le cooperative sociali che ne erano entrate a far parte: Domus Caritatis, la Cascina e Sisifo. Si trattava della stessa cordata che avrebbe vinto entrambe le gare. Dunque per la 29 giugno e le altre concorrenti non vi era alcuna possibilità.

Fu a quel punto che Buzzi ricevette il consiglio di Odevaine di chiedere a Letta di sbloccare con il prefetto Pecoraro la questione di Borgo del Grillo. Questo perché la Prefettura ed anche il Ministero ritenevano che quella struttura da 400 immigrati, posta accanto ad un CARA che già ne ospitava 6-700, avrebbe sicuramente creato conflitti con i residenti.


L’ufficio di Odevaine e i suoi interessi in Venezuela

Con riguardo all’ufficio di via Sicilia di proprietà del gruppo Pulcini, Odevaine smentisce che la ristrutturazione sia stata effettuata a spese di Ferrara e che il suo costo sia stato di 100 mila euro.

Quell’ufficio era stato preso, sostiene Odevaine, in comodato d’uso gratuito da Francesco Ferrara con un regolare contratto, per ospitare l’associazione “Roma che Verrà”.

Tale associazione era stata creata sei mesi prima delle elezioni comunali del 2013, a sostegno della candidatura a sindaco di Alfio Marchini. Ferrara verrà nominato, come abbiamo visto, capo del comitato elettorale di Marchini. Le elezioni verranno poi vinte da Ignazio Marino e Ferrara, che non ne aveva più necessità, cederà quell’ufficio ad Odevaine.

Quest’ultimo era in cerca di una sede per le sue attività private, distinte da quelle della Fondazione Integrazione, ovvero la società di Import-Export l’Uliveto. Chiese dunque a Ferrara se poteva cedergli quello di via Sicilia.  L’ufficio era stato ristrutturato in economia dai dipendenti della Domus Caritatis.

Con riguardo ai camion compattatori che si è tentato di spedire a Cuba, l’ambasciatore italiano a Cuba Mario Baccini era stato consigliere diplomatico del ministro Veltroni e dunque aveva un buon rapporto con Odevaine.

Così, quando Baccini chiese a Odevaine dei mezzi per la raccolta dei rifiuti di dimensioni ridotte, poiché nel municipio di Camaguey, una piccola comunità con le strade molto strette, vi erano difficoltà a raccoglierli, l’ex vice capo segreteria di Veltroni si offrì di farglieli avere.

Odevaine si rivolse quindi a Buzzi, che a sua volta si recò da un altro imprenditore il quale aveva tre piccoli camion compattatori in disuso.

Ma una volta trovati i mezzi, malgrado le buone intenzioni, non se ne fece più nulla a causa delle complessità delle pratiche burocratiche per poterli spedire.

In merito all’ampliamento dei posti relativi allo Sprar a Roma, da 250 a 2550 posti, ciò venne deciso da una legge approvata dal Parlamento. Fu una conseguenza dell’aumento del numero di persone ospitate in tutta Italia: il tetto era stato portato prima a 16.000 e poi a 20.000.

La norma prevedeva però che il numero di persone da ospitare nei centri fosse proporzionale a quello dei residenti. Questo per non creare tensioni e contrasti. In base a questa norma Roma aveva a disposizione solo 250 posti.

Così Odevaine, che vedeva quella norma come una limitazione alla redditività del sistema, andò a parlare col prefetto Angela Pria, direttore del dipartimento immigrazione, per avvisarla della necessità di una sua modifica. Preso atto della situazione, il prefetto contattò l’assessore ai servizi sociali del Comune di Roma per concordare le modalità di tale modifica. Il tutto accadeva verso la fine del 2013.


Odevaine e la gara per il Cara di Castelnuovo

Odevaine chiarisce come il suo compito, con riguardo al gruppo 29 giugno, non si esaurisse nella sollecitazione dei pagamenti nei confronti delle Prefetture. In merito alla sua ex segretaria, Sandra Cardillo, chiamata in causa da Buzzi, Odevaine chiarisce come questa fosse stata per venti anni dipendente del Ministero dei Beni Culturali, svolgendo l’incarico di segretario dell’ex soprintendente archeologico di Roma, il dott. Sandro La Regina.

Quando La Regina andò in pensione, Veltroni gli offrì la poltrona di Presidente di Zetema, la società partecipata dal Comune che si occupa della gestione di gran parte delle attività culturali della città, dai musei alle biblioteche. La Regina accettò e ottenne di portarsi dietro la segretaria personale.

Nelle elezioni per il secondo mandato a sindaco di Veltroni, La Regina venne candidato tra le liste dei DS e chiese a Odevaine di  assumere la sig.ra Cardillo nel suo ufficio di vice capo di gabinetto. Odevaine accettò, in quanto la sua segretaria stava andando in pensione. Quando Odevaine si spostò poi in Provincia, la Cardillo lo seguì con un contratto part time. Cardillo divideva il suo tempo tra l’ufficio della Provincia e quello della Fondazione Integrazione.

La gara per il Cara di Castelnuovo di Porto venne indetta l’8 marzo del 2013 e la 29 giugno vi prese parte. Si trattava del più grande CARA che sarebbe stato aperto nella regione Lazio.

La partecipazione del gruppo afferente a Buzzi avvenne attraverso la cooperativa Eriches, sulla base di un accordo raggiunto con Coltellacci che prevedeva una suddivisione dei ricavi al 50%.

ABC ed Impegno per la Promozione erano le due cooperative che si sarebbero suddivise il lavoro. La comunicazione dell’aggiudicazione della gara avvenne tramite un sms inviato da Tiziano Zuccolo, del gruppo La Cascina. Il 19 luglio 2013 la prefettura richiese alla Eriches la prima serie di giustifiche. Qualche giorno dopo, quando era già andato in ferie, Buzzi ricevette una telefonata da Coltellacci sulla seconda tranche di giustifiche richieste dalla Prefettura. Il 26 luglio, tramite il legale amministrativista della 29 giugno, Brugnoletti, la Eriches inviava la documentazione richiesta.

Si trattava delle spiegazioni legate ai costi sostenuti per i vari kit predisposti per i migranti ospitati nei centri. Il successivo 7 agosto la Garrone veniva invitata a recarsi in audizione in Prefettura per fornire ulteriori spiegazioni.


Le pressioni per fare vincere Auxilium

Se la Eriches aveva vinto quella gara, seconda si era piazzata la cooperativa Auxilium, con pochissimo scarto nel punteggio. Terza era invece Gepsa, società francese del gruppo GdF con una partecipazione nel capitale di ACEA e che rappresentava il gestore uscente.

Al quarto posto si era piazzata la Domus Caritatis di Tiziano Zuccolo e Francesco Ferrara.

Il 26 agosto, di ritorno dalle vacanze, Buzzi chiamava il funzionario della Prefettura Zottola, per sapere se c’erano novità sulla gara di Castelnuovo. Zottola gli rispondeva che ancora non avevano deciso e che se ne sarebbe riparlato a settembre. La commissione si sarebbe in effetti riunita il 12 settembre, con ancora un nulla di fatto.

Il 14 settembre Buzzi chiamava Odevaine. La gara era diventata un chiodo fisso per lui, anche perché in tre anni offriva un ricavo di venti milioni, il doppio dei ricavi fatturati annualmente dalla 29 giugno. Il giorno 20 settembre la Prefettura chiedeva alla Eriches ulteriori chiarimenti. Buzzi, che non ci vedeva chiaro, decideva di chiamare la segretaria di Umberto Marroni, Isabella Perugini, per discutere con l’allora capogruppo del PD in Assemblea Capitolina.

Da una fonte a lui vicina era venuto a sapere che c’era stato un intervento del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico mirato a fare vincere la gara ad Auxilium. Dunque l’attesa ara legata alla necessità di trovare qualche appiglio nell’offerta della Eriches, così da poterla escludere. Il 21 settembre Buzzi incontrava Umberto Marroni per farlo intervenire su Bubbico.

Il 23 settembre la Garrone si recava ancora in Prefettura per un’ulteriore audizione di richiesta informazioni. Il 24 settembre Buzzi veniva a sapere che la Eriches si era aggiudicata l’appalto.

Il 27 settembre avveniva l’aggiudicazione ufficiale. Il 16 gennaio Auxilium presentava ricorso al TAR: la cooperativa arrivata seconda non chiedeva la sospensiva ma un giudizio di merito.

La decisione veniva rinviata il 13 marzo 2014. Nelle more, il primo marzo Eriches firmava il contratto, venendo così immessa al servizio con la clausola che se avesse perso il ricorso al TAR sarebbe uscita senza nulla a pretendere. Intanto Gepsa, il gestore uscente, decideva di presentare un’istanza di sospensione al presidente della commissione di gara, dott.ssa Sandulli. A quel punto la Sandulli, senza ascoltare gli altri componenti della commissione, decideva di sospendere il contratto.

Buzzi veniva a conoscenza da parte del prefetto Paola Varvazzo di un conflitto di interessi in capo alla Sandulli. Qualche giorno dopo la Varvazzo gli forniva le prove di questo conflitto, attraverso un documento relativo alla società Proedi. Si trattava di una società di proprietà della Sandulli e di suo marito, che svolgeva il servizio di manutenzione all’interno del Cara di Castelnuovo, sulla base di una trattativa privata indetta dalla Prefettura di Roma. Era una situazione talmente anomala ed evidente da destare un certo imbarazzo.


La denuncia di Buzzi

Ed infatti il Prefetto di Roma era intervenuto per impedire che tale situazione si potesse protrarre. Durante il processo in corso Buzzi si è potuto rendere conto di come la Varvazzo avesse fornito un’analoga documentazione anche alla Auxilium. A quel tempo Buzzi cercava di fare uscire sui giornali la notizia sulla Sandulli e sul ricorso della Auxilium.

A tale scopo si recava spesso a trovare Franco Panzironi presso la fondazione Sturzo. Panzironi, a sua volta, lo indirizzava verso Alemanno, amico di Alessandro Chiocci direttore del Tempo. Il 12 ottobre usciva finalmente sul Tempo l’articolo sul conflitto di interessi della Sandulli. Al termine dell’esame il TAR dava torto alla Eriches per un’anomalia nell’offerta, attribuendo la vittoria della gara su Castelnuovo ad Auxilium. Il 15 marzo la Varvazzo forniva a Buzzi un documento che dimostrava come Angelo Chiorazzo, il gestore della Auxilium,  avesse denunciato quel conflitto di interesse ben due anni prima di quella gara.

Ed il Prefetto di Roma, il 7 febbraio 2012, aveva anche scritto un esposto alla Procura della Repubblica. Il 19 marzo il Tempo pubblicava la notizia e Buzzi, a seguito dell’esclusione della Eriches, chiedeva all’on. Micaela Campana di presentare un’ interrogazione parlamentare sulla questione. La Campana assieme a Marroni rappresentavano i parlamentari di riferimento di Buzzi e delle sue cooperative.

Alla fine, ammette Buzzi in aula con amarezza, nessuno dei due deputati presenterà l’ interrogazione da lui richiesta. Dalle intercettazioni del 19 marzo è poi emerso come quell’interrogazione fosse stata bloccata dal viceministro dell’Interno Bubbico. Era la deputata Campana, il 25 marzo, a spiegare a Buzzi di come fosse stato Bubbico ad opporsi.

In quel periodo Buzzi si stava impegnando nella ricerca di una struttura alternativa al Cara di Castelnuovo. Quella struttura sarà Borgo del Grillo. Il Cara di Castelnuovo si trovava in una zona a rischio esondazione e poteva ospitare al massimo 600 persone, anche se in quel momento ne accoglieva 900. Borgo del Grillo avrebbe permesso di decongestionare il Cara di Castelnuovo e in più non vi erano le problematiche legate all’esondazione.

L’immobile di Borgo del Grillo apparteneva all’imprenditore Sergio Tartaglia, amico di Stefoni sindaco di Castelnuovo. Quest’ultimo, assieme alla Eriches, avrebbero voluto acquistarlo per destinarlo all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Per quella struttura la Eriches si era già aggiudicata una gara sull’accoglienza, ed è esaminando attentamente tale gara che Buzzi elaborava la necessità di prender in gestione la struttura di Tartaglia. L’accordo economico con Tartaglia veniva raggiunto in breve tempo.

A differenza dell’altro Cara, Borgo del Grillo era composta da 107 appartamenti, affittati al prezzo di 320 euro al mese ciascuno. L’accordo prevedeva una spesa complessiva da parte della Eriches di 35 mila euro al mese. L’immobile non aveva bisogno di avere autorizzazioni particolari, essendo già in regola.

Buzzi e Odevaine avevano conosciuto il sindaco di Castelnuovo Fabio Stefoni prima che fosse eletto sindaco, in quanto per diverso tempo la 29 giugno aveva gestito la raccolta dei rifiuti per quel comune. Stefoni, oltre ad essere del PDL, era anche incorruttibile. Anche il braccio destro di Stefoni, Flavio Ciambella, non aveva mai chiesto soldi a Buzzi.

Racconta Buzzi di essere stato lui il primo a parlare con il vicesindaco del PD di Castelnuovo, Alfonso Pedicino, circa l’opportunità di conferire a Stefoni un contributo elettorale regolarmente registrato. Nella vicenda di Castelnuovo Carminati non è entrato in alcun modo. Buzzi chiese a Ietto di fornire i pasti per Castelnuovo ma Ietto declinò l’offerta in quanto Castelnuovo era troppo fuori mano per lui. (cm)

Buzzi e il Cara di Mineo

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ll bando sartoriale per il centro Enea

L’udienza del 13 marzo del processo a Mafia capitale è proseguita con le dichiarazioni di Salvatore Buzzi in merito ai suoi rapporti con Luca Odevaine ed al ruolo di quest’ultimo quale consulente per le cooperative sociali.

Buzzi passa a descrivere il bando relativo alla gestione del centro per l’accoglienza immigrati Enea, sito a Roma in via Boccea n.530 gestito dall’Arciconfraternita, che accoglieva circa 400 persone. Racconta l’ex ras delle cooperative sociali come quel bando fosse un bando “sartoriale”, costruito apposta per far vincere l’Arciconfraternita.

Secondo Buzzi quando viene indetto un bando per ospitare tutte assieme 650 persone vengono escluse automaticamente da esso tutte quelle organizzazioni minori. In buona sostanza quella gara poteva essere vinta solo da organizzazioni che avevano la disponibilità di immobili di grandi dimensioni, come ex conventi o strutture afferenti a complessi religiosi. 

Disponibilità che solo la Domus Caritatis poteva avere. Nel 2012 l’Arciconfraternita, organizzazione afferente al Vicariato di Roma, si era fusa con La Cascina, società riconducibile invece a Comunione e Liberazione.

Racconta Buzzi come quello relativo al centro Enea fosse un bando costruito ad hoc dall’amministrazione di Walter Veltroni, proseguito poi con l’amministrazione del prefetto Mario Morcone e aggiudicato dall’amministrazione di Gianni Alemanno. Un esito preannunciato, quello del bando del centro Enea, che ha attraversato ben tre amministrazioni di colore politico diverso.

E il tutto nello stesso anno, il 2008. Buzzi sottolinea come in quel periodo fosse membro della Commissione di gara Patrizia Cologgi, che all’epoca in cui Odevaine era vice capo di gabinetto di Veltroni ricopriva il ruolo di responsabile della protezione civile comunale. “Era il braccio armato di Odevaine quando Odevaine era vice capo segreteria di Veltroni” spiega Buzzi.

Assieme alla Cologgi Odevaine realizzerà anche i primi due campi rom di Castel Romano. Spiega il ras delle cooperative sociali come in termini di cifre il centro Enea fatturasse 12.870 milioni sui base annua, ed il bando aggiudicato dalla Domus Caritatis sarebbe durato 10 anni.


La gara per il Cara di Mineo

Buzzi passa poi a descrivere la gara per la gestione del CARA di Mineo. Si trattava della struttura che aveva accolto i militari americani di stanza alla base USA di Sigonella, struttura che era stata abbandonata dall’amministrazione statunitense per via dei costi elevati. La proprietà era del gruppo Pizzarotti, in buoni rapporti con l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.

Quando viene indetta la gara per la gestione di quel centro da parte del consorzio Calatino, consorzio formato da una serie di comuni che vedeva come capofila quello di Catania, Buzzi chiede all’europarlamentare Goffredo Bettini di organizzargli un incontro con Gianni Letta, per cercare di conoscere qualche membro della commissione di gara.

Ricorda l’ex ras delle coop sociali come quell’incontro gli costò, tra cene e finanziamenti elettorali, 31.500 euro. Quei soldi erano destinati al finanziamento della campagna elettorale per le europee del 2014 dello stesso Bettini.

In realtà l’ incontro con Gianni Letta, che in effetti avvenne, non sarebbe servito a nulla in quanto, come riferirà Luca Odevaine nel corso di una intercettazione tratta dagli uffici della Fondazione Integrazione il giorno 21.03.14, tutto era già stato stabilito.

Nella conversazione, mentre parla col suo commercialista Stefano Bravo, Odevaine racconta di come si rese conto, in occasione del suo primo viaggio a Mineo per il quale aveva ricevuto l’incarico di presidente di commissione di gara, che  l’esito di quella gara fosse già stato determinato. Era appena arrivato all’aeroporto di Catania ed a prenderlo era andato l’allora presidente della provincia e futuro sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe Castiglione. 

Quando prende posto al tavolo del ristorante Odevaine si accorge che li avrebbe dovuti raggiungere una terza persona. Quella persona era la stessa che si sarebbe dovuta aggiudicare la gestione di Mineo : “quando io ero andato giù … mi è venuto a prendere lui all’aeroporto … mi ha portato a pranzo … arriviamo al tavolo … c’era pure un’altra sedia vuota … dico eh “chi?” … e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara (ride)…”.

Salvatore Buzzi passa quindi a descrivere il centro Staderini, di via Staderini 9 sempre a Roma, come “un’altra vergogna del Comune”. Il centro ospitava 400  immigrati all’interno di un edificio che non aveva l’abitabilità. E per tale ragione è stato infatti svuotato nel febbraio 2013, al termine dell’emergenza Nord Africa.

In quell’occasione, racconta il ras della 29 giugno, il proprietario della struttura si rivolse a lui ed a Coltellacci per affittarglielo. La loro risposta fu però negativa proprio in considerazione della sua condizione di irregolarità, a rischio di chiusura in caso di verifica.

Malgrado la mancanza dei permessi, quel centro era stato affittato fino al 2013 all’Arciconfraternita, accogliendo a prezzi che Buzzi definisce “esorbitanti” ben 400 immigrati.


Buzzi: “solo nel 2014 abbiamo capito che Odevaine era un bluff”

La difesa di Buzzi, l’avvocato Santoro, domanda al suo cliente se aveva contezza delle agevolazioni ottenute da Odevaine, oppure se si trattava solo di una speranza e Buzzi risponde che la contezza in realtà non l’hanno mai avuta: “(solo) nel 2014 abbiamo capito che era un bluff”.  Dunque fino al 2013 la convinzione del ras delle cooperative sociali e dei suoi dipendenti era che effettivamente Odevaine li agevolasse.

In seguito, quando cominciano a notare che in alcune gare importanti non venivano neanche convocati, decidono di lasciarlo perdere. Questo per quel che riguarda le gare. Diverso invece il discorso per quanto riguarda i pagamenti, che in effetti Odevaine sollecitava, in particolare quelli che riguardavano la Prefettura.

Del resto 5000 euro al mese non era una gran cifra per Buzzi.  Un giorno Buzzi decide di contattare per telefono Odevaine, il quale neanche gli rispondeva. Ma quando a chiamarlo era stata la volta di Ferrara, che si trovava in quel momento con Buzzi, Odevaine sollevava prontamente il ricevitore. E’li che il ras delle coop capisce come le supposte agevolazioni offerte da Odevaine fossero in realtà più’ che altro millanterie. Era noto che comunque Odevaine intendeva trasferirsi in Venezuela, dove aveva diverse attività, mentre il suo braccio destro Mario Schina si sarebbe dovuto trasferire a Cuba. (cm)

Il capitale sociale di Odevaine

Odevaine Luca

 

Nell’udienza del 13 marzo al processo Mafia Capitale Salvatore Buzzi ha parlato dell’attività di accoglienza degli immigrati a Roma.

Il ras della 29 giugno ha ripercorso il suo legame con con Luca Odevaine, incontrato per la prima volta nel 2001 quando il comune di Roma era guidato dalla giunta di Walter Veltroni. Ed è proprio a Veltroni che Odevaine fa capo, ricoprendo il ruolo di vice capo di gabinetto del sindaco. Veltroni aveva un capo di gabinetto ufficiale ed un vice che si occupava delle questioni più operative, Odevaine appunto.

Nel 2008, quando Veltroni si dimette da sindaco di Roma per correre alle politiche come candidato premier del PD, Odevaine viene assunto dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti come capo della polizia provinciale e capo provinciale della Protezione Civile.

In questa veste si rapporterà spesso con Buzzi e le sue cooperative per le questioni relative all’accoglienza.


Il patrimonio sociale di Odevaine

Buzzi racconta come Odevaine potesse vantare su un patrimonio di relazioni sociali molto elevato, patrimonio che mise a frutto con la sua organizzazione, consentendogli di vincere numerose gare ed appalti. Come quella indetta della Prefettura di Roma per l’accoglienza di 512 richiedenti asilo. In cambio Buzzi ha versato per tre anni ad Odevaine una tangente mensile da 5.000 euro, tangente mascherata da contratto di affitto per tre appartamenti, rispettivamente per lui la figlia e l’ex moglie.

Ma l’asservimento della funzione di Odevaine quale rappresentante delle provincie al tavolo di coordinamento per l’immigrazione, aperto presso il Ministero dell’Interno, è antecedente rispetto all’accordo con Buzzi. Esso risale, grosso modo, all’epoca della giunta Veltroni ed al ruolo assunto dall’Arciconfraternita del SS. Sacramento del S.Trifone nella gestione dei migranti. I dipendenti della 29 giugno chiamavano scherzosamente quest’ultima il braccio armato del Vicariato di Roma.

Il Vicariato aveva raggruppato tutta l’attività dell’accoglienza, in precedenza gestita dalla Caritas e da altre organizzazioni religiose, sotto la guida unica dell’Arcioconfraternita. Causando in questo modo non pochi malumori all’interno dell’associazionismo cattolico romano.

Odevaine aveva un ottimo rapporto con il dominus dell’Arciconfraternita, Giuseppe Ferrara, e per il suo ruolo di “facilitatore” veniva premiato con una tangente mensile da 10 mila euro, che in alcune occasioni diventava anche di 20 mila.

In seguito il Cardinale Vallini obbligava Ferrara a creare una nuova cooperativa sociale, impedendogli così di usare il nome dell’Arciconfraternita per attività connesse ai suoi interessi personali. Nasce così la cooperativa Domus Caritatis.

Ferrara l’uomo di Rutelli

Ferrara aveva un profilo professionale molto importante, avendo ricoperto dal 2006 al 2010, durante la presidenza di Piero Marrazzo, il ruolo di vicesegretario della Regione Lazio. Ad attribuirgli tale carica era stato Francesco Rutelli, essendo Ferrara un suo uomo. “Tanto è vero – racconta Buzzi – che lo troviamo anche coinvolto nella vicenda dei fondi di Lausi”.

Ancora Ferrara viene incaricato di coordinare la campagna elettorale di Rutelli per le comunali del 2008, contro Gianni Alemanno. E lo ritroviamo anche come coordinatore della campagna di Alfio Marchini nelle elezioni comunali del 2013, elezioni vinte poi da Ignazio Marino.

In un confronto sul peso delle rispettive organizzazioni in relazione alla gestione dell’accoglienza a Roma, Buzzi fa notare come le cooperative di Ferrara gestissero circa 900 posti contro i 300 di Buzzi e del suo socio Sandro Coltellacci.  Quando Nicola Zingaretti termina il suo mandato di Presidente della Provicnia di Roma, Odevaine decade da Capo della polizia e della Protezione civile provinciale. Ed e’ a questo punto che decide di reinventarsi imprenditore, mettendo su una serie di attività in Venezuela. Nel 2010, sempre Odevaine, aveva creato la fondazione Integrazione che aveva come mission quella di favorire l’integrazione dei popoli e la convivenza democratica. In quel periodo aveva uno studio in via Sicilia, all’interno di uno stabile di proprietà del gruppo Pulcini. Il gruppo Pulcini possiede questo palazzo situato al n. 158 di via Sicilia, cosi’ come quello al n.160, quest’ultimo lasciato pero’ in uno stato di completo abbandono. Al n. 160 i primi due appartamenti erano locati a privati mentre tutti gli altri erano completamente vuoti. Pulcini aveva concesso a Odevaine quelli al piano terra, ad un prezzo irrisorio, in cambio della loro ristrutturazione. 

Dato che si stava separando dalla moglie Alessandra Garrone, Buzzi aveva intenzione di prendere per se uno di degli appartamenti di quello stesso stabile rimasti liberi. Daniele Pulcini gli disse però che a breve avrebbero ristrutturato tutto l’edificio per farci un albergo. Dunque l’operazione di Buzzi non appariva conveniente.

Buzzi riferisce in aula di come la ristrutturazione degli appartamenti in mano a Odevaine, costata 100 mila euro circa, fosse stata effettuata da la Cascina.


Odevaine pagato dalla Cascina perché temuto

Racconta l’ex ras della 29 giugno di come Odevaine avesse intenzione di restituirgli i soldi da lui pagati per sbaglio e relativi ad una fattura emessa dalla 29 giugno per operazioni inesistenti. Quella fattura venne poi messa in pagamento per un importo pari a 17 mila euro. Odevaine, che doveva avere parecchi soldi in nero dalla cooperativa di Ferrara, la Domus Caritatis, spiegava a Buzzi che poteva riavere quei 17 mila euro da Ferrara. Ferrara doveva fatturare a Buzzi 17 mila euro, Buzzi avrebbe pagato quella fattura e poi Cascina o Domus Caritatis gli avrebbero ridato i soldi in nero.

Il sostegno di Buzzi a questa soluzione prospettata da Odevaine derivava dal fatto che in questo modo egli avrebbe trovato un nuovo canale per alimentare la cassa del denaro non tracciato. Ma in realtà Ferrara non aveva intenzione di pagare Odevaine, in quanto in quel periodo i rapporti tra i due  si erano raffreddati.

Di fatto ne la Cascina ne tanto meno Ferrara avevano più bisogno dei servigi di Odevaine, avendo trovato dalla loro parte, ovvero dalla parte di Comunione e Liberazione, sia il ministro degli Interni Angelino Alfano che il sottosegretario alle Politiche Agricole Giuseppe Castiglione. Ma nonostante ciò Ferrara e la Cascina continuavano a versare soldi ad Odevaine, per timore che si potesse vendicare mettendo loro i bastoni tra le ruote.


Ferrara: il nostro uomo all’Avana

Riferisce inoltre Buzzi come Ferrara avesse messo in piedi operazioni estero su estero con base Cuba. Nell’isola caraibica infatti la Cascina aveva creato importanti attività imprenditoriali.

Quando la difesa di Buzzi, l’avvocato Pier Gerardo Santoro, domanda al suo cliente se anche la 29 giugno avesse provato ad effettuare operazioni estero su estero, il ras delle cooperative sociali risponde di averci inutilmente provato diverse volte  senza alcun successo.

Racconta Buzzi come la 29 giugno abbia provato a spedire a Cuba due camion per la raccolta dei rifiuti, due compattatori, senza per altro riuscirci, a causa delle procedure burocratiche estremamente farraginose vigenti nell’isola.

Nel periodo che va dal febbraio 2012 fino alla fine del rapporto avvenuta nell’ ottobre 2014, la somma complessivamente versata da Buzzi a Odevaine ammonta a circa 165.000 euro.


Odevaine e il centro per l’impiego di Rosarno

Ripercorre Buzzi la vicenda del centro per l’impiego per immigrati aperto dalla fondazione Coca Cola a Rosarno, in collaborazione con la fondazione Integrazione di Odevaine e durato solo un anno, dal 2012 al 2013. In quel progetto Buzzi aveva avuto solo un ruolo marginale, limitato alla presentazione di Campennì ad Odevaine, come dimostrato dalle intercettazioni.

Buzzi aveva intenzione di presentare un suo progetto da realizzare in collaborazione con Odevaine. Il progetto di Odevaine sponsorizzato da Coca Cola vedeva direttamente coinvolti gli immigrati ed era finanziato dalla Comunità Europea. Il progetto che invece Buzzi intendeva presentare avrebbe dovuto essere finanziato attraverso fondi regionali, con il coinvolgimento delle province di Vibo e di Roma. 

All’incontro partecipò anche il consigliere Galloro, nella veste di rappresentante del presidente Zingaretti. Ma nonostante l’accordo, il progetto venne abbandonato per via del suo costo elevato a fronte di un ritorno incerto.

Durante tutta la fase operativa di quel progetto Buzzi si era fatto accompagnare in lungo e in largo per la Calabria da Giovanni Campennì, il quale aveva già lavorato con lui nel 2008 presso il CARA di Cropani. Ma dopo una serie di incontri con Odevaine, Campennì e Schina, avvenuti nel 2010, alla fine il progetto venne abbandonato.

Racconta Buzzi come il centro per l’accoglienza che aveva intenzione di aprire in provincia di Catanzaro, a Falerna, alla fine verrà realizzato da Odevaine e dalla sua Fondazione Intergazione.   

Legata alla realizzazione di questo progetto fu la visita di Campennì a Roma. Scopo del viaggio era quello di incontrare Luca Odevaine per pianificare alcuni aspetti operativi. Era il 23 gennaio 2010, esattamente lo stesso giorno in cui venne arrestato l’ex amministratore delegato della Breda Menarini Roberto Geraudo.

L’ad della società del gruppo Finmeccanica, dalla quale il comune di Roma aveva acquistato 45 autobus, era stato tratto in arresto per una tangente da 600 milioni di euro versata all’ad di EUR spa, Riccardo Mancini, braccio destro del sindaco Gianni Alemanno, nonche’ ex tesoriere della sua campagna elettorale a sindaco di Roma. Mancini verrà arrestato qualche giorno dopo a seguito delle prime confessioni del manager di Finmeccanica.(cm)

Buzzi e le tangenti al sindaco di S.Oreste

Sant'Oreste

 

Nell’udienza del 13 marzo il dominus del sistema di cooperative sociali della Capitale d’Italia Salvatore Buzzi ha ripercorso con il suo avvocato Pier Gerardo Santoro la vicenda relativa ad una presunta turbativa ed una presunta corruzione legata al comune di S.Oreste.

Racconta Buzzi come il legame con quel comune inizi casualmente nel luglio del 2013, attraverso la conoscenza del sindaco Sergio Menichelli. L’incontro tra i due sarebbe avvenuto a Morlupo, dove la 29 giugno gestiva la raccolta differenziata dei rifiuti, così come anche a Castelnuovo di Porto. Le percentuali molto elevate di differenziata raggiunte in quei due comuni rappresentavano un ottimo  biglietto da visita per quelle amministrazioni interessate ad esternalizzare quel servizio.

Tra queste vi era appunto anche il comune di S.Oreste. Fu dunque un consigliere comunale di quest’ amministrazione  impiegato presso l’ufficio tecnico del comune di Castelnuovo a fare da sponsor  alla 29 giugno. Succede poi che nel luglio 2013 Buzzi ed il sindaco di S.Oreste Menichelli si trovano casualmente a Morlupo per diverse ragioni. I due fanno reciproca conoscenza grazie al sindaco di Morlupo Fabio Stefoni e cominciano a discutere di raccolta differenziata.

A quel tempo S.Oreste gestiva il servizio di raccolta rifiuti ancora in maniera autonoma. Dopo l’estate, l’ 8 settembre, Menichelli contatta nuovamente Buzzi poiché alcuni degli addetti al servizio sarebbero andati in pensione ed il sindaco non era in grado di rimpiazzarli agevolmente, essendo inquadrarti come dipendenti comunali.


L’accordo corruttivo

L’accordo raggiunto è un affidamento diretto iniziale del servizio tramite ordinanza contingibile e urgente, in attesa di indire la gara, a far data dal 7 ottobre. L’ordinanza in questione verrà in seguito revocata  per inadempienza della 29 giugno. Ne verrà emessa una seconda per regolarizzare l’affidamento in urgenza.

In questo quadro generale rientra anche la figura di Marco Placidi, allora capo dell’ufficio tecnico nel comune di S. Oreste. Il suo risuolo era quello di alter ego del sindaco Menichelli per le questioni prettamente pratiche. Ed è in questa veste che Placidi è stato, per tutto il tempo che ha preceduto la gara, l’interlocutore privilegiato per la 29 giugno e per Buzzi.

Nella sua attività investigativa il Ros ha censito una serie di incontri tra Buzzi ed il sindaco Menichelli. Buzzi racconta in aula come nel primo di questi, avvenuto in un ristorante in occasione di una cena, il sindaco gli abbia chiesto l’assunzione di una decina di persone. Spiega il presidente della 29 giugno come quella rappresentasse una prassi abbastanza diffusa tra i sindaci dei comuni che avevano appena affidato il servizio di raccolta rifiuti alla 29 giugno.

A quella cena, oltre a Menichelli, partecipa anche Placidi. Tra le varie intercettazioni del Ros vi è anche una conversazione tra Buzzi ed il suo collaboratore nel settore raccolta rifiuti, Raniero Lucci.  I  due conversano sul prezzo del servizio, argomento di cui Buzzi aveva discusso a tavola con Menichelli. La richiesta della 29 giugno era di 30 mila euro al mese per quattro mesi, per un importo complessivo di circa 120 mila euro. Durante la cena Placidi e Buzzi escono a parlare in privato.

Nella conversazione Placidi chiede a Buzzi se fossero soliti corrispondere una somma di denaro al sindaco o all’ufficio tecnico, una volta ottenuto l’affidamento: “come vi comportate negli altri comuni?”. Buzzi risponde che negli altri comuni non davano neanche una lira e Placidi allora insiste, facendo capire che oltre a lui ci sarebbero state altre due persone da “oliare” (lui, il sindaco ed una terza persona, un fantomatico consigliere comunale del quale non viene mai fatto il nome). “A noi cui serve il 5%” dice espressamente Placidi a Buzzi, (seimila euro).Di fronte a questa richiesta Buzzi accetta.


La prima tangente

Il 7 di ottobre la 29 giugno inizia a gestire la raccolta differenziata a S.Oreste. Il 9 ottobre Placidi manda un sms a Buzzi per ricordargli dell’accordo corruttivo “riusciamo a vederci più tardi?”. Buzzi lo chiama e fissa un incontro alle 19:30, a Labaro. Quella sera Buzzi avrebbe visto a cena il sindaco di Castelnuovo, Stefoni, per discutere della gara appena vinta relativa al CARA. A cena Placidi, oltre a ricevere i primi seimila euro da Buzzi, racconta di gestire un agriturismo dal nome Panta Rei.

Buzzi, che era in costante ricerca di luoghi in cui ospitare i richiedenti asilo, propone a Placidi di andarlo a visitare per eventualmente inserirlo tra le residenze della 29 giugno. Il 14 ottobre Buzzi e Chiaravalle si recano in sopralluogo presso l’agriturismo Panta Rei. Prima di quella visita i due vanno a trovare Stefoni e Placidi, per questioni legate al Cara di Castelnuovo. In quell’occasione Buzzi versa una seconda tangente a Placidi.

Le somme di denaro erogate a Placidi erano sempre in contanti. Buzzi aveva rinegoziato l’importo della tangente stessa dopo essersi reso conto di come il 5% fosse insostenibile: l’importo della gara vinta dalla 29 giugno era di 3 milioni per sette anni, e Buzzi avrebbe dovuto corrispondere complessivamente a Placidi e Menichelli 150 mila euro. Dunque il ras della 29 giugno rinegozia l’importo della tangente al 3%.

Placidi non accetta positivamente questa rinegoziazione, tanto che revoca l’ordinanza straordinaria con la quale il comune aveva affidato il servizio alla 29 giugno. La motivazione ufficiale era l’inadempienza della 29 giugno: avrebbe dovuto predisporre i cassonetti per la differenziata, cosa che però non fece. Buzzi aveva però pagato la tangente in anticipo per i quattro mesi che precedevano la gara. Il rischio per Buzzi e la 29 giugno era di perderla.

L’impressione era che Placidi si fosse fatto corrompere da un’altra ditta. Il comune di S. Oreste adotta la seconda ordinanza straordinaria che sostituiva quella revocata. Il 17 aprile 2014 Placidi chiama ancora una volta Buzzi per chiedergli un nuovo appuntamento. Buzzi intuisce l’oggetto di quell’incontro, ovvero il rispetto da parte sua dell’accordo corruttivo, quel 5%. L’incontro tra i due avverrà il 22 aprile. In quell’occasione Buzzi  porta una tangente di 5 mila euro relativa ai mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio.

Solo che i soldi che avrebbe dovuto dargli avrebbero dovuto essere 6 mila. Nel libro nero gestito e custodito da Nadia Cerrito, alla data del 22 aprile compare la cifra di 5 mila euro, con a fianco la lettera P che si riferisce appunto al percettore vale a dire Placidi. Quest’ultimo si lamenta con Buzzi per i 5 mila. Buzzi, che intuisc di essersi sbagliato, fissa un nuovo incontro con lui per il 24 aprile. In previsione di questa nuova visita a S. Oreste Buzzi si reca presso la Unipol Banca a prelevare il contante.

La 29 giugno aveva stipulato una convenzione con quella banca per avere 25 mila euro ogni due settimane. Il denaro liquido serviva per dare agli immigrati ospitati nei Cara i 2.5 euro al giorno di cui avevano diritto, in base agli accordi internazionali. La gara verrà vinta dalla 29 giugno dopo l’esclusione della Diodoro ecologia.


Il versamento delle tangenti a Placidi

Per evitare di incorrere in nuovi errori Buzzi decide di versare a Placidi la tangente ogni mese. Come risulta dall’intercettazione, il dieci giugno Buzzi preleva duemila euro che vengono poi segnati come uscita sul libro della Cerrito. L’11 luglio Buzzi torna di nuovo a S. Oreste per portare altri 1.500 euro sempre a Placidi. La tranche successiva è del 6 agosto, giorno in cui Buzzi si reca ancora una volta a S. Oreste poco prima di partire per le vacanze.

La somma versata in quell’occasione è di duemila euro, annotata nel libro della Cerrito. Di ritorno dalle vacanze, il 10 settembre, Buzzi si reca a S.Oreste, anche se nel libro l’uscita di cassa viene annotata il 4 settembre , questo perché il prelievo era stato effettuato proprio in quel giorno, ma poi per un cambio di programma Buzzi aveva preferito rimandare l’incontro con Placidi.

Complessivamente a settembre Placidi aveva ricevuto da Buzzi 6.500 euro. Dato che la gara era stata vinta, il 24 giugno Buzzi paga la penultima tranche.  In base al capitolato d’appalto la 29 giungo avrebbe dovuto iniziare il servizio di raccolta rifiuti il 27 settembre. L’ultima rata relativa all’affidamento in urgenza viene versata da Buzzi il 23 ottobre, come risulta dal libro della Cerrito. Complessivamente sommando i 6.000 euro versati nel 2013 ai 14.500 del 2014 Placidi riceverà da Buzzi 20.500 euro.

A partire dal Mese di novembre Buzzi avrebbe versato a Placidi la tangente commisurata al 3% dell’importo della gara. Intanto il bando Sprar, al quale avrebbe dovuto concorrere l’agriturismo di Placidi, sarebbe scaduto il 18 ottobre. Entro quella data la coop 29 giugno presenta un progetto che se avesse vinto metà dell’importo sarebbe andato a Placidi per l’attività di pulizia e di fornitura pasti.

Il bando viene presentato proprio quel 18 ottobre. Il 29 gennaio 2014 vengono  presentate le graduatorie e la parte del progetto della 29 giugno elaborata dal comune di S. Oreste viene esclusa per carenza documentale.

n breve inciso, per essere precisi un ritorno, sull’argomento della cassa in nero. Buzzi ribadisce in aula come questa venisse alimentata in diversi modi: attraverso le fatture per operazioni inesistenti emesse da Petrolgest; attraverso l’utile in nero che Clemenzi corrispondeva con riferimento alla OML srl, di cui la 29 giugno era socia al 40%; il pagamento in nero dell’affitto per Ciampino e poi qualche vota Testa ha pagato fatture emesse dalla 29 giugno, riportando indietro il contante. (cm)

Quei blindati della FIAT al regime somalo

Siad Barre

In un articolo del quotidiano La Stampa del 13 febbraio 1978 l’inviato Francesco Fornari da conto dello scoppio di nuovi focolai di conflitto armato in Somalia. Il governo della Repubblica Democratica Somala richiama i riservisti e i congedati, aprendo anche all’arruolamento di volontari, da inviare nella provincia denominata Ogaden. Mogadiscio denuncia un intervento non richiesto da parte di truppe sovietiche e cubane, un’ingerenza negli affari africani che “mette a rischio – si legge nel comunicato ufficiale – l’esistenza della Somalia“. Il comunicato specifica inoltre come “quello che sta accadendo nel Corno d’Africa era un problema di natura regionale che avrebbe dovuto essere risolto senza l’intervento di potenze straniere“.

Il comunicato si conclude con l’intenzione del governo di “rivedere i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica ed altri paesi“. Nel proclamare lo stato d’emergenza il Comitato centrale del partito socialista somalo invita ogni connazionale a considerarsi parte di questa mobilitazione generale, impegnandosi nella difesa della propria nazione. Secondo gli osservatori internazionali la Somalia era già da diverso tempo coinvolta nel conflitto, con le unità regolari dell’esercito a combattere apertamente accanto agli insorti contro i militari etiopi. I rapporti parlano di 35 mila tra regolari e partigiani, opposti ad almeno 80 mila soldati che combattono sotto le insegne del governo etiope. Di questi ultimi almeno 3000 sarebbero sovietici, mentre altri 1500 sarebbero di nazionalità cubana.

Secondo alcune fonti i cubani avrebbero istituito un campo d’addestramento ad Avash, mentre l’aviazione russa, equipaggiata con Mig 21 e Mig 23, avrebbe creato una base a Debre Zeit. L’unione sovietica avrebbe equipaggiato l’esercito eritreo con lanciarazzi katiuscia, artiglieria, carri armati, unità mobili radar, oltre a piloti per caccia e istruttori per i Mig e i nuovi tank di fabbricazione russa.

La Somalia, dal canto suo, si serve dei crediti commerciali nei confronti dell’Iran e dell’Arabia Saudita come contropartita per l’acquisto di armi e materiale bellico.

Il Pakistan avrebbe venduto al governo di Mogadiscio potenti batterie missilistiche, mentre armi leggere sarebbero state acquistate da Francia, Italia, Libia e Svizzera. La gran parte delle armi in dotazione ai somali è però di fabbricazione sovietica, creando non pochi problemi per i ricambi e le munizioni. Ma la notizia principale viene fornita da un’emittente europea, secondo la quale gli Stati Uniti starebbero attivando un ponte aereo per rifornire di armi il governo somalo. Ufficialmente i Segretario di Stato Cyrus Vance avrebbe negato alcun coinvolgimento da parte del suo Paese, invitando i due stati coinvolti a risolvere pacificamente le loro controversie.

Confine Etiopia Somalia

Le tribù sfidano Siad Barre

Negli anni ’80 il regime somalo riesce ad instaurare un ottimo rapporto diplomatico con l’Italia, grazie all’appoggio del presidente del consiglio Bettino Craxi che nel 1985 versa al governo di Mogadiscio 550 miliardi di lire di aiuti economici. L’accordo prevede anche la nomina del cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, a console onorario della Somalia in Italia.

In un rapporto del maggio 1984 redatto dall’Ufficio Analisi per l’Africa e l’America Latina dell’Agenzia  Centrale di Informazione degli Stati Uniti viene dipinto il contesto conflittuale che vede contrapposti i vari gruppi tribali che si oppongono alla dittatura da una parte e l’esercito regolare somalo fedele al comandante Siad Barre dall’altra.

I crescenti scontri tra le tribù somale, armate dall’Etipia e dalla Libia e l’esercito regolare somalo vedono quest’ultimo sensibilmente indebolito sul fronte esterno. Salito al potere nell’ottobre del 1969 grazie ad un colpo si stato, l’ex comandante in capo dell’esercito somalo abbraccia l’ideologia marxista e stringe un accordo economico militare con l’Unione Sovietica, accordo che dura fino al 1977.

La ragione della rottura va individuata nella decisione di Siad di attaccare la regione etiope dell’Ogaden. Contro l’Etiopia, appoggiata dall’Unione Sovietica, la Somalia si trova costretta a chiedere l’appoggio degli Stati Uniti, con i quali stringe un accordo che prevede 100 milioni di dollari di aiuti economici e militari. I rischi per l’incolumità dei consiglieri militari e agricoli statunitensi presenti in Somalia aumentano sensibilmente. D’altro canto gli sforzi dei governi di Libia, Etiopia e Unione Sovietica per far cadere il dittatore somalo non sembrano ridursi.

Sebbene rappresentino una costante nella storia del paese, i conflitti interetnici in Somalia sembrano rivestire il ruolo di principale fattore di instabilità.

Somalia Tribal Challange to Siad

Aumentano i rifornimenti di armi ai clan

La conflittualità tra i principali gruppi etnici, il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (SDSF) ed il Movimento Nazionale Somalo (SNM), sembra crescere in parallelo alla rispettiva disponibilità di armamenti. Alcune piccole tribù dissidenti si riforniscono attraverso il furto, l’acquisto su canali non ufficiali e le donazioni da parte dell’esercito somalo. Tra queste il Fronte Occidentale di Liberazione Somalo, un gruppo sostenuto dal governo di Siad Barre allo scopo di contendere all’Etiopia il controllo della regione dell’Ogaden. Il traffico di armi fiorisce lungo le frontiere della Somalia a causa principalmente delle scarse forze su cui può contare la polizia di frontiera.

Le armi più diffuse tra le tribù sono gli AK 47, i bazooka ed i lanciarazzi RPG. E’ stato lo stesso regime somalo ad avere stimolato inconsapevolmente la corsa agli armamenti. L’evento scatenante sarebbe stato l’aver armato negli anni ’70 le tribù di frontiera in funzione di polizia. Nel 1983 Siad Barre ordina all’esercito di procedere al disarmo delle tribù meno fedeli.

Ma le conseguenze di questa nuova politica si dimostrano nel lungo termine catastrofiche. Essa innescherà infatti una nuova corsa al riarmo da parte dei vari gruppi etnici dissidenti.

 Altra scelta rivelatasi disgregante è stata quella di coinvolgere nel regime alcune tribù più fedeli come gli Ogadeni, in posizione privilegiata all’interno dell’esercito, rappresentando circa il 30% degli effettivi, ed i Marehan. Secondo gli analisti di intelligence statunitensi questa strategia avrebbe comportato nel lungo periodo un’ erosione del consenso tra le altre tribù.

Non societ ground force weapon

Paesi di provenienza degli armamenti

In un report redatto nel giugno del 1980 dal Centro Nazionale per l’Interpretazione Fotografica della CIA, in occasione della parata indetta per la Festa Nazionale del 21 di ottobre per commemorare la presa del potere di Siad Barre, vengono analizzate le foto di armamenti pesanti in dotazione all’esercito regolare somalo. Scopo della ricognizione fotografica è di comprendere, a seguito della rottura dei rapporti economici e militari con l’Unione Sovietica (nel novembre 1977 vengono espulsi i consiglieri militari russi) quale sia la loro provenienza e fabbricazione.

Nel periodo tra il 1977 ed il 1978 la guerra tra Somalia ed Etiopia per il controllo  dell’Ogaden aveva drasticamente ridotto la disponibilità di armamenti per entrambe i due paesi contendenti.

Secondo fonti diverse tra i paesi fornitori di armamenti alla Somalia  sono indicati: Egitto, Romania, Cina, Kuwait e Pakistan. La documentazione fotografica ha lo scopo appunto di verificare tali fonti. Non esistono immagini precedenti al 1979.

A partire dal 1979 sono state identificate nel territorio somalo ben sei diverse tipologie di sistemi di armamento, che vanno dal carro leggero all’ artiglieria contraerea leggera, ciascuno dei quali importato da un diverso paese.

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L’armamento più recente consegnato in Somalia è il carro della classe Centurion, di fabbricazione inglese. Del Centurion, verso la fine del 1979, sono stati consegnati al governo di Mogadiscio ben 32 esemplari, tutti provenienti dal Kuwait.

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Oltre al Centurion, a far data dal novembre 1979, il governo di Siad Barre è riuscito ad ottenere dall’Egitto anche 44 esemplari del carro armato modello T-54 di fabbricazione russa. E’ stato documentato come questa fornitura sia avvenuta attraverso tre distinte spedizioni, la seconda delle quali presso il porto somalo di Berbera, nei primi giorni del novembre 1979. Non è dato sapere il luogo nel quale i carri vengono custoditi.

Fiat 6616 Armored Scout Car

Dalla rottura delle relazioni militari con l’Unione Sovietica il blindato di fabbricazione italiana FIAT sembra essere l’armamento acquistato in maggior quantità dal governo somalo. Sia nel modello 6616 (Fig. 5) che in quello 6614 (Fig.6) il mezzo è stato più volte fotografato in Somalia. La maggior parte degli esemplari visti a Mogadiscio è giunta nel porto di Berbera nel marzo del 1979. Una seconda spedizione, avvenuta tra l’aprile e il maggio dello stesso anno, è stata avvistata sulla strada di Hargesia. Sebbene non sia dato sapere il numero esatto di blindati consegnati è certo che esso non sia inferiore alle 100 unità.

Romanian and chinese weapons

Altre armi viste per la prima volta nel corso della parata del 21 ottobre del 1979 sono la lanciarazzi multipla da 122 mm di fabbricazione rumena M-1974 (Fig.7), il cannone contraerei da 37mm di fabbricazione cinese (Fig.8) ed il camion M-38A1C di fabbricazione statunitense, con cannone da 106mm di fabbricazione pakistana (Fig.9). Il numero e la dislocazione di questi armamenti sono sconosciuti. (cm)

Gaglianone: “quel che so della mafia l’ho visto solo nei film”

 

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“Tutto quello che ho faticosamente costruito, nel vero senso della parola, è ora sotto sequestro da parte del Tribunale di prevenzione”. E’ il lamento che Agostino Gaglianone, detto Maurizio, ha espresso nel corso dell’udienza dell’otto marzo del processo a Mafia Capitale, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Nato e vissuto a Sacrofano, piccolo paese alle porte di Roma, l’imputato è titolare della Imeg srl. Ereditata dal padre ex minatore, l’impresa era in origine attiva nel settore delle costruzioni,  anche se poi ha allargato il suo campo d’azione nel commercio di materiale edile.

“Tutto quello che da decenni la mia famiglia ha avuto deriva da li” afferma Gaglianone, aggiungendo: “In parte dai fabbricati che mi ha donato mio padre negli anni ’90, e in parte dall’acquisto di terreni da costruzione con dei rustici che ho realizzato e venduto nel corso degli anni”. Si lamenta dei provvedimenti di sequestro ai quali sono sottoposte non solo le attività a lui intestate ma anche quelle delle figlie.

A suo dire quei beni risalirebbero ad un’epoca antecedente alla sua conoscenza di Massimo Carminati. E tuttavia proprio dell’ex NAR l’imputato è stato per tutta la durata delle indagini, dal 2012 al 2014, esecutore e socio in affari. “Carminati l’ho conosciuto dopo, quando tutto quello che avevo era già presente” sostiene in aula. E aggiunge ancora: “Non un bene della mia famiglia è stato acquistato dopo che ho conosciuto Carminati”.

Gaglianone è imputato di avere messo la propria impresa, Imeg srl, a servizio del sodalizio criminale, non solo partecipando a gare vinte attraverso metodi corruttivi ma anche emettendo false fatture,  consentendo così a Carminati di incamerare parte dei proventi delle gare vinte, sotto forma di denaro non tracciato.


Un’impresa edile di un certo livello

Racconta l’imputato di avere lavorato trent’anni per accumulare quei beni che gli sono stati sequestrati: “Io non ho fatto altro che quello che ho sempre fatto nella mia vita, lavorare e accontentare i clienti”. Ribadisce di avere avuto anche discrete soddisfazioni dal lavoro, come la ristrutturazione di Villa Chigi, a piazza Vescovio, o come quella dell’agenzia Bipop Carire in piazza Verdi, a firma dell’architetto Clemente Busiri Vici.

Gaglianone cita poi l’architetto Franco Trabucchi, del quale afferma di essere stato per anni l’impresa edile di riferimento. Trabucchi è l’urbanista che ha redatto il Piano Regolatore Generale della città di Terni. Snocciola ancora l’imputato nomi di istituti assicurativi, le cui sedi la sua impresa ha contribuito a ristrutturare: come le tre filiali della Milano Assicurazioni, due a Roma e una a Viterbo.

E fa i nomi di alti funzionari dello Stato ai quali avrebbe costruito la casa, come il generale Carlo Gualdi, capo della DIA. O di imprenditori di un certo livello, come Laura Bortolini, titolare del marchio dolciario Colussi. Questo per smentire le affermazioni fatte dal Luogotenente del Ros Lucio Fusella, secondo le quali la Imeg srl non aveva nel suo statuto la qualifica di impresa edile. Cerca di scagionarsi l’imputato, affermando che se affettivamente avesse avuto un ruolo determinante nell’attività di corruzione avrebbe ottenuto appalti importanti nell’ambito della pubblica amministrazione, cosa che invece non è avvenuta.


I legami con Iannilli

Gaglianone e la Imeg finiscono nell’indagine sul fallimento Arc Trade in quanto, come confermato da lui stesso, l’imputato ha fatto nel corso degli anni diversi affari immobiliari con Marco Iannilli. Compravano e rivendevano rustici dopo averli ristrutturati. Oltre a ciò il Ros ha inizialmente creduto che Gaglianone fosse in realtà Maurizio Caracciolo, cognato di Iannilli, coinvolto nel fallimento della società. In effetti il soprannome Maurizio non ha molta attinenza col suo vero nome Agostino.

L’imputato smentisce le affermazioni fatte dal maggiore del Ros Di Gangi secondo le quali lui, Carminati, Iannilli e Riccardo Bruggia abiterebbero tutti nella stessa via di Monte Cappelletto, a Sacrofano. E’ vero che la sua villa, quella dove attualmente vive la sua ex moglie, confinava con quella di Marco Iannilli, posta sotto sequestro. Che poi è la stessa dimora nella quale hanno abitato per un certo periodo Carminati e la sua compagna Alessia Marini. Quella casa si trova in effetti in via di Monte Cappelletto.

Così come la porzione di villa bifamiliare acquistata da Carminati da Cristina De Cataldo. Attualmente Gaglianone precisa di risiedere in via Monte Calcaro, distante circa un km da quella strada. In effetti anche Matteo Calvio abitava a Sacrofano, Mentre Iannilli, dopo avere affittato la casa all’ex NAR, si sarebbe trasferito a Formello. Secondo le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Roberto Grilli, Carminati e Riccardo Brugia avrebbero abitato a Sacrofano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Spiega poi l’imputato come le affermazioni fatte dal Capitano Federica Carletti del Ros in base alle quali egli avrebbe custodito la contabilità ed i libri sociali della Arc Trade, società riconducibile a Marco Iannilli, presso i locali della Imeg in via di Val Canneto, non corrispondano al vero.

L’imputato avrebbe custodito solo dei mobili da ufficio, scrivanie e poltrone, appartenute in effetti a Iannilli, presso un deposito afferente alla Imeg in via di Prima Porta n.642. Del resto quel deposito è subaffittato ad altre due società, la Securpol e la Pragma. A seguito di una verifica da parte della Guardia di Finanza l’imputato ha ricevuto il permesso di disfarsi di tutti quei mobili, poiché ritenuti irrilevanti ai fini delle indagini.

Che quei mobili appartenessero alla Arc Trade è documentato da una bolla di accompagnamento e da una fattura rilasciata dalla società che aveva eseguito il trasloco. La circostanza è stata inoltre confermata dalla testimonianza rilasciata in questo processo dal curatore fallimentare della  Arc Trade.


La conoscenza di Carminati

Verso la metà del 2011 l’imputato viene contattato da Fiorella Ottaviani, sua ex moglie, che si lamentava poiché il suo nuovo vicino di casa aveva ordinato a degli operai di abbattere una recinzione. Si trattava della recinzione che separava la proprietà della Ottaviani da quella di Iannilli. Quel vicino era Massimo Carminati. L’ex NAR aveva affittato quella casa, costruita dallo stesso Gaglianone, da Iannilli, dopo avere accettato di proteggerlo da Gennaro Mokbel.

Il vecchio recinto che separava le due proprietà era troppo basso per i suoi cani da guardia, grossi e pericolosi. E ‘ in quell’occasione che il commercialista e locatore presenta a Gaglianone l’ex NAR, ma solo per nome. Si faceva chiamare solo Massimo. Era la prima volta che l’imputato vedeva Carminati. Poco tempo dopo l’ex NAR si presenta a casa sua per chiedergli di aggiustargli il cancello. Gaglianone chiama il suo tecnico di fiducia, Roberto Fanelli, che poi è lo stesso che eseguirà i lavori al campo rom di Castel Romano.

Per quel lavoro Fanelli non si farà neanche pagare, dato che a chiamarlo era stato il suo socio. Dopo un mese circa Sacrofano viene investita da una nevicata eccezionale. E’ la stessa che metterà in ginocchio anche la Roma di Gianni Alemanno.

Alessia Marini contatta nuovamente Gaglianone per farsi ripulire la strada. L’imputato si attiva e gli manda gli stessi operai che avevano pulito la strada di casa alla ex moglie. Alcuni giorni dopo la Marini da incarico a dei suoi operai di fare eseguire una nuova recinzione, al solo scopo di abbellire l’ ingresso principale della villa di Iannilli.

La sera Carminati si presenta a casa di Gaglianone, scusandosi per il disguido sorto per quel muro abusivo, assicurandogli che lo avrebbe fatto abbattere a sue spese, ripristinando la vecchia recinzione. Gaglianone si oppone e fa eseguire i lavori dai suoi operai, chiedendo a Carminati di dividere le spese. E’ in quell’occasione che Carminati gli avrebbe raccontato di lavorare con le cooperative di Salvatore Buzzi. Si occupavano degli immigrati e per questo motivo erano alla ricerca di immobili in zona da destinare alla loro accoglienza. Gaglianone, che già svolgeva quell’attività per lavoro, gli da la sua disponibilità.

E’ da questo momento che, secondo l’accusa, l’imputato si metterebbe a servizio del sodalizio criminale, entrando a far parte di quella schiera di imprenditori collusi funzionali alle attività illecite svolte.


L’ampliamento del campo rom di Castel Romano

Quando, verso la fine de mese di luglio 2012, Carminati gli propone di eseguire i lavori di ampliamento al campo rom di Castel Romano, Gaglianone accetta “immediatamente”.

In quel periodo non aveva molto lavoro, ed inoltre cominciare a lavorare con le cooperative di Buzzi poteva rappresentare per lui e per la Imeg un’ opportunità di rilancio.

L’imputato racconta di come Carminati gli avesse portato le brochure della 29 giugno, con i bilanci e il fatturato, consentendogli di apprezzare la solidità di quella cooperativa. Si trattava inoltre di lavori più di fornitura che di manodopera, che avevano il vantaggio di cominciare subito dopo le ferie estive,  un periodo notoriamente di stanca nel campo delle costruzioni.

Spiega quindi la ragione per la quale il nome della Imeg non compariva nel cartello esposto fuori del cantiere di Castel Romano, non avendo mai   nascosto a nessuno di come la sua impresa stesse eseguendo quell’ attività. Assieme a Maurizio Mogliani, suo collaboratore, Gaglianone elabora un preventivo per l’allargamento del campo rom, il cui importo era di 200 mila euro, escluso l’impianto elettrico. La Imeg avrebbe dovuto inizialmente solo predisporre l’attività, ma alla fine si occupera’ anche della fase esecutiva.

L’imputato rivela di avere compreso solo in dibattimento quale fosse il tornaconto economico di Carminati per quei lavori. Con riferimento al suo continuo relazionarsi con l’ex NAR durante tutta la fase di realizzazione, Gaglianone sottolinea come questi fosse l’intermediario della 29 giugno.

A dimostrazione del livello di soddisfazione da parte di Carminati circa l’esito di quei lavori, Gaglianone racconta di come l’ex NAR gli abbia chiesto, in seguito, di ristrutturargli la villa appena acquistata dalla De Cataldo.

Tuttavia l’imputato tiene a sottolineare di come la Imeg non ricoprisse il ruolo dell’impresa edile del sodalizio criminale, posto che sia i lavori di ristrutturazione degli immobili di via del Frantoio che quelli di realizzazione del depuratore, presso il deposito mezzi di via Affile, furono realizzati da altre imprese.

In relazione ai lavori di rifacimento del campo giochi di via Flaminia Vecchia, non vi fu una grossa movimentazione di terreno, ma solo un lavoro di pulitura e di rifacimento della vecchia staccionata.

Ciò è del resto dimostrato dalla fattura relativa ai lavori eseguiti, pari a 15 mila euro, inclusi i materiali e la manodopera. Chiarisce inoltre Gaglianone come quei lavori non li ottenne grazie all’intercessione di Carminati, bensì perché il proprietario del terreno, Marco Staffoli, lo scelse in quanto era amico del padre Roberto, avendogli venduto una villa a Sarcofano.

In quel periodo l’imputato sottolinea come la madre di Carminati, residente a Formello, avesse fatto acquistare dei materiali per ristrutturare il suo terrazzo. Il lavoro sarebbe stato eseguito dagli stessi operai che avevano fatto la recinzione a casa di Iannilli. Sempre Carminati gli aveva proposto di realizzare il muro di recinzione nel condominio presso il quale abita la suocera, ma alla fine anche quel lavoro  venne affidato ad un’altra ditta.


Il cantiere di via Innocenzo X

Con riguardo al cantiere di Cristiano Guarnera, sito in via Innocenzo X, si trattava anche in questo casi di lavori privati. Secondo quanto riferitogli da Carminati la richiesta di intervento sarebbe partita dallo steso Guarnera. Chicco Guarnera si era rivolto a lui per chiedergli aiuto “visto che pensava che lo zio lo stesse derubando”.

Dunque la richiesta di preventivo da parte di Guarnera serviva come garanzia, una sorta di parametro di riferimento. Ciò si evincerebbe, secondo l’imputato, dalla conversazione del 14 gennaio 2013: “Questo qui è un lavoro di un amico mio che mi dice: a Ma, io devo fa 90 appartamenti a villa Pamphili, c’ho mio zio che me ruba, e allora io che vengo da te Maurì. Sta a aspettà il finanziamento della banca. Lui c’ha tutto pagato, anche gli oneri di concessione. Domani lo faccio venire da te così te lo presento”.

Nella successiva intercettazione, del 4 marzo 2013, Carminati rivela all’imputato di come Guarnera avesse già pagato gli oneri di concessione, per un importo complessivo pari a 498.000 euro. Quando Gaglianone comprende la reale portata dei lavori richiestigli, riferisce sia a Carminati che allo stesso Guarnera di non essere in grado di svolgerli. La loro dimensione era troppo elevata per le modeste pretese della sua impresa.

La Imeg non era attrezzata per lavori di movimentazione di terra di quel livello. Nella conversazione del 21 giugno 2013 l’imputato sostiene come sia Guarnera ad insistere per fargli eseguire quei lavori, proponendogli di dividere il cantiere in più settori. Anche qui, poi, non se ne fece più nulla, con Gaglianone che non consegnò neanche il preventivo, piantando in asso l’imprenditore senza più rivederlo.

“Nei tre anni di conoscenza con Carminati – afferma Gaglianone – mi ha proposto alcune attività, che però non hanno avuto mai alcun seguito. Si trattava comunque di iniziative assolutamente lecite che potevano costituire una fonte di guadagno assolutamente lecita. Ma nulla c’entravano con i lavori della pubblica amministrazione, e comunque non hanno avuto seguito.

Abbiamo parlato di un PUA, che è un piano di utilizzazione agricola. Richiesta di terreni come l’agricamping, con un minimo di possibilità ad installare moduli abitativi. Con Mogliani (il socio) andammo a Campagnano, a Trevignano, ad Anguillara a cercare queste cose. Nulla (poi) abbiamo fatto. Addirittura voleva prendere una licenza di ambulante per Alessia, la compagna, per farla lavorare. Con il figlio Andrea dovevamo prendere un mandato esclusivo di vendita per tutta Italia di un blocco portante termico, unico nella sua specie.

Andrea aveva avuto questa conoscenza a Londra di questo materiale, che non esiste in Italia. E poi infine voleva prendere anche in affitto il locale di mia figlia, insieme al fratello. Carminati parlava e proponeva ma poi non se n’è fatto mai nulla. E come si è visto erano iniziative che nella maggior parte dei casi prescindevano da Buzzi, dalle cooperative, da appalti pubblici e men che meno da corruzioni, di cui Carminati non mi ha mai parlato”.


L’ospitalità a Carminati

Gaglianone passa quindi a spiegare la circostanza dell’ospitalità offerta a Carminati per ben quattro giorni. L’imputato argomenta come la ragione di quell’ ospitalità stava nel fatto che l’ex NAR temeva di essere arrestato: “aveva paura di essere arrestato perché lo seguivano” racconta Gaglianone. Mi aveva detto che pensava di essere in mezzo alle vicende di Iannilli, (in relazione alle quali) lui mi ha detto che non c’entrava niente. E non voleva scappare, voleva consegnarsi lui. E per questo non voleva farsi arrestare a casa, davanti ad Alessia. Lo vedevo andare in giro con un motorino e dormire di qua e di la, in zona”.

Qundi l’imputato chiarisce la condizione che aveva imposto all’ex NAR per quell’ospitalità: “Lo ospitai avvertendolo che, al momento in cui realmente sarebbe stata spiccata una richiesta di cattura, non l’avrei potuto ospitare più. Non voglio guai con la giustizia, gli dissi testualmente”. Cerca di dissociarsi dalla posizione del suo ex socio: “ma come si può pensare che io sia un associato, un mafioso.

Ma un mafioso al suo capo gli può dire una cosa simile? E’ pensabile una cosa del genere? Ditemelo voi che avete esperienza di queste cose. Io della mafia quel che so l’ho visto solo nei film e nelle trasmissioni televisive”.

Due cose Gaglianone si rimprovera in relazione a questa vicenda: la prima è di non aver capito che un rapporto di lavoro con Carminati avrebbe potuto condurlo in carcere; la seconda è l’avere custodito una somma di denaro per conto di Carminati “prima di 50 mila euro e poi di 20 mila, e non di 100 mila come è stato detto – ribadisce l’imputato – al solo ed unico scopo che Carminati e Marini acquistassero la proprietà sulla quale la mia impresa avrebbe eseguito i lavori di ristrutturazione”.


L’accusa di fatture false

Relativamente al capo d’imputazione di fatture per operazioni inesistenti emesse attraverso la Imeg, Gaglianone dichiara sotto la propria responsabilità “di non avere emesso mai neanche una fattura inesistente per la faccenda del campo nomadi. E sottolineo una”.

Cambiando prospettiva, l’imputato domanda all’accusa se i lavori di Castel Romano siano stati effettivamente realizzati oppure no. E smentisce le dichiarazioni rese dal Luogotenente del Ros Tomaselli, secondo le quali la Imeg non avrebbe potuto svolgere lavori di edilizia. E riprende anche la domanda successiva, rivolta dal presidente Ianniello sempre a Tomaselli, se nel corso degli appostamenti i militari avessero visto Gaglianone presente li sul cantiere. La risposta del militare è stata affermativa, avendolo scorto parlare con Mogliani e Ciotti, a bordo della sua vettura Mitsubishi.

L’auto indicata è quella personale dell’imputato, e Mogliani e Ciotti erano rispettivamente il socio di Gaglianone e l’architetto che dirigeva i lavori in quel cantiere. Tuttavia nei rapporti redatti dai militari del Ros l’esecuzione di quei lavori viene messa in discussione, in particolare il numero di mezzi presenti sul posto, tanto che Gaglianone ribadisce: “loro non hanno visto niente” E aggiunge: “Non è possibile”.

Spiega l’imputato come quei lavori siano stati eseguiti dall’impresa Cesas, e di come invece la Imeg non risultasse sul cartellone esposto esternamente. Aggiunge poi di avere gestito in esclusiva i rapporti sia con il committente che con il direttore dei lavori, l’architetto Ciotti.

Passa poi ad affrontare il tema delle fatture e delle bolle di accompagnamento, con luogo di destinazione Castel Romano e periodo di riferimento settembre-dicembre 2012, a dimostrazione ulteriore dell’effettuazione di quei lavori.

Ad ulteriore sostegno della sua tesi, l’imputato cita i pagamenti relativi all’acquisto dei materiali da costruzione, pagamenti desumibili dal libro contabile di prima nota della Imeg. Sulla questione del nome della ditta indicata sul cartello del cantiere l’imputato spiega come inizialmente quei lavori fossero di semplice pulitura e di come vennero eseguiti dalla Cesas, che in effetti è la ditta indicata quale esecutrice.

Quando poi venne chiamato dal direttore dei lavori per firmare il contratto di appalto, l’architetto Ciotti, l’imputato si accorse di come la Imeg non fosse in possesso del DURC, il Documento Unico di Regolarità Contributiva, ed inoltre di come avesse la posizione INAIL  sospesa. Per queste ragioni il contratto venne firmato solo dal Mogliani e questo spiega come la porzione indicata sia solo del 40%, che era la quota spettante alla sua impresa.

Gaglianone riprende dunque la prima fattura, che secondo l’accusa sarebbe sproporzionata nell’importo, e che indica l’acquisto di cavo elettrico (FG7 OR 3,5 x 95 mt. 709) per Castel Romano, Pomezia, per un importo pari a 25 mila euro. Nella seconda fattura, composta da due pagine e di uguale importo, viene indicato in maniera molto dettagliata il materiale elettrico acquistato. Gaglianone spiega come gran parte di quel materiale sia ancora presente sul posto, e dunque di come quella fattura non possa essere falsa.

La terza fattura, datata 29 maggio 2013 n.6, di importo pari a 20 mila euro, si riferisce anch’essa a materiale realmente acquistato per quel cantiere, ed in gran parte ancora li giacente. Gaglianone spiega il motivo per il quale quelle tre fatture siano state emesse tutte nello stesso mese, mentre tutte le altre vengono emesse invece in maniera irregolare.

Ciò è legato al fatto che mentre da contratto la Imeg avrebbe solo dovuto predisporre il materiale, nella realtà ha  concretamente eseguito la realizzazione dell’impianto elettrico. Quanto specificato si evince, sempre secondo Gaglianone, dall’intercettazione del 26 settembre 2012.

Nella successiva conversazione, del 2 ottobre dello stesso anno, l’imputato parlando con Carminati spiega che il costo dei lavori, incluso il cavo, sarebbe stato di ulteriori 80 mila euro, esclusa la manodopera, non previsti nel preventivo.

E Carminati dava l’ok per poter procedere. Con riferimento al capitolo delle manutenzioni l’imputato chiarisce come i pagamenti dalla Eriches alla Imeg siano stati tutti effettuati tramite bonifici, e di come, alla fine del 2013, la sua ditta avesse incassato complessivamente circa 152 mila euro, con un credito ulteriore verso la Eriches di 150 mila euro.  Circa un anno e mezzo dopo la Imeg doveva ancora incassare quella cifra.

A discolpa dell’accusa di false fatturazioni Gaglianone cita la conversazione del 29 gennaio 2014 dove Buzzi, parlando con Carminati e Di Ninno, chiedeva all’ex NAR se si potevano tirare fuori dei contanti dalla Imeg. Si parlava di una fattura da 20-30 mila euro, e Carminati rispondeva come la ditta di Gaglianone fosse troppo piccola, non in grado di estrapolare grosse somme in contanti. L’imputato aggiunge quindi come il fatto che non fosse presente sia sufficiente a discolparlo, non essendo possibile dimostrare la sua complicità in quella vicenda.

E afferma: “Quindi i soldi che la Imeg aveva incassato fino a quel momento con i bonifici della Eriches sono tutti soldi che ha percepito realmente”. Nella conversazione intercettata il 5 febbraio dagli uffici della Imeg, Carminati parla dell’emissione di una fattura da 30 mila euro, e di come viene in seguito a sapere che questa era già stata emessa. Si trattava della n.9 del 5 febbraio 2014 di 31.500 euro più IVA, per un importo complessivo di 40 mila euro. Nella conversazione Carminati afferma: “Me dovresti fa la cortesia, ti lascio una mezza piotta (50 mila euro) in contanti, destinati alla signora De Cataldo” .


L’acquisto della villa della De Cataldo

A dicembre Carminati aveva firmato un compromesso per l’acquisto della villa della De Cataldo, in via Monte di Cappelletto n.11. La Imeg, spiega Gaglianone, ha come oggetto sociale anche l’intermediazione di immobili oltre alla loro costruzione. Riguardo all’accusa di falsa intestazione di beni, la persona a cui quella casa veniva intestata,  Alessia Marini,  era da anni la compagna di Carminati, ed anche se non erano sposati si trattava di una persona facilmente individuabile, a differenza di una società o di un terzo estraneo.

Oltrettutto sarebbe andata a vivere con l’ex NAR in quella stessa villa. Del resto nelle confische di beni per presunta associazione mafiosa, vengono colpite anche le proprietà dei parenti più prossimi agli imputati, e quindi nel caso della Marini, pur non essendo sposati, avrebbero potuto comunque sequestrarle la casa.

Gaglianone ne sa qualcosa. Ripercorre l’imputato la vicenda della vendita di quella proprietà, molto lunga ed estenuante, che alla fine vede Gaglianone mettere in contatto Carminati con la De Cataldo. La scelta di coinvolgere Giovanni Petrocco l’imputato la ascrive al fatto che gli aveva affittato l’immobile dove questi aveva aperto la sua agenzia immobiliare.

E che era in arretrato di tre mensilità. Sottolinea Gaglianone come la trattativa sia durata complessivamente circa nove mesi, nel corso dei quali la proprietaria non ha subito alcun tipo di pressione. Anzi, quella proprietà presentava una serie di problematiche quali la presenza di un traliccio dell’alta tensione, con i fili che attraversano tutta la proprietà, arrivando a sfiorare anche il tetto.

Si trattava di una villa bifamiliare e  l’acquirente avrebbe perso la servitù di passaggio, oltre a dover sostenere i costi per il rifacimento dell’impianto elettrico. Quella casa non è poi di 300 mq, come sostiene la De Cataldo, bensì di 120 mq residenziali.

Essa include inoltre ben due abusi edilizi. Si tratta di un aumento di cubatura e di un cambio di destinazione. Dunque l’affare non era così vantaggioso come sostenuto dalla venditrice. La villa non l’aveva costruita Gaglianone ma l’impresa Stirpe di Roma. La De Cataldo, poi, era a conoscenza della somma che le doveva essere pagata in nero.

Quest’ultima invece ha sempre sostenuto di aver saputo di quella somma in contanti solo il giorno della stipula della compravendita. In realtà vi è una intercettazione, che risale a venti giorni prima della stipula, dalla quale risulta come la donna fosse già a conoscenza del fatto. Nella conversazione la donna specifica che avrebbe accettato al massimo centomila euro in nero. In un’ altra intercettazione Gaglianone, parlando con l’architetto Barbieri, spiega chi fosse Carminati e di come questi avesse la disponibilità dei soldi sufficienti a fare una guerra. E’ emerso inoltre dalle indagini come l’imputato avesse in casa una cassaforte murata e nascosta, nella quale custodiva i soldi dell’ex NAR. Gaglianone sostiene come i Ros, a seguito del suo arresto, abbiano fatto le radiografie a tutti i muri della sua casa, senza peraltro trovare nulla.


I quadri di Carminati

Oltre ai soldi, a casa di Gaglianone i militari del Ros hanno scoperto numerosi quadri ed oggetti d’arte di valore, appartenenti a Carminati. Questa circostanza gli inquirenti l’hanno spiegata con la conoscenza dell’esistenza dell’indagine e quindi col timore da parte dell’ex NAR di dover subire un sequestro con eventuale confisca.

Dunque la custodia di quei tesori d’arte da parte di Gaglianone aveva lo scopo di nascondere la loro reale riconducibilità. In aula Gaglianone spiega invece di come il possesso di quelle opere fosse legata al fatto che Carminati e Marini, dovendo lasciare prima del tempo la casa in affitto di Iannilli, proprio mentre la Imeg stava ristrutturando la villa da loro appena acquistata, si pose la necessità di custodire mobili e suppellettili.

Spiega l’imputato come quella circostanza obbligò gli operai a creare un vano nel sotterraneo per accogliere  mobili e suppellettili, e allo stesso tempo rendere abitabili le stanze del piano superiore. Il tutto lavorando anche durante il mese di agosto. Fu lo stesso imputato, con i suoi operai, ad eseguire il trasloco dalla casa di Iannilli. Inclusi due cavalli. E sarebbe stato in quel momento che Carminati gli avrebbe rivelato l’esistenza di quei quadri. 

Che a sentire Carminati non erano di gran valore, ma che si sarebbero comunque potuti danneggiare o essere rubati nel corso dei lavori. Questo perché quella villa sarebbe restata completamente deserta. Gaglianone accettò di ospitare i quadri in una stanza sopra il suo ufficio. In essa vi erano già custoditi oggetti di Carminati e della sua compagna. Del resto, spiega Gaglianone, quel genere di servizio, una sorta di deposito con custodia, lo stava già svolgendo per conto di altri suoi amici. Spiega Gaglianone come L’Espresso abbia distribuito un cd rom con un video dove si vedono lui e Carminati che di notte sistemano quei quadri nei locali della Imeg. In realtà il trasporto di quelle opere venne eseguito in pieno giorno, dal giardiniere di Carminati, Cristiano e da Alessia Marini. Carminati li raggiungerà solo in un secondo momento.

Alcuni di quei quadri erano già stati incartati, altri invece verranno incartati li sul momento. E per tale motivo che nel video vengono appoggiati in terra, visibili a tutti. Quei quadri, sottolinea Gaglianone, non sono ne rubati ne riciclati. E il posto in cui sono custoditi, all’interno di un bagno perfettamente in uso negli uffici della Imeg, è accessibile e visibile a tutti.

Con riguardo alla supposta associazione mafiosa Gaglianone spiega come fosse pienamente consapevole di non aver in alcun modo violato la legge. Del resto le comunicazioni che aveva con Carminati si svolgevano sempre alla luce del sole, senza il sotterfugio dei telefoni dedicati. Lo stesso Buzzi andava in televisione a parlare della sua attività di recupero degli ex detenuti.

Carminati aveva inoltre mostrato di avere numerosi agganci politici e ciò non lasciava supporre che stesse svolgendo delle attività criminali. L’imputato racconta poi le sue passate esperienze, legate all’attività di recupero crediti per immobili venduti o lavori eseguito e non pagati o affitti non corrisposti.

La maggior parte di questi recuperi è avvenuta attraverso decine di cause civili, nel corso delle quali mai una volta l’imputato è stato accusato di minacce o pressioni o peggio ancora ricatti nei confronti dei suoi debitori. In merito ai supposti favoritismi da parte del sindaco di Sacrofano, Tommaso Luzzi, per il quale l’imputato avrebbe organizzato un pranzo durante le elezioni che hanno portato alla sua proclamazione, questi spiega di avere subito una serie di danni dalla sua amministrazione e cita la trasformazione in senso unico della strada su cui insiste la sede della Imeg srl. (cm)    

  

Romeo London Ltd: le tonalità dell’offshore che piace

Romeo London Ltd 2

Secondo un’informativa della Guardia di Finanza sarebbero otto le operazioni sospette segnalate all’Unità Informativa Finanziaria (UIF) che potrebbero ricostruire a ritroso il percorso della tangente percepita dal faccendiere Carlo Russo dall’imprenditore Alfredo Romeo.

A mettere sulla strada giusta gli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale nella quale avrebbe fatto riferimento ad una società creata a Londra dal figlio Francesco sarebbe stato lo stesso Romeo.

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Si tratterebbe della Romeo London Ltd, con sede al numero 25 di Saville Row, la storica strada dei sarti più famosi della City.

 

 

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Al momento della sua costituzione, risalente al 20 novembre 2015, la società aveva come amministratore delegato (director) Francesco Romeo, cittadino britannico nato nel febbraio del 1987 e residente stabilmente in Inghilterra.

L’amministratore delegato è la persona sulla quale gravano tutti gli oneri relativi alla società, in particolare (art. 171 del Companies Act 2006) l’obbligo di agire in ottemperanza all’atto costitutivo della società e di esercitare le prerogative che gli competono in conformità agli scopi per i quali gli sono state conferite.

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L’oggetto sociale della Romeo London Ltd sarebbe quello della gestione e la cessione di proprietà immobiliari (cod. 68209 UK SIC Classification) mentre il suo ambito territoriale viene individuato nella zona commerciale allargata dell’Unione Europea.

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Al momento della costituzione il titolare della società ha sottoscritto 1000 azioni ordinarie del valore di una sterlina ciascuna, per un ammontare del capitale sociale pari a 1.000 sterline.

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La Romeo London Ltd sarebbe collegata alla società italiana Romeo Partecipazioni srl, indicata al momento della costituzione titolare unico del pacchetto azionario nonché vice amministratore (1000 azioni ordinarie), con sede presso Giovanni Porzio C/o Centro Direzionale Is E 4 Napoli.

DChangeing Director

Attualmente la Romeo partecipazioni srl non ricoprirebbe più il ruolo di vice amministratore, avendovi rinunciato il 20.11.15.

Alfredo Romeo Director

A far data dal 14 dicembre 2015 il nuovo amministratore delegato della Romeo London Ltd sarebbe Alfredo Romeo, cittadino italiano, nato nel marzo del 1953.

Resolution ph

Il 10 marzo 2016 i soci della Romeo Londra Ltd adottano una risoluzione (The Resolution) definita “speciale” che viene approvata contestualmente all’aumento di capitale.

Con la risoluzione viene stabilita una deroga rispetto a quanto previsto della legislazione vigente in Inghilterra sulle società private (Companies Act 2006) in merito al diritto di prelazione in capo ai soci fondatori.

I soci stabiliscono, “in accordo con quanto previsto dalla sezione 569 del Companies Act 2006, che quanto stabilito dalle sezioni 561 e 562 – rispettivamente sul diritto di prelazione e sulle modalità della sua comunicazione – possa essere disapplicato nel caso di un’emissione di azioni da parte della Società per un importo nominale complessivo di 86,269,000 sterline, pari a 99.414.039,00 euro, ciascuna azione del valore di una sterlina”.

La dichiarazione in questione viene approvata dalla Romeo Partecipazioni srl quale socio e da Alfredo Romeo quale amministratore legalmente responsabile.

A partire dal 22 dicembre 2016 anche l’altro figlio di Romeo, Diego ha acquisito la qualifica di amministratore con piena capacità di agire in nome e per conto della Romeo London Ltd.

Complessivamente le società per conto delle quali Francesco Romeo riveste la qualifica di amministratore registrate nel Regno Unito sono tre. Oltre alla Romeo London Ltd costituita il 20.11.2015 e avente oggetto la gestione di proprietà immobiliari proprie o di terzi che vede come amministratore Francesco Romeo dal 20.11.15, Alfredo Romeo dal 14.12.15 e Diego Romeo dal 14.12.15, abbiamo la Riva Investments (London) Ltd costituita il 17.07.2015 con oggetto attività di investimento che vede quale beneficiario ultimo Mr. Simon Charles Turner e come co-amministratore Francesco Romeo e la Romeo Global Investments Ltd, in precedenza denominata Gruppo Immobili Londra Ltd e costituita il 24.02.2012. L’oggetto sociale di quest’ultima è l’intermediazione immobiliare e l’amministratore unico è Francesco Romeo. (cm)

Di Ninno e la creazione dei fondi neri

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Molto si è discusso sui meccanismi attraverso i quali Salvatore Buzzi avrebbe creato i fondi neri per corrompere politici e pubblici funzionari al fine di ottenere affidamenti senza gara o per comprare i favori di presidenti di commissione al fine di aggiudicarsi gare o procedure negoziate. 

Nel corso della sua deposizione nell’ambito del processo Mafia Capitale il Maresciallo del Ros Lucio Fusella avrebbe individuato in questo ambito tre fonti:  Marco Clemenzi, Giancarlo Mastropaolo e la Cosma.

In particolare il militare ha riferito di come i fondi neri affluissero alla Eriches 29 prevalentemente attraverso gli imprenditori Clemenzi e Mastropaolo.

Marco Clemenzi è un imprenditore attivo nella raccolta, trasporto e trattamento dei rifiuti, attraverso le società OML srl, UNO srl, One Group srl e Tecnoeco srl, delle quali risulta essere titolare.

Dall’attività intercettiva svolta dal Ros emergeva inoltre come anche la Petrolgest srl, con sede a Latina (si tratta di un distributore di carburante), benché intestata a terze persone fosse riconducibile allo stesso Clemenzi. E’ emerso in particolare come quest’ ultima fornisse banconote di piccolo taglio da integrare nella provvista di denaro contante che Clemenzi abitualmente era solito portare ogni mese a Buzzi negli uffici di via Pomona.

Dall’esame dei conti correnti intestati alla 29 giugno sono emersi infatti una serie di bonifici in favore della Petrolgest srl. Nel dettaglio, nel periodo compreso dal dicembre 2011 al gennaio 2014 dalle cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi sarebbe stata bonificata alla Petrolgest srl la somma complessiva di 454.406, 09 euro.

Sempre al Clemenzi è riconducibile la Officine Metalmeccaniche Laziali srl (OML srl) società che si occupa del noleggio e della manutenzione dei mezzi per la raccolta dei rifiuti. Di Ninno ha riferito in aula in ruolo di questa società nella creazione dei fondi neri, attraverso l’emissione di fatture relative ad operazioni inesistenti (foi), quali, ad esempio, il lavaggio dei mezzi usati dalle cooperative di Buzzi per la raccolta dei rifiuti.

Nelle intercettazioni si parla anche della possibilità di sottoscrivere contratti fittizi di locazione mezzi. L’importanza di questa società, assieme alla Petrolgest, la si deduce inoltre dalla sua incorporazione nella galassia di cooperative che vedono al centro la capo gruppo 29 giugno onlus.

L’altro personaggio fondamentale nell’economia dell’attività di promozione politica di Salvatore Buzzi è Giancarlo Mastropaolo, di professione amministratore della società Nuovo Mercato srl, subentrato dal gennaio 2013 alla figlia Barbara. La Nuovo Mercato si occupa di lavorazione di generi alimentari, ovvero della preparazione di pasti precotti e semifreddi che la 29 giugno acquistava per gli immigrati presenti nelle strutture alloggiative da essa gestita.


La versione di Di Ninno

Secondo Di Ninno la Nuovo Mercato non avrebbe in realtà emesso una sola fattura per operazioni inesistenti. Per verificare questo basterebbe, secondo l’ex direttore amministrativo della 29 giungo, mettere a confronto le fatture emesse dalla cooperativa ed intestate alla Nuovo Mercato, con i documenti di trasporto dei pasti forniti nei centri gestiti dalle cooperative di Buzzi.

Ulteriore riprova si avrebbe confrontando il numero dei pasti fatturati con quello delle persone presenti nei centri di accoglienza serviti dalla Nuovo Mercato.

Riguardo a Clemenzi, Di Ninno sostiene come questi non abbia mai emesso false fatture nei confronti delle cooperative di Buzzi: “Non ha mai fatto con le sue società Clemenzi fatture false“.

Precisando subito dopo che intendeva riferirsi in particolare alla OML srl, alla UNO srl, alla One Group srl ed alla Tecnoeco srl.

Di Ninno aggiunge quindi: “portava però alla cooperativa dei fondi neri (in contanti) che erano la quota di utili che sarebbe spettata al gruppo Buzzi per il fatto stesso che era diventato socio al 40% della OML srl“. 

Dunque, secondo Di Ninno, i soldi in contanti che Clemenzi consegnava direttamente a Buzzi, in seguito annotati dalla Cerrito nel libro nero da lei custodito, provenivano in parte dalla OML srl quale quota mensile spettante alla 29 giugno per la titolarità del 40% delle sue azioni.

Secondo i calcoli effettuati da Di Ninno la somma in nero portata ogni mese da Clemenzi a Buzzi ammontava a circa cinquemila euro mensili (lui sosteneva invece che fossero 7-8 mila). Ma Clemenzi, sostiene Di Ninno, era anche fondamentalmente il referente per la 29 giugno della Petrolgest.

Quest’ultima svolgeva un ruolo determinante nella creazione della provvista in nero, che l’ex direttore amministrativo della 29 giugno spiega così: “Petrolgest ci inviava le fatture (per servizi inesistenti), noi facevamo i bonifici alla Petrolgest, avvisavamo il Clemenzi il quale dopo alcuni giorni ci riportava l’importo al netto dell’IVA“.

Le fatture della Petrolgest non erano però intestate alla Eriches, spiega sempre Di Ninno, ma alla 29 giugno Onlus ed alla 29 giugno Servizi. “Mai nei confronti della Eriches” spiega l’ex responsabile amministrativo di Buzzi.


Il meccanismo per la creazione della provvista in nero

Abbiamo visto come il meccanismo attraverso il quale Clemenzi, Mastropaolo e la Petrolgest fornivano denaro contante in nero, ovvero non tracciato da operazioni bancarie, a Salvatore Buzzi, era quello delle false fatture, ovvero fatture emesse a fronte di prestazioni inesistenti o sopravvalutate.

Dall’attività intercettava e dall’esame dei conti correnti relativi alle società di Clemenzi emergeva come le entrate di queste fossero costituite prevalentemente da bonifici provenienti da enti pubblici o da società a capitale parzialmente o totalmente pubblico, come il Comune di Roma, la Prefettura, la Regione Lazio, la Tesoreria di Stato, EUR spa e Marco Polo spa. 

Dall’esame dei conti riconducibili a tre delle società di Clemenzi, la UNO srl, la OML srl e la One Group srl, emergeva in particolare come nel periodo compreso tra l’aprile 2010 ed il giugno 2014 le cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi avessero bonificato complessivamente la somma di 3.694.872,49 euro.

I soldi in nero non servivano solo ad ungere la politica, ma anche a consentire a Massimo Carminati di riprendersi i soldi “anticipati” a Buzzi per i lavori d’allargamento di Castel Romano, oltre agli utili derivanti dagli appalti gestiti dalla Cosma. Questo perché Carminati, come racconta Paolo Di Ninno, non poteva risultare ne percettore di redditi, ne intestatario di beni in quanto doveva ancora restituire i soldi del colpo al caveau di piazzale Clodio, e dunque temeva di essere fatto oggetto di un sequestro giudiziario.


I giustificativi delle fatture

La verifica effettuata dalla Guardia di Finanza del 12 novembre 2013 all’interno degli uffici di via Pomona, aveva obbligato tutto lo staff della 29 giugno ad aumentare il livello di sicurezza. Questo si traduceva nell’esigenza pressante di distruggere o nascondere ogni possibile documento compromettente. Nulla doveva essere lasciato in giro negli uffici della sede di via Pomona poiché, di fronte ad una possibile perquisizione da parte delle FF.OO, avrebbe potuto costituire una prova schiacciante per l’accusa.

Questa esigenza riguardava non solo documenti contabili, come i libri mastri delle dazioni di denaro, ma anche la provvista di denaro in nero con i relativi registri. Tutto doveva essere fatto sparire e nascosto nelle abitazioni private dei collaboratori più fidati.  Come Pierina Chiaravalle incaricata di gestire il denaro, e come Nadia Cerrito responsabile della tenuta del registro delle dazioni e dei relativi percettori.

Sempre in quest’ottica il personale della 29 giugno a conoscenza dell’esistenza della contabilità parallela aveva l’obbligo di adottare procedure più sicure nello svolgere le attività ad essa attinenti. Tra queste anche l’individuazione delle causali relative alle fatture da emettere per operazioni inesistenti. Tali causali dovevano essere il più possibile  credibili per non lasciare spazio a dubbi circa le modalità di creazione dei fondi neri.

Da un’intercettazione del 20 gennaio 2014 tratta dagli uffici di via Pomona, infatti, Buzzi, Carminati, Garrone e Caldarelli discutono del tipo di causale da dare alle fatture emesse verso le società di Marco Clemenzi. La Garrone, che teme un’ulteriore verifica  della GdF dice: “No, niente fatture per lavori non autorizzate, aoh regà, porca miseria, è venuta la finanza“.

Dopo un’attenta riflessione è la stessa responsabile del registro del nero ad individuare la soluzione: “Deve essere lavaggio automezzi. C’abbiamo duecento automezzi” e

Buzzi risponde: “Oh, e quanti ne lavamo, aoh“.

A questo punto la Garrone sottolineava l’esigenza di dovere emettere fatture che avessero come giustificativo dei contratti di appalto o di sub-appalto:

C’hai duecento (camion)…fai lavà quelli del verde che non hai mai lavato. Che ti devo dire? E’ più credibile. Cioè, prima mi metti una fattura per lavori eseguiti, e io non c’ho nessun contratto di sub-appalto – e poi aggiunge – autorizzato, sub-appalto autorizzato“.

E’ sempre Garrone a proporre anche un’ eventuale alternativa: “Ah, per il noleggio – e prosegue – noleggio, quanti te ne pare

e Buzzi che risponde quasi convinto:” Pure Marco (Clemenzi) ci potrebbe fa il noleggio

ed il commercialista Paolo Di Ninno: “Bisogna vedè se lui c’ha la capacità di poterlo fare 

e Garrone risponde: “Se fossero mezzi che non vanno iscritti all’albo, sarebbe meglio

e Buzzi ancora: “Ma, sul verde non devono essere iscritti all’albo“.

E ancora Garrone: “No, Marco..Marco ce l’ha tutti, tutti i camion della monnezza“.

Dunque, secondo l’ipotesi dell’accusa, Buzzi & Co, nel tentativo di sfuggire ad ulteriori controlli, stavano studiando la stipula di un contratto simulato con una delle società di Clemenzi, la OML srl,  che avesse per oggetto il lavaggio dei mezzi, o, in alternativa, il noleggio di mezzi, in modo da giustificare le fatture emesse nei loro confronti con i relativi bonifici che la 29 giugno o la Eriches avrebbero continuato ad effettuare in loro  favore.


I bonifici della 29 giugno alle società di Clemenzi

Dall’ intercettazione ambientale del 5 maggio tratta dai locali di via Pomona Marco Clemenzi istruisce Claudio Bolla sui bonifici da effettuare il giorno successivo verso i conti intestati alle sue società: Uno srl, OML srl e One Group srl.

Bolla: “Allora, diecimila su Uno e capannelli. Quanto te serve?

Clemenzi: “One Group me serve

Bolla: “One Group?

Clemenzi: “Si, come è andata One Group? – e ancora – Eh, questi quattordici (inc.); l’altra parte che ci sta?

Bolla: “Questo è tutto pe OML; questo è Uno, One Group e OML

Clemenzi: “Se ne famo una pe (inc.) sta tutto dietro, me sa, ve?

Bolla: “(inc.) già me pare tanto questo

Clemenzi: “Eh

Bolla: ride

Clemenzi: “(inc.) sto a pagà i fornitori (inc.). Allora senti, famo na cosa, dammene so.. dammeli su.., me ne dai dieci su Uno; m’hai detto quanti erano su Uno, non mi ricordo?

Bolla: “Questi so quarantaquattro, eh?

Clemenzi: “Eh, na decina

Bolla: “M’hai detto dieci, eh? Va bene, va bene

Clemenzi: “Poi, me ne dai, che ne so, una ventina qua

Bolla: “Una ventina OML?

Clemenzi: “No, tu me devi di come me li dai, intanto, perchè a me mi servono i soldi (inc.) per oggi (inc.) oggi

Bolla: “L’altri, ancora non lo so

Clemenzi: “Ma me li dici oggi, però; domani mattina me mandi il bonifico

Bolla: “Oggi te dico, oggi te dico come te li pago tutti gli altri; non lo so, non ho ancora fatto il punto della situazione

Clemenzi: “(inc.) Su ieri, io quello te sto a di

Bolla: “E io, adesso, l’ok ce l’ho

Clemenzi: “Massimo me mandi un’e-mail, eh?

Bolla: “Io entro oggi te mando l’e-mail. Tu dimme intanto..“.


Il ruolo della Cosma

A seguito degli accertamenti svolti il Ros ha valutato come nel periodo compreso tra il 18 novembre 2013 e l’1 aprile 2014 la cooperativa 29 giugno abbia effettuato bonifici nei confronti della Cosma, cooperativa gestita dall’avvocato Antonio Esposito ma occultamente riconducibile a Massimo carminati, per un importo pari a 141 mila euro.

Questa cifra secondo Di Ninno non rappresenta la realtà dei fatti “probabilmente è un errore materiale“.

Secondo i suoi calcoli la somma dei bonifici effettuati dalla 29 giungo verso Cosma nel periodo considerato ammonterebbe a 41 mila euro. Per dimostrare la veridicità di tale dato Di Ninno cita la somma degli analoghi bonifici effettuati dalla 29 giungo nei confronto della Cosma nei cinque mesi precedenti e nei cinque successivi rispetto al periodo preso in esame.

Stiamo parlando quindi del periodo che va dal 17 giugno 2013 al 29 settembre 2014. La somma complessiva dei bonifici ammonterebbe secondo Di Ninno a 129,685,4 euro. In ogni caso si trattava sempre di servizi effettivamente resi dalla Cosma alla 29 giugno. E riguardo in modo specifico ai contributi economici di Carminati alla cooperativa 29 giugno, Di Ninno spiega: “Carminati nella cooperativa non ha messo neanche un euro” (cm)

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