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Claudio Meloni

Mese

dicembre 2015

I trafficanti di esseri umani e i loro patrimoni

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Dai dati e dalle analisi in possesso di Europol è emerso come le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani adottino un sistema di riciclaggio dei proventi delle loro attività diverso da quello scelto dalle altre organizzazioni criminali. La diversità consiste nel mancato impiego della figura dell’esperto, il consulente finanziario, e nella capacità di reperire al proprio interno le risorse umane destinate a tale attività, caratteristica tipica questa dei gruppi criminali a base familistica.

La compartimentazione degli aspetti finanziari unita ad un modello “low cost” in grado di impiegare le tecnologie più innovative, rende tali organizzazioni quasi impenetrabili e scarsamente conoscibili dal punto di vista dei loro aspetti finanziari. Nella pratica le forze di contrasto a livello internazionale non sono attualmente in grado di calcolare quali siano i margini di ricavo del traffico di migranti e, in generale, offrire una stima del valore dei patrimoni delle organizzazioni dedite a tale genere di attività. Ciò è in parte possibile in quanto Europol non è stata ancora in grado di scoprire le modalità attraverso le quali i profitti realizzati dalle reti di trafficanti vengano riciclati, e soprattutto dove vengano reinvestiti. E’ pur vero che l’attività investigativa svolta da Europol in questo ambito è stata, a causa della spending review, alquanto ridotta, e dunque i dati disponibili non sono molti.


Le tratte dell’emigrazione e le stime sul fatturato del traffico

Il 27 settembre di quest’anno la polizia austriaca ha individuato, sul tratto di autostrada che conduce a Vienna, un camion frigorifero con all’interno i corpi di 71 persone decedute per soffocamento. Si trattava in gran parte di profughi siriani partiti dal loro paese dilaniato dalla guerra, con la prospettiva di una nuova esistenza principalmente in Germania e Scandinavia. L’arresto dell’autista del camion, un bulgaro residente nella depressa città di Lom, ha permesso di ricostruire la parte finale del viaggio affrontato dal gruppo di rifugiati, composto da 59 uomini, 8 donne, tre bambini ed una bambina dell’età di un anno e mezzo, tutti deceduti per soffocamento all’interno della cella frigorifera del camion destinato al trasporto di carne di pollo, totalmente privo di qualsiasi areazione. Le indagini hanno consentito di accertare come non si sia trattato di una atto premeditato da parte del conducente del camion, bensì dell’esito della stupidità umana. L’autista non apparteneva ad alcuna organizzazione, benché la chiusura della frontiera ungherese da parte del governo magiaro abbia, di fatto, creato un mercato del trasporto illegale dei rifugiati lungo la direttrice balcanica dell’emigrazione. Con l’aumento dei flussi di migranti e la sospensione temporanea del trattato di Schengen, la vigilanza lungo le frontiere è stata intensificata, ed alcuni rifugiati giunti in Bulgaria grazie alle organizzazioni di trafficanti, in particolare ex artigiani ed ex commercianti siriani dotati dei mezzi economici per poter affrontare un viaggio, hanno pensato di chiedere ad alcuni camionisti di condurli fino in Germania. Grazie al tam tam via cellulare e social network, l’esito favorevole dei viaggi dei primi gruppi ha comunicato ad altri connazionali la smagliatura della “fortezza Europa” lungo la frontiera bulgara, inaugurando una nuova tratta per il viaggio della speranza.

Le tariffe fissate dai camionisti vanno dai 300 ai 400 euro a persona per la tratta Budapest-Vienna, laddove il biglietto ferroviario ne costa appena 50.

Centinaia di migranti, in gran parte provenienti da aree geografiche nelle quali è in atto una guerra, attraversano quotidianamente l’Europa; solo negli ultimi otto mesi di quest’anno almeno 250 mila migranti sono giunti in Grecia via mare provenienti in gran parte da paesi quali Siria, Iraq, Egitto, Eritrea e Sudan. Solo recentemente il flusso di migranti si è arrestato presso Keleti, la stazione ferroviaria di Budapest, dove la polizia magiara ha impedito tassativamente loro di proseguire il cammino verso la Germania.

Duemilacinquecento euro è attualmente la tariffa che i trafficanti hanno fissato per il viaggio della speranza dalla Siria alla Germania, per un fatturato valutato annualmente in diverse centinaia di milioni di euro. Secondo una stima effettuata da un consorzio internazionale di giornalisti http://www.themigrantsfiles.com/ a partire dal 2000 i trafficanti di esseri avrebbero fatturato complessivamente qualcosa come 16 miliardi di euro. Rientrano in questa cifra anche i compensi destinati ai reclutatori, agli intermediari, ai capitani di imbarcazioni, ai membri dell’organizzazione che affittano illegalmente stamberghe, ed a quei componenti incaricati di riciclare i proventi.

Le rotte seguite sono principalmente tre: dal Nord Africa, attraverso il mare, in direzione Spagna o Italia; via terra, dalla Grecia attraverso i Balcani, e cioè Macedonia, Serbia e Ungheriadalla Turchia attraverso la Bulgaria. Quest’ultima sembra essere quella attualmente preferita per via della maggiore porosità delle frontiere, anche se il suo costo è superiore rispetto alle altre, e sebbene recentemente il governo di Sofia abbia inviato 1.500 poliziotti a sorvegliare il confine con la Turchia.


L’importanza dell’individuazione delle reti di riciclaggio

Tutte le organizzazioni criminali hanno la necessità di riciclare i proventi delle loro attività illecite; in generale il processo del riciclaggio si divide in tre fasi: piazzamento, stratificazione e integrazione. Il proventi illegali vengono dapprima inglobati nel sistema finanziario legale, quindi movimentati attraverso vari destinatari su scala internazionale, mediante l’utilizzo di conti bancari personali o aziendali; al termine di queste fasi il denaro avrà fatto perdere tutti i legami con chi lo aveva versato, e potrà tornare nella disponibilità del gruppo criminale o di un suo prestanome, attraverso fonti apparentemente legittime.

Nel caso in esame le organizzazioni di trafficanti immettono i loro proventi nel sistema finanziario attraverso l’apertura di depositi o la consegna di contanti ad operatori finanziari; i denari vengono quindi stratificati ovvero “confusi” attraverso il sistema bancario principale, oppure attraverso canali alternativi. Questi trasferimenti costituiscono una rilevante fonte di informazioni circa i processi utilizzati, le località ed i soggetti coinvolti.

Essi consentono infatti di individuare il soggetto che invia il denaro, l’entità delle somme inviate, la frequenza degli invii, il luogo di partenza e soprattutto il destinatario. Un’indagine approfondita sugli schemi adottati permetterebbe, dunque, di scoprire le strutture finanziarie di supporto alle organizzazioni di trafficanti, di smantellare tali network e di confiscare i proventi dell’attività.

L’analisi finanziaria dei trasferimenti all’interno di un’organizzazione criminale consente di delineare i vari rapporti che legano fra loro i diversi membri, incluse quelle persone eventualmente rimaste fuori dalle indagini, consentendo di ricostruire lo schema complessivo dell’ organigramma del gruppo. Essa consente, inoltre, di calcolare il volume del giro di affari dell’attività. In genere i mittenti sono le donne dell’organizzazione, le quali, per aggirare i controlli previsti per il versamento dei contanti, effettuano più transazioni con una certa frequenza. Si può anche trattare di soggetti estranei all’organizzazione, che raccolgono il denaro per conto delle persone interessate ad effettuare il viaggio, o di persone che ricoprono una posizione di rilievo all’interno dell’organizzazione criminale.

Per l’Unione Europea non esistono stime sui profitti del traffico di esseri umani: sono disponibili solo alcune stime relative ai profitti derivanti dall’attività di sfruttamento sessuale all’interno dell’UE e nelle economie sviluppate, stime che raggiungono i 23,5 miliardi di euro l’anno. Occorre notare, poi, come tali attività si compenetrino spesso con altre attività ugualmente illegali; ciò risulta evidente nello sfruttamento del lavoro in generale. Anche se le vittime della tratta riescono ad ottenere una valida residenza ed un valido permesso di soggiorno, spesso sono costrette a devolvere una parte dei loro redditi ai trafficanti in questione; questo perchè spesso l’organizzazione illecita agevola il migrante nell’ ottenere i documenti ed il lavoro.  Ciascun gruppo di trafficanti è, in genere, piccolo, con un numero di membri che va dai 3 ai 15, dotato di autonomia operativa e slegato dagli altri gruppi di trafficanti. All’interno dell’organizzazione non vi è una rigida divisione dei ruoli. Come abbiamo già accennato, per mascherare i legami tra i vari membri , questi fanno spesso ricorso alla tecnica dello smurfing, che consiste nell’invio di piccole somme di denaro ad un numero elevato di soggetti, i quali sono dei semplici prestanome, ovvero familiari di membri dell’organizzazione o comunque criminali di basso livello. Dal paese di sfruttamento il denaro può essere inviato non solo dai membri dell’organizzazione, ma anche attraverso le loro stesse vittime, incaricate di raccogliere il denaro, aprire conti bancari o intestarsi attività commerciali legali.


Le fasi operative del riciclaggio

Le varie fasi operative del riciclaggio dei proventi del traffico di esseri umani, distinte nelle tre fasi in precedenza esaminate (placement, layering, integrate), vengono realizzate in parte attraverso il sistema bancario ufficiale, sempre all’interno dell’economia legale.

Il sistema bancario

Per riciclare i proventi delle loro attività le organizzazioni criminali possono utilizzare il sistema bancario ufficiale, attraverso credenziali ottenute mediante documenti falsi o in modo fraudolento, o in alternativa impiegando dei prestanome o dei sosia.

Le credenziali bancarie possono essere state create attraverso il coinvolgimento di congiunti o di persone fittizie, per poi essere chiuse dopo un breve periodo di tempo o sostituite con nuovi clienti, in modo da non sollevare sospetti. Gli investimenti effettuati attraverso il mercato Finanziario rappresentano un ottima modalità di riciclare il denaro, in quanto permettono di attribuire legittimità ai fondi, consentendo di trasferirli su scala globale in maniera sicura, spesso realizzando anche profitti aggiuntivi imprevisti.

Le imprese di servizi finanziari: i money transfer

Le società che si occupano di spedire il denaro, i money transfer, e le spedizioni di moneta effettuate attraverso il sistema postale rientrano tra le modalità più diffuse per riciclare il denaro. L’ammontare dei fondi spediti può variare sensibilmente. Alcuni money transfer sono in grado di movimentare somme ingenti di valuta in qualsiasi parte del mondo in maniera quasi istantanea. Il vantaggio da questa modalità è che essa e accessibile a livello globale, offrendo un servizio veloce ed economico, senza alcun limite di importo o di frequenza di operazioni. Tutto ciò rende il servizio in questione altamente attrattivo per le organizzazioni criminali. I servizi finanziari effettuati via money transfer, a differenza di quelli che si basano sulla disponibilità di un conto corrente presso un istituto bancario, conservano solo alcuni dati dei clienti. Ciò rende molto difficile valutare se le operazioni effettuate assumano un aspetto inusuale rispetto al comportamento tipo di un cliente.

I criminali possono abusare dei money transfer in due modi:

A) Smurfing: questa pratica consente di riciclare grandi quantità di denaro attraverso un numero elevato di persone, ciascuna delle quali mobilita un importo di lieve entità. Le cifre di importo basso possono essere depositate in diversi conti correnti, o anche spedite attraverso money transfer, se sotto la soglia prevista dall’ordinamento interno del paese; superata tale soglia, il cliente viene identificato come autore di un’ operazione sospetta di riciclaggio.

E’ possibile in questo modo trasferire grosse somme di denaro contante attraverso il coinvolgimento di più mittenti, o in alternativa, di più destinatari, senza destare alcun sospetto (smurf è un pupazzo di fantasia).

Le organizzazioni criminali fanno spesso ricorso alla figura del prestanome, la quale può essere assunta anche da un intermediario professionale, in quanto consente di recidere il legame tra il criminale ed i proventi del traffico, mascherando l’identità di colui che trasferisce materialmente il denaro .

B) Documenti falsi: l’adeguata verifica della clientela da parte degli istituti che offrono servizi finanziari è strettamente regolata dalla normativa vigente. Gli istituti finanziari che operano all’ìnterno dell’Unione Europea sono tenuti ad identificare i loro clienti, ma qualsiasi forma di identificazione fotografica è sufficiente per trasferire somme di denaro al di sotto di una determinata soglia. Le organizzazioni criminali sono in grado di aggirare queste regole attraverso il ricorso a documenti falsi. In alcuni casi i trafficanti, in grado di esercitare il pieno controllo sulle loro vittime, utilizzano le identità di queste al fine di trasferire somme di denaro in maniera illegale.

C) la movimentazione di contante: alcune inchieste hanno mostrato come le organizzazioni criminali utilizzino sempre più spesso il denaro contante per riciclare i proventi delle loro attività illecite; le innovazioni tecnologiche che consentono oggi di tracciare le transazioni online, abbinate ai regimi più rigorosi di registrazione e comunicazione delle operazioni sospette, hanno obbligato le organizzazioni criminali a riciclare i loro proventi attraverso l’uso dei contanti. Diversamente dal trasferimento di denaro per via elettronica, l’impiego del contante rende infatti più difficile stabilire quale sia la sua fonte, il suo scopo ed i suoi beneficiari finali. Molti paesi membri infatti, per perseguire il reato di riciclaggio, sono tenuti a dimostrare, in base alla loro normativa interna, il legame tra i fondi ed il reato.

Dunque il trasporto fisico da un paese all’altro è divenuto uno dei metodi più utilizzati per ripulire il denaro frutto di attività illecite. I corrieri impiegati per trasportare il contante, movimentano in genere grandi quantità di denaro o via terra, attraverso veicoli appositamente predisposti, capaci di nascondere il denaro, oppure per via aerea, attraverso semplici valige. In alcuni casi i controlli di frontiera hanno mostrato come a trasportare il denaro siano le stesse vittime del traffico.

 L’utilizzo della figura del mulo, sia per il traffico di droga che per quello di valuta, rappresenta dunque una delle modalità più diffuse di trasporto. Occorre a tal fine distinguere tra i corrieri impiegati per trasportare contante, da quelli impiegati per trasferire per conto terzi i proventi di reato per via elettronica. Una tendenze sempre più frequente ha infatti mostrato come le vittime delle organizzazioni criminali vengano impiegate in entrambe le modalità. Ciò è possibile sia attraverso l’uso della coercizione, che di vere e proprie truffe effettuate nell’ambito del rapporto di lavoro: in base ad uno schema abbastanza diffusa, alle vittime viene fatto credere di lavorare per conto di società legittime.


Strutture aziendali legali

 Molte organizzazioni criminali che operano nel traffico di esseri si dedicano anche ad attività legali, sia nel paese di partenza che in quello di arrivo degli esseri trafficati.

Tali organizzazioni sono infatti spesso attive nel mondo dello spettacolo, ma anche in settori come la ristorazione ed il catering, la vendita al dettaglio, la piccola impresa di produzione o di commercio, l’impresa di costruzioni o di nolo di auto, o anche nelle agenzie di collocamento. La ragione di ciò è che impiegando grandi quantità di denaro contante, esse consentono di giustificare formalmente la grande disponibilità di liquidi.

Tutte queste imprese possono essere sfruttate dalle organizzazioni criminali in modi differenti; tuttavia la modalità più diffusa è quella di consentire la commistione tra proventi leciti e gli illeciti guadagni derivanti dal traffico di esseri. A tale scopo le organizzazioni in questione si avvalgono dei servizi di un contabile, il quale  legittima i flussi illeciti di contante attraverso l’emissione di false fatture, ricevute o conti. Una volta che i contanti sono stati legittimati ovvero “ripuliti”, essi vengono trasferiti ai membri dell’organizzazione, in genere attraverso un conto intestato a persone giuridiche, sotto forma di sussidio all’attività o di quota profitti.

Nella pratica esistono altre modalità di riciclaggio, tra le quali le più usate sono

1) L’acquisto di proprietà immobili per conto di società off-shore;

2) Il reinvestimento di dividendi distribuiti dall’azienda;

3) Il versamento del contante in attività legate all’organizzazione criminale, per poi in seguito prelevarlo tenendo conto del credito;

4) La realizzazione di operazioni di trading senza alcuna logica economica;

5) La conclusione di  un’operazione immobiliare falsa o sopravvalutata;

6) L’acquisto di diverse società ed il prestito di denaro ai loro amministratori ad un tasso da usura. A quel punto  gli amministratori vengono usati come intermediari per il riciclaggio e le società vengono spinte alla bancarotta;

7) La realizzazione di un’attività commerciale basata sul riciclaggio di denaro in cui le organizzazioni criminali, sfruttando la libertà di circolazione delle merci all’interno dell’area di Schengen, trasformano i proventi illeciti delle loro attività in beni giuridici da commercializzare all’interno dell’area suddetta.  Una parte del denaro riciclato, inviato nel paese di origine dei trafficanti, tende ad essere restituito al paese di sfruttamento, per coprire i costi di gestione. Ad esempio i veicoli e gli alloggi vengono presi in affitto,mentre il cibo ed i beni di consumo vengono acquistati, per poter venire incontro alle richieste delle vittime dello sfruttamento. Le strutture aziendali legali possono anche essere destinate all’attività di sfruttamento, come ad esempio dei bar nei quali pubblicizzare l’attività di trasporto illegale dei rifugiati, e allo stesso tempo riciclare i proventi illeciti.


Sistemi informali di trasferimento di valuta

Vengono definiti in questo modo tutti quei sistemi, meccanismi o reti di persone che ricevono denaro allo scopo di effettuare un pagamento per conto di una terza persona situata in un’altra area geografica, anche attraverso forme diverse. I trasferimenti di denaro avvengono in genere al di fuori del sistema bancario ufficiale, attraverso istituzioni non di tipo bancario o attraverso altri organismi commerciali, la cui principale attività può essere diversa dal trasferire danaro. Questo genere di transazioni si svolgono attraverso canali distinti da quelli finanziari tradizionalmente regolati. I migranti e le comunità della diaspora residenti nell’Unione Europea continuano a fare affidamento sulle istituzioni informali di trasferimento di denaro per inviare delle somme nei loro paesi di origine. Le istituzioni informali che si trovano all’interno dell’Unione Europea non sono soggette a tutte le norme previste per l’antiriciclaggio o alle pratiche di buona trasparenza previste per i sistemi di pagamento.

Con la recente adozione di norme antiriciclaggio più severe e con la previsione di nuove pratiche per una migliore trasparenza, la fase di piazzamento nel sistema bancario del denaro illecito da parte delle organizzazioni criminali, è diventata via via più difficile. Per tale ragione le istituzioni informali di trasferimento della valuta hanno acquisito un maggiore attrattiva.

Tra i nuovi metodi di pagamento, il principale è rappresentato sicuramente da quello on-line, che consente alle organizzazioni criminali di ritirare rapidamente per via elettronica i proventi ottenuti dai loro clienti e dalle loro vittime, e contestualmente di trasferirli prima che il delitto o la transazione sospetta possa essere accertata. L’aumento esponenziale nell’utilizzo delle carte di credito pre-pagate è stato in parte dovuto al riciclaggio del denaro illecito.

Le organizzazioni criminali possono acquistare anche moneta virtuale da un rivenditore legale di Bitcoin attraverso i siti di trading on-line centralizzati o to-peer (P2P).

In genere i clienti creano on line i loro portafogli di Bitcoin utilizzando diverse modalità di pagamento. Non essendoci un limite alla quantità di valuta che può essere scambiata, le organizzazioni criminali che intendono utilizzare tale modalità per riciclare denaro illecito, sono fortemente incentivate.


L’acquisto di beni di lusso e di immobili

Uno dei metodi preferiti dalle organizzazioni criminali per investire il contante proveniente dalle loro attività illegali, è costituito dall’acquisto di beni di elevato valore, come quadri, gioielli, oggetti d’arte o d’arredo d’epoca, o come proprietà immobiliari. Sebbene alcuni paesi dell’Unione Europea abbiano introdotto limiti al pagamento in contante per impedire che ciò avvenga, la maggioranza di essi non lo ha ancora fatto. L’acquisto di beni di elevato valore offre alle organizzazioni criminali l’opportunità di integrare i loro fondi nell’economia legale.

Alcuni di questi beni possono anche essere utilizzati al fine di sviluppare le opportunità di crescita economica.

Uno dei settori principalmente utilizzati dalle organizzazioni criminali per riciclare i loro capitali è quello immobiliare. Nella maggior parte dei casi tali organizzazioni o i loro familiari utilizzano i proventi illeciti per acquistare immobili o terreni nel loro paese d’origine. Altri sistemi di riciclaggio possono comportare la sottovalutazione o la sopravvalutazione di proprietà immobiliari o l’iscrizione di ipoteche.


I legami con altre attività ed organizzazioni criminali

La maggior parte delle organizzazioni criminali diversifica i suoi affari in molteplici attività criminali. I criteri alla base delle attività scelte possono basarsi su logiche di profitto o di complementarità, in ordine alla possibilità di sfruttare migliori opportunità di business.

La diversificazione può anche essere legata alla collaborazione con altre organizzazioni criminali, finalizzata al sostegno all’attività di riciclaggio.

L’attività criminale collaterale più diffusa tra le organizzazioni dedite al traffico di esseri umani è costituita dalla truffa, che coinvolge spesso il pagamento dell’IVA, ovvero l’abuso delle norme sul pagamento dell’IVA nelle transazioni tra paesi membri dell’Unione Europea, posto che in questo genere di transazioni l’IVA non è applicabile. Altre tipologie frequenti di truffe sono quelle relative ai sussidi sociali ed alle false identità. Queste ultime possono essere praticate dalle organizzazioni criminali attive nel traffico di esseri umani a sostegno della loro attività principale, ad esempio attraverso la contraffazione dei documenti venduti ai migranti trasportati, documenti necessari ad ottenere il permesso di lavoro, la residenza, il servizio sanitario ed il sussidio di disoccupazione.

Si tratta dunque di frodi connesse alla principale attività illecita svolta, che consentono di incrementare enormemente il volume dei profitti.

Un altro tipo di attività illegale esercitata dai trafficanti è il commercio di stupefacenti, di armi, di sigarette, o di valuta falsa, posto che le rotte seguite sono in alcuni casi le stesse dei rifugiati. In questi casi diventa difficile per gli investigatori comprendere quali attività costituiscano i reati presupposto e quali invece svolgano solo un ruolo di supporto economico per le organizzazioni criminali in questione.

I dati recenti mostrano un aumento delle vittime del traffico di esseri umani, oltre alla diversificazione del loro sfruttamento: secondo le statistiche fornite dagli organi si sicurezza, sarebbe in aumento da parte di queste organizzazioni il coinvolgimento di minori nelle attività di accattonaggio, nei reati contro il patrimonio, nelle truffe e nel commercio della droga.

In alcuni casi le vittime sono state coinvolte in rapine, furti, taccheggio e borseggio. Le nuove tendenze in ordine alle attività criminali collaterali esercitate dai trafficanti di esseri mostrano come vi sia una crescita in settori come il furto dei dati, ad esempio il furto di identità finalizzato al prelievo da ATM, o quello delle credenziali relative al servizio sanitario.

In quest’ultimo caso la truffa più diffusa consiste nella registrazione delle vittime della tratta nella stessa nazione in cui verrà effettuata la truffa, ma con diversi indirizzi, al fine di sfruttare più volte il sistema di sicurezza sociale. Con la stessa identità della vittima vengono anche aperti diversi conti bancari, con il trafficante-datore di lavoro che svolge la funzione di gestore diretto dell’utenza bancaria, in modo da poter effettuare direttamente i pagamenti. Una volta che i trafficanti hanno sequestrato alle loro vittime i documenti di identità, aperto a loro nome conti correnti bancari, e posto in essere la truffa, possono decidere di abbandonare queste ultime nel paese di sfruttamento, oppure di ricondurle nuovamente nel loro paese di origine.

E’ stato anche osservato un incremento della tratta di esseri umani legata ad un commercio finalizzato alla contrazione di matrimoni forzati, reali o fittizi. In base alle indagini svolte in alcuni stati membri è emerso come alcune vittime di sesso femminile provenienti  da alcuni paesi dell’Europa dell’Est abbiano accettato di recarsi in un paese dell’Europa orientale e di contrarre matrimonio con uno sconosciuto, di nazionalità extracomunitaria, in cambio di un piccolo compenso in denaro compreso tra i 300 ed i 2.000 euro, oltre alla possibilità di lavorare in quello stesso paese. L’organizzazione criminale che teneva le fila di tale commercio avrebbe ricevuto 10 mila euro per organizzare il servizio matrimoniale.


I principali elementi dell’attività del traffico di esseri umani

Le nuove tecnologie offrono alle organizzazioni criminali sempre nuove opportunità per riciclare i loro proventi illeciti. Come abbiamo già esaminato, le carte di credito pre-pagate e l’attività di banking on-line consentono di trasferire rapidamente grosse somme di denaro prima che il reato o la transazione sospetta venga rilevata dagli organi competenti.

A causa della crisi economica le risorse disponibili per fare rispettare la legge sono limitate, mentre di converso è cresciuta la necessità di personale specializzato, di strumenti e di formazione. Nell’ambito delle attività di investigazione finanziaria, diversi stati membri dell’UE hanno sottolineato come la mancanza di risorse costituisca un grave handicap.  Alcuni di questi hanno dichiarato come l’attività di investigazione finanziaria sulle organizzazioni dedite al traffico di esseri umani non costituisca una priorità. Mentre invece le evidenze hanno dimostrato come proprio l’arresto di tali trafficanti costituisca una pressante necessità, secondo quanto sostenuto dalle loro vittime. Ed è proprio a questo punto che le indagini condotte dagli inquirenti si sarebbero fermate.

Le società commerciali colpite dalla crisi economica sono spesso quelle più vulnerabili nei confronto delle attività delle organizzazioni criminali. Dai dati forniti da alcuni stati membri è emerso infatti come un numero crescente di imprese si sia dichiarato disposto ad agevolare lo sfruttamento delle vittime della tratta o a facilitarne il riciclaggio dei proventi.

L’entrata in vigore del Trattato di Shengen e l’eliminazione dei controlli alle frontiere fisiche ha rappresentato per le organizzazioni criminali un’ottima opportunità, quella di potere operare contemporaneamente in più paesi. Ciò ha rappresentato un indubbio vantaggio individuato sia nella possibilità di poter spostare i proventi illeciti da un paese all’altro, rimanendo sempre all’interno dell’Unione Europea, evitando così quelli dove maggiori erano i controlli, che in quella di potere viaggiare indisturbati utilizzando le loro vittime, in possesso di documenti legittimi. L’assenza di frontiere interne nella zona Shengen ha favorito lo sviluppo da parte delle organizzazioni criminali di modelli low-cost, basati sul risparmio dei costi associati al Regolamento comunitario 1889/20059; con tale normativa sono stati introdotti i controlli sul denaro contante sia in entrata che in uscita dall’UE, obbligando i soggetti che ne varcano il confine a dichiarare le somme di denaro pari o superiori all’importo di 10 mila euro.

Tuttavia tale normativa non regola i controlli sui movimenti di denaro che avvengono tra paesi membri dell’UE, tanto che il panorama normativo attualmente esistente non prevede una normativa univoca. Ciò può rappresentare un’opportunità in più per le organizzazioni criminali che intendono sfruttare le diverse norme attualmente esistenti, al fine di riciclare i loro proventi illeciti. Un capitolo a parte meritano le banconote di grosso taglio all’interno dell’Unione Europea, posto che le autorità competenti hanno osservato il loro importante ruolo svolto nell’ambito dei processi di riciclaggio. Da questo punto di vista un attenzione particolare merita la banconota da 500 euro, a causa del suo elevato rapporto valore/peso che consente di trasportare grandi quantità di denaro in contenitori di piccole-medie dimensioni, attraverso documenti di identità contraffatti. Tale attività risulta tanto più agevolata a seguito dell’istituzione della zona Schengen e della correlata libertà di circolazione delle merci, che ha consentito di trasportare illegalmente grosse quantità di denaro dai paesi di sfruttamento del traffico di esseri a quelli di origine. Tutto ciò ha di fatto reso più complessa l’individuazione dei proventi di tali organizzazioni criminali. L’attività ispettiva ha permesso di individuare come in più occasioni le vittime del traffico siano più volte regolarmente transitate dal paese di sfruttamento a quello di origine mentre trasportavano ingenti cifre di denaro contante. L’aumento del flusso di immigrazione clandestina all’interno dell’Unione Europea ha creato nuove opportunità per il riciclaggio di denaro, attraverso l’ingresso illegale di denaro contante mediante lo sfruttamento del trasporto transfrontaliero di merci o attraverso i sistemi bancari alternativi. (cm)

Fonti:

http://www.spiegel.de/international/europe/refugee-smuggling-a-big-business-in-the-balkans-a-1051461.html#spRedirectedFrom=www&referrrer=http://m.facebook.com/

Europol: The THB financial business model 2015

  

 

Abbatino, l’ultimo boss della Magliana

Maurizio Abbatino

 

  

Dopo anni di silenzio torna a far parlare di se Maurizio Abbatino, l’ultimo tra i fondatori e leader ancora in vita della Banda della Magliana. Ricordiamo che dopo Claudio Sicilia, il primo esponente della Banda a cantarsela, nella generale incredulità degli inquirenti (Sicilia morirà ucciso per vendetta nel 1991, un anno prima dell’arresto di Abbatino), fu proprio il “crispino“, questo il soprannome che gli venne affibbiato dai componenti delle varie batterie di rapinatori che si incontravano, verso la metà degli anni ’70, nella zona dell’Alberone, svelando tutti i retroscena della più importante organizzazione criminale sul panorama romano e nazionale.

Abbatino viene arrestato, o per meglio dire si fa arrestare, in Venezuela nel marzo del 1993, a seguito dell’intercettazione di una sua telefonata alla moglie. Da Roma i suoi ex colleghi di batteria organizzano una colletta per consentirgli di pagare l’avvocato venezuelano e la cauzione, evitando così l’estradizione. Ma Abbatino, che forse teme per la sua incolumità, preferisce tornare nella sua città natale per collaborare con gli inquirenti ed entrare così in un programma di protezione. Il Venezuela è il paese nel quale risiedono ancora oggi molti parenti di mafiosi di un certo spessore, dalle famiglie Cuntrera-Caruana da Siculiana, ai parenti corleonesi di Totò Riina, ai quali “u curtu” ha intestato diverse proprietà per timore degli effetti della legge Rognoni- La Torre, ai Greco di Ciaculli. Come lascia trasparire nell’ intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, la vacanza venezuelana del “freddo” era probabilmente garantita dalla copertura dei Servizi, lui parla del SISMI del generale Giuseppe Santovito, iscritto assieme ad altri personaggi apicali di quel corpo alla P2, per conto del quale la Magliana aveva svolto diversi incarichi delicati, spesso in collaborazione con i NAR di Valerio Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: si va dall’individuazione del covo delle BR di via Gradoli, al depistaggio attraverso il falso comunicato delle BR del Lago della Duchessa; dal rilascio dell’assessore regionale campano della DC Ciro Cirillo, all’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella; dall’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, a quella del presidente esautorato del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, al ferimento del vicepresidente dello stesso istituto, Roberto Rosone; per arrivare al depistaggio dell’attentato alla Stazione di Bologna e all’omicidio dei due militanti di sinistra Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.


L’operazione Colosseo

A parere di molti è proprio dalla collaborazione con il SISMI che trovano spiegazione alcuni degli omicidi di componenti della Banda, i vari Claudio Sicilia e Nicolino Selis, fino a quelli più importanti di Franco Giuseppucci, Edoardo Toscano e Enrico (Renatino) de Pedis. La vulgata ha dipinto questa mattanza come il frutto di una faida interna. Ma Antonio Mancini, che la faida l’ha vissuta direttamente, parla del “disgusto” verso le strumentalizzazioni subite dalla Banda fra le motivazioni che lo spinsero a pentirsi.

Con le rivelazioni di Abbatino viene data esecuzione ai 55 ordini di arresto che, grazie all’inchiesta “Colosseo” condotta dal gi Otello Lupacchini, dalla Squadra Mobile romana di Rodolfo Ronconi, e dalla Criminalpol di Nicola Cavalieri, consentiranno di decapitare il vertice dell’organizzazione criminale.

Finisce in carcere, tra gli altri, Massimo Carminati, allora 34enne, già indagato per le armi (il mitra MAB modificato detenuto dallo stesso Carminati e proveniente dal deposito del Ministero della Sanità) e l’esplosivo rinvenuto il 13 gennaio del 1981 assieme ad alcuni documenti, sul treno Milano-Taranto, nel tentativo di depistare le indagini sulla bomba alla stazione di Bologna, attraverso la fantomatica pista del terrorismo internazionale. Le indagini della Procura di Bologna avevano già condotto in carcere Aldo Semerari, criminologo e psichiatra, arrestato il 28 agosto 1980 come mandante della strage. Semerari costituiva, assieme a Fabio De Felice e Paolo Signorelli, il vertice dell’organizzazione eversiva denominata Costruiamo l’Azione, nata dalle ceneri di Ordine Nuovo.

A seguito del suo arresto lo psichiatra aveva minacciato di rivelare tutti i particolari degli attentati di quel periodo se non fosse stato prontamente liberato. Semerari, racconteranno i pentiti Fulvio Lucoli e Paolo Aleandri, offrì ai componenti della Banda un accordo in base al quale, in caso di arresto di uno di loro, avrebbe predisposto perizie psichiatriche fasulle che avrebbero permesso loro di essere ricoverati in clinica, in cambio della collaborazione nella realizzazione di una serie di attentati e nel rapimento di alcuni personaggi. Secondo alcune fonti, il depistaggio delle armi sul treno Milano-Taranto costituiva anche un messaggio indirizzato proprio allo psichiatra, tra i pochi in grado di comprenderlo, essendo egli a conoscenza della provenienza di quelle armi, ed in particolare del mitra MAB. Così facendo i suoi sodali, nel timore di una sua confessione, intendevano fargli sapere che si stavano impegnando per allontanare da lui tutte le accuse e farlo uscire dal carcere quanto prima.


Decapitato il vertice della Banda

Con il “cecato” vengono arrestati anche Ernesto Diotallevi ed Enrico Nicoletti.

Il primo era già stato accusato di avere offerto ospitalità al boss di Porta Nuova Giuseppe Calò; condannato nel 1993 con sentenza definitiva all’ergastolo per la strage del treno 904, Pippo Calò oltre a rifornire la Banda di eroina, grazie ai buoni uffici del principe di Villagrazia Stefano Bontade, si occupava prevalentemente del riciclaggio, attraverso lo IOR, dei proventi illeciti delle famiglie mafiose. Ma ad essere riciclati erano anche i soldi della Magliana, grazie ai favori resi a Cosa nostra: come il ferimento di Roberto Rosone, o l’omicidio commesso sempre da Danilo Abbruciati di Domenico Balducci. Una mano lava l’altra. Dalle dichiarazioni rese da Fabiola Moretti si è in seguito saputo come l’Abbruciati, compagno della Moretti, potesse contare su di un canale diretto per il rifornimento dell’eroina costituito proprio da Stefano Bontade.

Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda, era invece già stato coinvolto nello scandalo della lottizzazione per la costruzione della seconda Università di Roma Tor Vergata; nel 1984 Nicoletti viene arrestato in compagnia del boss camorrista della Nuova Famiglia uscita vittoriosa dalla guerra con i cutoliani, Ciro Maresca.

La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo costituiva il modello di riferimento del primo embrione della Banda, quello nato nella prima metà degli anni ’70,  dal quale avevano tratto ispirazione sia Nicolino Selis, che diverrà il referente a Roma di Cutolo, che Antonio Mancini, in un periodo in cui erano entrambe reclusi a Regina Coeli. Ma Cutolo sarà anche il legame che condurrà ad Aldo Semerari, lo psichiatra nonché perito forense di molti tribunali iscritto alla P2 e collaboratore del SISMI. Ed il criminologo era anche vicino ai NAR di Fioravanti e al Movimento Rivoluzionario Popolare, gruppo armato di estrema destra guidato dai due leader Paolo Aleandri e Marcello Iannilli, nato dalla scissione avvenuta nel 1979 di Costruiamo l’Azione. L’organizzazione terroristica in questione si renderà responsabile di una serie di attentati commessi nella primavera del ’79 e rivendicati con la sigla MRP ed il logo del mitra e della vanga incrociati; tali attentati, circa ottanta in tutto, erano ideologicamente e politicamente riconducibili all’area di Costruiamo l’Azione, sia per il diretto coinvolgimento nell’esperimento di aggregazione operato dall’organo di informazione del gruppo, sia per la perfetta coincidenza tra la linea da esso sostenuta e la scelta degli obiettivi.

Il cadavere di Semerari verrà ritrovato, nel marzo del 1982, nel bagagliaio di una Fiat 126 parcheggiata di fronte all’abitazione del killer cutoliano con tessera del SISMI, Vincenzo Casillo. Quest’ultimo verrà accusato, tra gli altri, dell’omicidio di Roberto Calvi. La testa mozzata del criminologo verrà rinvenuta in una busta poggiata sul sedile del passeggero. Teatro del ritrovamento il comune di Ottaviano, paese di nascita di Cutolo.

Della morte di Semerari si accuserà ufficialmente il boss della Nuova Famiglia Umberto Ammaturo, poichè il criminologo aveva tradito, offrendo i suoi servigi anche alla fazione avversa. Il giorno stesso del ritrovamento del cadavere del criminologo verrà rinvenuto anche il corpo della sua segretaria, Maria Fiorella Carraro, apparentemente suicidatasi con un colpo di revolver magnum 357. La sua abitazione subirà una strana irruzione da parte di sconosciuti, con i sigilli apposti dall’Autorità Giudiziaria divelti. Oltre a Carminati, Diotallevi e Nicoletti, finiscono in cella anche alcuni membri di Terza Posizione vicini a Carminati, tra i quali Claudio Bracci, Santo Duci e Fausto Busato, ai quali si aggiungono i membri della Banda addetti al riciclaggio dei proventi della droga, Eugenio Serafini e Giuseppe De Tommasi, intestatari tra gli altri del Jackie O’, ed il re delle bische e delle scommesse clandestine sui cavalli, Gianfranco Urbani. Quest’ultimo era in rapporti molto stretti con esponenti di primo piano della ‘ndrangheta calabrese; nell’ottobre del 1975 l’Urbani era stato identificato dal dott. Cioppa della Squadra Mobile romana mentre cenava presso il ristorante “Il Fungo” all’EUR insieme a Giuseppe Piromalli, Paolo Di Stefano, Pasquale Condello, Manlio Vitale, Giuseppe Nardi ed i fratelli Ferrara di Catania. (cm)

Fonti: Dossier Banda della Magliana, sentenza ordinanza del gi Otello Lupacchini, 13 agosto 1994

https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Semerari

Documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Overdose da farmaci: negli Stati Uniti record di decessi nel 2014

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Nel 2014 negli Stati Uniti le morti per overdose farmacologico hanno superato quelle per incidente d’auto, con l’eroina e gli oppioidi fra i principali responsabili

Secondo il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), un’ importante agenzia di controllo sulla sanità pubblica con sede ad Atalanta, i decessi per overdose hanno fatto registrare negli Stati Uniti un’impennata record.

Lo scorso anno su scala nazionale le morti da overdose sono state circa 47.000, cifra superiore a quella dei decessi da incidente automobilistico, con un incremento del 7% rispetto all’ anno precedente.

Un portavoce del CDC ha dichiarato che il 61% di tali decessi è stato causato dall’uso di alcuni tipi di antidolorifici oppioidi e dall’ eroina.

Nel calcolo sono state considerate anche le morti dovute all’uso di potenti sedativi, oltre alla cocaina e ad altre droghe, legali ed illegali.

Il direttore del CDC, Tom Frieden ha dichiarato che “il numero di decessi per overdose da oppiacei, in crescita del 14% nel 2014, è abbastanza allarmante; l’abuso di oppiacei nelle famiglie e nelle comunità americane è devastante“.

In base al rapporto, il numero dei decessi da overdose riguarda sia individui di sesso maschile che femminile, bianchi (non ispanici) e neri, negli adulti appartenenti a quasi tutte le fasce di età.

Gli Stati che hanno fatto registrare i più elevati tassi di mortalità per overdose sono stati il West Virginia, il New Mexico, il New Hampshire, il Kentucky e l’Ohio. Nel West Virginia il tasso medio di morti è stato del 35,5 su 100.000 persone; il valore medio nazionale è di 15 su 100.000.

I valori nazionali vengono calcolati al fine di consentire un confronto più equilibrato tra i valori riscontrati nei vari stati, dati i diversi valori nella di densità di popolazione.

In termini relativi lo stato americano più popoloso è quello della California, che ha fatto registrare l’anno scorso il maggior numero di decessi da overdose, 4.500. Di seguito l’Ohio, con più di 2.700.

Le statistiche sono state calcolate attraverso i certificati di morte.

Dai dati forniti da CDC risulta che tra gli anni 2000 e 2014 il numero di americani deceduti per overdose è stato quasi mezzo milione.

Dallo studio dei dati forniti da CDC emerge come gli antidolorifici derivanti da oppioidi, benché disponibili solo dietro prescrizione medica, costituiscano una seria priorità. Nella settimana in corso l’agenzia ha fornito ai medici di base linee guida tendenti a suggerire una maggiore cautela nel prescrivere antidolorifici oppioidi per i malati soggetti a dolori cronici, ed in caso di necessità estrema, a prescrivere anche l’assunzione del naloxone, un antidoto all’overdose.

I dati su scala nazionale sono stati forniti da CDC la scorsa settimana; ma venerdì sono stati aggiunti ulteriori elementi, inclusi i valori stato per stato. (trad cm)

http://www.theguardian.com/society/2015/dec/19/fatal-drug-overdoses-hit-record-high-in-us-government-figures-show

https://meloniclaudio.wordpress.com/2015/06/29/luso-di-stupefacenti-e-le-conseguenze-sulla-salute/

https://meloniclaudio.wordpress.com/2015/07/04/rapporto-unodoc-2015-le-tendenze-nei-consumi-e-nellofferta-delle-droghe/

Trani: a processo le agenzie di rating

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Il giorno dieci di questo mese si è svolta una nuova udienza del processo contro le agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch, e cinque loro managers. La Procura di Trani ha aperto l’inchiesta a seguito dell’esposto-denuncia presentato dalle associazioni di difesa dei consumatori Adusbef, rappresentata da Elio Lannutti, e Federconsumatori, nella persona di Rosario Trefiletti. Secondo quanto riferito dall’ANSA, che ha potuto visionare gli atti di chiusura dell’indagine, il presidente di Standard e Poor’s, Dave Sherma, insieme ad altri quattro dirigenti dell’agenzia, Eileen Zhang, F. Crawford Gill, Moritz Kraemer, J.Frederick Penrose, si sarebbero resi responsabili di manipolazione del mercato continuata ed aggravata.

Nella fattispecie ciò sarebbe avvenuto attraverso la diffusione, tra il maggio 2011 ed il gennaio 2012, da parte di Standard & Poor’s, di una serie di rapporti finanziari sulla base dei quali venne elaborato il rating dell’Italia (un doppio declassamento da AA- a BB+) da parte di  analisti inesperti e incompetenti“. Sulla base di tale relazioni vennero poi effettuate delle comunicazioni ai mercati in modo “selettivo e mirato“, in relazione “ai momenti di maggiore criticità della situazione politica economica italiana“. In base alla ricostruzione fatta dal pm  Michele Ruggiero, lo scopo di tale condotta sarebbe stato quello di “destabilizzare l’immagine, il prestigio e l’affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari“. Su queste basi e attraverso la documentazione fornita dal pm, la Consob dovrà valutare se sospendere o meno l’attività di S&P Italia. Nell’udienza del 19 novembre il capo dell’Ufficio per la gestione del debito, Maria Cannata, aveva parlato di “un eccesso di criticismo tale da rasentare il pregiudizio” da parte delle agenzie di rating, nei confronti dell’Italia.


La testimonianza del ministro dell’Economia Pier Carlo Padan

Nel corso dell’udienza è stato ascoltato, in qualità di teste, l’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, all’epoca dei fatti vicesegretario generale e capo economista dell’OCSE.

Padoan ha spiegato la funzione svolta dall’OCSE, attraverso un’attività di analisi, monitoraggio e consulenza, su tutti i temi della politica economica e sociale, svolgendo un lavoro di supporto al G20. Dunque l’OCSE, al pari della Commissione europea e del Fondo Monetario Internazionale, elabora analisi e previsioni macroeconomiche su paesi membri e non. Le fonti su cui vengono elaborate tali analisi sono le statistiche, in parte elaborate dall’OCSE, in parte provenienti dagli enti statistici nazionali ed in parte dalle autorità finanziarie.

Le previsioni economiche dell’OCSE erano curate, nel periodo in questione, dal Dipartimento economico, diretto da Padoan.

Tra le varie analisi utilizzate dall’OCSE ci sono anche quelle elaborate dal Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Tale organo, istituito nel 2009 presso il ministero dell’Economia e delle Finanze, è presieduto dal ministro dell’Economia, e vi partecipano il direttore generale del Tesoro, il DG di Bankitalia, il presidente dell’ISVAP e quello della Consob. Il Comitato elabora ogni sei/dodici mesi un monitoraggio che trasmette alle varie istituzioni internazionali, tra le quali anche l’OCSE. Il pm Ruggero chiede a Padoan se era a conoscenza del fatto che l’OCSE acquisisse informazioni direttamente dai vari governi. Padoan risponde che in qualità di economista capo del Dipartimento economico, lui era a conoscenza solo di alcune informazioni, e non di tutte quelle sulle quali si basano le varie analisi e previsioni elaborate dall’OCSE.

Il pm fa riferimento ad alcuni comunicati specifici (n.168 del 25/11/2009, n.150 del 22/10/2010, n.193 del 1/12/2010) emessi dal Comitato. Padoan spiega che le previsioni elaborate dall’OCSE sono soggette a pubblicazione, alcune con cadenza semestrale, altre annuale, e poi vi sono altri rapporti diramati senza alcuna cadenza. In merito alle elaborazioni del Comitato per la stabilità, Padoan ha spiegato come le fonti informative vengano utilizzate dalle varie direzioni dell’OCSE, e non sempre condivise, anche se alla fine poi vengano incorporate nelle previsioni elaborate dall’ istituzione. Ruggero chiede al ministro se a lui risulta che vi siano informazioni dell’OCSE che vengano utilizzate dai Governi di vari Paesi, e Padoan ha risposto che, per quel che riguarda il Governo italiano, tali informazioni vengono valutate e tenute in debito conto, così come quelle di altre organizzazioni internazionali, ad esempio il FMI e la Commissione europea, al fine di tracciare un quadro della situazione economica del Paese.


Quel giudizio di Padoan sul rating BB+ di S&P

Il pm chiede al ministro se a lui risulta che le previsioni macroeconomiche dell’OCSE vengano influenzate dalle valutazioni delle agenzie di rating, o se ne siano indipendenti. Padoan  risponde che le previsioni macroeconomiche dell’ OCSE, come quelle del FMI e della Commissione si basano su analisi econometriche, che di solito impiegano dati di contabilità nazionale, e qualche volta anche indicatori finanziari. Non risulta a Padoan, per lo meno nel periodo nel quale ha ricoperto il ruolo di capo economista, che i rating delle agenzie vengano utilizzate dall’OCSE.

Il pm mostra al ministro un articolo del Sole 24 Ore del 16/9/2015 nel quale il giornalista autore dell’articolo scrive che a seguito dell’abbassamento del rating sul Giapppne da parte di S&P, l’OCSE riduce le stime sulla crescita dell’economia nipponica. Ruggero chiede a Padoan se abbia mai assistito ad una procedura di questo tipo quando era a capo del Dipartimento economico. Padoan, limitandosi a commentare l’articolo del Sole, afferma come, a suo modi di vedere, non vi sia una correlazione di casualità tra i due eventi, l’abbassamento del rating di S&P e la riduzione delle stime sulla crescita da parte dell’OCSE, ma solo una coincidenza temporale. Padoan ribadisce di non essere in grado di valutare se vi sia o meno una correlazione tra i due eventi.

Il pm poi mostra a Padoan il comunicato stampa n.72 del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, del 21/05/2011, nel quale si fa riferimento alle valutazioni espresse e confermate dalle principali organizzazioni internazionali, Commissione europea, Fondo Monetario e OCSE, le quali risultavano molto diverse da quelle espresse il 20/5/2011 da S&P. Padoan dichiara di non ricordarsi di quel comunicato.

Il pm produce quindi un’intervista rilasciata da Padoan quando era capo economista dell’OCSE, al giornalista del Corriere della Sera Federico Fubini, il 15/01/2012. Nell’articolo il ministro si domanda per quale motivo le agenzie di rating, nella fattispecie S&P, avessero tolto nella valutazione data all’Italia ben due gradi, nonostante i progressi da essa raggiunti in campo economico. Tale valutazione, sottolinea nell’articolo Padoan, esaspera la crisi proprio nel momento in cui il Governo italiano sta lavorando per superarla. Il pm domanda al ministro se fu sorpreso dal doppio declassamento. Padoan dichiara di ricordare il contenuto dell’intervista, e se da una parte non si stupì della doppia degradazione dell’Italia da parte dell’agenzia di rating, che del resto aveva colpito anche altri paesi della zona euro, dall’altra lo fu in quanto tale svalutazione avveniva proprio nel momento in cui il governo guidato da Mario Monti stava mettendo in atto delle misure molto importanti, in seguito rivelatesi efficaci nell’affrontare una situazione di estrema delicatezza dell’economia italiana, capaci di invertire una tendenza di fragilità crescente dell’economia.

Il doppio declassamento dunque forniva implicitamente anche una valutazione negativa delle misure adottate in quel momento da Monti.

La motivazione ufficiale che S&P dava alla doppia svalutazione dell’Italia era che il nostro paese soffriva per la debolezza del Governo dell’ area euro. Nell’intervista Padoan dichiara di trovare tale giustificazione contraddittoria. Il pm domanda al ministro se tale giudizio sia per lui ancora oggi condivisibile. Padoan ricorda come quel periodo fosse caratterizzato da un’estrema debolezza dell’area euro, la quale si rifletteva in modo particolarmente negativo sull’Italia. E di come tale circostanza fosse alla base del giudizio contraddittorio espresso da  S&P. Il pm chiede se tale doppio declassamento fosse tecnicamente giustificabile. Padoan risponde di non essere in grado di dare una risposta; il pm ricorda al ministro che Fubini nell’articolo gli domandò quale fosse la motivazione di S&P, se di fatto non vi era una giustificazione di tipo tecnico al doppio declassamento; la risposta di Padoan nell’articolo fu: “sembra un’intenzione di andare in una direzione opposta rispetto agli sforzi di soluzione della crisi”. Padoan risponde che un paese va nella direzione degli aggiustamenti adottati in campo economico, mentre le valutazioni di S&P andavano nella direzione opposta, Questo era il senso di quella risposta, spiega il ministro dell’Economia.


L’efficacia delle valutazioni delle agenzie di rating

Dunque S&P aveva scarsa fiducia nelle capacità dell’intera area euro di superare le difficoltà economiche nelle quali si trovava. Per effetto di quel declassamento l’Italia venne messa sullo stesso livello dell’Irlanda, il che voleva dire che l’economia del nostro Paese veniva paragonata a quella della piccola per quanto combattiva isola. Anche se il giudizio si riferiva esclusivamente all’affidabilità dell’attività di credito. Il pm chiede a Padoan se, posto che le agenzie di rating utilizzano per stilare i loro rapporti, le analisi che vengono loro fornite dalle organizzazioni internazionali quali l’OCSE, il FMI e la Commissione europea, il sistema bancario italiano sia assimilabile a quello irlandese. Padoan risponde come il sistema bancario irlandese sia più aperto al mercato rispetto a quello italiano, e ciò è stato evidente in occasione degli squilibri economici globali del 2007, avendo il secondo risentito maggiormente di tali squilibri. In generale, a differenza delle agenzie di rating, le organizzazioni internazionali non sono in rado di fornire valutazioni specifiche nella forma di un voto, in inglese un rating. Tuttavia – sottolinea il pm –  nel comunicato ufficiale del ministro dell’Economia Tremonti si sottolineava come le valutazioni delle agenzie di rating e quelle dell’OCSE, FMI e Commissione, si discostassero notevolmente.

Il pm chiede infine al ministro di spiegare il concetto di prociclicità delle informazioni e dei mercati finanziari; Padoan spiega come le dichiarazioni delle agenzie di rating amplifichino sui mercati finanziari l’efficacia delle dichiarazioni delle organizzazioni internazionali, nel senso che se l’andamento di una determinata variabile fosse, naturalmente, quello di tornare indietro, l’effetto della dichiarazione dell’agenzia spinge ulteriormente tale variabile nella stessa direzione iniziale, amplificando le oscillazioni cicliche.

Questo è in sintesi l’efficacia delle dichiarazioni di rating divulgate dalle agenzie quali S&P.

Nel caso specifico, quindi, la valutazione negativa fornita da S&P innescava un processo di autoavveramento della valutazione, benché non rispondesse alla realtà, tale da generare effetti negativi sui mercati finanziari. Il pm chiede a Padoan se conferma oggi il contenuto di quell’intervista e se abbia mai condiviso quelle sue valutazioni con il segretario generale dell’OCSE o in occasione dii consessi pubblici. Il ministri risponde di condividere ancora oggi quell’intervista e di averla concessa, così come la valutazione in essa contenuta, in quanto le sue prerogative di vice segretario glielo consentivano. Comunque lo stesso giudizio venne espresso, in seguito, anche dal segretario generale dell’OCSE, e anche in occasione di incontri ufficiali, come le riunioni del consiglio dei rappresentanti permanenti dell’OCSE. Anche in quel frangente il segretario generale confermò le dichiarazioni contenute nell’intervista.

Il pm domanda al ministro se, a suo parere, le dichiarazioni di declassamento generalizzato della zona euro rilasciate da S&P possano avere danneggiato l’Italia. Padoan risponde di non essere in grado di valutare se nelle dichiarazioni rilasciate da S&P vi fosse un’ intenzione consapevole di danneggiare i paesi della zona euro coinvolti, tra cui l’Italia, tuttavia il ministro rileva come una dichiarazione di declassamento di quel genere produca, di norma, effetti di indebolimento delle economie interessate. In particolare il declassamento del rating indeboliva la capacità di intervento del Fondo salva stati (IFSF), ovvero la sua capacità di reperire risorse finanziarie e quindi del sistema di reagire, nel fronteggiare eventuali crisi economiche da parte di stati membri.


La situazione economica dell’area euro

La difesa, condotta dall’avvocato Guido Carlo Alleva, ha mostrato un articolo del Sole 24 Ore del 25/5/2012; si tratta di un’intervista rilasciata da Padoan, nella quale si afferma come l’Italia, benché avesse validi fondamentali sul debito, restasse ancorata ai problemi del basso livello della crescita, dell’elevato costo delle materie prime energetiche e del basso livello di preparazione della classe dirigente sfornata dal sistema scolastico. Padoan conferma il contenuto dell’articolo, ed anche quello di un altro articolo del 30/7/2012, in cui esprime un giudizio negativo sulle misure economiche previste dalla finanziaria approvata dal governo Monti.

Alleva riassume i due interventi del ministro, sottolineando come la valutazione negativa dell’OCSE ci concentrasse, in quel preciso momento, sul basso livello di crescita della nostra economia. Le previsioni dell’OCSE, diffuse nella primavera del 2011, indicavano una crescita prevista del PIL intorno all’1%. Tale previsione venne in seguito smentita dai fatti, tanto che la stessa OCSE rilevò come la crescita fosse, nel primo quarto del 2011, dello 0,4%. Stessa cosa avvenne nel 2012 dove, rispetto ad una previsione di crescita dell’1%, la crescita effettiva del PIL fu, in quell’anno, pari a un -2,4%. Questa era la situazione dell’economia italiana quando, nel gennaio del 2012, S&P svalutò l’economia del nostro paese con un BB+. Alleva fa notare come anche l’agenzia di rating cinese Da Gong avesse attribuito un declassamento all’economia italiana, già a partire dal dicembre 2011. La difesa fa notare anche come tale declassamento fosse espresso anche attraverso il rating esplicito dell’andamento dei BTP, addirittura inferiore a quel BB+ attribuito da S&P a gennaio 2012. Infine Alleva ricorda come a subire un doppio declassamento da parte di S&P non fosse stata solo’Italia, ma anche la Spagna ed il Portogallo. Rispetto alla Francia invece, il cui debito pubblico era in una situazione migliore rispetto all’Italia, benché l’andamento delle due economie fosse abbastanza simile, il declassamento di S&P fu di un solo grado.

L’accusa interviene nuovamente chiamando in causa i CDS (Credit Default Swap) le assicurazioni contro il rischio di fallimento del credito del Paese; Ruggero chiede al ministro se una valutazione negativa sull’economia possa influire negativamente sul valore degli SWAP, coè sul prezzo dell’assicurazione contro il rischio; Padoan risponde che tale prezzo si basa su di una serie di informazioni finanziarie, e che una di queste è sicuramente il livello di rating del Paese, fornito dalle agenzie. E’ possibile dunque affermare che il valore dei CDS abbia subito sicuramente un aumento a seguito del doppio declassamento dell’Italia. In un articolo del 14/1/ 2012 del Sole 24 Ore, l’ex primo ministro Monti intervistato dichiara come ad essere sotto attacco speculativo fosse tutta l’area euro. In un altro articolo del Corriere della Sera sempre del 14 gennaio, Monti dichiara: “E’ un attacco all’Europa”. Il ministro Padoan, rispondendo al pm di ricordarli entrambi. (cm)

  

 

 

La loggia P2 e la militaricrazia

Licio_Gelli

 

Oltre ad osteggiare il progetto politico di fare entrare al governo il partito comunista, la loggia massonica coperta denominata P2, ebbe un importante ruolo nella vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro.

Dopo la sua nomina, avvenuta nel 1972, alla guida della P2, in qualità di segretario organizzatore, Licio Gelli devolve il suo impegno nel reclutamento di ufficiali delle forze armate e di appartenenti ai Servizi segreti. Dalla relazione della Commissione Anselmi risulta che la loggia P2 aveva svolto un doppio ruolo di promozione di una maggiore stabilità nel Paese, e di destabilizzazione dell’ordine democratico, attraverso l’impiego di forze eversive di estrema destra. Tra i progetti eversivi orchestrati dalla P2 vi sono stati il “Piano solo” del generale De Lorenzo, il golpe Borghese, il “golpe bianco” di Edgardo Sogno,  e tutte le stragi avvenute durante gli anni Settanta, a partire da quella di Piazza Fontana, e probabilmente anche il rapimento di Aldo Moro.

Con la vittoria elettorale del PCI del 1976 la strategia di Gelli e della P2 muta completamente, passando da un gioco su due tavoli, ad una penetrazione del sistema politico ed istituzionale da parte dei membri della Loggia, con la conquista scientificamente programmata dei gangli di potere dello Stato, a partire proprio dai Servizi. Risalgono al periodo autunno 1975- inverno 1976 la redazione sia del Memorandum sulla situazione politica italiana, che del Piano di rinascita democratica.

Nel memorandum viene descritta la crescita del PCI ed il timore di un suo ingresso al governo, oltre allo sfaldamento della DC. L’analisi, molto semplificata, propone come soluzione alternativa al temuto regime comunista la costituzione di un regime militare definito “militaricrazia“, molto simile a quello al potere in Grecia.

E’ in sostanza la materializzazione di quella minaccia che Henry Kissinger fece a Moro nel settembre del 1974, in occasione di quella visita ufficiale a Washington, alla quale partecipò, assieme al Presidente della repubblica Giovanni Leone. Kissinger disse allora a Moro che, se avesse continuato a portare avanti il suo progetto politico di governo delle larghe intese, avrebbe sostituito l’ambasciatore Giovanni Volpi con un generale.


Il ruolo della P2 nel rapimento Moro

Nel 1977 il Parlamento italiano vara la riforma dei servizi segreti, istituendo un servizio di sicurezza verso l’esterno, il SISMI, di natura militare, ed un altro verso l’interno, il SISDE, di natura civile, rinnovando in quest’ultimo gran parte del personale attivo. E’ stato da più parti affermato come tale riforma abbia di fatto riservato al solo SISMI l’attività di intelligence anche in chiave di sicurezza interna, rispondendo a logiche atlantiche più che al Parlamento.

Scrive Sergio Flamigni ne ” La tela del ragno” come risulti alquanto strano che nei mesi precedenti a quel fatidico 16 marzo 1978, così come durante i 55 giorni di prigionia del presidente della DC Moro, non ci fu una sola segnalazione che permettesse di individuare ed arrestare un solo brigatista, o a scoprire un covo. Silenzio assoluto. Eppure nella vicenda del rapimento del Generale Dozier i Servizi o ebbero modo di mostrare tutta la loro efficienza. In realtà poi sappiamo in maniera più o meno informale come i brigatisti fossero tenuti sotto controllo, basti citare la presenza del colonnello Guglielmi in via Fani il giorno del rapimento di Moro, o  il caso del covi milanese di via Montenevoso e del connesso duplice omicidio di Fausto e Iaio. O anche il controllo svolto da fiduciari del SISDE  sulle società immobiliari proprietarie di diverso immobili nel condominio di via Gradoli n.96, lo stesso in cui si trovava il covo delle BR. O la presenza del sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani, agente del SISMI, nell’edificio di fronte al palazzo di via Gradoli 96 nel quale abitava Mario Moretti. La ragione per la quale tale attività verrà tenuta nascosta apparirà più chiara in seguito, quando si scoprirà come tutti i vertici dei Servizi, in particolare SiSMI e SISDE e loro sottoposti, fossero iscritti alla P2.  Si possono poi citare anche altri avvenimenti che consentono di sostenere tale tesi, quali il falso comunicato del Lago della Duchessa realizzato dal falsario Antonio Chichiarelli, legato al SISDE ed alla Banda della Magliana. O il ritrovamento nella tipografia impiegata da Moretti di via Foà, della stampatrice Ab-dick proveniente dal Rus del SISMI.


Il Memorandum e il Piano di rinascita democratica

Il Piano di rinascita democratica viene definito tale, poiché esclude qualsiasi ipotesi di rovesciamento violento del sistema. Si tratta però, nella sostanza, di un piano di natura eversiva, poiché si propone di restringere le libertà attraverso l’introduzione di alcune modifiche della costituzione, prevedendo una massiccia attività di infiltrazione, controllo e corruzione, in tutte le istituzioni democratiche.

Il Piano, secondo la Commissione Anselmi, ben lungi dal voler introdurre una nuova architettura costituzionale, costituisce un piano d’azione che fissa degli obiettivi, predispone le linee di intervento, e ne calcola il fabbisogno in termini finanziari. A tal proposito viene sottolineata la necessità di reperire la somma di 30-40 miliardi di lire (circa 300 milioni di euro), al fine di controllare giornali, partiti politici e sindacati. Viene inoltre prevista la fornitura di risorse economiche affinché determinati personaggi politici acquistino il potere nei rispettivi partiti di appartenenza. I politici di cui si fa il nome sono Craxi, Andreotti, Forlani e Piccoli. Il piano prevede anche l’infiltrazione di giornalisti affiliati alla P2 nelle redazioni delle principali testate giornalistiche, quotidiani e periodici. Per quanto riguarda la RAI, è prevista un’azione finalizzata a dissolvere il servizio pubblico, nel nome di una fantomatica libertà di antenna. Dalla relazione della Commissione Anselmi risulta che, sul piano politico, il Piano di Gelli prospetta una possibile rifondazione del partito della DC, sottolineando come “se per raggiungere gli obiettivi fosse necessario inserirsi – qualora si disponesse di fondi necessari pari a 10 miliardi – nell’attuale sistema di tesseramento della DC per (acquistare) il partito, occorrerebbe farlo senza esitare, con gelido machiavellismo, posto che Parigi val bene una messa”. La politica viene posta in posizione subalterna e di mera strumentalità rispetto ad una ristretta oligarchia, priva di qualsiasi responsabilità politica, costituita dagli iscritti alla P2.

“Primario obiettivo – viene scritto nel Piano – ed indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’eterogeneità dei suoi componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici… uomini tali da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l’onere  dell’attuazione del piano”. La politica viene dunque sostituita da una tecnocrazia, mentre alla rappresentanza popolare viene preferita una autoselezione della classe politica, basata su legami di natura opaca. L’azione politica non viene più svolta alla luce del sole, all’interno dei luoghi istituzionalmente deputati, bensì all’oscuro, in luoghi privati, sulla base di collegamenti segreti, sottratti al controllo democratico ed alla pubblica opinione. Nasce così una struttura di governo alternativa al consiglio dei ministri, dotata di più sedi decisionali, diverse e alternative rispetto a quelle legittime. La rete degli iscritti alla P2 comprendeva 50 alti ufficiali dell’esercito, 29 della marina, 32 dei carabinieri, 9 dell’areonautica, 37 della finanza, 22 della pubblica sicurezza, 14 magistrati, 9 diplomatici, 3 ministri, 53 funzionari di ministeri, 49 di banche, 83 industriali, 124 professionisti, 8 dirigenti di società pubbliche, 12 dirigenti di società private,  59 tra senatori, deputati e uomini politici di partiti, 4 editori, 8 direttori di quotidiani, 22 giornalisti, 3 scrittori, 10 dipendenti RAI, i vertici di tutti i Servizi e del loro organo di coordinamento, ed inoltre i vertici della Guardia di Finanza.

Questo complesso di persone poste all’interno dei gangli delle istituzioni, ha avuto un ruolo importante sia nel disegnare le trame più oscure di questo Paese, sia nel tenere i rapporti con chi materialmente quelle trame le eseguiva. In tale contesto è ipotizzabile che il contributo fornito dalla P2 al rapimento di Moro ed alla sua eliminazione, sia stato, pur in assenza di prove chiare in tal senso, decisivo, posto che, l’opposizione al progetto politico che lo statista democristiano intendeva realizzare, era risultata evidente dai documenti elaborati da Gelli. D’altro canto sono emersi chiaramente i legami internazionali intrattenuti da Gelli, sia con il regime militare argentino (Peron e Massera), di cui il Venerabile era stato consigliere economico presso l’ambasciata in Italia, che con gli Stati Uniti. Risulteranno infatti iscritti alla P2 sia il Capo zona di Roma della Cia, Howard Randolph Stone, che lo stesso generale Massera. Gelli era inoltre in ottimi rapporti con uno dei membri del comitato elettorale di Ronald Reagan, Philip Guarino. (cm)

Fonti:

Sergio Flamigni: La tela del ragno

Carlo Alfredo Moro: Storia di un delitto annunciato

Documenti declassificati ex direttiva Prodi

 

 

 

 

 

 

Mattei e Pasolini, l’ombra dell’intrigo

il 27 ottobre 1962 un jet biposto Morane-Saulnier precipita in località Bascapè, nella provincia pavese. In quell’aereo, guidato dal fido Irnero Bertuzzi, viaggiava il presidente dell’ENI, Enrico Mattei.

Le indagini guidate dal pm Edgardo Santachiara terminano il 31 marzo 1966 con un “non luogo a procedere”. Le conclusioni alle quali giunge il magistrato sono quelle dell’incidente dovuto ad un errore del pilota. Una seconda inchiesta, aperta il 20 settembre del 1994 sulla base di nuovi elementi, si conclude il 20 febbraio 2003 con una richiesta di archiviazione. Il ritrovamento di alcuni resti del velivolo, avvenuto nel 1997, porta alla conclusione che l’aereo è esploso a causa di un ordigno.

L’inchiesta della magistratura riesce dunque a provare l’esplosione, ma non a scoprire chi e perchè aveva piazzato l’esplosivo.

Quest’ultima indagine viene condotta dal sostituto procuratore Vincenzo Calia che, dopo avere riaperto il caso sulla base di nuovi elementi, comincia a leggere il libro Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Il testo, uscito nel 1992, diciassette anni dopo la morte del suo autore, è l’opera alla quale il poeta friulano stava lavorando quando viene ucciso all’Idroscalo di Ostia, il 2 novembre 1975. Conservato prima della sua pubblicazione in due cartelle depositate presso l’Archivio Bonsanti del Gabinetto di Vieusseux di Firenze, il lavoro consiste in una serie di fogli in parte dattiloscritti ed in parte vergati a mano. La seconda delle due cartelle contiene invece una serie di articoli di giornale del settembre del 1973, tra i quali il testo del discorso tenuto dall’ex presidente della Montedison e prima ancora dell’Eni, Eugenio Cefis, presso l’Accademia Militare di Modena, oltre alle fotocopie del libro “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente”, pubblicato da Ami nel 1972. Quest’ultimo è la fonte principale del lavoro di Pasolini. Ed è lo stesso Calia ad accorgersene quando ne entra in possesso: da un’attenta lettura il magistrato si rende conto di come tutte le informazioni relative al personaggio principale di Petrolio sono state tratte da Cefis, ed anzi che Carlo Troya è Cefis, mentre Enrico Boncore è Mattei.

Nella terza istruttoria che Calia aprirà nel 1994 e che si concluderà nel 2002, il pm pavese cercherà per l’ultima volta di dimostrare chi è perchè mise l’esplosivo all’interno del Morane-Saulnier del presidente dell’ENI.


Mattei l’ENI e la mafia

La morte di Mattei e di Pasolini non sono le uniche che apparentemente sembrano avere un collegamento tra loro. Il 16 settembre 1970 viene rapito a Palermo il cronista di mafia de “l’Ora” Mauro De Mauro.

De Mauro è stato incaricato dal regista Francesco Rosi, che intende girare un film su Mattei, di ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’ENI. L’ente di Stato dei petroli, grazie ad una montagna di soldi pubblici, si parla di 2000 miliardi affluiti da Roma fino agli inizi degli anni ’80, ha scoperto importanti giacimenti di petrolio a largo del piccolo paese siciliano di Gela, sulla costa meridionale dell’isola, ed ha così deciso di investire in quei luoghi, creando dal nulla un importante centro petrolchimico. Memorabile è il comizio che Mattei tiene a Gagliano di Castel Ferrato, il giorno prima dell’incidente; nel discorso, enfatizzato anche da Rosi nel suo film, il presidente dell’ENI preannuncia la nascita del polo industriale come una grande opportunità di riscatto della popolazione dalla povertà e dalla dipendenza dal petrolio straniero.

Quello che accadrà, di li a qualche anno, sarà invece che le famiglie mafiose gelesi legate a Piddu Madonia, ai Jannì, ai Cavallo ed ai Jocolano si ingrasseranno con i soldi pubblici, a partire dalle speculazioni sui terreni intorno al petrolchimico, che da un giorno all’altro diventano una miniera d’oro. Tutta Gela è costruita abusivamente, ed ancora oggi è il più grande paese d’ Europa frutto dell’abusivismo edilizio. E poi c’erano anche i trasporti; nel solco della tradizione, tutto il trasporto da e per il petrolchimico sarà gestito in monopolio dalla famiglia Jocolano.

Ma, nonostante il fiume di denaro pubblico drenato illegalmente, le famiglie non riescono a distinguere nella figura di Mattei quella del benefattore.

Secondo la deposizione resa dal boss Tommaso Buscetta nell’interrogatorio del  29 aprile 1994, Mattei viene ucciso da Cosa nostra americana per via della sua politica petrolifera ritenuta lesiva degli interessi americani in Medio Oriente. “A muovere le fila – racconta Don Masino – erano molto probabilmente le compagnie petrolifere, ma ciò non risultò a noialtri direttamente, in quanto arrivò Angelo Bruno, della famiglia di Filadelfia, e ci chiese questo favore a nome della Commissione degli Stati Uniti“. Secondo Buscetta, dunque, l’ordine di fare fuori Mattei viene dagli Stati Uniti, e ad occuparsene, facendo in modo che sembri “un incidente”, è Salvatore Greco detto “Cicchiteddu”, d’accordo con il vertice di Cosa nostra italiana, Stefano Bontade.

Il contatto con Mattei – racconta ancora Buscetta – fu stabilito da Graziano Verzotto, un uomo di potere che rappresentava l’ENI in Sicilia“. Secondo Buscetta Verzotto, pur essendo legato al  boss Giuseppe Di Cristina, non è informato del progetto di eliminazione di Mattei. Dunque Verzotto, amico di Mattei, viene usato per invitare il Presidente dell’ENI ad una battuta di caccia, il suo passatempo preferito. Durante la battuta, gli uomini di Greco manomettono i comandi dal velivolo, così da far sembrare la morte di Mattei, un incidente.

Anche il pentito Gaetano Ianni riferisce all’ Autorità Giudiziaria, in un verbale di interrogatorio datato 27 luglio 1993, che l’eliminazione di Mattei viene decisa dagli americani e quindi trasmessa a Cosa nostra in Sicilia: “Il centro di Cosa nostra, cioè Palermo – racconta Ianni – incaricò per l’eliminazione  Giuseppe Di Cristina il quale con la sua famiglia fece in modo che sull’aereo sul quale viaggiò Mattei venisse collocata una bomba“.

Di analogo tenore sono le dichiarazioni rese da un altro pentito, Salvatore Riggio, il quale in un verbale di interrogatorio datato 15 luglio 1996 dichiara che “Nella famiglia di Riesi  si parlava di una bomba messa sull’aereo“.


 Cefis e la pista interna

Di diverso avviso è il sostituto è il procuratore paveseVincenzo Calia, che ha indagato nella seconda e nella terza inchiesta. Per Calia la morte di Mattei fu il risultato di un complotto “orchestrato con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del Paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto“.

Analoga è la conclusione a cui conducono le dichiarazioni rese da Graziano Verzotto, interrogato a Pavia da Calia, il 4 settembre 1998. Secondo Verzotto “il sabotaggio del Morane Saulnier si spiegava con una pista esclusivamente italiana. Tale pista, secondo De Mauro, portava direttamente ad Eugenio Cefis e a Vito Guarrasi”. Guarrasi è un avvocato e imprenditore di Palermo, secondo molti legato alla mafia, membro del cda della società anonima “l’Ora”, il giornale per cui lavorava De Mauro.

Anche le dichiarazioni rese al giudice Calia dalla figlia di De Mauro, Junia, riconducono alla pista interna. ” Sono in grado di affermare con sicurezza – dichiara Junia De Mauroche mio padre addossava precise responsabilità per la morte di Mattei all’attuale presidente dell’ENI Eugenio Cefis“.

E’ lo stesso Verzotto a raccontare a De Mauro, nell’estate del 1970 poco prima del suo rapimento, alcuni particolari sulla vicenda Mattei, ed in particolare sul coinvolgimento di Cefis e di Guarrasi.

De Mauro poi si confiderà con l’amico giornalista Igor Man raccontandogli: “Sto ricostruendo il caso Mattei  e ti debbo dire che c’è d’entro, ci sono dentro tutti: i politici, gli stranieri, la Cia e, ahimè, pure la mafia“.

E’ stato detto da più parti come la sparizione di De Mauro sia legata alla scoperta da parte di questo del golpe Borghese, al quale avrebbe partecipato anche Luciano Liggio. Sappiamo per certo che De Mauro, ex aderente alla Repubblica di Salò, aveva mantenuto collegamenti diretti con il principe nero Julio Valerio Borghese, in cui sonore aveva dato il nome alla figlia. Sappiamo, a proposito di questo colpo di stato, che i suoi principali promotori, gli ufficiali Gavino Matta e Giovanni Ghinazzi, erano iscritti alla Loggia coperta denominata “comunione di Piazza del Gesù”; sappiamo inoltre che Licio Gelli aveva svolto un’ incessante attività di cooptazione in favore della Loggia P2, tanto che al momento del golpe vi risultarono iscritti circa 400 ufficiali; sappiamo infine che, secondo le risultanze della Commissione Anselmi, fu proprio Gelli ad impartire l’ordine di abbandonare l’iniziativa, dopo un confronto interno che vide prevalere i golpisti favorevoli ad una svolta presidenziale di tipo istituzionale. A seguito della scoperta del golpe e dell’apertura della relativa inchiesta giudiziaria, la loggia P2 di Gelli interrompe tutte le attività, per poi riprenderle attivamente a partire dal 1976.


   

L’ENI e la rete “Stay Behind”

David Grieco nel libro intitolato “La macchinazione: Pasolini, la verità sulla sua morte” sottolinea come lo scenario della guerra di resistenza rivesta un ruolo determinante nella vicenda di Mattei.

Grieco fa notare come Cefis e Pasolini siano entrambe friulani, ed in particolare come il poeta conosca bene i retroscena delle faide interne alle varie brigate partigiane, avendo egli perso un fratello in una di queste. Si da il caso, scrive Grieco, che Mattei, Cefis e Verzotto militassero nella stessa brigata, e che inoltre molti partigiani vennero infiltrati dall’OSS e dai Servizi segreti inglesi per vigilare e tentare di “gestire” l’andamento delle vicende politiche italiane, cercando soprattutto di impedire che l’Italia finisse nell’orbita di influenza dell’ex Unione Sovietica. Sono i prodromi di quella rete che prenderà il nome di Stay Behind, e che verrà ufficialmente creata con l’adesione del Paese alla Nato.

Come le vicende italiane hanno potuto mostrare, la rete Gladio è stata responsabile di molte delle stragi e degli attentati che si sono verificati dal dopoguerra fino agli anni più recenti, incluso il rapimento di Aldo Moro. Ufficialmente Gladio viene smantellata nel dicembre del 1972, con i carabinieri che rintracciano 127 dei 139 depositi clandestini di armi.

A questo riguardo in un comizio tenutosi a La Spezia il 5 dicembre 1972, il segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani dichiara: “E’ stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia mai tentato e portato avanti [..] con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato la solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno ma anche in ordine internazionale. Questo tentativo non è finito. Noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso“.

Nel dicembre del 1975 il direttore uscente della CIA, William Colby racconta alla commissione d’inchiesta del Congresso statunitense, che la sua organizzazione aveva finanziato la DC e tutti gli altri partiti di maggioranza versando complessivamente 65 milioni di dollari, e tutto per impedire ai partiti di sinistra di andare al governo. Qualche anno più tardi il successore di Colby, George Bush senior, ammette di avere organizzato operazioni segrete per influenzare gli avvenimento politici italiani, e non solo sul piano elettorale. Egli dichiara inoltre che la sua organizzazione sarebbe stata pronta ad organizzarne di nuovi, qualora se ne fosse resa la necessità, per rispondere alle esigenze di sicurezza degli Stati Uniti.


La politica energetica di Mattei

Secondo Grieco l’attentato all’aereo di Mattei è stato voluto dai Servizi americani e francesi, nell’ambito di un rinnovato rapporto tra Servizi americani e Cosa nostra, che era stato alla base del successo dello sbarco alleato in Sicilia. Le ragioni dell’eliminazione del presidente dell’ENI vanno individuate nella politica di approvvigionamento energetico che l’ente nazionale idrocarburi stava portando avanti,  basato su di una relazione diretta con alcuni paesi produttori di petrolio, autonomi dagli interessi del blocco che si riconosceva nelle gradi imprese statunitensi, ed in particolare con la Libia e l’Algeria. Mattei intendeva scavalcare il cartello petrolifero creato dalle grandi compagnie statunitensi, le famigerate “sette sorelle”, cartello che permetteva agli ex “alleati”, Inghilterra, Stati Uniti e Francia, di controllare in maniera incontrastata il mercato petrolifero, imponendo a tutte le altre nazioni prezzi e quantità, attraverso il controllo geopolitico della maggioranza dei paesi produttori. Mattei cerca a suo modo di spezzare questa catena, in parte rifornendosi in paesi estranei a quest’accordo, ed in parte soddisfacendo la domanda energetica interna attraverso la scoperta di alcuni giacimenti in Italia, sia di gas naturale che di petrolio, tra cui il famosissimo Supercortemaggiore.

Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stato il ruolo preciso dei due ex commilitoni di Mattei, Cefis e Verzotto, in tutta questa macchinazione.

Quel che sappiamo è che dopo la scomparsa di Mattei, Verzotto comincia una carriera professionale fulminante, che lo porta in breve tempo ad essere eletto in Senato e a ricoprire la carica di presidente dell’Ente minerario siciliano, oltre che quella di segretario della DC nell’isola, con l’incarico anche di gestire i rapporti non solo elettorali con Cosa nostra.

Anche Cefis avrà una carriera fulminante: dopo le dimissioni dall’ENI avvenute dieci mesi prima dell’attentato (secondo alcune fonti sarebbe stato Mattei a cacciare Cefis quando si accorse dei suoi legami con la CIA) nel gennaio del 1962, il presidente del consiglio Amintore Fanfani, che diverrà il suo protettore politico, lo chiamerà, pochi giorni dopo la scomparsa di Mattei, a ricondurre le sorti dell’ente petrolifero nazionale nell’alveo degli interessi statunitensi, abbandonando quella vagheggiata autonomia, a lungo inseguita dal suo predecessore.


Corruzione malgoverno e mafia

Gli anni che seguiranno saranno caratterizzati da un sempre maggiore peso della corruzione nella politica e nell’economia, e da un crescente peso di Cosa nostra nella politica e nella contribuzione del PIL non ufficiale.

Nel 1991 il settimanale Il Mondo ha censito seicento cosche mafiose tra Sicilia, Campania e Calabria, in grado di produrre un fatturato di cinquemila miliardi, pari quasi a quello del gruppo FIAT. Altri settecento erano invece attribuiti più in generale all’industria del crimine. Quando prima l’Alto Commissario per la lotta alla Mafia Domenico Sica e quindi il capo della Polizia Vincenzo Parisi raccontano al Paese tramite i mezzi di informazione che una parte del sud è fuori dal controllo dello Stato, finalmente viene squarciato quel velo di ipocrisia e di moralismo che aveva fino a quel momento considerato i “piccioli” della mafia, puliti e reinvestiti nell’economia legale, una cosa buona per l’economia, lo sviluppo e l’occupazione.

Qualche anno prima sia Verzotto che Cefis erano usciti di scena, in maniera non proprio edificante.

Nel gennaio del 1975 a seguito dello scandalo dei fondi neri dell’Ente minerario siciliano detenuti presso le banche svizzere di Michele Sindona, Gaetano Verzotto fugge prima a Parigi e poi in Libano, inseguito da un mandato di cattura.

Due anni più tardi Eugenio Cefis si dimette, a soli cinquantasei anni, da tutti gli incarichi ricoperti e si trasferisce in Svizzera, con un tesoro di “risparmi” stimato in cento miliardi di lire. Questo personaggio tanto potente quanto oscuro, lascerà un vuoto tanto evidente quanto inaspettato, da sollevare numerosi interrogativi. A questo proposito il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia, persona molto misurata nei modi e famoso per i suoi silenzi più che per le sue esternazioni dirà a Cefis: “Che fa? Se ne va? Ma lei non era quello che doveva fare il colpo di Stato?“.

Come il suo ex commilitone Verzotto, Cefis abbandona in fretta e furia il Paese, temendo di essere arrestato. Sullo sfondo, come vagheggiato da Cuccia, l’ombra di un colpo di Stato.


La fuga di Cefis ed il supposto golpe

La vicenda viene raccontata dal broker di borsa Aldo Ravelli a Fabio Tamburini, in un’ intervista riportata nel libro “I misteri d’Italia”, uscito 1996.

Tamburini domanda a Ravelli perché Cefis scappò dall’Italia, e Ravelli conferma che l’ex presidente della Montedison stava per essere arrestato. Tamburini domanda se Cefis “coltivasse sogni autoritari” ma Ravelli non risponde, lasciando però intuire come le cose stessero proprio in questi termini.

A questo punto Tamburini chiede al broker da chi fosse organizzato il supposto golpe, e Ravelli risponde da ufficiali e generali dell’esercito e dai carabinieri. Ravelli poi racconta di essere a conoscenza della vicenda in quanto sarebbe stata a lui riferita da un suo amico in essa coinvolto.

Cosa accadde poi, domanda il giornalista, e Ravelli risponde che il golpe fallì grazie all’intervento di una persona: Gianni Agnelli, nemico di Cefis.

Ed è proprio il magistrato Vincenzo Calia, verso la voce degli anni ’90, a scoprire, attraverso alcuni documenti del SISMI, come dietro la P2 ci fosse proprio Cefis, il quale ha gestito la super Loggia fino a quando ha  ricoperto la carica di presidente della Montedison. Una volta dimessosi da tale carica per timore di essere arrestato, il suo ruolo all’interno della P2 viene assunto dal duo Gelli – Ortolani. La notizia era stata verificata dal SISMI attraverso fonti statunitensi.

E’ possibile che Pasolini sia stato ucciso perché aveva scoperto il golpe di Cefis, e avere dunque smascherato, per usare l’espressione del titolo del libro inchiesta su Cefis, l’altro volto dell’onorato presidente?

Quello che sappiamo per certo è che Giovanni De Lorenzo, capo del Sifar e artefice del golpe denominato “Piano solo”, era iscritto alla Loggia coperta Giustizia e Libertà, facente capo all’ordine di piazza del Gesù. Sappiamo anche che nel 1961 Cefis, prima di essere chiamato da Fanfani a dirigere l’ENI, dopo la morte di Mattei, si iscrive nella stessa loggia di De Lorenzo, e che tale cosa, pur non confermando che i due si conoscessero, non esclude che avessero gli stessi obiettivi. Sappiamo altresì che Cefis, lo rivela alla Commissione Anselmi nell’ottobre del 1982 l’ex colonnello dell’esercito Nicola Falde, iscritto alla P2, oltre ad avere rapporti diretti con il numero due del Sid, Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio “D”del controspionaggio, forniva assieme a Gelli, “proposte istituzionali”; in particolare il resoconto dell’audizione in Commissione di Falde fa riferimento, indicandolo fra parentesi, al discorso che Cefis pronunciò all’Accademia Militare di Modena, della quale lui stesso era stato membro, il 27 febbraio 1972. Il discorso, dal titolo  La mia patria si chiama multinazionale“, viene pubblicato da Elvio Fachinelli, psicoanalista, nel numero 6 della rivista da questi diretta “l’Erba Voglio“, fonte alla quale attingerà Pasolini. E’ indubbio che tale discorso faccia riferimento esplicito, evocandola apertamente, ad una svolta autoritaria del Paese. Ma a differenza di De Lorenzo, Cefis sembrerebbe propendere più che per un “tintinnio di sciabole“, per per una riforma costituzionale orientata al presidenzialismo, in grado di escludere il PCI dal governo della Nazione. Anche se le rivelazioni del finanziere broker Ravelli sembrano propendere più per l’uso della forza, è possibile ipotizzare come le due strade non si escludessero.

Sappiamo infine che da Petrolio manca il capitolo 21, intitolato “Lampi sull’ENI“, così come sappiamo, lo ha raccontato l’erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi, (moglie di Vincenzo Cerami) che subito dopo la morte del poeta l’ appartamento che abitava durante la stesura del romanzo subì un furto, e che alcuni fogli della stesura primaria furono sottratti.

Di fatto, nel testo di Petrolio vi è una nota che rimanda a tale capitolo, l’appunto 22a, Il cosiddetto impero di Troya, le filiali più vicine alla casa madre: “Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”.

Sembra, dunque, che il capitolo 21 sia stato scritto. Ora, come scrivono Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti nella prefazione di “Questo è Cefis”, se uniamo il furto in casa di Pasolini successivo alla sua morte, il capitolo inesistente, le dichiarazioni dello stesso Pasolini secondo cui il romanzo avrebbe dovuto avere 2000 pagine (intervista a Carlotta Tagliarini per il Mondo del 26 dicembre 1974) e non le 600 attuali, l’argomento del libro e le modalità dell’uccisione del poeta, e se a tutto questo aggiungiamo che Petrolio è stato pubblicato per la prima volta diciassette anni dopo la morte del suo autore, tutta questa serie di elementi, benché indiziari, lasciano bene immaginare l’esistenza di unico filo conduttore.

Molte ipotesi sono state fatte, nel corso degli anni, sul contenuto di questo capitolo 21; come abbiamo visto Mattei, Verzotto e Cefis militavano nella stessa brigata, la Divisione apolitica Valtoce in Val D’Ossola, in seguito inquadrata nelle Brigate Fiamme Verdi, di orientamento cattolico; tale brigata venne più tardi battezzata Brigata Alfredo Di Dio, in onore del suo comandate caduto in un agguato il 12 ottobre 1944, durante la battaglia di Domodossola. Secondo il finanziere Pisanò, Cefis, che partecipò a quella battaglia, aveva delle precise responsabilità in quell’agguato, tanto da arrivare a fare pubblicare sulla rivista “Candido” una lettera aperta in cui chiedeva al presidente dell’Eni di rivelare quanto sapesse sulla morte del comandante Di Dio. La circostanza viene riportata nel libro di Scalfari e Turani dal titolo “Razza Padrona”.

Fonti:

http://www.ilariaalpi.it/?p=6431

Ferruccio Pinotti: Fratelli d’Italia

Pier Paolo Pasolini: Petrolio

Giorgio Steinmez: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente

Enrico Deaglio: Il raccolto rosso

Anna Vinci: La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

David Grieco: La macchinazione: Pasolini, la verità sulla morte

  

  

 

 

 

L’attentato al treno 904

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“A chi torna utile il massacro del treno 904 Napoli-Milano, che ha causato diciassette morti ed oltre centoventi feriti?”. E’ l’attacco di un lancio di agenzia della AFP con il quale l’inviato Jean Luc Porte pone gli interrogativi sul chi e il perchè di quella strage.

Il rapido Napoli-Milano che esplode il 24 dicembre del 1984  all’interno della Grande Galleria dell’Appennino in località Vernio, deflagra fatalmente nella stessa galleria in cui era stato colpito dieci anni prima il treno Italicus. Quest’ultimo attentato, che causò 12 vittime, venne rivendicato da un’organizzazione terroristica di estrema destra. Dagli esami di laboratorio emerge come a fare saltare letteralmente in aria il treno, provocando la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre cento venti, sia stato un ordigno caricato a polvere nera. La bomba, innescata attraverso un congegno a tempo, diversamente da quanto era accaduto all’Italicus, esplode quando il treno si trova completamente all’interno della galleria, amplificando cosi’ l’effetto della carica esplosiva.

Le similitudini tra i due attentati sono molte. Tanto da far apparire il primo come una prova generale. Il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata, dichiara alla stampa: “La bomba è stata programmata per esplodere all’interno della galleria. Si tratta di un obiettivo che appartiene alla storia di alcuni gruppi terroristici“: senza dirlo apertamente il magistrato lascia intendere come tra i principali indiziati vi siano i gruppi eversivi di estrema destra.


Le dichiarazioni di Calò in Commissione stragi

Dopo essere stato condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per quella che verrà ribattezzata “la strage di Natale”, GiuseppePippoCalò, il cassiere della mafia, dichiara nell’ottobre del 1993 nel corso di un’ audizione alla Commissione parlamentare sulle stragi ed il terrorismo presieduta da Libero Gualtieri, di essere estraneo a quella carneficina e di essere interessato alla riapertura del processo, lasciando balenare l’intenzione di volere fare delle dichiarazioni “importanti”.

Calò, che nel suo periodo di residenza a Roma si faceva chiamare Mario Aglialoro, dichiara in Commissione che la mafia non ha realizzato alcun attentato. Don Pippo aggiunge inoltre in maniera criptica: “Chiedetevi chi sia stato a realizzare l’attentato al treno 904, e traete voi le conclusioni“.

E quindi chiude: “Pier Luigi Vigna – il pm della Procura di Firenze che lo ha fatto condannare – è stato cattivo“.

Dunque, posto di fronte alla prospettiva di dover scontare una pena tanto lunga quanto, a suo modo di vedere, ingiusta, Calò dichiara apertamente la sua intenzione di essere pronto a “parlare”. “Io dico – conclude Calò – che la mafia  non c’entra con quella strage (904): traete voi le conseguenze e chiedetevi chi ha fatto scappare Schaudinn“.


Le indagini

Condotte inizialmente dalla Procura di Bologna, le indagini accertano che l’ordigno sarebbe stato posizionato su di uno strapuntino situato tra il primo ed il secondo scompartimento della nona carrozza della seconda classe. Sulla base di alcune testimonianze, la Digos di Bologna arriva a tracciare un identikit della persona che avrebbe posizionato la bomba sul treno: il “sospetto” sarebbe un giovane uomo, dell’apparente età di 27-30 anni, di altezza compresa tra il metro e 70 ed il metro e 75 centimetri, che sarebbe sceso dal convoglio ferroviario alla stazione di Firenze Santa Maria Novella, portando con se una borsa sportiva vuota.

Gli atti vengono trasmessi per competenza alla Procura di Firenze. Nel marzo del 1985 vengono arrestati a Roma per traffico di stupefacenti Guido Cercola e Giuseppe “Pippo” Calò.

Tra i due, quest’ultimo è quello ad avere il curriculum criminale più importante, essendo il capo del mandamento palermitano di Porta Nuova. Nella casa in cui i due risiedono, un rustico in campagna situato nella provincia di Rieti in località Poggio San Lorenzo, vengono ritrovati, oltre ad un ingente quantitativo di eroina, un apparecchio per comunicazioni radio, armi ed esplosivi. L’esplosivo rinvenuto, una volta analizzato, risulta compatibile con quello utilizzato nell’attentato del treno 904, avendo esso la stessa composizione chimica. Secondo il pm Vigna, l’attentato condotto dai due mafiosi avrebbe avuto lo scopo di distogliere l’attenzione degli inquirenti dalle indagini sulle “centrali emergenti della criminalità organizzata”, depistandole quindi  verso l’eversione politica.

Dall’attivita’ investigativa emerge inoltre come a preparare l’ordigno a tempo sarebbe stato il terrorista tedesco esperto di esplosivi Friederich Schaudinn. Emergono inoltre i collegamenti tra il boss Pippo Calò, residente a Roma, e la Banda della Magliana, e quindi anche l’eversione nera, ed in particolare i NAR di Cristiano “Giusva” Fioravanti e Francesca Mambro.

Tali legami emergono nel corso del maxiprocesso di Palermo del novembre del 1985, grazie al lavoro del giudice istruttore Giovanni Falcone. Nel tentativo di contestualizzare l’evento delittuoso dell’attentato del treno 904, nel dicembre del 1984 la procura di Palermo stava alacremente lavorando alle maxinchieste aperte a seguito delle rivelazioni dell’ex boss dei due mondi, Tommaso Buscetta e di altri mafiosi “pentiti” e “dissociati”. Tali rivelazioni portarono a compiere centinaia di arresti in tutta Italia. Sulla scia delle indagini e degli arresti eseguiti, Cosa nostra aveva risposto a Palermo con diversi omicidi. Come quelli del capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio 1980) e del procuratore Gaetano Costa (6 agosto 1980), fino ad arrivare all’omicidio del magistrato di Cassazione consigliere istruttore, Rocco Chinnici, il 29 luglio del 1983. Fu infatti quest’ultimo ad istituire il pool antimafia, cosi’ come sua   fu la decisione di chiamare a collaborare al pool i due giovani magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la sua uccisione verranno condannati come mandanti i cugini Nino e Ignazio Salvo. In merito al pool da lui istituito, il giudice Chinnici ebbe a dire in un’intervista: “E’ una dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota per la lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d’Italia”. Da quell’Ufficio Istruzione uscì il maxi processo di Palermo  che condannò tutti i principali boss mafiosi della Sicilia.


Le condanne

Il 25 febbraio del 1989 la Corte di Assise di Firenze condanna il boss Pippo Calò alla pena dell’ergastolo per strage, assieme ad Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi ed al boss di camorra Giuseppe Misso. Nella stessa istruttoria vengono condannati anche Franco Agostino a 28 anni di detenzione, e Friederich Schaudinn a 25 anni. In appello, tenutosi il 15 marzo del 1990, le pene di Calò e di Agostino vengono confermate, mentre Misso, Pirozzi e Galeota vengono assolti per strage ma condannati per detenzione di esplosivo. Shaudinn viene invece assolto dal reato di banda armata, ma condannato per strage, con una riduzione della pena a 22 anni.La Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annulla la sentenza di appello. Il sostituto Antonio Scopelliti fa mettere agli atti la sua contrarietà all’assoluzione. La Sentenza della Corte di assise di appello viene emessa nel marzo del 1992, con la conferma degli ergastoli per Calò e Cercola, mentre la pena per Di Agostino viene ridotta a 24 anni e sei mesi, e quella di Shaudinn a 22 anni. Misso viene condannato a tre anni, mentre sia Galeota che Pirozzi ad un anno e sei mesi. Questi ultimi tre vengono m assolti dal reato di strage. Nel novembre del 1992 la Cassazione conferma la sentenza di appello, ribadendo anche quanto sostenuto dalla Commissione parlamentare sulle stragi di mafia del 1992, secondo cui quella del rapido 904 rappresentò l’inizio della strategia stragista di Cosa nostra.


La fuga di Shaudinn

Accusato di concorso in strage per avere preparato l’innesco radiocomandato che causò l’esplosione del rapido “904”, il tecnico austriaco esperto di esplosivi, Friederich Shaudinn, detenuto agli arresti domiciliari nella sua casa di Ostia, scompare nel mese di luglio del 1988, a pochi mesi (ottobre) dall’inizio del processo di Firenze. L’imputato avrebbe in seguito inviato due lettere al presidente della Corte d’Assise che avrebbero dovuto giudicarlo, due lettere con le quali si sarebbe scusato ed avrebbe reso note le sue spiegazioni. Sulla base delle dichiarazioni rese da Calò in Commissione stragi è lecito domandarsi chi avrebbe aiutato il tecnico austriaco a fuggire.

Ma altri avvenimenti accadono a margine del processo, tali da lasciare una cortina di mistero mista ad inquietudine: l’esplosione di un ordigno davanti all’ufficio postale di via Carlo D’Angiò a Firenze, il 3 agosto del 1985, e l’attentato contro un palazzo di via Toscanini, alla periferia di Firenze, che causa due feriti oltre alla distruzione di una decina di appartamenti. Significativa appare la tempistica con la quale avvengono le due esplosioni: la prima esattamente un mese dopo l’invio delle prime comunicazioni giudiziarie per la strage di Natale, mentre la seconda all’indomani del deposito dell’ordinanza di rinvio a giudizio per Calò, Missi e tutti gli altri. Un ulteriore legame tra le due esplosioni è emerso a seguito delle perizie dalle quali emerge come la miscela esplosiva utilizzata sia la medesima impiegata nel rapido 904: tritolo, pentrite e T-4. (cm)     

Fonti: documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi

 

 

 

 

 

 

 

 

L’era delle gole profonde

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Le condizioni con le quali vengono tutelate le persone che rivelano alle autorità competenti comportamenti illeciti sono sicuramente migliorate rispetto al passato, anche se le società, spesso oggetto di tali rivelazioni, continuano a difendersi e ad “offendere” anche contro i loro stessi interessi.

Il recente scandalo sulle emissioni dei motori diesel truccate che ha investito il gruppo tedesco Volkswagen ha causato un profondo imbarazzo non solo sui managers del gruppo e sui soci, ma anche sugli stessi soggetti dalle cui bocche erano emerse le prime rivelazioni.

La compagnia automobilistica, non si è capito bene se per discolparsi o per fornire un contributo concreto alle indagini, ha fissato un termine per i suoi dipendenti per fornire ulteriori informazioni, in cambio del ritiro del licenziamento o della richiesta di risarcimento danni (ma non della chiamata in giudizio). Il ruolo degli informatori nel rivelare il meccanismo fraudolento dietro i dati rilasciati sulle emissioni di biossido di carbonio è stato già determinante, anche se nessuno alla Volkswagen ha osato rivelare alcunché riguardo allo scandalo collegato della falsificazione delle emissioni di ossido di azoto nel corso dei test. In quest’ultimo caso infatti, un ruolo determinante lo ha svolto una ONG, con molta probabilità dietro l’impulso di alcune gole profonde della Commissione europea.

Quando la Volkswagen ha cominciato a raccogliere i frutti della sua “amnistia”, il processo innescato dalle denunce di soggetti interni al gruppo ha contagiato anche altre imprese, come la Takata, una società giapponese leader mondiale nella produzione di airbag, recentemente investita da uno scandalo relativo alla pericolosità di alcuni suoi prodotti. / Ancora, un’inchiesta giornalistica realizzata recentemente dalla BBC ha svelato come la British American Tobacco, avesse corrotto alcuni funzionari di due nazioni africane, Burundi e Ruanda, per far fallire un programma contro il fumo condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo le statistiche, l’attività di delazione, sia nel settore privato che in quello pubblico, è in costante aumento a partire dal 2007, consentendo così di fare emergere numerosi casi di corruzione e di collusione promossi da alcune aziende, quasi sempre al fine di ottenere risultati positivi in termini di fatturato. Nel 2011 la Security and Exchange Commission (SEC), l’organo di vigilanza della borsa statunitense, ha aperto un ufficio apposito, il “Whistleblower Office“, per sostenere tutti gli “insider” che decidevano di rivelare inefficienze e ruberie da parte delle imprese o di singoli individui con i quali o per i quali avevano svolto la loro attività professionale.

In base alla procedura, chiunque può, attraverso un format che consente di mantenere l’anonimato, fornire un suggerimento o una denuncia vera a propria. Questa viene in breve tempo esaminata da due avvocati che, se ve ne sono i presupposti, possono intraprendere un’azione legale; in alternativa possono decidere di accantonarla, in attesa di successive denunce aventi lo stesso soggetto.

Il numero di denunce ricevute annualmente dall’ufficio è in costante crescita; attualmente supera le 4000.

Secondo le statistiche realizzate dall’Associazione di Investigatori esperti in crimini finanziari, la modalità della denuncia anonima è risultata essere molto più produttiva sia delle regolamentazioni esterne che degli audit interni.

Ma i grandi gruppi industriali, malgrado i risultati positivi di questo genere di attività, hanno sempre scoraggiato i comportamenti delatori dei loro dipendenti.

E’ il caso, ad esempio, di Paul Moore, l’ex capo dell’Ufficio Rischi del gruppo bancario inglese HBOS, che nel 2004 avvertì le dirigenza dell’istituto che l’attività di credito condotta dalla banca era in pesante passivo. Moore subì un’attività di mobbing molto pesante, tanto da spingerlo a rifugiarsi nell’alcool e negli antidepressivi. Ma le sue denunce erano corrette, e così che la banca dovette essere sottoposta ad un programma di salvataggio.

L’authority inglese dei mercati finanziari ha incoraggiato le imprese a promuovere l’attività di delazione attraverso la nomina di un manager col compito di raccogliere le denunce.

L’Inghilterra è al terzo posto tra i Paesi del G 20 che dispongono della legislazione migliore in materia di tutela legale dei delatori. Al primo e secondo vi sono, rispettivamente, Turchia e Canada.

Anche l’Unione Europea si sta muovendo in questo campo, realizzando, grazie all’intervento del Consiglio d’Europa, un elenco di comportamenti virtuosi, destinati a 47 paesi dell’Europa orientale ed occidentale. Il sostegno del Consiglio a questo genere di attività si muove anche attraverso il suo braccio giudiziario, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha adottato diverse sentenze a sostegno degli informatori.

La Romania, l’ultimo dei paesi che ha aderito all’UE, ha adottato misure molto restrittive su quesito tema, mentre alcuni vecchi paesi membri quali la Germania, dispongono ancora di una normativa molto debole. A di fuori dell’UE, la Svizzera dispone di una legislazione molto rigida, così come dimostra la recente condanna a cinque anni di reclusione comminata dalla Corte federale ai danni dell’ex informatico della banca svizzera HSBC, Hervè Falciani.

Attualmente il migliore sistema di protezione offerto agli informatori è quello degli Stati Uniti, che si basa su tre elementi: la tutela del lavoro, l’anonimato ed un sistema di premi. Complessivamente il programma ha distribuito, dal 2011, ben 22 premi, con una media di 2.5 milioni di dollari.

Il premio può arrivare a raggiungere il 30% di tutte le multe comminate dal governo al datore di lavoro denunciato. Il programma raccoglie anche denunce dall’estero, da parte di cittadini non statunitensi. Una sentenza emessa nel mese di ottobre ha stabilito che gli informatori possono citare in giudizio sia i singoli membri del consiglio di amministrazione di una società, che la società in quanto persona giuridica, nel caso in cui si fossero resi personalmente responsabili delle violazioni denunciate. Tuttavia, nonostante la normativa, non sempre il governo statunitense si è mostrato particolarmente riconoscente verso i cittadini delatori: Breadley Birkenfeld che fornì al fisco a stelle e strisce informazioni essenziali sui suoi contribuenti titolari di conti in alcune banche svizzere, e responsabili di ingenti evasioni delle imposte, ha ricevuto un premio di 104 milioni di dollari, al lordo delle tasse, dall’Agenzia delle entrate (IRS, Internal Revenue Service), anche se ha dovuto sopportare ben 66 mesi di limitazione della sua libertà, tra detenzione e libertà vigilata.

Ma l’approccio premiale adottato dagli Stati Uniti non viene valutato positivamente in Europa, dove le taglie sono viste come un incentivo verso comportamenti abusivi. Lo stesso ufficio delatori della SEC ha ammesso di avere dei problemi con i “delatori seriali”, soggetti dediti gran parte del loro tempo a presentare denunce false per avanzare fittizie richieste di premi o risarcimenti.

Del resto le ritorsioni da parte delle aziende sono in costante crescita, attualmente intorno al 20%, così come denuncia l’osservatorio sui comportamenti delle società del National Business Ethics Survey. In molti casi sono gli stessi dipendenti che, firmando degli accordi sulla riservatezza, si impegnano a non essere assistiti da avvocati esterni in caso di vertenza legale con la società, o a fornire un preavviso prima di segnalare qualsiasi comportamento anomalo ad un organismo esterno alla società, o ancora a rinunciare ad eventuali premi in caso di denunce all’esterno. In base ad un sondaggio recente, un quinto dei lavoratori impiegati negli Stati Uniti ha sottoscritto un accordo di questo genere, al fine di scoraggiare eventuali loro iniziative delatorie. Sebbene in apparenza siano illegali, tali accordi vengono giustificati dalle società datoriali in base ad una supposta esigenza di tutela dei propri segreti commerciali. Recentemente la SEC ha promosso dei ricorsi contro questo genere di accordi, ritenuti lesivi delle prerogative dei lavoratori. Tra le società che sono state multate dalla SEC, vi  e’ la KBR, una società di progettazione che ha fatto firmare ai suoi dipendenti un accordo in base al quale ogni dipendente che avesse promosso un’inchiesta interna da parte di terzi senza il consenso della società, sarebbe stato licenziato. Quando le imprese istituiscono, al fine di migliorare la propria organizzazione, un sistema che promuove la delazione interna, il più delle volte i lavoratori non ne fanno uso, non tanto per timore di ritorsioni, quanto perché sono convinti che la denuncia non ottenga alcun risultato. Spesso le società considerano gli informatori come persone mosse dall’invidia o dal desiderio di vendetta o di arricchimento. Ma le statistiche dicono altro:  gran parte degli informatori sono motivati dal desiderio di migliorare la loro condizione e quella dei loro colleghi. Questo spiega  perché il 90% di loro, prima di denunciare all’esterno, si rivolga agli organismi interni della società. Potendo scegliere, dunque, i lavoratori preferiscono avvertire piuttosto che denunciare.

Tutto questo per dire che le denunce, anziché danneggiare, aiutano l’attività economica. Le notizie negative, prima o poi verranno fuori comunque, e se dovesse emergere l’intenzione della dirigenza di nasconderle, l’effetto finale sarà ancora più negativo. Ed il sostegno alla delazione, anziché scoraggiare, favorisce i comportamenti virtuosi da parte dei dipendenti, così come la ritorsione della società favorisce il dilagare di illeciti.

Trad cm

http://www.economist.com/news/business/21679455-life-getting-better-those-who-expose-wrongdoing-companies-continue-fight

  

Gianni Nardi e Ordine Nero

 

Gianni Nardi

Il 20 settembre 1972, nei pressi del valico per la Svizzera di Brogeda, viene arrestato Gianni Nardi mentre tenta di fare entrare illegalmente in Italia un carico di armi e di esplosivi. Con lui vengono arrestati anche Bruno Luciano Stefàno e Gudrun Marhon Khilss.  Nardi, assieme a Giancarlo Esposti, Alessandro D’Intino, Augusto Cauchi, Marco Affatigato, Fabrizio Zani, Cesare Ferri e Francesco Bumbaca, è uno dei fondatori di Ordine Nero, il movimento di estrema destra nato dalle ceneri di Ordine Nuovo.

Il primo attentato rivendicato con la sigla Ordine Nero sarà quello agli uffici del Corriere della Sera di Milano, il 15 marzo 1974. Da alcuni documenti del SISMI risulterà che Esposti ed altri membri del gruppo erano al libro paga del ministero dell’Interno con il preciso compito di svolgere un’ attività di “provocazione” nei confronti delle organizzazioni politiche di destra, principalmente a Roma.  La strategia è la solita, infiltrare i movimenti antagonisti manovrando poi gli infiltrati in modo da gestirne l’attività. Giancarlo Esposti verrò ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri in località Pian del Rascino, il 30 maggio 1974, due giorni dopo la strage di piazza della Loggia. Per quanto flebile, il legame tra il conflitto a fuoco e la strage di Brescia sta nella testimonianza del brigadiere di pubblica sicurezza Leopoldo de Lorenzo, il quale tracciò agli inquirenti l’identikit di uno dei due soggetti che udì pronunciare parole “Lo facciamo adesso?”, quel sanguinoso 28 maggio. Il volto disegnato da quell’identikit era molto somigliante a quello di Esposti.


Ordine Nero e la strage di Brescia

Secondo un documento interno dell’organizzazione Ordine Nuovo, l’eventuale coinvolgimento di Ordine Nero ed in particolare di Esposti, riconosciuto quale collaboratore del ministero dell’Interno, nella strage di Brescia, andrebbe inquadrato in un “ventilato progetto di attentato – su commissione – durante la sfilata del 2 giugno, con un “premino” previsto di 400 milioni con anticipo già corrisposto. Sempre secondo il documento, Giancarlo Esposti viene definito “elemento con molti conti da regolare con la giustizia e pochissima reclusione, dedito al traffico di stupefacenti, plagiatore di giovani con sempre molti soldi a disposizione, uno tra i più smaliziati provocatori, capace solo di circuire ingenui e ultimi arrivati, soggetto che ha continuamente ruotato intorno ad Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, senza mai essere accettato come effettivo”.  La sera di quel 28 maggio, dopo l’arresto avvenuto il giorno 10 di Carlo Fumagalli, Esposti lascia la casa paterna dicendo al genitore: “hanno arrestato il vecchio – riferendosi a  Fumagalli. I carabinieri ci hanno tradito”. Dunque Esposti intratteneva rapporti regolari con l’Arma, a Milano, a Trieste e nel Veneto. Attraverso le confessioni rese al capitano Francesco Delfino, Angelino Papa e Ugo Bonati chiamano in causa Ermanno Buzzi, amico di Bonati, di professione ladro di opere d’arte, e all’occorrenza confidente dei carabinieri. Secondo una perizia psichiatrica Buzzi viene definito “un istrionico mistificatore: il cosiddetto conte di Blanchery”. Papa e Bonati chiamano in causa anche Andrea Arcai, quindicenne, figlio del giudice Giovanni Arcai, capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Brescia. Le accuse a carico del figlio del magistrato si basavano, prevalentemente, sulle dichiarazioni di due sottufficiali dell’Arma, il maresciallo Paolo Siddi e l’appuntato Farci, incaricati di proteggere il giudice. Siddi era anche il braccio destro del capitano Delfino. Dopo che Arcai assegna l’istruttoria sulla strage al collega Vino, nasce un conflitto all’interno della Procura, con Arcai che denuncia i colleghi Vino e Trovato per peculato sui rimborsi chilometrici (i due magistrati saranno condannati in cassazione nel 1989), e Arcai  che viene censurato dal CSM per non avere denunciato il figlio. L’aria all’interno del Tribunale di Brescia si fa pesante, e nell’ottobre del 1975 Arcai viene trasferito alla Corte d’Appello di Milano.

Il primo marzo 1974 il giudice istruttore Petrone del Tribunale di Milano spicca un mandato di cattura nei confronti di Gianni Nardi, Bruna Luciano Stèfano e Gudrum Kiess, cittadina tedesca. Tutti  e tre sono accusati dell’omicidio del commissario di pubblica sicurezza Mario Calabresi. Nardi e Stèfano sono estremisti di destra ed il provvedimento scaturisce dalle dichiarazioni di una testimone che aveva raccolto alcune confidenze della Kiess. Nel luglio del 1975  la magistratura milanese revoca il mandato di cattura per Nardi, mentre nel mese di agosto toccherà a Stefàno e a Kiess. Nardi morirà in Spagna, a Palma di Majorca, il 10 settembre 1976, in uno stranio incidente d’auto, mentre Stefàno ha vissuto in Spagna fino al 1995.


Nardi ed il presunto golpe militare

Nel dicembre del 1992, Donatella Di Rosa, moglie del tenente colonnello dei parà Aldo Micchittu, viene a sapere che alcuni militari, tra cui alcuni alti ufficiali delle Forze armate, stanno effettuando un traffico di armi con paesi in guerra colpiti da embargo; oltre a ciò il gruppo, guidato dal generale comandante della Forza di Intervento rapido Franco Monticone, amante della Di Rosa e probabilmente sua fonte inconsapevole di informazioni, ha intenzione di porre in essere un golpe militare al quale prenderebbero parte oltre al terrorista tedesco esperto in esplosivi Friedrich Shandinn, anche Gianni Nardi. La Di Rosa chiama anche in causa anche alti ufficiali di Stato Maggiore della difesa, tra cui il generale Goffredo Canino. In parallelo, il generale Delfino, comandante della Legione dei carabinieri del Piemonte, riceve un avviso di garanzia, er presunte collusioni con la ‘ndrangheta, essendo accusato di avere infiltrato l’organizzazione delle BR piemontese con un boss ‘ndranghetista, il quale avrebbe poi preso parte direttamente al rapimento di Aldo Moro. Il ministro della Difesa Fabio Fabbri, sospende il generale Monticone dal suo incarico. Contemporaneamente i magistrati della procura di Firenze che indagano sul presunto golpe ordinano la riesumazione dei resti del corpo di Nardi, sepolto in un cimitero in Spagna. Dagli esami utopici emerge come le spoglie riesumate appartengano effettivamente a Gianni Nardi, deceduto nel 1986.

Il ministro Fabbri licenzia il diretto superiore di Monticone, il comandante della Regione Militare Tosco-Emiliana, Biagio Rizzo. Il generale Canino presenta al ministro Fabbri le sue dimissioni.

Il 23 ottobre 1993 il ministro Fabbri dichiara a Repubblica: “Fin dall’inizio Canino è stato d’accordo con Rizzo. Per essere chiari, ha condiviso l’atteggiamento di Rizzo e le sue sottovalutazioni, senza onorare il ministro ed il governo della situazione”, tradotto: tutti i vertici dell’esercito sapevano della relazione tra la Di Rosa e Monticone, oltre alle accuse di traffico di armi e di presunto golpe mosse dalla Di Rosa. Monticone denuncia la sua ex amante Donatella Di Rosa per truffa.

Fonti: Repubblica 23 ottobre 1993

Documenti declassificati del SISMI ex direttiva Renzi

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