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Claudio Meloni

Mese

giugno 2016

L’arresto di Ernesto Fazzalari, latitante dal 1996

ernesto fazzalari

Il 16 novembre 1999 i carabinieri di Taurianova eseguono una serie di ordinanze di custodia cautelare emesse dalla corte d’assise di Palmi nei confronti di 16 persone condannate all’ergastolo, a conclusione del processo denominato “Taurus”. Tra i soggetti condannati spicca Ernesto Fazzalari, latitante dal 1996, in base ad un’ordinanza del Gip del Tribunale di Reggio Calabria. Fazzalari è stato riconosciuto responsabile degli omicidi di Vincenzo Maisano, di Francesco Asciutto e di Antonio Sorrentino, oltre al tentato omicidio di Santo Asciutto.

Gli altri provvedimenti restrittivi eseguiti riguardano Vincenzo Alessi (ergastolo), Antonio Avignone (4 ergastoli), Marcello Battaglia (ergastolo), Salvatore Asciutto (7 ergastoli), Salvatore Belfiore (ergastolo), Girolamo Molè (3 ergastoli), Roberto Reitano (3 ergastoli), Antonio Sorrento (2 ergastoli), Giuseppe Avignone (4 ergastoli), Guerino Avignone (ergastolo), Marcello Viola (5 ergastoli), Pasquale Zagari (5 ergastoli), Carmelo Zagari (ergastolo), Santo Alampi (2 ergastoli).

E’ proprio dallo scontro tra le famiglie Asciutto-Neri-Grimaldi da una parte ed Avignone-Zagari-Viola dall’altra, che emerge la figura criminale dell’ex latitante numero due, dopo Matteo Messina Denaro, Ernesto Fazzalari, arrestato due giorni fa dai Carabinieri e ritenuto uno dei principali killer di quest’ultimo schieramento.

In particolare è attraverso le sentenze della Corte di Cassazione relative ai processi “Taurus” e “Venerdì Nero” che viene accertata giudizialmente la presenza nel comune di Taurianova di una associazione di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta, operante sulla provincia di Reggio Calabria nonché sul territorio nazionale ed estero, e individuata nella fattispecie dalla ‘ndrina Zagari-Fazzalari, guidata da Carmelo Zagari e da Ernesto Fazzalari.

Scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in “Fratelli di Sangue” che già sul finire del IX° secolo il comune di Radicena era famoso per l’elevato numero di associati alla “picciotteria”, l’associazione criminale dalla quale trae origine la ‘ndrangheta, allora guidata dal boss Demetrio Sorrenti. Situazione analoga veniva riscontrata nel vicino comune di Iatrinali, dove il boss riconosciuto era invece Giacomo Alessi. Nel 1928 i due comuni si fondono, dando luogo all’odierna Taurianova.

Tutto il territorio del comune del reggino situato sul versante tirrenico della Regione di fronte alla Sicilia, è da almeno quarant’anni teatro di sanguinose faide tra famiglie di ‘ndrangheta, aventi in palio il controllo del territorio e delle attività criminali in esso svolte. Il principale scontro combattuto nella zona è quello che vede al centro le famiglie Avignone-Cosentino che, nel tentativo di accrescere il loro potere, fronteggiano e sconfiggono prima i Furfaro-Monteleone e quindi i i Corica-Versace.

Nel luglio del 1977 in contrada Razzà, nel comune di Taurianova, a seguito di un cruento scontro a fuoco tra forze dell’ordine e ‘ndranghetisti, perdono la vita i due carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso. Nello scontro rimangono uccisi anche i fratelli Rocco e Vincenzo Avignone.

Negli anni seguenti la guida della cosca Avignone-Cosentino viene assunta dal boss Domencio Giovinazzo, nipote di Giuseppe Avignone. Ciò durerà fino al 1984, quando Giovinazzo viene arrestato per l’omicidio del boss Domenico Monteleone. Fino ad allora il boss riesce ad accrescere il prestigio criminale ed il potere economico della sua cosca. Con il suo arresto la ‘ndrina Avignone-Cosentino attraversa un periodo di declino, culminato con una scissione ed una conseguente spartizione del territorio di Taurianova: il clan Asciutto-Neri-Grimaldi assume il controllo di Radicena. La scarcerazione di Giovinazzo vede la cosca Avignone-Cosentino, grazie anche all’appoggio della più potente Piromalli-Molè, assumere di nuovo una posizione di potere sul territorio.

In questa fase la nuova faida vede al centro la famiglia Neri, rea di non avere rispettato la spartizione territoriale per quanto riguarda il commercio degli stupefacenti. Nel 1989 vengono eliminati i fratelli Rocco e Gaetano Neri. Nel 1991, con un bilancio di 32 omicidi commessi solo in quell’anno, viene ufficialmente posta fine alla sanguinosa faida. Solo per vendicare l’uccisione del boss della famiglia Zagari vengono uccisi quattro appartenenti alla cosca avversaria. Sempre in quel periodo viene ucciso anche il boss Domenico Giovinazzo. A seguito di una nuova spartizione del territorio il controllo di Radicena passa alla famiglia Rositano, vicina ai Giovinazzo, sempre per lo schieramento Avignone-Cosentino, mentre Iatrinali passa sotto il controllo dei Fazzalari, vicini alla cosca Zagari-Viola.

A partire dal 1989 le eliminazioni di ‘ndranghetisti di un certo spessore criminale si susseguono secondo una spirale ritorsiva cruenta; a cadere sotto i colpi delle due fazioni sono Giuseppe Cianci, la cui cosca controllava il territorio di San Martino, Rosario Sisinni e Giuseppe Zappia; quest’ultimo era lo storico boss della ‘ndrangheta latifondista che aveva presieduto, nel 1969, il summit di Montalto, al quale parteciparono le principali ‘ndrine calabresi. Nel 2007 a cadere sotto i colpi avversari è la volta di Giuseppe Alessi, legato alla cosca Viola-Zagari. Nello stesso anno viene estradato in Italia il boss Vincenzo Avignone, arrestato a Miami in Florida. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

Sentenza Cassazione: la ‘ndrangheta ha un vertice

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C’è un prima e un dopo in tutti i fenomeni complessi, ed così anche per la ‘ndrangheta. La data del 17 giugno 2016 rappresenta uno spartiacque, poiché è il giorno in cui la corte di Cassazione ha emesso una sentenza storica, portando a termine il processo “Crimine” con più di cento persone condannate, tra primo grado e appello.

E’ il processo che ha visto coinvolti i vertici e i numerosi appartenenti ad importanti cosche di ‘ndrangheta del reggino. Nata a Milano nel 2010, l’inchiesta ha portato all’esecuzione, tra Lombardia e Calabria, di circa 300 misure cautelari. Sono stati assolti e dovranno tornare ad essere giudicati in appello Mario Agostino, Isidoro Callà, Antonio Galea, Carmelo Gattuso e Bruno Pisano.

Dovranno invece essere ridefinite le pene a seguito dell’annullamento dell’alta Corte per Antonino Gattellari, Carmelo Buià, Bruno Nesci, Raffaele D’Agostino, Remingo Iamonte e Giuseppe Romeo. Confermate le assoluzioni per Giuseppe Aquino, Vincenzo Commisso, Giuseppe Raso, e Savino Pesce.

La Corte a inoltre annullato la condanna mandando assolti Salvatore Femia, Sotirio Santo Larizza, Claudio Umberto Maisano, Pasquale Oppedisano, Bruno Paviglianiti, Carmelo Paviglianiti, Antonino Pesce, Giuseppe Prestopino, Tonino Schiavo, Giuseppe Trichilo, Kewin Zurzolo.

Condannati con riduzione di pena rispetto all’appello Giovanni Alampi, Rocco Aquino, Giuseppe Commisso, Carmelo Costa, Giorgio De Masi, Nicola Gattuso, Salvatore Napoli, Michele Oppedisano, Raffaele Oppedisano, Antonio Nicola Papaluca, Giuseppe Trapani. 

Per il resto sono state confermate le condanne comminate dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. La rilevanza storica della sentenza è che una volta per tutte viene riconosciuta l’esistenza a Reggio Calabria di tre locali, i centri di aggregazione delle famiglie o ‘ndrine che insistono in un territorio: tirrenica, ionica e centro. Collegati a questi è il locale di Milano.

La ‘ndrangheta, dunque, intesa a livello nazionale, è si composta da diversi locali sparsi sul territorio, ciascuno con una sua propria “copiata” composta da un capo crimine, un capo bastone ed un contabile; ma i vari locali sono tutti coordinati, a livello nazionale ed internazionale, da un organismo di vertice denominato “Provincia”.

Viene riconosciuto, dunque, il carattere unitario dell’organizzazione criminale denominata ‘ndrangheta, laddove prima di venerdì si riteneva che essa avesse un carattere orizzontale in base al quale ciascun locale agisse autonomamente.

Trovano dunque conferma le rivelazioni di alcuni pentiti, tra i quali Francesco Fonti, secondo cui ciascun locale deve versare ogni annuo una quota al locale principale, quello di San Luca, dove ogni anno, nel mese di settembre, in occasione della festa del santuario della Madonna di Polsi, si tiene la riunione di tutti i locali. Oltre a ciò, che sia in Australia o in Canada, il locale di San Luca concede l’autorizzazione per la costituzione di un nuovo locale, una sorta di notaio che certifica la nascita di una nuova aggregazione territoriale della ‘ndrangheta.

In definitiva la mafia calabrese non è più quell’organizzazione di pastori e agricoltori che si occupava quasi esclusivamente di sequestri di persona e di traffico di sigarette, ma, a partire dalla fatidica riunione di Serra Juncari, in località Montalto, del 26 ottobre 1959, essa si trasformerà, come mostreranno le eliminazioni del vecchio boss Antonio Macrì e del suo braccio destro Domenico Tripodo, in una grossa impresa economica, capace di fatturare solo nel 2007, 43.795 milioni di euro. Il potere all’interno dell’organizzazione criminale verrà assunto dai fratelli di Stefano di Reggio Calabria e da Mommo Piromalli per quanto riguarda la piana di Gioia Tauro.

Pur mantenendo i vecchi riti di adesione, i gradi e le regole della vecchia ‘ndrangheta fondiaria, l’organizzazione subirà una trasformazione decisiva, con la possibilità di aderire a logge massoniche coperte. All’interno del locale si distinguerà, quindi, tra associazione minore, composta dai picciotti e dai camorristi con i vecchi gradi in vigore da sempre, e associazione maggiore, composta dai santisti, dal vangelo, dal quartino, dal quintino, per arrivare al vertice denominato “associazione”.

Grazie all’ingresso nelle logge coperte gli ‘ndranghetisti avranno finalmente la possibilità di avvicinare i politici e di entrare nel giro che conta, quello degli appalti e delle commesse pubbliche. La ‘ndrangheta compirà quel salto di qualità che le permetterà di entrare nell’economia legale, dove avrà la possibilità di riciclare gli ingenti proventi derivanti dalla vendita della cocaina. I primi grossi appalti saranno, a partire dagli anni ’70, la centrale siderurgica di Gioia Tauro ed il tratto della A1 Salerno-Reggio Calabria. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando Calenda non è quella greca

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Cara Cecilia, a seguito della discussione che abbiamo avuto nell’ultima FAC sul CETA, gradirei informarti che l’Italia, a seguito di una decisione tecnica e politica, è pronta a considerare il supporto alla Commissione in merito alla natura esclusivamente “Europea” del consenso al trattato CETA“.

Chi scrive https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2016/06/lettera-calenda-2.pdf è il neo ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda, ed il riferimento è all’ultima riunione tra i vari ministri dei Paesi membri con delega al commercio in seno al Foreign Affair Council (FAC), l’organismo dell’UE che si occupa delle politiche internazionali con i paesi esterni all’UE.

Scrive ancora il ministro: “Come ho detto nel mio intervento al Foreign Affair Council, l’Italia considera il CETA un accordo essenziale, il cui fallimento potrebbe avere conseguenze negative maggiori nei confronti della politica commerciale europea, oltre che per la credibilità dell’Europa quale partner commerciale affidabile“.

Calenda chiude la sua lettera al  Commissario alle Politiche Commerciali, Cecilia Malmstrom, scrivendo: “Questa posizione a livello nazionale riguarda solo questa specifica vertenza ed è priva di qualsiasi pregiudizio in relazione alla valutazione da parte dell’Italia in merito ad altri accordi, il cui contenuto deve essere considerato singolarmente, caso per caso, a partire dal TTIP“.

L’accordo commerciale richiamato dal ministro è il CETA, un accordo su larga scala che l’Unione Europea sta negoziando con il Canada, e del quale si parla in termini entusiastici per i presunti vantaggi commerciali (5,8 miliardi di euro l’anno), oltre al notevole risparmio per gli esportatori europei pari a 500 milioni di euro l’anno, a seguito dell’eliminazione di tutti i dazi all’importazione, ed alla creazione di 80 mila nuovi posti di lavoro. Sembrerebbe un accordo estremamente positivo per l’Europa e l’Italia in particolare, le cui esportazioni stentano a crescere.

Ma l’opinione all’interno del Parlamento europeo non è tutta favorevole al CETA ed ai suoi presunti vantaggi: secondo il gruppo della Sinistra Unitaria, il GUE, l’accordo relativo al CETA introdurrebbe tante misure comprese anche nel TTIP, l’altro accordo commerciale che l’Europa sta negoziando con gli Stati Uniti, e che il presidente Obama si è impegnato a fare approvare entro il termine del suo mandato, vale a dire entro il mese di novembre. La principale preoccupazione per i parlamentari del GUE è che, una volta dato il via libera al CETA, la maggior parte delle multinazionali americane, già presenti sul territorio canadese, possano citare in giudizio nei tribunali internazionali privati, le aziende europee, avvalendosi della clausola ICS (Investment Court System), che altri non è che la tanto discussa clausola Isds inserita nel TTIP, che di fatto ha bloccato i negoziati del Trattato sulla liberalizzazione del commercio e degli investimenti, a seguito delle proteste da parte di numerosi stati membri dell’Unione.

La Isds (Investor State Dispute Settlement) è una clausola che consente alle multinazionali che intendono investire in Europa, di invertire l’onere della prova, e di fare causa a tutti i Paesi membri per quelle norme che, a loro dire, limiterebbero la libera concorrenza: si va dalla normativa sul lavoro, a quella sanitaria e previdenziale, per finire con quella sulla tutela dell’ ambiente.  Se il TTIP venisse approvato si avrebbe, dunque, un dumping normativo ad ampio spettro, che consentirebbe alle imprese straniere, non solo americane ma anche cinesi e indiane, di avere le mani libere assumendo e inquinando in violazione alle norme vigenti nel paese prescelto.

Dunque il CETA altri non è che una sorta di cavallo si Troia che introdurrebbe in Europa un meccanismo molto pericoloso, quello dell’Ics, che consentirebbe a talune imprese di violare tutte le regole, mettendosi in una posizione di vantaggio nei confrontai di quelle  già che operano sullo stesso mercato e che rispettano le norme ed i regolamenti vigenti. La campagna Stop TTIP Italia, omologa a quella in corso in tutti gli altri paesi dell’Unione contro ill TTIP, critica l’iniziativa del ministro Calenda, che di fatto rompe l’unanimità necessaria per rigettare la richiesta della Commissione di fare approvare al solo Parlamento europeo il CETA, ed in merito al quale si deciderà in seno al Consiglio Europeo del prossimo 5 luglio.

I trattai europei – scrive la Campagna Stop TTIP Italia in un comunicato – stabiliscono che, soprattutto sugli investimenti, alcuni temi potrebbero ricadere in parte sotto la competenza esclusiva EU, in parte sotto quella dei singoli Stati Nazionali. Ma il CETA, come il TTIP, è un accordo ampio e pieno di temi rispetto ai quali i trattati possono essere interpretati in modi diversi. Per questo – si legge ancora nel comunicato – a partire da una situazione simile di incertezza che si è proposta per l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Singapore, la Commissione ha chiesto un parere alla Corte di Giustizia Europea la cui sentenza arriverà a fine 2016 o a inizio 2017“.

La campagna Stop TTIP Italia sostiene dunque che “è necessario che si attenda la sentenza finale della Corte di Giustizia su Singapore, e che si richieda un analogo giudizio su TTIP e CETA, rimandando la firma dell’accordo prevista per novembre 2016″. L’iniziativa del ministro dello Sviluppo Economico appare dunque una “forzatura inaccettabile”, scrivono nel comunicato i portavoce della campagna Stop TTIP Italia, essendo quella dell’Italia l’unica posizione assunta tra tutti i paesi dell’Unione che stabilisca la “possibile applicazione provvisoria di alcuni pezzi dell’accordo, senza un previo via libera di Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali”. https://stop-ttip-italia.net/2016/06/18/esclusivo-stopttip-italia-pubblica-la-lettera-di-calenda-su-ceta/

CM

 

 

Sempre più persone sostengono di avere acquistato droga sul darknet

 

Anche se l’FBI ha messo in campo misure straordinarie per sequestrare i mercati illegali sul darknet, sono sempre di più le persone che utilizzano questo canale per acquistare sostanze stupefacenti: secondo i risultati pubblicati dall’ Osservatorio Globale sulle Droghe (GDS) e relativi al 2016, infatti, gli acquirenti on line di sostanze psicotrope sono in crescita.

“Nonostante i sequestri e le denunce che hanno avuto esito positivo, così come le truffe e tutto questo genere di cose, continua a crescere il numero di persone che utilizzano siti on line per acquistare sostanze stupefacenti,” ha dichiarato alla testata Motherboard Monica Barratt, un ricercatore del National Drug and Alcohol Research Center presso UNSW in Australia, membro del team GDS. In base alle rilevazioni, a livello globale sarebbe aumentato sensibilmente il numero di persone che utilizzano il web per l’acquisto di droghe illegali, ed in particolare in alcune aree del mondo tale crescita ha fatto registrare valori molto elevati.

“Sembra ci sia un modello –  ha dichiarato Barratt – secondo cui negli ultimi tre anni i paesi nordici (come la Svezia) hanno fatto registrare una percentuale molto più elevata di persone che utilizzano la darknet rispetto alla maggior parte degli altri paesi”.

“E’ possibile osservare chiaramente una tendenza crescente. Essa è uguale – ha continuato – in quasi tutti i paesi, ad eccezione di Australia e Nuova Zelanda “.

Sulle 101.313 persone intervistate dal GDS, 8.058 di queste, pari all’8%, hanno dichiarato  di avere acquistato droghe attraverso il darknet.  Complessivamente – ha dichiarato Barret – nel 2015 gli acquirenti sulla rete di sostanze psicotrope sono stati circa 5.000,  contro le 2.000 dell’anno precedente.

Un’altro dato evidenziato dal sondaggio è che una larga fetta di coloro che hanno ammesso di avere acquistato stupefacenti sul darknet, non ha in realtà utilizzato Tor o speso neanche un bitcoin: semplicemente qualcun’altro ha acquistato la droga per loro.

“Il quarantuno per cento del totale complessivo degli acquirenti di droga attraverso la parte nascosta della rete non è mai entrato in realtà nel darknet”, ha aggiunto Barratt. La ricercatrice ha spiegato inoltre come i consumatori di sostanze psicotrope acquistano, talvolta, in gruppo, con una sola persona a gestire tecnicamente la fase di approvvigionamento. Dunque la maggior parte degli utenti del darknet acquista droga da uno stesso sito.

Secondo i risultati del sondaggio, l’MDMA (Ectasy) e la cannabis risultano essere le droghe comuni più acquistate sul darknet. Ciò rispecchia in gran parte la ricerca precedente che ha coinvolto alcuni venditori di droga tramite la rete.

Sempre dai risultati del sondaggio emerge come il darknet consenta agli utenti di accedere a sostanze stupefacenti che altrimenti non sarebbero mai state in grado di raggiungere. “Il settantanove per cento ha dichiarato infatti di avere provato per la prima volta una droga attraverso la rete nascosta”, ha ammesso Barratt.

Il GDS ha rivolto al campione di persone intervistate on-line una vasta gamma di domande, spaziando dall’uso della droga, alle loro fonti di approvvigionamento, fino ad alcune informazioni demografiche. Naturalmente questo approccio presenta delle criticità: è probabile infatti che chi abbia risposto al sondaggio sia già un po ‘interessato alla materia, e che quindi il campione studiato non sia rappresentativo dell’intera popolazione.

Ma tuttavia lo studio è in grado di fornire una conoscenza approfondita sulle abitudini di persone che potrebbero essere assunte come un campione  rappresentativo dei consumatori di droga.

“Posto che GDS recluta persone più giovani – si legge nel rapporto – appartenenti a quella fascia della popolazione più coinvolta nell’uso della droga, siamo in grado di individuare le tendenze emergenti in tema di consumo di sostanze stupefacenti prima che queste possano essere riferite alla popolazione generale”.

Ciò che è chiaro è che gli utenti continueranno ad utilizzare il darknet per entrare in possesso di sostanze stupefacenti.

“Lo stanno già facendo – ha dichiarato Barratt – con grande successo, anche se in un contesto di estrema precarietà”.

http://motherboard.vice.com/read/more-people-than-ever-say-they-get-their-drugs-on-the-dark-web?utm_source=mbtwitter

Le rotte dei trafficanti di coca

Container Ship

 

L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze ha pubblicato nel suo rapporto annuale  del 2016 alcune interessanti analisi sulle modalità di trasporto dei narcotici all’interno del lucroso mercato europeo da parte delle organizzazioni criminali. Il rapporto descrive in maniera molto dettagliata gli itinerari e i metodi di contrabbando da queste utilizzati.

L’America Latina riveste ancora un ruolo estremamente importante nella produzione della cocaina diretta in europa. Colombia, Brasile e Venezuela sono oggi i paesi di partenza della droga destinata ai mercati del vecchio continente. E ‘da questi tre paesi, dunque, che la coca viene spedita. Le tecniche e le rotte utilizzate per attraversare l’Atlantico sono numerose: si va dalle navi container agli yacht privati, fino all’impiego di aerei, sia privati che di linea.

La crescente rilevanza assunta del Brasile nelle direttrici del traffico di droga lascia immaginare come la Bolivia e il Perù abbiano esteso il loro ruolo di fornitori dei trafficanti europei. Il traffico della cocaina colombiana attraverso il Venezuela, grazie al confine estremamente poroso tra i due paesi, è aumentato in maniera rilevante. Anche Ecuador e Argentina sono importanti punti di partenza dei traffici, e non solo per quel che riguarda la coca.

Per movimentare la “neve” attraverso l’Atlantico i trafficanti utilizzano come base d’appoggio logistica, principalmente i Caraibi e l’Africa occidentale. A questi si deve aggiungere anche l’America centrale, la cui rilevanza come luogo di deposito è in crescita. Per quanto riguarda il trasporto di droga dall’America del Sud verso l’Europa, le diversità e il gran numero di possibilità offerte dalle rotte via mare fanno del trasporto marittimo l’opzione preferita dalle organizzazioni criminali. I trafficanti spediscono la coca all’interno di navi container, oppure nascosta all’interno di navi commerciali, rendendone particolarmente complessa l’individuazione da parte delle autorità di polizia.

Alcuni paesi europei sono più colpiti di altri dal traffico di stupefacenti. Nel 2014, in Francia, Spagna, Belgio e Olanda è stato complessivamente sequestrato l’80% delle 61,6 tonnellate di cocaina approdate in Europa. I maggiori porti continentali – Rotterdam in Olanda e Anversa in Belgio – sono i principali punti di accesso. A Rotterdam, ad esempio, vengono controllati 50.000 container ogni anno, che rappresentano solo lo 0,45% degli 11 milioni di container che passano in un anno attraverso quel porto. Rotterdam non è però l’unico hub europeo coinvolto nel traffici di stupefacenti: Valencia in Spagna e Amburgo in Germania, sono solo due di quelli più utilizzati dalla criminalità organizzata.

Le organizzazioni criminali colombiane e italiane continuano a dominare i flussi di cocaina diretti in Europa, in collaborazione con gruppi olandesi, inglesi, spagnoli e nigeriani. I Paesi Bassi e la Spagna sono invece i principali centri di distribuzione europei.

Dalle rotte seguite sembra che negli ultimi tempi i trafficanti preferiscano transitare per i Caraibi piuttosto che per l’America Centrale, prima di arrivare in Europa, mentre in passato prediligevano l’ America Centrale prima di attraversare l’Atlantico.

La teoria secondo cui i Caraibi sarebbero di nuovo il luogo di transito privilegiato rispetto all’ America Centrale risale al 2010. Diverse risultanze recenti l’ hanno sia confermata che smentita. Negli anni recenti le autorità hanno esercitato una pressione sempre più forte sulle organizzazioni criminali presenti in America centrale ed in Messico. E questa sembrerebbe essere la ragione per cui i Caraibi siano tornati ad essere il punto di transito preferenziale nel traffico della cocaina, dopo essere stati molto popolari negli anni 1980. Tuttavia, se la rotta per i Caraibi sembra tornata ad essere la più importante per il traffico diretto verso il vecchio continente, l’ America centrale rimane il corridoio principale per il traffico diretto verso il Nord America.

Oggi, le tecniche di trasporto utilizzate dalle organizzazioni criminali per aggirare i controlli sono sempre più numerose e complesse.

Il crescente utilizzo di container nelle spedizioni di cocaina dimostra come i circuiti criminali stiano approfittando dell’aumento complessivo del traffico marittimo per gestire il loro business. Tra le nuove tendenze, particolarmente popolare è divenuta una tecnica chiamata “rip-on / rip-off”  che si basa sull’impiego di funzionari portuali corrotti che nascondono la droga nei container già controllati, rompendo il sigillo di sicurezza e sostituendolo con un altro, identico a quello originale. Nascondere la cocaina in merci deperibili garantisce inoltre un passaggio più veloce della droga attraverso i controlli.

Non è sorprendente il fatto che i trafficanti di droga sfruttino le rotte marittime, in quanto il commercio via mare è un settore trascurato nella lotta contro la criminalità organizzata, il che garantisce loro una copertura perfetta.

Inoltre, il basso livello di attenzione, la corruzione e la mancanza di mezzi da parte di molti porti rende il compito dei trafficanti che impiegano le navi, molto più semplice. Questo è in particolare il caso del Perù, dove i cartelli messicani controllano le rotte della droga che partono dal Pacifico dirette in Europa.

La maggiore severità nei controlli da parte delle autorità ha spinto le organizzazioni criminali ad essere molto più creative ed originali per tentare di sopravvivere. Tra le nuove tecniche di contrabbando segnaliamo ad esempio la trasformazione della cocaina dallo stato solido a quello liquido, ed al correlato suo occultamento all’interno delle protesi mammarie.

L’importanza dell’Europa nel traffico mondiale di cocaina non è da prendere alla leggera. I margini per i trafficanti sono sempre più elevati mentre di converso il mercato statunitense è oramai saturo, elementi questi che indicano la possibilità di un ulteriore incremento di attività per i prossimi anni. (cm)

Il mercato europeo della droga

eroina

 

E’ uscita in aprile la 21esima analisi annuale dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) con sede a Lisbona.  E’ una relazione puntuale ed aggiornata sul consumo di droga nel vecchio continente; essa contiene inoltre un’analisi dei problemi connessi alla droga ed ai suoi mercati, oltre all’indicazione di alcune informazione sulle politiche e le pratiche in tema di riduzione del danno. I dati si basano sulle relazioni nazionali fornite dai vari paesi membri, in particolare dai loro punti focali (Reitox), ovvero le autorità nazionali presenti anche in Turchia e Norvegia, dislocate nei vari stati, che impartiscono le informazioni sul consumo di droghe.  Scopo del lavoro è quello di fornire una panoramica sintetica della situazione europea del commercio e del consumo delle sostanze psicotrope.

Il dato che emerge è lo spazio sempre più importante assunto da consumo abituale di più sostanze psicotrope, oltre al maggiore utilizzo degli stimolanti, dalle nuove sostanze psicoattive ai farmaci, fino alla cannabis potenziata, il cui consumo risulta particolarmente problematico. L’analisi delle sostanze consumate mostra come gli oppiacei continuino a rappresentare in Europa un problema serio che si riflette nel loro impatto sia in termini di mortalità che di morbilità.

Esiste in particolare una relazione di succedaneità tra eroina e oppioidi sintetici: si tratta in genere di antidolorifici molto potenti quali il Fentanyl e l’OxyContin, che negli Stati Uniti hanno creato una forte dipendenza, spesso sfociata nell’assunzione dell’eroina.

L’effetto devastante di questa correlazione è stato quello di un aumento esponenziale dei decessi per overdose.

Tale correlazione tra oppiacei naturali e sintetici ha generato un aumento delle complessità delle dipendenze e del loro trattamento, anche in ragione dell’elevata età media dei soggetti affetti da dipendenza ed alle correlate maggiori criticità.

I dati nazionali che prendono in esame le analisi delle acque di scarico ed i ricoveri ospedalieri vedono da quest’anno aggiungersi anche quelli sulla situazione nelle varie città, forniti dalle reti europee di ricerca; ciò rende possibile comprendere in maniera più completa sia i nodelli di consumo, sia i danni che ne derivano.


Poliassunzione e prossimità dei luoghi di produzione

Dai dati forniti emerge una crescita generale in relazione al consumo della cannabis  e degli stimolanti, così come in crescita è la purezza e la potenza per quel che riguarda in generale tutte le sostanze psicotrope illecite. La tendenza registrata è quella di un incremento non consistente nel consumo delle sostanze tradizionali, oltre ad un forte aumento di quelle innovative. Possiamo dire che il mercato della droga è particolarmente complesso, e che alle sostanze tradizionali si sono affiancate in maniera importante i farmaci ed altri tipi di stimolanti, evidenziando come la cifra delle nuove forme di dipendenza sia rappresentata dalla poliassunzione.

Altro dato emergente è che gli sforzi di contrasto al commercio delle sostanze illecite siano stai in questi ultimi anni resi più complessi dalla localizzazione in Europa dei centri di produzione, sia per quel che riguarda la cannabis che per quanto concerne le nuove sostanze psicoattive. Il mercato, dunque, si è avvicinato ai consumatori, riducendo i rischi ed i costi connessi al trasporto.


Il ritorno dell’MDMA

Una delle più recenti tendenze registrate in Europa è il ritorno del consumo di MDMA, comunemente nota come Ecstasy, un composto sintetico ottenuto dal safrolo, sostanza che si trova in natura nella noce moscata e nella vaniglia.

Attualmente i precursori vengono ottenuti da nuove fonti: le nuove tecniche di produzione recentemente introdotte hanno generato un processo produttivo del tipo just-in-time, che consente ai trafficanti di produrre la sostanza illecita in base alla domanda, senza necessità di creare scorte. Il prodotto finito viene quindi commercializzato on-line, spesso sul darkweb, in diversi formati: si va dalle polveri, ai cristalli, alle classiche pasticche dall’elevato dosaggio, caratterizzate da colori e da simboli differenti, a seconda del produttore e del principio chimico impiegato.


Il consumo di stimolanti e i danni correlati

A livello nazionale, dall’incrocio dei dati sulle analisi delle acque reflue con quelli dei sequestri di sostanze psicotrope operati dalle forze di polizia, emergono informazioni compatibili che mostrano differenze regionali nei modelli di consumo. Se nei paesi dell’Europa occidentale e meridionale il consumo di cocaina sembra essere più elevato, in quella settentrionale ed orientale risulta essere più diffuso quello di anfetamine. Altro dato importante registrato è l’aumento in generale del grado di purezza della sostanza psicotropa, sia per quanto riguarda la cocaina che le anfetamine, e il tutto a parità dei prezzi.

Emergono tuttavia problemi in relazione alle politiche di riduzione del danno, in particolare in ordine all’aumento del numero di persone che entrano in trattamento per problemi connessi al consumo di nuove anfetamine. Dai soggetti entrati per la prima volta nei centri di riabilitazione emerge come circa la metà di questi abbia dichiarato che l’assunzione della droga sia avvenuto per via parentale.

Per quanto riguarda il consumo di cannabis, alcuni paesi hanno recentemente (2013) condotto un’indagine dai cui dati emerge un aumento del consumo di tale sostanza.

Le stime europee più recenti mostrano come, in termini di valore, la cannabis detenga tra le varie sostanze psicoattive illegali, la quota di mercato più elevata. Inoltre i reati legati al consumo ed al possesso di cannabis rappresentano circa i tre quarti di tutti quelli connessi all’uso di stupefacenti. Il contrasto a questo genere di attività, in base alla normativa attuale, comporta un dispendio molto elevato in termini di uomini e di mezzi da parte delle forze di polizia. Collegando questo dato con il fatto che la  produzione della cannabis sia attualmente controllata dalle organizzazioni criminali, da più parti è stato introdotto il dibattito, già ad uno stadio avanzato negli Stati Uniti, sui costi e sui benefici di una eventuale liberalizzazione.

Secondo i dati forniti a livello nazionale si stima che l’1% degli adulti europei faccia uso quotidiano o quasi quotidiano di cannabis. Più in particolare nella fascia di età 15-34 anni sono 16,6 milioni gli europei che ne hanno fatto uso nell’ultimo anno, mentre in quella 15-64 sono 22,1 milioni; 83,2 milioni sono invece gli europei che hanno fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita.


Nuove sostanze psicoattive

Dai dati relativi ai sequestri segnalati nel 2014 emerge come per circa il 60% dei casi si sia trattato di cannabinoidi sintetici. Tra le 98 tipologie di nuove sostanze psicoattive complessivamente sequestrate nel 2015, questi rivestono un ruolo di primo piano, con una incidenza pari a 24 sulle 98 totali.

I cannabinoidi sintetici si legano ai recettori cerebrali: il principio attivo che agisce su di essi è il tetraidrocannabinolo (THC), presente anche nella cannabis naturale. Dal punto di vista della tossicità i cannabinoidi sintetici sono più dannosi, tanto da generare avvelenamenti di massa e in alcuni casi anche decessi. L’allarme era stato evidenziato dall’Osservatorio in relazione all’MDMB, sostanza che aveva causato ben 13 decessi e 23 intossicazioni. Un’altro esempio di stimolante dannoso è dato dal catione sintetico alfa-PVP, responsabile di circa 200 intossicazioni e di oltre 100 decessi in tutta Europa. Abbiamo già accennato ad alcuni oppiacei sintetici non controllati e molto pericolosi, ed in particolare al Fentanyl, che negli Stati Uniti è stato responsabile in alcuni Stati di epidemie di overdose, ed il cui contrabbando viene attualmente gestito dai cartelli della droga messicani.


Il ritorno dell’eroina: l’aumento dei decessi e la riduzione del danno

Un’altra tendenza riscontrata nei dati forniti dai vari paesi europei è costituita dal ritorno dell’eroina, fenomeno che desta particolare preoccupazione. Nei vari decessi registrati di overdose, infatti, l’eroina  costituiva la principale causa.

Oltre a ciò l’eroina rappresenta, nelle più importanti città europee, la principale causa di emergenze ospedaliere dovute a sostanze psicotrope. Nei paesi dell’Europa meridionale in cui l’eroina e gli altri oppiacei rappresentano una piaga di lunga data, sono stati registrati numerosi decessi per overdose. Si tratta di consumatori in età avanzata, e non vi sono dati che dimostrino un aumento di quelli nuovi. Tra le cause, oltre ad una maggiore offerta da parte del mercato, si tratta di eroina prodotta in Afghanistan, anche la maggiore purezza della sostanza, oltre alle nuove modalità di assunzione quali l’alternanza con farmaci o oppiacei sintetici. Anche se il numero di persone entrate in trattamento è rimasto costante, sono stati registrati in alcuni paesi diversi casi di overdose da parte di consumatori giovani. Nei paesi con una tradizione nel consumo di eroina, al fine di ridurre i casi di decesso viene fornito dai presidi socio-sanitari il naloxone, sia ai consumatori di oppiacei che ai tossicodipendenti; si tratta di un farmaco antidoto per l’overdose. Recentemente negli Stati Uniti è stato introdotto un preparato a base di naloxone somministrato per via nasale, la cui diffusione potrebbe essere introdotta anche in Europa. (cm)

Il ruolo di Campennì in Mafia Capitale

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Uno degli argomenti su cui i magistrati che indagano su Mafia Capitale si sono interrogati è quello delle ragioni che avrebbero spinto Salvatore Buzzi e Massimo Carminati ad associare Giovanni Campennì al sodalizio criminale. Mentre l’associazione alla gestione del CARA di Cropani aveva un senso nella misura in cui l’attività in cui quest’ultimo si sostanziava necessitava di una tutela, anche in virtù di una serie di incendi dolosi appiccati in quel periodo da ignoti ai mezzi meccanici della cooperativa 29 giugno, le ragioni che spalancano le porte dell’associazione Mafia Capitale alla famiglia Mancuso di Limbadi appaiono di difficile individuazione. E’ vero, come risulta dall’ intercettazione dell’11 maggio 2014 che, in occasione delle elezioni europee del 2014  Buzzi abbia offerto a Gianni Alemanno i voti degli ‘ndranghetisti impiegati nelle sue cooperative: “nostri amici del sud, che stanno al sud, che ti possono dare una mano co’… parecchi voti“, diceva Buzzi.

Il 18 dicembre 2015 Gianni Alemanno è stato rinviato a giudizio per corruzione e finanziamento illecito dei partiti. In precedenza, il  23 marzo 2015 sempre Alemanno era stato rinviato a giudizio, insieme ad altre sette persone, per un presunto finanziamento illecito, in relazione alle elezioni regionali del 2010. In nessuno dei due rinvii gli è stato contestato il reato di voto di scambio.

Non è dato sapere se i voti in questione siano la principale ed unica motivazione che abbia spinto i vertici del sodalizio criminale a rinunciare ad un appalto da oltre 218 mila euro, quello del mercato Esquilino per intenderci, affidato in subappalto alla cooperativa Santo Stefano. Ciò che è certo è che dal marzo 2009, anno di abbandono del CARA di Cropani, al luglio 2014, anno di inizio delle attività della Santo Stefano, Salvatore Buzzi ha continuato ad intrattenere rapporti stabili di tipo lavorativo con Giovanni Campennì e la sua famiglia.

Le prove di tale continuità le possiamo verificare oltre che dai fax inviati all’avvocato Guido Contestabile, datati rispettivamente 2 luglio 2010 e 1 marzo 2011, e con i quali Buzzi si impegna ad offrire al Campennì un’attività lavorativa attraverso le cooperative da lui gestite, in forza della collaborazione da lui resa, anche da una visita compiuta da Buzzi in Calabria. Campennì sta trascorrendo un periodo agli arresti domiciliari a seguito di una condanna, e non e’ dunque libero di muoversi. Durante tale periodo, ed in particolare il giorno 24 novembre 2012, il Reparto anticrimine del ROS di Catanzaro, in collaborazione con il ROS di Roma, effettua nei confronti di Buzzi una serie di attività di rilevazione tecnica.

In particolare da alcune intercettazioni telefoniche, precedenti e successive a tale data, vengono registrate una serie di conversazioni tra Buzzi e Campennì, dalle quali emerge come il primo si sia recato in Calabria, ed in particolare a Limbadi ed a Nicotera, paese quest’ultimo dove Campennì risiede assieme alla famiglia.

Dai dati relativi alle celle telefoniche agganciate dal cellulare di Buzzi risulta come proprio il giorno 24 novembre 2014 Campennì e Buzzi si trovassero nello stesso luogo, vale a dire a Limbadi.

Motivo del viaggio era, probabilmente, la firma di alcune carte di lavoro, relative ad accordi ai quali lo stesso Buzzi si era unilateralmente vincolato.

Il 23 novembre 2012 Campennì, intercettato, chiama Buzzi e quest’ultimo gli conferma la sua visita in Calabria per il giorno successivo; quel giorno Buzzi dice al suo interlocutore che sarebbero stati insieme, e che sarebbe arrivato a Limbadi con la moglie Alessandra e la figlia Elettra. A Nicotera l’auto giunge alle ore 12:57 del 24 novembre, come dimostrano le intercettazioni.

Ma prima di Nicotera l’auto raggiunge il centro di Limbadi, dove si ferma in corrispondenza di via Giovanni Falcone. In maniera concitata Buzzi scende dall’auto, la quale gira e prosegue il suo viaggio verso Nicotera con a bordo la Garrone, la figlia e l’autista. Buzzi si muove così velocemente da sfuggire, anche se solo per pochi ma fondamentali secondi, all’occhio di chi lo sta sorvegliando. E così gli uomini del ROS non riescono ad individuare l’immobile nel quale entra. Solo alcune ore dopo i militari individuano la palazzina dalla quale Buzzi esce, scoprendo poi come in quello stesso edificio vi abbia la residenza e lo studio professionale tale Pantaleone Di Mundo, commercialista di Campennì. Alle ore 13:10 i militari del ROS intercettano alcuni istanti molto importanti di una conversazione telefonica: Salvatore Buzzi cerca di contattare senza successo la sua ex moglie, Silvana Costantini; dai pochi istanti di attesa della risposta i militari riconoscono in sottofondo le voci di Giovanni Campennì e della moglie Stefania Rascaglia.  Il 24 dicembre 2012 Campennì conclude il suo periodo di detenzione ai domiciliari e l’ 11 gennaio 2013 Buzzi lo contatta per informarlo sulle novità.

Buzzi lo aveva incaricato di trovare un centro in Calabria da adìbire a CARA e Campennì lo informa di averlo trovato, e di avere anche individuato del personale da impiegare nel centro.

Buzzi: “Tutto a posto, a posto, tu come stai?”

Campennì: “Io bene, bene”

Buzzi: “Da uomo libero”

Campennì: “Son già, sono già”

Buzzi: “Pronto?”

Campennì: “Pronto, mi senti?”

Buzzi: “Si, ecco, sei già?”

Campennì: “Sono già, sono già operativo”

Buzzi: “Bravo, bravo”

Campennì: “Eh, già, diciamo che ho trovato il camper che gli serve. Oggi mi mandano la mail con tutte le caratteristiche, così gliela giro, e mi dicono, almeno almeno quello che ho capito io, io non devo anticipare niente, io qui sono come…”

Buzzi: “No, no”

Campennì: “Come, sono come, sono loro referente da come ho capito”

Buzzi: “Esatto. Però, siccome tu sei generoso, poi magari anticipi, per poi prendere i soldi”

Campennì: “Vabbè, ok Salvatore, io non perdo, non perdo gli amici per soldi; tranquillo al 100%, la loro…non è lo stesso. Ieri hanno fatto…gli hanno fatto la festa, per dire la verità”.

Il 22 gennaio 2013 Buzzi chiama Luca Odevaine per fissare un incontro con Giovanni Campennì, descrivendo quest’ultimo  come: “…quel nostro amico che stava…che hai incontrato giù…”; i due fissano poi di incontrarsi alle 15.30 in via Poliziano. (cm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Campennì e quei soldi versati alla Santo Stefano

oMC

Nella cooperativa Santo Stefano sembra non regni la pace.

Dopo lo screzio iniziale tra Guido Colantuono e Rocco Rotolo, subito rientrato anche grazie all’intervento di Salvatore Buzzi, appena tre mesi dopo l’inizio delle attività, nel mese di ottobre, ecco arrivare un nuovo litigio; stavolta la ragione del contendere sembra più concreta trattandosi di interessi economici, e cioè i criteri di suddivisione degli utili.

E’ il 9 ottobre 2014 e Giovanni Campennì giunge a Roma in treno per un appuntamento con Salvatore Buzzi in via Pomona. Alle ore 12.15 Campennì è già negli uffici della cooperativa, ed i microfoni del ROS registrano una conversazione tra Campennì, Gammuto e Buzzi. Quest’ultimo elenca al Campennì le lamentele che gli vengono mosse dagli altri soci della Santo Stefano, ed in particolare da Rocco Rotolo, Salvatore Ruggiero e Vito Marchetto.

Buzzi: “Non hanno le idee chiare; se ci stanno 100 lire di utile, a chi vanno ‘ste 100 lire? Definisci questo con loro”

Campennì: “Eh, lo abbiamo definito, ne abbiamo parlato

Gammuto: “Vabbè, tè, dai”

Buzzi: “A chi vanno ‘ste 100 lire, scusa?”

Campennì: “70% vanno pemmia (a me) che caccio i soldi, e il 30% e lo sanno”

Buzzi: “E, non ce stanno”

Campennì: “E non ce stanno, che cazzo vogliono da me”

Buzzi: “E non ce stanno, è questo il problema, lo vedi? E diglielo però”

Campennì: “Ma gliel’ho detto. E quanto cazzo ne vuole. Io metto i soldi, scusami. Metto i mezzi, metto chiddo (quello). E scusatemi un minuto: vengo qui…ma Salvatore mio, non sanno niente perché? Come non sapevano le cose di prima che ne abbiamo parlato cento volte. Ma io non lo so, ma scusami Salvatore, arrivo qua io, no?”

Buzzi: “Glielo devi di, Giovanni. Io ho garantito per tutti, io con la mia casa, e non ho mai preso una lira”

Campennì: “Io con la mia casa non garantisco a nessuno”

Buzzi: “E allora vedi, diglielo”

Campennì: “Io la casa ho preso e me la sono sudata. A me la casa non me l’ha regalata nessuno”

Buzzi: “Glielo devi dire”

Campennì: “Lo sanno, perché non sono andato a fare il fido, e sto cacciando i soldi mese per mese. E come li giustifico? Che mestiere faccio?”

Buzzi: “E che te devo di? Diglielo però, diglielo”

Campennì: “Una volta Michele (Galati Michelino), una volta io, una volta quello. Devo giustificare i soldi che vado a mettere, mi segui? Allora io sono tranquillo”.

Sulla base delle rivelazioni di Campennì, il ROS effettua una verifica sul conto della cooperativa Santo Stefano, aperto il 25 giugno 2014 presso la Banca Tercas.

Dai resoconti i militari scoprono che, effettivamente, fino al 25 giugno il saldo del conto era pari a zero. Il 25 giugno viene registrato un primo versamento in contanti di 150 euro. Nell’estratto conto del 30 settembre risulta che il giorno 3 settembre viene effettuato un accredito da parte di Galati Michelino, l’intestatario della Società Sole Mare acquirente della Eugenio Campennì, la società del padre di Giovanni, nonché suo braccio destro, di 13 mila euro.

Proseguendo con l’estratto conto del 31 dicembre, il giorno 7 ottobre risulta un accredito di 12 mila euro da parte della società La Fenicie Servizi, intestata a Stefania Rascaglia, moglie di Giovanni Campennì. Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, sempre la società La Fenice bonifica la somma di 12.500 euro. Di medesimo importo è il bonifico effettuato sempre dalla società La Fenice il giorno 21 novembre.

L’incontro di Campennì con Buzzi termina alle ore 12:55; una volta uscito dalla cooperativa, Giovanni telefona, alle ore 13:04, a Rocco Rotolo, col quale fissa subito dopo un incontro.

Il giorni successivo, il 10 ottobre, Campennì si reca nuovamente negli uffici di via Pomona, per incontrare Buzzi; questa volta però si tratterà di un confronto con gli altri soci della Santo Stefano, poiché oltre a Buzzi saranno presenti anche Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero. Il giorno 16 ottobre alle ore 10:37 il ROS intercetta una conversazione tra Campennì e un altro socio lavoratore della Santo Stefano, Vito Marchetto; quest’ultimo gli comunica che alla fine del mese di dicembre ha intenzione di lasciare la cooperativa. Marchetto era stato individuato sia da Buzzi che da Campennì quale referente della Santo Stefano, in relazione agli affari attinenti al mercato Esquilino. Lo stesso giorno, alle ore 16:23, i militari intercettano una conversazione tra Marchetto e Rotolo, nella quale il primo comunica al secondo la sua intenzione di lasciare la Santo Stefano alla fine del mese di dicembre. Marchetto comunica anche la reazione negativa avuta da Campennì dopo avergli comunicato la notizia. In questa circostanza Rotolo mostra segni di preoccupazione, essendo tenuto ad informare i Mancuso di quanto sta accadendo.

Rotolo: “Sai che cosa mi preoccupa a me, che qualcuno dei suoi (di Campennì) viene da me e mi dice: me la spieghi questa situazione com’è? E poi, la, sono sicuro che gli menano, hai capito? Perché io gli devo dire la verità davanti agli uomini. Non è che gli posso dire una cretinata”

Marchetto: “E certo, la verità. Bisogna dire la verità, Rocchì. Non possiamo dire le bugie, sempre la verità va detta”

Rotolo: “E mi preoccupa quello. Che qualcuno mi chiama per chiedermi se gli spiego la situazione. Sempre se, per favore, gli spiego la situazione. Non pensare che io sono obbligato a spiegarla. Che a me non mi interessa di nessuno”

Marchetto: “Però, sai, l’onestà in certi ambienti è meglio averla fino in fondo, quindi”

Anche se non vengono citati esplicitamente, secondo gli investigatori gli interlocutori ai quali fa riferimento Rocco, quel “qualcuno dei suoi” riferendosi ai parenti di Campennì, sarebbero il clan ‘ndranghetista dei Mancuso. La convinzione deriva da precedenti conversazioni intercettate tra gli stessi interlocutori aventi come oggetto il medesimo argomento, la famiglia Mancuso. Vale a dire quelle stesse persone che presentano Giovanni Campennì a Rocco Rotolo quando quest’ultimo si reca nel 2008 a Limbadi, inviato da Buzzi, a chiedere la protezione per il Cara di Cropani Marina. (cm)   

Buzzi e Campennì: un legame ininterrotto

Osso Mastrosso e Calcagnosso

Il contratto di gestione del CARA di Cropani Marina, affidato in via diretta alla cooperativa 29 giugno dalla prefettura di Catanzaro a causa dell’urgenza dettata dal sovraffollamento del CPT di Crotone, aveva una durata di sei mesi, dal 20 ottobre 2008, al 31 marzo 2009, per un compenso pari a 1.3 milioni di euro.

Tuttavia dal marzo del 2009 al 1 luglio 2014, data di inizio delle attività di quella che Salvatore Buzzi ha soprannominato petalosamente “la cooperativa di ‘ndranghetisti”, i rapporti tra quest’ultimo e Giovannì Campennì, espressione diretta della cosca dei Mancuso di Limbadi, non si interrompono. Anzi, sarà proprio per impulso di Buzzi che la protezione offerta al Cara di Cropani si trasformerà in un sodalizio stabile, o per lo meno queste sembrano essere le sue intenzioni.

Nella perquisizione effettuata presso l’abitazione di Giovanni Campennì l’11 dicembre 2014, vengono sequestrati una serie di documenti che attestano pregressi e continuativi rapporti tra il Campennì ed alcune cooperative riconducibili a Buzzi.

In particolare, oltre ad una serie di foto che ritraggono insieme Buzzi e Campennì con le relative consorti, viene sequestrato un fax datato 2 luglio 2010, inoltrato in tale data dalla cooperativa Formula Ambiente, riconducibile al consorzio presieduto da Buzzi, all’avvocato calabrese Guido Contestabile. Si tratta di un fax contenente la copia di un documento a firma Salvatore Buzzi, nel quale questi attesta come Giovanni Campennì abbia collaborato  con il consorzio Formula Ambiente dal mese di agosto 2009 al mese di gennaio 2010. Il fax si conclude con l’impegno da parte dello scrivente ad offrire al Campennì un’opportunità lavorativa in una delle attività svolte dalle cooperative a lui facenti capo, all’interno dei confini della regione Lazio.

Sempre nell’abitazione di Campennì viene sequestrato un altro fax  contenente un documento intestato alla coop 29 giugno, datato 1 marzo 2011, e indirizzato sempre all’avvocato Guido Contestabile.

Nel documento viene scritto come Giovanni Campennì si sia adoperato per reperire alcune strutture immobiliari idonee alla realizzazione di alcuni progetti sociali. Anche qui Buzzi si impegna ad offrire a Campennì un’attività lavorativa presso una delle attività svolte dal consorzio di cooperative a lui riconducibili, nei territori della regione Lazio.

Da una veloce verifica su fonti aperte risulta che un penalista di nome Guido Contestabile ha fatto parte del collegio difensivo di alcuni degli imputati del processo relativo all’inchiesta denominata “Impeto”, con la quale la Dda di Catanzaro aveva chiamato alla sbarra i principali esponenti del clan Mancuso di Limbadi, con pene che andavano dagli otto ai sedici anni di reclusione. Principali imputati erano pantalone Mancuso detto “l’ingegnere”, per il quale il pm della Dda Camillo Falvo evava chiesto 16 anni, e Diego Mancuso, per il quale la richiesta era di 14 anni. Oltre a questi due erano imputati anche Francesco Mancuso, “tabacco”, a 8 anni, Giovanni Mancuso a 12 anni, Domenico Mancuso a 8 anni, figlio del boss Giuseppe detto “Peppe ‘mbrogghia” il reggente del clan, e Salvatore Cuturello a 8 anni, genero di Giuseppe Mancuso. E’ proprio di quest’ultimo, oltre che dell’altro coimputato Salvatore Valenzise per il quale l’accusa aveva chiesto 11 anni, che l’avvocato Contestabile aveva seguito la difesa. Difesa che ha visto riconoscere le proprie regioni, dato che tutti gli imputai sono stati assolti per non avere commesso il fatto. Le accuse andavano dal sequestro di persona, all’usura, all’estorsione e alla violenza privata. (cm)

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