ICBC

In Italia ed in Spagna le banche cinesi sono implicate nell’attività di riciclaggio

Quando nel 2011 il responsabile per il mercato europeo della Industrial & Commercial Bank of China (ICBC), Liu Wang, ha inaugurato una filiale a Madrid, sicuramente non immaginava di doverci fare ritorno nella veste di detenuto. Tuttavia, dal 19 febbraio Mr.Wang è detenuto senza cauzione.

Wang è uno dei sei dirigenti di banca accusati di avere ricevuto del denaro contante la cui provenienza è risultata essere dubbia, versato da cittadini cinesi di ritorno dalla Repubblica Popolare. Una parte di quel denaro era frutto della tratta e dello sfruttamento lavorativo di connazionali.

Portavoce della ICBC hanno dichiarato di avere sempre rispettato la legge, minacciando di querelare chiunque avesse dichiarato il contrario.

Il caso in questione ripropone quello analogo accaduto in Italia e che ha visto coinvolta la Bank of China, la quale ha, a sua volta, respinto ogni accusa.

I giudici fiorentini sono tenuti a decidere il mese prossimo se incriminare circa 300 persone accusate di avere inviato illegalmente in Cina, tra il 2007 ed il 2010, oltre 4.5 miliari di euro. La maggior parte di quel denaro proveniva da attività commerciali dell’area di Prato, l’ex distretto industriale del tessile toscano, che vanta una comunità cinese di circa 40 mila persone. Alcuni di questi risiedono illegalmente in Italia, lavorando per conto di piccoli laboratori cinesi semi-clandestini.

E’ difficile fare un calcolo preciso dei cittadini di origine cinese entrati In Europa illegalmente, condotti da trafficanti di esseri soprannominati “testa di serpente”.

Secondo uno studio di tre anni fa, l’Italia e la Spagna avrebbero, rispettivamente la terza e la quarta più numerosa comunità cinese dell’Unione europea, con 330.000 e 170.000 unità. Ciascuna di queste è cresciuta, dalla fine del 1990, di almeno cinque volte.

La maggior parte dei cinesi presenti in Europa meridionale svolgono un’attività lavorativa in nero. Altri sono coinvolti in ambiti di illegalità sistematica. In origine la principale attività era costituita dall’importazione o dal contrabbando di beni di poco valore o contraffatti, prodotti in Cina. Questi vengono venduti senza il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto, ad un prezzo fuori mercato per i produttori locali concorrenti. I distributori pratesi commercializzano i prodotti dei laboratori cinesi con l’etichetta “made in Italy”, avendo così la possibilità di accedere a tutto il mercato comunitario.

La maggior parte dei proventi realizzati dai laboratori cinesi vengono spediti in Cina, a dispetto dei controlli anti-riciclaggio.

Ma non sono solo i cinesi ad essere coinvolti nel business. La polizia italiana ha indagato anche su alcuni pratesi che avrebbe affittato i locali e fornito assistenza ai cinesi per trasferire in patria i loro proventi. In Spagna la polizia è accusata di avere ricevuto regali da alcuni cinesi indagati. I profitti sono ingenti: nel 2012 la polizia spagnola ha condotto un’operazione a Fuenlabrada, nei pressi di Madrid,  dove ha sede la più nota chinatown spagnola, accusata di riciclare 200-300 milioni di euro l’anno.

Questo genere di attività inevitabilmente attira altri tipi di organizzazioni criminali. Già nel 2003, gli investigatori americani avevano trovato testimonianze sulla presenza di bande cinesi nell’ Europa meridionale, coinvolte in attività estorsive, nella prostituzione, nella contraffazione di documenti, nel contrabbando di sigarette e nel gioco d’azzardo illegale. Nello stesso rapporto veniva sottolineato come l’organizzazione criminale cinese presente a Napoli sembrava avere stipulato un accordo con la mafia locale, la camorra.  Ma alcune indagini successive hanno sorprendentemente individuato solo pochi collegamenti con la criminalità organizzata italiana. E non è ancora chiaro quale sia il ruolo dei capo mafia cinesi.

“Le forze dell’ordine occidentali devono affrontare enormi barriere linguistiche e culturali quando cercano di indagare su crimini commessi da cinesi,” dichiara Wang Peng, un esperto di mafie cinesi presso l’Università di Hong Kong. I detectives che hanno indagato su un ondata di omicidi commessi nel 2010 nella Chinatown di Prato, hanno lamentato una totale mancanza di cooperazione da parte della comunità cinese del posto.

Un incendio scoppiato nel 2013 in un laboratorio cinese, che ha causato la morte di sette lavoratori, ha segnato un punto di svolta. Da allora molti cinesi hanno denunciato i loro datori di lavoro alla polizia, e il 6 febbraio circa 2.000 persone  hanno manifestato per la prima volta contro l’illegalità. Brandendo torce e sventolando la bandiera cinese accanto al tricolore italiano, i manifestanti hanno chiesto di essere protetti dai loro compatrioti .

Ma la più grande minaccia per i cinesi che vivono all’estero e che violano le regole può arrivare dalla stessa Cina. I funzionari  del governo della Repubblica Popolare stanno cominciando a far rispettare una norma in base alla quale gli espatriati sono tenuti a pagare le tasse sul totale dei loro guadagni realizzati oltremare. Risulterebbe in tal modo ancora conveniente, per il cinese residente in Europa, mettere in piedi dei sistemi per realizzare delle provviste in nero. Ma rispedire i loro guadagni in patria diventerà più complicato.

http://www.economist.com/news/europe/21693633-italy-and-spain-chinese-banks-are-implicated-money-laundering-china-nostra

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