Elio ciolini

 

“Voi sapete benissimo che l’Erario che voi amministrate con tanta sapiente cura, ha pagato, rectium et pejus, ha premiato in me un testimone!!! Falso! L’ha pagato e l’ha premiato, proprio perché FALSO.

Perché si sapeva che lo stesso, obbedendo a chiare e precise direttive in parte, in gran parte, addirittura scritte, diceva il falso. Perché si pretendeva dicesse il falso ed anzi gli si fornivano documenti ovviamente falsi perché lui a sua volta li producesse a magistrati veri. Ma che sapevano anch’essi che tutto era falso! Non è vero caro Gentile, non è vero caro Floridia, non è vero caro Nunziata che lo sapevate benissimo e chi ero e cosa quindi c’era da aspettarsi da me?”.

I soldi a cui fa riferimento Elio Ciolini sono gli oltre cento milioni versati dallo Stato italiano come premio per le sue dichiarazioni, soldi che erano necessari alla gola profonda di Firenze per pagare la cauzione ai magistrati elvetici e poter tornare in libertà.

Come scrive Gianni Barbacetto nel libro dal titolo “Il Grande Vecchio“, le dichiarazioni “false” di cui parla Ciolini sono quelle inviate al console italiano in Svizzera dal carcere ginevrino di Champ Lollon, nel quale il faccendiere era ristretto in attesa di essere estradato in Italia per una serie di reati finanziari.

Nel documento inviato al console Ciolini racconta di come alcune stragi, ed in particolare quella della stazione di Bologna,  fossero il frutto dell’attività di una non meglio identificata organizzazione terroristica (OT), al centro di una ragnatela di legami che collegava organizzazioni terroristiche di destra, ambienti massonici, servizi segreti deviati ed alcuni appartenenti all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).  Nella ricostruzione fatta da Ciolini, la strage di Bologna sarebbe stata pianificata, nel corso di una riunione avvenuta l’11.4.1980, da una fantomatica loggia di Montecarlo, riunione alla quale avrebbero partecipato rappresentanti di tutte le entità da lui chiamate in causa.

Si tratta di una micidiale miscela di menzogne e di verità costruita ad arte, in grado di ottenere il duplice scopo di risultare credibile e di depistare le indagini, così come scriveranno i giudici bolognesi che si occuparono dell’istruttoria sulla strage alla Stazione, Zincani e Castaldo. Vero è che il risultato definitivo che si voleva ottenere con questo coup de thèatre, venne raggiunto, vale a dire “la perdita di credibilità dell’inchiesta sulla strage e dei magistrati che la stavano svolgendo”.

I due anni di attività istruttoria condotta da magistrati bravi ed onesti erano andati in fumo, innescando al contempo una disputa tra l’Ufficio Istruzione e la Procura della Repubblica che produsse il risultato di far trasferire d’ufficio i magistrati delle due parti in causa.

Il regista di questa efficace messa in scena non era facilmente individuabile, anche se la sua presenza veniva avvertita chiaramente, così come racconta a Barbacetto il pm che condusse l’accusa contro i NAR condannati per la strage, Libero Mancuso.

E ancora. A Colini viene “consigliato” di parlare unicamente con il generale Dalla Chiesa, colui che era uscito vincitore dal contrasto alle Brigate Rosse. Ciolini si domanda nel suo memoriale quale fosse la ragione di questa pretesa, e si da una risposta che, valutata oggi, potrebbe sembrar corretta, e che il Ciolini così esprime: “Che per il mio tramite qualcuno volesse sapere fin dove erano giunte le conoscenze del Generale in tema di collusione fra certi ambienti politico-amministrativi e personaggi dell’eversione rossa o nera?“. Lo stesso Ciolini si rende conto di essere stato lo strumento di qualche disegno superiore, tanto da scrivere ancora a riguardo nel suo memriale: “Talmente ridicola è stata la cosa il duplice colloquio, che io ho più di un sospetto di essere stato, ancora una volta, strumento di faide, di turpi complotti”. E riguardo ai documenti offerti ai magistrati a riprova delle sue affermazioni, Ciolini dichiara: “Ora dev’essere ben chiara una cosa: i documenti che io vi ho offerti altro non sono che documenti predisposti dal SISMI“.

E qui Ciolini parla del documento “chiave” che fa da perno a tutta la vicenda: l’informativa del SISMI del 1981 sul caso Toni/Di Palo/De Michelis.

Questa viene consegnata al Cap. Pandolfi nel dicembre del 1981 o nel gennaio ’82.

“Chi può avermi informato – si chiede Ciolini – dei nomi delle località, dei nomi arabi e così via?” E ancora: “Chi può aver legato il nome del Toni a quello del De Michelis, se non chi sapeva che i due si erano conosciuti? Chi può aver tanto detto e tanto saputo sulla morte di quei due giornalisti se non quei servizi da sempre coinvolti in certe polemiche e accusati o di troppo non voler sapere? Solo che va sottolineata la volgarità spaventosa e di questo documento e di quello al quale prelude: la lettera a firma apocrifa del De Michelis. Si approfitta di un caso penoso e pietoso in cui i servizi segreti sono infilati fino agli occhi (altrimenti non saprebbero tante non vorrebbero che tanto se ne dicesse), per inventare qualcosa che sarà creato contro un Ministro Socialista (come mai Lagorio???)”.

Ciolini si domanda come mai gli inquirenti abbiano impiegato così tanto tempo per riscontrare la falsità dei documenti da lui forniti, ed a lui consegnatigli dal SISMI? la risposta che riesce a darsi è abbastanza logica, quasi banale: “Vale ancora la pena di continuare la ricerca (della verità)? Oppure è sufficiente dire agli investigatori: cercate di sapere perché un Giudice Istruttore agisce in siffatta maniera e forse, anzi quasi certamente, arriverete alla verità. Proprio alla verità estrema. Quella sugli autori, ideatori ed esecutori della Strage di Bologna e di altri delitti”.

In forza dei documenti forniti rivelatisi poi dei falsi clamorosi, Ciolini viene condannato per calunnia e truffa in danno dello Stato. Indispettito per il trattamento e per la violazione degli accordi da parte dai funzionari del governo italiano, Ciolini denuncia il magistrato che lo aveva interrogato nel carcere svizzero, assieme ad alcuni ufficiali di polizia giudiziaria, per avere violato le norme internazionali relative all’assistenza giudiziaria con il governo elvetico, ed in particolare per non avere chiesto le necessarie autorizzazioni all’Autorità Guidiziaria svizzera. Il caso monta anche mediaticamente, grazie alla stampa elvetica: “Berna si arrabbia” titola in prima pagina il quotidiano Tribune de Geneve, ed alla fine arrivano anche le proteste ufficiali del Consiglio Federale, l’organo che equivale al Parlamento italiano, per le “ripetute violazioni della sovranità svizzera da parte di funzionari e magistrati italiani”.

Il quotidiano di Losanna “Tribune-Le Matin” va anche oltre, accennando ad una censura formale diretta ai Servizi italiani: il giornale sostiene che in almeno quattro casi le barbe finte italiche avrebbero violato la sovranità dello stato elvetico, a patire dalla fuga di Licio Gelli dal carcere di Champ Pollon, lo stesso in cui era stato rinchiuso diversi anni prima Ciolini: secondo il quotidiano, le spie italiane avrebbero circondato il carcere ginevrino favorendo la fuga del fondatore della P2, e perdendo subito i contatti con lui. In merito ai quattro casi in questione, la Svizzera più volte avrebbe chiesto chiarimenti all’Italia, ricevendo una risposta giudicata confusa ed insufficiente. E questo spiega la richiesta assolutamente fuori dalle righe relativa al caso Ciolini, che rappresenterebbe, dunque, solo l’ultima di una lunga serie di violazioni.

Il presidente del consiglio in carica, Bettino Craxi, dichiara alla stampa – riporta un lancio dell’agenzia ADN Kronos – che risponderà in via ufficiale alla richiesta di chiarimenti avanzata dalla Svizzera. “La risposta che verrà inviata dalla Farnesina – ha detto inoltre Craxi – sarà prima personalmente valutata dallo stesso Presidente del Consiglio”.

“Da parte italiana, si legge in un lancio dell’ANSA, l’intento della Farnesina è quello di fare presente al governo elvetico che i fenomeni criminosi si sviluppano senza tenere conto delle frontiere, e la necessità di combatterli ha reso necessarie intense attività ad ampio raggio”. In questo contesto, nell’ambito degli accordi di assistenza giudiziaria tra i due paesi e dell’esigenza di una più stretta  collaborazione internazionale, ci si attende da parte italiana “che la Svizzera fornisca tutta la collaborazione necessaria per far luce su alcuni aspetti rilevanti di vicende – dai vari crolli finanziari al caso ENI-Petromin – tutt’ora oscure”. (cm)

Fonti: “Il Grande Vecchio” Gianni Barbacetto

Memoriale Ciolini da documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi.

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