testa di bue

La negazione della mafia e del carattere mafioso di talune organizzazioni criminali, col conseguente loro declassamento ad organizzazioni criminali semplici, può avvenire a tutte le latitudini, rimanendo nei confini italiani, in modi diversi. L’intimidazione dei testimoni è uno dei principali, ed è esattamente quello che sta accadendo nel processo a Mafia Capitale, in corso da circa sei mesi nell’aula bunker del carcere di Rebibbia.

La vicenda di Riccardo Manattini, un ex imprenditore edile caduto in disgrazia a seguito dei prestiti usurai concessigli da Roberto Lacopo e dal padre Giovanni, e costretto a fare con la moglie il venditore ambulante, rappresenta un compendio delle tecniche impiegate oggi dalle organizzazioni mafiose per intimidire e soggiogare le loro vittime.

Si parte dalle minacce per telefono, passando per le minacce ai figli, al pollo squartato lasciato sul cancello dell’abitazione della vittima, per finire con il pestaggio eseguito in pieno giorno, in una via centrale come via Cola di Rienzo.

Sebbene, per cultura e tradizione, la mafia siciliana non si occupi ne di usura ne di prostituzione, di fatto, come racconta lo stesso Giovanni Brusca nel libro inchiesta scritto assieme a Saverio Lodato, non sono pochi gli “uomini d’onore” che svolgono tale attività, spesso attraverso dei prestanome, soprattutto nei periodi di crisi di liquidità come quello attuale; al di la del fine di lucro immediato, gli scopi raggiunti attraverso l’usura sono spesso strumentali: si va dal riciclaggio del denaro derivante da altre attività illecite, alla possibilità di entrare in possesso, a prezzo di favore, delle attività imprenditoriali, aziende o attività commerciali, gestite dai debitori.

Altro personaggio caduto tra le grinfie di Massimo Carminati e del suo braccio destro Riccardo Brugia è Danilo Prudente, residente a Ponza e di professione pescatore. In questo caso le dinamiche del dibattimento sono indicative delle modalità con cui la difesa di un imputato cerca di influenzare un teste dell’accusa nel corso dell’ udienza. In fase di esame, il giorno 6 aprile, al termine di una domanda posta dal pm Luca Tescaroli, la difesa di Roberto Lacopo, l’avvocato Fabrizio Gallo, è intervenuta suggerendo al teste Prudente, in evidente difficoltà nel tentare di argomentare la replica, la risposta da fornire.

Già nel corso della sua deposizione Prudente  era caduto in contraddizione, dicendo di non avere mai conosciuto Roberto Lacopo. Affermazione dimostratasi poi falsa quando Ielo ha letto in aula il testo di un’ intercettazione relativa ad una conversazione tra Lacopo e lo stesso Prudente. Fino a quel momento il teste aveva sostenuto di non conoscere Lacopo e che a prestargli i soldi era stato Riccardo Brugia. Soldi che Prudente gli aveva poi restituito l’anno successivo con non poche difficoltà, visto che per ben due volte le rate gli erano saltate.

Nelle intercettazioni, infatti, Brugia si lamenta con il Prudente, dicendogli di avergli fatto fare una figura di merda. A questo punto Ielo interviene chiedendo a Prudente con chi avesse fatto fare a Brugia una figura di merda, se, come aveva detto prima, il prestito glielo aveva concesso lo stesso Brugia. E’ chiaro a questo punto che a prestare i soldi a Prudente era stato Lacopo, e non Brugia.

Prudente cerca quindi di negare l’evidenza,  affermando che lui Roberto Lacopo non lo ha mai visto: all’inizio ne storpia addirittura il nome chiamandolo Iacopo. Prudente teme una condanna per falsa testimonianza, e piuttosto che contraddirsi preferisce trincerarsi dietro i non ricordo. Che sono molti, troppi.

L’intervento dell’avvocato Gallo fa saltare il piano scosceso delle domande del pm Ielo, sul quale Prudente aveva fino a quel momento annaspato. Quando l’avvocato Gallo cerca di soccorrere Prudente suggerendogli la risposta, la posizione del Lacopo comincia scricchiolare. E’ a questo punto che interviene il pm Giuseppe Cascini, che sanziona la scorrettezza dell’avvocato Gallo,  riservandosi di consegnare personalmente il verbale dell’interrogatorio al Consiglio dell’ordine degli avvocati della Capitale.

Nei giorni precedenti erano stati sentiti Luigi Seccaroni, titolare di un autosalone, a lungo sottoposto a minacce ed avvertimenti da  Carminati e Brugia, per via di un terreno al quale i due erano interessati, di proprietà del Seccaroni.

L’udienza successiva era stato ascoltato invece Alessandro Zanna, un antiquario ex compagno di scuola di Seccaroni, con il quale la vittima di Brugia e Carminati si lamentava quasi quotidianamente delle pressioni subite.

L’ironia è che in tutti questi casi le vittime minacciate, in una sorta di sindrome di Stoccolma, piuttosto che denunciare e liberarsi di un peso, finiscono col familiarizzare con i loro carnefici: li considerano amici, o almeno presunti tali. Accade sia con Manattini, che descrive ripetutamente Lacopo come un amico, perchè gli ha prestato diversi soldi senza mai chiedergli nulla di interessi, ma che poi lo indirizzerà al padre Giovanni, che si occuperà di procedere letteralmente alla sua spoliazione. Manattini pagherà a Giovanni Lacopo svariate centinaia di migliaia di euro, grazie ai tassi di interesse proibitivi. Anche Seccaroni, che all’inizio Carminati e Brugia trattano come un amicone, invitandolo al ristorante o portandogli numerosi clienti all’autosalone (tra i quali anche l’avvocato Naso), subirà lo stesso trattamento fatto di minacce e intimidazioni.

Ma stranamente Seccaroni sembra essere più risentito dell’esito della sua amicizia con Riccardo e Massimo, piuttosto che dalle minacce subite. A nulla sono valsi gli avvertimenti rivoltigli dall’amico Zanna, che quella dell’amicizia era una precisa strategia adottata dai due criminali nei confronti della vittima designata. Lo stesso Prudente difende a spada tratta Lacopo, rischiando anche un’incriminazione per falsa testimonianza. Dirà che è stato il suo amico Brugia, che nelle intercettazioni non esita a chiamare Riccardino, a prestargli i soldi, fino a che il pm Ielo non lo fa cadere in contraddizione. (cm)

   

Advertisements