piersantimattarella

Sono le 12:45 di domenica 6 gennaio 1980. Il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella alla guida della sua Fiat 132 assieme alla moglie, Irma Chiazzese, alla madre e ad uno dei suoi due figli sta per recarsi ad assistere alla funzione domenicale presso S.Francesco di Paola.

Il gruppo è in attesa dell’altro figlio, Bernardo, sceso a chiudere la porta del garage non distante dall’abitazione di via della Libertà. La macchina, ferma con la parte posteriore sporgente dal passo carrabile della rimessa ove era parcheggiata, viene raggiunta da una Fiat 127 bianca, con a bordo due uomini. il passeggero dell’altra auto scende e si dirige verso quella di Mattarella. L’uomo, capelli castani e sguardo glaciale, ha una corporatura tarchiata e indossa un k-way celeste.

Cammina in modo strano, ballonzolante. Giunto all’altezza dello sportello anteriore sinistro, estrae una pistola con canna corta e silenziatore ed esplode diversi colpi. La moglie di Mattarella cerca, come può, di assistere il marito attinto da tre colpi. Il killer raggiunge il suo complice a bordo della 127, che gli consegna un altro revolver. L’uomo, tornato verso l’auto della vittima, si avvicina all’altra fiancata e dal finestrino posteriore destro esplode altri colpi, tre dei quali raggiungono il Presidente della Regione. Quindi raggiunge di nuovo la 127, che, alla guida del complice, fugge a grande velocità.


Le rivendicazioni e le prime indagini

Alle ore 14:00 l’auto dei due attentatori, rubata il giorno precedente, verrà ritrovata non lontano dal luogo dell’omicidio. Alle 14:45 all’agenzia Ansa di Palermo giunge la prima rivendicazione. E’ di un fantomatico gruppo di estrema destra: Nuclei Fascisti Rivoluzionari.

Il telefonista dichiara che il gesto ha inteso vendicare i caduti per i fatti di Acca Larenzia.

Più tardi, lo stesso giorno, altre rivendicazioni giungeranno alla redazione del Corriere della Sera (ore 18:48 da parte di Prima Linea), della Gazzetta del Sud di Messina (ore 19:10 dalle Brigate Rosse) e del Giornale di Sicilia (21:40 ancora delle BR).

Le prime indagini, promosse dal Nucleo Operativo dei Carabinieri e dalla Squadra Mobile di Palermo, non approdano a risultanze determinanti in relazione all’individuazione degli esecutori. Vengono tenuti sotto controllo alcuni esponenti di estrema destra ed anche di estrema sinistra, ritenuti potenziali esecutori dell’omicidio, ma senza alcun esito.

Dopo circa un anno di indagini che non riescono ad approdare ad alcuna pista significativa, il 24 dicembre 1980 gli atti vengono trasmessi al giudice istruttore, l’attuale gip, per formalizzare un accusa contro ignoti. In questa fase le indagini, già in precedenza trasmesse alla Procura della Repubblica, vengono ulteriormente ampliate, senza peraltro approdare a nulla di significativo. Vengono investiti anche il SISDE e l’Alto Commissariato per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, come risulta dalla nota del 7.12.1982.


I test balistici e l’indagine contro ignoti

Gli esami balistici comparativi passano in rassegna tutti i precedenti omicidi di stampo mafioso avvenuti a Palermo e provincia, per verificare se le armi usate erano state impiegate anche in altri fatti di sangue. I periti d’ufficio Morin, Farneti, Schiavi Lombardi e Stramondo, stabiliscono che le armi utilizzate erano due revolvers, Colt Cobra e Rohm o Charter Arms, e che le munizioni impiegate erano calibro 38 special con palla Wadcutter e palla Super Police da 200 grammi. Nell’esame viene sottolineato come “non sembra che le armi in questione siano state utilizzate in altri episodi delittuosi”. Dunque l’unica certezza era che si trattava di professionisti.


Le rivelazioni di Cristiano Fioravanti

Il 13 dicembre 1982 il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma trasmette ai giudici di Palermo che indagano sull’omicidio Mattarella la copia delle dichiarazioni rese il 28 ottobre da Cristiano Fioravanti. Nella deposizione rilasciata all’Autorità Giudiziaria quest’ultimo aveva riferito che sia lui che suo padre avevano notato una forte somiglianza tra suo fratello Valerio “Giusva”, leader del gruppi terroristico neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari e Gilberto Cavallini suo complice, e gli identikit dei due esecutori dell’omicidio dell’allora Presidente della Regione siciliana.

Giusva, che in quel periodo era già detenuto per altri reati, stava scontando una condanna all’ergastolo. Quando questi era ancora in libertà aveva confidato al fratello Cristiano di essere stato con Gilberto Cavallini l’autore dell’omicidio. Successivamente, a seguito dell’acquisizione delle risultanze di altre indagini svolte contro i NAR e di alcuni riconoscimenti effettuati dalla moglie di Mattarella e da altri testimoni, prima con alcuni mafiosi siciliani e poi con Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, questi ultimi vengono arrestati. Era il 19 ottobre 1989.


Buscetta e Contorno indicano i mandanti

Dopo anni di indagini sui mandanti e sugli esecutori senza ottenere alcun risultato i primi squarci di verità arrivano da due boss di Cosa nostra decisi a collaborare. Si trattava di Tommaso Buscetta, boss del mandamento palermitano di Porta Nuova arrestato in Brasile e processato negli Stati Uniti per traffico internazionale di stupefacenti, e Salvatore Contorno, soprannominato Coriolano della Foresta, braccio destro di Stefano Bontade, uno dei pochi a rimanergli fedele e a non passare con i corleonesi di Totò Riina. Nel 1984 sia Buscetta che Contorno raccontano ai magistrati e ribadiranno in seguito in occasione del primo Maxi processo a Cosa Nostra, che ad ordinare l’omicidio Mattarella furono i componenti dell’ allora “Commissione provinciale”: Giuseppe Calò, Michele Greco detto il papa, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Salvatore Scaglione, Francesco Madonia, Antonino Geraci, Leonardo Greco, Ignazio Motisi, Andrea di Carlo, Giuseppe Greco soprannominato Scarpuzzedda, Giovanni Scaduto e Bernardo Brusca.


Le analogie con l’omicidio Verbano

Quando i test balistici comparativi sull’uso delle armi impiegate vengono estesi a tutta Italia, un primo apparente dato sembra convergere sull’omicidio del giovane militante di Potere Operaio Valerio Verbano. Ucciso a Roma nella sua abitazione, non molto distante dal luogo in cui verrà assassinato nel giugno dello stesso anno il sostituto procuratore Mario Amato, secondo modalità atipiche per un omicidio a sfondo politico, Verbano sembra essere il collegamento che gli inquirenti stavano cercando. E’ il 2 febbraio 1980 quando la madre di Valerio apre la porta a due ragazzi che si erano finti amici del figlio.

Aperto l’uscio di casa e sotto la minaccia delle armi la madre della vittima è costretta a fare entrare quelli che si riveleranno essere in realta’ gli assassini. Una volta legata e imbavagliata la donna, i due killer aspettano l’arrivo del giovane militante politico in casa. Qui la vittima verrà uccisa secondo modalità che ricalcano una vera e propria esecuzione.

In base alla testimonianza della madre l’elemento convergente appare essere la somiglianza di uno dei due killer con l’autore dell’omicidio Mattarella, oltre all’arma usata nel delitto, una pistola a canna corta con silenziatore. Così, nel 1990, gli inquirenti dispongono una perizia per accertare “le modalità di silenziamento della pistola Beretta 7,65 con silenziatore rinvenuta in occasione dell’omicidio Verbano”. L’esame intende verificare se “dette modalità siano riconducibili o meno a quelle descritte nei loro interrogatori da Fioravanti Cristiano e Valerio”.

L’accertamento darà esito negativo “per le marcate discordanze esistenti tra le due modalità di silenziamento, dal che se ne deduce che il silenziatore impiegato nell’omicidio Verbano “non sia stato fabbricato da Valerio Fioravanti”.


Il pentito Mannoia e la visita di Andreotti a Palermo

Nel novembre del 1994 nel corso del processo per associazione esterna che vede imputato Giulio Andreotti, il pentito Marino Mannoia racconterà della visita che l’ex Presidente del Consiglio fece al Stefano Bontade presso l’abitazione di Totuccio Inzerillo, a Palermo. Andreotti, riferisce Mannoia, era venuto espressamente a Palermo da Roma, ed era accompagnato dai cugini Nino e Ignazio Salvo. Motivo dell’incontro, secondo il pentito, era chiedere conto dell’omicidio dell’ex presidente della Regione siciliana.

Quando Mannoia chiese a Bontade che cosa aveva detto ad Andreotti, la risposta che il boss gli diede fu: “Ma non lo avete ancora capito che qui comandiamo noi e che se non cambierete atteggiamento vi leveremo tutti i voti e non solo quelli della Sicilia, ma anche quelli della Calabria e dell’Italia Meridionale?”.


Il possibile movente

In ordine al movente da cui sarebbe scaturito l’ordine di uccidere il Presidente della Regione siciliana, significative appaiono le dichiarazioni rese al giudice istruttore dal capo di Gabinetto dell’on. Mattarella, la dott.ssa Maria Grazia Trizzino.

La donna racconta come, di ritorno da un viaggio a Roma nel quale aveva incontrato l’allora Ministro degli Interni Virgilio Rognoni, il Presidente le aveva confidato di temere per la propria incolumità e che se gli fosse accaduto qualcosa, quel qualcosa avrebbe dovuto essere ricollegato con l’incontro romano avuto col Ministro: “Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave per la mia persona – queste sono le parole che la donna rammenta di avere sentito pronunciare da Mattarella – si ricordi questo incontro con il Ministro  Rognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”.

Queste le parole affidate dall’uomo politico con assoluta riservatezza alla sua assistente, tanto da rivelarle anche che non aveva alcuna intenzione di ripeterle nè a sua moglie, né a suo fratello. Avendo notato l’espressione incredula apparire sul volto della donna, Mattarella ebbe a dirle: “signora, io le parlo molto seriamente”.

Sono tre le vicende contenute nelle carte processuali denunciate probabilmente da Mattarella al Ministro degli Interni.  Si tratta di episodi  relativi alla normale attività istituzionale dell’Ente Regione, che però erano sintomatici del livello di infiltrazione di Cosa Nostra sia all’interno del comune di Palermo che in Regione Sicilia. La prima era stata l’inchiesta per corruzione condotta dalla Procura di Firenze nei confronti dell’assessore regionale ai Lavori Pubblci Rosario Cardillo, esponente del Partito Repubblicano della giunta Mattarella. Il politico era stato trovato in possesso di una valigetta di denaro ritenuto il frutto di una dazione corruttiva. 

Dai lavori della commissione di inchiesta sulle opere pubbliche realizzate da Cardillo, voluta dal Presidente, emerse come le ditte invitate a partecipare alle gare indette dalla Regione fossero sempre le stesse. Alcune di queste erano anche iscritte con nomi diversi, ma tuttavia facevano riferimento sempre agli stessi soggetti; inoltre nella gran parte dei casi queste imprese avevano sede nel comune di San Giuseppe Jato. La seconda vicenda riguardava una concessione edilizia relativa ad’un’area di Palermo situata nei pressi di viale Lazio, regolarmente ottenuta dal costruttore romano Piperno, il cui ottenimento era condizionato al rilascio della relativa licenza entro un periodo di tempo limitato di 180 giorni.

La terza era relativa al meccanismo di designazione dei funzionari collaudatori degli edifici pubblici, accreditati presso la Regione. Tale designazione permetteva di ottenere compensi molto elevati rispetto alla media degli stipendi dei funzionari regionali, proporzionati alla grandezza degli edifici certificati.

Il meccanismo di designazione rappresentava però un monopolio gestito secondo criteri privatistici e poco trasparenti che il Presidente Mattarella intendeva scardinare: “Il Presidente si proponeva di inserire in un disegno di legge di riforma dell’Amministrazione Regionale una normativa che sancisse l’assegnazione dei collaudi soltanto a tecnici qualificati, quali i funzionari del Genio Civile e del Provveditorato alle Opere Pubbliche. Si sarebbe evitata così la grossa disparità di trattamento economico nella categoria dei funzionari regionali, cioè tra quelli assegnatari di collaudi, una minima parte, e tutti gli esclusi”.

Questi tre episodi relativi alla vita amministrativa dei due importanti Enti Locali non possono da soli essere stati l’origine della decisione di Cosa Nostra di bloccare definitivamente la politica di moralizzazione e di pulizia intrapresa dalla nuova Giunta, tuttavia la polizia giudiziaria ha sottolineato come il disvelamento dei nomi dei funzionari regionali addetti al collaudo degli edifici pubblici di nuova edificazione,  rappresentava la testimonianza concreta di un intento moralizzatore che avrebbe comportato ulteriori denunce di irregolarità ed illegalita’, sia a livello regionale che comunale. Illegalità che avevano rappresentato fino ad allora delle rendite di posizione in grado di produrre ingenti introiti di natura economica solo per pochi.


Le rivelazioni di Izzo e Pellegriti

In un ANSA del 20 ottobre 1989 si da conto delle fasi del maxi processo a Cosa Nostra in corso a Palermo in Corte d’assise d’appello. Nella fase dibattimentale si affronta il capitolo degli omicidi politici, in particolare quello del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Sul banco degli imputati siedono Valerio Giusva Fioravanti e Gilbero Cavallini. Già nella fase di istruzione le prove raccolte dall’accusa sono importanti: il riconoscimento fotografico di Fioravanti compiuto dalla vedova dell’uomo politico, il racconto di alcuni pentiti in particolare di Francesco Mangiameli, ucciso per vendetta dai NAR nel settembre del 1980, e quelli di Angelo Izzo e Giuseppe Pellegriti.

Gli inquirenti sono anche riusciti a dimostrare la presenza in Sicilia, nei giorni dell’omicidio, sia di Fioravanti, accompagnato da Francesca Mambro, che di Cavallini. Secondo la ricostruzione fatta del giudice istruttore Giovanni Falcone, Mattarella sarebbe stato ucciso dai due NAR come contropartita per la  liberazione da parte di Cosa Nostra del neofascista Pierluigi Concutelli, detenuto in carcere dove sta scontando un ergastolo. Nella fase dibattimentale l’accusa mette a confronto Izzo, condannato all’ergastolo per concorso nell’omicidio del Circeo, ed il pentito dei NAR Giuseppe Pellegriti, per verificare le rispettive versioni. (cm)

     

   

  

   

 

 

 

 

 

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