Mafia: "Che te serve?", cosi' Carminati al telefono

Dopo essere stato invitato per ben due volte consecutive a comparire in aula, finalmente il teste Filippo Maria Macchi fa la sua comparsa nell’udienza del 19 aprile; giustificatosi adducendo motivazioni rivelatesi insussistenti, in ultimo la morte a Milano di un congiunto, il teste si presenta a deporre solo a seguito della richiesta di accompagnamento coatto dal parte del presidente Rosanna Ianniello.

Il teste ha rivelato ad un carabiniere di essere intimorito per dover testimoniare contro il sodalizio criminale alla sbarra, e sentitamente contro Massimo Carminati e Riccardo Brugia: “fare da testimone contro un usuraio è sempre complicato, sono cose che uno se le porta appresso per tutta la vita“, e ancora: “Purtroppo la legge italiana non fa stare in carcere l’usuraio per 25 anni e queste sono persone che si sono rivalse e si rivalgono contro chi gli testimonia contro“. 

La testimonianza di Macchi ha rilevanza, dunque, non solo in ordine all’attività di usura svolta dal sodalizio Carminati-Brugia, che coinvolge come abbiamo visto anche Roberto Lacopo ed il padre Giovanni, ma anche in ordine al carattere mafioso del sodalizio stesso. 


 Macchi, Gaudenzi e l’affare dell’oro

Filippo Macchi è un giovane imprenditore, figlio di un dirigente nonchè socio di una nota azienda produttrice di gioielli con sede nel distretto orafo di Arezzo, con una produzione destinata in prevalenza al mercato estero. Come racconta in aula, nell’aprile del 2014 organizza un viaggio in Africa con Fabio Gaudenzi e Caterina Garofalo. Scopo del viaggio è quello di negoziare l’acquisto di un quantitativo di oro grezzo presso alcune miniere del posto, in relazione alle quali la Garofalo ha stipulato regolari contratti di sfruttamento, per poi rivenderlo ad una azienda del gruppo di cui è azionista Macchi padre.

Nelle more della partenza Macchi, non riesce a mettere insieme il denaro necessario a sostenere il costo dell’operazione e chiede un supporto economico a Gaudenzi, promettendogli in cambio una quota dei ricavi. Il costo complessivo dell’operazione è molto elevato, il teste parla di 500 mila euro, dovuto in parte al noleggio di un jet privato, ed in parte al prolungarsi della permanenza in Africa: i tre saranno costretti a restare in quel continente per quattro mesi, da maggio a metà agosto, a causa del complicarsi della trattativa. Gaudenzi si rivolge prima a Stefano Bracci, un usuraio dal quale però riesce ad ottenere solo la metà della somma necessaria: 30 mila sui 60 mancanti. Per i 30 mila che mancano Gaudenzi si rivolge a due suoi amici, Carminati e Brugia.

Pochi giorni dopo Gaudenzi fissa a Macchi un incontro al bar di Vigna Stelluti, dove dovrà spiegare al Nero in persona, non quello di Romanzo Criminale, l’affare dell’oro e la quantità di contante di cui ha bisogno. Carminati, racconta il teste, si dichiarerà disponibile al prestito, tenuto conto dei tempi ristretti che gli venivano posti.

In aula Macchi racconta poi al pm che “In realtà il denaro non arrivò mai nelle mie mani direttamente da qualcuno che fosse Massimo Carminati o Riccardo Brugia; quindi io non posso dire che Carminati mi diede quei soldi, o che Brugia mi diede quei soldi, perché credo che li diedero nelle mani di Fabio Gaudenzi. Perché fu Fabio Gaudenzi poi che nei giorni a venire, due tre giorni dopo, mi disse: ok, ho preso io i soldi“. E poi aggiunge: “Io ho visto questi soldi quando me li consegnò Fabio Gaudenzi… il giorno dopo Fabio Gaudenzi mi disse che mi avrebbero pertanto dato una mano con questi soldi, e il giorno prima della partenza lo stesso Gaudenzi, e quindi ne Brugia ne Carminati, ma lo stesso Gaudenzi mi portò questi 30 mila euro…a casa“.


La reticenza di Macchi

Quando il pm Luca Tescaroli chiede quale fosse l’accordo stipulato con il sodalizio per la restituzione del denaro il teste risponde:” in realtà io non avevo un accordo specifico con Carminati o con Brugia, lo ripeto. Fece tutto Fabio Gaudenzi, e Fabio Gaudenzi mi disse che quando saremmo ritornati dall’Africa e avessimo completato l’operazione avremmo dovuto restituire questi trenta mila euro“.

Su questo punto il pm insiste e chiede al teste se vi fosse un accordo in termini di interessi richiesti per la restituzione della somma, ed il teste risponde in modo molto vago: “Guardi io non ho assolutamente accordato alcun interesse con queste persone in maniera diretta. Quello che Fabio mi disse di fare era che, una volta completata questa operazione, eventualmente di riconoscere qualcosa. Ma non c’è mai stato un pattuito economicamente o un tasso di interesse che mi è stato obbligato di pagare“.

Qundo poi il pm Tescaroli scende nello specifico delle condizioni del prestito e chiede al teste particolari relativi alla tempistica della sua restituzione, si intravedono le prime crepe nella versione fin li sostenuta: “In realtà la tempistica – risponde Macchi – doveva essere di gran lunga inferiore rispetto a quella che avevamo pattuito, nel senso che noi avevamo detto che in una quindicina di giorni venti giorni, saremmo rientrati e che quindi una volta conclusa l’operazione avremmo restituito questa somma” e poi ribadisce: “Poi le ripeto non c’è mai stato un pattuito rispetto al denaro che è stato prestato“.

A queste parole il pm fa notare al teste che c’è una enorme difformità rispetto a quanto da lui dichiarato ai carabinieri in data 6 maggio 2015; alla domanda sulle modalità del prestito ottenuto da Brugia e Carminati, in quella sede egli rispondeva: “Per quanto riguarda i trentamila euro ottenuti da Brugia Riccardo, per il tramite di Carminati Massimo, confermo le modalità che vi avevo riferito la volta scorsa e preciso: che gli accordi prevedevano la restituzione del 10% della somma pattuita al termine dell’operazione in Africa. Dichiaro inoltre che sia Brugia che Carminati erano consapevoli che l’operazione finanziaria in Africa sarebbe dovuta durare venti giorni“.

L’8 maggio 2015 Macchi poi precisava ancora che: “Avevo ottenuto la somma di trentamila euro per il tramite di Gaudenzi Fabio. Gli accordi prevedevano la restituzione di quarantamila euro al termine dell’operazione finanziaria in Africa; preciso inoltre che sia Brugia che Carminati erano consapevoli che l’operazione finanziaria in Africa sarebbe dovuta durare venti giorni“.

Dunque in fase di indagine Macchi aveva dichiarato che per venti giorni l’interesse sui trentamila sarebbe stato di diecimila euro.


Le versioni di Macchi

A domanda del presidente Ianniello sulla difformità delle versioni e sul rischio di un’incriminazione per falsa testimonianza, il teste Macchi racconta di come i diecimila non fossero propriamente l’interesse richiesto da Brugia e Carminati per il prestito, quanto piuttosto una provvigione che lui e Gaudenzi avevano insieme deciso di riconoscere loro al buon esito dell’operazione della compravendita dell’oro. A questo punto il pm fa notare al teste che agli atti del processo c’è un’intercettazione  ambientale del 28 aprile 2014 fra lui e Gaudenzi, tratta dall’interno della sua auto, nella quale egli chiede esplicitamente a Gaudenzi quanti soldi avrebbero dovuto restituire a Brugia e Carminati (“quanto gli dobbiamo da a loro?“) e Gaudenzi rispondeva “dieci“, intendendo diecimila, che sarebbero dunque l’interesse sui trentamila (“quaranta” complessivi da restituire) ad un mese.

Di seguito Gaudenzi dichiarava che i soldi erano di Brugia (“i soldi so de Riccardo“); nel prosieguo della conversazione si evinceva come Gaudenzi si ponesse non solo come canale per l’ottenimento del finanziamento ma anche come garante della restituzione dei soldi.

Si legge nell’ordinanza di custodia: “Gaudenzi nutre interesse nell’ottenimento del prestito a favore di Macchi per effettuare l’operazione in Africa, anche perché quest’ultimo gli ha promesso un cospicuo investimento nell’affare immobiliare bahamense gestito da Gaudenzi, con la partecipazione, per lo meno nella fase iniziale, dello stesso Carminati“. Gaudenzi stava portando avanti un progetto edilizio nelle isole Bahamas, dove aveva la disponibilità di un terreno, in relazione al quale cercava dei costruttori disponibili a recarsi in loco. Per tale ragione aveva chiesto un parere anche allo zio di Macchi, Paolo Passeri, titolare di un’agenzia immobiliare.


La provenienza dei soldi

Durante la sua audizione il teste Macchi riferisce più volte di non conoscere la provenienza dei soldi che Gaudenzi era riuscito ad ottenere. Il pm Tescaroli allora cita l’intercettazione ambientale del 28 aprile 2014 tratta dall’abitacolo dell’auto di Gaudenzi, nella quale il Gaudenzi riferiva che materialmente il Brugia non era in grado di mettere insieme più di trentamila euro a causa dei tempi ristretti con i quali glieli avevano chiesti; nello specifico Gaudenzi fa riferimento al fatto che Brugia si era dovuto rivolgere ad un terzo soggetto che definisce con l’appellativo de “il panzone” (“Riccardo ha detto ..c’hai..inc..mi ha detto Fà, materialmente sto panzone li deve andà a prende, cioè per loro ce l’hanno…cioè…lui ce l’ha fuori capito…però mi ha detto Fà se qualchealtro giorno ehh..cioè se c’hai il tempo…pure Massimo  se…tanto…tempo non è..è il tempo che ce manca forse..inc“).

Dunque,  il pm fa presente al teste che da questa risultanza si evince che la provenienza del denaro era a lui ben nota, e che anche se si ammette che non conoscesse chi fosse questo panzone, il soprannome della persona da cui provenivano i soldi lo aveva quanto meno già sentito.

Il teste Macchi ribadisce: “Quando dico che non sono a conoscenza della provenienza dei fondi è perchè ho parlato prima con Carminati, subito dopo è stata fatta una specie di delega per Riccardo Brugia per trovare questi soldi. Dopodichè Gaudenzi ne parla con Lacopo come voi stessi mi state citando, e io vi ribadisco che non ho l’esatta conoscenza della provenienza di quei fondi, anche perchè, onsetamente, dott. Tescaroli, a me non interessava più di tanto la provenienza del denaro perchè il mio obiettivo era un altro tipo di obiettivo; quindi mi interessava soltanto che Gaudenzi riuscisse ad ottenerlo. Dopodichè da chi provenisse…“.

A queso punto il pm Tescaroli fa presente al teste che lui stesso ha dichiarato ai carabinbieri il 9 febbraio 2015: “La sera prima di partire per il viaggio in Africa Gaudenzi venne a dormire a casa mia portando con se i trenatamila euro, frutto dell’accordo con Carminati, soldi che credo fossero di Brugia Riccardo“. Sulla base di queste risultanze il pm chiede al teste per quale mortivo ha fornito queste indicazioni in fase di indagine se non conosceva l’esatta provenienza di quel denaro. Alla domanda del pm il teste Macchi risponde: “Perchè me lo disse Gaudenzi”.


Il racconto dello zio

Il giorno 5 aprile era stato ascoltato Paolo Passeri, lo zio acquisito di Macchi, il compagno della zia naturale. Il suo racconto è apparso ricco di dettagli in alcuni tratti e di converso reticente in altri, tanto da spingere il presidente Ianniello ad usare l’aggettivo british per descrivere il suo atteggiamento in apparenza riservato nei confronti del nipote.

Uno dei punti poco credibili del racconto è quello nel quale, a domanda del pm, il teste risponde di non sapere a chi si sia rivolto il Macchi per mettere insieme il denaro che gli mancava: “Io ho saputo dopo -racconta Passeri –  a chi si sono rivolti (Macchi e Gaudenzi) per ottenere questo finanziamento“.

E poi ancora quando il pm chiede “se sa se si sono rivolti anche a Carminati, Brugia e Lacopo” (oltre a Bracci) per avere un prestito, Passeri risponde: “Non lo so; potrebbero averlo fatto ma non lo so“.

L’operazione dell’acquisto di oro non va in porto, e dopo tre mesi e mezzo mesi, a metà agosto Macchi e Gaudenzi fanno ritorno in Italia. Dopo solo due settimane Macchi riparte per andare in Brasile, restando fuori per altri 3-4 mesi. Apparentemente questa sembrerebbe una fuga, il tentativo di sottrarsi ad una situazione difficile. Come del resto è confermato dal racconto di Passeri, che, pur mantenendo i contatti con Macchi, viene avvicinato da Gaudenzi, il quale gli chiede, insistentemente e nervosamente, quando il nipote farà ritorno in Italia; la risposta di Passeri al Gaudenzi sarà sempre la stessa: “non so quando torna so solo che sta in Brasile”.

Quando poi Gaudenzi contatta Passeri per farsi consegnare degli orologi di Macchi, presumibilmente destinati ai creditori a garanzia del prestito, Passeri riferirà di avere trovato le custodie degli orologi vuote. Come credergli? Il pm Tescaroli legge al teste le dichiarazioni da lui rese il 6 maggio 2015: “verso la fine del 2014 Gaudenzi mi contattava telefonicamente chiedendomi un incontro al bar Euclide in piazza Euclide, e nella circostanza lo stesso Gaudenzi, con tono alterato ed alla presenza della mia compagna, mi riferiva testualmente: Quando rientra Filippo? No perchè sai qui c’è gente che lo cerca, perchè è facile che qualcuno se fa rode er culo“. Passeri si mostra anche qui reticente quando dice di non sapere i motivi per i quali Gaudenzi e quel qualcuno lo stesse di fatto cercando così insistentemente.


Le due buste e quella sosta al money transfer

Altro passaggio dubbio è quello della consegna delle buste. Prima della partenza, il 28 aprile 2014, i ROS seguono Passeri che accompagna Macchi presso un’agenzia di money transfer in via Tripoli; una volta uscito i due si dirigono in auto a casa di Macchi; qui macchi consegna a Passeri due buste da lettera, una bianca ed l’altra verde: due buste chiuse che il teste dichiara di non avere mai aperto e di cui non conosce il contenuto (“Io non so cosa c’era dentro; mi ha detto di metterle nel bagagliaio ed io così ho fatto“).

Così come dichiara di non conoscere il motivo di quella sosta all’agenzia di money transfer; prima afferma: “Se non ricordo male, ma qui lo dico e qui lo nego, potrebbe avere fatto un bonifico, un invio di denaro tipo 300-400 euro, ad una terza persona che era rimasta in Africa“; per poi cambiare versione: “Le spiego: la persona che doveva partire con i tre, abita a Rieti, e da Terni veniva direttamente all’aeroporto: Lui doveva partire con gli altri tre ma non aveva i soldi per partire. Gli doveva (Macchi) dare i soldi per venire, 300-400 euro per venire da Terni a Roma“.

Le due versioni appaiono entrambe poco credibili. Macchi torna definitivamente in Italia nella prima metà del gennaio 2015, quando l’inchiesta Mafia Capitale ha già portato in cella Buzzi, Brugia e Carminati. Ma questa potrebbe essere solo una coincidenza. Quando poi il presidente Ianniello, dopo che Passeri ha raccontato di avere riferito per telefono al Macchi che qualcuno lo stava cercando, gli chiede se abbia chiesto al nipote il motivo per cui lo stessero cercando, questi risponde: “Lo saprà chi è cercato il motivo; perchè dovrebbe dirlo a me il motivo per il quale lo cercano“.


La necessità di restituire il prestito

Il 30 aprile 2014 Macchi, Gaudenzi e la Garofalo partono per l’Africa su un jet privato: l’obbiettivo è portare a termine l’operazione della compravendita di oro. I tre faranno ritorno in italia solo a metà agosto e senza restituire i soldi a Carminati e Brugia. Ma soprattutto senza avvertirli che avrebbero fatto ritorno in quella data, posto che Macchi si era accordato a restituire 40 mila euro dopo due settimane.

Quando il pm Tescaroli chiede in aula a Macchi se sa se Brugia e Carminati abbiano adottato iniziative per recuperare i soldi prestati, questi risponde di non sapere di alcuna loro iniziativa in tal senso, al di fuori di alcune pressione esercitate nei suoi confronti da Gaudenzi. Il pm contesta queste affermazioni facendo presente che vi sono alcune conversazioni intercettate tra lui e Gaudenzi che affermano il contrario. A questo punto Macchi dichiara che Gaudenzi, al ritorno dall’Africa, gli aveva fatto presente che sebbene l’operazione non fosse andata in porto, era necessario restituire i soldi prestati da Brugia e Carminati.


Le minacce di morte a Gaudenzi

Il pm chiede quindi al Macchi se Gaudenzi gli avesse mai manifestato il timore di essere ucciso, e Macchi risponde che timori di questo genere il Gaudenzi non ne aveva mai palesati; il pm allora cita l’intercettazione del 5 agosto 2014 nella quale Gaudenzi rivolgendosi a lui afferma: “Filì io devo pagà, questi mi ammazzano” e ancora “Qui non è che c’è da giocare, io devo sistemare queste cose in un modo o nell’altro“. Macchi dichiara in aula di non ricordare questa conversazione, e più in generale di non ricordare particolari minacce o pressioni subite dal Gaudenzi, affermando: “Adesso il fatto che lui potesse essere ucciso da persone che lui stesso riteneva molto amiche. Non mi ricordo questo fatto“.

Sulle insistenze del presidente Ianniello in merito ai troppi non ricordo da parte del teste, questi fa una parziale retromarcia: “Era molto preoccupato“.


L’incontro con Brugia

Il pubblico ministero chiede al teste dell’incontro da questi avuto con Brugia nel mese di settembre, a poche settimane dal suo ritorno in Italia. L’appuntamento in questione sarebbe avvenuto nel parcheggio del distributore AGIP di corso Francia; “Brugia mi disse che c’era questa esposizione – riferisce Macchi – e che voleva sapere quando sarei rientrato di questa esposizione, e che lui riteneva molto responsabile Fabio Gaudenzi per non avere ancora restituito questi soldi, e mi chiese cortesemente, lo ammetto anche, di fare in fretta con la restituzione“.

Il pm contesta come tale versione sia diversa da quella resa dal teste il 6 maggio 2015: “Nei primi giorni di settembre (5/9) – dichiarava Macchi – Gaudenzi mi telefonava e mi chiedeva di passare al distributore di corso Francia per incontrare Brugia Riccardo. Il giorno seguente mi sono recato presso il distributore, dove infatti incontravo Brugia Riccardo, il quale dopo avermi chiesto cosa fosse successo in Africa, mi riferiva testualmente: per i diecimila euro c’è tempo ma per i trentamila euro dammeli prima che puoi, perchè altrimenti la considero come una truffa a me; specificando inoltre che il garante del prestito era Gaudenzi Fabio. E nel caso in cui non avessi ottemperato al pagamento di quanto pattuito, se la sarebbe presa con lui“.

Di fronte alla evidente discrepanza con la versione sostenuta, Macchi afferma: “Quello che accadde il 5 di settembre fu semplicemente che Riccardo Brugia mi disse, in maniera abbastanza cortese, di restituire i trentamila euro prestati, perchè erano passati svariati mesi, e che, nel caso in cui non li avessi restituiti in tempi brevi lui li avrebbe chiesti a Fabio Gaudenzi; anche perchè comunque Fabio Gaudenzi aveva fatto da tramite“.

Il presidente Ianniello sottolinea il fatto che quando una persona usa l’espressione “altrimenti me la prendo con qualcuno” intende dire che la rivalsa a cui fa riferimento non è l’esercizio di un diritto o l’avanzamento di una pretesa, vuol dire qualcosa di diverso, secondo l’uso corrente dell’espressione. Gaudenzi risponde che per rivalsa nei confronti di Gaudenzi Brugia intendeva che, a suo modo di vedere, si sarebbe sicuramente arrabbiato con lui.


Il timore a testimoniare

Dopo avere sottolineato l’incoerenza tra questa interpretazione ed il timore per la propria incolumità espressogli da Gaudenzi, il pm chiede: “Senta lei ha avuto timore a venire a deporre qui in udiuenza” e Macchi risponde: “Io ritengo che la mia vita personale sia stata abbastanza..questi avvenimenti l’hanno resa più difficile di quello che era, pertanto questa è stata principalmente una delle difficoltà nel venire qui; sicuramente è la prima volta che lo faccio, non sono abituato a questa tipologia di ambiente, e quindi qualche preoccupazione sicuramente ce l’avevo. Ma non è la preoccupazione dovuta ad eventuali ritorsioni che ci possono essere nei miei confronti“.

E ancora il pm: “Lei non era preoccupato del fatto che doveva rendere testimonianza in udienza dove c’erano Carminati e Brugia?“, e Macchi risponde: “Preoccupato sicuramente, le ripeto, lo sono, ma lo sono stato anche due anni fa quando poi il mio nome è finito su tutti i giornali, accostato a determinati fatti“.

Qundo il presidente Ianniello spiega al teste come il pm facesse riferimento non ai generici disagi legati al fatto di dovere deporre in un aula di tribunale, ma al timore specifico per eventuali ritorsioni, il teste dichiara: “Onestamente non credo che ci possano essere ritorsioni nei miei confronti“.


“Ma Carminati c’è in aula? E Brugia?”

Ma lei è preoccupato‘”, insiste ancora il presidente Ianniello, ed il teste risponde candidamente di no. Il pm Tescaroli chiede allora a Macchi per quale motivo, recandosi a ricevere la notifica dell’avviso di escussione nel processo, abbia dichiarato al maresciallo Nardone che “queste sono persone che nella loro vita si sono rivalse e si rivalgono contro le persone che gli testimoniano contro“. Il pm fa presente che queste dichiarazioni sono state registrate, e chiede al teste se le paure manifestate al maresciallo Nardone, tra le altre anche quella di vedere Carminati e Brugia di persona al processo, siano venute meno (“Ma Carminati c’è in aula? E Brugia?“); Macchi risponde di non ritenersi un teste particolarmente importante in quanto non ritiene di avere subito il reato di usura. Il presidente Ianniello allora gli ricorda che per farlo venire a testimoniare in aula il Tribunale ha dovuto farlo venire accompagnato dalla forza pubblica.

Al termine dell’escussione il pm Giuseppe Cascini chiede al presidente, ai sensi dell’art. 500 cpp di potere  decidere, sulla base della registrazione prodotta ed anche sulla base della deposizione del teste, l’acquisizione delle dichiarazioni precedentemente rese dal teste durante le indagini, “in quanto risulta evidente – dichiara il pm Cascini – che il teste è sottoposto ad una intimidazione che lo induce a non dire il vero“. (cm)

  

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