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Le condizioni con le quali vengono tutelate le persone che rivelano alle autorità competenti comportamenti illeciti sono sicuramente migliorate rispetto al passato, anche se le società, spesso oggetto di tali rivelazioni, continuano a difendersi e ad “offendere” anche contro i loro stessi interessi.

Il recente scandalo sulle emissioni dei motori diesel truccate che ha investito il gruppo tedesco Volkswagen ha causato un profondo imbarazzo non solo sui managers del gruppo e sui soci, ma anche sugli stessi soggetti dalle cui bocche erano emerse le prime rivelazioni.

La compagnia automobilistica, non si è capito bene se per discolparsi o per fornire un contributo concreto alle indagini, ha fissato un termine per i suoi dipendenti per fornire ulteriori informazioni, in cambio del ritiro del licenziamento o della richiesta di risarcimento danni (ma non della chiamata in giudizio). Il ruolo degli informatori nel rivelare il meccanismo fraudolento dietro i dati rilasciati sulle emissioni di biossido di carbonio è stato già determinante, anche se nessuno alla Volkswagen ha osato rivelare alcunché riguardo allo scandalo collegato della falsificazione delle emissioni di ossido di azoto nel corso dei test. In quest’ultimo caso infatti, un ruolo determinante lo ha svolto una ONG, con molta probabilità dietro l’impulso di alcune gole profonde della Commissione europea.

Quando la Volkswagen ha cominciato a raccogliere i frutti della sua “amnistia”, il processo innescato dalle denunce di soggetti interni al gruppo ha contagiato anche altre imprese, come la Takata, una società giapponese leader mondiale nella produzione di airbag, recentemente investita da uno scandalo relativo alla pericolosità di alcuni suoi prodotti. / Ancora, un’inchiesta giornalistica realizzata recentemente dalla BBC ha svelato come la British American Tobacco, avesse corrotto alcuni funzionari di due nazioni africane, Burundi e Ruanda, per far fallire un programma contro il fumo condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo le statistiche, l’attività di delazione, sia nel settore privato che in quello pubblico, è in costante aumento a partire dal 2007, consentendo così di fare emergere numerosi casi di corruzione e di collusione promossi da alcune aziende, quasi sempre al fine di ottenere risultati positivi in termini di fatturato. Nel 2011 la Security and Exchange Commission (SEC), l’organo di vigilanza della borsa statunitense, ha aperto un ufficio apposito, il “Whistleblower Office“, per sostenere tutti gli “insider” che decidevano di rivelare inefficienze e ruberie da parte delle imprese o di singoli individui con i quali o per i quali avevano svolto la loro attività professionale.

In base alla procedura, chiunque può, attraverso un format che consente di mantenere l’anonimato, fornire un suggerimento o una denuncia vera a propria. Questa viene in breve tempo esaminata da due avvocati che, se ve ne sono i presupposti, possono intraprendere un’azione legale; in alternativa possono decidere di accantonarla, in attesa di successive denunce aventi lo stesso soggetto.

Il numero di denunce ricevute annualmente dall’ufficio è in costante crescita; attualmente supera le 4000.

Secondo le statistiche realizzate dall’Associazione di Investigatori esperti in crimini finanziari, la modalità della denuncia anonima è risultata essere molto più produttiva sia delle regolamentazioni esterne che degli audit interni.

Ma i grandi gruppi industriali, malgrado i risultati positivi di questo genere di attività, hanno sempre scoraggiato i comportamenti delatori dei loro dipendenti.

E’ il caso, ad esempio, di Paul Moore, l’ex capo dell’Ufficio Rischi del gruppo bancario inglese HBOS, che nel 2004 avvertì le dirigenza dell’istituto che l’attività di credito condotta dalla banca era in pesante passivo. Moore subì un’attività di mobbing molto pesante, tanto da spingerlo a rifugiarsi nell’alcool e negli antidepressivi. Ma le sue denunce erano corrette, e così che la banca dovette essere sottoposta ad un programma di salvataggio.

L’authority inglese dei mercati finanziari ha incoraggiato le imprese a promuovere l’attività di delazione attraverso la nomina di un manager col compito di raccogliere le denunce.

L’Inghilterra è al terzo posto tra i Paesi del G 20 che dispongono della legislazione migliore in materia di tutela legale dei delatori. Al primo e secondo vi sono, rispettivamente, Turchia e Canada.

Anche l’Unione Europea si sta muovendo in questo campo, realizzando, grazie all’intervento del Consiglio d’Europa, un elenco di comportamenti virtuosi, destinati a 47 paesi dell’Europa orientale ed occidentale. Il sostegno del Consiglio a questo genere di attività si muove anche attraverso il suo braccio giudiziario, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha adottato diverse sentenze a sostegno degli informatori.

La Romania, l’ultimo dei paesi che ha aderito all’UE, ha adottato misure molto restrittive su quesito tema, mentre alcuni vecchi paesi membri quali la Germania, dispongono ancora di una normativa molto debole. A di fuori dell’UE, la Svizzera dispone di una legislazione molto rigida, così come dimostra la recente condanna a cinque anni di reclusione comminata dalla Corte federale ai danni dell’ex informatico della banca svizzera HSBC, Hervè Falciani.

Attualmente il migliore sistema di protezione offerto agli informatori è quello degli Stati Uniti, che si basa su tre elementi: la tutela del lavoro, l’anonimato ed un sistema di premi. Complessivamente il programma ha distribuito, dal 2011, ben 22 premi, con una media di 2.5 milioni di dollari.

Il premio può arrivare a raggiungere il 30% di tutte le multe comminate dal governo al datore di lavoro denunciato. Il programma raccoglie anche denunce dall’estero, da parte di cittadini non statunitensi. Una sentenza emessa nel mese di ottobre ha stabilito che gli informatori possono citare in giudizio sia i singoli membri del consiglio di amministrazione di una società, che la società in quanto persona giuridica, nel caso in cui si fossero resi personalmente responsabili delle violazioni denunciate. Tuttavia, nonostante la normativa, non sempre il governo statunitense si è mostrato particolarmente riconoscente verso i cittadini delatori: Breadley Birkenfeld che fornì al fisco a stelle e strisce informazioni essenziali sui suoi contribuenti titolari di conti in alcune banche svizzere, e responsabili di ingenti evasioni delle imposte, ha ricevuto un premio di 104 milioni di dollari, al lordo delle tasse, dall’Agenzia delle entrate (IRS, Internal Revenue Service), anche se ha dovuto sopportare ben 66 mesi di limitazione della sua libertà, tra detenzione e libertà vigilata.

Ma l’approccio premiale adottato dagli Stati Uniti non viene valutato positivamente in Europa, dove le taglie sono viste come un incentivo verso comportamenti abusivi. Lo stesso ufficio delatori della SEC ha ammesso di avere dei problemi con i “delatori seriali”, soggetti dediti gran parte del loro tempo a presentare denunce false per avanzare fittizie richieste di premi o risarcimenti.

Del resto le ritorsioni da parte delle aziende sono in costante crescita, attualmente intorno al 20%, così come denuncia l’osservatorio sui comportamenti delle società del National Business Ethics Survey. In molti casi sono gli stessi dipendenti che, firmando degli accordi sulla riservatezza, si impegnano a non essere assistiti da avvocati esterni in caso di vertenza legale con la società, o a fornire un preavviso prima di segnalare qualsiasi comportamento anomalo ad un organismo esterno alla società, o ancora a rinunciare ad eventuali premi in caso di denunce all’esterno. In base ad un sondaggio recente, un quinto dei lavoratori impiegati negli Stati Uniti ha sottoscritto un accordo di questo genere, al fine di scoraggiare eventuali loro iniziative delatorie. Sebbene in apparenza siano illegali, tali accordi vengono giustificati dalle società datoriali in base ad una supposta esigenza di tutela dei propri segreti commerciali. Recentemente la SEC ha promosso dei ricorsi contro questo genere di accordi, ritenuti lesivi delle prerogative dei lavoratori. Tra le società che sono state multate dalla SEC, vi  e’ la KBR, una società di progettazione che ha fatto firmare ai suoi dipendenti un accordo in base al quale ogni dipendente che avesse promosso un’inchiesta interna da parte di terzi senza il consenso della società, sarebbe stato licenziato. Quando le imprese istituiscono, al fine di migliorare la propria organizzazione, un sistema che promuove la delazione interna, il più delle volte i lavoratori non ne fanno uso, non tanto per timore di ritorsioni, quanto perché sono convinti che la denuncia non ottenga alcun risultato. Spesso le società considerano gli informatori come persone mosse dall’invidia o dal desiderio di vendetta o di arricchimento. Ma le statistiche dicono altro:  gran parte degli informatori sono motivati dal desiderio di migliorare la loro condizione e quella dei loro colleghi. Questo spiega  perché il 90% di loro, prima di denunciare all’esterno, si rivolga agli organismi interni della società. Potendo scegliere, dunque, i lavoratori preferiscono avvertire piuttosto che denunciare.

Tutto questo per dire che le denunce, anziché danneggiare, aiutano l’attività economica. Le notizie negative, prima o poi verranno fuori comunque, e se dovesse emergere l’intenzione della dirigenza di nasconderle, l’effetto finale sarà ancora più negativo. Ed il sostegno alla delazione, anziché scoraggiare, favorisce i comportamenti virtuosi da parte dei dipendenti, così come la ritorsione della società favorisce il dilagare di illeciti.

Trad cm

http://www.economist.com/news/business/21679455-life-getting-better-those-who-expose-wrongdoing-companies-continue-fight

  

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