Hand-of-gold

 

Immaginate un’azienda di medie dimensioni, economicamente sana, che realizzi un prodotto di lusso, fiore all’occhiello del made in Italy, del design e della manodopera italica. Un prodotto che si vende in tutto il mondo, a giudicare dalla rete di punti vendita diretti dislocati in trenta paesi, tra i quali Francia, Inghilterra, Svezia, Germania e Spagna e Danimarca. Immaginate una ricca famiglia che possieda, tramite una holding, una cassaforte finanziaria, le chiavi di questo impero, partendo dall’attività di progettazione e di design, ai laboratori di realizzazione del prodotto, fino ai punti vendita sparsi per il mondo, escluso il rifornimento della materia prima.

Continuate ad immaginare il rampollo di questa famiglia, un giovane manager il quale, apparentemente senza una valida ragione, decida di percorrere i sentieri poco battuti dell’illegalità e scelga, in accordo con il padre-capofamiglia oltre che presidente del gruppo, di concludere un affare importante. Niente di eclatante, stiamo parlando di quel genere di reati tipici dei colletti bianchi, come l’evasione fiscale o la violazione delle norme per l’importazione di materie prime, o al massimo il riciclaggio. E’ si , perché il personaggio di cui stiamo parlando si sta anche costruendo una villa in un noto paradiso fiscale, uno di quei posti in cui basta pagare un avvocato per avere, in poco tempo, una società off-shore in cui, in base all’ atto costitutivo, il responsabile legale, cioè a dire la persona cioè che risulta sui documenti ufficiali, è un figurante, una testa di legno che di lavoro fa proprio questo, intestarsi società per conto di beneficiari che desiderano restare nell’ombra. Ma perché tanta voglia di nascondersi dietro lo schermo della società off-shore e del suo rappresentante legale a nolo? In genere per ragioni fiscali, visto che lo scopo di tali società è prevalentemente quello dell’ intestazione di beni di ingente valore, sottraendoli alla tassazione del paese in cui risiede il loro titolare, si va dai pacchetti di controllo di holding societarie, a palazzi o a ville di lusso, fino ad arrivare alle auto supercostose o ai mega yacht con bandiera rigorosamente dello stato off-shore ospitante.

Ma se il 60% del denaro off-shore proviene dalla grande evasione fiscale delle società e il 25-30% dalla sottrazione di risorse pubbliche e dalla corruzione da parte di ex capi di stato, ministri o manager di aziende statali, la restante parte, il 10-15%, è rappresentata dal denaro frutto di attività illegali, come il commercio della droga. Proviamo ancora ad immaginare come la persona che intenda commettere tale reato, decida di acquistare in nero la materia prima che costituisce la base del suo business. Ma per fare ciò debba recarsi direttamente nel paese straniero in cui essa viene prodotta, con una discreta somma di denaro contante ben nascosta. Dato che l’azienda di famiglia ha anche un’immagine da curare e dunque non dispone di fondi neri, immaginiamo che il nostro personaggio decida di rivolgersi a degli usurai, posto che tutta la transazione deve avvenire rigorosamente al di fuori dal bilancio aziendale, chiedendo loro una cifra di denaro contante compresa tra i 60 e i 100 mila euro. Gli strozzini in questione altri non sono che Massimo Carminati e Riccardo Brugia, ai quali il nostro protagonista si affida. Senza alcun preavviso Brugia sarà in grado di rimediare, in 24 ore, solo 30 mila euro in contanti; gli altri 30 mila arriveranno da un altro usuraio, una vecchia conoscenza dell’ambiente, che opera nella zona sud di Roma. Dalla teoria del Mondo di Mezzo, quella che il Carminati sociologo descriveva in quell’intercettazione famosa del bar di Vigna Stelluti, secondo cui “i vivi (stanno) sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo”, dove quel mezzo è rappresentato dal mondo in cui ” tutti si incontrano…persone di un certo tipo…di qualunque…ceto…non per una questione di ceto…per una questione di merito, no?”, si ha la teorizzazione della vicenda appena descritta, realmente accaduta. E si comprendono anche le dinamiche che vedono appartenenti a mondi socialmente distanti, incontrarsi in un luogo ideale, una sorta di camera di compensazione attraverso cui soddisfare reciproche necessità: “allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno…”.

E’ qui, dunque, nel mondo di mezzo, il luogo dove “tutto si mischia”, l’alto col basso, l’imprenditore con lo strozzino, che avviene quella reciproca soddisfazione di interessi che conduce ad un accordo di “scopo”. La fascinazione che il giovane rampollo manager ha per Carminati, il quale non ha chiesto nulla a garanzia del prestito concesso, a differenza dell’altro strozzino che invece ha preteso la consegna di alcuni orologi di valore, è tale e tanta da spingerlo ad offrirgli una compartecipazione nel business. Chiaramente non nell’impresa di famiglia, ma nel business dell’off-shore, quel ramo di attività molto opaco ma assai redditizio di cui il nostro giovane rampollo si stava occupando prima dell’operazione di “importazione parallela di materia prima”.

E’ tutto scritto, nero su bianco, nella prima ordinanza dell’inchiesta Mondo di Mezzo, per intenderci quella che il 4 dicembre 2014 ha portato in carcere Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, assieme ai loro associati, all’interno di quella che la procura di Roma ha descritto come un’organizzazione a carattere mafioso, originale, in quanto contraddistinta da caratteri propri, esclusivi, non paragonabili a quelli di altre organizzazioni mafiose, e originaria, capace cioè di mettere a frutto il capitale accumulato attraverso l’esercizio pregresso e prolungato nel tempo, di attività criminali di vario genere, si va dal commercio della droga alle rapine in banca, passando per il sequestro di persona e l’usura.   

Si sta parlando, dunque, non di un’organizzazione criminale stracciona, priva di mezzi e di strumenti per compiere l’attività criminale,  bensì di un’organizzazione potente, capace di disporre di ingenti mezzi, di amicizie influenti, di protezioni, in grado di studiare i modi con cui riciclare e nascondere i proventi della proprie attività illegali, prevedendo e anticipando il sequestro e la confisca del proprio patrimonio. Il tutto attraverso meccanismi studiati a tavolino da professionisti esperti del settore, come il commercialista Marco Iannilli: si va dall’intestazione fittizia di beni e attività, all’acquisto di quadri di valore o di attività commerciali all’estero, in paesi dove non esiste il sequestro preventivo per la sproporzione tra reddito e patrimonio, fino ad arrivare alla società off-shore. (cm)

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