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Claudio Meloni

Mese

febbraio 2017

Arrestato il faccendiere sardo Mureddu

mureddu

Mercoledì 22 febbraio un’ ANSA ha dato conto dell’arresto di Valeriano Mureddu, faccendiere di origini sarde ma trapiantato in Toscana. A firmare l’ordine di custodia è stato il Gip del Tribunale di Arezzo Piergiorgio Ponticelli.

Il faccendiere, al quale viene contestato in concorso con altri 11 il reato di bancarotta fraudolenta in relazione alla società Geovision srl, è attualmente detenuto presso il carcere di Arezzo.

Ieri l’ex consigliere di Pier Luigi Boschi è stato sentito dal Gip Piergiorgio Ponticelli per circa un ‘ora.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Mureddu ha respinto tutte le accuse che lo vedrebbero principale artefice del fallimento della Geovision srl, ed ha chiarito come la sua posizione nei confronti di quella società fosse di semplice consulente.

Secondo i Pm che indagano sul caso, Andrea Claudiani e Julia Maggiore, Mureddu avrebbe distratto il patrimonio della società in questione  attraverso bonifici diretti alla moglie di Flavio Carboni, Maria Laura Scanu Concas. Oltre a ciò avrebbe anche posto in essere una frode nei confronti dell’erario per IVA non pagata pari a 5 milioni di euro. 

La Geovision srl è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Arezzo  il 15 settembre 2016, con sentenza n.69/2016. A presentare l’istanza sarebbe stata la Antartide srl, società che si occupa di arredamento per bar e ristoranti, con sede a San Miniato (PI) in via Trento.

La prima udienza, l’adunanza dei creditori per l’esame dello stato del passivo, si è tenuta il primo febbraio scorso.


 fallimento


Dall’Abruzzo alla Toscana

Secondo guidamonaci.it Geovision srl, società di commercio all’ingrosso di gomma greggia e materie plastiche, è stata costituta ad Avezzano (Aq) ed è stata iscritta nel registro delle imprese il 23 giugno 2009. Ha iniziato ufficialmente la sua attività il 30 luglio 2012 (numero REA AQ 119670) con sede in Avezzano, via XX Settembre n.67.

Da un estratto del registro delle imprese la Geovision srl, con atto di costituzione del 19.02.1994, sarebbe iscritta ad Arezzo a far data dal 1.08.2014, con sede legale a Civitella in Val Di Chiana (Ar), in via di Pescaio. La società sarebbe registrata come srl a socio unico che risulta essere Emiliano Casciere (nato ad Avezzano il 14.06.78), il quale è anche rappresentante dell’impresa.

Essendo il numero di Partita Iva lo stesso di Avezzano se ne deduce che la società abbia semplicemente trasferito la sede.


Venti milioni di fatturato nel 2014

Sul sito reportaziende.it, un motore di ricerca specializzato in società, digitando sulla barra degli indirizzi la voce Geovision srl veniamo a sapere che la società a responsabilità limitata denominata Geovision con sede in Civitella Val di Chiana, provincia di Arezzo, ha raggiunto nel 2014 un fatturato pari a euro 20.914.821, mentre il Margine Operativo Lordo, l’indicatore di redditività dell’azienda basato solo sulla gestione operativa, è stato sempre per quell’anno pari a 901.583 euro.

In base ai dati della relazione sulla gestione del bilancio al 31.12.2014, l’attivo corrente dato dalla somma della liquidità con le disponibilità, era pari a 4.783.783 euro, che con le immobilizzazioni arrivava al totale attivo di 5.008.516 euro. Il totale passivo era invece 5.008.516 euro.

Secondo il conto economico i ricavi, al dicembre 2014, erano 20.914.821 euro mentre i costi ammontavano a 20.193.830 euro, per un reddito netto pari a 536.728 euro. (cm)

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La dismissione del patrimonio immobiliare

pedetti

In relazione all’imputazione di istigazione alla corruzione l’imputato Pierpaolo Pedetti chiarisce il suo rapporto con Brigidina Paone, impiegata presso la segreteria dell’assessore alla casa Daniele Ozzimo. Racconta Pedetti di avere conosciuto la Paone quando militavano insieme nella federazione giovanile dei DS, e di come nel periodo della giunta Marino vi fosse con lei un rapporto stretto di collaborazione.

Secondo l’ipotesi accusatoria l’oggetto dell’  istigazione alla corruzione sarebbe stato l’adozione da parte della Commissione al Patrimonio e alle Politiche Abitative del Comune, presieduta dal Pedetti, di una delibera la cd delibera dismissioni con la quale veniva messa sul mercato a prezzi notevolmente inferiori a quelli reali una serie di immobili del patrimonio del Comune. Tra questi anche gli immobili di via Pomona e di via del Frantoio, già occupati da Buzzi sulla base di una convenzione. Chiarisce innanzitutto l’imputato come la Paone non avesse alcun ruolo formale all’interno della Commissione da lui presieduta.

Di seguito Pedetti ricostruisce la vicenda della delibera sulle dismissioni, approvata dalla Giunta Marino. Spiega l’imputato come essa abbia preso spunto dalla delibera n.88 approvata dalla Giunta Alemanno. Quella delibera, secondo Pedetti, riguardava un residuo del patrimonio immobiliare che si era tentato di dismettere da parte delle amministrazioni passate. Immobili che le amministrazioni nei vari anni non erano riuscite a vendere nelle varie aste che erano state battute.

La delibera n.88 venne approvata dalla Giunta Alemanno senza pero’ riuscire ad essere approvata dall’Assemblea Capitolina.

Nell’ambito del decreto Salva Roma, nell’esigenza di dover recuperare fondi, la Giunta Marino propose nuovamente la vendita di quegli stessi immobili, oltre a un piano di razionalizzazione delle partecipate.

 L’elenco degli immobili da mettere sul mercato era stato proposto dall’Ufficio Alienazioni del Dipartimento del Patrimonio. Il criterio con cui era stato redatto si basava sulla verifica di alcune caratteristiche sugli immobili da cedere.


Gli emendamenti ad hoc per Buzzi

All’interno dell’ amministrazione capitolina Mirella Di Giovane era il Direttore del Dipartimento del Patrimonio mentre l’ex vicesindaco Luigi Nieri ricopriva per un breve periodo il ruolo di assessore al Patrimonio. Con Nieri Pedetti aveva un rapporto di tipo politico.Quando viene chiesto un parere alla Commissione Patrimonio in merito alla cessione di quegli immobili, Pedetti, in qualità di Presidente, avrebbe apportato due emendamenti alla delibera redatta dalla giunta.

Il primo prevedeva la riduzione del prezzo di acquisto di quegli immobili nel caso in cui l’acquirente fosse stato una cooperativa o un altro soggetto impegnato in attività sociale. L’altro riguardava invece la riduzione del periodo di disponibilità dell’immobile da parte del conduttore o assimilato, necessario per poter accedere alla sua cessione.

Per la presentazione di questi due emendamenti ad hoc l’accusa ha ipotizzato una corruzione ai danni di Pedetti.

Il testo finale della delibera prevedeva una riduzione del prezzo degli immobili pari al 40% del loro valore di mercato.

Tale misura era in linea con le precedenti iniziative di dismissione del patrimonio adottate dalle amministrazioni passate, dove l’intenzione era quella di favorire chi aveva avuto la disponibilità dell’immobile, sia che fosse il conduttore o un custode.

Buzzi sollevò la questione in merito ad un trattamento privilegiato nei confronti delle cooperative sociali che avevano assunto il ruolo di conduttore.

A tale scopo fece avere a Pedetti, attraverso Dina Paone, una bozza di emendamento da apportare alla delibera di dismissione in corso di approvazione.

L’emendamento Buzzi, discusso anche in sede di Dipartimento dalla Di Giovane, prevedeva un abbattimento del prezzo dell’immobile dell’80%, mutuando tale percentuale dal criterio di valutazione del canone di affitto per gli immobili comunali concessi in locazione alle cooperative sociali.

 Pedetti corresse tale percentuale in 40%. L’altro emendamento introdotto dall’imputato era quello che riduceva il periodo di possesso dell’immobile ai fini dell’abbattimento del prezzo da 5 a 3 anni.

Questi due emendamenti furono introdotti dalla Commissione Patrimonio, cioè da Pedetti, il 13 gennaio 2014. Tutti e due avevano avuto origine da un’iniziativa di Buzzi, che di fatto era il soggetto che ne traeva maggiore vantaggio.   


Il recepimento nella delibera degli emendamenti pro Buzzi

Pedetti racconta come fosse contrario al contenuto della delibera di dismissione. Tuttavia il Sindaco Marino ritenne prioritario inviare un messaggio forte al Ministero dell’Economia in tema di riequilibrio del Bilancio di Roma Capitale.

L’imputato racconta come quell’operazione, così come era stata concepita, fosse destinata a fallire poiché riproponeva un’analoga iniziativa della giunta Alemanno già naufragata. Occorreva, dal suo punto di vista, aggiungere a quegli immobili anche alcuni di quelli situati nel centro storico, immobili di pregio, al fine di rendere più appetibile la lista dell’Ufficio Alienazioni.

Dopo una serie di riunioni tra l’imputato, il sindaco, il vicesindaco Nieri e il Dipartimento, quella lista venne profondamente modificata così come furono mutati i criteri reddituali degli inquilini.

La deliberà così rimaneggiata venne approvata nuovamente in giunta nell’ottobre del 2014. Nella lista compilata dalla giunta Alemanno gli immobili che si era cercato di vendere erano complessivamente 600.


L’episodio delle case in affitto a Buzzi

Pedetti è accusato, tra gli altri, del reato di induzione alla corruzione. Avrebbe offerto a Salvatore Buzzi in affitto due immobili da destinare all’emergenza alloggiativa. Si trattava di due appartamenti di proprieta’ della Segni di Qualità srl, societa’ che si occupava prevalentemente di raccolta fondi per campagne elettorali e che è riconducibile allo stesso Pedetti e ad Andrea Carlini, suo socio.

Quest’ultimo rivestiva anche la posizione di amministratore unico. In merito alla vicenda descritta Pedetti racconta di aver incontrato Buzzi in Campidoglio nel periodo di febbraio-marzo 2104.

Era quello un momento nel quale il Presidente della 29 giugno si stava dedicando al reperimento di alloggi da destinare all’emergenza alloggiativa. Pedetti gli fece presente che nel passaggio dai centri di Accoglienza Temporanea (CAT) al Servizio di Accoglienza Temporane (SAT) vi sarebbe stata per loro (29 giugno) l’esigenza di rimodulare l’offerta alloggiativa.

Questo perché si sarebbe passati dai grandi centri di accoglienza localizzati in un unica sede ai piccoli centri diffusi, o anche ai singoli appartamenti dislocati nella città, così da ridurre l’impatto sulla popolazione residente. Ciò generava l’esigenza di individuare singoli immobili dislocati in ordine sparso sul territorio di Roma.

Pedetti gli consigliò quindi di interpellare il suo ex socio Andrea Carlini, il quale aveva due appartamenti disponibili da destinare all’accoglienza dei richiedenti asilo. Si trattava di due immobili affittati per i quali era in corso una procedura esecutiva di sfratto per morosità.

Dalla lettura dell’ordinanza del 2 dicembre 2014 emerge come Pedetti e Carlini avessero acquistato i due immobili in questione nel 2006 dal costruttore amico di Salvatore Buzzi Bernardino Marronaro, per un importo complessivo pari a 270.000 euro. Racconta Pedetti che quando si candidò per le comunali del 2013 cedette le sue quote della società Segni di Qualità ad Andrea Carlini, che ne divenne socio unico.

Prima di allora la suddivisione delle quote era 50-50. I rapporti di Pedetti con Carlini erano buoni, essendo oltre che soci anche amici. Carlini conosceva anche Salvatore Buzzi, con il quale era solito confrontarsi autonomamente. Il rifiuto di Buzzi di prendere in affitto gli immobili da Carlini porterà ad uno scontro tra i due, per sanare il quale sarà necessario l’intervento pacificatore di Umberto Marroni.

Quando il Presidente Ianniello chiede a Pedetti come ma si sia rivolto a Buzzi, che era un imprenditore privato, per indirizzarlo da Carlini, Pedetti risponde perché sapeva che Carlini aveva la disponibilità di questi due appartamenti.

E poi chiarisce: “Io non ho fatto nessuna istigazione e nessuna richiesta: io gli ho dato un’informazione a Buzzi“.

Pedetti chiarisce come dietro gli emendamenti che aveva inserito nella delibera per la dismissione del patrimonio pubblico non ci fosse alcun mercimonio. Quella messa a disposizione di immobili nei confronti di Buzzi non rappresentava, secondo Pedetti, una contropartita. (cm)

Pedetti: “Non consideravamo Buzzi un imprenditore”

pedetti

 

Nell’udienza del 15 febbraio è stato ascoltato in controesame l’imputato Pierpaolo Pedetti. Ex Consigliere dell’Assemblea Capitolina ed ex presidente della Commissione Patrimonio e Politiche Abitative del Campidoglio, Pedetti è accusato di tre distinti reati: una corruzione, una turbativa d’asta ed una istigazione alla corruzione.

In ordine all’episodio della induzione alla corruzione Pedetti avrebbe chiesto a Buzzi di affittare due appartamenti intestati ad una società a lui riconducibile come contropartita di un forte sconto sulla vendita di alcuni immobili del Comune. Lo sconto sarebbe stato ottenuto attraverso un emendamento ad hoc sulla delibera di dismissione del patrimonio immobiliare comunale. Si trattava in particolare degli edifici in cui aveva sede la 29 giugno in via Pomona ed anche degli immobili relativi a via del Frantoio, utilizzati dalle cooperative di Buzzi come Centro di Accoglienza.

Nell’episodio relativo alla turbativa d’asta  sempre Pedetti avrebbe posto in essere, in concorso con altri, un accordo preventivo teso ad eliminare qualsiasi forma di concorrenza con riguardo alla gara per l’accoglienza di 580 persone.


La conoscenza di Marroni e Buzzi

La difesa di Pedetti, sostenuta dall’avvocato Maurizio Giannone, ricostruisce la posizione del suo cliente partendo dalla conoscenza con l’allora capogruppo in Assemblea Capitolina, Umberto Marroni e con il padre Angiolo. Riferisce Pedetti di essere legato ad Umberto Marroni da una profonda amicizia, avendolo conosciuto negli anni ’90 quando entrambi militavano nella FIGC, le giovanili del Partito Comunista. Dunque a legare i due sarebbero vent’anni di militanza politica.

Attravero Umberto l’imputato conosce Angiolo, allora assessore regionale al bilancio e la madre Eda Colombini, entrambe impegnati nel volontariato all’interno del carcere di Rebibbia.           Si trattava del recupero lavorativo dei detenuti e degli ex detenuti all’interno delle cooperative sociali gestite dai detenuti stessi. Ed è in questo contesto che Pedetti ebbe modo di conoscere anche Salvatore Buzzi. Da questa conoscenza sarebbero nati i rapporti tra l’imputato, Buzzi ed il mondo cooperativistico di quest’ultimo. Umberto Marroni fu una delle persone che sostennero la candidatura di Pedetti in Assemblea Capitolina, fornendogli anche un prezioso sostegno in campagna elettorale.

Anche se dichiara di non apprezzare l’espressione usata da Buzzi secondo cui Pedetti era “uomo di Marroni” l’imputato racconta di aver avuto effettivamente Marroni come punto di riferimenti fondamentale nella sua attività politica.

Nel capo d’imputazione relativo all’assegnazione di somme di denaro della Regione, il tema è già stato affrontato nel corso del controesame di Magrini, e quindi la difesa passa all’esame dei rapporti dell’imputato con i suoi coimputati. A partire dall’ex assessore comunale alla Casa, Daniele Ozzimo.

Anche con quest’ultimo la conoscenza risale al periodo in cui l’imputato è stato segretario della federazione romana della sinistra giovanile. Dunque un’amicizia fondata sulla comune militanza politica. I due si perdono rivista per poi ritrovarsi entrambe candidati all’Assemblea Capitolina e quindi eletti col PD.


La vicenda dei fondi regionali

La difesa di Pedetti contesta al suo cliente l’esistenza di una intercettazione sulla quale l’accusa fonda la commissione del reato. In questa conversazione l’imputato,  parlando con Buzzi, anticipava come uno di quei sette milioni dei fondi regionali destinati all’emergenza alloggiativa sarebbe stato girato alle cooperative dello stesso Buzzi. In tal senso Pedetti sollecitava il ras delle coop. sociali a stabilire con Ozzimo la destinazione di quel milione.

Cercando di ricostruire la telefonata citata dal suo avvocato, Pedetti spiega come questa facesse riferimento non ai fondi regionali per l’emergenza alloggiativa ma al bilancio di Roma Capitale in corso di approvazione: “Non si riferisce ai fondi regionali, sono due questioni completamente diverse“.

Nell’ambito della discussione in Assemblea Capitolina sull’approvazione del bilancio, Pedetti sottolinea di non aver presentato alcun emendamento per lo stanziamento di fondi sull’emergenza in oggetto.

L’imputato spiega come non ci fosse un motivo valido per tale ragione. “Non solo perché non avevo nessun motivo per farlo, ma non era immaginabile che un consigliere comunale potesse presentare degli emendamenti di quegli importi (un milione) in sede di consiglio comunale“.

E poi aggiunge: “Tuttavia, essendo il presidente della Commissione Politiche Abitative e Patrimonio, in quel periodo il settore delle politiche abitative era in condizioni molto pesanti, nel senso che il disagio abitativo non riguardava soltanto le convenzioni che gestiva Buzzi, che erano più che altro quelle legate all’accoglienza degli immigrati, ma era una situazione più generale di grandissimo disagio. Io facevo il Presidente della Commissione Patrimonio ed avevo perennemente il mio corridoio occupato da persone che avevano perso casa“.

La crisi economica degli ultimi anni ha impoverito il ceto medio, causando in alcuni casi anche situazioni di estrema marginalità, che si sono andate a sommare a quelle normali situazioni di povertà che una grande città come Roma si trova a dover affrontare e che rientrano in una situazione di normalità.

Pedetti seguiva in quel periodo il dibattito in Assemblea Capitolina circa la necessità di incrementare o meno i fondi da destinare alla risoluzione della crisi degli alloggi, in favore delle fasce più deboli. Questo però non comportava automaticamente che quei soldi affluissero alle cooperative di Buzzi, essendo previsti nel bilancio comunale anche altri tipi di misure come il buono casa.


L’ipotesi di costruzione del consenso in Assemblea

Pedetti racconta in aula di avere appreso dai giornali della decisione della Giunta di aumentare di un milione i fondi da destinare all’emergenza abitativa.

Per tale ragione consigliò a Buzzi di contattare Ozzimo in quanto la destinazione di quei fondi rientrava tra le scelte che competono ad un assessore. E in queste scelte in genere l’assessore si confronta con il Dipartimento competente.

La condotta specifica che viene contestata a Pedetti sarebbe quella della costruzione del consenso in sede di Assemblea Capitolina al fine di consentire il rinnovo dei servizi per l’emergenza alloggiativa a favore della Eriches, a valori sovradimensionati. L’imputato risponde a questo riguardo di non avere mai svolto per conto della Eriches un’attività di sponsorizzazione.

Ha chiarito Pedetti come il rinnovo delle convenzioni non rappresentasse un argomento di discussione in sede di Assemblea, bensì uno degli argomenti di confronto della Giunta con il Dipartimento competente: “Non è un tema di consiglio comunale“afferma Pedetti.

Il Presidente Ianniello chiede all’imputato se con i suoi colleghi di partito abbia mai discusso sull’opportunità o meno di rinnovare le convenzioni con la 29 giugno e Pedetti risponde: “Non ho mai fatto nessuna azione di patronage specifica sulle convenzioni che Eriches gestiva con l’amministrazione comunale“.


La gara per l’emergenza alloggiativa

In relazione alla gara per l’accoglienza relativa a 580 posti da parte del Comune, gara che secondo l’accusa sarebbe stata vinta grazie ad un accordo spartitorio tra gestori di cooperative, Pedetti riferisce di non avere mai saputo nulla di tutto ciò: “Sulla gara dei 580 io sinceramente non me ne sono mai occupato minimamente”.

L’imputato in merito ricorda solo di avere incontrato l’imprenditore Fabrizio Amore ( titolare della cooperativa il Cigno con la quale gestisce residence nell’ambito dell’accoglienza) ed il collaboratore di Buzzi Michele Nacamulli. L’incontro in questione riguardava i servizi afferenti i residence, tra i quali anche quelli relativi alla gara dei 580 posti.

Ricorda Pedetti di avere appreso dal Dipartimento Politiche Abitative di come fosse arrivata una circolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze in base alla quale i servizi di guardiana, pulizia e piccola manutenzione all’interno dei residence, fino ad allora gestiti da privati sulla base di convenzioni con il comune, dovevano essere scorporati dall’assistenza alloggiativa e messi a gara.

Pedetti incontrò il dott. Luigi Ciminelli, Direttore del Dipartimento Politiche Abitative, per cercare di chiarire questa situazione e Ciminelli gli confermò quell’interpretazione. Tutta questa vicenda avveniva tra la fine di luglio e gli inizi dell’ agosto del 2014.


Le dichiarazioni di Pulcini

Nell’udienza dell’8 febbraio scorso Daniele Pulcini, rendendo spontanee dichiarazioni, ha raccontato le problematiche inerenti alla gestione dei residence di sua proprietà. In particolare si è riferito a quelli di via di Valcannuta e di via di Monte Carotto. Questi due immobili, la cui proprietà risale a società riconducibili al padre di Pulcini (Antonio Pulcini), erano affittati al comune di Roma dal 2006 al 2012. Allora nel contratto  d’affitto era incluso anche quello dei servizi, in particolare quello di guardiania. Nel 2012, racconta Pulcini, come il Comune rinnovo’ il contratto affidando i servizi scorporati alle cooperative sociali attraverso una gara. In quel frangente Pulcini contatta Buzzi per chiedergli il subappalto dei servizi relativi ai suoi due residence.

La società che aveva fino a quel momento gestito la sicurezza per conto della proprietà era la EKV. Pulcini quindi stringe un accordo con il ras delle cooperative sociali per avere in subappalto la sicurezza all’interno dei residence di sua proprietà, riconoscendogli in cambio un 10% del contratto, in ragione del suo ruolo di general contractor.

Pulcini avrebbe quindi subappaltato il contratto alla EKV srl,  nella quale non ha alcun interesse, ma con la quale aveva avuto pregressi rapporti di lavoro. Nel 2014 il Comune manda in gara questi servizi e Pulcini contatta Buzzi. Da Buzzi sa che a quella gara erano state invitate quindici cooperative, alcune delle quali però non risponderanno. Nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale sono state censite una serie di conversazioni tra Buzzi e Pulcini, durante le quali il primo aggiornava Pulcini sull’andamento della gara in oggetto. Fino alla telefonata con la quale gli comunicava di essersi aggiudicato quella gara.

La società di sicurezza EKV, su indicazione di Pulcini, si era consorziata con le cooperative di Buzzi ed era dunque risultata vincitrice anche essa.

Dagli atti del processo Pulcini è venuto a sapere di una riunione alla quale avrebbe dovuto partecipare assieme a Pedetti e Buzzi, riunione che però non si è mai tenuta.


L’accordo tra Amore e Buzzi

Pedetti spiega in aula quale sia stato l’interesse dell’imprenditore Fabrizio Amore nella vicenda dello spacchettamento dei servizi di sicurezza.

A differenza di Buzzi e della 29 giugno che prendevano in affitto edifici di privati per poi partecipare alle gare sull’accoglienza, Amore gestiva immobili di sua proprietà, in particolare quello di via di Fioranello. Nel suo caso, quindi, lo spacchettamento avrebbe comportato l’accesso di società esterne negli immobili di sua proprietà.

Ciò suscitava la sua preoccupazione. Sempre ad Amore era riconducibile la cooperativa Progetto Recupero.

In merito alla telefonata del 4.08.14 tra lui e Buzzi, l’antefatto dal quale derivava era la preoccupazione di Amore di poter perdere la gara relativa dei servizi da svolgere nel suo residence. A tal fine egli aveva stipulato un accordo con Buzzi in base al quale, nel caso in cui la gara l’avesse vinta quest’ultimo, l’avrebbe ceduta ad Amore in subappalto.

Spiega Pedetti come la telefonata che fece a Buzzi, intercettata dal ROS, avesse come scopo quello di evitare un conflitto tra lui ed Amore. Quest’ultimo si era recato da lui perché temeva che Buzzi non avrebbe rispettato l’accordo. E Pedetti gli rispondeva: “se avete fatto un accordo lo rispetterà“.

Il Presidente Ianniello chiede all’imputato in che veste egli fosse intervenuto nella vicenda descritta, e Pedetti chiarisce: “Quando Buzzi mi chiamava per un problema tendenzialmente cercavo i rispondergli“.

E poi aggiunge: “io non consideravo Buzzi un imprenditore, volevo chiarire questo concetto. La 29 giugno per il tipo di rapporto che avevamo noi, anche le persone citate nel corso di quest’esame, non lo consideravamo un imprenditore. Incontrare Salvatore Buzzi, per noi, non era come incontrare un imprenditore X, perché quella ( 29 giugno) è una cooperativa di tipo B e la differenza è che svolgeva un’attività in un settore a noi molto caro, quello del recupero lavorativo delle persone detenute o ex detenute, per cui la nostra interlocuzione con Buzzi era un’interlocuzione caratterizzata da questa peculiarità“.

Perché dice nostra?” domanda il Presidente.

La nostra nel mio gruppo politico” risponde Pedetti, aggiungendo. “Non consideravamo Buzzi un imprenditore

La 29 giugno – dichiara il Presidente – era un’impresa anche di dimensioni rilevanti e quindi Buzzi era un imprenditore“.

Se posso permettermi – risponde Pedetti – non era un’impresa“.

Un’impresa con più di mille dipendenti lei non la considerava un’impresa” afferma il Presidente Ianniello.

No, lo consideravo il rappresentante di una cooperativa che è una cosa molto diversa dall’impresa. Quella è una cooperativa a produzione lavoro, il che non significa che poi non possa commettere dei reati. In questo procedimento sono contestati dei reati, alcun anche molto gravi. Però io, ripeto, in quel momento non lo consideravo un imprenditore in senso stretto, perché quella è una cooperativa di produzione lavoro che non ripartisce gli utili ma produce posti di lavoro. Nel caso specifico della 29 giugno, in gran parte per persone che avevano quel tipo di problema“.

Non era lo stesso con Fabrizio Amore, che invece veniva considerato un imprenditore in senso stretto. Spiega Pedetti di avere conosciuto Amore casualmente, ma di sapere che oltre ad occuparsi di emergenza alloggiativa aveva interessi anche nel settore delle costruzioni e in quello dei lavori pubblici. Era un imprenditore tout court.

Che poi abbia fatto una cooperativa per gestire queste vicende dell’emergenza alloggiativa..”

Non è che io con Fabrizio Amore – spiega Pedetti – avevo le stesse attenzioni che invece ponevo con la 29 giugno, per le ragioni che ho spiegato fino adesso“. (cm)

Magrini: “Buzzi stava dando una mano come se fosse un collaboratore”

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Nell’udienza del 13 febbraio scorso nell’ambito del processo Mafia Capitale è stato escusso in cotroesame l’imputato Guido Magrini.

Secondo l’ipotesi accusatoria Magrini, in qualità di dirigente della Regione Lazio, in particolare capo della Direzione Politiche Sociali, si sarebbe lasciato corrompere dalla supposta associazione criminale a carattere mafioso guidata da Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, per destinare fondi della Regione Lazio stanziati in favore di Roma Capitale per l’emergenza abitativa, a vantaggio delle cooperative di Buzzi.

Nell’ordinanza del 29 maggio 2015 del Gip Flavia Costantini si legge come “nella qualità di Direttore del Dipartimento delle Politiche Sociali della Regione Lazio (Magrini) compiva atti contrari ai doveri del suo ufficio, consistenti nell’adozione della determinazione n.G05811 con cui veniva destinata a Roma Capitale la somma di euro 7.182.003 per la realizzazione di interventi per il contrasto del disagio abitativo, in violazione dei doveri di imparzialità della pubblica amministrazione, con riguardo alla tempistica”. Tali fondi venivano quindi dirottati verso le cooperative legate alla 29 giugno attraverso affidamenti senza gara.


La carriera professionale

Racconta Magrini di avere assunto l’incarico di Direttore della Direzione Politche Sociali il primo ottobre 2013 e di averlo mantenuto per un anno, dopo essere stato promosso al Segretariato Generale. Allora la direzione si chiamava Politiche Sociali, Autonomie, Sicurezza e Sport.

La peculiarità di questa Direzione è di avere avuto in quel periodo due assessorati di riferimento: quello alle Politiche Sociali guidato da Rita Visini e quello alla Sicurezza ed alle Autonomie Locali guidato da Concetta Ciminiello.

Complessivamente le aree operative afferenti a questa Direzione erano ventidue, con altrettanti dirigenti, ciascuno responsabile della sua singola area. Le sedi dell’assessorato erano due, una in via del Serafico per le Politiche Sociali, e l’altra per la Sicurezza e Autonomia in v.le C.Colombo.

Magrini ripercorre in aula la struttura amministrativa dirigenziale della Regione Lazio, spiegando di essere stato assunto in Regione nel 1976 e di avervi fatto ritorno nel 1996 come direttore della direzione Bilancio della Regione, incarico che ha ricoperto per undici anni. A quell’epoca, spiega Magrini, come i dipartimenti non fossero delle strutture immediatamente operative bensì organi di coordinamento di vertice rispetto alle direzioni regionali.

Racconta Magrini come i dipartimenti, che svolgevano una funzione di coordinamento, furono aboliti per legge quando venne ridotto a dodici il numero delle direzioni. Nel 2013  Magrini viene chiamato a dirigere la direzione regionale Politche Sociali che ha guidato fino al 2014.


Magrini: la direzione del Dipartimento

Quando Magrini, il primo ottobre 2013, viene nominato capo del Dipartimento Politiche Sociali la giunta Polverini ha già stanziato nel bilancio regionale di previsione per il 2013 la somma di 16 milioni di euro in favore delle politiche dell’emergenza abitativa.

Lei ebbe – domanda l’avvocato Pietrocarlo al suo cliente – prima del primo ottobre un qualche ruolo nella decisione di destinare 16,5 milioni del bilancio regionale 2013 all’emergenza abitativa?. “No, assolutamente no – risponde l’imputato – nel senso che questo stanziamento era previsto già nel bilancio predisposto dalla giunta Polverini, su richiesta dell’allora assessore alle Politiche Sociali Mariella Zezza e del Direttore del Dipartimento competente Paola Maria Falconi“.

Da direttore del Dipartimento Bilancio, il suo precedente incarico, Magrini firmò quel bilancio senza avere deciso alcunché in merito agli stanziamenti in esso contenuti. Tuttavia la nuova giunta guidata da Nicola Zingaretti confermò quello stanziamento in quanto vi era l’esercizio provvisorio. Più avanti venne approvato il bilancio 2013.

La somma di 16,5 milioni proposta dall’allora Presidente Polverini è rimasta dunque anche nel bilancio della giunta Zingaretti.

Riguardo alla destinazione iniziale di questi fondi la giunta Polverini aveva individuato tre tipologie di soggetti alle quali veniva destinata l’intera somma stanziata nei modi di seguito specificati: 10 milioni agli enti locali, tre ad alcune associazioni private e i tre rimasti venivano genericamente destinati ad un capitolo non meglio precisato definito con “altro”.


Il bilancio armonizzato

Magrini fa un breve excursus sul bilancio regionale del 2013, per arrivare poi a spiegare alcune sue scelte successive. Dal punto di vista contabile quel bilancio conteneva un elemento innovativo: per la prima volta la Regione Lazio adottava il cd bilancio “armonizzato” nei confronti dello Stato. Per la prima volta infatti la ragioneria Generale dello Stato aveva fornito alle Regioni uno schema unico di classificazione delle voci, con l’obbligo della sua adozione. 

Fino all’anno prima le politiche sociali della Regione avevano un unico capitolo di Bilancio che valeva circa 200 milioni di euro. Questo poteva avere molteplici destinazioni di spesa che non dovevano necessariamente essere definite in modo puntuale. Le regole previste nel nuovo bilancio armonizzato invece stabilivano che dovevano essere previste varie destinazioni e programmi da definire in modo più preciso nella tipologia, es: anziani, handicap, piani si zona, sport ecc.


Roma: criteri di destinazione dei fondi

Dunque nel nuovo bilancio di previsione erano stati inseriti ancora  quei 16,6 milioni che però venivano allocati in tre capitoli diversi.

In questo caso il 18 ottobre 2013 su proposta della Dirigente del Dipartimento Servizi Sociali dott.ssa Falconi, venne suggerita una variazione di bilancio per poter allocare tutti quei 16,5 milioni in favore degli enti locali. Si trattava di una decisione politica assunta dall’assessore Visini, come da lei riferito in aula nel corso del processo, a seguito di una serie di consultazioni con i Comuni, questi ultimi sottoposti a pesanti tagli per via della spending review.

Il meccanismo previsto per effettuare il trasferimento in favore dei Comuni era quello dei Piani di Zona.

L’assessorato propose la variazione di bilancio che venne approvata con delibera del 5.11.13. Nel caso delle politiche sociali i comuni sono organizzati in base a distretti socio-assistenziali. Nel Lazio, dove i comuni sono 378, si sono fatti coincidere esattamente i distretti della sanità, secondo i criteri usati per le ASL, con quelli delle politiche sociali. La regione Lazio individua 35 distretti più Roma. Ogni distretto conta circa 150-200 mila abitanti. A Roma i distretti coincidono con i Municipi. I distretti di comuni avevano gli stessi vincoli di destinazione della spesa stabiliti nel bilancio regionale.

A seguito della variazione di bilancio la somma destinata a Roma Capitale per l’emergenza abitativa era pari a 7 milioni circa, posto che il Comune, secondo i criteri della densità della popolazione e della superficie, pesava rispetto agli altri comuni per una percentuale pari al 42-43% sul complesso dei fondi regionali.

Per acquisire quei fondi ogni amministrazione doveva osservare determinati obblighi, con riguardo alle finalità definite da una legge regionale. Oltre a ciò la Regione inserì nella delibera n.470 di assegnazione un meccanismo di programmazione in base al quale  ciascun Comune avrebbe dovuto elaborare un piano di utilizzo delle risorse con l’indicazione dei fabbisogni cui dovevano corrispondere, oltre all’adozione di un regolamento che ne stabilisse le modalità di utilizzo.

Il piano doveva quindi essere presentato in Regione per la sua definitiva approvazione.  Era infine necessario stabilire un raccordo tra l’assessore regionale ed il direttore del Dipartimento competente, vale a dire Magrini, e gli omologhi in Comune.

Fu così che l’assessore di Roma Capitale alla Casa, Daniele Ozzimo, chiese di incontrare l’imputato. Si trattava di un incontro di natura tecnica, necessario a comprendere l’entità dei fondi e i meccanismi da seguire per poterli gestire. L’incontro avvenne il 6 novembre 2013. In quell’occasione Ozzimo comunicava che il Comune aveva già stabilito attraverso la delibera n.368 del 13.09.13, il superamento dei Centri si Accoglienza Temporanei (CAT) in favore del nuovo modello di accoglienza per i minori non accompagnati rappresentato dal SAT, Sistema di accoglienza Temporanea.

Tale modello prevedeva misure innovative tra le quali il buono casa, ed avrebbe consentito di arrivare graduatamente alla chiusura dei residence. Ozzimo dunque sottolineava come i fondi della Regione sarebbero stati destinati non al finanziamento dei residence ma avrebbero avuto un ruolo di volano in relazione al nuovo modello dei SAT.


Il sistema di accoglienza dei minori

Ozzimo spiegò come in quel momento oltre ai residence il Comune gestiva un particolare servizio che riguardava circa 500 persone e che serviva a fare fronte agli sfratti. Secondo i dati del Comune vi erano in quel periodo circa 7000 sentenze di sfratto che andavano a sommarsi agli sfratti legati all’emergenza abitativa in atto.

A questo proposito il Comune si attivava valutando il grado di emergenza sociale relativa a ciascun procedimento di sfratto per morosità, e nei casi più gravi, come ad esempio quello di famiglie con anziani o disabili, li prendeva in carico per un certo periodo fornendo loro l’ospitalità. Oltre a ciò venivano attivati ulteriori servizi come lo psicologo, che riguardavano più la particolare condizione di quella data famiglia.

Ozzimo riferì a Magrini come questo servizio di presa in carico venisse svolto da una cooperativa; si trattava della Eriches, aderente al gruppo 29 giugno. L’imputato conosceva già la 29 giugno ed anche il suo presidente Salvatore Buzzi, e quindi la scelta venne da lui valutata positivamente.

Magrini sottolinea in aula come quello della fornitura dei servizi a 360 gradi nei confronti delle famiglie fosse un progetto richiesto direttamente dall’Unione Europea, attraverso lo stanziamento di appositi fondi comunitari. 

Anche il Governo allora in carica aveva adottato una legge che cercava di ricostruire in maniera unitaria il complesso dei servizi forniti alle famiglie attraverso l’INPS: dalla sanità alla previdenza, passando per gli aiuti diretti alle famiglie. Dunque la Regione Lazio mostra interesse per questo modello innovativo di integrazione dei servizi, e a tale scopo attraverso l’assessore comunale Ozzimo decide di prendere contatti con la 29 giugno.

Il Presidente chiede se nel modello di accoglienza denominato CAT destinato a 500 minori fosse previsto questo modello integrato, e l’imputato risponde di no, e spiega come questo comprendesse sia i residence che le 580 persone che utilizzavano i servizi della cooperativa Eriches.

Dunque in qualità di funzionario apicale della Regione Magrini avrebbe dovuto incontrare rappresentanti della la 29 giugno per studiare e comprendere questo nuovo modello di integrazione dei servizi offerto dalla cooperativa di Buzzi. Due giorni dopo l’incontro con Ozzimo l’imputato chiama Buzzi per fissare un appuntamento.

Nell’ordinanza del 2 dicembre 2014 la conversazione in questione, del 9.11.13, viene intercettata dal Ros e inclusa nell’informativa del 22.12.14

S: Salvatore BUZZI
GM: Guido MAGRINI
S: pronto
GM: come stai Salvato’? Magrini
S: bene, bene Guido
GM: bene, al… ti chiamavo perché ho visto l’altro giorno… allo’, stiamo provando a utilizzare mo, al volo, un po’ di soldi che abbiamo sull’Emergenza abitativa
S: si
GM: eh… ho visto Ozzimo l’altra mattina e… abbiamo fatto qualche ragionamento, diciamo, però forse… se c’avessi dieci minuti parliamo pure di (inc.) con te, così capisco meglio
S: e dimmi… dimmi quando posso venire, Guido
GM: eh, guarda io la prossima settimana… sennò prima o poi dovrò tira’ fuori sta delibera, eh… dimmi tu, io per esempio martedì mattina so’ sempre lì in Assessorato, al Serafico, sennò mercoledì, giovedì
S: a via del Serafico
GM: ci stanno pure i funzionari. Dal… dalle quattro, quattro e mezza, cinque, quand’è
S: ok
GM: eh
S: dimmi tu l’ora, io arrivo quando me lo dici tu, alle cin…
GM: facciamo alle quattro e me… facciamo alle quattro e mezza
S: a via del Sera… via del Serafico numero, Guido?
GM: centoventisette (127)

S: ok, ci vediamo martedì
GM: eh, eh, oh… poi una cortesia, l’altro giorno avevo sentito – perché lo sai che siamo molto amici, legati – Santino Dei Giudici (Presidente della Coop Deposito Locomotive San Lorenzo, ndr) per quelle cose…
S: si
GM: sull’appartamenti di… Case Rosse, diciamo, eh…
S: si, esatto
GM: avete parlato un po’, insomma sarebbe importante, so che stanno lavorando con l’AIC insomma, per creare… per superare una situazione un po’ difficile, quindi, diciamo, magari risentilo, risentitevi, eh… vedi un po’ se almeno tre, quattro, insomma quella ro… alloggi, si possono sistemare. Io sto cercando anche in altro modo, forse ne hanno, credo, quattordici là

S:esatto, ne hanno quattordici eh! Vedi un po’ te
GM: Vedi un po’ te
S: d’accordo

GM: grazie, ci vediamo martedì
S: martedì alle sedici e trenta

GM: sedici e trenta

S: ok, grazie Guido

Saluti

A quella riunione Buzzi non va e manda al suo posto Pierina Chiaravalle, Claudio Bolla e Sandro Coltellacci.

Intercettato dai ROS, Bolla gli riferisce a Buzzi la sera stessa di come Magrini avesse la disponibilità complessiva di 16 milioni di euro di fondi regionali e di avere già parlato con l’assessore alla casa Daniele Ozzimo, oltre a quello per il sociale Angelo Marinelli, per fare approvare una delibera con cui fare arrivare al Comune 3-4 milioni da quei 16.5.


La conoscenza di Buzzi

In quella telefonata Magrini e Buzzi si sentivano per la prima volta dopo diverso tempo, anche se avevano avuto modo di conoscersi anni prima. Racconta l’imputato di come negli anni 1995-2000 fosse direttore del Dipartimento Bilancio in Regione. Nel corso di quella legislatura l’assessore regionale al Bilancio era Angelo Marroni. Magrini conosceva la moglie di Marroni, Leda Colombini, poiché fu assessore a sua volta nel 1976. In quel frangente Marroni presentò all’imputato un suo collaboratore che per l’appunto era Salvatore Buzzi.

Nel corso degli anni Magrini e Buzzi non hanno più avuto modo di frequentarsi, occupandosi di ambiti lavorativi diversi. La difesa Magrini, avv. Pietrocarlo, domanda all’imputato se al momento in cui avvenne quell’incontro avesse la possibilità di influire sulla destinazione di quei fondi e l’imputato risponde come in quella fase fosse già stato tutto definito, dato che era già avvenuta la variazione di bilancio e la delibera che stanziava quei fondi era già stata adottata. In particolare era già stato stabilito l’importo di quello stanziamento, il destinatario ( i comuni ), oltre alle procedure che era necessario seguire da parte dei comuni stessi per poterlo impiegare.

L’imputato sottolinea l’utilità di quell’incontro con la 29 giugno poiché la Regione si rese conto come quegli interventi destinati all’emergenza abitativa dovevano essere inseriti in un contesto più ampio, a rischio di risultare altrimenti inefficaci.


La cooperativa Deposito Locomotive S.Lorenzo

Pur non avendo parlato con Buzzi sulla questione degli appartamenti della cooperativa edile Deposito Locomotive Roma S. Lorenzo, Magrini racconta di avere conosciuto Santino Dei Giudici, il presidente di quella cooperativa, quando lavorava presso la società di Sviluppo della Regione Lazio, circa trent’anni prima.

Sebbene si sentissero saltuariamente, i due svolgevano attività diverse e non avevano che sporadiche occasioni di incontro. L’imputato ha poi finalmente la possibilità di rivedere Dei Giudici ad una cena, il 5 novembre 2013, in occasione dell’organizzazione di alcuni mercatini tipici da parte di associazioni in vista delle festività natalizie.

In quella occasione Dei Giudici gli racconta di come la sua cooperativa edile stesse attraversando un periodo negativo per via di alcuni appartamenti che non era riuscita a vendere. Magrini specifica in aula come De Giudici non gli avesse chiesto nulla, dunque si limitò solamente ad informarlo sulla situazione economica della sua cooperativa. Il riferimento che l’imputato fa a Buzzi su De Giudici nella conversazione telefonica censita dal ROS del 9.11, rappresentava un richiamo alle difficoltà che l’amico stava attraversando. L’imputato Magrini spiega come quel riferimento non fosse una richiesta di aiuto diretta a Buzzi.

E’ vero che De Giudici aveva parlato con Buzzi spiegando come nel tentativo di salvare la S.Lorenzo Legacoop avesse convocato le cooperative più importanti, tra cui la 29 giugno e l’associazione italiana casa. Racconta Magrini di non avere saputo nulla in merito ai termini dell’accordo tra De Giudici e Buzzi: “Non ne avevo nessuna consapevolezza, l’ho letto nelle carte processuali nelle quali c’è scritto come in un contratto preliminare fosse stata inizialmente inserita una clausola relativa al rinnovo di un atto amministrativo con il Comune, quindi non con la Regione” e poi ribadisce: “E comunque io non ne sapevo niente“.

Riferisce Magrini come l’ultima comunicazione che ha avuto con Buzzi a questo riguardo sia un suo sms col quale il ras delle cooperative sociali lo avvisava di un intervento da parte della 29 giugno in quanto le altre coop, a suo dire, si erano sfilate.

Domanda l’avvocato Pietrocarlo al suo cliente se il Comune avrebbe potuto rinnovare la convenzione a Buzzi sulla base dei fondi regionali deliberati successivamente e Magrini risponde come la delibera con cui vennero stanziati al Comune i 7 milioni della Regione non aveva in se alcun elemento che consentisse l’immediato utilizzo di quelle risorse. D’altro canto il Comune aveva più volte segnalato di non avere bisogno di fondi regionali e dunque quei fondi erano destinati a finanziare il nuovo servizio per l’accoglienza dei minori, attraverso una gara europea.

Il Presidente Ianniello domanda all’imputato: “Come mai ha bisogno di discutere con Buzzi un imprenditore privato, di cose che riguardano Regione e Comune“. E Magrini risponde che era come se Buzzi in quel momento fosse un componente della segreteria.


L’erogazione di fondi al Comune

In merito alla delibera regionale n.470, quella relativa all’erogazione dei 7 milioni al Comune di Roma Margini racconta come questa venne proposta in giunta dall’assessore alle Politche Sociali Visini, sulla base di un testo elaborato dagli uffici e sottoscritto anche dallo stesso imputato.

La delibera fissava quelle prescrizioni che il Comune avrebbe dovuto seguire per poter utilizzare quei fondi, termini di legge e stanziamenti di bilancio, oltre a prescrivere l’attuazione da parte dei distretti di tutte quelle procedure quali la predisposizione di un piano e la sua presentazione in Regione. Veniva previsto tutto tranne le quote di ripartizione tra i vari comuni del distretto. La relazione che venne redatta con la delibera venne scritta materialmente dal dirigente responsabile, la dott.ssa Falcone.

L’avvocato Pietrocarlo chiede all’imputato se abbia partecipato all’iter successivo per l’erogazione dei fondi al Comune e Magrini risponde di no. L’ultimo suo atto fu costituito  dall’invio agli uffici competenti della proposta di pianificazione dei fondi. Specifica Magrini come la prima tranche di erogazione di quei fondi sia intervenuta a febbraio 2015, quando non era più direttore e non aveva più alcuna competenza in materia.

Tali fondi verranno destinati alla gara europea prevista dalla procedura. Dunque non c’è stata più alcuna partecipazione da parte dell’imputato alla procedura di assegnazione dei fondi regionali. Alla domanda successiva da parte del suo difensore se quei fondi potevano essere destinati al rinnovo delle convenzioni in essere in favore di Buzzi, Magrini risponde di no.

Le finalità che il comune aveva indicato erano quelle stabilite, vale a dire l’accoglienza dei minori non accompagnati. In merito ad eventuali discorsi fatti da Buzzi sulle convenzioni in scadenza con il Comune, l’imputato risponde come la scadenza delle convenzioni del Comune fosse un argomento che a lui ed alla Regione non interessava. E comunque Buzzi non gliene parlò. Ricorda Magrini come Buzzi gli accennò solamente ad un servizio che una delle sue cooperative stava allora svolgendo per l’amministrazione.

L’imputato richiama la conversazione del 3 marzo 2014, nella quale Michele Nacamulli, parlando col suo datore di lavoro Buzzi, spiega il meccanismo procedurale dietro la delibera regionale con la quale venivano stanziati i 7 milioni per l’emergenza abitativa. Nella conversazione Buzzi proponeva di andare a parlare con lo stesso Magrini per fargli modificare il contenuto di quella delibera, o per lo meno i suoi decreti attuativi, al fine di spostare i fondi che con essa venivano stanziati verso il rinnovo delle convenzioni in scadenza, in capo alle cooperative appartenenti al suo gruppo.

Infine, in merito a progetti presentati da cooperative che facevano capo a Buzzi dei quali Magrini si sarebbe occupato in qualità di dirigente regionale, l’imputato risponde come la Regione abbia accertato successivamente il numero dei progetti presentati dalle cooperative riconducibili a Buzzi. Il risultato è stato che la cooperativa Eriches aveva presentato tre progetti sul bando povertà, riferito ad iniziative private nel 2014 (S.Egidio, Caritas).

La Commissione esaminatrice ha ritenuto che nessuno dei tre progetti fosse meritevole di finanziamento. La commissione era composta da funzionari interni alla medesima direzione. Complessivamente vennero finanziati circa 80 progetti.


Gli incontri con Buzzi

Nel controesame da parte del pm Luca Tescaroli, si fa riferimento all’incontro con l’assessore alla casa Daniele Ozzimo. Quest’ultimo aveva chiesto all’amministrazione la possibilità di affrontare la questione dell’emergenza alloggiativa attraverso la costituzione di un tavolo. La pubblica accusa chiede perché a quell’incontro non fosse presente anche l’assessore regionale omologo.

Magrini risponde di avere avvisato la segreteria dell’assessore regionale, sulla richiesta di Ozzimo, su un incontro in sede tecnica finalizzato alla risoluzione dei meccanismi contabili e procedurali della delibera. Trattandosi di una riunione di natura procedurale e non politica, la presenza dell’assessore regionale non  era indispensabile.

Dalla conversazione del 9.11 censita dal ROS sembra che tra Buzzi e l’imputato vi sia una certa frequentazione, e quando l’accusa fa notare all’imputato questa circostanza Magrini risponde di averlo sicuramente rivisto nel corso degli anni in iniziative pubbliche come convegni o conferenze.

Nella conversazione intercettata del 9.11 tra Buzzi e Magrini, nella prima parte i due parlano dei soldi che la Regione avrebbe destinato al Comune in relazione all’emergenza abitativa, e quindi l’imputato chiedeva un incontro per cercare di capire, ha spiegato l’imputato in aula, le caratteristiche di quel servizio polivalente offerto dalla 29 giugno, al fine di adottarlo anche in Regione.

Nella seconda parte si parla della cooperativa Deposito Locomotive S.Lorenzo e di un incontro che  l’imputato avrebbe avuto col suo presidente Santino Dei Giudici e di una serie di appartamenti che la Cooperativa aveva messo in vendita. Il pm chiede a Magrini come mai aveva accostato i due argomenti, e l’mputato risponde come le due questioni non avessero alcuna attinenza tra loro.

Scusi ma lei – domanda l’accusa – non si è reso conto in quel momento quale fosse il peso di una richiesta di un pubblico funzionario a un privato imprenditore che ha un interesse su una vicenda di cui lei si occupa?” e Magrini risponde come il suo intervento non fosse una richiesta, ma piuttosto un’istanza su di un’iniziativa tra due soggetti afferenti al mondo delle cooperative, in relazione ai quali lui non aveva nessun legame.


Buzzi l’onnipresente

Il pm cita la conversazione dell’11.12.13 nella quale Buzzi chiama Ozzimo per poi passare il telefono a Magrini:

GM: pronto
D: ciao Guido, buongiorno, buon pomeriggio
GM: grazie. Dunque, stamattina abbiamo chiuso con Maurizio Venafro (dal 2011 Direttore ad interim del Servizio 1 “Supporto agli Organi Istituzionali – Bandi e contributi” della Regione Lazio, attualmente capo di Gabinetto del Presidente Nicola ZINGARETTI) e con De Filippis (Raniero, Dirigente della Regione Lazio) un po’ il pacchetto
D: si
GM: per cui, diciamo, loro stanno preparando per il 17 che è martedì, da… la prossima Giunta, una… una delibera quadro, diciamo, che riguarda l’accordo co’ Roma Comune, Regione – Roma, oh, sul tema generale della casa, i fondi alla cassa deposi… tutto quello di cui avete parlato, oh. Poi invece io vado in autonomia con una mia delibera…
D: ma tu, scusa, ma tu ti riferisci al… al piano straordinario Emergenza Casa?
GM: al piano straordinario, Emergenza Casa, eccetera, eccetera
D: ah, quindi la prossima settimana va? Eh, ok
GM: Eh? Si. Poi c’andrebbe, invece, una… un atto separato, diciamo… per cui andremo con tre atti, diciamo così, uno è questo di carattere generale, eh… che sta preparando De Filippis, quindi non so che c’è scritto. Eh… l’altro che in qualche modo da quest’indicazione di utilizzo delle… delle strutture IPAB  San Michele… in termini, diciamo, di intesa fra Regione e IPAB ai fini dell’utilizzo di quella, di quel patrimonio. E poi c’è invece una delibera nostra, sociale, a parte, diciamo, che distribuisce invece ai Comuni capofila di Distretti, quindi nel caso specifico a Roma, oltre agli altri Comuni capo fila dei Distretti per l’Emergenza Abitativa secondo le politiche che… il Distretto assume, e in questo caso che Roma assume. Il riparto, secondo i criteri tradizionali, porterebbe a Roma 7 milioni e 100/sette milioni e 2 più o meno
D: ok
GM: quest… questi… per l’anno, che può essere utilizzato per l’anno 2014, diciamo, da Roma
D: ok, ok
GM: quindi da inserire in bilancio, ovviamente a, a seguito della delibera noi faremo l’impegno di spesa e, se ce la facciamo, anche la liquidazione, diciamo come erogazione al Comune eh capo… e a questo punto GIULIOLI e gli uffici possono accertarlo, metterlo nel bilancio 2014, accertarlo in entrata e così via
D: perfetto
GM: poi valutiamo, diciamo, se concordare che tipo di politiche fare, insomma non ce li mettete sui residence ecco, per queste cose che ci siamo dette
D: no, no, no, era un ragionamento che diciamo (sovrapposizione di voci, inc.)
GM: un ragionamento che abbiamo fatto, appunto, appunto, quindi noi adesso stiamo preparando questi atti qui, stamattina abbiamo chiuso il pacchetto con, diciamo con, con Venafro, quindi a sto punto se va bene io procedo così
D: perfetto, perfetto
GM: va bene?
D: mi sembra, mi sembra ottima, ottima idea
GM: benissimo, benissimo, ok
D: perfetto Guido
GM: ti ripasso Salvatore, ciao, grazie
D: si, un abbraccio, a te, ciao

In questa conversazione tra Ozzimo e Magrini quest’ultimo fa riferimento alla cassa depositi. Più avanti l’imputato discute con Buzzi sul merito di alcune questioni istituzionali affrontate in Regione.

Questo contraddice l’affermazione fatta da Magrini in aula secondo la quale lui non avrebbe mai affrontato con Buzzi questioni relative alla destinazione dei fondi per l’emergenza abitativa. Magrini si giustifica col fatto che quelle affermazioni erano rivolte ad Ozzimo, sebbene fosse presente anche Buzzi. ma il pm ed anche il Presidente contestano tale risposta. Più volte Magrini si trova ad affrontare con Buzzi o con terzi ma sempre in sua presenza, questioni che riguardano suoi ambiti di attività.

Che poi questo sia avvenuto – risponde Magrini – lo dicevo prima quando richiamavo quella una sorta di segreteria dell’assessore, in quel momento io ho percepito, e così lo era perché evidentemente questo era il loro utilizzo, che in quel momento Buzzi stesse dando una mano come se fosse un collaboratore, l’ho detto così ma non so qualificarlo altrimenti, dell’assessore a questi fini (…)” E ancora:  Venendo al merito io parlo con l’assessore e gli riferisco che cosa è già stato stabilito, quindi non quello che si farà ma quello che è già stato definito“.

Intervengono ancora sia il pm che il Presidente sostenendo come le cose di cui stava discutendo ancora dovevano essere effettuate “lei anticipa cose – dichiara il Presidente – che non essendo state definite sarebbero state fatte in un secondo momento“.

La nostra delibera era già pronta – ribatte Magrini – già consegnata al gabinetto della Giunta per poter essere inserita all’ordine del giorno della ella Giunta. La Giunta disse che intendevano fare una riunione in cui viene portato il pacchetto casa“.

Il Presidente Ianniello contesta il fatto che oltre all’imputato e ad Ozzimo dall’altra parte del telefono, fosse presente anche Buzzi, che avrebbe dovuto trarre profitto da quella delibera. “Adesso non ricordo dove fosse fisicamente fosse Buzzi” ribatte Magrini.

Il pm contesta all’imputato come nella conversione con Ozzimo ad un certo punto dica:

“… stamattina abbiamo chiuso il pacchetto con, diciamo con, con Venafro, quindi a sto punto se va bene io procedo così“.

Dal tenore di questa frase non sembrerebbe che le cose fossero già state tutte decise, come invece sostiene Magrini. Anzi, sembrerebbe di capire come vi fosse la necessità di avere l’ok di Ozzimo.

L’imputato afferma come se per ipotesi non vi fosse stato l’ok di Ozzimo, ad esempio per questioni contabili, avrebbe dovuto avvisare il gabinetto della Giunta regionale per modificare il testo della delibera. (cm)


    

 

 

Turella: “Voi comandate e noi eseguiamo”

 

mafia-capitale

Le indagini svolte dal ROS nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale hanno potuto accertare come l’ex dirigente del Servizio Giardini del Comune di Roma, Claudio Turella, avesse a disposizione una serie di conti correnti bancari cointestati con la moglie. Oltre a ciò, nel corso della perquisizione eseguita presso la sua abitazione , in v. E. Di Cartagine, sono state rinvenute delle buste contenenti soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  Nell’udianza dell’8 febbraio scorso Turella ha ricostruito la sua posizione  patrimoniale e finanziaria accennando al conto on line acceso presso Fineco, banca presso la quale era migrato dopo aver chiuso una precedente utenza con la Barclay’s.

Sottolinea l’imputato come il suo unico vizio fosse quello di giocare in borsa, acquistando e vendendo azioni online, attività che gli era consentita proprio grazie al banking online della Fineco. Fa notare a tale riguardo Turella come pur essendo particolarmente abile in tale attività, avesse cessato di svolgerla già da prima di essere posto agli arresti.

Un’altra parte delle disponibilità finanziarie dell’imputato era da questi detenuta in un conto acceso presso l’istituto Unicredit, dove aveva anche la domiciliazione dello stipendio.

 Oltre al suo di stipendio su quello stesso conto veniva accreditato anche quello della moglie deceduta, fin quando questa ha svolto un’attività lavorativa. L’ultimo versamento effettuato dall’imputato è stato un assegno di settemila euro versato due giorni prima del suo arresto, frutto del ricavato della vendita dell’auto della moglie.

Anche se Turella era stato sospeso dal Comune, l’amministrazione gli riconosceva un contributo minimo di 500 euro mensili. Attualmente sul conto UniCredit dell’imputato risultano depositati 264 mila euro, mentre sull’altra utenza, accesa presso Fineco, vi sono altri 62 mila euro.

Ricostruendo in aula i flussi finanziari a lui riconducibili l’imputato sottolinea come al 31.12.05 sul conto Fineco vi fossero 217 mila euro, mentre su quello UniCredit c’erano 129.465, per un importo totale di 346.519 euro.

Tenendo conto del valore attualizzato del suo portafoglio titoli su Fineco, l’imputato fa notare come il suo saldo attuale complessivo ammonti a 398.576,52 euro. Dal 2006 al 2017 vi sarebbe dunque una differenza di 50 mila euro, che Turella giustifica in parte attraverso il risparmio e in parte attraverso il rendimento delle operazioni effettuate sul conto titoli.

Il Presidente chiede all’imputato quale fosse il suo stipendio e quale quello di sua moglie. Nel 2005 lo stipendio mensile di Turella era di 2.500 euro, per un importo annuo di 40 mila euro circa, mentre  la moglie, che lavorava part time, percepiva 600 euro mensili per 14 mensilità, per totale tra i due stipendi di 40.900 euro netti l’anno.

Secondo la ricostruzione fatta dall’imputato, la sua attività di accumulazione di contanti in casa sarebbe iniziata dalla vendita della casa del padre, in via Eugenio Cecconi, risalente al 1984. Una parte del ricavato, pari a 100 milioni di lire, gli venne versata in contanti e questo perchè nell’atto notarile non venne dichiarato il valore reale di quell’immobile.

Pratica molto discutibile sebbene assai diffusa quella di dichiarare al momento della cessione un valore  dell’immobile inferiore rispetto a  quello effettivo, consente ad entrambe le parti, sia all’acquirente che al venditore, di risparmiare soldi: l’acquirente paga la tassa di registro (9% del prezzo di acquisto) su di un imponibile inferiore rispetto a quello effettivo, mentre il venditore non paga le tasse sull’eventuale plusvalenza data dall’incremento del prezzo dell’immobile ceduto.

 E quest’ipotesi sembra coincidere con quella riferita dal Turella, dato che la parte più consistente del prezzo di cessione era rappresentato dalla proprietà di un altro immobile, sito in via dell’Albareto, dove questi andò ad abitare con la moglie.

Questo fino al 2003, quando il dirigente comunale decide di venderlo. Nel 1999 Turella aveva infatti acquistato le quote di una cooperativa edile a Casalpalocco, relative alla costruzione di una casa, sulla quale pagò anche la quota residua di un mutuo. Nel 2006 dal notaio finalmente registra il passaggio di proprietà. Intanto l’appartamento in via dell’Albareto lo aveva affittato a 650 euro. Dopo tre anni, nel 2009, l’affittuario acquisterà quella casa per 120 mila euro, di cui 80 mila versati in contanti. Dunque ai 100 milioni iniziali versati in nero dalla vendita della casa del padre, l’imputato aggiunge ulteriori 80 mila euro, sempre in contanti, derivanti da questa successiva vendita. Per un totale approssimativo di 170-180 mila euro.

Nel 2007 l’imputato aveva affittato con la sorella un’altra casa, nelle Marche, lasciata loro in eredità dal padre: affitto mensile 800 euro in contanti. Dopo alcuni anni i due fratelli Turella decidono di vendere anche questa casa per 90 mila euro, somma che dividono in due parti uguali. Neanche a dirlo la vendita sarà conclusa ad un prezzo inferiore rispetto al valore reale dell’immobile. Dunque altro denaro in contanti che si somma al tesoretto.

Nel 2009 muoiono i genitori di Turella e lui e la sorella ereditano 70 mila euro ciascuno. Inoltre il padre aveva intestato all’imputato due polizze assicurative, per un valore totale di 39 mila euro. Il valore complessivo di queste due operazioni corrispondeva a 74 mila euro circa. Una parte dei quali, neanche a dirlo, sarà detenuta in contanti ed andrà a sommarsi ai circa 170 mila euro accumulati fino a quel momento.

Il figlio di Turella, impiegato all’ AMA da circa 20 anni,  svolge saltuariamente anche dei lavori in nero i cui compensi sono stati accreditati nel tempo sul conto del padre.  Racconta  l’imputato in aula come buona parte di questi soldi l’abbia restituita al figlio quando questi decise di acquistare una casa. Questi soldi,  afferma Turella, sono stati trasferiti sul conto del figlio tramite assegno. E questo perché il notaio con il quale doveva stipulare l’atto non accettava contanti.

C’è poi un’ulteriore donazione fatta a Turella dal padre, quando questi era ancora in vita. Si tratta di un quantitativo di soldi in contanti che il genitore era solito tenere in casa, essendo malato ed impossibilitato a muoversi.

Racconta in ultimo l’imputato di una donazione fatta da sua suocera, la madre di sua moglie, a suo figlio, soldi che sarebbero transitati sul suo conto dato che era in comune con la moglie. Per un totale di circa 40 mila euro.

Alla molteplicità delle fonti di denaro citate dall’imputato si aggiungono anche quelle rappresentate dalle innumerevoli attività di consulenza e prestazione di lavoro che saltuariamente questi rilasciava, rigorosamente in nero, essendo dipendente della PA e dunque impossibilitato ad avere un altro datore, e tanto meno ad assumere una posizione da libero professionista con Partita Iva.


Le buste del Comune piene di soldi

Nel corso della perquisizione eseguita presso l’abitazione dell’imputato Turella, all’interno di una cassaforte murata nei locali della taverna sono state rinvenute delle buste di soldi, per un importo complessivo pari a 572.120 euro in contanti.  In aula il pm Luca Tescaroli domanda all’imputato come mai buona parte di questo denaro fosse contenuto all’interno di buste che portavano il logo del Comune di Roma. Vi erano in particolare una busta con la dicitura “Roma Segreteria Generale Direzione dei Servizi Elettorali piazza Guglielmo Marconi n.26/c” ed altre due con il solo logo del Comune.

Turella spiega come la busta con la scritta dei Servizi Elettorali fosse nella sua disponibilità. Il suo legale, Francesco Missori, presenterà agli atti una determinazione dirigenziale del capo dipartimento Stefano Mastrangeli dove si attesta come il Turella fosse coordinatore dei servizi elettorali.

Questo perché da prassi, in occasione delle elezioni amministrative, gli operai del comune lavorano al servizio elettorale per preparare il materiale da portare ai seggi di tutta Roma. Per diverso tempo l’imputato è stato in Comune coordinatore di tale attività, e cita a tal proposito una conversazione intercettata dai ROS con Claudio D’Alessio: “Claudio il direttore mi ha dato un po’ di robe che io ho pensato di dividere tra noi”.

D’Alessio è la persona a cui Turella aveva affidato l’incarico di sostituirlo per lo svolgimento di tali servizi. Si trattava in gran parte di lavoro straordinario.

Il pm contesta all’imputato il fatto che questi abbia conservato una così grossa cifra in contanti, e per di più custodita all’interno di buste del Comune. E gli domanda il perché di tale scelta.

E’ semplice per Turella dimostrare in aula di avere a casa delle buste intestate a Roma Capitale, avendo con s’è in quel momento una cartellina con lo stesso logo. E tuttavia l’imputato non si rende conto di essersi autodenunciato.

 E’ infatti il Presidente Ianniello a sottolineare come anche l’appropriazione di materiale da cancelleria di proprietà del Comune costituisca un reato: “Come mai aveva queste buste del Comune per questa finalità privata” domanda il Presidente. Turella risponde come fosse solito portare a casa buste del Comune per usarle per scopi privati.

L’accusa domanda all’imputato se fosse a conoscenza di avere questa cospicua somma di denaro, e Turella risponde di si. Il pm contesta all’imputato la risposta data, in quanto differisce da quella resa in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 4 dicembre 2014, dove egli rispose di non immaginare di avere così tanti soldi.

L’imputato risponde spiegando di essere stato sottoposto all’interrogatorio di garanzia dopo essere passato attraverso l’arresto e la detenzione in isolamento. Momento nel quale riferisce di essere stato particolarmente scosso. Dunque allora non disse la verità.

Quando il pm chiede a Turella se il racconto da lui fatto in merito ai soldi in contanti di cui è entrato in possesso sia sufficiente a giustificare il possesso di una somma così ingente, Turella risponde di si.

Sulla pluralità delle fonti di approvvigionamento del contante, il pm fa notare come in fase di interrogatorio di garanzia questi abbia detto che buona parte di quei soldi provenissero da suo padre, senza però conoscerne l’esatto ammontare. Il fatto è che in quel momento Turella indicò questa, cioè il padre, quale unica fonte. E ciò non coincide con quanto da lui detto in aula. Il pm domanda dunque quale delle due versioni sia quella vera. L’imputato risponde come la verità sia quella riferita nel corso del dibattimento odierno.  “La domanda è – chiede il Presidente – se abbia detto la verità allora o oggi” e Turella ribadisce oggi.


Quelle scritte a matita

Turella ha raccontato in aula come sia arrivato negli anni ad accumulare la somma di 572.120 euro, essendo partito nel 1984 con 100 milioni di lire in contanti, frutto della vendita della casa donatagli dal padre.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Turella raccontò al Gip che il padre, morto due anni prima, era solito tenere in casa una cospicua somma di denaro in contante, essendo impossibilitato a muoversi e quindi ad andare a prelevare. Questo in parte spiega il motivo di  quei soldi custoditi nel cassetto, pronti per ogni evenienza.

Dunque era da almeno due anni che Turella deteneva in casa quel denaro.

Ma in che modo il padre era riuscito ad accumulare una somma così ingente? Come possa un semplice impiegato della municipalizzata dei rifiuti (AMA) accumulare una fortuna, questo non è dato sapere. E Turella non tenta nemmeno di ricostruire la vicenda. Racconta solo come la madre gestisse in casa un piccolo laboratorio di sartoria, e di come i suoi parenti, quelli della madre, abbiano lasciato da parte una somma per suo figlio.

Ma quando il pm chiede quale fosse il reddito del padre, Turella risponde di non averlo mai saputo nè di essere in grado di ricostruirlo: “nelle vecchie generazioni i figli – racconta l’imputato- non sapevano quanto guadagnavano i genitori”.

Altro mistero è quello relativo alle due buste di soldi con il logo del Comune, su una delle quali era scritto a matita “100 mila euro”. Il pm chiede all’imputato il perché di quella scritta e Turella risponde candidamente: “Se vede che la dentro ce saranno stati 100 mila euro”. Nelle altre due buste il pm fa notare come vi fosse scritto, sempre a matita, 44.600 e 2; l’accusa domanda ancora il significato di quelle scritte, e Turella risponde: “Sempre quello”.

In genere, fa notare l’imputato, come si usi scrivere fuori dalla busta il contenuto della busta stessa, per evitare ogni volta di dover contare.

Malgrado l’imputato avesse nella sua disponibilità ben due conti correnti, uno presso Unicredit, e l’altro un conto online presso FINECO, custodiva nella cassaforte di casa un piccolo tesoro. Cercare di capire il motivo che ha spinto Turella a tenere così tanti soldi in casa, con i tempi che corrono, pur avendo a disposizione quei due conti appare difficile, anche per una persona apparentemente normale come Claudio Turella.

Scavando ancora con le domande cominciano pero’ ad emergere particolari nuovi. Come i due accertamenti tributari che l’imputato avrebbe subito negli ultimi anni per avere dichiarato valori non reali in relazione alla cessione dei due immobili di proprietà a cui abbiamo accennato sopra. Dunque l’imputato avrebbe affrontato due accertamenti tributari vinti con ricorso.

Nel suo caso il versare quei soldi in banca avrebbe rappresentato fornire un ulteriore dimostrazione al fisco di non avere denunciato completamente il ricavo di quelle cessioni. Il pm chiede all’imputato se non avesse timore dei ladri: “Come no” risponde Turella, aggiungendo: “Però mia moglie, che non stava bene, di solito stava sempre a casa”.

Dunque l’imputato si sentiva sufficientemente sicuro nel conservare quei soldi in casa, sapendo che in quella stessa casa ci sarebbe stata comunque la moglie malata. E quando l’accusa gli domanda quale fosse il taglio medio delle banconote con cui gli veniva versato il canone di locazione della casa affittata,  Turella risponde 100 e 50. Qualche volta anche 500.

Il pm Tescaroli fa notare sul punto come tra le banconote rinvenute in casa sua, ben 291 fossero del taglio da 500 euro, di difficile smercio, e ne domanda il motivo. “Era un caso, degli affitti che percepivo. Mi pagavano in determinati modi. Non è che mi mettevo a guardare: si m’hai dato 500 euro, no non li prendo. Era un caso”.


I consigli di Buzzi

Nell’intercettazione del 19.06.13 il ROS censisce una conversazione tra Turella e Salvatore Buzzi, nella quale l’imputato rivela al ras delle cooperative di avere una cospicua somma da investire. L’imputato sperava di ricevere informazioni su forme di investimento remunerative. Nella conversazione Buzzi gli rivela di essere stato appena “prosciugato” da Panzironi e di come avesse difficoltà a reperire del denaro non tracciato: “il nero”.

E’ in questo ambito che Turella fa riferimento ad una puntata della trasmissione Le Iene, dove veniva mostrato come le persone che intendevano riciclare del denaro utilizzassero a tal fine delle Slot Machine: inserivano le monete, ritiravano il contante e poi si recavano alla cassa a prendere la ricevuta. Con quella stessa ricevuta andavano poi in banca a versarsi i soldi sul proprio conto. La ricevuta della giocata costituiva la prova provata dell’emersione dal nero della somma che vi veniva indicata.

Il pm Tescaroli fa notare come in quella conversazione fosse l’imputato a sottolineare le difficoltà che aveva a riciclare la grande quantità di contante che aveva a disposizione. Da cui la necessità di rivolgersi a Buzzi per avere consigli.

Turella racconta di avere parlato spesso con Buzzi dei soldi che aveva, dicendo che li aveva ereditati dai suoi genitori.

In più di un’occasione Buzzi gli aveva offerto di investire i suoi risparmi nella cooperativa, cercando di attirarlo con un interesse superiore a quello corrente offerto dagli istituti di credito.

Un’altra offerta che Buzzi aveva fatto a Turella era quella relativa all’acquisto di un’appartamento dalla cooperativa edilizia Deposito Locomotive Roma S. Lorenzo. Si trattava di una serie di appartamenti che la coop aveva costruito in località Case Rosse,  località’ Lunghezza, ma che poi Turella non acquistò.


Le dazioni emerse dalle intercettazioni

Il pm fa notare come in numerose intercettazioni Buzzi faccia riferimento a del denaro che gli avrebbe dovuto versare, e chiede all’imputato se tali somme gli siano state effettivamente consegnate, da Buzzi o da Emilio Gammuto. Turella risponde che tutte le intercettazioni che avevano come oggetto dazioni di denaro in suo favore non avevano lui come interlocutore, e che del resto non era neanche presente fisicamente: “non ero uno degli interlocutori” spiega l’imputato, aggiungendo di non potere rispondere a domande che non avevano lui come interlocutore.

Alla domanda dell’accusa se abbia ricevuto denaro da Gammuto, Turella risponde come più che denaro da Gammuto abbia ricevuto numerose scocciature, in particolare in merito alle spiegazioni sui lavori eseguiti: “tutto meno che i soldi”.

Il pm fa presente come in una conversazione del 19.06.13 Buzzi dica: “A Turella gli davamo la pagnotta pure a lui”, specificando in particolare come in relazione all’emergenza neve lo stesso avesse richiesto 100 mila euro. Si fa anche riferimento ad una rinegoziazione di quella somma fino al raggiungimento di un accordo che prevedeva una dazione in favore dell’imputato di 30 mila euro.

Turella risponde facendo capire di essersi accorto di essere intercettato quando dal suo ufficio di fronte a Villa Celimontana i suoi collaboratori videro una persona che armeggiava con dei microfoni, in linea d’aria non molto distante dalla finestra del suo ufficio.

Dunque l’imputato sapeva di essere intercettato, e questo spiega la sua prudenza nelle conversazioni. Ed in effetti a questo riguardo non risultano sue intercettazioni.

L’accusa fa notare come nella conversazione del 19.06.13 tra Buzzi e Gammuto si parli, oltre che della cifra di 15 mila euro da versare in suo favore, anche di un libro nero, nel quale veniva tenuto conto di tutte le dazioni effettuate dalla cooperativa. Libro nero che poi è stato ritrovato nella disponibilità di Nadia Cerrito.

In particolare ciò che risultava dal libro era la corrispondenza tra le annotazioni a cui faceva riferimento Buzzi nelle conversazioni intercettate e le scritture in esso indicate, con riferimento sia agli importi che alle date.

“C’è scritto anche che io le prendo?” contesta l’imputato con riferimento alle somme, ed aggiunge secco: “non mi ha dato niente”.

L’accusa richiama la conversazione del 12.03.13 nella quale Turella chiamava Buzzi per comunicargli di passare l’indomani al dipartimento “perché Ornella aveva preparato l’atto”.

L’imputato fa notare come non si trattasse di una gara, ma di un avviso, e dunque a suo modo di vedere non sia stato commesso alcun illecito. Il pm sottolinea invece come si trattasse comunque di un atto amministrativo, anticipato prima ancora di essere formalizzato, e di come in quell’occasione fosse stato invitato il beneficiario di quell’atto a prenderne visione.

Turella risponde facendo notare come quello della conversazione fosse un periodo in cui le cooperative di Buzzi erano in agitazione poichè non ricevevano appalti dall’amministrazione Alemanno. Sottolinea inoltre l’imputato come fosse stato il suo superiore a chiederglielo e dunque di non essersi potuto sottrarre. Infine Turella fa notare come a far visionare l’atto non fosse stato lui ma la sig.ra Ornella.


Buzzi a Turella: “E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”

L’accusa fa notare all’imputato come egli abbia affermato di non avere mai ricevuto soldi da Buzzi; il pm contesta questa risposta, citando la conversazione del 16.05.13.

Si tratta di un’ambientale dall’auto di Buzzi, nella quale quest’ultimo dice a Turella, facendo riferimento a Panzironi: “M’ha prosciugato tutti i soldi Panzironi” e Turella domandava: “Che soldi t’ha prosciugato?” Buzzi rispondeva: “E’, perché dovevo dargli un sacco di soldi: 15 mila euro, gli ultimi, glieli do oggi. E poi ho finito e posso ricomincià a pensà a te”.  “Qui – domanda il pm a Turella – si parla di soldi che dovevano essere dati a lei”.

L’imputato contesta, rispondendo come si trattasse di soldi che dovevano essere dati a Panzironi e non a lui.

Il Presidente Ianniello interviene, facendo notare come quel “e poi posso ripensare a te” messo assieme alla frase in cui si parla dei soldi da dare a Panzironi, faccia inequivocabilmente riferimento a soldi che Buzzi avrebbe dovuto dargli: “Significano una cosa sola” ribadisce il Presidente.

“Non lo so – risponde Turella – lo dirà Buzzi”.

Sempre nella stessa conversazione Buzzi chiede a Turella: “Non mi devi fare vedere quelle che devono partire?”, riferendosi alle gare che il Comune avrebbe di lì a poco indetto. Su questo stralcio di frase il pm chiede all’imputato: “come sia possibile che un imprenditore privato chieda ad un funzionario che si occupa di quella materia di fargli vedere delle gare che devono partire?”. E aggiunge: “Qui siamo nell’ambito delle procedure negoziate”.

Turella sottolinea come la sua risposta a Buzzi sia stata: ” De che?”. 

Il pm chiede all’imputato per quale motivo abbia trattenuto il bigliettino con le coordinate per accedere al banking on line quando i Carabinieri perquisiscono la sua abitazione; e poi ancora quando è stato condotto in carcere e sottoposto ad una seconda perquisizione. Ed abbia invece deciso di strapparlo e liberarsene rientrando dal colloquio in carcere. “Vorrei capire come mai – chiede il pm – ha sentito questa esigenza”.

L’imputato risponde come in quel momento si fosse stancato di portarsi appresso quel foglio: “tanto che ce devo fa” afferma. Turella fa inoltre notare come in realtà non gli sia stato permesso di portarsi dietro quel fogliettino durante il colloquio e quindi abbia dovuto lasciarlo in deposito alle guardie penitenziarie.

Turella aveva  avvisato per telefono sua moglie di come quelle coordinate fossero custodite in casa all’interno del cassetto di una scrivania. Sua moglie era comunque cointestataria di quel conto ed aveva le sue carte personali ed i suoi codici di accesso.


La gara di villa Borghese

Torna il pm sulla gara di villa Borghese da 4 milioni di euro, in relazione alla quale l’imputato ha già riferito. Turella ha rivelato come alla base di quell’esito ci fosse un accordo precedente fra Caldani e Multiservizi, quest’ultima presieduta da Franco Panzironi.

“Lei da chi ha saputo – domanda l’accusa – che l’aggiudicatario della gara doveva essere colui che aveva fatto quest’accordo?”. La risposta di Turella è: “Caldani”.

In una conversazione del 30.01.13 tra Buzzi e Turella quest’ultimo dice al primo: “Voi comandate e noi eseguiamo, noi siamo degli esecutori d’ordine”. Il pm chiede all’imputato quale sia il significato di questa frase.

Turella risponde come lui e Buzzi al telefono fossero soliti scherzare. In particolare Buzzi scherzava molto sul fatto che l’imputato non amasse essere accostato a nessuna parte politica, destra o sinistra che fosse. Dunque in tono ironico Buzzi amava provocarlo apostrofandolo alle volte con l’appellativo di compagno ed altre con quello di camerata. Il pm prima ed i Presidente poi contestano il tono scherzoso al quale Turella fa riferimento.

L’accusa in particolare contesta quel “voi comandate e noi eseguiamo” pronunciato da un funzionario di un’importante amministrazione ad un imprenditore privato, frase che lascerebbe intendere una messa a disposizione della propria funzione.

Su sollecitazione da parte dell’avvocato dell’associazione Libera, Giulio Vasaturo, Turella racconta di avere cominciato ad accumulare denaro contante a partire dal 1984, quando ci fu la vendita della casa del padre. Proseguendo l’avvocato di parte civile chiede all’imputato a quanto ammontasse quel tesoretto nel 2001, con l’ingresso nell’euro, e l’imputato risponde 250-300 milioni.

A questo punto Vasaturo chiede a Turella in che modo abbia cambiato quel denaro dalle lire agli euro e l’imputato risponde attraverso alcuni amici, e cita la ditta Latin Flor di Latina (Latin Flor srl) per la quale ha lavorato come consulente. L’attività di consulenza veniva remunerata in nero e in più, a detta dell’imputato, gli venivano cambiati i soldi. Cita Turella anche un altro nome, tale Antonio Passarelli, al quale è riconducibile la società Ecoflora.

In generale si trattava di persone che gestivano attività commerciali, con le quali  l’imputato aveva instaurato un rapporto di amicizia e di confidenza. (cm)

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Turella e l’emergenza neve

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Sull’emergenza neve Turella ricorda come si sia trattato di una vera e propria catastrofe: ventimila persone al lavoro per uscire da quella situazione di estrema difficoltà per la città di Roma. Quando Turella ha accompagnato i militari del ROS a perquisire il suo ufficio ha evidenziato loro l’importanza di un documento con il quale l’amministrazione invitava tutti i soggetti privati a collaborare per la risoluzione dell’emergenza stessa. Si  trattava di un fax che il dirigente del Servizio Giardini del Comune Fabio Tancredi aveva inviato a tutti i privati chiedendo la loro adesione e collaborazione.

Si trattava dell’atto formale con il quale si dava giustificazione alla chiamata delle imprese private per l’uscita da quell’emergenza. Il Ros in un primo momento non ha ritenuto di dover acquisire quel documento agli atti dell’inchiesta. Una volta usciti da quella situazione, occorreva contabilizzare tutti gli interventi eseguiti, inclusi quelli posti in essere dai privati. Le cooperative di Buzzi, in quel frangente, avevano svolto un ruolo determinante, disponendo sia dei mezzi, circa trecento camion, che degli uomini, erano circa mille solo gli operai addetti al verde.

Dato che il tariffario del Comune non prevedeva i servizi svolti dai privati, Turella decide di assumere come riferimento il tariffario dell’Assoverde, l’associazione di categoria delle imprese attive nel settore della vivaistica. A quei prezzi Turella aveva applicato automaticamente una riduzione del 20%. Quindi mandava lo schema a Domenico Maiorana, segretario della ragioneria dell’assessorato all’Ambiente, responsabile della contabilità del Dipartimento, per il saldo. Successivamente sempre Turella incontra i rappresentanti di tutti gli imprenditori e delle cooperative per comunicare loro gli importi calcolati dal Comune, per evitare il sorgere di qualsiasi controversia. 


Le informazioni sulle gare a Buzzi

In relazione al capo d’accusa della rivelazione del segreto d’ufficio, Turella chiarisce la distinzione tra avviso e bando: il primo è una manifestazione d’interesse. Nei fatti oggetto del processo l’avviso riguardava solo le cooperative sociali interessate tra quelle il cui nome era incluso in un apposito elenco. Queste  dovevano presentare una formale richiesta di invito, specificando il numero di riferimento col quale erano indicate in quell’elenco, il numero di fax dove inviare l’invito e la procedura di gara alla quale intendevano partecipare. Una sola per ciascuna cooperativa.

Il bando invece non riguarda un albo di imprese determinate. Esso inoltre specifica l’oggetto dell’appalto, la durata, l’importo, i requisiti di partecipazione, la documentazione amministrativa, le modalità di consegna della documentazione ed anche la formula con cui viene valutata l’offerta economica. Sottolinea quindi l’imputato l’ulteriore differenza in base alla quale mentre l’avviso non è impegnativo, il bando oltre a dover essere pubblicato, deve essere anche inviato a tutti i partecipanti, a seconda della gara scelta.

Nel capitolo relativo alla gara sulle piste ciclabili, dove si parla spesso del valore di un milione, Turella spiega come l’assessore all’ambiente Visconti non avesse alcuna intenzione di assegnarla a Buzzi. Dalle intercettazioni infatti emerge come ad un certo punto i collaboratori  di Buzzi si rendano conto di tale situazione. Accadeva che sia Visconti che Gramazio intendevano candidarsi alle imminenti elezioni regionali, ed il veto posto dal primo su quel milione era dovuto appunto al fatto che sarebbero stati concorrenti, sebbene appartenessero allo stesso partito (PDL).

Turella fa notare come il tariffario del Comune prevedesse un utile netto massimo per le cooperative del 10%, e non essendo inclusi i materiali in nessuna delle cinque gare in cui si suddivideva il bando complessivo delle piste ciclabili, era evidente come il margine di guadagno fosse molto basso. Ed in effetti la principale componente di costo era rappresentata dal lavoro.

Tornando sul tema degli emendamenti, l’imputato fa notare come l’assessore Visconti avesse istituito un ufficio apposta, l’Ufficio per gli Emendamenti, diretto dall’architetto Maria Grazia Forte, e questo perché la natura degli emendamenti era prettamente politica, ed era quindi questa a gestirli in maniera totale.

Turella fa notare come ciò sia accaduto nel corso delle ultime tre sindacatore, avendolo constatato personalmente. Dunque erano i consiglieri comunali che contrattavano in aula gli emendamenti, poiché il loro esito derivava da accordi presi tra le varie forze politiche.

Ciascun consigliere aveva una sua disponibilità economica, che Turella, su richiesta del Presidente Rosanna Ianniello, non è però in grado di quantificare. Spiega l’imputato di essersi occupato solo di quest’emendamento, ma che tuttavia era a conoscenza di come il loro funzionamento fosse quello descritto.

Quindi la definizione che viene usata nelle indagini “dell’emendamento Gramazio” appare destituita da qualsiasi fondamento. Se non per il fatto, ritiene l’imputato, che Gramazio se ne sia interessato direttamente, avendo seguito a ritroso il percorso dei soldi.

Quello di sui si sta parlando non è dunque un emendamento ma una manovra di bilancio, a seguito della quale emerge dai conti la cifra di un milione, inclusiva dell’IVA, questo perché tutte le cifre indicate in bilancio sono tutte comprensive dell’IVA. (Turella è accusato di avere incrementato gli 800 mila euro già inclusivi di IVA con un ulteriore computo della medesima imposta).


La gara della pulizia degli arenili

Con riguardo alla gara degli arenili di Castel Porziano Turella, pur non trattandosi di un suo capo d’imputazione, intende chiarirne alcuni aspetti.

Quando venne incaricato dal Comune di recarsi a Castel Porziano per fare il sopralluogo in vista della gara, precisa come inizialmente ad esserne informato fosse solo Gaetano Altamura, l’ex Direttore del Dipartimento Ambiente del Comune. Tuttavia, prima di recarsi in loco, Turella viene contattato dall’ing. Paolo Cafaggi, un dirigente tecnico del decimo Municipio, il quale gli dice si sapere che dovrà essere lui a preparare il capitolato d’appalto per la gara sulla pulizia degli arenili.  Cafaggi lo invita a tenere presente il consorzio Castel Porziano, i titolari dei chioschi, quale affidatario di quel servizio.

L’Imputato ricorda di non aver compreso come il Comune potesse avere fatto un accordo con i titolari dei chioschi, dato che la maggior parte di loro erano abusivi.

Recatosi sul posto Turella scopre come l’ottavo fabbricato fosse occupato da una scuola di vela; anche altri fabbricati erano occupati dai dipendenti delle spiagge, in maggioranza bagnini, che li utilizzavano per custodire surf ed altro materiale di loro proprietà. A seguire l’imputato incontra l’uomo che ogni primo dell’anno si tuffa da Ponte Cavour, suo ex compagno di scuola, Maurizio Palmulli, mentre si accingeva a pulire l’arenile.

Turella gli chiede a che titolo stesse svolgendo un lavoro che competeva al Comune, e lui gli risponde che era titolare di un chiosco. Non sapendo che Tassone aveva rivendicato la competenza della pulizia al suo municipio, il decimo, tornato in ufficio l’imputato fa presente al suo superiore Altamura le condizioni in cui si trovava la spiaggia.

Poco dopo Turella va a controllare l’appalto per la pulizia delle spiagge in mano alla Multiservizi, rimanendo stupito dall’ enormità del suo importo. Da un calcolo basato sulla scomposizione degli elementi di costo, lo scomputo metrico, l’imputato ha potuto verificare come la pulizia degli arenili incida su quel contratto per il 70%.


I favori a Panzironi

Nel capo di imputazione relativo alla pulizia del giardino di Franco Panzironi, Turella fa notare come quest’ultimo abiti in zona Infernetto, nelle vicinanze del parco di via Betollo. Un giorno il capo dipartimento protezione civile di Roma, Tommaso Profeta, comunica all’imputato che Panzironi si era lamentato per il modo in cui veniva tenuto questo parco.

Profeta gli risponde di non volere creare contrasti con il decimo Municipio, competente per la cura del verde. A questo proposito Profeta telefona a Giacomo Vizzani, allora presidente del Municipio di Ostia, per comunicargli l’imminente intervento in via Betollo.

Il Presidente Ianniello chiede cosa succeda se ad effettuare una segnalazione di questo genere  sia un cittadino comune. Turella fa notare come il parco sia, in genere, di competenza Comunale. Dato che le risorse a capo del Dipartimento Parchi e Giardini erano molto scarse, negli ultimi anni il servizio funzionava in prevalenza su segnalazioni dei cittadini.

Si interveniva a chiamata. Il responsabile del servizio faceva un sopralluogo e quindi si decideva come procedere .


Gli incontri con Tassone

Ripercorrendo la deposizione dell’imputato Andrea Tassone, ex presidente del decimo Municipio, Turella sottolinea il fatto di essersi incontrato con lui solo un paio di volte, e che in nessuna occasione si è discusso delle spiagge di Castel Porziano.

Ricorda l’imputato come il primo incontro del decimo Dipartimento Verde Pubblico con Tassone lo ebbe  Altamura; al secondo invece a riceverlo fu l’assessore Estella Marino.

Inizialmente Tassone era convinto che nelle somme stanziate in bilancio per l’assessorato fossero incluse anche quelle del suo Municipio. I rappresentanti del Dipartimento allora gli mostrarono le delibere adottate dal presidente Marco Pannella, l’anno in cui venne varata l’autonomia del Municipio di Ostia. All’incontro successivo al posto di Tassone si presentò l’assessore alla sicurezza e Ambiente del decimo Municipio, Marco Belmonte.

Quest’ultimo faceva presente come il municipio non avesse i soldi per effettuare le potature. Dunque il Dipartimento si attivò per le potature di una parte di Via del Mare, mentre lo stesso Turella mandò il personale ad occuparsi della gestione di alcuni parchi. Ma in nessuna circostanza si è parlato di Castel Porziano. (cm)

Turella e le gare per le ville storiche

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Sempre l’8 febbraio è stato ascoltato in aula l’imputato Claudio Turella. Durante la sindacatura Alemanno Turella ricopriva la carica di dirigente del Servizio Giardini del Comune di Roma.

In particolare era responsabile del servizio Programmazione e Gestione Verde Pubblico del Comune. Secondo l’ipotesi accusatoria Turella, compiendo atti contrari ai suoi doveri d’ufficio, avrebbe orientato la destinazione di risorse economiche del bilancio comunale in settori afferenti alle attività collegate alle cooperative di Salvatore Buzzi, al fine di agevolarle. Inoltre avrebbe fatto in modo che le cooperative del ras Buzzi ottenessero l’assegnazione dei lavori per l’emergenza neve, a Roma, nel febbraio 2013.     

  


La Gara delle ville storiche

Turella, in concorso con Salvatore Buzzi e la dirigente del Comune di Roma Rossana Calistri è accusato, quale presidente della commissione di gara, con Calistri altro membro della commissione, del reato di turbativa d’asta in relazione alla cd gara delle Ville Storiche

In aula è stato ricostruito ciò che avvenne nella Commissione in relazione all’esito di quell’appalto. Il 13 marzo 2013 sul sito istituzionale del comune e all’albo pretorio viene pubblicato un avviso pubblico di manifestazione d’interesse per la partecipazione a dieci gare riservate alle cooperative sociali, come previsto dalla legge n.381/91.

La Commissione era composta oltre che da Turella, in qualità di presidente, dalla dott.ssa Ornella Coglitore e da un membro nominato dal Quinto Dipartimento con il compito di valutare il progetto sociale presentato da ogni partecipante.

Viene indicata la signora Rossana Calistri.

Il 13 maggio 2013 la Commissione si riunisce per la verifica della documentazione amministrativa. La riunione è pubblica. Sono presenti rappresentanti del Consorzio Eriches, della cooperativa sociale Il Gheppio e de Il SolCo. Fatta eccezione per Eriches, tutti gli altri  presentano carenze documentali. Questi ultimi vengono ammessi con riserva, con l’obbligo di integrazione successiva pena l’esclusione. Il giorno 14 maggio, presenti Consorzio Eriches e Il Solco, si da lettura dei punteggi relativi alle offerte tecniche e sempre in seduta pubblica si da apertura delle offerte economiche. Tutte le buste sono chiuse con cera lacca. Non vengono riscontrate irregolarità.

Durante le procedure di assegnazione, secondo l’ordinanza del 2, dicembre vengono rilevate le seguenti conversazioni:

13.05.13 ore 12 Roberto Ruffini, il delegato del Consorzio Eriches, parla con Buzzi: “Il raggruppamento il Solco e il Gheppio non li hanno voluti escludere”.

14.05.13 Ruffini avvisa Buzzi che ancora non era stata effettuata la valutazione delle offerte tecniche (valutazione del progetto sociale della quale era incaricata la Calistri)

14.05.13 ore 12:36 Ruffini chiama Buzzi: “Il problema era, è che Turella non ha escluso Il SolCo e gli ha consentito di presentare la documentazione”

14.05.13 Buzzi tenta di chiamare Turella che non risponde.

14.05.13 Gammuto invia un sms a Buzzi. Subito dopo Turella invia un sms a Buzzi: “Chiamami urgentemente”

Per ottenere un punteggio più alto Buzzi aveva scritto nell’offerta tecnica di aver effettuato lavori per i municipi. Non avendo però certificato tale dichiarazione la documentazione relativa risultava inutilizzabile. Doveva presentare ulteriori documenti, cosa che in effetti fece.

14.05.13 ore 13.03 Calistri invia un sms a Buzzi per avvisarlo di portare ulteriore documentazione relativa al progetto sociale, al fine di superare il punteggio del SolCo, violando in questo modo la regola di riservatezza della procedura amministrativa in corso. Calistri chiede: “Ma a quella gara ma quanto hai messo al massimo ribasso?”

Buzzi le risponde spiegandole le modalità della gara stessa.

Di seguito Buzzi chiama Ruffini e chiede le ragioni della mancata esclusione de il SolCo.

13:22 Buzzi invia un sms a Turella

13:23 Buzzi chiama Mario Monge presidente del consorzio Il SolCo.


L’accordo in Campidoglio

Buzzi si era attivato poiché aveva saputo di avere preso un solo punto di differenza rispetto a il SolCo sull’offerta tecnica. Quel punto di differenza era dato dalla certificazione dei lavori eseguiti presso i municipi, cosa che a il SolCo mancava.

Turella afferma, in aula, che se fosse stato corrotto da Buzzi avrebbe dovuto escludere l’offerta de il SolCo, cosa che invece non fece. Spiga inoltre l’ex funzionario come in quel momento non conoscesse la dott.ssa Calistri: sapeva solo che aveva lavorato nella segreteria di Veltroni, senza avere avuto modo di entrare in confidenza con lei. Solo leggendo gli atti dell’inchiesta e osservando la foto che ritrae Calistri assieme ad Odevaine, foto allegata all’informativa del ROS, Turella ricostruisce il legame tra i due.

Spiega inoltre l’imputato che i sette milioni di cui parla Buzzi nelle intercettazioni erano in buona parte già stati spesi dall’allora assessore all’ambiente Marco Visconti. Restavano fuori solo alcune gare: villa Borghese, villa Pamphili e parco della Caffarella.

In relazione alla revoca della gara di villa Borghese, Turella riferisce come l’esito della stessa fosse nato da un accordo tra gli alti vertici del Campidoglio, capi e vice capi di segreteria, oltre a Marco Caldani titolare del vivaio Caldani srl. E in effetti è quest’ultimo che si aggiudica la gara al posto di Multiservizi. Roma Multiservizi aveva fino a quel momento sempre ottenuto l’appalto poiché il capitolato prevedeva il vincolo di riassumere i dipendenti della ditta uscente.

E Multiservizi era un’impresa grande in grado di poter sostenere quelle assunzioni.  Accade ora che Caldani accetta di riassumere i dipendenti uscenti ,se non che gli ex dipendenti di Roma Multiservizi non ci stanno.  Alla fine la gara viene aggiudicata a Roma Multiservizi, secondo classificato.

In seguito quella gara viene annullata in quanto erano stati impiegati tutti i fondi a disposizione del Dipartimento. La giunta Alemanno quindi adotta una delibera di revoca, la n.27, il cui oggetto è: “indirizzi per il mantenimento delle aree verdi comunali e per la gestione dei gattili e dei canili comunali”. Dunque i fondi disponibili al decimo Dipartimento vengono destinati non più solo alla cura di villa Borghese ma a tutte le ville, oltre che alla gestione dei gattili e dei canili comunali. (cm)

Tassone: “scomodo perché chiedevo assunzioni e non davo da mangiare alla mucca”

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Ha reso, il giorno 8 febbraio, spontanee dichiarazioni l’imputato Andrea Tassone.

Ex presidente del decimo Municipio (Ostia) durante la consiliatura di Ignazio Marino, eletto in quota PD, si è dimesso a seguito dei domiciliari disposti in esecuzione dell’ordinanza del Gip Flavia Costantini del 29.05.15. Secondo la Procura di Roma Tassone, oltre ad avere rivelato a Salvatore Buzzi particolari relativi ad alcuni bandi indetti dal Municipio da lui guidato attraverso l’uomo di fiducia Paolo Solvi, avrebbe chiesto ed ottenuto danaro per assegnare alle cooperative di Buzzi i lavori di potatura delle piante e di pulizia delle spiagge di Ostia.

Tassone inizia le sue dichiarazioni accennando al milione di euro che la legge regionale n.7/14 del 2014 ha stanziato per i comuni costieri della Regione. In base a quanto scritto a pag 59 dell’interrogatorio del capitano del ROS Federica Carletti, viene affermato che i soldi in questione non arrivarono al decimo Municipio a causa dell’esecuzione dei provvedimenti cautelari del 2.12.14.

Si fa presente che la difesa Tassone, sostenuta dall’avvocato Filippo Dinacci, ha depositato agli atti del processo una lettera della Regione Lazio inviata dall’assessore regionale alle Attività Produttive Guido Fabiani e dall’assessore al Bilancio e Patrimonio Alessandra Sartore con la quale si comunica che lo stanziamento da parte della Regione ammontava a 94.000 euro.

Quei fondi furono destinati all’organizzazione di una manifestazione estiva denominata Ostia Monamour ad opera del decimo Municipio; in pratica si trattava del concerto del gruppo musicale degli Stadio, oltre ad una ventina di rappresentazioni teatrali da parte della Compagnia Nino Manfredi di Ostia, a cui si aggiungono le spese relative al lavoro di supporto svolto dalle associazioni locali della protezione civile per tutta la durata della manifestazione (70 gg) e l’acquisto della segnaletica verticale e delle transenne per la delimitazione dell’area adibita a tali rappresentazioni.

“Io credo – dichiara Tassone – che queste risorse sono state utilizzate e non sono attinenti in nessun modo con il gruppo capeggiato dal dott. Salvatore Buzzi”.

Questa è la precisazione che l’ex presidente del Municipio di Ostia si sente di fare in merito al supposto milione che secondo l’ipotesi accusatoria sarebbe piovuto sul Municipio, destinato in gran parte a finanziare lavori che sarebbero poi stati eseguiti dalle cooperative afferenti a Buzzi. Tassone aggiunge quindi: “non so se (questi

soldi) sono stati rendicontati, perché dopo le vicende di Mafia Capitale io mi sono dimesso e quindi non so. Però penso ci sia stato un anticipo di cassa da parte del Comune di Roma, perché dopo il Comune di Roma li riprendeva dalla Regione Lazio”.


Gli inizi di carriera

Di seguito l’ex politico di punta del PD ad Ostia fa un excursus sulla sua carriera politica, dalla prima elezione a consigliere municipale, nel 2006 nelle liste dell’Ulivo, alle sue dimissioni del 18 marzo 2015.

Dopo essersi occupato di attività commerciali, a seguito delle elezioni del 2008 diviene capogruppo del PD nell’aula Consiliare del Municipio di Ostia. In vista delle elezioni del 2013 viene candidato sempre dal PD alle primarie di coalizione. Vince le primarie e si candida a Presidente del Muncipio. Il 10 giugno 2013 vince il ballottaggio contro Cristiano Rasi e viene proclamato Presidente.

Tassone ripercorre l’attività politica svolta in vista delle elezioni del 2013 contro l’affidamento delle spiagge libere attrezzate e contro la privatizzazione del suolo pubblico, ovvero la delimitazione dei parcheggi con le strisce blu da parte dell’amministrazione di centro destra guidata allora da Giacomo Vizzani, che intendeva cederli in gestione ad un privato.

Ma la lotta politica con la precedente amministrazione si è combattuta soprattutto sulle somme urgenze, che nel primo semestre 2008 e nel secondo del 2009 raggiungevano i 40 milioni di euro. Appena eletto presidente, la prima operazione che pone in essere è quella di sostituire tutti i dirigenti apicali all’interno del Municipio, sia quelli di natura tecnica rappresentati dall’ ing. Aldo Papalini responsabile dell’Ufficio Tecnico, che quelli amministrativi rappresentati dalla dott.ssa Claudia Minichelli ex Direttore del X Municipio. Il 15 luglio scatta l’esecuzione dell’ordinanza relativa all’inchiesta della Procura di Roma denominata Alba Nuova, che coinvolge il dirigente apicale dell’Ufficio tecnico Papalini.

A questo punto, sentito il parere del direttore generale del Municipio, il dott. Liborio Iudicello, si giunge alla conclusione seconda la quale l’unico dirigente in grado di riportare l’amministrazione del Municipio sulla strada della legalità fosse il dott. Rodolfo Murra, che viene nominato Direttore.


Decimo Municipio: la gestione Murra

La prima attività posta in essere dal nuovo Direttore fu il sequestro di Approdo alla Cultura, una manifestazione commerciale mascherata da iniziativa culturale, intestataria di un debito nei confronti del Municipio di 450 mila euro, per occupazioni del suolo pubblico. Nel corso della consiliatura, col dott. Murra poi promosso all’avvocatura del Comune e sostituito dal dott. Claudio Saccotelli, vengono sequestrati una serie di impianti pubblici trasformati in privati, come ad esempio quello sportivo di via Varna, dove sorgeva un ristorante totalmente abusivo posto sotto sequestro.

Al termine del suo mandato il dott Murra redasse una relazione su tutte le irregolarità che aveva riscontrato, dove in particolare veniva sottolineata la mancanza di una turnazione per tutte le posizioni organizzative dell’amministrazione del Municipio decimo.

Tale avvicendamento appariva necessario poiché era da troppo tempo che la maggior parte di queste posizioni svolgevano la loro attività all’interno di quell’amministrazione.

Scrive a tal proposito Murra sul suo blog: “..ci sono addetti tecnici che abitano ad Ostia e che lavorano li, ininterrottamente, da 15/20 anni, senza mai alcuna turnazione (neppure ora che la legge anticorruzione lo impone espressamente). La stabile e prolungatissima permanenza in un ufficio tecnico, a contatto continuo con imprenditori ed appaltatori, porta inevitabilmente al sospetto di contiguità inopportune, di affievolimento dei controlli, di amicizie e rapporti incompatibili con l’applicazione di sanzioni. Il tentativo di applicare questi dipendenti al Casilino, all’Aurelio, onde far rigenerare il tessuto burocratico dell’Ente, si rivela sistematicamente inutile: siamo in Italia, ed interviene la politica“.


L’apertura dei varchi e la sede dei Vigili

Tassone ricorda come a seguito della sua elezione il Municipio fosse sistematicamente oggetto di visite da parte dei Carabinieri su delega della Procura di Roma e della Capitaneria di Porto. L’amministrazione Tassone aveva, a suo dire, appena cominciato ad intaccare le rendite di posizione accumulate nel tempo, la vera malattia di questa Città. Ricorda Tassone come una delle prime iniziative che prese fu l’eliminazione del centro di costo afferente alla Presidenza del Muncipio.

Si trattava di un importo non molto elevato, circa 30 mila euro, che vennero dirottati verso quelle attività di spesa storicamente deboli, come i lavori pubblici, il sociale e l’ambiente. Con riguardo poi alle concessioni balneari, in relazione alle quali il suo operato è stato giudicato troppo debole, Tassone ricorda di avere requisito un edificio proprio all’associazione balneari, che per cinque anni era stato concesso loro a titolo gratuito. L’edifico venne in seguito destinato ad accogliere l’assessorato all’urbanistica.

Altra iniziativa presa sempre in questo ambito dal Municipio, in accordo con il sindaco Marino, fu quella di riaprire i varchi alle spiagge libere. I primi varchi vennero aperti il primo luglio 2014 contro il volere dei balneari, la mattina presto alla presenza delle forze dell’ordine. C’è una delibera datata 12 giugno 2014 che rende l’idea di quale fosse la situazione delle risorse nelle casse del decimo municipio.

Il Municipio di Ostia è caratterizzato dalla presenza di una specifica unità organizzativa denominata Ambiente e Litorale, che si occupa anche della gestione di un area verde che si estende per un milione e 950 mila metri quadri, tutto verde pubblico. Nell’anno 2013, quando Tassone divenne presidente del Municipio, tale unità aveva nelle proprie casse un importo pari a 3.311, 78 euro. Secondo un prospetto inviato dal Comune, per l’annoi 2014 le somme in bilancio destinate alla gestione del verde pubblico ammontavano a 420.816 euro, fondi sottratti alla manutenzione degli edifici scolastici.

Racconta Tassone di come in uno dei vari viaggi che fece per incontrare l’assessore al Bilancio di Roma Capitale per avere dei fondi da destinare al suo Municipio, il Sindaco Marino gli consigliò di individuare un’area dell’amministrazione sulla quale avrebbe potuto effettuare dei tagli, promettendogli che i fondi così risparmiati glieli avrebbe fatti riassegnare in bilancio. E così, leggendo sui documenti contabili relativi ai costi del Municipio Tassone si rende conto come venisse speso un milione e 300 mila euro l’anno per l’affitto dell’immobile in cui aveva sede il corpo della Polizia Municipale.

L’amministrazione individuò quindi un immobile pubblico da destinare a nuova sede per i Vigili , in piazza Vega, zona stella Polare. Quest’operazione creò però una forte tensione con il corpo di Polizia, il quale sosteneva come in quella nuova sede non vi fossero posti sufficienti da destinare a parcheggio per le auto di servizio.

Venne così indetto un bando che venne vinto dall’unica offerta ammessa, quella della Immobilgest 2010 srl, con sede a L.go Porto di Roma n.5, sulla base dell’offerta tecnica e di quella economica per un canone annuo pari a 272.500 euro, cifra notevolmente inferiore al milione e 200 mila euro che veniva pagato. E tuttavia all’esito della gara non venne dato alcun seguito. Era emerso infatti come la società Immobilgest 2010 srl fosse riconducibile al patron del Porto di Roma Mauro Balini coinvolto nell’inchiesta Nuova Alba, e tutt’ora il Municipio continua a pagare 1,3 milioni di euro per l’affitto della sede dei Vigili.

Leggendo la relazione della Commissione prefettizia Tassone scopre come sia il Comandante generale dei Vigili Urbani di Roma che il Comandante del Decimo Gruppo Mare, nel corso delle loro audizioni, abbiano richiamato un procedimento penale per tentata corruzione del quale è stato incaricato il sostituto procuratore Erminio Amelio.

Le indagini sarebbero state aperte a seguito di un’informativa inviata dal Comando di Ostia. Dall’informativa si legge come i proprietari dello stabile dove ha tutt’ora sede il comando dei Vigili (Immobilinvest 112 srl riconducibile all’immobiliarista Giovanni Fezia) inizialmente contrari a qualsiasi forma di rinegoziazione del contratto, prendendo atto della ricerca da parte dell’Amministrazione di una nuova sede, avrebbero avvicinato rappresentanti delle OO.SS del Corpo della polizia locale promettendo denaro in cambio dell’attivazione di proteste contro il trasferimento degli uffici.


La manutenzione degli arenili

Altra questione che determinò un’attivazione da parte dell’Amministrazione fu quella relativa alla manutenzione degli arenili di Castel Porziano, il cui costo ammontava circa a 1,2 milioni l’anno. Questo fino al 2013, quando l’appalto lo aveva la Roma Multiservizi spa. Nel 2014 il Direttore del Municipio Saccotelli assicurò di riuscire a spuntare uno sconto del 50% attraverso la rivendicazione del contratto, con un risparmio di oltre 680 mila euro. Cosa che in effetti avvenne.

Un ulteriore provvedimento di risparmio fu quello adottato l’8 luglio attraverso la memoria n.1/2014, con la quale veniva esternalizzata l’attività di pulizia degli arenili ai consorziati, una volta che fossero stati messi in regola. Eliminando quel centro di spesa individuato nel bilancio comunale con la dicitura OSL e che si riferiva alle spiagge libere, il risparmio ottenuto poteva essere riutilizzato in bilancio così come promesso dal Sindaco Marino.

Tassone ricorda la vittima di un incidente stradale lungo la Cristoforo Colombo, Giacomo Danieli anni 42, che cadde dalla moto per via di un pino che gli rovinò addosso. Oggi tutti gli alberi situati nelle vie ad alto scorrimento del decimo municipio, a seguito di un censimento, recano una targhetta con un numero di matricola cui corrisponde un responsabile addetto alla loro potatura periodica.   

 Tornando sui capi di imputazione contestati, l’imputato è accusato di avere rivendicato alla competenza del decimo Municipio i lavori relativi alla pulizia delle spiagge, oltre all’avere comunicato a Salvatore Buzzi notizie ed informazioni sulla procedura di selezione del contraente in relazione a due gare pubbliche. Nello specifico si trattava dei lavori a somma urgenza per la potatura di alcune alberature stradali ed i lavori di pulizia dell’arenile di Castel Porziano.

In relazione alla prima contestazione Tassone fa notare come sebbene la pulizia degli arenili di Castel Porziano spetti alla competenza del decimo municipio, fin dal 1992 essa sia stata sempre gestita e curata dal decimo Dipartimento del Comune di Roma. E solo con la delibera Pannella adottata nel decimo Municipio che vennero decentrati sia il verde che la cura del litorale.

La gestione da parte del decimo Dipartimento era legata al fatto che per molto tempo l’affidamento dei lavori è stato effettuato sempre a favore dello stesso operatore di mercato: Roma Multiservizi spa. E ciò malgrado i prezzi praticati da quest’ultimo fossero al di fuori di quelli di mercato. Forse perché l’affidamento risaliva al periodo del Giubileo, fa notare Tassone, quando le casse del Comune avevano ben altri numeri a saldo.

Tassone sottolinea come i suoi atti in qualità di amministratore siano sempre stati dettati da un unico interesse, quello per il territorio nel quale è nato e vive. Secondo questa logica non avrebbe mai potuto accettare di bandire senza alcun titolo un’ ulteriore gara al prezzo complessivo di un milione di euro. Quando per quella la stessa gara lui stesso abbia impiegato una somma inferiore pari a 474 mila euro.

Questo perché la somma complessivamente spesa sarebbe stata pari a 1,2 milioni, così distinti: 200 mila euro di pulizia spiagge per l’apertura della stagione (Pasqua) affidata a Multiservizi, oltre al milione strutturato in cinque lotti dal decimo Dipartimento, a 198.860 euro Iva inclusa a lotto. Ciò a dimostrazione di come l’unico intento di Tassone fosse quello di consentire al Municipio di riappropriarsi di ciò che gli apparteneva da oltre venti anni, senza favorire nessuno.


I rapporti con Buzzi e le assunzioni richiestegli

Racconta Tassone di come Buzzi e la 29 giugno gli siano stati presentati dall’amico Fabrizio Franco Testa, e di come fosse legato a quest’ultimo per aver svolto con lui attività politica nelle istituzioni. Buzzi  gli viene descritto come il fiore all’occhiello del mondo cooperativistico. Sottolinea l’imputato come l’incontro con Buzzi e Testa descritto nell’ordinanza non duri più di dieci minuti.

In merito alle intercettazioni secondo le quali Tassone avrebbe perorato con Buzzi l’assunzione di due persone, si tratterebbe di due soggetti che versano in condizioni di indigenza. Il primo di questi era Marco Tartaglia. L’imputato fa notare come si trattasse in entrambe i casi di vicende particolari di persone problematiche, e dunque senza nessuna contropartita in cambio.

Tassone dichiara come abbia avuto solo altre due incontri con Buzzi, rispettivamente il 25 marzo e l’8 aprile 2014, e sempre di durata molto breve, incontri nei quali si è riparlato “solo del più e del meno”. In uno di questi due Tassone avrebbe richiesto l’assunzione dell’altra persona, un padre di famiglia che versava in uno stato di grave difficoltà economica. Anche in questo caso l’imputato, come risulta dalle intercettazioni del 27.03.14, non avrebbe richiesto nulla in cambio.

Ed è proprio nel corso di una di queste intercettazioni che Buzzi pronunci la fatidica frase: “però lo sai il proverbio? Se una mucca non mangia non può essere munta”.

E qui Tassone fa notare un punto decisivo per la sua difesa: “Dunque Presidente è pacifico che Buzzi avesse di me un’opinione estremamente negativa perché chiedevo assunzioni e non davo da mangiare alla mucca“.

E ancora rimarca: “Io per Buzzi ero un problema, una persona da tenere distante in quanto richiedevo assunzioni senza contraccambiare“. E non può fare a meno di sottolineare l’imputato come più intensi e frequenti fossero i rapporti intrattenuti sempre da Buzzi con il decimo Dipartimento di Roma Capitale.

Come evidenziato dall’intercettazione del 12.02.14, dove Buzzi, in un’ambientale tratta dagli uffici di via Pomona, afferma: “Ieri c’ho parlato con Altamura (il capo del decimo Dipartimento) gli ho detto guarda Gaetà che stamo a corto, dacce qualche lavoretto“.

Tassone fa notare inoltre come l’aver rivendicato la competenza della pulizia degli arenili in capo al decimo Municipio abbia causato un evidente danno in capo alle cooperative di Buzzi, e dunque non sembra possibile poter sostenere come tale iniziativa avesse come intenzione quella di favorire le cooperative a lui riconducibili.

In relazione al secondo capo d’accusa mossogli, quello di avere informato Buzzi in merito ad una serie di gare: tali informazioni sarebbero state fornite in due distinti momenti storici, vale a dire nel corso degli incontri avuti col ras delle cooperative sociali il 10 ed il 16 maggio, e in seguito per il tramite di Paolo Solvi, incaricato secondo l’ipotesi accusatoria da Tassone di seguire Buzzi nel corso dell’intera procedura amministrativa, sia quella relativa alla potatura delle alberature stradali, che quella relativa alla pulizia dell’arenile di Castel Porziano.

E’ dalle intercettazioni su Buzzi del 10 maggio del 2014 che quest’ultimo affermerebbe di avere appreso da Tassone una serie di informazioni confidenziali relative alle gare che il Municipio avrebbe indetto. Si trattava, secondo Tassone, di informazioni che Buzzi avrebbe già avuto da tempo e che avrebbe riciclato.

Riguardo all’accusa di Solvi intermediario per conto di Tassone, quest’ultimo nega di avere presentato Solvi a Buzzi in occasione del pranzo tenutosi il 10 maggio, come dimostrerebbero del resto le intercettazioni. Sarebbe stato, secondo Tassone, un terzo soggetto a presentare i due. Non è vero, sostiene inoltre l’imputato, che il geometra Carlo Fresch rispondesse direttamente a Tassone, e che quindi la persona da questi indicata in un intercettazione come il capo fosse lui.

Nell’intercettazione in questione, quella del 21.07.14, Fabrizio Franco Testa chiedeva a Paolo Solvi: “Ti ricordi quella cosa che ti ho chiesto?” e Solvi rispondeva: “si ne ho parlato con tutte e due, sia con FRESCH, che con il capo e mi hanno detto che non ci sono problemi, però se vuoi vado a verificare, non ho avuto risposte, eh! Mi hanno detto si, si, non c’è problema però non ho verificato, mi auguro di si, insomma, se non mi hanno preso in giro”. TESTA gli chiedeva di verificare: “perché ancora non sono operativi“.

Ma soprattutto Tassone nega il fatto che Solvi fosse un collaboratore o piuttosto un faccendiere che rispondeva a lui personalmente. Dall’ordinanza si legge come questa relazione tra i due derivi da un articolo a firma di Andrea Schiavone (un blogger che ha scritto che “Solvi sarebbe stato delegato da Andrea Tassone al tavolo del seggio elettorale centrale per rappresentare la lista civica Marino e controllare i voti e le preferenze”).

Tassone fa notare come nella nota depositata dalla sua difesa e redatta dal Dipartimento Elettorale di Roma Capitale si certifichi che non vi è stato alcun soggetto a rappresentare la Lista Civica a sostegno di Marino.

Tassone fa inoltre presente come Schiavone sia stato denunciato per diffamazione dallo stesso Tassone e da altri due membri della giunta.


Le lotta alle rendite di posizione

Le rendite di posizione nella città del decimo Municipio con la mia amministrazione erano terminate, per tutto e per tutti” sostiene Tassone. Infine, in merito alla somma di trentamila euro che Buzzi avrebbe dato a Solvi e che poi Solvi avrebbe girato a Tassone, quest’ultimo fa notare come ciò risulti dall’intercettazione del 12.06.14. Si tratterebbe di un’unica conversazione attraverso la quale la Procura sia arrivata alla conclusione che Buzzi stesse portando dei soldi, che quei soldi fossero per Solvi e che poi Solvi li abbia girati a Tassone.

E questo nonostante non risulti alcuna traccia di ciò nelle conversazioni.

Tassone fa riferimento al foglietto rinvenuto a casa sua, sul quale erano scritte delle cifre  con l’indicazione di tale Mario di Cursio. L’imputato fa notare come quelle cifre facessero riferimento ad un debito contratto per l’affissione di manifesti durante la sua campagna elettorale. Il debito in questione veniva estinto da Tassone attraverso dazioni di denaro una tantum, non essendo egli in grado di saldarlo complessivamente.

 L’imputatoSfida la Procura a verificare se vi sia una corrispondenza tra le cifre indicate in tale foglio ed eventuali movimentazioni finanziarie a lui riconducibili. (cm)        

      

Schina: “non ho mai svolto il ruolo di intermediario tra Odevaine, Buzzi e Coltellacci”

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Anche l’imputato Mario Schina decide di rilasciare spontanee dichiarazioni.

Racconta Schina di avere lavorato per ACEA, l’ex municipalizzata dell’acqua e dell’energia, dal 2001 fino al febbraio 2106, quando è stato licenziato a seguito dell’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare. In quell’azienda l’imputato riferisce di non avere mai svolto funzione pubbliche, ne tanto meno è stato incaricato di un pubblico servizio, essendo il suo un contratto di lavoro di tipo privatistico.

Nel corso degli anni ha assolto all’interno dell’ex municipalizzata diversi incarichi: inizialmente si è occupato di gestione del personale nella divisione Acea Luce, nonché di relazioni esterne e dei rapporti tra tale società e la società madre.


Decoro urbano al Comune alle dipendenze di Odevaine

Per un certo periodo è stato distaccato al Comune dove si è occupato del decoro urbano. Di seguito, rientrato in azienda, si è occupato di relazioni istituzionali e dei rapporti con i municipi.

Nell’ambito delle relazioni esterne l’imputato ha seguito una serie di commesse che l’azienda aveva con alcuni Comuni del Nord. In questi ultimi anni si è occupato di Facility Management, in particolare dei permessi che l’azienda avrebbe dovuto avere per la manutenzione del patrimonio immobiliare della società. Ciò voleva dire rapporti con il comune e con le sovrintendenze.

Ed è proprio a causa della particolare tipologia degli incarichi ricoperti che l’imputato dichiara di non aver potuto interferire o utilizzare il suo ruolo per favorire qualcuno.

Il rapporto lavorativo con Acea si è concluso nel dicembre 2014, prima con una sospensione dal lavoro, e successivamente, a febbraio 2016, gli è stata recapitata la lettera di licenziamento. In questo intervallo di tempo l’imputato sottolinea di non avere ricevuto alcun tipo di contributo e di essere riuscito a sopravvivere grazie all’aiuto dei suoi familiari.


Inizio lavorio con Il percorso di Coltellacci

In relazione ai rapporti con la moglie Luria Munoz, madre di sua figlia. La separazione tra i due è avvenuta nel 2004, mentre il divorzio è stato dichiarato nel 2008.

Sul capo d’imputazione relativo ai rapporti con le cooperative negli annui 2011-14, Schina dichiara di avere avuto rapporti di collaborazione e di prestazione occasionale in fasi alterne, tra l’agosto del 2011 ed il marzo 2014. In tale data è cessato qualsiasi tipo di rapporto, sia professionale che retributivo. Nel periodo indicato l’imputato veniva pagato dalle cooperative e non da Buzzi o Coltellacci. Si trattava di prestazioni lavorative che per la loro particolare natura non prevedevano vincoli di orario ne di sede fissa in cui svolgere l’attività.Tutto è sempre stato indicato nelle dichiarazioni dei redditi da parte di Schina.

L’inizio della sua collaborazione con le cooperative avviene formalmente nell’agosto del 2011. Determinate fu l’incontro avuto qualche mese prima con Sandro Coltellacci; questi gli raccontò come la sua cooperativa avesse ricevuto dalla Regione una convenzione per la gestione di centri di accoglienza. Schina chiese a Coltellacci se vi era la possibilità di lavorare; aveva il mutuo da pagare, oltre ad una precedente esperienza imprenditoriale. La sua attività nell’ambito della cooperativa consisteva nel trovare le sedi presso cui ospitare i richiedenti asilo. Tivoli, Colle Casarano e Marcellina sono tra quelle individuate da Schina per ospitare centri per richiedenti asilo.


I criteri di scelta dei centri di accoglienza

La sua ricerca veniva indirizzata prevalentemente fuori Roma. Le sedi dovevano avere dei requisiti di idoneità indicati nelle convenzioni firmate dalla Regione e dalla Protezione Civile, ed in seguito anche dalla Prefetture.

Le strutture erano soggette a controlli di verifica di tali requisiti, sia prima dell’apertura del centro, che durante e dopo.

Altro elemento da tener presente era l’impatto con il territorio, e quindi con le comunità di residenti. Schina si è anche occupato di rispondere alle richieste rivoltegli dai committenti con i quali ha nel corso degli anni collaborato. Un altro settore di cui si occupò fu quello della ricerca del personale; a tal riguardo fa notare come le richieste di posti per accogliere richiedenti asilo, da parte della Regione o della Prefettura, fossero molto veloci.

Dunque vi era la necessità di individuare in breve tempo i soggetti che si sarebbero occupati dei centri.  L’imputato si è occupato del personale di una cooperativa sociale nella quale è poi entrato a far parte; si trattava della cooperativa il Percorso che entrò a far parte del consorzio Eriches 29. Il Percorso era la capofila di una serie di altre cooperative impegnate nel settore dell’accoglienza, in particolare nella gestione dei centri per gli immigrati.

Nel corso dell’attività di selezione del personale riferisce l’imputato come il suo compito fosse quello di esaminare i curriculum dei candidati, e per quelli selezionati venivano richieste anche le coordinate bancarie per l’accreditamento dello stipendio. La cooperativa offriva ai soci ed ai dipendenti la possibilità di poter usufruire di una convenzione con una banca.


Dissapori tra cooperative nei centri

La gestione del personale prevedeva la collaborazione all’interno di uno stesso centro di accoglienza di personale proveniente da diverse cooperative. In tale ambito, oltre a dover sollecitare il pagamento degli stipendi, spesso Schina si è occupato di dirimere controversie in relazione alle mansioni o agli orari di lavoro. Dunque, in merito ai capi d’accusa contestati, più che svolgere una funzione di collegamento tra Buzzi e Odevaine o tra Buzzi e Coltellacci, le attività di Schina erano quelle da lui testè esposte.

Dalla deposizione del Capitano Guida, Schina fa notare come in relazione alla sua posizione il teste abbia detto cose inesatte ed anche contraddittorie.

Quanto affermato è stato motivato col fatto che non esisteva una documentazione che confermasse un rapporto di lavoro e di collaborazione dell’imputato con le cooperative. Contratti che l’imputato ha depositato agli atti ,assieme alle copie delle buste paga (cud), alle certificazioni sostitutive d’imposta ed alle dichiarazioni dei redditi relative al periodo in oggetto.


L’apertura del centro di Rosarno.

In merito al centro aperto da Odevaine a Rosarno, Schina chiarisce come questo non fosse un centro di accoglienza che aveva a che fare con la pubblica amministrazione. Si trattava di un progetto privato finanziato dalla fondazione Coca Cola. Era dunque un progetto tra privati che non era destinato all’accaglienza dei richiedenti asilo, bensì ai lavoratori stagionali impiegati nei campi di raccolta. Erano migranti che si spostavano da regione in regione per raccogliere ora i pomodori, ora la verdura, e d’inverno le olive e gli agrumi.

La zona di Rosarno era in particolare dedita alla produzione delle arance. La fondazione Coca Cola fece un bando al quale partecipò la fondazione Integrazione, sulla base di uno studio effettuato negli annui 2011-12. La realizzazione del progetto avvenne negli anni 2013-14.

Schina si occupò di quest’ultimo, seguendo in particolare tutta la parte strutturale che prevedeva l’individuazione delle sedi per offrire l’ospitalità, quelle da destinare a punto di accoglienza, la realizzazione del camper informativo, un punto mobile di informazione sui diritti lavorativi e sindacali, oltre ad una serie di corsi di formazione sulla lingua e sui diritti fondamentali.

Tutto il progetto venne seguito fin dall’inizio da Schina che si recò diverse volte sul posto. Buzzi si occupò solo marginalmente della vicenda. Una volta vinto il bando Odevaine chiese a Buzzi se conosceva qualcuno in zona al quale appoggiarsi per individuare le sedi, e Buzzi gli girò il numero di Giovanni Campennì.

Schina lo chiamò e questi gli passò il nominativo di un altro ragazzo, tale Giuseppe, che risiedeva nell’area di Rosarno. Schina non sapeva che si trattasse di Giovanni Campennì, avendolo conosciuto solo per nome. Tutto il progetto ha avuto la durata di due anni, la parte istruttoria è stata realizzata nel 2013.


I rapporti con Odevaine

Schina racconta di avere cominciato i suoi rapporti con Luca Odevaine quando questi ricopriva la posizione di vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni.

A metà della sindacatura Schina vanne contattato da un membro dello staff del sindaco in quanto negli anni precedenti aveva collaborato con la giunta comunale. Aveva infatti lavorato all’agenzia per il Giubileo per un periodo di circa tre anni, dove si era occupato dell’accoglienza in Basilicata oltre a quella a Tor Vergata destinata ai più giovani, ricoprendo un ruolo operativo.

Accolto in Comune dal capo di gabinetto del sindaco, Luca Odevaine, a Schina viene proposto di occuparsi del decoro urbano. L’imputato ha modo di conoscere una serie di gestori e presidenti di cooperative che avevano partecipato a bandi a chiamata diretta, in quanto si trattava di gare il cui importo era al di sotto della soglia stabilita dalla normativa europea. Tutte queste cooperative avevano cominciato a occuparsi del decoro urbano nell’ambito delle emergenze della città.

In questo frangente Schina conosce Coltellacci e Buzzi. Le loro cooperative erano tra  quelle che parteciparono e vinsero i bandi del Comune. In seguito tutti e tre ebbero modo di lavorare assieme nella gestione del pronto intervento della città, attività che prevedeva la pulizia dei muri, l’affissione dei manifesti ed altro.

Per quest’incarico Odevaine era il referente di Schina, essendo il titolare della competenza del decoro urbano. L’incarico di Schina dura fino al 2008 con l’avvicendamento al comune del sindaco Gianni Alemanno.


Venezuela: la società Oliveto

Dopo l’elezione di Alemanno Odevaine continuò per tre mesi ad occuparsi della segreteria del Sindaco, fino a che non venne nominato dal Presidente della Provincia Luca Zingaretti, capo della Polizia Provinciale e responsabile della protezione civile. Mario Schina tornò ad occupare il suo vecchio posto di lavoro ad Acea. In questo periodo Schina e Odevaine rimangono in contatto. I due si incontrano nuovamente verso la fine del 2011, quando l’imputato già da mesi lavorava per conto di alcune cooperative che facevano parte del consorzio Eriches 29.

Odevaine  accennò all’imputato di questa società, l’Oliveto, che aveva base in America Latina, in particolare tra il Costa Rica ed il Venezuela, la quale stava cominciando ad intrattenere relazioni commerciali anche con realtà che risiedevano in altri stati di quell’area geografica. Odevaine parlò all’imputato anche di una serie di relazioni economiche che stava cominciando ad intrattenere con Cuba. Questa cosa interessò molto l’imputato dato che la sua ex moglie è di nazionalità cubana e dato che in quel paese aveva anche numerosi amici. Schina non si è mai occupato di Venezuela, come invece risulta dagli atti processuali. L’imputato viene a sapere dell’attività della Fondazione Integrazione e dei centro di accoglienza che Odevaine stava organizzando in relazione all’emergenza Nord Africa.

Avendo terminato ogni rapporto lavorativo con le cooperative nel 2013, a partire del marzo 2014 Schina comincia a intrattenere una collaborazione lavorativa con Odevaine, in una serie di progetti privati. Prima con l’organizzazione del centro di  Rosarno, e quindi con un altro progetto che aveva come base logistica Cuba.

Quel Paese aveva da poco adottato una legge che consentiva alle società straniere di investire e svolgere attività commerciali.


Rapporti con Cerrito e Buzzi

In relazione ai rapporti con Nadia Cerrito, quest’ultima era la persona che si occupava dell’amministrazione e dei pagamenti per il consorzio di cooperative che lavoravano nei centri. Le ragioni dietro lo scambio di conversazioni telefoniche avute dall’imputato con la Cerrito riguardavano dunque l’attività lavorativa di quest’ultima. In particolare lo scopo delle chiamate era quello di conoscere i tempi con i quali sarebbero stati effettuati i pagamenti che vedevano come destinatario lo Schina.

In relazione ai rapporti con Buzzi, Schina racconta di averlo conosciuto prima ancora di entrare nel mondo delle cooperative, svolgendo attività politica. Lui era già presidente del consorzio di cooperative Eriches 29. I primi rapporti di lavori con Buzzi l’imputato li ebbe quando si occupò di decoro urbano nella giunta Veltroni. Le cooperative di Buzzi avevano infatti vinto alcuni dei bandi per lo svolgimento di tali servizi. Crede di ricordare Schina che le cooperative in questione fossero Formula Sociale ed un’altra di cui non ricorda il nome.

Racconta l’imputato di non essere mai stato retribuito da Salvatore Buzzi ma di avere lavorato per conto di alcune cooperative sociali gestite da Sandro Coltellacci e appartenenti al consorzio Eriches 29, facente capo a Buzzi.

Schina dichiara di non avere mai ricevuto tangenti o qualsiasi elargizione di danaro finalizzato ad atti corruttivi. A questo proposito respinge ogni addebito gli venga mosso in quanto “non ho mai svolto il ruolo di intermediario tra Odevaine, Buzzi e Coltellacci”.

Gli stessi tre avevano rapporti interpersonali a prescindere dalla presenza dell’imputato, già molti anni prima che si verificasse l’emergenza Nord Africa.

I tre “avevano contatti e conoscenza diretta e potevano tranquillamente incontrarsi a prescindere dalla mia presenza” dichiara Schina.

Se anche avessero voluto svolgere un’attività illecita, avrebbero potuto farlo senza la presenza dell’imputato “essendo la mia persona – precisa Schina – assolutamente irrilevante e non indispensabile”. Dunque l’imputato nega ogni addebito non avendo mai compiuto atti corruttivi ne direttamente e ne indirettamente.  (cm)    

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