Gianni Nardi

Il 20 settembre 1972, nei pressi del valico per la Svizzera di Brogeda, viene arrestato Gianni Nardi mentre tenta di fare entrare illegalmente in Italia un carico di armi e di esplosivi. Con lui vengono arrestati anche Bruno Luciano Stefàno e Gudrun Marhon Khilss.  Nardi, assieme a Giancarlo Esposti, Alessandro D’Intino, Augusto Cauchi, Marco Affatigato, Fabrizio Zani, Cesare Ferri e Francesco Bumbaca, è uno dei fondatori di Ordine Nero, il movimento di estrema destra nato dalle ceneri di Ordine Nuovo.

Il primo attentato rivendicato con la sigla Ordine Nero sarà quello agli uffici del Corriere della Sera di Milano, il 15 marzo 1974. Da alcuni documenti del SISMI risulterà che Esposti ed altri membri del gruppo erano al libro paga del ministero dell’Interno con il preciso compito di svolgere un’ attività di “provocazione” nei confronti delle organizzazioni politiche di destra, principalmente a Roma.  La strategia è la solita, infiltrare i movimenti antagonisti manovrando poi gli infiltrati in modo da gestirne l’attività. Giancarlo Esposti verrò ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri in località Pian del Rascino, il 30 maggio 1974, due giorni dopo la strage di piazza della Loggia. Per quanto flebile, il legame tra il conflitto a fuoco e la strage di Brescia sta nella testimonianza del brigadiere di pubblica sicurezza Leopoldo de Lorenzo, il quale tracciò agli inquirenti l’identikit di uno dei due soggetti che udì pronunciare parole “Lo facciamo adesso?”, quel sanguinoso 28 maggio. Il volto disegnato da quell’identikit era molto somigliante a quello di Esposti.


Ordine Nero e la strage di Brescia

Secondo un documento interno dell’organizzazione Ordine Nuovo, l’eventuale coinvolgimento di Ordine Nero ed in particolare di Esposti, riconosciuto quale collaboratore del ministero dell’Interno, nella strage di Brescia, andrebbe inquadrato in un “ventilato progetto di attentato – su commissione – durante la sfilata del 2 giugno, con un “premino” previsto di 400 milioni con anticipo già corrisposto. Sempre secondo il documento, Giancarlo Esposti viene definito “elemento con molti conti da regolare con la giustizia e pochissima reclusione, dedito al traffico di stupefacenti, plagiatore di giovani con sempre molti soldi a disposizione, uno tra i più smaliziati provocatori, capace solo di circuire ingenui e ultimi arrivati, soggetto che ha continuamente ruotato intorno ad Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, senza mai essere accettato come effettivo”.  La sera di quel 28 maggio, dopo l’arresto avvenuto il giorno 10 di Carlo Fumagalli, Esposti lascia la casa paterna dicendo al genitore: “hanno arrestato il vecchio – riferendosi a  Fumagalli. I carabinieri ci hanno tradito”. Dunque Esposti intratteneva rapporti regolari con l’Arma, a Milano, a Trieste e nel Veneto. Attraverso le confessioni rese al capitano Francesco Delfino, Angelino Papa e Ugo Bonati chiamano in causa Ermanno Buzzi, amico di Bonati, di professione ladro di opere d’arte, e all’occorrenza confidente dei carabinieri. Secondo una perizia psichiatrica Buzzi viene definito “un istrionico mistificatore: il cosiddetto conte di Blanchery”. Papa e Bonati chiamano in causa anche Andrea Arcai, quindicenne, figlio del giudice Giovanni Arcai, capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Brescia. Le accuse a carico del figlio del magistrato si basavano, prevalentemente, sulle dichiarazioni di due sottufficiali dell’Arma, il maresciallo Paolo Siddi e l’appuntato Farci, incaricati di proteggere il giudice. Siddi era anche il braccio destro del capitano Delfino. Dopo che Arcai assegna l’istruttoria sulla strage al collega Vino, nasce un conflitto all’interno della Procura, con Arcai che denuncia i colleghi Vino e Trovato per peculato sui rimborsi chilometrici (i due magistrati saranno condannati in cassazione nel 1989), e Arcai  che viene censurato dal CSM per non avere denunciato il figlio. L’aria all’interno del Tribunale di Brescia si fa pesante, e nell’ottobre del 1975 Arcai viene trasferito alla Corte d’Appello di Milano.

Il primo marzo 1974 il giudice istruttore Petrone del Tribunale di Milano spicca un mandato di cattura nei confronti di Gianni Nardi, Bruna Luciano Stèfano e Gudrum Kiess, cittadina tedesca. Tutti  e tre sono accusati dell’omicidio del commissario di pubblica sicurezza Mario Calabresi. Nardi e Stèfano sono estremisti di destra ed il provvedimento scaturisce dalle dichiarazioni di una testimone che aveva raccolto alcune confidenze della Kiess. Nel luglio del 1975  la magistratura milanese revoca il mandato di cattura per Nardi, mentre nel mese di agosto toccherà a Stefàno e a Kiess. Nardi morirà in Spagna, a Palma di Majorca, il 10 settembre 1976, in uno stranio incidente d’auto, mentre Stefàno ha vissuto in Spagna fino al 1995.


Nardi ed il presunto golpe militare

Nel dicembre del 1992, Donatella Di Rosa, moglie del tenente colonnello dei parà Aldo Micchittu, viene a sapere che alcuni militari, tra cui alcuni alti ufficiali delle Forze armate, stanno effettuando un traffico di armi con paesi in guerra colpiti da embargo; oltre a ciò il gruppo, guidato dal generale comandante della Forza di Intervento rapido Franco Monticone, amante della Di Rosa e probabilmente sua fonte inconsapevole di informazioni, ha intenzione di porre in essere un golpe militare al quale prenderebbero parte oltre al terrorista tedesco esperto in esplosivi Friedrich Shandinn, anche Gianni Nardi. La Di Rosa chiama anche in causa anche alti ufficiali di Stato Maggiore della difesa, tra cui il generale Goffredo Canino. In parallelo, il generale Delfino, comandante della Legione dei carabinieri del Piemonte, riceve un avviso di garanzia, er presunte collusioni con la ‘ndrangheta, essendo accusato di avere infiltrato l’organizzazione delle BR piemontese con un boss ‘ndranghetista, il quale avrebbe poi preso parte direttamente al rapimento di Aldo Moro. Il ministro della Difesa Fabio Fabbri, sospende il generale Monticone dal suo incarico. Contemporaneamente i magistrati della procura di Firenze che indagano sul presunto golpe ordinano la riesumazione dei resti del corpo di Nardi, sepolto in un cimitero in Spagna. Dagli esami utopici emerge come le spoglie riesumate appartengano effettivamente a Gianni Nardi, deceduto nel 1986.

Il ministro Fabbri licenzia il diretto superiore di Monticone, il comandante della Regione Militare Tosco-Emiliana, Biagio Rizzo. Il generale Canino presenta al ministro Fabbri le sue dimissioni.

Il 23 ottobre 1993 il ministro Fabbri dichiara a Repubblica: “Fin dall’inizio Canino è stato d’accordo con Rizzo. Per essere chiari, ha condiviso l’atteggiamento di Rizzo e le sue sottovalutazioni, senza onorare il ministro ed il governo della situazione”, tradotto: tutti i vertici dell’esercito sapevano della relazione tra la Di Rosa e Monticone, oltre alle accuse di traffico di armi e di presunto golpe mosse dalla Di Rosa. Monticone denuncia la sua ex amante Donatella Di Rosa per truffa.

Fonti: Repubblica 23 ottobre 1993

Documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi

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