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Claudio Meloni

Mese

marzo 2016

I paradisi delle banche francesi

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Nel 2015 le banche francesi hanno per la prima volta reso pubbliche alcune informazioni relative alle attività da queste svolte, incluso anche il loro carico fiscale all’interno dei vari paesi in cui operano.
Le informazioni in questione son state recentemente analizzate da un pool di associazioni transalpine, tra le quali CCFD-Terre Solidaire, Oxfam Francia e Secours Catholique-Caritas Francia, in coordinamento con l’organizzazione Tax and Legal Havens Platform.
Concentrando la loro analisi sui cinque principali gruppi bancari francesi, lo studio ha permesso di risalire, seguendo il flusso di denaro, fino al cuore dei paradisi fiscali. L’analisi ha permesso di evidenziare come questi luoghi, che godono di regimi molto favorevoli in materia di trasparenza, svolgano un ruolo fondamentale nell’attività interna delle banche prese in esame. Ma i paradisi fiscali non rappresentano un esclusiva delle grandi banche, infatti buona parte dell’economia ne è coinvolta, riuscendo a forare le maglie del fisco dei paesi di origine.
Ma cosa ci fanno le banche nei paradisi fiscali? A partire dall’inizio della crisi finanziaria, nel 2008, la domanda è stata posta ripetutamente ogni qual volta le pagine dei quotidiani riferivano di scandali finanziari o di evasione delle imposte.
La prima preoccupazione che questo studio suscita è che le banche impiegano i paradisi fiscali esattamente come le altre multinazionali, vale a dire per trasferire i profitti dal paese nel quale vengono realizzati, a quello in cui la tassazione sui profitti è molto più bassa o nulla, e nel quale è presente una loro filiale. Ma non solo.
Lo scandalo Swissleaks ha permesso di evidenziare come siano le stesse banche a consigliare ai loro clienti più facoltosi la possibilità di risparmiare sul loro carico fiscale, spostando nei paradisi offshore i loro profitti, dal paese nel quale essi vengono realizzati.
In particolare il fallimento della banca inglese Northern Rock, nel 2007, a permesso di mostrare come questi paradisi vengano utilizzati dalle banche anche per violare la normativa vigente, che in condizioni normali sarebbero tenute a rispettare.
Se non esistessero i paradisi fiscali, le banche sarebbero tenute a pagare la normale aliquota fiscale vigente nel loro paese, oltre a dover rispettare la normativa internazionale in materia di trasparenza e di buona amministrazione.
La principale conseguenza legata all’esistenza dei paradisi fiscali è rappresentata dalla perdita di centinaia di milioni di entrate fiscali da parte degli stati nazionali, entrate che sarebbero destinate a finanziare servizi pubblici essenziali, oltre che infrastrutture fondamentali per lo sviluppo, e dunque anche per attrarre investimenti; ma le entrate fiscali svolgono la funzione molto importante di redistribuire la ricchezza prodotta, contribuendo così a ridurre le diseguaglianze.
Secondo un rapporto realizzato dal parlamento francese, il ministero del Tesoro dell’Esagono perde, ogni anno, dai 40 ai 60 miliardi di euro di entrate fiscali, pari al budget annuale destinato alla scuola, uno dei principali capitoli del bilancio statale del 2015.
Rispetto ai paesi del nord del mondo, quelli del sud sono quelli che maggiormente soffrono del problema dell’evasione fiscale. In base ad un recente rapporto realizzato dal Fondo Monetario Internazionale, per via dell’evasione fiscale i paesi in via di sviluppo perderebbero il 30% in più di entrate rispetto a quelli sviluppati (OCSE).
La violazione della normativa internazionale vigente in materia di attività bancaria da parte di istituti di credito situati in paradisi offshore non è meno gravida di conseguenze dell’evasione fiscale; infatti la violazione dei parametri più prudenziali nell’esercizio dell’attività del credito, oltre a mettere in crisi l’istituto stesso danneggia il sistema finanziario internazionale.


La rimozione del primo velo di impenetrabilità

Fino al 2015 non vi era modo di stabilire con certezza se questo modo di fare, solo occasionalmente analizzato dai media internazionali, rappresentasse una pratica generalizzata.
L’unica cosa che era possibile accertare era prendere atto che la presenza delle banche nei paradisi fiscali stava crescendo sempre di più, oltre a riflettere sul perché di tale condotta e tentare di fornire delle risposte vaghe. Come, ad esempio, che la ragione per cui si erano stabilite in quei paradisi offshore era di “fornire servizi bancari alla clientela locale”.
Un velo impenetrabile ha coperto per molto tempo i loro affari internazionali, esattamente come era accaduto in precedenza per le multinazionali.
Nel 2013, a seguito di un maggiore coinvolgimento da parte dell’opinione pubblica, venne mosso il primo passo in direzione di una maggiore trasparenza: oggi le banche francesi e più in generale tutte le banche europee sono tenute a pubblicare le informazioni relative alle loro attività, in particolare sul fatturato e sui profitti, sullo staff, le tasse versate all’erario e i sussidi ricevuti in ciascun paese in cui sono state aperte delle filiali, inclusi i paradisi fiscali.
Lo scopo di questa forma di reporting svolta stato per stato è quello di cercare di ridurre l’evasione e l’elusione fiscale, permettendo allo stesso tempo a chiunque di sapere se quella data banca operi o meno in un paradiso fiscale, e, in tal caso, se utilizzi la presenza offshore per pagare meno tasse in patria o anche per ridurre il rischio di taluni assets, riuscendo il tal modo a violare tutti gli obblighi vigenti in materia nel paese di provenienza.


I paradisi fiscali ancora al centro della strategia bancaria

Per la prima volta le banche hanno pubblicato nel 2015 un report dettagliato, stato per stato, relativamente alle attività svolte nel 2014.
Le cinque associazioni francese assieme alla Tax and Legal Havens Platform hanno così avuto modo di esaminare i dati relativi ai cinque principali gruppi bancari francesi. Quest’inchiesta era stata preceduta l’anno prima da un’analoga inchiesta relativa alle informazioni rese pubbliche dalle banche. Le più recenti informazioni relative ai profitti ed al carico fiscale consentono di realizzare nuovi indicatori che permettono di confermare l’ipotesi iniziale, vale a dire che i paradisi fiscali non sono solo al centro del sistema bancario internazionale francese, ma che quello rappresenta il loro ruolo specifico all’interno del sistema bancario mondiale.
Le informazioni rese pubbliche dalle banche francesi prese in esame mostrano come queste realizzino un terzo dei loro profitti nei paradisi fiscali offshore, anche se questi rappresentano un quarto dei loro affari internazionali, un quinto delle tasse pagate ed un sesto della loro forza lavoro. Questi dati mostrano da soli come vi sia una netta asimmetria tra i luoghi nei quali le banche svolgono normalmente le loro attività e impiegano la forza lavoro, e quelli nei quali realizzano esclusivamente profitti.

indicatori che svelano il motivo della presenza delle banche nei paradisi fiscali
Il report identifica 6 indicatori, derivati dai dati pubblicati dalle banche, che confermano la tesi affermata: che le banche utilizzano i paradisi fiscali per eludere le imposte e la normativa vigente nel loro paese.

– Le banche francesi dichiarano un terzo dei loro profitti internazionali nei paradisi fiscali. Il Lussemburgo da solo rappresenta l’11% dei profitti internazionali delle banche transalpine.

– Le attività dei cinque principali gruppi bancari francesi sono per il 60% più redditizie nei paradisi fiscali che nel resto del mondo.
Comparando una serie di attività analoghe, Société Générale è il gruppo che detiene le attività più “redditizie”con riferimento a quelle svolte nei paradisi fiscali, realizzano quattro volte i profitti ottenuti in altri paesi.

– I dipendenti impiegati nei paradisi fiscali sono 2,6 volte più produttivi di quelli impiegati in altri paesi.
Un dipendente del gruppo BPCE produce in Irlanda 1,8 milioni di euro di fatturato, pari a 31 volte il fatturato dell’impiegato medio di uno dei paesi in cui il gruppo opera.

– Le attività più rischiose e più speculative sono sempre situate nei paradisi fiscali. Nulla sembra essere cambiato dopo la crisi finanziaria del 2008.

– L’aliquota fiscale effettiva applicata alle banche francesi nei paradisi fiscali è la metà di quella media vigente negli altri paesi. In 19 casi le banche francesi non hanno pagato un solo euro di imposte, nonostante i loro profitti.

– Lo studio dei dati rilasciati dalle banche è complesso a causa del grado di interpretazione consentito dalla normativa


 

Quali conclusioni possiamo trarre?
Come spiegare questa specifica attività da parte delle banche nei paradisi fiscali come dimostrato dai vari indicatori contenuti in questo rapporto? Diverse possibilità possono essere prospettate:
– Prima di tutto, le banche possono spostare artificialmente i loro profitti da una società controllata ad un’ altra (in un paradiso fiscale) per ridurre il loro carico fiscale. Questa tecnica, evidenziata da recenti scandali (come quelli di IKEA e di MacDonald’s) viene comunemente utilizzata dalle multinazionali. Essa consente loro di ridurre la propria base imponibile nei paesi in cui svolgono la parte maggiore della loro attività. Il risultato è che le aziende dichiarano sorprendentemente livelli di profitto molto bassi nei paesi in cui svolgono enormi livelli di attività. I profitti riportati nei paradisi fiscali sono quindi completamente fuori proporzione rispetto alle opportunità di business che normalmente si presentano all’azienda.
Ciò viene descritto come un’incoerenza tra i profitti dichiarati e le attività di business vero e proprio. Questa specie di gioco di prestigio, che è stato fino ad ora tollerato, e che ha rappresentato fino a questo momento solo un sospetto dal momento che non è stato provato, adesso appare uno scenario altamente probabile grazie alla pubblicazione dei dati contabili. distinti paese per paese. Lo studio in esame mostra quanto sia obsoleto l’attuale sistema di tassazione delle imprese: ogni filiale viene considerata come un’entità a se stante, indipendente dal resto del gruppo, e questo esclusivamente per ragioni fiscali.

Tuttavia sono proprio queste relazioni all’interno di un gruppo che permettono di trasferire i profitti e di mettere in pratica una potenziale strategia di evasione fiscale.
– Le banche possono anche operare come intermediari ed agevolare l’evasione fiscale dei propri clienti, sia privati individui che attività commerciali, attraverso pacchetti di servizi offerti nei loro paradisi fiscali, come è stato ampiamente mostrato negli scandali UBS e HSBC. La loro presenza capillare nei paradisi fiscali rischia di coprire una sfruttamento ancora più massiccio di questi territori offshore da parte di grandi aziende e privati contribuenti.
– La prevalente mancanza di trasparenza nei paradisi fiscali può consentire alle banche di non rispettare i loro obblighi normativi, intraprendendo attività ad elevato rischio altamente redditizie o speculative, totalmente scollegate dall’economia reale. Le località offshore sono estranee a queste normative perché non sono sottoposta in maniera sistematica alle regole della prudenza finanziaria applicate negli altri paesi (come la trasparenza contabile e i coefficienti patrimoniali previsti per le attività creditizie o per le altre attività speculative).
La crisi finanziaria del 2008 ha dunque svelato il ruolo centrale assunto dai paradisi fiscali quali sedi di quelle operazioni di business a più elevato rischio.


L’importanza della trasparenza fiscale

Le informazioni utilizzate nella presente relazione sono state prese dalla relazione annuale del 2014 pubblicata nel 2015 dei primi cinque gruppi bancari francesi – BNP Paribas, BPCE, Société Générale, Crédit Agricole e Crédit Mutuel-CIC15. In conformità con la quarta direttiva europea del 26 giugno 2013 sui requisiti patrimoniali e con la legge bancaria francese del 26 luglio 2013, gli istituti finanziari pubblicano i dati sulle attività svolte in ogni paese in cui hanno sede. Questa disposizione, nota come relazione pubblica paese per paese, comprende:
– I nomi delle filiali e la natura delle loro attività.
– Il margine di intermediazione (equivalente al fatturato).
– Il personale, espresso in occupati a tempo pieno.
– L’utile o la perdita prima delle imposte.
– Le imposte pagate.
– Le sovvenzioni pubbliche ricevute.

Gli indicatori sono stati calcolati e confrontati sulla base delle informazioni raccolte e aggregate.
Ciò ha permesso un confronto tra i paradisi fiscali e il resto del mondo.
La classificazione dei vari paesi in base all’imposta applicata, ai vincoli normativi ed alla legge ivi vigente come paradisi fiscali è stata tratta dalla lista prodotta dal Tax Justice Network (TJN) con l’eccezione di Stati Uniti, Regno Unito e Portogallo, che sono stati rimossi ai fini della presente inchiesta. I termini “territorio off-shore” e “paradiso fiscale” vengono usati in questo rapporto con lo stesso senso.

Per oltre dieci anni la pubblicazione di una relazione paese per paese è stata la richiesta centrale da parte delle organizzazioni della società civile impegnate nella lotta all’ evasione fiscale delle multinazionali.
Per le società questo vuole dire pubblicare i dati contabili dettagliati sulle loro attività in ciascun territorio in cui operano. Questa misura è indispensabile per verificare se la diffusione geografica degli utili rifletta la vera natura della attività commerciale svolta in ogni territorio. E ‘quindi possibile determinare se l’imposta pagata realmente dall’impresa rappresenti il carico fiscale effettivo di ciò che l’ azienda dovrebbe pagare in ogni paese. Quando viene applicata, l’incoerenza tra i profitti segnalati e le attività di business realmente svolte può evidenziare l’uso improprio dei paradisi fiscali, al fine di violare particolari requisiti normativi o fiscale. Non tutte le attività presenti nei paradisi fiscali sono, a priori, riprovevoli. Grazie ad una maggiore trasparenza sulle loro attività, siamo in grado di distinguere tra attività “reali” e quelli che invece non lo sono.
La pubblicazione della relazione paese per paese ed il suo accesso pubblico permette di conseguire tre obiettivi:
– Di dissuadere le imprese dal trasferire offshore i loro profitti in modo improprio e falso,
– Di assicurare che tutte le autorità fiscali, incluse quelle dei paesi in via di sviluppo, abbiano accesso ai dati. Se la relazione non fosse resa pubblica come consigliato dall’OCSE, vi è il rischio concreto che i paesi in via di sviluppo non siano in grado di accedere ai dati,
– Di permette agli investitori, ai clienti o ai dipendenti della società di misurare meglio i rischi ai quali il gruppo
potrebbe essere esposto, siano essi geopolitici, giuridici e finanziari.


 

La necessità di estendere la relazione pubblica paese per paese ad ogni settore

I deputati francesi sono stati i primi ad introdurre, con riferimento alle banche francesi, l’attività di reporting paese per paese attraverso la legge bancaria del 2013, che poi ha agevolato l’adozione di una misura simile da parte dell’Unione Europea, in relazione a tutte le banche europee. Dopo un periodo transitorio iniziale in cui erano state richieste solo tre categorie, per la prima volta nel 2015 le banche francesi sono state obbligate a pubblicare tutte le informazioni paese per paese. Quest’utlimo report ha incluso anche le controllate, indicando per ciascuna il profitto, il fatturato, il personale, le tasse versate e i sussidi ricevuti per ogni paese in cui ha operato. Questo secondo esercizio di comunicazione da parte degli istituti di credito transalpini dimostra che la trasparenza è possibile, e che non comporta costi esorbitanti, ne minaccia la competitività sul mercato delle banche. Tale conclusione è stata confermata da uno studio sull’impatto realizzato da PricewaterhouseCoopers per la Commissione europea.
Tale studio ha concluso che i costi associati alla pubblicazione della relazione sarebbero trascurabili e che la trasparenza potrebbe anche avere un effetto positivo sulla fiducia degli investitori e sulla competitività delle banche. La società civile ha a lungo richiesto l’accesso a dati contabili dettagliati delle banche, paese per paese. Da quando questa misura è stata adottata, il lavoro di Tax and Legal Havens Platform ha dimostrato come tale informazione sia essenziale per chiarire le attività delle imprese nei paradisi fiscali.
La richiesta è ora quella di estendere tale obbligo a tutti i vari settori dell’economia. Il moltiplicarsi degli scandali di evasione fiscale che interessano grandi multinazionali mostra infatti come questa non sia una pratica confinata al solo settore bancario, e che quindi vi sia l’esigenza di una risposta pronta ed efficace. La pubblicazione delle informazioni è essenziale a dissuadere le società ad evadere il fisco, garantendo che tutte le autorità fiscali interessate abbiano accesso alle informazioni e consentendo il controllo pubblico. Tuttavia, nel novembre 2015, i paesi del G20 e dell’OCSE hanno adottato un obbligo di comunicazione non pubblica per le aziende con un fatturato superiore ai 750 miliardi di euro, che riguarda il 10-15% del multinazionali.
Eppure, allo stesso tempo, il Parlamento europeo nella sua direttiva sui diritti degli azionisti, ha adottato un emendamento in favore della pubblicazione della relazione sulle attività stato per stato, ribadendo inoltre nel 2015 il suo sostegno alla pubblicazione in tre diverse occasioni. I negoziati a livello europeo sull’ adozione di questa direttiva sono, tuttavia, sospesi fino la pubblicazione di uno studio di impatto da parte della Commissione europea, previsto per aprile 2016, studio che dovrebbe poi essere seguito da una proposta europea.
I deputati francesi hanno anche mostrato il loro sostegno in favore della pubblicazione della relazione per tutti i settori produttivi, votando per ben due volte lo scorso dicembre, prima che il disegno di legge venisse respinto, come risultato di un cambio di strategia da parte del governo. La posta in gioco è alta, dal momento che l’estensione di questa disposizione dovrebbe finalmente consentire al pubblico, agli investitori e agli enti statali di avere una comprensione più precisa delle attività commerciali delle grandi società nei paradisi fiscali, e garantire che queste paghino l’imposta dovuta nei paesi in cui realmente svolgono le loro attività.

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Hacking Team: lo spionaggio via cellulare

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Edward Snowden l’ex analista del NSA divenuto famoso per avere rivelato l’esistenza del programma di sorveglianza elettronica denominato PRISM, gestito, a partire dal 2007, proprio dalla National Security Agency, ha sempre sostenuto di non essere un amante dei cellulari come strumento di comunicazione.

Strenuo sostenitore della privacy, Snowden non ha mai diffuso informazioni sulle modalità attraverso cui i governi riescano a penetrare nei cellulari, rivelando tuttavia come, in alcuni casi, lo spionaggio ed il controllo avvengano anche se il cellulare è spento. Recentemente, in una sorta di Karma informatico, un attacco perpetuato ai danni di una society informatica italiana, la Hacking Team, ha permesso di conoscere come questo spionaggio esercitato attraverso i cellulari sia possibile.

L’impresa italiana, con sede stabile a Milano, ha sviluppato questo software che si chiama RCS/Galileo (Remote Control System), un programma veduto solo a governi ufficiali e studiato per le forze di polizia e per i servizi segreti,  per “Combattere il crimine in maniera semplice, attraverso una tecnologia “offensiva” facile da usare”.

La Hacking Team è balzata per la prima volta agli onori della cronaca nel 2012 quando si scoprì che la sua prima versione del software di spionaggio per cellulari veniva usata per spiare l’organo di stampa marocchino Mamfakinch, e l’attivista per i diritti umani degli Emirati Arabi Uniti Ahmed Mansoor. Recentemente RCS è stato anche utilizzato per spiare i giornalisti etiopi a Washington DC.


Spionaggio come filosofia di vita
L’equilibrio tra privacy e sicurezza è un falso problema. Non abbiamo bisogno di iperboli, attacchi di isteria o false piste. Sfortunatamente questo è quello che difendono i sostenitori della privacy e, più recentemente, anche Apple“.

E ancora: “La recente preoccupazione da parte dei vertici delle forze di sicurezza  sui pericoli delle crittazioni di massa dei cellulari, delle e mail e di altri sistemi di comunicazione riaccendono la preoccupazione su ciò che l’FBI definisceIl lato oscuro“.

Sono solo due degli incipit delle argomentazioni che compaiono sul sito hackingteam.com. e che cercano di perorare i prodotti che la società italiana vende e commercializza in giro per il mondo, puntando più sull’efficacia e soprattutto sull’argent, che sull’etica del cliente e del prodotto.
Ma cerchiamo di capire più da vicino il funzionamento di questo controverso software RCS/Galileo.

Esso permette, in primo luogo, di avere un controllo totale sui dati contenuti nel cellulare del soggetto “obiettivo”; in particolare di attivare da remoto il microfono del cellulare, qualunque sia il sistema operativo utilizzato (AndroidiOS, BlackBerry).
In tal modo il cellulare diventa un normale radio microfono, di quelli usati per le intercettazioni ambientali.

In due interventi molto dettagliati, sia Citizen Lab, un centro di ricerca canadese, che Kaspersky, il famoso produttore russo di sistemi di sicurezza, hanno fornito una documentazione del programma in questione, riuscendo anche a copiare una parte del Troian utilizzato dalla società per entrare nel cellulari obiettivo, sotto la veste di un lettore di notizie dall’arabo. I due super esperti sono anche riusciti ad individuare i server di comando e controllo, la maggior parte dei quali è localizzata negli Stati Uniti, in Ecuador ed in Kazakistan.

Il sistema RCS è stato progettato per estrapolare dati dai pc e cellulari infettati, attraverso reti segrete di “proxy server“, e riciclarli in paesi terzi, fino a farli arrivare ad una “destinazione finale” che è, in genere, il governo che conduce l’attività di spionaggio. Tutta questa triangolazione è stata studiata per nascondere l’identità del governo che gestisce lo spionaggio. Ad esempio i dati destinati verso un punto finale in Messico sembrano essere indirizzati attraverso quattro differenti proxies, ciascuno dei quali dislocato in un diverso paese. Il punto di raccolta dei dati viene fornito da uno o più fornitori del programma Galileo, tra i quali Hacking Team.

La Hacking Team garantisce la non tracciabilità del governo che  gestisce le operazioni; tuttavia associando i dati relativi ai governi che hanno acquistato in passato la versione precedente di Galileo (Leonardo), ai casi più famosi di spionaggio, è stato possibile dedurre come tra i probabili clienti dell’azienda milanese vi siano i seguenti governi: Azerbaijan, Colombia, Egitto, Etiopia, Ungheria, Italia, Kazakistan, Corea, Malesia, Messico, Marocco, Nigeria, Oman, Panama, Polonia, Arabia Saudita , Sudan, Tailandia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, e l’Uzbekistan.

Secondo l’indice di Democrazia pubblicato nel 2012 dalla rivista The Economist, nove di questi vengono definiti governi “autoritari”, mentre altri due, Egitto e Turchia, hanno represso brutalmente dimostrazioni antigovernative pacifiche, e la Turchia in particolare ha recentemente represso giornali e incarcerato giornalisti che avevano svolto inchieste su esponenti del governo o loro parenti.


Come funziona RCS Galileo
Il sistema riesce ad entrare e gestire le seguenti funzioni ed applicazioni del telefono: Wi-Fi, GPS, GPRS, Registratore vocale, E-mail, SMS, MMS, Lista dei files, Cookies, Pagine Web visitate e registrate, Registro telefonate, Note, Calendario, Clipboards, Lista delle Apps attive, Credito della SIM, Microfono, Video camera, Chats, WhatsUpp, Skype, Viber, la registrazione delle attività di tutte le applicazioni utilizzate.

Va sottolineato come nel caso dell’iPhone, la versione di iOS richiedeva un cellulare al quale erano state rimosse le restrizioni imposte (jailbreaked) per accedere al root del sistema operativo ed al file manager. E qui occorre notare come, in relazione alla normativa giuridica, mentre in alcuni paesi questa pratica viene tollerata, ed esistono delle vere e proprie comunità di utenti di iPhone con la digatal lock, la serratura digitale, aperta, e la possibilità di accedere anche al mercato delle applicazioni non Apple, e quindi anche gratuite, in altri viene perseguita legalmente. Negli Stati Uniti l’Ufficio per il Copyright ha approvato diverse deroghe (2010, 2012 e 2015) per consentire agli utenti di rimuovere le restrizioni sui loro cellulari.

Dicevamo di come gli iPhone impiegati dai due gruppi di esperti indipendenti presupponevano l’accesso fisico al cellulare, onde poter rimuovere le restrizioni; ma una volta superato questo ostacolo il craccaggio del cellulare (riverse engineering) è risultato essere più semplice rispetto ai cellulari Android.
Viceversa nel caso dei cellulari che utilizzavano Android la difficoltà incontrata è stata quella di rintracciare la root, che in alcuni casi, in base alle esigenze dei loro utenti, viene tenuta nascosta per motivi di sicurezza (security enhanced).

In genere la procedura seguita dai governi per infettare un cellulare con lo spyware RCS è attraverso l’utilizzo di “Exploits“, vale a dire dei codici che sfruttano dei bugs presenti in software molto diffusi; ad esempio nel caso di un cellulare Android, viene infettata una applicazione come Qatif Today, una app di news sul mondo arabo.
Il passaggio successivo è quello di spingere il proprietario del cellulare obiettivo a scaricare tale app attraverso una fonte legittima, come, ad esempio, un link contenuto in un una mail. Gli exploits hanno il vantaggio di minimizzare l’interazione e la consapevolezza da parte dell’utente durante l’installazione dell’RCS. (cm)

Carminati e Finmeccanica

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Nel corso dell’udienza del primo febbraio, il pm Paolo Ielo ha chiesto al teste, il maresciallo del ROS Roberta Cipolla, se dalle intercettazioni telefoniche effettuate nei suoi confronti, Massimo Carminati si fosse mai lamentato del timore che Marco Iannilli, suo padrone di casa ed ex commercialista di Lorenzo Cola, si decidesse di collaborare con gli inquirenti.
Il maresciallo risponde di si, e legge a questo proposito l’intercettazione del 19 agosto del 2013 tra Carminati e Angelo Maria Monaco, un suo conoscente con precedenti per reati di natura contabile; nel corso della conversazione Carminati spiega:

loro vogliono, infatti non hanno capito che lui di me non sa niente” . E ancora prosegue: “..loro,  probabilmente vogliono che lui dica una cosa falsa…Qui il discorso è che io sono intervenuto in favore suo con Gennaro (Mokbel); loro, probabilmente, vogliono fargli dire che io sono intervenuto prima chiamato da lui, con Gennaro, e poi con Gennaro abbiamo..“.

Carminati spiega al suo interlocutore che il suo timore è che Iannilli possa essere costretto dagli inquirenti a rivelare che il suo intervento sia stato antecedente rispetto alle presunte minacce di morte di Mokbel, e che quindi avesse ben altra motivazione.
Un minuto dopo, infatti, il Pirata spiega:

Capito qual’è il discorso che loro vogliono portargli a dire?” e poi prosegue, secondo quella che sarebbe la sua visione della “costrizione”:

E allora piglialo per il collo, perché può essere che, può essere che questa è la loro opinione, è la loro…quello che pensano loro, ma non è manco vero“.

Dello stesso tenore è la conversazione intercettata il 29 agosto presso il distributore ENI di corso Francia con Massimo Perazza, altra sua conoscenza. In quell’occasione Carminati afferma:

Allora Finmeccanica non parla perché lo dice Carminati, roba che…Finmeccanica, io sono entrato pe’ trovà, perché Iannilli la non ci andava, perché se no se lo magnava, capito? […] Poi hanno difficoltà accusandomi di reati minori, che mi danno le fatture false..E che avremmo fatto tutto st’impiccio per delle fatture false? Penso che arriva, arriva, che sputa, se mette a ride, ce ride in faccia, ma, manco ce firma, io manco c’ero jo detto. Io il magistrato mio che ti ha detto sulla […] dei testimoni“.


Saggezza popolare
Secondo un vecchio adagio popolare la figura della suocera sarebbe vista come quella di una persona con la quale difficilmente si riesca a trovare un’intesa, e che quindi possa risultare più agevole cercare un accomodamento attraverso la nuora.
Dunque chi parlava, vale a dire Carminati, sapeva di essere intercettato, e cercava di sviare le indagini o comunque di difendersi dalle eventuali accuse che gli sarebbero potute piovere addosso dalla collaborazione di Iannilli.

Con lo stesso senso possono essere interpretate le dichiarazioni rese, ed intercettate, da Carminati presso lo studio dell’avvocato Pierpaolo Dell’Anno, e nelle quali la conoscenza di Mokbel veniva postdatata al 2008-2009, quando questo era già uscito dall’affare Digint (2007).

Nel corso dei primi mesi di udienze del processo Mondo di Mezzo si è potuto constatare, dalla lettura delle intercettazioni e delle operazioni di OCP (osservazione controllo e pedinamento) come, un anno prima del suo arresto, un’ Alfa 156 intestata alla Questura di Roma si fosse fermata al distributore di corso Francia, ed i suoi occupanti, intercettati, avessero avvertito Carminati circa l’esistenza di un’inchiesta giudiziaria che lo vedeva coinvolto: “Perché adesso, te stai sotto indagine…“.

Dunque gli indagati del sodalizio criminale sapevano di essere intercettati telefonicamente. E questo viene confermato dall’utilizzo da parte di Carminati delle cosiddette “utenze dedicate”, ovvero di telefoni cellulari cambiati frequentemente, con schede sim intestate ad immigrati estranei all’organizzazione.

Per cercare di rendere più complicato il lavoro degli inquirenti Carminati e i suoi sodali utilizzavano nelle loro conversazioni delle utenze esclusive, di modo che il Pirata, ad esempio, aveva un cellulare per parlare con Salvatore Buzzi, uno per Fabrizio Franco Testa ed un altro per Carlo Pucci. La stessa cosa avveniva con i suoi interlocutori.

Ma non solo.


L’accertamento della tributaria
L’inchiesta su Mafia Capitale che ha portato, a novembre del 2014, alla prima ondata di arresti, era stata preceduta il 12 novembre 2012 da una verifica fiscale da parte del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, in relazione alla contabilità del gruppo di cooperative facenti capo a Salvatore Buzzi. Per alcuni giorni gli uomini della tributaria sono entrati ed hanno avuto libero accesso alla contabilità delle sedi di via Pomona  (29 Giugno) e di viale Palmiro Togliatti (Eriches) , suscitando una profonda inquietudine su Salvatore Buzzi e sui suoi collaboratori.

Ed è proprio negli uffici del commercialista del Gruppo, Paolo Di Ninno, che gli agenti della tributaria troveranno la contabilità parallela con i flussi di cassa diretti ai vari soci occulti del gruppo di cooperative, primo fra tutti quel Massimo Carminati indicato con la lettera M, ed al quale sarebbero spettati, secondo le scritture contabiliti non ufficiali, circa un milione di euro. Ai quali si sarebbero in seguito aggiunti i proventi per i pasti dei vari centri per minori e richiedenti asilo, forniti dalla Unibar e dalla Unibar 2  di Giuseppe Ietto.

Secondo la Procura Buzzi avrebbe chiesto l’intervento del generale della Finanza Emilio Spaziante, il quale ha recentemente patteggiato una pena di 4 anni di reclusione per la vicenda del Mose di Venezia. Lo scopo del tentativo di approccio sarebbe stato quello di capire i motivi dell’accertamento ricevuto.

Ma evidentemente Spaziante aveva altri pensieri per la testa, e dunque l’appoggio non arriva. Questo fatto ha portato tutto lo staff che lavorava in via Pomona, e Salvatore Buzzi in primis, a temere che negli uffici fossero stati piazzati dei microfoni. In conseguenza di ciò, durante le riunioni che si svolgevano nelle sedi in questione, veniva usato un disturbatore di frequenza, un jammer, ritenendo in tal modo di riuscire a sviare ogni possibile orecchio indiscreto. In effetti dell’utilizzo del jammer gli inquirenti ne erano già venuti a conoscenza attraverso le intercettazioni; ed un dispositivo di questo tipo, il cui utilizzo è consentito solo alle forze di polizia, è stato  rinvenuto in casa di Carminati, in via Magliana.

Tuttavia le frequenze radio che il jammer disturbava erano diverse da quelle sulle quali trasmettevano i radio microfoni utilizzati dagli investigatori, e dunque il suo impiego si è rivelato assolutamente inefficace.


L’affare Digint e il grande banchetto
Carminati, nelle intercettazioni, cerca dunque di allontanare da se tutte le accuse che potrebbero risultare a suo carico dalla collaborazione di Iannilli, rivelando una sua verità fatta di incontri e di conoscenze post datati rispetto alla vicenda Digint, ed al “grande banchetto” che ne sarebbe derivato.

Così come rimodulate sembrerebbero le motivazioni che lo avrebbero portato a fare la conoscenza sia di Iannilli che di Mokbel. Secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Roberto Grilli, lo skipper arrestato per traffico internazionale di stupefacenti, Carminati, Mokbel e Iannilli si sarebbero conosciuti in epoca antecedente rispetto a quella riferita nelle intercettazioni da Carminati.

E questo malgrado le risultanze processuali  abbiano accertato solo due incontri tra Carminati e Mokbel: il primo, il 28 agosto 2013, presso il distributore di corso Francia, e l’altro, il 21 ottobre 2013, allorquando Carminati si recava presso l’abitazione di Mokbel, in via Cortina d’Ampezzo.  E nonostante dai processi Broker-Digint e Arc Trade, che hanno visto come imputati Cola, Iannilli e Mokbel, non sia in alcun modo emerso un coinvolgimenti di Massimo Carminati. (cm)

Dieselgate: le complicità della Commissione

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Documenti interni dimostrano come la Commissione abbia fornito informazioni riservate  alla lobby automobilistica sulle nuove prove di emissioni

Quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sullo scandalo dieselgate ha iniziato i sui lavori a Bruxelles, è trapelato un documento riservato della lobby europea dei produttori di auto, la ACEA ( Association Comunitaire des Entreprie des Automobiles), che ha rivelato un sofisticata, variegata e di basso profilo strategia di lobbying volta a indebolire i nuovi test sulle emissioni.

Lo scandalo dieselgate dello scorso settembre ha mostrato a tutto il mondo come i costruttori di automobili si fossero accordati sui limiti per le emissioni legali degli ossidi di azoto (NOx) nei test di laboratorio, mentre sulla strada li superavano abbondantemente (fino a 40 volte nel caso di Volkswagen). Sebbene questa notizia costituisse per il pubblico una novità, la Commissione europea aveva già affrontato la questione del superamento dei limiti delle emissioni da parte dei produttori nel 2011, e stava programmando nuovi test “su strada”, o test sulle “emissioni di guida reale” (RDE), per cercare di risolvere il problema dell’inquinamento delle auto a gasolio. Ma, come mostrano le informazioni riservate, ACEA ed i suoi membri avevano altri progetti.

La loro intenzione era di indebolire e ritardare i nuovi test, la cui definizione era stata prevista entro il 2015 mentre il loro inizio era stato fissato per il 2017, che avrebbero potuto impedire ogni anno migliaia di morti premature, ma che avrebbero certamente tagliato i loro profitti se attuati integralmente.

I documenti riservati in questione si mostrano sotto forma di una presentazione di ACEA risalente al febbraio 2015, diversi mesi prima delle votazioni cruciali in Parlamento su quelli che sarebbero stati i nuovi test, quale sarebbe stato il loro rigore, e quando avrebbero dovuto  essere introdotti.

Il documento rivela come un incontro segreto durato un intero week-end tra la Commissione e l’ACEA, abbia poi guidato la strategia negoziale in quattro punti di quest’ultima; come inoltre ACEA fosse disposta ad accettare compromessi molto limitativi, se obbligata – senza mai avere bisogno di informazioni all’interno della Commissione; e quando la Commissione non si è dimostrata sufficientemente malleabile, ha usato gli Stati membri dell’UE per bloccare quelle proposte poco gradite.

Oltre a svelarci un quadro inatteso sulle strategie di lobbying dell’industria automobilistica, ci fornisce anche une presa in giro circa l’ affermazione della Commissione secondo cui non vi sia conflitto di interessi che riguardi da vicino le case automobilistiche nell’adozione dei regolamenti comunitari ai quali queste saranno tenute ad aderire. Sia la Commissione che l’industria automobilistica sostengono che le interazioni e lo scambio di informazioni siano attività puramente tecniche e non politiche, ma, qualora vi sia bisogno di ulteriore prove, il documento interno, pervenuto a Corporate Europe Observatory (CEO), mostra come ciò sia palesemente falso. Sfortunatamente, la perpetuazione del mito della neutralità tecnica ha permesso ai produttori di automobili ed ai loro gruppi di pressione di intervenire in tutte le fasi rilevanti del processo legislativo – da quelle iniziali di elaborazione su quale debba essere il contenuto della direttiva fino a decidere i dettagli della sua attuazione.

Nonostante lo scandalo dieselgate e la conseguente indignazione pubblica, l’industria automobilistica è riuscita ancora una volta ad ottenere ciò che voleva per quanto riguarda i nuovi test RDE. In primo luogo, indebolendo le condizioni dei nuovi test, quindi riuscendo ad ottenere dai governi il sostegno per un’enorme scappatoia che ha permesso ai produttori di superare i limiti delle emissioni di oltre il doppio rispetto al limite legale. Quest’ultimo è stato votato dai governi nazionali il 28 ottobre, solo un mese dopo lo scoppio dello scandalo, e quindi approvato dal Parlamento europeo all’inizio di febbraio. Se questo fatto da solo non sia sufficiente, il documento interno analizzato da CEO sottolinea la necessità di porre fine alla stretta relazione tra le autorità di regolamentazione ed i soggetti regolati. Ai lobbisti del tabacco non sarebbe stato permesso di scrivere una normativa sul controllo del tabacco, quindi perché dovrebbe essere consentito ad ACEA?


Meetings informali nei fine settimana: informazioni riservate date alla Commissione

Gran parte della strategia di lobbying presentata nel documento si basa su una riunione segreta tra uno dei lobbisti chiave di ACEA, il responsabile del dipartimento emissioni e combustibili Paul Greening, e Nikolaus Steininger, responsabile delle politiche presso l’unità Automotive Industry della Commissione Europea, all’interno della Direzione Generale per il Mercato Interno, l’Industria, l’Imprenditorialità e le Piccole e Medie Imprese (Direzione Generale Sviluppo). In altre parole vi è stata una riunione informale in cui informazioni altamente sensibili sono state condivise tra due uomini interamente coinvolti nel processo, uno incaricato di coordinare la strategia di lobbying del settore auto, l’altro un rappresentante dell’organo governativo, incaricato di regolare lo stesso comparto industriale.

L’incontro ‘informale’ ha avuto luogo l’11 gennaio 2015, ma quando CEO ha richiesto un elenco di tutti i meetings tenutisi tra la DG Sviluppo ed ACEA e ciascuno dei suoi membri, non è stato possibile individuare alcun incontro. In una richiesta di aggiornamento, nella quale venivano domandate informazioni in particolare sull’incontro citato, la Commissione ha voluto sapere: “Può gentilmente confermare che è davvero l’ 11 gennaio 2015, e che si trattava di una Domenica?”. Nel momento in cui si scrive, la Commissione ha prorogato per ben due volte il termine di legge per rispondere alla richiesta di CEO.

Questi incontri informali tra la Commissione e ACEA si svolgevano di domenica, ben oltre la portata della normativa europea sulla trasparenza. Anche se ciò è già di per se motivo di preoccupazione, quello che desta maggiore sconcerto è ciò che è stato condiviso durante questi incontri assai poco trasparenti. Secondo il documento sulla strategia dell’attività di lobbying, Steininger ha dichiarato ad ACEA che, a suo modo di vedere, non vi era “alcuna necessità di un compromesso”, vale a dire ACEA non aveva alcun bisogno di indebolire la sua posizione negoziale per ottenere quello che voleva dai nuovi test RDE. Steininger ha poi continuato mostrando dove era probabile che la Commissione avrebbe rivisto la sua posizione nei confronti di EAMA e dei suoi membri.

Steininger ha anche rivelato che la Spagna aveva già difeso le posizioni di ACEA, avendo ottenuto con successo che i limiti da fissare sulla temperatura alla quale avrebbero dovuto svolgersi il test RDE  (una delle condizioni limite verso la quale ACEA stava spingendo era la  fissazione dei parametri per i test –  per renderli più facili da superare). Il governo spagnolo è stato uno strenuo difensore del settore, con quattro fabbriche che producono auto Volkswagen e SEAT (di proprietà della VW) e che impiegano più di 17.000 persone, mentre la casa automobilistica tedesca è la più grande lobbista a Bruxelles tra i vari membri di ACEA.

L’informazione condivisa non era solo di grande valore per ACEA, rivelando questioni delicate legate alla tempistica dell’ introduzione dei test ed ai ‘fattori di conformità “(cioè con quale fattore l’industria avrebbe eventualmente sforato i limiti), ma ha anche minato in quel periodo la l’immagine pubblica della Commissione.

Sempre nel documento interno giunto tra le mani di CEO  vi è una tabella che traccia le posizioni di ACEA (la posizione “di partenza”, così come le loro tre posizioni progressiste di “compromesso”), e le confronta con quelle della Commissione. In una colonna vi è la posizione ufficiale della Commissione, ma accanto vi è la posizione più debole “di compromesso della Commissione europea”, che in base alle note si fonda su “voci”, vale a dire le informazioni fornite da Steininger al funzionario di ACEA Paul Greening nel corso della riunione informale citata. Questi “voci”hanno costituito l’ossatura della successiva strategia di lobbying di ACEA, oltre ad un irrigidimento della sua posizione, ovvero una distanza da qualsiasi compromesso che potesse aumentare notevolmente le emissioni, l’inquinamento atmosferico, e quindi il numero delle morti premature da avvelenamento da ossido di azoto (NOx).

I risultati dei test RDE hanno rispecchiato le richieste di ACEA su molti fronti, contenendo molteplici scappatoie favorevoli all’industria, tali da assicurare che le emissioni prodotte da normali condizioni di guida potessero ancora rimanere molto al di sopra di quelle dei nuovi test.

La riunione informale tenutasi tra personale  della Commissione e ACEA che ha portato alla condivisione di informazioni sensibili e importanti evidenzia quanto sia vicino il rapporto fra controllore e controllato, oltre ad essere uno dei motivi per i quali l’industria automobilistica non abbia sentito la necessità di giungere ad un compromesso su questioni di fondamentale importanza. Il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ha più volte enfatizzato  la trasparenza delle lobbying quale questione in cima alle sue priorità, ma l’accesso privilegiato di cui godono le grandi imprese non si limita soltanto agli edifici della Commissione ed è esemplificato da questo genere di incontri informali, per non parlare dei cocktail party e degli altri eventi che servono ad ungere gli ingranaggi della macchina legislativa di Bruxelles.


Organizzare gli Stati membri contro la Commissione

La presentazione citata rivela quanto siano coinvolti ACEA ed i suoi funzionari nell’aiutare la Commissione ad elaborare le normative del settore auto: dalla fase di consulenza del Gruppo di Esperti (Expert Group) per conto della Commissione prima che la normativa sia stata ancora scritta, nella  guida all’ applicazione tecnica delle decisioni legislative nel “Comitato Tecnico Veicoli a Motore” durante la fase di “Procedura del Comitato”, così come all’interno delle speciali “task forces” al fianco degli scienziati interni alla Commissione, o del Centro Comune di Ricerca (Joint Research Center), elaborando le” condizioni limite “per le prove RDE. Tuttavia, per quanto ampio possa essere il suo accesso e la la sua partecipazione, i documenti interni mostrano come  ACEA abbia deciso di giocarsi le sue carte evitando di dipendere in maniera eccessiva dalla Commissione. I documenti mostrano come l’asse portante della strategia di ACEA sia stato sempre quello di coinvolgere i governi nazionali europei nelle sue stesse posizioni, al fine di aggirare la Commissione quando questa non condivideva la sua linea.

Tra i documenti riservati vi è anche una slide che delinea la valutazione di ACEA sulle diverse possibili tempistiche in relazione alla finalizzazione dei test RDE, oltre a quale avrebbe dovuto essere il loro contenuto.

La presentazione mostra come vi sia a stata una grande attività di coordinamento, a livello europeo, tra i membri ACEA, al fine di valutare correttamente se i governi nazionali avrebbero dovuto bloccare o meno il percorso normativo. Questo consentiva loro di avere la loro versione della realtà da presentare ai ministeri nazionali di trasporto, il cui apporto era essenziale nel ritardare o indebolire il pacchetto di test RDE, in linea con le richieste di ACEA.

Così come individuare quali fossero gli stati più ricettivi, che comprendeva anche: presentare una proposta completa alternativa di test RDE, elaborata secondo le proprie esigenze – pur essendo pienamente coinvolto nella proposta della Commissione; fornendo i propri calcoli in relazione ai fattori di conformità (che consentono all’industria di superare i limiti di un certo margine); e creando una posizione comune in materia di condizioni limite (cioè decidere quali fossero le condizioni limite per il test ). Armati di questa, i membri ACEA erano in grado di sostenere i governi nazionali fornendo loro le munizioni necessarie per la lotta contro la proposta della Commissione.


Convincere gli stati membri

Una volta che gli argomenti chiave erano stati messi assieme ed i paesi identificati, il documento interno trafugato mostra come la strategia principale di ACEA fosse quella di portare gli stati membri sulle sue posizioni attraverso le ‘Presentazioni ACEA RDE’.

A dedurre  dalla presentazione, che fa riferimento alla ‘ACEA RDE Roadshow Parte 2’ (di tre), l’obiettivo era quello di portare funzionari di alto livello di ACEA a fianco dei rappresentanti locali, come gli imprenditori, per coinvolgere i ministeri nazionali. Armati di un Powerpoint ACEA  coordinato a livello centrale, i delegati dovevano esercitare pressioni nel loro paese sull’importanza di ascoltare le lobby delle case automobilistiche, al fine di evitare la perdita di posti di lavoro. In Ungheria, per esempio, il documento mostra come il funzionario del gruppo Daimler Jenz Franz fosse il rappresentante di ACEA, con il funzionario di Audi Konrad Kolesa nel ruolo di partner locale. Con la sua fabbrica e l’indotto dalla componentistica, Audi sostiene di mantenere più di 15.000 posti di lavoro in Ungheria.

Le due settimane di “Presentazione” mirate erano suddivise con la prima con un taglio adatto ai paesi dell’Europa orientale e centrale, mentre la seconda a quelli dell’ Europa occidentale (Francia, Spagna, Italia, Regno Unito). Tuttavia, dato che tale programma si scontrava con il Forum Mondiale per l’Armonizzazione della Regolamentazione dei Veicoli (WP.29) di Ginevra – un organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di uniformare le norme sulle auto in Europa – la presentazione sosteneva che l’ “ideale sarebbe stato quello di raggiungere tutti a Ginevra”.

Il piano era il seguente: portare esperti governativi insieme a cena. Ancora una volta, il trattamento privilegiato per i lobbisti dell’industria dell’auto va ben oltre le sedi della Commissione o gli uffici governativi.

Corteggiare gli Stati membri attraverso la Presentazione sembra però aver dato i suoi frutti.

Secondo alcune fonti vicine al comitato per la “Procedura di Commissione”, con l’incarico di decidere in merito alla forma che avrebbero dovute assumere i test RDE  (formalmente denominato  Comitato Tecnico sui Veicoli a Motore, o CTVM, e composto da rappresentanti dell’industria della auto, della Commissione e dei governi nazionali), i paesi dell’Europa centrale e orientale hanno sostenuto le posizioni dei costruttori automobilistici, come la Spagna, l’Italia, e la Svezia, introducendo le posizioni di ACEA tracciate nei documenti interni trafugati. Dunque gli Stati membri hanno giocato un ruolo determinate nel consentire ad ACEA di ottenere ciò che voleva, ma la chiave del successo è stata quella di avere una strategia ben pianificata ed eseguita, che ha messo assieme il livello nazionale con quello europeo.


Non solo ‘esperienza’

La Commissione ha sempre difeso il coinvolgimento dei produttori di automobili nel processo decisionale per via della mancanza di competenze interne che l’industria è in grado compensare. Tuttavia il documento interno sottolinea ulteriormente la natura politica delle competenze fornite, e in che modo informazioni che potrebbero sembrare tecniche, ad esempio su quali possano essere le condizioni si guida ‘normali’,  vengano effettivamente utilizzate come merce di scambio da parte dell’industria per ottenere un ulteriore indebolimento della normativa (ad esempio l’industria può ridefinire le condizioni di  “normalità” in cambio di una proroga temporale sui test o di un ampliamento delle esenzioni).

Le informazioni dal settore automobilistico non sono legate a ciò che è o non è tecnicamente possibile per i produttori, ma ad un calcolo su quanto costerebbe realizzare un certo profitto.

Il coinvolgimento di ACEA nel processo di regolamentazione è chiaramente in veste di parte interessata, e non di esperto. La presentazione delinea una strategia di negoziazione a più livelli, con tre compromessi tra la loro posizione di partenza e quella di arrivo – e il fatto che essi abbiano una posizione di uscita mostra come si considerino un partner senza il quale non sia possibile adottare alcuna regolamentazione. Nel fare le sue richieste e nel proporre le diverse  concessioni durante i negoziati, secondo la presentazione ACEA si chiederebbe anche (per ben due volte): “Si tratta di un compromesso realistico che possa essere accettato dalla DG Sviluppo [sic] e dagli Stati Membri [MS]?”

Da segnalare come la Direzione Generale Sviluppo – per la quale lavora Nikolaus Steininger – venga presentata nei documenti interni come un alleato chiave di ACEA, a differenza della DG Ambiente, che il documento definisce come il rappresentante della “linea dura”, una delle minacce per le automobili diesel.

Inoltre, il ‘know-how’ proveniente da ACEA non è neanche rappresentativo di tutti i suoi membri, e costituisce invece il minimo comune denominatore. Una tabella rivelatrice contenuta all’interno della presentazione, traccia un feedback di dieci diversi produttori sugli elementi dei test RDE, valutandoli in base a tre livelli di giudizio: “deve esserci”, “rinunciare solo se assolutamente necessario”, o “negoziabile”.  Le risposte hanno mostrato un’ enorme diversità, il che significa che la posizione finale sarà sempre il frutto di un compromesso al ribasso piuttosto che della difesa delle migliori pratiche. Tuttavia, la mancanza di competenze interne alla Commissione, la sua incapacità di trovare esperti indipendenti dall’industria e una presenza efficace ma limitata da parte della società civile indica come vi siano pochi contrappesi rispetto alle esigenze dei costruttori di automobili.

L’inclusione del settore auto in tutto il processo di regolamentazione ha meno a che fare con l’esperienza e più con il modo con cui la Commissione tradizionalmente regolamenta il settore, con e nell’interesse dell’industria stessa.

La recente agenda per una “Migliore Regolamentazione”, fiore all’occhiello del Presidente Juncker e volta a ridurre i regolamenti favorevoli al settore industriale, si spinge ancora più lontano, sancendo nella definizione delle politiche comunitarie gli interessi dell’industria come prioritari rispetto a quelli dei lavoratori e dell’ambiente. Tra le mani del vicepresidente Frans Timmermans, l’agenda denominata eufemisticamente “per una Migliore Regolamentazione” sta in realtà aumentando il potere nelle mani di quelle stesse industrie che la Commissione si suppone debba regolare. Si tratta di un ordine del giorno che è stato sorprendentemente fatto proprio da ACEA e dei suoi membri, ma che purtroppo per 500 milioni di cittadini europei definisce sinteticamente le emissioni di CO2 come «costi», e cioè una perdita di profitti da parte dell’industria, anziché l’impatto sulla qualità dell’aria, sulla salute pubblica e sull’ambiente.

Il conflitto di interessi e la mancanza di imparzialità nei confronti dei produttori di automobili è lampante. Infatti, la Commissione stessa ne è ben consapevole: nel corso del meeting della Direzione Generale Azione per il Clima, tra i vari soggetti interessati alla presentazione degli studi sulle emissioni di CO2 dei veicoli leggeri, una ricerca dei consulenti Ricardo-AEA Ltd ha mostrato come l’industria automobilistica abbia costantemente sovrastimato i costi dei nuovi   regolamenti sulle emissioni inquinanti, prima che questi venissero introdotti. Eppure sono ancora qualificati come fonti credibili e il peso delle loro parole è destinato ad aumentare con l’agenda “Migliore Regolamentazione”, focalizzata esclusivamente sui costi.

Si tratta, comunque, di un problema che va ben oltre l’industria automobilistica e che investe l’intera Commissione.


Tenere l’industria automobilistica a distanza dalla redazione dei regolamenti 

La Commissione parlamentare di inchiesta, che ha iniziato il suo lavoro, avrà un compito difficile davanti a sé, quello di passare al setaccio le risme di documenti redatti nel corso del processo legislativo. Ma ciò che è stato chiaro fin dall’inizio dello scandalo dieselgate è che il modo in cui il processo legislativo si svolge attualmente a Bruxelles pone a serio rischio  l’interesse pubblico, in questo caso la salute pubblica e la tutela dell’ambiente.

La pregressa corrispondenza tra la Commissione e l’industria automobilistica mostra come la Commissione si sia attivamente mossa coinvolgendo i produttori, mentre altri documenti pervenuti a CEO hanno rivelato l’attività di ritardo e di ostacolo da parte di ACEA e dei suoi membri. Ma la strategia di lobbying fin qui descritta mostra entrambi i lati – la ricerca proattiva dell’industria automobilistica da parte della Commissione, così come la particolarità delle tattiche usate dall’industria nel promuovere i propri interessi, a prescindere dal costo in termini di inquinamento atmosferico e di morti premature.

Se la Commissione è seriamente intenzionata a contrastare i settori privilegiati ed a proteggere l’interesse pubblico, dovrà seriamente mettere in discussione il coinvolgimento del settore auto nel processo di regolamentazione. Al fine di tutelare l’elaborazione delle politiche di interesse pubblico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fornito una risposta definitiva alla questione quando ha deciso di limitare, per quanto possibile, i rapporti tra i funzionari della sanità pubblica e la lobby del tabacco. Alla luce dello scandalo dieselgate, misure simili dovrebbero essere adottate anche nei confronti di ACEA e delle case automobilistiche, e se la Commissione ha ancora necessità di informazioni tecniche da parte dell’industria, udienze e altri tipi di confronti più trasparenti possono servire sia a tutelare le proprie esigenze, che l’interesse pubblico.

Il powerpoint originale

la presentazione in pdf

Volkswagen ha ammesso di aver installato  sulle sue vetture diesel un ‘impianto di manipolazione’ per ridurre le emissioni di NOx in condizioni di prova di laboratorio, ma non su strada. I test dimostrano come quasi tutte le automobili rispettino legalmente i limiti di emissione dettati della Commissione (chiamati ‘Euro 6’), infatti, le emissioni su strada sono, in media, sette volte quelle testate in laboratorio. Per una panoramica sulla situazione attuale tra i produttori confronta:  http://www.transportenvironment.org/newsroom/blog/it-time-carmakers-clean-their-act

Al momento in cui si scrive la Commissione non ha negato ne confermato l’incontro riferito da CEO, mentre la ricerca di eventi pubblici che abbiano coinvolto Steininger e Greening e / o ACEA e la Commissione in tale data, ad esempio, un dibattito, non ha prodotto nulla .

Le procedure di Commissione sono predisposte dalla Commissione europea per definire i dettagli tecnici relativi all’implementazione delle direttive e dei regolamenti. Nel caso dei tests sulle emissioni di guida reali (RDE), il comitato di riferimento è il Comitato Tecnico per Veicoli a Motore, composto da tutti i governi nazionali, la Commissione e le parti interessate (ACEA; ONG Trasporto e Ambiente).

Si veda ad esempio la riunione del 28 ottobre 2015:

http://ec.europa.eu/transparency/regcomitology/index.cfm?do=search.dossierdetail&hdi47H/nymYsbNlXdPttFYryIrLuSpzaqj27FLvPJFOyG5rQQgbwbZtV5hugZF/x

Questo è quanto minacciato in una lettera inviata da ACEA alla Commissione europea in relazione al meeting sui tests RDE:

http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/2015-07-31-from_acea_to_ec_redacted.pdf

Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia.

All’interno della presentazione vi è un ‘piano d’azione ACEA’ con un orizzonte temporale in cui identificare gli stati membri che avrebbero dovuto sostenere le posizioni ACEA; questo era un compito fondamentale per uscire dalla Presentazione, programmato per la “prima settimana di marzo”.

Il potere delle lobby:

Files allegati:

 150213_praesentation_acea_compromise_status-1.pdf

 150213_praesentation_acea_compromise_status-1.pptx

http://corporateeurope.org/power-lobbies/2016/03/leak-shows-commission-giving-inside-information-car-lobby-new-emissions-tests

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Instagram modificherà i vostri aggiornamenti con un algoritmo

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Per anni siamo stati abituati a visualizzare i post dei nostri amici sui social network secondo un certo ordine. Aggiornare la parte superiore dei “post” – la colonna  di contenuti che troviamo su alcune versioni di Facebook, Twitter e Instagram – e vedere le ultime novità in alto. Più indietro si scorre, più vecchi sono i post che si ottengono.

Con la crescita del gruppo di amici online e con lo sviluppo delle grandi società di social media, i feeds, cioè i contenuti, si sono evoluti. Nel 2009 Facebook ha cambiato il suo sistema di aggiornamento passando ad un algoritmo in gran parte basato sulla popolarità dei post, tra i vari segnalati. Il mese scorso Twitter ha introdotto, autonomamente, i tweets più popolari tra quelli più vecchi in cima agli aggiornamenti degli utenti, nel caso in cui l’utente sia stato lontano dal servizio per un certo periodo di tempo.

Martedì scorso anche Instagram ha introdotto lo stesso algoritmo. Il servizio di condivisione delle foto prevede di iniziare a testare un sistema di aggiornamento basato su di un algoritmo personalizzato per gli utenti, simile a quello già utilizzato dalla sua società madre, Facebook. Ciò significa che si potrà avere un cambiamento rispetto all’aggiornamento che il servizio ha utilizzato dai suoi inizi, nel 2010, basato strettamente su di un ordine cronologico rovesciato.   Dunque, Instagram potrà postare nella parte superiore dei contenuti le foto ed i video che ritiene più interessanti per le persone che segui, indipendentemente dal periodo in cui tali post sono stati originariamente condivisi.

Questo potrebbe voler dire che se il tuo migliore amico ha postato la foto dei cuccioli del suo nuovo cane da montagna bernese cinque giorni fa, mentre eri su un volo senza connessione Internet, la prossima volta che aprirai l’applicazione, Instagram potrebbe inserire quell’immagine nella parte superiore dei tuoi aggiornamenti.

Basandosi sulla serie storica della tua attività di interazione con quell’amico, Instagram sa che probabilmente non vorrai perderti quella foto.

La mossa è in parte conseguenza della popolarità ormai raggiunta da Instagram.

Il popolare social network  viene seguito regolarmente da più di 400 milioni di visitatori, mentre Facebook ospita 1,59 miliardi di utenti mensili. Le aziende hanno dovuto trovare il modo migliore per gestire l’enorme quantità di contenuti che scorre ogni minuto attraverso le reti.

“In media, le persone spendono circa il 70 per cento del tempo usato per controllare i post su Instagram, ad aggiornarli,” ha dichiarato in un’intervista Kevin Systrom, co-fondatore e amministratore delegato di Instagram. “Dobbiamo fare in modo che quel 30 per cento in cui si osservano i post, sia il migliore possibile“.

Più in generale, tale novità riflette gli adeguamenti che si verificano di volta in volta da parte degli utenti di Internet. Nei primi tempi della nascita del Web, gli utenti si riunivano in gran parte intorno a portali come AOL e Yahoo, prima che Google cominciasse ad esplodere consentendo loro di digitare nella finestra e di trovare esattamente ciò che stavano cercando. Poi i social network hanno inaugurato l’era degli aggiornamenti: un modo semplice, lineare, per raccogliere e visualizzare in tutto il mondo i post di amici e parenti.

A quel tempo rappresentava un’idea rivoluzionaria. “l’aggiornamento dei post è un modo potente per gli utenti di navigare nella rete ed ottenere le informazioni di cui hanno bisogno” ha scritto nel 2008 sul suo blog personale Fred Wilson, un venture capitalist tra i primi ad investire in Twitter. “I miei figli stanno crescendo con l’aggiornamento delle notizie sulla loro home page . Un approccio completamente differente da quello adottato dal portale Yahoo o dal motore di ricerca Google “.

Mentre i social network basati sull’aggiornamento dei loro contenuti sono cresciuti negli ultimi dieci anni fino a divenire dominanti, questi oggi si trovano nella necessità di dovere essere reinventati in modo da spingere il pubblico a tornare e ad intrattenersi più a lungo. Questo è particolarmente vero per quei social più grandi costretti ad affrontare concorrenti più recenti come Snapchat – quasi interamente concentrato sulla fotocamera come interfaccia per l’ utente – o applicazioni di messaggistica come Whatsapp o wechat in Cina.

Queste aziende vogliono sempre, sempre offrire la novità migliore da guardare” ha dichiarato Brian Blau, vice presidente di Gartner, una società di ricerca del settore.

Se un algoritmo è in grado di fornire molto più spesso contenuti coinvolgenti, sarà capace di intrattenerti più a lungo“.

Eppure, modificare l’aggiornamento dei post su Instagram sarà probabilmente difficile e potrà suscitare le ire degli utenti, abituati all’ordine con cui le loro foto ed i messaggi vengono aggiornati. Molte società che forniscono servizi sulla rete hanno dovuto affrontare numerosi reclami quando hanno modificato il criterio di pubblicazione dell’ aggiornamento dei post.

Quando Facebook nell’ottobre del 2009 abbandonò l’aggiornamento cronologico inverso, ad esempio, gli utenti si ribellarono quasi istantaneamente. Gruppi Facebook come “Facebook Cambia torna alla normalità !!” sorsero e rapidamente attirarono centinaia di migliaia di seguaci. Anche Twitter, è stata investita da intense critiche il mese scorso, quando ha annunciato che stava sperimentando l’abbandono dall’aggiornamento cronologico inverso.

Vickie Mulkerin, un’utente 49enne di Instagram residente a Madison, Wisconsin, in servizio negli ultimi tre anni, sostiene di amare l’utilizzo di Instagram per guardare le foto di animali e, più recentemente, dopo aver provato una nuova ricetta, anche la foto di forme di pane appena sfornato da altri utenti. Sostiene di apprezzare l’immediatezza dell’aggiornamento di  Instagram.

Mi piace aprire l’applicazione e vedere quello che la mia sorellastra Ashley sta facendo oggi con i miei nipoti, in quel preciso momento” ha affermato. “Voglio giudicare quello che è importante, senza bisogno di un algoritmo che mi dica quello che ritiene sia importante“.

Instagram ha dichiarato che il nuovo sistema di aggiornamento non sarà introdotto rapidamente o in modo traumatico, ma che avrebbe iniziato con una serie di piccoli test con una percentuale di utenti inferiore al 10%, prima di decidere se introdurre in maniera generalizzata le modifiche.

Per determinare l’ordine delle foto e dei video negli aggiornamenti degli utenti Instagram ha intenzione di affidarsi alla sua tecnologia di apprendimento automatico, oltre che ad un mix di segnali tra cui la probabilità che una persona sia interessata al contenuto, la tempestività dei post ed il rapporto tra gli utenti. Così come sono ora, i messaggi saranno chiaramente pubblicati con la data con cui sono stati postati.

Mike Krieger,  co-fondatore di Instagram e capo del settore technology, ha dichiarato che le modifiche agli aggiornamenti possono essere meno dirompenti rispetto a quelle di altri social network, considerando che Instagram è incentrato quasi esclusivamente sulle foto, più che sui messaggi scritti.

Guardate il mio aggiornamento ora. Seguo account da tutto il mondo “, ha affermato Krieger, notando come il 75 per cento degli utenti di Instagram risiedano al di fuori degli Stati Uniti, e che molti degli utenti che segue postano contenuti mentre lui sta dormendo, che altrimenti andrebbero persi. “Non ha molta importanza per me che ora sia“.

Lo spostamento non interesserà le inserzioni pubblicitarie su Instagram, che già usano e si basano su principi di targeting simili, per pubblicare annunci destinati agli utenti. Se le modifiche andranno bene, potranno contribuire ad implementare l’attività di Instagram. Maggiore sarà il tempo trascorso dagli utenti su Instagram, più velocemente l’azienda sarà in grado di pubblicare i loro post .

L’idea di regolare il modo con il quale le foto ed i video vengono presentati negli aggiornamenti di Instagram è stato discusso per mesi presso gli uffici di Menlo Park, in California. Mr. Systrom ha dichiarato che spesso si sveglia la mattina e scorre indietro la colonna degli aggiornamenti per visualizzare tutti i messaggi postati mentre dormiva,  pensando di essersi probabilmente perso gran parte dei “migliori” post delle 613 persone che segue.

Mr. Systrom ha affermato di essere anche consapevole di come la gente possa reagire al cambiamento.

“Se c’è una cosa che facciamo molto bene nella nostra azienda, è l’adozione molto lenta e consapevole dei grandi cambiamenti, guidando assieme a noi la comunità di utenti“, ha affermato. “Non è che la gente si sveglia domani e si trova ad avere un nuovo Instagram“.

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Se gli organi da trapiantare finiscono nella spazzatura

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Alcuni centri di trapianto scartano una parte significativa degli organi utilizzabili che ricevono.

Molte delle 17.000 persone attualmente in attesa negli Stati Uniti di un trapianto di fegato,  hanno tenuto i loro bagagli pronti per settimane, mesi o addirittura anni, in attesa di una telefonata e di una voce che dall’altro capo del filo dicesse loro di recarsi in ospedale. Tutte le volte che si rende disponibile un organo, tutti loro sanno che ci sarà solo una piccola finestra di tempo durante la quale sarà possibile effettuare il trapianto. Si stima che quest’anno 6.000 di queste persone saranno sottoposte ad intervento; circa 1.500 non ce la faranno e moriranno in attesa di quella chiamata. Semplicemente non ci sono abbastanza fegati da trapiantare.
Il compito di determinare quali tra i nomi in lista di attesa debbano ricevere un nuovo organo spetta al United Network for Organ Sharing (UNOS), un’ organizzazione no-profit che coordina i trapianti in tutti gli Stati Uniti. Quando si rende disponibile un fegato, qualcuno dell’organizzazione inserisce le informazioni del donatore in una banca dati informatizzata – peso, tipo di sangue, location geografica – ed il sistema rilascia una lista di pazienti che sono compatibili con le caratteristiche del donatore.

Il programma quindi classifica i pazienti in attesa di trapianto sulla base di una misurazione oggettiva della malattia, attraverso un modello basato sulla fase di malattia del fegato Model End Stage Liver Disease (MELD). Il paziente con la probabilità più elevata di morire viene messo in cima alla lista, con una priorità rispetto al trapianto dell’organo. “Si tratta della valutazione dell’ equità per quanto riguarda l’accesso al trapianto dei pazienti”, ha spiegato David Klassen, il capo ufficiale medico di UNOS, ” facendo in modo che i sopravvissuti al trapianto possano stare nel miglior modo possibile.”

Ma l’accesso agli organi è tutt’altro che equo. Una delle maggiori sfide che UNOS deve affrontare è quella delle disparità geografiche nell’accesso alle donazioni di organi – in alcuni paesi vi sono molti più donatori che in altri, e gli organi possono essere conservati e spediti per un periodo di tempo limitato prima del trapianto. Il paese è diviso in 11 distretti di donatori, Organ Procurement and Transplantation Network (OPTN); in queste 11 regioni, il tempo di attesa medio per la disponibilità di un organo, da tutto il paese, va da un anno ad oltre sei anni.

I ricercatori hanno studiato per anni le soluzioni per affrontare questo problema, ma la disparità presenta anche un ulteriore elemento, più sottile. Uno studio recentemente pubblicato sul Journal of Hepatology, individua una sostanziale ma spesso trascurata barriera all’accesso: la probabilità che un particolare centro trapianti sceglierà di utilizzare gli organi quando questi saranno disponibili.
Secondo lo studio, un team di ricercatori presso l’Università della Pennsylvania School of Medicine  avrebbe raccolto dati su 23.000 fegati offerti ai pazienti di tutte le 11 regioni OPTN. Solo il 37% degli organi considerati nello studio sono stati accettati dai pazienti ai quali erano destinati (quelli più gravi). I ricercatori hanno trovato drammatiche differenze tra la percentuale di organi accettati rispetto a quelli offerti da ciascun centro di trapianto, anche dopo aver preso visione della qualità e delle dimensioni degli organi. Alcuni centri di trapianto accettano fino al 58%  dei fegati da trapiantare offerti; altri hanno accettato fino ad un 16%, ed hanno scartato il resto, che è stato poi messo a disposizione dei pazienti in lista.
“Sei responsabile solo dei pazienti sui quali hai i effettuato un trapianto. Quindi, se non si trapianta nessuno, non puoi avere problemi “.

David Goldberg, un assistente docente di medicina presso l’Università della Pennsylvania che ha lavorato allo studio, si è detto sorpreso “della grande variabilità delle percentuali dei vari centri, e in particolare tra quelle relative a centri situati nella stessa area geografica. “Secondo il rapporto annuale pubblicato nel 2014 dal comitato scientifico del Registro dei trapiantati (SRTR), in alcuni casi il rifiuto dell’organo ha portato allo spreco dello stesso – nel 2014, circa il 10 per cento dei fegati disponibili per trapianto è andata inutilizzata, nonostante la crescente carenza di organi negli Stati Uniti. In molti casi, i pazienti, non sapevano nemmeno che gli fosse stato offerto un fegato, in quanto è competenza del medico stabilire se l’organo è adatto per il trapianto.

Quando i medici rifiutano un organo, devono sottoscrivere un rapporto all’ UNOS nel quale spiegano il motivo del rifiuto. Possono spiegare che credevano che la dimensione dell’organo fosse inappropriato per il loro paziente, o che il paziente avrebbe potuto dire loro di non volere un organo da un donatore che avesse superato una certa età o che avesse  fatto uso di droghe per via endovenosa, anche se il fegato è stato riconosciuto adatto al trapianto. Possono dire che il paziente sia in grado di vivere abbastanza a lungo da ricevere l’offerta di un fegato di qualità superiore.
Ma molti ricercatori sospettano che il fattore determinante in ordine al rifiuto delle offerte sia un’altro, e che questo sia privo di una qualifica: la riluttanza da parte di un centro nell’eseguire un intervento chirurgico molto rischioso (cioè un intervento con un fegato al di sotto dello standard normale  o di un paziente al di sotto del livello ideale) per paura di abbassare le loro statistiche.

Ogni sei mesi il SRTR realizza una valutazione disponibile al pubblico di ogni centro trapianti del paese, che valuta il tasso di sopravvivenza post-trapianto entro un anno. Un indice di valutazione basso comporta la “segnalazione” del centro interessato, innescando un’indagine tesa a valutare le ragioni in base alle quali il suo tasso di sopravvivenza nell’anno successivo al trapianto non sia quello indicato dal centro. La valutazione compete a dei consulenti esterni. Medicare e Medicaid possono rifiutarsi di rimborsare al centro il costo del trapianto dei loro pazienti. Il centro rischia di perdere migliaia se non milioni di dollari. In alcuni casi può anche rischiare la chiusura.
Ma la sopravvivenza del paziente entro l’anno può non essere la valutazione più corretta per giudicare la qualità di un centro trapianti. “E ‘difficile argomentare contro la sopravvivenza del paziente entro un anno come un criterio di valutazione fondamentale”, ha dichiarato Klassen, ma ha anche spiegato che, poiché i risultati del trapianto di fegato sono molto migliorati negli ultimi anni, molti chirurghi e organizzazioni fornitrici di organi  si chiedono se la differenza tra i centri con le valutazioni più elevate ed i centri segnalati, sia davvero significativa. Le differenze possono anche essere estremamente piccole, spesso solo uno o due punti percentuali.

Il sistema attuale “esercita una pressione sulle persone per cercare di fare in modo che si utilizzino  i migliori organi disponibili”, ha dichiarato John Roberts, il capo del reparto di chirurgia dei trapianti, presso l’Università della California, a San Francisco. Questo presenta i suoi inconvenienti: “Non vengono messi in lista pazienti che potrebbero altrimenti beneficiare di un trapianto perché troppo vecchi o troppo malati … E ‘un problema di cui nessuno ha la soluzione”.
Nel 2014 sono stati segnalati tre grandi centri di trapianto per avere tassi di sopravvivenza entro un anno inaccettabili. L’anno successivo, tutti e tre i centri di trapianto segnalati sono diventati molto più cauti, riducendo di circa il 30 per cento il numero dei trapianti effettuati. I centri possono aver aumentato il tasso di sopravvivenza post-trapianto entro l’anno, tornando ad essere competitivi, ma al costo di una riduzione del numero degli interventi chirurgici, il che significa che, probabilmente, hanno negato potenziali trapianti salvavita a pazienti che li avrebbero invece dovuti ricevere l’anno precedente.  “Sei responsabile solo per i pazienti che hai trapianto” ha dichiarato Kevin Cmunt, presidente e CEO dell’organizzazione di donatori di organi Gift for Life. “Quindi, se non si trapianta nessuno , non si rischia di commettere errori.”

UNOS sta attualmente lavorando su un programma pilota per individuare misure alternative per la valutazione dei centri di trapianto, come la struttura del programma e l’accesso alle risorse. L’anno prossimo si spera di testare tali misure su di un piccolo gruppo di ospedali; nel 2017, l’organizzazione spera di applicare le misure a livello nazionale, per un sistema che rifletta più accuratamente il successo di un centro trapianti, e consenta una maggiore libertà d’azione per le procedure ad alto rischio.
Nel frattempo, Goldberg spera in un passo più piccolo: che i tassi di accettazione degli organi da parte dei centri di trapianto ‘diventino informazioni disponibili al pubblico.

“I pazienti, i fornitori, e gli assicuratori in realtà non sanno nulla di queste cose”, ha detto. “Questo è un settore che ha bisogno di avere una maggiore ‘di trasparenza.”

http://www.theatlantic.com/health/archive/2016/02/when-donated-organs-go-to-waste/470838/
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La crittazione di WhatsApp ostacola le intercettazioni

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WASHINGTON – Mentre  il Dipartimento di Giustizia sta sostenendo con Apple una campagna pubblica per ottenere l’accesso ad un iPhone bloccato, secondo alcuni funzionari  rappresentanti del governo starebbero discutendo privatamente come risolvere una situazione di stallo prolungato con un’altra società di tecnologia, WhatsApp, in relazione all’accesso alla sua applicazione di messaggistica istantanea (instant messaging),

La decisione non sarebbe ancora stata presa, ma una causa legale con WhatsApp, il più grande servizio di messaggistica mobile al mondo, aprirebbe un nuovo fronte nella disputa tra l’amministrazione Obama e la Silicon Valley in relazione alla crittazione,  alla sicurezza ed alla privacy.
WhatsApp, che è di proprietà di Facebook, consente ai clienti di inviare messaggi e di fare telefonate via Internet. Nell’ultimo anno l’azienda ha aggiunto un sistema di crittazione per queste ultime, rendendo impossibile per il Dipartimento di Giustizia leggere o intercettare, anche con un’ ordinamza di intercettazione di un giudice.

Non più tardi della settimana passata, hanno riferito dei funzionari governativi, il Dipartimento di Giustizia  ha discusso su come procedere nell’ambito della prosecuzione di un’indagine penale nella quale un giudice federale aveva approvato un’ordinanza di intercettazione telefonica, ed in cui gli investigatori erano stati ostacolati dal sistema crittato di WhatsApp.

Il Dipartimento di Giustizia e WhatsApp hanno preferito non rilasciare alcun commento.
I funzionari del governo e tutti gli altri impegnati nel raccontare la vicenda lo hanno fatto a condizione di mantenere l’ anonimato perché l’ordinanza di intercettazione e tutte le informazioni relative erano coperte dal segreto istruttorio. La natura dell’indagine non era molto chiara, se non che i funzionari hanno dichiarato che non si trattava di un’indagine di terrorismo. Anche il luogo in cui si stava svolgendo l’indagine non è stato reso noto.

Per comprendere la natura della disputa, si consideri questa analogia imperfetta col mondo predigitale: se la controversia relativa alla Apple è simile a quella in cui l’ F.B.I. può aprire la porta di casa vostra e svolgere una perquisizione, il problema relativo a  WhatsApp è se sia lecito o no ascoltare le chiamate telefoniche. Nell’era delle comunicazioni crittate, non vi sono domande alle quali sia possibile fornire una risposta chiara.

Alcuni investigatori considerano la questione WhatsApp ancora più importante rispetto a quella dei cellulari bloccati, perché va al cuore del futuro delle intercettazioni. Si dice che il Dipartimento di Giustizia dovrà chiedere l’ordine ad un giudice per costringere WhatsApp ad aiutare il governo ad ottenere le informazioni crittate. Alcuni di questi funzionari sarebbero contrari all’azione legale, in particolare essi sarebbero contrari a quei senatori che intendono, a breve, introdurre una legislazione per aiutare il governo ad ottenere le informazioni in un formato leggibile.

Anche se la controversia con WhatsApp finirà in tribunale creando un precedente, molti funzionari di polizia ed esperti di sicurezza sostengono che tale esito sarà inevitabile in quanto le leggi sulle intercettazioni vigenti nei vari stati sono aggiornate alla generazione passata, quando la gente comunicava ancora con i telefoni a rete fissa, relativamente facili da intercettare .

L’ F.B.I. ed il Dipartimento di Giustizia stanno solo scegliendo il caso concreto più adatto per portare avanti una vertenza legale “, ha dichiarato Peter Eckersley, l’esperto informatico alla Electronic Frontier Foundation, un gruppo no-profit che si occupa dei diritti digitali. “Stanno aspettando il caso che offra alla richiesta un aspetto ragionevole“.
Un alto funzionario di polizia ha contestato l’idea che il governo stia cercando il caso perfetto e che una vertenza legale sia inevitabile.

Questa non è la prima volta che l’attività di intercettazione del governo viene ostacolata da una criptazione. E WhatsApp non è l’unica azienda a scontrarsi col governo su questa questione. Ma con un miliardo di utenti ed in particolare con una forte base di clienti internazionali, WhatsApp è di gran lunga la più importante.

L’anno scorso, per esempio, un contrasto sorto con Apple in relazione agli iMessage criptati relativi ad un’indagine di armi e droga,  si è quasi concluso con una resa dei conti di fronte ad un tribunale del Maryland. In questo caso, come negli altri, l’azienda ha aiutato il governo fin dove è stata in grado di farlo, ed il Dipartimento di Giustizia è stato costretto a fare marcia indietro.

Jan Koum, fondatore di WhatsApp, nato in Ucraina, ha raccontato ai media circa i timori dei suoi familiari che il governo stesse intercettando le loro telefonate. Nel corso dei primi anni dalla nascita della società, WhatsApp aveva la capacità di leggere i messaggi non appena questi passavano attraverso i suoi server. Ciò significava che avrebbe potuto rispettare gli ordini di intercettazione del governo.

Ma verso la fine del 2014 la società ha dichiarato che avrebbe cominciato ad inserire nei suoi sistemi un sofisticato sistema di crittazione, conosciuto come crittazione end-to-end. Da quel momento solo i destinatari sarebbero stati in grado di leggere i loro messaggi.
WhatsApp non è in grado di fornire informazioni di cui non dispone“, ha dichiarato questo mese la società quando la polizia brasiliana ha arrestato un dirigente di Facebook per essersi rifiutato di consegnare informazioni su un cliente fatto oggetto di un’indagine in relazione ad un traffico di droga.

Il caso iPhone, che ruota attorno al tema se Apple debba o meno essere costretta ad aiutare  l’F.B.I. a sbloccare un cellulare usato lo scorso anno da uno degli assassini del massacro di San Bernardino, in California, ha ricevuto l’attenzione di tutto il mondo per il precedente che potrebbe creare. Ma molti tutori dell’ordine ritengono che quello di WhatsApp sia di gran lunga più preoccupante.

Per più di mezzo secolo il Dipartimento di Giustizia ha considerato le intercettazioni telefoniche come uno strumento fondamentale di contrasto alla criminalità. Per alcuni operatori delle forze dell’ordine, se aziende come WhatsApp, Signal e Telegram sono in grado di creare un sistema di crittazione delle comunicazioni indecifrabile, allora il futuro delle intercettazioni è  a rischio.

Ti rendi conto che stai raccogliendo indizi inutili“, ha dichiarato Joseph De Marco, un ex procuratore federale che rappresenta ora le agenzie federali per la sicurezza, che hanno presentato alcune memorie a sostegno del Dipartimento di Giustizia nella sua lotta contro Apple.

E ancora De Marco: “L’unico modo per ottenere queste informazioni è con l’aiuto dell’azienda. Come facciamo con le intercettazioni telefoniche dei criminali reclusi in carcere“, ed ha aggiunto, “i criminali pensano che i sistemi avanzati di crittazione siano il massimo“.

Le aziende, gli utenti ed il governo degli Stati Uniti si fidano dei sistemi di crittazione molto efficaci per proteggere le loro informazioni da hacker, ladri di identità e attacchi informatici stranieri. Ecco perché, nel 2013, un rapporto della Casa Bianca scriveva che il governo non dovrebbe “in alcun modo stravolgere, minare, indebolire, o rendere vulnerabili i sistemi commerciali di crittazione generalmente disponibili“.
Attraverso uno sforzo non indifferente, il governo ha contribuito a sviluppare la tecnologia alla base della crittazione di WhatsApp. Per promuovere i diritti civili nei paesi guidati da governi repressivi, il Fondo Open Technology, che promuove le società aperte attraverso il sostegno di tecnologie che consentano alle persone di comunicare senza il timore di essere sorvegliate, ha finanziato con 2,2 milioni dollari lo sviluppo di Open Whisper Systems, la struttura essenziale del sistema di crittazione di WhatsApp.

Per via di tale supporto ai sistemi di crittazione, i funzionari dell’amministrazione Obama non sono d’accordo su quanto lontano essi debbano spingere le aziende di tecnologia a soddisfare le richieste delle forze dell’ordine. Alcuni vecchi dirigenti del Dipartimento di Giustizia e dell’ F.B.I. hanno sperato che il Congresso risolvesse la questione aggiornando le leggi sulle intercettazioni, secondo le nuove tecnologie attualmente in uso. Ma la Casa Bianca ha rifiutato di rivedere la legislazione in questione. Josh Earnest, il portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato lo scorso venerdì di essere scettico “sulla capacità del Congresso di gestire una settore tanto complicato“.

James B. Comey, il direttore dell’ F.B.I., ha dichiarato questo mese al Congresso come un sistema di crittazione forte sia  “vitale” ed ha riconosciuto come “ci siano senza dubbio delle implicazioni internazionali” per gli Stati Uniti nel cercare di scardinare il sistema di crittazione, soprattutto per quanto riguarda le intercettazioni, come mostrato dal caso WhatsApp. Ma ha esortato le aziende di tecnologia ed il governo a trovare una un accordo che preveda un sistema di crittazione forte, in grado di consentire un’ azione di contrasto. Il presidente Obama ha ripreso venerdì queste stesse argomentazioni, dicendo che si sbagliavano quei dirigenti delle società di tecnologia che si mostravano “assolutisti” su tale questione.

I sostenitori della privacy digitale temono che se il Dipartimento di Giustizia riesca a costringere Apple a contribuire a decrittare l’iPhone, nel caso di San Bernardino, la prossima mossa del governo sarà quella di costringere le aziende come WhatsApp a riscrivere il loro software in modo da rimuovere il sistema di crittazione nei confronti di alcuni suoi clienti. “Sarebbe come andare alla guerra nucleare con la Silicon Valley“, ha affermato Chris Soghoian, un analista di tecnologia per l’American Civil Liberties Union.

Questo è uno dei motivi per i quali i funzionari governativi sono stati finora riluttanti a portare in tribunale il caso WhatsApp ed altri simili. Le implicazioni giuridiche e politiche sono enormi. Se al momento nessuna soluzione immediata sembra essere alla portata di ciascuno degli interessi in campo, sempre più aziende si accingono ad offrire sistemi di crittazione. E gli analisti di tecnologia sostengono che il lungo sforzo da parte di WhatsApp per aggiungere la crittazione a tutto il miliardo di account dei suoi clienti, è quasi giunto al termine.

http://www.nytimes.com/2016/03/13/us/politics/whatsapp-encryption-said-to-stymie-wiretap-order.html?smid=tw-nytimes&smtyp=cur&_r=0

 

trad cm

Google presenta in anticipo Android “N” 7.0

Android N 7.0

Mercoledì 9 marzo Google ha presentato in anteprima l’ultima versione del suo sistema operativo per cellulari e tablets, Android N. (7.0). Bruciando le tappe rispetto al previsto, a maggio era attesa la conferenza per gli sviluppatori I/O, l’anticipo sui tempi sembra dovuto all’esigenza del gigante della Silicon Valley di avere un feedback da parte della comunità allargata di utenti e sviluppatori.

Nel tweet col quale viene annunciato, ufficialmente ai soli sviluppatori, il nuovo sistema operativo con l’hashtag  #Android N, Hiroshi Lockheimer, capo del team di sviluppatori Android a Google scrive:

“l’anteprima di Android N è disponibile, prima del previsto”.

“E’ con emozione che condivido #AndroidN  in anticipo rispetto al previsto”

scrive  lo stesso giorno l’amministratore delegato di Google Inc, Sundar Pichai.

Sulla pagina Google per sviluppatori alla quale entrambe rimandano è possibile leggere alcune delle caratteristiche di N, oltre alla spiegazione delle esigenze del lancio anticipato.

Le finestre multiple sono una delle novità della prima release, disponibile per cellulari e tablets; attraverso di esse sarà possibile interagire con le notifiche senza bisogno di aprire le apps; oltre a ciò sarà disponibile una piattaforma che valorizza maggiormente il feedback rispetto al passato.

L’iniziale N non sarà il nome definitivo della nuova release di Android, anche se sui siti specializzati si ipotizza un nome che cominci per N (Nutella, Nougat…)   

Lockeimer scrive ancora: “N, è arrivato: in anticipo, anche se Non ha ancora un Nome😉 Dieci anni fa lo sviluppo di sistemi operativi per cellulari era una lavoro duro: l’industria era nata da poco e il desktop del pc era ancora il luogo in cui si realizzava la programmazione. Oggi, con una serie di piattaforme mobili abbiamo avuto un armadio con oltre 200 cellulari: J2ME, Symbian S60 e UIQ variante, Windows Mobile… Ciascuno con un suo Kit di Sviluppo del Software (SDK) e tutti gli strumenti necessari agli sviluppatori completamente diversi; è così che abbiamo costruito le nostre apps, per ogni singolo apparecchio. Ecco perché Android è così importante: la convinzione che l’allineamento attorno ad una piattaforma comune open-source sia in grado di generare innovazione attraverso l’industria dei cellulari e dei tablets. Android è un sistema creato da sviluppatori per gli sviluppatori, ed è stato partorito dall’idea folle secondo la quale sia possibile ridurre al minimo le principali difficoltà che esistono nel programmare per apparati mobili, privilegiando una scelta in favore del consumatore“.

Dunque il carattere open-source di Android avvicina lo molto a Linux.

Quando Android venne lanciato, vi era un solo cellulare: il G1 di HTC. Questo significava un unico produttore di cellulari, un solo produttore di chip ed un unico vettore“.

Oggi – scrive ancora Lockheimer – ci sono 400 gestori di applicazioni (Oracle Enterprise Manager), 500 vettori e milioni di sviluppatori che si uniscono per creare prodotti destinati ad oltre 1,4 miliardi di utenti Android in tutto il mondo. Questa crescita ha fatto sì che si siano ampliati i modi di lavorare in gruppo attraverso molteplici partner con cui sviluppare Android; dal lancio del primo dispositivo Android con solo tre partner allo sviluppatore dell’anteprima dello scorso anno di Marshmallow, alla quale hanno partecipato milioni di altri sviluppatori“.

E ancora:

Se guardiamo alla prossima release di Android, N, sarà possibile notare un paio di grossi cambiamenti rivolti agli utenti- sviluppatori: in anticipo rispetto al passato la versione N è più facile da provare e stiamo lavorando per espandere le modalità per consentirvi di fornirci il vostro feedback. Vogliamo sentire da voi ed interagire con voi attraverso la piattaforma – questo è ciò che rende Android N più forte“.

Programmare e testare sembrano essere le principali priorità del team di sviluppatori di Google, un lavoro collettivo aperto anche agli utenti, con i risultati attesi prima dell’uscita dei nuovi modelli di cellulari e tablets previsti per la prossima estate:

L’anno scorso abbiamo dato uno sguardo ai nostri piani per il 2016, con un occhio verso la costruzione di una scaletta che conceda a tutti la possibilità di rendere migliore la prossima versione di Android. Rilasciando l’anteprima e chiedendo i vostri feedback ora (a marzo!), saremo in grado di agire su di essi  prima che esca la versione finale di N destinata ai produttori di dispositivi, prevista per la prossima estate, in modo che gli sviluppatori possano mettere le mani su Android N prima possibile. Inoltre, potrete utilizzare questo tempo supplementare per supportare tutte le chicche contenute nelle nuove applicazioni di N“.

Google ha previsto la possibilità di ottenere in modo più agevole la versione N di Android, attraverso l’Android Beta Program:

“Stiamo anche rendendo più semplice ottenere quest’ ultima versione di Android, attraverso un nuovo programma chiamato Android Beta Program. A partire da oggi, è possibile aggiornare il vostro dispositivo Google-Android [Nexus 6, Nexus 5X, Nexus 6P, General Mobile 4G (Android One), Nexus Player, Nexus 9 e Pixel C devices] per l’anteprima destinata agli sviluppatori di N, tramite un OTA ottenibile visitando  https://www.google.com/android/beta .

Vi porteremo le ultime anteprime direttamente sul vostro cellulare! (puoi saperne di più sulle APIs e sulle loro funzionalità in questa anteprima qui, e puoi anche scaricare questa anteprima qui http://android-developers.blogspot.com/2016/03/first-preview-of-android-n-developer.html ), oltre ad essere possibile scaricare l’anteprima a questo link:

http://developer.android.com/preview/index.html

Android è sempre stata una piattaforma progettata per tutti, costruita in base alla scelta e resa più forte grazie alle voci di miliardi di persone in tutto il mondo.  Consentendovi di provare, in modo più semplice, le anteprime degli sviluppatori, e concedendo a tutti noi più tempo per modificarle e implementarle,  contiamo di creare una piattaforma più forte, adatta alle vostre esigenze ed a quelle di miliardi di persone che utilizzano Android tutti i giorni.

Quindi, la questione scottante che è nella testa di tutti: quale sarà il nome che verrà adottato per la versione N ? Siamo degli stupidi a raccontarvi tutto questo?

https://t.co/TAO5Qw3O9P

https://medium.com/google-developers/n-as-in-so-early-it-s-not-named-yet-f06bbde8c390#.wyout3oqm

(cm)

Carminati ed il reato bagatellare

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Massimo Carminati teme che la faccenda del riciclaggio o come la chiama lui del reato “bagatellare” possa affiorare con l’arresto di Marco Iannilli. O forse teme di non vedere più i soldi che dovrebbe avere da Lorenzo Cola, “un sacco di soldi“, e di cui parla in una conversazione intercettata, con l’amico sodale Agostino “Maurizio” Gaglianone. Sarà poi  Gaglianone a sincerarsi dell’entità del credito del Carminati nei confronti del Cola, direttamente dal Iannilli. E Iannilli, tra una battuta e l’altra, conferma tutto.

Lo stretto rapporto tra Cola, “il Samurai“, molto vicino ai Servizi, ed il “Pirata“viene confermato dalla katana ritrovata a casa di Carminati in via di Monte Cappelletto, l’ex casa di Iannilli.

L’operazione Digint Carminati, intercettato nello studio dell’avvocato Pierpaolo Dell’Anno, racconta agli avvocati Domenico Leto e Michelangelo Curti  che Cola era il vero padrone di Finmeccanica. Del resto del ruolo di Cola al vertice dell’azienda di Stato aveva già parlato il testimone Giuseppe Mogello, uno dei soci di Earnst&Young che aveva lavorato come consulente nell’affare Digint: “Cola dava del tu a tutti i vertici di Finmeccanica, incluso Guarguaglini“.

Che poi Carminati debba avere anche lui la sua parte è anche Gennaro Mokbel a confermarlo, in un’intercettazione agli atti nell’inchiesta Broker-Digint:

Cioè, tipo, er Pirata, quanto deve prendere ancora. Dobbiamo vedè quanto j’abbiamo dato, perché, caso mai, ce li deve ridà lui. I bud ci devono ridà loro, capito, perché poi dobbiamo vedè qual’è la differenza tra tutti quelli che mettono i soldi e quello che avanza. Quello che avanza, escluso il tec, so i nostri“.

Carminati, che conosce l’esistenza di questa intercettazione, nell’ambientale tratta dallo studio dell’avvocato Dell’Anno si sforza di ripetere che il “Pirata” citato da Mokbel non è lui.

Per provarlo retrodata la conoscenza di Mokbel al periodo 2008-2009, quando ormai quest’ultimo è già uscito dall’affare Digint.

La giustificazione fornita da Carminati appare, onestamente, risibile.

La testimonianza che Carminati e Mokbel si conoscevano in epoca antecedente al periodo 2008-2009 ce la fornisce Antonio D’Inzillo, il killer ragazzino morto nel 2008 in Kenia, arrestato nel 1992 in casa di Mokbel. Responsabile dell’omicidio della sua ex fidanzata, Patrizia Spallone, oltre ad aver preso parte all’omicidio di Antonio Leandri, scambiato per l’avvocato Giorgio Arcangeli testimone d’accusa contro Pierluigi Concutelli nel processo per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, secondo quanto afferma Antonio Mancini D’Inzillo sarebbe anche implicato nell’uccisione di Claudio Sicilia, il primo pentito della Banda Magliana.

Allo stesso modo Inzillo è implicato, guidava la moto che portava il killer Dante Del Santo, anche nell’omicidio di Enrico De Pedis, Renatino, come confermato anche da Vittorio Carnevale nel processo Pecorelli. Carminati, come D’inzillo, ha militato sia nei NAR che nella Banda della Magliana, come è scritto nero su bianco nell’ordinanza di arresto dei 55 principali componenti dell’organizzazione, la stessa che darà il via all’operazione “Colosseo” quel 16 aprile del 1993. Appare dunque poco probabile che i due, il Pirata e Mokbel, si siano conosciuti solo nel 2008-2009.

I quadri di Carminati

C’è poi un’altra passione, oltre a quella politica, che sembra unire Carminati a Mokbel, ed è quella per i quadri e le sculture d’autore. Nell’ abitazione dell’imprenditore, di via Cortina d’Ampezzo, gli investigatori hanno rinvenuto quadri e sculture di De Chirico, Capogrossi, Tamburri, Schifano, Borghese, Palma, Clerici e Messina. Dello stesso tenore è il prestigio dei quadri e delle sculture sequestrati nella casa del sodale di Carminati, Agostino Guaglianone, ed in parte anche in quella dei suoi suoceri: Balla, Rotella, Guttuso, Picasso, Pollock, un Warhol, oltre ad alcune sculture di Nevelson e Consagra. In totale un centinaio di pezzi.


L’inchiesta “Broker-Digint”

Quando Carminati incontra, nei pressi del distributore di Corso Francia l’ex direttore commerciale di Finmeccanica Paolo Pozzessere, suo vecchio amico, gli racconta in grandi linee la vicenda dell’affare Digint, lasciando trasudare un certo trasporto oltre che per Cola, “è uno stronzo ma è un genio” anche per l’affare stesso. In breve Iannilli e Cola creano ex novo una società, la Digint, capitale versato 7,5 milioni di euro, anticipati (più altri 800 mila di spese totale 8.3) e poi richiesti, come vedremo avanti, da Gennaro Mokbel, frutto della truffa “carosello” all’erario descritta dall’inchiesta Telecom Sparkle-Fastweb (un bottino da 2 miliardi).

Scopo del progetto è fare ottenere alla Digint, grazie alle pressioni di Cola, appalti e commesse dalla Selex del Gruppo Finmeccanica. Una volta aumentato il valore della società, vendere il 49% delle sue azioni alla stessa Finmeccanica. L’affare va in porto e la coppia Cola- Iannilli incassa dall’azienda di Stato un controvalore di 8 milioni e 300 mila euro, pari all’importo prestato inizialmente da Mokbel, versati direttamente sui loro conti svizzeri.

Nicola Di Girolamo, l’ex senatore eletto con Berlusconi nella circoscrizione estero grazie ai voti degli italiani residenti in Germania, ottenuti attraverso la cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, racconta che di questi 8,5 milioni, una cifra sproporzionata rispetto al reale valore della società, 1,2 milioni sarebbero stati versati da lui.

Il motivo dell’accordo, spiega di Girolamo al Corriere, sarebbe stato quello di creare un fondo nero per Finmeccanica. In cambio Mokbel avrebbe avuto libero accesso alle forniture di armamenti prodotti dalle aziende di Finmeccanica, che poi avrebbe rivenduto sul mercato asiatico.

Sempre secondo Di Girolamo, l’apertura ai mercati asiatici avrebbe permesso a Mokbel di attuare la seconda parte del piano, vale a dire costituire una società con base a Singapore, strumento per sorvolare tutti gli embargo attualmente in corso, e vendere liberamente armi in tutti quei paesi asiatici nei quali è in corso un conflitto o una guerra civile.

Finmecanica però non rispetta i patti e le forniture di armi noni arrivano, malgrado l’operazione Digint sia stata conclusa in maniera ineccepibile.

Mokbel, racconta Carminati, rivuole indietro i suoi 8.3 milioni e dato che Iannilli tergiversa, lo minaccia pesantemente. Ed è qui che Carminati, secondo il suo racconto, entra in scena contattato da Iannilli, il quale lo avrebbe cercato per ottenere la sua protezione da Mokbel. Questa è la ragione che, secondo Carminati, legherebbe lui a Iannilli.

Sia Cola che Iannilli, dal carcere, hanno cominciato a collaborare con i magistrati. Cola, l’ex consulente esterno di Finmeccanica nonche’ collaboratore diretto di Guarguaglini e di sua moglie, l’ad di Selex, è il vero factotum del gruppo, oltre ad avere forti agganci anche nel mondo i politico. Mondo politico che munge adeguatamente, creando fondi neri appostati in società off-shore: “Se volevano lavorà me dovevano pagà” racconta Cola ai magistrati.

Enav, società il cui capitale e’ 100% del Tesoro, affidava appalti senza gara a Selex, la quale poi li subappaltava ad una serie di ditte tra le quali anche la Arc Trade di Iannilli, dietro il versamento di una lauta tangente a Cola. E’ il “grande banchetto” al quale Carminati sostiene nelle intercettazioni di non avere preso parte.

A margine di questo sistema vi era una serie di società offshore, tra le quali la cipriota Gklolona, attraverso cui Breda Menarini del gruppo Finmeccanica avrebbe versato la tangente a Riccardo Mancini.

Le provviste costituite in queste società sono fondi neri da cui attingere per pagare le tangenti ad una serie di pubblici funzionari, al fine di ottenere commesse ed appalti. E la tangente all’ex ad di Eur Spa nonché “spiccia faccende” di Gianni Alemanno, Riccardo Mancini, ne è un esempio.

Queste società rimpinguavano le loro casse emettendo fatture false nei confronti di società collegate, come la Arc Trade, il cui fallimento è stato causato dallo svuotamento del suo capitale di 14 milioni di euro.

Le società offshore che ungevano i pubblici funzionari facevano capo a soggetti vicini a Cola, come i cognati Maurizio Caracciolo e Nicola Gargiulo, ed il cugino Roberto Carboni.

Per questo motivo Carminati si presenta a casa di Iannilli, il commercialista di Cola, tutte e due le volte che questo viene tratto in arresto: la prima, nel novembre del 2011, per l’inchiesta Telecom Sparkle – Fastweb, e la seconda, nel febbraio del 2012, per il fallimento della Arc Trade.   

Dunque il “reato bagatellare” di cui il Pirata parla nelle ambientali sarebbe l’emissione di fatture false in favore della Arc Trade, attraverso probabilmente la cooperativa Cosma, Cooperativa Servizi e Manutenzioni, ente creato ad hoc dall’universo di Salvatore Buzzi per convogliare al cecato appalti e prebende corrispondenti alla sua quota parte dell’intero business,  oltre alla restituzione dei soldi da lui anticipati per l’allargamento del campo rom di Castel Romano, 600 mila euro circa.

In totale Carminati, secondo i calcoli di Buzzi e del suo commercialista Di Ninno, avrebbe dovuto avere un milione e mezzo di euro.

In quest’ottica, dunque, il temporaneo possesso della villa di Iannilli di via di Monte Cappelletto rappresenterebbe per Carminati solo un acconto o per meglio dire un pegno, in attesa del riscatto rappresentato dal versamento della sua quota parte dell’affare Digint. (cm)

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