stragebolo

 

In base alle risultanze della fase istruttoria del processo per la strage di Bologna, risultanze confermate dalla 2a Corte d’Assise d’appello di Bologna nella sentenza del 16.5.94, la struttura  che aveva eseguito l’attentato era costituita secondo uno schema composto da tre cerchi concentrici. Il cerchio piu’ esterno era costituito da una vasta associazione sovversiva di cui facevano parte Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, entrambe ex MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo disciolto in data  23.11.1973),  Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Maurizio Giorgi, Fabio De Felice e Marco Ballan, questi ultimi tutti esponenti di Avanguardia Nazionale (disciolta in data 8.6.1976), Licio Gelli capo della loggia massonica coperta Propaganda 2, Francesco Pazienza collaboratore del direttore generale del SISMI gen. Giuseppe Santovito, oltre a due ufficiali del servizio di sicurezza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.

Lo scopo di detta associazione era duplice: sovvertire l’ordine costituzionale fino ad  instaurare un regime antidemocratico attraverso la strategia tendente a favorire e coprire gli autori di attentati terroristici, ritenuti funzionali al conseguimento del primo obiettivo.

Il cerchio più interno, quello mediano, era composto da un gruppo ristretto di persone militarmente addestrate e politicamente formate fino ai confini del fanatismo. La loro formazione politica era stata delegata a Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, che svolgevano un ruolo di cerniera con l’anello più esterno e segnatamente con i finanziatori, il duo Gelli- Pazienza.

Fachini si occupava dell’area nord del paese, assieme a Roberto Rinani, Roberto Raho e Giovanni Melioli.  Signorelli invece si dedicava al gruppo romano, composto da Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Egidio Giuliani e Marcello Iannilli. Tale gruppo, operante prevalentemente sulla zona di Roma, si accompagnava di volta in volta a personaggi legati al mondo  della delinquenza comune, come Massimo Carminati e Massimo Sparti della Banda della Magliana, o come Sergio Picciafuoco, elemento proveniente dalla destra eversiva, presente il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Il terzo ed ultimo cerchio, il più interno, è quello che materialmente ha compiuto la strage di Bologna. Ne facevano parte Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini, Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Roberto Rinani, Sergio Picciafuoco.


Depistaggi e piste internazionali

Le azioni terroristiche volte al sovvertimento dell’ordine costituito poste in essere  dal gruppo allargato attraverso la sigla NAR, vale a dire da persone che variavano a seconda delle esigenze e della disponibilità, venivano coperte da un’azione di depistaggio costante, posta in essere da settori deviati dei Servizi. In particolare dal generale Musumeci, dal suo collaboratore Pazienza e dal colonnello Belmonte, secondo la direttive impartite loro da Gelli. L’azione depistatrice si realizzava nel far convergere le indagini, e ciò avvenne in particolare per la strage del 2 agosto 1980, su ambienti terroristici internazionali, nella consapevolezza della loro estraneità e quindi in maniera calunniosa. Il tutto allo scopo di favorire l’impunità per gli autori reali.

Emblematico sarà il tentativo di depistaggio messo in atto, in occasione della strage di Bologna, attraverso la divulgazione alle autorità inquirenti ed agli organi di stampa di informative miranti ad accreditare la pista straniera. In questo senso deve essere interpretato anche il ritrovamento, avvenuto il 13.01.1981 sul treno Taranto-Milano, di una valigia contenente un mitra MAB con calcio modificato artigianalmente (uno simile era stato rinvenuto nel deposito di armi in uso alla Banda della Magliana ed ai NAR presso i sotterranei del Ministero della Sanità, sotterranei di cui Carminati possedeva le chiavi), di un fucile a canne mozze e di esplosivo T4 simile a quello usato per la strage, oltre a due biglietti aerei intestati a cittadini stranieri, uno per il volo Milano Parigi e l’altro per il volo Milano-Monaco.

Per tale ritrovamento verranno condannati in via definitiva sia il generale Musumeci che il colonnello Belmonte. Sembra anche svolgere un compito di depistaggio l’articolo intervista del giornalista Nicotri apparso il 17.8.1980 sul settimanale L’Espresso, nel quale in sostanza l’ufficiale dei Servizi Amos Spiazzi rivela quale siano, dopo l’entrata in clandestità e l’espatrio dei due leader principali Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, le sorti di Terza Posizione, in cui l’unico dirigente rimasto a piede libero era Francesco Mangiameli, descritto con il nome “Ciccio”. Nell’articolo Nicotri racconta, utilizzando la fonte Spiazzi, come dietro la destra eversiva vi sia in funzione di organizzatore e finanziatore Stefano Delle Chiaie, “il caccola”. Questi, a seguito della fuga del legionario rhodesiano residente in Sudafrica Franz Steiner o Steikner, decide di affidare le sorti del coordinamento dei quattro gruppi operativi di TP gravitanti su Roma al Ciccio. Oltre a ciò, il Ciccio si doveva occupare anche del reperimento delle armi e dell’ esplosivo.     


Destabilizzare per dominare: la creazione del consenso

Nel 1978 nell’abitazione di Gianluigi Napoli viene rinvenuto il documento dal titolo “Fogli di Ordine Nuovo” del Movimento Politico Ordine Nuovo.

Scrive Ferdinando Imposimato nel suo libro La Repubblica delle Stragi Impunite: “Un aiuto ai magistrati venne da Gianluigi Napoli, arrestato per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti. Quest’ultimo illustrò agli inquirenti il significato dei fogli d’ordine di Ordine Nuovo, in cui era descritta la nuova strategia della destra rivoluzionaria, trovati in casa propria: egli sostenne che venissero da Fachini ed esprimessero i suoi punti di vista e quelli dell’ambiente romano cui questi era collegato. A Gianluigi Napoli i fogli erano stati consegnati da Giovanni Melioli, uomo della destra extraparlamentare romana.

Questi riconobbe, parlando con Napoli, che tutti gli attentati del 1979 erano di matrice nera, come gli aveva detto lo stesso Fachini, colui che forniva ai camerati l’esplosivo usato per compiere gli attentati, recuperato da munizioni militari. La notizia più rilevante di cui Napoli era venuto in possesso in carcere, era che Pierluigi Scarano, detenuto con lui, aveva detto di essere entrato in crisi dopo avere saputo che “Signorelli aveva partecipato a varie cene con Gelli e uomini della P2. A una di queste cene avrebbe partecipato come uomo di fiducia di Signorelli, Fioravanti Valerio detto Giusva”, terrorista con un passato da enfant prodige nella televisione italiana. Scarano aveva saputo anche dei rapporti tra la destra eversiva, la P2 e i servizi di sicurezza. Napoli si era quindi convinto che nell’ambito della destra avesse operato “una struttura occulta alla maggior parte dei militanti, dotata di una progettualità politica oscura, legata agli ambienti dei servizi segreti e della massoneria”.


I documenti di Ordine Nuovo e la strategia stragista

Ma cosa contenevano questi documenti di Ordine Nuovo? In essi viene descritto, in varie fasi, quello che viene definito come il “metodo rivoluzionario”: “Alla prima fase, che comincia con l’organizzazione della popolazione e termina con l’inizio della violenza, segue la seconda, che è quella del terrorismo. Quest’ultima mira alla distruzione dell’apparato legale e delle strutture del potere”.

Si legge ancora nel documento: “Comincia così una serie di assassinii di funzionari, di poliziotti, di notabili; si colpiscono soprattutto i mezzi di comunicazione (ferrovie, strade, telefoni). Questi attacchi sono eseguiti da militanti preparati allo scopo”.

Di seguito il documento passa a disegnare gli effetti diretti del terrorismo nei confronti di uno Stato e della sua popolazione: “Il terrorismo (…) organizzato è pianificato e corrisponde ad obiettivi precisi:

a) disarcionare, spezzare l’apparato organizzativo in carica e permettere l’installazione delle gerarchie verticali; b) distruggere la fiducia della popolazione nell’autorità costituita, incapace di mantenere l’ordine e di proteggere i suoi funzionari; c) demoralizzare la popolazione con un terrorismo apparentemente cieco ed indiscriminato;

Scopo finale della “guerra allo Stato” è la “presa del potere” ma lo scopo intermedio è “la conquista della popolazione”.

Il terrorismo, dunque, non viene visto solo come un’ arma di distruzione ma anche come uno strumento di consenso, di “dominio”.

Il consenso viene creato non solo mediante la distruzione dello Stato di diritto e dei suoi rappresentanti, ma anche attraverso la mitizzazione dei militanti terroristi: “Il nazional-rivoluzionario è un soldato, è un combattente permanente (…). Come soldato deve tendere a perfezionare l’arte del combattimento, assimilando a completando la conoscenza del metodo. Come nazional-rivoluzionario non teme di perdere la vita, possiede una forza morale superiore alla media. Come combattente deve prendere coscienza del supremo rischio e accettarlo, con lucida determinazione”.

E ancora, il mito del soldato rivoluzionario si mischia a quello della gioventù e della purezza:

“Allo stato attuale, l’unica possibilità di vittoria può venire dall’unione dei vari combattenti, giovani, duri, impegnati, autentici militanti di una guerra, rivoluzionari (…). Questo, in effetti, è un combattimento all’ultimo respiro, totale, senza requie, contro nemici potenti e forgiati dall’esperienza”.

Su di questi principi e canoni stilistici vengono fondati i NAR e poi Terza Posizione.

La Corte Suprema a Sezioni Unite, in merito alla sentenza della Corte d’Assise d’appello del 17.7.1990, dichiarava come “a tali movimenti era riferibile una sequenza di attentati nel 1978 e 1979, talora non rivendicati o rivendicati con sigle diverse tra le quali Movimento Rivoluzionario di Popolo (MRP), espressione di Costruiamo l’Azione”. Movimento costituito da una galassia di gruppuscoli autonomi appartenenti alla stessa area politica, quella della destra eversiva, C. l’A. annoverava tra i suoi ispiratori Paolo Signorelli, Aldo Semerari, Fabio De Felice, Paolo Aleandri e Sergio Calore.

Formalmente C.l’A. appariva come un giornale, ma in realta’ esso prevedeva l’organizzazione di un gruppo militare con il compito di rimediare i finanziamenti e le armi attraverso rapine in banca o presso armerie, e di eseguire azioni “politiche” come attentati, pestaggi o esecuzioni.

Il gruppo operativo assumeva la denominazione di Movimento Rivoluzionario Popolare.

Analoga struttura assumeva anche Terza Posizione, che ai piu’ appariva sotto la forma di un giornale ma che al suo interno aveva diversi nuclei operativi divisi per quartieri e strutturati gerarchicamente in modo militare.

Questi ultimi, la cui esistenza era ignorata dalla maggior parte degli iscritti a TP, svolgevano la stessa funzione di MRP.

 

 


I NAR

A Roma come in altre parti d’Italia la sigla dei Nuclei Armati Rivoluzionari è stata utilizzata da diversi gruppi armati eversivi gravitanti nell’orbita della destra estrema.

Elemento comune di tutti questi gruppi era lo spontaneismo oltre al compiere rapine a banche e ad altre attività commerciali e scopo di autofinanziamento.

Tutti i gruppi che hanno usato la sigla NAR per rivendicare rapine, omicidi, pestaggi od esecuzioni erano addestrati militarmente ed avevano dei capi militari che si avvicendavano in caso di arresto o di morte violenta.  Il leader carismatico indiscusso è stato per tutti Valerio Giusva Fioravanti.  Attorno a lui nasce il gruppo storico dei NAR, all’interno del quale graviteranno una serie di elementi provenienti da Terza Posizione, Costruiamo l’Azione o da Avanguardia Nazionale. Il gruppo storico si forma nel quartiere Monteverde da alcuni frequentatori del FUAN di via Siena, precedentemente fuoriusciti dalla sezione dell’MSI di Monteverde.

Esso è composto oltre che da “Giusva”, dal Fratello minore Cristiano, dalla fidanzata del primo Francesca Mambro, da Franco Anselmi deceduto nel corso di una rapina ad un’armeria, e da Alessandro Alibrandi, figlio del giudice istruttore Antonio Alibrandi. Attorno a loro si avvicenderanno Egidio Giuliani, Marcello Iannilli, Massimo Carminati, Sergio Picciafuoco, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini.

Come una sorta di franchising spesso il marchio NAR verrà impiegato per compiere azioni che di fatto con la politica non avevano alcun tipo di relazione.  Si trattava il più delle volte di azioni che arano delle vere e proprie esecuzioni, talvolta di magistrati o di appartenenti alle forze dell’ordine, vedi l’omicidio del magistrato Mario Amato o del capitano di Polizia Francesco Straullu, o quello dell’appuntato Francesco Evangelista, detto Serpico. Talvolta si trattava di personaggi politici o legati al mondo della politica, come il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella o il giornalista Mino Pecorelli. Talvolta invece ad essere eliminati erano testimoni scomodi, come l’avvocato Giorgio Arcangeli, al posto del quale venne ucciso per sbaglio Antonio Leandri. O come Francesco Mangiameli “Ciccio”, Marco Pizzari o Luca Vernucci.

Alcune delle vittime verranno uccise per vendicare sodali a loro volta caduti in azione, o semplicemente perchè di sinistra, come Valerio Verbano, Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci, Roberto Scialabba e Ivo Zini.


Giusva il leader dei ragazzini

Tra il 1979 ed il 1982 il gruppo più attivo ad utilizzare l’acronimo NAR è quello di Giusva Fioravanti, del fratello Cristiano, di Francesca Mambro, di Gilberto Cavallini e dei nuovi ex TP Giorgio Vale, Dario Mariani e Luigi Ciavardini.

Il primo testimone ad inchiodare Giusva, la Mambro e Ciavardini è Massimo Sparti, il quale racconta al fratello di Giusva, Cristiano, di averlo ricevuto in casa due giorni dopo la strage di Bologna e di avergli sentito ammettere, dopo avere esclamato “Hai sentito che botto?”, di essere stato in quella stessa città vestito da turista tedesco. Mentre la Mambro, presente anche lei a Bologna, era stata sicuramente riconosciuta ed aveva bisogno di documenti falsi. Documenti che Sparti gli rimedia. Giusva dunque gli fa comprendere di essere responsabile della strage assieme alla Mambro.

Allo stesso modo gli confessa di rivestire il ruolo di “guida” e di ispiratore per quanto riguarda l’eversione di destra romana, e cioè dei “ragazzini” di Terza Posizione, tra cui  Ciavardini e Cavallini rappresentavano i piu’ “addestrati”. Giusva rivela infine allo Sparti la sua intenzione di voler progettare l’evasione di Pierluigi Concutelli dal carcere di Novara. L’appartenenza di Ciavardini ai NAR era per altro già emersa in occasione dell’omicidio dell’agente di polizia Maurizio Armesano (6.2.1980), nei fatti del liceo Giulio Cesare sfociati nell’omicidio dell’appuntato Evangelista e nel ferimento di due agenti (28.5.1980), oltre che nell’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato (3.6.1980).

Nel 1979 Terza Posizione, così come FUAN e Costruiamo L’Azione, avevano patito una pesante azione repressiva, con arresti e delazioni che ne avevano decimato gli organici. Erano finiti in carcere, tra gli altri, Signorelli, De Felice, Calore, Mariani, Dimitri e Nistri. Questi ultimi due in particolare, costituivano i capi militari dei nuclei operativi di Terza Posizione.

In questo modo l’organizzazione di TP si veniva a trovare fornita di numerosi “ragazzini”, appena maggiorenni, privi però di capi oltre che di un inquadramento, essendo per natura riottosi alle gerarchie.

In un tale contesto, composto da gruppetti sparsi e disorganizzati, i NAR di Valerio Fioravanti rappresentano un modello oltre che una guida. Per questo motivo i vertici di TP, Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, offrono a Fioravanti la guida dell’ala militare di TP, offerta che peraltro, secondo le dichiarazioni del fratello Cristiano, Giusva rifiuta.

Di diverso avviso sono le dichiarazioni rese da Stefano Soderini al GI Castaldo, il 24  gennaio 1986, in cui lo stesso dichiarava di essere entrato a far parte del nucleo operativo di Terza Posizione nel marzo del 1980. Secondo Soderini il leader del gruppo sarebbe stato Giusva, e gli altri componenti erano Belsito, Ciavardini, un ragazzo di Bologna e “forse qualcun altro, non ricordo”.

E’ Soderini a raccontare come ad uccidere il procuratore aggiunto Mario Amato il 23.6.1980 siano stati Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, con quest’ultimo che aveva dormito a casa sua la notte precedente e gli aveva rivelato tutta l’operazione. Soderini racconta inoltre come all’omicidio dell’appuntato Franco Evangelista e del ferimento dell’appuntato Manfredda e dell’agente Lorefice,davanti al Giulio Cesare, abbiano partecipato ancora Ciavardini, Cavallini e Giusva Fioravanti.

Lo stesso Soderini, benché vivesse dalla nonna, racconta di avere custodito per conto dei NAR un mitra sottratto ad uno dei due agenti feriti. Per il delitto dell’agente di polizia Arnesano, avvenuto davanti alla sede dell’ambasciata libanese, i testi Walter Sordi e Cristiano Fioravanti hanno riconosciuto la colpevolezza del Ciavardini in ordine al suo ferimento, e di Giusva in ordine alla sua uccisione, benché la vittima fosse già stata disarmata. (cm)

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