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E’ stato sentito mercoledì primo febbraio, nell’ambito del processo Mafia Capitale, l’imputato Luca Odevaine. Dopo aver ricoperto, nel 1996, la posizione di consigliere dell’ex Ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri, è stato nominato vice capo di Gabinetto vicario dall’ex sindaco Walter Veltroni.

Di seguito è stato Capo della Polizia provinciale e Capo della Protezione civile su nomina del Presidente Nicola Zingaretti.

Dopo la rinuncia alla poltrona di sindaco da parte di Veltroni, Odevaine ha continuato a ricoprire la carica di vicecapo di Gabinetto assieme al Prefetto Morcone per tutta la durata del commissariamento. Successivamente, con l’elezione di Gianni Alemanno, è rimasto, su richiesta del nuovo sindaco, a ricoprire pro tempore la stessa carica, per consentire il passaggio istituzionale di competenze.

Durante questo periodo Odevaine ha svolto, come aveva fatto del resto anche durante il commissariamento, la funzione di capo di gabinetto.

In particolare la cosa di cui si è occupato più a lungo, come era accaduto anche durante la giunta Veltroni, è stata la cura dei rapporti con il Ministero degli Interni e con la Prefettura.

A questo riguardo Odevaine era delegato dal sindaco nel Comitato per l’Ordine e la Sicurezza.

Forte dell’esperienza di capo della Polizia Provinciale Odevaine offriva ad Alemanno la sua competenza con riguardo alle delibere più urgenti che era necessario adottare.

Erano in corso in quel periodo i lavori di rifacimento di via Nazionale ed occorreva accelerare i tempi per essere in grado di finire prima dell’inizio dell’anno scolastico, in modo tale da non dover subire eventuali interruzioni.

Odevaine ricevette anche le persone delegate da Alemanno per pianificare le nomine alla guida dei vari dipartimenti.

In tale ambito i più stretti collaboratori del Sindaco erano il suo capo di gabinetto Antonio Lucarelli, Riccardo Mancini, ed il responsabile della raccolta fondi per la sua campagna l’on.Vincenzo Piso, deputato nonché coordinatore regionale del PDL. Alemanno aveva un rapporto preferenziale con tutti loro, tanto da descriverli ad Odevaine come persone di assoluta fiducia.

Questi personaggi presentati ad Odevaine rivolgevano una particolare attenzione a tutta una serie di servizi pubblici che il Comune di Roma erogava.

Le questioni che Odevaine avrebbe dovuto seguire per i tre mesi successivi riguardavano gli appalti in scadenza e le funzioni svolte dalle cooperative sociali.

Queste ultime erano particolarmente attive all’interno dell’amministrazione capitolina specie nella manutenzione degli immobili del Comune, si cita a tal riguardo la Multiservizi, ovvero nello svolgimento di una serie di servizi che derivavano da subappalti da parte della ex municipalizzata Ama. A questi si aggiungeva anche l’appalto per la manutenzione delle aree verdi, in genere assunto dalla 29 giugno.


Le cooperative di Buzzi referenti per il sociale

Il capo segreteria di Alemanno, Lucarelli aveva in mente di nominare la gran parte dei capi dipartimento del Comune  mentre Mancini e Piso erano più interessati al ruolo delle cooperative. Dopo trent’anni circa di governo della sinistra a Roma essi intendevano favorire cooperative che facessero riferimento al centro destra.

Sfortunatamente in quel momento la destra non aveva soggetti di riferimento nel mondo delle cooperative, fatta eccezione per il Granellino di Senape, per altro già attiva nel campo del decoro urbano.

Di fatto quest’ultima era in quel momento l’unica cooperativa vicina al centro destra poiché non esisteva ancora un sistema organizzato analogo a quello afferente alla Lega delle Cooperative.

Per tutto il periodo in cui ha ricoperto l’incarico di vice capo segreteria, ovvero fino al luglio 2008, Odevaine riferisce in aula di non avere svolto alcun tipo di attività in quanto non vi erano appalti pubblici da dover rinnovare.

In seguito Odevaine viene a sapere da Salvatore Buzzi come molte cooperative a lui afferenti stessero perdendo l’appalto. Molte di queste erano in serie difficoltà in quanto stavano perdendo appalti e subappalti, e cio’ creava una serie di problematiche.

Solo la 29 giugno aveva più di duemila dipendenti e si trovava nella condizione di doverne licenziare alcuni. Finalmente si riuscì a raggiungere un accordo con Alemanno, accordo che consentiva alle cooperative di Buzzi  di continuare a svolgere le loro attività e a partecipare a gare.

Quello che era accaduto era in realtà una presa d’atto da parte del Sindaco e dei suoi collaboratori della mancanza di soggetti economici riconducibili al campo del centro destra in grado di poter sostituire le cooperative di Buzzi, già attive nella  gestione di servizi. Di fatto quindi il riferimento dell’amministrazione Alemanno per il sociale divennero le cooperative di Buzzi.


400 mila euro per ogni consigliere

Il pm Luca Tescaroli chiede all’imputato se, in merito ad alcuni emendamenti, sa se vi siano stati degli accordi, nel periodo che va dal 2008 al 2013, in seno all’amministrazione Alemanno.

Si fa riferimento ad emendamenti che potevano essere sollecitati dai consiglieri comunali nell’ambito di un determinato ammontare, pari a 400 mila euro, da destinare ad iniziative di interesse politico discrezionale da parte di ogni singolo consigliere.

Il pm chiede al teste se sa se vi siano stati degli accordi in tal senso, e se si da chi lo abbia appreso. Odevaine risponde di si e di averlo appreso da Riccardo Mancini.

Quest’ultimo gli riferì dell’esistenza di un accordo tra l’allora maggioranza e la minoranza in Campidoglio per mettere a disposizione di ogni consigliere comunale, nel corso della sessione di bilancio vale a dire una volta l’anno, la somma di 400 mila euro da destinare ad attività culturali, in genere a favore di associazioni vicine ai consiglieri.

Si trattava di un accordo di tipo generale e quindi se si sia effettivamente realizzato e a quali iniziative abbia dato luogo Odevaine sottolinea di non essere in grado di saperlo, in quanto non siedeva tra i banchi del Consiglio Comunale.

Odevaine riferisce che quella rappresentava una prassi ormai consolidata negli anni in seno al Comune.

Dunque esisteva anche prima, domanda il Presidente Rosanna Ianniello, e Odevaine risponde “si, anche se in modo diverso” spiegando la dinamica con la quale tale processo si svolgeva.

Durante la discussione del bilancio, come succede in Parlamento, nel tentativo di mediare sulle diverse posizioni e al fine di giungere all’ approvazione del bilancio stesso, si lasciava sempre una certa somma relativa agli emendamenti dei consiglieri, compatibilmente con le risorse disponibili nelle casse del Comune. Si trattava di un fondo a disposizione dei consiglieri, una prassi politica che nella vicenda in questione venne quasi istituzionalizzata, nel senso che si decise la cifra a monte.

Il pm domanda all’imputato tra quali persone sia intercorso l’accordo politico in oggetto, ed Odevaine risponde di ritenere come tale accordo sia avvenuto tra il capogruppo di minoranza ed il Sindaco, vale a dire tra Umberto Marroni e Gianni Alemanno.

La pubblica accusa domanda quindi se questo accordo sia stato mantenuto anche nel corso della giunta successiva, quella guidata dal Sindaco Ignazio Marino.

Odevaine risponde di no, che a quanto gli è dato sapere l’accordo in questione non è stato mantenuto, per lo meno in questi termini. Anche perché le risorse a disposizione del Comune di Roma erano infinitamente minori. Erano state lasciate delle risorse in sede di discussione di bilancio, ma molto scarse.


Il bando della giunta Marino

Odevaine aggiunge poi, su domanda del pm, di avere appreso di questa circostanza relativa alla giunta Marino in quanto attraverso la Fondazione da lui presieduta, la Fondazione Integrazione, era stato presentato un progetto presso il Dipartimento dei Servizi sociali del Comune, la cui responsabile era l’assessore Rita Cutini. La Fondazione aveva a disposizione un numero rilevante di volumi, circa 50 mila, frutto di una campagna promossa insieme alla Feltrinelli. Questi libri vennero messi a disposizione del Comune per potere creare delle biblioteche presso i centri anziani, i centri per gli immigrati, nelle case famiglia, e ovunque il Comune di Roma avesse avuto interesse.

Si trattava di un accordo a titolo gratuito in relazione al quale vi era un rapporto diretto con l’amministrazione. In seguito l’assessore Cutini avvertì Odevaine dell’esistenza di un bando la cui uscita era prevista per la fine dell’anno ed al quale la sua Fondazione avrebbe potuto partecipare sui temi di interesse.

Da questa circostanza Odevaine ne trasse la conclusione circa l’esistenza di fondi riservati per la fine dell’anno, il cui importo complessivo era di un milione di euro. Dunque l’importo di ciascun lotto sarebbe stato di 15-20 mila euro, ed i consiglieri comunali si erano gia’ attivati nel tentativo di fare assegnare almeno uno di questi ad associazioni loro vicine.

Il pm chiede all’imputato se abbia conosciuto Silvio di Francia e Odevaine risponde di si, spiegando come fosse proprio lui la persona con la quale aveva parlato in relazione ai fondi ai quali avrebbe potuto accedere la sua Fondazione.

Aggiunge poi come egli stesse in quel periodo discutendo con Di Francia circa l’effettuazione di uno screening sulla situazione dei rifugiati politici a Roma, al fine di stabilire quanti di questi fossero stati accolti dalle strutture preposte e quanti invece ne fossero rimasti esclusi.

Quando la pubblica accusa chiede al teste se sa chi fosse dell’amministrazione che si occupava degli emendamenti, Odevaine risponde di non sapere.

Ricorda solo come Di Francia avesse ricevuto dal Sindaco Marino un incarico sui temi dell’integrazione e dei diritti delle minoranze e gli disse anche di avere parlato del bando con un consigliere ma non riesce a ricordarne il nome.

Il pm fa presente all’imputato che in occasione dell’interrogatorio reso in fase investigativa il 19.10.15 aveva fatto il nome di D’Ausilio e Odevaine risponde con un “può essere“.

E poi aggiunge: “Se l’ho detto evidentemente in quel momento me lo ricordavo“. Il pm chiede al teste se conferma quella dichiarazione e Odevaine risponde di si.


Lo Spoil system di Alemanno

Quando si trattò di nominare i nuovi dirigenti dei vari dipartimenti il criterio che si voleva seguire era quello dell’appartenenza politica, senza alcun riferimento ad un parametro che fosse attinente alla preparazione ed alla competenza specifica.

Odevaine si oppose a questo modo di procedere, facendo presente come occorresse tenere in considerazione l’elevata preparazione di alcuni capi dipartimento, e che se vi doveva essere un avvicendamento quanto meno  questo non avrebbe dovuto essere immediato.

Viene citato quale esempio quello del dipartimento al patrimonio, diretto a lungo dalla dott. Luisa Zambrini sostituita dal dott. Raffaele Marra.

In seguito Marra venne rimosso e sostituito da un altro dirigente. In questo caso ed in altri il sindaco Alemanno ed il suo staff procedettero al cambio del vertice del dipartimento in base a criteri spartitori che non avevano altra logica se non quella dell’appartenenza politica.

Alemanno non spiegò il genere di rapporto che aveva con questi dirigenti, fu l’on. Piso, che oltre ad essere parlamentare era anche il segretario regionale del PDL, a fornire delle motivazioni di ordine politico avendo coordinato ed anche raccolto finanziamenti per la campagna elettorale di Alemanno.

Vi era poi, tra Piso, Mancini ed Alemanno, un legame di amicizia risalente ad epoca lontana, intorno agli anni ’70; i tre avevano inoltre trascorso agli inizi degli anni ’80 un periodo di detenzione comune presso il carcere di Rebibbia. In quello stesso periodo erano detenuti presso il medesimo istituto anche Salvatore Buzzi e Massimo Carminati.


La collaborazione con Alemanno

Odevaine racconta nella sua deposizione  come quei tre mesi di passaggio di consegne tra la consiliatura Veltroni e quella Alemanno furono molto veloci ed anche difficili. Riferisce in particolare delle difficoltà riscontrate nello svolgimento delle proprie attività, ed anzi di non essere stato messo nelle condizioni di poter lavorare correttamente.

Ripercorre Odevaine la vicenda della nomina a sua insaputa di un nuovo vice capo segreteria, tale Gianmario Nardi. Quest’ultimo era persona già nota ad Odevaine per essere stata allontanata dal gabinetto dell’ex sindaco Veltroni, dove ricopriva la carica di direttore, per via di alcune tensioni molto forti, ma non al punto tale da giustificare un’azione disciplinare.

La ragione era da individuare nel suo svolgere un’attività troppo vicina a quella svolta da alcuni imprenditori nel settore delle manifestazioni culturali e delle occupazioni di suolo pubblico concesse dal gabinetto. Per tale ragione il funzionario era stato allontanato e trasferito presso il tredicesimo municipio.

Questo ritorno di Nardi aveva riacceso  dissapori non ancora sopiti, tanto da spingere il Nardi a bloccare una serie di delibere adottate da Odevaine. Si trattava in particolare di delibere di spesa e delibere da liquidare celermente,  il cui ritardo avrebbe potuto generare dei contenziosi nei confronti del Comune.

Per queste ragioni Odevaine si rivolse al capo di gabinetto, il dott. Sergio Santoro, che risolse quella situazione. In un’altra occasione venne nominato capo dell’Ufficio Decoro, ufficio che ricadeva sotto la competenza di Odevaine, Mirko Giannotta. Questi era stato il segretario storico del circolo MSI di Acca Larenzia.

Giannotta prese possesso di alcune stanze assegnate alla segreteria di gabinetto ed inoltre subito dopo la sua nomina venne distrutto l’archivio relativo al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza. Si trattava di un archivio che raccoglieva materiale molto vecchio.

A seguito di questo episodio Odevaine racconta di avere trasferito il suo ufficio dal palazzo del Campidoglio a palazzo S.Marco.

Pur conoscendo Alemanno da lunga data per via della comune militanza nell’MSI, l’11.05.06 Giannotta era rimasto coinvolto, assieme al fratello ed al padre, in un tentativo di rapina presso la gioielleria Bulgari di via del Corso. Il tentativo fallì e i tre vennero arrestati dalla polizia.


I campi rom

Quando la pubblica accusa domanda al teste se ricorda che, nel periodo in cui ha ricoperto l’incarico di vice capo di gabinetto della giunta Alemanno, vi siano state iniziative o accordi adottati con riguardo ai rom, il teste risponde di no. Ma fa notare come la questione dei rom costituisca un’emergenza pressoché continua ed anche difficilmente risolvibile.

Non ricorda però se vi siano stati momenti di particolare tensione ne l’adozione di iniziative specifiche con riferimento a qualche campo rom. Rammenta come, a seguito della sua uscita dall’amministrazione, sia il campo rom di Castel Romano che quello della Barbuta siano stati riqualificati ed ampliati.

Quando il pm chiede all’imputato se abbia conosciuto Sandro Coltellacci Odevaine risponde di si e quando l’accusa gli chiede se si sia mai rapportato con lui a seguito di accordi presi con determinate etnie rom Odevaine risponde come l’accordo al quale si fa riferimento sia molto precedente rispetto a quello in oggetto, risalendo esso all’epoca della giunta Veltroni.

Si tratta, spiega l’imputato, dell’accordo relativo al campo di Castel Romano. La storia di Castel Romano risale ad epoca antecedente all’amministrazione Alemanno. Le etnie che lo hanno occupato risiedevano originariamente su di un terreno situato di fronte alla terza università.

La Comunità Europea ed alla fine anche la Corte di giustizia avevano più volte sottolineato come quella situazione fosse illegale per motivi sanitari e dunque l’amministrazione Veltroni decise di chiuderlo. Odevaine se ne occupò direttamente insieme alla protezione civile, e tra le varie ipotesi su dove collocare il campo autorizzato predisposto per accoglierli,

vi era un camping situato a Castel di Guido . Inizialmente i rom erano circa mille, tutti cittadini italiani divisi in due gruppi ben distinti: bosniaci e sinti.

Quando la popolazione residente venne a sapere dell’apertura del campo, il presidente del 18 municipio, il dott. Vincenzo Fratta del PDL, ordinò ai vigili di sequestrare il camping per presunte violazioni urbanistiche.

Questo avveniva il giorno prima del trasferimento concordato con i due capi nomadi. Si creo’ quindi l’esigenza di dover individuare in tempi brevi un sito ove trasferire tutta la popolazione rom in questione, per poi poi procedere ad eseguire i lavori per la sistemazione del campo. Si scelse un’area del parco di Decima Malafede.

I rom vennero inizialmente alloggiati nelle tende messe a disposizione dalla protezione civile, mentre nella parte libera del terreno vennero iniziati i lavori per la creazione del campo.

Una volta terminati, si presentò l’esigenza di eliminare i rifiuti per mantenere pulito il campo, in quanto l’AMA non voleva entrare all’interno poiche’ i rom danneggiavano i loro mezzi.

L’AMA aveva sistemato un cassonetto per la raccolta dei rifiuti esternamente al campo e l’unico modo per tenere un minimo di pulizia ara quello di affidarla a due cooperative, questo perché le etnie erano due.

Le due cooperative avrebbero lavorato all’interno del campo eseguendo l’attività di raccolta e deposito dei rifiuti. Del resto questo rappresentava uno dei capitolati previsti per poter gestire il campo di Castel Romano.

L’accordo venne promosso dalle cooperative incaricate di gestire il campo, e tra queste vi era la Solco, la cooperativa presieduta da Sandro Coltellacci. Dunque fu Coltellacci a comunicare ad Odevaine il raggiungimento dell’ accordo.


Il tavolo di coordinamento

Il tema del tavolo di coordinamento creato presso il Ministero dell’Interno era già stato introdotto nelle precedenti udienze. La pubblica accusa domanda all’imputato quale fosse la sua posizione all’interno di esso, ed in quale intervallo di tempo “a partire da quando e sino a quando”.

Il tavolo è stato istituzionalizzato, come dichiarato dal Prefetto Mario Morcone, nel luglio del 2014, allorquando il Prefetto stesso ha assunto la carica di capo di dipartimento. Tuttavia la sua esistenza informale va retrodatata al 2012, epoca in cui esisteva non un tavolo vero e proprio ma un comitato di coordinamento, formalizzato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante l’emergenza Nord Africa.

In quella fase il Premier emise un’Ordinanza di emergenza nazionale con la quale veniva nominato commissario il Prefetto Franco Gabrielli, affiancato da una serie di funzionari provenienti da diverse amministrazioni: le Regioni, l’ANCI, l’UPI, il Ministero del Walfare, quest’ultimo responsabile della gestione dei minori, il Ministero degli Interni ed il Dipartimento della Protezione Civile.

Allora il comitato era presieduto dal Prefetto Gabrielli, il quale assumeva le deliberazioni in piena autonomia, avendo però sentito tutte le parti coinvolte. Al termine dell’emergenza Nord Africa il tavolo venne assorbito dal Ministero dell’Interno e posto sotto la responsabilità del Ministro.

La designazione di Odevaine in seno al comitato di coordinamento era stata fatta dall’Unione delle Province, presieduta da Giuseppe Castiglione, su proposta del Presidente Nicola Zingaretti.

La funzione svolta era analoga a quella di tutti gli altri membri del tavolo. Il tavolo svolgeva sostanzialmente una funzione di ausilio nei confronti del Prefetto Gabrielli. Quando il pm chiede all’imputato se effettivamente abbia percepito, come risulta dalle intercettazioni su Buzzi, cinquemila euro per un dato lasso di tempo, Odevaine risponde di “si”.

E quando poi la pubblica accusa domanda all’imputato se fossero tangenti quelle che riceveva da Buzzi, Odevaine risponde di no, che si trattava in realtà della contropartita per una consulenza da lui offerta alla 29 giugno “una collaborazione che venìva pagata“.

A questo punto il pm chiede all’imputato di spiegare al Tribunale due cose: per quale motivo Buzzi gli erogava questa somma di denaro e con quali modalità veniva erogata.

Odevaine riconosce di avere ricevuto da Buzzi la somma di 5.000 euro dal dicembre 2011 al novembre 2014 (36×5.000=180.000) come rimborso per l’affitto di un ufficio, e questo fino agli ultimi mesi del 2011.


L’attività di consulenza di Odevaine

La decisione di continuare a corrispondere tale cifra anche dopo la chiusura dell’ufficio si deve a due tipi di attività: una relativa alla cooperativa Il Percorso, appartenente al consorzio di cooperative riconducibili a Buzzi.

Tale cooperativa svolgeva una serie di servizi all’interno dei centri gestiti dalle cooperative afferenti a Buzzi, servizi che Eriches non era in grado di svolgere direttamente, ma che erano previsti dal capitolato del Ministero dell’ Interno.

Si trattava della logistica ovvero il reperimento degli immobili, della somministrazione dei pasti, dell’allestimento degli arredi all’interno dei centri e del mantenimento della sicurezza.

Le cooperative afferenti ad Odevaine, il Percorso ed Habitus, si occupavano invece di servizi alla persona, quali l’assistenza psicologica, l’assistenza legale e l’insegnamento della lingua italiana e in alcuni casi anche dell’informatica.

Per tali servizi era stato stipulato un contratto che prevedeva una fatturazione mensile. Una parte dei fondi veniva versata in nero. Dunque questi 5.000 euro rappresentavano una quota corrisposta a fronte del lavoro svolto per conto delle cooperative di Buzzi.

A questo punto l’accusa domanda il perché di questa somma e Odevaine spiega che l’altra attività che svolgeva sempre per Buzzi consisteva in una consulenza che riguardava principalmente una funzione di collegamento con il Ministero dell’Interno, le Prefetture e le amministrazioni “quel mondo con cui difficilmente le cooperative che gestiscono questi servizi riescono a dialogare e a parlare” spiega Odevaine.

Questo perché si tratta di un mondo un po’ chiuso, dove le norme, la burocrazia e le pratiche amministrative necessitano di interpretazioni.  E le relazioni che Odevaine aveva costruito nel tempo, con il comitato per l’ordine e la sicurezza di Roma, all’interno del quale era la persona con maggiore anzianità, rappresentavano un ottimo curriculum. 

Dunque una volta lasciate la direzione del Dipartimento della Polizia provinciale e la Protezione Civile, attività abbandonate definitivamente nel 2012, Odevaine aveva intrapreso un’ attività imprenditoriale di consulenza nel settore dei centri di accoglienza, e questo attraverso la Fondazione Integrazione e le due cooperative Abitus e il Percorso.

Si trattava nello specifico di una collaborazione personale offerta al ras delle cooperative sociali Buzzi, ma che si estendeva anche alle altre cooperative appartenenti allo stesso consorzio.


Le competenze acquisite nel tavolo per l’immigrazione

Cercando di chiarire quale fosse la posizione di Odevaine all’interno del tavolo tecnico presso il Ministero dell’Interno, e quindi l’ipotetica accusa mossagli di convogliare i flussi di immigrati vero le cooperative di Buzzi e soci, la pubblica accusa domanda all’imputato se vi fosse un’attività che egli svolgesse con riferimento alla pubblica amministrazione. Odevaine risponde ribadendo coma a partire dalla fine del 2012 non abbia più ricevuto contratti dalla pubblica amministrazione.

Il pm Tescaroli contesta questa dichiarazione facendo presente all’imputato che nel verbale del 27 marzo 2015 ha dichiarato spontaneamente che con le remunerazioni in nero che riceveva doveva ricompensare la sua attività di facilitatore dei rapporti con la pubblica amministrazione.

Odevaine risponde come allora non rivestisse alcun ruolo formale nella pubblica amministrazione, anche se di fatto si rapportava ad essa.

Quindi, ribadisce il pm Tescaroli, l’imputato facilitava Buzzi e gli interessi che attorno a lui ruotavano con riferimento alla pubblica amministrazione, e l’imputato risponde “si”.

L’accusa rivolge ancora una domanda ad Odevaine in relazione al suo ruolo all’interno del tavolo di coordinamento. Con riferimento all’attività posta in essere dall’aprile 2011 al luglio 2014, l’accusa chiede all’imputato se “si sia mai attivato per fare fronte a richieste o a interessi riconducibili a Buzzi?“. L’imputato risponde affermativamente.

Il pm Tescaroli gli domanda quindi che cosa abbia fatto nell’arco temporale specificato, e Odevaine risponde: “Come ripeto, i rapporti con le amministrazioni e con le Prefetture non sono semplici: non si riesce a trovare l’interlocutore giusto per vari problemi che si pongono all’interno dei centri, perché poi un centro apre e poi deve vivere, e per la vita del centro c’è bisogno di tutta una serie di apporti e supporti da parte della pubblica amministrazione, ed è molto difficile l’interlocuzione. C’è sempre, purtroppo, e questo fa si che si creino dei grossi gruppi che gestiscono queste attività, c’è sempre un problema finanziario, che la pubblica amministrazione paga con tempi lunghissimi, e a volte non paga, e quindi spesso ci sono da sbloccare situazione di questo tipo. Ci sono mille problemi nella gestione di un centro perché non è facile gestire centinaia di immigrati, e quindi mille questioni da porre all’attenzione dell’amministrazione. In più la legislazione in materia di immigrazione è molto complessa e quindi molto spesso gli operatori non sanno come devono comportarsi per svolgere correttamente le propria funzione. Io i rapporti che avevo con il Ministero dell’Interno sono rapporti che vengono dalla mia lunga frequentazione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. A Roma i Prefetti, i Questori, i Comandanti dei Carabinieri, quelli della Guardia di Finanza che vengono ad assumere la responsabilità su Roma per un fatto di carriera, successivamente passano ad altri incarichi, per cui la rete di conoscenze che avevo derivava da una frequentazione soprattutto del comitato per l’ordine e la sicurezza“.


L’orientamento dei flussi di immigrati

A questo punto la pubblica accusa rivolge all’imputato una domanda diretta: “rimanendo lei al tavolo nazionale di coordinamento era nelle condizioni, si è attivato per orientare il flusso di immigrati?

La risposta di Odevaine è: “No, innanzitutto non era compito del tavolo. Secondo non avrei avuto nessun potere di orientamento di un tavolo in cui, probabilmente, tra le varie amministrazioni che facevano parte di quel tavolo le Province erano, visto che stavano andando verso la chiusura, le province erano quelle che avevano meno competenze in materia, prima di tutto perché non avevano competenze specifiche. Nel senso che le competenze specifiche in materia di immigrazione le hanno i Comuni e in parte le Regioni per la parte sanitaria. Le province non hanno nessuna competenza diretta sull’immigrazione. Quello era un tavolo politico in cui si discuteva delle norme sull’immigrazione e sulle procedure, ma non nei dettagli dei flussi dei singoli centri“.

Il pm Tescaroli ricorda all’imputato che in una intercettazione ambientale del 21 marzo 2014, dagli uffici della Fondazione Integrazione, parlando con alcuni interlocutori tra i quali anche Buzzi, egli affermava: “chiaramente stando a questo tavolo nazionale ed avendo questa relazione continua con il Ministero sono in grado un po’ di orientare i flussi che arrivano da giù, anche perché spesso passano per Mineo, e poi da Mineo vengono smistati in giro per l’Italia, per cui un po’ a Roma un po’ nel resto d’Italia e se loro c’hanno strutture che possono essere adibite a centri per l’accoglienza da attivare subito in emergenza senza gara, le strutture disponibili vengono occupate e io insomma gli faccio avere parecchio lavoro“.

Qui lei afferma – domanda il pm – che grazie al suo lavoro orientava il flusso degli immigrati, e questo non è in linea con quello che ha testè detto“.

Odevaine contesta il fatto che Buzzi fosse presente nel corso della conversazione.

Il Presidente Ianniello chiede all’imputato se abbia pronunciato la frase in oggetto oppure no: Odevaine risponde di si. (cm)

  

  

   

 

 

 

 

 

 

 

 

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