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Nel corso dell’udienza del primo febbraio, il pm Paolo Ielo ha chiesto al teste, il maresciallo del ROS Roberta Cipolla, se dalle intercettazioni telefoniche effettuate nei suoi confronti, Massimo Carminati si fosse mai lamentato del timore che Marco Iannilli, suo padrone di casa ed ex commercialista di Lorenzo Cola, si decidesse di collaborare con gli inquirenti.
Il maresciallo risponde di si, e legge a questo proposito l’intercettazione del 19 agosto del 2013 tra Carminati e Angelo Maria Monaco, un suo conoscente con precedenti per reati di natura contabile; nel corso della conversazione Carminati spiega:

loro vogliono, infatti non hanno capito che lui di me non sa niente” . E ancora prosegue: “..loro,  probabilmente vogliono che lui dica una cosa falsa…Qui il discorso è che io sono intervenuto in favore suo con Gennaro (Mokbel); loro, probabilmente, vogliono fargli dire che io sono intervenuto prima chiamato da lui, con Gennaro, e poi con Gennaro abbiamo..“.

Carminati spiega al suo interlocutore che il suo timore è che Iannilli possa essere costretto dagli inquirenti a rivelare che il suo intervento sia stato antecedente rispetto alle presunte minacce di morte di Mokbel, e che quindi avesse ben altra motivazione.
Un minuto dopo, infatti, il Pirata spiega:

Capito qual’è il discorso che loro vogliono portargli a dire?” e poi prosegue, secondo quella che sarebbe la sua visione della “costrizione”:

E allora piglialo per il collo, perché può essere che, può essere che questa è la loro opinione, è la loro…quello che pensano loro, ma non è manco vero“.

Dello stesso tenore è la conversazione intercettata il 29 agosto presso il distributore ENI di corso Francia con Massimo Perazza, altra sua conoscenza. In quell’occasione Carminati afferma:

Allora Finmeccanica non parla perché lo dice Carminati, roba che…Finmeccanica, io sono entrato pe’ trovà, perché Iannilli la non ci andava, perché se no se lo magnava, capito? […] Poi hanno difficoltà accusandomi di reati minori, che mi danno le fatture false..E che avremmo fatto tutto st’impiccio per delle fatture false? Penso che arriva, arriva, che sputa, se mette a ride, ce ride in faccia, ma, manco ce firma, io manco c’ero jo detto. Io il magistrato mio che ti ha detto sulla […] dei testimoni“.


Saggezza popolare
Secondo un vecchio adagio popolare la figura della suocera sarebbe vista come quella di una persona con la quale difficilmente si riesce a trovare un’intesa, e che quindi possa risultare più agevole cercare un accomodamento attraverso la nuora.
Dunque chi parlava, vale a dire Carminati, sapeva di essere intercettato, e cercava di sviare le indagini o comunque di difendersi dalle eventuali accuse che gli sarebbero potute piovere addosso dalla collaborazione di Iannilli.

Con lo stesso senso possono essere interpretate le dichiarazioni rese, ed intercettate, da Carminati presso lo studio dell’avvocato Pierpaolo Dell’Anno, e nelle quali la conoscenza di Mokbel veniva postdatata al 2008-2009, quando questi era già uscito dall’affare Digint (2007).

Nel corso dei primi mesi di udienze del processo Mondo di Mezzo si è potuto constatare, dalla lettura delle intercettazioni e dalle operazioni di OCP (osservazione controllo e pedinamento) come, un anno prima del suo arresto, un’ Alfa 156 intestata alla Questura di Roma si fosse fermata al distributore di corso Francia, ed i suoi occupanti, intercettati, avessero avvertito Carminati circa l’esistenza di un’inchiesta giudiziaria che lo vedeva coinvolto: “Perché adesso, te stai sotto indagine…“.

Dunque gli indagati del sodalizio criminale sapevano di essere intercettati telefonicamente. E questo viene confermato dall’utilizzo da parte di Carminati delle cosiddette “utenze dedicate”, ovvero di telefoni cellulari cambiati frequentemente, con schede sim intestate ad immigrati estranei all’organizzazione.

Per cercare di rendere più complicato il lavoro degli inquirenti Carminati e i suoi sodali utilizzavano nelle loro conversazioni delle utenze esclusive, di modo che il Pirata, ad esempio, aveva un cellulare per parlare con Salvatore Buzzi, uno per Fabrizio Franco Testa ed un altro per Carlo Pucci. La stessa cosa avveniva con i suoi interlocutori.

Ma non solo.


L’accertamento della tributaria
L’inchiesta su Mafia Capitale che ha portato, nel novembre del 2014, alla prima ondata di arresti era stata preceduta il 12 novembre 2012 da una verifica fiscale da parte del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, in relazione alla contabilità del gruppo di cooperative facenti capo a Salvatore Buzzi. Per alcuni giorni gli uomini della tributaria hanno avuto libero accesso ai locali ed alla contabilità delle sedi di via Pomona  (29 Giugno) e di viale Palmiro Togliatti (Eriches) , suscitando una profonda inquietudine su Salvatore Buzzi e sui suoi collaboratori.

Ed è proprio negli uffici del commercialista del Gruppo, Paolo Di Ninno, che gli agenti della tributaria troveranno la contabilità parallela con i flussi di cassa diretti ai vari soci occulti del gruppo di cooperative, primo fra tutti quel Massimo Carminati indicato con la lettera M, ed al quale sarebbero spettati, secondo le scritture contabiliti non ufficiali, circa un milione di euro. Ai quali si sarebbero in seguito aggiunti i proventi per i pasti dei vari centri per minori e richiedenti asilo forniti dalla Unibar e dalla Unibar 2  di Giuseppe Ietto.

Secondo la Procura Buzzi avrebbe chiesto l’intervento del generale della Finanza Emilio Spaziante, il quale ha recentemente patteggiato una pena di 4 anni di reclusione per la vicenda del Mose di Venezia. Lo scopo del tentativo di approccio sarebbe stato quello di capire i motivi dell’accertamento ricevuto.

Ma evidentemente Spaziante aveva altri pensieri per la testa, e dunque l’appoggio non arriva. Questo fatto ha portato tutto lo staff che lavorava in via Pomona, e Salvatore Buzzi in primis, a temere che negli uffici fossero stati piazzati dei microfoni. In conseguenza di ciò, durante le riunioni che si svolgevano nelle sedi in questione, veniva usato un disturbatore di frequenza, un jammer, ritenendo in tal modo di riuscire a sviare ogni possibile orecchio indiscreto. In effetti dell’utilizzo del jammer gli inquirenti ne erano già venuti a conoscenza attraverso le intercettazioni; ed un dispositivo di questo tipo, il cui utilizzo è consentito alle sole forze di polizia, è stato rinvenuto in casa di Carminati, in via Magliana.

Tuttavia le frequenze radio che il jammer disturbava erano diverse da quelle sulle quali trasmettevano i radio microfoni utilizzati dagli investigatori, e dunque il suo impiego si è rivelato assolutamente inefficace.


L’affare Digint e il grande banchetto
Carminati, nelle intercettazioni, cerca dunque di allontanare da se tutte le accuse che potrebbero risultare a suo carico dalla collaborazione di Iannilli, rivelando una sua verità fatta di incontri e di conoscenze post datati rispetto alla vicenda Digint, ed al “grande banchetto” che ne sarebbe derivato.

Così come rimodulate sembrerebbero le motivazioni che lo avrebbero portato a fare la conoscenza sia di Iannilli che di Mokbel. Secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Roberto Grilli, lo skipper arrestato per traffico internazionale di stupefacenti, Carminati, Mokbel e Iannilli si sarebbero conosciuti in epoca antecedente rispetto a quella riferita nelle intercettazioni da Carminati.

E questo malgrado le risultanze processuali  abbiano accertato solo due incontri tra Carminati e Mokbel: il primo, il 28 agosto 2013, presso il distributore di corso Francia, e l’altro, il 21 ottobre 2013, allorquando Carminati si recava presso l’abitazione di Mokbel, in via Cortina d’Ampezzo.  E nonostante dai processi Broker-Digint e Arc Trade, che hanno visto come imputati Cola, Iannilli e Mokbel, non sia in alcun modo emerso alcun coinvolgimenti di Massimo Carminati. (cm)

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