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L’industria del riciclo in Italia

Secondo il rapporto “Ambiente in Europa” a cura di Legambiente, l’Italia è il leader europeo nell’industria del riciclo; infatti, secondo i dati forniti da Eurstat, se nell’Unione Europea a 28 paesi la quantità di materiali riciclati, tra cui metalli, plastica, carta, vetro, legno, tessuti e gomma, è stata, nel 2010, complessivamente pari 163 milioni di tonnellate, in Italia tale quantità è stata di 24,1 milioni di tonnellate, la più elevata in termini relativi in tutta l’Unione. Per fare un confronto, in Germania essa è stata pari a 22,4 milioni di tonnellate.

Il primato del Belpaese riguarda anche la porzione di rifiuti avviati a recupero rispetto a quella complessivamente prodotta, esclusi quelli minerali e vegetali, ed inclusi, oltre a quelli normalmente riciclati, anche quelli chimici, i fanghi ed altre tipologie. Sempre con riferimento al 2010, l’Italia ha recuperato 37 milioni di tonnellate, collocandosi seconda per quantità recuperata dopo la Germania e prima di Francia e Gran Bretagna. Rapportando tale valore per unità di PIL prodotta, l’Italia risulta il primo paese dell’Unione. Occorre specificare come questa elevata capacità di recupero di materiali non derivi da valori eccezionali di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, bensì dalla particolarità del suo sistema industriale, che le permette di raggiungere valori elevati per quanto riguarda il riciclo interno degli scarti di produzione; esso prevede, inoltre, elevati livelli di importazione di materie seconde.

Viceversa, il valori di raccolta differenziata relativa ai rifiuti urbani sono molto inferiori alla media europea, con le regioni settentrionali che raggiungono medie più elevate rispetto a quelle del centro e a quelle meridionali.

Complessivamente l’Italia raggiunge il 40% di raccolta differenziata contro una media europea pari al 65%, ed un ulteriore 40% per quel che riguarda l’interramento in discarica, contro l’1% della media europea.


L’industria ed il consumo di materia

L’indicatore relativo alla quantità di materie prime consumate direttamente o trasformate da un dato sistema industriale, introdotto negli anni ’90 dal Wuppertal Institute, valuta il livello di efficienza, anche ecologica, del sistema stesso; tale efficienza viene misurata in termini di produttività delle materie prime impiegate. Mediamente in Europa, nel decennio 2000-2011, la quantità di materie prime impiegate si è ridotto in termini assoluti, anche se non di molto, mentre il valore della produttività delle risorse è aumentato del 19%. La Germania ha ridotto del 6% il consumo di materie, mentre la sua produttività è aumentata del 21%. Per quel che riguarda l’Italia, il consumo di materie prime si è ridotto del 23%, mentre la produttività è cresciuta del 35%.

Una delle ragioni di questo elevato aumento dell’efficienza e di produttività è dovuto al fatto che l’Europa importa più materie prime e più prodotti finiti. Nel decennio 2000-2010 le materie importate sono aumentate di 100 milioni di tonnellate in Germania, di 80 in Olanda e di 70 in Gran Bretagna.

In Italia,invece, le materie prime ed i prodotti finiti sono diminuiti di 2 milioni di tonnellate. Uno studio condotto nel 2013 da Eurostat dal titolo: “Stime sul Consumo di Materie Prime (RMC) e sulle materie equivalenti (RME) ha dimostrato come questa maggiore efficienza non sia dovuta, come è invece accaduto in altri paesi, alla delocalizzazione delle produzioni meno efficienti, quelle a maggiore incidenza di manodopera.


Il traffico di rifiuti secondo l’Agenzia delle dogane 

Di diverso avviso rispetto al rapporto di Legambiente è l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, che nella seduta n.9 di martedì 4 novembre 2014, per bocca del dott. Rocco Burdo, responsabile della Direzione centrale antifrode, ha affermato come lo studio dei traffici di rifiuti non pericolosi, attraverso l’analisi dei porti di partenza e di quelli di arrivo, abbia permesso di giungere alla conclusione secondo la quale tali traffici siano un “portato della delocalizzazione produttiva di interi settori industriali che hanno attratto anche il flusso di quelle merci, materie prime secondarie e rifiuti, che possono essere riciclati per essere reinseriti in un circuito produttivo, che si è spostato in Medioriente e soprattutto in Estremo Oriente (in Asia ed in particolare in Cina)”.   

Con l’art. 260 del d.lgs n.152 del 2006 (Testo Unico sull’Ambiente) tra le competenze delle direzioni distrettuali antimafia, ex art.51 comma 3 bis del CPP, è stato inserito anche il traffico internazionale (organizzato) di rifiuti. Ciò ha permesso, attraverso il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia, di fornire agli investigatori che indagano su tali reati tutte le informazioni disponibili sul territorio nazionale.

La convenzione sottoscritta nel 2006 tra l’Agenzia delle dogane e la Procura nazionale antimafia ha poi consentito di offrire una visione globale del traffico di rifiuti, dal porto di partenza a quello di arrivo, mappando i flussi internazionali, avendo a disposizione una mole di informazioni tali da consentirle di descrivere non solo le principali direttive di traffico, ma anche di avere informazioni precise sulle organizzazioni criminali che lo gestiscono, le loro modalità operative ed il tipo di illeciti commessi sul piano più prettamente economico.


L’importanza della logistica

Malgrado il principio di collaborazione che vige tra le autorità preposte al controllo dei luoghi di partenza e di destinazione dei rifiuti, peraltro resa difficile oltre che dalla lingua, dai particolari regimi al potere, in linea generale le direttrici del traffico variano a seconda della natura del rifiuto. Non esistendo una definizione internazionale di rifiuto domestico si ricorre a quella di cascame (e avanzo di cascame), inteso come residuo di produzione, che può essere di metallo, di rame, di polietilene (i teloni agricoli), di carta e cartone, gomma, pneumatici esausti, pile o batterie.

Una categoria a parte rivestono i rottami di autoveicoli ed i rifiuti di elettrodomestici (RAEE).

Dalla notevole quantità d informazioni disponibili, è emerso come le rotte dei rifiuti, ed in particolare i loro luoghi di destinazione, varino a seconda del tipo di rifiuto. Altro elemento determinante è la logistica. Nella maggioranza dei casi questi rifiuti viaggiano all’interno di container ammassati su navi container; per tale ragione le organizzazioni che trafficano in rifiuti privilegiano quei porti più attrezzati, in grado di fornire servizi più avanzati. Infine occorre fare presente come a tirare le fila del traffico sia la figura del broker, che altri non è che un commerciante, il quale tende a massimizzare il profitto attraverso la minimizzazione dei costi. Il che, tradotto, significa che i rifiuti che gestisce, contrariamente a quanto prescriva la normativa in vigore, non vengono mai trattati.

Il broker gestisce spesso contratti per milioni di tonnellate assumendosi la titolarità della spedizione. La nazionalità del broker dipende, in genere, dal paese di destinazione dei rifiuti. In alcuni casi la scelta del broker viene fatta dallo Stato che rilascia l’autorizzazione ad importare, sulla base dei requisiti richiesti per quella specifica tipologia di rifiuto. In Italia la dichiarazione di autorizzazione è provinciale, redatta per l’80% dei casi sulla base di un’ autocertificazione.

In pratica la tracciabilità del rifiuto dipende quasi esclusivamente dal dichiarante, ovvero dall’operatore economico.

Nel caso dei cascami e degli avanzi di polietilene e di plastica, le esportazioni verso soggetti cinesi vengono fatte da quattro grandi imprese nazionali, tutte titolari di una partita IVA registrata in Italia, ciascuna rappresentata da una persona fisica di nazionalità cinese; quest’ultima, che riveste l’incarico di rappresentante legale, acquista il prodotto dagli italiani. Il governo cinese autorizza le esportazioni di rifiuti in plastica e polietilene solo ed esclusivamente a questi quattro agenti cinesi. Per quel che riguarda il polietilene, si tratta in genere di teloni agricoli esportati illegalmente senza essere stati preventivamente trattati.

Questo processo di concentrazione della gestione del traffico ha permesso di verificare come questi quattro soggetti siano quelli con maggiore reiterazione dei delitti specifici, sia in relazione all’art. n.259 (traffico di rifiuti) che al n.260 (organizzazione del traffico di rifiuti) del Dlgs 152/2006. Per come è stata disegnata la norma ex art.259 e per via della prescrizione breve, il basso valore di deterrenza che ne consegue fa si che, di norma, la prima notizia di reato non provochi neanche l’apertura di un fascicolo a carico del titolare della notizia stessa; la seconda notizia di reato fa invece scattare sia l’art 260 che l’apertura del fascicolo. Ma di regola, se il soggetto decide di reiterare il reato lo fa spostandosi in un altro porto (quelli più impiegati dai trafficanti di rifiuti sono Genova, La Spezia, Bari, Ancona, Ravenna, Trieste Punto Franco e Salerno), il che pone il problema della tempistica, posto che la Procura in cui è stato commesso l’ultimo reato è quella titolare dell’esercizio dell’azione penale. Quel che accade, infatti, è che si ha una duplicazione dei tempi, col rischio che il reato cada in prescrizione, oltre ad una perdita di informazioni rispetto alla prima violazione.

In più, attualmente, anche se viene denunciato il legale rappresentante della società, non vi è interdittiva per quest’ultima, che può quindi continuare a svolgere i suoi traffici illeciti fino alla sentenza definitiva, data dalla quale scatta la confisca dei beni.


Organizzazioni di traffico illecito

Secondo i riscontri ottenuti attraverso diverse indagini, la Direzione centrale dell’Agenzia delle dogane è pervenuta alla conclusione che esistano (almeno) tre filiere aziendali, individuate in maniera ricorrente in diverse inchieste distinte, che si ritiene organizzino il traffico di rifiuti.  Si tratta prevalentemente di ingenti quantitativi di materiale plastico, composto in gran parte da materiale da imballaggio e da polietilene. I soggetti in questione risiedono in Italia, e coincidono con quei quattro soggetti che polarizzano le esportazioni verso la Cina.

In relazione al traffico dei rifiuti elettronici (RAEE), vi sono attualmente tre grandi inchieste giudiziarie aperte sul territorio nazionale; una di queste, partita dalle province di Brescia e di Bergamo, sta  monitorando un traffico di elettrodomestici rottamati; la raccolta di questi materiali, prevalentemente frigoriferi e levatrici ammassate all’interno di un container diretto in Africa, era gestita, attraverso cittadini africani, da alcuni soggetti legati alla criminalità campana, i quali lasciavano presagire un probabile smaltimento attraverso sotterramento. 


 

L’attività di impulso della procura nazionale

Generalmente l’indagine parte, su impulso dell’Agenzia delle dogane, dall’osservazione delle materie contenute nel container o nei containers in procinto di essere sdoganati nei vari porti ed aeroporti; il sistema telematico consente di selezionare le merci a rischio, le quali possono essere bloccate in tempi rapidissimi. I profili sottoposti all’analisi del sistema possono essere o di tipo merceologico o soggettivo, e dunque possono riguardare sia la merce che l’impresa, sia l’importatore  che l’esportatore hanno intenzione di spedire, o in alternativa l’origine e la provenienza del container.

Non tutti i reati ambientali vengono perseguiti dalle 26 procure distrettuali antimafia presenti sul territorio, e questo perché, generalmente, le mafie si occupano, o si sono occupate, esclusivamente della fase di smaltimento illegale dei rifiuti. L’unico reato che prevede l’interessamento delle procure distrettuali è l’organizzazione per lo smaltimento illecito, ex art. 260 del TU sull’ambiente. Esistono però dei reati spia, che individuano la possibile presenza di riorganizzazioni mafiose; tali reati sono:

a) l’esercizio abusivo di discarica, ex art. 256 TU sull’Ambiente; b) il traffico illecito di rifiuti non condotto in forma organizzata, ex art. 259 del TUA. la Procura nazionale procede a verificare se esistano procedimenti che abbiano oggetto questi due tipi di reato nelle varie procure ordinarie del Paese, ed in particolare se questi reati facciano riferimento a medesimi soggetti, siano esse persone fisiche o giuridiche; nel caso in cui vengano riscontrate “ricorrenze”, ovvero iscrizioni dei reati spia negli uffici di più Procure, si passa ad individuare se i nominativi identificati siano o siano stati coinvolti in procedimenti di mafia. Nel caso positivo si è in presenza di un’ organizzazione mafiosa dedita allo smaltimento di rifiuti, ex art. 260, di competenza della Procura distrettuale antimafia. A questo punto la Procura nazionale procede svolgendo un’azione di impulso nei confronti della “distrettuale” competente, come previsto dall’art. 371-bis Codice di procedura penale.

La Procura distrettuale, dunque, apre un’indagine sui soggetti segnalati dalla Procura nazionale non più in base all’art.259, bensì in base al 260 del TUA.


Lo smaltimento illegale reato d’impresa

Come affermato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, nel caso dello smaltimento illegale dei rifiuti è più corretto parlare di delitti di impresa, in quanto sono le imprese che, per risparmiare, si rivolgono alle organizzazioni mafiose per smaltire illegalmente i rifiuti industriali da esse prodotti, ed anche per nascondere la produzione in nero che, smaltendo per le vie legali, sarebbero costrette involontariamente a denunciare.

Storicamente le mafie non si sono mai occupate della filiera illegale dello smaltimento dei rifiuti; l’unica organizzazione che lo ha fatto è stata quella dei casalesi, dietro l’impulso di associazioni di tipo massonico, vedi il caso Chianese. Ancora oggi le organizzazioni mafiose, in particolare cosa nostra e ‘ndrangheta, si occupano esclusivamente della filiera legale dello smaltimento dei rifiuti, attraverso il controllo diretto degli appalti, e quindi del servizio di gestione dell’igiene urbana.

Attraverso le informazioni fornite dalle indagini effettuate, è possibile concludere come le organizzazioni mafiose dedite al traffico illecito dei rifiuti, per poter continuare a svolgere tale attività lontano dall’attenzione degli inquirenti, abbiano intrapreso dei canali internazionali di smaltimento, che valicano i confini del territorio nazionale, per puntare verso continenti, quali l’Asia, ed in particolare la Cina ed alcuni Paesi dell’Est europeo, e l’Africa.


Il ruolo dei consorzi obbligatori dei rifiuti

I consorzi obbligatori dei rifiuti, previsti nella parte IV del Testo Unico sull’Ambiente, svolgono un pubblico servizio importantissimo, che viene loro demandato dalla legge. Essi, infatti, consentono di monitorare la vita del rifiuto dall’inizio della sua esistenza fino alla fase del suo riciclo.

Tale funzione potrà però essere svolta solo se lo scopo unico del consorzio è quello del riciclo; i consorzi che invece svolgono un’ attività commerciare attraverso i rifiuti non possono essere in grado di controllare tutta la filiera del rifiuto stesso, in quanto subentra una confusione di ruoli tra controllore e controllato, che fa si che il consorzio stesso anteponga il fine dell’utile economico a quello dell’interesse della collettività, implicito invece nel processo di riciclo e di recupero.

Il soggetto che svolge l’attività del consorzio è un privato, il quale può anche decidere di privilegiare l’aspetto privatistico dell’attività, come è di fatto è accaduto, ma senza fine di lucro, come previsto dalla normativa.


Opere pubbliche e smaltimento illecito di rifiuti

La realizzazione di opere pubbliche determina la produzione di rifiuti speciali, per smaltire i quali spesso le aziende titolari dell’appalto non sono solite seguire i canali legali. E’ accaduto in passato e continua ad accadere ancora oggi, come raccontano alcune indagini condotte dalla magistratura a Milano, a Brescia e a Roma; nella Capitale, le ditte vincitrici dell’appalto per la costruzione della metro C sono indagate in un procedimento per organizzazione dedita al traffico illecito dei rifiuti, ex art 260 del TUA. Accade spesso che una volta vinto l’appalto, l’azienda o le aziende vincitrici costituiscano un’organizzazione temporanea di imprese, di cui fa parte anche l’impresa che ha come unico scopo quello di smaltire illegalmente i rifiuti, lo specialista del settore, che spesso ricopre anche il ruolo di broker, in grado di confrontarsi anche con grandi imprese di costruzione che operano anche all’estero; questi ha dietro di se un’organizzazione mafiosa che si occuperà materialmente dello smaltimento illegale dei rifiuti prodotti dai lavori, consentendo cos’ all’associazione di imprese di vincere l’appalto, con un ribasso fuori mercato sul prezzo dell’opera.  Alcune indagini condotte dalla magistratura hanno accertato come ciò si sia verificato in Piemonte, Lombardia, Toscana e Veneto.   A Brescia si concentrano molte attività produttive, le quali producono anche rifiuti altamente inquinanti; recentemente la Regione, attraverso la Autostrade Lombarde spa, ha costruito l’autostrada BreBeMi che collega Brescia, Bergamo e Milano. Lunga 62 chilometri e costruita appositamente in occasione dell’Expo, di fatto, oltre ad avere un pedaggio doppio rispetto ai percorsi alternativi a pagamento, e ciò spiega in parte il suo scarso utilizzo, rappresenta la duplicazione di un tratto della A4. Secondo il procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia Roberto Pennisi la ragione per cui è stata costruita la BreBeMi è che è servita per interrare rifiuti.

http://www.camera.it/leg17/1058?idLegislatura=17&tipologia=audiz2&sottotipologia=audizione&anno=2014&mese=11&giorno=04&idCommissione=39&numero=0009&file=indice_stenografico

Rapporto “Ambiente in Europa” anno 2014 a cura di Legambiente

  

  

   

 

 

 

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