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Claudio Meloni

Mese

ottobre 2015

La mafia e l’accesso al credito

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Nella relazione presentata dalla Direzione Nazionale Antimafia al Parlamento italiano nel gennaio 2015 e riferita alle attività del 2014, vengono descritte le modalità operative dell’organizzazione criminale principale, la ‘ndrangheta.  Il suo agire compatto ed organico, sia in Italia che all’estero,  fa si che la ‘ndrangheta non abbia rivali. “E, per questo, da anni, essendo egemone nel traffico di stupefacenti – scrive la DNA – è diventata, in un panorama economico depresso, l’unico soggetto finanziariamente apprezzabile in Calabria e non solo“.

La capacità di sapersi rapportare con altre organizzazioni criminali, italiane, e non, e la credibilità conquistata sul campo in Colombia e con i cartelli messicani, fanno oggi della ‘ndrangheta, ed in particolare delle famiglie della costa ionica della Calabria, i principali broker di cocaina e non solo sui mercati internazionali degli stupefacenti.

Ciò significa avere la disponibilità di grosse cifre di denaro in contante da ripulire e reimmettere nel circuito bancario; ma per evitare il rischio di sequestro o peggio ancora di confisca da parte delle autorità, le famiglie preferiscono detenere questi soldi lontano dai confini italici.

Per riciclare il denaro frutto di attività illecite le organizzazioni criminali hanno la necessità di farlo rientrare nel circuito bancario, senza dare troppo nell’occhio, così da poterlo spostare con facilità.


L’inchiesta Metropolis

E’ stato accertato – scrive ancora la DNA nella sua relazione – che gli imponenti capitali così accumulati dalla ‘ndrangheta nello svolgimento di tale attività vengano, di norma, lasciati all’estero, circostanza questa che oramai emerge con chiarezza da numerose indagini, per poi essere, in parte, riutilizzato nel traffico di stupefacenti e, in parte, gradualmente, messi a disposizione delle vecchie e delle nuove aziende ‘ndranghetiste“.

La fattispecie in questione, come segnala lo stesso rapporto, è stata verificata attraverso l’indagine giudiziaria denominata “Metropolis“, grazie alla quale è stato accertato come attraverso delle rimesse effettuate dall’estero, per un importo pari a circa 400 milioni di euro, siano state finanziate attività di società estero-vestite il cui controllo era riconducibile alle famiglie Aquino e Morabito, tra le più attive nel traffico di cocaina, che operavano nel settore delle costruzioni di villaggi turistici in Calabria.

Il cerchio si chiude, ed è un cerchio fatto di traffico di stupefacenti, di riciclaggio e di reinvestimento (parziale) in loco, per alimentare il consenso ed il voto di scambio, merce ricercata dalla politica.

Da notare che tali imprese, finanziate per l’appunto attraverso i proventi derivanti dal traffico della cocaina, operano prevalentemente al di fuori della Calabria.

Le imprese vicine alla mafia, dunque, hanno la possibilità di accedere al credito in maniera assolutamente privilegiata, sia per la facilità che per l’ammontare del credito erogato, rispetto alle loro concorrenti sul mercato, e quindi anche di capitalizzarsi e di accrescere le loro dimensioni economiche, in misura superiore rispetto alla media.

E la dimensione economica non è un elemento da sottovalutare, in particolare nella partecipazione a gare pubbliche.


L’EXPO e le interdittive antimafia

Il rapporto della DNA ricorda come durante i lavori per la realizzazione dell’EXPO di Milano la procura meneghina abbia adottato ben 60 provvedimenti interdittivi antimafia nei confronti di imprese risultate controllate o infiltrate o condizionate dalla criminalità organizzata. I provvedimenti i questione hanno riguardato in particolare imprese che operano nel settore delle costruzioni stradali. In termini percentuali tra le imprese che hanno ricevuto l’interdittiva, il 70% sono state ritenute dagli inquirenti infiltrate dalla ‘ndrangheta. “E sulla base di tali dati – scrive la DNA – si può affermare con un grado di approssimazione che si avvicina di molto alla realtà effettiva, che oggi, almeno nel settore edilizio, nel Nord Italia, la ‘ndrangheta non solo ha surclassato la capacità di penetrazione di tutte le altre mafie messe insieme ma, di fatto, è divenuta uno dei principali operatori del settore. Diventa, allora, chiara la ragione per la quale, nel descritto contesto, le aziende capitalizzate dalla ‘ndrangheta abbiano acquisito nel tempo una posizione di primo piano nei diversi settori economici in cui operano“.

L’indagine Metropolis ha dimorato come la “ripulitura” del denaro sporco avveniva attraverso l’emissione di false fatture da parte di imprese controllate da sodalizi criminali, anche se spesso intestate a terze persone, dei prestanome. In questo modo il denaro sporco entrava direttamente nelle casse dei componenti del sodalizio stesso. Le imprese vicine dunque, non sono le reali intestatarie degli assegni emessi a copertura delle fatture false, ma assolvono solamente al compito di monetizzarle.

Il controllo unitario e coordinato del traffico della cocaina da parte delle varie cosche di ‘ndrangheta, ed in particolare di quelle dei versanti ionico e reggino, determina una forma di cooperazione frutto di una regia unitaria, la quale impedisce che una cosca possa mettere sotto scacco le altre.

Una guerra tra famiglie sottrarrebbe risorse alle attività economiche gestite dal sodalizio, come il traffico della coca, oltre ad impoverire le imprese del nord Italia controllate dalla ‘ndrangheta, impedendo loro di fagocitare e controllare le imprese settentrionali in crisi.


Legalità e accesso al credito

Nel saggio dal titolo “Legalità e credito” viene evidenziato come, in generale, la presenza ed il controllo di un determinato territorio da parte delle organizzazioni mafiose, determina la costituzione di una forma di mercato di tipo monopolistico, o, in alternativa, di tipo oligopolistico.

E’ agevole verificare quanto detto in quei territori che sono storicamente controllati dalla criminalità organizzata. In queste zone, il settore produttivo tradizionalmente sotto il controllo della mafia è quello del calcestruzzo. Questo perché esiste una complementarità tra il controllo delle opere pubbliche, attraverso il condizionamento della politica, e la produzione di materiali edili, in particolare il bitume per la manutenzione e la realizzazione di strade, ed il cemento per la produzione di calcestruzzo. Ma il controllo dell’economia non si ferma al mercato dei materiali da costruzione: esso si estende a tutti gli altri settori, dall’agricoltura, all’allevamento, al commercio, fino ad arrivare anche al controllo del credito. L’effetto principale generato da tale controllo è rappresentato, come sempre per i mercati monopolistici, dall’aumento del prezzo finale della merce o del servizio, ovvero la distorsione del mercato ricade unicamente sul consumatore finale.

Nella serie di tassi di interesse bancari attivi (Fonte: Banca d’Italia) contenuti nello studio di Mazzanti e Rago dal titolo “Legalità e credito”, vengono riportati per ogni regione, in relazione agli anni che vanno dal 2005 al 2011, i tassi di accesso al credito. Confrontando i valori relativi alle due regioni agli estremi opposti, Calabria con il 7,47 e Lombardia con il 3,66, in relazione all’anno più recente disponibile, il 2011, si osserva chiaramente come lo scarto di sei punti percentuali (quasi il doppio) tra i due livelli di tasso sia dovuto al controllo dell’accesso al credito, ovvero al controllo delle banche presenti sul territorio. Occorre notare come nel periodo in questione, il costo del credito sia mediamente sceso di un punto percentuale in quasi tutte le regioni,  come riflesso di una tendenza generale al ribasso. Dal confronto generale dei dati emerge come nelle regioni del sud il costo del credito sia mediamente superiore rispetto al centro ed al nord. Alcuni esperti hanno fatto notare come il differenziale nei tassi osservati sia legato oltre che ad un fattore infrastrutturale, anche ad un maggiore rischio finanziario per le imprese del sud. Non vi sono tuttavia opinioni discordi a quella secondo la quale il rischio criminalità organizzata, vista come un costo, rappresenti un elemento distintivo delle regioni del sud.


La mafia e il costo del credito

Sono molti gli studi che hanno evidenziato come l’ambiente istituzionale rivesta un ruolo determinante oltre che sul costo del credito, anche sull’andamento dell’economia. Determinate da questo punto di vista appare lo studio di North (1990), il quale sottolinea come la qualità delle istituzioni influisca sui tassi di crescita dell’economia, sottolineando come il capitale sociale, i livelli di corruzione, la presenza della criminalità organizzata ed il funzionamento della giustizia, siano elementi che influenzino il livello qualitativo dell’ambiente istituzionale. Alcuni studiosi come Guiso, Sapienza e Zingales individuano una correlazione diretta tra capitale sociale e grado di sviluppo del sistema del credito: dai loro lavori emerge chiaramente come il capitale sociale rappresenta l’elemento in grado di garantire quello standard di fiducia essenziale per un buon funzionamento delle istituzioni finanziarie.

Particolarmente interessante risulta lo studio di Bonaccorsi di Patti (2009) in merito all’individuazione di una correlazione diretta tra presenza della criminalità organizzata ed il costo del credito. Lo studi mostra come se da una parte i reati ordinari non influiscano in generale sul costo del denaro, i reati tipici della criminalità organizzata determinino un effetto distorsivo sul funzionamento del mercato del credito, distorsione che si manifesta, in generale, attraverso il peggioramento delle condizioni di  accesso al credito.

Dal confronto tra l’andamento del costo del credito per regione e l’incidenza dei reati per regione, ed in modo particolare dei reati di stampo mafioso come il 416 bis, si nota come la correlazione tra i due indicatori risulti positiva. Le zone in cui tale reato penale si concentra in maniera più evidente corrispondono a quelle in cui il costo del credito risulta più elevato. Stessa cosa vale per l’omicidio di stampo mafioso, l’usura e l’estorsione. Dunque la presenza delle mafia determina una maggiore difficoltà nell’accesso al credito, oltre ad ulteriori forme di distorsione dell’economia.

Si registra come la presenza delle organizzazioni criminali determina il venire meno di quell’elemento che è la fiducia, sul quale si basa l’attività creditizia, più di tutte le altre attività economiche. La mafia, per sua stessa natura, mira a distrugge tale fiducia, così come distrugge quelle strutture  organizzative che su di essa si fondono, quali l’universale accettazione delle regole e delle istituzioni. Essendo il credito la principale attività svolta dalle banche, la maggiore o minore operatività di un sistema bancario dipenderà rispettivamente da una minore o da una maggiore presenza mafiosa sul territorio. Questo perché, come si diceva prima, l’attività bancaria subirà i legami collusivi con le organizzazioni criminali, legami che oltre a sottrarre risorse economiche al credito, concentreranno quest’ultimo, incanalando verso soggetti privilegiati, quelli collusi con le organizzazioni mafiose. (cm)

L’omicidio Moro e quell’articolo su Penthouse

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Nel novembre del 1978 lo scrittore italo americano Pietro Di Donato, famoso per avere scritto negli anni Trenta il romanzo dal titolo “Cristo fra i muratori”, viene incaricato dall’editore della rivista americana per soli uomini “Penthouse” di scrivere un articolo sull’omicidio di Aldo Moro. L’articolo esce nel dicembre del 1978 col titolo: “Cristo nella plastica“.

Claudio Sabelli Fioretti ne parla il 5 dicembre 1978 su Panorama: Di Donato gli racconta di avere conosciuto cinque anni prima, tramite un senatore del Partito Comunista Italiano suo amico, un noto industriale famoso per le sue idee di sinistra. Anche se il nome non viene fatto, si tratta dell’editore Giangiacomo Feltrinelli. Quando Di Donato viene in Italia per realizzare una serie di interviste, tra le prime persone che incontra c’è proprio l’industriale; e sarà proprio Feltrinelli a presentare a Di Donato un brigatista in contatto con i rapitori di Moro. “Il mio articolo – racconta Di Donato nel pezzo di Sabelli Fioretti – è il frutto del loro racconto”. A giudizio di Sabelli Fioretti il resoconto che fa Di Donato è “tanto singolare da apparire assolutamente fantasioso, ricco di errori tanto clamorosi da far pensare che sia il prodotto di un mitomane disinformato e superficiale”.

Il brigatista che Di Donato conosce, il cui nome è Zucor, sarebbe il capo della colonna che avrebbe rapito Moro e trucidato la sua scorta; ed è lo stesso Zucor a rivelare allo scrittore italo-americano alcuni dettagli della strage. A partire dal numero dei componenti del gruppo di via Fani, undici uomini ed una donna bionda, tra cui anche un motociclista vestito da poliziotto.

Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti vestiti da piloti dell’Alitalia, viene avvicinato mentre staziona di fronte al bar Olivetti da un vero pilota Alitalia, il quale offre loro un passaggio sulla sua auto sportiva.

Di Donato racconta anche dove si trovasse il primo rifugio di Moro, in un “garage sotterraneo di un grosso complesso residenziale della Balduina, dieci minuti da via Fani“.

La vera prigione di Moro, quella in cui lo statista democristiano avrebbe trascorso la gran arte dei 55 giorni delle sua prigionia, era già pronta da un anno. Si tratterebbe di un ripostiglio isolato acusticamente “al quale si accedeva attraverso un finto muro”. Sembra anche che la polizia, malgrado la vigilanza svolta 24 ore su 24 dai brigatisti, abbia perquisito il garage e chiesto loro informazioni.

Il racconto che Zucor fa a Di Donato è lungo e dettagliato: incluse anche le visite fatte a Moro dal medico, il suo stato di salute, non buono per via del rene sinistro, i racconti fatti dal presidente della DC sulla sua villa a Torrita Tiberina, i suoi passatempo durante la prigionia: oltre allo scrivere, a Moro venne concesso anche di leggere, guardare la televisione ed ascoltare dischi.

Dal racconto di Di Donato emerge anche come Zucor e Moro si fossero già conosciuti in precedenza, nel 1959, in casa dello scrittore Carlo Levi.

Secondo Di Donato tra Zucor e Moro si instaura un buon rapporto, tanto che mentre Zucor rivela all’ex presidente del consiglio la sua fede di cattolico osservante, Moro di ritorno gli racconta dei suoi sogni più ricorrenti (Benigno Zaccagnini e  Francesco Cossiga).

Lo scrittore racconta anche chi furono gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista democristiano:Anna la brigatista bionda, la stessa che era presente anche in via Fani, e Franco. Anna sarebbe anche uno dei fondatori delle BR, ed oltre ad avere studiato all’Università di Trento, avrebbe partecipato al matrimonio tra Renato Curcio e Maria Cagol.

Molte parti del racconto fatto da Di Donato vengono contestate da Sabelli Fioretti; a partire dal matrimonio cattolico tra Curcio e la Cagol, al quale avrebbero partecipato solamente due testimoni, Italo Saugo e Vanni Mulinaris. Il giornalista di Panorama giudica poi surreali alcuni passaggi del racconto di Di Donato, tra i quali l’episodio della messa celebrata da Papa Paolo VI su di un elicottero mentre sorvolava l’abitazione di Moro, e quello nel quale la moglie di Moro, Eleonora, dopo avere chiamato pederasti, puttane e codardi il cardinale Ugo Poletti e Amintore Fanfani, scaglia contro di loro un vaso di fiori.


Il Partito Operaio Europeo e la tesi del colpo di stato

Un’altra pubblicazione di particolare interesse in merito alla vicenda Moro è il libro dal titolo: “Chi ha ucciso Aldo Moro” scritto nel 1978 dal Partito Operaio Europeo (POE), un sedicente gruppo di estrema sinistra sospettato di avere legami con il partito Repubblicano statunitense.

La pubblicazione in esame ricostruisce la natura delle forze che avrebbero voluto e gestito il rapimento di Moro e l’uccisione della sua scorta. Si tratterebbe di un coacervo di entità tra le quali spiccherebbero  La Corona britannica, d’accordo con le altre monarchie d’Europa, i Servizi segreti inglesi, lo Shin Bet israeliano, il Sovrano ordine di Malta, l’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger, la mafia, l’internazionale socialista e l’aristocrazia mondiale. Si tratterebbe, dunque, di una sorta di ordine massonico sovranazionale, “un’organizzazione perfetta e collaudata”, responsabile anche degli omicidi di Martin Luther King, di Robert Kennedy e di Enrico Mattei, con lo scopo di portare avanti “il Grande Disegno di sviluppo economico e culturale che sapeva essere l’unica salvezza” per l’Italia e l’Europa.  Tuttavia il piano di destabilizzazione dell’Italia non ottiene l’esito prefissato, per via dell’opposizione e della fermezza del Vaticano, del governo e del PCI.

L’elemento che desta maggiore scalpore in questo lavoro non sono tanto le analisi sui responsabili e sulle cause di questo supposto tentativo di colpo di Stato, quanto la descrizione minuziosa che viene fatta del luogo in cui Aldo Moro sarebbe stato tenuto prigioniero: “E’ più che probabile che l’appartamento in questione sia quello del principe Johannes Schwarzenberg, ambasciatore dei Cavalieri di Malta. Il palazzo Schwarzenberg, che gode dell’immunità territoriale, si trova all’angolo tra Via delle Botteghe Oscure e Via Caetani“. “Lo steso principe – scrive il POE – si meravigliò che nessuno degli inquirenti avesse cercato di interrogarlo”. “Il principe Schwarzenberg – si legge ancora nel libro – è morto in un incidente stradale qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro”.


I documenti del SISMI

Documento 1 

A pochi mesi dal sanguinoso epilogo della vicenda Moro e ben venticinque anni prima dell’uscita del libro di Fasanella e Rocca “La storia di Igor Markevic“, la teoria del grande intrigo internazionale comincia a dispiegarsi dietro al rapimento di Aldo Moro. E a ben vedere non si tratta di teorizzazioni di complottisti, se anche il SISMI comincia ad occuparsene, proprio a partire dal dicembre del 1978.

Un documento del raggruppamento centri di CS di Roma del SISMI, datato 9.12.1978, reca sulla copertina la seguente scritta a penna: “Anna e Franco” cerchiato. E poi ancora la riga sotto: “Igor dell’età di Moro, nel 1970 espulso dal PCI; un castello di proprietà di Caetani Leliacastello di Sermoneta – uno di questi Caetani è un brigatista espulso dal PCI.

Si potrebbe rintracciare tramite la madre, deceduta nel 1977 negli Stati Uniti all’età  di 95 anni.

CAETANI BASSIANO

Marguerite Chapin Caetani, nata a New London il 21.06.1880, già direttrice di giornali del PCI a Roma”.

Nella terza pagina del documento si legge in alto a sinistra scritto a penna: “Igor ha interrogato Moro”.

Le pagine successive del documento contengono le pagine fotocopiate del settimanale Panorama del 5 dicembre 1978, con l’articolo di Sabelli Fioretti sullo scrittore Di Donato e quello sul libro del POE.


Documento 2

Un’informativa compilato dalla Prima divisione del SISMi e datata 14.12.1978, classificata come segreta, avente come oggetto specifico Igor Markevic e destinato al sig. comandante del raggruppamento dei centri CS di Roma, riferisce: Il Centro di Milano, interessato all’acquisizione degli elementi richiesti in stretta cooperazione con il Servizio elvetico, ha riferito che il nominato in oggetto:

– è nato il 27 luglio 1912, in località per il momento non potuta accertare;

– risiede in Svizzera dal 1943, in località Vevey;

– è cittadino italiano e famoso Direttore d’orchestra;

– a causa della sua professione è solito spostarsi in vari Paesi;

– vive in ottime condizioni economiche;

La di lui moglie – si legge ancora nel documento – Caetani Topazia, si è allontanata da casa per non meglio specificate “ragioni familiari” nel decorso mese di maggio. Sembra comunque da escludere che l’allontanamento sia dovuto a dissenso od altro.

Le notizie di cui sopra sono state portate a conoscenza del Direttore del Servizio il quale ha disposto di “seguire ed analizzare bene”ogni aspetto della vicenda soprattutto “in direzione di possibili sviluppi operativi”.

Il Centro di Milano – si legge in conclusione nell’informativa – con il quale codesto R/C – per le esigenze connesse ad immediatezza operativa – può mettersi direttamente in contatto, è stato sensibilizzato agli approfondimenti necessari d’intesa con il Servizio elvetico che, dal canto suo, si è dichiarato pronto a collaborare per qualsiasi necessità in territorio svizzero.


Documento 3

In un documento definito “appunto” e datato 9.12.1978, si legge quanto riferito da una fonte definita “molto attendibile”: Un senatore del PCI  (non identificato) sarebbe a conoscenza dell’identità del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di Marguerite Caetani, già direttrice della rivista edita da Feltrinelli, intitolata “Botteghe Oscure”.

Igor, coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader della DC.

I Caetani – si legge nel documento – già da oltre dieci anni, avevano un ufficio in via Arenula, dove provvedevano al reclutamento di giovani che, successivamente, partecipavano a riunioni politiche nei possedimenti Caetani, in particolare nella tenuta di Ninfa e nella “stanza del Cardinale” all’interno del castello di Sermoneta”.

Di seguito vengono elencati gli accertamenti eseguiti sul conto di Markevic:

Gli accertamenti condotti hanno permesso di identificare Igor Markevic, marito di Caetani Topazia e nipote di Margaret Chapin in Caetani.

Presso il comune di Roma – si legge ancora nell’appunto – sono stati assunti molti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, che suddivisi successivamente in piccoli gruppi, hanno dato vita a vere e proprie cellule eversive.

A confronto di tale affermazione, (la fonte) ha citato la Barbara Balzerani e la Mariani Gabriella (inquisite per la vicenda Moro) ed ha riferito che in via Gradoli fu trovata la chiave dell’autovettura “Jaguar”, targata H…

via Aurelia n.701. L’auto era appartenuta originariamente a tale Sermoneta, amico di una brigatista residente in v. di S.Elena n.8.               A questo indirizzo è stata più volte notata Bonaiuto Anna, facente parte del gruppo in argomento. Al tempo della vicenda Moro, gli occupanti dell’appartamento si allontanarono da Roma per evitare perquisizioni e lasciarono il recapito di un Bar di Trevignano, sito in via Garibaldi.

Si passa poi ad una serie di accertamenti eseguiti sul gruppo di presunti terroristi che occupavano un appartamento sito in via di S.Elena n.8; si tratta dei coniugi Di Nola, mentre i corrispondenti di Trevignano sono: Cecconi Settimo, professore di filosofia e abitante in via del Monte; Franchi Antonio, coniugato Gerometti, al momento non meglio identificato; il gruppo indicato godrebbe, secondo gli informatori, del fiancheggiamento di un gruppo di 122 persone assunto dal Comune di Trevignano, sul conto delle quali il SISMI sta effettuando degli accertamenti.

In via della Balduina n.224, si legge ancora nel documento, esiste un garage di pertinenza di un residence, dove potrebbero essere state celate le auto per il rapimento Moro, successivamente abbandonate in via Licinio Calvo.

Sono accorso accertamenti – si legge ancora nell’informativa – per stabilire la fondatezza della notizia.

In relazione alla nota scoperta – si legge in conclusione nel documento – di un covo NAP in via Tiburtina, occupato dalla sedicente Tarquini Lucia, la fonte ha riferito che il contratto di affitto del covo potrebbe essere stato scritto da De Luca Partrizia, impiegata al Comune di Roma, amica della Balzerani.

In merito agli accertamenti da eseguire sulle circostanze citate, il documento termina con l’indicazione dell’avvenuta identificazione della De Luca Patrizia, nata a Roma il 4.03.1950, ivi residente in via Boccea n.65.

Si sta tentando – conclude il documento – l’acquisizione di un saggio calligrafico della De Luca, per sottoporlo ad esame da parte del CCIS, al fine di stabilire la fondatezza della notizia. (cm)


Note sulla rivista Botteghe Oscure

Il documento di conclude con alcune note sulla rivista Botteghe Oscure.

Rivista letteraria che raccoglie racconti e poesie. Al momento dell’accertamento di numeri ne sono usciti complessivamente 25, i quali vengono chiamati quaderni, e vengono distribuiti due volte l’anno, in primavera ed autunno. Di seguito vengono citati, a titolo esemplificativo, i contenuti del primo e del venticinquesimo numero della rivista, tra i quali compaiono scritti di Montale, Petroni, Penna, Bassani e Rinaldi. Sull’edizione del primo numero non viene rilevato il nome della Margherita Caetani.

Viceversa sul venticinquesimo numero si legge: rivista edita a cura di Marguerite Caetani; redattore Giorgio Bassani, distribuita in Italia da Giangiacomo Feltrinelli. Nella nota di congedo dell’ultimo numero, scritta dal redattore Bassani, si rileva come la pubblicazione sia stata fondata da Marguerite Caetani, la quale ha sempre conservato la cittadinanza americana. La rivista ha raccolto scritti in lingua italiana, inglese e francese. (cm)

Vite in gioco

Giocatrice-slot

Da principio fu il governo Prodi, che nel 1997 introdusse la doppia giocata di Lotto e Superenalotto e le sale per le scommesse; lo seguì a ruota il governo D’Alema, che nel 1999 introdusse le sale Bingo; fino ad arrivare al 2003 con il governo Berlusconi che introdusse le slot machine, e poi ancora, nel 2005, sempre Berlusconi che introdusse la terza giocata del Lotto e le scommesse Big Match; l’anno successivo sempre il governo guidato dal Cavaliere introdusse i nuovi corner ed i punti gioco per le scommesse.

Tra il 2007 ed il 2008 il secondo governo Prodi promosse i giochi che “raggiungono l’utente” via cellulare o via digitale terrestre, oltre a legalizzare il gioco d’azzardo online.

Ma il vero salto di qualità si ha nel 2012, con Berlusconi ed il suo governo che introducono delle slot machine di nuova generazione, le VideoLottery, oltre ai Bingo a distanza ed a 1000 nuove sale da gioco in tutta Italia.

Nulla di male, se non fosse che l’evasione fiscale regna sovrana, con le autorità che scoprono spesso nuovi casi di attività in nero: in alcuni di questi si tratta di macchine non collegate ai sistemi di registrazione delle giocate dell’agenzia delle entrate, ma in altri si hanno addirittura attività che sulla carta non esistono nemmeno, vere e proprie sale gioco fantasma. E gli incassi totali derivanti dal gioco d’azzardo si attestano a livello nazionale, sugli 86 miliardi di euro. La terza impresa per fatturato.  http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5743

Secondo le stime sarebbero proprio le macchine di ultima generazione, New slot e VLT, ad interessare maggiormente i giocatori d’azzardo, con il 56% della spesa complessiva destinata al gioco. (dati 2012-13).


Grandi affari e grande evasione

Sarebbe un bell’affare anche per lo Stato esattore se riuscisse ad incassare tutte le somme dovute. E’ stato stimato che il valore dell’evasione legata al sommerso si attesti intorno agli otto miliardi e mezzo di euro.

Dalle analisi è emerso anche come l’evasione maggiore delle slot e delle video lottery provenga dalle grandi città, in particolare Roma e Napoli, e di seguito Milano e Torino, con un sommerso che arriva a toccare gli 1,5 miliardi di euro.

La cronaca ha fatto emergere, nel 2005, un’evasione fiscale sistematica da parte delle attività di gioco d’azzardo di nuova generazione, grazie alle indagini del Gruppo Antifrodi Tecnologiche (GAT) della Guardia di Finanza, guidato allora dal Generale Umberto Rapetto.

In quell’anno il GAT scopre che un elevato numero di slot e VLT non erano collegate alla rete che registra le giocate.

Le macchine, che dovevano essere già pronte e funzionanti dal 2004, rimangono per diversi anni scollegate alla rete, mentre nel frattempo le società concessionarie continuavano ad installarne di nuove, senza verificare se le precedenti fossero state allacciate. Nel 2007 la Corte dei Conti cita per danno erariale i dieci principali concessionari di macchine da gioco: Cogetech, Sisal, Gamenet, Snai, Gmatica, Cirsa, Gtech e Codere; l’accusa è di avere volutamente scollegato le macchine alla rete informatica di controllo dell’Agenzia delle entrate.  L’inchiesta parte da un locale situato in provincia di Catania (Riposto), dove vengono individuate 26.858 slot stipate in una superficie di 50 metri quadrati, tutte rigorosamente scollegate. Si trattava solo della punta dell’ iceberg. La stima dell’evasione scoperta arriva a sfiorare i cento miliardi.

Dopo otto anni le uniche società rimaste sotto processo per evasione fiscale sono la Bplus e la Hbg, condannate a pagare rispettivamente, 335 e 72 milioni. Gli altri concessionari erano usciti dalla vertenza dietro il pagamento di una penale pari al 30% del dovuto, nel complesso 430 milioni (una bella differenza rispetto ai 100 miliardi iniziali).

Nel frattempo era intervenuto il governo Letta con una sanatoria (2013) contenuta nel decreto Imu. http://www.lettera43.it/politica/camera-la-lobby-politica-che-appoggia-le-slot-machine_4367596288.htm


Le lobbies del gioco d’azzardo

Il potere di cui godono all’interno del parlamento le società concessionarie di giochi elettronici, New Slot e VideoLottery è grande; ogni governo ha avuto, nell’ambito dello schieramento di maggioranza, almeno un rappresentante diretto dei loro interessi.

A partire dall’ex parlamentare di AN, il  finiano Amedeo Laboccetta, referente del partito a Napoli, oltre che rappresentante nazionale di Atlantis, una delle prime concessionarie di macchine da gioco in Italia.  Prima di lui un’altro plenipotenziario di AN scelto dall’ex ministro Adolfo Urso, Giancarlo Lanna, era stato il rappresentante degli interessi della Atlantis nel Belpaese.

La Atlantis World Nv, società con base nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, è controllata attraverso una rete di società offshore e di trust da Francesco Corallo, figlio di Gaetano, vicino al boss catanese Nitto Santapaola. Nella vicenda di Massimo Ponzellini e della Banca Popolare di Milano, sono emersi i legami tra il suo consulente-braccio destro, Antonio Cannarile, ed il figlio di Marcello Dell’Utri, Marco: i due sarebbero soci nella Jackpot Game srl, “azienda leader – si legge sul sito – nel noleggio e nella gestione di apparecchi per il gioco lecito nella regione Sicilia”. “Punto di riferimento per tutti i gestori di sale da gioco o esercizi commerciali di ogni tipo, che vogliono dare massima visibilità al proprio locale e sfruttare le grandi possibilità di guadagno offerte dalle macchine da gioco e intrattenimento”.

Dicevamo di Francesco Corallo il quale, sebbene una sentenza del 2010 del Tribunale penale di Roma dichiari che non abbia più rapporti personali con il padre Gaetano, risiedeva stabilmente (prima di consegnarsi, nell’agosto del 2013, alle autorità italiane) nell’isola di St.Marteen, dove possiede tre casinò. Stiamo parlando della stessa isola delle Antille olandesi in cui don Tanino Corallo aveva fondato, nel lontano 1982, il casinò Rouge et Noire, ed in cui, secondo le rivelazioni del pentito di mafia Angelo Siino, il boss corleonese Benedetto “Nitto” Santapaola trascorse la latitanza nel 1986, a seguito del mandato di cattura nei suoi confronti per l’omicidio del generale Carlo Albero Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e della loro scorta Domenico Russo.  Prima di risultare latitante, nel 2010, a seguito di un mandato di cattura emesso per associazione a delinquere spiccato nei suoi confronti dai giudici di Milano per i fidi a lui concessi dalla BPM, Francesco Corallo ha ricevuto dallo Stato italiano, nel 2004, la concessione per il 30% del mercato delle slot machine, nonostante le amicizie del padre e nonostante la società intestataria della concessione, la Atlantis World-Betplus, abbia sede in un paradiso fiscale.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/05/roma-si-consegna-re-delle-slot-francesco-corallo-era-latitante-da-maggio-2012/677010/

Probabilmente la concessione alla Atlantis risentiva di un accordo tra Francesco Corallo e l’allora braccio destro dell’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, Marco Milanese, accordo volto al reperimento delle risorse destinate a garantire la copertura al decreto Abruzzo 2009.

In forza di tale accordo Corallo ottiene infatti il prestito dalla BPM di Ponzellini per acquistare le slot machine e le videolottery; in cambio garantisce, attraverso la tassazione dei proventi della Atlantis, le coperture richieste dal decreto.

Si è trattato di un punto di svolta, poichè da allora, grazie al volume di entrate fiscali garantite al governo, tutto il comparto giochi d’azzardo assume un’influenza determinante sull’attività governativa di regolamentazione del settore, come in occasione della determinazione del livello di tassazione, o del numero di sale giochi sul territorio nazionale, o come, nel caso del governo Letta, del condono di una novantina di miliardi di tasse evase dai concessionari, grazie anche al finanziamento privato concesso alle fondazioni di qualche politico di peso.

Così come è emerso per la fondazione di Enrico Letta, VeDrò, che nel 2010 avrebbe ricevuto finanziamenti da Lottomatica e da Sisal  http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/politica-e-gioco-dazzardo-m5s-finanziamenti-alla-fondazione-di-letta/602879/.


Le società italiane 

Parlando di Lottomatica e della recente gara per la gestione del gioco del Lotto, vi è da dire che la società di proprietà della De Agostini continua a gestire tale gioco oramai da tempo immemore.

La gara precedente, del 2006, era stata vinta manco a dirlo da Lottomatica, ma nel frattempo la società ha rilevato l’anno scorso il colosso americano dei giochi IGT, leader nei giochi elettronici oltre che nelle scommesse e nelle lotterie, con sei miliardi di dollari di fatturato e 13 mila dipendenti.  A seguito della fusione Gtech/Lottomatica IGT, la società ha trasferito la sua sede a Londra, dove le tasse sulle società sono ridotte, mentre IGT risiede nello stato americano del Rhode Island http://phx.corporate-ir.net/phoenix.zhtml?c=119000&p=irol-alerts&t=&id=&, una sorta di paradiso fiscale per quanto riguarda la tassazione societaria http://www.pwc.com/us/en/state-local-tax/newsletters/salt-insights/rhode-island-combined-reporting-rate-reduction-tax-haven.html.

Ora, ci si potrà chiedere come avrà fatto Lottomatica a vincere la gara internazionale per la gestione del Lotto: c’è da dire che la partecipazione prevedeva una cauzione da 700 milioni di euro, e i più maligni potranno domandarsi quante siano state le società sul mercato in grado di disporre di una tale cifra. Di sicuro ne sono state escluse tutte le società di piccole e medie dimensioni, come la Sisal, la Snai e la Intralot. E di sicuro c’è anche che Gtech Lottomatica gode dei servizi di un folto stuolo di lobbisti, tra i quali spicca Giuliano Frosini, attuale responsabile per le relazioni istituzionali, posizione a metà strada tra l’esperto di comunicazione ed il lobbista per l’ ex direttore della Fondazione Italianieuropei presieduta da Massimo D’Alema.

Altro parlamentare molto interessato a promuovere misure a sostegno delle società concessionarie delle macchine da gioco è Giancarlo Giorgetti, della Lega Nord, cugino del banchiere Massimo Ponzellini. La nomina di Giorgetti a sottosegretario dell’Economia da parte dell’ex presidente del consiglio Enrico Letta ha suscitato un vespaio di polemiche, a partire dagli aderenti alla campagna contro la dipendenze da gioco “Mettiamoci in gioco“, tra i quali spiccano Acli, Anci, Adusbef, Gruppo Abele e Libera. Come ha spiegato Matteo Iori presidente di Coneggia (Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo), durante un’audizione in Senato, Giorgetti era la persona meno adatta a cui affidare la delega sul gioco online; egli fu infatti titolare della stessa delega durante il governo Berlusconi, e in quel periodo ci fu un gran fiorire di nuovi giochi e nove iniziative favorevoli al comparto, come l’introduzione delle videolottery e il win for life, ma anche del bingo online e dei nuovi gratta e vinci. Giorgetti ha sempre seguito molto da vicino il mercato dei giochi d’azzardo di ultima generazione, spesso proponendosi pubblicamente in occasione di incontri ufficiali del settore, come la mostra dell’Enada, accreditandosi quale rappresentante ufficiale dei loro interessi all’interno del parlamento. http://www.famigliacristiana.it/articolo/azzardo-una-nomina-che-fa-discutere.aspx


Il gioco d’azzardo in Italia

Come scrive Matteo Iori, in una sorta di excursus storico e legislativo  http://www.conagga.it/1/upload/guida_sole24ore_matteo_iori_nov2012bq.pdf, fino a vent’anni fa in Italia il gioco d’azzardo prevedeva solo i casinò, il totocalcio, il lotto ed il totip. Il legislatore infatti, giudicando tale attività fortemente aleatoria e quindi rischiosa, intese limitarla in misura decisiva, attraverso un forte controllo da parte dello Stato e soprattutto un elevato livello di tassazione.

Oggi, il paradigma è totalmente cambiato: le forme di gioco d’azzardo sono notevolmente aumentate, si va dai gratta e vinci (in termine tecnico lotterie istantanee), ai giochi elettronici di ultima generazione, dalle agenzie di scommesse (che non si occupano più solo dei cani e dei cavalli, ma di una vasta serie di eventi sportivi che vanno dalle partite di calcio alle gare di moto e auto da corsa), alle sale bingo di giochi numerici a totalizzatore nazionale (come il superenalotto ed il win for life), ai giochi on line come il poker e la roulette. La spesa per il gioco d’azzardo in Italia è di 17  miliardi di euro, cifra riferita al 2013, fattore che pone il nostro paese ai primi posti come spesa pro capite in giochi d’azzardo, dopo Australia, Singapore, Finlandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. L’Italia, dunque, spende poco più degli inglesi, gli inventori delle scommesse, e ben il doppio rispetto ai tedeschi. 

Nella classifica per nazioni siamo invece al quarto posto, dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Vantiamo però il triste primato di quello che viene considerato il peggiore e più alienante tra i giochi d’azzardo, le slot machine e le videolottery, le stesse che erroneamente vengono definite videopoker. Uno studio condotto dall’Università Cattolica di Brescia ha recentemente accertato come un giocatore su tre di videolottery sia patologico. Lo studio in questione ha analizzato un campione di 300 frequentatori di 20 sale giochi sparse in tutta Italia, e dai risultati è emerso come i giocatori dipendenti siano in maggioranza di sesso maschile, disoccupati o con un lavoro saltuario, di nazionalità non italiana, con un basso livello di scolarizzazione e con problemi relazionali. http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=15029&fr=n

Ma la dipendenza patologica dal gioco d’azzardo colpisce trasversalmente tutti i gruppi sociali, tra i quali il 25% delle casalinghe ed il 17% degli studenti e dei pensionati. La gran parte dei soggetti intervistati dallo studio frequenta le sale da gioco dalle 5 alle 7 volte la settimana, oltre a giocare online almeno una volta a settimana. L’85% dei giocatori ha una perdita media di 40 euro al giorno; l’altro 15% che vince, guadagna in media 120 euro.

Secondo i dati in possesso del Dipartimento delle politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il 54% della popolazione italiana ha giocato almeno una volta, senza manifestare particolari criticità, mentre una percentuale che va dall’ 1,27 al 3,8% rientra nella categoria dei giocatori problematici. I giocatori più prettamente patologici, affetti cioè da ludopatia, sono tra lo 0,5 ed il 2,2%.

Secondo una recente ricerca del CNR, in Italia le persone soggette a rischio moderato ludopatia sarebbero 800 mila, 250 mila i soggetti a rischio elevato, mentre due milioni sarebbero quelli a baso rischio. Il fenomeno è in costante crescita, così come ad essere in costante crescita è il numero delle sale da gioco. http://www.cnr.it/news/index/news/id/5711

Ad essere colpite da questa eccezionale espansione sono principalmente le grandi città, a partire da Roma, in cui nel giugno 2013 sono state censite 718 sale slot (fonte Open Data Comune di Roma), per un totale di 50 mila macchine, tra VLT e slot machine.

In una sola sala, la più grande d’Europa, situata nei pressi di piazza Re di Roma, vi sarebbero ben  900 postazioni (fonte: rapporto Mammamafia realizzato da Terrelibere e aSud). http://www.jamma.it/adi/roma-capitale-delle-slot-censite-178-sale-giochi-69648


Slot-machine e videolottery: un mercato gestito in parte dalle organizzazioni criminali

Questa enorme quantità di sale gioco pone all’amministrazione capitolina due tipi di questioni: la prima, di rispetto delle norme, è che in una grande città dove tutto si trova concentrato in spazi ristretti, le condizioni di distanza previste dalla normativa nazionale attualmente in vigore (300 metri da postazioni bancomat, scuole, asili e luoghi di culto) difficilmente possono essere fatte rispettare. La seconda è di tipo legale, posto che, come denunciato dalla Direzione Nazionale Antimafia (DNA), le organizzazioni mafiose hanno enormi interessi in questo in campo, visto che la spesa pro capite dei romani nel gioco d’azzardo è passata dai 500 euro del 2004 ai 1.200 del 2011. Nel testo della relazione della DNA riportato dal rapporto Mammamafia si legge come i circoli dove si gioca d’azzardo sarebbero, nella Capitale, circa un migliaio, e che ogni singola macchina video lottery incassa dai 2 ai 3 mila euro al giorno.

E’ evidente, dunque, come il business delle slot-machine e delle videolottery rappresenti un’ottima opportunità per le organizzazioni criminali che riciclano i proventi delle loro attività illecite, non solo rilevando locali pubblici, in gran parte bar e ristoranti del centro storico. http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/02/10/news/roma_61_arresti_per_associazione_mafiosa_tra_i_reati_estorsione_usura_e_riciclaggio-106940480/ .

Da una recente indagine della magistratura che ha colpito il clan dei Casalesi, ed in particolare la famiglia di Francesco Schiavone detto Sandokan, con i figli Carmine e Nicola, e che ha portato all’arresto di 42 affiliati al clan, è emerso come dei 200 mila euro mensili derivanti dalle attività illecite e destinati in gran parte a pagare gli stipendi dei membri dell’organizzazione, inclusi quelli rinchiusi in carcere, circa la metà proveniva da attività estorsive legate all’imposizione di macchine slot-machine e videolottery ad imprenditori che gestivano bar ed esercizi commerciali quali tabaccherie e ristoranti. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/10/camorra-blitz-casal-principe-in-manette-i-figli-sandokan-schiavone/1492385/


Un’analisi medica sulla dipendenza dal gioco d’azzardo

Secondo la definizione fornita dal ministero della Salute, per gioco d’azzardo patologico o ludopatia si intende l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o fare scommesse, nonostante l’individuo che ne è affetto sia consapevole che questo possa portare a gravi conseguenze. http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?lingua=italiano&id=60&area=Disturbi_psichici

Il gioco d’azzardo diventa una patologia medica quando il giocatore non gioca più per divertimento e non è più in grado di controllarsi, perdendo la cognizione della realtà e dedicando al gioco sempre più tempo. Il giocatore patologico vive in funzione del gioco e trascura tutto il resto della sua vita, dal lavoro agli affetti. Ciò conduce inevitabilmente a compromettere sia la sua situazione familiare che quella economica.

Il comportamento del giocatore viene definito non più ludico o ricreativo ma “compulsivo“, simile a quello del tossicodipendente o dell’alcolizzato, solo che la dipendenza in questo caso non è generata dall’assunzione di una sostanza.

La dipendenza da gioco prende il nome di ludopatia, e per essere individuata c’è bisogno di una diagnosi, oltre che di una cura e di una riabilitazione. Le cause del disturbo non sono note, ma si ritiene che consistano in un insieme di fattori genetici e ambientali.

La ludopatia si cronicizza, in quanto spinge la persona che ne è colpita a continuare a giocare, indipendentemente dall’esito del gioco stesso. Come accade anche per le altre dipendenze, pur di continuare a svolgere l’unica attività che lo interessa, il soggetto affetto di ludopatia si spinge anche a commettere atti illeciti, come il furto o la truffa, ad esempio emettendo assegni a vuoto, pur di procacciarsi i soldi necessari. Nel 1980 l’American Psychiatric Association ha inserito il gioco d’azzardo patologico nel Manuale Diagnostico e dei Disturbi Mentali (DSM), dove è presente ancora oggi,  accordando così alla ludopatia il valore di patologia psichiatrica. Secondo la definizione data dal Manuale, il gioco d’azzardo rappresenta una patologia che rientra tra le dipendenze comportamentali, al pari della cleptomania, della piromania, della tricotillomania e del disturbo esplosivo intermittente, quando si trasforma in un impulso incontrollabile a giocare, malgrado la consapevolezza delle conseguenze negative.

I soggetti più a rischio di contrarre la ludopatia vengono ritenuti tali a causa della presenza di alcuni fattori, che possone essere:

a) fattori biologici, in particolare  “neurofisiologici“: lo squilibrio nel funzionamento del sistema dei neurotrasmettitori cerebrali atti a produrre serotonina, sostanza responsabile dell’equilibrio affettivo-comportamentale. Nei ludopatici la quantità di serotonina è sotto la media, e ciò rappresenta l’elemento che determina lo squilibrio comportamentale;

b) fattori ambientali-educativi che hanno a che fare con l’educazione ricevuta, ma anche con la situazione economica del soggetto: ad esempio i soggetti più in difficoltà come i disoccupati sono più predisposti a contrarre una dipendenza da gioco;

c) fattori patologici: le persone particolarmente avare o lussuriose sono anche esse maggiormente predisposte nei confronti della ludopatia.

In base ad alcuni studi effettuati negli Stati Uniti, la ludopatia coinvolge una percentuale della popolazione compresa tra il 2 ed il 4%, rappresentando un importante problema di salute pubblica.  http://www.cedostar.it/tesi/crivellari_gioco_azzardo_patologico_tesi.pdf

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Lo studio che ha collegato l’autismo ai vaccini è falso

Vaccinazioni raccomandate

Nel 1998 una stimata rivista medica ha pubblicato uno studio le cui conclusioni erano sorprendenti: i vaccini contro il morbillo, la parotite e la rosolia (MPR), somministrati ogni anno a milioni di bambini nel mondo, possono causare l’autismo.

Lo studio in questione, condotto dallo screditato ex medico ricercatore Andrew Wakefield, rappresenta il punto di partenza del dibattito in corso sulle correlazioni tra i vaccini e l’autismo.

Oggi quello studio è stato completamente sviscerato: The Lancet, la rivista medica su cui era inizialmente stato pubblicato, lo ha ricusato, e le indagini hanno descritto la ricerca come una “truffa molto elaborata“, tanto che Wakefield ha perso la sua licenza di medico.

Ma gli esperti della sanità pubblica affermano che le false informazioni sulle quali lo studio si basava e le erronee conclusioni a cui giungeva, sebbene siano state sonoramente respinte dal mondo accademico, ancora suscitano in alcuni genitori serie preoccupazioni circa i rischi legati al vaccino MPR (measles.mumps-rubella MMR), oltre al fatto che alcune personalità come Jenny McCarthy continuano a difendere l’ex medico Wakefield.

Di seguito elenchiamo sei ragioni, ed alcune letture di approfondimento per ricordare quanto fosse basso il livello della ricerca di Wakefield.

1) La migliore evidenza contraddice le teorie di Wakefield circa i legami tra il vaccino e l’autismo.

Numerosi studi condotti su larga scala con il coinvolgimento di migliaia di persone in diversi paesi non sono stati in grado di dimostrare l’esistenza di un legame tra il vaccino MPR e la sindrome dello spettro autistico.

Recentemente la rivista Jama ha svolto un’indagine su circa 100 mila bambini sottoposti al vaccino MPR http://jama.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=2275444#Results e sulle loro famiglie.

La ricerca ha mostrato come il vaccino MPR non avesse alcun tipo di correlazione con l’aumento del rischio di autismo, anche in quei bambini che avevano fratelli maggiori affetti dalla sindrome dello spettro autistico. Gli autori della ricerca hanno dunque concluso: “Questa nuovo lavoro mostra come non vi sia alcuna dolorosa associazione tra le componenti del vaccino MPR e la sindrome dello spettro autistico (SSA) anche tra bambini geneticamente predisposti al rischio della SSA“.

In un altro degli studi recenti più approfonditi http://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMoa021134 circa mezzo milione di bambini sottoposti alla vaccinazione MPR sono stati posti a confronto con 100 mila bambini non vaccinati, e non sono emerse divergenze tra i due gruppi in termini di tasso di autismo. L’autore dello studio ha scritto nel New England Journal of Medicine: ” Questo studio offre una forte evidenza contro l’ipotesi che il vaccino MMR possa causare l’autismo“.

2) Lo studio che dimostrava il legame tra i vaccini o MPR e l’autismo è stato solo un pessimo esempio di ricerca scientifica.

Lo studio realizzato da Wakefield che tendeva a dimostrare la correlazione tra il vaccino MPR e l’autismo si basava su di un caso clinico che vedeva coinvolti solo 12 bambini. I “casi clinici” sono storie molto dettagliate relative a particolari vicende mediche, le quali – a causa del fatto che si tratta solo di storie – vengono considerati dalla comunità scientifica tra gli studi medici meno rappresentativi   http://www.vox.com/2015/1/5/7482871/types-of-study-design.

Sono molti i bambini affetti dalla sindrome dello spettro autistico, e quasi tutti sono stati sottoposti alla vaccinazione MPR.

Se lo studio di Wakefield è riuscito a dimostrare, in una popolazione molto ristretta di dodici unità, una correlazione tra i due fattori, l’autismo e la vaccinazione MPR, ciò non costituisce una grande scoperta, e soprattutto non prova che tale correlazione esista effettivamente anche in un campione più grande di bambini.

Wakefield ha anche sottolineato l’esistenza  di una correlazione tra il vaccino MPR ed una nuova sindrome infiammatoria intestinale, da lui denominata “enterocolite autistica” https://en.wikipedia.org/wiki/Autistic_enterocolitis, ed in seguito smentita.

Malgrado gli esiti  dello studio di Wakefield siano stati smentiti, successivi tentativi di replicarli sono falliti ugualmente.

3) L’autore dello studio Andrew Wakefield ha manipolato e rappresentato in maniera errata i suoi dati.

Un giornalista investigativo inglese, Brian Deer ha seguito ciascuna delle dodici famiglie oggetto dello studio di Wakefield, concludendo come nessuno dei casi che le riguardavano era esente da errore, in relazione ai dati riportati dall’ex medico, errori di “alterazione o di errata rappresentazione“. In altre parole Wakefield, l’autore dello studio originario, ha manipolato i dati del suo lavoro http://www.bmj.com/content/342/bmj.c5347 .

Deer riporta  esattamente i risultati della sua indagine nel British Medical Journal ed è piuttosto scioccante il fatto che essi non siano stati pubblicati prima. Alcuni dei bambini che Wakefield aveva descritto come affetti da autismo, in realtà non lo erano; altri bambini, che Wakefield aveva diagnosticato come “normali” prima della somministrazione del vaccino MMR, in realtà presentavano sintomi preesistenti di autismo, ben prima della vaccinazione.

4) Lo studio di Wakefield si basa su campioni di sangue che il medico ha prelevato ai bambini ad una festa di compleanno da lui organizzata.

Ancora più assurda appare la circostanza secondo la quale, con l’avvio di un’inchiesta su Wakefield da parte dal General Medical Council, l’authority inglese sul controllo dei medicinali, è emerso come l’ex medico al quale è stata ritirata la licenza, avesse pagato i bambini intervenuti alla decima festa di compleanno di suo figlio per prelevare loro il sangue da sottoporre alla ricerca. Ciò non rappresenta esattamente un comportamento controllato ed altamente etico. Infatti il GMC, nel ritirargli la licenza di medico, ha dichiarato che Wakefield “ha operato con cinico disprezzo per la sofferenza ed il dolore che i bambini avrebbero potuto soffrire” http://content.time.com/time/health/article/0,8599,1957656,00.html .

5) Wakefield ha fatto registrare un brevetto per un vaccino multiplo MPR alternativo

Nella vicenda del vaccino MPR e delle sue correlazioni con l’autismo Wakefield ha un grave conflitto di interesse. Infatti, mentre era impegnato a screditare l’attuale composizione del vaccino MPR, morbillo, parotite e rosolia, consigliando ai genitori dei bambini di fare somministrare ai loro figli singoli vaccini (e non cocktails) e in un intervallo di tempo più lungo di quello attuale, era in procinto di registrare il brevetto relativo ad un singolo vaccino MPR, alternativo rispetto a quello attualmente in uso.

“Per la maggioranza dei bambini, il vaccino MPR va bene” ha dichiarato Wakefield http://www.telegraph.co.uk/news/health/news/7091767/Andrew-Wakefield-the-man-behind-the-MMR-controversy.html.

“Ma io credo che ci siano sufficienti dubbi per chiedere ai responsabili del trattamento di somministrare ai bambini singoli vaccini separati”. Egli inoltre suggeriva come gli studi relativi al vaccino MMR, sebbene risalissero a tempi lontani, potessero essere messi in discussione.

L’inchiesta di Brian Deer ha scoperto come nel giugno del 1997 http://briandeer.com/mmr/lancet-summary.htm Wakefield abbia registrato il brevetto per un supposto singolo e più sicuro vaccino MPR. Scrive Deer che “sebbene Wakefield continui a negarlo, vi sono documenti confidenziali che dimostrano come il suo progetto di vaccino monodose e la rete di società farmaceutiche pronte a produrlo fossero intenzionate a raccogliere i fondi per avviare la fase realizzativa, la quale prevedeva anche un vaccino alternativo con affetti virali “più attenuati”, dei kit commerciali di tester ed anche una supposta “cura completa” contro l’autismo”.  http://briandeer.com/mmr/lancet-summary.htm

6) Wakefield si è rifiutato di riscrivere il documento nel quale descriveva le sue scoperte

Alla base della scienza vi è il concetto della falsificazione: uno scienziato conduce un esperimento, mette insieme i suoi risultati e prova a confutare se stesso cercando di replicare il suo esperimento in un diverso contesto. Solo quando avrà attraversato tutte queste fasi lo scienziato potrà essere certo che i risultati da lui ottenuti siano esatti. Wakefield non ha fatto nulla di tutto ciò.

Come ha scritto l’editore della rivista BMJ: “E’ stato ampiamente offerto a Wakefield di replicare le scoperte da lui descritte nel suo studio, o di ammettere di essersi sbagliato. Lui si è rifiutato di fare entrambe le cose”. http://www.bmj.com/content/342/bmj.c7452.full

Nel 2004 ben 10 dei coautori del suo studio originario lo hanno disconosciuto, ma Wakefield si è rifiutato, e da allora ha continuato a portare aventi le sue teorie, incluso anche il giro dei circuiti di opinionisti e di editori che si oppongono alla vaccinazione.

Sul suo sito web Wakefield viene descritto come un eroe senza macchia http://www.callous-disregard.com/about.htm  “Nella ricerca di possibili legami tra vaccini infantili, infiammazioni intestinali e danni neurologici nei bambini il dottor Wakefield ha perso il suo impiego presso il Dipartimento di Medicina del London’s Royal Free Hospital, il suo paese, la sua carriera, e la sua licenza di medico”.

“Wakefield ha anche tentato di fare causa alla rivista BMJ ed al giornalista Deer, sostenendo che le loro ragioni contro di lui erano riconducibili ad una sorta di vendetta. Ad oggi tali cause legali non hanno condotto ad alcun risultato.

http://www.vox.com/2015/2/2/7965885/the-research-linking-autism-to-vaccines-is-even-more-terrible-than

trad cm

33, 33, 33

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Tra le varie udienze del processo Balducci-Anemone alle quali chi scrive ha potuto assistere, vi è quella di Fabio De Santis, ingegnere presso il ministero dei Lavori Pubblici, Dipartimento del turismo, e grazie all’intercessore del “dominus” Angelo Balducci, distaccato alla Struttura Tecnica di Missione, presso la presidenza del consiglio.

Ed è sempre grazie a Balducci che De Santis riceve incarichi molto importanti: Responsabile Unico di Procedimento (RUP colui che risponde della progettazione, dell’affidamento e dell’esecuzione dell’opera) per i lavori relativi alla Caserma Zignani (la sede dell’AISI i cui lavori non rientravano tra quelli relativi ai cd grandi eventi); collaudatore del Palazzo dello Sport, opera mai eseguita per mancanza di fondi e relativa ai Mondiali di Nuoto di Roma 2009; soggetto attuatore (con un’ordinanza della presidenza del consiglio) per i lotti 4, 5 e 6 delle opere relative al G8 de La Maddalena (opere vinte dalle imprese di Diego Anemone); ha seguito poi lavori importanti in occasione delle celebrazioni per il 150mo Anniversario dell’Unità d’Italia a Novara, Torino e Firenze; in relazione ai lavori relativi all’Auditorium di Firenze, De Santis è stato RUP.

Fabio De Santis è stato assolto per le mancate bonifiche nello spazio di mare antistante all’ex arsenale militare de La Maddalena, uno dei lotti (il 7) dei lavori per il G8, che prevedevano il dragaggio con smaltimento del fondo marino inquinato da sedimenti di idrocarburi. Così come è stato assolto dagli addebiti relativi ai lavori per la costruzione dell’Audotorium di Isernia, lavori ai quali hanno partecipato imprese del gruppo Anemone.

Conoscente di lunga data di Diego Anemone, essendo entrambi proprietari di immobili situati in campagna, in uno stesso comune in provincia di Orvieto (Monteleone d’Orvieto), De Santis vanta un ottimo rapporto con l’imprenditore socio di Angelo Balducci nel Salaria Sport Village. Rapporto cementato oltre che dalla lunga frequentazione, anche dagli affari e dagli incontri a luci rosse organizzati da Simone Rossetti, braccio destro di Anemone al Salaria.

Siamo nell’ottobre del 2008, i carabinieri del ROS intercettano una conversazione al telefono tra Diego Anemone e Fabio De Santis; quest’ultimo, delegato dalla presidenza del consiglio alla gestione dei Grandi Eventi (succeduto a Balducci), chiama Anemone per avvisarlo dell’arrivo dei soldi relativi ai lavori del G8:

De Santis: “Dammi un bacio in fronte”.

Anemone: “Dove vuoi sul culo pure se mi dai una buona notizia”.

DS: “Preparati…C’ho i soldi in cassa”.

A: “Che vuol dire?”.

DS: “Eh! Ci ho i soldi in cassa!”

A: “Che ci hai?”.

DS:” I soldi in cassa”.

Si tratta dell’accredito di importo pari a 1 milione e 456 mila euro per il soggetto vincitore della gara per i lotti 4,5 e 6 del G8.

La contropartita di questo appalto per De Santis sarebbe stata costituita, secondo i magistrati, da un cellulare, oltre da una fornitura di mobili, e da prestazioni sessuali pagate da Anemone.

Ma De Santis contava di poter fare ottenere dei lavori in subappalto anche al fratello Marco, come era già successo nel 2000 per la caserma dei Vigili del Fuoco di Cornegliano Veneto; in quell’occasione l’appalto venne vinto da una società, la Cornegliano Scarl, costituita per il 51% da Daniele Anemone, figlio di Diego, e per la restante parte da Marco De Santis.

Ma le cose non vanno come dovevano andare e Marco De Santis, che prima riceve assicurazioni dal fratello (“C’abbiamo la patente per uccidere…cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare”), e in seguito rimane deluso per il mancato subappalto, si sfoga al telefono sempre col fratello: “Voi siete una banda di banditi e vi credete che gli altri sono tutti scemi…c’ho davanti gente che ruba tutto il rubabile…ma fatela finita che prima o poi uno scemo che vi crea qualche problema lo trovate. Ma tanto io Diego…fosse l’ultima cosa che faccio, lo mando carcerato. Te lo dico chiaro e tondo…Io a Diego e tutta la combriccola la mando carcerata”.

Qualche mese prima, nel maggio 2008, I ROS intercettano un’altra conversazione, sempre tra Anemone e De Santis, nella quale quest’ultimo spiega all’imprenditore suo amico e sodale i criteri di spartizione degli appalti in relazione ai tre lotti vinti alla Maddalena:

Anemone: “Mi avevi chiamato Fabbiè?”.

De Santis: “Si, ero io”.

A: “Comandi, comandi”.

DS:”Dico. Non so se si verificherà tutto questo ben di Dio, ma comunque sappi che, insomma, un 33 per cento di azioni ce l’hai” (in aula De Santis spiega al Presidente ed alla Corte che si riferiva alla suddivisione delle opere in fase esecutiva).

A:”Ma vaffanculo,va (ride)”.

DS:”Eh, perché io ho deciso che faccio 33, 33, 33″.

A:”Eh, va bene allora”.

DS:”E l’1 per cento lo diamo a Mauro (Della Giovanpaola, il funzionario del Ministero incaricato della sorveglianza). Gli ho detto a Mauro: “Testa sulle spalle e piedi per terra, perché ci aspetta un periodo di fuoco”.

A:”Sui, no, ma dico: ormai è fatta”.

DS:” Bisogna stare. Bisogna veramente mettere la testa nel ghiaccio tutti i giorni”.

De Santis ha spigato in aula che nella conversazione faceva riferimento non ai soldi, ma alla suddivisione dei lavori in relazione ai tre lotti ottenuti da Anemone.

Riguardo ai lavori de La Maddalena, De Santis dichiara in aula che tutti quelli da lui approvati in qualità di RUP, i relativi costi non sono variati. Nel settembre del 2008 viene nominato un coordinatore dei RUP, l’ing. Gian Michele Calvi, e il De Santis decide di abbandonare i lavori ed i relativi incarichi. Da quel momento i costi dei lavori lievitano quasi del 60%; solo l’arrivo di Calvi e dei suoi dieci collaboratori produce un aumento pari ad un milione di euro. La persona che formalizzò l’aumento dei costi, in particolare in relazione al lotto n.4, fu l’ing. Calvi, il quale scrisse una lettera a diversi soggetti, spiegando questa sua decisione. (cm)

Le lobbies finanziere nelle istituzioni europee

confronto tra lobbisti registrati e non
Immagine tratta dallo studio di Corporate Europe Observatory dal titolo: financial lobby report

Per avere una corretta rappresentazione del potere delle lobbies finanziarie a livello europeo, è sufficiente conoscere i mezzi dei quali queste si avvalgono per influenzare, nelle diverse fasi procedurali, le varie istituzioni che esercitano il potere normativo.

Stiamo parlando di una lista di 700 soggetti direttamente riconducibili ad importanti player dei mercati finanziari, dotati complessivamente di un budget di 120 milioni di euro per la spesa annua, e di un numero di lobbisti pari a 1.700 che è il più elevato in assoluto tra le varie attività economiche ed industriali che esercitano tale attività nelle istituzioni europee.

Per fare un paragone, si pensi che il settore farmaceutico, con i suoi 40 milioni di euro spesi complessivamente ogni anno ed i suoi 176 lobbisti impiegati a Bruxelles, rappresenta il secondo grande comparto industriale in termini di potere economico e di risorse impiegate.

Con tale dispiego di mezzi il comparto finanziario è stato in grado, nel corso degli anni, di dettare la linea alle istituzioni comunitarie, ed in particolare, a seguito della crisi finanziaria cominciata nel 2008, di neutralizzare gli effetti delle riforme approvate nel tentativo di ridurre gli i riflessi negativi trasmessi dai mercati finanziari all’economia.

In questo contesto esiste un grave deficit di democrazia rappresentato non tanto dal fatto che il denaro possa comprare il consenso, quanto dalla circostanza che il potere dei principali attori dei mercati finanziari, responsabili della crisi, sia capace di influenzare le istituzioni legislative comunitarie nel dettare quelle riforme che invece tale potere dovrebbero limitare.

Le organizzazioni e la frequenza dei loro incontri con i politici

Per individuare in maniera completa tutti i soggetti che esercitano un’attività lobbistica sul processo decisionale delle istituzioni europee, lo studio realizzato da Corporate Europe Observatory (CEO) http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/financial_lobby_report.pdf divide tale processo in varie fasi, attraverso una sorta di mappa delle varie istituzioni europee coinvolte nella regolamentazione del mercato finanziario. In questo modo vengono evidenziate quali entità svolgono attività di lobbying ed a quale stadio del processo decisionale. Sarà anche possibile scoprire se alcuno soggetti di pressione, godano di un accesso privilegiato alle istituzioni, o piuttosto quali interessi specifici e quali soggetti stiano rappresentando.

Ad esempio il partito dei Conservatori inglesi eletti al Parlamento Europeo, fa parte della Commissione sugli Affari Economici e Monetari, la quale ha un ruolo nella regolamentazione dei mercati finanziari. Nei primi sei mesi del 2013 questi hanno avuto oltre 100 meeting con lobbisti del settore finanziario. In questi sei mesi l’intero gruppo dei 25 parlamentari europei appartenenti al partito dei Conservatori inglesi, ha reso nota la lista completa dei meetings nel loro sito web

http://conservativeeurope.com/downloads/LobbyingContactReportsJan-June2013.pdf; nel complesso il gruppo ha incontrato 74 diverse organizzazioni del mondo i finanziario, sia private che pubbliche.

Nel corso degli incontri è stata discussa la competa regolamentazione del settore finanziario europeo, dal salvataggio delle banche al loro fallimento, dal commercio di derivati alla tassazione degli scambi di attività finanziarie. Tra le varie organizzazioni lobbistiche più attive, ve ne erano anche alcune presenti a titolo personale, come JP Morgan che ha avuto 7 meeting, Citigroup 4 e Goldman Sachs 3.

Per avere un’idea completa di quanti gruppi svolgano attività di lobbying nel settore finanziario e di quanto denaro spendano in media all’anno, CEO svolge una sorta di monitoraggio attraverso il Registro Europeo per la Trasparenza, verificando quale sia stato il loro apporto effettivo nel processo di approvazione di due importanti riforme del mercato finanziario:

a) la Direttiva sui Mercati degli Strumenti Finanziari (MiFID) e la         b) 4a Direttiva sulle richieste di capitale (CRD IV).

La ricerca ha permesso di individuare ben 208 organizzazioni, appartenenti sia al settore finanziario che alla società civile, che hanno nominato le due direttive in questione come argomentai di interesse e pressione nella loro scheda di registrazione.

Tuttavia il Registro per la Trasparenza, sebbene sia stato istituito dalla Commissione nel 2008 dopo forti pressioni da parte della società civile, presenta dei limiti:  secondo alcuni studi accademici solo un terzo dei soggetti che svolgono attività di lobbying vi si iscrivono; quando sono iscritti, le informazioni fornite sono false o incomplete, ad esempio spesso si sottostimano volutamente i dati relativi alla spesa annuale per attività lobbistiche ed il personale stabilmente impiegato per fornire un’immagine falsa sulle proprie potenzialità. In ultimo le informazioni fornite attraverso la registrazione, non vengono controllate dalle istituzioni europee, dunque non essendo obbligatoria ne la registrazione, ne la veridicità dei dati dichiarati, non vi è, di fatto, alcuna sanzione in caso di violazione.

CEO identifica quelle lobby che sono attive nelle diverse fasi del processo decisionale, ed estrapola quelle che hanno esercitato pressioni in tutte le diverse fasi del processo, fatta eccezione per il Consiglio Europeo, per il quale l’accesso alle informazioni non è consentito.

La regolamentazione dell’attività finanziaria viene influenzata sia dalla Commissione che dal Parlamento, oltre all’organo amministrativo che adotta i regolamenti di attuazione rendendo esecutive le norme.

Istituzioni Europee coinvolte nella regolamentazione del mercato finanziario
Immagine tratta dallo studio di Corporate Europe Observatory dal titolo: financial lobby report

L’attività di Lobbying sulla Commissione europea

La Commissione svolge un ruolo determinante nella regolamentazione dei mercati finanziari, attraverso la presentazione di proposte di riforma ed anche attraverso la presentazione di emendamenti rispetto a propose di riforma presentate da altri organismi.

Dunque la Commissione è il primo obbiettivo di qualunque organizzazione che cerchi di influire sulle riforme in corso di elaborazione. L’incontro tra rappresentanti della Commissione e rappresentati di organizzazioni lobbistiche può avvenire in diversi modi, i più importanti dei quali sono sicuramente quelli in fase di consultazione, attraverso i gruppi di consulenza ufficiali, conosciuti come gli Expert Groups. Faremo riferimento inizialmente ai due principali gruppi convocati dalla Commissione in relazione ad importanti argomenti collegati ai mercati finanziari      https://circabc.europa.eu/faces/jsp/extension/wai/navigation/container.jsp.

La Commissione sostiene che la consultazione con questi gruppi di esperti rappresenti il confronto con la cittadinanza ed i portatori di interessi nella fase di sviluppo della normativa. La scopo della consultazione è dunque quello di ottenere risposte dalle organizzazioni di cittadini, ONG e dalle autorità pubbliche http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2013/esfs/docs/background-document_en.pdf.

Le consultazioni che esamineremo ora riguardano tutti i principali argomenti dell’attività di  regolamentazione finanziaria da parte dell’Unione, come ad esempio il Sistema Europeo di Supervisione Finanziaria (ESFS), Il fallimento delle banche, le restrizioni del capitale, gli investimenti alternativi (inclusa la regolamentazione dei fondi di private equity e degli hedge fund), il commercio di derivati e la tassa sulle transazioni finanziarie (TTF).   In tutto sono state calcolate 17 consultazioni considerate tra le più importanti nel campo della regolamentazione finanziaria.

Delle 906 organizzazioni che hanno preso parte alla consultazione, circa il 55% provenivano dall’industria finanziaria, il 12% dal altri settori economiche ed il 13% dai sindacati, da NGO e da associazioni di consumatori. Se andiamo ad osservare la frequenza delle consultazioni ci si rende ancora più conto dello squilibrio degli interessi rappresentati, posto che i primi dieci soggetti che hanno risposto più frequentemente provengono tutti dall’industria finanziaria, con una sola eccezione, la Banca Centrale della Repubblica Ceca. 

Tra i primi dieci soggetti a fornire risposte sono elencate le principali federazioni dell’industria finanziaria, europea ed internazionale come la Federazione Bancaria Europea (European Banking Federation con 15 consultazioni), l’Organizzazione per la Gestione degli Investimenti (Investment Management Organization, 15), La Federazione Bancaria Francese (Federation Bancaire Francaise, 15), Il Gruppo Europeo delle Banche di Risparmio (European Saving Banks Group, 14), e l’Associazione  Internazionale  per gli Swap ed i Derivati (International Swaps and Derivates Association, 13).

Il secondo passo è stato quello di identificare quali tra le organizzazioni individuate partecipava anche ad uno degli Expert Groups della Commissione (DG Internal Markt), sulla riforma del mercato finanziario. Si tratta di gruppi creati dalla Commissione per fornire informazioni al lavoro della Commissione sulla regolamentazione finanziaria, anche nei casi in cui la Commissione propone una nuova legislazione nel settore.

Per dare un’idea dei lobbisti del settore finanziario presenti all’interno dei Gruppi di Esperti della Commissione (DG Markt), non basta fornire l’elenco di tutti quelli attivi.          In genere gli expert groups vengono costituiti su determinate questioni, ad esempio la riforma della regolamentazione bancaria, e  vengono chiusi subito dopo la presentazione da parte della Commissione della proposta.

Un ruolo decisivo tra gli expert groups lo hanno avuto quelli attivi durante la fase successiva alla crisi finanziaria del 2008. E’ emerso infatti che tra questi, alcuni non avevano reso noto i nomi dei loro componenti, mentre altri avevano indicato solo i loro nomi di battesimo, affermando che si trattava di esperti indipendenti. Indagando sui singoli appartenenti ai vari expert groups è stato possibile in alcuni casi smascherare i loro legami con alcuni gruppi finanziari, tanto da poter affermare come questi siano solo uno dei modi attraverso cui le lobbies esercitano la loro pressione sulla Commissione.

Nazionalità dei lobbisti finanziari
Immagine tratta dallo studio di Corporate Europe Observatory dal titolo: financial lobby report

L’attività di lobbying sul Parlamento europeo

Negli anni recenti il Parlamento Europeo ha acquisito la facoltà di influire sul processo legislativo attraverso la possibilità di presentare emendamenti alle proposte di direttiva presentate dalla Commissione; tale facoltà è abbastanza recente e si deve al sempre maggiore peso esercitato dalle lobbies dei vari settori, non certo alla pressione da parte della societa’ civile.

Nel 2010, in occasione della presentazione della direttiva sugli hedge funds e sui fondi di private equity, è stato possibile osservare il peso delle lobbies finanziarie, riconoscendo come 900 dei 1.600 emendamenti presentati alla direttiva fossero espressione della tutela di quegli interessi. Corporate Europe Observatory ha potuto verificare ciò attraverso uno suo studio specifico: http://corporateeurope.org/sites/ default/files/sites/default/files/files/article/regulating_invest- ment_funds.pdf.

Nello studio in questione CEO ha esaminato alcuni parlamentari europei (MEP) appartenenti a diversi partiti e gruppi politici, che facevano parte sia di intergruppi ufficiali del Parlamento, che di forum informali. Questi ultimi includono anche gruppi di lavoro attivi nel Parlamento, composti da parlamentari provenienti da diversi gruppi attivi su questioni specifiche, in rappresentanza di diverse lobbies, impegnati nel compito di facilitare il confronto tra posizioni diverse, oltre a facilitare lo scambio di posizioni tra parlamentari e rappresentanti della società civile http://www.europarl.europa.eu/aboutparliament/ en/00c9d93c87/Intergroups.html.

Molto spesso tali gruppi vengono costituiti su iniziativa delle stesse lobbies. Pertanto, oltre ad essere composti da parlamentari europei, vedono anche la partecipazione di rappresentanti di imprese, di associazioni e di altre organizzazioni, tutti autorizzati a prendere parte ai vari meetings.

Attraverso il lavoro svolto da CEO è stato possibile verificare come solamente uno dei gruppi in questione,  attivo nel campo della regolamentazione dei mercati finanziari, abbia reso noti i nomi dei sui membri: si tratta del Forum sui Servizi Finanziari del Parlamento Europeo (EPFSF).  E’ questo un gruppo composto sia da membri del Parlamento che da lobbisti del settore finanziario, il cui compito dichiarato è quello promuovere un dialogo tra l’istituzione rappresentativa per eccellenza dell’Unione Europea, e tutti i soggetti che offrono servizi di tipo finanziario, attraverso ad esempio l’invito a seminari formativi. L’attività del Forum viene finanziata dai suoi membri, ovvero 52 organizzazioni finanziarie internazionali quali JP Morgan, Goldman Sachs International, Deutsche Bank,Citigroup la Federazione Bancaria Europea, con quest’ultima che spesso volge funzione di segreteria. E’ evidente, dunque, come i parlamentari europei che partecipano al forum EPFSF, siano in contatto con i lobbisti delle istituzioni finanziarie più importanti sul piano internazionale.

Un’altro gruppo degno di nota e’ il Gruppo di Lavoro sui Servizi Finanziari che però non rivela i nomi dei suoi partecipanti: il Kangaroo Group. Questo organizza  spesso colazioni di lavoro, pranzi ed altri eventi, sempre allo scopo di agevolare gli scambi tra i Parlamentari Europei ed i lobbisti del settore finanziario.    I gruppi più sensibili all’attività di lobbying sono le Commissioni Parlamentari che si occupano di questioni legate ai mercati finanziari, come la Commissione sugli Affari Economici e Monetari. Per studiare nel dettaglio le modalità di svolgimento dell’attività di lobbying, sono state prese in esame le consultazioni svolte con la Commissione in questione su tre argomenti specifici: a) la regolamentazione generale degli investimenti http://ow.ly/ued76  ; b) le manipolazioni del mercato http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/docs/2010/mad/consultation_paper.pdf;     c) la coerenza della regolamentazione dei servizi finanziari http://ec.europa.eu/finance/consultations/2015/financial-regulatory-framework-review/docs/consultation-document_en.pdf.

Complessivamente le organizzazioni che hanno partecipato alle consultazioni sono state 259; tra queste le federazioni dell’industria finanziaria europea sono state le più attive, ed in particolare la Investment Management Association e la International Swap and Derivates Association; importante è stata anche la presenza di associazioni a carattere nazionale, come la British Bankers’ Association e la German Banking Industry Committee. Tra le prime 20 organizzazioni che hanno preso parte alle consultazioni, vi sono state una sola associazione sindacale, la Nordic Financial Union, ed una sola NGO, Finance Watch.

Altri modi molto sottili di esercitare l’ attività di lobbying sui parlamentari europei sono: 1) gli inviti ad eventi, 2) l‘invio di dichiarazioni ufficiali da parte dell’industria finanziaria su riforme in corso di discussione; 3) i meeting informali tra parlamentari e lobbisti;

L’attività di lobbying sulle Agenzie dell’Unione Europea

Quando gran parte del lavoro legislativo è stato posto in essere, alcune Agenzie europee, come la Banca Centrale Europea (ECB), il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) o l’Agenzia Europea di Supervisione (ESAs) in teoria supervisionano i mercati finanziari, individuando i rischi potenziali ed i problemi. Queste agenzie hanno creato tutta una serie di gruppi che svolgono attività di consulenza, che spesso prendono il nome di “gruppi di contatto“, nei quali siedono rappresentanti delle corporations finanziarie o delle loro associazioni lobbistiche. Potrebbe sembrare che questi gruppi si occupino esclusivamente di questioni molto tecniche e poco politiche, come l’implementazione di una legislazione già adottata, anche se la scelta di una determinata implementazione, piuttosto che di un’altra, rappresenta già di per se una scelta politica.

Anche argomenti dal contenuto altamente “politico”, quale ad esempio la tassa sulle transazioni finanziarie (FTT), vengono discussi in gruppi come questo. L’influenza che ciascuna di tali agenzie può ricevere da questi gruppi può riguardare la scelta dell’approccio adottato da parte dell’agenzia nello svolgere il suo compito, o la posizione assunta dall’organo supervisore nella specifica questione “politica”. Per questo motivo, la partecipazione a questi gruppi di consulenza da parte delle organizzazioni lobbistiche offre loro una piattaforma alternativa attraverso cui influenzare l’attività di regolamentazione dei mercati finanziari.

Le agenzie europee di supervisione sono composte da amministrazioni di supervisione sull’attività bancaria (European Banking Authority EBA), su quella assicurativa (European Insurance and Occupational Pension Authority EIOPA) e sui mercati dei titoli (European Securities and Markets Authority ESMA). Oltre a ciò la Banca Centrale Europea è destinata ad assumere un ruolo di maggior peso nella supervisione finanziaria e nei fallimenti delle banche. Per ciascuna di queste agenzie vi sono gruppi di soggetti interessati che svolgono attività di consulenza sulle norme in corso di approvazione, offrendo una valutazione sulla loro specifica area di mercato finanziario.

Il complesso dei soggetti che svolgono attività lobbistica

Per stimare i soggetti che svolgono attività lobbistica utilizzeremo la definizione fornita dal Registro per la Trasparenza, vale a dire tutte le organizzazioni ed i singoli individui impegnati nell’attività avente ad oggetto quella di influenzare la formulazione o l’implementazione di una politica, o nel  processo di adozione di una normativa da parte di un’ istituzione europea.

Se sommiamo tutti i gruppi assicurativi, le banche, le società di gestione assets finanziari, le organizzazioni di società di brokeraggio finanziario e le società di consulenza e di lobbing da queste assoldate, si raggiunge la cifra di circa 700 organizzazioni che svolgono attività lobbistica per il settore finanziario. Chiaramente qui consideriamo l’attività lobbistica in generale, senza distinguere la specifica istituzione europea nei confronti della quale tale attività viene esercitata (Commissione, Parlamento, Agenzie, Banca Centrale Europea). Tra queste 700 le NGO, i sindacati e le associazioni di difesa dei consumatori sono 150.

Ma non è solo il confronto tra i numeri delle organizzazioni a destare preoccupazione, quanto la frequenza degli incontri che queste hanno con le istituzioni a suscitare allarme.

Corporate Europe Observatory (CEO), l’osservatorio europeo sulle lobbies, è riuscita ad ottenere il numero complessivo degli incontri avuti con le principali istituzioni europee, inclusi anche gli incontri con gli expert groups, le consultazioni del Parlamento Europeo e gli incontri informali con i lobbisti e le agenzie di supervisione dei gruppi di interesse.

Con un totale di 1900 incontri avuti durante il periodo di adozione delle riforme successivo alla crisi finanziaria, le lobbies del settore finanziario sovrastano di gran lunga quelle di tutti gli altri comparti economici.

Se poi andiamo a guardare la nazionalità delle lobbies in questione, nel gran numero di quelle europee presenti, le inglesi si schierano sicuramente in cima alle altre.

Misurare il potere di una lobby significa, in primo luogo, capire i suoi canali di accesso e di influenza degli organismi decisionali, misurarne i mezzi economici e le risorse umane. Questa operazione è stata effettuata nel 2012, per quanto riguarda l’Inghilterra, dal Bureau of Investigative Journalism.

https://www.thebureauinvestigates.com/2012/07/09/get-the-data-the-bureaus-financial-lobby-database/

Lo studio ha rivelato l’esistenza di 129 organizzazioni con base in Inghilterra, le più potenti e numerose, riconducibili ad attività connesse a servizi finanziari, impegnate a svolgere attività lobbistica sui politici e sul processo di determinazione delle politiche europee relative al settore finanziario.

E’ stato calcolato come il comparto in questione abbia speso nel 2011, 92,8 milioni di sterline, impiegano stabilmente 800 persone.

Tra le prime organizzazioni lobbistiche che operano in Inghilterra troviamo: A) City of London Corporation, che impiega 3.550 persone, di cui 40 direttamente collegate a politici, e che spende ogni anno per attività di lobbying e relazioni istituzionali 10 milioni di sterline. B) Segue la Aggregated City Law Firms Public Affairs Department, che impiega stabilmente 15 lobbisiti e che spende in media 10 milioni di sterline all’anno. C) di seguito la Association for Financial Markets in Europe, che nel 2011 ha speso 8,9 milioni di sterline e che impiega stabilmente 42 persone, di cui 23 lobbisti a tempo pieno. D) abbiamo quindi la British Bankers’ Association, che ha speso, nel 2011, 5,6 milioni di sterline e che impiega 63 persone, delle quali 30 sono lobbisti a tempo pieno. E) In ultimo citiamo la Aggreegated Management Consultants’ Public Affairs Departments, che nel 2011 ha speso per attività di lobbying 5 milioni i sterline, e che impiega stabilmente 8 lobbisti.

Possiamo, dunque, avere un’idea approssimativa del potere di ciascuna lobby se andiamo a vedere le cifre spese annualmente da ciascuna di esse, ed il numero di persone che impiega, in particolare quelle che lavorano stabilmente a Bruxelles e che hanno la possibilità di accedere liberamente al Parlamento.

I dati in questione vengono ricavati da CEO attraverso le informazioni rilasciate sul Registro della Trasparenza; sappiamo però che questo non è obbligatorio, e quindi non esiste alcun incentivo per i lobbisti registrati a fornire informazioni corrette; dunque la informazioni che possiamo ottenere sono molto limitate e talvolta non rispondenti alla realtà.

Dunque, la cifra stimata delle 700 organizzazioni che svolgono stabilmente attività di lobbying è sovrastimata se confrontata al numero dei lobbisti registrati.     Di conseguenza sarà necessario includere anche organizzazioni non comprese in tale lista, e per quel che riguarda i dati forniti, assumerli come veritieri, e per quel che riguarda le società di consulenza e gli studi legali che svolgono attività di lobbying, procedere ad una stime delle spese da queste sostenute.

Gli studi legali e le società di consulenza sono soggetti intermedi rispetto alle società finanziarie, esse hanno dunque anche altri clienti, ed il loro budget riguarda solo parzialmente le società finanziarie per cui lavorano. Alcune di queste sono anche iscritte nel Registro per la Trasparenza, come Fleishman-Hillard, Kreab, Gavin Anderson, Hume Brophy e G+Consulting.

Per valutare il loro peso, in termini economici, sarà necessario osservare, per quelle registrate, il rispettivo registro personale, e verificare il numero di clienti che svolgono attività finanziaria, e a quanto ammonta, per ciascuno di essi, la spesa per attività di lobbying.

In tal modo sarà possibile effettuare anche una stima di quanto speso da società finanziarie assentii dal Registro per la Trasparenza, ma che svolgono attività di lobbying sulle istituzioni europee, quali, ad esempio, Goldman Sachs o HSBC. Tutte quelle società finanziarie che non sono registrate e che non si sono rivolte ad un consulente o ad uno studio legale a Bruxelles, per queste si stima che abbiano almeno una persona pagata che svolge stabilmente attività di lobbying. In tal caso il livello di spesa per l’attività di lobbying viene stimato facendo ricorso allo studio realizzato da Ellwood e Atfield sulle remunerazioni dei lobbisti http://www.ellwoodatfield.com/pdf/Brussels_ Remuneration_Report.pdf; per quel che riguarda le NGO ed i sindacati, viene stimato come solo una parte dello staff complessivo dell’organizzazione sia impegnato sui mercati finanziari, e che il suo salario medio sia di 36 mila euro l’anno.

Attraverso tali criteri è stato stimato come la spesa complessiva dell’industria finanziaria in attività lobbistica ammonti, annualmente, a 123 milioni di euro, mentre NGO ed associazioni di consumatori spendono circa 4 milioni l’anno.

Il rapporto tra questi due livelli di spesa è pari a 30 a 1, ed è il più alto rispetto a tutti gli altri comparti produttivi quali quello farmaceutico, il tabacco ed il cibo.

Scomponendo il dato aggregato tra organizzazioni di lobbying registrate e non, la proporzione di spesa è 97 milioni per quelle registrate e 26 per le non.

Passando a valutare il personale impiegato nell’attività di lobbying, quello che presta stabilmente la propria attività per conto di organizzazioni registrate ammonta a 1250 unità, contro 450 per quelle non registrate; nel complesso siamo a 1700 unità.

L’attività lobbistica attraverso gli Expert Groups

Gli Expert Groups che svolgono una funzione di consulenza per le istituzioni comunitarie, vengono spesso istituiti in previsione dell’adozione di proposte normative o dell’adozione di iniziative politiche, al fine di fornire una consulenza alla Commissione nella fase iniziale dell’attività decisionale.

Dunque la composizione di questi gruppi ha un enorme influenza sui contenuti finali della riforma del settore finanziario http://www.alter-eu.org/ sites/default/files/documents/Broken_Promises_web.pdf

E ciò è stato evidente nella riforma del settore finanziario presentata nel 2008; dato il contenuto molto morbido della normativa adottata, la conclusione che se ne trasse fu che l’expert groups fosse pesantemente condizionato dalla presenza di rappresentanti del settore finanziario http:// www.alter-eu.org/sites/default/files/documents/a-captive-com- mission-5-11-09.pdf.

Se si vuole verificare se dal 2008 le cose siano cambiate o meno, è sufficiente esaminare l’elenco degli expert groups iscritti nel registro della Commissione. Nella ricerca effettuata da CEO, tuttavia vengono presi in considerazione anche gli expert groups iscritti negli ultimi 5 anni e non presenti nel registro più recente, questo perché, come si è detto, gli expert group vengono istituiti per questioni specifiche in ordine all’adozione di nuove normative, e dunque sono variabili nel tempo.

Inoltre la Commissione spesso omette l’iscrizione nel registro di taluni expert groups, e dunque sono stati inclusi dei gruppi di cui si è venuti a conoscenza in occasione dell’adozione di determinate normative, la quo presenza è stata annotata grazie al lavoro svolto negli anni da CEO.

Ciò che è emerso è che in occasione di consultazioni avviate della Commissione su materie legate agli affari, il numero dei componenti degli exper groups proveniente da quel mondo lievitava enormemente rispetto, ad esempio, ai rappresentanti della società civile.

Controllando i componenti di 17 expert groups, CEO ha osservato come su 15 di essi vi fosse il dominio assoluto dei rappresentanti delle lobbies finanziarie rispetto alle associazioni di consumatori, alle NGO ed ai sindacati. Complessivamente il 70% dei componenti degli expert groups della Commissione aveva legami diretti con il settore finanziario, contro lo 0,8% delle NGO e lo 0,5 dei sindacati.

Tra più importanti expert groups della Commissione vi sono quelli delle Agenzie di supervisione dell’Unione e della Banca Centrale Europea. Anche queste istituzioni, come la Commissione, tendono a confrontarsi  preferibilmente con i rappresentanti dell’industria finanziaria privata. Il lavoro all’interno di questi gruppi è molto tecnico, posto che il loro compito è di fornire un apporto all’implementazione di misure già adottate, e non di dare un parere di tipo politico.

L’industria finanziaria ha riconosciuto la crescente importanza delle agenzie di supervisione nell’influenzare la politica.

I Big players e le loro reti

Le 20 più attive organizzazioni lobbistiche sulle questioni finanziarie all’interno dell’Unione Europea sono tutti grandi gruppi finanziari. Non c’è, quindi, nessun grande sindacato o importante NGO o authority pubblica in grado di competere per quanto riguarda risorse economiche e di persone impiegate, o di meeting organizzati, o come partecipazione ad expert group.

Tra le 50 principali organizzazioni attive in tutte le varie fasi dell’attività di lobbying troviamo solo due sindacati ed una sola associazione di consumatori.

Per fornire un quadro complessivo riguardo al ruolo che una sola di queste organizzazioni può svolgere attraverso la sua attività lobbistica su scala europea, in modo anche da poter visualizzare anche la sua rete di influenze nei confronti delle varie istituzioni, dei loro organi e dei vari processi, prendiamo come esempio un’importante banca europea, tra le più attive nell’attività di lobbying a livello europeo. In genere un gruppo bancario o assicurativo con legami molto vasti, esercita la sua influenza sull’attività decisionale attraverso le consulenze, le federazioni industriali, ecc.

Spesso ciò crea delle casse di risonanza che conducono a delle rappresentazioni multiple di talune organizzazioni in occasione di specifiche consultazioni o gruppi (ad esempio esistono gruppi di consultazione nei quali è presente Deutsche Bank, come la European Banking Federation, la European Fund and assets Management Association, la German Banking Federation, la International Swaps and Derivatives Association).

Questi grandi gruppi bancari o assicurativi sono connessi attraverso vari canali con gli organi decisionali europei. Se prendiamo dunque la rete attraverso cui la Deutsche Bank esercita la sua attività di lobbying a Bruxelles, essa non viene espressa solo dalla sua affiliazione alla federazione nazionale di imprese bancarie, ma anche dalle sue connessioni con la larga federazione dell’industria finanziarie europea ed internazionale. Altri canali per esercitare pressione sono quelli delle società di consulenza di affari pubblici e delle società di consulenza professionali.

(cm)

Perché è necessario scambiare le formule dei farmaci brevettati

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A partire dalla nascita dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) i brevetti  hanno sempre rappresentato uno degli argomenti più sensibili in relazione all’accesso ai medicinali essenziali. In modo analogo lo sono stati anche durante la fase che ha preceduto la conclusione degli accordi relativi ai diritti della proprietà intellettuale (IPR) TRIP’s, nel 1994, per quegli aspetti relativi agli accordi commerciali.

I brevetti costituiscono l’ unica barriera che impedisce l’accesso ai medicinali salvavita, ma essi possono giocare un ruolo significativo, talvolta determinante, posto che assicurano al loro titolare un monopolio sulla produzione che si estende nel tempo per diversi anni.

Il potere che detiene il titolare del brevetto di un farmaco di fissare il suo prezzo ha sempre avuto come conseguenza quella di rendere quello stesso farmaco inaccessibile per  la maggioranza delle persone che vivono nei paesi in via di sviluppo. D’altra parte un sistema di brevetti efficace è in grado di garantire al pubblico la possibilità di godere, in maniera inclusiva, dei benefici di qualsiasi innovazione, inclusi i medicinali. Nel loro sistema di diritti della proprietà intellettuale i paesi hanno sviluppato diverse strategie nel tentativo di raggiungere un equilibrio tra gli interessi privati dei titolari dei brevetti, e gli interessi della collettività, arrivando a conseguire livelli diversi di esiti positivi.  Per i governi dei paesi in via di sviluppo, riuscire a bilanciare in maniera corretta le due diverse esigenze costituisce un obbiettivo particolarmente importante, in quanto in tal modo difendono la salute pubblica mentre adottano la legge di recepimento dei TRIPs.

A tale scopo è essenziale un’analisi completa e corretta circa il ruolo svolto da un sistema di brevetti all’interno di  un sistema sanitario pubblico, accompagnato da altri strumenti di politica pubblica.

La dichiarazione rilasciata, nel 2001, a Doha dell’Organizzazione Mondiale per il commercio sui TRIPs e la salute pubblica ha svolto, nell’ambito di questo processo, un ruolo molto importante.

Un altro passaggio determinante è rappresentato dalla pubblicazione di un rapporto, da parte della Commissione Britannica sui diritti della proprietà intellettuale, dal titolo: “Integrando i diritti della proprietà intellettuale e le politiche di sviluppo”; in esso la Commissione raccomandava l’adozione di un sistema di brevetti che supportasse le politiche di salute pubblica dei paesi in via di sviluppo, era il settembre 2002, in base alle esigenza ed al livello di sviluppo di ciascun paese. Medici Senza Frontiere è un’organizzazione che fornisce servizi sanitari nei paesi che non hanno i mezzi per poterli garantire alla cittadinanza; essi hanno esercitato il loro impegno professionale in diversi paesi in via di sviluppo, e  la ricerca di medicinali rappresenta una delle loro principali attività.

Dal 1999 Medici Senza Frontiere ha potuto verificare sul campo quanto sia difficoltoso, nei paesi in via di sviluppo, accedere ai farmaci coperti da brevetto. Per tale ragione essa porta avanti una campagna di sensibilizzione rivolta  all’opinione pubblica su questo problema, e su come esso influisca sugli elevati tassi di mortalità, soprattutto infantile, registrati. “La nostra missione – si legge sul sito di Medici Senza Frontiere – è quella di aumentare l’accesso e lo sviluppo di medicinali a basso costo, pratici da utilizzare, oltre a vaccini ed ai medicinali per le diagnosi, in relazione a malattie che colpiscono il paziente sul posto in cui lavora”.

“La ragione per cui – dichiarava nel 1999 James Orbinski, ex presidente di MSF –  determinate persone muoiono di malattie quali l’AIDS, la Tubercolosi o  la malattia del sonno ed altre malattie tropicali, è che i medicinali essenziali cd salvavita sono o troppo costosi oppure non sono disponibili, poiché non sono considerati finanziariamente remunerativi da produrre, oppure perché non esiste virtualmente nessuna attività di ricerca e sviluppo per le malattie tropicali prioritarie. Quello che noi di Medici Senza Frontiere chiediamo, come organizzazione della società civile, è che vi sia un cambiamento, non che ci venga concessa la carità”.

“Medici Senza Frontiere – si legge su di un comunicato stampa a proposito del TPP – esprime il suo sconcerto in relazione ai paesi che hanno siglato l’accordo sul Trattato di Partenariato Pacifico; così facendo infatti essi hanno accettato le richieste del governo statunitense e delle multinazionali del settore farmaceutico per un aumento nel prezzo dei medicinali per milioni di dollari, attraverso l’estensione non necessaria dei monopoli ed ulteriori ritardi nella riduzione dei prezzi dei medicinali generici.

I principali perdenti del TPP sono i pazienti ed i fornitori di trattamenti sanitari nei paesi in via di sviluppo. Sebbene il testo finale sia migliore rispetto a quello iniziale, il TPP viene visto come il peggior trattato commerciale in relazione all’accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo; questi saranno obbligati modificare le loro norme interne per incorporare un diritto abusivo di protezione della proprietà intellettuale a favore delle imprese farmaceutiche. Dato che ora l’accordo generale TPP deve essere ratificato dai singoli stati contraenti, MSF li richiama a dare una valutazione attenta all’accordo prima di apporre la firma, se questa è effettivamente la direzione per la quale essi intendono procedere in relazione all’accesso ai farmaci ed alla promozione delle innovazioni biomediche. L’impatto negativo del TPP sui sistemi sanitari pubblici sarà enorme e negativo per gli anni a venire, e non coinvolgerà solo i dodici Paesi che lo hanno ratificato, oltre a rappresentare un pessimo precedente per i trattati commerciali ancora in corso di negoziazione”.

http://apps.who.int/medicinedocs/pdf/s4913e/s4913e.pdf

http://www.msfaccess.org/about-us/media-room/press-releases/statement-msf-conclusion-tpp-negotiations-atlanta

http://www.msfaccess.org/the-access-campaign

Il peso della finanza nell’economia

Financial-Market

L’editorialista economico Martine Wolf, autore del saggio “Perché la globalizzazione funziona” (Editore Il Mulino, 2004) si domanda, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2015-05-27/houston-abbiamo-problema-c-e-troppa-finanza-nell-economia-105542.shtml?uuid=AB6pVRnD, se il peso della finanza e dei mercati finanziari nell’economia globale non sia eccessivo. La domanda è retorica e la risposta scontata.

Il mondo intero si è potuto rendere conto dello strapotere della finanza nell’economia globale a partire dalla crisi economica del 2008, la quale ha innescato una crisi finanziaria da cui l’Europa non si è ancora ripresa. Come scrive Wolf, ciò che impressiona di più è il rapporto tra la quota media del settore finanziario sul PIL prodotto. In un’ economia importante come quella statunitense, tale rapporto è stato, tra il 1998 ed il 2014, pari al 7%, mentre la quota media dei profitti è stata pari in quello stesso periodo al 29%. Questo spiega, in parte, la ragione dell’importanza della finanza, vale a dire la sua capacità di attrarre capitali dati gli elevati tassi di rendimento. Per cercare di migliorare le cose occorrerebbero delle riforme importanti, tali da ridurre il peso dei mercati finanziari, e quindi le conseguenze degli shocks da questi generati.

Ma per avere delle riforme efficaci sarebbe opportuno che i decisori politici fossero messi nelle migliori condizioni per poter scegliere. E qui arriviamo a scoprire una delle cause dello status quo.

La principale difficoltà nel progettare una riforma sostanziale dei mercati finanziari è costituita dall’enorme peso esercitato dalle lobbies finanziarie.

Come spiega Wolf il settore finanziario opera come un monopolio, il quale gode di enormi rendite in parte spiegate dalla quota media dei profitti che abbiamo visto nel caso statunitense.

Tali rendite, ottenute attraverso il dirottamento, da parte di un piccolo numero di persone ricche, dei soldi di un gran numero di persone povere, producono, come sostiene il professor Luigi Zingales, due generi di distorsioni: una diretta, secondo la quale i consumi vengono sostenuti quasi esclusivamente dal credito, ed una indiretta ma ben più grave: la sfiducia nei mercati finanziari da parte della popolazione, sfiducia alimentata oltre che dai fallimenti delle istituzioni finanziarie, in prevalenza istituti di credito salvati grazie ai soldi pubblici, anche dagli enormi stipendi e bonus di cui i manager finanziari continuano a godere.

Il montare crescente dell’indignazione popolare, porta i rappresentanti degli interessi finanziari a cercare protezione tra le mani della politica, scrive Wolf. L’enorme disponibilità di risorse economiche di cui la potente lobby finanziaria può godere, grazie alle sue rendite, spiega dunque l’adozione di norme vaghe e sostanzialmente inefficaci nei confronti delle istituzioni finanziarie, nel tentativo di impedire ulteriori crisi. Ciò è stato evidente in occasione della riforma del settore bancario, dei derivati e delle agenzie di rating del credito, riforma adottata a livello europeo ma osteggiata dalle banche.

Tutto questo ha però un costo,  come viene ben evidenziato nel rapporto redatto nel 2014 dall’organizzazione Corporate Europe Observatory, l’osservatorio sull’attività di lobbying esercitata a livello europeo dai vari soggetti economici ed industriali http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/financial_lobby_report.pdf .

L’influenza delle lobbies si manifesta in molti modi, a partire dalla mancanza di trasparenza. Malgrado l’impegno profuso dall’attuale Commissione, uno delle principali limiti appare essere infatti quello della limitata trasparenza in relazione all’attività lobbistica svolta all’interno delle istituzioni europee. Se infatti i lobbisti del settore finanziario hanno la possibilità  di poter incontrare quotidianamente membri del Parlamento e della Commissione, l’ accesso ai documentino relativi, ad esempio alle riunioni che si svolgono presso la Direzione Generale per il Mercato Interno ed i Servizi, è pressoché impossibile: a parte fornire qualche informazione generica sull’organigramma dell’ufficio e sull’attività che questo svolge, non è dato sapere quali lobbisti incontrano i suoi rappresentanti, per quale ragione o con quali effetti. Il compito della Direzione in questione è quello di coordinare la politica della Commissione Europea, al fine di assicurare la massima libertà di movimento dei capitali all’interno dell’UE. L’ampia discrezionalità da parte della DG Markt, è questo il nome della doirezione, nel fornire così come nel negare informazioni, ma anche nel ritardare il loro rilascio così da renderle inutilizzabili, rendono parzialmente l’idea di quanto la trasparenza informativa sia di fatto una mera formula vuota.

La prima Commissione Barroso

Il primo mandato da Presidente della Commissione europea ha visto levarsi molte critiche in particolare dal gruppo dei partiti della Sinistra Europea e da quello dei Verdi Europei.

Le critiche erano indirizzate verso il suo atteggiamento di mero guardiano dei trattati europei, lasciando che alcuni paesi dell’Unione prendessero il sopravvento, e che i gruppi industriali più potenti influenzassero l’attività normativa degli organi comunitari.

Sul lato dei mercati finanziari la critica più aspra rivolta a Barroso è stata la complessiva passività di fronte alla crisi stessa.

In particolare sia Manuel Barroso che il Commissario al Mercato interno ed ai Servizi, l’irlandese Charlie McCreevy, “hanno costantemente ignorato – scrivono i Verdi Europei – le preoccupazioni del Parlamento Europeo  sugli Hedge Fund ed i Private Equity Fund.   http://europeangreens.eu/content/stop-barroso.

In relazione alle banche ed all’attività creditizia, i Verdi scrivono che per anni la Commissione si è rifiutata di tutelare i risparmi dei consumatori in maniera più prudente, attraverso una revisione dello Schema dei Depositi Garantiti, adottando le prime misure a tal riguardo solo in piena crisi finanziaria, e solo a seguito di forti pressioni da parte del Consiglio.

Tali misure, una volta adottate, hanno avuto il solo effetto di mitigare gli effetti negativi della crisi.

La Commissione Barroso ha poi negoziato, durante il suo secondo mandato, gli Economic Parnership Agreement (EPAs), accordi miranti alla liberalizzazione dei servizi finanziari ed alla libertà di movimento dei capitali con i paesi africani, caraibici e dell’Oceano Pacifico.

Nell’ottobre del 2008, nel bel mezzo del collasso dei mercati finanziari, la Commissione ha concluso degli accordi commerciali con 14 stati caraibici, tra i quali anche 8 paradisi fiscali secondo le norme previste dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Ufficialmente tali accordi avevano lo scopo di attrarre finanziamenti verso Haiti da poco colpita da ben quattro tornado che causarono 800 morti e enormi devastazioni  http://www.theguardian.com/world/2008/nov/08/haiti-hurricanes (ben prima del terremoto che colpì l’isola due anni dopo); in realtà essi riguardavano, tra gli altri, anche Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Grenada. Gli accordi economici in questioni consentivano, tra le altre cose, anche la libertà di depositare in custodia qualsiasi nuova tipologia di prodotto finanziario, come ad esempio i derivati speculativi, nei marcati finanziari dei paesi membri dell’UE.

Ciò facendo la Commissione avrebbe generato forti contrasti oltre ad una pesante penalizzazione in una eventuale successiva regolamentazione del settore finanziario.  http://europeangreens.eu/content/stop-barroso.

Riguardo al tema della trasparenza, già al termine del primo mandato della Commissione Barroso, molti gruppi del Parlamento Europeo, tra cui i Verdi, avevano posto la questione, sottolineando come solamente il 20 % delle 2.600 lobbies e gruppi di pressione che incontravano i Commissari, o membri del loro staff, o Direzioni o Parlamentari erano iscritti nel Registro per la Trasparenza. Anche allora il Presidente assunse l’impegno di intraprendere le azioni necessarie per istituire, nel breve-medio termine, un registro obbligatorio. Ciò appariva in contraddizione con il Codice di Condotta introdotto dalla Commissione stessa, in cui gli obblighi e le prescrizioni erano ancora meno stringenti di quelli fissati dal Registro per al Trasparenza, istituito volontariamente dalle associazioni professionali di lobbies. http://europeangreens.eu/content/stop-barroso

La seconda Commissione Barroso

L’immagine che l’ex commissario al Mercato nella seconda Commissione Barroso, Michel Bernier, ha voluto lasciare dietro di se è quella di un’ istituzione, la Commissione, ostaggio degli interessi delle corporations. Le poche volte che Bernier ha affrontato il tema della trasparenza, ad esempio in occasione dell’incontro organizzato per la sua elezione a Commissario, il suo intendimento è sempre rimasto molto sul vago, attraverso la generica assicurazione di una più larga partecipazione pubblica all’interno dei gruppi di consulenza, i cd expert groups, se non fosse che questi stessi gruppi si sono rivelati una mera rappresentanza degli interessi della lobby finanziaria. Ad un certo punto del suo mandato, l’ex Commissario aveva anche pensato di istituire una sorta di calendario degli incontri, in modo da consentire al pubblico di verificare con chi la Commissione si fosse incontrata. Verso il termine del mandato, in maniera inaspettata, nel corso della stesura della proposta di riforma del sistema europeo delle banche, Bernier decide di interrompere tutti gli incontri con i lobbisti del settore finanziario. Gli effetti della riforma sono stati, in definitiva, molto inferiori rispetto alle aspettative, con gli expert groups che continuano ad essere espressione della lobby finanziaria, le esigenze per una maggiore trasparenza che continuano ad essere disattese, e con la ripresa degli incontri con i lobbisti finanziari un attimo dopo la realizzazione della proposta di riforma.

L’assedio delle lobbies finanziarie alla Commissione Juncker

Nella relazione redatta da Corporate Europe Observatory (http://www.corporateeurope.org/financial-lobby/2014/09/regulating-finance-necessary-hill-battle)  sulla pressione esercitata dalle lobbies delle banche, delle associazioni bancarie e dei fondi di investimento sulla Commissione Juncker (novembre 2014 aprile 2015) ed in particolare sul Commissario responsabile di quest’area, Jonathann Hill, un ex lobbista, http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/promotion-to-leader-of-the-lords-just-stresses-lord-hills-government-and-industry-links-8441784.html, viene menzionata la lista, fornita dal DG Market, degli incontri tenuti dai vari rappresentanti di organi e istituzioni europee dal gennaio 2013 all’aprile 2014. Si tratta nel complesso di 400 meetings, http://www.asktheeu.org/en/request/1266/response/5068/attach/html/2/Copy%20of%20CEO%20list%20meetings.xls.html una media di un meeting al giorno, che in parte spiega i 1700 lobbisti che operano solamente per conto della finanza.  

Nella lista si spiega inoltre come in realtà i meeting siano stati ben più dei 400 indicati, e che associazioni come Association for Financial Markets in Europe (AFME), l’importante gruppo lobbistico dei principali gruppi bancari, e la European Fund and Asset Management Association (EFAMA) la principale lobby dei più importanti hedge fund e private equity fund, abbiano incontrato la Direzione al Mercato ed ai Servizi, rispettivamente undici e sei volte nel periodo indicato. In termini di frequenza, le banche sono i soggetti che esercitano una maggiore pressione sugli organi europei, con una percentuale di meeting pari al 27%, e tra queste vanno citate il Crèdit Agricole, la European Banking Federation, la Sociètè Gènèrale, la Barclays e la BBVA. (cm)

TPP: il nuovo paradigma del libero scambio

Il TPP, Trans Pacific Partnership, è il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Canada, Messico, America Settentrionale, Perù, Cile, America Latina, Giappone, Malesia, Brunei, Singapore, Vietnam, Australia, Nuova Zelanda.

E’ stato stimato come i Paesi in questione rappresentino il 40% dell’economia mondiale e oltre 1/3 del commercio globale. Il TPP costituisce, dunque, il più vasto ed il più importante trattato commerciale nella storia. Ed è solo il primo dei tre trattati il cui nome inizia con la T (gli altri due sono il TTIP che ha come controparte l’Europa, ed il TISA che riguarda le telecomunicazioni, i servizi finanziari, il commercio elettronico ed i servizi marittimi, e che coinvolge oltre agli USA l’Europa e 23 altri Paesi, tra cui Canada, Messico e Australia), che gli Stati Uniti stanno negoziando da diversi anni con alcune Nazioni, in maniera assolutamente opaca, per ridisegnare le regole del commercio mondiale per i prossimi anni.

I dubbi del Congresso e del Senato statunitensi 

Il 21 maggio il Presidente Obama era riuscito ad ottenere il voto favorevole dal Senato (62 voti a favore e 38 contro) per velocizzare l’iter di approvazione del trattato stesso al Congresso, azzerando  i tempi di discussione. In pratica veniva introdotto il divieto di presentazione di emendamenti  e di modifiche al testo presentato. Prendere o lasciare, dunque. http://www.theguardian.com/us-news/2015/may/21/obama-trade-bill-fast-track-senate

Ed è stato così che, nel mese di giugno, il Congresso, ed in particolare la minoranza rappresentata dai Democratici guidati dalla portavoce Nancy Pelosi, bocciava con 302 voti contrari e 126 favorevoli, la concessione  al Presidente (cd fast track) dell’autorità’ a negoziare l’intesa senza prima discuterla col Congresso, (presentandola solamente alla fine);  http://www.lastampa.it/2015/06/13/esteri/i-democratici-affossano-obama-sui-commerci-con-il-pacifico-PCRQZthzRnkTIdGqwQqTRL/pagina.html. Viceversa l’autorità a negoziare il trattato da parte della presidenza è stata approvata con 219 voti favorevoli contro 211. Un voto di strettissima misura.

Oltre alla mancanza di trasparenza che ha avvolto tutta la fase dei negoziati, i Democratici al Congresso hanno sottolineato come una totale liberalizzazione del commercio e degli investimenti produrrà il dumping delle normative a tutela delle condizioni di lavoro e di salute dei lavoratori, pena la totale delocalizzazione del comparto produttivo. “Abbiamo l’opportunità di rallentare le trattative – dichiarava Nency Pelosi, aggiungendo – quale che sia l’opportunità che abbiamo con le altre Nazioni, noi vogliamo migliori opportunità per il lavoratori statunitensi”. http://www.politico.com/story/2015/06/nancy-pelosi-president-obama-trade-118941.

Il rischio paventato sarebbe, dunque, quello della perdita di numerosi posti di lavoro, in un periodo in cui la recessione e la crisi economica continuano ad avviluppare interi continenti,  vedi l’Europa e di recente anche l’Asia.

Recentemente la maggioranze in Senato si è espressa ancora una volta contro il trattato, con i capogruppo dei Repubblicani, Mitch McConnel che ha manifestato “concrete preoccupazioni”, e non solo sulla forma ma anche sulla sostanza del TTP.  Dopo avere letto il testo del Partenariato Trans Pacifico – ha dichiarato hai giornalisti McConnell – tutti noi, senza alcuna eccezione, abbiamo espresso molte preoccupazioni su diversi punti“. Il segretario del sindacato dei lavoratori dell’industria alimentare e dei commercianti Mark Perrone ha dichiarato che l’accordo potrebbe aumentare la disoccupazione. http://it.sputniknews.com/politica/20151007/1317174/Lavoro-Disoccupazione-Commercio-Economia.html.

I diritti della proprietà intellettuale (IPR) e i farmaci essenziali

Ieri WikiLeaks ha pubblicato uno dei capitoli del TPP, forse il più preoccupante, quello relativo ai diritti della proprietà intellettuale (IPR), mentre il resto del trattato continua ad essere circondato da un assoluto riserbo. Soprattutto in Canada, uno dei paesi coinvolti nei negoziati, malgrado le imminenti elezioni politiche che si terranno il 18 di questo mese.

La parte degli Intellectual Property Rights (IPR) riguarda tutto ciò che è’ coperto da brevetto, dai farmaci essenziali, ai sistemi operativi dei PC, dalle sementi di lino, colza, riso, mais e soia, che rappresentano gli elementi nutrizionali di base per interi continenti, alla ricerca scientifica, si pensi alle biotecnologie.

Riguardo all’accesso ai farmaci essenziali, il problema si era già presentato in occasione dei negoziati tenutisi dal 2000 al 2003, nel quadro dell’Accordo TRIPs. In quella sede, per consentire l’accesso ad essi anche ai Paesi in via di sviluppo, venne siglata nel 2001, nell’ambito della Conferenza di Doha, una Dichiarazione in cui venivano proposte delle soluzioni flessibili per combattere malattie come l’AIDS, la tubercolosi e la malaria; in sostanza veniva garantito l’approvvigionamento dei medicinali essenziali ai Paesi che erano maggiormente colpiti da queste malattie, quelli più’ poveri.

Nel quadro dell’accordo TRIPs i Paesi membri hanno la possibilità di accordare, ove necessario, licenze obbligatorie per la produzione di medicinali proietti da brevetto; in principio, però, tale produzione è destinata esclusivamente al mercato interno e non all’esportazione” (art.31 TRIPs). Il 30 agosto 2003 il WTO consentiva ai Paesi in via di sviluppo di avere un accesso facilitato ai medicinali protetti da brevetto attraverso una deroga all’art.31 del trattato, che prevedeva la possibilità, da parte dei contraenti, di concedere licenze obbligatorie anche per le esportazioni. Un ulteriore passaggio determinante avvenne durante la riunione ministeriale di Hong Kong, in cui la Parti introdussero una modifica ulteriore al testo del trattato, con la quale veniva ulteriormente migliorato l’accesso ai farmaci essenziali per i PVS.

Tale modifica consentiva di concedere licenze obbligatorie per la fabbricazione e l’esportazione di medicinali coperti da brevetto nei paesi privi della possibilità di produrli e in gravi crisi sanitarie.

Ora tutto questo viene superato dai nuovi accordi TPP, ed il rischio effettivo di mancato accesso ai farmaci essenziali per i paesi in via di Sviluppo appare concreto. (Fonte: Appunti di diritto internazionale dell’economia, di E.Sciso). (cm)

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