Sipri_armi2

1776 miliardi di dollari, pari al 2,4% del PIL mondiale. E’ il valore complessivo della spesa militare nel mondo, secondo il  rapporto pubblicato ad aprile dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute); sebbene il valore sia in leggera decrescita rispetto al 2013 (-4%) in ragione della perdurante crisi economica, la spesa militare complessiva resta comunque notevolmente elevata, attestandosi sui 1776 miliardi di dollari, pari al 2,4% del PIL mondiale. Tra i pesi con una maggiore spesa militare troviamo al primo posto gli Stati Uniti con 610 miliardi, seguiti dalla Cina con 216, dalla Russia con 84,5, dall’Arabia Saudita con 80,8, dalla Francia con 62,3, dal Regno Unito con 60,5 miliardi,  dall’India con 50 miliardi, dalla Germania con 46,5, dal Giappone con 45,8,  dalla Corea del Sud con  36,7, dal Brasile con 31,7, ed in ultimo troviamo l’Italia con 30,9 miliardi.

In controtendenza rispetto ai valori medi di spesa, alcuni paesi hanno aumentato il libero della spesa militare, a partire da alcuni paesi dell’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’Est e del Medio Oriente.

Al di la della leggera flessione nella spesa degli Stati Uniti (-0,4%) che tuttavia resta ancora la prima nazione per livello di spesa militare, con tre volte il livello di spesa della seconda nazione, la Cina, ciò che desta attenzione sono le percentuali di incremento registrate nel periodo 2005-2014, con +167% per la Cina, +97% per la Russia, +112% per l’Arabia Saudita , +39% per l’India, +34% per la Corea del Sud, +41% per il Brasile, +275 per l’Australia, +15% per la Turchia, fino ad arrivare all’incredibile aumento del 135% per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, che in assoluto sono al quattordicesimo posto per spesa militare, con 22,8 miliardi di dollari.

Aree di conflitto e livelli di spesa

L’incremento di spesa militare fatto registrare dai paesi nei quali è in corso un conflitto è stato in generale di diversi ordini di grandezza; in Ucraina esso è stato, per il 2014, pari al 23% rispetto all’anno precedente; in termini reali il livello di budget di spesa per le forze armate ucraine è più che raddoppiato. Per quel che riguarda l’area mediorientale il livello complessivo di spesa è stato pari a 196 miliardi di dollari, con un incremento del 5,2% rispetto al 2013, e del 57% rispetto al 2005; a partire dal 2005 gli incrementi maggiori li hanno fatti registrare l’Iraq (+286%), gli Emirati Arabi Uniti (+135%), il Bahrein (+126%) e l’Arabia Saudita (+126%). I dati del Kuwait relativi al 2014 non sono disponibili, tuttavia il suo livello di spesa negli anni che vanno dal 2005 al 2013 è cresciuto del 112%. Occorre sottolineare come tutti questi paesi siano produttori di petrolio, ed il loro bilancio statale ha risentito in misura limitata della crisi economica, nonostante il calo del prezzo del petrolio fatto registrare nel 2014. Infine il livello di spesa relativo all’area in questione non tiene conto in maniera corretta del conflitto israelo-palestinese.

Riguardo al Qatar, nel 2012 il paese ha annunciato un programma di rafforzamento del suo esercito in forza del quale la spesa militare ha  raggiunto, nel 2014, i 23,9 miliardi di dollari.

Il continente africano ha fatto registrare, anno dopo anno, un incremento costante  di spesa militare rispetto a tutti gli altri continenti, con una crescita del 5,9% per il 2014, raggiungendo i 50,2 miliardi di dollari. Dal 2005 l’incremento della spesa è stato pari al 91%. I principali artefici di quest’aumento sono l’Algeria e l’Angola, con i relativi governi che hanno potuto beneficiare delle cospicue entrate fiscali derivanti dall’estrazione petrolifera. Gli incrementi nella spesa militare fatti registrare sono stati pari a 11,9 miliardi di dollari per l’Algeria, con un incremento del  12%, e 6,8 miliardi di dollari per l’Angola, con un incremento del 6,7%. La spesa militare per questi paesi è stata, rispettivamente, triplicata e raddoppiata rispetto al 2005. Attualmente il livello di spesa in armamenti è per entrambe i paesi pari al 5% del PIL.

Il Trattato ATT sul commercio internazionale delle armi convenzionali

Le Nazioni Unite hanno ospitato, nel marzo del 2013, la Conferenza finale sul commercio delle armi convenzionali (Arms Trade Treaty ATT). L’incontro si è concluso con l’adozione di un testo del Trattato, con adesione volontaria a partire dal mese di giugno dello stesso anno.

Al termine della Conferenza l’Assemblea Generale ha adottato una risoluzione votata da 154 Paesi, con il voto contrario di solo tre nazioni, Iran, Siria e Corea del Nord, e 23 astensioni, tra le quali Cina, Russia, India ed Indonesia. Il trattato ATT è stato firmato da tutti i paesi membri dell’UE, e la sua entrata in vigore è subordinata alla ratifica da parte di 50 Stati. Nel testo finale è previsto l’inserimento di una golden rule per la difesa dei diritti umani, oltre che delle norme del diritto internazionale umanitario. Inoltre il testo prevede un esplicito riferimento alla violenza di genere, in particolare contro le donne ed i minori: la violazione di tali diritti viene considerata una violazione del diritto umanitario e dei diritti umani. L’Italia ha ratificato l’ATT con la legge n.118 del 4 ottobre 2013; il trattato è entrato in vigore il 24 dicembre 2014.

Le esportazioni di armi italiane

Il valore globale delle licenze di esportazione definitiva è stato per il 2014 di 2.650 milioni di euro; rispetto al  2013 il dato individua una crescita del valore globale delle esportazioni pari al 23,3% (2.149 milioni), oltre ad una crescita del numeri di autorizzazioni definitive all’export pari al 34,6%

( 1.879 nel 2014 contro 1.396 nel 2013). Viceversa i dati relativi ai programmi governativi di cooperazione hanno registrato un calo, con 337 milioni pari al 12,7% del totale dell’export nel 2014, contro il 29,2% del 2013. I settori trainanti sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica) ed i sistemi d’arma (missili e artiglierie),  prodotti rispettivamente da Augusta Westland, Alenia Aermacchi, Selex ES, GE AVIO, Elettronica, Oto Melara, Piaggio Aero Industries, Fabbrica d’armi P.Beretta, Whitehead Sistemi Subacquei e IVECO ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La gran parte di queste aziende sono possedute o partecipate dal Gruppo Finmeccanica.

Di seguito l’elenco delle prime dieci aziende che hanno ricevuto autorizzazioni all’esportazione definitiva di armamenti per il 2013:

AGUSTAWESTLAND S.pA.                       589.180.701    22,23%

ALENIA AERMACCHI S.P.A                      563.530.968    21,26%

SELEX ES S.p.A.                                            340.919.033     12,86%

GE AVIO S.R.L.                                              253.154.732       9,55%

ELETTRONICA S.p.A.                                   121.660.062       4,59%

OTO MELARA S.p.A.                                    88,611.726          3,34%

PIAGGIO AERO INDUSTRIES S.p.A.            80.369.076       3,03%

FABBRICA DARMI P. BERETTA S.p.A.        65.231.786        2,46%

WHITEHEAD SISTEMI SUBACQUEI S.P.A.  62.378.481       2,35%

IVECO S.P.A.                                             55.614.751         2,10%

In relazione ai paesi destinatari delle autorizzazioni ad esportare, nel 55,7% dei casi si è trattato di Paesi membri sia dell’Unione Europea che della NATO; più in particolare si è trattato del Regno Unito, con l’11,5% dell’esportato, seguito dalla Polonia 11,3%, dalla Germania 7,4% e dagli Stati Uniti per il 7,2%.

Per quanto riguarda i Paesi extraeuropei, le esportazioni italiane si sono indirizzate negli Emirati Arabi Uniti per l’11,5%, in Arabia Saudita per il 6,1%, in Oman per il 5,3% ed in Perù per il 3,3%.

Per macro aree, i flussi delle esportazioni di armi italiane sono stati diretti per il 55,7% verso Paesi UE/NATO, per il 28% verso l’Africa Settentrionale ed il vicino Medio Oriente, e per il 5,9% verso l’America del Sud (Perù, Brasile e Messico).

Rapporto Amnesty 2014

Sebbene, in linea teorica, la politica condotta dall’Italia, in merito all’export di armi convenzionali, sia condizionata da un “costante riscontro delle situazioni locali”, dagli “imperativi di sicurezza regionale” e di “rispetto dei diritti umani” da parte dei governi destinatari delle esportazioni, oltre che dal rispetto degli impegni internazionali,  in particolare per quanto riguarda prescrizioni ed embarghi ONU ed europei, nella pratica, come espresso chiaramente dal rapporto di Amnesty, le aree del Nord Africa e del Medio Oriente, ed in particolare di regimi autoritari quali quello dell’Arabia Saudita, sono stati riforniti di armi dal nostro Paese.

A questo proposito Il rapporto di Amnesty “Medio Oriente e Africa del Nord” scrive, in relazione alla repressione del dissenso: “I governi dell’intera regione hanno continuato a reprimere il dissenso, imponendo restrizioni al diritto di libertà di parola e altre forme d’espressione, compresi i social network. Legislazioni che criminalizzano opinioni ritenute offensive nei confronti del capo dello stato, del governo o delle autorià giudiziarie, o anche dei leader di governo esteri, sono state impiegate per mandare in carcere voci critiche in Bahrein, dove un tribunale ha condannato una nota attivista a tre anni di reclusione per avere strappato una fotografia del re, oltre che in Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Kuwait, Marocco e Oman“. E ancora: “Negli Emirati Arabi Uniti le autorità hanno continuato a emettere lunghe sentenze di carcerazione nei confronti di filoriformisti, al termine di processi iniqui, e hanno introdotto nuove norme antiterrorismo dal contenuto talmente vago da equiparare le proteste pacifiche al terrorismo, un reato punibile anche con la pena di morte. Gli EAU e altri stati del Golfo, compresi Bahrein, Kuwait e Oman, si sono dotati o hanno impiegato strumenti per penalizzare persone che avevano espresso critiche in modo pacifico, privandole della cittadinanza e di conseguenza dei lori diritti in quanto cittadini di quello stato, rendendole potenzialmente apolidi. Bahrein, Kuwait e gli EAU hanno fatto ricorso a questi poteri durante l’anno. La libertà di espressione è stata gravemente limitata. Molti governi non hanno permesso l’esistenza di sindacati indipendenti. Alcuni governi, compreso quello dell’Algeria e del Marocco e Sahara Occidentale hanno stabilito l’obbligo per le associazioni indipendenti, comprese le organizzazioni per i diritti umani, di ottenere il rilascio di un’autorizzazione ufficiale per potere operare legalmente ma hanno impedito loro di registrarsi o hanno sottoposto a vessazioni quelle registrate prima dell’introduzione della nuova legge”. E infine: “Le autorità algerine hanno spento sul nascere le proteste, bloccando l’accesso ai punti di ritrovo e arrestando attivisti. In Kuwait, le autorità hanno ancora proibito le proteste dei membri della comunità bidun, molti dei quali continuavano a vedersi negare la cittadinanza kuwaitiana. In Behrein, Egitto, e Yemen le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza, compresa forza letale non necessaria, contro i manifestanti, provocando morti e feriti“. (cm)

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/921129.pdf

http://rapportoannuale.amnesty.it/2014-2015/aree/medio-oriente-e-africa-del-nord

http://www.sipri.org/research/armaments/transfers/transparency/national_reports/italy/italy_12_3.pdf

  

Advertisements