Dalla fine del 1800 il popolo congolese ha sofferto, per mano di uomini d’affari stranieri, dirigenti politici e imprenditori locali, lo sfruttamento delle risorse naturali come la gomma, l’avorio, i diamanti, l’oro, il rame, il cobalto e il legname. La potenziale prosperità della Repubblica Democratica del Congo è stata ostacolata da una storia fatta di violenze e di fragilità. Il paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1960, ma a partire dal 1961 ha attraversato un periodo di instabilità a seguito dell’assassinio del leader indipendentista congolese Patrice Lumumba, ad opera del colonnello Joseph Mobutu. Questi, eliminato Lumumba, restituisce il potere nelle mani di Joseph Kasa-Vubu, che guida il paese ininterrottamente fino al 1963, quando Joseph Sese Seku Mobutu lo destituisce. Mobutu resta al potere fino al 1996.

Nel vicino stato del Ruanda, nel 1961,  il partito vincitore degli Hutu nomina presidente Kayibanda, che rimane in carica fino al 1973.

Nel 1973 il potere viene conquistato da un gruppo di Hutu del nord guidati dal generale Juvenal Habyarimana. Dopo 17 anni di dittatura ha inizio un periodo di instabilità e di guerra civile. Nel 1993, a seguito di un accordo di pace che avrebbe dovuto portare alla costituzione di un governo di unità nazionale e ad una conseguente fase di stabilità, comincia invece una fase di eliminazione degli oppositori di Habyarimana.

L’anno successivo l’accordo di pace salta a seguito di un incidente aereo nel quale perde la vita Habyarimana. Inizia il terribile genocidio.

Il 6 aprile 1994 , con la scusa della risoluzione di una questione privata ha inizio l’eliminazione studiata e pianificata della popolazione Tutsie e di quella parte degli Hutu con questa imparentata, o comunque contraria al genocidio. In solo cento giorni viene  sistematicamente eliminato un milione di persone, e più di 2 milioni di Hutu fuggono dal piccolo paese africano nella vicina Repubblica Democratica del Congo, nel timore di ritorsioni. Tra questi anche molti miliziani che in breve tempo si alleano col Presidente congolese Joseph Mobutu. Questi, salito al potere con un colpo di stato, aveva appoggiato il precedente regime ruandese degli Hutu, e temendo un suo indebolimenti a causa dell’enorme afflusso di profughi,  comincia ad attaccare le popolazioni Tutsi del Congo orientale, vicino al confine con il Ruanda. Nel frattempo il governo del Ruanda addestra e finanzia gruppi armati pronti a combattere sia le milizie Hutu che l’esercito congolese.

Dopo anni di scontri molto cruenti, nel 1997 le milizie Tutsi e i loro alleati ugandesi riescono a cacciare il governo di Mobutu e a nominare presidente del Congo Laurent Kabila, senza però riuscire a sconfiggere completamente gli Hutu. Nell’agosto del 1998 la Repubblica Democratica del Congo, un paese delle dimensioni dell’Europa occidentale con frontiere permeabili e ricchi giacimenti di minerali, si getta in un conflitto molto sanguinoso, la Seconda guerra del Congo, coinvolgendo gli eserciti di almeno cinque paesi vicini. Secondo BBC News la seconda guerra e le sue conseguenze avrebbe causato non meno di 5 milioni di morti e diversi milioni di profughi.

La guerra civile è proseguita, causando la morte di milioni di persone fino ad arrivare, nel 2001, all’assassinio del presidente Kabila. Ne segue un periodo di intensa stabilità per il paese, caratterizzato da sanguinosi scontri tra le milizia finanziate dal governo ruandese, e le milizie Hutu alleate all’esercito congolese.

La guerra cessa nel 2003, ma secondo i rapporti ufficiali le uccisioni di massa, gli stupri ed altri crimini commessi dai ribelli e dalle forze governative a danno dei civili sono continuati senza sosta nella parte orientale del Paese. Nel 2006 viene ufficialmente eletto presidente della RDC Joseph Kabila, figlio di Laurent.

Gran parte del Paese è però rimasto sotto il controllo di gruppi armati che tentano di colmare il vuoto di sicurezza e ottenere il controllo delle miniere d’oro e di altre risorse per finanziare le loro attività. Le autorità locali non sembrano disposte o in grado di raccogliere le prove necessarie per procedere penalmente contro di loro, e d’altra parte molte delle vittime non denunciano i crimini subiti perché temono l’isolamento e la rappresaglia.


Lo sfruttamento illegale delle miniere alla base dei traffici

Come dicevamo, nel corso della sua storia di paese instabile, numerosi attori esterni alla regione e internazionali hanno puntato sulla debolezza del governo della Repubblica Democratica del Congo, per poter concludere affari con le milizie che di fatto controllano alcune delle aree più ricche di risorse.

Le radici del flagello del contrabbando di minerali può essere fatta risalire al 1981, quando Mobutu ha legalizzato l’estrazione mineraria artigianale, liberalizzando di fatto il commercio di minerali nel paese. Il settore dello sfruttamento minerario artigianale si è ampliato nel corso del tempo, quando le popolazioni locali hanno cominciato a scavare le miniere e a vendere il frutto del loro lavoro ovunque fossero riusciti a trovare un mercato.

I paesi confinanti con la RDC ne hanno approfittato, sostenendo il commercio transfrontaliero non regolamentato, la qual cosa ha creato l’ambiente ideale per il contrabbando di minerali. Da queste premesse trae in parte spiegazione la diffusa presenza nel paese di reti illegali di commercio di minerale.

Un’indagine svolta dall’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza (ISS) ha rilevato come le reti di contrabbando di minerali preziosi siano ben coordinate tra loro sia all’interno dei singoli Stati che tra Stati diversi, stimolate dalla domanda dei mercati internazionali e composte da una rete di gruppi pericolosi, intrecciati fra loro, che collegano l’intera filiera, dalla miniera, ai negozi di gioielli. Queste reti o organizzazioni, spesso operano nel settore ufficiale, così come nel mondo della malavita, attraverso una spiccata capacità di rendersi invisibili e impenetrabili.

Le organizzazioni sono costituite da componenti decentrate che godono di una rilevante autonomia, ma che alla fine rispondono alle élite politiche e ai magnati del mondo degli affari. Questi ultimi, attraverso canali corruttivi, facilitano il commercio illecito attraverso il coinvolgimento di strutture statali ufficiali, sfruttando le misure di sicurezza formali, oltre ai cavilli dei vari regolamenti commerciali. Per le reti di trafficanti, il controllo dei flussi e delle rotte – compresi i canali transfrontalieri – è più importante del controllo dei territori.

Gran parte dei flussi illeciti di risorse naturali ha come controparte delle imprese transnazionali; recentemente, con il boom economico di paesi orientali come l’India e la Cina, alle tradizionali compagnie minerarie occidentali, si sono aggiunte quelle di provenienza orientale. A tal proposito è stato calcolato come il 60-65% della ricchezza africana lascia il continente, sia legata a transazioni poco etiche concluse con società transnazionali.

Ma fino a che punto il commercio illegale di minerali danneggia la RDC e l’Africa? E’ stato stimato come ogni anno attraverso i traffici illeciti di risorse naturali il continente africano perda più ricchezza  di quanta ne riceva con gli aiuti internazionali. Global Financial Integrity (GFI) ha calcolato come l’Africa perda annualmente in flussi illeciti di risorse svendute qualcosa come 38.8 miliardi di dollari, contro i 25 miliardi che riceve in aiuti nello stesso periodo. Leggendo un rapporto redatto congiuntamente da GFI e dalla Banca Africana per lo Sviluppo si evince come il valore delle risorse naturali africane fuoriuscite dal continente sia pari a circa quattro volte l’attuale valore del debito estero africano.


Il 98% dell’oro congolese viene esportato illegalmente

Nel caso specifico del traffico di oro, un Gruppo di Esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla Repubblica Democratica del Congo ha stimato, in un rapporto del 2014, come il 98% dell’oro prodotto nel paese venga contrabbandato fuori i confini dello Stato. Secondo lo United States Geological Survey, i minatori artigianali producono ogni anno una quantità di oro pari a circa 10 000 kg. Tuttavia, tra il gennaio e l’ottobre del 2013, alcune licenze ufficiali di esportazione mostrano come ad avere lasciato il paese siano stati, ufficialmente, solo  180,76 kg.

Nella RDC orientale le principali città commerciali  per il contrabbando dell’oro sono Bukavu, Butembo, Bunia, Ariwara e Kisangani. La stragrande maggioranza dell’oro scambiato in queste città lascia il paese illegalmente. La maggior parte dei minerali illeciti provenienti dalle regioni orientali della RDC vengono esportati attraverso società con sede in Europa, Cina, Russia, Sud Africa, Emirati Arabi Uniti, Libano e altri mercati asiatici.

Dal 1997, Kampala è stata un importante centro di scambio e di transito per l’oro congolese. Quasi tutto l’oro scambiato in Uganda e in Kenya viene esportato illegalmente dalla RDC.

Anche il Burundi è un importante paese di transito per l’oro prodotto nella parte orientale della RDC,  così come la Tanzania è di per sé un importante produttore di oro.

Oltre all’oro, la RDC ha grandi giacimenti di stagno, rametungsteno e tantalio (3Ts), per lo più utilizzati nella produzione di elettronica, nel campo della telefonia cellulare e dei computer portatili. E ‘stato inoltre verificato come il Ruanda sia un luogo di transito per l’esportazione del tantalio di contrabbando dalla RDC.

Secondo un’intervista rilasciata da Remy Kasindi, direttore della ricerca presso il CRESA, un think tank con sede a Bukavu, le organizzazioni terroristiche sarebbero coinvolte in queste reti di trafficanti. Kasindi ha spiegato come gruppi quali al-Shabaab e la Allied Democratic Forces-National Army per la liberazione dell’Uganda si sarebbero coalizzati nel contrabbando di minerali dal Nord, e come questi finanzino le loro attività attraverso l’oro e le altre risorse naturali sottratte alla RDC.

Sono molte le iniziative locali e internazionali che si sono poste l’obiettivo di frenare la minaccia del commercio illegale di minerarali. Tra queste, le principali sono il Processo di Kimberly, l’Iniziativa per la Trasparenza delle Industrie Estrattive (EITI), la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (ICGLR), e l’Iniziativa contro lo Sfruttamento Illegale delle Risorse Naturali (IAIENR). Tuttavia, fino a questo momento, i risultati raggiunti sono molto limitati.

Il futuro sviluppo dell’Africa richiede un cambiamento fondamentale. Una soluzione efficace deve iniziare dagli Stati membri della Regione dei Grandi Laghi, che devono dare priorità all’attuazione dell’iniziativa ICGLR.

Insieme con le comunità economiche regionali e sotto l’egida dell’Unione Africana, il traffico transfrontaliero nella regione deve essere studiato e affrontato con misure concrete. Ciò deve avvenire in un modo che rafforzi la trasparenza e la responsabilità, e garantisca allo stesso tempo l’inclusività, in linea con la visione dell’Attività Mineraria Africana.

Data la grande ricchezza di risorse della RDC orientale, è incomprensibile come l’area rimanga bloccata in problematiche legate al sottosviluppo ed al controllo del territorio.

La pratica degli stupri di massa 

Nel processo internazionale contro uno dei signori della guerra congolesi si è fatta luce su come la pratica degli stupri di massa sia stata usata, nella ricca provincia orientale del Paese, come una precisa strategia di guerra.

In relazione all’attività prestata presso l’ospedale di fama mondiale Panzi Hospital, a Bukavu, dove dal 1999 sono state curate oltre 40 mila vittime di stupro da tutta la Repubblica Democratica del Congo, il medico attivista congolese Alain Mukwege ha testimoniato la scorsa settimana sulle terribili ferite riportate da molte pazienti ricoverate per violenze sessuali. Tra queste ve n’era una in particolare, un adolescente di nome Julie. Quando i ribelli sono apparsi nel villaggio di Julie, nel Congo orientale, la giovane ragazza venne spogliata, legata ad un albero ed abusata sessualmente. Mesi dopo, i ribelli tornarono e, sotto la minaccia di una pistola, la violentarono nuovamente. Poi, inserirono la canna di metallo di una pistola tra le sue gambe e premettero il grilletto.Dopo averla stuprata e uccisa i ribelli pensavano che Julie fosse morta. Ma gli abitanti del villaggio, che l’hanno trovata ancora viva, l’hanno condotta al Panzi Hospital, dove l’adolescente ha subito diversi interventi chirurgici durati diverse ore. Sebbene l’intervento le abbia salvato la vita,  Julie non è più in grado di avere figli a causa del trauma subito, e della fistola retto-vaginale che le provoca la fuoriuscita continua di urina e feci.

Julie, che ha ora 20 anni, sorride ad ogni ad nuovo mattino che accoglie il suo risveglio. Julie è stata solo una delle centinaia di migliaia di donne brutalmente stuprate nel corso degli ultimi vent’anni nella ricca provincia orientale della RDC, dove soldati dell’esercito regolare, ribelli stranieri e milizie locali lottano per il potere ed il controllo su alcuni dei più grandi giacimenti al mondo di oro , rame, diamanti e stagno. Raramente gli autori degli stupri vengono puniti, e il governo congolese sembra non avere ne la volontà politica ne la forza per fermarli. Ma il processo in corso contro uno dei signori della guerra sembra poter offrire nuove speranze per alcune delle vittime e per i loro avvocati. Il primo teste ascoltato ha testimoniato contro l’ex leader dei ribelli Bosco Ntaganda, accusato dal Tribunale penale internazionale dell’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui omicidi, stupri, saccheggi e persecuzioni.

Il processo sta affrontando la lunga sofferenza patita da decine di donne e ragazze nel Paese dell’Africa centrale, descritto come la capitale mondiale dello stupro.


Lo stupro è davvero un’arma

La violenza sessuale viene in genere utilizzata per umiliare e intimidire la vittima. Ma nel Congo orientale, è stata utilizzata come una strategia di guerra, una pratica di massa mirata ad ottenere guadagni politici e militari. Tutte le parti in causa nel conflitto sono state accusate di avere attaccato comunità che vivevano in prossimità di miniere o altre fonti di risorse naturali. Lo stupro viene utilizzato come strumento di terrore, spesso esercitato nei confronti delle donne per distruggere i nuclei familiari di interi villaggi, riducendo gli abitanti in schiavitù  e poter così accedere indisturbati al controllo delle risorse naturali.

Le ragazze e le donne, bambine o adulte, vengono spesso violentate dalle gang, violate con bastoni, armi o altri oggetti. I membri della loro famiglia sono a volte costretti a partecipare alla violenza sessuale. Poi gli uomini vengono in genere uccisi, mentre i bambini sono resi schiavi o rapiti e quindi cooptati come bambini soldato. Il villaggi vengono distrutti, le famiglie sfollate, e le donne picchiate, isolate, annichilite dalla vergogna, con gravi mutilazioni agli organi genitali o gravidanze indesiderate, o peggio ancora con malattie sessualmente trasmissibili.

Il medico Alain Mukwege era ancora un adolescente quando suo padre, Denis Mukwege, mise su le basi del Panzi Hospital, nella città orientale di Bukavu: due edifici di una vecchia fattoria di mais nei quali eseguì i primi interventi chirurgici e diede alla nascita i primi bambini. A partire dal 1996 con l’inizio del genocidio ruandese, assistette assieme a suo padre ad un radicale cambiamento nel tipo di pazienti e di cure richieste. A causa dell’afflusso senza precedenti di vittime di stupro, quello che doveva essere un piccolo ospedale destinato a curare le vittime della guerra, venne presto trasformato in un grande centro specializzato per il trattamento della violenza sessuale.

Il monitoraggio del numero delle vittime di violenza sessuale è stata un’altra sfida nella Repubblica Democratica del Congo, dove la carenza di energia elettrica è molto comune, e dove gli ospedali spesso non dispongono di registri elettronici. Il personale del Panzi Hospital, che accoglie gratuitamente i suoi pazienti, a volte è costretto ad eseguire interventi chirurgici al buio, a causa di interruzioni nell’erogazione della corrente.


Il processo a Terminator

Le tensioni diplomatiche tra il Congo ed il Ruanda sono rimaste più o meno latenti, a causa delle conseguenze del genocidio ruandese. Il governo congolese ha più volte accusato il suo vicino di sostenere i gruppi armati Tutsi nei loro attacchi agli Hutu rifugiatisi nel Congo orientale, oltre che di “proteggere” i capi dei ribelli ricercati per crimini di guerra, accusa questa che il Ruanda ha sempre negato. Tra questi gruppi vi è l’M23, costituito nel 2012 da Bosco Ntaganda e composto da disertori dell’esercito congolese. Alcune associazioni internazionali per i diritti umani hanno dichiarato come Ntaganda e i suoi uomini si siano macchiati di numerosi crimini di guerra.

Nato in Ruanda e cresciuto in Congo, Ntaganda ha cominciato la sua carriera militare a fianco dei ribelli Tutsi che nel 1994 hanno preso il controllo del Rwanda. Successivamente è entrato a far parte di un gruppo politico e militare nella Repubblica Democratica del Congo, chiamato l’Unione dei Patrioti Congolesi, del quale divenne il suo principale leader militare, sotto il comando del leader politico Thomas Lubanga, condannato nel 2012 per crimini di guerra.

Ntaganda, soprannominato “Terminator“, ha combattuto per diversi anni in guerre e conflitti armati nei territori congolesi; durante il periodo che va dal 2002 al 2003, le milizie da lui guidate avrebbero ucciso, violentato e perseguitato civili innocenti, oltre a reclutare bambini soldato nella regione congolese nord-orientale dell’Ituri, nei pressi del confine con l’Uganda. Secondo la Reuters Ntaganda, ricercato per crimini di guerra, ha eluso per sette anni le ricerche da parte delle autorità internazionali, fino alla sua consegna spontanea alla ambasciata americana di Kigali, in Ruanda, nel 2014.

Il processo davanti alla Corte penale internazionale contro Ntaganda, cominciato il 2 settembre, è stato salutato nella Repubblica Democratica del Congo come un passo importante nella lotta contro le violenze sessuali di massa e l’impunità finora garantita ai responsabili. Tale processo potrebbe portare all’incriminazione di altri comandanti ribelli, assieme ad alti funzionari governativi, che possono aver giocato un ruolo decisivo in decenni di omicidi di massa, stupri e razzie. Rompere il tabù dell’impunità della leadership militare congolese potrebbe anche condurre ad un importante ricambio politico, in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2016. Le prossime elezioni, nelle quali Kabila appare essere un candidato impresentabile, potrebbero preludere, secondo gli esperti, al primo trasferimento pacifico di potere.

Gli avvocati di Ntaganda hanno cercato di ritrarre il leader ribelle come un “soldato professionista” che ha cercato di salvare i civili dalle altre milizie durante il vuoto di potere. Gli avvocati hanno inoltre sostenuto come i giudici della corte debbano necessariamente prendere in considerazione il contesto politico e sociale esistente durante il brutale conflitto del congolese.

Nel corso dell’udienza svoltasi dinanzi al tribunale dell’Aja, Ntaganda, 42enne, ha assistito impassibile al procedimento mentre uno degli avvocati delle vittime descriveva come le ragazze di appena 12 venivano violentate e costrette a fare da”mogli” ai comandanti anziani, o a fornire favori sessuali ai soldati dell’ Unione dei Patrioti Congolesi di Ntaganda, gruppo che si è formato verso la fine della Seconda Guerra del Congo, riemerso recentemente nel corso del conflitto nella ricca regione dell’Ituri.

Sarah Pellet, un avvocato che rappresenta 297 ex bambini soldato, ha raccontato alla Corte come sia stato un “sollievo”, per una bambina di 13 anni, l’ essere rimasta incinta del figlio di un alto funzionario, rispetto al continuare ad essere la schiava sessuale dei miliziani. Secondo l’agenzia France- Presse l’avvocato Pellet ha dichiarato come queste bambine, vittime di stupri e di violenze, abbiano in numerosi casi dato vita ad altre vittime, bambini che non conosceranno mai i loro padri, ma che tuttavia avranno il costante ricordo, per tutta la loro triste esistenza, delle tremende torture inflitte alle loro madri.

Fonti:

https://www.issafrica.org/iss-today/the-true-cost-of-mineral-smuggling-in-the-drc

http://www.ibtimes.com/inside-congos-rape-crisis-2095817

http://www.womenundersiegeproject.org/blog/entry/congo-women-raped-underreported-violence-conflict-minerals

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