pecorelli

 

Un anno dopo il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, il 20 marzo 1979 viene ucciso a Roma il giornalista e avvocato Mino Pecorelli. Il direttore della rivista OP viene assassinato con un colpo alla testa mentre sale sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, poco distante dalla redazione del giornale in via Tacito.

Apparentemente non vi sarebbero testimoni del delitto, anche perché la strada, fatta eccezione per un bar, è priva di attività commerciali. Inoltre a quell’ ora, le 20:30 circa, gli uffici che popolano la strada ed il quartiere sono quasi tutti chiusi.

Un anno dopo, nella seconda metà di dicembre del 1980, i giornali pubblicano la notizia della presenza di un testimone che avrebbe assistito al delitto. Si tratterebbe di una persona che la sera dell’omicidio si era intrattenuta con la vittima per circa quattro ore, all’interno della redazione del giornale.

A svelare la sua esistenza sarebbero stati gli ex collaboratori di Pecorelli, che avrebbero raccontato agli inquirenti di come il loro direttore, poco prima di essere ucciso, si fosse intrattenuto per molto tempo in redazione con una persona. Questo fantomatico interlocutore, un uomo sulla quarantina, si sarebbe poi allontanato dalla redazione pochi secondi prima di Pecorelli, dirigendosi verso via Orazio. La stessa direzione presa poco dopo dal giornalista assassinato.

I giornali scrivono che il testimone avrebbe visto in faccia gli autori dell’omicidio, ma che non si sarebbe fatto vivo prima per timore “di fare la stessa fine” di Pecorelli. Gli investigatori sarebbero sul punto di identificarlo per consentire al sostituto procuratore che conduce le indagini, dott.Domenico Sica, di poterlo interrogare.

La pista che gli inquirenti starebbero battendo ha a che fare con le inchieste giornalistiche svolte da Pecorelli. In particolare, a seguito di una perquisizione, sarebbe stato trovato nell’ abitazione della vittima un dossier trafugato dall’ex servizio segreto SID.

I dirigente incaricato di redigere il rapporto trafugato sarebbe l’ex generale Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio in pensione. Nei primi sei mesi del 1975, prima di abbandonare l’Ufficio D, l’ufficiale avrebbe riferito agli inquirenti di avere affidato il dossier ad un suo sottoposto. Dunque l’ufficiale in pensione avrebbe respinto ogni addebito circa il trafugamento dei documenti riservati.

Nel dossier sarebbero state raccolte le prove sul traffico di petrolio libico nel quale sarebbe stato implicato l’allora fondatore del Nuovo Partito Popolare, Mario Foligni, oltre all’allora comandante della GdF Raffaele Giudice. Il pm Sica avrebbe iscritto sul registro degli indagati sia Maletti che l’ufficiale da questi chiamato in causa. I due varranno messi a confronto dal sostituto per cercare di comprendere chi dei due non dica la verità.


La scarsa protezione del testimone

Dal quotidiano La Stampa dell’ 8 marzo del 1996 si da conto di una fase delicata del processo che si svolge a Perugia per l’omicidio Pecorelli. Il procedimento, che vede imputati l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ed il senatore DC Claudio Vitalone, sta per ascoltare la testimonianza di Fabiola Moretti, ex compagna di Danilo Abbracciati e in seguito di Antonio Mancini.

Abbruciati muore nel 1982 in un conflitto a fuoco con una guardia giurata del Banco Ambrosiano, dopo avere ferito il vicepresidente della banca Roberto Rosone. Le ragioni del tentato omicidio ai danni di Rosone sarebbero legate al divieto da questi dato alla concessione di ulteriori crediti senza garanzie ad alcune società legate a Flavio Carboni.

Il faccendiere sardo era legato al mafioso Pippo Calò, appartenente al mandamento palermitano di Porta Nuova, lo stesso di Tommaso Buscetta.

La Moretti e il Mancini avrebbero riferito agli inquirenti di presunti rapporti tra alcuni esponenti della Banda della Magliana, in particolare Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis, con due funzionari del SISDE ed un ex sottufficiale di Polizia. La Moretti doveva confermare le sue dichiarazioni in aula, ma a causa di un incidente avvenuto presso il domicilio protetto nel quale risiedeva assieme al Mancini, si rifiuta di comparire.

Un appartenente al corpo dei Carabinieri, non addetto al servizio protezione testimoni, si sarebbe presentato presso il domicilio segreto della Moretti e del Mancini. Scopo della visita sarebbe stato quello di organizzare il trasferimento dei due testimoni in vista del processo. Quando emergono le prime contraddizioni nella versione del militare, Mancini si rifiuta di rispondere e ne nasce un alterco. L’udienza nell’aula del Tribunale di Perugia viene rinviata.


La versione della Moretti

Dagli atti della sentenza di primo grado sul processo Pecorelli, la  testimonianza della Moretti riguarda una serie di circostanze avvenute sia in epoca contemporanea che successiva al delitto.

In particolare gli incontri tra Vitalone, ritenuto il mandante del delitto, e De Pedis, ai quali lei avrebbe partecipato come accompagnatrice in epoca successiva all’omicidio; il possesso dell’arma del delitto da parte di Abbruciati e la sua conservazione presso i sotterranei del Ministero della Sanità ( le munizioni calibro 7,65 di marca Fiocchi e Gevelot ritrovate nei sotterranei erano compatibili con quelli usati nell’omicidio del giornalista);

la conoscenza dei volti dei mandanti, vale a dire di Stefano Bontade, che la Moretti aveva conosciuto nel corso di un viaggio a Palermo nel quale aveva accompagnato Abbruciati nella primavera estate del 1980-81, e di Giuseppe Calò, così come emerso da alcune intercettazioni ambientali; la conoscenza del nome di uno degli autori materiali del delitto, quel Massimo Carminati incaricato da Abbruciati di eseguire l’omicidio, così come riferito da Abbruciati e confermato anche nelle intercettazioni ambientali; il coinvolgimento di Abbruciati nell’omicidio, come sostenuto dallo stesso e ribadito nelle intercettazioni ambientali.


L’evasione di Toscano e il processo Turatello

Un ulteriore testimonianza che chiamerebbe in causa Vitalone quale mandante dell’omicidio Pecorelli sarebbe quella di Vittorio Carnovale, cognato di Edoardo Toscano, capo di una delle varie “batterie” in cui era strutturata la Banda della Magliana.

Toscano sarebbe evaso al termine di un’udienza del processo al sodalizio del quale faceva parte, dopo essersi nascosto all’interno dell’edificio B del Tribunale di piazzale Clodio, sotto l’aula Occorsio.  Toscano sarebbe poi stato fatto uscire dal Tribunale scortato da due appartenenti al SISDE.

L’evasione di Toscano sarebbe stata organizzata da Vitalone, in accordo con De Pedis, quale contropartita per l’esecuzione del direttore di OP. Ed è proprio da questo milieu composto da servizi segreti, massoneria deviata e cosa nostra che sarebbe maturato l’omicidio Pecorelli. Altra contropartita sarebbe stata rappresentata dall’aggiustamento del processo a carico di Francis Turatello, amico di Abbruciati.

Carnovale testimonierà al processo Pecorelli di avere dedotto da alcuni discorsi sentiti dai suoi gregari nella Banda, ed in particolare dal Toscano, di come nel delitto del giornalista fosse coinvolto l’ex senatore DC Vitalone.

Antonio Mancini, compagno della Moretti, riferirà in aula nel corso del processo della partecipazione all’omicidio di Angelo La Barbera. Legato a Salvatore Inzerillo, capo del mandamento palermitano del Passo di Rigano o Boccadifalco, La Barbera era uno dei killer piu’ sanguinari di cosa nostra.

Le dichiarazioni del Mancini trovano riscontro in quelle di Tommaso Buscetta, secondo il quale ad uccidere il giornalista sarebbe stata la mafia, indicando come mandanti i cugini Nino e Ignazio Salvo, personaggi legati alla corrente politica di Giulio Andreotti e vicini ai boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti.

Sempre Mancini riferirà agli inquirenti di avere saputo dal suo defunto amico Enrico De Pedis, ucciso nel 1991, di come ad uccidere Mino Pecorelli fossero Stati Carminati e La Barbera.

La stessa versione viene in seguito riferita al Mancini anche da Danilo Abbruciati, oltre al fatto che il delitto era stato posto in essere per ottenere i favori di un gruppo di potere al quale era legato il senatore Vitalone. Pecorelli sarebbe stato assassinato poiché era entrato in possesso dei documenti relativi al sequestro dello statista della DC Aldo Moro, documenti che gli avrebbero permessoo di ricattare Andreotti.


De Pedis Abbruciati e il SISDE

In un articolo del quotidiano La Stampa a firma Giovanni Bianconi e datato 15 marzo 1995, si da conto dell’arresto di due appartenenti ai servizi segreti cvili (SISDE), nell’ambito del processo Pecorelli allora in corso a Perugia.

Si tratta del capo reparto Mario Fabbri e del direttore di divisione Giancarlo Paoletti. Il gip di Perugia, Aldo Materia, ha ordinato l’arresto a Roma delle due barbe finte, su richiesta del pm Fausto Cardella, in quanto avrebbero mentito ai giudici che hanno condotto le indagini sull’omicidio del direttore del settimanale OP.

Il reato del quale i due appartenenti ai Servizi sono chiamati a rispondere sarebbe quello di “false informazioni al pm”, che prevede una pena da uno a cinque anni di reclusione.

La condotta delle due spie sarebbe stata finalizzata al tentativo di screditare i testimoni dell’accusa, Fabiola Moretti, Antonio Mancini e Vittorio Carnovale, che hanno indicato come presunti mandanti dell’omicidio del giornalista l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e l’ex senatore DC Claudio Vitalone.

Dalle indagini è emerso infatti come sia Fabbri che Paoletti avrebbero avuto rapporti con gli ex membri della Banda della Magliana Enrico De Pedis, Danilo Abbruciati ed Ettore Maragnoli, sia quando questi erano detenuti in carcere, che quando tornarono in libertà. I due appartenenti al SISDE avevano invece dichiarato ai magistrati di non averli mai conosciuti.

Fabiola Moretti ha raccontato di come il suo compagno Danilo Abbruciati avesse ottenuto dei vantaggi da questa collaborazione col SISDE: in particolare gli fecero riavere la patente ed il passaporto, ed inoltre gli fornirono del denaro ed un’ autovettura.      

Moretti ha raccontato inoltre di come il periodo di detenzione dell’Abbruciati fosse stato sensibilmente ridotto grazie all’appoggio del SISDE.

A rivelare gli ingressi in carcere dei due funzionari dei Servizi sarebbe stato l’ex vice direttore di Rebibbia, Maurizio Berbera.

Le due barbe finte avrebbero fatto pressione sui testimoni per spingerli a non deporre al processo Pecorelli, e ciò ne avrebbe fatto scattare l’ arresto.

Dopo tre giorni di detenzione presso il carcere militare di Forte Boccea i due funzionari del SISDE vuotano il sacco, raccontando ai magistrati di essersi effettivamente recati in carcere ad incontrare De Pedis, Abbruciati e Maragnoli, ma di averlo fatto solo per fini istituzionali.

Il capo reparto del SISDE, Mario Fabbri, ha raccontato agli inquirenti di come in quel periodo i Servizi stessero indagando sulla destra eversiva.

Il funzionario ha spiegato quindi di non avere ricordato la circostanza dato che l’esito della collaborazione richiesta non si rivelò fruttuoso, e di come questa venne subito accantonata.

Paoletti ha riferito ai magistrati di essersi recato il 9 aprile del 1982, poche ore prima della sua scarcerazione, ad incontrare Abbruciati in carcere per chiedergli notizie sull’estremista dei NAR Massimo Carminati. Qualche settimana più tardi Abbruciati morirà a Milano nel corso di un conflitto a fuoco. (cm)

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