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Per la Commissione, il braccio esecutivo dell’Unione Europea, la decisione di intraprendere i negoziati relativi al Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti  (TTIP)  potrebbe essere una questione di sopravvivenza.

La gravità dell’ attuale crisi della zona euro – che dovrebbe essere definita più propriamente depressione europea – viene correttamente intesa come la necessità di evitare lunghe discussioni in questo breve commento. I due punti più rilevanti per quanto riguarda i nostri scopi sono, da una parte che l’attuale crisi ha minato l’autorità della Commissione – ridotta ad essere da preteso cervello istituzionale a qualcosa di più simile ad un appendice – e dall’altra che ancora non si intravede la fine di questa prolungata crisi. Il futuro appare oscuro. I tassi di investimento rimangono bassi a causa delle rigidità strutturali presenti nell’economia. Il tanto bistrattato neoliberismo, a quanto pare, anziché essere stata imposto da Wall Street e dalla gigantesche multinazionali statunitensi, ha completamente bypassato l’Europa.

Anche se le pratiche del passato della Commissione europea meritano buona parte della responsabilità per situazione in cui attualmente l’Unione si trova si trova, un cambiamento radicale – alimentato, forse, dalla disperazione – vi è stato, o più precisamente, si è avuto nel corso degli ultimi anni della presidenza Barroso. Sarebbe azzardato assumere un impegno analogo da parte dell’attuale opportunista presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, in relazione al TTIP. Si può anche ragionevolmente dubitare che la maggior parte dei politici sia pienamente consapevole della potenziale posta in gioco attraverso i negoziati.

O più semplicemente che l’adozione del TTIP, nel modo in cui viene attualmente concepito dalle parti negoziali, possa riportare nuovamente l’UE su di un cammino di liberalizzazioni, dal quale essa sbandò attorno alla metà degli anni ’90, rimettendola al passo con il processo di globalizzazione attualmente in corso, guidato da Cina e Stati Uniti. In Europa il mercato unico, realizzato solo a metà, potrebbe diventare un obiettivo reale. L’intervento dello Stato verrebbe drasticamente ridotto e sarebbe ristabilita la competitività internazionale. Accadrà realmente tutto ciò?

Molto dipenderà dall’esito dei negoziati, in fase avanzata, relativi al TPP.

È, ovviamente, troppo presto per poterlo chiamare un successo. Allo stesso tempo l’amministrazione Obama sembra aver superato l’empasse, attraverso l’istituzione dell’ Iter Accelerato (Fast-Track).

Il completamento del TPP potrebbe lasciare l’Europa  al di fuori della scena del commercio mondiale. Pienamente consapevole di questo pericolo, le comunità d’affari di tutti e ventotto gli Stati membri dell’UE sono fortemente in ritardo con l’approvazione del TTIP, così come i loro governi. Questi ultimi sono rappresentati nel Consiglio europeo, il quale ha dato mandato alla Commissione di procedere con i negoziati. Un terzo organo, il Parlamento europeo, deve anche esso approvare l’accordo, così come dovrebbero, forse, anche i singoli stati membri (la situazione giuridica è poco chiara).

Il destino del TTIP sarà, probabilmente, meno legato agli specifici aspetti commerciali dell’accordo, e più alla politica della UE.  Le tariffe per i prodotti industriali sono basse.

I prodotti alimentari – in gran parte a causa di una grottesca politica agricola comune scritta nel trattato istitutivo dell’Unione Europea – sono ovviamente un’eccezione, ma gli agricoltori americani si sono, nel corso degli anni, via via rivolti ai paesi asiatici e, seppur a malincuore, si sono abituati a convivere con le discriminazioni del commercio europeo. In ogni caso i potenziali benefici economici del TTIP sono indiscussi. Essi consentirebbero al PIL di aumentare di circa mezzo punto sia negli Stati Uniti che in Europa.

La grande posta in gioco nei negoziati del TTIP è rappresentata  dalla questione normativa – o come viene eufemisticamente definita dell'”armonizzazione“. Tale questione va ben oltre gli standard di prodotto, la proprietà intellettuale, i criteri di contabilità, la protezione culturale, e simili. Essa va dritta al cuore dell’identità politica dell’Unione Europea, come sussunta sotto il termine di “modello sociale ed economico europeo”, presentato al pubblico come la protezione dal “capitalismo selvaggio americano”.

La sua rappresentazione più famosa è costituita dal decreto legislativo noto come il “principio di precauzione“, che, se spogliato dai termini altisonanti che lo circondano, assegna ai burocrati di Bruxelles l’autorità di bloccare l’introduzione di un nuovo prodotto o di un nuovo processo. E ‘stato ad esempio chiamato in causa per sbarrare la strada all’ingresso dei semi OGM in Europa, anche senza uno straccio di prova scientifica in grado di dimostrare la loro nocività.

Consapevole delle conseguenze economiche del divieto, la Commissione ha, negli ultimi anni, lottato senza successo per cercare di cancellarlo. Il problema è che, essendo stato inserito nel corpo normativo dell’Unione Europea, noto come diritto comunitario acquisito, non può, per definizione, essere abrogato, ma solo aggirato. Anche se la Commissione è abile a inventare metodi extra-legali (cosiddetti “morbidi”) di risoluzione dei problemi, è necessario, in questo caso, fare i conti con il successo del lavaggio del cervello anti-OGM da parte della Commissione precedente.

I tentativi di sollevare o modificare il divieto sono andati a cozzare con le proteste della popolazione, la quale può contare sul fatto di avere un efficace megafono rappresentato dagli eletti al Parlamento europeo, alla disperata ricerca di un qualsiasi mandato popolare.

Va sottolineato come trattare con Bruxelles non è paragonabile a Tokyo o Washington, capitali di Stati sovrani maturi, che operano sulla base dei principi della costituzione. Nella sua attuale condizione l’Unione europea è essenzialmente inefficiente.

La depressione in cui versa l’Europa esclude qualsiasi possibilità che l’Unione Europea  possa evolversi in uno stato federale; vi è una mancanza di legittimità, per non parlare di un mandato democratico. Gli eminenti studiosi di diritto dubitano della saggezza di un corpo politico privo di meccanismi di responsabilità, con l’autorità di stipulare un accordo di vasta portata come sembra essere il TTIP. Vi è anche ragione di chiedersi se un tale accordo possa essere applicato in modo corretto. Ci si può anche chiedere se in realtà debba essere definitivamente approvato.

Riguardo a tali interrogativi le evidenze sono frammentarie e poco chiare. Alla fine dello scorso anno, un’organizzazione tedesca con 27.000 iscritti chiamata Attac, che si oppone alla “globalizzazione neoliberista”, ha prodotto una vasta serie di attività di contrasto e di contro informazione sul TTIP, attraverso i media, lanciando una serie di proteste pubbliche, ed una petizione che ha raccolto un notevole successo, e che alla fine ha portato la questione all’attenzione del Parlamento europeo, dove hanno fatto cassa di risonanza una serie di interventi molto critici. Il “pollo al cloro” è diventato il simbolo di quel male molto più vasto e a carattere sistemico individuato dal TTIP.

Il cloro in questione è costituito da un delicato lavaggio antibatterico, totalmente innocuo, richiesto dalla FDA. Lo stupido episodio si è concluso una volta che il gruppo social-democratico guidato dai tedeschi al Parlamento europeo, a quanto pare sotto pressione sia da parte della Commissione che da Berlino, lo ha ripudiato.

Ma l’opposizione continua. Parlando a nome della “società civile”, un rapporto compilato dal Dipartimento delle Politiche degli Affari Esteri del PE ha registrato una lunga lista di obiezioni, perché i negoziati sono “stati percepiti sia come un modo per rafforzare la scarsa presa dell’Occidente sull’economia, sia come strumento per garantire vantaggi indebiti alle grandi multinazionali, a scapito dei cittadini e dei consumatori.

Le obiezioni riguardano: i rischi relativi alla norme ambientali e di sicurezza dei consumatori; l’indebolimento del divieto di OGM, nonché restrizioni all’introduzione di nuovi prodotti chimici; l’importazione di “polli” contenenti cloruro; il rifiuto di adottare le norme UE relative alle emissioni degli aeromobili; possibili riduzioni dei salari e degli standard lavorativi; l’industrializzazione dell’agricoltura; la violazione della privacy da parte degli Internet provider statunitensi. Senza dubbio alcune di queste preoccupazioni hanno ragione di esistere, ma il fatto non coglie il punto: le obiezioni sono in gran parte di natura ideologica e non negoziabili“.

E ‘, si legge nel rapporto, necessario che l’Unione europea “stabilisca un sistema efficace per garantire un’adeguata convergenza normativa. Il Parlamento europeo dovrebbe – aggiunge – proporre sistemi moderni e dinamici, capaci di verificare se le autorità amministrative stiano travalicando i loro poteri di regolamentazione. Ciò è essenziale per il TTIP, ma – si conclude – avrebbe uno scopo che va bel oltre i confini del progetto in corso, e dovrebbe diventare una caratteristica permanente di un sistema comunitario di controlli ed equilibri“.

Ciò che questo linguaggio contorto vuole intendere è che se il TTIP verrà effettivamente ratificato, può, e deve essere, sabotato amministrativamente.

È impossibile valutare la rappresentatività di tale sentimento, ma probabilmente sarebbe anche inutile farlo. La Commissione è screditata ed è di gran lunga troppo debole per condurre una campagna di comunicazione favorevole al TTIP. Il Consiglio, che rappresenta gli stati membri, non mostra alcun desiderio di portare avanti il progetto di ratifica, e dato che il TTIP è una questione che riguarda la procedura di ratifica dei trattati, questa deve essere unanime a meno che, come accaduto in passato, l’Unione Europea decida di violare le proprie regole. Il Parlamento, nella sua imprevedibilità, rappresenta un terzo ostacolo. Come lo scenario evolverà è , allo stato attuale, impossibile da prevedere. Le probabilità, tuttavia, di certo non favoriscono l’approvazione del TTIP.

Va notato, in chiusura, come le mega-offerte in gioco convergano verso un approccio “pulito”, favorevole alla liberalizzazione del commercio. Il pacchetto di accordi sul libero scambio tra  l’Unione Europea ed i suoi singoli stati membri da un lato, ed il resto del mondo dall’altro, non è ancora completo. Ciò che non può essere realizzato in un sol colpo potrebbe essere ottenuto nel corso del tempo. L’Unione Europea potrebbe, nell’ottica di un processo prolungato, perdere l’autorità (mai pienamente riconosciuta) per rappresentare gli stati membri nei negoziati commerciali. Una tale perdita di potere è quasi senza precedenti.

Le opinioni qui espresse sono esclusivamente quelle dell’autore (John Gillingham) e non riflettono necessariamente le opinioni del Cato Institute. Questo saggio è stato preparato come parte di uno speciale forum on-line del Cato sull’economia, la geopolitica, e l’architettura del partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP).

I Cato Institute – si legge su Wikipedia – è un think thank di orientamento libertario, la cui mission è di “allargare il dibattito della politica pubblica ai valori tradizionali statunitensi, ovvero governo limitato, libertà individuali, libero mercato e pace. Nel 2008 il CI ha acquistato un’intera pagina del New York Times per pubblicare una lettera con la quale 114, tra scienziati e premi nobel, criticavano il presidente degli Stati Uniti Barack Obama per avere lanciato un allarme sui cambiamenti climatici “grossolanamente esagerato”.

Tra i soci fondatori del CI vi sono anche i due premi Nobel per l’economia, Friederich von Hayek e James M.Buchanan. Entrambe gli economisti sono stati fortemente critici nei confronti delle teorie economiche di J.M.Keynes, il primo sul piano dell’intervento statale in economia ed il secondo sull’ espansione della spesa pubblica in deficit.

Il Cato Institute promuove il premio intitolato all’economista Milton Friedman, Nobel per l’economia nel 1976, esponente principale della scuola di Chicago e fondatore del pensiero monetarista.

http://www.cato.org/publications/cato-online-forum/european-union-ttip-preliminary-observations

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