mafia-capitaleLe indagini del ROS su Mafia Capitale hanno potuto accertare come l’ex dirigente del Servizio Giardini del Comune di Roma, Claudio Turella, avesse a disposizione una serie di conti correnti bancari cointestati con la moglie. Oltre a ciò, nel corso della perquisizione eseguita presso la sua abitazione , in v. E. Di Cartagine, sono state rinvenute delle buste contenenti soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  Nell’udianza dell’8 febbraio scorso Turella ha ricostruito la sua posizione  patrimoniale e finanziaria accennando al conto on line acceso presso Fineco, banca presso la quale era migrato dopo aver chiuso una precedente utenza con la Barclay’s.

Sottolinea l’imputato come il suo unico vizio fosse quello di giocare in borsa, acquistando e vendendo azioni online, attività che gli era consentita proprio grazie al banking online della Fineco. Fa notare a tale riguardo Turella come pur essendo particolarmente abile in tale attività, avesse cessato di svolgerla già da prima di essere posto agli arresti.

Un’altra parte delle disponibilità finanziarie dell’imputato era da questi detenuta in un conto acceso presso l’istituto Unicredit, dove aveva anche la domiciliazione dello stipendio.

 Oltre al suo di stipendio su quello stesso conto veniva accreditato anche quello della moglie deceduta, fin quando questa ha svolto un’attività lavorativa. L’ultimo versamento effettuato dall’imputato è stato un assegno di settemila euro versato due giorni prima del suo arresto, frutto del ricavato della vendita dell’auto della moglie.

Anche se Turella era stato sospeso dal Comune l’amministrazione gli riconosceva un contributo minimo di 500 euro mensili. Attualmente sul conto UniCredit dell’imputato risultano depositati 264 mila euro, mentre sull’altra utenza accesa presso Fineco vi sono altri 62 mila euro.

Ricostruendo in aula i flussi finanziari a lui riconducibili l’imputato sottolinea come al 31.12.05 sul conto Fineco vi fossero 217 mila euro, mentre su quello UniCredit c’erano 129.465, per un importo totale di 346.519 euro. Tenendo conto del valore attualizzato del suo portafoglio titoli su Fineco, l’imputato fa notare come il suo saldo attuale complessivo ammonti a 398.576,52 euro. Dal 2006 al 2017 vi sarebbe dunque una differenza di 50 mila euro, che Turella giustifica in parte attraverso il risparmio e in parte attraverso il rendimento delle operazioni effettuate sul conto titoli.

Il Presidente chiede all’imputato quale fosse il suo stipendio e quale quello di sua moglie. Nel 2005 lo stipendio mensile di Turella stipendio era di 2.500 euro, per un importo annuo di 40 mila euro circa, mentre  la moglie, che lavorava part time, guadagnava 600 euro mensili per 14 mensilità, per totale tra i due stipendi di 40.900 euro netti l’anno.

Secondo la ricostruzione fatta dall’imputato, la sua attività di accumulazione di contanti in casa sarebbe iniziata dalla vendita della casa del padre, in via Eugenio Cecconi, risalente al 1984. Una parte del ricavato, pari a 100 milioni di lire, gli venne versata in contanti e questo perchè nell’atto notarile non venne dichiarato il valore reale di quell’immobile.

Pratica molto discutibile sebbene assai diffusa quella di dichiarare al momento della cessione un valore  dell’immobile inferiore rispetto a  quello catastale, consente ad entrambe le parti, sia all’acquirente che al venditore, di risparmiare soldi: l’acquirente paga la tassa di registro (9% del prezzo di acquisto) su di un imponibile inferiore rispetto a quello effettivo, mentre il venditore non paga le tasse sull’eventuale plusvalenza data dall’incremento del prezzo dell’immobile ceduto.  E quest’ipotesi sembra coincidere con quella riferita dal Turella, dato che la parte più consistente del prezzo di cessione era rappresentato dalla proprietà di un altro immobile sito in via dell’Albareto, dove questi andò ad abitare con la moglie.

Questo fino al 2003, quando decide di venderlo. Nel 1999 Turella aveva infatti acquistato le quote di una cooperativa edile a Casalpalocco relative alla costruzione di una casa, sulla quale pagò anche la quota residua di un mutuo. Nel 2006 dal notaio finalmente registra il passaggio di proprietà. Intanto l’appartamento in via dell’Albareto lo aveva affittato a 650 euro. Dopo tre anni, nel 2009, l’affittuario acquisterà quella casa per 120 mila euro, di cui 80 mila versati in contanti. Dunque ai 100 milioni iniziali versati in nero dalla vendita della casa del padre, l’imputato aggiunge ulteriori 80 mila euro, sempre in contanti, derivanti da questa successiva vendita. Per un totale approssimativo di 120-130 mila euro.

Nel 2007 l’imputato aveva affittato con la sorella un’altra casa, nelle Marche, lasciata loro in eredità dal padre: affitto mensile 800 euro in contanti. Dopo alcuni anni i due fratelli Turella decidono di vendere anche questa casa per 90 mila euro, che dividono in due quote uguali. Neanche a dirlo la vendita sarà conclusa ad un prezzo inferiore rispetto al valore catastale dell’immobile. Dunque altro denaro in contanti che si somma al tesoretto.

Nel 2009 muoiono i genitori di Turella e lui e la sorella ereditano 70 mila euro ciascuno. Inoltre il padre aveva intestato all’imputato due polizze assicurative, per un valore totale di 39 mila euro. Il valore complessivo di queste due operazioni ammonta ad un totale di 74 mila euro circa. Una parte dei quali, neanche a dirlo, sarà in contanti ed andrà a sommarsi ai circa 150 mila euro accumulati fino a quel momento.

Il figlio di Turella impiegato all’ AMA da circa 20 anni,  svolge saltuariamente anche dei lavori in nero, i cui compensi sono stati accreditati nel tempo sul conto del padre.  Racconta  l’imputato in aula come buona parte di questi soldi l’abbia restituita al figlio quando questi si decise ad acquistare casa. Questi soldi,  afferma Turella, sono stati trasferiti sul conto del figlio tramite assegno. E questo perché il notaio con il quale doveva stipulare l’atto non accettava contanti.

C’è poi un’ulteriore donazione fatta a Turella dal padre quando questi era ancora in vita. Si tratta di un quantitativo di soldi in contanti che il genitore era solito tenere in casa, essendo malato ed impossibilitato a muoversi.

Racconta in ultimo l’imputato di una donazione fatta da sua suocera, la madre di sua moglie, a suo figlio, soldi che sarebbero transitati sul suo conto dato che era in comune con la moglie. Per un totale pari a circa 40 mila euro.

Alla molteplicità delle fonti di denaro citate dall’imputato si aggiungono anche quelle rappresentate dalle innumerevoli attività di consulenza e prestazione di lavoro che saltuariamente rilasciava, rigorosamente in nero, essendo dipendente della PA e dunque impossibilitato ad avere un altro datore, e tanto meno ad assumere una posizione di libero professionista con Partita Iva.


Le buste del Comune piene di soldi

Nel corso della perquisizione eseguita presso l’abitazione dell’imputato Turella, all’interno di una cassaforte murata nei locali della taverna sono state rinvenute delle buste di soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  In aula il pm Luca Tescaroli domanda all’imputato come mai buona parte di questo denaro fosse contenuto all’interno di buste che portavano il logo del Comune di Roma. Vi erano in particolare una busta con la dicitura “Roma Segreteria Generale Direzione dei Servizi Elettorali piazza Guglielmo Marconi n.26/c” ed altre due con il solo logo del Comune.

Turella spiega come la busta con la scritta dei Servizi Elettorali fosse nella sua disponibilità. Il suo legale, Francesco Missori, presenterà agli atti una determinazione dirigenziale del capo dipartimento Stefano Mastrangeli dove si attesta come il Turella fosse coordinatore dei servizi elettorali.

Questo perché da prassi, in occasione delle elezioni amministrative, gli operai del comune lavorano al servizio elettorale per preparare il materiale da portare ai seggi di tutta Roma. Per diverso tempo l’imputato è stato in Comune coordinatore di tale attività, e cita a tal proposito una conversazione intercettata dai ROS con Claudio D’Alessio: “Claudio il direttore mi ha dato un po’ di robe che io ho pensato di dividere tra noi”.

D’Alessio è la persona a cui Turella aveva affidato l’incarico di sostituirlo per lo svolgimento del servizi. Si trattava in gran parte di lavoro straordinario.

Il pm contesta all’imputato il fatto che questi abbia conservato una così grossa cifra in contanti, e per di più custodita all’interno di buste del Comune. E gli domanda il perché di tale scelta.

E’ semplice per Turella dimostrare in aula di avere a casa delle buste intestate a Roma Capitale, avendo con s’è in quel momento una cartellina con lo stesso logo. E tuttavia l’imputato non si rende conto di essersi autodenunciato.

 E’ infatti il Presidente Ianniello a sottolineare come anche l’appropriazione di materiale da cancelleria di proprietà del Comune costituisca un reato. “Come mai aveva queste buste del Comune per questa finalità privata” domanda il Presidente. Turella risponde come fosse solito portare a casa buste del Comune per usarle per scopi privati.

L’accusa domanda all’imputato se fosse a conoscenza di avere questa cospicua somma di denaro, e Turella risponde di si. Il pm contesta all’imputato la risposta data, in quanto differisce da quella resa in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 4 dicembre 2014, dove egli rispose di non immaginare di avere così tanti soldi.

L’imputato risponde spiegando di essere stato sottoposto all’interrogatorio di garanzia dopo essere passato attraverso l’arresto e la detenzione in isolamento. Momento nel quale riferisce di essere stato particolarmente scosso. Dunque allora non disse la verità.

Quando il pm chiede a Turella se il racconto da lui fatto in merito ai soldi in contanti di cui è entrato in possesso sia sufficiente a giustificare il possesso di una somma così ingente, Turella risponde di si.

Sulla pluralità delle fonti di approvvigionamento del contante, il pm fa notare come in fase di interrogatorio di garanzia questi abbia detto che buona parte di quei soldi provenissero da suo padre, senza però conoscerne l’esatto ammontare. Il fatto è che in quel momento Turella indicò questa, cioè il padre, quale unica fonte. E ciò non coincide con quanto da lui detto in aula. Il pm domanda dunque quale delle due versioni sia quella vera. L’imputato risponde come la verità sia quella riferita nel corso del dibattimento odierno.  “La domanda è – chiede il Presidente – se abbia detto la verità allora o oggi” e Turella ribadisce oggi.


Quelle scritte a matita

Turella ha raccontato in aula come sia arrivato negli anni ad accumulare la somma di 572.120 euro, essendo partito nel 1984 con 100 milioni di lire in contanti, frutto della vendita della casa donatagli dal padre.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Turella raccontò al Gip che il padre, morto due anni prima, era solito tenere in casa una cospicua somma di denaro in contante, essendo impossibilitato a muoversi e quindi ad andare a prelevare. Questo in parte spiega il motivo di  quei soldi custoditi nel cassetto, pronti per ogni evenienza.

Dunque era da almeno due anni che Turella deteneva in casa quel denaro.

Ma in che modo il padre era riuscito ad accumulare una somma così ingente? Come possa un semplice impiegato della municipalizzata dei rifiuti (AMA) accumulare una fortuna, questo non è dato sapere. E Turella non tenta nemmeno di ricostruire la vicenda. Racconta solo come la madre gestisse in casa un piccolo laboratorio di sartoria, e di come i suoi parenti, quelli della madre, abbiano lasciato da parte una somma per suo figlio.

Ma quando il pm chiede quale fosse il reddito del padre, Turella risponde di non averlo mai saputo nè di essere in grado di ricostruirlo: “nelle vecchie generazioni i figli – racconta l’imputato- non sapevano quanto guadagnavano i genitori”.

Altro mistero è quello relativo alle due buste di soldi con il logo del Comune, su una delle quali vi era scritto a matita “100 mila euro”. Il pm chiede all’imputato il perché di quella scritta e Turella risponde candidamente: “Se vede che la dentro ce saranno stati 100 mila euro”. Nelle altre due buste il pm fa notare come vi fosse scritto, sempre a matita, 44.600 e 2; l’accusa domanda ancora il significato di quelle scritte, e Turella risponde: “Sempre quello”.

In genere fa notare l’imputato come si usi scrivere fuori dalla busta il contenuto della busta stessa, per evitare ogni volta di dover contare.

Malgrado l’imputato avesse nella sua disponibilità ben due conti correnti, uno presso Unicredit, e l’altro un conto online presso FINECO, custodiva nella cassaforte di casa un piccolo tesoro. Cercare di capire il motivo che ha spinto Turella a tenere così tanti soldi in casa, con i tempi che corrono, pur avendo a disposizione quei due conti appare difficile, anche per una persona apparentemente normale come Claudio Turella.

Scavando ancora con le domande cominciano pero’ ad emergere particolari nuovi. Come i due accertamenti tributari che l’imputato avrebbe subito negli ultimi anni per avere dichiarato valori non reali in relazione alla cessione dei due immobili di proprietà a cui abbiamo accennato sopra. Dunque l’imputato avrebbe affrontato due accertamenti tributari vinti con ricorso.

Nel suo caso il versare quei soldi in banca avrebbe rappresentato fornire un ulteriore dimostrazione al fisco di non avere denunciato completamente il ricavo di quelle cessioni. Il pm chiede all’imputato se non avesse timore dei ladri, “Come no” risponde Turella, aggiungendo: “Però mia moglie, che non stava bene, di solito stava sempre a casa”.

Dunque l’imputato si sentiva sufficientemente sicuro nel conservare quei soldi in casa, sapendo che in quella stessa casa ci sarebbe stata comunque la moglie malata. E quando l’accusa gli domanda quale fosse il taglio medio delle banconote con cui gli veniva versato il canone di locazione della casa affittata,  Turella risponde 100 e 50. Qualche volta anche 500.

Il pm Tescaroli fa notare sul punto come tra le banconote rinvenute in casa sua, ben 291 fossero del taglio da 500 euro, di difficile smercio, e ne domanda il motivo. “Era un caso, degli affitti che percepivo. Mi pagavano in determinati modi. Non è che mi mettevo a guardare: si m’hai dato 500 euro, no non li prendo. Era un caso”.


I consigli di Buzzi

Nell’intercettazione del 19.06.13 il ROS censisce una conversazione tra Turella e Salvatore Buzzi, nella quale l’imputato rivela al ras delle cooperative di avere una cospicua somma da investire. L’imputato sperava di ricevere informazioni su forme di investimento remunerative. Nella conversazione Buzzi gli rivela di essere stato appena “prosciugato” da Panzironi e di come avesse difficoltà a reperire del denaro non tracciato: “il nero”.

E’ in questo ambito che Turella fa riferimento ad una puntata della trasmissione Le Iene, dove veniva mostrato come le persone che intendevano riciclare del denaro utilizzassero a tal fine delle Slot Machine: inserivano le monete, ritiravano il contante e poi si recavano alla cassa a prendere la ricevuta. Con quella stessa ricevuta andavano poi in banca a versarsi i soldi sul proprio conto. La ricevuta della giocata costituiva la prova provata dell’emersione dal nero della somma che vi veniva indicata.

Il pm Tescaroli fa notare come in quella conversazione fosse l’imputato a sottolineare le difficoltà che aveva a riciclare la grande quantità di contante che aveva a disposizione. Da cui la necessità di rivolgersi a Buzzi per avere consigli.

Turella racconta di avere parlato spesso con Buzzi dei soldi che aveva, dicendo che li aveva ereditati dai suoi genitori.

In più di un’occasione Buzzi gli aveva offerto di investire i suoi risparmi nella cooperativa, cercando di attirarlo con un interesse superiore a quello corrente offerto dagli istituti di credito.

Un’altra offerta che Buzzi aveva fatto a Turella era quella relativa all’acquisto di un’appartamento dalla cooperativa edilizia Deposito Locomotive Roma S. Lorenzo. Si trattava di una serie di appartamenti che la coop aveva costruito in località Case Rosse,  località’ Lunghezza, ma che poi Turella non acquistò.


Le dazioni emerse dalle intercettazioni

Il pm fa notare come in numerose intercettazioni Buzzi faccia riferimento a del denaro che gli avrebbe dovuto versare, e chiede all’imputato se tali somme gli siano state effettivamente consegnate, da Buzzi o da Emilio Gammuto. Turella risponde che tutte le intercettazioni che avevano come oggetto dazioni di denaro in suo favore non avevano lui come interlocutore, e che del resto non era neanche presente fisicamente: “non ero uno degli interlocutori” spiega l’imputato, aggiungendo di non potere rispondere a domande che non avevano lui come interlocutore.

Alla domanda dell’accusa se abbia ricevuto denaro da Gammuto, Turella risponde come più che denaro da Gammuto abbia ricevuto numerose scocciature, in particolare in merito alle spiegazioni sui lavori eseguiti: “tutto meno che i soldi”.

Il pm fa presente come in una conversazione del 19.06.13 Buzzi dica: “A Turella gli davamo la pagnotta pure a lui”, specificando in particolare come in relazione all’emergenza neve lo stesso avesse richiesto 100 mila euro. Si fa anche riferimento ad una rinegoziazione di quella somma fino al raggiungimento di un accordo che prevedeva una dazione in favore dell’imputato di 30 mila euro.

Turella risponde facendo capire di essersi accorto di essere intercettato quando dal suo ufficio di fronte a Villa Celimontana i suoi collaboratori videro una persona che armeggiava con dei microfoni, in linea d’aria non molto distante dalla finestra del suo ufficio.

Dunque l’imputato sapeva di essere intercettato, e questo spiega la sua prudenza nelle conversazioni. Ed in effetti a questo riguardo non risultano sue intercettazioni.

L’accusa fa notare come nella conversazione del 19.06.13 tra Buzzi e Gammuto si parli oltre che della cifra di 15 mila euro da versare in suo favore, anche di un libro nero, nel quale veniva tenuto conto di tutte le dazioni effettuate dalla cooperativa. Libro nero che poi è stato ritrovato nella disponibilità di Nadia Cerrito.

In particolare ciò che risultava dal libro era la corrispondenza tra le annotazioni a cui faceva riferimento Buzzi nelle conversazioni intercettate e le scritture in esso indicate, con riferimento sia agli importi che alle date.

“C’è scritto anche che io le prendo?” contesta l’imputato con riferimento alle somme, ed aggiunge secco: “non mi ha dato niente”.

L’accusa richiama la conversazione del 12.03.13 nella quale Turella chiamava Buzzi per comunicargli di passare l’indomani al dipartimento “perché Ornella aveva preparato l’atto”.

L’imputato fa notare come non si trattasse di una gara, ma di un avviso, e dunque a suo modo di vedere non sia stato commesso alcun reato. Il pm sottolinea invece come si trattasse comunque di un atto amministrativo, anticipato prima ancora di essere formalizzato, e di come in quell’occasione fosse stato invitato il beneficiario di quell’atto a prenderne visione.

Turella risponde facendo notare come quello della conversazione fosse un periodo in cui le cooperative di Buzzi erano in agitazione poichè non ricevevano appalti dall’amministrazione Alemanno. Sottolinea inoltre l’imputato come fosse stato il suo superiore a chiederglielo e dunque di non essersi potuto sottrarre. Infine Turella fa notare come a far visionare l’atto non sia stato lui ma la sig.ra Ornella.


Buzzi a Turella: “E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”

L’accusa fa notare all’imputato come egli abbia affermato di non avere mai ricevuto soldi da Buzzi; il pm contesta questa risposta citando la conversazione del 16.05.13.

Si tratta di un’ambientale dall’auto di Buzzi, nella quale quest’ultimo dice a Turella, facendo riferimento a Panzironi: “M’ha prosciugato tutti i soldi Panzironi” e Turella domandava: “Che soldi t’ha prosciugato?” Buzzi rispondeva: “E’, perché dovevo dargli un sacco di soldi: 15 mila euro, gli ultimi, glieli do oggi. E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”.  “Qui – domanda il pm a Turella – si parla di soldi che dovevano essere dati a lei”.

L’imputato contesta, rispondendo come si trattasse di soldi che dovevano essere dati a Panzironi e non a lui.

Il Presidente Ianniello interviene, facendo notare come quel “e poi posso ripensare a te” messo assieme alla frase in cui si parla dei soldi da dare a Panzironi, faccia inequivocabilmente riferimento a soldi che Buzzi avrebbe dovuto dargli: “Significano una cosa sola” ribadisce il Presidente.

“Non lo so – risponde Turella – lo dirà Buzzi”.

Sempre nella stessa conversazione Buzzi chiede a Turella: “Non mi devi fare vedere quelle che devono partire?”, riferendosi alle gare che il Comune avrebbe di lì a poco indetto. Su questo stralcio di frase il pm chiede all’imputato: “come sia possibile che un imprenditore privato chieda ad un funzionario che si occupa di quella materia di fargli vedere delle gare che devono partire?”. E aggiunge: “Qui siamo nell’ambito delle procedure negoziate”.

Turella sottolinea come la sua risposta a Buzzi sia stata: ” De che?”. 

Il pm chiede all’imputato per quale motivo abbia trattenuto il bigliettino con le coordinate per accedere al banking on line quando i Carabinieri perquisiscono la sua abitazione; e poi ancora quando è stato condotto in carcere e sottoposto ad una seconda perquisizione. Ed abbia invece deciso di strapparlo e liberarsene rientrando dal colloquio in carcere. “Vorrei capire come mai – chiede il pm – ha sentito questa esigenza”.

L’imputato risponde come in quel momento si fosse stancato di portarsi appresso quel foglio: “tanto che ce devo fa” afferma. Turella fa inoltre notare come in realtà non gli sia stato permesso di portarsi dietro quel fogliettino durante il colloquio e quindi abbia dovuto lasciarlo in deposito alle guardie penitenziarie.

Turella aveva  avvisato per telefono sua moglie di come quelle coordinate fossero custodite in casa all’interno del cassetto di una scrivania. Sua moglie era comunque cointestataria di quel conto ed aveva le sue carte personali ed i suoi codici di accesso.


La gara di villa Borghese

Torna il pm sulla gara di villa Borghese da 4 milioni di euro, in relazione alla quale l’imputato ha già riferito. Turella ha rivelato come alla base di quell’esito ci fosse un accordo precedente fra Caldani e Multiservizi, quest’ultima presieduta da Franco Panzironi.

“Lei da chi ha saputo – domanda l’accusa – che l’aggiudicatario della gara doveva essere colui che aveva fatto quest’accordo?”. La risposta di Turella è: “Caldani”.

In una conversazione del 30.01.13 tra Buzzi e Turella quest’ultimo dice al primo: “Voi comandate e noi eseguiamo, noi siamo degli esecutori d’ordine”. Il pm chiede all’imputato quale sia il significato di questa frase.

Turella risponde come lui e Buzzi al telefono fossero soliti scherzare. In particolare Buzzi scherzava molto sul fatto che l’imputato non amasse essere accostato a nessuna parte politica, destra o sinistra che fosse. Dunque in tono ironico Buzzi amava provocarlo apostrofandolo alle volte con l’appellativo di compagno ed altre con quello di camerata. Il pm prima ed i Presidente poi contestano il tono scherzoso al quale Turella fa riferimento.

L’accusa in particolare contesta quel “voi comandate e noi eseguiamo” pronunciato da un funzionario di un’importante amministrazione ad un imprenditore privato, frase che lascerebbe intendere una messa a disposizione della propria funzione.

Su sollecitazione da parte dell’avvocato dell’associazione Libera, Giulio Vasaturo, Turella racconta di avere cominciato ad accumulare denaro contante a partire dal 1984, quando ci fu la vendita della casa del padre. Proseguendo l’avvocato di parte civile chiede all’imputato a quanto ammontasse quel tesoretto nel 2001, con l’ingresso nell’euro, e l’imputato risponde 250-300 milioni.

A questo punto Vasaturo chiede a Turella in che modo abbia cambiato quel denaro dalle lire agli euro e l’imputato risponde attraverso alcuni amici, e cita la ditta Latin Flor di Latina (Latin Flor srl) per la quale ha lavorato come consulente. L’attività di consulenza veniva remunerata in nero e in più, a detta dell’imputato, gli venivano cambiati i soldi. Cita Turella anche un altro nome, tale Antonio Passarelli, al quale è riconducibile la società Ecoflora.

In generale si trattava di persone che gestivano attività commerciali, con le quali  l’imputato aveva instaurato un rapporto di amicizia e di confidenza. (cm)

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