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“A chi torna utile il massacro del treno 904 Napoli-Milano, che ha causato diciassette morti ed oltre centoventi feriti?”. E’ l’attacco di un lancio di agenzia della AFP con il quale l’inviato Jean Luc Porte pone gli interrogativi sul chi e il perchè di quella strage.

Il rapido Napoli-Milano che esplode il 24 dicembre del 1984  all’interno della Grande Galleria dell’Appennino in località Vernio, deflagra fatalmente nella stessa galleria in cui era stato colpito dieci anni prima il treno Italicus. Quest’ultimo attentato, che causò 12 vittime, venne rivendicato da un’organizzazione terroristica di estrema destra. Dagli esami di laboratorio emerge come a fare saltare letteralmente in aria il treno, provocando la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre cento venti, sia stato un ordigno caricato a polvere nera. La bomba, innescata attraverso un congegno a tempo, diversamente da quanto era accaduto all’Italicus, esplode quando il treno si trova completamente all’interno della galleria, amplificando cosi’ l’effetto della carica esplosiva.

Le similitudini tra i due attentati sono molte. Tanto da far apparire il primo come una prova generale. Il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata, dichiara alla stampa: “La bomba è stata programmata per esplodere all’interno della galleria. Si tratta di un obiettivo che appartiene alla storia di alcuni gruppi terroristici“: senza dirlo apertamente il magistrato lascia intendere come tra i principali indiziati vi siano i gruppi eversivi di estrema destra.


Le dichiarazioni di Calò in Commissione stragi

Dopo essere stato condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per quella che verrà ribattezzata “la strage di Natale”, GiuseppePippoCalò, il cassiere della mafia, dichiara nell’ottobre del 1993 nel corso di un’ audizione alla Commissione parlamentare sulle stragi ed il terrorismo presieduta da Libero Gualtieri, di essere estraneo a quella carneficina e di essere interessato alla riapertura del processo, lasciando balenare l’intenzione di volere fare delle dichiarazioni “importanti”.

Calò, che nel suo periodo di residenza a Roma si faceva chiamare Mario Aglialoro, dichiara in Commissione che la mafia non ha realizzato alcun attentato. Don Pippo aggiunge inoltre in maniera criptica: “Chiedetevi chi sia stato a realizzare l’attentato al treno 904, e traete voi le conclusioni“.

E quindi chiude: “Pier Luigi Vigna – il pm della Procura di Firenze che lo ha fatto condannare – è stato cattivo“.

Dunque, posto di fronte alla prospettiva di dover scontare una pena tanto lunga quanto, a suo modo di vedere, ingiusta, Calò dichiara apertamente la sua intenzione di essere pronto a “parlare”. “Io dico – conclude Calò – che la mafia  non c’entra con quella strage (904): traete voi le conseguenze e chiedetevi chi ha fatto scappare Schaudinn“.


Le indagini

Condotte inizialmente dalla Procura di Bologna, le indagini accertano che l’ordigno sarebbe stato posizionato su di uno strapuntino situato tra il primo ed il secondo scompartimento della nona carrozza della seconda classe. Sulla base di alcune testimonianze, la Digos di Bologna arriva a tracciare un identikit della persona che avrebbe posizionato la bomba sul treno: il “sospetto” sarebbe un giovane uomo, dell’apparente età di 27-30 anni, di altezza compresa tra il metro e 70 ed il metro e 75 centimetri, che sarebbe sceso dal convoglio ferroviario alla stazione di Firenze Santa Maria Novella, portando con se una borsa sportiva vuota.

Gli atti vengono trasmessi per competenza alla Procura di Firenze. Nel marzo del 1985 vengono arrestati a Roma per traffico di stupefacenti Guido Cercola e Giuseppe “Pippo” Calò.

Tra i due, quest’ultimo è quello ad avere il curriculum criminale più importante, essendo il capo del mandamento palermitano di Porta Nuova. Nella casa in cui i due risiedono, un rustico in campagna situato nella provincia di Rieti in località Poggio San Lorenzo, vengono ritrovati, oltre ad un ingente quantitativo di eroina, un apparecchio per comunicazioni radio, armi ed esplosivi. L’esplosivo rinvenuto, una volta analizzato, risulta compatibile con quello utilizzato nell’attentato del treno 904, avendo esso la stessa composizione chimica. Secondo il pm Vigna, l’attentato condotto dai due mafiosi avrebbe avuto lo scopo di distogliere l’attenzione degli inquirenti dalle indagini sulle “centrali emergenti della criminalità organizzata”, depistandole quindi  verso l’eversione politica.

Dall’attivita’ investigativa emerge inoltre come a preparare l’ordigno a tempo sarebbe stato il terrorista tedesco esperto di esplosivi Friederich Schaudinn. Emergono inoltre i collegamenti tra il boss Pippo Calò, residente a Roma, e la Banda della Magliana, e quindi anche l’eversione nera, ed in particolare i NAR di Cristiano “Giusva” Fioravanti e Francesca Mambro.

Tali legami emergono nel corso del maxiprocesso di Palermo del novembre del 1985, grazie al lavoro del giudice istruttore Giovanni Falcone. Nel tentativo di contestualizzare l’evento delittuoso dell’attentato del treno 904, nel dicembre del 1984 la procura di Palermo stava alacremente lavorando alle maxinchieste aperte a seguito delle rivelazioni dell’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta e di altri mafiosi “pentiti” e “dissociati”. Tali rivelazioni portarono a compiere centinaia di arresti in tutta Italia. Sulla scia delle indagini e degli arresti eseguiti, Cosa nostra aveva risposto a Palermo con diversi omicidi. Come quelli del capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio 1980) e del procuratore Gaetano Costa (6 agosto 1980), fino ad arrivare all’omicidio del magistrato di Cassazione consigliere istruttore, Rocco Chinnici, il 29 luglio del 1983. Fu infatti quest’ultimo ad istituire il pool antimafia, cosi’ come sua   fu la decisione di chiamare a collaborare al pool i due giovani magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la sua uccisione verranno condannati come mandanti i cugini Nino e Ignazio Salvo. In merito al pool da lui istituito, il giudice Chinnici ebbe a dire in un’intervista: “E’ una dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota per la lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d’Italia”. Da quell’Ufficio Istruzione uscì il maxi processo di Palermo  che condannò tutti i principali boss mafiosi della Sicilia.


Le condanne

Il 25 febbraio del 1989 la Corte di Assise di Firenze condanna il boss Pippo Calò alla pena dell’ergastolo per strage, assieme ad Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi ed al boss di camorra Giuseppe Misso. Nella stessa istruttoria vengono condannati anche Franco Agostino a 28 anni di detenzione, e Friederich Schaudinn a 25 anni. In appello, tenutosi il 15 marzo del 1990, le pene di Calò e di Agostino vengono confermate, mentre Misso, Pirozzi e Galeota vengono assolti per strage ma condannati per detenzione di esplosivo. Shaudinn viene invece assolto dal reato di banda armata, ma condannato per strage, con una riduzione della pena a 22 anni.La Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annulla la sentenza di appello. Il sostituto Antonio Scopelliti fa mettere agli atti la sua contrarietà all’assoluzione. La Sentenza della Corte di assise di appello viene emessa nel marzo del 1992, con la conferma degli ergastoli per Calò e Cercola, mentre la pena per Di Agostino viene ridotta a 24 anni e sei mesi, e quella di Shaudinn a 22 anni. Misso viene condannato a tre anni, mentre sia Galeota che Pirozzi ad un anno e sei mesi. Questi ultimi tre vengono m assolti dal reato di strage. Nel novembre del 1992 la Cassazione conferma la sentenza di appello, ribadendo anche quanto sostenuto dalla Commissione parlamentare sulle stragi di mafia del 1992, secondo cui quella del rapido 904 rappresentò l’inizio della strategia stragista di Cosa nostra.


La fuga di Shaudinn

Accusato di concorso in strage per avere preparato l’innesco radiocomandato che causò l’esplosione del rapido “904”, il tecnico austriaco esperto di esplosivi, Friederich Shaudinn, detenuto agli arresti domiciliari nella sua casa di Ostia, scompare nel mese di luglio del 1988, a pochi mesi (ottobre) dall’inizio del processo di Firenze. L’imputato avrebbe in seguito inviato due lettere al presidente della Corte d’Assise che avrebbero dovuto giudicarlo, due lettere con le quali si sarebbe scusato ed avrebbe reso note le sue spiegazioni. Sulla base delle dichiarazioni rese da Calò in Commissione stragi è lecito domandarsi chi avrebbe aiutato il tecnico austriaco a fuggire.

Ma altri avvenimenti accadono a margine del processo, tali da lasciare una cortina di mistero mista ad inquietudine: l’esplosione di un ordigno davanti all’ufficio postale di via Carlo D’Angiò a Firenze, il 3 agosto del 1985, e l’attentato contro un palazzo di via Toscanini, alla periferia di Firenze, che causa due feriti oltre alla distruzione di una decina di appartamenti. Significativa appare la tempistica con la quale avvengono le due esplosioni: la prima esattamente un mese dopo l’invio delle prime comunicazioni giudiziarie per la strage di Natale, mentre la seconda all’indomani del deposito dell’ordinanza di rinvio a giudizio per Calò, Missi e tutti gli altri. Un ulteriore legame tra le due esplosioni è emerso a seguito delle perizie dalle quali emerge come la miscela esplosiva utilizzata sia la medesima impiegata nel rapido 904: tritolo, pentrite e T-4. (cm)     

Fonti: documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi

 

 

 

 

 

 

 

 

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