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Claudio Meloni

Mese

novembre 2015

Il traffico internazionale di rifiuti e la delocalizzazione delle imprese

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L’industria del riciclo in Italia

Secondo il rapporto “Ambiente in Europa” a cura di Legambiente, l’Italia è il leader europeo nell’industria del riciclo; infatti, secondo i dati forniti da Eurstat, se nell’Unione Europea a 28 paesi la quantità di materiali riciclati, tra cui metalli, plastica, carta, vetro, legno, tessuti e gomma, è stata, nel 2010, complessivamente pari 163 milioni di tonnellate, in Italia tale quantità è stata di 24,1 milioni di tonnellate, la più elevata in termini relativi in tutta l’Unione. Per fare un confronto, in Germania essa è stata pari a 22,4 milioni di tonnellate.

Il primato del Belpaese riguarda anche la porzione di rifiuti avviati a recupero rispetto a quella complessivamente prodotta, esclusi quelli minerali e vegetali, ed inclusi, oltre a quelli normalmente riciclati, anche quelli chimici, i fanghi ed altre tipologie. Sempre con riferimento al 2010, l’Italia ha recuperato 37 milioni di tonnellate, collocandosi seconda per quantità recuperata dopo la Germania e prima di Francia e Gran Bretagna. Rapportando tale valore per unità di PIL prodotta, l’Italia risulta il primo paese dell’Unione. Occorre specificare come questa elevata capacità di recupero di materiali non derivi da valori eccezionali di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, bensì dalla particolarità del suo sistema industriale, che le permette di raggiungere valori elevati per quanto riguarda il riciclo interno degli scarti di produzione; esso prevede, inoltre, elevati livelli di importazione di materie seconde.

Viceversa, il valori di raccolta differenziata relativa ai rifiuti urbani sono molto inferiori alla media europea, con le regioni settentrionali che raggiungono medie più elevate rispetto a quelle del centro e a quelle meridionali.

Complessivamente l’Italia raggiunge il 40% di raccolta differenziata contro una media europea pari al 65%, ed un ulteriore 40% per quel che riguarda l’interramento in discarica, contro l’1% della media europea.


L’industria ed il consumo di materia

L’indicatore relativo alla quantità di materie prime consumate direttamente o trasformate da un dato sistema industriale, introdotto negli anni ’90 dal Wuppertal Institute, valuta il livello di efficienza, anche ecologica, del sistema stesso; tale efficienza viene misurata in termini di produttività delle materie prime impiegate. Mediamente in Europa, nel decennio 2000-2011, la quantità di materie prime impiegate si è ridotto in termini assoluti, anche se non di molto, mentre il valore della produttività delle risorse è aumentato del 19%. La Germania ha ridotto del 6% il consumo di materie, mentre la sua produttività è aumentata del 21%. Per quel che riguarda l’Italia, il consumo di materie prime si è ridotto del 23%, mentre la produttività è cresciuta del 35%.

Una delle ragioni di questo elevato aumento dell’efficienza e di produttività è dovuto al fatto che l’Europa importa più materie prime e più prodotti finiti. Nel decennio 2000-2010 le materie importate sono aumentate di 100 milioni di tonnellate in Germania, di 80 in Olanda e di 70 in Gran Bretagna.

In Italia,invece, le materie prime ed i prodotti finiti sono diminuiti di 2 milioni di tonnellate. Uno studio condotto nel 2013 da Eurostat dal titolo: “Stime sul Consumo di Materie Prime (RMC) e sulle materie equivalenti (RME) ha dimostrato come questa maggiore efficienza non sia dovuta, come è invece accaduto in altri paesi, alla delocalizzazione delle produzioni meno efficienti, quelle a maggiore incidenza di manodopera.


Il traffico di rifiuti secondo l’Agenzia delle dogane 

Di diverso avviso rispetto al rapporto di Legambiente è l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, che nella seduta n.9 di martedì 4 novembre 2014, per bocca del dott. Rocco Burdo, responsabile della Direzione centrale antifrode, ha affermato come lo studio dei traffici di rifiuti non pericolosi, attraverso l’analisi dei porti di partenza e di quelli di arrivo, abbia permesso di giungere alla conclusione secondo la quale tali traffici siano un “portato della delocalizzazione produttiva di interi settori industriali che hanno attratto anche il flusso di quelle merci, materie prime secondarie e rifiuti, che possono essere riciclati per essere reinseriti in un circuito produttivo, che si è spostato in Medioriente e soprattutto in Estremo Oriente (in Asia ed in particolare in Cina)”.   

Con l’art. 260 del d.lgs n.152 del 2006 (Testo Unico sull’Ambiente) tra le competenze delle direzioni distrettuali antimafia, ex art.51 comma 3 bis del CPP, è stato inserito anche il traffico internazionale (organizzato) di rifiuti. Ciò ha permesso, attraverso il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia, di fornire agli investigatori che indagano su tali reati tutte le informazioni disponibili sul territorio nazionale.

La convenzione sottoscritta nel 2006 tra l’Agenzia delle dogane e la Procura nazionale antimafia ha poi consentito di offrire una visione globale del traffico di rifiuti, dal porto di partenza a quello di arrivo, mappando i flussi internazionali, avendo a disposizione una mole di informazioni tali da consentirle di descrivere non solo le principali direttive di traffico, ma anche di avere informazioni precise sulle organizzazioni criminali che lo gestiscono, le loro modalità operative ed il tipo di illeciti commessi sul piano più prettamente economico.


L’importanza della logistica

Malgrado il principio di collaborazione che vige tra le autorità preposte al controllo dei luoghi di partenza e di destinazione dei rifiuti, peraltro resa difficile oltre che dalla lingua, dai particolari regimi al potere, in linea generale le direttrici del traffico variano a seconda della natura del rifiuto. Non esistendo una definizione internazionale di rifiuto domestico si ricorre a quella di cascame (e avanzo di cascame), inteso come residuo di produzione, che può essere di metallo, di rame, di polietilene (i teloni agricoli), di carta e cartone, gomma, pneumatici esausti, pile o batterie.

Una categoria a parte rivestono i rottami di autoveicoli ed i rifiuti di elettrodomestici (RAEE).

Dalla notevole quantità d informazioni disponibili, è emerso come le rotte dei rifiuti, ed in particolare i loro luoghi di destinazione, varino a seconda del tipo di rifiuto. Altro elemento determinante è la logistica. Nella maggioranza dei casi questi rifiuti viaggiano all’interno di container ammassati su navi container; per tale ragione le organizzazioni che trafficano in rifiuti privilegiano quei porti più attrezzati, in grado di fornire servizi più avanzati. Infine occorre fare presente come a tirare le fila del traffico sia la figura del broker, che altri non è che un commerciante, il quale tende a massimizzare il profitto attraverso la minimizzazione dei costi. Il che, tradotto, significa che i rifiuti che gestisce, contrariamente a quanto prescriva la normativa in vigore, non vengono mai trattati.

Il broker gestisce spesso contratti per milioni di tonnellate assumendosi la titolarità della spedizione. La nazionalità del broker dipende, in genere, dal paese di destinazione dei rifiuti. In alcuni casi la scelta del broker viene fatta dallo Stato che rilascia l’autorizzazione ad importare, sulla base dei requisiti richiesti per quella specifica tipologia di rifiuto. In Italia la dichiarazione di autorizzazione è provinciale, redatta per l’80% dei casi sulla base di un’ autocertificazione.

In pratica la tracciabilità del rifiuto dipende quasi esclusivamente dal dichiarante, ovvero dall’operatore economico.

Nel caso dei cascami e degli avanzi di polietilene e di plastica, le esportazioni verso soggetti cinesi vengono fatte da quattro grandi imprese nazionali, tutte titolari di una partita IVA registrata in Italia, ciascuna rappresentata da una persona fisica di nazionalità cinese; quest’ultima, che riveste l’incarico di rappresentante legale, acquista il prodotto dagli italiani. Il governo cinese autorizza le esportazioni di rifiuti in plastica e polietilene solo ed esclusivamente a questi quattro agenti cinesi. Per quel che riguarda il polietilene, si tratta in genere di teloni agricoli esportati illegalmente senza essere stati preventivamente trattati.

Questo processo di concentrazione della gestione del traffico ha permesso di verificare come questi quattro soggetti siano quelli con maggiore reiterazione dei delitti specifici, sia in relazione all’art. n.259 (traffico di rifiuti) che al n.260 (organizzazione del traffico di rifiuti) del Dlgs 152/2006. Per come è stata disegnata la norma ex art.259 e per via della prescrizione breve, il basso valore di deterrenza che ne consegue fa si che, di norma, la prima notizia di reato non provochi neanche l’apertura di un fascicolo a carico del titolare della notizia stessa; la seconda notizia di reato fa invece scattare sia l’art 260 che l’apertura del fascicolo. Ma di regola, se il soggetto decide di reiterare il reato lo fa spostandosi in un altro porto (quelli più impiegati dai trafficanti di rifiuti sono Genova, La Spezia, Bari, Ancona, Ravenna, Trieste Punto Franco e Salerno), il che pone il problema della tempistica, posto che la Procura in cui è stato commesso l’ultimo reato è quella titolare dell’esercizio dell’azione penale. Quel che accade, infatti, è che si ha una duplicazione dei tempi, col rischio che il reato cada in prescrizione, oltre ad una perdita di informazioni rispetto alla prima violazione.

In più, attualmente, anche se viene denunciato il legale rappresentante della società, non vi è interdittiva per quest’ultima, che può quindi continuare a svolgere i suoi traffici illeciti fino alla sentenza definitiva, data dalla quale scatta la confisca dei beni.


Organizzazioni di traffico illecito

Secondo i riscontri ottenuti attraverso diverse indagini, la Direzione centrale dell’Agenzia delle dogane è pervenuta alla conclusione che esistano (almeno) tre filiere aziendali, individuate in maniera ricorrente in diverse inchieste distinte, che si ritiene organizzino il traffico di rifiuti.  Si tratta prevalentemente di ingenti quantitativi di materiale plastico, composto in gran parte da materiale da imballaggio e da polietilene. I soggetti in questione risiedono in Italia, e coincidono con quei quattro soggetti che polarizzano le esportazioni verso la Cina.

In relazione al traffico dei rifiuti elettronici (RAEE), vi sono attualmente tre grandi inchieste giudiziarie aperte sul territorio nazionale; una di queste, partita dalle province di Brescia e di Bergamo, sta  monitorando un traffico di elettrodomestici rottamati; la raccolta di questi materiali, prevalentemente frigoriferi e levatrici ammassate all’interno di un container diretto in Africa, era gestita, attraverso cittadini africani, da alcuni soggetti legati alla criminalità campana, i quali lasciavano presagire un probabile smaltimento attraverso sotterramento. 


 

L’attività di impulso della procura nazionale

Generalmente l’indagine parte, su impulso dell’Agenzia delle dogane, dall’osservazione delle materie contenute nel container o nei containers in procinto di essere sdoganati nei vari porti ed aeroporti; il sistema telematico consente di selezionare le merci a rischio, le quali possono essere bloccate in tempi rapidissimi. I profili sottoposti all’analisi del sistema possono essere o di tipo merceologico o soggettivo, e dunque possono riguardare sia la merce che l’impresa, sia l’importatore  che l’esportatore hanno intenzione di spedire, o in alternativa l’origine e la provenienza del container.

Non tutti i reati ambientali vengono perseguiti dalle 26 procure distrettuali antimafia presenti sul territorio, e questo perché, generalmente, le mafie si occupano, o si sono occupate, esclusivamente della fase di smaltimento illegale dei rifiuti. L’unico reato che prevede l’interessamento delle procure distrettuali è l’organizzazione per lo smaltimento illecito, ex art. 260 del TU sull’ambiente. Esistono però dei reati spia, che individuano la possibile presenza di riorganizzazioni mafiose; tali reati sono:

a) l’esercizio abusivo di discarica, ex art. 256 TU sull’Ambiente; b) il traffico illecito di rifiuti non condotto in forma organizzata, ex art. 259 del TUA. la Procura nazionale procede a verificare se esistano procedimenti che abbiano oggetto questi due tipi di reato nelle varie procure ordinarie del Paese, ed in particolare se questi reati facciano riferimento a medesimi soggetti, siano esse persone fisiche o giuridiche; nel caso in cui vengano riscontrate “ricorrenze”, ovvero iscrizioni dei reati spia negli uffici di più Procure, si passa ad individuare se i nominativi identificati siano o siano stati coinvolti in procedimenti di mafia. Nel caso positivo si è in presenza di un’ organizzazione mafiosa dedita allo smaltimento di rifiuti, ex art. 260, di competenza della Procura distrettuale antimafia. A questo punto la Procura nazionale procede svolgendo un’azione di impulso nei confronti della “distrettuale” competente, come previsto dall’art. 371-bis Codice di procedura penale.

La Procura distrettuale, dunque, apre un’indagine sui soggetti segnalati dalla Procura nazionale non più in base all’art.259, bensì in base al 260 del TUA.


Lo smaltimento illegale reato d’impresa

Come affermato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, nel caso dello smaltimento illegale dei rifiuti è più corretto parlare di delitti di impresa, in quanto sono le imprese che, per risparmiare, si rivolgono alle organizzazioni mafiose per smaltire illegalmente i rifiuti industriali da esse prodotti, ed anche per nascondere la produzione in nero che, smaltendo per le vie legali, sarebbero costrette involontariamente a denunciare.

Storicamente le mafie non si sono mai occupate della filiera illegale dello smaltimento dei rifiuti; l’unica organizzazione che lo ha fatto è stata quella dei casalesi, dietro l’impulso di associazioni di tipo massonico, vedi il caso Chianese. Ancora oggi le organizzazioni mafiose, in particolare cosa nostra e ‘ndrangheta, si occupano esclusivamente della filiera legale dello smaltimento dei rifiuti, attraverso il controllo diretto degli appalti, e quindi del servizio di gestione dell’igiene urbana.

Attraverso le informazioni fornite dalle indagini effettuate, è possibile concludere come le organizzazioni mafiose dedite al traffico illecito dei rifiuti, per poter continuare a svolgere tale attività lontano dall’attenzione degli inquirenti, abbiano intrapreso dei canali internazionali di smaltimento, che valicano i confini del territorio nazionale, per puntare verso continenti, quali l’Asia, ed in particolare la Cina ed alcuni Paesi dell’Est europeo, e l’Africa.


Il ruolo dei consorzi obbligatori dei rifiuti

I consorzi obbligatori dei rifiuti, previsti nella parte IV del Testo Unico sull’Ambiente, svolgono un pubblico servizio importantissimo, che viene loro demandato dalla legge. Essi, infatti, consentono di monitorare la vita del rifiuto dall’inizio della sua esistenza fino alla fase del suo riciclo.

Tale funzione potrà però essere svolta solo se lo scopo unico del consorzio è quello del riciclo; i consorzi che invece svolgono un’ attività commerciare attraverso i rifiuti non possono essere in grado di controllare tutta la filiera del rifiuto stesso, in quanto subentra una confusione di ruoli tra controllore e controllato, che fa si che il consorzio stesso anteponga il fine dell’utile economico a quello dell’interesse della collettività, implicito invece nel processo di riciclo e di recupero.

Il soggetto che svolge l’attività del consorzio è un privato, il quale può anche decidere di privilegiare l’aspetto privatistico dell’attività, come è di fatto è accaduto, ma senza fine di lucro, come previsto dalla normativa.


Opere pubbliche e smaltimento illecito di rifiuti

La realizzazione di opere pubbliche determina la produzione di rifiuti speciali, per smaltire i quali spesso le aziende titolari dell’appalto non sono solite seguire i canali legali. E’ accaduto in passato e continua ad accadere ancora oggi, come raccontano alcune indagini condotte dalla magistratura a Milano, a Brescia e a Roma; nella Capitale, le ditte vincitrici dell’appalto per la costruzione della metro C sono indagate in un procedimento per organizzazione dedita al traffico illecito dei rifiuti, ex art 260 del TUA. Accade spesso che una volta vinto l’appalto, l’azienda o le aziende vincitrici costituiscano un’organizzazione temporanea di imprese, di cui fa parte anche l’impresa che ha come unico scopo quello di smaltire illegalmente i rifiuti, lo specialista del settore, che spesso ricopre anche il ruolo di broker, in grado di confrontarsi anche con grandi imprese di costruzione che operano anche all’estero; questi ha dietro di se un’organizzazione mafiosa che si occuperà materialmente dello smaltimento illegale dei rifiuti prodotti dai lavori, consentendo cos’ all’associazione di imprese di vincere l’appalto, con un ribasso fuori mercato sul prezzo dell’opera.  Alcune indagini condotte dalla magistratura hanno accertato come ciò si sia verificato in Piemonte, Lombardia, Toscana e Veneto.   A Brescia si concentrano molte attività produttive, le quali producono anche rifiuti altamente inquinanti; recentemente la Regione, attraverso la Autostrade Lombarde spa, ha costruito l’autostrada BreBeMi che collega Brescia, Bergamo e Milano. Lunga 62 chilometri e costruita appositamente in occasione dell’Expo, di fatto, oltre ad avere un pedaggio doppio rispetto ai percorsi alternativi a pagamento, e ciò spiega in parte il suo scarso utilizzo, rappresenta la duplicazione di un tratto della A4. Secondo il procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia Roberto Pennisi la ragione per cui è stata costruita la BreBeMi è che è servita per interrare rifiuti.

http://www.camera.it/leg17/1058?idLegislatura=17&tipologia=audiz2&sottotipologia=audizione&anno=2014&mese=11&giorno=04&idCommissione=39&numero=0009&file=indice_stenografico

Rapporto “Ambiente in Europa” anno 2014 a cura di Legambiente

  

  

   

 

 

 

L’export di armi in Italia

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1776 miliardi di dollari, pari al 2,4% del PIL mondiale. E’ il valore complessivo della spesa militare nel mondo, secondo il  rapporto pubblicato ad aprile dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute); sebbene il valore sia in leggera decrescita rispetto al 2013 (-4%) in ragione della perdurante crisi economica, la spesa militare complessiva resta comunque notevolmente elevata, attestandosi sui 1776 miliardi di dollari, pari al 2,4% del PIL mondiale. Tra i pesi con una maggiore spesa militare troviamo al primo posto gli Stati Uniti con 610 miliardi, seguiti dalla Cina con 216, dalla Russia con 84,5, dall’Arabia Saudita con 80,8, dalla Francia con 62,3, dal Regno Unito con 60,5 miliardi,  dall’India con 50 miliardi, dalla Germania con 46,5, dal Giappone con 45,8,  dalla Corea del Sud con  36,7, dal Brasile con 31,7, ed in ultimo troviamo l’Italia con 30,9 miliardi.

In controtendenza rispetto ai valori medi di spesa, alcuni paesi hanno aumentato il libero della spesa militare, a partire da alcuni paesi dell’Africa, dall’Asia, dall’Europa dell’Est e del Medio Oriente.

Al di la della leggera flessione nella spesa degli Stati Uniti (-0,4%) che tuttavia resta ancora la prima nazione per livello di spesa militare, con tre volte il livello di spesa della seconda nazione, la Cina, ciò che desta attenzione sono le percentuali di incremento registrate nel periodo 2005-2014, con +167% per la Cina, +97% per la Russia, +112% per l’Arabia Saudita , +39% per l’India, +34% per la Corea del Sud, +41% per il Brasile, +275 per l’Australia, +15% per la Turchia, fino ad arrivare all’incredibile aumento del 135% per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, che in assoluto sono al quattordicesimo posto per spesa militare, con 22,8 miliardi di dollari.

Aree di conflitto e livelli di spesa

L’incremento di spesa militare fatto registrare dai paesi nei quali è in corso un conflitto è stato in generale di diversi ordini di grandezza; in Ucraina esso è stato, per il 2014, pari al 23% rispetto all’anno precedente; in termini reali il livello di budget di spesa per le forze armate ucraine è più che raddoppiato. Per quel che riguarda l’area mediorientale il livello complessivo di spesa è stato pari a 196 miliardi di dollari, con un incremento del 5,2% rispetto al 2013, e del 57% rispetto al 2005; a partire dal 2005 gli incrementi maggiori li hanno fatti registrare l’Iraq (+286%), gli Emirati Arabi Uniti (+135%), il Bahrein (+126%) e l’Arabia Saudita (+126%). I dati del Kuwait relativi al 2014 non sono disponibili, tuttavia il suo livello di spesa negli anni che vanno dal 2005 al 2013 è cresciuto del 112%. Occorre sottolineare come tutti questi paesi siano produttori di petrolio, ed il loro bilancio statale ha risentito in misura limitata della crisi economica, nonostante il calo del prezzo del petrolio fatto registrare nel 2014. Infine il livello di spesa relativo all’area in questione non tiene conto in maniera corretta del conflitto israelo-palestinese.

Riguardo al Qatar, nel 2012 il paese ha annunciato un programma di rafforzamento del suo esercito in forza del quale la spesa militare ha  raggiunto, nel 2014, i 23,9 miliardi di dollari.

Il continente africano ha fatto registrare, anno dopo anno, un incremento costante  di spesa militare rispetto a tutti gli altri continenti, con una crescita del 5,9% per il 2014, raggiungendo i 50,2 miliardi di dollari. Dal 2005 l’incremento della spesa è stato pari al 91%. I principali artefici di quest’aumento sono l’Algeria e l’Angola, con i relativi governi che hanno potuto beneficiare delle cospicue entrate fiscali derivanti dall’estrazione petrolifera. Gli incrementi nella spesa militare fatti registrare sono stati pari a 11,9 miliardi di dollari per l’Algeria, con un incremento del  12%, e 6,8 miliardi di dollari per l’Angola, con un incremento del 6,7%. La spesa militare per questi paesi è stata, rispettivamente, triplicata e raddoppiata rispetto al 2005. Attualmente il livello di spesa in armamenti è per entrambe i paesi pari al 5% del PIL.

Il Trattato ATT sul commercio internazionale delle armi convenzionali

Le Nazioni Unite hanno ospitato, nel marzo del 2013, la Conferenza finale sul commercio delle armi convenzionali (Arms Trade Treaty ATT). L’incontro si è concluso con l’adozione di un testo del Trattato, con adesione volontaria a partire dal mese di giugno dello stesso anno.

Al termine della Conferenza l’Assemblea Generale ha adottato una risoluzione votata da 154 Paesi, con il voto contrario di solo tre nazioni, Iran, Siria e Corea del Nord, e 23 astensioni, tra le quali Cina, Russia, India ed Indonesia. Il trattato ATT è stato firmato da tutti i paesi membri dell’UE, e la sua entrata in vigore è subordinata alla ratifica da parte di 50 Stati. Nel testo finale è previsto l’inserimento di una golden rule per la difesa dei diritti umani, oltre che delle norme del diritto internazionale umanitario. Inoltre il testo prevede un esplicito riferimento alla violenza di genere, in particolare contro le donne ed i minori: la violazione di tali diritti viene considerata una violazione del diritto umanitario e dei diritti umani. L’Italia ha ratificato l’ATT con la legge n.118 del 4 ottobre 2013; il trattato è entrato in vigore il 24 dicembre 2014.

Le esportazioni di armi italiane

Il valore globale delle licenze di esportazione definitiva è stato per il 2014 di 2.650 milioni di euro; rispetto al  2013 il dato individua una crescita del valore globale delle esportazioni pari al 23,3% (2.149 milioni), oltre ad una crescita del numeri di autorizzazioni definitive all’export pari al 34,6%

( 1.879 nel 2014 contro 1.396 nel 2013). Viceversa i dati relativi ai programmi governativi di cooperazione hanno registrato un calo, con 337 milioni pari al 12,7% del totale dell’export nel 2014, contro il 29,2% del 2013. I settori trainanti sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica) ed i sistemi d’arma (missili e artiglierie),  prodotti rispettivamente da Augusta Westland, Alenia Aermacchi, Selex ES, GE AVIO, Elettronica, Oto Melara, Piaggio Aero Industries, Fabbrica d’armi P.Beretta, Whitehead Sistemi Subacquei e IVECO ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La gran parte di queste aziende sono possedute o partecipate dal Gruppo Finmeccanica.

Di seguito l’elenco delle prime dieci aziende che hanno ricevuto autorizzazioni all’esportazione definitiva di armamenti per il 2013:

AGUSTAWESTLAND S.pA.                       589.180.701    22,23%

ALENIA AERMACCHI S.P.A                      563.530.968    21,26%

SELEX ES S.p.A.                                            340.919.033     12,86%

GE AVIO S.R.L.                                              253.154.732       9,55%

ELETTRONICA S.p.A.                                   121.660.062       4,59%

OTO MELARA S.p.A.                                    88,611.726          3,34%

PIAGGIO AERO INDUSTRIES S.p.A.            80.369.076       3,03%

FABBRICA DARMI P. BERETTA S.p.A.        65.231.786        2,46%

WHITEHEAD SISTEMI SUBACQUEI S.P.A.  62.378.481       2,35%

IVECO S.P.A.                                             55.614.751         2,10%

In relazione ai paesi destinatari delle autorizzazioni ad esportare, nel 55,7% dei casi si è trattato di Paesi membri sia dell’Unione Europea che della NATO; più in particolare si è trattato del Regno Unito, con l’11,5% dell’esportato, seguito dalla Polonia 11,3%, dalla Germania 7,4% e dagli Stati Uniti per il 7,2%.

Per quanto riguarda i Paesi extraeuropei, le esportazioni italiane si sono indirizzate negli Emirati Arabi Uniti per l’11,5%, in Arabia Saudita per il 6,1%, in Oman per il 5,3% ed in Perù per il 3,3%.

Per macro aree, i flussi delle esportazioni di armi italiane sono stati diretti per il 55,7% verso Paesi UE/NATO, per il 28% verso l’Africa Settentrionale ed il vicino Medio Oriente, e per il 5,9% verso l’America del Sud (Perù, Brasile e Messico).

Rapporto Amnesty 2014

Sebbene, in linea teorica, la politica condotta dall’Italia, in merito all’export di armi convenzionali, sia condizionata da un “costante riscontro delle situazioni locali”, dagli “imperativi di sicurezza regionale” e di “rispetto dei diritti umani” da parte dei governi destinatari delle esportazioni, oltre che dal rispetto degli impegni internazionali,  in particolare per quanto riguarda prescrizioni ed embarghi ONU ed europei, nella pratica, come espresso chiaramente dal rapporto di Amnesty, le aree del Nord Africa e del Medio Oriente, ed in particolare di regimi autoritari quali quello dell’Arabia Saudita, sono stati riforniti di armi dal nostro Paese.

A questo proposito Il rapporto di Amnesty “Medio Oriente e Africa del Nord” scrive, in relazione alla repressione del dissenso: “I governi dell’intera regione hanno continuato a reprimere il dissenso, imponendo restrizioni al diritto di libertà di parola e altre forme d’espressione, compresi i social network. Legislazioni che criminalizzano opinioni ritenute offensive nei confronti del capo dello stato, del governo o delle autorià giudiziarie, o anche dei leader di governo esteri, sono state impiegate per mandare in carcere voci critiche in Bahrein, dove un tribunale ha condannato una nota attivista a tre anni di reclusione per avere strappato una fotografia del re, oltre che in Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Kuwait, Marocco e Oman“. E ancora: “Negli Emirati Arabi Uniti le autorità hanno continuato a emettere lunghe sentenze di carcerazione nei confronti di filoriformisti, al termine di processi iniqui, e hanno introdotto nuove norme antiterrorismo dal contenuto talmente vago da equiparare le proteste pacifiche al terrorismo, un reato punibile anche con la pena di morte. Gli EAU e altri stati del Golfo, compresi Bahrein, Kuwait e Oman, si sono dotati o hanno impiegato strumenti per penalizzare persone che avevano espresso critiche in modo pacifico, privandole della cittadinanza e di conseguenza dei lori diritti in quanto cittadini di quello stato, rendendole potenzialmente apolidi. Bahrein, Kuwait e gli EAU hanno fatto ricorso a questi poteri durante l’anno. La libertà di espressione è stata gravemente limitata. Molti governi non hanno permesso l’esistenza di sindacati indipendenti. Alcuni governi, compreso quello dell’Algeria e del Marocco e Sahara Occidentale hanno stabilito l’obbligo per le associazioni indipendenti, comprese le organizzazioni per i diritti umani, di ottenere il rilascio di un’autorizzazione ufficiale per potere operare legalmente ma hanno impedito loro di registrarsi o hanno sottoposto a vessazioni quelle registrate prima dell’introduzione della nuova legge”. E infine: “Le autorità algerine hanno spento sul nascere le proteste, bloccando l’accesso ai punti di ritrovo e arrestando attivisti. In Kuwait, le autorità hanno ancora proibito le proteste dei membri della comunità bidun, molti dei quali continuavano a vedersi negare la cittadinanza kuwaitiana. In Behrein, Egitto, e Yemen le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza, compresa forza letale non necessaria, contro i manifestanti, provocando morti e feriti“. (cm)

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/921129.pdf

http://rapportoannuale.amnesty.it/2014-2015/aree/medio-oriente-e-africa-del-nord

http://www.sipri.org/research/armaments/transfers/transparency/national_reports/italy/italy_12_3.pdf

  

Il SISDE e lo scandalo dei fondi neri

Marchio del Sisde

Il delitto dell’Olgiata

Il 10 luglio 1991 viene trovato, all’interno di una villa nel comprensorio a Nord di Roma dell’Olgiata, il corpo senza vita della contessa Alberica Filo della Torre. La donna, moglie del costruttore Pietro Mattei, presenta una vistosa ferita sulla fronte fasciata da un asciugamano, anche se la causa della morte si scoprirà essere lo strangolamento. Come scrisse Sciascia nel Giorno della civetta, da quando venne rappresentata per la prima volta in Sicilia l’opera di Mascagni dal titolo “la Cavalleria Rusticana“, buona parte degli omicidi di mafia sono stati derubricati, un po per la comodità degli inquirenti di trovare rapidamente il/i colpevole/i, e un poco per quella dei mafiosi, dato che l’omicidio d’onore veniva “pagato” meno in termini di pena dell’omicidio mafioso, come “faccenda di corna”.

Ed in effetti le indagini ed anche i giornali sembrano inizialmente propendere per il delitto passionale, anche per via del fatto che villa Mattei è frequentata dal figlio dell’insegnante di inglese dei due figli della coppia, Roberto Iacono, che invece si scoprira’ avere una relazione con la sorella della porno star Moana Pozzi, tal Baby Pozzi, ma soprattutto perché si viene a sapere che la contessa aveva intenzione di separarsi dal marito.

In seguito le indagini sembrano seguire la pista della rapina, e ad essere sospettato è il domestico della famiglia, il filippino Manuel Winston.

Dalla camera della contessa vengono rubati solo alcuni gioielli, mentre l’ipotetico ladro assassino ha lasciato sul comodino della vittima un Rolex d’oro ed altri preziosi di grande valore. A complicare il quadro c’è anche il fatto che quella sera nella villa si sarebbe dovuta tenere una festa, ed in casa della vittima la mattina dell’omicidio, oltre ai figli Manfredi e Domitilla, ai domestici filippini ed all’insegnante d’inglese,  vi sono anche quattro operai che devono eseguire dei lavori. Le indagini non approdano a nulla. Venti anni dopo Pietro Mattei fa riaprire il caso, e grazie al test del DNA rinvenuto sul Rolex d’oro della vittima e sulle lenzuola macchiate di sangue, viene accusato Manuel Winston, che in seguito viene condannato a 16 anni per omicidio (le accuse di furto erano nel frattempo cadute in prescrizione). Si scopre anche che il giudice che aveva condotto la prima indagine, il procuratore aggiunto Italo Ormanni, aveva ordinato delle intercettazioni ambientali che però, essendo in spagnolo, non sono mai state tradotte. E proprio una di queste intercettazioni immortala Winston mentre parla con il ricettatore dei gioielli rubati alla vittima. Caso chiuso.


L’indagine interna del Sisde

Qualche mese prima dell’omicidio dell’Olgiata, viene nominato segretario generale del Cesis, l’organismo di controllo dei servizi segreti Sismi e Sisde, l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, il quale da il via ad un’indagine tesa a verificare l’affidabilità dei funzionari del Sisde; a tale scopo viene creato un nucleo di elementi dell’Ucsi, l’Ufficio Centrale per la Sicurezza, un ufficio del Sismi incaricato di sovrintendere il rilascio del nullaosta  di sicurezza a persone o ad enti che entrano in contatto con i Servizi militari, e del Cesis, che riceve l’incaricato di effettuare indagini patrimoniali sui funzionari dei Servizi civili. Dagli accertamenti emerge come i funzionari Michele Finocchi, Gerardo Di Pasquale, Matilda Paola Martucci e Maurizio Broccoletti, siano diventati improvvisamente ricchissimi. L’inchiesta di Fulci fa inoltre emergere l’illiceità dei metodi di assunzione e di gestione del personale dipendente dall’amministrazione del Sisde. Finocchi e Di Pasquale risultano anche essere soci di maggioranza dell’agenzia di viaggi che fornisce in esclusiva i biglietti per tutti gli agenti che si recano in missione, la Miura Travel. 

Fulci trasmette gli esiti dell’inchiesta al direttore del Sisde, il prefetto Alessandro Voci, il quale apre un’inchiesta interna che però non approda a nulla. Voci si rivolge quindi alla presidenza del Consiglio, nelle persone di Giulio Andreotti prima, e di Giuliano Amato a partire dal 28 giugno 1992, senza ottenere alcuna indicazione in merito. Nelle successive indagini Voci scopre il rapido aumento dei patrimoni dei Finocchi e Di Pasquale, e di quello dell’ex funzionario Broccoletti, allontanato nel 1991. Oltre a ciò Voci scopre anche che la segretaria personale del suo predecessore Riccardo Malpica, Matilda Paola Martucci, aveva continuato a ricoprire il suo ruolo senza essere in possesso del nullaosta di sicurezza indispensabile per l’abilitazione ad operatore dell’intelligence.


L’estate degli attentati del 1992

Quell’anno viene funestato da una serie di attentati esplosivi che si intrecciano con la vicenda dei fondi neri fin qui descritta.

A partire dagli attentati a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, in cui cadono oltre a i due magistrati, la moglie di Falcone, il magistrato Francesca Morvillo, ed otto agenti di scorta; i due attentati vengono seguiti nel mese di maggio da quello di via Fauro a Roma, che provoca più di venti feriti. Di seguito è la volta della bomba di via della Lambertesca a Firenze, che colpisce l’Accademia dei Georgofili, e che causa cinque morti. In giugno viene rinvenuto e disinnescato un ordigno esplosivo all’interno di una vettura parcheggiata nei pressi di Palazzo Chigi. Sempre nel mese di giugno, il 27,  altri tre attentati incendiano Roma e Milano, coinvolgendo la basilica di S.Giovanni in Laterano e la chiesa di S.Giorgio al Velabro a Roma, e via Palestro a Milano. Quest’ultimo provoca cinque vittime. I sospetti circa i mandanti degli attentati ricadono sulle dinamiche interne tra logge massoniche deviate e sulla strategia stragista voluta dai Corleonesi guidati da Totò Riina, nell’ambito della trattativa Stato-mafia. In particolare nella chiesa di San Giorgio al Velabro si riuniscono i  membri del Sacro Ordine Militare Costantiniano di San Giorgio.

Nel mese di luglio il Presidente del Consiglio Giuliano Amato riceve l’input di affidare a Michele Finocchi un incarico di rilievo all’interno del Sisde: direttore o vice. L’incarico non viene concesso a causa dell’opposizione sia del segretario del Cesis, Fulci, che dal ministro dell’Interno Nicola Mancino.

Verso la fine del 1992 sia Finocchi che Di Pasquale vengono allontanati dalle loro funzioni, rispettivamente di capo di gabinetto e capo del servizio logistico. Le due barbe finte restano comunque inquadrate nel Sisde, il primo diventa capo della direzione Servizi Civili in pratica il coordinamento tra Sisde e polizia, ed il secondo capo del coordinamento tra Sisde e Criminalpol. Inoltre Finocchi continua a gestire le società che fanno capo al Sisde, la Gus e la Gattel. Al termine dell’inchiesta, il prefetto Voci decide di procedere archiviando le accuse per i tre funzionari.


L’inchiesta del pm Vinci

Nel dicembre del 1992 Alessandro Voci e Angelo Finocchiaro, subentrato al primo alla guida del Sisde, vengono convocati dal pm di Roma Antonino Vinci. Nell’ambito dell’inchiesta sui palazzi d’oro relativa ad una compravendita di palazzi di enti pubblici dietro il pagamento di laute tangenti, Vinci aveva incaricato la Guardia di Finanza di controllare i depositi di tutte le banche romane, per individuare eventuali conti intestati a funzionari pubblici corrotti. Da quell’indagine emerge l’esistenza di numerosi conti miliardari presso l’istituto di credito Carimonte intestati a funzionari del Sisde. Per la verità già nell’inchiesta sul cd “delitto dell’Olgiata” il procuratore aggiunto Italo Ormanni ed i pm Cesare Martellino e Nicola Maiorano avevano verificato l’esistenza di ingenti disponibilità in conti intestati alla vittima, depositati presso alcune banche francesi, svizzere, inglesi e di Hong Kong, ed avevano ricollegato quei fondi a Michele Finocchi, amico di famiglia. In particolare si faceva riferimento al conto svizzero numero FF2927, in relazione al quale gli inquirenti inoltrarono alla magistratura elvetica diverse rogatorie.

Dagli interrogatori emergono le prime ammissioni relative ad indebite appropriazioni di fondi del Sisde. Nella filiale della Carimonte di via Quintino Sella Vinci scopre dei conti intestati a Broccoletti, Finocchi, Di Pasquale, Sorrentino e Galati, i cinque funzionari apicali del Sisde, per  un importo complessivo di 14 miliardi di lire. Vinci teorizza un meccanismo per fare ritornare i fondi nelle disponibilità del direttore del Sisde, facendo sembrare che quelle somme erano state stornate dai funzionari infedeli per esigenze di servizio.  A tale scopo il magistrato fa firmare agli autori dell’illecito delle dichiarazioni che attestano tale fatto, ottenendo quindi l’effetto di scagionarli dalle accuse. Quello stesso dicembre le somme sottratte rientrano nella disponibilità del nuovo direttore Finocchiaro. Tutto viene messo a tacere.


Il fallimento della Miura Travel e l’inchiesta di Frisani

I primi giorni del gennaio del 1993 sul tavolo del sostituto procuratore Leonardo Frisani vengono depositati gli incartamenti relativi al fallimento di un’agenzia di viaggi, la Miura Travel. Ciò che subito balza subito agli occhi degli inquirenti è che la società appartiene al 60% a Finocchi e Di Paquale, risultando intestata alla moglie di quest’ultimo, a Finocchi e ad una sua amica. Ma in essa lavorano anche Massimiliano, figlio di Di Pasquale, e Alberto Luzzi, figlio della segretaria personale di Riccardo Malpica. Dalle indagini emerge l’esistenza di altri conti intestati sempre agli stessi cinque funzionari apicali del Sisde (Broccoletti, Finocchi, Di Pasquale, Sorrentino e Galati) presso il Credito Industriale di San Marino, per un importo complessivo di 38 miliardi di lire. Ma i soldi sottratti al Sisde sono molti di più, e così Frisani chiede l’arresto per tutti e cinque i funzionari, oltre a Malpica responsabile del Sisde durante il periodo incriminato, per aver consentito che tali somme, entrate nella disponibilità degli indagati per finalità connesse alla loro funzione, cd “fondi riservati”, venissero da questi sottratte con il suo accordo, avendo Malpica evitato di segnalare la loro giacenza nel passaggio di consegne dalla vecchia gestione a quella del suo successore, il prefetto Voci. Oltre a ciò Malpica avrebbe dichiarato il falso, attestando di avere devoluto quelle stesse somme per esigenze di missione. Infine Di Pasquale e Finocchi  avrebbero commesso il reato di abuso d’ufficio, avendo fatturato a prezzo pieno e  non scontato, i titoli di viaggio emessi in favore del personale del Sisde per esigenze di servizio. Nel febbraio del 1994 il Tribunale di Roma condanna in primo grado Broccoletti e Di Pasquale a nove anni, Finocchi ad otto ani e sei mesi, Galati a sei anni, Malpica a  tre anni e tre mesi, Martucci a due anni e due mesi, Sorrentino a due anni e dieci mesi. Le pene vengono poi confermate anche in Cassazione (2000). Il 15 gennaio del 2000 la Corte dei Conti del Lazio condanna gli ex cinque funzionari di vertice del Sisde al pagamento di 92 miliardi di lire per le somme sottratte dai fondi riservati del Sisde e per il danno erariale cagionato.


Il libro paga dei Servizi

Nell’ottobre del 1993 Broccoletti, che fino ad allora era stato latitante, si presenta in procura per incontrare il procuratore aggiunto Ettore Torri. Al magistrato l’ex funzionario del Sisde consegna la prima parte del libro paga del servizio. In esso vi sono i nomi di politici, prefetti, carabinieri, giornalisti e magistrati che avevano percepito somme di denaro dal Sisde. Tra i nomi di politici a libro i paga dei Servizi vi sono tutti i ministri dell’Interno dal dopoguerra, fatta eccezione per Amintore Fanfani. Grande scalpore fa in quel periodo l’inchiesta condotta dall’allora direttore del quotidiano Milano Finanza (MF), Franco Bechis, in relazione alle indagini in corso sul giro di fondi neri del Sisde, dei quali beneficiarono giornalisti, personaggi noti e soprattutto politici. Lo scoop precede la confessione di Broccoletti, il quale ammette la dazione di somme provenienti dai fondi del Sisde, in favore degli stessi direttori del servizio, di questori, politici e generali. La procura di Roma emette una serie di ordini di arresto per peculato a carico di tutti i direttori del Sisde susseguitisi dal 1982 al 1992. Le indagini successive permettono di accertare che tra il 1987 ed il 1991, vale a dire negli anni della gestione del Sisde facente capo al prefetto Malpica, le spese relative ai fondi riservati salgono da 328 a  536 miliardi di lire. L’accertamento della cifra esatta non è stata possibile in quanto i documenti contabili vengono distrutti ogni tre mesi. Tuttavia una stima plausibile dei fondi stornati dai funzionari infedeli calcola in circa sessanta miliardi i soldi complessivamente sottratti al Sisde. Soldi che in gran parte non sono mai stati restituiti.


L’architetto Salabè e i “servizi” offerti dal Sisde

A margine di questa vicenda vi è anche quella legata all’architetto Adolfo Salabè, insignito nel 1963 da papa Paolo VI del titolo di Gentiluomo di sua Santità. Il ruolo di Salabè in questa vicenda è quello di riciclare i soldi sottratti al Sisde dai funzionari infedeli, attraverso il sistema delle false fatture; Salabè è titolare di diverse imprese che si occupano di ristrutturazioni immobiliari.

Di norma l’amministrazione dei Servizi, nel caso di lavori edili da eseguire presso strutture di sua pertinenza,  procede per affidamento diretto dell’incarico ad una ditta scelta dall’amministrazione stessa, senza passare per l’indizione di una gara.

In seguito, tutti gli atti relativi ai lavori eseguiti vengono, per ragioni di sicurezza, coperti dal segreto d’ufficio. Nel caso specifico i lavori presso le strutture del Sisde vengono eseguiti da imprese facenti capo all’architetto Salabè. Gli importi dei lavori eseguiti subiscono una lievitazione mediamente intorno al 60-70%. Solamente la società Frasa, facente capo ai fratelli Salabè, nell’arco di un triennio riceve in affidamento diretto lavori per un ammontare complessivo di 43 miliardi di lire.

Dalle indagini condotte dal sostituto Frisani emerge come il funzionario del Sisde Broccoletti abbia commissionato lavori negli appartamenti di ministri e di alte autorità istituzionali, addebitandoli i relativi costi ai fondi del Sisde. Tra i lavori eseguiti risultano quelli presso la residenza del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, per 530 milioni di lire,  presso la residenza del leader della DC Ciriaco De Mita e del ministro dell’Interno Nicola Mancino. Emerge inoltre come l’amministrazione del Sisde abbia stipulato una convenzione con gli alberghi di proprietà di Salabè presso alcune località marittime, quali Baia Paraelios in Calabria. In tali località ebbero modo di soggiornare gratuitamente, o per meglio dire a spese dei contribuenti, ministri, prefetti e generali. Emerge infine come l’architetto Salabè abbia fornito la sua consulenza nel campo degli investimenti immobiliari a Roma, alle famiglie di ‘ndrangheta dei Piromalli, dei Pesce e dei Mancuso. Tutti gli indagati politici ed istituzionali coinvolti nell’inchiesta dei fondi neri vedono la loro posizione archiviata dalla Procura, ad eccezione del senatore Nicola Mancino, per il quale il gip chiede il rinvio a giudizio; nel dicembre 1994 il senato nega l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro degli Interni.


Il Presidente Scalfaro “non ci sta”

Quando il settimanale l’Europeo pubblica le foto della figlia del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Marianna, assieme all’architetto Salabè, sentendosi attaccata direttamente la più alta carica istituzionale sente il bisogno di rivolgersi alla nazione attraverso un discorso televisivo trasmesso a reti unificate. Nel suo appello il Presidente, oltre a respingere qualsiasi tentativo di delegittimazione e di ricatto, esclude la matrice mafiosa degli attentati che hanno insanguinato l’estate del 1992.


Il “Quarto Livello”

Secondo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, suo padre Vito, ex sindaco di Palermo, avrebbe contribuito a creare una struttura definita “Quarto livello” posta al di sopra del potere mafioso. Di tale struttura farebbero parte uomini dello Stato. Questo è quanto risulta da una delle cartoline postali che don Vito era solito spedirsi,  e sulle quali scriveva, in sintesi, il contenuto delle sue rivelazioni,  così da attestare attraverso il timbro postale la data delle stesse.

In una di queste cartoline risultano tredici nomi, tra i quali, oltre agli ex ministri Franco Restivo e Attilio Ruffini, una lista di funzionari dei Servizi, ex capi della polizia ed ex alti commissari: Giuseppe Santovito, Riccardo Malpica, Vincenzo Parisi, Domenico Sica, Emanuele De Francesco, Bruno Contrada, Lorenzo Narracci, Angelo Finocchiaro, Francesco Delfino, Arnaldo La Barbera e Michele Finocchi.

C’è poi un ultimo nome indicato con la sigla “F/C Gross“, al quale viene successivamente collegato a penna il nome di Gianni De Gennaro; quest’ultimo denuncia Ciancimino per calunnia. Nel libro inchiesta del giornalista Maurizio Torrealta dal titolo “Quarto Livello” c’è un paragrafo dedicato ad un’intervista proprio a Massimo Ciancimino, nella quale il figlio dell’ex sindaco dichiara di non sapere se e in quale occasione suo padre abbia conosciuto Michele Finocchi, ma di credere che ciò sia avvenuto nell’ambito dei rapporti nati all’interno dello IOR.  Fino a poco tempo fa presso l’Istituto Opere Religiose, la banca di proprietà del Vaticano, era permesso aprire un conto corrente anche a persone non appartenenti ad alcun ordine religioso (o per lo meno era tollerato); tale banca presenta la doppia caratteristica di essere ad un tempo una banca off-shore, con tutti i vantaggi connessi, uno fra tutti il segreto bancario, in un contesto in-shore, vale a dire nel centro di Roma, e quindi senza la necessità di spostarsi molto. I tre quarti dei versamenti effettuati presso lo IOR sono in denaro contante, e questo, oltre alla garanzia della massima riservatezza, ha fatto si che nel tempo vi venissero riciclati anche i soldi della mafia; come quelli che grazie a Pippo Calò, provenivano dal commercio della droga delle famiglie mafiose del mandamento palermitano di Porta Nuova.

Nel seguito dell’intervista Massimo Ciancimino racconta a Torrealta di ricordare di un investimento molto ingente che suo padre doveva effettuare proprio nello IOR: un reinvestimento di cento miliardi di lire provenienti dalla Turchia. Torrealta chiede a Ciancimino se Finocchi avesse l’incarico di effettuare tale reinvestimento. Ciancimino risponde di no, che quei soldi transitarono attraverso don Vito, ma che comunque nell’operazione era coinvolto anche il funzionario del Sisde.


Grambiuli al vento

  • Sempre dal libro inchiesta di Torrealta si traggono altri spunti interessanti sulla figura di Michele Finocchi, con particolare riferimento all’inchiesta Telecom Italia Sparkle- Fastweb: da un’intercettazione del luglio del 2007, Gennaro Mokbel dichiara ad un suo interlocutore telefonico: “Alle 4 e mezza aspetto un 33esimo grado”, facendo riferimento al grado più alto nella gerarchia massonica. Nelle trascrizioni fatte dal ROS sulla telefonata in questione, risulta che Gennaro Mokbel, uno degli artefici della mega truffa sui servizi telefonici con il compito di riciclare i proventi dell’operazione, dichiara di avere aderito ad una loggia massonica. In un’altra intercettazione sempre Mokbel dichiara: “mio cognato è il più alto in grado, ha fatto il costruttore di una famiglia importante, Scarozza-Finocchi, l’ex capo del Sisde”. Secondo la ricostruzione che viene fatta dal ROS, si tratterebbe di Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi (nipote di Michele) e marito di Lucia Mokbel (sorella di Gennaro la stessa che risiedeva accanto al covo delle BR di via Gradoli). Sempre secondo i verbali di intercettazione dei ROS, risulta che Mokbel abbia chiesto informazioni su di un terreno, per conto del boss di Ostia Carmine Fasciani. La risposta è stata che quel terreno è di proprietà di un tale architetto, Adolfo Salabè, operatore dei Servizi. (cm)

Fonti: Maurizio Torrealta “Quarto Livello”; Carlo Bonini e Francesco Misiani: “Fondo neri  del Sisde, perché non si è mai fatta davvero chiarezza”; Antonella Colonna Villasi “Storia dei Servizi segreti Italiani;

http://www.dirittodicritica.com/2011/04/23/massimo-ciancimino-annozero-fattoquotidiano-18844/ ;

http://www.agoravox.it/Lo-scandalo-dei-fondi-neri-del.html ;

http://roma.repubblica.it/cronaca/2013/04/07/news/delitto_olgiata_un_indagine_da_scandalo-56100372/ ;

http://www.lettera43.it/cronaca/31324/olgiata-winston-condannato-a-16-anni.htm .

Mafia Capitale, prima udienza

salvatore_buzzi

Si è svolta oggi presso l’aula Occorsio del Tribunale penale di Roma la prima udienza del processo Mafia Capitale; quarantasei gli imputati, tra i quali Massimo Carminati, Salvatore Buzzi, Riccardo Brugia e Fabrizio Testa, tutti collegati in videoconferenza, in quanto reclusi in regime di carcere duro, 41 bis, in diversi istituti di pena italiani, per via dell’aggravante mafioso.

E proprio il sistema della videoconferenza è stato contestato dall’avvocato Giosuè Naso, legale di Carminati, Bracci e Testa. Per Naso la videoconferenza limiterebbe il diritto di difesa dei suoi assistiti, in quanto, a suo modo di vedere, mancherebbero le condizioni per poterla applicare.

“Processetto” o “processo viziato” lo ha definito il legale di Carmianti, negando totalmente il carattere mafioso del sodalizio criminale. Secondo l’avvocato Naso il processo sarebbe viziato in partenza da un clima prevenuto e ostile, che avrebbe già emesso una sentenza sommaria sugli imputati e sulla loro organizzazione.  Anche l’avvocato di Buzzi, Alessandro Diddi, ha definito qualche giorno fa il processo iniziato oggi “bufala capitale”.

Il terzo imputato eccellente presente oggi in aula, ex responsabile del tavolo tecnico dei migranti presso il ministero degli Interni, Luca Odevaine, ha escluso categoricamente l’aggravante mafiosa dell’organizzazione, giustificando il fatto che le gare per la gestione dei campi venissero sistematicamente vinte dalle cooperative del sodalizio criminale guidato da Buzzi e dal “Cecato”, attraverso gli elevati costi: “alle gare non si presentava nessuno”.

Intanto, sempre oggi, è arrivata la notizia del rinvio a giudizio di Gianni Alemanno, durante la cui sindacatura sarebbero stati conclusi dal sodalizio criminale oggi alla sbarra gli affari più lucrativi; le accuse per l’ex sindaco sono di corruzione e finanziamento illecito, avendo preso soldi per la sua fondazione Nuova Italia proprio dalle cooperative di Buzzi e Carminati.

Di diverso avviso il pm Giuseppe Cascini, che assieme a Luca Tescaroli e Paolo Ielo rappresenta l’accusa, il quale ha contestato le espressioni poco consone usate dalla difesa di Carminati: “abbiamo uno stile diverso”, dichiara Cascini, affermando che non avrebbe mai usato nei confronti del Presidente della decima sezione del Tribunale, Rosanna Ianniello, l’espressione “il migliore presidente possibile”, come una sorta di captatio benevolentiae.

Cascini ha spiegato anche che la richiesta delle difese, in particolare quelle di Buzzi e Carminato, di trasferire i loro assistiti nel carcere di Rebibbia, non è stata accolta in quanto proprio Buzzi aveva cominciato la sua carriera con la gestione di una cooperativa di ex detenuti, la 29 Giugno; e lo stesso Buzzi aveva recentemente tentato di aggiudicarsi la gara per la gestione delle attività di ristorazione all’interno del carcere romano.

In questo senso un ritorno di Buzzi a Rebibbia avrebbe compromesso quell’ esigenza di non inquinamento delle prove e di non condizionamento degli imputati. Lunghissima ed estenuante la fase di costituzione di parte civile: 55 le associazioni ed oltre duecento le persone che hanno avanzato una richiesta per danni agli accusati, tra cui Comune, Regione, ministero degli Interni, oltre ad alcune cooperative che si sarebbero viste bloccare le gare che si erano aggiudicate, come quella per la gestione del centralino regionale unico del pronto intervento, il Recup, o come quella per la gestione del campo rom della Barbuta. Tantissime le associazioni antimafia ed antiracket costituitesi contro gli accusati: dall’Associazione Antonino Caponneto, a Libera, dall’Associazione Cittadini Contro la Mafia e Corruzione, all’Associazione Paolo Borsellino, SOS Impresa. Ma anche Legambiente contro le ecomafie, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, Lunaria e molte associazioni per la difesa dei consumatori, tra le quali Cittadinanzattiva, Codici, Adusbef a Movimento dei Consumatori.

Fino a singole persone, tra cui alcuni immigrati associati nel richiedere i danni per il trattamento inumano subito nei Campi di Identificazione e di Espulsione gestiti dalle cooperative guidate dagli accusati; un’avvocato ha presentato in gratuito patrocinio la richiesta di risarcimento di un gruppo di rom che avrebbero dovuto ricevere, secondo il diritto acquisito durante la precedente sindacatura, un’unità abitativa presso il campo della Barbuta, ma che invece venne dirottato fuori Roma presso il megacampo di Castel Romano. (cm)

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