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Pur essendo uno di quei personaggi secondari nella trama di quell’enorme poliziesco dal titolo Mafia Capitale, la vicenda di Raimondo Pirro assume dei connotati determinanti in ordine al carattere intimidatorio dell’organizzazione guidata da Massimo Carminati.

In un giorno non meglio precisato compreso tra il 2012 e il 2013 Pirro racconta di dover fare due regali importanti, quindi si reca presso una gioielleria in viale Parioli ad acquistare due orologi Rolex. Il titolare della gioiellerie è Andrea Infantino e subito tra loro si instaura un rapporto amichevole, di fiducia, legato ad una passione comune: il mondo delle corse d’auto. Pirro di professione fa l’istruttore di guida, ma ha gareggiato per molti anni in varie categorie ed è il fratello del più noto Emanuele Pirro, ex pilota di Formula Uno.

Raimondo decide di acquistare due orologi, entrambe usati, privi di garanzia e di custodia originale, ma al momento non sono disponibili in negozio; così Infantino si impegna a chiamarlo quando sarà nella loro disponibilità. Arrivato il giorno tanto atteso, Pirro si reca nuovamente presso la gioielleria, preleva i due orologi, e si accorda con Infantino per pagarli con con un bonifico bancario. Il racconto fatto da Pirro potrebbe sembrare poco credibile, poiché in effetti non si comprende per quale ragione un commerciante di oggetti preziosi debba fidarsi di un cliente mai visto ne conosciuto, accettando che si porti a casa due orologi Rolex del valore complessivo di 9.000 euro, accordandogli un pagamento tramite bonifico da effettuare, usando le parole dello stesso Pirro, “nei giorni seguenti”.

Nell’udienza del 21 aprile sia il pm Luca Tescaroli che il presidente Rosanna Ianniello non riescono a capacitarsi di come si possa instaurare in pochissimo tempo tra due persone che non si sono mai viste prima una fiducia tale da spingere il primo a cedere al secondo degli oggetti di valore, due orologi dal valore complessivo di 9.000 euro, senza pretendere  in cambio alcuna garanzia: “Lei sostanzialmente questo signore non lo conosceva” domanda il presidente al teste Pirro, e ancora: “perché le ha fatto questa cortesia di darle gli orologi senza che lei pagasse?” ed il teste risponde: “questo non lo so“, e prosegue “non lo so perché, io gli avevo detto comunque che avrei fatto un bonifico, pertanto lui si è fidato di me“.


Il furto dell’orologio ed il timore di rivelarlo

Qualche giorno dopo l’acquisto degli orologi, Pirro si reca in banca e ne lascia uno nel cruscotto dell’auto: deve recarsi in un centro Rolex a verificarne l’autenticità ed eventualmente estendere la garanzia. Quando esce, mezz’ora più tardi, scopre che qualcuno gli ha rotto il finestrino della macchina e rubato, oltre al Rolex, una cartellina con dei documenti. Il pm Tescaroli ed il presidente Ianniello chiedono al teste se si sia recato a sporgere denuncia, ed il teste risponde di avere denunciato solo il danneggiamento dell’auto, ma non il furto, in quanto non avendo titoli di proprietà relativi all’orologio, Infantino non gli ha infatti rilasciato alcuna fattura, teme di dovere rendere conto della sua provenienza.

E quando il pm chiede al teste se abbia comunicato il furto dell’orologio a Brugia o a Infantino, questi inizialmente risponde di no, “perché non avevo avuto occasione di risentirli“. 

Il pm contesta tale affermazione e gli legge un passaggio della dichiarazione da lui resa in fase di indagine il 24 febbraio 2015: “Dopo due o tre giorni rispetto all’acquisto degli orologi, o meglio dal prelevamento dal negozio di Infantino, dopo due o tre giorni effettuavo un bonifico di 3.000 euro nei confronti di Infantino, pagamento non andato a buon fine perché risultava scoperto. Per tale situazione venivo contattato da Infantino che si lamentava per il bonifico non andato a buon fine, e che decideva il pagamento degli orologi. Dopo qualche settimana parcheggiavo la mia autovettura Mercedes 190 di colore bianco a piazza Euclide, lasciando sul sedile anteriore una valigetta ed all’interno del cruscotto l’orologio Explorer, e mi allontanavo. Poco dopo, nel ritornare, mi accorgevo che ignoti mi avevano danneggiato il finestrino destro dell’ autovettura, asportando la valigetta e l’orologio. Nonostante fossi preoccupato per l’accaduto, non informai…“.

Il pm dunque, dopo aver ricordato al teste che il furto avvenne nei primo giorni del 2013 e che dalle intercettazioni i contatti con Riccardo Brugia sarebbero stati successivi a tale data, gli chiede per quale motivo non ha rivelato il furto a Brugia o a Infantino; il teste risponde che aveva paura che potessero pensare che fosse una scusa per non pagare: “avevo paura che pensassero che fosse una scusa“. Il pm allora ribatte che a dimostrazione del furto c’era la denuncia da lui presentata. E qui il teste risponde che comunque il debito con Brugia restava in piedi “io devo pagare e devo pagare” e che, trovandosi in una situazione debitoria, un debitore non vuole sentore ragioni: “mi sono trovato in una situazione di difetto, dove qualsiasi cosa dicevo..” e ancora: “Ma a loro che cosa interessa; il problema è tuo che te lo sei fatto rubare: tu da me l’hai comprato, e a me lo devi pagare“.


L’aggressione fuori della gioielleria

Ne giorni seguenti Pirro chiama al telefono Infantino, gli confessa di avere dei problemi economici e di non riuscire a saldare gli orologi in un’unica soluzione. Si impegna quindi a passare in negozio per accordarsi sulle modalità di pagamento. Passano circa tre mesi senza che Pirro si faccia sentire, fino a che un giorno Infantino non lo chiama al telefono e gli fissa un appuntamento per cercare di risolvere la questione. Quel giorno Pirro si reca presso la gioielleria con lo scooter, parcheggia, e non appena scende si rende conto che una persona è salita dietro la sella del suo scooter, sfilando la chiave dal quadro e obbligandolo a scendere. Quella persona è Infantino che gli dice: “adesso vieni con me“.

Un minuto dopo, circa, si avvicina anche Riccardo Brugia, che afferra Pirro per il collo e poi gli dice, riconoscendolo: “Ah, ma sei tu“. E prosegue: “Me lo potevi dire se volevi crepare gli orologi“, dice in tono scherzoso. I due infatti si conoscono da tempo, dato che entrambe risiedono fin da piccoli nello stesso quartiere, Vigna Clara. Pirro racconta di conoscerlo di vista fin da quando aveva nel quartiere la fama del “picchiatore”, di capetto, e di salutarlo ancora oggi quando lo incontra. Ma precisa anche di “non essere mai andato con lui ne a prendere un caffè e ne tanto meno a cena“.

Pirro non poteva saperlo, ma i due Rolex sono di Riccaro Brugia che li aveva lasciati in conto vendita presso la gioielleria di Infantino: “Gli orologi sono miei, non ti preoccupare è roba mia“; al che Pirro gli risponde: “Ah Riccardo, mi dispiace, non cambia niente” lasciando intendere di avere intenzione di saldare il debito. Quindi Brugia aggiunge: “Se non fossero stati miei avresti fatto bene a fregarli“, lasciando intendere di come Infantino si fosse comportato con leggerezza.

Brugia, che evidentemente sa delle difficoltà economiche che Pirro sta attraversando, si offre di accettare un pagamento dilazionato: “Però non ti preoccupare; dimmi come li vuoi pagare, li paghi a me un po’ per volta, non ti preoccupare“. In aula il teste Pirro spende molte parole sulla gentilezza e sul tono amichevole, non minaccioso, sia di Infantino che di Brugia. Quest’ultimo concede a Pirro di pagargli gli orologi 500 euro al mese; ora Pirro non tratterà più con Infantino ma direttamente con Brugia, e i soldi dovrà lasciarli in una busta chiusa, la prima volta in gioielleria e poi presso il distributore di corso Francia.


L’aggressione verbale al bar il Cigno

Il lavoro continua a mancare e così Pirro racconta di essere riuscito a pagare solo tre rate, circa 1.500 euro in tutto, e poi di essere passato alcune volte al distributore chiedendo di poter parlare con Brugia. Non riuscendo ad incontrarlo e non avendo il suo numero di cellulare, Pirro lascia passare alcuni mesi, tre o quattro, senza riuscire a definire nulla con Riccardo.

Arriviamo al giorno in cui Pirro racconta di essersi recato con un amico presso il bar il Cigno e di avere incontrato Brugia seduto allo stesso bar; Pirro gli va incontro e Brugia prima lo spintona e poi cerca di colpirlo con un pugno. Ne nasce un alterco: Brugia gli urla che deve avere i soldi degli orologi e Pirro, temendo per la sua incolumità, si va a nascondere dentro il bar, invitando il titolare a chiamare la polizia. Pirro non è da solo, ma con un amico, ma quando questo cerca di alzarsi per soccorrerlo, Brugia lo gela urlandogli: “Tu siediti perché non sono cose che i riguardano“.

Il pm Tescaroli chiede a Pirro se in quel momento ha avuto paura, ed il teste risponde: “moltissimo”. E come è accaduto per Riccardo Manattini aggredito in pieno giorno in via Cola di Rienzo, anche nel caso di Pirro nessuna delle persone presenti quella sera all’interno e all’esterno del bar interverrà in suo aiuto.

Quasi a voler giustificare il suo carnefice, Pirro spiega di avere avuto paura non tanto per la sua incolumità, quanto per il fatto di “non avere mai conosciuto Riccardo Brugia sotto quella veste“. E tuttavia continua in qualche modo a giustificarlo: “perché, per quello che mi riguarda, io so che stavo in difetto“.


“Ti torco le budella”

 Il pm chiede al teste se, dopo quella sera, ha avuto altri contatti Brugia, e Pirro risponde di no.

Il pm gli contesta ancora una volta il contenuto delle dichiarazioni da lui rese in fase di indagine: “successivamente a tale episodio ricevevo alcune telefonate che tuttavia non riuscivo a quantificare, nelle quali Brugia mi continuava a chiedere di consegnargli i soldi che gli dovevo. L’ultima telefonata (gennaio 2013) che io ricordo, fu una durante la quale Brugia mi minacciava dicendomi “Ti torco le budella” mentre io continuavo a prendere tempo, specificando di non essere nelle condizioni economiche per poter estinguere il debito”.

Il teste, che si era dimenticato di queste dichiarazioni, le conferma integralmente, e quando il pm gli chiede se si sia spaventato lui risponde che in realtà lui era “terrorizzato”. 

Dopo le minacce di persona e quelle per telefono, le giustificazioni che Pirro fornisce al pm sulle ragioni per le quali non si sia recato dalle autorità per sporgere denuncia sono francamente incomprensibili: “Io non ho sporto denuncia per un motivo molto semplice: perché, come avevo precedentemente detto, ero in difetto”. Ed aggiunge: “avevo paura che facendo oltretutto una denuncia potesse aumentare questa situazione di pericolo nei miei confronti..io non l’ho fatto perché avevo paura“.


La paura per la propria incolumità

Pirro continua a ribadire di essersi trovato in difetto per i soldi che doveva dare a Brugia,

e qui il presidente Ianniello tenta di fargli comprendere l’anomalia del suo convincimento, che va ben oltre quello della sua passata condizione materiale.

Senta – ribatte il presidente al Pirro – lei continua a ripetere la stessa cosa e già prima il pm le ha detto che un conto è la preoccupazione per non avere pagato, l’essere debitore, e un conto è la paura per l’incolumità fisica“. Il presidente cerca di scardinare questa logica di autocensura da parte del teste: “Se lei avesse fatto un prestito con una banca, poteva essere preoccupato perché doveva pagare, restituire, e non aveva i soldi; ma avrebbe avuto paura per la sua incolumità fisica?” “Assolutamente no  risponde Pirro. ” E in questo caso – replica il presidente – come mai, invece, teme per la sua incolumità fisica? Qual’è la differenza tra questo creditore e la banca?

Perché ovviamente – risponde Pirro – il momento in cui hai a che fare con una persona che, come le ho detto, non è un Mario Rossi qualsiasi, ma è una persona che…“.

Quindi – ribatte il presidente – non è un Mario Rossi qualsiasi?” “No” risponde il teste.

E chi è?” domanda il presidente Ianniello: “Era – risponde il teste –  una persona che, come le ripeto, era considerata, io adesso uso questo termine forse impropriamente, però per cercare di far capire, un picchiatore, un capetto, una persona forte a Vigna Clara; e se fai un torto a queste persone, è ovvio che puoi avere paura per la tua incolumità, di prenderti due cazzotti in viso. Questo credo sia lecito pensarlo. E’ ovvio che se fai un debito con una banca, il massimo che ti possono fare è…” “Gli atti esecutivi” prosegue il presidente Ianniello. “Di certo il direttore – continua Pirro – o il capo area, non ti viene a menare a casa o a cercare per Roma“. “Quinidi – ribadisce il presidente – lei ha avuto paura perché era un picchiatore, un capetto” “Si, certamente, risponde il teste“.


Le minacce di Carminati

Pirro più volte ha ripetuto, nel corso dell’esame, di non avere mai conosciuto Massimo Carminati, e di non sapere chi fosse: “non lo avevo ne sentito nominare e ne conosciuto“; di non sapere nemmeno che Riccardo Brugia fosse il suo braccio destro: “assolutamente no, non conoscendo Massimo Carminati“.

Ed anche quando il pm Tescaroli gli legge la conversazione tra lui e Brugia registrata presso il bar di Vigna Stelluti, bar nel quale i due sodali erano soliti riunirsi, il teste dichiara di non saperne nulla: “mai sentita“.

Nella telefonata in questione il teste si mette a piangere con il suo interlocutore in quanto non è in grado di pagargli i 500 euro mensili con lui in precedenza pattuiti. Brugia si trova in compagnia di Carminati, e questi commenta ad alta voce le dichiarazioni dello stesso Pirro, quasi a sbeffeggiarlo: “Ti cercava ma non portava” riferito ai soldi; oppure: “E’ un classico che non c’ha i soldi per fare la spesa“; e ancora: “C’ho il cuore debole, non piangere che c’ho il cuore debole“.

Pirro, che a suo dire non sente nulla e non si accorge di nulla, cade dalle nuvole: “Io ricordo questa telefonata, e mi ricordo, le ripeto, non so dare un tempo, non so fissare una data“; e ancora: “Di questa telefonata ricordo che io avevo problemi; ricordo che, diciamo, mi sono messo tra virgolette a piangere, perché non avevo possibilità. Mi dispiaceva perché sapevo di essere in difetto, e gli ho detto con molta franchezza non ce l’ho, non posso fabbricarli“. Ed aggiunge, specificando: “Ma non ho mai parlato con Massimo Carminati; ho sempre parlato con Riccardo Brugia“.

Quello che sicuramente Pirro non può conoscere è il contenuto della conversazione captata dall’area di servizio di corso Francia tra Infantino, Brugia e Carminati, il giorno 23 agosto 2013, che il pm Tescaroli legge in aula:

Infantino: “Pirro, Pirro s’è visto, è annato, s’è visto da qualche parte?

Brugia: “No, no, magari che lo vedo; magari che lo vedo. Ormai è..se no è diventata una questione principale, come no. Lui gli orologi me li ha fottuti a me“.

Infantino: “Te l’ho spiegato, Massimo. Stavòlta, stavòlta, se, se non è proprio la buca de notte, je spaccamo proprio la faccia

Brugia: “No, no; je do una martellata in testa come premessa

Carminati: “Appena lo vedo l’ammazzo

Lei non ha mai saputo nulla di questo?” chiede il pm a Pirro, che risponde: “L’ho saputo successivamente, dopo che è nata Mafia Capitale. Ma non sapevo di questa cosa“. A questo punto il pm rivela al teste che la persona che era assieme a Brugia al bar il Cigno era Massimo Carminati. (cm)

  

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