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Nessun brand manager con un briciolo di rispetto per se stesso avrebbe mai scelto come nome per  un giornale The Economist. Avrebbe anche potuto chiamarlo: ” serioso e noioso, mangia-la-tua- verdura che tanto non sarai nemmeno in grado di comprenderlo”.

E tuttavia, incredibilmente, l’Economist oggi vale la strabiliante cifra di 938 milioni di sterline (1,5 miliardi di dollari).

Sei volte il valore del Washington Post, che esce sette giorni alla settimana e che mantiene lo status di lettura obbligatoria nelle più importanti capitali politiche del mondo.

Ed è anche più di quanto il Nikkei Group abbia pagato, 844 milioni di sterline (1,3 miliardi di dollari), per il Financial Times.

Non c’è alcuna ragione apparente per cui l’Economist, che l’anno scorso ha fatto registrare un utile netto di soli 46 milioni, debba valere 938 milioni di sterline. (O, se preferite, perché l’FT Group, che ha meno della metà dei profitti dell’ Economist, debba valere quasi la stessa cifra).

In effetti, sembrerebbe che, a dispetto del suo rispettabile nome, la valutazione dell’ Economist vada contro una paio di leggi fondamentali dell’economia.

Come prima cosa, c’è tutta la questione del “premio di controllo“. Un potenziale azionista sarà disposto a pagare, per il pacchetto azionario di controllo di una società, molto di più di quello che pagherebbe per una quota di minoranza. Eppure, quando Pearson ha ceduto la sua quota del 50% dell’Economist per 469 milioni di sterline, all’inizio di questo mese, la vendita è stata seguita da una serie di garanzie volte ad assicurare che nessuno degli acquirenti attuali – e  futuri – sia mai in grado di controllare la società.

In base alla teoria economica, in tali circostanze, qualsiasi quota azionaria dovrebbe essere venduta ad un prezzo scontato; invece, il prezzo finale è stato di circa il 28% superiore al recente (e piuttosto generoso) prezzo interno delle azioni dell’ Economist.

Poi c’è la legge della domanda e dell’offerta, che è quanto di più basilare ci possa essere tra le leggi economiche . Se si dispone di un quantitativo limitato di una merce – nel caso specifico le azioni di una società – quanto maggiore sarà la richiesta per tale merce, tanto più elevato sarà il suo prezzo, in questo caso il prezzo delle azioni, e di conseguenza più grande sarà il valore sul mercato della società.

Questo è uno dei motivi principali per cui le azioni delle società vengono vendute al pubblico. Quando una società viene quotata sul mercato, il prezzo delle sue azioni viene determinato attraverso un’asta pubblica: di tutti i milioni di potenziali investitori in tutto il mondo, solo chi è disposto a pagare l’importo più elevato per lo stock, finirà per aggiudicarselo concretamente.

Dunque, in base ad alcune semplici regole di economia, le aziende quotate sul mercato dovrebbero vedere le loro azioni ricevere valutazioni significativamente più elevate rispetto alle aziende non quotate: ovvero, allargando le dimensioni della base di investitori, si include un maggior numero di persone disposte a pagare più soldi.

Il corollario logico di quanto appena detto è che quando si ha solo un ristretto numero di potenziali investitori, la domanda potenziale diminuisce, causando un abbassamento delle valutazioni. E se il numero di investitori che partecipano all’asta è esattamente pari ad uno, allora non si potrà mai ottenere una valutazione elevata.

Nella negoziazione del prezzo dell’Economist, l’impresa stessa, insieme al membro del consiglio John Elkann, dotato di grandi possibilità economiche, aveva tutto l’interesse a guidare una dura trattativa per dare a Pearson la cifra più bassa per rilevare la sua quota azionaria. Con l’aggiunta che essi sapevano di non avere altri competitori: non c’era nessun acquirente nascosto, e sapevano che Pearson non aveva alcun interesse strategico a tenersi la sua quota azionaria dopo aver ceduto tutte le sue partecipazioni nel settore dell’editoria (cessione del FT al Nikkei Group).

Eppure, in qualche modo, il prezzo finale ha finito per essere così elevato che per poter raccogliere il denaro necessario, l’Economist, è stato costretto a vendere la storica sede del suo quartier generale, a St James.

La regola generale del capitalismo di impresa è sempre stata quella secondo la quale le valutazioni pubbliche sono superiori a quelle private, e quando imprese con azionariato pubblico sono acquistate o controllate da privati, tali operazioni vengono sempre giustificate attraverso considerazioni di carattere strategico, che sempre hanno a che fare con il controllo.

Per poi scoprire solo dopo, che l’elevata valutazione privata attribuita all’Economist era fuori da ogni logica. Per trovare qualcosa di simile occorre andare guardare il sistema delle valutazioni in corso già da qualche tempo nella Silicon Valley. Qui, ad esempio, nel marzo 2012 le azioni di Facebook sono state scambiate tra privati al prezzo di 44,10 dollari l’una. Due mesi più tardi, quando Facebook è stata quotata sul mercato, il prezzo delle azioni è sceso a 38 dollari, e la settimana successiva sono state scambiate sul mercato a meno di 27 dollari. Ad agosto, valevano meno di 20 dollari. E stato solo più di un anno dopo, nel settembre del 2013, che il prezzo delle azioni è stato finalmente superiore a 44,10 dollari, che rappresentava la valutazione effettuata dai mercati privati.

Naturalmente, le valutazioni pubbliche attraverso la borsa non sono esattamente economiche. Ma anche dopo un impressionante corsa durata sei anni, non è dato ancora aspettarsi il prevalere della logica. Ad esempio Time Inc, la casa editrice nata da Time Warner. Essa possiede non meno di 90 differenti testate, da Sports Illustrated a Fortune allo stesso Time, con una capitalizzazione di mercato di 2,4 miliardi di dollari – che rappresentano circa 11 volte il suo utile netto, ovvero 1.6 volte l’Economist.

Come si spiega questo capitalismo alla rovescia, in cui le azioni delle società vengono valutate più dai privati di quanto non lo siano dal mercato? In parte ciò è dovuto al fatto che gli investitori nelle aziende private hanno naturalmente orizzonti temporali più lunghi.

Se si acquista un rilevante pacchetto di azioni di The Economist, in base ad una stima superiore a più di 20 volte i suoi utili annuali, non è perché si pensa di poter realizzare un utile maggiore attraverso la vendita dopo un anno o un mese o anche dopo un secondo. Questa è la regola che vale nel mercato aperto. Perché si ritiene che il bene conserverà un valore economico nel corso di decenni o più, per i nipoti, e forse anche oltre.

Alcuni recenti segnali lasciano però ritenere che le valutazioni a lungo termine si stiano facendo strada fuori dai mercati privati, ​​e più all’interno della sfera pubblica. Gli investitori hanno applaudito Google quando si è reinventata come Alphabet, finanziatrice di “moonshots”, un’iniziativa economica che potrebbe non dare frutti prima di decenni. Hanno anche offerto 650 milioni di dollari per rilevare la società in perdita Tesla, valutando l’impresa produttrice di auto elettriche oltre i 30 miliardi.

Anche Hillary Clinton ha preso di mira, durante la sua campagna elettorale, quello che lei chiama il capitalismo trimestrale: il “Valore reale”, sostiene, ” Viene da una crescita a lungo termine, e non da profitti realizzati nel breve termine”.

Eppure, le più antiche aziende del mondo sono tutte private: solide, imprese importanti che conservano il loro valore, ed i loro principi, nel corso dei secoli. In un mondo dove i ricchi non hanno mai avuto così tanta liquidità, e nel quale intendono preservare la loro ricchezza per le generazioni a venire, forse ha più senso che essi siano disposti a pagare un prezzo superiore per beni privati ​​di elevata redditività. Anche se noi plebaglia siamo costretti ad avere a che fare con titoli azionari rischiosi il cui valore è estremamente volatile.

http://www.theguardian.com/media/2015/aug/20/wealthy-families-pay-economist-agnellis-rothschilds

Trad. cm

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