Cerca

Claudio Meloni

Mese

maggio 2016

Il CARA di Cropani Marina e l’affidamento senza gara

villaggio-alemia

Nell’udienza del 14 marzo del processo a Mafia Capitale il maggiore del ROS, Giorgio Colaci, ha ripercorso la vicenda del CARA di Cropani Marina.

Dall’attività investigativa è emerso come, tra il 2008 ed il 2009, la cooperativa 29 giugno ha gestito presso il villaggio turistico Alemia di Cropani Marina, una struttura di accoglienza per i richiedenti asilo. Tale struttura è stata creata dal Ministero dell’Interno a causa del sovraffollamento dei migranti presenti nel Centro di Permanenza Temporanea di Crotone. Nel corso dell’udienza la difesa di Salvatore Buzzi, avvocato Alessandro Diddi, ha permesso di ricostruire come la gestione del CARA era stata stata affidata alla cooperativa 29 giugno dalla Prefettura di Catanzaro, in maniera diretta, ovvero senza gara, in forza dei poteri di emergenza. Dall’esame degli estratti conto il ROS ha ricostruito come la Alemia Srl, società di locazione di beni immobili, ha locato la struttura del centro vacanze alla cooperativa 29 giugno. Risulta così che in data 15 luglio 2009 la Alemia, con sede legale a Roma in via Ostiense, è stata bonificata dalla 29 giugno della somma di 205.250 euro, a saldo delle fatture 3 e 4 del 2009; successivamente, in data 8 novembre 2009, la stessa società veniva bonificata della ulteriore somma di euro 229.453, a saldo delle fatture 5,7 e 8 del 2009 e 1-5 del 2010.


Il CARA di Cropani Marina e la Alemia srl

Dalle intercettazioni effettuate dal ROS, è emerso come Salvatore Buzzi  abbia attribuito la gestione della cooperativa Santo Stefano a Giovanni Campennì, in cambio del favore rappresentato dalla protezione garantita all’attività del CARA di Cropani. Campennì, attualmente incensurato, sebbene abbia in corso un processo per estorsione non ancora giunto a sentenza definitiva, risulta  essere legato da vincoli di parentela al clan ‘ndranghetista dei Mancuso: la madre è infatti sorella della moglie di Giuseppe Mancuso, l’attuale reggente del clan di Limbadi, in provincia di Vibo. La vicenda della cooperativa Santo Stefano è dunque legata a filo doppio a quella della gestione del CARA di Cropani Marina.

Per comprendere quali legami vi siano tra Buzzi e Giovanni Campennì, il maggiore del Ros Giorgio Colaci, ha fatto riferimento all’ intercettazione del 12 settembre 2014: si tratta di un’ambientale tratta dagli uffici della 29 giugno, nella quale sono presenti, oltre a Buzzi e Campennì, anche Rocco Rotolo e Raffaele Ruggiero, due dipendenti della stessa cooperativa.

Buzzi: “E come va con Giovanni?”

Ruggiero: “E come deve andare, Salvatò. Quando siamo andati giù (Vibo), lui è paesano mio, l’amico mio e via dicendo, e dico perché paesano mio. Siamo andati ma ci hanno mandato. Rocco (Rotolo), lui, è il nipote di Peppe Piromalli. Siamo andati, così funziona dai Mancuso, il perno centrale che comanda, capito? Dice: alt compari, parliamo. Ci siamo messi a parlare. Noi siamo in questo periodo bersagliati, sappiamo tutto ciò che è successo a Vibo.

Noi siamo bersagliati dai giudici, dai cosi; però chiamiamo un ragazzo, che è pulito nella legge, e quindi nel…Ci siamo dati appuntamento e ci ha presentato questo gingillo (Campennì); capisci? “.

Nel corso della lettura dell’intercettazione, il presidente Ianniello ha chiesto al teste se erano state fatte delle verifiche in merito ad eventuali legami tra la cosca Mancuso e quella dei Piromalli.

Il maggiore Colaci ha risposto citando la sentenza n.16/00 del 11/08/00 della Corte di assise d’appello di Reggio Calabria, sentenza confermata dalla suprema Corte di cassazione con sentenza n.606/02 del 25/5/00, nella quale vengono confermate relazioni stabili tra le cosche Piromalli-Molè, Pesce e Mancuso. Il motivo di questa conoscenza del Buzzi con il gingillo Campennì, viene spiegato in un passaggio successivo dell’intercettazione:

Ruggiero: “Capisci (rivolto a Buzzi), funziona così nei perni centrali, sono confusi”

Rotolo: “Dice ora: non è che Buzzi pensa che io gli ho mandato a sto soggetto alla cooperativa? Il fatto sta così, che io sono andato dai Mancuso (Rotolo è nipote di Peppe Piromalli) per Buzzi Salvatore, e i Mancuso mi hanno mandato a sto soggetto”

Buzzi: “E a te che..?”

Rotolo: “Quindi io non lo conosco” (ride)

Dunque il motivo della presenza di Campennì presso il Cara di Cropani ha a che fare con la protezione offerta dal clan Mancuso. Quest’ultima garantito dalla presenza del Campennì. A sua volta l’intervento del clan Mancuso avveniva su richiesta esplicita di Rocco Rotolo, dipendente della 29 giugno nonché nipote di Peppe Piromalli, capo dell’omonima cosca, quest’ultima alleata, come risulta da sentenza, a quella dei Mancuso.

Ruggiero: “Tu sei stato rispettato dai Mancuso; e i Mancuso..lo sai, no, che sei stato rispettato dai Mancuso”

Buzzi: “Certo”

Ruggiero: “E’ logico. Vengo io perché loro mi mandano, e dico: si, Salvatore, andiamo. Però dietro ci sono loro, perché loro comandano. In quella rete la comandano loro; poi in questa rete qua comandiamo noi. Poi, il favore; sono passati 5 anni, t’ha toccato qualcuno la sotto? No. E allora, che è, che ti dicono, che ti devono? Basta”

Rotolo: “Va bene, Salvatò, non mi fotto niente”

Buzzi: “No, ma quello, non m’hai capito, quello (Campennì)…c’è un rapporto d’amicizia, no? Io voglio uscì da li, damme na mano”.

Da quest’ultima affermazione di Buzzi gli inquirenti colgono il senso della conversazione, che va individuato nell’intenzione di Buzzi di volere lasciare la gestione del CARA di Cropani Marina, e di coinvolgere il Campennì a Roma: “Così comincia ad uscire fuori dalla regione Calabria”, affermava Buzzi nell’intercettazione tratta dai locali di via Pomona, mentre comunicava a Carminati la sua volontà di volerlo associare alla cooperativa Santo Stefano.


Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero

Rocco Rotolo, nato a Gioia Tauro, nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2004 comincia a lavorare nel settore delle cooperative sociali, e dal 2007 al 2014 viene assunto in pianta stabile da alcune cooperative del consorzio Eriches 29, riconducibile a Salvatore Buzzi. Rotolo è stato condannato assieme al fratello, con sentenza del 1/10/1993, dalla Corte d’appello di Firenze, per la partecipazione ad un’ associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti; in seguito, sempre Rotolo è stato condannato, con sentenza del 12 gennaio 2000 dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, per falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici e turbata libertà degli incanti, condannato con sentenza del 28 novembre del 2012 dalla Corte d’appello di Reggio Calabria.

Il fratello di Rocco, Giovanni Rotolo, risulta essere stato condannato con sentenza del 30/7/2004 dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, per associazione mafiosa, essendo appartenente alla cosca Gallico, mentre la sorella, Rotolo Fortunata, è coniugata con La Rosa Salvatore che, secondo la sentenza del 5 febbraio 2014 della Corte d’appello di Reggio Calabria, risulta essere affiliato al clan Piromalli.

Rotolo gestiva il deposito dei mezzi di proprietà della 29 giugno sito in via Affile, indirizzo al quale, come risulta dalle intercettazioni, Buzzi intendeva spostare la sede della cooperativa Santo Stefano.

Un’altro dipendente della cooperativa 29 giugno sul quale Buzzi faceva affidamento per la Santo Stefano è Salvatore Ruggiero, anche lui originario di Gioia Tauro, classe ’55; questi è stato condannato il 26/04/90 con sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, per omicidio, porto illegale di arma e di munizionamenti. Ruggiero risulta avere lavorato per la cooperativa sociale 29 giugno dal 1998 al 2003, e dal 2004 al 2007 anche per la cooperativa Formula Sociale; dal 2008 al 2014 Ruggiero risulta avere prestato attività lavorativa per conto della cooperativa Consorzio Formula Ambiente, oltre che per la società Roma Multiservizi spa.

La rilevanza di Rocco Rotolo e di Salvatore Ruggiero emerge quando Buzzi comunicava al Campennì la sua intenzione di associarlo alla cooperativa Santo Stefano, assieme a Rotolo e a Ruggiero. La cooperativa in questione risultava essere già esistente a partire dal 2012, con sede ad Aprilia, ed ha come scopo sociale la cura e la manutenzione di strutture professionali, inclusi anche parchi e giardini. Amministratore risulta essere stato, fino al marzo 2014, Di Bernardo Sahara.

Dall’analisi dei bilanci risultava che, nel periodo della gestione di Di Bernardo, la cooperativa Santo Stefano non ha generato alcun reddito; è lecito quindi supporre come la sua attività fosse molto limitata, se non addirittura nulla. L’intenzione di Buzzi era, dunque, quella di rivitalizzare tale cooperativa, attraverso il subappalto del servizio di pulizia, guardiana e piccola manutenzione del mercato Esquilino, il mercato coperto di piazza Vittorio. L’appalto in questione, vinto dalla Eriches 29, era della durata di un anno, ed era di importo complessivo pari a 218 mila euro, esclusa IVA, con un canone mensile di 18.200 euro, esclusa IVA.


“La cooperativa di ‘ndranghetisti”

Con Campennì, Rotolo, Ruggiero, Vito Marchetto e Guido Colantuono, Salvatore Buzzi pensava di avere già trovato i 5 soci ai quali affidare l’attività della cooperativa Santo Stefano. Gli restava però ancora da affidare l’incarico di amministratore; doveva necessariamente trattarsi una figura di un certo livello, in grado si sapersi rapportare sia con gli istituti di credito, che con i fornitori ed i clienti, che per le cooperative sociali sono, in genere, le amministrazioni pubbliche.

Inizialmente Buzzi offriva tale posizione a Guido Colantuono, ma nell’intercettazione che riportiamo di seguito, datata 10/12/13, vedremo come quest’ultimo declinerà l’offerta, ufficialmente per l’incapacità di riuscire a gestire un gruppo di soci così “assortito”.

Buzzi: “Allora Colantuò, dato che tu sarai il presidente di tale cooperativa de ‘ndranghetisti, poi non la chiamiamo più così”

Colantuono: “No, anche perché, presidente…niente, parliamo un attimo. No, perché, amministratore unico, ho qualche problema.

Come amministratore unico della Santo Stefano ho qualche problema, io ne stavo parlando pure un attimo”

Buzzi: “Perché c’hai dei problemi? Dicceli i tuoi problemi”

Colantuono : “Problemi è che…”

Buzzi: “Che t’arrestano?”

Colantuono: “Si, si, però io ti devo dire…non è che io sia molto sicuro”

Buzzi: “Poi, se tu decidi di no, io glielo dico. Ci facciamo la moglie di Vito (Marchetto) presidente. Capito? Non c’è problema”

Colantuono: “Sarebbe meglio, Salvatò. Non me la sento con loro, perché ho già visto alcune cose. Sono brave persone, sono bravissime persone. Però, poi, ho visto che come c’è una lira di interesse, come le buone famiglie, già ci sono le chiacchere.

E poi non ce la faccio a gestire loro, capito? Un conto è se c’ho operai, sono io che comando. Ma con loro chi comanda?”

Buzzi: “Chi ci mettiamo a gestirli però? Perché Giovanni (Campennì) ha fatto un passo indietro…ammazza, io per gestire..?”

Colantuono: “Tu sei Buzzi. Se me chiamavo Buzzi pure io, è?”.


La lettera della procura di Catanzaro

Da una perquisizione effettuata presso l’abitazione di Giovanni Campennì, il Ros ha rinvenuto una serie di documenti relativi alla sua posizione lavorativa nei confronti del CARA di Cropani; Campennì è risultato essere intestatario di un contratto di consulenza a carico di Salvatore Buzzi, per il periodo 2008-2009, con relativa busta paga;  veniva inoltre rinvenuta una lettera della prefettura di Catanzaro, datata 27/11/2008, il cui oggetto  era il “gradimento del personale” operante presso il CARA di Cropani. Nella lettera veniva fatto presente a Buzzi, in qualità di legale rappresentante della cooperativa 29 giugno, ossia dell’ente gestore del CARA, il mancato gradimento nei confronti di alcuni dipendenti della cooperativa stessa, a causa dei loro precedenti penali, definite letteralmente persone “gravate da precedenti penali”. Tra queste, oltre a Giovanni Campennì, vi erano Panucci Salvatore, Panucci Laura, Macrì Pietro, Tropea Carmine, Miceli Patrizia, Mancuso Filippina, Torchia Sabrina e Colosimo Francesco.

In risposta, in data 4 dicembre 2008, Buzzi indirizzava una lettera alla prefettura di Catanzaro, rinvenuta anche questa a casa di Campennì, nella quale chiariva come la 29 giugno fosse una cooperativa che si occupa del reinserimento delle persone con precedenti penali, e come inoltre, fatta eccezione per Campennì, da lui assunto con un contratto di consulenza annuale e per il quale si dichiarava disposto a garantire, le altre persone indicate nella lettera non fossero dipendenti della 29 giugno, bensì della Alemia srl, società a lui estranea. (cm)

Campennì e la cooperativa Santo Stefano

'ndrangheta

Nell’udienza dell’8 marzo del processo a Mafia Capitale, il maggiore Giorgio Colaci ha raccontato la vicenda legata al Giovanni Campennì e alla cooperativa Santo Stefano.

Quando la procura di Roma aveva già posto i riflettori su Massimo Carminati ed in seguito su Salvatore Buzzi e la cooperativa 29 giugno, nel corso di un’intercettazione ambientale rilevata in via Pomona il 5 febbraio del 2014, gli inquirenti verificavano la sussistenza dei presupposti per estendere l’attività investigativa anche su Campennì. L’ambientale in questione è molto lunga, un’ora circa, ed i passaggi rilevanti sono una prima parte in cui Carminati discute con Campennì sui sistemi di intercettazione utilizzati dalle forze di polizia e su eventuali contromisure; una seconda, nella quale Carmnati, Buzzi e Campennì dissertano sull’impulso dato dalla Procura di Roma all’inchiesta che li riguarda, ed una terza in cui infine Buzzi prospetta a Carminati la sua intenzione di affidare alla cooperativa di Campennì l’appalto per la pulizia, la guardiania e la piccola manutenzione del mercato coperto dell’Esquilino, appalto che fino al mese di febbraio era gestito da una cooperativa del consorzio Eriches 29. Carminati manifesta il suo assenso a tale decisione.

In questa prima parte dell’ambientale tratta dagli uffici di via Pomona,  sono presenti oltre a Buzzi, Carminati e Campennì, anche Emilio Gammuto, Nadia Cerrito e Cristina Risa.

Gammuto: “No, no, no. Anche perché loro c’hanno degli strumenti..”

Carminati: “C’hanno lo strumento, c’hanno quelli dormienti. Lo so, lo so, ci stanno quelli dormienti che li attivano direttamente con il codice”

G: “Si”

C: “Lo sai che cosa li attivano loro, cioè quando sono disattivati non lasciano nessun segnale”

Campennì: “No, niente”

C: “Sai quando li becchi? Quando scaricano”

Campennì: “Ce n’era uno nella macchina di mio fratello, perché era rientrato giù in Sicilia. Gli hanno preso sulla nave la targa, quando è rientrato hanno fermato il piccolino, a casa mi chiama, vado e lo trovo. Neanche lo strumento lo segnalava; non lo segnalava lo strumento”

C: “Sono dormienti”

G: “Ci vuole intelligenza”

Campennì: “Mi accuccio ed accendevo la radio”

C: “A fare i tagliandi, quando fai i tagliandi. Porti la macchina a fare i tagliandi”.

Di seguito Buzzi e Carminati commentano l’impulso dato dalla procura di Roma alle indagini che li riguardano.

Buzzi: “Questo qui, tutta la Procura va ad inchieste, tipo la tua”

Carminati: “Ma che cazzo ti devo di”

Campennì: “ma ragà, mica..mica li puoi fermare. Dove arrivano, arrivano. Ormai la strada la sappiamo”

C: “Ma sono avvelenati. Se sono avvelenati non si fermano. Oramai 4-500 milioni al giorno li sequestri, tiè”

sottofondo: “Manco li cani”

C: “Come se non avessimo mai fatto un cazzo prima, questi qui”

Campennì: “Dove c’è soldi arrivano”

C: “Dove ci stanno soldi arrivano. Guarda, è una cosa..”

B: “C’è Pignatone che in Calabria, Pignatone..”

Campennì: “Non va bene..”

C: “Guarda, ti dico, è…Pignatone e Castiglione, tutti e due qua, cioè..”

A seguire, Buzzi prospetta a Carminati la sua intenzione di affidare alla cooperativa di Campennì l’appalto per la pulizia, la guardiania e la piccola manutenzione del mercato coperto di piazza Vittorio.

Buzzi: “Pure quella, st’operazione che stanno a fa con lui (Campennì), stiamo a mette in piedi. Una piccola cooperativa, speriamo che cresce. Gli do lavoro, quello che facciamo noi su piazza Vittorio” (mercato coperto dell’Esquilino).

Carminati: “Si, ho sentito l’altra volta, quando…Come no, ma che scherzi?”.

B: “E poi per lui, comincia ad uscire fuori dalla regione Calabria”.

C: “Quella sarebbe la cosa migliore”.

B: “Dobbiamo mettere un minimo di organico, e tutto quanto. C’è un anno di tempo”.

C: “Cominciamo, cominciamo da oggi con lui.

Da questa e da altre intercettazioni il ROS decide, a partire dal 22 aprile e fino al  17 dicembre 2014, di mettere sotto controllo le utenze telefoniche di Campennì, un’attività intercettiva che avrà ad oggetto oltre che il suo cellulare, anche l’auto e la sua casella di posta elettronica.

Contestualmente viene avviato un servizio di pedinamento dedicato e vengono riascoltate le intercettazioni ambientali nelle quali veniva coinvolto anche Campennì.

Chi è Giovanni Campennì

Nato a Vibo Valentia il 23.06.1966 e residente a Nicotera, è coniugato con Rascaglia Stefania, titolare della ditta La Fenice servizi ambientali, attiva dal 2009, con oggetto sociale il commercio all’ingrosso di autoveicoli, autocarri ed autovetture; la ditta svolge inoltre le attività di commercio all’ingrosso ed il noleggio di attrezzature varie per l’ecologia. Fino al 2013 Campennì risulta essere dipendente della ditta individuale Eugenio Campennì, il padre, avente ad oggetto l’autotrasporto di merci per conto terzi, la movimentazione di terra e lo smaltimento di rifiuti solidi urbani.

Con un atto del 29 agosto 2013 l’impresa viene venduta alla società cooperativa Sole e Mare, con sede legale a Nicotera, il cui amministratore è Galati Michelino, nato e residente a Vibo, che risulta essere vicino a Campennì, tanto da accompagnarlo spesso anche a Roma presso la sede della 29 giugno, come riferiscono diversi servizi di osservazione del ROS. La cooperativa si occupa di commercio di autoveicoli nuovi e usati e di mobili senza deposito.

Dal 2001 al 2008 Campennì è stato dipendente della società Proserpina S.p.A., impresa che svolge l’attività della raccolta differenziata di rifiuti solidi urbani, affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti per conto del comune di Nicotera.

Il 28 luglio 2003 il Prefetto di Vibo Valentia invia una nota al sindaco di Nicotera sul conto della Proserpina, che vede tra i suoi soci Campennì Eugenio, nella quale viene sottolineata l’emergenza di elementi sintomatici di possibili infiltrazioni di tipo mafioso. Nella nota viene sottolineato come Campennì Eugenio sia coniugato con Rizzo Domenica, madre di Giovanni e sorella della moglie di Giuseppe Mancuso, esponente di spicco dell’omonimo clan mafioso di Limbadi.

Eugenio Campennì muore il 5 maggio 2014; qualche mese più tardi, il 28 gennaio 2015, il gup del tribunale di Vibo Valentia, Monica Lucia Monaco, rinvia a giudizio 8 persone per bancarotta fraudolenta. L’accusa riguarda il fallimento doloso, con un passivo di 10 miliardi di euro, della Proserpina spa. Tra gli accusati vi sono tutti i componenti dei passati consigli di amministrazione della società, nonché gli ex revisori dei conti e gli ex sindaci.

Tra i rinviati vi sono un consigliere regionale nonché segretario provinciale di un partito di maggioranza di governo, l’ex sindaco di Vibo ed ex assessore provinciale, assieme agli ex amministratori della Proserpina. I rinviati avrebbero evitato il fallimento della società, truccando il bilancio e ottenendo finanziamenti pubblici dal commissario per l’emergenza ai rifiuti in Calabria.

Una parte dei soldi della Proserpina sarebbe finita nelle casse di alcune società facenti capo agli stessi soci.

Sul carattere mafioso del clan Mancuso vi sono diverse sentenze definitive, tra cui citiamo la n.888/06 del 12 giugno 2006 della Corte d’Appello di Catanzaro, nonché la sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 1/10/2009 ed infine la sentenza n.212/06 del 19/12/2006 del Tribunale di Catanzaro.

Dal 2008 al 2009 Giovanni Campennì risulta avere percepito redditi dalla società cooperativa 29 giugno; l’11 dicembre 2014 viene sequestra presso la sua abitazione una busta paga del dicembre 2008, relativa a prestazioni lavorative da lui svolte per conto della Cropani Casa di Accoglienza, in qualità di lavoratore a progetto.

In quella stessa sede viene individuato un contratto di collaborazione valido dal 12 novembre 2008 al 21 marzo 2009, a carico di Salvatore Buzzi, in base al quale Giovanni Campennì veniva destinato alla gestione del magazzino e dell’economato nella struttura di accoglienza sita in Cropani Marina, con l’esclusione di qualsiasi vincolo di subordinazione tra l’intestatario del contratto e Buzzi, per espressa volontà delle parti.

I precedenti penali di Giovanni Campennì sono una condanna per estorsione tentata e continuata, in relazione ad una vicenda del gennaio 2006 avvenuta a Nicotera, ai danni Balestrieri Antonio, di professione imprenditore nella raccolta dei rifiuti solidi urbani. La denuncia risale al periodo in cui Campennì lavorava per conto della società di cui era socio il padre, la Proserpina, come abbiamo visto attiva nella raccolta dei rifiuti per conto del comune di Nicotera.

Il fratello di Giovanni,  Francesco Antonio Campennì, è stato condannato il 26/06/2006 con sentenza 723/06 della Corte di Appello di Milano, per reati in materia di stupefacenti. L’indagine che lo ha visto coinvolto si riferiva ad un traffico di sostanze stupefacenti riconducibile a personaggi legati alla famiglia Mancuso di Limbadi “un gruppo di soggetti – si legge nella sentenza – espressione della criminalità organizzata in Calabria”. (cm)

Quando il mondo di sopra incontra quello di sotto

Hand-of-gold

 

Immaginate un’azienda di medie dimensioni, economicamente sana, che realizzi un prodotto di lusso, fiore all’occhiello del made in Italy, del design e della manodopera italica. Un prodotto che si vende in tutto il mondo, a giudicare dalla rete di punti vendita diretti dislocati in trenta paesi, tra i quali Francia, Inghilterra, Svezia, Germania e Spagna e Danimarca. Immaginate una ricca famiglia che possieda, tramite una holding, una cassaforte finanziaria, le chiavi di questo impero, partendo dall’attività di progettazione e di design, ai laboratori di realizzazione del prodotto, fino ai punti vendita sparsi per il mondo, escluso il rifornimento della materia prima.

Continuate ad immaginare il rampollo di questa famiglia, un giovane manager il quale, apparentemente senza una valida ragione, decida di percorrere i sentieri poco battuti dell’illegalità e scelga, in accordo con il padre-capofamiglia oltre che presidente del gruppo, di concludere un affare importante. Niente di eclatante, stiamo parlando di quel genere di reati tipici dei colletti bianchi, come l’evasione fiscale o la violazione delle norme per l’importazione di materie prime, o al massimo il riciclaggio. E’ si , perché il personaggio di cui stiamo parlando si sta anche costruendo una villa in un noto paradiso fiscale, uno di quei posti in cui basta pagare un avvocato per avere, in poco tempo, una società off-shore in cui, in base all’ atto costitutivo, il responsabile legale, cioè a dire la persona cioè che risulta sui documenti ufficiali, è un figurante, una testa di legno che di lavoro fa proprio questo, intestarsi società per conto di beneficiari che desiderano restare nell’ombra. Ma perché tanta voglia di nascondersi dietro lo schermo della società off-shore e del suo rappresentante legale a nolo? In genere per ragioni fiscali, visto che lo scopo di tali società è prevalentemente quello dell’ intestazione di beni di ingente valore, sottraendoli alla tassazione del paese in cui risiede il loro titolare, si va dai pacchetti di controllo di holding societarie, a palazzi o a ville di lusso, fino ad arrivare alle auto supercostose o ai mega yacht con bandiera rigorosamente dello stato off-shore ospitante.

Ma se il 60% del denaro off-shore proviene dalla grande evasione fiscale delle società e il 25-30% dalla sottrazione di risorse pubbliche e dalla corruzione da parte di ex capi di stato, ministri o manager di aziende statali, la restante parte, il 10-15%, è rappresentata dal denaro frutto di attività illegali, come il commercio della droga. Proviamo ancora ad immaginare come la persona che intenda commettere tale reato, decida di acquistare in nero la materia prima che costituisce la base del suo business. Ma per fare ciò debba recarsi direttamente nel paese straniero in cui essa viene prodotta, con una discreta somma di denaro contante ben nascosta. Dato che l’azienda di famiglia ha anche un’immagine da curare e dunque non dispone di fondi neri, immaginiamo che il nostro personaggio decida di rivolgersi a degli usurai, posto che tutta la transazione deve avvenire rigorosamente al di fuori dal bilancio aziendale, chiedendo loro una cifra di denaro contante compresa tra i 60 e i 100 mila euro. Gli strozzini in questione altri non sono che Massimo Carminati e Riccardo Brugia, ai quali il nostro protagonista si affida. Senza alcun preavviso Brugia sarà in grado di rimediare, in 24 ore, solo 30 mila euro in contanti; gli altri 30 mila arriveranno da un altro usuraio, una vecchia conoscenza dell’ambiente, che opera nella zona sud di Roma. Dalla teoria del Mondo di Mezzo, quella che il Carminati sociologo descriveva in quell’intercettazione famosa del bar di Vigna Stelluti, secondo cui “i vivi (stanno) sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo”, dove quel mezzo è rappresentato dal mondo in cui ” tutti si incontrano…persone di un certo tipo…di qualunque…ceto…non per una questione di ceto…per una questione di merito, no?”, si ha la teorizzazione della vicenda appena descritta, realmente accaduta. E si comprendono anche le dinamiche che vedono appartenenti a mondi socialmente distanti, incontrarsi in un luogo ideale, una sorta di camera di compensazione attraverso cui soddisfare reciproche necessità: “allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno…”.

E’ qui, dunque, nel mondo di mezzo, il luogo dove “tutto si mischia”, l’alto col basso, l’imprenditore con lo strozzino, che avviene quella reciproca soddisfazione di interessi che conduce ad un accordo di “scopo”. La fascinazione che il giovane rampollo manager ha per Carminati, il quale non ha chiesto nulla a garanzia del prestito concesso, a differenza dell’altro strozzino che invece ha preteso la consegna di alcuni orologi di valore, è tale e tanta da spingerlo ad offrirgli una compartecipazione nel business. Chiaramente non nell’impresa di famiglia, ma nel business dell’off-shore, quel ramo di attività molto opaco ma assai redditizio di cui il nostro giovane rampollo si stava occupando prima dell’operazione di “importazione parallela di materia prima”.

E’ tutto scritto, nero su bianco, nella prima ordinanza dell’inchiesta Mondo di Mezzo, per intenderci quella che il 4 dicembre 2014 ha portato in carcere Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, assieme ai loro associati, all’interno di quella che la procura di Roma ha descritto come un’organizzazione a carattere mafioso, originale, in quanto contraddistinta da caratteri propri, esclusivi, non paragonabili a quelli di altre organizzazioni mafiose, e originaria, capace cioè di mettere a frutto il capitale accumulato attraverso l’esercizio pregresso e prolungato nel tempo, di attività criminali di vario genere, si va dal commercio della droga alle rapine in banca, passando per il sequestro di persona e l’usura.   

Si sta parlando, dunque, non di un’organizzazione criminale stracciona, priva di mezzi e di strumenti per compiere l’attività criminale,  bensì di un’organizzazione potente, capace di disporre di ingenti mezzi, di amicizie influenti, di protezioni, in grado di studiare i modi con cui riciclare e nascondere i proventi della proprie attività illegali, prevedendo e anticipando il sequestro e la confisca del proprio patrimonio. Il tutto attraverso meccanismi studiati a tavolino da professionisti esperti del settore, come il commercialista Marco Iannilli: si va dall’intestazione fittizia di beni e attività, all’acquisto di quadri di valore o di attività commerciali all’estero, in paesi dove non esiste il sequestro preventivo per la sproporzione tra reddito e patrimonio, fino ad arrivare alla società off-shore. (cm)

Anna Rita Leonardi

platì

 

Un cartello sforacchiato da pallettoni da caccia al cinghiale lungo la statale centododici, indica la distanza da percorrere prima di giungere a Platì, tremila e settecento anime nel cuore dell’Aspromonte, un tempo regno incontrastato di sequestratori e latitanti, oggi crocevia di traffici internazionali di cocaina. Il piccolo comune della provincia reggina è uno di quelli ad elevata densità mafiosa, come dimostrano i tre scioglimenti in dieci anni dovuti alle infiltrazioni della ‘ndrangheta. E le contraddizioni di un’economia mafiosa sono visibili a occhio nudo: un tasso di disoccupazione giovanile altissimo (65% in tutta la Calabria rispetto al 36,7% nazionale) che stride enormemente con le ville a tre piani e le auto di lusso che si vedono spesso girare. E’ il business della coca, che vede proprio a Platì il suo centro nevralgico, contrapposto a San Luca che è invece il centro sentimentale, con il santuario della Madonna di Polsi e la processione del 22 agosto, appuntamento fisso per tutte le famiglie di ‘ndrangheta. E’ dunque a Platì che vengono decisi i carichi di cocaina che partiranno dalla Colombia o dalla Bolivia, ed è sempre qui che vengono scelte le famiglie che parteciperanno al finanziamento di quei carichi. Ma non solo Platì. Nell’ottobre del 2012 è stata la volta di Reggio Calabria, il primo capoluogo di provincia ad essere sciolto per mafia, ed in tutto il territorio si contano a decine le amministrazioni sciolte per lo stesso motivo. L’immobilismo della cittadinanza non collusa con le cosche ed il loro sistema economico, ha prodotto nel tempo un forte senso di sfiducia e di rassegnazione, tanto che alle elezioni comunali del 2015 non è stata presentata neanche una lista. Ed è così che il primo tentativo di scrollarsi di dosso questo pesante fardello arriva da fuori. Era il 12 dicembre 2015 quando Matteo Renzi introduceva alla platea della Leopolda Anna Rita Leonardi, trentenne di Platì, di professione assistente parlamentare, futuro candidato sindaco del piccolo comune calabrese. Così Renzi rilanciava il suo impegno contro le mafie, proponendo una giovane donna, bella e coraggiosa, alla guida di un comune simbolo, nel quale un sindaco ed un ex sindaco sono caduti sotto i colpi dalla ‘ndrangheta. Convinta dei propri mezzi e alla ricerca di un riscatto per i suoi concittadini, Leonardi si proponeva di fermare l’esodo dei giovani platiesi, la cui età media è di quarant’anni, rilanciando l’economia e sostenendo l’artigianato locale ed il turismo. Ma il libro dei sogni deve fare i conti con la realtà che qui si chiama Barbaro, il clan più potente, grazie al controllo del traffico della cocaina ed agli investimenti nel settore eolico. Con un numero esiguo di abitanti ed una concentrazione mafiosa così elevata, le parentele, specie con le famiglie di ‘ndrangheta, diventano molto più frequenti. E così, in vista delle elezioni, la Leonardi ha vagliato attentamente le candidature delle liste che l’avrebbero dovuta sostenere. E’ stato un lavoro attento che la candidata ha svolto con l’appoggio del procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho. Non sembra avere avuto la stessa sensibilità la candidata della lista competitrice, Ilaria Mittiga, 38 anni, figlia dell’ex sindaco Francesco Mittiga, la cui giunta venne sciolta per infiltrazione mafiosa. Quando la data di chiusura per la presentazione delle liste si avvicinava, finalmente il 26 aprile Anna Rita Leonardi ha conosciuto la sua sfidante alla poltrona di sindaco. Ma qualche settimana più tardi viene convocata a Roma dalla dirigenza delFrancesco Mittiga. Dopo una riunione con i responsabili nazionali e quelli calabresi, viene preso atto del “venire meno delle condizioni politiche e di agibilità per svolgere serenamente una campagna elettorale“. Alla candidata Leonardi non restava altro che comunicare alla stampa, a ventiquattrore dalla scadenza per la presentazione delle liste, l’esito della riunione, e dunque il ritiro della sua candidatura a sindaco di Platì. “Prendo questa decisione – ha dichiarato – con piena consapevolezza, anche in virtù di quanto abbiamo costruito in questo anno di lavoro. Un lavoro che non solo non andrà perso, ma che intendo proseguire concretamente, seppure in altre forme, per il rilancio del territorio e di tutti i cittadini perbene di Platì“. Sulle reali motivazioni dietro il ritiro sono state avanzate diverse ipotesi; la diretta interessata non ha fornito al riguardo alcuna spiegazione, richiamando alcune “Vicende che, da un anno e per un anno, continuano a perdurare sul territorio platiese. Vicende che rendono queste elezioni, ancora oggi, non un alto momento politico, ma una farsa degna del peggiore sceneggiatore“. (cm)

I Mancuso e quell’appalto al mercato Esquilino

CARA Cropani Marina

 

Nell’udienza del 29 febbraio del processo a Mafia Capitale, il capitano del Ros Giorgio Mazzoli ha raccontato la vicenda del CARA di Cropani Marina.

Nel periodo compreso tra il 2008 ed il 2009 la Cooperativa 29 giugno facente capo a Salvatore Buzzi si è occupata della gestione del C.A.R.A. (Centro di Assistenza per i Richiedenti Asilo) sito a Cropani Marina, in provincia di Catanzaro. L’incarico le era stato attribuito grazie ad un appalto vinto nel periodo compreso tra il 20 ottobre 2008 ed il 31 marzo 2009, che prevedeva uno stanziamento complessivo di 1.300.000 euro per occuparsi dell’accoglienza di 240 immigrati.

Il CARA in questione, situato all’interno del villaggio turistico Alemia, era stato istituito da Ministero dell’Interno, per fare fronte al sovraffollamento del CPT di Crotone.

La gestione del campo era stata affidata ad un dipendente di Buzzi, Giovanni Campennì, originario di Vibo Valentia.

Quest’ultimo non è un personaggio qualunque, ma suo padre Eugenio Campennì è il cognato di Giuseppe Mancuso, a capo della omonima cosca di Limbadi.

Dunque il fatto che Campennì fosse a capo della gestione del Cara di Cropani non era un caso.

E infatti nell’ordinanza del 29 maggio 2015 del gip Flavia Costantini si legge:

L’esistenza di cointeressenze di natura economico/criminali tra “Mafia Capitale” e la cosca ‘ndranghetista dei Mancuso di Limbadi – capaci di sviluppare, alternativamente i propri interessi sia sul territorio calabrese, sia su quello capitolino – che ha portato alla conferma dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Rocco Rotolo e di Salvatore Ruggiero. Tale circostanza assume un particolare rilievo per la qualificazione dello “spessore” dell’organizzazione romana, quale associazione di tipo mafioso, a cui una potente e conclamata associazione criminale, quale la ‘ndrangheta, riconosce pari valore e la dignità di essere un valido interlocutore e non un soggetto prevaricabile o, addirittura, subordinato“.

Rocco Rotolo e Salvatore Ruggero sono due dipendenti della 29 giugno, entrambi calabresi. Nel racconto di Mazzoli si comprende esattamente in che modo sia intervenuto Campennì e quali ne siano stati il ruolo e la rilevanza. Da un’intercettazione ambientale del luglio del 2013 tra Buzzi, Claudio Bolla ed un terzo soggetto rimasto sconosciuto, Buzzi racconta che quando nel 2008 stava al CARA di Cropani Marina, per poter svolgere la gestione del centro senza alcun tipo di problema, aveva chiesto in giro di poter parlare con le famiglie di ‘ndrangheta del luogo. In quel periodo Campennì aveva da poco terminato di scontare gli arresti domiciliari, ed era stato consigliato da alcuni esponenti di famiglie locali, quale persona da assumere per avere la certezza della tranquillità.

Tutto ciò emerge chiaramente da una successiva conversazione intercettata tra Buzzi, Rocco Rotolo e Salvatore Ruggero, nella quale il primo chiede agli altri due come stesse andando il lavoro con Campennì: “Come va con Giovanni?” e Ruggero racconta: “Quando siamo andati giù (a Vibo), lui (Campennì) è paesano mio, amico mio e via dicendo, e dico perché è paesano mio, siamo andati ma c’hanno mandato” e Rocco aggiunge: “Lui è il nipote di Peppe Mancuso. Siamo andati, così funziona, dai Mancuso, il perno centrale che comanda, capito? Dice: alt cumpari, un attimo. Parliamo, e ci siamo messi a parlare. Noi siamo in questo periodo bersagliati – racconta Mancuso – Sappiamo tutto ciò che è successo a Vibo; siamo bersagliati dai giudici. Però – prosegue Mancuso – chiamiamo un ragazzo che è pulito nella legge” e quindi è ok.

Ci siamo dati appuntamento e c’ha presentato questo “gingillo”, capisci?”. La famiglia Mancuso è molto importante in Calabria, vantando relazioni stabili con la cosca dei Piromalli, come risulta dalla sentenza del 18 luglio 2006 della Corte d’Assise di Catanzaro.

Ruggero aggiunge: “Tu – riferito a Buzzi – sei stato rispettato dai Mancuso, lo sai che sei stato rispettato dai Mancuso, e Buzzi risponde: “Certo” e Ruggero di rimando: “E’ logico, vengo io perché loro mi mandano, e dico: si, Salvatore, andiamo. Però dietro ci sono loro, perché loro comandano. Quella rete la comandano loro; poi questa rete qua – riferendosi a Roma –  la comandiamo noi. Poi il favore, sono passati cinque anni. T’ha toccato qualcuno lassù? No, e allora che è che ti dicono basta”.

Il favore concesso a Buzzi ed alla 29 giugno di poter gestire il CARA senza grossi grattacapi ha però un prezzo, che Buzzi è costretto a pagare nella “rete dove comanda lui”, cioè a Roma.

In effetti, come scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, gli interessi della ‘ndrangheta nell’inchiesta Mafia Capitale vanno individuati nella “Santo Stefano Società Cooperativa Sociale ARL Onlus” con sede a Pomezia, la quale nel settembre del 2014 aveva ottenuto in subappalto dalla 29 giugno la gestione dei lavori di pulizia del mercato coperto dell’Esquilino. La gestione della cooperativa Santo Stefano era stata affidata a Giovanni Campennì. (cm)

Il Fentanyl e il picco di overdose nel Massachussets

Fentanyl

Il Fentanyl è un antidolorifico più economico dell’ Oxycontin e più letale dell’ eroina, oltre ad essere la principale causa della crisi da oppioidi in cui versa il Massachusetts, in una nuova fase più distruttiva.

Sebbene non sia una nuova droga, il Fentanyl ha recentemente varcato la soglia delle farmacie, fino ad arrivare a circolare liberamente in strada. Contrabbandato illegalmente negli Stati Uniti dal Messico, l’antidolorifico può essere venduto da solo, mascherato da pillole soggette a prescrizione, oppure tagliato come eroina. Ed è così potente che anche quantità minuscole possono uccidere.

Come una recente indagine del Globe ha dimostrato, l’eroina e gli oppioidi da prescrizione hanno creato un mix tossico soprattutto nel Massachusetts, generando in tandem nel 2014 un picco storico di casi di overdose. https://www.bostonglobe.com/metro/2016/05/01/heroin-and-prescription-opioids-form-especially-toxic-mix-mass/WejrwoaMOjM1vQFD9ov2GK/story.html

Ulteriori analisi hanno evidenziato come il Fentanyl  abbia ricoperto un ruolo chiave in questa crescita esponenziale. Più dell’ Oxycontin, del Vicodin, e di altri comuni antidolorifici oppioidi, il Fentanyl, assieme all’eroina, ha reso la crisi da oppioidi del Massachusetts “particolarmente letale”.

Il Fentanyl è oggi la causa di circa metà di tutti i decessi correlati agli oppioidi che si verficano nel Massachusetts, ed è anche la causa di ciò che rende l’epidemia da oppioidi esplosa in tale Stato”diversa” dal resto del paese.

han-2015-10-26-fentanyl-reports-in-nflis-by-state-july-december2014

Qual’è il livello di pericolosità del Fentanyl?

Il Fentanyl è un potente antidolorifico ad azione rapida, utilizzato dai medici per aiutare i pazienti sottoposti ad intervento chirurgico o alle prese con un forte dolore.

A partire dal 2013, una versione consumer del farmaco ha iniziato a prendere piede in Massachusetts. E nel giro di un anno, il Fentanyl è diventato un killer, fino ad arrivare ad essere, assieme all’eroina,  la principale causa dei decessi da overdose registrati in tutto lo Stato.

Tale esplosione dei decessi dovuti al Fentanyl fornisce un motivo in più per accantonare l’idea che la crisi da oppioidi del Massachusetts sia dovuta agli “oppiacei semisintetici” come l’ossicodone, la morfina e l’idrocodone. Le iniziali indagini svolte del Globe hanno infatti rivelato come le overdose da oppiacei per i quali è necessaria una prescrizione medica, siano in evidente calo, e che se si separano le overdose da Fentanyl dalle altre, appare ancora più evidente la prevalenza di queste ultime.

In Massachusetts il tasso di mortalità correlato agli oppiacei semi-sintetici da prescrizione si è solo discostato dal suo valore medio degli ultimi dieci anni.

Al contrario, la stragrande maggioranza dei decessi per overdose verificatisi nello Stato sono stati causati dall’ eroina, dagli oppiacei sintetici come appunto il Fentanyl, o da una loro combinazione.

Ciò è in netta controtendenza rispetto al resto del paese, dove – fino ad ora almeno – solo circa il 20 per cento dei decessi da oppioidi coinvolgono Fentanyl e gli altri oppioidi sintetici.


Il Fentanyl ed il futuro

La maggior parte dei dati disponibili stato per stato e relativi ai decessi da oppiacei, si ferma al 2014. Ma tutti gli indicatori lasciano intendere come il Fentanyl abbia continuato la sua furia letale anche nel 2015.

Un documento informativo preparato dal National Drug Early Warning System ha riferito di un possibile aumento, per il 2015, dei decessi da Fentanyl, in diverse località quali il Main, San Francisco e Philadelphia – in corrispondenza di segnali relativi ad un incremento nel commercio illegale dell’antidolorifico in tutto il paese.

Nel Massachusetts le ultime cifre fornite dal Dipartimento di sanità pubblica sono ugualmente allarmanti. In tutto lo Stato, oltre il 50 per cento di tutte le vittime da overdose del 2015 sulle quali sono state effettuate analisi tossicologiche, hanno rivelato tracce consistenti di Fentanyl nel loro organismo.

L’aspetto positivo è che, al di là del Fentanyl, vi sono segnali di un rallentamento generale delle overdose in Massachusetts. Tra il 2014 e il 2015 il numero di decessi da overdose da oppiacei nello Stato in questione è aumentato di circa il 10 per cento – aggregando quelli da eroina, da metadone, da oppioidi sintetici come il Fentanyl, e semi-sintetici come l’ OxyContin. Ciò rappresenta un segnale positivo rispetto all’incremento del 30-50 per cento rilevato negli ultimi anni.

Tuttavia, senza una totale eliminazione del fenomeno è difficile risalire alla causa di tale rallentamento. Che l’eroina abbia perso un po’ del suo fascino mortale? O forse l’enfasi degli enti statali sul monitoraggio delle prescrizioni ha favorito una riduzione del già basso livello di decessi da farmaci da prescrizione? Oppure potrebbe darsi che i casi di overdose siano in realtà in aumento rispetto al passato, ma che i decessi stiano rallentando a causa della maggiore disponibilità del farmaco capace di invertire gli effetti di un’overdose, il Narcan.

Per il momento è difficile rispondere con certezza a queste domande. Quello che sembra chiaro, però, è che i contorni della crisi da oppioidi che ha coinvolto il Massachusetts siano mutati ancora una volta. E che il Fentanyl rappresenta una minaccia crescente.

* La categoria di “oppioidi sintetici” comprende anche altri farmaci come il Tramadol, ma il Fentanyl sembra essere quello responsabile dell’ondata di decessi.

http://www.bostonglobe.com/metro/2016/05/16/cheap-plentiful-deadly-fentanyl/1cKq3EXscBWVtyL7hzmQDO/story.html?s_campaign=8315#most-viewed

Trad cm

Come rompere il “guscio”

societa-offshore

Il registro pubblico dei titolari effettivi o dei beneficiari ultimi potrebbe contrastare il dilagare di società anonime con sede nei paradisi fiscali, principale strumento usato per nascondere il frutto della corruzione. Ma la politica non sembra rendersene conto.

John Christensen è il responsabile di Tax Juscice Network, un’organizzazione che lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione. Il messaggio che TJN ha lanciato per la prima volta una decina di anni fa sembra ancora perdersi nel vuoto. Christensen racconta come dopo la rivelazione dei Panama Papers, il mese scorso, molti giornalisti si siano accampati per diversi giorni attorno al suo ufficio, cercando di intervistarlo su come porre fine a questo business dell’evasione fiscale.

La corruzione sembra essere tornata in cima alle priorità dell’agenda dei politici di tutto il mondo, grazie soprattutto all’impegno di alcune persone, singoli ed associazioni, che con il loro lavoro hanno permesso di scoprire enormi ricchezze nascoste illegalmente nei paradisi fiscali, creando indignazione nell’opinione pubblica, dopo che la popolazione del pianeta si appresta a terminare l’ottavo anno di grave crisi economica. Alcuni giorni fa, a Londra, si è svolto il primo summit mondiale contro la corruzione, al quale hanno partecipato funzionari pubblici da trenta paesi diversi, inclusi Stati Uniti, Brasile e Nigeria. Gli argomenti affrontati andavano dalle proprietà segrete delle società off-shore alla corruzione nel settore sportivo. Tra le conclusioni del vertice vi è anche la richiesta di un maggiore impegno da parte dei vari governi nazionali. In particolare le associazioni come TJN auspicano dei passi in avanti in materia di trasparenza delle società, nello specifico, nei conti delle società petrolifere ed in quelli delle compagnie minerarie, oltre ad una più intensa collaborazione da parte delle autorità giudiziarie di paesi confinanti nel contrasto alla corruzione trasnazionale.

Tra i maggiori impegni attesi dai governi delle varie nazioni vi è anche quello relativo ad una riforma del regime delle shell companies (shell tradotto diventa guscio). E’ stata infatti accertata l’esistenza di una correlazione tra corruzione e questi particolari strumenti societari; prendiamo ad esempio il caso delle indagini relative al furto di diversi miliardi di dollari ai danni di un fondo statale malese, indagini che si sono focalizzate su alcune shell companies con base nelle isole Seychelles e nei Caraibi.  Ma riuscire a rintracciare fondi di provenienza illecita nel conto corrente bancario di una shell company non avrà molta utilità se non si è in grado di scoprire l’identità della persona, fisica o giuridica, che realmente la gestisce. Questo è l’argomento che letteralmente terrorizza molti uomini d’affari ed anche qualche politico. Una recente inchiesta realizzata da Ernst & Young cha ha preso come campione i dirigenti di alcune società in 62 paesi diversi, ha rivelato come vi sia una maggioranza di consenso nei confronti di una più estesa trasparenza sulla reale proprietà di queste particolari forme societarie. Dunque, anche i principali operatori di mercato vorrebbero conoscere di chi sono e a chi fanno capo le società con le quali entrano in contatto.

Recentemente gli standards normativi internazionali sui beneficiari ultimi di tali società (cioè chi realmente si nasconde dietro lo schermo societario) sono stati resi ancora più selettivi, restando, tuttavia, ancora piuttosto vaghi. Le informazioni dovrebbero essere reperibili in un determinato luogo fisico, che sia un pubblico registro o uno studio di incorporazione di società. Tuttavia in America gli studi di incorporazione non dispongono di una licenza, e le informazioni sui beneficiari ultimi non prevedono un centro di raccolta dati.

La richiesta che da più parti viene avanzata è quella di un unico registro internazionale: una recente direttiva dell’Unione Europea sollecita gli stati membri ad istituire una tale forma di pubblicità per le società anonime, elemento che consentirebbe alle forze di polizia, alle autorità fiscali ed a tutti coloro che ne facciano richiesta a fronte di un interesse legittimo, di poterne avere conoscenza. La Gran Bretagna è andata ancora oltre, lanciando, il mese scorso, il progetto per un registro pubblico accessibile a tutti. Altri paesi come l’Australia e l’Olanda, si sono impegnate a realizzare un regime di pubblicità analogo.

In linea di principio la trasparenza sembra essere una richiesta equa in cambio del privilegio della limitazione di responsabilità. Ma vi sono alcuni problemi pratici. Questo tipo di registri, già esistenti e funzionanti, tendono a svolgere solamente una funzione di archiviazione: essi non verificano le informazioni in entrata, a causa del costo di tale operazione. In mancanza di una verifica effettiva sulle informazioni fornite dai titolari di società anonime coloro che intendono riciclare denaro sporco sono incentivati a fornire dati falsi.

In Gran Bretagna l’ordinamento prevede sanzioni penali per le false dichiarazioni. Ma a meno che tali dichiarazioni non vengano controllate, e le risorse per farlo sono molto limitate, i criminali sono liberi di sfidare la sorte. Il personale addetto alla formazione ha pochi incentivi per fornire una corretta informazione: il monitoraggio del settore, che rientra nell’ambito del Ministero del Tesoro britannico, è quindi scarso. I territori d’oltremare della Gran Bretagna sono contrari all’istituzione di pubblici registri, in parte per motivi di privacy, ma anche perché considerano il loro modello di controllo (gatekeeper) molto più efficace. Questo impone l’obbligo agli studi legali, alle società fiduciarie ed agli altri soggetti addetti alla registrazione, di raccogliere e certificare i documenti di identità dei beneficiari effettivi.I centri off-shore sostengono che sia più pratico ed efficace appoggiarsi agli intermediari regolamentati, più vicine al cliente, che basarsi su registri, rimossi subito dopo la trascrizione e non soggetti alla minaccia di una sospensione della licenza in caso di violazioni.

Nell’isola di Jersey, le informazioni sulla proprietà e sull’origine dei fondi devono essere verificate al momento della registrazione. Il regolatore effettua inoltre dei controlli per garantire che gli agenti tengano aggiornate le informazioni nel caso di cambi di proprietà. In confronto le verifiche affettuate sulla terraferma britannica sono “spazzatura”, sostiene un addetto al registro che ha lavorato con entrambi i sistemi.Per la verità  il modello del gatekeeper non è tutto rose e fiori. Le informazioni sulla proprietà possono in effetti perdersi lungo la catena degli intermediari. Alcuni di questi (sebbene molto pochi) si sono in passato anche accordati con i truffatori.Le indagini sono difficili: il Jersey ha anche arrestato, in passato, alcuni responsabili del registro infedeli; a confronto, la prassi seguita nelle Isole Vergini Britanniche (BVI)  appare una pura e semplice distribuzione di licenze. Tuttavia la realtà concreta ci suggerisce come, malgrado le critiche, negli ultimi anni i centri finanziari off-shore abbiano fatto molto di più per rispettare le norme sul beneficiario ultimo, dei loro colleghi di terra ferma. Ciò può apparire sorprendente alla luce delle rivelazioni fornite dai Panama Papers e da altre fonti, ma gran parte dei dati che essi contengono sono vecchi di 15 o anche 20 anni. Lo studio più completo, “Shell Global Games” di Michael Findley, Daniel Nielson e Jason Sharman, è stato condotto nel 2012. Gli autori hanno inviato 3.773 e-mail a responsabili di uffici di registrazione sparsi per il mondo, fingendosi consulenti che cercavano di incorporare imprese anonime. Gli autori dello studio hanno scoperto come i dipendenti degli uffici di registrazione offshore fossero molto meno disposti a parlare con loro, di quanto lo fossero i loro colleghi dei paesi OCSE.  Non una sola volta l’impiegato dell’ufficio di registrazione, nell’isola di Jersey o nelle Isole Cayman, è caduto nella trappola. Mentre invece, negli Stati Uniti, i colleghi caduti sono stati dozzine.

Gli autori dello studio hanno concluso che l’essere iscritti nelle blacklist dalle autorità finanziarie internazionali  aveva costretto i centri off-shore a seguire delle prassi molto più rigidi, mentre i paesi OCSE, non avendo mai dovuto affrontare una simile pressione, avrebbero continuato ad andare avanti con controlli meno rigidi. Le cose potrebbero cambiare con l’istituzione dei pubblici registri, a patto che tutti i paesi più importanti seguano l’esempio della Gran Bretagna, e che i controlli di polizia e le punizioni in caso di violazioni, siano più severi. Ma Mr Sharman non sembra essere rassicurato dalle dichiarazioni programmatiche dei vari leaders politici. L’autocertificazione senza verifica è, è costretto ad ammettere, il punto debole del modello del registro pubblico. Nel modo in cui esso è attualmente concepito, rischia di essere “totalmente inefficace“.

http://www.economist.com/news/international/21698241-ownership-registries-could-help-end-corporate-secrecy-fosters-corruption

Trad cm

 

Mafia russa riciclava denaro attraverso associazioni calcistiche portoghesi

Liga-Portuguesa-de-Futebol

Il 4 maggio con l’Operazione Matrioska la polizia portoghese (Polìcia Judiciària), supportata da Europol, ha smantellato un’organizzazione criminale trasnazionale composta prevalentemente da cittadini russi e dedita al riciclaggio nel settore calcistico. Attiva già a partire del 2008, l’organizzazione sarebbe, secondo gli inquirenti, la sezione portoghese della Mafia russa, ritenuta responsabile del riciclaggio di diversi milioni di euro attraverso diversi paesi dell’Unione Europea, denaro proveniente in gran parte da attività illecite commesse al di fuori dell’Unione Europea. Il gruppo individuava associazioni calcistiche in crisi finanziaria e procedeva attraverso l’intervento di generosi donatori. In poco tempo questi versavano nelle casse dei club ingenti somme di denaro, inizialmente sotto la forma di donazioni, ed in seguito, dopo avere acquistato la fiducia dei dirigenti, rilevavano quote della società fino a divenirne gli unici proprietari. Il donatore appariva come il volto presentabile di un’organizzazione che in realtà era completamente opaca, essendo composta da una serie di holding, tutte possedute da società anonime (shell companies) con sede immancabilmente in paesi off-shore o paradisi fiscali. In questa maniera i titolari ultimi dei club di calcio apparivano sempre schermati, così come la provenienza dei loro soldi. Una volta che i club calcistici passavano sotto il controllo della mafia russa, si realizzava lo scopo principale dell’organizzazione, costituito dalla movimentazione trasnazionale di denaro contante. Le esigenze finanziarie a breve termine di questi club consentivano infatti loro   di riciclare ingenti quantità di denaro, in genere attraverso la sopravvalutazione del valore del cartellino dei calciatori acquistati o dalla vendita dei diritti televisivi, oltre a permettere di gestire una fiorente attività di scommesse clandestine; entrambe le attività servivano ad incrementare i ricavi dell’organizzazione, sia attraverso il riciclaggio e sia, soprattutto, combinando partite “truccate”.

Questo metodo operativo ha consentito all’associazione mafiosa russa di arrivare ad acquistare, nel 2015, un club di calcio che ha militato per molti anni nella prima divisione portoghese, prima di retrocedere negli ultimi anni nelle divisioni inferiori, a causa di una grave crisi finanziaria esplosa nel 2012.

Le indagini sono iniziate a seguito della rilevazione di una serie di condotte opache da parte dei responsabili dell’organizzazione; in particolare i sospetti sono cominciati dall’osservazione di elevati tenori di vita collegati a beni e ad attività tutte intestate a titolari fittizi.  L’organizzazione importava in Portogallo, attraverso degli spalloni, ingenti quantità di denaro contante proveniente dalla Russia, in violazione della normativa europea. Per nascondere il denaro ripulito gli arrestati impiegavano una rete di società anonime registrate in paesi offshore e in paradisi fiscali,  che consentivano di mantenere l’anonimato sugli ingenti depositi detenuti all’estero.

Le prove raccolte hanno permesso di dimostrare come l’organizzazione svolgeva all’interno dell’Ue, oltre all’attività di riciclaggio, anche i reati di evasione fiscale, corruzione e falsificazione di documenti.

Secondo il responsabile del Gruppo di Informazione Finanziaria di Europol, Igor Angelini, “l’uso di società off-shore per nascondere la titolarità effettiva dei beni rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli che impediscono il successo di indagini finanziarie. Tali società rappresentano delle vere e proprie barriere che frustrano i tentativi degli investigatori di risalire all’origine del denaro, spesso di tipo criminale, il quale viene reinvestito in settori economici per lo più soggetti a fenomeni di infiltrazione. Il settore calcistico è uno di questi, in quanto presenta caratteri di vulnerabilità legati alla sua struttura, al suo modello finanziario oltre che alla sua cultura, la quale spesso viene sfruttata a proprio vantaggio dalle organizzazioni criminali“.

Tre sono state le persone arrestate ai vertici dell’organizzazione, alle quali sono state sequestrate 22 tra abitazioni e attività commerciali; è stata quindi perquisita la sede della Uniao de Leiria, squadra portoghese che milita in terza divisione, ed altre tre società professionistiche sempre portoghesi sono sotto inchiesta. Sono state poi sequestrate ingenti quantità di denaro contante, tra cui diverse banconote da 500 euro. L’investigazione ha evidenziato come l’organizzazione  avesse legami con strutture criminali con base in  Austria, Estonia, Germania, Latvia, Moldavia e Regno Unito. (cm)

 

 

 

ICIJ e OXFAM contro i paradisi fiscali

Panama-Papers-Raman-Singh-750x500

Il Consorzio Internazionale di Giornalismo Investigativo (ICIJ) ha pubblicato ieri sera un database che rivela informazioni fondamentali su 214.000 società off-shore contenute nei Panama Papers, i documenti trafugati da una fonte interna, allo studio legale panamense Mossack Fonseca, specializzato nella creazione di società anonime.

Il database contiene informazioni essenziali relative a società, trusts e fondazioni create in 21 giurisdizioni diverse, da Panama ad Hong Kong, passando per lo stato americano del Nevada. Le normazioni riguardanti indirizzi, numeri di cellulare e di conto corrente sono state cancellate per ragioni di privacy.

Tuttavia la quantità di informazioni relative in gran parte a società off-shore, rese pubbliche dal ICIJ, è la più grande mai pubblicata prima d’ora, ed in alcuni casi vi è anche l’indicazione dei reali beneficiari della società. Del resto la quantità di documenti interni trafugati su cui il CIJI ha potuto lavorare è molto vasta: si parla di 11,5 milioni di files scandagliati per un anno da 370 giornalisti investigativi da tutto il mondo.

Costituire una società off-shore non è di per se un reato, a patto di osservare tutte le norme vigenti nelle varie giurisdizioni in materia di obbligo di identificazione del reale beneficiario ultimo, leggi le intestazioni fittizie, cioè a delle teste di legno.

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello dell’evasione fiscale, che nella maggioranza dei casi è la ragione principale che spinge un soggetto fisico o giuridico ad incorporare una società off-shore. Recentemente un gruppo di 300 economisti coordinati da OXFAM ha lanciato un appello ai politici di tutto il mondo per l’istituzione di un pubblico registro internazionale sui reali beneficiari ultimi delle società off-shore.

https://www.oxfam.org/en/pressroom/pressreleases/2016-05-09/tax-havens-serve-no-useful-economic-purpose-300-economists-tell

L’appello vuole sottolineare come l’anonimato delle società off-shore contribuisca ad alimentare non solo l’evasione fiscale da parte delle grandi società, con la sottrazione di importanti risorse agli stati per la gestione dei servizi pubblici come la sanità ed i trasporti, ma anche la corruzione dei governanti ed il riciclaggio del denaro delle organizzazioni criminali.

L’evasione fiscale è un male che mina le democrazie e che aumenta le disuguaglianze, ma ancora più gravi sono, da questo punto di vista, la corruzione e il controllo dell’economia da parte delle organizzazioni criminali.

L’effetto perverso che si viene a creare è l’assenza delle condizioni di uguaglianza e  di competitività per le imprese, non solo di fronte al fisco ma anche all’accesso al credito e al trattamento delle maestranze.

Le giurisdizioni fiscali che garantiscono o che tollerano l’anonimato dei beneficiari ultimi delle società off-shore non danneggiano dunque solo i paesi del terzo mondo, che attraverso l’evasione fiscale perdono ogni anno 170 miliardi di dollari di entrate, ma anche le economie avanzate, che si vedono falsare le regole democratiche del libero mercato e della competitività, caratteristiche essenziali delle democrazie liberali. (cm)

Su ↑