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Claudio Meloni

Mese

luglio 2016

Le dimissioni del dg Anelli e la nomina del dg Fiscon

Tra il gennaio e l’aprile 2013 il ROS intercetta, nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo, un’ intensa attività da parte degli appartenenti al sodalizio indagato, volta a ridurre il numero di deleghe in capo all’allora direttore generale dell’azienda dei rifiuti romana AMA, Giovanna Giuseppina Anelli. Motivo dell’azione era che il dirigente dell’ex municipalizzata non rispondeva adeguatamente alle esigenze del sodalizio stesso, ed anzi si comportava con eccessiva autonomia anche rispetto all’allora ex amministratore delegato Franco Panzironi, responsabile della sua nomina. Date le resistenze della dirigente, il sodalizio ed i suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione di AMA, svolgeranno nei suoi confronti un’intensa azione di boicottaggio, tanto da spingerla a presentare le dimissioni per l’impossibilità di esercitare la sua funzione. Al suo posto verrà nominato Giovanni Fiscon,  che mostrerà la sua gratitudine al sodalizio approvando di volta in volta le richieste che da questo provenivano.


Il cda di AMA si riappropria delle deleghe della Anelli

Sempre dalle intercettazioni telefoniche e poi tramite acquisizioni documentali attraverso le banche dati della Camera di commercio di Roma, già nella fase precedente alla nomina dell’avvocato civilista Giuseppe Berti alla carica di consigliere nel cda di Ama si aveva contezza di come all’interno dello stesso vi fossero frizioni tra alcuni suoi membri e l’allora direttore generale.  Le ragioni di tali contrasti sono contenute nella prima intercettazione del 31.01.2013, delle ore 18:54. Qui Luca Gramazio, parlando al cellulare con Emiliano Limiti, all’epoca procuratore speciale di Ama responsabile del servizio TARI, commentava i dissidi in seno al cda. Gianni De Ritis, anche lui consigliere Ama, spiegava come tali contrasti fossero dovuti alla Anelli. In particolare questi sarebbero esplosi a seguito della presentazione da parte di alcuni consiglieri di mozioni miranti a ridurre il numero delle deleghe in capo alla Anelli. In qualche modo il cda mirava a riappropriarsi del potere della nomina dei direttori della macrostruttura. Sempre in ordine all’azione di compressione del potere della Anelli, erano gia’ stati adottati in precedenza provvedimenti idonei a ridurre la sua facoltà di richiesta di consulenze esterne. Nel dialogo sopra citato Emiliano Limiti spiegava a Gramazio come la stessa Anelli avesse minacciato le sue dimissioni, e Gramazio confermava che sarebbe stata comunque dimissionata. Limiti, nella circostanza, chiedeva all’allora capogruppo in aula Giulo Cesare da chi potesse essere sostituita la Anelli, e Gramazio rispondeva come l’unico dirigente in grado di sostituirla fosse Nanni Fiscon.


Gramazio tasta il terreno con Fiscon

In una successiva telefonata lo stesso Gramazio chiamava Giovanni Fiscon, e dopo avergli spiegato della situazione che si era venuta a creare nell’ambito della vicenda Anelli, affermava: “Nanni, mi posso permettere di fare una telefonata assolutamente confidenziale, cioè nel senso che non ne parlo neanche con i miei carissimi amici che tu conosci bene; cioè resta tra Luca Gramazio e Giovanni Fiscon. Mi ha chiamato Alemanno, mi ha chiesto che cosa ne pensavo e che cosa sarebbe giusto fare, perché sai che la Anelli non regge, non riesce a reggere botta: Io mi sono permesso, ma questo al di fuori, gli ho detto: guarda, io mi permetto di dirti la stessa cosa che ti ho detto quattro mesi fa, se rimane come direttore generale, io penso che la migliore soluzione sia quella di Nanni Fiscon”.

Dunque il Ros cominciava ad apprendere per la prima volta di questo possibile avvicendamento tra la Anelli e Fiscon; al telefono con Gramazio, Fiscon si mostrava favorevole all’avvicendamento, pronto a mettersi a disposizione del sodalizio con l’accettazione dell’ incarico. In relazione a tale nomina, è opportuno richiamare la conversazione avuta poco dopo la cena al ristorante Il Casale, cena avvenuta il 13 febbraio, dove a distanza di poche ore dall’incontro, Berti sentiva la necessità di confidarsi con Testa per riferirgli il buon esito delle pressioni all’interno del cda di AMA a danno della Anelli:  “Il sistema è stato scardinato”, diceva Berti a Testa, facendo riferimento specifico alle deleghe della Anelli e ad un personaggio indicato come futuro direttore generale.


Il ruolo di Panzironi in AMA

A partire dal 16 febbraio si iniziava ad apprendere quale fosse il ruolo di Panzironi all’interno di Ama; in particolare ciò emergeva da soggetti appartenenti alla stessa struttura AMA, quali Stefano Andrini, dirigente della ex municipalizzata, e da Antonio Lucarelli, capo segreteria del sindaco Alemanno. Degna di nota è al riguardo la conversazione in cui Berti, parlando con Andrini, commentava la vicenda relativa al contrasto in seno al cda di AMA e chiedeva informazioni sulle deleghe, e segnatamente se queste fossero state restituite alla Anelli. Berti spiegava quindi di avere avuto un incontro con il Sindaco nel corso del quale quest’ultimo aveva espresso il suo parere favorevole in relazione ad un’eventuale avvicendamento. Andrini commentava come le deleghe in questione in capo alla Anelli non fossero gestite in modo adeguato (“non se le merita”), e chiedeva quali fossero le intenzioni espresse dalla Anelli. Berti rispondeva come la Anelli opponesse resistenza alla revoca delle deleghe fino a quel momento gestite: “Lei rivuole quella roba”. Andrini ribatteva come la gestione privatistica dell’azienda da parte della Anelli non fosse più accettabile (A:”Ma in cambio di riprendere quella roba, lei ha capito che l’azienda non è la sua è di Panzironi? O… della collettività, oppure la rivuole e basta? B: “no, lei le rivuole e basta”. A: “Va beh, questo non credo che sia tollerabile. E gli altri consiglieri che dicono?”). Un’altra telefonata da cui emergeva questo ruolo di Panzironi, malgrado fosse già decaduto da diverso tempo dal ruolo di amministratore delegato di Ama, è quella dell’11 marzo 2013. Andrini chiamava Berti con il quale commentava la possibile nomina di De Ritis ad amministratore delegato;

B: “Lo so, ma quello non ci può sta”  A: “Ah, se non ci può sta, gli altri non ci stanno, cioè gli altri..perchè poi Fiscon ce lo vuoi mettere? Ma Fiscon risponde a Panzironi, al PD, risponde a tutti, capito, e quindi è meglio farlo direttore generale ma senza potere. E buonanotte, fai prima”.

Un’ulteriore conversazione al riguardo è quella tra i consiglieri AMA De Ritis e Berti. In relazione alla nomina del nuovo dg, De Ritis ipotizzava il nome di Piergiorgio Benvenuti, presidente del cda dell’epoca:

DR: “Allora siamo rimasti che adesso Luca faceva un passaggio sia dal sindaco che da Panzironi, per verificare se queste strade erano percorribili o meno; perché l’altra strada de Stefano era stata completamente bloccata”. Berti rispondeva di essere perplesso sulla figura di Benvenuti, e,nel caso, se fosse possibile anche eliminare la figura del direttore generale.

DR: “De questo abbiamo parlato, nel senso che io mi aspetto che Panzironi, naturalmente, vorrebbe salvaguardare la Anelli, come dire je fa na figuraccia, capito, quindi rimane lei come direttore generale”.


Le dimissioni della Anelli e la nomina di Fiscon

Il giorno 18 marzo 2013, nel corso dell’attività intercettiva, Gramazio discuteva con De Ritis. Dalla conversazione emergeva come Gramazio avesse programmato una riunione presso i suoi uffici di via Etruria. Infatti lo stesso Gramazio aveva inviato un identico sms a Benvenuti,  Berti,  De Ritis e  Panzironi. Nel messaggio Gramazio posticipava l’orario della riunione, causa impossibilità di alcuni dei convenuti. Da un servizio di OCP emergeva come alle ore 17:30 Panzironi, in compagnia dell’allora segretaria Patrizia Caraguzzi, accedesse all’interno del portone dell’edificio di via Etruria n.69. A distanza di pochi minuti giungevano anche Benvenuti, Berti e De Ritis. Alle 19:17 venivano visti uscire dallo stesso portone Panzironi e la Caraguzzi; alle 19:25 Benvenuti,  ed infine anche Berti e De Ritis alle 19:44. Subito dopo l’uscita di Panzironi, Gramazio lo chiamava al cellulare per dirgli di ritornare indietro a proseguire la riunione assieme alla sua segretaria.Panzironi non voleva fare assistere la segretaria alla discussione sulle deleghe.

Subito dopo Panzironi contattava la Anelli e le comunicava che alle 21 erano entrambe attesi da Gramazio. Pur non essendoci una conferma circa l’avvenuto incontro, tuttavia da una successiva conversazione Gramazio chiamava la sua compagna Patrizia Manca, alla quale diceva di trovarsi ancora in ufficio, insieme ad Anelli, Panzironi, Berti, Benvenuti e De Ritis.

Dopo un periodo di stasi arriviamo al 28 marzo 2013, quando Panzironi chiamava il dg Anelli  e la stessa gli comunicava la sua intenzione di dimettersi, perché non più in grado di gestire la situazione. Panzironi doveva, a breve, incontrare il sindaco per spiegargli l’accaduto. Anelli spiegava che Gramazio le aveva assicurato che il martedì si sarebbe svolta un’ulteriore riunione del cda ma lei ribadiva: “io sono intenzionata a dimettermi, perché così non si può fare, non si può andare avanti, è impossibile”. Nell’intercettazione del 28 marzo del 2013 una donna chiamava al cellulare Panzironi e lui le passava il sindaco Alemanno.

Panzironi esordiva: “Follia Ama, in pratica oggi il cda, deleghe e approvazione del bilancio, non se n’è presentato, ne il presidente, ne la maggioranza. Questi so matti”.

 Alemanno: “Vogliono fare martedì tutto quanto”. Panzironi affermava che sarebbe stato il caso di avvisare almeno il dg Anelli, che non era stata affatto informata; Alemanno:”Se si fa martedì, bene, sennò scioglieremo sto consiglio…”.

Il 3 aprile 2013, a seguito di questi contrasti, il dg Giovanna Giuseppina Anelli presentava le sue dimissioni,le quali venivano poi formalizzate il successivo 19.04.2013, con la nomina di Fiscon. Il giorno delle dimissioni venivano intercettate dal Ros alcune telefonate. In particolare quella tra Berti e Gramazio, dove il primo spiegava di non essere d’accordo a restituire le deleghe, e per tanto alla fine affermava: “Gli revochiamo le deleghe e..fai convocare il consiglio di amministrazione entro lunedì della prossima settimana: all’odg che vanno tra varie ed eventuali e se non hanno fatto tutti i meccanismi che fa, gli togliamo le deleghe” Berti: “Perfetto, perfetto”.


Le feste per le dimissioni della Anelli

In questa fase Gramazio non era più capogruppo al comune di Roma ma era già stato eletto al consiglio regionale del Lazio. In una conversazione tra Berti ed Andrini, il primo affermava:”Ecco, ce l’abbiamo fatta” (l’Anelli si era dimessa) A:” Si è dimessa? Ma no, ma lei prima le deleghe…perchè guarda, Emiliano mi ha detto, dieci giorni fa mi ha detto:  vedrai che quella approva il bilancio e si dimette il giorno dopo, e infatti..”

B: “Lo sospettavo anche io, gli abbiamo ridato le deleghe, come era stato concordato, si  è attaccata ad un cavillo, gliel’ho tolto pure quello, l’ho fatto ingoià pure a Commini e s’è dimessa lo stesso”.

A partire del 4 aprile 2013 venivano intercettate una serie di conversazioni, sempre in relazione alla sostituzione della carica di direttore generale.

Il dato più rilevante emergeva da una conversazione tra Lucarelli e Gramazio: il primo definiva l’Anelli un Panzironi con la gonna, e spiegava che lo stesso Panzironi, col quale aveva parlato poco prima, riteneva l’AMA come una sua creatura; Lucarelli chiamava Gramazio e gli chiedeva delucidazioni in merito alla vicenda AMA;

G: “Antonio, noi ci siamo visti al Cis, a piazza Tuscolo, dieci giorni fa, con Panzironi e l’Anelli, e l’avevamo stabilito insieme che De Ritis uscisse, perché avendo proposto lui la delibera per toglierle i poteri, non poteva rivotare lui la delibera per riattribuirglieli. E quindi eravamo tutti d’accordo che lei sarebbe uscita in quel momento”.

A questo punto Lucarelli chiedeva a Gramazio se fosse disponibile ad un’eventuale nomina di Commini, e Gramazio rispondeva che non era il massimo, ma che non si vedevano altre alternative.


Fiscon l’unico

Gramazio specificava che l’unico che poteva fare il dg era Nanni Fiscon, precisando che comunque: “noi non controlliamo più”. Inoltre questi spiegava che questo Nanni Fiscon poteva essere indagato perché in quel periodo gli era successa una disavventura con una casa ad Anzio: era esploso l’impianto del gas, causando il decesso della collaboratrice domestica, e quindi poteva essere indagato.

Lucarelli: “Temo che la nomina di Commini creerà la reazione di Panzironi, ma non se ne può più, perché io l’ho sentito dieci minuti fa, tanto lui c’ha tutta un’altra cosa per la capoccia, capito. Lui pensa che l’AMA è una sua proprietà personale, un distaccamento mentale suo, capito?”. Gramazio gli spiegava che la situazione non era tanto da attribuire a Panzironi, quanto all’Anelli, e Lucarelli replicava: “Si, vabbè, Anelli, è un Panzironi con la gonna, insomma, nel senso, è stata..cioè, lui la gestisce finchè la vuol gestire, quando non gli sta bene, la scarica e quella va da sola. Però quella, libera, è scema”.

I due interlocutori di seguito cambiavano discorso e parlavano di un consiglio comunale. Il 17 aprile il consigliere comunale Giovanni Quarzo (PDL) chiamava Gramazio e gli riferiva che Alemanno non era favorevole alla nomina di Commini, e che, eventualmente, avrebbe preferito Giovanni Fiscon; a questo punto Gramazio, che si adeguava alle decisioni del sindaco, affermava: “La partita mia è quella, e il mio consigliere di amministrazione vota quello che dite”. Gramazio, dunque, accettava tale decisione.

Lo stesso giorno Panzironi chiamava Fiscon e gli diceva che il sindaco voleva incontrarlo, e quindi lo invitava ad andare insieme a lui alle 12.00 a piazza Cavour. Poco dopo Patrizia Caracuzzi, segretaria di Panzironi, chiamava Buzzi e gli riferiva che il dottore aveva chiesto di incontrarlo in centro alle 13:30 “perché c’hà urgenza di vederlo”. Buzzi rispondeva che aveva già concordato un incontro per il giorno seguente, e quindi chiedeva se potevano incontrarsi alle 14:00 da un’altra parte. Dopo avere discusso i due interlocutori concordavano di incontrarsi alle 13:30 a Caracalla. Quest’incontro veniva in seguito spostato presso la sede di Eur spa.

Sempre nella stessa giornata l’ex assessore Marco Visconti chiamava il consigliere Gramazio e gli diceva di essersi visto con Panzironi, il quale si era mostrato furioso di fronte al licenziamento dell’Anelli (l’Anelli era stata messa li da Panzironi). Visconti chiedeva se avessero intenzione di sostenere la candidatura di Fiscon. Gramazio rispondeva che Fiscon aveva l’approvazione di Berti, del presidente Benvenuti ma anche di De Ritis. Sempre la stessa mattinata Gramazio chiamava Berti, il quale rispondeva di trovarsi in treno unitamente a Fabrizio (Testa); Gramazio gli riferiva la notizia che si stava ancora ragionando sulla situazione Commini,  ovvero sull’ipotesi di poter nominare Giovanni Fiscon direttore generale;

G: “Questo lo ragioniamo, insomma, mo vediamo quello che ci..intanto tu torna da Milano; quando torni da Milano, ci vediamo un attimo, pure con Fabrizio..” e quindi concordavano di incontrarsi il pomeriggio seguente.

Di seguito Berti passava il telefono a Testa, il quale informava Gramazio sui suoi programmi;

T: “Domani sono impegnato, perchè devo portare mio figlio a scuola”

G: “Dobbiamo incontrarci, anche di notte, perchè c’è una buona ipotesi, tanto tu mi capisci, che a sostituire l’Anelli, invece di Commini, come amministratore delegato, possa essere Nanni Fiscon”

T: “Eccezionale”

G: “Preferito da molti nostri amici”. I due interrompevano il discorso, rinviandolo al giorno seguente.


La decisione saggia. Dei sodali

Altra intercettazione riferita all’appuntamento fissato tra Buzzi e Panzironi a piazza Cavour, è quella in cui quest’ultimo chiamava l’avvocato Franco Lipani, un consulente legale esterno di AMA spa, e gli chiedeva di poter incontrare il sindaco nel suo studio, che si trovava nei pressi di piazza Cavour. Lipani dava la sua disponibilità, e Panzironi gli spiegava che era riuscito a convincere il sindaco a fare nominare Fiscon direttore generale “perchè intanto – gli dice – pariamo il casino aziendale”. Lipani spiegava a Panzironi che il civico del suo studio era al numero 40 di via Vittoria Colonna. Da un servizio di OCP veniva documentato come alle 13:40 veniva notata un’autovettura Alfa 159 con all’interno Panzironi e la Caracuzzi in viale dell’Agricoltura n.16, presso la sede di Eur spa. Alle 13:45 Panzironi scendeva dalla vettura ed entrava all’interno degli uffici di Eur spa. Alle 13:55 arrivava anche Buzzi con un’Audi Q4, con a bordo anche Pierina Chiaravalle; Buzzi con alcuni documenti, entrava negli uffici di Eur spa. Alle 14:11 uscivsno dagli uffici di Eur spa Buzzi e Carlo Pucci, e restavano a conversare in strada sino alle 14:13. Un minuto dopo Buzzi, dopo avere salutato Pucci, tornava alla sua auto e si allontanava in direzione Roma centro. Subito dopo Buzzi chiamava Carlo Guaranì;

B: “La prima è che venerdì il nostro Fiscon farà il direttore generale di Ama spa al posto di Commini, nuovo ad; quindi non lo chiamare, perchè è ancora coperta da segreto la notizia”

G: “Ah”

B: “Quindi sarà lui”

G: “Ok”

B: “Il numero uno, e vai”

G: “Meno male, meno male ogni tanto una decisione saggia. Meno male”

B: “Ogni tanto una decisione saggia; vabbè, era l’unica possibile, in attesa che arrivi il nuovo sindaco, Fiscon”. G: “Eh, ma infatti”

B: “Ha deciso oggi Alemano”

G: “Poi al nuovo sindaco gli proporremo di confermarlo, chiaramente”

B: “Esatto, esatto. Se è Alemanno, giochiamo…già c’è. Se è il nuovo sindaco vediamo chi è”

G: “Eh, certo”.

B: “Senti, invece ,l’altra cosa..” cambiando argomento.


“Coprite co Zambelli”

Alle 14:22 il Ros registrava un’altra conversazione tra Andrini e Gramazio; quest’ultimo gli riferiva dell’esito dell’incontro tra Alemanno, Fiscon e Panzironi, precisando che il sindaco stava proponendo la nomina di Fiscon, e gli aveva chiesto appunto di sostenerla con i suoi consiglieri di amministrazione. Alle 15:04 Fiscon chiamava Buzzi per riferirgli di essere stato indicato dal sindaco quale nuovo possibile direttore generale. Di seguito i due continuavano a parlare di possibili consigli.

B: “Nanni buongiorno”

F: “Oh, Salvatò”

B: ” Ecco Nanni, dimmi”

F: “Se, me senti?”

B: “Si”

F: “Senti, me stanno a arrivà sotto, sotto sotto”

B: “Non ho sentito, che hai detto Nanni?”

F: “Me stanno tornando sotto per la cosa dell’Anelli”

B: “Eh ho saputo, che il Sindaco ha deciso che sei tu il direttore generale”

F: “Eh”

B: “Eh see”

F: “Pensi che ce sarà..?”

B: “No, io …

F:” soliti problemi con l’altro lato?”

B: “No, ma chiama Zambelli (Zambelli Gianfranco ex consigliere comunale), chiamalo subito.

F: “Eh, no, no, co Zambelli c’ho parlato. Volevo capì, pure da altre parti, che ne so”

B: “Ma co Umberto ce posso parlà io. Però oramai Umberto, con le cose del comune non c’entrerà più nulla”

F: “Eh”

B:” Comunque vada, cioè se vince Marino, Umberto non conterà un cavolo. Coprite co Zambelli”

F: “No. no, Zambelli si, vabbè, se è per quello..quello sta in casa, diciamo”

B: “Allora, ma tu puoi? E’ una nomina così, in attesa del superamento delle cose. Anzi, io accetterei, perchè se vince, se rivince Alemanno, stai già li in pole position, per essere tu poi”

F: “Si”

B: “Se invece vince Marino (Ignazio), dice: ho fatto questioni di servizio: quella s’era dimessa, quell’altra così; dice io sono il più alto in grado e tocca a me”

F: “Si” 

B: “Perchè Marroni, comunque vada, conterà poco, e poi..e poi, cioè ci penso io, ce parlo io”.

F: “Mmm”

B: “Perchè Marino insomma, area Zingaretti, viaggia, capito?”

 F: “Si, ho capito”

B: “No, riusciamo a parlarci, tranquillo”

F: “mmm”

B: “Poi tu sei un tecnico, mica è una nomina politca”

F: “No, no, no, ci mancherebbe. Certo nel peggiore periodo, proprio peggiore. Va bè, va bè”

B: “Nun te poi nemmeno tirà indietro. Come fai a tiratte indietro”

F: “No, no, no, lo so bene, lo so bene. Il fatto è che non..Va beh” B: “Mo ce provo…a chiamarlo subito. Provo a chiamarlo subito e poi te faccio sapè. Ok?”

F: “Ok, grazie. Ciao”.


“La volevano fa al bar”

Da un’ulteriore intercettazione tra Lipani e Panzironi, il primo riconosceva al secondo il ruolo di regista di tutta l’operazione, in particolare per quel che riguardava la nomina di Fiscon.

L: “Pronto Franco? Ti volevo fare i complimenti, sei proprio un regista”

P: “Perchè? Che ho fatto?”

L: “Vabbè, sta cosa l’hai fatta tutta te, ao.

P: “Evvabbè, speriamo che vada bene co st’azienda che traballa”

L: “Ma come l’hai viss..Ha, ecco, poi la gente pensa che lo fai per i cazzi tuoi, non sanno che lo fai per lo spirito patrio”

P: “Si, si, guarda..”

L: “ma, ma, alle..Come l’hai visto il sindaco su sto tema, in palla o no?”

P: “Bah, come sempre, insomma, con le sue grandi superficialità, insomma”

L: “Ah, ma t’ha ringraziato o no?”

P: “No, non lo farà mai. Lui…che vuoi, che te ringrazi? No, questi oramai hanno il delirio di onnipotenza. Pensano che tutto è dovuto”

L: “Mah, vabbè. Comunque..”

P: “Ma no, a me…”

L: “Bravo. Intanto bravo”

P: “Grazie”

L: “Ma scusa, ma tu ne hai parlato con Nanni? Nanni accetta?” P: “Ma si, l’ho portato io da coso, da Alemanno”

L: “Ah, ma oggi c’era pure Nanni?”

P: “Tutti quanti. Ha fatto tutto stamattina. Prima ho risolto con lui, poi l’ho convocato davanti ad Alemanno, e poi questa..se poteva fa questa cosa ar baretto, a piazza Cavour?”

L: “La volevano fa al bar? E quindi siete saliti a studio?”

P: “Ma dico..Non è mica normale questo, Io, Borriello (Raffaele), il sindaco, Fiscon, Gramazio..ar bar”

L: “Tutti a studio li hai portati?”

P: “E certo”

L:”Ammazza, c’era il consiglio comunale, la giunta hai fatto”

P: “E che è, scusate, dico, non è normale che noi decidiamo un direttore generale della seconda azienda europea dei rifiuti in..al bar”

L: “Al baretto”

P: “Al bar de piazza Cavour, nun me sembrano normali”

L: “Ma anche in termini di forma, cioè..”

P: “E’ scusa, dico, Gianni, li di fronte ci sta lo studio, che cortesemente ci fa entrare, allora andiamo. E siamo andati. Non è mica normale”

L: “Ah, c’era pure Borriello quindi?”

P: “Borriello, Gramazio, Fiscon e Alemanno”

L: “Borriello, Gramazo, Fiscon, Alemanno e te. Fantastico, va bè, bravo, bravo. Anche negli aspetti formali. Va bè Franco, un abbraccio” .


Berlusconi il cantante

Il 19 aprile sempre Panzironi, parlando con l’avvocato Lipani, si riconosceva un ulteriore merito, ovvero quello di essere riuscito a far attribuire le stesse deleghe che aveva l’Anelli al neo direttore generale Giovanni Fiscon,

P: “Fiscon è passato tutto, èh; ho dovuto gestì pure le deleghe, perchè volevano…E io, invece, ho fatto chiamà Alemanno e… ao, pure sta storia dico, guarda che..” E riferendosi al cda di Ama, precisava che avevano intenzione di ridimensionare queste deleghe; Panzironi affermava: “Invece jo fatto dare le ultime deleghe, quelle che avevano dato all’Anelli”.

L: “Ammazza ao”

P: “C’è Commini (Stefano) che praticamente è rimasto di sasso”.

Lo stesso giorno con delibera 28/2013 il cda di Ama, in seduta straordinaria, nominava direttore generale Giovanni Fiscon, in sostituzione di Giovanna Anelli. La carica veniva in seguito formalizzata davanti ad un notaio il successivo 2 maggio 2013. Il 22 aprile 2013, da un ambientale all’interno dell’auto Audi Q5 in uso a Salvatore  Buzzi, in una conversazione tra Carminati e Buzzi, i due commentavano la nomina di Giovanni Fiscon. Saliti a bordo dell’auto, ad un certo punto Buzzi diceva: “E che ne so? Che tanto lo sapevo che domani da coso..io venerdì stavo da Berlusconi”

C: “Da Berlusconi il cantante? Io stavo con Luca quando ti abbiamo fatto il messaggino”

 Buzzi: “ride”

C: “Stavo a magnà ar Grottino, j’ho detto faje er messaggio all’amico mio. Sei contento de Fiscon, si?

B: “Si, ammazza”

C: “Bono, è?”

B: “Er problema è un altro, è che nun ce stanno più..Noi semo [..] Una cosa incredibile, Grillo è riuscito a distruggere il PD” C:”Il PD s’è autodistrutto” […]

C: “No, lascia sta, lascia sta. Poi ieri stavo pure co Fabrizio stavo, sono contento per quella testa de.. de Panzironi, paraculo”

B: “E’, ma finchè c’è l’Anelli li, in posizione dedicata, lui è uno che conta, sempre. Volevano fa Commini, lui che si è opposto a Commini perchè Alemanno  aveva chiuso un accordo per fa Commini”.

C: “No, Commini non lo so, forse stanno, stanno cercando di..” Alla fine, prima di uscire dall’auto Buzzi affermava: “Fiscon va benissimo”

C: “Fiscon è perfetto”. (cm)

 

Macchi, Gaudenzi e l’oro africano

 

Mafia: "Che te serve?", cosi' Carminati al telefono

Dopo essere stato invitato per ben due volte consecutive a comparire in aula, finalmente il teste Filippo Maria Macchi fa la sua comparsa nell’udienza del 19 aprile; giustificatosi adducendo motivazioni rivelatesi insussistenti, in ultimo la morte a Milano di un congiunto, il teste si presenta a deporre solo a seguito della richiesta di accompagnamento coatto dal parte del presidente Rosanna Ianniello.

Il teste ha rivelato ad un carabiniere di essere intimorito per dover testimoniare contro il sodalizio criminale alla sbarra, e sentitamente contro Massimo Carminati e Riccardo Brugia: “fare da testimone contro un usuraio è sempre complicato, sono cose che uno se le porta appresso per tutta la vita“, e ancora: “Purtroppo la legge italiana non fa stare in carcere l’usuraio per 25 anni e queste sono persone che si sono rivalse e si rivalgono contro chi gli testimonia contro“. 

La testimonianza di Macchi ha rilevanza, dunque, non solo in ordine all’attività di usura svolta dal sodalizio Carminati-Brugia, che coinvolge come abbiamo visto anche Roberto Lacopo ed il padre Giovanni, ma anche in ordine al carattere mafioso del sodalizio stesso. 


 Macchi, Gaudenzi e l’affare dell’oro

Filippo Macchi è un giovane imprenditore, figlio di un dirigente nonchè socio di una nota azienda produttrice di gioielli con sede nel distretto orafo di Arezzo, con una produzione destinata in prevalenza al mercato estero. Come racconta in aula, nell’aprile del 2014 organizza un viaggio in Africa con Fabio Gaudenzi e Caterina Garofalo. Scopo del viaggio è quello di negoziare l’acquisto di un quantitativo di oro grezzo presso alcune miniere del posto, in relazione alle quali la Garofalo ha stipulato regolari contratti di sfruttamento, per poi rivenderlo ad una azienda del gruppo di cui è azionista Macchi padre.

Nelle more della partenza Macchi, non riesce a mettere insieme il denaro necessario a sostenere il costo dell’operazione e chiede un supporto economico a Gaudenzi, promettendogli in cambio una quota dei ricavi. Il costo complessivo dell’operazione è molto elevato, il teste parla di 500 mila euro, dovuto in parte al noleggio di un jet privato, ed in parte al prolungarsi della permanenza in Africa: i tre saranno costretti a restare in quel continente per quattro mesi, da maggio a metà agosto, a causa del complicarsi della trattativa. Gaudenzi si rivolge prima a Stefano Bracci, un usuraio dal quale però riesce ad ottenere solo la metà della somma necessaria: 30 mila sui 60 mancanti. Per i 30 mila che mancano Gaudenzi si rivolge a due suoi amici, Carminati e Brugia.

Pochi giorni dopo Gaudenzi fissa a Macchi un incontro al bar di Vigna Stelluti, dove dovrà spiegare al Nero in persona, non quello di Romanzo Criminale, l’affare dell’oro e la quantità di contante di cui ha bisogno. Carminati, racconta il teste, si dichiarerà disponibile al prestito, tenuto conto dei tempi ristretti che gli venivano posti.

In aula Macchi racconta poi al pm che “In realtà il denaro non arrivò mai nelle mie mani direttamente da qualcuno che fosse Massimo Carminati o Riccardo Brugia; quindi io non posso dire che Carminati mi diede quei soldi, o che Brugia mi diede quei soldi, perché credo che li diedero nelle mani di Fabio Gaudenzi. Perché fu Fabio Gaudenzi poi che nei giorni a venire, due tre giorni dopo, mi disse: ok, ho preso io i soldi“. E poi aggiunge: “Io ho visto questi soldi quando me li consegnò Fabio Gaudenzi… il giorno dopo Fabio Gaudenzi mi disse che mi avrebbero pertanto dato una mano con questi soldi, e il giorno prima della partenza lo stesso Gaudenzi, e quindi ne Brugia ne Carminati, ma lo stesso Gaudenzi mi portò questi 30 mila euro…a casa“.


La reticenza di Macchi

Quando il pm Luca Tescaroli chiede quale fosse l’accordo stipulato con il sodalizio per la restituzione del denaro il teste risponde:” in realtà io non avevo un accordo specifico con Carminati o con Brugia, lo ripeto. Fece tutto Fabio Gaudenzi, e Fabio Gaudenzi mi disse che quando saremmo ritornati dall’Africa e avessimo completato l’operazione avremmo dovuto restituire questi trenta mila euro“.

Su questo punto il pm insiste e chiede al teste se vi fosse un accordo in termini di interessi richiesti per la restituzione della somma, ed il teste risponde in modo molto vago: “Guardi io non ho assolutamente accordato alcun interesse con queste persone in maniera diretta. Quello che Fabio mi disse di fare era che, una volta completata questa operazione, eventualmente di riconoscere qualcosa. Ma non c’è mai stato un pattuito economicamente o un tasso di interesse che mi è stato obbligato di pagare“.

Qundo poi il pm Tescaroli scende nello specifico delle condizioni del prestito e chiede al teste particolari relativi alla tempistica della sua restituzione, si intravedono le prime crepe nella versione fin li sostenuta: “In realtà la tempistica – risponde Macchi – doveva essere di gran lunga inferiore rispetto a quella che avevamo pattuito, nel senso che noi avevamo detto che in una quindicina di giorni venti giorni, saremmo rientrati e che quindi una volta conclusa l’operazione avremmo restituito questa somma” e poi ribadisce: “Poi le ripeto non c’è mai stato un pattuito rispetto al denaro che è stato prestato“.

A queste parole il pm fa notare al teste che c’è una enorme difformità rispetto a quanto da lui dichiarato ai carabinieri in data 6 maggio 2015; alla domanda sulle modalità del prestito ottenuto da Brugia e Carminati, in quella sede egli rispondeva: “Per quanto riguarda i trentamila euro ottenuti da Brugia Riccardo, per il tramite di Carminati Massimo, confermo le modalità che vi avevo riferito la volta scorsa e preciso: che gli accordi prevedevano la restituzione del 10% della somma pattuita al termine dell’operazione in Africa. Dichiaro inoltre che sia Brugia che Carminati erano consapevoli che l’operazione finanziaria in Africa sarebbe dovuta durare venti giorni“.

L’8 maggio 2015 Macchi poi precisava ancora che: “Avevo ottenuto la somma di trentamila euro per il tramite di Gaudenzi Fabio. Gli accordi prevedevano la restituzione di quarantamila euro al termine dell’operazione finanziaria in Africa; preciso inoltre che sia Brugia che Carminati erano consapevoli che l’operazione finanziaria in Africa sarebbe dovuta durare venti giorni“.

Dunque in fase di indagine Macchi aveva dichiarato che per venti giorni l’interesse sui trentamila sarebbe stato di diecimila euro.


Le versioni di Macchi

A domanda del presidente Ianniello sulla difformità delle versioni e sul rischio di un’incriminazione per falsa testimonianza, il teste Macchi racconta di come i diecimila non fossero propriamente l’interesse richiesto da Brugia e Carminati per il prestito, quanto piuttosto una provvigione che lui e Gaudenzi avevano insieme deciso di riconoscere loro al buon esito dell’operazione della compravendita dell’oro. A questo punto il pm fa notare al teste che agli atti del processo c’è un’intercettazione  ambientale del 28 aprile 2014 fra lui e Gaudenzi, tratta dall’interno della sua auto, nella quale egli chiede esplicitamente a Gaudenzi quanti soldi avrebbero dovuto restituire a Brugia e Carminati (“quanto gli dobbiamo da a loro?“) e Gaudenzi rispondeva “dieci“, intendendo diecimila, che sarebbero dunque l’interesse sui trentamila (“quaranta” complessivi da restituire) ad un mese.

Di seguito Gaudenzi dichiarava che i soldi erano di Brugia (“i soldi so de Riccardo“); nel prosieguo della conversazione si evinceva come Gaudenzi si ponesse non solo come canale per l’ottenimento del finanziamento ma anche come garante della restituzione dei soldi.

Si legge nell’ordinanza di custodia: “Gaudenzi nutre interesse nell’ottenimento del prestito a favore di Macchi per effettuare l’operazione in Africa, anche perché quest’ultimo gli ha promesso un cospicuo investimento nell’affare immobiliare bahamense gestito da Gaudenzi, con la partecipazione, per lo meno nella fase iniziale, dello stesso Carminati“. Gaudenzi stava portando avanti un progetto edilizio nelle isole Bahamas, dove aveva la disponibilità di un terreno, in relazione al quale cercava dei costruttori disponibili a recarsi in loco. Per tale ragione aveva chiesto un parere anche allo zio di Macchi, Paolo Passeri, titolare di un’agenzia immobiliare.


La provenienza dei soldi

Durante la sua audizione il teste Macchi riferisce più volte di non conoscere la provenienza dei soldi che Gaudenzi era riuscito ad ottenere. Il pm Tescaroli allora cita l’intercettazione ambientale del 28 aprile 2014 tratta dall’abitacolo dell’auto di Gaudenzi, nella quale il Gaudenzi riferiva che materialmente il Brugia non era in grado di mettere insieme più di trentamila euro a causa dei tempi ristretti con i quali glieli avevano chiesti; nello specifico Gaudenzi fa riferimento al fatto che Brugia si era dovuto rivolgere ad un terzo soggetto che definisce con l’appellativo de “il panzone” (“Riccardo ha detto ..c’hai..inc..mi ha detto Fà, materialmente sto panzone li deve andà a prende, cioè per loro ce l’hanno…cioè…lui ce l’ha fuori capito…però mi ha detto Fà se qualchealtro giorno ehh..cioè se c’hai il tempo…pure Massimo  se…tanto…tempo non è..è il tempo che ce manca forse..inc“).

Dunque,  il pm fa presente al teste che da questa risultanza si evince che la provenienza del denaro era a lui ben nota, e che anche se si ammette che non conoscesse chi fosse questo panzone, il soprannome della persona da cui provenivano i soldi lo aveva quanto meno già sentito.

Il teste Macchi ribadisce: “Quando dico che non sono a conoscenza della provenienza dei fondi è perchè ho parlato prima con Carminati, subito dopo è stata fatta una specie di delega per Riccardo Brugia per trovare questi soldi. Dopodichè Gaudenzi ne parla con Lacopo come voi stessi mi state citando, e io vi ribadisco che non ho l’esatta conoscenza della provenienza di quei fondi, anche perchè, onsetamente, dott. Tescaroli, a me non interessava più di tanto la provenienza del denaro perchè il mio obiettivo era un altro tipo di obiettivo; quindi mi interessava soltanto che Gaudenzi riuscisse ad ottenerlo. Dopodichè da chi provenisse…“.

A queso punto il pm Tescaroli fa presente al teste che lui stesso ha dichiarato ai carabinbieri il 9 febbraio 2015: “La sera prima di partire per il viaggio in Africa Gaudenzi venne a dormire a casa mia portando con se i trenatamila euro, frutto dell’accordo con Carminati, soldi che credo fossero di Brugia Riccardo“. Sulla base di queste risultanze il pm chiede al teste per quale mortivo ha fornito queste indicazioni in fase di indagine se non conosceva l’esatta provenienza di quel denaro. Alla domanda del pm il teste Macchi risponde: “Perchè me lo disse Gaudenzi”.


Il racconto dello zio

Il giorno 5 aprile era stato ascoltato Paolo Passeri, lo zio acquisito di Macchi, il compagno della zia naturale. Il suo racconto è apparso ricco di dettagli in alcuni tratti e di converso reticente in altri, tanto da spingere il presidente Ianniello ad usare l’aggettivo british per descrivere il suo atteggiamento in apparenza riservato nei confronti del nipote.

Uno dei punti poco credibili del racconto è quello nel quale, a domanda del pm, il teste risponde di non sapere a chi si sia rivolto il Macchi per mettere insieme il denaro che gli mancava: “Io ho saputo dopo -racconta Passeri –  a chi si sono rivolti (Macchi e Gaudenzi) per ottenere questo finanziamento“.

E poi ancora quando il pm chiede “se sa se si sono rivolti anche a Carminati, Brugia e Lacopo” (oltre a Bracci) per avere un prestito, Passeri risponde: “Non lo so; potrebbero averlo fatto ma non lo so“.

L’operazione dell’acquisto di oro non va in porto, e dopo tre mesi e mezzo mesi, a metà agosto Macchi e Gaudenzi fanno ritorno in Italia. Dopo solo due settimane Macchi riparte per andare in Brasile, restando fuori per altri 3-4 mesi. Apparentemente questa sembrerebbe una fuga, il tentativo di sottrarsi ad una situazione difficile. Come del resto è confermato dal racconto di Passeri, che, pur mantenendo i contatti con Macchi, viene avvicinato da Gaudenzi, il quale gli chiede, insistentemente e nervosamente, quando il nipote farà ritorno in Italia; la risposta di Passeri al Gaudenzi sarà sempre la stessa: “non so quando torna so solo che sta in Brasile”.

Quando poi Gaudenzi contatta Passeri per farsi consegnare degli orologi di Macchi, presumibilmente destinati ai creditori a garanzia del prestito, Passeri riferirà di avere trovato le custodie degli orologi vuote. Come credergli? Il pm Tescaroli legge al teste le dichiarazioni da lui rese il 6 maggio 2015: “verso la fine del 2014 Gaudenzi mi contattava telefonicamente chiedendomi un incontro al bar Euclide in piazza Euclide, e nella circostanza lo stesso Gaudenzi, con tono alterato ed alla presenza della mia compagna, mi riferiva testualmente: Quando rientra Filippo? No perchè sai qui c’è gente che lo cerca, perchè è facile che qualcuno se fa rode er culo“. Passeri si mostra anche qui reticente quando dice di non sapere i motivi per i quali Gaudenzi e quel qualcuno lo stesse di fatto cercando così insistentemente.


Le due buste e quella sosta al money transfer

Altro passaggio dubbio è quello della consegna delle buste. Prima della partenza, il 28 aprile 2014, i ROS seguono Passeri che accompagna Macchi presso un’agenzia di money transfer in via Tripoli; una volta uscito i due si dirigono in auto a casa di Macchi; qui macchi consegna a Passeri due buste da lettera, una bianca ed l’altra verde: due buste chiuse che il teste dichiara di non avere mai aperto e di cui non conosce il contenuto (“Io non so cosa c’era dentro; mi ha detto di metterle nel bagagliaio ed io così ho fatto“).

Così come dichiara di non conoscere il motivo di quella sosta all’agenzia di money transfer; prima afferma: “Se non ricordo male, ma qui lo dico e qui lo nego, potrebbe avere fatto un bonifico, un invio di denaro tipo 300-400 euro, ad una terza persona che era rimasta in Africa“; per poi cambiare versione: “Le spiego: la persona che doveva partire con i tre, abita a Rieti, e da Terni veniva direttamente all’aeroporto: Lui doveva partire con gli altri tre ma non aveva i soldi per partire. Gli doveva (Macchi) dare i soldi per venire, 300-400 euro per venire da Terni a Roma“.

Le due versioni appaiono entrambe poco credibili. Macchi torna definitivamente in Italia nella prima metà del gennaio 2015, quando l’inchiesta Mafia Capitale ha già portato in cella Buzzi, Brugia e Carminati. Ma questa potrebbe essere solo una coincidenza. Quando poi il presidente Ianniello, dopo che Passeri ha raccontato di avere riferito per telefono al Macchi che qualcuno lo stava cercando, gli chiede se abbia chiesto al nipote il motivo per cui lo stessero cercando, questi risponde: “Lo saprà chi è cercato il motivo; perchè dovrebbe dirlo a me il motivo per il quale lo cercano“.


La necessità di restituire il prestito

Il 30 aprile 2014 Macchi, Gaudenzi e la Garofalo partono per l’Africa su un jet privato: l’obbiettivo è portare a termine l’operazione della compravendita di oro. I tre faranno ritorno in italia solo a metà agosto e senza restituire i soldi a Carminati e Brugia. Ma soprattutto senza avvertirli che avrebbero fatto ritorno in quella data, posto che Macchi si era accordato a restituire 40 mila euro dopo due settimane.

Quando il pm Tescaroli chiede in aula a Macchi se sa se Brugia e Carminati abbiano adottato iniziative per recuperare i soldi prestati, questi risponde di non sapere di alcuna loro iniziativa in tal senso, al di fuori di alcune pressione esercitate nei suoi confronti da Gaudenzi. Il pm contesta queste affermazioni facendo presente che vi sono alcune conversazioni intercettate tra lui e Gaudenzi che affermano il contrario. A questo punto Macchi dichiara che Gaudenzi, al ritorno dall’Africa, gli aveva fatto presente che sebbene l’operazione non fosse andata in porto, era necessario restituire i soldi prestati da Brugia e Carminati.


Le minacce di morte a Gaudenzi

Il pm chiede quindi al Macchi se Gaudenzi gli avesse mai manifestato il timore di essere ucciso, e Macchi risponde che timori di questo genere il Gaudenzi non ne aveva mai palesati; il pm allora cita l’intercettazione del 5 agosto 2014 nella quale Gaudenzi rivolgendosi a lui afferma: “Filì io devo pagà, questi mi ammazzano” e ancora “Qui non è che c’è da giocare, io devo sistemare queste cose in un modo o nell’altro“. Macchi dichiara in aula di non ricordare questa conversazione, e più in generale di non ricordare particolari minacce o pressioni subite dal Gaudenzi, affermando: “Adesso il fatto che lui potesse essere ucciso da persone che lui stesso riteneva molto amiche. Non mi ricordo questo fatto“.

Sulle insistenze del presidente Ianniello in merito ai troppi non ricordo da parte del teste, questi fa una parziale retromarcia: “Era molto preoccupato“.


L’incontro con Brugia

Il pubblico ministero chiede al teste dell’incontro da questi avuto con Brugia nel mese di settembre, a poche settimane dal suo ritorno in Italia. L’appuntamento in questione sarebbe avvenuto nel parcheggio del distributore AGIP di corso Francia; “Brugia mi disse che c’era questa esposizione – riferisce Macchi – e che voleva sapere quando sarei rientrato di questa esposizione, e che lui riteneva molto responsabile Fabio Gaudenzi per non avere ancora restituito questi soldi, e mi chiese cortesemente, lo ammetto anche, di fare in fretta con la restituzione“.

Il pm contesta come tale versione sia diversa da quella resa dal teste il 6 maggio 2015: “Nei primi giorni di settembre (5/9) – dichiarava Macchi – Gaudenzi mi telefonava e mi chiedeva di passare al distributore di corso Francia per incontrare Brugia Riccardo. Il giorno seguente mi sono recato presso il distributore, dove infatti incontravo Brugia Riccardo, il quale dopo avermi chiesto cosa fosse successo in Africa, mi riferiva testualmente: per i diecimila euro c’è tempo ma per i trentamila euro dammeli prima che puoi, perchè altrimenti la considero come una truffa a me; specificando inoltre che il garante del prestito era Gaudenzi Fabio. E nel caso in cui non avessi ottemperato al pagamento di quanto pattuito, se la sarebbe presa con lui“.

Di fronte alla evidente discrepanza con la versione sostenuta, Macchi afferma: “Quello che accadde il 5 di settembre fu semplicemente che Riccardo Brugia mi disse, in maniera abbastanza cortese, di restituire i trentamila euro prestati, perchè erano passati svariati mesi, e che, nel caso in cui non li avessi restituiti in tempi brevi lui li avrebbe chiesti a Fabio Gaudenzi; anche perchè comunque Fabio Gaudenzi aveva fatto da tramite“.

Il presidente Ianniello sottolinea il fatto che quando una persona usa l’espressione “altrimenti me la prendo con qualcuno” intende dire che la rivalsa a cui fa riferimento non è l’esercizio di un diritto o l’avanzamento di una pretesa, vuol dire qualcosa di diverso, secondo l’uso corrente dell’espressione. Gaudenzi risponde che per rivalsa nei confronti di Gaudenzi Brugia intendeva che, a suo modo di vedere, si sarebbe sicuramente arrabbiato con lui.


Il timore a testimoniare

Dopo avere sottolineato l’incoerenza tra questa interpretazione ed il timore per la propria incolumità espressogli da Gaudenzi, il pm chiede: “Senta lei ha avuto timore a venire a deporre qui in udiuenza” e Macchi risponde: “Io ritengo che la mia vita personale sia stata abbastanza..questi avvenimenti l’hanno resa più difficile di quello che era, pertanto questa è stata principalmente una delle difficoltà nel venire qui; sicuramente è la prima volta che lo faccio, non sono abituato a questa tipologia di ambiente, e quindi qualche preoccupazione sicuramente ce l’avevo. Ma non è la preoccupazione dovuta ad eventuali ritorsioni che ci possono essere nei miei confronti“.

E ancora il pm: “Lei non era preoccupato del fatto che doveva rendere testimonianza in udienza dove c’erano Carminati e Brugia?“, e Macchi risponde: “Preoccupato sicuramente, le ripeto, lo sono, ma lo sono stato anche due anni fa quando poi il mio nome è finito su tutti i giornali, accostato a determinati fatti“.

Qundo il presidente Ianniello spiega al teste come il pm facesse riferimento non ai generici disagi legati al fatto di dovere deporre in un aula di tribunale, ma al timore specifico per eventuali ritorsioni, il teste dichiara: “Onestamente non credo che ci possano essere ritorsioni nei miei confronti“.


“Ma Carminati c’è in aula? E Brugia?”

Ma lei è preoccupato‘”, insiste ancora il presidente Ianniello, ed il teste risponde candidamente di no. Il pm Tescaroli chiede allora a Macchi per quale motivo, recandosi a ricevere la notifica dell’avviso di escussione nel processo, abbia dichiarato al maresciallo Nardone che “queste sono persone che nella loro vita si sono rivalse e si rivalgono contro le persone che gli testimoniano contro“. Il pm fa presente che queste dichiarazioni sono state registrate, e chiede al teste se le paure manifestate al maresciallo Nardone, tra le altre anche quella di vedere Carminati e Brugia di persona al processo, siano venute meno (“Ma Carminati c’è in aula? E Brugia?“); Macchi risponde di non ritenersi un teste particolarmente importante in quanto non ritiene di avere subito il reato di usura. Il presidente Ianniello allora gli ricorda che per farlo venire a testimoniare in aula il Tribunale ha dovuto farlo venire accompagnato dalla forza pubblica.

Al termine dell’escussione il pm Giuseppe Cascini chiede al presidente, ai sensi dell’art. 500 cpp di potere  decidere, sulla base della registrazione prodotta ed anche sulla base della deposizione del teste, l’acquisizione delle dichiarazioni precedentemente rese dal teste durante le indagini, “in quanto risulta evidente – dichiara il pm Cascini – che il teste è sottoposto ad una intimidazione che lo induce a non dire il vero“. (cm)

  

La gara CUP e il ruolo di Scozzafava

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Il CUP è la centrale unica che gestisce tutte le prenotazioni per prestazioni a carattere sanitario in ambito regionale. Il 24 marzo 2014 la Direzione Regionale Centrale Acquisti della Regione Lazio, guidata dalla dott.ssa Elisabetta Longo, indice una gara europea,vale a dire a procedura aperta con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. La gara, per la durata di 24 mesi, è divisa in quattro lotti, il cui valore complessivo è di 61 milioni più IVA, più altri 12 mesi di ripetizione del servizio, per ulteriori 30 milioni più IVA, per un totale riferito a 36 mesi pari a 91 milioni. Il servizio era stato fino a quel momento prorogato in deroga per ben 13 anni, in una condizione di sostanziale irregolarità amministrativa. Vi era dunque l’esigenza da parte della Presidenza della Regione di indire una gara europea per sanare tale condizione di irregolarità.


Piatto ricco B&C ci si ficcano

La premiata ditta Buzzi&Carminati viene a conoscenza della gara CUP e del suo ricco importo, con largo anticipo: Carminati e Fabrizio Testa decidono di mettere in moto Luca Gramazio, capogruppo del PDL in consiglio regionale, per cercare di trovare un accordo politico con il centro sinistra alla guida della Pisana. Nella fattispecie Testa farà da intermediario tra Carminati e Gramazio.

L’accordo tra i due schieramenti viene trovato, ed a suggello di questo viene nominato membro della commissione di gara Angelo Scozzafava, sodale del gruppo guidato da B&C.

Dalle intercettazioni e dai pedinamenti è emerso come oggetto dell’accordo fosse una spartizione lottizzatoria di uno dei quattro lotti della gara, in particolare il terzo; l’accordo siglato da Gramazio per il centro destra prevedeva la nomina in commissione di Scozzafava, a garanzia dell’assegnazione del lotto prestabilito. Il lotto 3 comprendeva la ASL di Latina, la ASL di Frosinone, la ASL di Rieti, per un importo complessivo di 21 milioni.

In particolare  da un’intercettazione ambientale del 5 maggio 2014 tratta dagli uffici di via Pomona, si evince come la strategia studiata da Buzzi, Alessandra Garrone e Claudio Caldarelli, con riferimento alla gara CUP, sia quella di partecipare assieme alla cooperativa SOL.CO.

SOL.CO è un consorzio di cooperative sociali facente capo a Mario Monge, che opera nei servizi socio assistenziali favorendo l’inclusione di soggetti a rischio di esclusione, e che “offre alle imprese servizi ed attività formative per lo sviluppo dell’occupazione nei settori dei servizi alla persona, dell’informatica, del commercio, dell’artigianato, del turismo, della comunicazione e dell’ambiente”.

In base agli accordi, gli altri tre lotti, 1,2 e 4,  sarebbero andati invece a cooperative legate alla maggioranza in Consiglio regionale. Significativo è al riguardo il pranzo organizzato dal sodalizio il giorno 15 ottobre, ad una settimana dalla lettura delle offerte tecniche dei partecipanti alla gara CUP, presso il ristorante “Garibaldi” al quale partecipano Buzzi, Carminati, Testa e lo stesso Scozzafava. Tale incontro, scrivono gli inquirenti sull’ordinanza cautelare “si era reso necessario al fine di avere rassicurazioni da parte di Scozzafava sull’effettiva aggiudicazione del lotto n.3 del bando di gara regionale“.


Scozzi

Chi è Angelo Scozzafava? Dopo essere stato durante la giunta Alemanno (dal dicembre 2008 al giugno 2013) direttore del Quinto Dipartimento di Roma Capitale per la Promozione dei Servizi Sociali, incarico col quale ha svolto un ruolo decisivo in relazione alla decisione dell’allargamento del campo rom di Castel Romano, nel quale Buzzi e Carminati avevano investito al 50% un milione di euro, Scozzafava rientra presso il suo incarico naturale, l’ospedale S.Andrea.   

In particolare il 24 giugno viene nominato, col grado di dirigente amministrativo, Direttore dell’Unità Operativa Complessa. Il successivo 24 settembre riceve l’ulteriore incarico di Responsabile della trasparenza e della prevenzione della corruzione. Il 1 luglio 2014 verrà poi nominato Responsabile dell’Unità Operativa Complessa Acquisizioni Beni e Servizi.

La nomina della commissione di gara

Nell’ambito della vicenda della gara CUP Scozzafava gioca un ruolo formale determinante, posto che viene nominato membro della commissione di gara a seguito della scoperta della condizione di incompatibilità di una commissaria, la dott.ssa Ileana Fusco. Ma veniamo con ordine; come dichiara in aula la dott.ssa Longo il 18 aprile, le operazioni relative alla nomina dei membri della commissione di gara cominciano nel mese di maggio 2014, allo spirare dei termini per la presentazione delle offerte.

L’11 luglio 201 la presidente della commissione, dott.ssa Elisabetta Longo, dirigente della Direzione Acquisti in Regione, nomina gli altri due membri dell’organo : la dott.ssa Ileana Fusco dell’ospedale S.Andrea, e la dott.ssa Rita Caputo della ASL Roma F. Nella settimana successiva emerge come la dott.ssa Longo fosse la persona che materialmente liquidava i mandati di pagamento alle società e cooperative che fino a quel momento avevano gestito il CUP, e quindi incompatibile con quella nomina in base all’art. n.84 del codice degli appalti.


La segnalazione di Scozzava

In conseguenza di tale incompatibilità la presidentessa della commissione procede alla ricerca di un sostituto, che viene individuato in genere chiedendo a colleghi, cercando la disponibilità tra colleghi di ASL che fossero disponibili. Sempre nell’udienza del 18 aprile la dott.ssa Longo dichiarerà: “ne parlai con il dott. Maurizio Venafro (capo di gabinetto del Presidente Nicola Zingaretti) e mi lamentai delle difficoltà di fare questa commissione; Venafro mi ricordò che, a suo tempo, mi aveva dato un curriculum, quello del dott. Scozzafava, chiedendomi di verificare se aveva i requisiti”. Su domanda del pm il teste chiarisce che il curriculum del dott.Scozzafava lo aveva avuto “penso nel mese di maggio, più o meno”. A proposito della segnalazione del curriculum di Scozzafava da parte del dott. Venafro, la dott.ssa Longo dichiara al pm Luca Tescaroli: “Mi disse di verificare se aveva i requisiti, e che era un nominativo segnalato dall’opposizione“. Quando poi il pm chiede chi in particolare segnalò Scozzafava a Venafro, la dott.ssa Longo risponde: “Mi sembra fece riferimento all’on. Luca Gramazio, che era il capogruppo dell’opposizione in Regione Lazio“.

Esaminando il curriculum del dott. Scozzafava, Longo si accorge che questi ricopriva la carica di provveditore dell’ospedale S.Andrea; decide così di prendere informazioni su di lui, dalle quali emerge il suo elevato profilo tecnico. Il giorno 18 luglio la dott.ssa Longo, secondo la procedura, interlinea il nome della dott.ssa Fusco nell’atto che aveva nominato la commissione di gara precedente, ed aggiunge a penna tra i membri della commissione il nome del dott. Angelo Scozzafava. La determina che formalizza la decisione di Scozzafava viene adottata il 21 luglio.


L’indirizzo politico dietro la nomina di Scozzafava

Quando il pm chiede alla dott.ssa Longo quale sia il suo ruolo nella struttura burocratica nella quale è inserita, questa risponde di essere una dirigente apicale, e che, non essendoci più la figura del capo dipartimento, ella risponde direttamente all’organo politico, il Presidente. Dunque, non essendo Venafro un suo superiore, la segnalazione di Scozzafava non poteva che essere un consiglio.

E’ lo stesso presidente Rosanna Ianniello a cercare di fare chiarezza sul punto: “Ma in generale Venafro le segnalava cose o persone che erano gradite alla maggioranza, alla minoranza, o persone che avevano particolari qualità tecniche?“, il teste risponde di no e specifica meglio: “Diciamo che io non ricordo di essere mai stata coinvolta in problemi di maggioranza e opposizione, quindi in problemi proprio di natura politica. Io ricordo che l’unico indirizzo che mi fu dato fu proprio quello di accelerare tutte le gare il cui servizio era in proroga, e quindi in una situazione di non legalità“.

E quando il pm, insistendo, chiede alla Longo se quello di Scozzafava era stato l’unico profilo di componente della commissione di gara che le era stato segnalato, lei risponde: “Non ricordo che mi abbia mai segnalato altri nominativi per ragioni politiche“.


Le utilità riconosciute dal sodalizio a Gramazio

Dal 21 ottobre al 17 novembre viene avviato il procedimento relativo alla verifica della congruità delle offerte presentate. Da alcune intercettazioni effettuate dal ROS in questo arco di tempo emerge come il sodalizio abbia rivolto nei confronti di Luca Gramazio, l’attore principale in consiglio regionale per il sodalizio, una serie di promesse di utilità; si fa riferimento in particolare alla promessa di pagamento del tipografo utilizzato abitualmente dal Gramazio per la sua attività politica, per un importo pari ad 80 mila euro; a questa si aggiunge la promessa per ulteriori 40 mila euro in favore del comitato promotore di Gramazio, per finire quindi con la promessa di assunzione di personale legato al mondo della politica ed al Gramazio stesso; si tratta nella fattispecie di alcuni consiglieri municipali impiegati presso alcune cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi. La finalità di queste assunzioni, secondo quanto riferito da Testa, sarebbe stata quella di sostenere l’attività e la figura politica di Luca Gramazio.

Effettivamente, all’atto dell’esecuzione delle misure cautelati nei confronti di quest’ultimo, il ROS ha rinvenuto alcune copie di contratti di assunzione stipulati in epoca recente. In relazione all’assunzione di questi consiglieri, Fabrizio Testa svolgeva il ruolo di intermediario, come si è evinto dai vari prospetti analitici relativi al numero di persone assunte e agli importi loro versati rinvenuti negli uffici di via Pomona, sede della 29 giugno, all’interno di una cartellina denominata “Elvis”, che dalle intercettazioni ambientali risultava essere la cartella relativa alla contabilità di Fabrizio Testa.


L’aggiudicazione dei quattro lotti e la revoca della gara

Il 21 ottobre 2014 la commissione di gara procede in seduta pubblica alla lettura di tutti i punteggi tecnici attribuiti ai vari concorrenti, ed in particolare la graduatoria finale è la seguente:

lotto n.1 RTI: Consorzio Nazionale Servizi+Capodarco soc.cop.+Nuove Tecnologie Applicate srl; lotto n.2 RTI: Capodarco soc. cop.+Pingo soc. cop.+Consorzio Servizi; lotto n.3 RTI: SOL.Co soc. cop.+ GESAN srl; lotto n.4 RTI: Capodarco soc.cop.+Nuove Tecnologie Applicate srl+Camus srl.

Il 2 dicembre interviene l’esecuzione delle prime ordinanze cautelari, ed il 5 dicembre il ROS, su decreto della Procura di Roma, procede al sequestro  di tutta la documentazione relativa alla gara CUP. Il giorno 10 dicembre la direttrice Longo revoca in autotutela la gara CUP, a seguito della quale vengono presentati una serie di ricorsi presso il TAR del Lazio. Il 29 gennaio 2015 il ROS acquisiva una nuova documentazione sempre inerente alla gara CUP, in esecuzione di un ulteriore decreto di acquisizione documenti emesso in data 26 gennaio. (cm)

  

 

 

Il Cara 2 di Castelnuovo di Porto

borgo del grillo

Un altro personaggio che ha fatto il suo ingresso nell’indagine su Mafia Capitale, in questo caso anche imputato, e che ha ricevuto pressioni ed intimidazioni è Flavio Ciambella.

La sua vicenda è legata a quella di Borgo del Grillo, un centro residenziale situato di fronte al CARA di Castelnuovo di Porto che la premiata ditta Buzzi & Carminati aveva scelto per ospitare 400 richiedenti asilo. Nel gennaio 2014 il governo decreta l’emergenza immigrazione, inviando a tutti i Prefetti una comunicazione per attivarsi predisponendo strutture di accoglienza. Il 18 marzo il Prefetto di Roma invia una lettera a tutti i comuni ed alle associazioni e cooperative della provincia capitolina, con la quale si invitano i destinatari a segnalare proposte di strutture disponibili per uso abitativo. Il 30 giugno la Prefettura di Roma indice una gara rivolta agli operatori presenti sul territorio della provincia, in grado di fornire servizi di accoglienza ai migranti richiedenti protezione internazionale. Importo della gara: 10 milioni di euro più IVA all’anno.


Il bando della Prefettura

Secondo il bando i concorrenti devono individuare una serie di centri destinati ad ospitare complessivamente 1.278 immigrati richiedenti protezione internazionale, già presenti sul territorio sino al 31 dicembre 2014. A questi si aggiungono ulteriori 800 posti “soggetti a variazioni in aumento a seguito di esigenze governative“. Memore della gara persa per il CARA di Castelnuovo di Porto a seguito del ricorso della cooperativa sociale Auxilium e di Gepsa, rispettivamente seconda e terza classificata, Salvatore Buzzi decide di cambiare strategia: si accorda con la sua principale avversaria, Auxilium, rappresentata legalmente allora da Angelo Chiorazzo, accettando di spartire com essa metà del compenso. L’accordo è volto alla costituzione di un’Associazione Temporanea di Impresa, una sorta di patto di non belligeranza teso a spuntare l’assistenza per la quota più elevata dei richiedenti asilo; con la coop soc. La Cascina rappresentata da Francesco Ferrara, sempre Buzzi stipula un accordo per mantenere artificialmente elevato il prezzo di offerta del servizio (“Sanno pure che stiamo stretti, perché gli affitti so alti…poi Francè perché tanto se arriva uno che sta a 30, tu devi scende a 30, ma se non c’è nessuno, stai a 34“). Grazie all’accordo con Auxilium, Eriches 29 riuscirà ad aggiudicarsi la gestione di 1.000 immigrati.

Ma è grazie all’intervento di Massimo Carminati (“Ma come stringiamo con Tartaglia… Massimo?“) che Buzzi individua la struttura destinata ad ospitare i richiedenti asilo nel centro residenziale Borgo del Grillo, di proprietà di Massimo Tartaglia.


Il ruolo del sindaco di Castelnuovo

Nella vertenza, Buzzi e Carminati riescono a coinvolgere anche il sindaco di Castelnuovo di Porto, Fabio Stefoni. Malgrado le elezioni imminenti e nonostante Stefoni sia ben consapevole della contrarietà dei suoi concittadini all’apertura di un nuovo centro di accoglienza accanto a quello già esistente. Ma Buzzi ha parecchi assi nella manica, a partire da un’offerta che Stefoni non può rifiutare: 30 mila euro al mese, più un contributo economico da 10 mila euro per la sua campagna elettorale. E come intermediario tra lui e Buzzi, Stefoni mette in campo un suo conoscente, Flavio Ciambella, di professione tappezziere con alle spalle una condanna per traffico di droga.

In società con l’amico Mauro Cocozzello, titolare di una cooperativa di facchinaggio e pulizia, Ciambella riesce ad ottenere da Buzzi la promessa dell’appalto per la pulizia di Borgo del Grillo, a patto che riesca a convincere il sindaco Stefoni ad aprire il centro.

Inizialmente Buzzi e Tartaglia pensano di riuscire ad ospitare nei 100 appartamento del Borgo, 400 richiedenti asilo; in seguito Buzzi si renderà conto di come la struttura ne potrà accogliere al massimo 260. Dalle intercettazioni il ROS riesce a scoprire come Buzzi dia a Stefoni, via Ciambella, 10 mila euro di contributo elettorale in cambio della sua disponibilità a realizzare il progetto del Borgo del Grillo. Tuttavia, come ammetterà in aula, Ciambella, a seguito delle elezioni l’atteggiamento collaborativo di Stefoni muta. E la ragione, come vedremo, riguarda il mutamento dell’accordo economico.


Il CARA 2 di Borgo Del Grillo

Raconta Ciambella di quando il Borgo era inizialmente costituito da un capannone industriale e di come in seguito venne trasformato dal Tartaglia in un centro residenziale. Il sorgere in seguito del CARA di Castelnuovo, situato proprio di fronte al Borgo, provocò la svalutazione del valore degli appartamenti ed il sostanziale fallimento del tentativo di vendita delle singole unità immobiliari. Per tale ragione Tartaglia accetta subito la proposta di riconversione del Borgo in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, posto che l’affittuario sarà il Ministero degli Interni. Dopo il primo incontro con Buzzi, Ciambella rivede qualche mese dopo il boss della 29 giugno in via Pomona; in quest’occasione Buzzi gli consegna una brochure della 29 giugno da dare a Stefoni. Dentro la brochure, siamo a pochi giorni dalle elezioni a Castelnuovo, ci sono due buste da lettera: la prima contiene una lista di elettori da contattare: sono voti sicuri; la seconda è invece chiusa e contiene al suo interno, in aula Ciambella dirà che il contenuto si poteva immaginare dallo spessore del plico, il contributo da 10 mila euro promesso al sindaco. Quello stesso pomeriggio Ciambella incontra Stefoni e gli consegna la brochure. Ciambella incontra nuovamente Buzzi in via Pomona qualche giorno dopo; in quest’occasione gli mostra una lettera della Prefettura di Roma nella quale il prefetto, scrivendo al comune di Castelnuovo, comunica che essendo trascorsi i termini per il silenzio assenso non è più necessaria l’autorizzazione del sindaco per l’apertura del nuovo centro di accoglienza.

La Eriches 29 può dunque procedere a stipulare la convenzione con la Prefettura.


No money no party

Tutto questo avveniva prima della comunicazione a Stefoni della modifica dell’importo del suo contributo economico mensile: a elezioni avvenute Ciambella informa Stefoni circa il nuovo importo del suo contributo, non più di 30 mila euro al mese, ma 0,50 centesimi ad immigrato al mese; cioè 200 euro al giorno per 30 giorni: totale 6.000 euro mensili. Stefoni non ci sta, teme che Buzzi voglia stringere un accordo con il suo vicesindaco ed assessore ai Lavori Pubblici, Alfonso Pedicino, appartenente alla stessa corrente politica del ras delle cooperative. Credendo di essere stato tagliato fuori, Stefoni fa sapere a Ciambella che da quel momento in poi i rapporti con Buzzi li tiene direttamente lui.

Ma nonostante i facilitatori e gli “strumenti” messi in campo per agevolare le procedure, Buzzi si rende conto che l’apertura del Borgo del Grillo incontra diversi ostacoli.

In una conversazione al cellulare tra Carminati e Fabrizio Testa intercettata dal ROS il 30 luglio, il primo comunicava al secondo: “Credo che per quella storia…Castelnuovo, ce sia un blocco…te lo dico onestamente è…cioè“. Di fatto il progetto rimaneva fermo in un cul de sac.


Il ruolo della Auxilium

Nel controesame al teste Ciambella da parte della difesa di Buzzi, l’avvocato Piergerardo Santoro cerca di ricostruire il ruolo svolto dalla Auxilum, legata alla più importante cooperativa “bianca” La Cascina, il cui presidente è stato, per un certo periodo, il sottosegretario all’Agricoltura targato NCD, Giuseppe Castiglione. Auxilium è una grossa realtà imprenditoriale che gestisce diversi centri per immigrati, tra cui uno a Policoro in Basilicata, uno a Bari e quello di Roma di Ponte Galeria.

Santoro chiede al teste se conosce la Auxilium e se è vero che questa aveva un rapporto preferenziale con il sindaco di Castelnuovo di Porto, Stefoni; il teste risponde di si, e che questo rapporto privilegiato si mostrava attraverso il mancato invio dei vigili ad effettuare controlli. Santoro legge, per contestarle, le dichiarazioni rese dal teste ai carabinieri nel gennaio 2015: “Il sindaco, dopo le elezioni e dopo avere saputo dei rapporti di Buzzi con il vicesindaco, scelse di privilegiare un  rapporto con la Auxilium, cooperativa che era subentrata alla Eriches nella gara per la gestione del CARA di Castelnuovo”. E ancora: “La Auxilium fa riferimento ad un consorzio di cooperative di cui è presidente Giuseppe Castiglione, attuale sottosegretario all’Agricoltura, che ha un rapporto indiretto con Stefoni per il tramite del senatore Aracri (Francesco Aracri gruppo PDL), con il quale condivide un uomo di fiducia che usa soprattutto nelle campagne elettorali, Fabio Ferramondo, titolare dell’Hotel Clarice (sito a Castelnuovo), dove soggiornano i dirigenti della Auxilium. Infine: “In concreto il sindaco ha favorito la cooperativa Auxilium, evitando di mandare ispezioni, vigili urbani, malgrado evidenti criticità legate alla gestione del CARA. Lo stesso Pagano mi diceva di non avere problemi con l’amministrazione perché in ottimi rapporti con il Sindaco”. Santoro chiede al Ciambella se conferma queste dichiarazioni, ed il teste conferma tutto.

Nell’udienza del 18 aprile il teste Roberto Leone, attualmente viceprefetto aggiunto,  all’epoca dei fatti dirigente dell’Area Quarta quater della Prefettura di Roma, responsabile del settore immigrazione e accoglienza richiedenti asilo, racconterà come il CARA di Castelnuovo ospitasse di già un numero cospicuo di richiedenti asilo, e che la scelta del consorzio Eriches 29 di ubicare presso Borgo Del Grillo un ulteriore centro di accoglienza non fosse opportuna, in quanto avrebbe ulteriormente congestionato la zona, già di per se non adeguatamente fornita di servizi.


Le minacce

Nell’udienza del 18 aprile il pm Luca Tescaroli chiede a Ciambella per quale motivo si sia deciso a rivolgersi alla Procura; il teste risponde che già a novembre, un mese prima dell’esecuzione della prima ordinanza cautelare, aveva inviato una mail all’allora procuratore di Tivoli, Luigi De Ficchy, ed anche come questi dichiarò in seguito di non averla mai ricevuta. A seguito dei primi arresti per Mafia Capitale, avvenuti il 4 dicembre 2014, nel mese di gennaio Ciambella si presenta spontaneamente con il suo avvocato presso Procura di Roma, raccontando agli inquirenti tutta la vicenda del Cara di Borgo del Grillo. Immediatamente dopo arrivano le prime minacce; un giorno la moglie lo chiama al cellulare e gli chiede di tornare immediatamente a casa: dentro la buca delle lettere aveva trovato una busta con un foglio di carta con su scritto “Fatti i cazzi tuoi” ed un proiettile inesploso.

Tescaroli chiede a Ciambella se in quel periodo avesse delle conflittualità, e lui risponde di no, e che quindi quella minaccia era dipesa sicuramente dal fatto che si era deciso a collaborare con i magistrati. (cm)

Buzzi, Carminati e la Cosma

Carminati e Buzzi

Nell’udienza del 13 aprile, nello spezzone di processo a Mafia Capitale dedicato alla dimostrazione del carattere mafioso dell’organizzazione criminale alla sbarra, Salvatore Buzzi interviene rilasciando spontanee dichiarazioni. Ed è un fiume in piena.

Si lamenta di avere scritto migliaia di pagine di note difensive che non sarebbero state neanche lette, a suo dire, dagli inquirenti. Si lamenta della contestazione del reato di associazione mafiosa: lo considera, a suo modo di vedere, oltraggioso. Si assume tutta la responsabilità dei reati da lui commessi e nei quali avrebbe coinvolto inconsapevolmente anche i suoi dipendenti e collaboratori, in base all’ipotesi accusatoria secondo la quale questi non si sarebbero sufficientemente opposti.

Infine si scusa per avere commesso “inconsapevolmente” e quindi anche ripetutamente il reato di turbativa d’asta. Dichiara, come scusante, la necessità di dovere mantenere un’organizzazione di impresa fatta di mezzi ma soprattutto di uomini e donne, esclusi dalla società, e che rappresentano il vero capitale della 29 giugno: il capitale umano.

Ne farebbero parte, a differenza dei protagonisti della pellicola di Paolo Virzì, le categorie più emarginate della società: ex detenuti, immigrati, disadattati, donne vittima di tratta.

Buzzi critica aspramente la deriva della politica attuale, secondo lui malata di corruzione; racconta di avere avuto la tessera del PCI dal lontano1977 e di essere stato un iscritto al PD fino al 2014.  Con l’elezione del sindaco Ignazio Marino Buzzi racconta di come siano esplose le richieste nei suoi confronti di raccomandazioni e di finanziamenti; riferisce di come qualcuno sia arrivato anche a chiedergli di assumere l’amante del suo avvocato, sottolineando una deriva politica corrotta nella quale erano coinvolti tutti, inclusi i capigruppo ed i presidenti di commissione.

Buzzi respinge l’ accusa di sottrazione di soldi dalle casse delle cooperative per fini privati. Ne lui ne altri dipendenti delle sue cooperative si è appropriato di alcunché. Si dice di essere in grado di documentare tali affermazioni e di ricostruire i flussi dei denari distratti dai bilanci ed i loro impieghi. Questa affermazione lascia intendere come in futuro prossimo l’ex ras delle cooperative sociali farà rivelazioni molto interessanti sui legami tra mondo delle cooperative e politica. 

E fa un’affermazione che suona come una premonizione: si chiede come mai tra i vari politici del panorama romano di area PD coinvolti nell’indagine vi sarebbero “casualmente” solo quelli appartenenti ad un’unica corrente politica, quella facente capo all’ex segretario Bersani. A suo modo di vedere sarebbero dunque stati esclusi quelli che fanno riferimento al nuovo segretario Renzi; e qui Buzzi specifica come la sua non sia un’accusa diretta al Presidente Segretario, invitando a non cadere nell’equivoco di interpretare in maniera scorretta le sue parole.

Aggiunge poi, sempre seguendo il filone delle stranezze, come oltre alla discriminazione sui politici colpiti dall’indagine, vi sia un’ulteriore discriminazione che riguarderebbe il mondo delle imprese. In particolare Buzzi fa riferimento al fatto che mentre alcune imprese e alcuni imprenditori sarebbero stati “salvati” dall’indagine, atre imprese ed altri imprenditori sarebbero invece stati coinvolti ed affondati sotto il peso delle accuse loro rivolte; e qui, su sollecitazione del pm Luca Tescaroli e del presidente Rosanna Ianniello, Buzzi si lascia sfuggire il nome dell’imprenditore Angelo Chiorazzo.

Buzzi fa poi riferimento a come il capo della Polizia Franco  Gabrielli, in un’intervista rilasciata al corriere del 30 settembre 2015, abbia affermato come la cooperativa Auxilium avesse posto in essere un “atto non elegante” per mantenere elevato il prezzo del servizio, in relazione alla gara sul CARA di Castelnuovo di Porto. E ancora Buzzi fa notare come lo stesso comportamento tenuto dalla Auxilium fosse stato censurato nei suoi confronti con il reato di turbativa d’asta.

Il boss della 29 giugno racconta quindi di come prima dell’elezione di Gianni Alemanno a sindaco, nel 2008, il mondo delle cooperative fosse equamente diviso tra Roma Multiservizi spa e le cooperative sociali afferenti al gruppo della “29 giugno“.

All’indomani della sua elezione Alemanno cominciò ad attaccare frontalmente il mondo i delle cooperative sociali, tanto da costringere i dipendenti della 29 giugno, assieme ad altri lavoratori del settore, ad organizzare il primo sciopero contro l’amministrazione capitolina. Sul fronte politico Buzzi incaricò il consigliere di opposizione targato PD, Daniele Ozzimo, di fare un’esposto contro l’amministrazione. Insomma Buzzi descrive quel periodo come molto difficile per la sua attività, al punto da arrivare a considerare di gettare completamente la spugna.

Gli attacchi dell’amministrazione Alemanno e delle cooperative ad essa collegate gli sembravano allora irresistibili. Nel bel mezzo di questo profluvio di ricordi Buzzi tira fuori  anche quelli relativi alla sua conoscenza con Massimo Carminati, che a suo dire risalirebbe al 1980, nel corso del suo soggiorno nel carcere di Rebibbia; Buzzi racconta di come il Nero di Romanzo Criminale non rientrasse, a quell’epoca, nella sua ristretta cerchia di amicizie, forse perché la sua cella stava in un piano diverso dalla sua.

E qui aggiunge invece, a termine di paragone, come suo amico ed anzi suo compagno di cella fosse il noto criminale legato alla famiglia mafiosa dei Cuntrera-Caruana, Carmine Fasciani. Ma come nella canzone di Mercedes Sousa, vedremo che in tempi più recenti tutto cambia radicalmente, e per sua stessa ammissione Carminati diverrà suo amico. Buzzi mette in fila i ricordi e tra quelli relativi al 2011 annovera anche la telefonata di Riccardo Mancini, ex ad di Eur spa nonché ex tesoriere del sindaco Alemanno.

E’ la svolta decisiva per Buzzi e per le sue cooperative, oltre che per i suoi dipendenti. Anche Mancini Buzzi lo ha conosciuto durante un periodo di comune detenzione a Rebibbia; ed è dalla condivisione di questa esperienza che tra i due nasce un’ amicizia. Dopo poco Mancini e il suo amico Carlo Pucci gli fissano un incontro con Massimo Carminati al bar Palombini, all’EUR.

Ma tutto ha un prezzo. Mancini ha aiutato Buzzi con Alemanno, rimuovendo le ostilità del nuovo sindaco nei confronti delle cooperative “rosse”; ora Buzzi deve ricambiare l’aiuto ricevuto con l’appoggio a Mancini, o meglio a Carminati.

E così quando Mancini gli dice che Carminati “vuole fare impresa”, Buzzi sa cosa deve fare. Mancini gli dice di non preoccuparsi delle voci, e che se avesse continuato ad assumere ex detenuti e a lavorare correttamente, avrebbe sicuramente ricevuto il suo appoggio e quello del Sindaco.

Buzzi dunque aiuta Carminati ad entrare nel mondo della cooperazione sociale creandogli una sua cooprativa personale, la COSMA, Cooperativa di Servizi e di Manutenzione. Con COSMA  Carminati riuscirà a vincere appalti importanti che gli permetteranno di realizzare utili per 35 mila euro al mese. Attraverso COSMA e in associazione con Formula Sociale, seguendo le indicazioni di Mancini, Carminati vince la sua prima gara, quella indetta dalla società Marco Polo spa, per un importo annuale di 2,1 milioni, in seguito prorogata il 14 maggio 2011. Come risulterà dall’analisi del ROS la gara verrà vinta dalla COSMA legittimamente.

A proposito del profilo criminale di Carminati, Buzzi spezza una lancia in suo favore raccontando di averlo conosciuto in un periodo nel quale questi stava svolgendo l’affidamento in prova ai servizi sociali presso il negozio Blue Marlin di Alessia Marini.

Quando a un criminale del profilo di Carminati viene concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali significa che ha dato dimostrazione di avere dato un taglio concreto con il suo passato, in particolare con il mondo della delinquenza. L’affidamento in prova è dunque, secondo l’esperienza imprenditoriale di Buzzi di gestore di un consorzio di cooperative di ex carcerati, una forma di garanzia.

Sulle schede di Paolo di Ninno, il commercialista di Buzzi, tutti i dati contabili accennati sono annotati in maniera meticolosa, ed è per questo che il ras delle cooperative sociali è sicuro di riuscire a dimostrare la sua onestà. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

USA: imprenditore cinese condannato per furto di segreti militari

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Associated Press ha pubblicato ieri la notizia della condanna a quattro anni di prigione inflitta dal tribunale di Los Angeles a un uomo d’affari cinese, per avere sottratto alcune “informazioni” ritenute “sensibili”ad imprese statunitensi legate al Dipartimento della Difesa (DoD). La pena prevista per il furto di segreti militari negli Stati Uniti è di 30 anni, ma nel marzo di quest’anno l’uomo, il cui nome è Su Bin, ha raggiunto con i suoi legali un accordo con l’accusa. La sua difesa avevano chiesto inizialmente una pena di due anni e mezzo di reclusione.

L’uomo d’affari, titolare di una società che produce tecnologie per il settore aeronautico, ha ammesso di avere collaborato, tra il 2008 ed il 20014, con alcuni hacker appartenenti ad un corpo militare cinese, nel furto di alcune informazioni ai danni di alcune società contractors del DoD statunitense. Il governo cinese ha più volte respinto le accuse di coinvolgimento in questa attività di hackeraggio, commessa sia ai danni di società che di governi stranieri. Oltre alla condanna a 46 mesi di reclusione Su Bin è stato anche condannato al pagamento di una multa di 10 mila dollari statunitensi (7,600 euro).

L’assistente al procuratore generale, John Carlin ha dichiarato in un comunicato come “La condanna di Su Bin rappresenti la giusta pena per il ruolo da lui avuto nella cospirazione condotta dagli hacker appartenenti al corpo dell’aviazione del People Liberation Army, rappresentata dal loro accesso illegale nei PC di alcuni dipendenti e dal furto di informazioni sensibili dell’esercito degli Stati Uniti”.

In particolare il ruolo svolto da Su Bin è stato quello di avere aiutato gli hacker militari a sottrarre illegalmente alcuni schemi di velivoli dell’aviazione militare ritenuti centrali nel sistema di difesa aerea. Si fa riferimento, nel dettaglio, ai caccia F-22 e F-35 prodotti dalla Lochkeed-Martin, e al cargo C-17 prodotto invece dalla Boeing. Come riferiva nel 2014 il Washington Post, le informazioni sottratte sarebbero state in seguito trasmesse ad alcune entità situate in Cina, in alcuni casi dietro il pagamento di alcune somme di denaro. L’accusa era infatti riuscita a dimostrare come Su Bin, arrestato nella Columbia Britannica, in Canada, nel luglio del 2014, avesse inviato agli hackers cinesi, via mail, i soggetti, le società e le tecnologie da sottrarre illegalmente. Una volta trafugate, l’uomo d’affari si occupava di tradurle in cinese e di piazzarle ad alcune società operanti nella Repubblica Popolare nel mercato aeronautico.

In un rapporto redatto l’anno scorso dalla Commissione USA-Cina per l’Economia e la Revisione della Sicurezza si sostiene come il maggiore impiego da parte del governo cinese dello spionaggio informatico sia già costato alle imprese statunitensi decine di miliardi di dollari in mancate vendite e in maggiori costi legati ad un aumento degli investimenti nella sicurezza informatica. In molti casi, si legge nel rapporto redatto dalla commissione federale, i segreti commerciali trafugati sono tornati a vantaggio di alcune società di proprietà del governo cinese. (cm)

https://meloniclaudio.wordpress.com/2016/01/25/se-lo-spionaggio-industriale-e-affare-di-stato/

Gramazio e quegli incontri con Carminati

 

Nell’udienza del 13 aprile del processo Mafia Capitale, Luca Gramazio ha reso spontanee dichiarazioni secondo quanto previsto dall’art. 494 del cpp. L’ex capogruppo del PDL in aula Giulio Cesare, carica che spettava in base alla consuetudine di quello schieramento, al campione delle preferenze, già in febbraio si era difeso dichiarando come contrariamente a quanto indicato dall’accusa, lui Massimo Carminati lo aveva visto al massimo due o tre volte, sempre in luoghi pubblici, e soprattutto che ai pranzi domenicali a casa Carminati a Sacrofano non aveva mai partecipato. Gramazio è riuscito infatti a dimostrare come il 22 dicembre, giorno del suo compleanno, non fosse a casa di Carminati, assieme a Fabrizio Testa, Giuseppe Ietto, Agostino Gaglianone e le rispettive consorti, bensì nell’aula del consiglio regionale della Pisana, come dimostrato dai verbali e dai video delle telecamere interne.

Ma siccome la fortuna è cieca ed il destino cinico e baro, Gramazio non è riuscito a bissare l’impresa,  con riferimento al 17 novembre 2013. Secondo il ROS infatti è lo stesso Carminati assieme a Testa a dare per certa la sua presenza al pranzo organizzato per quel giorno presso la villa di via Monte di Cappelletto. In effetti da una intercettazione relativa ad una conversazione registrata l’11 novembre 2013 tra Testa e Carminati, quest’ultimo definiva inutile un incontro che avrebbe dovuto avere la mattina seguente con Gramazio.

E Testa ribatteva a tale proposito: “tanto tu lo vedi domenica (17-11)”.

Ugualmente Gramazio non riesce a negare un successivo incontro documentato dal ROS avvenuto in data 20 dicembre 2013, presso la onlus Piccoli Passi gestita da Lorenzo Alibrandi, fratello di Alessandro, anche lui come Carminati e Riccardo Brugia, ex NAR.

A quello stesso incontro parteciperà anche Fabrizio Testa.

Nella sua dichiarazione Luca Gramazio racconta di come la sua famiglia e quella di Carminati fossero molto unite e di come al suo battesimo abbiano partecipato anche i genitori di Massimo. Questo argomento era già stato in parte affrontato nel corso dell’udienza del 29 febbraio dall’avvocato Ippolita Naso, quando questa ha raccontato di come la madre di Carminati fosse la segretaria dello stesa circolo del’ MSI di piazza Tuscolo al quale era iscritto anche Domenico Gramazio, padre di Luca. Dunque una conoscenza che coinvolge i rispettivi genitori.

Ma Luca Gramazio racconta altro: afferma di avere incontrato Carminati solo in due occasioni: la prima, il 19 novembre 2012, presso il bar caffetteria Valentini di piazza Tuscolo, incontro al quale erano presenti anche Salvatore Buzzi e Fabrizio Testa; la seconda è il pranzo del 23 luglio 2013 presso il ristorante “Dar Bruttone”, in via Taranto.

Quest’ultimo era stato organizzato da Fabrizio Testa e vi avrebbe preso parte anche Domenico Gramazio, oltre ad altri due uomini non meglio identificati. Nelle due ore circa di durata del pranzo gli argomenti trattati nella conversazione, come risulta dalle intercettazioni del ROS, sono diversi: si va dall’omicidio di Angelo Mancia, molto amico di Domenico Gramazio, avvenuto il 12 marzo 1980, a quello di Valerio Verbano del 22 febbraio dello stesso anno; si parla poi, in maniera approfondita, di un furto con scasso avvenuto presso lo studio di Luca Gramazio, furto che Carminati ritiene sospetto e per il quale consiglia a Domenico di fare una bonifica; a tale scopo il Cecato fornisce all’ex senatore un nominativo: “Qui c’è la..pe fa la bonifica“.

Carminati cerca di fare comprendere a Gramazio senior come l’argomento sia piuttosto serio: “faglie fa una bella bonifica faglie fa una bonifica..guarda dentro le cose, dentro tutte le placche, deve essere… faglie smontà le plastiche perché vede lui“.

L’ex NAR ed ex Banda della Magliana immagina che quel furto sia stato un trucco per nascondere un’effrazione servita a piazzare delle microspie all’interno dello studio di Luca.

Ed anzi il sospetto è forte in Carminati che dietro quell’effrazione vi sia il ROS, e che si tratti di un’operazione di facciata. Il consiglio che Carminati da a Domenico lo sottolinea in maniera esplicita: “Se trovi… microspia vai subito in Procura“.

Dopo avere affrontato alcuni argomenti legati alla famiglia, il pranzo si conclude con Domenico che invita Massimo ad organizzare un pranzo a casa sua : “A settembre cena a casa, a casa tua pure col…tutti insieme” e Carminati che risponde: “A casa mia…pure le mogli…“.  (cm)

  

Testa e la mancata nomina al cda di ENAV

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Nell’udienza del 7 aprile del processo in corso a Mafia Capitale sono stati ascoltati come imputati in procedimento collegato, ex art. 210 cpp*, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Marco Mario Milanese, e l’ex amministratore delegato di ENAV, l’ente che sovrintende il controllo aereo, Guido Pugliesi.

Milanese, di professione avvocato, insegna anche presso la scuola Nazionale dell’ Amministrazione. Attualmente è imputato dei delitti di corruzione e di illecito finanziamento ai partiti. Dovrà anche affrontare un ulteriore filone di indagine relativo al reato di corruzione e false fatturazioni da parte della società Eurotec. In questa seconda inchiesta giudiziaria  Milanese è indagato insieme a Fabrizio Testa e all’ex consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola, di corruzione, per una vicenda legata alla compravendita di uno yacht. Nel corso dell’esame il pm Luca Tescaroli ha affrontato le questioni relative alla nomina di Fabrizio Testa, prima come consigliere di amministrazione di ENAV, società di proprietà del Tesoro ma sottoposta al controllo tecnico del Ministero delle Infrastrutture, e in seguito come presidente della società controllata da ENAV, Techno Sky.


Milanese e le pressioni di Alemanno

Dal 2001 al 2011, con un breve intervallo dal 2006, Milanese è stato Capo Segreteria del Ministro Tremonti, ed in seguito suo consigliere giuridico quando Tremonti venne nominato vice presidente della Camera. Come consigliere del ministro dell’Economia, Milanese si è occupato delle nomine dei consiglieri di amministrazione delle società controllate direttamente dal Tesoro, e tra queste anche di ENAV; Milanese racconta di come Testa fosse una delle espressioni della corrente politica di Alleanza Nazionale dell’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, eletto nel 2008 sindaco di Roma.

A questa stessa corrente apparteneva anche l’allora ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli.

La nomina del consiglio di amministrazione di ENAV, spiega Milanese, spetta al governo, nella fattispecie al ministro competente, ovvero Matteoli. Per legge infatti (legge del 2001) il governo ha l’indirizzo politico su tali enti, indirizzo che si esercita anche attraverso il potere di nomina dei membri del cda. Nella fattispecie il governo conferma l’amministratore delegato uscente, Guido Pugliesi area UDC, conferma alcuni consiglieri uscenti e ne nomina alcuni nuovi, tra cui Ilario Floresta area PDL-FI, Giorgio Piatti per la Lega e Rosaria Maria Greco funzionaria del Tesoro; viene inoltre nominato un nuove presidente, il parlamentare del PDL Luigi Martini, che prende il posto dell’ex generale Bruno Nieddu. In realtà, la vicenda della mancata conferma di Testa nel cda di ENAV è emblematica di come le nomine nelle società statali rispondessero ad una logica spartitoria da manuale Cencelli, tra i partiti di governo: FI, AN, UDC e Lega.

In questo caso particolare vi era inoltre uno scontro all’interno di AN che ha visto, nel particolare momento storico del rinnovo del cda di ENAV, nel 2009, la corrente di Alemanno soccombere alle altre dello stesso partito. Milanese la racconta così: “Nella fattispecie, per una sorta di disaccordo interno ad AN, quindi, si dice di non riproporre il sig. Testa, ma viene proposta un’altra figura all’interno del cda”.


Alemanno e lo sgarbo di Fini

Alemanno non ci sta a subire lo sgarbo politico dai suoi colleghi di partito e tempesta di telefonate Tremonti, Milanese e Pugliesi. Alla fine si riesce a trovare la quadra all’interno di AN: Testa viene nominato presidente depotenziato, cioè senza deleghe, di Techno Sky, e tutti sono felici e contenti.

Milanese racconta altri retroscena gustosi di questa mancata nomina, in particolare di come ad opporsi fu il presidente del partito in persona, allora anche presidente della Camera, Gianfranco Fini. Anche Matteoli era contrario a Testa, ma più per motivi personali: lui sosteneva Martini perché aveva agevolato l’assunzione di suo figlio in Alitalia, e dunque gli doveva un favore. Racconta Milanese: “Ma guardi – rispondendo al pm Tescaroli – la soluzione di Techno Sky non è che l’ha trovata il ministro Tremonti, ne io; la soluzione di Techno Sky è stata trovata all’interno di AN, dove loro si sono messi d’accordo”.

L’avvocato di parte civile Giulio Vasaturo, terminato l’esame del pm, domanda al teste se esistano dei parametri normativi per la nomina dei membri del cda delle società controllate da enti pubblici; il presidente Ianniello chiarisce meglio, affermando che, trattandosi di soldi dei contribuenti, a rigore di logica vi dovrebbero essere dei parametri che garantiscano elevati standards nel management delle società controllate dallo Stato, un po’ come il concorso per i dipendenti pubblici. Milanese risponde come tali criteri non vi siano neanche per le società private, che non esistono norme che stabiliscano dei criteri di selezione. L’immagine della legge sull’eguaglianza di genere approvata in Norvegia nel giugno del 1978 rappresenta ancora un miraggio per il nostro Paese. Milanese ci tiene comunque a ricordare come il ministro Tremonti abbia introdotto la regola di nominare nei cda delle società pubbliche e controllate, almeno un dirigente del Tesoro. Vasaturo chiede se il Testa abbia avuto un ruolo nell’attività di compravendita di una barca da parte del Milanese, vicenda per la quale è in corso un procedimento penale; l’ex braccio destro di Tremonti risponde che Testa gli era stato presentato da un amico comune il quale, in presenza del Testa, gli chiese se conoscesse qualcuno interessato ad acquistare una barca con tre mesi di vita, del Testa. E’ così che quest’ultimo riuscì a trovare l’acquirente.


Troppo vicino agli interessi di Finmeccanica

Guido Pugliesi, ex amministratore delegato di ENAV, è invece imputato nell’ambito di un procedimento collegato, di corruzione e finanziamento illecito. Pugliesi racconta di come ha potuto fare la conoscenza professionale di Fabrizio Testa nel corso dei cinque anni in cui questi hanno fatto parte del cda di ENAV, dal 2003 al 2009.

Pugliesi descrive l’assoluta inopportunità di una sua riconferma, raccontando di un dialogo avuto al telefono con l’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno, che nel 2009, in sede di rinnovo del cda di ENAV, lo chiamava per conoscere i motivi della sua contrarietà: “Ma perché ce l’hai con Testa? – mi chiese Alemanno – Io non  è che ce l’avessi con Testa. Io contestavo a Testa la capacità professionale e un profilo giusto per potere occupare certe posizioni”. Pugliesi, come amministratore delegato di ENAV, si è occupato anche della nomina del cda della controllata Techno Sky, e quando gli viene proposta la nomina di Testa come presidente, inizialmente si oppone. Poi, visto che gli era pervenuta la segnalazione direttamente da Tremonti, via Milanese, e dato che all’interno della dirigenza di AN si era raggiunto un accordo politico che prevedeva una presidenza depotenziata, cioè senza deleghe, si è trovato a dovere procedere controvoglia.


L’audit a Techno Sky

Ma ci tiene a mettere i puntini al loro posto Pugliesi, ed anche a togliersi qualche sassolino: “Devo dire la verità – racconta Pugliesi – che dopo alcuni mesi, diciamo…io mi sono accorto a gennaio che c’era qualcosa che non andava in questa società in cui lui era presidente (Techno Sky); avevo fatto aprire un audit, abbiamo controllato un pochino certi contratti, e dopo avere proseguito quest’audit per un po di tempo, cercando di non fare errori, a giugno, dopo avere mandato via alcuni dirigenti, abbiamo fatto decadere anche il consiglio; e quindi Testa, in realtà, è stato in carica solo 7-8 mesi come presidente di Techno Sky” (da novembre 2009 a giungo 2010).

Tornando ancora sull’argomento Pugliesi rivela alcuni retroscena: “Però, per completezza, quando mi accorsi che c’erano delle cose che non andavano in quest’azienda (Techno Sky), per alcuni contratti fatti con la società Arc Trade che era una società riferente a Marco Iannilli e a Lorenzo Cola, io mi accorsi così che c’era questa cosa, allora telefonai all’on. Milanese per dirgli: “guarda che questo Testa non funziona. Qui ci sono delle cose”. E devo dire che in un lampo lui disse: “vai avanti, fai quello che ritieni giusto, a me non me ne frega niente”. Quando poi Tescaroli chiede anche a Pugliesi l’area di appartenenza di Testa, in particolare se questi facesse capo alla corrente di Gianni Alemanno, lui risponde: “Era notorio, lo sapevano tutti” e ancora: “Ne lui nascondeva di essere un uomo di Alemanno”. “E lo ha detto anche a lei” chiede Tescaroli a Pugliesi: “Si, si” risponde l’ex ad di ENAV.

L’avvocato di parte civile Giulio Vasaturo chiede al Pugliesi se Testa, in considerazione del suo ruolo in ENAV, avesse anche dei rapporti con Finmeccanica; Pugliesi risponde di si, ed in particolare  sapeva che frequentava l’ex direttore delle relazioni istituzionali Lorenzo Borgogni, e l’ex consulente personale del Presidente Pier Francesco Guarguaglini, Lorenzo Cola. Pugliesi racconta di come Testa cercasse di darsi un certo tono nei confronti dei dirigenti di ENAV, vantando frequentazioni con manager di Finmeccanica. Vasaturo contesta l’affermazione di Pugliesi secondo cui tali rapporto con Finmeccanica, che di fatto rappresentava il primo partner commerciale di ENAV, non fossero particolarmente ostativi alla conferma di Testa come consigliere di amministrazione. In una dichiarazione resa nel procedimento a carico di Marco Milanese, Pugliesi ha infatti affermato come sia lui sia il presidente di ENAV Luigi Martini fossero contrari alla conferma di Testa poiché lo ritenevano “troppo vicino agli interessi di Finmeccanica”; non a caso Testa godeva di alcuni benefits esclusivi da parte di Finmeccanica, come viaggi e soggiorni pagati, trasferte ed autista.(cm)

*Con il DPR del 22 settembre 1988, pubblicato in G.U. il 24.10.88 n.250, è stata introdotta nel nostro ordinamento la riforma del codice di procedura penale; tra le varie novità introdotte vi è la possibilità da parte sia dell’accusa che della difesa di sentire soggetti imputati in procedimenti connessi a quello per il quale si svolge il processo, o in reati collegati. L’art. 210 del cpp nella sua nuova formulazione recita al comma 1: “Nel dibattimento, le persone imputate in un procedimento connesso a norma dell’art.12, comma 1, lettera a), nei confronti dei quali si procede o si è proceduto separatamente e che non possono assumere l’ufficio di testimone, sono esaminate a richiesta di parte, ovvero, nel caso indicato nell’art. 195, anche di ufficio”.

Chiaramente, oltre a non dover rispondere dei capi di accusa relativi al procedimento collegato, l’imputato viene avvisato dal pubblico ministero, innanzitutto, di godere della facoltà di non rispondere. Ove l’imputato decida di rispondere, può avvalersi del suo avvocato, o in mancanza, di un legale nominato d’ufficio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel vizio dei non ricordo

intimidazione

Ancora nel processo Mafia Capitale, un altro testimone dell’accusa che ha subito pressioni e minacce è Fausto Refrigeri, attualmente disoccupato, in passato dipendente di un’impresa di noleggio con conducente. Non era un padroncino ma un semplice dipendente al quale spesso capitava di dovere anticipare le spese per il carburante tramite l’acquisto di buoni benzina.

Verso la fine del maggio 2013 Refrigeri che è sposato con un figlio, dietro consiglio di un suo amico, Salvatore Nitti, si reca presso un distributore Agip, sito via Flaminia Vecchia, per acquistare dei buoni carburante. Il ragazzo che gestisce l’attività gli consiglia di rivolgersi a tale Roberto Lacopo, titolare oltre che di quella pompa anche di un’altro rifornimento situato in corso Francia, angolo via Pecchio.

Salvatore Nicchi è un ex ispettore di polizia in pensione che ha il figlio che frequenta la stessa scuola del figlio di Refrigeri. Refrigeri intende acquistare i buoni carburante con degli assegni; l’importo non è elevato, sono 30 buoni da 10 euro ciascuno, per un totale di 300 euro. L’assegno viene intestato da una signorina che lavora nell’amministrazione del distributore di corso Francia, alla società titolare dell’attività di rifornimento.

Qualche giorno dopo Refrigeri torna al distributore di Lacopo per acquistare altri buoni carburante; questa volta ne prende 60 da 10 euro l’uno, per un totale di 600 euro. Particolare non irrilevante: Refrigeri racconta che gli avrebbero chiesto quando incassare gli assegni con i quali ha pagato e la sua risposta sarebbe stata: “più tardi è meglio è”. Probabilmente egli ha saldato i due acquisti con due assegni post datati. Fatto sta che gli assegni vengono incassati prima del previsto e, mancando i fondi, tornano indietro protestati. La banca presso la quale ha il conto Refrigeri non lo avvisa, così come non lo avvisa neanche Roberto Lacopo, o chi per lui, dell’incasso anticipato. Per la famiglia Refrigeri ha inizio un incubo dal quale sarà difficile uscire, tornando a vivere una normale quotidianità.

Il giorno successivo Refrigeri, che è fuori per lavoro, riceve una telefonata dalla moglie: è impaurita ed allarmata perché un signore, un tipo alto e grosso con le braccia tatuate e i capelli corti, sta parlando con tutti gli abitanti della via in cui risiedono, dicendo a proposito di lui che è un truffatore, che si è recato da loro con degli assegni falsi e che li ha raggirati. L’uomo è imbestialito e va dicendo a tutti che se lo trova lo butta a terra e lo prende a calci. Quell’uomo è Matteo Calvio e per alcuni istanti è accompagnato anche da Riccardo Brugia, che però poi si allontanerà. Calvio è una furia, va avanti e indietro per la strada, entra diverse volte nel garage della sua vittima, e per circa un’ora e mezza aspetta che questa rientri a casa. La moglie di Refrigeri è atterrita, non solo per il marito, ma soprattutto perché Calvio proferisce minacce anche nei confronti suoi e di suo figlio. Ci sono i testimoni.

Tra i vari vicini di strada di Refrigeri ci sono anche Danilo e Moreno Catini, titolari di un negozio di  idraulica; i fratelli Catini conoscono molto bene Brugia, Lacopo e Calvio. Ed anche il signor Daniele, titolare di un’attività di montaggio di autoradio, li conosce molto bene, dato che in passato aveva un negozio in corso Francia, proprio di fronte al distributore di Lacopo.

La sera stessa, rientrato a casa, Refrigeri chiama Lacopo al telefono; è chiaro infatti che quelle persone le ha mandate lui e che solo lui potrà farle cessare di terrorizzarli, lui e la sua famiglia. Lacopo, con un tono perentorio, respinge qualsiasi dialogo e impone a Refrigeri di presentarsi l’indomani mattina al distributore per chiarire la faccenda. L’indomani Refrigeri si presenta molto presto al distributore, e all’interno dell’ufficio, lo stesso dove aveva acquistato i buoni benzina, Lacopo gli si staglia minaccioso davanti e lo minaccia pesantemente dicendogli che se non porta i soldi lo manda ancora a cercare da Calvio, detto il Bojo, il boia. Refrigeri cerca di prendere tempo e si impegna a portare i soldi il venerdì successivo, due giorni dopo.

Tornato a casa Refrigeri si reca da Salvatore Nitti, al quale chiede di intercedere con Lacopo per far cessare le minacce. Nitti gli racconterà in seguito di aver parlato con Lacopo e di stare tranquillo che tutto si sarebbe sistemato. Dopo un paio di giorni Refrigeri torna al distributore accompagnato dal Nitti che gli fa da testimone, e paga il debito versando a Lacopo in contanti la somma  di circa mille euro. Nella descrizione fatta all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare del 4 dicembre 2014 Salvatore Nitti non viene definito come un semplice conoscente di Carminati, Brugia, Calvio e Lacopo, ma come un loro sodale, apostrofato col soprannome di “Salvatore la guardia”. Nitti è a disposizione del clan, e questo lo si evince da una serie di attività da lui svolte: dal mettere a disposizione del sodalizio il suo capitale sociale, nella fattispecie un medico che avrebbe dovuto visitare il padre di Brugia, Mario;  all’ accompagnare Carminati presso la stazione di polizia di Ponte Milvio, su precisa richiesta di Lacopo. Nitti è inoltre perfettamente a conoscenza delle attività illecite che vengono organizzate e realizzate presso il distributore, oltre che del ruolo da esso svolto di punto di incontro dei sodali dell’organizzazione criminale.

E’ difficile credere che, come racconta Refrigeri, Nitti faccia tutto questo in cambio di una lavata di macchina: e nemmeno che lo faccia per amicizia.

Fatto sta che quando Nitti accompagna Refrigeri a pagare, quest’ultimo non può fare a meno di notare come tra Lacopo e Nitti ci sia uno scambio di ammiccamenti: un occhiolino che non è un semplice saluto, come Nitti cercherà poi di spiegargli, ma uno scambio di intesa. La dimostrazione della condivisione di un qualcosa.

Inoltre la cifra effettivamente pagata da Refrigeri appare un mistero, posto che lui non la definisce in maniera esatta, limitandosi a citarla in modo vago con un “intorno ai mille euro”; forse teme un’incriminazione ulteriore per Lacopo e soci, e quindi in questo caso il dubbio di pressioni o minacce subite prima della sua testimonianza appare legittimo. Fatto sta che Matteo Calvio non molla la presa, e continua settimanalmente a perseguitare Refrigeri, anche dopo che questi ha saldato i suoi debiti con Lacopo: lo incontra spesso in motorino per le strade del quartiere e ogni volta gli ricorda che finché non gli darà i soldi non lo lascerà in pace. Un giorno Calvio incontra Refrigeri che casualmente ha appena prelevato dal conto di suo padre e da quello di suo zio la cifra complessiva di tremila euro, e, casualmente, trovandosela addosso, non può fare a meno di dargliela. E questo nonostante il pagamento del debito iniziale dei 1000 euro e l’accordo stipulato  con Lacopo.

Qui la descrizione del racconto che fa Refrigeri appare poco credibile, a partire dal prelievo dei soldi, fino alla loro consegna al Calvio. Non è dato sapere se questi ulteriori tremila euro facciano parte del prestito iniziale, se siano cioè interessi maturati. Fatto sta che Calvio continua a perseguitare Refrigeri e la sua famiglia fino a che non li ottiene. Da qui l’incriminazione di Calvo per estorsione.

Di tutta questa vicenda e dell’ulteriore contatto che Refrigeri ha con Lacopo per far cessare le minacce di Calvio, Refrigeri non avvisa ne la famiglia, a parte la moglie, ne Salvatore Nitti. Refrigeri ha infatti perduto la fiducia che nei suoi confronti, e preferisce non importunarlo nemmeno se a rischio c’è la sua incolumità e quella dei suoi cari. L’esame in aula del teste Refrigeri è apparso, in molto punti, in contrasto con le dichiarazioni da questi rese ai carabinieri il 6 febbraio 2015, quando viene chiamato subito dopo la prima tornata di arresti da parte della procura di Roma. Nel corso della sua deposizione, ad un certo punto il pm Tescaroli gli chiede  il motivo per il quale non abbia denunciato le minacce subite e l’estorsione dei 3.000 euro. “Perché non ha sporto denuncia” gli domanda il pm, e il teste risponde: “Io già l’ho detto al ROS, io avevo paura, perché sono stato intimidito da questa storia”. Quando il pm gli chiede esplicitamente di cosa avesse paura, Refrigeri risponde: “di ritorsioni”… “da parte di Matteo Calvio soprattutto”. E e ancora: “Roberto Lacopo, quando l’ho pagato, lui ha dimostrato che…non m’ha fatto più minacce espressamente”.

Più avanti Tescaroli chiede a Refrigeri se sapeva che Lacopo, Brugia e Carminati prestavano soldi ad usura, ed il teste risponde di avere sentito dire che prestavano soldi, ma di non saper dire a chi e se fosse ad usura. Quando poi il pm gli chele da chi abbia sentito queste voci la risposta è “al bar”; ed a proposito dei prestiti risponde: “ho sentito dire che prestavano soldi…I tassi usurai, nemmeno io li conosco quali sono, quindi di tassi usurai io non lo so”. La sindrome di Stoccolma imperversa ancora. (cm)

    

  

 

 

 

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