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Claudio Meloni

Mese

dicembre 2016

La camorra a Roma e nel Lazio

tuscolano

Negli anni ‘ 70 alcuni clan di camorristi legati alla Nuova Famiglia del boss Carmine Alfieri si trasferiscono a Roma e nel basso Lazio. Hanno l’incarico di eliminare quei boss e quei soldati affiliati alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, scappati da Napoli e dalla Campania.

Dopo anni di predominio Cutolo stava perdendo la guerra contro gli emergenti Michele Zaza, Lorenzo Nuvoletta e Antonio Bardellino, ed alcuni dei suoi luogotenenti e gregari erano costretti a fuggire per evitare di cadere sotto i colpi dei loro avversari.

In quella spietata caccia all’uomo alcuni dei boss legati ad Alfieri, come Enzo Angelo Moccia da Afragola, Ferdinando Cesarano da Pompei, Marzio Sepe, Peppe Rocco e Geppino Autorino da Nola, decidono di trasferirsi in pianta stabile nella Capitale, diventando punto di riferimento per i gruppi criminali locali, oltre che per alcune famiglie campane.

Tra questi vi è anche Michele Senese, ex luogotenente di Moccia, che col fratello Gennaro guida un’organizzazione attiva nell’importazione illegale dalla Spagna e dall’Olanda di ingenti quantitativi di hashish e di cocaina. Grazie ai contatti con trafficanti internazionali, il gruppo dei Senese rifornisce una fitta rete di spacciatori in diverse zone della Capitale.

La potenza economica data dal traffico della droga, unita alle conoscenze con le famiglie campane e con quelle siciliane di Cosa Nostra (Crocifisso Rinziville di Gela, Acquasanta e Santa Maria del Gesù di Palermo), consente all’organizzazione guidata dal boss Michelino, originario di Afragola, di consolidare la sua posizione su Roma.

Gli ingenti proventi del traffico della droga vengono riciclati nell’acquisto di società che commerciano auto usate, ma anche attività commerciali, alberghi e ristoranti. In crescita è anche l’attività di usura, che consente di riciclare ingenti quantitativi di contante attraverso prestiti a tassi elevati.


Pecoraro in Antimafia: la criminalità a Roma non si limita solo al traffico di stupefacenti

In un’agenzia l’ AGI riferisce, nel settembre del 2011, di come il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, ascoltato in Commissione Antimafia presieduta dall’on. Giuseppe Pisanu, abbia spiegato che la criminalità della Capitale “non si limiti solo al traffico di stupefacenti ed ai conseguenti scontri per il controllo dello spaccio”. A seguito di indagini era infatti emersa una forte “presenza della criminalità organizzata”.

A destare particolare preoccupazione è soprattutto la ‘ndrangheta, “attiva nel riciclaggio e nel reinvestimento di capitali sporchi in attività commerciali, come dimostrato anche dal sequestro di alcuni locali nel centro storico”.

Ma non solo di ‘ndrangheta e di riciclaggio si tratta.

La camorra, la cui presenza sul territorio di Roma e del Lazio era già stata censita tempo addietro, ha stretto alleanze con la criminalità locale: “In alleanza con i clan cinesi – riferisce Pisanu – (la camorra) ha fortemente condizionato il mercato immobiliare di quartieri come l’Esquilino e il traffico di prodotti contraffatti”.

Ma il grosso dei ricavi della camorra deriva dallo spaccio degli stupefacenti.

La catena di omicidi registrata dagli inquirenti  era probabilmente legata “ad una contesa molto dura per la leadership ed il controllo dello spaccio di droga. Contesa che vede contrapposte piccole bande di spacciatori non collegate tra loro”.


Pecoraro: cresce l’imprenditorialità mafiosa

Il dato nuovo emerso nel corso dell’audizione del Prefetto è che a Roma e in Provincia esiste una piccola parte di imprenditori e di professionisti, avvocati, commercialisti e notai che, in cambio di utilità di vario genere è disposta a chiudere un occhio, o magari tutti e due, per favorire l’attività di riciclaggio delle organizzazioni criminali che operano sul territorio. Si va dalla costituzione di società da parte di prestanome con soci occulti gli stessi boss, all’acquisto di immobili attraverso interposte persone, fino alla mancata denuncia dell’acquisto di beni immobili e mobili registrati attraverso ingenti quantitativi di contanti di provenienza ignota. “Sembra emergere – afferma il Prefetto – un’ imprenditorialità mafiosa, costituita da gruppi di imprenditori, professionisti e altre figure, che, in cambio di favori o di altra utilità, cura gli interessi delle cosche”.

Spiega il Prefetto come si tratti di “soggetti, magari di basso profilo criminale per gli investigatori, che risultano però essere personaggi di non trascurabile spessore per le rispettive organizzazioni, attese le loro specifiche competenze e capacità individuali nella gestione delle attività economico-finanziarie”.

Sebbene manchi quell’elemento del controllo territoriale che contraddistingue le organizzazioni di stampo mafioso in senso stretto, la presenza concreta della camorra e della ‘ndrangheta la si riscontra dagli ingenti investimenti da queste operati: “pur non riscontrandosi un vero e proprio controllo del territorio da parte della criminalità organizzata, non si possono ignorare situazioni di preoccupazione, soprattutto in alcune aree, sia per la presenza di referenti delle principali famiglie mafiose, camorristiche e della ‘ndrangheta, sia per gli investimenti conclusi dagli stessi”.

“Il Lazio, ed in particolare Roma – prosegue Pecoraro –  sono zone in cui ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana investono somme ingenti per l’acquisizione di rilevanti attività economiche soprattutto nel campo alberghiero e della ristorazione: la Capitale, in particolare, appare snodo essenziale di affari leciti e illeciti, dove le organizzazioni criminali acquisiscono, anche a prezzi fuori mercato, immobili, società e attività commerciali nelle quali impiegano capitali illecitamente acquisiti.

La scelta di effettuare investimenti a Roma – prosegue Pecoraro – si spiega con il fatto che si tratta di un territorio non caratterizzato da forme di allarme sociale tipiche di altre realtà e in cui non c’è la necessità di contendersi i comparti economico-imprenditoriali, per il semplice motivo che c’è posto per tutti”.

Con specifico riferimento a Cosa Nostra “lo scenario regionale – afferma il Prefetto – presenta un variegato spettro di presenze di elevato profilo, non solo nella Capitale: le attività primarie dei clan spaziano dal traffico di droga al reimpiego dei capitali illeciti nei settori commerciali, immobili e finanziari, al commercio delle auto.

La presenza della ‘ndrangheta ha fatto registrare negli anni più recenti “un’accresciuta vitalità, grazie alla presenza di gruppi collegati all’organizzazione madre, della quale hanno mantenuto la fisionomia comportamentale: i settori di maggiore interesse si confermano quelli immobiliare, alberghiero e della ristorazione, gli stupefacenti, il gioco d’azzardo, il commercio di preziosi.

Molto forte anche la presenza camorrista – prosegue ancora Pecoraro – per l’esistenza di referenti su territorio di molti clan, favorita dalla vicinanza con la Campania: riciclaggio, truffe, estorsioni, usura e ricettazione, oltre a garantire forti redditi, risultano la base per l’infiltrazione in attività economiche legali”.


L’arresto di Senese

Il punto di svolta negli equilibri politici dei clan che gestiscono a Roma il traffico degli stupefacenti avviene nel dicembre del 1997, con l’uccisione nel quartiere di Centocelle di Gennaro Senese.

Dall’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino, nel quale era recluso grazie ad una perizia farlocca, Michele Senese ordina di vendicare il fratello. Il responsabile della sua morte, il boss della Marranella Giuseppe Carlino, verrà eliminato sul lungomare di Torvaianica il 10 settembre 2010. Ad ucciderlo sarà il braccio destro di Senese, Domenico Pagnozzi, figlio di Gennaro Pagnozzi, boss di San Martino Valle Caudina.

Dopo un primo filone di indagini, l’inchiesta per l’omicidio Carlino conduce, nel 2003, ad una prima archiviazione. Ma grazie alle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, nel 2004 la DDA di Roma riapre il caso, e si arriva così ad un primo arresto di Senese e di altre 5 persone.

Nel 2007 la Corte Suprema riconosce Michele Senese capace di intendere e volere, riconoscimento che gli vale l’ingresso in un istituto di pena ordinario. Sempre nel 2007 il Tribunale del Riesame annulla l’arresto del boss di camorra, e si procede con una seconda archiviazione.

Michele Senese viene arrestato nuovamente nel 2009, assieme ad altre 41 persone, per associazione mafiosa finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. E’ l’operazione Orchidea, condotta in contemporanea in sei regioni: Lazio, Campania, Emilia Romagna, Abruzzo e Puglia. Secondo gli inquirenti il boss gestiva il grosso del traffico degli stupefacenti nel quartiere Tuscolano.

Nel 2010 la Procura di Roma riesce a raccogliere nuove prove e ad incastrare Senese e gli autori dell’omicidio Carlino. Ma nel gennaio del 2013 il boss viene scarcerato per decorrenza dei termini. Il 27 giugno dello stesso anno Senese viene definitivamente arrestato mentre vaga per le strade di Ciampino. Aveva fatto perdere le sue tracce quando pendeva sul suo capo una condanna in secondo grado a 8 anni per traffico internazionale di stupefacenti.

Ma è solo nel gennaio 2016 che arriva per Senese e Pagnozzi la condanna a 30 anni della Corte d’assise d’appello di Roma. I due vengono riconosciuti responsabili dell’omicidio del boss Giuseppe Carlino. Sedici anni vengono inflitti a Raffaele Carlo Pisanelli e Giovanni De Salvo; dieci anni e 7 anni e quattro mesi invece ai due collaboratori di giustizia Antonio Riccardi e Vincenzo Carotenuto. Assolto Clemente Fiore, originariamente riconosciuto quale complice di Pagnozzi. 


 L’operazione Tulipano

Il 10 febbraio 2015 i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale, sgominano una rete di camorristi attiva prevalentemente nella zona del Tuscolano.

Le sessanta persone indagate, tra cittadini romani e campani, sono accusate a vario titolo di associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti in concorso, estorsione, usura, reati contro la persona, riciclaggio, intestazione fittizia di beni. Riconosciuta anche l’aggravante del carattere mafioso dell’organizzazione (416 bis).

Oltre al mercato della droga il sodalizio controllava anche i settori illegali del gioco d’azzardo e di quello clandestino. Incluso anche il collocamento e la gestione delle slot machine e delle video lotteries (VLT) all’interno degli esercizi commerciali. Sequestrati beni per 10 milioni, tra cui una gioielleria in via Barberini, due bar nel centro di Roma, due ristoranti a Trastevere, un distributore di gas, due autosaloni, un locale notturno, due negozi di prodotti per animali, ed un negozio di frutta e verdura.

Complessivamente vengono sequestrate venti società romane, 30 immobili, 72 veicoli e 222 rapporti finanziari. L’organizzazione riforniva le zone di spaccio di Tor Bella Monaca, Ponte Milvio, Centocelle, Borghesiana, Pigneto e Torpignattara. (cm)

   

   

  

Processo Mafia Capitale: la testimonianza di Campennì

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Quando la difesa di Salvatore Buzzi, l’avvocato Alessandro Diddi, domanda al teste Giovanni Campennì se gli risulti che la società Proserpina sia mai stata segnalata dalla Prefettura di Vibo Valentia per la presenza al suo interno di soggetti mafiosi, il teste risponde spiegando come suo padre, Eugenio Campennì, sia stato estromesso dal consiglio di amministrazione di quella società proprio a causa di quella lettera.

E’ il cuore della deposizione del socio e amico di Salvatore Buzzi, chiamato a testimoniare dalla difesa di quest’ultimo all’udienza del processo Mafia Capitale dello scorso 15 dicembre.

La Proserpina, società mista pubblico-privata ormai fallita, si occupava della raccolta dei rifiuti in una cinquanta di comuni della provincia di Vibo. Nata dalla fusione di una serie di piccole imprese locali, aveva come soci alcuni ex piccoli imprenditori, ciascuno titolare di una quota proporzionale ai conferimenti.

L’ipotesi accusatoria mossa dalla Procura di Vibo è che il fallimento della società sia stato fraudolento, ovvero ottenuto a seguito di una sensibile alterazione del patrimonio netto dell’azienda, oltre che del risultato d’esercizio, almeno a far data dal 2004 fino all’anno del fallimento effettivo avvenuto nel 2010.

La cosmesi di bilancio avrebbe permesso all’azienda in perdita di dimostrare una corretta gestione societaria, al fine di ottenere finanziamenti pubblici dal Commissario per l’emergenza ai rifiuti in Calabria. Finanziamenti in seguito dirottati su società alle quali Proserpina aveva nel frattempo subappaltato servizi.

Si trattava di società costituite da alcuni soci della stessa Proserpina per svuotarne le attività. Il gip della Procura di Vibo ha rinviato a giudizio otto persone con l’accusa di bancarotta fraudolenta, mentre la Procura ha trasmesso gli atti del fallimento, con dieci milioni di passivo, alla DDA di Catanzaro. Sarebbe emersa infatti la partecipazione alla vicenda indagata di alcuni personaggi vicini alla criminalità organizzata.


La presunta associazione mafiosa

Giovanni Campennì, classe ’66, risiede con la moglie a Nicotera, dove svolge l’attività di tecnico ambientale. La società per la quale lavora è la Fenice spa, intestata alla moglie Rascaglia Stefania. L’attività svolta dalla società è la vendita e il noleggio di attrezzature per la raccolta dei rifiuti e per le attività ambientali di pulizia in genere.

Il padre di Giovanni, Eugenio, deceduto nel 2014, è stato estromesso dalla Proserpina poiché la sorella di sua moglie, Caterina Rizzo, è la moglie di Giuseppe Mancuso attuale reggente della omonima cosca di Limbadi ( ora in carcere per un ergastolo).

Giovanni Campennì sarebbe dunque il nipote del boss della ‘ndrina Mancuso, una delle più potenti della Calabria, al pari dei Piromalli di Gioia Tauro, dei De Stefano di Reggio e degli Arena di Isola Capo Rizzuto.

Nel corso della sua testimonianza Campennì ha raccontato al Presidente e ai giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma di non frequentare più i suoi parenti e di non vedere suo zio, il boss, da almeno vent’anni.

La difesa di Buzzi ha passato in rassegna una serie di identificazioni da parte di Polizia e Carabinieri delle quali Campennì è stato fatto oggetto nel corso degli anni. Sempre accompagnandosi a personaggi appartenenti alla cosca Mancuso. Fatta eccezione per il nipote di Rocco Rotolo, Alessandro La Rosa, detto Santo, affiliato alla cosca Piromalli e condannato per 416 bis con sentenza del 5.12.14 della Corte d’appello di Reggio Calabria.

Fatto assumere da Campennì dopo aver vinto l’appalto dal comune di Vibo, commissariato dopo lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, il ragazzo ha partecipato alla pulizia delle spiagge del litorale, appalto gestito nel biennio 2013-14.

Dicevamo dei verbali di identificazione stilati dalle FF.OO a carico di Giovanni Campennì, come quello del 1994 attestante la contestuale presenza di Mancuso Francesco, classe ’57, condannato con sentenza definitiva nel 2008 per 416 bis. Si tratta del fratello di Giuseppe Mancuso, il boss della ‘ndrina omonima.

O quello in cui viene fermato con Salvatore Cutrello, due volte nel 2002 e una nel 2003. Cutrello è il marito di sua cugina, la figlia del boss Giuseppe, ed è stato condannato per traffico di armi e associazione criminale semplice. O ancora quando viene identificato nel 1995 mentre si accompagna in auto con Nicola Bevilacqua; quest’ultimo è stato condannato nel 2008 per 416 bis. E infine quando è stato identificato nel 1996 e nel 2004 assieme a Francesco Mancuso, classe ’71, anche questo condannato per 416 bis.

Campennì si è giustificato dicendo che, a parte una condanna per estorsione per la quale ha già scontato la pena prevista, non ha subito altre condanne. E in merito alle frequentazioni censite dalle FF.OO, ha affermato che Nicotera è un paese piccolo, dice, circa seimila abitanti, e a quanto pare lui li conosce tutti: “Io conosco tutti quelli di Nicotera – ha affermato Campennì – perché è un paese piccolino, ci conosciamo tutti. Come Francesco Mancuso, mi hanno potuto vedere dieci volte col sindaco, dieci volte col prete. E’ la stessa identica cosa..”.


La conoscenza di Salvatore Buzzi

Nel corso dell’udienza Campennì ha raccontato di come ha conosciuto Salvatore Buzzi per motivi legati alla sua attività professionale.

A seguito del fallimento della Proserpina, il servizio di raccolta dei rifiuti nella provincia di Vibo viene svolto da una società che subentra a quella fallita.

Il soggetto giuridico delegato è composto dal Formula Ambiente, una società cooperativa di Cesena, e da Eurocop, una società di Catania.

La ditta che fornisce i compattatori a Formula Ambiente, tutti di marca Autobren, è di Vicenza ed appartiene a Maurizio Greslin,  conoscente di Campennì.

Il direttore generale di Formula Ambiente, Franchini Maurizio, chiama Greslin chiedendogli se in provincia di Vibo vi sia un concessionario della Autobren. E così il 28-29 luglio 2012 Franchini contatta Campennì: i due fissano un incontro a Vibo, e in quell’occasione Campennì conosce sia Franchini che Salvatore Buzzi, quest’ultimo qualificatosi come rappresentante di Formula Ambiente.

Franchini chiede l’aiuto di Campennì in favore di Buzzi, così da consentirgli di svolgere il servizio di raccolta rifiuti sul territorio. Campennì fornisce tutte le informazioni necessarie per svolgere l’attività, dal rifornimento del carburante per i mezzi, ai parcheggi.

I comuni interessati dalla Proserpina attraversavano un’emergenza ambientale,legata al fatto che i rifiuti non venivano raccolti da almeno quindici giorni.

Campennì racconta di avere fornito a Formula Ambiente quattro furgoni, nell’attesa che questa ricevesse i suoi mezzi dalla sede centrale.


L’apertura del CARA di Cropani Marina

Campennì spiega in aula come la sua partecipazione all’apertura del CARA di Cropani Marina sia avvenuta successivamente alla vicenda della raccolta dei rifiuti in provincia di Vibo.

Il teste racconta di essere stato contattato da Buzzi, il quale era in viaggio diretto a Cropani. Qui, in pochi giorni, aveva intenzione di aprire un Centro di Accoglienza per Rifugiati e richiedenti Asilo.

Dopo avere preso visione del posto, Buzzi invita Campenni’ a raggiungerlo, lasciandogli una serie di incombenze in modo da arrivare al termine prestabilito nelle condizioni di poter aprire il Centro.

Campennì si impegna anche a contattare e selezionare nei termini previsti il personale. Lui stesso verrà assunto con la qualifica di magazziniere. In quell’occasione Campennì racconta di avere sentito parlare per la prima volta di Luca Odevaine, ed anche di avere conosciuto un suo stretto collaboratore, Mario Schina, assunto anche lui tra lo staff del centro. Campennì ricorda anche di come Buzzi gli abbia riferito della sua intenzione di aprire un ulteriore centro a Rosarno.

A tale scopo Buzzi gli chiede di mettersi a disposizione di Odevaine, cosa che lui farà. Così Campennì andrà all’aeroporto a prelevarlo, per poi accompagnarlo a Rosarno e restare con lui per tutta la durata del suo soggiorno.

Buzzi, secondo il racconto del teste, chiede ad Odevaine in procinto di aprire uno sportello informativo per migranti a Rosarno grazie a un finanziamento della Fondazione Coca Cola, se voleva aggregare le due iniziative, così da poter abbattere i costi, proposta che Odevaine accetterà.

Campennì ha anche riferito di non avere avuto più alcun rapporto ne con Odevaine e ne con la sua Fondazione Integrazione.


La famiglia

Ancora sulla posizione dei suoi familiari, Campennì racconta di avere due fratelli, Cosimo e Francesco Antonio. Quest’ultimo è stato condannato per traffico internazionale di stupefacenti ed è attualmente titolare di una rivendita di auto. Cosimo invece è stato per un certo periodo titolare di un’agenzia di promozione di spettacoli ed eventi, attività sottoposta a procedura fallimentare. Racconta Giuseppe come il fratello svolga attualmente l’attività di cameriere. La società gestita da Cosimo era la Campennì e Ferraro Management srl.

Nel 2015 la DDA di Catanzaro ha accertato come la società in questione, assieme alla Music & Co riconducibile sempre a Cosimo Campennì sebbene entrambe fallite, avrebbero usufruito di contributi pubblici. Nell’occhio degli investigatori sarebbero finite alcune operazioni bancarie sospette tra il network radio commerciale RTL, la Music & Co e la Campennì Ferraro Management srl.

Quest’ultima sarebbe stata, sempre secondo gli inquirenti, una concessionaria di pubblicità con contratto di esclusiva per tutta la Calabria in relazione agli spettacoli organizzati dalla Radio. Il socio di Cosimo, Giuseppe Ferraro, sarebbe stato arrestato per estorsione. Il Gruppo RTL sarebbe in seguito risultato estraneo all’attività illegale posta in essere dai due soci. (cm)

Le reti e i cellulari vpn

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Una rete VPN è una rete di comunicazione privata (Virtual Private Network) tra soggetti che utilizzano un protocollo di trasmissione pubblico. Le VPN più comuni utilizzano la rete internet.

Secondo numerose fonti tra gli esperti del settore, le reti di comunicazione VPN godono di un grado di sicurezza paragonabile solo ad una rete dedicata.

Attraverso una VPN è possibile collegarsi via internet ad una determinata rete informatica, ad esempio quella dell’azienda per la quale si lavora,  attraverso un client, come se fisicamente si fosse in azienda. In questo modo è possibile utilizzare risorse condivise dai pc collegati in rete, come la posta elettronica o un software di gestione o ancora archivi e banche dati.

La generazione più recente di VPN prevede una loro implementazione attraverso i sistemi operativi più comuni, ad esempio Android, attualmente quello più diffuso.

Per garantire una maggiore sicurezza le reti VPN utilizzano normalmente una modalità di accesso, ed inoltre possono impiegare anche dei sistemi di codifica, in grado di garantire la cifratura al traffico che utilizza la rete virtuale. In alcuni casi le reti in questione possono utilizzare dei protocolli  che impediscono violazioni della sicurezza.

L’elemento che caratterizza la rete VPN è la sicurezza della connessione; questo perché è necessario proteggere il pc che lavorano in rete da eventuali attacchi esterni come virus, trojan o malware. Per tale ragione l’accesso alla rete privata PVN deve essere soggetta a delle formalità, che possono essere costituite da una password, o da smartcard, o anche da un riconoscimento tramite impronte digitali o retina.


L’NSA e il Fishball

Nel 2012 la National Security Agency (NSA) ha sviluppato per alcuni suoi dipendenti un tipo di cellulare su sistema Android che impiega una rete di comunicazione VPN. Il progetto di cellulare denominato Fishball, ha visto inizialmente la produzione di un centinaio di esemplari, distribuiti in seguito tra quei soggetti con una maggiore esigenza di sicurezza legata allo scambio di informazioni classificate.

Le applicazioni disponibili per questo tipo di telefono vengono rilasciate da un app store gestito da un’Agenzia del Ministero della Difesa statunitense. In questo modo gli agenti non sono costretti a valutare il livello di sicurezza della applicazione che intendono acquistare. In base ai protocolli dell’NSA le chiamate vocali hanno una doppia cifratura, attraverso l’impiego dei sistemi di crittazione IPSEC e SRTP. Per garantire un maggiore livello di sicurezza, tutto il traffico generato da un apparecchio dell”NSA viene filtrato attraverso i sistemi dell’NSA.


Haking Team ed il Fishball

Tra le mail pubblicate sul suo sito da Wikileaks l’8 luglio 2015, circa un milione di comunicazioni riguardano la società italiana di sicurezza informatica Haking Team.

Quello stesso mese Wikileaks aveva dato il via all’operazione Spy Files, pubblicando una serie di comunicazioni di società di sicurezza informatica che avevano venduto software di sorveglianza anche in paesi denunciati pubblicamente da Amnesty International per la violazione costante e ripetuta dei diritti umani.

Nel caso della Hacking Team il sito-organizzazione che fa  capo a Julian Assange era andato anche oltre, pubblicando le fatture pagate dai governi sotto embargo per la vendita di prodotti di spionaggio informarmatico e di controllo della rete, tecnologie  commercialmente equiparate agli armamenti, tra cui l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto.

Per poi scoprire, nel novembre dello stesso anno, come ad intrufolarsi nei sitemi informatici dell’azienda di sicurezza italiana fossero stati due suoi ex dipendenti, in grado di trafugare il codice sorgente di quello che fino ad oggi rappresenta uno dei prodotti più temibili sul mercato della cyber sicurezza: il Remote Control System Galileo.


Vincenzetti e il blackphone

Tra le varie comunicazioni pubblicate da Wikileaks, abbiamo anche lo schema  tecnico del telefono VPN a prova di intercettazione, realizzato dall’NSA.

In una delle prime mail interne che Vincenzetti, il fondatore e ceo di Hacking Team, invia al suo sviluppatore capo, Fabrizio Cornelli, si parla di questo famigerato cellulare appellandolo col nome di “blackphone”.

E’ il 2 luglio del 2014 e l’azienda sta aspettando che l’NSA invii un esemplare di “blackphone” per poterne esaminare le caratteristiche.

Vincenzetti dice che è ancora troppo presto per esprimere un giudizio su di un prodotto che ancora deve essere messo sul mercato. Tuttavia il manager già conosce ed è in grado di apprezzarne alcune caratteristiche, come il fatto che il telefono utilizzi il software Android e di come questo abbia la caratteristica di  consentire di migliorare il suo standard di sicurezza.

Altra caratteristica interessante del blackphone è data dal fatto che il software acquisisca gli aggiornamenti, l’upgrade del sistema operativo, Up-the-air ovvero attraverso il sistema di connessione wireless.

Ultima considerazione del boss di Hacking Team è che qualsiasi attacco informatico il cellulare in questione possa subire (specific exploit), i suoi effetti negativi possano comunque essere ridotti, attraverso una ricompilazione del kernel e del Sistema.

“Qualsiasi attacco – chiude Vincenzetti – potrà durare solo poco tempo”.

Attualmente il cellulare blackphone, prodotto dalla Silent Circle con sede a Le Grand Saconnex, Svizzera, è disponibile sul mercato al costo di 619,99 euro.


La sicurezza dei cellulari

In una mail inviata da Vincenzetti ai suoi principali collaboratori, il ceo di HT sottolinea come, dopo le rivelazioni di Edward Snowden, la sicurezza dei cellulari costituisca una effettiva esigenza per determinate categorie di utenti, e di come in alcuni casi il mercato tenti di soddisfare tale richiesta offrendo prodotti particolari.

E’ il caso dei telefoni venduti dalla Silent Circle e dalla americana FreedomPop.

Tuttavia, per chi per esigenze di lavoro abbia necessità di avere elevati standard di sicurezza, come ad esempio chi comunica informazioni riservate o documenti confidenziali,  in tal caso occorre un prodotto specifico realizzato da chi, come HT, si occupa per mestiere di sicurezza informatica.

“Per chi è effettivamente preoccupato – scrive Vincenzetti – per lo spionaggio del governo, per quello di eventuali hackers, o anche solo di applicazioni in grado di condividere le proprie informazioni (dalla propria posizione alle foto ai propri contatti) la domanda è: vale la pena di acquistare quei cellulari disponibili sul mercato dotati degli accorgimenti pensati per tale scopo ? La risposta è no.

E’ possibile, attraverso semplici passi, contattando l’esperto della sicurezza informatica dell’azienda presso la quale si lavora, proteggere il proprio cellulare, forse anche meglio dei cellulari che si trovano sul mercato. Può anche essere meglio utilizzare un

I Phone, a patto di osservare alcune indicazioni sulla sicurezza”.

– proteggere il proprio cellulare con una password ed usate la crepitazione per i dati contenuti in memoria.

– Utilizzate app che abbiano una crittazione sia per le chiamate che per la messaggistica.

– Aggiornare rigorosamente il software del cellulare

– Se viaggiate spesso e vi trovate in paesi in cui il livello di sicurezza è basso, utilizzate per telefonare una VPN.

Silent Circle e FreedomPop sono in grado di offrire prodotti che garantiscono un maggiore livello di sicurezza rispetto alla media del mercato, criptando i dati memorizzati dal cellulare. Ambedue le società sono in grado di offrire un maggior livello di sicurezza sia nelle conversazioni a voce che in quelle scritte, per entrambe gli interlocutori, oltre alla possibilità di rendere anonimi i propri dati attraverso una virtual private network.

Nessuno degli accorgimenti adottati dal Blackphone o in generale dalla FreedomPop son in grado di resistere alla sorveglianza del Governo nel caso in cui si è fatti oggetto di una sorveglianza specifica, tuttavia, avverte Vincenzetti, è possibile per un certo tempo sfuggire ai normali canoni di controllo ai quali tutti noi siamo costantemente sottoposti. (cm)

Bugie e pressioni al processo Pecorelli

 

pecorelli

 

Un anno dopo il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, il 20 marzo 1979 viene ucciso a Roma il giornalista e avvocato Mino Pecorelli. Il direttore della rivista OP viene assassinato con un colpo alla testa mentre sale sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, poco distante dalla redazione del giornale in via Tacito.

Apparentemente non vi sarebbero testimoni del delitto, anche perché la strada, fatta eccezione per un bar, è priva di attività commerciali. Inoltre a quell’ ora, le 20:30 circa, gli uffici che popolano la strada ed il quartiere sono quasi tutti chiusi.

Un anno dopo, nella seconda metà di dicembre del 1980, i giornali pubblicano la notizia della presenza di un testimone che avrebbe assistito al delitto. Si tratterebbe di una persona che la sera dell’omicidio si era intrattenuta con la vittima per circa quattro ore, all’interno della redazione del giornale.

A svelare la sua esistenza sarebbero stati gli ex collaboratori di Pecorelli, che avrebbero raccontato agli inquirenti di come il loro direttore, poco prima di essere ucciso, si fosse intrattenuto per molto tempo in redazione con una persona. Questo fantomatico interlocutore, un uomo sulla quarantina, si sarebbe poi allontanato dalla redazione pochi secondi prima di Pecorelli, dirigendosi verso via Orazio. La stessa direzione presa poco dopo dal giornalista assassinato.

I giornali scrivono che il testimone avrebbe visto in faccia gli autori dell’omicidio, ma che non si sarebbe fatto vivo prima per timore “di fare la stessa fine” di Pecorelli. Gli investigatori sarebbero sul punto di identificarlo per consentire al sostituto procuratore che conduce le indagini, dott.Domenico Sica, di poterlo interrogare.

La pista che gli inquirenti starebbero battendo ha a che fare con le inchieste giornalistiche svolte da Pecorelli. In particolare, a seguito di una perquisizione, sarebbe stato trovato nell’ abitazione della vittima un dossier trafugato dall’ex servizio segreto SID.

I dirigente incaricato di redigere il rapporto trafugato sarebbe l’ex generale Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio in pensione. Nei primi sei mesi del 1975, prima di abbandonare l’Ufficio D, l’ufficiale avrebbe riferito agli inquirenti di avere affidato il dossier ad un suo sottoposto. Dunque l’ufficiale in pensione avrebbe respinto ogni addebito circa il trafugamento dei documenti riservati.

Nel dossier sarebbero state raccolte le prove sul traffico di petrolio libico nel quale sarebbe stato implicato l’allora fondatore del Nuovo Partito Popolare, Mario Foligni, oltre all’allora comandante della GdF Raffaele Giudice. Il pm Sica avrebbe iscritto sul registro degli indagati sia Maletti che l’ufficiale da questi chiamato in causa. I due varranno messi a confronto dal sostituto per cercare di comprendere chi dei due non dica la verità.


La scarsa protezione del testimone

Dal quotidiano La Stampa dell’ 8 marzo del 1996 si da conto di una fase delicata del processo che si svolge a Perugia per l’omicidio Pecorelli. Il procedimento, che vede imputati l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ed il senatore DC Claudio Vitalone, sta per ascoltare la testimonianza di Fabiola Moretti, ex compagna di Danilo Abbracciati e in seguito di Antonio Mancini.

Abbruciati muore nel 1982 in un conflitto a fuoco con una guardia giurata del Banco Ambrosiano, dopo avere ferito il vicepresidente della banca Roberto Rosone. Le ragioni del tentato omicidio ai danni di Rosone sarebbero legate al divieto da questi dato alla concessione di ulteriori crediti senza garanzie ad alcune società legate a Flavio Carboni.

Il faccendiere sardo era legato al mafioso Pippo Calò, appartenente al mandamento palermitano di Porta Nuova, lo stesso di Tommaso Buscetta.

La Moretti e il Mancini avrebbero riferito agli inquirenti di presunti rapporti tra alcuni esponenti della Banda della Magliana, in particolare Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis, con due funzionari del SISDE ed un ex sottufficiale di Polizia. La Moretti doveva confermare le sue dichiarazioni in aula, ma a causa di un incidente avvenuto presso il domicilio protetto nel quale risiedeva assieme al Mancini, si rifiuta di comparire.

Un appartenente al corpo dei Carabinieri, non addetto al servizio protezione testimoni, si sarebbe presentato presso il domicilio segreto della Moretti e del Mancini. Scopo della visita sarebbe stato quello di organizzare il trasferimento dei due testimoni in vista del processo. Quando emergono le prime contraddizioni nella versione del militare, Mancini si rifiuta di rispondere e ne nasce un alterco. L’udienza nell’aula del Tribunale di Perugia viene rinviata.


La versione della Moretti

Dagli atti della sentenza di primo grado sul processo Pecorelli, la  testimonianza della Moretti riguarda una serie di circostanze avvenute sia in epoca contemporanea che successiva al delitto.

In particolare gli incontri tra Vitalone, ritenuto il mandante del delitto, e De Pedis, ai quali lei avrebbe partecipato come accompagnatrice in epoca successiva all’omicidio; il possesso dell’arma del delitto da parte di Abbruciati e la sua conservazione presso i sotterranei del Ministero della Sanità ( le munizioni calibro 7,65 di marca Fiocchi e Gevelot ritrovate nei sotterranei erano compatibili con quelli usati nell’omicidio del giornalista);

la conoscenza dei volti dei mandanti, vale a dire di Stefano Bontade, che la Moretti aveva conosciuto nel corso di un viaggio a Palermo nel quale aveva accompagnato Abbruciati nella primavera estate del 1980-81, e di Giuseppe Calò, così come emerso da alcune intercettazioni ambientali; la conoscenza del nome di uno degli autori materiali del delitto, quel Massimo Carminati incaricato da Abbruciati di eseguire l’omicidio, così come riferito da Abbruciati e confermato anche nelle intercettazioni ambientali; il coinvolgimento di Abbruciati nell’omicidio, come sostenuto dallo stesso e ribadito nelle intercettazioni ambientali.


L’evasione di Toscano e il processo Turatello

Un ulteriore testimonianza che chiamerebbe in causa Vitalone quale mandante dell’omicidio Pecorelli sarebbe quella di Vittorio Carnovale, cognato di Edoardo Toscano, capo di una delle varie “batterie” in cui era strutturata la Banda della Magliana.

Toscano sarebbe evaso al termine di un’udienza del processo al sodalizio del quale faceva parte, dopo essersi nascosto all’interno dell’edificio B del Tribunale di piazzale Clodio, sotto l’aula Occorsio.  Toscano sarebbe poi stato fatto uscire dal Tribunale scortato da due appartenenti al SISDE.

L’evasione di Toscano sarebbe stata organizzata da Vitalone, in accordo con De Pedis, quale contropartita per l’esecuzione del direttore di OP. Ed è proprio da questo milieu composto da servizi segreti, massoneria deviata e cosa nostra che sarebbe maturato l’omicidio Pecorelli. Altra contropartita sarebbe stata rappresentata dall’aggiustamento del processo a carico di Francis Turatello, amico di Abbruciati.

Carnovale testimonierà al processo Pecorelli di avere dedotto da alcuni discorsi sentiti dai suoi gregari nella Banda, ed in particolare dal Toscano, di come nel delitto del giornalista fosse coinvolto l’ex senatore DC Vitalone.

Antonio Mancini, compagno della Moretti, riferirà in aula nel corso del processo della partecipazione all’omicidio di Angelo La Barbera. Legato a Salvatore Inzerillo, capo del mandamento palermitano del Passo di Rigano o Boccadifalco, La Barbera era uno dei killer piu’ sanguinari di cosa nostra.

Le dichiarazioni del Mancini trovano riscontro in quelle di Tommaso Buscetta, secondo il quale ad uccidere il giornalista sarebbe stata la mafia, indicando come mandanti i cugini Nino e Ignazio Salvo, personaggi legati alla corrente politica di Giulio Andreotti e vicini ai boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti.

Sempre Mancini riferirà agli inquirenti di avere saputo dal suo defunto amico Enrico De Pedis, ucciso nel 1991, di come ad uccidere Mino Pecorelli fossero Stati Carminati e La Barbera.

La stessa versione viene in seguito riferita al Mancini anche da Danilo Abbruciati, oltre al fatto che il delitto era stato posto in essere per ottenere i favori di un gruppo di potere al quale era legato il senatore Vitalone. Pecorelli sarebbe stato assassinato poiché era entrato in possesso dei documenti relativi al sequestro dello statista della DC Aldo Moro, documenti che gli avrebbero permessoo di ricattare Andreotti.


De Pedis Abbruciati e il SISDE

In un articolo del quotidiano La Stampa a firma Giovanni Bianconi e datato 15 marzo 1995, si da conto dell’arresto di due appartenenti ai servizi segreti cvili (SISDE), nell’ambito del processo Pecorelli allora in corso a Perugia.

Si tratta del capo reparto Mario Fabbri e del direttore di divisione Giancarlo Paoletti. Il gip di Perugia, Aldo Materia, ha ordinato l’arresto a Roma delle due barbe finte, su richiesta del pm Fausto Cardella, in quanto avrebbero mentito ai giudici che hanno condotto le indagini sull’omicidio del direttore del settimanale OP.

Il reato del quale i due appartenenti ai Servizi sono chiamati a rispondere sarebbe quello di “false informazioni al pm”, che prevede una pena da uno a cinque anni di reclusione.

La condotta delle due spie sarebbe stata finalizzata al tentativo di screditare i testimoni dell’accusa, Fabiola Moretti, Antonio Mancini e Vittorio Carnovale, che hanno indicato come presunti mandanti dell’omicidio del giornalista l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e l’ex senatore DC Claudio Vitalone.

Dalle indagini è emerso infatti come sia Fabbri che Paoletti avrebbero avuto rapporti con gli ex membri della Banda della Magliana Enrico De Pedis, Danilo Abbruciati ed Ettore Maragnoli, sia quando questi erano detenuti in carcere, che quando tornarono in libertà. I due appartenenti al SISDE avevano invece dichiarato ai magistrati di non averli mai conosciuti.

Fabiola Moretti ha raccontato di come il suo compagno Danilo Abbruciati avesse ottenuto dei vantaggi da questa collaborazione col SISDE: in particolare gli fecero riavere la patente ed il passaporto, ed inoltre gli fornirono del denaro ed un’ autovettura.      

Moretti ha raccontato inoltre di come il periodo di detenzione dell’Abbruciati fosse stato sensibilmente ridotto grazie all’appoggio del SISDE.

A rivelare gli ingressi in carcere dei due funzionari dei Servizi sarebbe stato l’ex vice direttore di Rebibbia, Maurizio Berbera.

Le due barbe finte avrebbero fatto pressione sui testimoni per spingerli a non deporre al processo Pecorelli, e ciò ne avrebbe fatto scattare l’ arresto.

Dopo tre giorni di detenzione presso il carcere militare di Forte Boccea i due funzionari del SISDE vuotano il sacco, raccontando ai magistrati di essersi effettivamente recati in carcere ad incontrare De Pedis, Abbruciati e Maragnoli, ma di averlo fatto solo per fini istituzionali.

Il capo reparto del SISDE, Mario Fabbri, ha raccontato agli inquirenti di come in quel periodo i Servizi stessero indagando sulla destra eversiva.

Il funzionario ha spiegato quindi di non avere ricordato la circostanza dato che l’esito della collaborazione richiesta non si rivelò fruttuoso, e di come questa venne subito accantonata.

Paoletti ha riferito ai magistrati di essersi recato il 9 aprile del 1982, poche ore prima della sua scarcerazione, ad incontrare Abbruciati in carcere per chiedergli notizie sull’estremista dei NAR Massimo Carminati. Qualche settimana più tardi Abbruciati morirà a Milano nel corso di un conflitto a fuoco. (cm)

Ritratto di un ex monopolista di Stato

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Società romana di elettronica con sede in via Tiburtina 1020, Vitrociset è attiva in prevalenza nei settori Difesa e Sicurezza, occupandosi principalmente di sicurezza di reti di trasmissione, strumentazioni aeronautiche e sistemi di comunicazione a rete e satellitari.

La proprietà dell’azienda ha una storia interessante, ricostruita da Cesare Martinetti dalle pagine del quotidiano La Stampa, il 31 ottobre 1998.

In prime nozze Camillo Cruciani sposa Mirella Bogliolo. Da lei avrà due figli, Claudio e Daniela. Fuggito dall’Italia a seguito di una condanna a due anni e quattro mesi per l’affaire Lockheed, ripara in Messico dove muore “in esilio”, ma solo dopo avere ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota e avere sposato in seconde nozze Edoarda Wesselovky. Da questo secondo matrimonio Cruciani avrà altre due figlie, Camilla e Cristiana.

Nel ’98 Camilla convolerà a nozze con il principe Carlo di Borbone, cittadino del Principato di Monaco. Un patrimonio, quello dei Cruciani, che si inabissa nel sottosuolo italico dei faccendieri e dei boiardi di Stato della seconda metà degli anni ’70, quello dei fratelli Ovidio e Antonio Lefevre e degli ex ministri Luigi Gui (DC) e Mario Tanassi (PSDI).

Un fiume carsico di denaro e di partecipazioni azionarie appartenuto a Camillo Cruciani, ex insegnante di ginnastica con laurea ad honorem in ingegneria, che riemerge nel paradiso fiscale preferito dai patron e da piloti di Formula Uno. Sul letto di morte, infatti, l’ex uomo di fiducia di Cruciani, Girolamo Cartia, racconterà di avere ricevuto la titolarità della Ciset, la società di Cruciani, grazie ad un atto di vendita simulato posto in essere per sottrarre l’azienda al sequestro giudiziario legato allo scandalo Lockheed.

Prima di morire Cartia restituirà la titolarità della Ciset, che nel frattempo aveva mutato il nome in Vitrociset, ai figli del suo ex datore di lavoro, legittimi proprietari: Claudio, Daniela, Camilla e Cristiana, e alla sua ultima moglie.

Già da allora Vitrociset aveva ricevuto in appalto dallo Stato la manutenzione e il supporto logistico dei sistemi di comunicazione, di radio assistenza al volo e di radar assistenza degli allora trentanove aeroporti civili italiani.

Un business da 150 miliardi di lire l’anno, gestito in un quasi monopolio.


Gli appalti e le commesse

Allegato al bilancio di esercizio relativo al 2014 Vitrociset ha diffuso un elenco delle principali commesse acquisite da dipartimenti pubblici e da soggetti privati.

Tra quelle rientranti nella prima categoria vi sono le commesse del Ministero della Difesa, tra cui la più importante è sicuramente rappresentata dai “Servizi di supporto tecnico sistemistico C4 Difesa“. Si tratta di un contratto avente per oggetto i servizi di supporto Tecnico Sistemistico di governo dell’ infrastruttura integrata della Difesa, in supporto del comando C4 Difesa.

Quest’ultimo è l’organo preposto alle “attività gestionali volto a garantire l’efficienza delle funzioni di Comando, Controllo, Telecomunicazioni ed Informartica nell’ambito dell’Area Tecnico Operativa interforze, Tecnico Amministrativa centrale della Difesa e della Magistratura Militare”.

L’appalto in questione riguarda anche la manutenzione degli apparati tecnici (hardware), dei sistemi della Difesa e della fornitura di servizi di elevato livello professionale, “destinati allo sviluppo di nuovi progetti”. Altro progetto che la Vitrociset gestisce per il Ministero della Difesa, più precisamente per il NAMSA, l’acronimo che sta per NATO Mantenance and Supply Agency, il braccio esecutivo della NATO. Si tratta del contratto che ha per oggetto i servizi di supporto tecnico e logistico presso il poligono militare interforze di Salto di Quirra (PISQ), limitatamente all’anno 2015.

Altra commessa strategica per la società romana è quella del gigante americano dell’aeronautica militare Lockheed Martin.

Il contratto, acquisito nell’ambito del progetto internazionale F-35 Joint Strike Fighter (JSF), attiene alla produzione del Radio Frequency Cable Tester (RFCT), un sistema progettato e realizzato interamente da Vitrociset che consiste in un equipaggiamento portatile dall’elevato contenuto tecnologico (JSF F-35 RFCT set LRIP 7) usato dai piloti dei caccia per effettuare test nell’ambito di operazioni di ground support, supporto tattico offerto alle divisioni di terra anche in condizioni climatiche estreme.

Nell’ambito della sicurezza interna un appalto ottenuto dal Ministero dell’Interno di fondamentale importanza in ordine al contrasto al crimine ed al terrorismo internazionale è rappresentato dal progetto “Border Control System Italia“. Si tratta di una rete informativa che fornisce tutti i dati dei passeggeri in procinto di raggiungere l’Italia, a partire dalla fase del check-in. Il sistema confronta in tempo reale i dati di viaggio con quelli in possesso delle Forze di Polizia italiane (SDI), fornendo rapidamente gli esiti dei riscontri. All’interno di questo sistema di controlli Vitrociset ha sviluppato il sistema denominato Civil Air Traffic Monitoring (CATM), capace di fornire una sorta di frontiera virtuale dello spazio aereo italiano.

Attraverso i fondi europei destinati all’agenzia Frontex la Guardia di Finanza ha affidato a Vitrociset l’appalto che consiste nella realizzazione di collegamenti in fibra ottica. La commessa prevede l’installazione e l’attivazione di apparati dati e reti in fibra ottica su 32 comandi di frontiera del corpo.

Di rilevanza internazionale sono i due appalti ottenuti con il Centre National D’Etudes Spatial e con l’European Space Agency.

Il primo consiste nell’attività di assistenza tecnico-operativa ai sistemi di localizzazione, i cd Radar di Tracking, meteorologia e telecomandi attivi presso il Centro Spaziale situato nella Guyana francese, a supporto dei lanci dei satelliti Ariane 5, VEGA, e Soyouz. In questo ambito Vitrociset riveste il ruolo di Prime Contractor, cioè di capofila di un consorzio industriale che comprende l’italiana Telespazio, la spagnola GTD e la norvegese ROVSING.

La seconda fornitura, riguardante l’ESA, ha come oggetto il supporto ingegneristico ai vari direttorati dell’ESA, ed è gestito per il terzo anno dal centro ESTEC di Noordwijk. L’appalto riguarda principalmente l’attività dei direttorati tecnici o Tecnical Directorate (TEC), Science (SCI), Human Space Flight (HSF), Earth Observation Program (EOP).  Il supporto viene fornito presso  i centri di ESTEC (NL), EAC (DE) e ESOC (DE).

Dalla Banca D’Italia la società della famiglia Cruciani ha avuto l’incarico di realizzare un progetto per l’implementazione di servizi applicativi generalizzati (ESAG) per lo scambio di flussi informativi. Il progetto ha come focus quello di realizzare una piattaforma informativa aperta, sicura e allo stesso tempo accessibile, in grado di fornire servizi di trasformazione, memorizzazione, monitoraggio, inserimento di flussi di dati e di tabulati, sia da dipendenti della banca che da soggetti esterni, come la Banca Centrale Europea. La nuova struttura prenderà il posto delle due vecchie piattaforme

realizzate su mainfraim ZOS, con cui venivano gestiti i flussi di dati, i supporti magnetici ed i tabulati.

Per conto dell’Agenzia delle delle Dogane Vitrociset realizzerà un sistema di sicurezza avanzato per l’Area Ampia di Gioia Tauro. Il sistema permetterà agli operatori addetti di analizzare eventi e correlare segnali provenienti dai diversi sistemi installati. Sarà possibile anche analizzare i profili di minaccia ed individuare eventuali meccanismi ricorrenti mettendo in relazione i dati raccolti con quelli di analisi del rischio doganali, ed inoltre eventuali segnali “deboli” provenienti dal mondo  esterno, con particolare riferimento al genere di attività di analisi denominata “OSINT”.

Infine per conto del principale gestore di energia Terna spa Vitrociset ha ricevuto l’appalto di fornitura in opera di un sistema di gestione centralizzata dei vari apparati di sicurezza. Nello specifico si tratterà di realizzare un’innovativa piattaforma locale di gestione e controllo degli apparati di sicurezza fisica (videosorveglianza, antintrusione, anticendi, ecc.) presenti presso le stazioni di energia di Terna disseminate lungo la penisola, al fine di accentrare la loro gestione presso il Security Operating Centre di Terna spa.


Dalla Guerra del Golfo all’ Eda

Durante la guerra del Golfo, nel dicembre 2009, l’azienda apre una sede in Arabia Saudita. La ragione è legata all’acquisto da parte del paese arabo di una fornitura di Eurofighters, il caccia multiruolo costruito da un consorzio di imprese europee tra cui Finmeccanica tramite Alenia Aeronautica, la britannica Bae e la ispano germanica Eads. Vitrociset si occuperà della manutenzione della strumentazione di bordo.

Dopo averne preso in affitto le reti, sempre nel 2009 l’azienda romana acquisisce la Enterprise Digital Architects spa (Eda), società fallita nell’ottobre del 2007, che gestisce la Rete Interpolizie. L’affare appare subito estremamente vantaggioso, essendo costato solo 28 milioni di euro contro una base d’asta di 60. Da notare, poi, come la società, che viveva dei canoni versatele dalle forze di polizia, fosse entrata in una grave crisi di liquidità. Il noleggio per sei mesi attribuisce a Vitrociset un diritto di prelazione oltre ad un forte sconto sul suo valore effettivo, stimato in circa due miliardi.

Gestito assieme alla Selex SE del Gruppo Finmeccanica, che detiene una quota del capitale dell’azienda romana ( 1,46% mentre il restante 98,5% è detenuto attraverso la holding Ciset da Edoarda Wesselovky, vedova Cruciani), l’asset ha un’ enorme rilevanza strategica poiché è il sistema di trasmissione di voce, dati e video utilizzato oltre che da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, anche dalle Prefetture, dai Ministeri e dai Servizi, oltre che dalla Protezione Civile in caso di emergenza.

Stiamo parlando di una rete ultramoderna seconda solo a quella Telecom, utilizzata per trasferire informazioni strettamente riservate come le targhe di auto sospette o i riscontri relativi a indagini effettuate o a soggetti ricercati.

Fino all’autunno del 2007 Eda era in mano alla famiglia aretina dei Landi attraverso Eutelia, società in seguito entrata in procedura fallimentare.

La rete EDA era stata creata dalla svedese Ericsson a seguito dell’acquisto da parte di questa di due assets italiani molto importanti: Fatme e Sielte. Per gestire la rete era stata fondata nel 2000 la società Ericsson Enterprise, che in seguito cedette EDA a Damovo (Data Mobile Voice), del fondo d’investimento Apax.

Nerl 2006 la società entra in crisi e nel 2007 cede la rete ad Eutelia.


Il controllo del traffico aereo civile

In passato Vitrociset ha detenuto la proprietà dei radar e del software di gestione del traffico aereo nazionale.

Divenuta socia di Alitalia (1,33%) nel 2009, sotto la pressione del Parlamento nel 2006 Vitrociset è costretta a cedere all’ente di assistenza al volo (ENAV) tutti gli assets relativi alla gestione aerea confluiti nella controllata Vitrociset Sistemi srl, per la modica cifra di 108 milioni di euro. L’azienda ceduta assume in seguito il nome di Techno Sky srl. Fino ad allora l’Italia era l’unico paese in cui le reti e gli impianti di trasmissione dati dell’aviazione civile erano detenuti da una società privata.

Nell’aprile del 2016, in occasione della presentazione del bilancio in assemblea soci, la società ha annunciato di avere ricevuto ordini per 180 milioni, di cui più della metà da paesi stranieri, oltre ad un fatturato di 176,8 milioni e ad un utile netto di 4,5 milioni, in crescita del 2,6% rispetto all’anno precedente. L’assemblea soci ha nominato Presidente Riccardo Tiscini e amministratore delegato Paolo Solferino.

Tiscini insegna Economia Aziendale alla Luiss, mentre Solferino, già direttore generale, viene dal Selex-Finmeccanica e prima ancora da Elsag Datamat, la società del gruppo Finmeccanica che gestiva l’elaborazione dati delle forze dell’ordine. (cm)

“The Mall” apre anche a Sanremo

Dopo Regello, a una ventina di chilometri da Firenze, la catena di outlet del lusso The Mall aprirà un nuovo centro nel comune di Sanremo, in provincia di Imperia.

I lavori saranno eseguiti da una società, la Immobiliare Armea, la cui sede è a Scandicci, in via Don Lorenzo Perosi n.6.

A far data dal 16.12.13 la Armea srl, nella persona del suo legale rappresentante Mirko Goretti di Montevarchi (Ar), ha stipulato col comune che da il nome al più importante festival canoro, una convenzione che prevede la cessione a titolo oneroso delle superfici comunali individuate dalle zone D1-7 e D1-8, situate in via Armea n.35.

Il Goretti avrebbe firmato l’atto con il comune ligure in forza di una procura rilasciatagli dalla Immobiliare Armea e autenticata dal dott. Luca Livi, Notaio in Bagno a Ripoli, provincia di Firenze.

I terreni e gli annessi fabbricati situati in via Armea 35 sono individuati attraverso i seguenti dati catastali:

a) Catasto fabbricati: foglio 48, sezione SR, particella 408, in via di Valle Armea n.35 piano T-1-2-3, zc 1, categoria D/8 (rendita catastale euro 37.722, 01);

– 1545, subalterno 1, Via Valle Armea n.15, piano T, zc 2, categoria C/2, Classe U mq 420, Rendita Catastale 1.648, 53

– 1545 subalterno 2, Via Valle Armea n.15 piano S1, zc 2, categoria C/2, Classe U mq.410, Rendita Catastale 1.609.,28

b) Catasto terreni: foglio 48, particelle

– 397, are 34.80, R.D. euro 656,00, R.A. Euro 271,39;

– 965, uliveto cl. 2, R.D. euro 0,40, R.A. Euro 0,31;

– 966, uliveto cl. 2, are 1.10, R.D. euro 0,51, R.A. Euro 0,40;

– 967, orto irrig cl. 3, are 3.65, R.D. euro 11,97, R.A. Euro 6,60;

– 1544, pasc cespug cl. U, Ha 1.16.12, R.D. euro 3,00, R.A. Euro 3,00.


Contenuto della Convenzione

In base al contenuto della convenzione siglata dalla Immobiliare Armea srl in qualità di soggetto attuatore e dal comune di Sanremo, la prima, titolare dei terreni sopra specificati e degli immobili in essi situati, intenderebbe realizzare “un intervento di demolizione – si legge sulla convenzione – di 2 fabbricati esistenti, recupero di un fabbricato esistente e realizzazione di due nuovi fabbricati  a destinazione commerciale (l'”Outlet“).

Dunque l’Immobiliare Armea avrebbe presentato in comune un progetto per la demolizione di due fabbricati, che verranno sostituiti da due nuove strutture costruite ad hoc, alle quali si aggiunge il recupero di una struttura già esistente. L’area interessata dai lavori è costituita dai terreni individuati dalle specifiche più in alto riportate.

Il soggetto attuatore, avvalendosi del DPR 380/2001 e della l.r 25/95, intende provvedere direttamente ad eseguire le opere di urbanizzazione “a scomputo dei corrispettivi oneri dovuti”.

Infine la Armea srl ha espresso la propria disponibilità in relazione al sostenimento di alcune obbligazioni aggiuntive, nella fattispecie si fa riferimento al finanziamento di un’opera pubblica per un ammontare massimo di 400 mila euro. Tutte le opere eseguite dalla Armea verranno donate al comune di Sanremo, previo atto di cessione nel caso in cui si trovino su un’area privata.

Il tutto verrà eseguito in base al progetto realizzato dall’architetto Ermanno Previdi dello studio P+P srl, con sede a Milano in via Benedetto Marcello n.2. Gli oneri urbanistici dovuti al comune sono quantificati in 365, 05 euro a mq, per complessivi 5138, 80 mq pari a 1.875.918, 94 euro. Tutti gli oneri ed i costi di allaccio alle opere di cui sopra sono a “totale esclusivo carico” della Armea srl.

Dal canto suo il Comune dovrà “attivare linee di trasporto, regolari ed organizzate, fra l’Outlet ed il centro di Sanremo, concordate con l’Amministrazione comunale”.

Sempre il comune dovrà “promuovere”, in sinergia con la Armea, pacchetti turistici con pernottamento ed eventi nella città di Sanremo, scelti nell’ambito del “calendario Manifestazioni” comunale.  


 

Dal Gruppo Pinault (PPR) al Gruppo Kering

Il finanziare francese Francois Pinault inizia la sua prima attività nel commercio dei legnami e dei materiali da costruzione nel 1963.

Nel 1988 il gruppo Pinault SA, specializzato nella lavorazione, distribuzione e commercio di legnami viene quotato alla borsa di Parigi.

Nel 1991 il gruppo francese rileva l’azienda di arredamento Conforama, facendo il suo ingresso nel mondo del retail.

Nel 1992, con l’acquisizione del grande magazzino parigino Au Printemps SA, che detiene il 54% di La Redoute, un’azienda di vendita di abbigliamento per corrispondenza e di Finaref, una finanziaria di credito al consumo, il gruppo fa il suo primo ingresso nel mondo dell’abbigliamento.

Nel 1994 la fusione del Gruppo Pinault con Redoute e Printemps, porta al nuovo gruppo Pinault-Printemps-Redoute.

Quello stesso anno viene rilevata la società di edizione e distribuzione Fnac.   

Nella seconda metà degli anni ’90 il gruppo francese fa ingresso nel settore del lusso, divenendone in breve tempo il vero leader. Nel 1999 il Gruppo Pinault acquista il 42% del marchio Gucci, gettando le basi per quella che diverrà una divisione multibrand di prodotti del lusso.

Il marchio Gucci viene seguito, quello stesso anno, dall’acquisto dei marchi Yves Saint Laurent, YSL Beautè e Sergio Rossi.

Nel 2001 il Gruppo Gucci acquista i marchi Bottega Veneta e Balanciaga, e firma un accordo commerciale con gli stilisti Stella Mc Cartney e Alexander McQueen. Quello stesso anno Conforama entra nel mercato italiano dell’arredamento rilevando il marchio Emmetza Group.

Nel 2002 il Gruppo Pinault incrementa la sua quota in Gucci al  54,4%. L’anno successivo la quota del gruppo Pinault in Gucci sale al 67,6%. Nel 2004 salirà ancora al 99,4%.

Nel 2007 il Gruppo Pinault acquista la partecipazione di controllo del marchio Puma (27,1%, che poi salirà al 61%), leader nell’abbigliamento sportivo, aggiungendo un ulteriore tessera al mosaico dei beni di lusso. Nel 2011 il gruppo rileva il marchio di abbigliamento maschile Brioni. Nel  2013, il gruppo acquisisce il marchio del designer inglese Christofer Kane. Quello stesso anno cambia il suo nome da Pinault-Printemps-Redoute (PPR) a Kering.


La Immobiliare Armea srl

Secondo quanto scritto sugli atti societari la Armea srl, con un capitale sociale interamente versato pari a 10.400 euro, avrebbe come socio unico la Kering Holland N.V, società di diritto olandese con sede ad Amsterdam.

Pur essendo stata costituita solo nel 2013, la società vantava nel suo stato patrimoniale del 2014 un totale immobilizzazioni (materiali e immateriali vale a dire beni immobili o attività finanziarie) pari a 761.288 euro; cifra che l’anno successivo lievitava a  13.276.088. Viceversa nel 2014 veniva indicata, quali rimanenze, la cifra di 5.148.893, con un totale attivo pari a 6.288.904 euro (la differenza essendo costituita dai crediti e dai liquidi);  per il 2015 le rimanenze erano pari a zero, mentre il totale crediti saliva da 378.432 a 1.522.224 euro. Se il totale attivo era nel 2014 pari a 6.288.904 nel 2015 diventava 14.798.681.

Per quanto riguarda le passività, il totale debiti passava da 1.057.506 del 2014 a 14.798.681 del 2015.

Il capitale sociale della Armea srl, del valore di 10.400 euro, è detenuto interamente dalla Medel Investments SA, con sede in Lussemburgo al 24/A di Boulevard Royal.

Dagli atti societari risulta che nell’assemblea di approvazione del bilancio di esercizio del 2015 era presente l’intero consiglio di amministrazione, nelle persone del Presidente Remi Leonforte e della consigliera Claudia Zoccarato. Ha assistito alla riunione, collegata telefonicamente e su consenso dei presenti, Francoise Berdeaux.

Presidente dell’assemblea è stato invece designato il consigliere Roberto Franzè, mentre quale Segretario in rappresentanza del socio in forza di una delega, era presente Chiara Molinari.

Francoise Berdeaux, presentando il progetto di bilancio chiuso il 31 dicembre 2015, ha segnalato la perdita di esercizio pari a 131.001 euro, perdita che comunque non va ad intaccare il capitale sociale.

L’assemblea, sentito il Presidente Remi Leonforte, approvava il bilancio e la relativa nota integrativa. Veniva deciso inoltre che la perdita andava imputata al conto “perdite esercizi precedenti”.


Carmine Rotondaro e il Gruppo Kering

Il 30 giugno 2015 la testata online sanremonews.it riferisce di una riunione tra alcuni rappresentanti del Gruppo Kering “che promuove – si legge nell’articolo – l’insediamento dell’outlet di lusso “The Mall” nella zona della Valle Armea”, più precisamente nella sede del Pantamarket-ex Sidis, ed i rappresentanti di categoria dei commercianti, preoccupati per le conseguenze che l’apertura dell’outlet possa provocare alle loro attività.

Tra i rappresentanti del gruppo Kering si fa il nome di Carmine Rotondaro, Indirect Purchasing Director del Gruppo internazionale con sede in Olanda.

“Non si tratterà – spiega Rotondaro ai rappresentanti di Confcommercio, Confesercenti e Sanremo On – di un centro commerciale” nel senso comune del termine, “ma di una sorta di spaccio aziendale che venderà al dettaglio prodotti di marche famose, invenduti o usciti dal catalogo più recente del produttore”.

Dunque viene potenzialmente esclusa qualsiasi forma di concorrenza sleale nei confronti dei commercianti del centro, che invece acquistano prodotti delle collezioni più attuali, quelle che si vedono alle sfilate di moda di Milano e di Parigi, e che vanno in vendita a prezzo pieno come previsto da contratto.

Nell’articolo viene citato, a titolo di dato, il corrispondente toscano del “The Mall”, con sede a Reggello, e che ogni anno vanta 1 milione e 800 mila visitatori, dei quali il 48% è di origine cinese.

L’idea che i manager dell’area commerciale della Kering hanno è quella di legare l’afflusso di visitatori dell’outlet  alle iniziative turistiche promosse dal comune di Sanremo, come del resto era previsto nella convenzione stipulata con la Immobiliare Arme srl, braccio esecutivo del Gruppo Kering.

Tra le varie iniziative turistiche promosse dal comune si cita la casa da gioco, che nell’ottobre 2016 ha fatto registrare un exploit nel volume di affari, con un surplus percentuale degli incassi pari al 17% rispetto allo stesso mese del 2015. Tradotto in cifre, gli incassi del mede di ottobre ammontavano a 3,76 milioni di euro. Dall’inizio dell’anno il Casinò ha avuto introiti complessivi per 38 milioni di euro con un incremento dello 0.5% rispetto all’anno passato.

Carmine Rotondaro, classe 1974, dal marzo 2012 all’aprile 2015 risulta essere director, vale a dire manager e rappresentante legale della Alexander Wang LTD, società di diritto inglese che commercializza abbigliamento ed ha sede a Londra al 30-34 di New Bridge Street. Rotondaro risulta essere iscritto all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, e secondo la Procura di Milano ha eletto la propria residenza nel Principato di Monaco.

Dai dati forniti dal Ministero indiano degli Affari Pubblici dal maggio 2010 Rotondaro risulta essere anche direttore di Gucci India Private Limited, società costituita nel gennaio 2006 con sede al secondo piano del numero 1568 di Church Road, Kashmere Gate di Delhi. (cm)

  

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