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Claudio Meloni

Mese

gennaio 2017

I debiti di EUR spa

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Eur spa è la società che gestisce e valorizza il patrimonio immobiliare di sua proprietà situato nel perimetro individuato dall’omonimo quartiere romano.

Il suo capitale appartiene per il 90% al Ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre per il restante 10% al Comune di Roma.

La società è balzata agli onori della cronaca a seguito dell’arresto del suo ex amministratore delegato Riccardo Mancini, finanziatore della campagna per le comunali di Gianni Alemanno del 2006 e tesoriere dello stesso nel 2008, quando l’ex Ministro delle Politiche Agricole venne eletto sindaco di Roma.

Mancini viene arrestato per una tangente da 800 mila euro pagata dalla Bredamenarini Bus del Gruppo Finmeccanica e relativa all’acquisto di 45 filobus da parte del Comune di Roma destinati al progetto mai partito della mobilità del cd “corridoio Laurentina”.


Il Gruppo EUR

Le società rientranti nella formazione del bilancio consolidato del Gruppo EUR sono: Roma Convention Group spa, EUR TEL srl e Aquadrome srl. Ne è invece uscita EUR POWER srl , la cui liquidazione è in fase di conclusione ed e’quindi è stata esclusa dall’area di consolidamento del bilancio presentato il 31.12.2014, in quanto non operativa.

Viceversa con riguardo a Roma Convention Group spa il 15 aprile 2014 è stato perfezionato l’acquisto del 50% delle sue quote azionarie da parte di EUR spa. In quella stessa data è stato perfezionato il contratto di cessione di ramo d’azienda relativo ai rapporti di debito e credito legati ad eventi pianificati presso i Padiglioni della Nuova Fiera di Roma nel corso del 2014.

Dunque al far data dal 31 dicembre 2014 Roma Convention Group, la società che possiede, tra  gli altri, l’edificio contenente La Nuvola realizzata dall’archistar Massimiliano Fuksas, appartiene interamente, il 100% del suo capitale, ad EUR spa.


Il bilancio delle società del Gruppo al 31/12/2012

In base alla relazione d’esercizio relativa alla gestione 2012 l’utile dichiarato del Gruppo EUR ammontava a 9,3 milioni di euro.

La Capogruppo EUR spa dichiarava nello stesso esercizio un utile netto di 6,7 milioni di euro.

Secondo i dati contenuti nel bilancio consolidato del 2012 la società EUR TEL srl, posseduta per il 65,63% dal Gruppo e operante nel campo delle telecomunicazioni con la progettazione, lo sviluppo, la realizzazione, la gestione, la commercializzazione e l’installazione di attività e servizi telematici, presentava al 31/12 perdite per 7.090 migliaia di euro e ricavi per 2.211 mila euro.

EUR POWER srl posseduta per il 51% dal Gruppo EUR risulta invece essere attiva nella produzione e fornitura di energia elettrica. Si tratta di una società ancora in fase di startup che nell’anno in questione, il 2012, ha fatto registrare un aumento di capitale da 1 a 4,1 milioni di euro da parte dei due soci (51% EUR spa e 49% Ecogena spa ) in maniera equivalente e che ha conseguito nello stesso periodo una perdita d’esercizio di 87 mila euro.

Roma Convention Group spa, si tratta dell’ex EUR Congressi Roma srl, posseduta al 50% da EUR spa. La società è stata costituita nel 2010 ed in seguito ha mutato ragione sociale in spa, con contestuale aumento di capitale ed ingresso al 50% del socio Fiera Roma srl. La strategia mirava ad ottenere una valorizzazione ottimale per quanto riguarda il Palazzo dei Congressi, il Nuovo Centro Congressi, quello della Nuvola per intendersi, ed i padiglioni della Nuova Fiera di Roma.

Al 31 dicembre 2012 la società ha fatto registrare una perdita d’esercizio di 456 mila euro. I ricavi, che ammontavano invece a 1.748 mila euro, derivavano in prevalenza dalle locazioni del Palazzo dei Congressi e dai servizi aggiuntivi forniti dai clienti.

Aquadrome srl società appartenente al 100% al Gruppo EUR è stata creata per la valorizzazione dell’area dell’ex Velodromo Olimpico, anche se attualmente si occupa in prevalenza di attività immobiliari. L’acquisizione della totalità delle sue azioni si è perfezionata il 30 marzo 2012, allorquando EUR spa, già titolare del 49% del pacchetto azionario, ha acquistato dalla società Condotte Velodromo srl il restante 51%, pagando come contropartita la cifra di 30.961 mila euro.

Al 31 dicembre 2013 la società risultava ancora non operativa ed il suo esercizio si chiudeva con una perdita di 738 mila euro relativa agli oneri finanziari maturati nel periodo in questione e riguardanti una serie di operazioni bancarie legate all’acquisto del 49%.

Marco Polo spa A far data dal 30 dicembre 2005 la società aveva stipulato un contratto di affitto di ramo d’azienda contestualmente ad un contratto di servizi, tutti e due della durata di sei anni, con scadenza al 31 dicembre 2011 e “finalizzati alla gestione dei servizi generali e di manutenzione – si legge nella relazione allegata al bilancio 2012 – degli edifici e degli impianti tecnologici” appartenenti ad EUR spa.

Nel corso del 2012 il personale del ramo ceduto in locazione è stato reintegrato in EUR spa, con le relative posizioni creditorie. Il 14 febbraio 2013 il cda della Marco Polo spa ha approvato una situazione al 30 dicembre 2012, con perdite complessive pari a 5.770 euro.

L’assemblea straordinaria dei soci del 23.04.2013 ha deliberato di procedere alla copertura integrale delle perdite al 30 dicembre 2012, pari a 2.251 mila euro, mediante l’abbattimento del capitale sociale e di tutte le riserve esistenti pari ad euro 3.519 mila euro, attraverso la copertura da parte dei soci.

La Marco Polo è stata trasformata in srl con capitale sociale pari a 10 mila euro. La società è stata quindi sciolta e messa in liquidazione. Al 31 dicembre 2012 la capogruppo EUR spa recepisce la svalutazione della partecipazione in Marco Polo spa, pari a 600 mila euro, oltre ad uno stanziamento a fondo oneri futuri di 1.160 mila euro che corrisponde alla quota parte delle perdite della collegata.


Il prestito stipulato nel 2010

Nella nota integrativa allegata al bilancio d’esercizio relativo al 2012 si fa menzione di come la Capogruppo EUR spa abbia stipulato in data 15 luglio 2010 un contratto di finanziamento, successivamente rivisto in alcune sue clausole in data 21 dicembre 2010, per un importo complessivo di 190 milioni di euro “al fine di garantire la copertura del fabbisogno finanziario derivante dagli investimenti in corso”.

Il finanziamento si articolava in quattro linee di credito:

– linea A per 55 milioni di euro, “utilizzabile per estinguere l’indebitamento finanziario a breve di EUR spa”.

– linea B (Investimenti) per un ammontare massimo di 80 milioni “utilizzabile per 60 milioni di euro per la copertura dei costi relativi alla realizzazione della Nuovo Centro Congressi” e per 20 milioni “per la copertura del fabbisogno generato da investimenti della capogruppo EUR spa diversi da NCC”.

– linea C (IVA) per un ammontare massimo di 35 milioni “per il pagamento dell’IVA dovuta in relazione ai Costi di Investimento e Progetto ed alle Spese Generali;

-linea D (Revolving) per un ammontare massimo di 20 milioni di euro e relativo al “finanziamento delle esigenze di cassa”.


Garanzie richieste

Le garanzie concesse in ordine al prestito negoziato in data 15/07/10 e successivamente rinegoziato sono state le seguenti:

– Ipoteca di primo grado sul Nuovo Centro Congressi e sull’annesso Albergo rispettivamente per 44.108.000 euro (Immobilizzazioni in corso e acconti) e 12.454.000 euro (Rimanenze).

Ipoteca di primo grado sugli immobili iscritti in bilancio della EUR spa alla voce Terreni e Fabbricati, per un importo complessivo di 380 milioni; gli immobili gravati da ipoteca sono i seguenti: Archivio Centrale dello Stato, Palazzo degli Uffici, Palazzo dell’Urbanistica, Palazzo dello Sport, Piscina delle Rose, Ristorante Luneur ex Picar, Palazzo dell’ Arte Antica, Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari.

L’accordo prevedeva anche la cessione in garanzia dei canoni di locazione di soggetti pubblici e privati, per un importo complessivo non inferiore a 20 milioni di euro. Sono stati ceduti in pegno i conti correnti, posto che oggetto dell’obbligazione assunta era il saldo di ciascuno di essi esistente alla data di stipula dell’accordo, pari a 38.933.000 sul conto ricavi e 17.100.000 sul conto contributi.

Sono inoltre stati forniti in garanzia anche i crediti futuri del Nuovo Centro Congressi, così come formano oggetto della costituzione di un privilegio speciale anche i beni mobili sempre del Nuovo Centro Congressi, per un ammontare complessivo di 285 milioni di euro.

Sono state altresì vincolate le polizze assicurative in base alle quali tutti i pagamenti dovuti dall’assicuratore dovranno essere effettuati sul conto indennizzi.

Infine, con riferimento alla “sola” Linea C della Metro di Roma, sono stati ceduti in garanzia i crediti IVA in essere, ai quali vanno aggiunti anche i crediti futuri che il Comune si è impegnato a cedere, sempre originati dalla Linea C. Sono in ultimo state impegnate le quote di capitale della società Aquadrome srl pari all’ 86,16% del capitale sociale, per un valore nominale di 430.793 euro. L’accordo successivo del dicembre 2010 estende la garanzia sulla totalità delle azioni della medesima società.


Il derivato per garantire il valore del prestito

In concomitanza con la rinegoziazione del prestito avvenuta il 21/12/10, la Capogruppo EUR spa ha sottoscritto un derivato del tipo Interest Rate Swap (IRS) con decorrenza dal 30/06/10 al 30/06/31. Si tratta di uno strumento finanziario volto a garantire la copertura dal rischio di variazioni del tasso di interesse sull’importo nominale delle linee di finanziamento A e B. La garanzia in oggetto  è sia di tipo gestionale che contabile ed offre la copertura continuativa del finanziamento. In particolare il parametro oggetto di copertura  è il tasso Euribor  6m (act/360). Il costo della garanzia è pari al 3,20% per il periodo che va dal 30/06/10 al 30/06/13 ed al 4,23% dal  30/06/13 al 30/06/31.

Tale operazione ha comportato nel 2010 un costo complessivo pari a 866 mila euro. In relazione all’esercizio 2012 tale costo è stato pari a 714 mila euro.

Il contratto stipulato il 15/07/10 prevede il rispetto di un parametro finanziario (covenant) che, con riferimento al 31/12/12, viene definito dal rapporto IFN/EBITDA pari ha 10,3%. In data 31/12/12 il parametro in questione risultava essere lievemente superiore a quanto previsto dal contratto di finanziamento.


Le relazioni della società di revisione 

Con un utile di gruppo pari a 9.301 mila euro, un patrimonio netto pari a 693.992 mila euro, un attivo patrimoniale consolidato pari a 1.118.067 mila euro ed un passivo consolidato di 414.774 mila euro, la società di revisione KPMG scriveva, nella sua prima relazione datata 27 giugno 2013, di non essere in grado di esprimere un giudizio sul bilancio consolidato del Gruppo Eur, redatto in data 31.12.2012.

Successivamente, in data 16 luglio 2013 la stessa società scrive:

“La presente relazione sostituisce quella da noi emessa in data 27 giugno 2013 sul bilancio consolidato del Gruppo EUR predisposto dagli Amministratori in data 13 giugno 2013 e sul quale non eravamo stati in grado di esprimere un giudizio a causa delle molteplici significative incertezze che avrebbero potuto far sorgere significativi dubbi sulla continuità aziendale del Gruppo EUR.

La riammissione si è resa necessaria in quanto, successivamente all’emissione della nostra relazione, l’azionista di maggioranza prendendo atto delle problematiche concernenti i fabbisogni finanziari della EUR spa ed in particolare quelli relativi allo sviluppo dell’iniziativa immobiliare “Nuovo Centro Congressi”, ha rappresentato agli Amministratori l’intenzione di attivarsi congiuntamente all’altro azionista, Roma Capitale, per individuare, nell’ambito delle ipotesi finanziarie prospettate dal Consiglio di Amministrazione nel Piano denominato “Analisi della sostenibilità finanziaria del progetto di sviluppo del Nuovo Centro Congressi”, le soluzioni più idonee ad assicurare il completamento dell’opera in oggetto garantendo la continuità finanziaria di EUR spa, nei limiti della legislazione vigente e valutando, nel contempo, l’adozione di eventuali nuove iniziative, anche di tipo normativo”.

Dunque, malgrado il prestito contratto in data 21 luglio 2010 per un importo pari a 190 milioni di euro destinato a finanziare il progetto Nuovo Centro Congressi, il 31 dicembre 2012 la Capogruppo EUR spa non disponeva in bilancio le risorse necessarie al suo finanziamento, tanto da mettere in discussione la continuità dell’intero Gruppo Eur.

Scrivono a tal proposito i revisori: “Con riferimento alle problematiche finanziarie relative alla capacità del Gruppo Eur di far fronte ai propri impegni finanziari, in particolare a quelli connessi alla realizzazione dell’investimento immobiliare del Nuovo Centro Congressi, gli Amministratori fanno presente, sempre nella relazione sulla gestione, che alcune delle ipotesi del piano industriale che assicuravano adeguate fonti di finanziamento tali da garantire l’equilibrio finanziario nel breve periodo, non si sono ad oggi realizzate.

In particolare, anche a causa dell’attuale crisi economica generale e del settore, non è stato ancora possibile concludere la cessione dell’Albergo annesso al Nuovo Centro Congressi i cui proventi avrebbero dovuto costituire una delle principali forni di copertura del fabbisogno finanziario”.

Finalmente la garanzia della continuità del Gruppo arriva, non tanto dalle iniziative messe in campo dai suoi Amministratori, quanto da quelle dei suoi soci, in particolare da quello di maggioranza, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (90%).

Scrive a questo proposito KPMG nella sua relazione: “Gli amministratori, pur considerando che le molteplici significative incertezze sopra descritte possano far sorgere significativi dubbi circa la continuità aziendale del Gruppo EUR, hanno ritenuto comunque sussistere il presupposto della continuità aziendale ed in particolare di quella finanziaria, sulla base di una lettera ricevuta dall’azionista di maggioranza con la quale lo stesso, prendendo atto delle problematiche concernenti i fabbisogni finanziari della EUR spa ed in particolare quelli relativi allo sviluppo dell’iniziativa immobiliare “Nuovo Centro Congressi”, ha rappresentato l’intenzione di attivarsi congiuntamente all’altro azionista, Roma Capitale, per individuare, nell’ambito delle ipotesi finanziarie prospettate dal Consiglio di Amministrazione nel Piano denominato “Analisi della sostenibilità finanziaria del progetto di sviluppo del Nuovo Centro Congressi”, le soluzioni più idonee ad assicurare il completamento dell’opera in oggetto garantendo la continuità finanziaria di EUR spa, nei limiti della legislazione vigente e valutando, nel contempo, l’adozione di eventuali nuove iniziative, anche di tipo normativo”.


Il concordato preventivo

Il 12 dicembre 2014 gli Amministratori di EUR spa, preso atto dell’insolvibilità e avendo constatato la sostanziale inattivita’ dei soci di riferimento, presentavano avanti al Tribunale di Roma sezione Fallimentare un ricorso per l’ammissione alla procedura di Concordato Preventivo, ai sensi dell’art. 161 comma 6 della Legge Fallimentare.

Il ricorso riguardava la società controllante, la Capogruppo EUR spa, senza coinvolgere direttamente le società appartenenti al Gruppo stesso. Nell’ istanza si legge come la crisi del Gruppo fosse sostanzialmente di tipo finanziario, connessa cioè alle difficoltà incontrate nel reperimento di fonti finanziarie necessarie alla copertura degli investimenti pianificati per la realizzazione dei progetti di sviluppo immobiliari intrapresi, vale a dire il Nuovo Centro Congressi di Roma.

In data 11 dicembre il Consiglio di Amministrazione di EUR spa aveva preso atto dell’impossibilità di poter procedere, come stabilito in precedenza, ad una ricapitalizzazione della società in tempo utile (breve termine), e dunque non poteva fare altro che presentare i libri in Tribunale.

L’esposizione debitoria complessiva di EUR spa alla data del 9 dicembre 2014, al netto del fondo TFR di euro 1.079.917, 67, ammontava a 246.338.475, 62 euro (rivalutati in base ai normali criteri contabili in 263.264.089), la maggior parte dei quali,  159.184.000 euro, era al 31 dicembre 2014 nei confronti di un pool di banche (oltre a 54.238.164 euro di debiti verso i fornitori).

A fronte di questi debiti erano state costituite in favore dei finanziatori ipoteche volontarie di primo grado per 380 milioni sugli immobili sopra indicati, alle quali si aggiungeva l’ipoteca di primo grado sul Nuovo Centro Congressi, sebbene ancora in corso di realizzazione, nonché quella osull’Albergo annesso e sul terreno catalogato M4, situato tra viale C.Colombo e via W.Shakespeare (l’area di seminato condivisa tra il NCC e l’Albergo).


Caratteristiche della ristrutturazione del debito

Il termine richiesto dal Tribunale di Roma sezione Fallimentare per la presentazione del piano di concordato era stato fissato il 23 aprile 2015. Dato che però da parte degli Istituti di Credito vi era la necessità di addivenire, prima della firma dell’accordo, ad una manifestazione di interesse vincolante per l’acquisto degli immobili di EUR spa da parte di un soggetto qualificato, veniva concessa una proroga sino al 25 giugno 2015.

Oltre alla rinegoziazione dei debiti da parte delle banche, il piano di ristrutturazione si basava sulla vendita di almeno quattro degli immobili di proprietà dell’ente EUR spa, per un importo complessivo pari a circa 297,5 milioni. Secondo la tempistica stabilita nel piano tale vendita avrebbe dovuto concludersi entro il 2015.

Entro lo stesso termine si sarebbe dovuta concretizzare anche la vendita dell’Albergo annesso al NCC, oltre alla realizzazione dell’iniziativa dell’ex Velodromo Olimpico (il parco acquatico che avrebbe dovuto essere costruito sulla sede dell’ex Velodromo, progetto denominato Aquadrome. L’idea venne definitivamente abbandonata nel 2014).

Il 23 giugno 2015 un professionista nominato ai sensi dell’art.161 comma 3 della Legge Fallimentare ha attestato la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del concordato. Lo stesso giorno EUR spa ha sottoscritto un accordo di ristrutturazione del debito con le banche debitrici ed ha ricevuto dall’Inail l’offerta vincolante relativa alla vendita di quattro immobili al prezzo di 297,5 milioni di euro, offerta che venne accettata.

Entro il 25 giugno EUR spa si impegnava a depositare presso il Tribunale Fallimentare di Roma la domanda di omologa di un accordo di ristrutturazione del debito, la cui efficacia era subordinata alla omologazione formale da parte del Tribunale stesso.


La vendita all’Inail

Circa sei mesi dopo, il 22 dicembre 2015, l’edizione locale di Roma del sito corriere.it titola: “Eur, Inail compra 4 palazzi storici per 297 milioni: “Resteranno pubblici”. Nell’articolo si da conto del passaggio di proprietà di quattro palazzi in precedenza appartenuti al Gruppo EUR. Si tratta in particolare del Palazzo della Scienza Universale, del Palazzo delle Arti e delle Tradizioni Popolari, del Palazzo dell’Archivio di Stato e del Palazzo della Polizia Scientifica.

“L’investimento – come riporta una nota dell’Inail – è pienamente in linea col piano triennale degli investimenti Inail per il periodo 2015/17 ed è stato realizzato ai sensi dell’art. 8, comma 4. del decreto legge n.78/2010, convertito dalla legge n.122/2010 che da la possibilità agli enti di previdenza di acquistare immobili adibiti ad uso ufficio in locazione passiva alle pubbliche amministrazioni, in base alle indicazioni fornite dall’Agenzia del Demanio”.

Gli immobili in questione, oltre ad essere di estrema pregevolezza, ospitano al loro interno alcuni tra più importanti musei di Roma, quali il museo Pigorini, il museo dell’Alto medioevo ed il museo delle Arti popolari. I tre i palazzi indicati sono locati attualmente dal Ministero dei Beni Culturali, mentre il quarto edificio, il Palazzo della Polizia Scientifica, è in locazione al Ministero dell’Interno.

Nella nota dell’Inail si legge inoltre come l’acquisizione da parte dell’Istituto Nazionale per L’assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro consentirà ai palazzi di restare in mano pubblica.


La relazione della Corte dei Conti

Nella relazione della magistratura contabile presentata in gennaio al Parlamento viene espressa una valutazione circa l’operazione di valorizzazione relativa al Nuovo Centro Congressi condotta dal Gruppo Eur: “I lavori di realizzazione e il finanziamento dell’opera scontano il grave errore – già riconducibile all’inizio dei lavori – dell’aver avviato l’esecuzione dell’opera, nel 1998, in assenza di una completa e certa copertura finanziaria e di aver individuato in EUR spa, e cioè di una società partecipata la cui mission fondamentale è soprattutto la gestione di proprietà immobiliari già esistenti.

Il soggetto realizzatore di un’opera molto impegnativa sotto il profilo architettonico e finanziario, mediante risorse finanziarie proprie, sicuramente non adeguate rispetto alle ingenti esigenze finanziarie necessarie, e stanziamenti di cofinanziamento pubblico, anch’essi assai limitati rispetto alle reali esigenze, concessi a valere sulla legge per Roma Capitale.

All’essenza di una completa e certa copertura finanziaria, sono da aggiungere il travagliato e tortuoso percorso di avanzamento dei lavori, un alto numero di varianti, e il conseguente aumento dell’importo contrattuale, un rilevante allungamento dei tempi di realizzazione dell’opera, l’insorgere di diversi contenziosi tra stazione appaltante ed appaltatore, le vicende riguardanti la progettazione e l’affidamento di “opere complementari” alla realizzazione e gestione del Nuovo Centro Congressi, nonché le ingenti spese sostenute da EUR spa per la progettazione, la direzione lavori e la direzione artistica per la realizzazione dell’opera”.

E ancora: “La consistente lievitazione dei costi di realizzazione del Nuovo Centro Congressi e i conseguenti problemi di ordine economico che sono venuti a determinarsi con la necessità di trovare le risorse per l’ultimazione dei lavori e di assicurare la continuità finanziaria della società, hanno determinato la grave crisi finanziaria di EUR spa. Crisi determinata anche dalle difficoltà incontrate nel dare applicazione alle disposizioni di cui all’art. 1, commi 331 e 332 della legge 27 dicembre 2013 n.147 (legge di stabilità del 2014) che aveva previsto la possibilità per EUR spa di accedere ad una anticipazione di liquidità di 100 milioni da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ciò ha indotto gli amministratori della società ad assumere la decisione di proporre il ricorso al Tribunale di Roma per l’ammissione di EUR spa alla procedura di concordato preventivo.

In ogni caso i lavori di realizzazione del NCC sono stati ultimati il 30 giugno 2016 e in data 29 ottobre 2016 l’opera è stata finalmente inaugurata”. (cm)

  

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Processo Mafia Capitale: Il debito fuori bilancio

MANOVRA: SCIOPERO ANM; MANCINO, REAZIONE ECCESSIVA

La Ragioneria generale del comune di Roma svolge un’attività di controllo contabile, finanziario e fiscale sui provvedimenti amministrativi di spesa corrente, sia nelle fasi di programmazione che di gestione. In particolare procede alla verifica dei documenti contabili che accompagnano le richieste di mandato di pagamento, assicurando il rispetto dei principi contabili previsti dalle norme generali e dai regolamenti dell’ente.

L’ex ragioniere generale del Comune Giovanni Salvi, rimasto in carica dal marzo 2008 al dicembre  2014, è stato ascoltato in qualità di testimone nell’udienza del 1 giugno nell’ambito del processo Mafia Capitale.

Quando il pm Luca Tescaroli gli chiede se abbia mai seguito le indicazioni di membri della giunta comunale o dello stesso Sindaco Gianni Alemanno, relativamente ai pagamenti che avrebbe dovuto effettuare per conto del Comune, lui risponde: “si, alle volte succedeva che venissero segnalate delle situazioni di criticità, perché purtroppo come Comune vivevamo una grande tensione in termini di cassa: c’era mancanza proprio di liquidità”.


I pagamenti di Gramazio

In questo frangente dell’attività amministrativa il Comune cercava di fare fronte ai pagamenti in un regime di scarsità di risorse di cassa, che portava come conseguenza la necessità di postergare i pagamenti in favore dei vari fornitori. La pubblica accusa chiede al teste se gli sia mai capitato di intervenire per velocizzare il pagamento in favore di taluni fornitori, ed il teste risponde che quando le richieste giungevano a lui direttamente, ovvero alla Ragioneria del Comune, voleva dire che si era concluso l’iter amministrativo da parte degli uffici competenti.

Quando poi il pm chiede se sia sicuro delle affermazioni fatte, l’ex responsabile della Ragioneria di Roma Capitale spiega meglio che alle volte gli veniva chiesto di seguire determinanti pagamenti che ancora non erano giunti negli uffici della Ragioneria. Il motivo di ciò era legato alla richiesta che gli veniva fatta di cercare di comprendere le ragioni in forza delle quali l’ iter amministrativo del provvedimento in oggetto non si fosse ancora concluso.

Il pm chiede poi al dott. Salvi se gli siano mai pervenute richieste di seguire determinati pagamenti da parte di Luca Gramazio, ed il teste risponde come, tra le varie richieste, ci fossero anche quelle di Gramazio, ed aggiunge: “Ma ne più ne meno di come facevano anche altre persone”.

Il pm chiede allora con quale frequenza Gramazio gli domandava di controllare i pagamenti, ed il teste risponde settimanalmente e talvolta anche giornalmente. Quando poi l’accusa domanda quale fosse il contesto nel quale Gramazio gli rivolgesse tali richieste, il dott. Salvi risponde di non ricordare le occasioni specifiche. Salvi aggiunge, quindi, come Gramazio fosse il capogruppo della maggioranza in Consiglio e di conseguenza come egli si facesse portatore anche di richieste di altri consiglieri.


I pagamenti dell’ente EUR   

L’ex capo della Ragioneria Capitolina cita poi la richiesta di Gramazio relativa ai fitti dovuti dal Comune e afferenti ad Eur spa, relativamente ad alcuni immobili affittati dal Comune. L’accusa cita invece i pagamenti relativi alla gare sulle piste ciclabili e chiede se vi sia stato un intervento anche in questo caso da parte di Gramazio. Salvi risponde convintamente di si. Si trattava di emendamenti che in genere venivano proposti in sede di approvazione di assestamenti di bilancio. La giunta proponeva delle modifiche al bilancio e tra queste vi erano anche gli emendamenti relativi alle piste ciclabili.

L’accusa cita un’intercettazione relativa ad interventi intesi a garantire stanziamenti in favore delle piste ciclabili; in particolare nella conversazione Gramazio parla di un emendamento a lui riferibile, privo di copertura finanziaria, e si rivolge a Salvi al fine di assicurare il necessario finanziamento.

Nella conversazione Gramazio chiama Salvi e poi passa l’apparecchio a Fabio Tancredi. Il pm chiede al teste se ricorda questo colloquio ed il teste risponde: “vagamente”.

Il Presidente Ianniello domanda al dott Salvi se fossero normali questo genere di richieste, e l’ex capo della Ragioneria risponde di si, che in effetti erano normali questi interventi da parte di esponenti del Consiglio, proprio perché era una pratica diffusa quella di tentare di finanziare delle opere o degli affidamenti di servizi che erano di interesse dei consiglieri o comunque delle loro parti politiche. Quindi, se non si trattava di una telefonata, ci poteva stare anche l’incontro vis a vis al bar o in sede di Consiglio.


I fondi per le piste ciclabili

Il pm Tescaroli legge il testo dell’intercettazione relativa alla conversazione nella quale Gramazio racconta a Salvi di come l’emendamento relativo alle piste ciclabili fosse l’unico da lui fatto in Consiglio comunale e di come intendesse rivenderselo politicamente; Salvi, che crede di ricordare la conversazione in oggetto, risponde come in genere i consiglieri proponessero degli emendamenti e di come tutto venisse vagliato, in ultima istanza, dall’assessore competente o da chi avesse l’incarico di chiudere quella che di fatto era una trattativa tra Giunta e Consiglio, finalizzata alla ricerca delle coperture finanziarie in relazione agli atti presentati.

La procedura però non si esauriva con la copertura della spesa attraverso l’apposito stanziamento in bilancio, ma occorreva porre in essere gli atti amministrativi conseguenti e tale compito veniva realizzato dagli uffici competenti in Comune. A quel punto la Ragioneria perdeva di vista l’iter di quegli atti amministrativi, fino a che non arrivava qualcuno dal Consiglio a chiederne conto.

Salvi quindi si attivava per cercare di comprendere se l’iter amministrativo di quegli atti si fosse effettivamente completato o se eventualmente si fosse bloccato in qualche procedura, o ancora nell’ipotesi peggiore, se i fondi relativi fossero stati dirottati a finanziare altre spese. Ed è esattamente questo l’incarico che Salvi si era assunto di svolgere nei confronti di Tancredi, nell’ambito della conversazione intercettata e di cui il pm Tescaroli chiede conto al teste. Si trattava proprio di verificare se i fondi pari a circa un milione, in origine destinati a finanziare le piste ciclabili, fossero stati impiegati altrove.

Quando la pubblica accusa chiede al teste se ricorda di avere effettuato queste verifiche, Salvi risponde di non esserne completamente sicuro: “Penso di si…dirlo con certezza no, ma sicuramente sarà stato così. Se mi chiedono una cosa non uso non rispondere, quindi sicuramente l’avrò fatto. Adesso non ricordo quale fosse la mia risposta, ma sicuramente avrò dato una risposta”.

Il pm chiede al teste se, a partire dall’esecuzione della prima ordinanza cautelare, quella che ha portato all’arresto di Luca Gramazio, ha avuto modo di ripensare ai contatti avuti con lo stesso e a quelli avuti con gli altri soggetti coinvolti nel periodo preso in esame dalle indagini. Il teste ribadisce di avere avuto in quel periodo numerosi rapporti con le persone chiamate in causa dalle indagini, e quindi di non essere in grado di ricordare, nel dettaglio, se si trattava di cose che si esaurivano con un’unica azione o atto amministrativo. Dunque Salvi non è in grado di ricordare quale sia stata la sua risposta precisa. Il pm cerca di fare capire al teste che il processo non può basarsi su delle congetture o delle supposizioni relative ad azioni o dichiarazioni fatte dai testi chiamati a riferire in giudizio.


I minori non accompagnati e il debito fuori bilancio

La pubblica accusa chiede al teste se, con riferimento al tema specifico dei debiti fuori bilancio relativi ai minori non accompagnati, ricorda di avere avuto delle interlocuzioni con Luca Gramazio.

Salvi risponde con sicurezza di si, ed anzi ricorda di averne parlato non solo con l’ex capogruppo del PDL , ma anche con il vice sindaco Sveva Belviso, che ricopriva anche la carica di assessore ai Servizi Sociali, nonché con l’assessore al Bilancio dell’epoca e ovviamente con il Sindaco. Si trattava di una questione di una certa rilevanza. Tutte queste interlocuzioni avevano luogo in quanto quella del debito fuori bilancio era una questione particolarmente complicata.

Il pm chiede allora al teste di sforzarsi di ricordare che cosa gli abbia detto Gramazio e quando, in che periodo.

Il dott Salvi risponde di non ricordare particolari richieste o discorsi fatti da Gramazio, ma sicuramente vi era la richiesta di finanziare questa spesa. Si trattava di una problematica complessa che inizialmente sembrava dovesse essere finanziata dal Ministero dell’Interno, sulla base di accordi precedentemente presi.

Il Ministero avrebbe dovuto corrispondere un tanto per ogni minore accolto nei campi. Se non che, per via di talune problematiche connesse all’identificazione dei minori, il Ministero ad un certo punto si era tirato indietro.

Salvi ricorda di avere rappresentato a Gramazio la necessità di finanziare questa spesa in quanto si trattava di servizi che comunque venivano forniti e in relazione ai quali il Comune prima o poi avrebbe dovuto pagare.

In merito al reperimento dei fondi Salvi ricorda di avere suggerito a Gramazio due strade alternative: la prima era quella dell’anticipo da parte del Comune, in quanto si trattava di una spesa che andava necessariamente finanziata, salvo poi rivolgere un’istanza al Ministero per ottenere il rimborso. Rimborso che poi sarebbe finito col finanziare anche altre cose, ferma restando l’ipotesi che comunque era necessario riconoscere un debito fuori bilancio. E questo perché la procedura seguita non era quella classica, secondo la quale si aveva prima uno stanziamento, poi si procedeva con un impegno e quindi con l’affidamento. Nel caso dei minori, invece, si era  proceduto direttamente con l’affidamento.

Vi era quindi la necessità di adottare una deliberazione da parte del Consiglio Comunale che riconoscesse la legittimità ex post di quelle spese sostenute, oltre a descrivere l’iter verificando se fosse o meno regolare, e a quel punto riconoscere la spesa come propria del Comune, cosa che presupponeva la disponibilità dei fondi.

Questi erano dunque i passaggi che  aveva rappresentato a Gramazio, domanda il pm al teste che risponde annuendo. Il pm  Tescaroli chiede quindi al teste se abbia accennato a Gramazio della possibilità di accedere ad un fondo di garanzia dal quale attingere le risorse.

Il teste risponde facendo riferimento al fondo di riserva dell’amministrazione Comunale, ricordando di averne parlato con buone probabilità a Gramazio quale possibile alternativa, nell’attesa di risolvere la questione del rimborso con il Ministero degli Interni.

Trattandosi, quella del fondo di riserva, di una competenza della Giunta, il teste sottolinea come fosse comunque necessaria una delibera specifica relativa alla destinazione dei fondi.


I legami con Buzzi

Quando la pubblica accusa chiede all’ex capo della Ragioneria del Comune se abbia mai incontrato Salvatore Buzzi, questi risponde di essersi sforzato ma di non ricordare di averlo mai visto. Accenna,  comunque, a come egli fosse solito frequentare l’aula del Consiglio Comunale. Il pm allora riferisce al teste di una intercettazione del 15.11.12, nella quale Gramazio racconta a Buzzi di come la questione relativa a Scozzafava fosse solo di 300 mila euro, soldi che, a detta di Gramazio, venivano recuperati da Salvi attraverso il fondo di riserva. Quindi, dopo avere discusso sulle modalità di definizione delle annualità 2013-2014, Gramazio invitava Buzzi a recarsi con lui in Consiglio Comunale a fare visita al rag. Giovanni Salvi per decidere come muoversi.

Il pm chiede al teste se ricorda di avere mai incontrato Buzzi in aula di Consiglio, mentre questi si accompagnava con Gramazio, ed il teste risponde di non ricordare, ma anche di non poterlo escludere completamente.

In un’altra intercettazione del 19.11.12 Buzzi, parlando con Sandro Coltellacci, gli riferiva come, sempre in merito alla questione del debito fuori bilancio, sarebbe stato contattato da Gramazio per andare a trovare Salvi. Il pm chiede al teste se, cercando di scavare nei suoi ricordi, riesce a rammentare di quest’incontro con Gramazio e Coltellacci. Il teste risponde di non ricordare, ed anzi di come tendenzialmente sarebbe per escluderlo, anche se ammette di essere in qualche modo possibilista.


Gli incontro con Scozzafava

La pubblica accusa chiede quindi al teste se abbia mai ricevuto visite da parte di Angelo Scozzafava, l’ex dirigente del quinto Dipartimento, ed il teste risponde con molta sicurezza di si. E quando il pm Tescaroli chiede quale fosse la ragione di questi incontri, Salvi risponde come la ragione fosse legata a problematiche sul sociale, delle più svariate tipologie.

Salvi ricorda di come questi incontri con Scozzafava fossero molto frequenti poiché l’argomento del sociale e delle correlate spese era un tema molto dibattuto in ambito politico.

Tali visite avvenivano con una certa frequenza, se non proprio ad un ritmo giornaliero, almeno ogni due-tre giorni.

Il pm chiede quindi al teste se abbia mai affrontato con Gramazio il tema relativo ai fondi da destinare ai nomadi e Salvi risponde di si, di come anche questo fosse un argomento di cui si dibatteva spesso e che interessava il Consiglio Comunale.

L’accusa chiede quindi di cosa si fosse parlato con riferimento specifico ai campi rom e Salvi risponde che anche in questo caso (crede) l’argomento trattato fosse la carenza dei fondi. Ovvero capire se vi fossero risorse economiche da poter essere spese, o al contrario vi fossero dei problemi legati al patto di stabilità. Il pm Tescaroli cita l’intercettazione del 14.11.12, nella quale Buzzi, parlando sempre con Gramazio, ribadiva che il governo avrebbe mandato solamente il 20% dei finanziamenti, e Gramazio rispondeva come cio’ fosse una “tragedia”. Nel prosieguo della intercettazione, arrivando ad affrontare il tema dei rom, Gramazio riferiva a Buzzi di avere parlato con Salvi, il quale si era dichiarato disposto a utilizzare i soldi del fondo di riserva.

“Io non posso avere detto – risponde Salvi – di essere disposto a prendere i fondi di riserva, in quanto non era nelle mie competenze”.

Salvi precisa come la sua risposta a Gramazio fosse sicuramente stata quella di suggerire la strada di andare ad attingere, in caso di bisogno, dal fondo di riserva, salvo poi parlare con l’assessore competente o col Sindaco per verificare la loro disponibilità ad adottare una delibera di giunta che ne autorizzasse il prelievo.

Salvi ribadisce, ancora una volta, come la scelta di prelevare dai fondi di riserva non rientrasse tra le sue facoltà.


Ancora su Buzzi

Ancora in merito ai rapporti con Buzzi il pm cita al teste l’intercettazione del 20.02.13, tra Buzzi e Carminati, nella quale Buzzi fa presente al suo socio di come l’amministrazione del Comune avesse trovato (sembra) un milione e mezzo di fondi da destinare alle cooperative e di come lui avesse necessità di recarsi da Salvi per “sbloccarli”, sottolineando come la cifra rimaneva comunque in “sospeso” e di come lui avesse bisogno di una “via d’uscita”.

Il pm Tescaroli fa quindi presente di come a ben tre persone diverse (Gramazio, Coltellacci e Carminati) Buzzi avesse riferito di avere necessità di incontrare Giovanni Salvi e chiede al teste, per l’ennesima volta, se ricorda di averlo incontrato. Il teste risponde di no, di non ricordare di avere mai incontrato Salvatore Buzzi.

Ancora in merito ai contatti con Scozzafava, il pm chiede al teste se abbia mai avuto incontri che abbiano avuto come oggetto la corresponsione di somme in relazione al debito fuori bilancio.

Il teste risponde di si ed il pm chiede se ciò sia avvenuto in particolare in relazione al campo nomadi di Castel Romano.

Il teste risponde: “molto probabilmente si”.

L’accusa chiede in particolare se il teste ricorda di avere parlato di una criticità relativa all’inserimento di una somma di due milioni di euro. Il teste risponde di non ricordare, ma di non poterlo comunque escludere.


Il campo rom di Castel Romano

In merito alle erogazioni di denaro relative al campo nomadi di Castel Romano il pm chiede al teste se ha memoria di tali somme, ed il ragionier Salvi risponde di averne sicuramente parlato, ma di non ricordare con esattezza l’oggetto della discussione.

Ricorda come anche li vi fossero state delle problematiche inerenti al tema dei debiti fuori bilancio e quindi di avergli indicato la procedura da seguire, i vari passaggi, il parere obbligatorio del collegio dei revisori e l’iter successivo rappresentato dall’approvazione della Giunta e quindi del Consiglio.

Il pm Tescaroli chiede al teste se ha mai avuto contatti con il capo segreteria del sindaco Alemanno, Antonio Lucarelli, ed il teste risponde di si. L’accusa chiede quindi, con riferimento ai temi esposti, quale sia stato l’oggetto delle loro conversazioni. Salvi risponde di avere parlato con Lucarelli in merito a tutte le tematiche accennate, in ragione della sua posizione di consigliere del Sindaco.

Spesso il ruolo di Lucarelli era quello di filtro, anche in considerazione dei numerosi impegni del primo cittadino che lo portavano spesso ad allontanarsi dal suo ufficio in Campidoglio. Del resto anche Salvi, essendo un tecnico, non aveva il potere di assumere decisioni politiche, e dunque la sua attività si limitava al riferire l’oggetto di alcune questioni tra politici, una sorta di referente.

E molte volte questo avveniva per il tramite di Lucarelli.


I pagamenti di EUR spa

Il pm chiede al teste quali fossero i criteri sulla base dei quali venivano decisi i pagamenti verso Eur spa. In relazione ai fitti il criterio era rappresentato dalla scadenza contrattuale, e quindi, in questo caso, l’esigenza era data dal rispetto delle scadenze.

Ora, dato che il Comune era in una situazione di cronica crisi di liquidità, non era in gradi di pagare tutti i creditori rispettando gli impegni. Dunque lo sforzo dell’amministrazione puntava a soddisfare le obbligazioni sulla base della data in cui queste erano state assunte, cercando di evitare discriminazioni.

Talvolta si venivano a creare situazioni di emergenza, e comunque anche l’ente Eur spa era spesso in crisi di liquidità, essendo partecipato per il 90% dal MEF. Salvi ammette di avere sicuramente ricevuto delle sollecitazioni per riconoscere un canale preferenziale a taluni pagamenti rispetto che ad altri.

Quando il pm chiede da chi provenissero tali sollecitazioni, il teste ricorda come queste provenissero da diversi soggetti: dal Sindaco, da Gramazio ed anche da Lucarelli.

Il pm Tescaroli chiede quindi al teste quale fosse la procedura per questo genere di spese, ed il dott. Salvi risponde come la procedura fosse la stessa prevista per le altre spese. Gli uffici competenti avevano l’obbligo previsto dal TUEL di procedere alla liquidazione, e dunque prima impegnavano la spesa, destinando i fondi relativi esclusivamente a quella data finalità.

Di seguito si passava alla verifica tesa ad accertare come l’erogazione del servizio o l’acquisto del bene fosse avvenuto secondo i principi e le regole previste. Quindi si passava alla produzione dell’atto di liquidazione, che equivaleva ad attestare che quella spesa, per la quale si erano impegnati i fondi, aveva titolo ad essere pagata.

A questo punto entrava in gioco la Ragioneria, che tenendo conto di tutte le esigenze di spesa, cercava di conciliare l’esiguità della cassa con la totalità delle spese da sostenere.


Una cronica mancanza di fondi

Tutti i vari uffici comunicavano alla Ragioneria le loro spese, nei settori più disparati, in base alle scadenze previste dai vari contratti.

Si cercava di rispettare le scadenze dei pagamenti per evitare di dovere corrispondere anche interessi passivi, oppure evitare che intervenissero pignoramenti che avrebbero comportato maggiori oneri per il Comune. Quindi si cercava di pagare chi aveva titolo, evitando di privilegiare qualcuno a scapito degli altri.

Quando una spesa arrivava in Ragioneria significava che tutto l’iter dei controlli era stato superato. La Ragioneria accertava soltanto che i passaggi precedenti erano stati effettuati, in particolare che fosse presente  l’atto di liquidazione. Una volta appurato questo, la Ragioneria procedeva al pagamento compatibilmente con i soldi a disposizione, rilasciando il mandato di pagamento al tesoriere.

Il pm chiede al teste per quale ragione le sollecitazioni del Sindaco arrivassero a lui anziché ai capi dei vari dipartimenti.

Salvi risponde come probabilmente, spesso e volentieri, tali comunicazioni arrivavano anche ai capi dei vari uffici. Fatto sta che la Ragioneria era diventata il posto in cui si trovavano tutte le risposte alle varie questioni che potevano essere sollevate.

Spesso e volentieri quando i capi dipartimento non avevano una risposta da fornire dicevano che tutto il procedimento era bloccato in Ragioneria. Tranne poi verificare come in alcuni casi gli atti non fossero arrivati poiché non era stato completato l’iter poc’anzi descritto. In altri casi, invece, in quanto non vi erano le disponibilità.

Spesso la chiamata in causa della Ragioneria era dovuta alla necessità di capire il motivo per il quale la procedura che anticipava un pagamento da parte dell’amministrazione, si fosse bloccata. Questo soprattutto a causa del fatto che la Ragioneria disponeva di vari uffici sparsi per il territorio e quindi dirigenti e personale in grado di accertare quale fosse la ragione che aveva bloccato un dato pagamento.

Accertare, dunque, se l’atto in questione fosse giunto in Ragioneria e se fosse stato lavorato, se vi fossero tutti gli elementi necessari per procedere al pagamento o se invece fosse stato rimandato indietro poiché mancavano degli atti. Tutte queste questioni potevano essere affrontate dalla Ragioneria, poiché disponeva di personale che si occupava dei singoli settori.


Gli affitti di EUR spa

Per quanto riguarda Eur spa, il pm chiede se oltre ai fitti vi fossero altre spese sostenute dall’amministrazione ed il teste risponde come vi fossero anche altre spese sostenute da Roma Capitale, relative a talune opere destinate dunque ad investimenti. “Anche li mi chiesero – risponde Salvi – come mai l’amministrazione non avesse proceduto ad effettuare i pagamenti”. “Chi glielo chiese?”, domanda il pm al teste, e Salvi risponde come a domandarglielo fosse stato il sindaco Alemanno. “Credo poi anche Gramazio”, aggiunge poi il teste. “Probabilmente anche Lucarelli”. Forse anche lui. “A volte chiedevano ed io rispondevo”.

Per le difficoltà in ordine ai paganti complessivamente affrontati del Comune verso Eur, le problematiche relative ruotavano sulle questioni fino ad ora accennate, vale a dire la carenza di liquidità, o anche problematiche di tipo diverso. Il teste risponde di non conoscere altro tipo di problematiche e di come lui, comunque, fosse in grado sindacare solo quell’aspetto, non potendo entrare nel merito.

Il pm contesta la risposta di Salvi rispetto a quella da lui stesso fornita il 20 maggio 2015, in sede di indagine.

Alla domanda se i pagamenti generalmente considerati del Comune verso Eur fossero puntuali, il teste rispondeva di no, anche perché in talune situazioni vi era carenza di liquidità, mentre in altre vi erano lentezze da parte degli uffici preposti a verificare che le somme fossero effettivamente dovute.

Il teste risponde che ci stava arrivando, in particolare sottolinea come nei fondi relativi a Roma Capitale, prima arrivassero le richieste dei fondi e dunque la Ragioneria cercava di verificare con il dipartimento competente, nello specifico si trattava del dodicesimo dipartimento relativo ai Lavori Pubblici, che vi fossero effettivamente le rimesse da parte del MEF e che gli atti di liquidazione fossero stati effettivamente realizzati.

Quindi l’attesa della Ragioneria era dettata dalla necessità di comprendere se vi era stata effettivamente l’erogazione da parte del MEF. Non si trattava di una cassa dell’amministrazione che veniva destinata ai fitti ma di una cassa destinata unicamente a quella finalità.

L’accusa chiede se le richieste di Alemanno e di Gramazio fossero relative a questo argomento ed il teste risponde come spesso non si riusciva neanche a comprendere, poiché in alcuni casi le motivazioni specifiche per le quali si privilegiava un creditore piuttosto che un altro non venivano fornite.

Dunque, alcune volte il messaggio era confuso e in tal caso bisognava comprendere a che cosa si riferissero i fondi di EUR spa, se erano fitti o fondi del MEF. Il relazione alla loro collocazione temporale, “i fitti riguardavano la fine del 2012 e l’inizio del 2013?”, domanda il pm. “Presumo di si – risponde il teste – i fitti sono per loro natura ricorrenti e dunque immagino proprio di si” .

Infine il pm cita un’intercettazione del 21 gennaio 2013, nella quale il teste non è uno degli interlocutori; nella conversazione si fa riferimento ad una richiesta che gli viene rivolta, con riferimento all’ individuazione di 400 mila euro, da parte di appartenenti all’amministrazione Comunale. Salvi risponde come somme di quell’importo gli siano state richieste in più di un’occasione, e quindi non è in grado di ricostruire con esattezza la circostanza precisa.

L’accusa allora precisa come gli interlocutori della conversazione fossero, oltre a Buzzi, Daniele Ozzimo e Marco Visconti. Nell’ intercettazione si sente in sottofondo Buzzi dire: “ci proroghi questo mese, nel frattempo il ragioniere si impegna a trovare gli altri tre mesi”. E poi ancora Buzzi dire a Visconti: “Il ragioniere ha dato la disponibilità per 400 mila euro, proroga un mese. Ha parlato col direttore del servizio giardini”. E Visconti rispondere: “Va bene, va bene”. (cm)

   

L’occhio sulla piramide

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Fermo restando che la gravità delle accuse mosse nei confronti dei due fratelli Occhionero, Giulio e Francesca Maria, deve passare il vaglio del Tribunale del Riesame, occorre tenere presente come il tentativo di hackeraggio del sistema informatico abbia riguardato, tra gli altri, l’ente per l’assistenza al volo (ENAV),  i cui sistemi informatici contengono informazioni e dati relativi alla sicurezza pubblica del settore dell’aviazione civile: rotte di volo, informazioni essenziali su personale, dati sensibili per la sicurezza nazionale. Ma di che cosa esattamente sono accusati gli indagati?

Essenzialmente delle condotte sanzionate dall’art. 615 ter del cp ” accesso abusivo a sistema informatico o telematico”. “La fattispecie contestata – scrive il Gip Maria Paola Tomaselli – assume inoltre la forma aggravata prevista dall’ultimo comma dell’art. 615 ter cp attesa la natura di molti dei sistemi infettati, posto che in molti casi i sistemi informatici aggrediti sono certamente di interesse militare o relativi all’ordine e sicurezza pubblica o, comunque, di interesse pubblico”.

“Sussiste infine l’ulteriore aggravante – scrive ancora il Gip – di cui al comma 2° n.3 dell’art 615 tre cp, atteso che la natura del virus inoculato certamente altera il funzionamento del sistema infiltrato (il pc) interrompendone parzialmente le funzionalità originarie, prime tra tutte quelle di protezione, predisposte proprio al fine di preservarlo da interferenze esterne”.

Il Gip sottolinea infine come, in relazione alla particolare gravità delle condotte censurate, l’ulteriore acquisizione dei contenuti (dati, informazioni e atti) sottratti dagli indagati e custoditi nei server facenti capo a società statunitensi, in relazione alle quali si avvalevano del servizio di web hosting, potrebbero aprirsi “ulteriori spazi per l’aggravamento delle contestazioni, atteso che – conclude il Gip – una volta dimostrata la segretezza di alcuni di essi e la loro pertinenza al settore politico e /o militare, già oggi altamente probabile, sarebbe inevitabile ricondurre le azioni criminose nell’ambito dei delitti contro la personalità dello Stato (artt. 256 e 257 cp)”. 


 Misure cautelari

Sulla richiesta delle misure cautelari del carcere per gli indagati, legata all’aggravante dovuta alla particolare natura dei sistemi informatici infettati,  anche qui sarà il giudice del Riesame a valutare.

Il Gip fa però notare come le condotte sanzionate abbiano costituito un vero e proprio modus operandi, e che per diversi anni gli indagati hanno “gestito i loro affari ed interessi economici e personali secondo le descritte modalità illecite”.

Inoltre, visti i legami con la vicenda giudiziaria denominata “P4” avente ad oggetto lo stesso tipo di condotte benché riferita ad altre persone, tutto ciò porta a concludere circa la continuazione delle condotte censurate da parte dei due indagati nel caso in cui questi fossero rimasti in libertà.

Oltre a ciò occorre aggiungere il tentativo esperito dai due fratelli Occhionero di inquinare e distruggere le prove. In particolare, dato che i server che ospitano gli indirizzi IP a cui fanno capo gli indirizzi di posta elettronica verso cui venivano spedite le informazioni (quelle più pesanti) carpite dal virus dalle caselle di posta elettronica delle vittime, risiedono negli Stati Uniti era impossibile da parte dell’Autorità Giudiziaria poterne chiederne il sequestro immediato.

E’ stata inoltrata una rogatoria internazionale per poter controllare il materiale esfiltrato dalle caselle di posta attaccate. E in effetti l’FBI ha comunicato che le società in questione (Raw Data e Dedispec LLC) avevano ricevuto l’ordine dal cliente, titolare degli indirizzi, di scollegare questi ultimi dalla rete e di spedirglieli.

Sottolineiamo, inoltre, come da una conversazione intercettata dagli inquirenti con la madre, Giulio Occhionero aveva ricevuto proposte di lavoro da Londra e da Dublino, e che da un messaggio intercettato sul suo cellulare del gestore di telefonia, risulta che aveva attivato l’ opzione TIM in viaggio Full, che permette di chiamare e navigare all’estero a prezzi ridotti.

Dunque il pericolo che l’indagato fuggisse in altro paese era concreto. E proprio dalla richiesta del certificato dei carichi pendenti, probabilmente da consegnare al suo nuovo datore di lavoro, Occhionero si accorge di essere indagato dal PM Albamonte, ai sensi dell’art. 335 cp (violazione colposa di doveri inerenti  alla custodia di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di procedimento penale).

Questo è infatti l’oggetto di un’altra conversazione che Occhionero ha con la sorella il 9 settembre 2016, alle ore 16:13. (cm)

  

Spionaggio di massa e spionaggio selettivo

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In un documento reso pubblico da Edward Snowden e pubblicato dalla rivista tedesca  Der Spiegel viene mostrato come l’agenzia statunitense di sicurezza NSA, responsabile del programma di spionaggio di massa denominato Prism condiviso con altre cinque Nazioni (five eyes: Gran Bretagna, Germania, Nuova Zelanda Canada, Australia), col quale segretamente catalogava e monitorava dati e metadati condivisi da normali persone attraverso la rete, faccia uso delle reti di computer infettati, le famigerate botnet, in base ad un programma denominato Defiantwarrior.

Sempre attraverso le rivelazioni di Snowden è emerso come l’NSA disponga di un sistema di computers denominato XKeyscore, in grado di ricercare e analizzare dati e metadati scambiati attraverso Internet alla velocità di 10 Giga al secondo.

I dati ritenuti interessanti dall’NSA venivano memorizzati e impiegati in analisi successive.

In un articolo dell’ agosto del 2013 il quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung ha rivelato che le operazioni Prism non avevano come scopo solo il monitoraggio, ma anche quello di compiere attacchi informatici a reti private. In particolare dalle rivelazioni emerge come i principali Service Provider attaccati fossero nella maggior parte europei, e che quelli scelti come obiettivo controllassero una porzione rilevante del traffico Internet.

Nella sua attività di contrasto alle attività criminali, incluse quelle perpetuate attraverso il web, l’FBI scopre e spesso chiude botnet di pc infettate da malware come il Coreflood: milioni di computers privati impiegati illegalmente per spiare o per lanciare attacchi informatici come il Distributed Denials of Service (DDoS). Di norma, quindi, le botnet sono utilizzate per compiere reati informatici.

Ma è solo grazie alle rivelazioni di Snowden se sappiamo oggi che l’NSA ha usato queste reti di pc per monitorare Internet. Questa procedura avviene con l’ingresso nella botnet attraverso il contagio di un pc della rete. In questo modo l’Agenzia è in grado di controllare, attraverso una serie di server sparsi per il mondo, le attività di diverse botnet composte da milioni di pc infettati.


Come funziona il furto di informazioni

Generalmente chi utilizza un malware lo fa per sottrarre informazioni alle sue vittime. Nel caso specifico i fratelli Occhionero, Giulio e Francesca Maria, attraverso EyePyramid, infettavano i pc obiettivo attraverso l’allegato ad una mail. La mail in questione proveniva da un indirizzo di posta elettronica assolutamente al di sopra di ogni sospetto, come quello di uno studio legale. Nella fattispecie l’allegato era una fattura in formato pdf.

Un singolo programma spyware può causare il caos in un PC.

Una volta individuati nel sistema di posta elettronica o nella memoria del pc tutti i documenti con un dato formato (ad es. doc. txt. pdf), il malware li spedisce ad uno o piu’ indirizzi di posta il cui destinatario è schermato, in allegato alle mail.

Dopo che lo si e’ inavvertitamente scaricato Eye Pramid può generare nuovi spyware da altri programmi installati nel pc infettato, diventando a tutti gli effetti la punta di un iceberg.

In ciascuno dei programmi ai quali si collega può modificare le chiavi di registro e altre impostazioni. A seconda del numero di malware che riesce a generare la stabilità e le prestazioni del PC ne rimangono compromesse. Ma non solo. Il malware modifica i codici dei programmi ai quali si collega rendendo difficile anche la sua identificazione attraverso un programma rilevatore di software di spionaggio (spyware).


Documenti sottratti

Le informazioni sottratte attraverso il malware possono andare dal codice sorgente di un determinato software a documenti legali o finanziari, passando per le informazioni personali riservate sui dipendenti e sui clienti o qualsiasi altra informazione che possa avere un qualche valore commerciale.

In genere queste informazioni sono contenute in file in formato testuale che puo’ essere un foglio elettronico, una bozza di documento, un report, un disegno, una presentazione o una foto.

Gli “spioni” che intendono sottrarle possono raccogliere i dati da trafugare seguendo diverse modalità. Esistono tipi di malware che raccolgono praticamente qualsiasi tipo di documento elettronico realizzato in uno dei seguenti formati: txt, csv, eml, vsd, doc, dxv, odt, docx, rtf, pdf, mdv, xld, wab, est, xps, iau.

Un altro tipo di approccio, di tipo manuale, raccoglie e analizza i dati sottratti dalle reti usate dall’obiettivo utilizzando tecnologie di controllo da remoto. Una volta infettati col malware i pc obiettivo la tecnologia consente infatti di copiare a distanza quei documenti ritenuti utili rinvenuti nel disco rigido del pc o eventualmente in altre memorie collegate, come server, cloud o hard disk esterni.(cm)

   

L’omicidio di Piersanti Mattarella

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Sono le 12:45 di domenica 6 gennaio 1980. Il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella alla guida della sua Fiat 132 assieme alla moglie, Irma Chiazzese, alla madre e ad uno dei suoi due figli sta per recarsi ad assistere alla funzione domenicale presso S.Francesco di Paola.

Il gruppo è in attesa dell’altro figlio, Bernardo, sceso a chiudere la porta del garage non distante dall’abitazione di via della Libertà. La macchina, ferma con la parte posteriore sporgente dal passo carrabile della rimessa ove era parcheggiata, viene raggiunta da una Fiat 127 bianca, con a bordo due uomini. il passeggero dell’altra auto scende e si dirige verso quella di Mattarella. L’uomo, capelli castani e sguardo glaciale, ha una corporatura tarchiata e indossa un k-way celeste.

Cammina in modo strano, ballonzolante. Giunto all’altezza dello sportello anteriore sinistro, estrae una pistola con canna corta e silenziatore ed esplode diversi colpi. La moglie di Mattarella cerca, come può, di assistere il marito attinto da tre colpi. Il killer raggiunge il suo complice a bordo della 127, che gli consegna un altro revolver. L’uomo, tornato verso l’auto della vittima, si avvicina all’altra fiancata e dal finestrino posteriore destro esplode altri colpi, tre dei quali raggiungono il Presidente della Regione. Quindi raggiunge di nuovo la 127, che, alla guida del complice, fugge a grande velocità.


Le rivendicazioni e le prime indagini

Alle ore 14:00 l’auto dei due attentatori, rubata il giorno precedente, verrà ritrovata non lontano dal luogo dell’omicidio. Alle 14:45 all’agenzia Ansa di Palermo giunge la prima rivendicazione. E’ di un fantomatico gruppo di estrema destra: Nuclei Fascisti Rivoluzionari.

Il telefonista dichiara che il gesto ha inteso vendicare i caduti per i fatti di Acca Larenzia.

Più tardi, lo stesso giorno, altre rivendicazioni giungeranno alla redazione del Corriere della Sera (ore 18:48 da parte di Prima Linea), della Gazzetta del Sud di Messina (ore 19:10 dalle Brigate Rosse) e del Giornale di Sicilia (21:40 ancora delle BR).

Le prime indagini, promosse dal Nucleo Operativo dei Carabinieri e dalla Squadra Mobile di Palermo, non approdano a risultanze determinanti in relazione all’individuazione degli esecutori. Vengono tenuti sotto controllo alcuni esponenti di estrema destra ed anche di estrema sinistra, ritenuti potenziali esecutori dell’omicidio, ma senza alcun esito.

Dopo circa un anno di indagini che non riescono ad approdare ad alcuna pista significativa, il 24 dicembre 1980 gli atti vengono trasmessi al giudice istruttore, l’attuale gip, per formalizzare un accusa contro ignoti. In questa fase le indagini, già in precedenza trasmesse alla Procura della Repubblica, vengono ulteriormente ampliate, senza peraltro approdare a nulla di significativo. Vengono investiti anche il SISDE e l’Alto Commissariato per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, come risulta dalla nota del 7.12.1982.


I test balistici e l’indagine contro ignoti

Gli esami balistici comparativi passano in rassegna tutti i precedenti omicidi di stampo mafioso avvenuti a Palermo e provincia, per verificare se le armi usate erano state impiegate anche in altri fatti di sangue. I periti d’ufficio Morin, Farneti, Schiavi Lombardi e Stramondo, stabiliscono che le armi utilizzate erano due revolvers, Colt Cobra e Rohm o Charter Arms, e che le munizioni impiegate erano calibro 38 special con palla Wadcutter e palla Super Police da 200 grammi. Nell’esame viene sottolineato come “non sembra che le armi in questione siano state utilizzate in altri episodi delittuosi”. Dunque l’unica certezza era che si trattava di professionisti.


Le rivelazioni di Cristiano Fioravanti

Il 13 dicembre 1982 il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma trasmette ai giudici di Palermo che indagano sull’omicidio Mattarella la copia delle dichiarazioni rese il 28 ottobre da Cristiano Fioravanti. Nella deposizione rilasciata all’Autorità Giudiziaria quest’ultimo aveva riferito che sia lui che suo padre avevano notato una forte somiglianza tra suo fratello Valerio “Giusva”, leader del gruppi terroristico neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari e Gilberto Cavallini suo complice, e gli identikit dei due esecutori dell’omicidio dell’allora Presidente della Regione siciliana.

Giusva, che in quel periodo era già detenuto per altri reati, stava scontando una condanna all’ergastolo. Quando questi era ancora in libertà aveva confidato al fratello Cristiano di essere stato con Gilberto Cavallini l’autore dell’omicidio. Successivamente, a seguito dell’acquisizione delle risultanze di altre indagini svolte contro i NAR e di alcuni riconoscimenti effettuati dalla moglie di Mattarella e da altri testimoni, prima con alcuni mafiosi siciliani e poi con Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, questi ultimi vengono arrestati. Era il 19 ottobre 1989.


Buscetta e Contorno indicano i mandanti

Dopo anni di indagini sui mandanti e sugli esecutori senza ottenere alcun risultato i primi squarci di verità arrivano da due boss di Cosa nostra decisi a collaborare. Si trattava di Tommaso Buscetta, boss del mandamento palermitano di Porta Nuova arrestato in Brasile e processato negli Stati Uniti per traffico internazionale di stupefacenti, e Salvatore Contorno, soprannominato Coriolano della Foresta, braccio destro di Stefano Bontade, uno dei pochi a rimanergli fedele e a non passare con i corleonesi di Totò Riina. Nel 1984 sia Buscetta che Contorno raccontano ai magistrati e ribadiranno in seguito in occasione del primo Maxi processo a Cosa Nostra, che ad ordinare l’omicidio Mattarella furono i componenti dell’ allora “Commissione provinciale”: Giuseppe Calò, Michele Greco detto il papa, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Salvatore Scaglione, Francesco Madonia, Antonino Geraci, Leonardo Greco, Ignazio Motisi, Andrea di Carlo, Giuseppe Greco soprannominato Scarpuzzedda, Giovanni Scaduto e Bernardo Brusca.


Le analogie con l’omicidio Verbano

Quando i test balistici comparativi sull’uso delle armi impiegate vengono estesi a tutta Italia, un primo apparente dato sembra convergere sull’omicidio del giovane militante di Potere Operaio Valerio Verbano. Ucciso a Roma nella sua abitazione, non molto distante dal luogo in cui verrà assassinato nel giugno dello stesso anno il sostituto procuratore Mario Amato, secondo modalità atipiche per un omicidio a sfondo politico, Verbano sembra essere il collegamento che gli inquirenti stavano cercando. E’ il 2 febbraio 1980 quando la madre di Valerio apre la porta a due ragazzi che si erano finti amici del figlio.

Aperto l’uscio di casa e sotto la minaccia delle armi la madre della vittima è costretta a fare entrare quelli che si riveleranno essere in realta’ gli assassini. Una volta legata e imbavagliata la donna, i due killer aspettano l’arrivo del giovane militante politico in casa. Qui la vittima verrà uccisa secondo modalità che ricalcano una vera e propria esecuzione.

In base alla testimonianza della madre l’elemento convergente appare essere la somiglianza di uno dei due killer con l’autore dell’omicidio Mattarella, oltre all’arma usata nel delitto, una pistola a canna corta con silenziatore. Così, nel 1990, gli inquirenti dispongono una perizia per accertare “le modalità di silenziamento della pistola Beretta 7,65 con silenziatore rinvenuta in occasione dell’omicidio Verbano”. L’esame intende verificare se “dette modalità siano riconducibili o meno a quelle descritte nei loro interrogatori da Fioravanti Cristiano e Valerio”.

L’accertamento darà esito negativo “per le marcate discordanze esistenti tra le due modalità di silenziamento, dal che se ne deduce che il silenziatore impiegato nell’omicidio Verbano “non sia stato fabbricato da Valerio Fioravanti”.


Il pentito Mannoia e la visita di Andreotti a Palermo

Nel novembre del 1994 nel corso del processo per associazione esterna che vede imputato Giulio Andreotti, il pentito Marino Mannoia racconterà della visita che l’ex Presidente del Consiglio fece al Stefano Bontade presso l’abitazione di Totuccio Inzerillo, a Palermo. Andreotti, riferisce Mannoia, era venuto espressamente a Palermo da Roma, ed era accompagnato dai cugini Nino e Ignazio Salvo. Motivo dell’incontro, secondo il pentito, era chiedere conto dell’omicidio dell’ex presidente della Regione siciliana.

Quando Mannoia chiese a Bontade che cosa aveva detto ad Andreotti, la risposta che il boss gli diede fu: “Ma non lo avete ancora capito che qui comandiamo noi e che se non cambierete atteggiamento vi leveremo tutti i voti e non solo quelli della Sicilia, ma anche quelli della Calabria e dell’Italia Meridionale?”.


Il possibile movente

In ordine al movente da cui sarebbe scaturito l’ordine di uccidere il Presidente della Regione siciliana, significative appaiono le dichiarazioni rese al giudice istruttore dal capo di Gabinetto dell’on. Mattarella, la dott.ssa Maria Grazia Trizzino.

La donna racconta come, di ritorno da un viaggio a Roma nel quale aveva incontrato l’allora Ministro degli Interni Virgilio Rognoni, il Presidente le aveva confidato di temere per la propria incolumità e che se gli fosse accaduto qualcosa, quel qualcosa avrebbe dovuto essere ricollegato con l’incontro romano avuto col Ministro: “Se dovesse succedermi qualcosa di molto grave per la mia persona – queste sono le parole che la donna rammenta di avere sentito pronunciare da Mattarella – si ricordi questo incontro con il Ministro  Rognoni, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”.

Queste le parole affidate dall’uomo politico con assoluta riservatezza alla sua assistente, tanto da rivelarle anche che non aveva alcuna intenzione di ripeterle nè a sua moglie, né a suo fratello. Avendo notato l’espressione incredula apparire sul volto della donna, Mattarella ebbe a dirle: “signora, io le parlo molto seriamente”.

Sono tre le vicende contenute nelle carte processuali denunciate probabilmente da Mattarella al Ministro degli Interni.  Si tratta di episodi  relativi alla normale attività istituzionale dell’Ente Regione, che però erano sintomatici del livello di infiltrazione di Cosa Nostra sia all’interno del comune di Palermo che in Regione Sicilia. La prima era stata l’inchiesta per corruzione condotta dalla Procura di Firenze nei confronti dell’assessore regionale ai Lavori Pubblci Rosario Cardillo, esponente del Partito Repubblicano della giunta Mattarella. Il politico era stato trovato in possesso di una valigetta di denaro ritenuto il frutto di una dazione corruttiva. 

Dai lavori della commissione di inchiesta sulle opere pubbliche realizzate da Cardillo, voluta dal Presidente, emerse come le ditte invitate a partecipare alle gare indette dalla Regione fossero sempre le stesse. Alcune di queste erano anche iscritte con nomi diversi, ma tuttavia facevano riferimento sempre agli stessi soggetti; inoltre nella gran parte dei casi queste imprese avevano sede nel comune di San Giuseppe Jato. La seconda vicenda riguardava una concessione edilizia relativa ad’un’area di Palermo situata nei pressi di viale Lazio, regolarmente ottenuta dal costruttore romano Piperno, il cui ottenimento era condizionato al rilascio della relativa licenza entro un periodo di tempo limitato di 180 giorni.

La terza era relativa al meccanismo di designazione dei funzionari collaudatori degli edifici pubblici, accreditati presso la Regione. Tale designazione permetteva di ottenere compensi molto elevati rispetto alla media degli stipendi dei funzionari regionali, proporzionati alla grandezza degli edifici certificati.

Il meccanismo di designazione rappresentava però un monopolio gestito secondo criteri privatistici e poco trasparenti che il Presidente Mattarella intendeva scardinare: “Il Presidente si proponeva di inserire in un disegno di legge di riforma dell’Amministrazione Regionale una normativa che sancisse l’assegnazione dei collaudi soltanto a tecnici qualificati, quali i funzionari del Genio Civile e del Provveditorato alle Opere Pubbliche. Si sarebbe evitata così la grossa disparità di trattamento economico nella categoria dei funzionari regionali, cioè tra quelli assegnatari di collaudi, una minima parte, e tutti gli esclusi”.

Questi tre episodi relativi alla vita amministrativa dei due importanti Enti Locali non possono da soli essere stati l’origine della decisione di Cosa Nostra di bloccare definitivamente la politica di moralizzazione e di pulizia intrapresa dalla nuova Giunta, tuttavia la polizia giudiziaria ha sottolineato come il disvelamento dei nomi dei funzionari regionali addetti al collaudo degli edifici pubblici di nuova edificazione,  rappresentava la testimonianza concreta di un intento moralizzatore che avrebbe comportato ulteriori denunce di irregolarità ed illegalita’, sia a livello regionale che comunale. Illegalità che avevano rappresentato fino ad allora delle rendite di posizione in grado di produrre ingenti introiti di natura economica solo per pochi.


Le rivelazioni di Izzo e Pellegriti

In un ANSA del 20 ottobre 1989 si da conto delle fasi del maxi processo a Cosa Nostra in corso a Palermo in Corte d’assise d’appello. Nella fase dibattimentale si affronta il capitolo degli omicidi politici, in particolare quello del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Sul banco degli imputati siedono Valerio Giusva Fioravanti e Gilbero Cavallini. Già nella fase di istruzione le prove raccolte dall’accusa sono importanti: il riconoscimento fotografico di Fioravanti compiuto dalla vedova dell’uomo politico, il racconto di alcuni pentiti in particolare di Francesco Mangiameli, ucciso per vendetta dai NAR nel settembre del 1980, e quelli di Angelo Izzo e Giuseppe Pellegriti.

Gli inquirenti sono anche riusciti a dimostrare la presenza in Sicilia, nei giorni dell’omicidio, sia di Fioravanti, accompagnato da Francesca Mambro, che di Cavallini. Secondo la ricostruzione fatta del giudice istruttore Giovanni Falcone, Mattarella sarebbe stato ucciso dai due NAR come contropartita per la  liberazione da parte di Cosa Nostra del neofascista Pierluigi Concutelli, detenuto in carcere dove sta scontando un ergastolo. Nella fase dibattimentale l’accusa mette a confronto Izzo, condannato all’ergastolo per concorso nell’omicidio del Circeo, ed il pentito dei NAR Giuseppe Pellegriti, per verificare le rispettive versioni. (cm)

     

   

  

   

 

 

 

 

 

Appalti Ama: l’esame della Commissione d’accesso

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Il 1 giugno è stata ascoltato, nell’ambito del processo Mafia Capitale, il prefetto Marilisa Magno attuale Prefetto di Potenza, all’epoca dell’indagine Presidente della Commissione di accesso. Il teste ha deposto sull’azienda municipalizzata dei rifiuti AMA, argomento trattato nella relazione  della Commissione alle pagine 542- 591.

Come società di natura privatistica Ama spa nasce nell’agosto del 2000 sotto la sindacatura di Francesco Rutelli, ed ha come unico azionista il Comune di Roma. In base alla normativa dell’art. 113 del TUEL ex dl n.267/2000 il modello di affidamento del servizio da essa configurato viene denominato in house providing, letteralmente affidamento in proprio.

L’articolo 113 raccoglie una serie di pronunciamenti della giurisprudenza comunitaria in base alla quale l’ente locale può concedere in gestione un servizio pubblico da esso partecipato ad un privato, senza procedere ad una gara ad evidenza pubblica, tramite affidamento diretto.

Ciò può avvenire a patto che vengano rispettati determinati requisiti. In particolare la maggior parte delle attività svolte dalla società in house devono essere effettuate per conto della controllante, che nel caso di Ama è il Comune; secondariamente il gestore deve essere sottoposto ad un controllo analogo da parte dell’ente per conto del quale sta gestendo il servizio, sempre il Comune, laddove con tale espressione si intende un controllo che risulti nella sostanza uguale a quello che l’ente pubblico eserciterebbe nel caso in cui gestisse il servizio direttamente.

Il rapporto tra il Comune e la municipalizzata dei rifiuti investe le principali macro aree di gestione nelle quali viene suddivisa AMA, che sono: la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti; quella ordinaria delle aree cimiteriali; ed infine tutta una serie di servizi e attività residuali quali il decoro urbano e la pulizia delle strade. A partire dal 2003 questi rapporti sono stati regolati attraverso contratti di servizio.

Limitatamente alla gestione dei rifiuti urbani, dal 2003 al 2005 tra Comune ed Ama  è stato sottoscritto un contratto triennale approvato sia dal consiglio di amministrazione di Ama che dalla Giunta comunale; questo prevede che tutti i costi di gestione del servizio debbano essere coperti dalla tariffa dei rifiuti solidi urbani (Tarsu): e ciò in quanto Ama viene delegata dal Comune anche alla riscossione della tariffa.

Lo stesso contratto iniziale prevedeva che alla sua scadenza si procedesse ad un nuovo rinnovo contrattuale. Cosa che non è mai avvenuta, poiché da ciò che risulta si è arrivati dal 2005, anno di scadenza del primo contratto, sino al 2014, attraverso una serie di proroghe.


La relazione del servizio ispettivo della Ragioneria

La Commissione prefettizia ha avuto accesso alla relazione del servizio ispettivo della Ragioneria dello Stato, e proprio da essa è emerso come la procedura di proroga seguita dal Comune sia stata abbondantemente censurata in quanto la società in house, proprio perché partecipata al 100% dall’ente locale, deve sottostare a determinati requisiti di pubblicità e trasparenza.

Esattamente come se si trattasse di un’amministrazione locale. In particolare tali requisiti riguardano il divieto di proroga dei contratti, l’adozione di precisi requisiti per il controllo, oltre ad una serie di procedure relative all’adozione di incarichi.

Di particolare interesse è la descrizione dei rapporti tra Ama e Roma Multiservizi spa, la società partecipata al 51% da Ama, e per il restante 49% dalle cooperative Manutencoop Facility Management spa e La Veneta Servizi spa.

I rapporti tra il Comune e l’azienda dei rifiuti vengono regolati attraverso contratti di servizio, sia per quel che riguarda la gestione dei rifiuti che per quanto attiene invece la gestione dei servizi cimiteriali. Il rapporto diretto è in prevalenza legato all’attività di controllo, che secondo il TUEL dovrebbe consistere in un controllo analogo.Tale attività di verifica investe sia i vari dipartimenti che la gestione amministrativa.

Il Comune di Roma aveva inoltra adottato uno specifico regolamento nel quale era previsto il controllo sulle sue partecipate.

In realtà sia il contratto di servizio relativo ai rifiuti che quello riguardante il servizi cimiteriali prevedono l’affidamento dell’attività di controllo ad un organismo esterno. Si tratta in particolare della Commissione di Controllo e di Vigilanza composta da cinque membri che possono essere anche esterni all’amministrazione, ed il cui onere grava su Ama.

Si tratta nella fattispecie di un Presidente, designato dal Comune, da due rappresentanti designati sempre dal Comune, ai quali se ne aggiungono altri due designati da Ama.

La Commissione viene affiancata da un organismo tecnico, che può anche essere individuato attraverso il ricorso a società esterne mediante gara ad evidenza pubblica. Anche questo organo tecnico è previsto dal contratto di servizio.

Dato che per legge la tariffa dei rifiuti deve coprire il 100% del costo del servizio, in essa rientra dunque anche l’attività esternalizzata di controllo.

Dal quadro appena descritto appare evidente come vi sia un evidente conflitto di competenza in capo all’organo di controllo, essendo due dei suoi membri nominati in quota Ama. Da ciò deriva come, secondo tale schema, in una specie di ossimoro controllore e controllato coincidano.


Panzironi e il cumulo di cariche

Un’ altra anomalia riscontrata dalla Commissione di accesso è stata quella della cumulazione delle cariche in capo all’ex amministratore delegato Franco Panzironi.

Lo statuto dell’azienda prevede quali organi societari un presidente, un amministratore delegato ed un consiglio di amministrazione, ai quali viene affidata la gestione dell’azienda.

In origine il cda era composto da cinque membri. In molti casi è accaduto che l’ad ricoprisse anche le deleghe di dirigente interno alla struttura, sulla base di un contratto a tempo determinato con scadenza corrispondente al termine del mandato del cda.  Dunque è stata riscontrata la coincidenza, in capo alla stessa persona, di una nomina di tipo politico, quella di ad, e di una di tipo tecnico-operativo, ovvero quella di direttore generale.

Anche in questo caso la relazione della Commissione ispettiva della Ragioneria dello stato ha censurato tale pratica dell’azienda. Primo perché vi è una eccessiva concentrazione delle funzioni di indirizzo politico in capo ad un soggetto già investito dei compiti gestionali della società.

Secondo poi, in quanto la procedura di nomina di un ulteriore dirigente, al di fuori della pianta organica, contrasta con quelli che sono i principi di un’azienda che, ancorché costituita come spa, gestisce risorse pubbliche e deve dunque sottostare alle regole previste per gli organismi pubblici: rispetto della pianta organica, nomina della dirigenza e attribuzione degli incarichi secondo i criteri previsti dall’art. 35 TU 165/2001, ovvero rispetto dei principi della trasparenza e della pubblicità sia nel caso di nomina di dirigenti che di attribuzione di incarichi.

Nel periodo in cui Panzironi è stato ad di Ama, dal 2009 al 2011, questi ha ricoperto anche la carica di presidente della controllata Roma Multiservizi spa.

In precedenza egli aveva ricoperto anche quella di presidente del cda di Ama.

Nel corso dell’assemblea ordinaria dei soci di Ama del settembre 2012, a seguito delle dimissioni di Panzironi viene stabilito di eliminare la figura dell’amministratore delegato e di istituire quella di direttore generale. Nell’agosto del 2011 il ruolo di Panzironi viene assunto da Salvatore Cappello, attraverso un incarico a tempo determinato.

Cappello resta in carica circa un anno e viene sostituito, nel settembre 2012, da Giovanna Giuseppina Anelli, che ricopriva sempre all’interno di Ama l’incarico di direttore amministrativo. Anelli diviene direttore generale con le deleghe di amministratore delegato. Nell’aprile del 2013 Giovanni Fiscon viene nominato nuovo direttore generale di Ama spa. Sia Anelli che Fiscon vengono nominati direttore generale, provenendo entrambe dall’organico di Ama. E questo perché la normativa vieta espressamente la nomina di dipendenti interni alla carica di amministratore delegato.

Non esiste invece una norma che ponga il divieto esplicito di nominare direttore generale un dipendente della società, anche se questo viene in seguito fornito delle deleghe per poter operare come amministratore delegato. Chè è esattamente ciò che è avvenuto alla Anelli.

Anche in questo caso la commissione ispettiva della Ragioneria generale ha censurato la procedura in oggetto la quale, pur non essendo espressamente illegale, non rispetta quei canoni di trasparenza, di pubblicità ed imparzialità previsti per una spa a capitale interamente pubblico cui è stata affidata direttamente la gestione del servizio di raccolta dei rifiuti urbani.


Amministrazione straordinaria e temporanea per le coop Edera, Cosp e Formula Ambiente

A seguito delle emergenze relative alle gare esaminate, secondo le ipotesi prospettate dalla Procura di Roma nell’inchiesta Mafia Capitale sarebbero state turbate in particolare le procedure n.18/2011 e la n.30/2013.

A tale proposito su richiesta del presidente dell’Autorità Anticorruzione (Anac) Raffaele Cantone, il Prefetto ha adottato nei confronti della società cooperativa Edera, verso la quale era stata anche emessa un’interdittiva antimafia, e del consorzio di cooperative CNS del quale facevano parte  le due società cooperative che si erano aggiudicate gli appalti di Ama spa n.18/2011 e 30/2013 (rispettivamente 29 giugno, COSP e Formula Ambiente), due provvedimenti di temporanea e straordinaria gestione.

In base all’art. 32 del dl n.90/2014 il provvedimento di amministrazione straordinaria e temporanea emesso nei confronti di un’impresa coinvolta in reati di grave entità, prevede che l’amministrazione dell’impresa stessa venga affidata a degli amministratori nominati attraverso lo stesso provvedimento.

Nella fattispecie gli organi di gestione ordinaria delle cooperative venivano sospesi e la gestione veniva affidata ad amministratori appositamente nominati col compito di portare a termine l’appalto vinto attraverso le gare che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state turbate.


Gli affidamenti a Roma Multiservizi spa

Come è stato già detto Multiservizi è una società partecipata da AMA spa e quindi indirettamente dall’Amministrazione capitolina. L’esame della Commissione d’accesso ha consentito di fare emergere una serie di irregolarità relative ad appalti affidati dall’Amministrazione capitolina alla partecipata in oggetto. Si tratta di irregolarità che per la loro gravità sono sintomatiche di un condizionamento da parte del sodalizio criminale imputato nel processo in corso a Mafia Capitale.

L’ex amministratore delegati di AMA spa Franco Panzironi è stato sia consigliere di amministrazione (dal 20/07/09 al 3/10/13) che presidente del cda (dal 20/07/11) di Multiservizi, e questo anche dopo essere decaduto dalla carica di ad di AMA, il 13/09/11.

Il primo appalto finito sotto la lente della Commissione è rappresentato dalla proroga dell’affidamento del servizio in favore della Global Service, relativamente al periodo 2013-14, segnalata in precedenza anche dagli ispettori del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Si tratta in particolare del servizio relativo ad una serie di attività tra le quali la pulizia interna ed esterna delle scuole, la sorveglianza, la custodia, il ripristino e la piccola manutenzione, il facchinaggio, la fornitura di materiali di consumo per scuole, la manutenzione ordinaria e straordinaria delle aree verdi nelle scuole e negli asili nido, l’assistenza al trasporto scolastico degli alunni, il servizio di integrazione del servizio di refezione negli asili nido ed il servizio di rilevazione presenze utenti presso le strutture educative e scolastiche.

Gli ispettori hanno anche contestato la regolarità dell’affidamento originario, secondo loro avvenuto “in palese contrasto con il contesto normativo vigente e con modalità ben poco trasparenti”.

Dunque essendo l’appalto in oggetto stato affidato originariamente in epoca antecedente al periodo preso in esame dalla Commissione (2008-2014), l’attenzione su di esso verrà limitata alla sola proroga, avvenuta in un’epoca in cui Panzironi ricopriva la carica di consigliere di amministrazione di Multiservizi.

Alla scadenza del contratto di appalto, avvenuta in data 31/07/13, la direzione competente dell’Ente anziché procedere con l’indizione di una nuova gara concedeva la proroga del servizio sino al 31/07/14, attraverso la determina n.2009 del 5/08/13, con il compenso individuato dalla somma di 52.000.000 di euro.

Il dirigente che concedeva la proroga era il dr. Antonio Pizzolla, che nel periodo in oggetto ricopriva la carica di direttore della Direzione di organizzazione, struttura inquadrata all’interno del Dipartimento Risorse Umane.


Un compenso sproporzionato

Nella relazione con cui viene contestata tale proroga,  tra le varie motivazioni indicate dagli ispettori del MEF, oltre a quelle generali e specifiche, vengono  evidenziati l’importo del contratto e la sua durata di un solo anno.

Per dare l’idea delle grandezze in campo, l’affidamento originario avvenuto con la determina n.1953 del 26/06/08 prevedeva un compenso di 29.294.918, 77 euro più IVA, a cui bisognava poi aggiungere anche il costo del servizio di manutenzione del verde negli asili nido (concesso con determina n.513 del 9/03/10), il cui importo era di 298.500 euro più IVA.

Dunque il compenso previsto dal contratto originario della durata di cinque anni era di euro 29.593.418, 77 più IVA, con una differenza rispetto alla proroga pari a 13.381.787, 84 più IVA, circa un terzo del compenso richiesto e un incremento dei costi del 30%.

Tale differenza dì costo non viene peraltro giustificata in alcun modo.

Roma Multiservizi aveva già ricevuto in affidamento il servizio in questione nel periodo 1/01/05 31/12/07, per un compenso pari a 105.002.466, 40 euro. Anche in quell’occasione l’affidamento avvenne in via diretta, senza gara.

In ultimo va rilevato come i soci di Ama spa (51%) in Multiservizi siano tutti soggetti privati. Si tratta in particolare di Manutencoop Facility Management spa (45,47%) e di La Veneta Servizi spa (3,53%). Trattandosi di due soggetti privati, non è possibile considerare rispettato quel requisito del controllo analogo che, assieme all’altro dell’attività prevalente per conto dell’affidatario, costituisce in base al TUEL la condizione essenziale per poter procedere all’affidamento diretto senza gara.


 Le attività di decoro urbano

Un’altra vicenda che ha attirato l’attenzione della Commissione d’accesso è quella delle fatture relative all’attività di decoro urbano. Nel corso della sua audizione il dott. Gaetano Altamura ha riferito di fatture relative all’attività di decoro urbano, nell’ambito del Dipartimento Tutela Ambiente,  per un importo complessivo di 2.209.460 euro.

Tra i documenti acquisiti dalla commissione e relativi alla vicenda in esame, vi è un carteggio tra Altamura e la Multiservizi nel quale il dirigente del Dipartimento Ambiente, esaminate le fatture, nega l’esistenza dei presupposti per procedere alla loro liquidazione (mancanza di impegno, atto di affidamento e convenzione); la nota in questione viene inviata per conoscenza al Ragioniere Generale ed al responsabile del servizio.

La risposta gli arriva dall’Ufficio Affari Legali della società, nella quale lo scrivente chiarisce che i servizi ai quali si fa riferimento nelle fatture riguardano un’attività svolta fino al 30/06/13 e proseguita per servizi non fatturati, per un importo pari a 730.400 euro.

La replica di Altamura, girata sempre per conoscenza al Ragioniere Generale, oltre che al Gabinetto del Sindaco ed alla Polizia locale, conferma che negli archivi dei vari Dipartimenti dell’Amministrazione non è stato individuato alcun atto che possa costituire fonte di obbligazione nei confronti della Multiservice. Questo mancato riconoscimento del debito darà luogo all’impossibilità di avviare la procedura di riconoscimento del debito fuori bilancio. In seguito Multiservizi invierà altre fatture le quali verranno respinte da Altamura con le stesse spiegazioni.

Dunque, ricapitolando, la Commissione di accesso, esaminando i documenti, ha scoperto che a seguito della richiesta del saldo delle fatture da parte di Roma Multiservizi, emergeva l’assenza di un contratto o di una convenzione in grado di impegnare formalmente l’Amministrazione di Roma Capitale nei suoi confronti; e ciò nonostante, i dipendenti della cooperativa in questione avrebbero continuato a fornire le prestazioni oggetto del contratto di appalto scaduto il 31/12/12, fino al mese di settembre 2013, periodo che corrispondeva, per altro, con la scadenza della presidenza Panzironi.

Dunque, visto che non sono stati riscontrati elementi in grado di dimostrare come il comportamento di Roma Multiservizi nascondesse un richiesta di utilità da parte del sodalizio indagato in Mafia Capitale, nè tanto meno il tentativo di ottenere il corrispettivo dei servizi prestati attraverso il riconoscimento del debito fuori bilancio, si è giunti alla conclusione secondo la quale si sarebbe trattato in apparenza di una proroga mascherata del servizio derivante da semplice mala gestione. (cm)

  

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