Financial-Market

L’editorialista economico Martine Wolf, autore del saggio “Perché la globalizzazione funziona” (Editore Il Mulino, 2004) si domanda, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2015-05-27/houston-abbiamo-problema-c-e-troppa-finanza-nell-economia-105542.shtml?uuid=AB6pVRnD, se il peso della finanza e dei mercati finanziari nell’economia globale non sia eccessivo. La domanda è retorica e la risposta scontata.

Il mondo intero si è potuto rendere conto dello strapotere della finanza nell’economia globale a partire dalla crisi economica del 2008, la quale ha innescato una crisi finanziaria da cui l’Europa non si è ancora ripresa. Come scrive Wolf, ciò che impressiona di più è il rapporto tra la quota media del settore finanziario sul PIL prodotto. In un’ economia importante come quella statunitense, tale rapporto è stato, tra il 1998 ed il 2014, pari al 7%, mentre la quota media dei profitti è stata pari in quello stesso periodo al 29%. Questo spiega, in parte, la ragione dell’importanza della finanza, vale a dire la sua capacità di attrarre capitali dati gli elevati tassi di rendimento. Per cercare di migliorare le cose occorrerebbero delle riforme importanti, tali da ridurre il peso dei mercati finanziari, e quindi le conseguenze degli shocks da questi generati.

Ma per avere delle riforme efficaci sarebbe opportuno che i decisori politici fossero messi nelle migliori condizioni per poter scegliere. E qui arriviamo a scoprire una delle cause dello status quo.

La principale difficoltà nel progettare una riforma sostanziale dei mercati finanziari è costituita dall’enorme peso esercitato dalle lobbies finanziarie.

Come spiega Wolf il settore finanziario opera come un monopolio, il quale gode di enormi rendite in parte spiegate dalla quota media dei profitti che abbiamo visto nel caso statunitense.

Tali rendite, ottenute attraverso il dirottamento, da parte di un piccolo numero di persone ricche, dei soldi di un gran numero di persone povere, producono, come sostiene il professor Luigi Zingales, due generi di distorsioni: una diretta, secondo la quale i consumi vengono sostenuti quasi esclusivamente dal credito, ed una indiretta ma ben più grave: la sfiducia nei mercati finanziari da parte della popolazione, sfiducia alimentata oltre che dai fallimenti delle istituzioni finanziarie, in prevalenza istituti di credito salvati grazie ai soldi pubblici, anche dagli enormi stipendi e bonus di cui i manager finanziari continuano a godere.

Il montare crescente dell’indignazione popolare, porta i rappresentanti degli interessi finanziari a cercare protezione tra le mani della politica, scrive Wolf. L’enorme disponibilità di risorse economiche di cui la potente lobby finanziaria può godere, grazie alle sue rendite, spiega dunque l’adozione di norme vaghe e sostanzialmente inefficaci nei confronti delle istituzioni finanziarie, nel tentativo di impedire ulteriori crisi. Ciò è stato evidente in occasione della riforma del settore bancario, dei derivati e delle agenzie di rating del credito, riforma adottata a livello europeo ma osteggiata dalle banche.

Tutto questo ha però un costo,  come viene ben evidenziato nel rapporto redatto nel 2014 dall’organizzazione Corporate Europe Observatory, l’osservatorio sull’attività di lobbying esercitata a livello europeo dai vari soggetti economici ed industriali http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/financial_lobby_report.pdf .

L’influenza delle lobbies si manifesta in molti modi, a partire dalla mancanza di trasparenza. Malgrado l’impegno profuso dall’attuale Commissione, uno delle principali limiti appare essere infatti quello della limitata trasparenza in relazione all’attività lobbistica svolta all’interno delle istituzioni europee. Se infatti i lobbisti del settore finanziario hanno la possibilità  di poter incontrare quotidianamente membri del Parlamento e della Commissione, l’ accesso ai documentino relativi, ad esempio alle riunioni che si svolgono presso la Direzione Generale per il Mercato Interno ed i Servizi, è pressoché impossibile: a parte fornire qualche informazione generica sull’organigramma dell’ufficio e sull’attività che questo svolge, non è dato sapere quali lobbisti incontrano i suoi rappresentanti, per quale ragione o con quali effetti. Il compito della Direzione in questione è quello di coordinare la politica della Commissione Europea, al fine di assicurare la massima libertà di movimento dei capitali all’interno dell’UE. L’ampia discrezionalità da parte della DG Markt, è questo il nome della doirezione, nel fornire così come nel negare informazioni, ma anche nel ritardare il loro rilascio così da renderle inutilizzabili, rendono parzialmente l’idea di quanto la trasparenza informativa sia di fatto una mera formula vuota.

La prima Commissione Barroso

Il primo mandato da Presidente della Commissione europea ha visto levarsi molte critiche in particolare dal gruppo dei partiti della Sinistra Europea e da quello dei Verdi Europei.

Le critiche erano indirizzate verso il suo atteggiamento di mero guardiano dei trattati europei, lasciando che alcuni paesi dell’Unione prendessero il sopravvento, e che i gruppi industriali più potenti influenzassero l’attività normativa degli organi comunitari.

Sul lato dei mercati finanziari la critica più aspra rivolta a Barroso è stata la complessiva passività di fronte alla crisi stessa.

In particolare sia Manuel Barroso che il Commissario al Mercato interno ed ai Servizi, l’irlandese Charlie McCreevy, “hanno costantemente ignorato – scrivono i Verdi Europei – le preoccupazioni del Parlamento Europeo  sugli Hedge Fund ed i Private Equity Fund.   http://europeangreens.eu/content/stop-barroso.

In relazione alle banche ed all’attività creditizia, i Verdi scrivono che per anni la Commissione si è rifiutata di tutelare i risparmi dei consumatori in maniera più prudente, attraverso una revisione dello Schema dei Depositi Garantiti, adottando le prime misure a tal riguardo solo in piena crisi finanziaria, e solo a seguito di forti pressioni da parte del Consiglio.

Tali misure, una volta adottate, hanno avuto il solo effetto di mitigare gli effetti negativi della crisi.

La Commissione Barroso ha poi negoziato, durante il suo secondo mandato, gli Economic Parnership Agreement (EPAs), accordi miranti alla liberalizzazione dei servizi finanziari ed alla libertà di movimento dei capitali con i paesi africani, caraibici e dell’Oceano Pacifico.

Nell’ottobre del 2008, nel bel mezzo del collasso dei mercati finanziari, la Commissione ha concluso degli accordi commerciali con 14 stati caraibici, tra i quali anche 8 paradisi fiscali secondo le norme previste dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Ufficialmente tali accordi avevano lo scopo di attrarre finanziamenti verso Haiti da poco colpita da ben quattro tornado che causarono 800 morti e enormi devastazioni  http://www.theguardian.com/world/2008/nov/08/haiti-hurricanes (ben prima del terremoto che colpì l’isola due anni dopo); in realtà essi riguardavano, tra gli altri, anche Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Grenada. Gli accordi economici in questioni consentivano, tra le altre cose, anche la libertà di depositare in custodia qualsiasi nuova tipologia di prodotto finanziario, come ad esempio i derivati speculativi, nei marcati finanziari dei paesi membri dell’UE.

Ciò facendo la Commissione avrebbe generato forti contrasti oltre ad una pesante penalizzazione in una eventuale successiva regolamentazione del settore finanziario.  http://europeangreens.eu/content/stop-barroso.

Riguardo al tema della trasparenza, già al termine del primo mandato della Commissione Barroso, molti gruppi del Parlamento Europeo, tra cui i Verdi, avevano posto la questione, sottolineando come solamente il 20 % delle 2.600 lobbies e gruppi di pressione che incontravano i Commissari, o membri del loro staff, o Direzioni o Parlamentari erano iscritti nel Registro per la Trasparenza. Anche allora il Presidente assunse l’impegno di intraprendere le azioni necessarie per istituire, nel breve-medio termine, un registro obbligatorio. Ciò appariva in contraddizione con il Codice di Condotta introdotto dalla Commissione stessa, in cui gli obblighi e le prescrizioni erano ancora meno stringenti di quelli fissati dal Registro per al Trasparenza, istituito volontariamente dalle associazioni professionali di lobbies. http://europeangreens.eu/content/stop-barroso

La seconda Commissione Barroso

L’immagine che l’ex commissario al Mercato nella seconda Commissione Barroso, Michel Bernier, ha voluto lasciare dietro di se è quella di un’ istituzione, la Commissione, ostaggio degli interessi delle corporations. Le poche volte che Bernier ha affrontato il tema della trasparenza, ad esempio in occasione dell’incontro organizzato per la sua elezione a Commissario, il suo intendimento è sempre rimasto molto sul vago, attraverso la generica assicurazione di una più larga partecipazione pubblica all’interno dei gruppi di consulenza, i cd expert groups, se non fosse che questi stessi gruppi si sono rivelati una mera rappresentanza degli interessi della lobby finanziaria. Ad un certo punto del suo mandato, l’ex Commissario aveva anche pensato di istituire una sorta di calendario degli incontri, in modo da consentire al pubblico di verificare con chi la Commissione si fosse incontrata. Verso il termine del mandato, in maniera inaspettata, nel corso della stesura della proposta di riforma del sistema europeo delle banche, Bernier decide di interrompere tutti gli incontri con i lobbisti del settore finanziario. Gli effetti della riforma sono stati, in definitiva, molto inferiori rispetto alle aspettative, con gli expert groups che continuano ad essere espressione della lobby finanziaria, le esigenze per una maggiore trasparenza che continuano ad essere disattese, e con la ripresa degli incontri con i lobbisti finanziari un attimo dopo la realizzazione della proposta di riforma.

L’assedio delle lobbies finanziarie alla Commissione Juncker

Nella relazione redatta da Corporate Europe Observatory (http://www.corporateeurope.org/financial-lobby/2014/09/regulating-finance-necessary-hill-battle)  sulla pressione esercitata dalle lobbies delle banche, delle associazioni bancarie e dei fondi di investimento sulla Commissione Juncker (novembre 2014 aprile 2015) ed in particolare sul Commissario responsabile di quest’area, Jonathann Hill, un ex lobbista, http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/promotion-to-leader-of-the-lords-just-stresses-lord-hills-government-and-industry-links-8441784.html, viene menzionata la lista, fornita dal DG Market, degli incontri tenuti dai vari rappresentanti di organi e istituzioni europee dal gennaio 2013 all’aprile 2014. Si tratta nel complesso di 400 meetings, http://www.asktheeu.org/en/request/1266/response/5068/attach/html/2/Copy%20of%20CEO%20list%20meetings.xls.html una media di un meeting al giorno, che in parte spiega i 1700 lobbisti che operano solamente per conto della finanza.  

Nella lista si spiega inoltre come in realtà i meeting siano stati ben più dei 400 indicati, e che associazioni come Association for Financial Markets in Europe (AFME), l’importante gruppo lobbistico dei principali gruppi bancari, e la European Fund and Asset Management Association (EFAMA) la principale lobby dei più importanti hedge fund e private equity fund, abbiano incontrato la Direzione al Mercato ed ai Servizi, rispettivamente undici e sei volte nel periodo indicato. In termini di frequenza, le banche sono i soggetti che esercitano una maggiore pressione sugli organi europei, con una percentuale di meeting pari al 27%, e tra queste vanno citate il Crèdit Agricole, la European Banking Federation, la Sociètè Gènèrale, la Barclays e la BBVA. (cm)

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