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Il registro pubblico dei titolari effettivi o dei beneficiari ultimi potrebbe contrastare il dilagare di società anonime con sede nei paradisi fiscali, principale strumento usato per nascondere il frutto della corruzione. Ma la politica non sembra rendersene conto.

John Christensen è il responsabile di Tax Juscice Network, un’organizzazione che lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione. Il messaggio che TJN ha lanciato per la prima volta una decina di anni fa sembra ancora perdersi nel vuoto. Christensen racconta come dopo la rivelazione dei Panama Papers, il mese scorso, molti giornalisti si siano accampati per diversi giorni attorno al suo ufficio, cercando di intervistarlo su come porre fine a questo business dell’evasione fiscale.

La corruzione sembra essere tornata in cima alle priorità dell’agenda dei politici di tutto il mondo, grazie soprattutto all’impegno di alcune persone, singoli ed associazioni, che con il loro lavoro hanno permesso di scoprire enormi ricchezze nascoste illegalmente nei paradisi fiscali, creando indignazione nell’opinione pubblica, dopo che la popolazione del pianeta si appresta a terminare l’ottavo anno di grave crisi economica. Alcuni giorni fa, a Londra, si è svolto il primo summit mondiale contro la corruzione, al quale hanno partecipato funzionari pubblici da trenta paesi diversi, inclusi Stati Uniti, Brasile e Nigeria. Gli argomenti affrontati andavano dalle proprietà segrete delle società off-shore alla corruzione nel settore sportivo. Tra le conclusioni del vertice vi è anche la richiesta di un maggiore impegno da parte dei vari governi nazionali. In particolare le associazioni come TJN auspicano dei passi in avanti in materia di trasparenza delle società, nello specifico, nei conti delle società petrolifere ed in quelli delle compagnie minerarie, oltre ad una più intensa collaborazione da parte delle autorità giudiziarie di paesi confinanti nel contrasto alla corruzione trasnazionale.

Tra i maggiori impegni attesi dai governi delle varie nazioni vi è anche quello relativo ad una riforma del regime delle shell companies (shell tradotto diventa guscio). E’ stata infatti accertata l’esistenza di una correlazione tra corruzione e questi particolari strumenti societari; prendiamo ad esempio il caso delle indagini relative al furto di diversi miliardi di dollari ai danni di un fondo statale malese, indagini che si sono focalizzate su alcune shell companies con base nelle isole Seychelles e nei Caraibi.  Ma riuscire a rintracciare fondi di provenienza illecita nel conto corrente bancario di una shell company non avrà molta utilità se non si è in grado di scoprire l’identità della persona, fisica o giuridica, che realmente la gestisce. Questo è l’argomento che letteralmente terrorizza molti uomini d’affari ed anche qualche politico. Una recente inchiesta realizzata da Ernst & Young cha ha preso come campione i dirigenti di alcune società in 62 paesi diversi, ha rivelato come vi sia una maggioranza di consenso nei confronti di una più estesa trasparenza sulla reale proprietà di queste particolari forme societarie. Dunque, anche i principali operatori di mercato vorrebbero conoscere di chi sono e a chi fanno capo le società con le quali entrano in contatto.

Recentemente gli standards normativi internazionali sui beneficiari ultimi di tali società (cioè chi realmente si nasconde dietro lo schermo societario) sono stati resi ancora più selettivi, restando, tuttavia, ancora piuttosto vaghi. Le informazioni dovrebbero essere reperibili in un determinato luogo fisico, che sia un pubblico registro o uno studio di incorporazione di società. Tuttavia in America gli studi di incorporazione non dispongono di una licenza, e le informazioni sui beneficiari ultimi non prevedono un centro di raccolta dati.

La richiesta che da più parti viene avanzata è quella di un unico registro internazionale: una recente direttiva dell’Unione Europea sollecita gli stati membri ad istituire una tale forma di pubblicità per le società anonime, elemento che consentirebbe alle forze di polizia, alle autorità fiscali ed a tutti coloro che ne facciano richiesta a fronte di un interesse legittimo, di poterne avere conoscenza. La Gran Bretagna è andata ancora oltre, lanciando, il mese scorso, il progetto per un registro pubblico accessibile a tutti. Altri paesi come l’Australia e l’Olanda, si sono impegnate a realizzare un regime di pubblicità analogo.

In linea di principio la trasparenza sembra essere una richiesta equa in cambio del privilegio della limitazione di responsabilità. Ma vi sono alcuni problemi pratici. Questo tipo di registri, già esistenti e funzionanti, tendono a svolgere solamente una funzione di archiviazione: essi non verificano le informazioni in entrata, a causa del costo di tale operazione. In mancanza di una verifica effettiva sulle informazioni fornite dai titolari di società anonime coloro che intendono riciclare denaro sporco sono incentivati a fornire dati falsi.

In Gran Bretagna l’ordinamento prevede sanzioni penali per le false dichiarazioni. Ma a meno che tali dichiarazioni non vengano controllate, e le risorse per farlo sono molto limitate, i criminali sono liberi di sfidare la sorte. Il personale addetto alla formazione ha pochi incentivi per fornire una corretta informazione: il monitoraggio del settore, che rientra nell’ambito del Ministero del Tesoro britannico, è quindi scarso. I territori d’oltremare della Gran Bretagna sono contrari all’istituzione di pubblici registri, in parte per motivi di privacy, ma anche perché considerano il loro modello di controllo (gatekeeper) molto più efficace. Questo impone l’obbligo agli studi legali, alle società fiduciarie ed agli altri soggetti addetti alla registrazione, di raccogliere e certificare i documenti di identità dei beneficiari effettivi.I centri off-shore sostengono che sia più pratico ed efficace appoggiarsi agli intermediari regolamentati, più vicine al cliente, che basarsi su registri, rimossi subito dopo la trascrizione e non soggetti alla minaccia di una sospensione della licenza in caso di violazioni.

Nell’isola di Jersey, le informazioni sulla proprietà e sull’origine dei fondi devono essere verificate al momento della registrazione. Il regolatore effettua inoltre dei controlli per garantire che gli agenti tengano aggiornate le informazioni nel caso di cambi di proprietà. In confronto le verifiche affettuate sulla terraferma britannica sono “spazzatura”, sostiene un addetto al registro che ha lavorato con entrambi i sistemi.Per la verità  il modello del gatekeeper non è tutto rose e fiori. Le informazioni sulla proprietà possono in effetti perdersi lungo la catena degli intermediari. Alcuni di questi (sebbene molto pochi) si sono in passato anche accordati con i truffatori.Le indagini sono difficili: il Jersey ha anche arrestato, in passato, alcuni responsabili del registro infedeli; a confronto, la prassi seguita nelle Isole Vergini Britanniche (BVI)  appare una pura e semplice distribuzione di licenze. Tuttavia la realtà concreta ci suggerisce come, malgrado le critiche, negli ultimi anni i centri finanziari off-shore abbiano fatto molto di più per rispettare le norme sul beneficiario ultimo, dei loro colleghi di terra ferma. Ciò può apparire sorprendente alla luce delle rivelazioni fornite dai Panama Papers e da altre fonti, ma gran parte dei dati che essi contengono sono vecchi di 15 o anche 20 anni. Lo studio più completo, “Shell Global Games” di Michael Findley, Daniel Nielson e Jason Sharman, è stato condotto nel 2012. Gli autori hanno inviato 3.773 e-mail a responsabili di uffici di registrazione sparsi per il mondo, fingendosi consulenti che cercavano di incorporare imprese anonime. Gli autori dello studio hanno scoperto come i dipendenti degli uffici di registrazione offshore fossero molto meno disposti a parlare con loro, di quanto lo fossero i loro colleghi dei paesi OCSE.  Non una sola volta l’impiegato dell’ufficio di registrazione, nell’isola di Jersey o nelle Isole Cayman, è caduto nella trappola. Mentre invece, negli Stati Uniti, i colleghi caduti sono stati dozzine.

Gli autori dello studio hanno concluso che l’essere iscritti nelle blacklist dalle autorità finanziarie internazionali  aveva costretto i centri off-shore a seguire delle prassi molto più rigidi, mentre i paesi OCSE, non avendo mai dovuto affrontare una simile pressione, avrebbero continuato ad andare avanti con controlli meno rigidi. Le cose potrebbero cambiare con l’istituzione dei pubblici registri, a patto che tutti i paesi più importanti seguano l’esempio della Gran Bretagna, e che i controlli di polizia e le punizioni in caso di violazioni, siano più severi. Ma Mr Sharman non sembra essere rassicurato dalle dichiarazioni programmatiche dei vari leaders politici. L’autocertificazione senza verifica è, è costretto ad ammettere, il punto debole del modello del registro pubblico. Nel modo in cui esso è attualmente concepito, rischia di essere “totalmente inefficace“.

http://www.economist.com/news/international/21698241-ownership-registries-could-help-end-corporate-secrecy-fosters-corruption

Trad cm

 

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