mappa-paradisi-fiscali-da-dirittiglobali_it
Nel 2015 le banche francesi hanno per la prima volta reso pubbliche alcune informazioni relative alle attività da queste svolte, incluso anche il loro carico fiscale all’interno dei vari paesi in cui operano.
Le informazioni in questione son state recentemente analizzate da un pool di associazioni transalpine, tra le quali CCFD-Terre Solidaire, Oxfam Francia e Secours Catholique-Caritas Francia, in coordinamento con l’organizzazione Tax and Legal Havens Platform.
Concentrando la loro analisi sui cinque principali gruppi bancari francesi, lo studio ha permesso di risalire, seguendo il flusso di denaro, fino al cuore dei paradisi fiscali. L’analisi ha permesso di evidenziare come questi luoghi, che godono di regimi molto favorevoli in materia di trasparenza, svolgano un ruolo fondamentale nell’attività interna delle banche prese in esame. Ma i paradisi fiscali non rappresentano un esclusiva delle grandi banche, infatti buona parte dell’economia ne è coinvolta, riuscendo a forare le maglie del fisco dei paesi di origine.
Ma cosa ci fanno le banche nei paradisi fiscali? A partire dall’inizio della crisi finanziaria, nel 2008, la domanda è stata posta ripetutamente ogni qual volta le pagine dei quotidiani riferivano di scandali finanziari o di evasione delle imposte.
La prima preoccupazione che questo studio suscita è che le banche impiegano i paradisi fiscali esattamente come le altre multinazionali, vale a dire per trasferire i profitti dal paese nel quale vengono realizzati, a quello in cui la tassazione sui profitti è molto più bassa o nulla, e nel quale è presente una loro filiale. Ma non solo.
Lo scandalo Swissleaks ha permesso di evidenziare come siano le stesse banche a consigliare ai loro clienti più facoltosi la possibilità di risparmiare sul loro carico fiscale, spostando nei paradisi offshore i loro profitti, dal paese nel quale essi vengono realizzati.
In particolare il fallimento della banca inglese Northern Rock, nel 2007, a permesso di mostrare come questi paradisi vengano utilizzati dalle banche anche per violare la normativa vigente, che in condizioni normali sarebbero tenute a rispettare.
Se non esistessero i paradisi fiscali, le banche sarebbero tenute a pagare la normale aliquota fiscale vigente nel loro paese, oltre a dover rispettare la normativa internazionale in materia di trasparenza e di buona amministrazione.
La principale conseguenza legata all’esistenza dei paradisi fiscali è rappresentata dalla perdita di centinaia di milioni di entrate fiscali da parte degli stati nazionali, entrate che sarebbero destinate a finanziare servizi pubblici essenziali, oltre che infrastrutture fondamentali per lo sviluppo, e dunque anche per attrarre investimenti; ma le entrate fiscali svolgono la funzione molto importante di redistribuire la ricchezza prodotta, contribuendo così a ridurre le diseguaglianze.
Secondo un rapporto realizzato dal parlamento francese, il ministero del Tesoro dell’Esagono perde, ogni anno, dai 40 ai 60 miliardi di euro di entrate fiscali, pari al budget annuale destinato alla scuola, uno dei principali capitoli del bilancio statale del 2015.
Rispetto ai paesi del nord del mondo, quelli del sud sono quelli che maggiormente soffrono del problema dell’evasione fiscale. In base ad un recente rapporto realizzato dal Fondo Monetario Internazionale, per via dell’evasione fiscale i paesi in via di sviluppo perderebbero il 30% in più di entrate rispetto a quelli sviluppati (OCSE).
La violazione della normativa internazionale vigente in materia di attività bancaria da parte di istituti di credito situati in paradisi offshore non è meno gravida di conseguenze dell’evasione fiscale; infatti la violazione dei parametri più prudenziali nell’esercizio dell’attività del credito, oltre a mettere in crisi l’istituto stesso danneggia il sistema finanziario internazionale.


La rimozione del primo velo di impenetrabilità

Fino al 2015 non vi era modo di stabilire con certezza se questo modo di fare, solo occasionalmente analizzato dai media internazionali, rappresentasse una pratica generalizzata.
L’unica cosa che era possibile accertare era prendere atto che la presenza delle banche nei paradisi fiscali stava crescendo sempre di più, oltre a riflettere sul perché di tale condotta e tentare di fornire delle risposte vaghe. Come, ad esempio, che la ragione per cui si erano stabilite in quei paradisi offshore era di “fornire servizi bancari alla clientela locale”.
Un velo impenetrabile ha coperto per molto tempo i loro affari internazionali, esattamente come era accaduto in precedenza per le multinazionali.
Nel 2013, a seguito di un maggiore coinvolgimento da parte dell’opinione pubblica, venne mosso il primo passo in direzione di una maggiore trasparenza: oggi le banche francesi e più in generale tutte le banche europee sono tenute a pubblicare le informazioni relative alle loro attività, in particolare sul fatturato e sui profitti, sullo staff, le tasse versate all’erario e i sussidi ricevuti in ciascun paese in cui sono state aperte delle filiali, inclusi i paradisi fiscali.
Lo scopo di questa forma di reporting svolta stato per stato è quello di cercare di ridurre l’evasione e l’elusione fiscale, permettendo allo stesso tempo a chiunque di sapere se quella data banca operi o meno in un paradiso fiscale, e, in tal caso, se utilizzi la presenza offshore per pagare meno tasse in patria o anche per ridurre il rischio di taluni assets, riuscendo il tal modo a violare tutti gli obblighi vigenti in materia nel paese di provenienza.


I paradisi fiscali ancora al centro della strategia bancaria

Per la prima volta le banche hanno pubblicato nel 2015 un report dettagliato, stato per stato, relativamente alle attività svolte nel 2014.
Le cinque associazioni francese assieme alla Tax and Legal Havens Platform hanno così avuto modo di esaminare i dati relativi ai cinque principali gruppi bancari francesi. Quest’inchiesta era stata preceduta l’anno prima da un’analoga inchiesta relativa alle informazioni rese pubbliche dalle banche. Le più recenti informazioni relative ai profitti ed al carico fiscale consentono di realizzare nuovi indicatori che permettono di confermare l’ipotesi iniziale, vale a dire che i paradisi fiscali non sono solo al centro del sistema bancario internazionale francese, ma che quello rappresenta il loro ruolo specifico all’interno del sistema bancario mondiale.
Le informazioni rese pubbliche dalle banche francesi prese in esame mostrano come queste realizzino un terzo dei loro profitti nei paradisi fiscali offshore, anche se questi rappresentano un quarto dei loro affari internazionali, un quinto delle tasse pagate ed un sesto della loro forza lavoro. Questi dati mostrano da soli come vi sia una netta asimmetria tra i luoghi nei quali le banche svolgono normalmente le loro attività e impiegano la forza lavoro, e quelli nei quali realizzano esclusivamente profitti.

indicatori che svelano il motivo della presenza delle banche nei paradisi fiscali
Il report identifica 6 indicatori, derivati dai dati pubblicati dalle banche, che confermano la tesi affermata: che le banche utilizzano i paradisi fiscali per eludere le imposte e la normativa vigente nel loro paese.

– Le banche francesi dichiarano un terzo dei loro profitti internazionali nei paradisi fiscali. Il Lussemburgo da solo rappresenta l’11% dei profitti internazionali delle banche transalpine.

– Le attività dei cinque principali gruppi bancari francesi sono per il 60% più redditizie nei paradisi fiscali che nel resto del mondo.
Comparando una serie di attività analoghe, Société Générale è il gruppo che detiene le attività più “redditizie”con riferimento a quelle svolte nei paradisi fiscali, realizzano quattro volte i profitti ottenuti in altri paesi.

– I dipendenti impiegati nei paradisi fiscali sono 2,6 volte più produttivi di quelli impiegati in altri paesi.
Un dipendente del gruppo BPCE produce in Irlanda 1,8 milioni di euro di fatturato, pari a 31 volte il fatturato dell’impiegato medio di uno dei paesi in cui il gruppo opera.

– Le attività più rischiose e più speculative sono sempre situate nei paradisi fiscali. Nulla sembra essere cambiato dopo la crisi finanziaria del 2008.

– L’aliquota fiscale effettiva applicata alle banche francesi nei paradisi fiscali è la metà di quella media vigente negli altri paesi. In 19 casi le banche francesi non hanno pagato un solo euro di imposte, nonostante i loro profitti.

– Lo studio dei dati rilasciati dalle banche è complesso a causa del grado di interpretazione consentito dalla normativa


 

Quali conclusioni possiamo trarre?
Come spiegare questa specifica attività da parte delle banche nei paradisi fiscali come dimostrato dai vari indicatori contenuti in questo rapporto? Diverse possibilità possono essere prospettate:
– Prima di tutto, le banche possono spostare artificialmente i loro profitti da una società controllata ad un’ altra (in un paradiso fiscale) per ridurre il loro carico fiscale. Questa tecnica, evidenziata da recenti scandali (come quelli di IKEA e di MacDonald’s) viene comunemente utilizzata dalle multinazionali. Essa consente loro di ridurre la propria base imponibile nei paesi in cui svolgono la parte maggiore della loro attività. Il risultato è che le aziende dichiarano sorprendentemente livelli di profitto molto bassi nei paesi in cui svolgono enormi livelli di attività. I profitti riportati nei paradisi fiscali sono quindi completamente fuori proporzione rispetto alle opportunità di business che normalmente si presentano all’azienda.
Ciò viene descritto come un’incoerenza tra i profitti dichiarati e le attività di business vero e proprio. Questa specie di gioco di prestigio, che è stato fino ad ora tollerato, e che ha rappresentato fino a questo momento solo un sospetto dal momento che non è stato provato, adesso appare uno scenario altamente probabile grazie alla pubblicazione dei dati contabili. distinti paese per paese. Lo studio in esame mostra quanto sia obsoleto l’attuale sistema di tassazione delle imprese: ogni filiale viene considerata come un’entità a se stante, indipendente dal resto del gruppo, e questo esclusivamente per ragioni fiscali.

Tuttavia sono proprio queste relazioni all’interno di un gruppo che permettono di trasferire i profitti e di mettere in pratica una potenziale strategia di evasione fiscale.
– Le banche possono anche operare come intermediari ed agevolare l’evasione fiscale dei propri clienti, sia privati individui che attività commerciali, attraverso pacchetti di servizi offerti nei loro paradisi fiscali, come è stato ampiamente mostrato negli scandali UBS e HSBC. La loro presenza capillare nei paradisi fiscali rischia di coprire una sfruttamento ancora più massiccio di questi territori offshore da parte di grandi aziende e privati contribuenti.
– La prevalente mancanza di trasparenza nei paradisi fiscali può consentire alle banche di non rispettare i loro obblighi normativi, intraprendendo attività ad elevato rischio altamente redditizie o speculative, totalmente scollegate dall’economia reale. Le località offshore sono estranee a queste normative perché non sono sottoposta in maniera sistematica alle regole della prudenza finanziaria applicate negli altri paesi (come la trasparenza contabile e i coefficienti patrimoniali previsti per le attività creditizie o per le altre attività speculative).
La crisi finanziaria del 2008 ha dunque svelato il ruolo centrale assunto dai paradisi fiscali quali sedi di quelle operazioni di business a più elevato rischio.


L’importanza della trasparenza fiscale

Le informazioni utilizzate nella presente relazione sono state prese dalla relazione annuale del 2014 pubblicata nel 2015 dei primi cinque gruppi bancari francesi – BNP Paribas, BPCE, Société Générale, Crédit Agricole e Crédit Mutuel-CIC15. In conformità con la quarta direttiva europea del 26 giugno 2013 sui requisiti patrimoniali e con la legge bancaria francese del 26 luglio 2013, gli istituti finanziari pubblicano i dati sulle attività svolte in ogni paese in cui hanno sede. Questa disposizione, nota come relazione pubblica paese per paese, comprende:
– I nomi delle filiali e la natura delle loro attività.
– Il margine di intermediazione (equivalente al fatturato).
– Il personale, espresso in occupati a tempo pieno.
– L’utile o la perdita prima delle imposte.
– Le imposte pagate.
– Le sovvenzioni pubbliche ricevute.

Gli indicatori sono stati calcolati e confrontati sulla base delle informazioni raccolte e aggregate.
Ciò ha permesso un confronto tra i paradisi fiscali e il resto del mondo.
La classificazione dei vari paesi in base all’imposta applicata, ai vincoli normativi ed alla legge ivi vigente come paradisi fiscali è stata tratta dalla lista prodotta dal Tax Justice Network (TJN) con l’eccezione di Stati Uniti, Regno Unito e Portogallo, che sono stati rimossi ai fini della presente inchiesta. I termini “territorio off-shore” e “paradiso fiscale” vengono usati in questo rapporto con lo stesso senso.

Per oltre dieci anni la pubblicazione di una relazione paese per paese è stata la richiesta centrale da parte delle organizzazioni della società civile impegnate nella lotta all’ evasione fiscale delle multinazionali.
Per le società questo vuole dire pubblicare i dati contabili dettagliati sulle loro attività in ciascun territorio in cui operano. Questa misura è indispensabile per verificare se la diffusione geografica degli utili rifletta la vera natura della attività commerciale svolta in ogni territorio. E ‘quindi possibile determinare se l’imposta pagata realmente dall’impresa rappresenti il carico fiscale effettivo di ciò che l’ azienda dovrebbe pagare in ogni paese. Quando viene applicata, l’incoerenza tra i profitti segnalati e le attività di business realmente svolte può evidenziare l’uso improprio dei paradisi fiscali, al fine di violare particolari requisiti normativi o fiscale. Non tutte le attività presenti nei paradisi fiscali sono, a priori, riprovevoli. Grazie ad una maggiore trasparenza sulle loro attività, siamo in grado di distinguere tra attività “reali” e quelli che invece non lo sono.
La pubblicazione della relazione paese per paese ed il suo accesso pubblico permette di conseguire tre obiettivi:
– Di dissuadere le imprese dal trasferire offshore i loro profitti in modo improprio e falso,
– Di assicurare che tutte le autorità fiscali, incluse quelle dei paesi in via di sviluppo, abbiano accesso ai dati. Se la relazione non fosse resa pubblica come consigliato dall’OCSE, vi è il rischio concreto che i paesi in via di sviluppo non siano in grado di accedere ai dati,
– Di permette agli investitori, ai clienti o ai dipendenti della società di misurare meglio i rischi ai quali il gruppo
potrebbe essere esposto, siano essi geopolitici, giuridici e finanziari.


 

La necessità di estendere la relazione pubblica paese per paese ad ogni settore

I deputati francesi sono stati i primi ad introdurre, con riferimento alle banche francesi, l’attività di reporting paese per paese attraverso la legge bancaria del 2013, che poi ha agevolato l’adozione di una misura simile da parte dell’Unione Europea, in relazione a tutte le banche europee. Dopo un periodo transitorio iniziale in cui erano state richieste solo tre categorie, per la prima volta nel 2015 le banche francesi sono state obbligate a pubblicare tutte le informazioni paese per paese. Quest’utlimo report ha incluso anche le controllate, indicando per ciascuna il profitto, il fatturato, il personale, le tasse versate e i sussidi ricevuti per ogni paese in cui ha operato. Questo secondo esercizio di comunicazione da parte degli istituti di credito transalpini dimostra che la trasparenza è possibile, e che non comporta costi esorbitanti, ne minaccia la competitività sul mercato delle banche. Tale conclusione è stata confermata da uno studio sull’impatto realizzato da PricewaterhouseCoopers per la Commissione europea.
Tale studio ha concluso che i costi associati alla pubblicazione della relazione sarebbero trascurabili e che la trasparenza potrebbe anche avere un effetto positivo sulla fiducia degli investitori e sulla competitività delle banche. La società civile ha a lungo richiesto l’accesso a dati contabili dettagliati delle banche, paese per paese. Da quando questa misura è stata adottata, il lavoro di Tax and Legal Havens Platform ha dimostrato come tale informazione sia essenziale per chiarire le attività delle imprese nei paradisi fiscali.
La richiesta è ora quella di estendere tale obbligo a tutti i vari settori dell’economia. Il moltiplicarsi degli scandali di evasione fiscale che interessano grandi multinazionali mostra infatti come questa non sia una pratica confinata al solo settore bancario, e che quindi vi sia l’esigenza di una risposta pronta ed efficace. La pubblicazione delle informazioni è essenziale a dissuadere le società ad evadere il fisco, garantendo che tutte le autorità fiscali interessate abbiano accesso alle informazioni e consentendo il controllo pubblico. Tuttavia, nel novembre 2015, i paesi del G20 e dell’OCSE hanno adottato un obbligo di comunicazione non pubblica per le aziende con un fatturato superiore ai 750 miliardi di euro, che riguarda il 10-15% del multinazionali.
Eppure, allo stesso tempo, il Parlamento europeo nella sua direttiva sui diritti degli azionisti, ha adottato un emendamento in favore della pubblicazione della relazione sulle attività stato per stato, ribadendo inoltre nel 2015 il suo sostegno alla pubblicazione in tre diverse occasioni. I negoziati a livello europeo sull’ adozione di questa direttiva sono, tuttavia, sospesi fino la pubblicazione di uno studio di impatto da parte della Commissione europea, previsto per aprile 2016, studio che dovrebbe poi essere seguito da una proposta europea.
I deputati francesi hanno anche mostrato il loro sostegno in favore della pubblicazione della relazione per tutti i settori produttivi, votando per ben due volte lo scorso dicembre, prima che il disegno di legge venisse respinto, come risultato di un cambio di strategia da parte del governo. La posta in gioco è alta, dal momento che l’estensione di questa disposizione dovrebbe finalmente consentire al pubblico, agli investitori e agli enti statali di avere una comprensione più precisa delle attività commerciali delle grandi società nei paradisi fiscali, e garantire che queste paghino l’imposta dovuta nei paesi in cui realmente svolgono le loro attività.

Trad cm

Annunci