intimidazione

Ancora nel processo Mafia Capitale, un altro testimone dell’accusa che ha subito pressioni e minacce è Fausto Refrigeri, attualmente disoccupato, in passato dipendente di un’impresa di noleggio con conducente. Non era un padroncino ma un semplice dipendente al quale spesso capitava di dovere anticipare le spese per il carburante tramite l’acquisto di buoni benzina.

Verso la fine del maggio 2013 Refrigeri che è sposato con un figlio, dietro consiglio di un suo amico, Salvatore Nitti, si reca presso un distributore Agip, sito via Flaminia Vecchia, per acquistare dei buoni carburante. Il ragazzo che gestisce l’attività gli consiglia di rivolgersi a tale Roberto Lacopo, titolare oltre che di quella pompa anche di un’altro rifornimento situato in corso Francia, angolo via Pecchio.

Salvatore Nicchi è un ex ispettore di polizia in pensione che ha il figlio che frequenta la stessa scuola del figlio di Refrigeri. Refrigeri intende acquistare i buoni carburante con degli assegni; l’importo non è elevato, sono 30 buoni da 10 euro ciascuno, per un totale di 300 euro. L’assegno viene intestato da una signorina che lavora nell’amministrazione del distributore di corso Francia, alla società titolare dell’attività di rifornimento.

Qualche giorno dopo Refrigeri torna al distributore di Lacopo per acquistare altri buoni carburante; questa volta ne prende 60 da 10 euro l’uno, per un totale di 600 euro. Particolare non irrilevante: Refrigeri racconta che gli avrebbero chiesto quando incassare gli assegni con i quali ha pagato e la sua risposta sarebbe stata: “più tardi è meglio è”. Probabilmente egli ha saldato i due acquisti con due assegni post datati. Fatto sta che gli assegni vengono incassati prima del previsto e, mancando i fondi, tornano indietro protestati. La banca presso la quale ha il conto Refrigeri non lo avvisa, così come non lo avvisa neanche Roberto Lacopo, o chi per lui, dell’incasso anticipato. Per la famiglia Refrigeri ha inizio un incubo dal quale sarà difficile uscire, tornando a vivere una normale quotidianità.

Il giorno successivo Refrigeri, che è fuori per lavoro, riceve una telefonata dalla moglie: è impaurita ed allarmata perché un signore, un tipo alto e grosso con le braccia tatuate e i capelli corti, sta parlando con tutti gli abitanti della via in cui risiedono, dicendo a proposito di lui che è un truffatore, che si è recato da loro con degli assegni falsi e che li ha raggirati. L’uomo è imbestialito e va dicendo a tutti che se lo trova lo butta a terra e lo prende a calci. Quell’uomo è Matteo Calvio e per alcuni istanti è accompagnato anche da Riccardo Brugia, che però poi si allontanerà. Calvio è una furia, va avanti e indietro per la strada, entra diverse volte nel garage della sua vittima, e per circa un’ora e mezza aspetta che questa rientri a casa. La moglie di Refrigeri è atterrita, non solo per il marito, ma soprattutto perché Calvio proferisce minacce anche nei confronti suoi e di suo figlio. Ci sono i testimoni.

Tra i vari vicini di strada di Refrigeri ci sono anche Danilo e Moreno Catini, titolari di un negozio di  idraulica; i fratelli Catini conoscono molto bene Brugia, Lacopo e Calvio. Ed anche il signor Daniele, titolare di un’attività di montaggio di autoradio, li conosce molto bene, dato che in passato aveva un negozio in corso Francia, proprio di fronte al distributore di Lacopo.

La sera stessa, rientrato a casa, Refrigeri chiama Lacopo al telefono; è chiaro infatti che quelle persone le ha mandate lui e che solo lui potrà farle cessare di terrorizzarli, lui e la sua famiglia. Lacopo, con un tono perentorio, respinge qualsiasi dialogo e impone a Refrigeri di presentarsi l’indomani mattina al distributore per chiarire la faccenda. L’indomani Refrigeri si presenta molto presto al distributore, e all’interno dell’ufficio, lo stesso dove aveva acquistato i buoni benzina, Lacopo gli si staglia minaccioso davanti e lo minaccia pesantemente dicendogli che se non porta i soldi lo manda ancora a cercare da Calvio, detto il Bojo, il boia. Refrigeri cerca di prendere tempo e si impegna a portare i soldi il venerdì successivo, due giorni dopo.

Tornato a casa Refrigeri si reca da Salvatore Nitti, al quale chiede di intercedere con Lacopo per far cessare le minacce. Nitti gli racconterà in seguito di aver parlato con Lacopo e di stare tranquillo che tutto si sarebbe sistemato. Dopo un paio di giorni Refrigeri torna al distributore accompagnato dal Nitti che gli fa da testimone, e paga il debito versando a Lacopo in contanti la somma  di circa mille euro. Nella descrizione fatta all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare del 4 dicembre 2014 Salvatore Nitti non viene definito come un semplice conoscente di Carminati, Brugia, Calvio e Lacopo, ma come un loro sodale, apostrofato col soprannome di “Salvatore la guardia”. Nitti è a disposizione del clan, e questo lo si evince da una serie di attività da lui svolte: dal mettere a disposizione del sodalizio il suo capitale sociale, nella fattispecie un medico che avrebbe dovuto visitare il padre di Brugia, Mario;  all’ accompagnare Carminati presso la stazione di polizia di Ponte Milvio, su precisa richiesta di Lacopo. Nitti è inoltre perfettamente a conoscenza delle attività illecite che vengono organizzate e realizzate presso il distributore, oltre che del ruolo da esso svolto di punto di incontro dei sodali dell’organizzazione criminale.

E’ difficile credere che, come racconta Refrigeri, Nitti faccia tutto questo in cambio di una lavata di macchina: e nemmeno che lo faccia per amicizia.

Fatto sta che quando Nitti accompagna Refrigeri a pagare, quest’ultimo non può fare a meno di notare come tra Lacopo e Nitti ci sia uno scambio di ammiccamenti: un occhiolino che non è un semplice saluto, come Nitti cercherà poi di spiegargli, ma uno scambio di intesa. La dimostrazione della condivisione di un qualcosa.

Inoltre la cifra effettivamente pagata da Refrigeri appare un mistero, posto che lui non la definisce in maniera esatta, limitandosi a citarla in modo vago con un “intorno ai mille euro”; forse teme un’incriminazione ulteriore per Lacopo e soci, e quindi in questo caso il dubbio di pressioni o minacce subite prima della sua testimonianza appare legittimo. Fatto sta che Matteo Calvio non molla la presa, e continua settimanalmente a perseguitare Refrigeri, anche dopo che questi ha saldato i suoi debiti con Lacopo: lo incontra spesso in motorino per le strade del quartiere e ogni volta gli ricorda che finché non gli darà i soldi non lo lascerà in pace. Un giorno Calvio incontra Refrigeri che casualmente ha appena prelevato dal conto di suo padre e da quello di suo zio la cifra complessiva di tremila euro, e, casualmente, trovandosela addosso, non può fare a meno di dargliela. E questo nonostante il pagamento del debito iniziale dei 1000 euro e l’accordo stipulato  con Lacopo.

Qui la descrizione del racconto che fa Refrigeri appare poco credibile, a partire dal prelievo dei soldi, fino alla loro consegna al Calvio. Non è dato sapere se questi ulteriori tremila euro facciano parte del prestito iniziale, se siano cioè interessi maturati. Fatto sta che Calvio continua a perseguitare Refrigeri e la sua famiglia fino a che non li ottiene. Da qui l’incriminazione di Calvo per estorsione.

Di tutta questa vicenda e dell’ulteriore contatto che Refrigeri ha con Lacopo per far cessare le minacce di Calvio, Refrigeri non avvisa ne la famiglia, a parte la moglie, ne Salvatore Nitti. Refrigeri ha infatti perduto la fiducia che nei suoi confronti, e preferisce non importunarlo nemmeno se a rischio c’è la sua incolumità e quella dei suoi cari. L’esame in aula del teste Refrigeri è apparso, in molto punti, in contrasto con le dichiarazioni da questi rese ai carabinieri il 6 febbraio 2015, quando viene chiamato subito dopo la prima tornata di arresti da parte della procura di Roma. Nel corso della sua deposizione, ad un certo punto il pm Tescaroli gli chiede  il motivo per il quale non abbia denunciato le minacce subite e l’estorsione dei 3.000 euro. “Perché non ha sporto denuncia” gli domanda il pm, e il teste risponde: “Io già l’ho detto al ROS, io avevo paura, perché sono stato intimidito da questa storia”. Quando il pm gli chiede esplicitamente di cosa avesse paura, Refrigeri risponde: “di ritorsioni”… “da parte di Matteo Calvio soprattutto”. E e ancora: “Roberto Lacopo, quando l’ho pagato, lui ha dimostrato che…non m’ha fatto più minacce espressamente”.

Più avanti Tescaroli chiede a Refrigeri se sapeva che Lacopo, Brugia e Carminati prestavano soldi ad usura, ed il teste risponde di avere sentito dire che prestavano soldi, ma di non saper dire a chi e se fosse ad usura. Quando poi il pm gli chele da chi abbia sentito queste voci la risposta è “al bar”; ed a proposito dei prestiti risponde: “ho sentito dire che prestavano soldi…I tassi usurai, nemmeno io li conosco quali sono, quindi di tassi usurai io non lo so”. La sindrome di Stoccolma imperversa ancora. (cm)

    

  

 

 

 

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