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Claudio Meloni

Mese

novembre 2016

Relazione UIF 2015

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E’ stata recentemente presentata al Parlamento la relazione annuale dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) l’organo autonomo della Banca d’Italia che si occupa di valutare le segnalazioni relative operazioni sospette in ambito antiriciclaggio.

Come è noto, in base al decreto legislativo n.231/2007 sono competenti ad inviare all’UIF segnalazioni relative ad operazioni sospette prevalentemente le banche e gli uffici postali. A queste si aggiungono anche i professionisti che operano sia in campo economico-finanziario, come notai, commercialisti e avvocati, che in campo finanziario come i consulenti di investimento.

Nella relazione relativa al 2015 dopo il trend decrescente registrato nel 2014, con 75.857 segnalazioni pervenute all’UIF rispetto alle 92.415 dell’anno precedente, il numero di segnalazioni complessivamente pervenute ha ripreso a crescere attestandosi sul valore di 84.627.

Rispetto al 2013 in cui si sono avute 7.494 segnalazioni archiviate, nel 2015 le archiviazioni sono state 14.668, in calo rispetto all’anno precedente (16.263).


Le caratterizzazioni di profilo

Analizzando le segnalazioni pervenutele l’Unità Informativa Finanziaria effettua caratterizzazioni di profilo, evidenziando il tasso di ricorrenza nell’uso di taluni strumenti di pagamento ovvero nella tenuta di determinate condotte finalizzate al riciclaggio di denaro frutto di attività illecite o di evasione fiscale, ovvero legato al  finanziamento del terrorismo internazionale.

Le caratterizzazioni consentono di ricostruire “tipologie – si legge nel rapporto – che delineano modalità operative e profili comportamentali a rischio“.

Le tipologie individuate permettono all’UIF di classificare le segnalazioni pervenutele e inoltre di comunicare ai soggetti tenuti a segnalare, le indicazioni aggiornate relative alle operazioni ritenute sospette.

La caratterizzazione di profilo più ricorrente è quella relativa all’uso del contante, posto che il 50% di tutte le segnalazioni inviate sono legate all’uso del denaro liquido.


La geografia dell’uso del contante

La localizzazione territoriale mostra come le segnalazioni relative all’uso del contante si addensino in una serie di regioni: Molise, Puglia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige. In alcuni casi è stato osservato come il trasferimento di ricchezza non dichiarata, sia in Italia che all’estero avvenga attraverso oggetti preziosi: oro, pietre preziose e diamanti.

In tal caso le operazioni, pur essendo numericamente molto ridotte, presentano un grado di rischio molto elevato in quanto i soggetti coinvolti non sono tenuti ad effettuare la segnalazione.

Un punto di osservazione privilegiato è quello rappresentato dalle società di trasporto e custodia di preziosi le quali, sebbene abbiano segnalato in passato anomalie relative all’usi del contante, dall’altra non hanno in alcun caso segnalato potenziali operazioni sospette riguardanti metalli preziosi o pietre.


Gli assegni circolari

Altro strumento finanziario spesso oggetto di un uso improprio sono gli assegni circolari, per i quali l’anomalia registrata nella fase di incasso è rappresentata dalla richiesta del cliente all’istituito di credito emettere assegni a nome proprio, assegni poi rimasti per lungo tempo non negoziati. Tale condotta può avere come finalità o la sottrazione di redditi al fisco o il tentativo di evitare un sequestro giudiziario o un’azione esecutiva.

L’utilizzo anomalo di carte di credito prepagate ha costituito una delle condotte più oggetto di segnalazione: 7.500 segnalazioni nel 2015 rispetto alle 6.000 del 2014, di cui 800 riferite a carte di credito straniere; in questo caso la criticità è legata ai prelievi di importo ingente attraverso distributori bancomat situati sul territorio nazionale, poiché non è possibile procedere all’ identificazione dei soggetti coinvolti.


L’anonimato

La criticità dell’anonimato oltre che alle carte prepagate, nazionali ed estere, è legata anche alle valute virtuali o criptovalute come il Bitcoin, il Litecoin ed il Peercoin. Si tratta in questo caso di valute il cui acquisto viene negoziato sulla rete, consentendo di mantenere l’incognito sia in capo all’acquirente che al fruitore finale.

Una condotta osservata recentemente ha permesso di verificare come l’accreditamento di fondi sulle carte fosse seguito dall’acquisto delle valute virtuali. Le carte vengono ricaricate su tutto il territorio nazionale tramite contanti oppure on-line.

In alcune occasioni la ricarica on-line è stata eseguita da soggetti coinvolti in operazioni di furto di identità (phishing). Anche in questo caso il fattore rischio è legato al fatto che l’operazione passa attraverso intermediari che non rientrano tra i soggetti destinatari dell’obbligo di segnalazione. Tra i settori economici più a rischio di riciclaggio vengono segnalati il comparto giochi e scommesse, i compro oro, lo smaltimento di rifiuti, l’edilizia, la sanità e tutti quelli che prevedono l’impiego di ingenti capitali pubblici.


Le cartolarizzazioni di crediti in sofferenza

Criticità legate ad un uso anomalo sono state riscontrate anche in relazione a cartolarizzazioni di portafogli composti da crediti in sofferenza di natura chirografaria, la cui titolarità veniva vantata da società nei riguardi di procedure di natura concorsuale.

In tal caso le anomalie riguardavano la ricorrenza delle stesse persone ovvero di soggetti collegati tra i soci delle società che cedevano i crediti in sofferenza, gli advisor e gli acquirenti dei titoli.

Ancora molto impiegati risultano essere tutti quegli strumenti impiegati per schermare la titolarità ultima di beni registrati, conti correnti e società. Tra questi si segnalano i trust, i mandati fiduciari e tutte quelle architetture societarie riferite a società estere situate in paesi off-shore, inseriti nelle black list dalle organizzazioni internazionali.


La provenienza dei fondi

Dal punto di vista della provenienza dei fondi oggetto delle segnalazioni, il 19 % delle segnalazioni riguardava l’evasione fiscale, costituendo la seconda più numerosa tipologia di sos seguita da quella legata all’uso di contante.

Solo il 4% delle segnalazioni riguardava somme provenienti da appropriazione indebita legate a truffe, falsificazioni e phishing; questi ultimi hanno rappresentato la tipologia di appropriazione illecita più diffusa con oltre 900 segnalazioni, seguita dalla truffa con 700 e da altri tipi di sottrazione indebita legati a condizioni di difficoltà economica quali l’usura, i compro oro e le polizze in pegno.

Le regioni con il numero più elevato di segnalazioni sono state Marche, Campania, Lazio, Abruzzo e Basilicata. La persistente crisi economica ha consentito a soggetti che esercitano l’attività di usura di proliferare e di penetrare in maniera illegittima nel tessuto economico sano. In generale la crisi ha agevolato l’ingresso di capitali di provenienza illecita nel tessuto imprenditoriale legale, a causa delle difficoltà di accedere al credito ed alla conseguente maggiore vulnerabilità degli imprenditori sani.

La corruzione e l’appropriazione di fondi pubblici conservano una forte attrattiva per le organizzazioni criminali, soprattutto in considerazione del basso livello di punibilità prevista per questo genere di reati. Sul piano del riciclaggio dei fondi pubblici frutto di appropriazione indebita, uno dei canali più utilizzati è quello dell’acquisto di valuta virtuale. In alcuni casi società o cooperative destinatarie di fondi pubblici hanno girato le somme illegittimamente ricevute a favore di piattaforme per l’acquisto o il trading di valute virtuali. Il catalizzatore è in genere il venditore di tale genere di valute, il quale assume una posizione privilegiata nell’ambito della piattaforma di scambio.


I risultati dell’attività investigativa

L’UIF trasmette le segnalazioni ricevute al Nucleo Valutario della Guardia di Finanza o alla Direzione Investigatva Antimafia se  hanno a che fare con organizzazioni a carattere mafioso. Nel 2015 le segnalazioni complessivamente trasmesse dall’UIF alla GdF sono state 84.614, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente. Le segnalazioni relative a movimentazioni di fondi riferibili ad organizzazioni terroristiche internazionali sono state invece 348.

Delle 84.614 segnalazioni ricevute, quelle analizzate dall’UIF sono state 76.414. Di queste, 35.769 sono state trasmesse al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della GdF, pur non essendo emersa alcuna fattispecie di reato; 15.182 sono state trasmesse al NSPV per gli approfondimenti antiriciclaggio, e 25.464 sono quelle trasmesse invece ai reparti di GdF competenti per territorio.

Le segnalazioni relative a procedimenti penali preesistenti sono state 5.783; quelle inviate all’Autorità Giudiziaria sono state invece 1.076; le segnalazioni che hanno invece promosso ex novo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sono state invece 778.

Nel complesso le segnalazioni portate a conoscenza dell’Autorità Giudiziaria con conseguenze nel penale sono state 7.637; 769 sono state invece le segnalazioni che hanno prodotto invece procedimenti amministrativi. Le indagini di polizia giudiziaria di iniziativa o delega dell’Autorità Giudiziaria, e le investigazioni antioriciclaggio hanno consentito alla GdF di scoprire e denunciare 1.510 persone; di queste 128 sono state tratte in arresto a causa di reati di riciclaggio e di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e autoriciclaggio, oltre a consentire di sequestrare beni e disponibilità patrimoniali per complessivi 59 milioni di euro.

Complessivamente le somme derivanti dall’attività di riciclaggio ricostruite dalla GdF, ammontavano a 5,7 miliardi di euro, dei quali 1,08 provenienti da delitti di frode al fisco, 487 milioni proveniente da truffa, 418,9 milioni da appropriazione indebita, 281 provenienti da corruzione, concussione e altri reati contro la P.A., 196 milioni frutto di ricettazione, 190 milioni derivanti dal contrabbando, 116,2 milioni provenienti dalla bancarotta e 346 milioni frutto dell’attività di autoriciclaggio, vale a dire il reimpiego e/o riutilizzo di proventi illeciti da parte dell’autore del reato presupposto, ovvero da suoi complici. (cm)

Us Latina Calcio: il Comune bancomat della squadra

 

Calcio e politica, un binomio inscindibile almeno a partire dal secolo scorso. Ma il calcio non è solo svago e passione sportiva, avendo acquistato via via il ruolo di potente cassa di risonanza delle istanze sociali espresse da un ventre sempre più molle di una società alla continua ricerca di idoli da acclamare.

Questo spiega le lotte per l’ egemonia che avvengono oggi sulle curve e fuori dagli stadi tra le tifoserie di squadre avverse, o fra alcune frange estreme che sostengono la stessa compagine calcistica.

Cassa di risonanza dicevamo, ma anche importante bacino elettorale, così come mostrato dalle innumerevoli carriere politiche avviate grazie ai successi calcistici e mediatici di talune squadre. L’esempio dell’US Latina Calcio, tra questi, è solo il più recente.

L’indagine Olimpia condotta dalla Procura di Latina ruota attorno ad una ipotetica associazione a delinquere costituita nell’ambito della società di calcio del capoluogo pontino, recentemente promossa nel campionato cadetto.

Coinvolti nell’associazione sarebbero, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, il presidente del Latina Calcio e parlamentare di FdI, Pasquale Maietta, commercialista e tesoriere del suo partito, l’attuale socia ed ex presidente Paola Cavicchi e l’ex sindaco eletto in quota FdI, Giovanni Di Giorgi, socio occulto del Latina Calcio.


La società US Latina Calcio

Pur riuscendo ad evitare nell’estate del 2006 il fallimento finanziario, la società calcistica AS Latina non riesce ad iscriversi in quell’anno al campionato di serie D, privando il capoluogo pontino  di una rappresentanza calcistica in ambito professionistico.

Nella stagione 2010-2011 il fallimento di numerose società di Lega Pro consente ad alcune squadre non ancora iscritte ad alcun torneo, di essere ripescate in Lega Pro Seconda Divisione. Così la squadra del Latina Calcio, dopo cinque anni di assenza, torna a calcare i campi del calcio che conta, quelli della Seconda Divisione.

Nel 2011 il Latina viene promosso in Prima Divisione.

Due anni più tardi, nel 2013, la squadra viene promossa in serie B e si aggiudica anche la Coppa Italia Lega Pro. A partire dal 2013 il Latina Calcio ha partecipato alla Coppa Italia assieme a squadre di serie A, con importanti ritorni economici in termini di sponsor e di diritti televisivi.


Il grande balzo in avanti

Il Latina conclude il suo primo campionato di B 2013-14 con un terzo posto, conquistandosi il diritto ai play-off per la promozione in serie A. Play-off che la squadra perderà in un doppio match, andata e ritorno, contro il Cesena.

Paola Cavicchi diviene presidente del Latina Calcio nel 2012, e resta in carica fino al 2014, anno in cui le subentra Pasquale Maietta.

In un articolo pubblicato sulle pagine sportive del Messaggero dell’ 8 luglio 2014 viene presentato alla stampa e agli addetti ai lavori il nuovo simbolo della società calcistica US Latina Calcio.

L’art director Marco Bergo e il designer Giovanni Piccoli svelano agli intervenuti alla conferenza stampa il nuovo stemma che campeggerà sulle maglie dei giocatori nel campionato di calcio di serie B 2014-2015.

La cifra stilistica è data dal cambio di posizione della torre che rappresenta idealmente il comune pontino: non più dietro il leone che campeggia in primo piano sullo stemma e che richiama il leone alato di San Marco, patrono della città, ma accanto alla fiera intenta nel gesto di sorreggere un pallone da calcio. Questo cambio di posizione dell’amministrazione rispetto alla squadra che la rappresenta nel mondo del calcio che conta non e’ però solo simbolico, ma, come emerge dall’ipotesi della Procura pontina, anche rappresentativo della realtà.


I rapporti tra Comune di Latina e la Società 

Dall’ordinanza del Gip Mara Mattioli emerge come nel corso della sua consiliatura l’ex sindaco Giuseppe De Giorgi, in qualità di vertice dell’amministrazione pontina, adottasse una “consolidata strategia amministrativa” tesa a “favorire gli interessi del suo leader politico Pasquale Maietta”, interessi individuati materialmente nella società US Latina Calcio.

Tale favoreggiamento da Parte del De Giorgi avveniva sia attraverso la concessione di contributi economici per lavori privi della necessaria autorizzazione preventiva, e senza un controllo successivo sull’entità della spesa sostenuta, lavori concessi ad imprese “amiche”; sia attraverso l’attribuzione diretta di ingenti somme di denaro in capo alla società US Latina Calcio, somme spesso non dovute,”anteponendo – scrive il Gip – gli interessi della citata società a quelli pubblici”.

Ciò avveniva ponendo in essere procedure amministrative illegittime con la consapevolezza del grave stato di dissesto economico nel quale si trovava l’amministrazione del capoluogo pontino, cagionando scientemente un grave danno alla collettività.

Dalle risultanze dell’attività investigativa ciò che emerge è che

“Il comparto amministrativo – scrive il Gip – opera totalmente al servizio della società US Latina Calcio, potenziando indebitamente gli impianti sportivi in concessione alla società calcistica tramite procedure amministrative illegittime e condivise da amministratori pubblici e imprese colluse”.

Da un punto di vista caratteriale l’ex sindaco Di Giorgi appare agli investigatori “assoggettato” al suo leader politico nonché presidente del Latina Calcio, Maietta, “che imprime nei suoi confronti – si legge ancora nell’ordinanza  – una posizione di assoluta preminenza, ottenendo indebiti vantaggi per la società di calcio, adoperandosi sia per un tornaconto elettorale, sia per un proprio interesse economico nel Latina Calcio”, nonché per stretti rapporti economici con lo stesso Maietta.


Le fidejussioni di De Giorgi 

Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti sulle utenze bancarie intestate all’ex sindaco Di Giorgi nel periodo in cui questi ricopriva la carica di primo cittadino, sono emerse a suo carico due fideiussioni personali. La prima, sottoscritta nel 2013, per un importo di 260 mila euro, e l’altra, del 2014, per un importo pari a 390 mila, “a garanzia del Latina Calcio di una quota parte di 800 mila euro – scrive il Gip Mattioli – per l’iscrizione al campionato” .

Le altre due quote della fideiussione venivano sottoscritte da Fabrizio Colletti, figlio dell’ex presidente della squadra nonché attuale azionista Paola Cavicchi, e dal presidente Pasquale Maietta.

Sempre dai movimenti sul conto di Di Giorgi è emerso come lo stesso emettesse in data 26.07.12 un assegno sul c/c n. 521860 presso La Banca Popolare del Lazio a favore di Pasquale Maietta, per un importo pari a 45 mila euro. Tale somma veniva ritornata dal Maietta in favore del Di Giorgi in data 4.10.13, tramite assegno circolare.

L’influenza di Maietta nei confronti del Di Giorgi e tramite questo sull’intera amministrazione, derivava dagli stretti legami da lui intrattenuti con soggetti appartenenti alla criminalità locale, descritta nell’ordinanza come “particolarmente violenta”. Tale criminalità, “che peraltro rappresenta il braccio armato della tifoseria del Latina Calcio”, opera all’interno di società calcistiche dilettantistiche grazie alla possibilità loro offerta dall’amministrazione del capoluogo pontino di usufruire gratuitamente delle strutture sportive comunali, nonché del sostegno logistico del Comune.


Di Silvio e l’inchiesta “Don’t Touch”

Tra questi soggetti spicca la figura di Costantino Di Silvio, soprannominato “cha cha”, soggetto con precedenti penali specifici appartenente alla famiglia rom dei Di Silvio, imparentata con il clan rom dei Casamonica. Attraverso l’attività intercettiva è emerso come il Di Silvio riuscisse ad ottenere da un funzionario del comune di Latina, Deodato Nicola, la riparazione delle caldaie degli spogliatoi del campo sportivo Campo Boario, a carico del Comune. E questo malgrado il contratto di affitto del campo, intestato alla società calcistica AS Campo Boario di proprietà del pluripregiudicato Gianluca Tuma, stabilisca che le spese di   manutenzione di ordinaria amministrazione siano a carico del locatario.

Sia Costantino di Silvio che Gianluca Tuma sono entrambe stati attinti dall’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare relativa all’operazione “Don’t Touch”, da parte degli organi di Polizia di Stato di Latina su mandato della Procura pontina, per associazione a delinquere finalizzata ai reati di usura, estorsione, reati in materia di armi, stupefacenti e intestazione fittizia di beni.

Nell’ambito di quell’indagine è emerso come nella tifoseria del Latina Calcio militino soggetti con precedenti penali, dediti all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti all’interno dei locali di pertinenza della società sportiva medesima.

La soggezione dell’amministrazione pontina nei confronti del sodalizio criminale sarebbe dimostrata dall’interruzione dei comportamenti omertosi di questa a partire dalla caduta della giunta Di Giorgi.

Accade infatti in questo frangente come l’impianto sportivo in uso alla società Campo Boario venga ad essa interdetto a seguito di un’ordinanza prefettizia.


Il ruolo di Di Giorgi nella societa’

Dalle risultanze dell’attività investigativa è emerso inoltre come l’ex sindaco Di Giorgi ponesse in essere comportamenti che mostravano in maniera inequivocabile come egli fosse titolare di funzioni decisionali nell’ambito della compagine sociale del Latina Calcio. In particolare, attraverso le intercettazioni, è stato possibile appurare come il Di Giorgi svolgesse un ruolo determinante in ordine alla scelta della compagine sociale, così come nell’individuazione delle imprese locali disposte a garantire una sponsorizzazione alla squadra.

Nella conversazione del 5.09.12 tra Di Giorgi e la Cavicchi, gli inquirenti censiscono l’attività dell’ex sindaco tesa ad individuare il ruolo di allenatore della squadra nella figura di Mario Somma; dalla parole de Di Giorgi si comprendeva come gli sforzi economici compiuti per la squadra ed i relativi successi in campo sportivo fossero finalizzati ad ottenere positive ricadute in termini di voti:

Paola CAVICCHI = io penso che se te candidi mo’ te…, perché io oggi ho fatto la

conferenza e gliel’ho detto che io so’ stata….che mi hanno fatto ‘st’intervista…che io comunque a me m’ha chiamato il Sindaco chiedendomi, visto che ho un’Associazione di trasportatori poi ce sta (incompr.) nella compagine…, quindi non me so’ smentita, … de aiutarlo .. de fa’ ‘na cordata per questo LATINA perché se no se rischiava èèè… e lui, assolutamente, venendo dallo sport voleva questa cosa per l’anima nera- azzurra…; dico: quindi in prima persona ha combattuto….; t’ho fatto ripi;a’ un altri trecentomila (300.000) voti!

DI GIORGI Giovanni= va beh….(sorride) la ringrazio…troppo buona!
Paola CAVICCHI= vai a rileggere l’intervista
DI GIORGI Giovanni
= no, l’unico…l’unico problema deve vincere il LATINA, perché se no ‘sti voti non se concretizzano
Paola CAVICCHI= ma guarda…che te giuro…, a noi c’hanno chiamato, c’abbiamo un potenziale benissimo….
DI GIORGI Giovanni= e
lo so…enorme

Paola CAVICCHI = quindi
DI GIORGI Giovanni= ma no…., ma pure…. ma pure Mario SOMMA me l’ha confermato….: il

LATINA c’ha…


Vantaggi illeciti del Comune al Latina Calcio

Secondo l’art. 13 del contratto di concessione con il quale l’amministrazione del capoluogo pontino aveva dato in locazione all’US Latina Calcio gli impianti afferenti allo Stadio Francioni, la società di calcio avrebbe dovuto versare nelle casse del Comune, pena la decadenza della concessione stessa “un canone annuo pari al 5% degli eventuali utili di gestione derivante dall’uso della pubblicità all’interno degli impianti sportivi“, utili desumibili dal suo bilancio consuntivo annuale.

Dall’attività investigativa è emerso come, nel periodo preso in esame che va dal 2010 al 2013, il Latina Calcio non abbia mai versato al Comune pontino alcun canone, adducendo come motivazione la mancata realizzazione di utili di gestione.

Le indagini hanno permesso di accertare che, malgrado lo stato di morosità perdurante, l’amministrazione pontina non solo non si attivava per incassare le somme dovute, ma che al contrario attraverso procedure illegittime elargiva alla società di calcio in questione ingenti somme per interventi e contributi decisi mediante determine dirigenziali.

Nel dettaglio nell’anno 2012 il comune di Latina versava nelle casse del Latina Calcio la cifra di 340 mila euro, indicando come causale contributi all’US Latina Calcio.

Per la manutenzione ordinaria dello stadio Francioni e per quella dell’impianto della Fulgorcavi, l’amministrazione versava alla stessa società a partire dal 2009 la cifra complessiva di 1,5 milioni di euro, di cui 827 mila solo nel 2013.

Allo scadere della concessione, mentre la giunta Di Giorgi provvedeva, previa delibera di giunta, al rinnovo della stessa  attraverso il pagamento di un canone ridotto di 50 mila euro, la nuova amministrazione del Commissario stabiliva un aumento del canone da 50 mila a 107 mila euro. Sempre l’amministrazione commissariale richiedeva somme pregresse mai corrisposte per un ammontare pari a 313 mila euro, indicando come causale “per inadempienze contrattuali fino al 30.06.2015”.

Dunque solo l’avvento del Commissario prefettizio ha permesso di mettere mano alle inadempienze contrattuali del Latina Calcio,  così come era avvenuto con quelle della società calcistica Campo Boario, locataria della struttura comunale omonima.

Dall’analisi dei bilanci dell’ US Latina Calcio è emerso come durate l’amministrazione Di Giorgi la voce “pagamento canone al Comune di Latina” non fosse stata mai inserita tra le varie voci di spesa, sebbene la stessa Società avesse innalzato i suoi introiti pubblicitari arrivando a percepire per l’anno 2013, come dichiarato da Emanuele Di Giorgi fratello dell’ex sindaco nonché responsabile Marketing del Latina Calcio, la somma di 742.836, 61 euro, di cui 489.177, 05 euro da proventi pubblicità stadio.  


 

L’ampliamento dello stadio Francioni

In piena crisi finanziaria l’amministrazione Di Giorgi provvede, su indirizzo del presidente della squadra Maietta, a finanziare i lavori per l’ampliamento delle tribune dello stadio Francioni.

I lavori in questione vengono individuati come necessari dall’amministrazione, vista l’urgenza ricettiva dell’impianto sportivo in previsione di una possibile promozione in serie A, promozione che sfortunatamente sfumerà.

In campagna elettorale Di Giorgi aveva promesso ai tifosi-elettori del Latina Calcio la costruzione di un nuovo impianto più bello e più capiente del Francioni, adeguato alle ambizioni di una squadra di serie B. Poi però non se n’era fatto più nulla. Ecco quindi l’idea dei lavori di ampliamento delle tribune destinati ad aumentare la capienza del vecchio stadio di 2800 posti circa. In realtà l’urgenza in questione era dettata dall’esigenza di evitare l’affidamento dei lavori tramite gara pubblica, così da poter procedere ad un affidamento diretto in favore di imprese amiche.

Data l’esiguità delle risorse economiche nelle casse comunali, De Giorgi proponeva di utilizzare i fondi già accantonati per la ristrutturazione dell’ex Albergo Italia.

Tali fondi, pari a 400 mila euro, erano stati previsti per la ristrutturazione dell’immobile sito in Piazza del Popolo nel quale avrebbero dovuto traslocare gli uffici comunali, consentendo un risparmio notevole sul bilancio dell’amministrazione. Solo nel 2015 il Comune di Latina ha infatti speso per l’affitto dell’immobile che attualmente occupa in locazione una cifra pari a 1.344.500 euro.


La contestazione dei tifosi

Da una conversazione intercettata tra la dirigente amministrativa Elena Lussani e l’ex assessore al bilancio Alessandro Calvi emerge come i lavori di ampliamento dello stadio fossero anche finalizzati a fare aumentare il valore finanziario dell’US Latina Calcio. Tale operazione era infatti tesa ad ottenere l’aumento del valore delle quote azionarie della stessa, in vista di una possibile cessione di  una parte di quelle possedute dal presidente Pasquale Maietta. Nelle intercettazioni si parla di un potenziale interessamento all’acquisto da parte di Mezzaroma.

I lavori di ampliamento del Francioni a spese del Comune non soddisfano però le esigenze della tifoseria dell’US Latina Calcio, che in occasione della presentazione della squadra contesta fortemente il sindaco Di Giorgi. I sostenitori della squadra fondano le loro ragioni sul mancato rispetto del programma elettorale.  A loro dire il Sindaco, pur essendo stato eletto raccogliendo numerose preferenze tra i sostenitori della squadra, non ha rispettato la promessa del nuovo stadio. In realtà dietro le proteste dei tifosi vi era il presidente Maietta, che non ancora soddisfatto dopo aver “dissanguato le casse comunali” – si legge in un’intercettazione – avendo ottenuto dall’amministrazione Di Giorgi “l’ira di Dio di soldi”, riusciva nell’operazione di strumentalizzare parte della tifoseria “per alimentare maggiore pressione – si legge nell’ordinanza – ed ottenere l’ampliamento delle tribune”.

  (cm)

La retromarcia di Grilli

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Nell’udienza del 21 giugno è stato ascoltato, in qualità di imputato in procedimento collegato, il collaboratore di giustizia Roberto Grilli.

Lo skipper era stato arrestato il 26.07.11 a largo della Sardegna mentre trasportava, proveniente dal dal Sudamerica, 550 chilogrammi di cocaina. Non era il primo carico di droga che importava illegalmente in Italia, essendo già stato implicato nel 2005 in un precedente traffico intenzionale, e prima ancora in un’attività di importazione illegale di auto.

Nel corso dell’udienza Grilli racconta di come la sua strategia difensiva iniziale fosse quella di farsi credere un semplice skipper. Ma le sue aspettative vengono subito ridimensionate quando il comandante della Guardia di Finanza della Sardegna, dopo averlo salutato gli dice: “prima o poi ci saremmo incontrati”, lasciandogli intendere come le sue mosse fossero monitorate già da tempo.

Il tipo di trasporto nel quale Grilli si è specializzato prevede l’impiego di una barca a vela di medie dimensioni, 10-11 metri, in grado di essere governata anche da una sola persona. Questo essenzialmente per due motivi, il primo è che una barca del genere, se non vuole dare troppo nell’occhio per via della sua linea di galleggiamento troppo bassa, può caricare al massimo 500 chili oltre a quelli dell’acqua, delle provviste e del carburante necessario per la traversata.

Il secondo è che la forma di pagamento prevista per lo skipper è rappresentata da una percentuale del carico, in genere il 15-20%. Di conseguenza meno numeroso è l’equipaggio, più elevata è la quota parte per il corriere.Avendo intuito come gli inquirenti avessero sufficienti elementi per condannarlo per traffico internazionale, Grilli decide di cambiare atteggiamento. Dal carcere di Sassari dove è recluso comunica ad alcuni agenti della Polizia Penitenziaria di voler collaborare con i magistrati.


La decisione di collaborare

Le autorità che gestiscono i programmi di protezione decidono di spostarlo subito nel carcere di Viterbo. Qui lo skipper romano conosce quello che sarà il legale che lo seguirà e lo consiglierà nel suo percorso di collaborazione, Alessandro Capograssi. L’avvocato è un esperto nel ramo dei collaboratori, avendo già difeso in passato Maurizio Abbatino. In aula Grilli fa sapere di averlo ricusato mettendone in discussione non solo le capacità professionali ma anche la sua deontologia.

A  suo dire questi gli avrebbe prospettato la necessità di calcare la mano su talune dichiarazioni, in particolare quelle sul conto di Carminati e sul suo coinvolgimento nel traffico di cocaina per il quale era stato arrestato. E ciò al fine di ottenere finalmente l’accesso al programma di protezione.

Non sarebbero state dichiarazioni false, gli fa capire Capograssi, ma affermazioni che lasciassero intendere come vi potesse essere la probabilità circa l’effettivo coinvolgimento del Nero nel traffico della coca. Grilli ha offerto già la sua collaborazione in un processo che, come spiega il pm Giuseppe Cascini, si è concluso ed ha già portato a condanne in capo ai soggetti da lui chiamati in causa.

Si trattata di trafficanti di peso che gestivano le piazze di spaccio di San Basilio. Ma nonostante la collaborazione offerta, Grilli non riesce ad entrare nel programma per i collaboratori di giustizia.

In aula il pm Cascini chiede al teste Grilli conferma circa le dichiarazioni rese nel verbale del 17 dicembre 2014, dichiarazioni che il teste smentisce in blocco. Grilli ribadisce che quelle affermazioni sono state da lui orchestrate, d’accordo col suo ex avvocato, allo scopo di ottenere la protezione dello Stato.


Il trasporto proposto da Fasciani

Nelle dichiarazioni spontanee rese da Grilli il 17.12.2014, ovvero successivamente all’arresto di Massimo Carminati, questi ha riferito all’Autorità Giudiziaria di essere stato contattato da Carmine Fasciani per il trasporto via mare di un quantitativo di hashish dal Marocco all’Italia. Grilli aveva già avuto in passato contatti con Fasciani, avendo una prima volta acquistato da lui un quantitativo medio di cocaina, e successivamente eseguito per suo conto un trasporto della medesima sostanza da Milano a Roma.

“…venni contattato, circa nel 2008, da Carmine Fasciani…che voleva… voleva usarmi, insomma, voleva far sì di fare un’operazione insieme per portare con la barca un quantitativo di droga dal Marocco in Italia . Ci incontrammo una prima volta dalle parti del… va be’, comunque sempre in zona di Roma Sud, quindi in un ristorante dalle parti di Dragona, Dragoncella, adesso non ricordo quei posti così, dove lui mi fece una proposta e io valutai la cosa; ci rincontrammo dopo circa una decina di giorni, io declinai l’offerta perché non era… diciamo non era allettante per me la cosa, non rientrava nel… diciamo non potevo portare quel quantitativo su una barca di una sostanza, di quel fumo… e quindi che non avrebbe dato un ritorno particolare e quindi… e lui mi disse: “va be’, mi dispiace”, insomma ci rimase male”.

Grilli racconta di essere rimasto sconcertato “un attimino” quando Carminati, che in quel periodo frequentava spesso, gli mostra di conoscere la proposta che Fasciani gli aveva fatto e di sapere anche del suo rifiuto.

“Dopo tre, quattro giorni andai a prendermi un caffè al Fleming con… con Massimo Carminati, cosa che facevo abitualmente, ogni tre, quattro giorni capitava che noi ci prendessimo un caffè, io passavo a negozio, così, niente… non con appuntamenti fissati o nulla e… e lui mi disse: “ah, so che hai incontrato un nostro comune amico, quello che sta al mare”. Ho detto: “ah, complimenti, l’hai saputo?” – “Sì, va be’, ma a me non mi devi da’ spiegazioni, sai te quello che devi fare, che non devi fare” , la cosa finì lì così”. 

La vicenda desta in Grilli una certa contrarietà, poiché aveva avuto l’impressione che Fasciani si fosse rivolto a Carminati per fargli cambiare idea su quel trasporto di hashish. Ma questo presupponeva che Grilli fosse in qualche modo in debito con Carminati, cosa che non corrispondeva alla realtà dei fatti.

“Questo però mi fece un attimino pensare perché come se Fasciani si fosse rivolto ad altri, cioè avesse fatto sapere a Carminati la sua non contentezza, che poi non si tradusse in nulla, eh, perché ovviamente non è che venni ripreso o detto ah, no, devi fare, anche perché io non avevo un rapporto diretto con Carminati, sicuramente al tempo non ce l’avevo con lui, comunque non avevo nessun rapporto diretto, questa cosa comunque mi lasciò un attimino sconcertato…”

A posteriori Grilli si era convinto che Fasciani quel rifiuto non lo avesse accettato e che quindi si fosse rivolto a Carminati per cercare di capirne le ragioni, ovvero se avesse delle iniziative personali in corso. Grilli cita l’episodio della Linnet, dal nome della barca a vela con la quale dall’agosto al settembre 2005, assieme ad altre persone aveva tentato di importare illegalmente 260 chili di cocaina attraverso il Venezuela. In quell’occasione lo skipper romano decide di non parlare con nessuno del traffico, per evitare il coinvolgimento di persone indesiderate.

quell’episodio di Fasciani mi lasciò stranito perché è come se … lui non mi disse dovevi farlo, hai sbagliato, però il fatto che alle mie spalle quello avverte Carminati che io non ho fatto una cosa con lui che mi aveva chiesto di farla e non l’ho fatta è come se io fossi in dovere di dovere qualcosa a qualcuno che sinceramente non dovevo da’ niente a nessuno, quindi quella cosa della Linnet, quando organizzai quella cosa me ne guardai bene da parlarne proprio, proprio perché, hai visto mai che mi dicono allora ci stiamo pure noi, ora, visto che stai qui, perché il fatto che io abito al Fleming e che vado a prendermi un caffè con lui o con Riccardo o possa da’ una botta con qualcuno o fa’ due chiacchiere, fino all’ultimo episodio non m’ha mai vincolato in alcuna maniera e quindi quella cosa della Linnet me la so’ fatta per fatti miei, poi è andata come è andata, proprio perché sembra quasi che io debba dire, che devo chiedere il permesso oppure devo darti qualcosa, ..”


I clan di San Basilio e di via Tuscolana

Dopo l’operazione della Linnet, nel 2010, Grilli si rivolge a Carminati per chiedergli di farlo lavorare nel mondo della droga. Tali dichiarazioni da parte del collaboratore Grilli sono contenute nel verbale di interrogatorio rilasciato in data 17 dicembre 2014.

Esse giungono nel momento in cui si è da poco conclusa la vicenda giudiziaria per la quale è stato arrestato, il trasporto di cocaina scoperto a largo della Sardegna. Dunque non vi erano esigenze processuali o particolari strategie difensive che le giustificassero.

Pertanto la scelta di Grilli di rendere il 17 dicembre 2014 quelle precise dichiarazioni rappresenta una decisione volontaria, meditata in piena autonomia e basata sull’opportunità di potersi ricostruire una vita lontano dalle strade dell’illegalità e del traffico degli stupefacenti.

Dunque in quel verbale Grilli racconta di avere chiesto a Massimo Carminati la possibilità di lavorare per lui, trovandosi in una situazione di ristrettezze economiche.

Alle prime il Nero sembra non prendere sul serio la richiesta. Quando dopo qualche giorno Carminati lo contatta dicendogli che c’erano due bravi ragazzi che lo stavano cercando, Grilli intuisce come Carminati avesse esaudito i suoi desiderata. Lo skipper riferisce all’ex NAR di essere disposto ad incontrare i suoi amici presso un bar sulla via Flaminia, vicino casa sua, in un posto dove abitualmente fa colazione.

I due uomini segnalati dal Nero fanno parte dell’organizzazione per conto della quale effettuerà il trasporto dei 500 chili di cocaina dal Sudamerica a bordo del Kololo II. Si tratta di Mariano Scatena e di Umberto Paciotta, due dei boss che controllano lo spaccio a San Basilio, Tuscolana, Cinecittà, Tor Bella Monaca e Pigneto.

I tre, assieme a Massimiliano Spirito, fissano un nuovo incontro presso il ristorante il Casalone, lungo la Flaminia. In quell’occasione, racconta Grilli, Carminati, presente anche lui ma seduto con altri ad un tavolo vicino al loro, si alza e li va a salutare, lui ed i suoi commensali.

Qualche giorno più tardi dato che l’organizzazione del viaggio stenta a definirsi, preoccupato per i cambiamenti di clima che avrebbe dovuto affrontare lungo la rotta di ritorno, Grilli si rivolge nuovamente a Carminati.

Oltre al viaggio lo skipper teme l’inaffidabilità dei suoi soci. Carminati lo rassicura e gli consiglia, visto che il rischio legato al trasporto si fa più elevato, di chiedere un aumento della sua quota.


L’attività di usura di Carminati e Brugia

Grilli conosce Bruggia da molti anni, essendo nati entrambi nel quartiere Fleming- Vigna Clara, tanto da avere anche avuto una relazione con la sua ex compagna dopo avergli chiesto una sorta di benestare.

Grilli riferisce anche di come, nel 2006, diede in gestione 100 mila euro, soldi provenienti dal trasporto di cocaina effettuato con la Linnet, ad un suo amico tale Massimo Carroccia, e di come questi gli garantisse una rendita mensile di 4 mila euro.

Carroccia non gli aveva specificato il modo in cui glieli avrebbe fatti fruttare, anche se Grilli crede si trattasse di un giro di usura. Grilli racconta di come Riccardo gli disse che se glieli avesse dati a lui gli avrebbero reso il 7%, ma anche di come quello non fosse il momento giusto per investire: “siamo sotto osservazione”.

Grilli sapeva che Bruggia e Carminati prestavano soldi a tassi usurai, e sapeva anche di come quella fosse la loro principale attività. Il pm sul punto smentisce il teste leggendogli le dichiarazioni rese in fase investigativa, secondo le quali sarebbe stato Bruggia ad offrirsi di investirgli i soldi, e non il contrario.   


Il compenso per Carminati

Grilli, pur dipingendoli come persone capaci, ritiene che i suoi soci non siano all’altezza del traffico di droga dal Sudamerica: hanno il limite- dice – di “perdersi in un bicchier d’acqua”. Carminati cerca di rassicurarlo facendogli capire che si tratta comunque di persone serie, e che se c’erano dei ritardi questi erano dovuti a complicazioni impreviste.

Nel verbale rilasciato presso la caserma del Ros il 17 dicembre  2014, Grilli racconta che fu proprio Carminati a sbloccare la situazione, consentendo all’organizzazione di portare a termine il piano. Non solo. Nella discussione avuta con Carminati, Grilli riferisce di come questi lo abbia spronato a non desistere, poiché comunque il piano era giunto ormai ad una fase troppo avanzata da poter essere abbandonato senza provocare conseguenze.

Quando l’organizzazione del viaggio sembra procedere speditamente, Grilli chiede al Carminati in che modo poteva sdebitarsi. Il Nero risponde che se voleva comportarsi in modo corretto, non doveva farsi più vedere una volta ritornato in Italia dal suo ultimo trasporto: “Guarda, tu non devi fa niente, anche perché io di queste cose non mi impiccio, a me non mi interessa quello che fai” però “se ti vuoi comportà da ragazzo regolare per due-tre mesi non ti fai vedere in zona”.

Secondo Carminati, Grilli dovegva mettersi d’accordo con Bruggia che conosceva da quando erano ragazzi, ed accordarsi per la vendita della sua quota di droga ad un prezzo di favore: “Sarebbe un comportamento sano da parte tua. Prendi un box, prendi una cantina…ci metti 20-30 quelli che pensi…quello che reputi giusto, che chiaramente ti verrà pagato. Ti metterai d’accordo con Riccardo, gliela porterai e ci penserà lui”.

Tutte le dichiarazioni che chiamano in causa Carminati nel traffico di cocaina contenute nel verbale del 17 dicembre 2014, sono state smentite da Grilli. La collaborazione dello Skipper romano con gli inquirenti nel processo che ha sgominato i clan di San Basilio,  ha visto l’assoluzione di Massimiliano Spirito, difeso dall’avvocato Giosuè Naso,  e la condanna di tutti gli altri membri dell’organizzazione.

Da qui, secondo l’avvocato Capograssi, sarebbe derivata la necessità delle dichiarazioni che chiamavano in causa Carminati, dichiarazioni senza le quali Grilli non sarebbe mai riuscito ad entrare in un programma di protezione.


I timori di Grilli per la sua incolumità

Grilli riferisce in aula di non avere paura tanto di qualcuno degli imputati, quanto di incontrare chiunque si offrisse gratuitamente di “fare un favore a Carminati”, favore peraltro non richiesto. Grilli è consapevole della stima di cui gode il Nero, non solo all’interno degli ambienti malavitosi ma anche in quelli dell’estrema destra.

Il pm Tescaroli non è convinto di questa versione, ed anzi è certo che la smentita alle dichiarazioni rese in precedenza dallo skipper possa trovare una spiegazione solo in uno stato di soggezione dovuto al timore di ritorsioni contro di lui o i suoi familiari.

Ed è per queste che il pm chiede l’incidente probatorio in relazione ad una registrazione effettuata dagli agenti di polizia giudiziaria che hanno materialmente consegnato a Grilli i verbali di comparizione al processo Mafia Capitale. Nella registrazione si sentono le dichiarazioni rese in piena libertà da Grilli all’ufficiale di pg sull’effettivo timore per le conseguenze che sarebbero potute derivargli a seguito della deposizione resa al processo.(cm)

 

Latina Calcio: ipotesi associazione a delinquere

 

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E’ stata depositata, lunedì 14 novembre, la richiesta di autorizzazione a procedere del Gip Mara Mattioli, nei confronti del deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta.

Il parlamentare nonché presidente dell’ US Latina Calcio è coinvolto nell’inchiesta denominata “Olimpia”, promossa dalla Procura di Latina, che vede indagate complessivamente 59 persone tra cui molti funzionari del comune di Latina e soprattutto l’ex sindaco del capoluogo pontino, Giovanni De Giorgi.

Maietta è nella fattispecie indagato per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati di abuso d’ufficio, nonché di falso ideologico in qualità di promotore-organizzatore, e ancora di concorso nei reati di turbata libertà degli incanti e concussione.

Il provvedimento in questione è stato emesso a carico di altri 16 coindagati, di cui 8 sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere e altri 8 a quella degli arresti domiciliari.


Il frazionamento dell’importo e l’urgenza per evitare la gara

Dall’ordinanza del Gip Mattioli si legge come la maggior parte dei lavori per la realizzazione di opere di pubblica utilità venisse sistematicamente affidata alle stesse ditte, evitando di procedere ad un’assegnazione attraverso gara.

Ciò avveniva mediante il ricorso alla pratica del frazionamento del valore dei lavori da realizzare, in modo da restare sempre al di sotto della soglia che prevede l’obbligatorietà della gara; o in alternativa giustificando l’assenza di quest’ultima attraverso il carattere di urgenza dell’opera da realizzare o del servizio da affidare.

I funzionari istruttori del comune di Latina Petitti Claudio, Spada Giovanni, Tomasella Enrico, Deodato Nicola e Campagna Antonio, i dirigenti Passeretti Francesco, Bragaloni Paola e Ceracchi Giorgio, oltre al dirigente del Servizio Urbanistico Monti Ventura, a quello del Servizio Manutenzione Vaglialoro Mario ed al responsabile del Servizio Manutenzione Edifici Pubblici Gentili Alfio “procedevano ad affidare in tempi diversi e reiteratamente in maniera sistematica – si legge nell’ordinanza – in violazione dell’art 128 del Codice degli Appalti e dell’art. 154 del Regolamento Generale, senza procedere ad esperire gare ad evidenza pubblica, e frazionavano illegittimamente gli importi di guisa da far apparire come non necessaria la procedura di scelta del contraente, attestando falsamente l’esistenza di condizioni di urgenza di lavori in realtà inesistenti, procurando alle ditte indicate ingiusti vantaggi di natura patrimoniale con conseguente danno pubblico“.


Le ditte avvantaggiate

Le ditte a cui venivano affidati “sistematicamente” i lavori erano, secondo gli inquirenti, sempre le stesse. Nell’ordinanza vengono citate la CAM srl, il cui rappresentante legale è Andrea Capozzi, e la Capozzi srl, rappresentata legalmente da Alessandra Capozzi. Nel periodo di tempo preso in esame dall’indagine e relativo agli anni 2009-2013 la prima delle due società, CAM srl, ha ricevuto in affidamento 27 appalti, per un valore complessivo pari a 496.147, 46 euro; la seconda invece, Capozzi srl, ha ricevuto ben 32 appalti per un valore complessivo di 779.671, 95 ai quali vanno aggiunti ulteriori undici appalti per 280.799, 60 euro.

La Di Girolamo Antonio srl, altra ditta citata nell’ordinanza che prende il nome dal suo legale rappresentante, ha ricevuto in affidamento nel periodo preso in esame ben 66 appalti, per un valore complessivo di 853.543, 93 euro.

Infine la New Cover srl, rappresentata da Montico Fabrizio, ha ricevuto in affidamento nello stesso periodo 25 appalti, per un valore complessivo pari a 367.848,28.


Quei lavori pagati allo stadio del Latina Calcio 

Maietta Pasquale, presidente e socio di maggioranza dell’ US Latino Calcio, fino al 2012 deteneva l’88% delle quote della società calcistica, avrebbe ricevuto la cifra di 467.000 euro dall’amministrazione del capoluogo pontino per “lavori di adeguamento – è scritto sull’ordinanza del Gip Mattioli – alle normative dello Stadio Comunale“, autorizzazioni specificamente rilasciate da Deodato Nicola, Tecnico istruttore del Comune, da Gentili Alfio e da Monti Ventura, dirigenti del Comune, in contrasto con quanto previsto dal contratto di affitto dello stadio.

Tale violazione delle norme contrattuali comportava l’adozione da parte dei dirigenti comunali coinvolti “di autorizzazioni postume rispetto alla esecuzione dei lavori stessi, in assenza della previa verifica della regolarità dell’affidamento“; questa condotta dava luogo da parte dei dirigenti indagati alla “liquidazione del contributo comunale in assenza delle verifiche previste dalle Determinazioni adottate annualmente“.


Funzionari comunali collusi con gli imprenditori

Gli imprenditori avvantaggiati dagli affidamenti diretti sono responsabili in concorso con i funzionari del comune che avevano agevolato in loro favore l’esito della procedura.

Capozzi Andrea è responsabile in concorso con Gentili, Passeretti, Monti, Deodato, Petitti e Spada per avere disposto la programmazione della spesa pubblica (ex art. 128 d.lgs. 163/2006) al fine di creare artificiosamente le condizioni ed i presupposti necessari, ovvero il frazionamento della spesa, per procedere agli affidamenti diretti senza gara in suo favore.

Analogo addebito viene mosso dalla Procura pontina nei confronti  di Capozzi Alessandra, Di Girolamo Antonio e Montico Fabrizio.

Diversa la posizione di Maietta, accusato in concorso con Gentili, Ventura e Deodato poiché, a causa dell’omissione da parte dei funzionari dei controlli sulla regolarità delle procedure di affidamento, nonché sulla qualità e quantità dei lavori eseguiti, oltre che sul possesso dei requisiti da parte delle imprese esecutrici, “disponevano la liquidazione – è scritto sull’ordinanza del Gip – in più soluzioni, in favore della società Latina Calcio” di cui Maietta è Presidente oltre che comproprietario, della cifra di 467 mila euro.


L’associazione a delinquere pro Latina Calcio

Secondo l’ipotesi accusatoria della Procura di Latina i proprietari formali del Latina Calcio, Pasquale Maietta e Cavicchi Paola, erano in combutta con l’ex sindaco Giovanni Di Giorgi, quest’ultimo socio di fatto della medesima società calcistica. Per gli inquirenti De Giorgi avrebbe firmato con Maietta ed il figlio della Cavicchi alcune fideiussioni per garantire l’iscrizione della squadra al campionato di calcio 2013, per una cifra pari a 260 mila euro; e per ulteriori 390 mila in relazione al campionato 2013.

In particolare Giorgi, unitamente a Maietta e Cavicchi, operava all’interno dell’assetto societario con funzioni decisionali, quali la scelta dell’allenatore e del presidente, oltre ad adoperarsi per il recupero dei fondi necessari per sostenere le spese della società di calcio, attraverso sponsorizzazioni richieste agli imprenditori locali.

I funzionari comunali Ventura, Deodato e Lusena Elena promuovevano ed organizzavano invece un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una pluralità di reati contro la Pubblica Amministrazione, tra cui l’abuso di atti d’ufficio, la concussione, la turbativa d’asta; ciò avveniva al fine di arrecare alla società Latina Calcio illeciti vantaggi di natura patrimoniale.

Nel dettaglio – scrive il Gip Mattioli – la distrazione della somma di 400 mila euro per lavori di ampliamento dello Stadio di Latina; l’omissione della richiesta di pagamento del canone di affitto dello stadio di Latina in capo alla società calcistica che lo aveva in locazione, il Latina Calcio, per 313.793 euro; l’autorizzazione al rifacimento del manto erboso dello stadio della Fulgorcavi, in uso al Latina Calcio, per 46 mila euro; l’autorizzazione dei lavori di ampliamento dello stadio di Latina, contro una delibera di Giunta, la n.434/14, che stabiliva la destinazione dell’area dello stadio a verde pubblico; la predisposizione di un certificato di collaudo e di idoneità statica falso per due tribune ed alcuni prefabbricati montati presso la curva dello stadio; la concessione di lavori di manutenzione ordinaria dello stadio di Latina, in assenza di gara, alla Antonio di Girolamo, turbando la gara e redigendo le determine di affidamento relative in epoca successiva ai lavori.


La concussione di Maietta

Il parlamentare Pasquale Maietta è accusato del reato di concussione, ex art 317 cp, in quanto, quando ricopriva la carica di presidente della società di calcio del Latina e al contempo quella di deputato del Parlamento italiano, abusava dei suoi poteri minacciando il funzionario del Comune Deodato Nicola rivolgendogli la seguente frase: “Ma tu pensi di fare la guerra a me? Se tu me la vuoi fare, te la faccio io a te; informati bene chi sono; se mi fai la guerra diventa un casino; risolvi sto problema“.

In questo modo Maietta costringeva Deodato ad acquistare, a spese dell’amministrazione, un gruppo elettrogeno da destinare al Latina Calcio durante la celebrazione di alcuni eventi notturni. Di fatto veniva affittato un gruppo elettrogeno senza prima predisporre i relativi atti amministrativi e impegnando denari pubblici fuori bilancio. Il noleggio veniva effettusto presso la GEAM service srl., con sede a Latina.


Falso e abuso d’ufficio per l’ex sindaco

Nei confronti dell’ex sindaco del capoluogo pontino, Giovanni Di Giorgio, viene ipotizzato dalla Procura il reato di associazione a delinquere, ex 416, poiché assieme all’assessore (pro tempore come lui) all’urbanistica, Di Rubbo Giuseppe, al consigliere nonché presidente della Commissione Urbanistica Malvaso Vincenzo, al Dirigente del servizio urbanistica Monti Ventura, ed ai tecnici comunali addetti al servizio, Paolelli Luigi, Baldini Luca e Riccardo Massimo, costituiva ed organizzava un’associazione “finalizzata alla commissione di reati – è scritto nell’ordinanza – di abuso in atti di ufficio, falso, reati in materia di edilizia ed urbanistica” mediante una serie di condotte che individuavano precise fattispecie di reato. (cm)

Panzironi e la nomina del dg Anelli

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Nel giugno del 2008 Gianni Alemanno viene eletto sindaco di Roma e a settembre dello stesso anno nomina Franco Panzironi amministratore delegato dell’azienda dei rifiuti AMA spa, di proprietà del Comune.

La situazione dell’azienda è disastrosa, trovandosi nel pieno di una crisi economico finanziaria.

AMA aveva 650 milioni di debito con le banche e 300 con i fornitori, nei confronti dei quali i pagamenti erano postergati anche di un anno. I debiti verso le banche erano tutti a medio-breve termine dal che esse ne traevano un enorme potere contrattuale, potendo minacciare in qualsiasi momento un rientro immediato, mettendo l’azienda in ginocchio.

A gennaio del 2009, dopo una serie di colloqui, Panzironi decide di assumere, con la qualifica di direttore amministrativi ed a chiamata diretta, Giuseppina Giovanna Anelli. Anelli aveva una vasta esperienza in quella posizione maturata dopo un lungo periodo di lavoro presso Poste Italiane, ben prima della sua privatizzazione. Esperienza che metterà a frutto, contribuendo a migliorare la situazione patrimoniale di AMA attraverso una rivalutazione degli immobili in conto patrimoniale ed una svalutazione dei crediti inesigibili. Questo processo consentirà all’azienda di potersi presentare con un bilancio più solido di fronte alle banche creditrici, al fine di rinegoziare il debiti.

Le banche accettano la proposta e i debiti a breve termine passano da 650 a 278 milioni. La parte restante, 372 milioni, vengono trasformati in debiti a medio-lungo termine, con la possibilità di rimborso posticipata dal 2013 al 2021.

Nel 2010 AMA viene ricapitalizzata con un conferimento di dieci milioni da parte dell’azionista unico, Roma Capitale.


I rapporti tra Panzironi e Anelli

La ristrutturazione del debito di Ama aumenta la stima di Panzironi nei confronti della Anelli. Lo stesso Alemanno si congratulerà con l’amministratore delegato nonché suo consigliere personale.

I rapporti tra Anelli e Panzironi si rinsaldano quando Anelli accetta di dare ripetizioni a suo figlio.

A partire dal 2010 Panzironi decide di affidare, contro la sua volontà, ad Anelli anche la Direzione acquisti. E’ un settore delicato poiché da esso passano gli approvvigionamenti a tutti gli altri dipartimenti dell’azienda. Non è solo un compito di rappresentanza, ma comporta una responsabilità gravosa poiché si tratta di indire concorsi, nominare le relative Commissioni ed attestarne gli esiti conclusivi.

Il nuovo incarico comporta quindi un certo bagaglio di rischi poiché la direzione acquisti ricopre di norma il ruolo di Responsabile Unico di Procedimento (RUP).

Nell’agosto del 2011 Panzironi si dimette da ad e viene sostituito da Salvatore Cappello, che resta in carica per circa un anno, confermando Anelli alla guida della direzione amministrativa ed della direzione acquisti.

A settembre del 2012 Cappello si dimette e Alemanno chiama la Anelli e le chiede se è disposta ad accettare la nomina di direttore generale. Si trattava di una mossa pensata da Panzironi con la quale questi intendeva affidare alla Anelli il ruolo di amministratore delegato. Anelli non poteva essere nominata ad essendo già dipendente della società. Dunque si pensò di superare l’impasse nominandola direttore generale ed affidandole un numero di deleghe tale da attribuirle gli stessi poteri di un ad.


I contrasti della Anelli col cda

Sia il presidente del cda Benvenuti che i vari consiglieri di maggioranza Berti e De Ritis, avevano sempre mostrato una certa rigidità nei confronti del nuovo direttore generale, talvolta manifestando una netta opposizione. Come quando, in occasione della riunione convocata per l’approvazione del bilancio, tutti i consiglieri di maggioranza non si presentarono.

I contrasti in seno al cda erano legati al fatto che, a parere dei consiglieri che avrebbe dovuto sostenerla, le deleghe concesse ad Anelli erano troppe e troppo importanti. Esse riguardavano sia la macrostruttura, cioè le varie aree aziendali e i dipartimenti, che la microstruttura, ossia i dirigenti responsabili dell’attività operativa. Ed in un cda dove le nomine erano tutte espressione dei criteri di spartizione politica, lasciare il potere di nomina dei dirigenti in mano ad una sola persona che ragionava esclusivamente in termini aziendalistici rappresentava un ostacolo da rimuovere. Il consigliere Berti, prima ancora di essere cooptato in cda il 4 di maggio del 2012, ebbe a dire alla Anelli che le deleghe che le erano state attribuite erano sbagliate, esagerate. Anelli subì diverse pressioni esterne da parte sia di Alemanno che di Luca Gramazio e Antonio Lucarelli, per nominare o promuovere determinate persone. In tutte queste occasioni Anelli si è sempre mostrata molto risoluta, decidendo di agire sempre secondo la sua testa e mai contro gli interessi dell’azienda. Questo atteggiamento alla fine è la ragione per la quale sara’ costretta a dimettersi.


Le dimissioni di Anelli

Anelli continua ad assumere la carica di direttore generale sino al 16 marzo 2013, quando decide di presentare le dimissioni. In realtà le aveva già presentate il 30 gennaio 2013, a causa delle pressioni da parte del cda tese a revocarle le deleghe e quindi a toglierle i poteri. Ma le insistenze del sindaco e di Panzironi riescono a convincerla a restare ancora un po, almeno fino alla chiusura di Malagrotta. Si trattava di un passaggio molto critico sia per l’amministrazione che per la città, in quanto si rischiava un’emergenza, non solo dei rifiuti ma anche sanitaria, simile a quella esplosa qualche anno prima a Napoli. L’Unione Europea aveva concesso nel 2011 una proroga di due anni, stabilendo al contempo che la discarica doveva essere chiusa inderogabilmente entro il 2013, poiché l’interramento del rifiuto talquale era considerato illegale. l’Italia aveva ottenuto la proroga, per la quale era però costretta a pagare una multa di circa 10 milioni di euro l’anno.

Quando la discarica viene chiusa, nell’ottobre del 2013, Anelli presenta le sue dimissioni irrevocabili. Più volte la maggioranza in consiglio di amministrazione aveva cercato di farle cambiare idea, anche restiuendole parte delle deleghe che le aveva sottratto poco tempo prima, quelle meno importanti. Anelli però percepisce che i cambiamenti voluti dalla maggioranza, che da tempo non la sosteneva più, e sostenuti dal Sindaco e da Lucarelli, avevano irrimediabilmente traslato la gestione dell’azienda da un piano meramente aziendalistico ad uno esclusivamente partitico. Un piano rispetto al quale il suo giudizio e la sua competenza manageriale avevano un valore relativo.


Le dichiarazioni di Anelli nel processo a Mafia Capitale

Nell’udienza del 26 maggio la dott.ssa Anelli riferisce inizialmente al pm di non essersi occupata di tutta la parte relativa alle gare, della quale invece si occupava Panzironi, che gestiva anche tutti gli aspetti più prettamente economici dell’azienda. Questo avveniva in particolare nel periodo che precedette le sue dimissioni, gli ultimi mesi del 2013. E la ragione era legata al fatto che oltre a doversi occupare degli aspetti amministrativi, era anche molto impegnata nel seguire tutta la vicenda della chiusura di Malagrotta, con incontri quasi quotidiani coni il prefetto ed i tecnici del ministero dell’Ambiente che seguivano la vicenda per conto del governo. Quando il pm Terscaroli chiede al teste in quale altre occasioni Panzironi era intervenuto nella gestione dell’azienda, Anelli risponde di come spesso gli capitava di sollecitare non solo con lei ma soprattutto con il suo collaboratore, Luigi Zuccaroli che seguiva i pagamenti, le fatture in sospeso con le cooperative sociali che avevano vinto gare con AMA. Si trattava in particolare del Consorzio Nazionale Servizi (CNS) del quale facevano parte, oltre alla cooperativa sociale 29 giugno, anche la Cosp e la Formula Ambiente, tutte impegnate nella raccolta di varie tipologie di rifiuti. A seguito delle sue dimissioni Panzironi aveva accettato, a titolo gratuito, un incarico di consulente particolare del Sindaco (delibera n.160 del 16.06.13) ed in questa veste seguiva e sollecitava i pagamenti per le cooperative di Buzzi. I ritardi nei pagamenti dei fornitori erano inizialmente molto lunghi, da sei mesi ad un anno. Quando Ama riuscì ad ottenere la rinegoziazione del debito con le banche, Anelli riferisce di come queste fossero in graduo di garantire un flusso finanziario adeguato da consentire di pagare i fornitori con scadenze che andavano dai 60 ai 90 giorni. Oltre ad Anelli, Panzironi si interfacciava spesso, oltre che col direttore dell’ufficio legale D’Onofrio, anche con il direttore operativo nonché suo futuro sostituto, Giovanni Fiscon, soprattutto sulle questioni relative all’azienda.

Anelli racconta in aula di come da una parte lei ha ritenuto di avere offerto un servizio all’azienda, attraverso la ristrutturazione del debito con le banche e la chiusura di Malagrotta. Allo stesso tempo si ritiene convinta di come la decisione di accettare le sue dimissioni solo dopo l’esito favorevole della chiusura della discarica di Roma, fosse dovuta al fatto che comunque il cda l’avesse scelta come capro espiatorio nel caso in cui l’esito dell’emergenza rifiuti fosse stato disastroso. A questo poi si univa il fatto che lo stipendio da lei percepito ers di gran lunga il più basso all’interno di Ama, con dirigenti di livello inferiore al suo che percepivano anche il doppio. Nell’ordinanza del 2 dicembre 2014 Salvatore Buzzi cita, in una conversazione intercettata con Massimo Carminati, un incontro con il direttore generale di Ama che in quel periodo era la Anelli. Questa riferisce di avere incontrato più volte Buzzi nei corridoi dell’azienda, ma di non ricordare di avere mai preso un appuntamento con lui, ne di avere mai discusso di questioni relative ad attività operative.


L’arbitrato COLARI

Quando Anelli venne nominata direttore generale di Ama, gran parte del rifiuto indifferenziato veniva ancora interrato in discarica. Ama processava una parte del talquale attraverso i due impianti di TMB (Trattamento Meccanico Biologico) quello di sua proprietà, sulla via Salaria, e quello della COLARI a Rocca Cencia. Nessuno dei due raggiungeva comunque la piena capacità produttiva. L’amministratore delegato che l’aveva preceduta, Cappelli, dato che il contratto per il noleggio dell’impianto di TMB della COLARI era in scadenza, aveva portato in cda un contratto di rinnovo della durata di dieci anni. Questo venne bocciato dai consiglieri di maggioranza e quella fu la ragione che portò Cappelli a dimettersi. Quando Anelli venne nominata dg ereditò il problema del rinnovo del contratto di nolo dell’impianto di TMB di Rocca Cencia. Anelli portò in cda un contratto della durata di due anni. COLARI però non fu d’accordo perché voleva delle garanzie a lungo termine, che però il consiglio non riteneva di darle. Questo perché con il piano di sviluppo della raccolta differenziata che il cda aveva attuato, il talquale prodotto si sarebbe con l’andar del tempo ridotto.

A questo proposito il comune aveva stipulato, con Provincia e Regione, in data 4.08.12 il cd Patto per Roma, che stanziava 83 milioni di euro per lo sviluppo della raccolta differenziata. Il contratto di due anni proposto alla COLARI venne da questa rifiutato, e questo innescò il famoso lodo COLARI.

In relazione alla raccolta differenziata venne bandita la gara n.18/2011 per la raccolta dell’umido. La gara venne bandita nel novembre del 2011 dall’ad Cappello, ed in relazione ad essa Anelli firmò il 5.12.12 il relativo provvedimento di aggiudicazione. (cm)

I legami tra Mafia Capitale e i Fasciani

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Le indagini del Ros condotte nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo hanno consentito di accertare come Fabrizio Franco Testa percepisse denaro dalle cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi.

Tra i documenti sequestrati dal Ros negli uffici di via Pomona, vi era anche una cartellina contraddistinta dal nome Elvis.

Nella cartellina, fra i vari fogli, c’ era anche una serie di prospetti nei quali venivano indicate le somme da corrispondere a consiglieri comunali e municipali legati, secondo l’ipotesi accusatoria, alla stessa corrente di Luca Gramazio.

L’accordo corruttivo concluso da Buzzi e Carminati con Gramazio prevedeva infatti l’assunzione di tali consiglieri in capo alle cooperative sociali di Buzzi, 29 giugno, Formula Sociale e ABC, ciò al fine di garantire la loro fedeltà al “capo corrente”.

I consiglierei avrebbero dovuto portare a Gramazio, in sede di rinnovo del Consiglio Regionale, un numero di preferenze sufficiente a farlo rieleggere, possibilmente riconfermandogli anche l’incarico di capogruppo, spettante al consigliere eletto col maggior numero di preferenze all’interno del consiglio.

Oltre a questi contratti Gramazio riceveva sui conti del proprio comitato elettorale, sempre dalle cooperative di Buzzi, contributi economici  per un valore di 40 mila euro, oltre ad ulteriori 80 mila euro di credito presso la tipografia che gli stampava abitualmente il materiale di propaganda. Complessivamente i contributi concessi da Buzzi a Gramazio ammontavano a circa 542 mila euro.

Nella stessa cartellina Elvis il Ros ha rinvenuto alcuni resoconti dai quali emerge come talune dazioni effettuate dalle cooperative di Buzzi affluissero sui conti di Fabrizio Franco Testa.

Ciò avveniva attraverso una società non a lui direttamente riconducibile: la Immobile Business srl.


Immobile Business srl e Paolo Luigi Proteo

Immobile Business srl ha come oggetto sociale la ristrutturazione e l’intermediazione di immobili, ed a la sede in via Armando Armuzzi n.6 ad Ostia. Lo stesso indirizzo in cui ha sede lo studio professionale del commercialista Paolo Luigi Proteo, amico e socio di Testa.

In base alle risultanze contenute nella relazione conclusiva della Commissione di accesso presso Roma Capitale, la Immobile Business è per l’80% di proprietà dello Studio P srl, lo studio di commercialista di Proteo, mentre il restante 20% è di Paolo Proteo.

Proprietario unico di Studio P srl è sempre Paolo Proteo, e la società ha sede, anche questa, in via Armando Armuzzi n.6.

Dalle analisi dei conti della Immobile Business il Ros ha accertato come siano stati effettuati almeno due bonifici dalla cooperativa sociale COSMA. Quest’ultima, rappresentata dall’avvocato Antonio Esposito, ha come principale socio occulto nonché percettore di redditi Massimo Carminati. Si tratta in particolare del bonifico del 19.05.14 per 36.700 euro e di quello del 30.05.14 per 21.960 euro.

Il primo, emesso a saldo della fattura n.12/2014, aveva come causale “fornitura anno 2013 di terra, terriccio e inerti per la manutenzione del verde presso vostri cantieri Eur”, mentre il secondo veniva emesso a saldo della fattura n.13/2014 e recava come causale “servizio di movimento terra e di ripristino aree verdi svolti per vostro conto anno 2013 presso cantiere 3° Municipio”(ex 4°).

Le fatture della Cosma riguardavano rispettivamente il subappalto ottenuto dalla 29 giugno per la gestione dei cantieri presso EUR spa, e nel secondo caso una gara vinta dalla COSMA  nel 3° Municipio per la gestione delle aree verdi.

Sulla riconducibilità di questi soldi a Fabrizio Testa, vi sarebbe, oltre ad un’ambientale del 26 maggio 2014 tra Paolo Di Ninno e Carminati, anche un documento sequestrato dal Ros presso lo studio di Di Ninno. Si tratta di un foglio contabile di riepilogo aggiornato al 19.05.14, data del primo dei due bonifici della Cosma alla Immobile Business srl. Nel foglio, tra le sottrazioni, viene indicato un meno 30 mila euro, con a fianco la lettera F.

Il totale dei due bonifici effettuati dalla COSMA alla Immobile Business risulta essere di 36.700, che corrisponde a 30 mila euro più IVA. Esattamente come emergeva dall’ambientale di cui sopra, dove una metà dell’importo dovuto da Carminati a Fabrizio Testa, pari a 30 mila euro, risultava essere già stata pagata:

Di Ninno: (inc.) tolti, li abbiamo già messi. Di questi, una metà li ha presi, la metà (l’altra), te li pago in settimana (inc.)

Carminati: perfetto, va be, quello…quello che…quelli sono (inc.)


Fasciani, Testa e lo studio Proteo 

Dunque Testa si faceva accreditare da Carminati (COSMA) somme sul conto di una società, la Immobile Business srl, che risulta appartenere al suo amico nonché socio e commercialista Paolo Proteo. Dalle indagini risulta inoltre come anche i Fasciani fruissero dei servizi professionali del commercialista Paolo Proteo.   

Per diversi anni, infatti, la contabilità della società Il Porticciolo srl, con sede in via Armando Armuzzi n.6, è stata gestita dal commercialista Luigi Paolo Proteo.

Come abbiamo visto in precedenza, nella stessa sede di via A. Armuzzi, risultano essere domiciliate alcune società intestate sempre a Proteo, oltre al suo studio professionale.

Pur risultando formalmente estranea alla società il Porticciolo srl , amministrata da Inno Gilberto ed il cui capitale sociale risulta essere suddiviso al 50% tra Davide Talamoni e la DAFA srl società che si occupa della gestione di stabilimenti balneari, la famiglia Fasciani ne è la reale titolare, così come confermato in dibattimento dallo stesso Proteo.

Per altro dalle risultanze dell’attività investigativa emerge come sia stato lo stesso Proteo a consigliare ai Fasciani di non consegnare la documentazione della società al custode giudiziario.


L’operazione “Nasty Business”

Sempre dalla Relazione d’accesso si evince come il commercialista Paolo Proteo sia rimasto coinvolto nell’inchiesta denominata Nasty Business, essendo stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per vari reati tra cui associazione a delinquere, riciclaggio e frode fiscale.

Nell’ordinanza del Gip dott.ssa Bonaventura del 22.09.14, Proteo faceva parte di un sodalizio criminale composto da 23 persone e capeggiato dallo stesso Proteo e da suo padre, anche lui  commercialista. I due professionisti proponevano ai loro clienti, tra cui alcune aziende operanti nel settore sanitario, di inserire nella loro contabilità alcune fatture false. Si trattava di documenti intestati a società riconducibili al sodalizio incriminato, che generavano in capo ad esso un introito di contanti per beni o servizi mai resi.

Per converso, i clienti che si vedevano inserire le false fatture in contabilità, ottenevano un aumento dei costi e quindi una riduzione dell’imponibile sui cui applicare l’aliquota da pagare.

Tra le società usate come cartiere da Paolo Proteo e dal padre vi era la Gestione Globale Soc Consortile a rl, con sede a Ostia, sempre in via A. Armuzzi n.6, controllata dallo stesso Proteo attraverso la Immobile Business srl.


La proiezione di Mafia Capitale a Ostia

Ancora dalle carte dell’inchiesta Mondo di Mezzo è emerso come la società Jumbo V, di proprietà di Loretta Smarchi e situata sulla via Litoranea al km 7.400 in località Castel Fusano, fosse gestita dal Alessandro Liburdi e da Lorenzo Alibrandi, fratello dell’ex NAR Alessandro Alibrandi. Lorenzo Alibrandi è inoltre gestore della comunità di recupero per minori, la Onlus Piccoli Passi, situata in zona Acilia-Infernetto.

Dalle intercettazione e dai servizi di sorveglianza svolti dal Ros si è potuto ricostruire come i locali di tale Onlus venissero usati dal sodalizio indagato per svolgervi diverse riunioni operative.

Con riguardo ai rapporti che legano Carminati ad Alibrandi, da alcune intercettazioni effettuate sull’ex NAR è stato possibile risalire ad una vicenda che lo ha visto protagonista e che ha permesso di ricostruire le relazioni sottese all’interno del sodalizio oggetto dell’indagine. Il 5 agosto 2013 attraverso un’ ambientale presso il bar di via di Vigna Stelluti, gli investigatori censiscono una conversazione tra lo stesso Carminati e Fabio Gaudenzi.

Il nero chiedeva al Gaudenzi di identificare un tale “Mirko”, un uomo di circa 50 anni di corporatura robusta e originario del quartiere romano di San Giovanni, il quale si era premesso di comportarsi in maniera arrogante nei confronti di “Lorenzino” Alibrandi, presso lo stabilimento di Castel Fusano da lui gestito. Gaudenzi girava la richiesta a tale Fuligni Roberto.

Il giorno 9 agosto Gaudenzi, Carminati, Liburdi assieme a Bucci Alessandro e tale Franco, si incontravano sempre al bar di Vigna Stelluti. Dopo aver iniziato a parlare del Mirko che aveva mancato di rispetto ad Alibrandi, nel corso della discussione emergeva come la persona che stavano cercando si chiamasse in realtà Danilo.

Sarà poi Carminati a recarsi personalmente a Tor Sapienza presso lo stabilimento di Lorenzino a riprendere tale Danilo, facendogli capire come quello fosse sotto la protezione sua e del suo sodalizio: “ho dovuto annà a cercà da solo…” .


Testa e quella società con Proteo

Dunque Fabrizio Franco Testa condivideva con il clan mafioso dei Fasciani i servizi del commercialista Proteo.

Da un’analisi effettuata sull’Anagrafe Tributaria e relativa alle cointeressenze comuni tra Proteo e Testa è emerso come Testa abbia percepito redditi dalle seguenti società:

1) SOGE.SE srl sede via A.Armuzzi n.6, attività di Ristorazione (2013)

2) COMPASS spa sede Foro Buonapate n.10 (MI) attività creditizia (2010)

3) Federico II Hotels srl sede via A.Armuzzi n.6 Albergo (2012)

4) Proteo Paolo Luigi sede v. A. Armuzzi n.6 Servizi contabili (2011)

5) CARGEST srl sede v. Tenuta del Servizi di gestione (2011)

6) C.A.R Centro Agroalimentare sede Roma V.Cavaliere n.1 Guidonia; Pubblici mercati

7) De Corato Riccardo sede v.A.Ristori n.200 Rm Riparazione apparecchi elettronici (2010)

In ultima analisi Testa non solo risulta dipendente di due società domiciliate nello stesso indirizzo in cui ha sede lo studio di Paolo Proteo, ma risulta essere anche un suo diretto dipendente.

Inoltre Proteo e Testa risultano essere soci nella Zenith srl con sede in v. A.Armuzzi, n.6. Tale società, costituita in data 23.01.13, ha come oggetto sociale la locazione di beni immobili propri.

A partire dal 6.02.13 Testa risulta essere amministratore unico della Zenith srl, il cui capitale sociale versato è pari a 31.000 euro, e di cui il 98,71% è intestato allo stesso Testa. La restante parte (1,29%)risulta appartenere a Paolo Proteo. Tale società è stata coinvolta in un’indagine denominata procedimento Catena (2010), che ha visto lo stesso Testa al centro di una rete internazionale di riciclaggio attraverso il trasporto materiale di contanti (spallonaggio) in Svizzera, Lussemburgo e S.Marino, contanti in seguito destinati verso il Lichtenstein e le isole Cayman.

Nell’inchiesta Mondo di Mezzo è emerso in maniera lucida il ruolo di Testa quale anello di congiunzione tra il sodalizio capeggiato da Buzzi e Carminati e le istituzioni, tanto a Roma quanto ad Ostia.

Ciò derivava dalla circostanza di avere egli ricoperto nel 2006 la carica di consigliere municipale presso la 13a Circoscizione Ostia-Axa-Casal Palocco (ora 10a) tra le fila del partito di Alleanza Nazionale, in particolare nella stessa corrente afferente all’ex sindaco Gianni Alemanno. Quello che emerge di singolare in questo ambito è che anche a seguito dell’avvicendamento tra il sindaco uscente Gianni Alemanno e quello entrante Ignazio Marino, il ruolo di Testa non sia sostanzialmente mutato, ponendosi egli come tramite tra Buzzi ed il Presidente del Municipio di Ostia, Andrea Tassone, col compito di esaminare alcune procedure di appalto.


Buzzi e lo stabilimento a Ostia

Dopo il racconto fatto ai suoi collaboratori Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero sui suoi trascorsi in cella col boss di Ostia Carmine Fasciani a Rebibbia, Salvatore Buzzi propone allo staff della 29 giugno l’idea della gestione di un bagno sul litorale del Lido.

Nell’ambientale del 6 ottobre 2014 tratta dagli uffici di via Pomona, Buzzi riferisce alla moglie Alessandra Garrone, al collaboratore Carlo Guarany e ad un terzo soggetto non identificato che le gare che erano riusciti ad aggiudicarsi sul litorale romano potevano rappresentare l’opportunità per prendere in concessione uno stabilimento balneare sul Lido di Ostia. A tale riguardo Buzzi poneva la necessità di parlarne con Carminati al fine di evitare il sorgere di contrasti con la criminalità locale: “Ne devo parlare con Massimo per sta assicurato con la malavita”.

Questo retroscena rivelato da Buzzi ha permesso agli inquirenti di avere un valido riscontro in merito ai legami di Carminati con la criminalità emergente del litorale romano. (cm)

I clan di Ostia

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Il 26 luglio 2013 le forze della Polizia di Stato coordinate dal Servizio Centrale Operativo, nell’ambito dell’operazione “Nuova Alba, eseguivano 51 ordini di custodia cautelare nei confronti di altrettante figure di spicco dei clan mafiosi operanti su Ostia ed in provincia di Roma.

Si è trattato in particolare di capi, gregari e reggenti, la maggior parte dei quali già sottoposti a regime detentivo, delle due principali famiglie mafiose che si spartiscono il territorio di Ostia: i Fasciani, gruppo criminale autoctono guidato da Carmine Fasciani e alleato col clan rom degli Spada, e i Triassi, legati invece alla famiglia mafiosa dell’agrigentino in parte emigrata in Canada dei Cuntrera-Caruana.

Tra i reati contestati l’associazione mafiosa, il traffico internazionale di stupefacenti, l’intestazione fittizia di beni, tutti reati commessi in concorso.

Nell’ambito dello stesso procedimento l’Autorità Giudiziaria ha emesso un decreto di sequestro preventivo relativo a società ed a beni immobili per un valore complessivo pari a 50 milioni di euro.


I clan di Ostia

Le indagini svolte dagli investigatori hanno permesso di accertare come i clan operanti sul territorio di Ostia siano complessivamente tre, i due indicati più il clan camorristico dei Senese, guidato dal boss Michele Senese. L’elemento singolare che è emerso è il carattere unitario di tali organizzazioni, dal che in occasione di contrasti sorti tra elementi appartenenti a gruppi diversi è stato possibile osservare l’adozione, su iniziativa degli stessi gruppi criminali, di attività tese a ricomporre i contrasti tra gruppi, in forza dell’esigenza superiore della pace sociale.

Nella fattispecie nella veste di paciere in ordine alla risoluzione dei contrasti sorti tra Michele Senese e la famiglia Triassi si era prestato Carmine Fasciani, il quale, a partire da quell’occasione, ha siglato un accordo strategico con i Senese teso alla spartizione dell’attività spaccio, non solo nella zona di Ostia ma anche in alcune zone particolarmente interessate dal commercio degli stupefacenti, come Tor Bella Monaca, teatro nel 2013 di una serie di omicidi legati al controllo delle piazze.

In precedenti occasioni, sempre a seguito di contrasti tra la famiglia Triassi e quella dei Fasciani, il ruolo di paciere era stato svolto da Francesco D’Agati detto zio Ciccio, esponente di spicco del mandamento palermitano di Villabate.

E’ emerso nel corso delle indagini come il D’Agati rivestisse il ruolo riconosciuto di garante di accordi stipulati tra tutte le organizzazioni mafiose operanti su Ostia.


Le rivelazioni di Cassia

A rivelare l’esistenza di uno scontro tra Fasciani e Triassi, scontro emerso a seguito dei danneggiamenti del luglio 2012 ed agli incendi ad una serie di attività in particolare allo stabilimento balneare “Il Capanno” ad Ostia Lido, era stato il collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia affiliato al clan siracusano dei Santa Panagìa. Lo scontro, rimasto inspiegato fino alle rivelazioni del collaboratore, era legato al controllo del maggior numero di attività commerciali, bar, ristoranti e soprattutto stabilimenti, presenti sul litorale di Ostia.

Dalle indagini è emerso come la cosca Fasciani avesse dei suoi affiliati in Spagna, in particolare a Malaga e a Barcellona, in grado di gestire un traffico internazionale di stupefacenti con base di smercio l’Italia.

Dagli accertamenti presso i registri del catasto era emerso come ben 17 società dislocate nel comprensorio compreso tra Roma, Ostia e Fiumicino, tra cui due stabilimenti balneari, un ristorante ed una società immobiliare, fossero riferibili ad appartenenti alla famiglia Fasciani. Data la sproporzione tra le rispettive dichiarazioni dei redditi dei componenti della famiglia ed il valore dei beni economici loro intestati, o riconducibili a dei meri prestanome, nel gennaio del 2014 il Gip disponeva un sequestro preventivo di beni per un a valore complessivo di 6 milioni di euro.

Da accertamenti precedenti e ancora in corso al momento dell’avvio dell’operazione Nuova Alba svolti dal Gico della Guardia di Finanza, era emerso come numerose attività commerciali acquistate dai Fasciani venissero da questi parzialmente vendute attraverso la cessione di ramo d’azienda. Con tale condotta le società loro sequestrate venivano di fatto svuotate. Tra queste in particolare le società “Il Porticciolo” e “Malibù Beach”, già sottoposte a sequestro a partire dal luglio 2013 e cedute in favore di due soggetti legati ai Fasciani entrambe incensurati. Tutte le attività economiche sia direttamente che indirettamente riconducibili ai Fasciani venivano impiegate per ripulire il denaro derivante dal traffico di sostanze stupefacenti.


La corruzione di Papalini

La Squadra Mobile di Roma, unitamente alla Guardia Costiera ed i Carabinieri eseguivano il 4 novembre 2014 un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti di nove persone. Tra queste anche Aldo Papalini, allora direttore dell’Ufficio Tecnico dell’Unità Organizzativa Ambiente e Litorale del 13° Municipio (ora Decimo).

Tra i reati contestati a Papalini e agli altri vi erano l’abuso d’ufficio, la turbativa d’asta, la falsità ideologica, la concussione, la corruzione e vari reati finanziari. Papalini, impiegato all’interno del Municipio di Ostia, gestiva l’affidamento di numerosi appalti pubblici all’interno di un sistema corruttivo che lo vedeva in prima linea nel favorire determinati soggetti vicini alle organizzazioni criminali.

Sempre Papalini, grazie alla corruzione, riusciva a fare adottare determine dirigenziali che annullavano le concessioni in capo ad alcune aziende storiche che gestivano alcune attività balneari da numerosi anni, per affidarle a personaggi vicini alle organizzazioni criminali che controllano il litorale di Ostia, essenzialmente gli Spada e i Fasciani.

Da una perquisizione effettuata nei confronti di Papalini è stato rinvenuto un permesso di circolazione per invalidità intestato a Carmine Fasciani ed utilizzato da Papalini nella sua auto, permesso che gli consentiva di circolare nelle aree a traffico limitato.


L’aggravante mafiosa

Sebbene il litorale di Ostia sia sempre stato territorio privilegiato delle organizzazioni mafiose, da Cosa Nostra alla ‘ndrangheta, per via delle presenza contemporanea del porto turistico e dell’aeroporto Leonardo da Vinci, due luoghi di accesso per gli stupefacenti provenienti prevalentemente dalla Spagna e dall’Olanda, il Gip D’Alessandro è stato tra i primi ad avere riconosciuto la natura mafiosa (art.416 bis) dell’organizzazione autoctona dei Fasciani e dei loro sodali Spada.

Ciò a causa del loro modus operandi basato principalmente sulla minaccia derivante dal vincolo associativo, ma soprattutto dalla loro capacità di infiltrarsi nelle istituzioni utilizzandole per i loro fini, grazie non solo alla minaccia della violenza ma alla capacità di corruzione. Quest’ultima, esattamente come accade per le mafie classiche con il pizzo, testimonia la capacità di controllo del territorio oltre alla disponibilità fuori dalla norma di ingenti mezzi finanziari.

Nel motivare l’ordinanza di custodia cautelare relativa all’operazione Nuova Alba il Gip D’Alessandro scrive come dalle carte

emerga una particolare complessità e pervasività delle articolate strutture criminose ricostruite e come i singoli episodi segnalano una costante, cioè una struttura: la creazione di un sistema teso all’introito di denaro tramite il traffico di stupefacenti, anche internazionale, pur a mezzo di organigrammi armati; attraverso l’usura; attraverso le estorsioni, in una situazione che è di ferreo controllo del territorio, fino all’esposizione a lesione del bene primario della vita, con le aggressioni, con l’omicidio, con la diffusione criminale di sostanze stupefacenti tanatogene, con la disponibilità di armi di micidiale potenza offensiva.

Nel contesto spaventoso delineato ha senso ipotizzare il vincolo di intimidazione e le correlate situazioni di assoggettamento ed omertà proprie dei sodalizi mafiosi, per il conseguimento dei profitti che risultano indefettibili. Nel contesto in parola ha senso parlare di mafia; e la ragion d’essere vera della mafia è la capacità di smantellare l’esistente, e con esso qualunque sistema di trasparente gestione o legittimante garanzia degli assetti economici, per inserire la distonica sopraffazione del privilegio ingiustificato, della forza prevaricante.

Il ridisegno della costa e delle concessioni è polo di attrazione per le consorterie mafiose ed i loro disegni, in primisi economici, ma anche consapevolmente tesi ad una regolarizzazione affaristica, e ad uno smantellamento dello Stato, prendono corpo con chiarezza ad un passo dalla completa realizzazione. Lo sfondo è quello dell’acquisizione sistematica di beni produttivi e della loro fittizia intestazione a prestanome; ma il punto di arrivo è lo scardinamento del sistema: un saccheggio pacificamente operante a livello locale, nella dimensione regionale, e lontano da qualsivoglia controllo statale.

La Concessione in ragione degli introiti e dei beni ridisciplinati, deve creare un sistema affaristico privilegiato locale“.


Balini e i legami con le organizzazioni criminali

Nell’ordinanza dell’operazione Nuova Alba il Gip mette in evidenza i legami tra le organizzazioni criminali operanti su Ostia ed alcuni imprenditori locali. In questo ambito la figura imprenditoriale di spicco legata ai clan locali è quella di Mauro Balini, Presidente del Porto di Ostia legato al pluripregiudicato Cleto De Maria.

De Maria viene arrestato nel luglio del 2013 con l’accusa di essere la persona incaricata dal clan Triassi di gestire le attività economiche riconducibili al clan e situate nel Porto di Ostia.

De Maria vanta una condanna per traffico internazionale di stupefacenti in relazione alla quale ha scontato una pena detentiva di dieci anni. Nel 2007 assieme al fratello del boss Michele Senese Gennaro, che e’ anche suo suocero, è stato arrestato in Brasile mentre a bordo di un’imbarcazione a vela cercava di trasportare un carico di 300 chilogrammi di cocaina.

Se nel 2007 De Maria era associato ai Triassi, in seguito questi cambia schieramento e si costruisce un ruolo da intermediario tra Balini e un altro imprenditore vicino ai clan criminali, Silvano Giacometti, e l’organizzazione criminale di Roberto Giordani soprannominato Cappottone. Giordani, assieme a tale De Santis, sta scontando un periodo di reclusione per tentato omicidio ai danni di Vito Triassi (2007) capo dell’omonima famiglia.

Sin dalle prime conversazioni registrate sull’utenza del Balini – si legge sull’ordinanza dell’operazione Nuova Alba – è stato possibile avere conferma dell’esistenza di un’ambiente economico-finanziario inquietante, all’interno del quale agivano appartenenti alla criminalità organizzata interessati ai rilevanti movimenti di capitali e ai grossi investimenti che si stavano realizzando nel territorio di Ostia Lido“.

Balini è il volto presentabile attraverso il quale le organizzazioni mafiose si muovono nel mondo degli affari che contano, potendo vantare un patrimonio di relazioni sociali fuori dal normale: intrattiene i rapporti non solo con personalità militari di grado elevato, è scritto nell’ordinanza, ma anche con soggetti imprenditoriali di rilievo nazionale ed internazionale come la CMC di Ravenna, la EDP Limited London e Italia Navigando.

Balini – scrive ancora il Gip D’Alessandro – segna il salto di qualità, sicché accedere a lui equivale ad accedere ai piani alti, e scalzare i suoi abituali collaboratori equivale ad inserirsi nel circuito degli affari presentabili“.

Ma Balini non è solo un punto di riferimento nel mondo degli affari per quanto riguarda i capitali di provenienza illecita, ma anche un referente riconosciuto nell’ambiente del crimine organizzato che opera sul litorale di Ostia. Quando il pregiudicato Roberto Giordano si trova recluso, sarà Cleto di Maria ad indirizzare sua moglie, Barchesi Sara, da Balini;

Balini, in forza dei legami che intrattiene con gli ambienti criminali, assicurerà un ricco mantenimento al figlio di Giordano, pagandogli oltre alla scuola privata anche un viaggio in Canada.

Si legge ancora nell’ordinanza relativa a Nuova Alba:

E’ agevole ritenere che ciò è stato possibile solo per un sostanziale indebolimento dei Triassi, in un contesto nel quale Balini, con i suoi contatti, con le sue relazioni, è sempre l’obbiettivo da raggiungere, per trasmigrare nelle attività commerciali di apparente rispettabilità e liceità.

Sono gli stessi epigoni della Banda della Magliana ad agire, ma non è ragionevole pensare che agiscano da soli: quantomeno si giovano dell’incalzante operatività dei Fasciani e degli Spada“.


Il riconoscimento del 416 bis al clan Fasciani

In relazione alle proiezioni future nel mondo degli affari da parte dei clan di Ostia, interessanti sono le motivazioni che il Gip D’Alessandro ha formulato in relazione agli accertamenti patrimoniali del febbraio 2014, successivi all’esecuzione dell’ordinanza di arresto Nuova Alba:

Dopo avere esaminato la richiesta del Pm limitata, evidentemente, alle sole attività commerciali ed agli stabilimenti balneari,il Gip sottolinea come

la ricerca possa continuare, non dovendosi dimenticare che la società degli affari guarda alle concessioni balneari, ma anche al Porto, come ad un’occasione che coglie la vocazione economica del territorio e punta alla sua conversione, attraverso il gioco d’azzardo, in struttura deputata al riciclaggio“.

Il 13 giugno 2014 il GUP di Roma ha riconosciuto, a seguito del rito abbreviato, il carattere mafioso del clan Fasciani, specificando come:

il metodo adottato dall’associazione appare connotato da stili comportamentali tali da conseguire, in concreto e nell’ambiente nel quale l’associazione ha operato, una effettiva capacità di intimidazione

e ancora:

Le condizioni di assoggettamento della popolazione e gli atteggiamenti omertosi conseguono più, che a singoli atti di sopraffazione solo residualmente consumati, al c.d. prestigio criminale dell’associazione che per la sua notorietà e per la capacità di esprimere messaggi minatori, anche simbolici ed indiretti, si è accreditata come un centro di potere malavitoso temibile ed effettivo“.

Con la sentenza del 30 gennaio 2015 la prima Sezione Penale del Tribunale di Roma ha condannato i membri della famiglia Fasciani per associazione di tipo mafioso, oltre ad una serie di altri reati, infliggendo loro pene detentive per complessivi 200 anni di carcere.

Si tratta di una condanna che ha un valore storico poiché finalmente, dopo l’operazione Colosseo del 16 aprile 1993 che ha condotto all’azzeramento dell’organizzazione denominata Banda della Magliana ma all’impossibilità di dimostrare, in sede di giudizio, il suo carattere mafioso, finalmente un Tribunale della Capitale riconosce l’esistenza di un’organizzazione di tipo mafioso attiva sul territorio di Roma. (cm)

Coratti e Figurelli

 

In una conversazione intercettata presso gli uffici di via Pomona il 23 gennaio 2014, Salvatore Buzzi racconta a Claudio Caldarelli di avere pagato una tangente da 10 mila euro per “mettersi a parlare” con l’allora presidente dell’Assemblea Capitolina, Mirko Coratti.

Buzzi racconta ancora al suo collaboratore di avergli fatto la proposta di ricevere un trattamento analogo a quello offerto a Giordano Tredicine, consigliere dell’opposizione, vale a dire un’erogazione mensile in cambio dei suoi favori in relazione alla concessione di appalti ed alla velocizzazione dei relativi pagamenti.

Buzzi: ohh ma che (inc.) ma che (inc.) ..me so’ comprato Coratti.

Caldarelli: ehh ehh ricordate da diglielo…ho capito…

Buzzi: lui sta con me…gioca con me ormai

Caldarelli: ehh ricordategli e de questo perché…

Buzzi: oh ma che sei peggio del lui, ce vado venerdì a pranzo ma che sei rincoglionito…ma che cazzo…non cambi mai, sempre la stessa cosa

Caldarelli: (ride)

Buzzi: e che cazzo.. che me so rincoglionito…poi non tutte riescono però uno ce prova, eh (ride)

Caldarelli: (ridendo) mannaggia alla madosca, oh

Buzzi: non tutte (inc) …t’ho detto gl’ho spiegato tutto a (inc) lui

Caldarelli: ahh..ah..ok..quindi io stasera…

Buzzi: gliel’ho detto guarda, lo stesso rapporto che c’abbiamo con Giordano (Tredicine) lo possiamo avere con te…m’ha capito subito!

Caldarelli: eh (ride)

Buzzi poi però il problema è che lui non so quanto a quanta gente l’ha (inc)..mentre con Giordano semo (inc)
Caldarelli: (inc)…in giro…(inc)

Buzzi: so’ tre volte che te la dico eh..tre volte.. c’ho un pranzo con lui
Caldarelli: ahh ecco la dovete chiude ancora..

Buzzi: venerdì… perché dobbiamo chiude.. quando io gl’ho detto tutto lui m’ha detto.. non m’ha detto no.. m’ha detto ci vediamo a pranzo venerdì.. più de questo…(ridendo:) che me deve(inc)…
Caldarelli: lui perché c’ha rapporto con (inc)… perché c’ha rapporto con (inc)Vito?

Buzzi: perché si conoscono da ragazzini.. solo questo.. se conoscono da ragazzini…
Caldarelli: perché lui ha rapporto con (inc) e il capo segreteria sua c’ha rapporto con quell’altro…
Buzzi: (a bassa voce:) al capo segreteria suo noi gli diamo 1000 euro al mese…al capo segreteria 1000 euro al mese
Caldarelli: ahh (inc)

Buzzi: so’ tutti a stipendio Claaa (si sovrappongono)
Si sentiva uno dei presenti affermare “quello è nostro” 
Buzzi: no lui m’ha detto.. lui m’ha detto veditela con lui.. io solo per metteme a sede a parla’ con Coratti 10 mila gli ho portato.


L’associazione Rigenera

Nel corso dell’udienza del 25 maggio il teste Stefano Carnevali, presidente dell’associazione Rigenera, ha riferito sulle attività associative poste in essere con tale soggetto giuridico e sui rapporti con l’ex presidente dell’Assemblea Mirko Coratti.

Carnevali gestisce con il padre un’attività commerciale e ha dichiarato di non essere mai stato iscritto al PD. Suo padre conosce il padre di Coratti, Aldo, titolare di una tabaccheria non distante dal luogo in cui è situata la sua attività.

L’associazione Rigenera, costituita nell’aprile del 2013, promuove  il recupero ed il riutilizzo degli edifici in disuso e destinati alla demolizione, opponendosi alla ulteriore cementificazione del suolo. L’attività grava interamente su Carnevali e dunque l’unica iniziativa pubblica che l’associazione è stata in grado di organizzare è stato un convegno svoltosi il 14 luglio 2013 presso la Sala della Protomoteca, in Campidoglio, alla presenza dell’ordine degli architetti, di quello dei geometri e dei costruttori.

L’associazione ha potuto godere di erogazioni di denaro frutto di elargizioni liberali, le cui fonti venivano contattate dallo stesso Coratti. Grazie ad esse l’associazione è stata in grado di sostenere i costi vivi legati della sua attività, dall’affitto dei locali della sua sede al pagamento delle utenze. Complessivamente le spese sostenute ammonterebbero a circa 3000-3500 euro mensili (36-42 mila euro annui) contro un totale di 12 elargizioni per un ammontare complessivo di 100-120 mila euro.

Carnevali ha raccontato in aula di non essersi mai occupato degli aspetti finanziari, ne dei rapporti diretti con i donatori. La sua attività si limitava, una volta affidata la contabilità ad un commercialista di fiducia, alla verifica settimanale delle uscite e delle entrate, ammontare di cui riferiva settimanalmente a Coratti.

Così quando il pm chiede per ben due volte al teste se Coratti si sia informato in maniera specifica sul bonifico da 10 mila euro effettuato dalla 29 giugno, l’unico effettuato dalle cooperative di Salvatore Buzzi, il teste risponde come la richiesta di informazioni non fosse specifica, e cioè relativa a quel preciso finanziamento, ma generica, come solitamente avveniva.

Il teste ha dichiarato di non avere mai conosciuto Buzzi, ed ha riferito di come la sua associazione sia stata attivamente impegnata sia nella campagna per le amministrative del 2013 che in quella per le europee del 2014. Al termine della deposizione il pm chiede al teste se, durante le campagne elettorali, la sede dell’associazione Rigenera sia mai stata usata dal comitato elettorale di Coratti e Carnevali risponde di si.


La segreteria di Coratti

Il secondo teste ascoltato è stato Luca Galloni, di professione istruttore amministrativo impiegato presso Roma Capitale, che nella consiliatura di Ignazio Marino ha ricoperto il ruolo di capo segretaria di Mirko Coratti.

Galloni ha scelto personalmente tutto lo staff della segreteria, composto da tredici persone. Fatta eccezione per Franco Figurelli.

Figurelli  è stato componente della segretaria dell’ex sindaco Francesco Rutelli, nonché ex assessore municipale, ed è stato eletto per la prima volta in consiglio comunale con i verdi nell’ultima consiliatura di Walter Velroni, nel 2006. In quella stessa consiliatura, proveniente da Forza Italia e transitato poi nell’UDEUR di Clemente Mastella, veniva eletto in una lista di sostegno a Veltroni anche Mirko Coratti.

Dunque Figurelli, oltre ad avere una storia politica importante rispetto a Galloni, è abbastanza autonomo rispetto al suo staff, un po’ come il ruolo del libero in una squadra di calcio. Usando sempre una metafora calcistica, Buzzi aveva soprannominato Coratti “Balotelli” per via del suo modo di giocare molto egoistico, solo per se stesso e non per la squadra.

Galloni è uno che sa il fatto suo, conosce bene il suo lavoro ed è per questo che ha avuto il privilegio di potersi scegliere i suoi collaboratori. Ma pur condividendo la stessa stanza con Figurelli, quando il pm gli domanda di che cosa si occupasse questi all’interno della segreteria e quali fossero le sue mansioni specifiche, Galloni non riesce ad andare più in la del suo passato di ambientalista e di delegato allo sport.

Nell’intercettazione sopra riportate Buzzi parla di avere a libro paga il capo segreteria di Coratti, di dargli 1000 euro al mese e in più di avere versato 10 mila euro una tantum, solo per potersi “sedere a parlare” con il presidente dell’Assemblea. A questi si aggiunge anche la promessa fatta da Buzzi a Figurelli di una dazione da 150 mila euro sempre in capo a Coratti.

Da queste parole la procura ritiene che il capo segretaria ombra di Coratti sia Figurelli, dal che se ne intuisce anche il suo ruolo in chiave finanziaria nei confronti del presidente dell’Assemblea.

Questa convinzione deriva anche dal ruolo avuto da Figurelli nell’assunzione della figlia di un conoscente di Coratti, un consigliere municipale del PD.

La ragazza ha testimoniato in aula di non avere mai visto ne conosciuto ne Coratti, ne Gallone, ne Figurelli, e di avere visto Buzzi solo una volta, al momento della sua assunzione negli uffici della 29 giugno. Assunzione durata peraltro solo un anno.


Buzzi questo sconosciuto

Gallone ha dichiarato in aula di non avere mai conosciuto Salvatore Buzzi, ma di averlo visto e salutato diverse volte in Campidoglio. Racconta Gallone di una conoscenza solo superficiale, dovuta al ruolo di Buzzi di operatore del sociale. Quando però il pm fa notare al teste che il suo nome era annotato sull’agenda di Buzzi, con il quale avrebbe avuto, stando alle annotazioni in essa contenute, un appuntamento, Galloni ricorda di avergli chiesto un parere in relazione all’isola ecologica di Trevignano, comune nel quale vive ed è stato eletto in consiglio comunale. Il parere era legato al fatto che per un certo periodo il comune di Trevignano, data l’indisponibilità della sua isola ecologica, si è trovato ad utilizzare quella del vicino comune di Anguillara Sabazia, gestita dalla coop 29 giugno.

Nel corso della campagna elettorale per le amministrative del 2013 Gallone è stato anche Mandatario, ovvero gestore dei fondi destinati alla campagna elettorale, per conto di Mirko Coratti.

Quando il pm chiede al teste se i 10 mila euro versati dalla 29 giugno sul conto dell’associazione Rigenera fossero finiti poi a finanziare la campagna elettorale dell’ex presidente dell’Assemblea, Gallone risponde che non gli risulta.


La nomina di Isabella Cozza

Con l’elezione di Ignazio Marino, nel giugno del 2013, il nuovo sindaco nomina, come sempre accade, tutti i capi dipartimento dell’Amministrazione Capitolina. Tra questi anche il direttore del quinto dipartimento Promozione Servizi Sociali, di importanza vitale per le attività delle cooperative di Buzzi. A succedere ad Angelo Scozzafava viene chiamata inizialmente Gabriella Acerbi, che però risulta poco gradita dal sodalizio guidato da Buzzi e Carminati.

A detta di Buzzi la Acerbi risulta poco collaborativa, insomma una che non si fa corrompere: “non te riceve, non te parla..”.

Il sodalizio decide allora di farla sostituire con una figura più duttile e collaborativa con gli interessi delle cooperative sociali del ras Buzzi.

Al termine della “macchinazione” la manovra tesa a sostituire la Acerbi con il soggetto desiderato, Walter Politano, non andava in porto, e veniva nominata direttrice del Dipartimento Promozione Servizi Sociali la dottoressa Isabella Cozza.

In una conversazione del 30.10.13 Buzzi chiama Figurelli per avere conferma della nomina di Politano, e Figurelli risponde che invece di Politano “voluto al Segretariato Generale” è stata nominata Isabella Cozza. Quando Buzzi chiedeva chi fosse, Figurelli gli risponde: “ce l’avemo messa noi, ahò”.

Buzzi chiede quindi se Cozza fosse accondiscendente rispetto agli interessi del sodalizio, e Figurelli confermava, aggiungendo che avrebbero dovuto organizzare un pranzo insieme ad “Alvaro” che “è amico di lui”. Buzzi chiede quindi di quale Alvaro stesse parlando: “De Franco, no?”, e Figurelli conferma. Secondo gli inquirenti si tratterebbe di Francesco Alvaro, Garante dell’ Infanzia, già direttore del 5° Dipartimento durante la sindacatura Veltroni. (cm)

  

 

 

 

Il libro nero e le dazioni a Panzironi

panzironi

 

Nell’ordinanza del 4 dicembre 2014 Franco Panzironi viene descritto dal gip Flavia Costantini come:

Pubblico ufficiale a libro paga, partecipa all’associazione fornendo uno stabile contributo per l’aggiudicazione di appalti pubblici, per lo sblocco di pagamenti in favore delle imprese riconducibili all’associazione, nonché garante dei rapporti dell’associazione con l’amministrazione comunale negli anni 2008-2013″.

Accusato di corruzione nell’esercizio della propria funzione (art.318), oltre all’aver posto in essere condotte contrarie al proprio dovere d’ufficio (art.319) a cui vanno aggiunte le aggravanti per la continuazione  (art.819), a Panzironi viene mossa l’accusa pesante di concorso esterno in associazione mafiosa (416 bis) ex d.l. 13 maggio 1991 n. 152, convertito in legge n.203/1991; in particolare:

Panzironi per l’asservimento della sua qualità funzionale, formale e di fatto, e per l’asservimento della qualità funzionale di Anelli, Fiscon e altri appartenenti alla struttura di Ama non ancora indentificati, che agivano in accordo con lui, nonché per il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio e dell’ufficio di Anelli, Fiscon, Caracuzzi e altri pubblici ufficiali non ancora identificati, atti assunti in violazione dei doveri d’imparzialità della Pubblica Amministrazione e consistenti:

nella violazione del segreto d’ufficio;
nella violazione dei doveri d’imparzialità della P.A. nell’affidamento dei lavori; nel prendere accordi con Buzzi circa il contenuto dei provvedimenti di assegnazione delle gare, prima della loro aggiudicazione (assegnazione della raccolta differenziata per il comune di Roma di cui alla gara di AMA 18/11; assegnazione dei lavori relativi alla raccolta delle foglie per il comune di Roma di cui al bando n° 11156382; assegnazione di lavori per un valore di 5.000.000 di euro, non ancora specificamente individuato); nell’effettuare interventi sui competenti organi del comune e di Ama per lo sblocco di crediti;
– Riceveva, per sé e per la fondazione Nuova Italia, utilità consistenti:

in una costante retribuzione, di ammontare non ancora determinato, dal 2008 al 2013 e a partire da tale data pari a 15.000 euro mensili;
in una somma pari a 120.000 euro ( 2,5% del valore di un appalto assegnato da Ama e non ancora specificamente individuato) in erogazione di utilità quali la rasatura del prato di zone di sua proprietà;
in finanziamenti, non inferiori a 40.000 euro, alla fondazione Nuova Italia, nella quale Panzironi aveva ruolo di socio fondatore, consigliere e segretario generale;

utilità materialmente erogate da Buzzi, che agiva in accordo con Carminati e attraverso l’aiuto materiale, per le operazioni di creazioni delle provviste finanziarie, di Cerrito, segretaria personale di Buzzi, e Caldarelli, che realizzava frodi fiscali necessarie a garantire le adeguate coperture contabili.

Con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’associazione di tipo mafioso diretta da Carminati.


Il sequestro del libro nero

Con l’esecuzione della prima ordinanza di custodia relativa all’inchiesta “Mondo di Mezzo”, il 4 dicembre 2014, vengono sequestrati una serie di documenti sia nei luoghi di lavoro che nelle abitazioni private degli indagati. In particolare in quella della collaboratrice di Salvatore Buzzi, Nadia Cerrito, vengono sequestrati due quaderni e due gruppi di fogli staccati, uno di due e l’altro di quattro pagine.

Si tratta della contabilità parallela delle cooperative afferenti a Buzzi, quella relativa alle dazioni di denaro destinate ai politici ed ai pubblici funzionari a scopo corruttivo.

Attraverso l’attività investigativa e soprattutto grazie alle intercettazioni gli inquirenti sono riusciti ad interpretare il senso della annotazioni indicate sia nei fogli che nei quaderni.

In tutti i casi le annotazioni sono state eseguite a mano, e accanto a ciascuna cifra sono stati annotati alcuni riferimenti. Il segno meno sta ad indicare un’uscita di cassa; ad esso viene associata l’iniziale della persona che materialmente prende in consegna il contante. Nella maggior parte dei casi le dazioni di denaro venivano consegnate direttamente da Buzzi, indicato con le lettere B o S, a seconda se veniva usato il suo il cognome o il nome.


Il finanziamento alla campagna di Alemanno

Nel corso del processo Mafia Capitale l’ex  amministratore delegato di Ama spa  ha ammesso che Buzzi ha finanziato la campagna elettorale dell’ex sindaco Gianni Alemanno e del suo assessore all’ambiente Marco Visconti, attraverso un contributo volontario di 400 mila euro. Panzironi ha inoltre dichiarato che non vi fu alcun collegamento tra le contribuzioni di Buzzi e le gare o le attività pubbliche riguardanti cooperative legate alla 29 giugno.

Dal giugno 2008 all’agosto del 2011 Panzironi ha ricoperto la carica di ad di Ama spa, e di seguito è stato nominato presidente della ex municipalizzata Multiservizi spa.

Ed e’ proprio nel corso di una riunione della dirigenza di Multiservizi presso l’assessorato all’ambiente, che Panzironi sarebbe stato avvicinato da Visconti, il quale gli avrebbe riferito dell’intenzione di Buzzi di volere contribuire al finanziamento della campagna elettorale del sindaco uscente.

Panzironi racconta di come Buzzi volesse far transitare il finanziamento attraverso la Fondazione Nuova Italia, presieduta da Alemanno e della quale lui era segretario, carica che prevedeva, tra le varie incombenze, anche la gestione della contabilità.

Panzironi si oppose a questa decisione preferendo farsi consegnare i soldi in contanti da Buzzi presso la Nuova Italia o presso la Fondazione De Gasperi, della quale era presidente.

Le consegne avvenivano in tranches da 15-20 mila euro in contanti, che poi venivano ritirati da Visconti. Solo una parte di questi 400 mila euro, circa la metà, sarebbe transitata attraverso i conti della Fondazione Nuova Italia.


Il quaderno della Cerrito

Le annotazioni contabili contenute nei due quaderni rinvenuti a casa della Cerrito fanno riferimento all’ arco temporale che va dal 21 dicembre 2012 al 2 ottobre 2013, per quanto riguarda il quaderno con la copertina rossa. Le annotazioni proseguirebbero su di uno dei due gruppi di fogli, per il periodo che va dal 2 ottobre 2013 al 23 gennaio 2014.

L’altro quaderno, quello con la copertina nera, copre invece l’arco temporale dal 5 giugno 2014 al 1 dicembre 2014, mentre per quanto riguarda il periodo precedente, dal 27 gennaio 2014 al 5 giugno 2014, le annotazioni sono contenute nel secondo gruppo di fogli sparsi (quello da quattro).

Le annotazioni riferibili in base alle risultanze investigative a Panzironi, sono state assunte nel capo 11 del primo decreto di giudizio immediato al quale l’ex manager è stato sottoposto.


Le annotazioni del Tanca e i relativi accertamenti

Complessivamente le annotazioni contenute nei quaderni della Cerrito e riferite a Panzironi sono otto:

30 gennaio 2013,  20 febbraio 2013, 18 marzo 2013, 17 aprile 2013, 2 maggio 2013, 9 maggio, 16 maggio 2013 nel quaderno rosso; 1 agosto 2014 nel quaderno nero.

La prima, del 30.01.13, indica la cifra di 30 mila euro associata alla sigla B. Dalle risultanze investigative, il giorno 29 gennaio 2013 il Ros intercetta una conversazione tra Buzzi e la segretaria di Panzironi, Patrizia Caracuzzi, nella quale i due fissano un incontro per le ore 11:00 con l’ex ad di Ama, presso la sede della società Eur spa.

Il giorno 30.01 un servizio di osservazione del Ros verificava come alle ore 11:00 Buzzi accedesse presso gli uffici di Eur spa.

Stesso copione il giorno 20 febbraio. L’annotazione relativa a quella data indica la cifra di 40 mila euro. Il 19 febbraio 2013 veniva intercettata una conversazione tra Buzzi e Caracuzzi, nella quale la segretaria di Panzironi chiedeva al ras delle coop sociali se il giorno seguente si sarebbe potuto recare presso la Fondazione De Gasperi, in piazza in Lucina, per incontrare il suo capo. I due concordavano come orario le 15:00. Il giorno 20 febbraio 2013 il Ros accertava come effettivamente alle ore 15:00 Buzzi si fosse recato presso la Fondazione De Gasperi, al civico 26 di Piazza in Lucina.

Identico copione per le annotazioni seguenti, quella del 18 marzo, dove la cifra indicata era di 20 mila euro contrassegnata con la lettera B, del 17 aprile con l’annotazione nel quaderno di 15 mila euro (B), del 2 maggio con l’annotazione di 15 mila euro (S), del 9 maggio con l’annotazione di 15 mila euro (B), del 16 maggio con l’annotazione di 15 mila euro (B), del 1 agosto 2014 con l’annotazione di 5 mila euro (B).  


I bonifici alla Fondazione di Alemanno

Nel corso del controesame in aula, la difesa di Panzironi sostenuta dal dott. Pasquale Bartolo ripercorre il tema delle annotazioni sul libro nero della Cerrito riferibili al suo cliente. In particolare sulle quattro annotazioni iniziali riferibili secondo il Ros a Panzironi, Bartolo fa notare come facciano riferimento a mesi diversi: 30 gennaio, 20 febbraio, 18 marzo e 17 aprile. Delle quattro annotazioni successive, invece, tre fanno riferimento ad un unico mese, il maggio 2013; rispettivamente il 2, il 9 ed il 16.

L’avvocato Bartolo chiede al teste se il Ros abbia spiegato tale discordanza, e fa notare come nel mese di giugno 2013 vi fossero le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma, e che quindi è lecito supporre come quelle somme servissero a finanziare la campagna del sindaco uscente, Gianni Alemanno. Per individuare la annotazione successiva, relativa sempre a Panzironi, occorre attendere fino all’agosto 2014. Anche qui l’avvocato Bartolo chiede al teste se il Ros si sia spiegato il motivo di tale lungo intervallo.

Il teste fa presente che dai riscontri è emerso come le annotazioni fossero in realtà due, una di 5 mila e l’altra di 25 mila, entrambe riferibili al 1 agosto 2014. Relativamente a questi 25 mila euro Bartolo chiede al teste se il suo reparto abbia svolto indagini su eventuali bonifici effettuati dalle cooperative di Buzzi sui conti della Fondazione Nuova Italia. Di fronte all’incapacità di fornire una risposta, Bartolo fa notare al teste il contenuto dell’informativa redatta dal suo reparto, datata 28 settembre 2015. In essa si da conto degli accertamenti effettuati sui conti intestati alla Fondazione Nuova Italia, afferente all’ex sindaco Gianni Alemanno; in particolare vengono citati i due bonifici datati 3 settembre 2014 effettuati sui conti intestati alla Fondazione, di euro 15 mila e 10 mila, in totale 25 mila euro. La cifra, indicata sul libro nero all’annotazione del 1 agosto, veniva versata rispettivamente da Eriches 29 e da Formula Sociale, entrambe i bonifici recanti come causale “erogazione liberale”. (cm)

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