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Non sappiamo che fine faccia il 65% della plastica da riciclare“. Questo è il grido di allarme lanciato qualche mese fa dal direttore generale di Polieco, Claudia Salvestrini. Polieco è il principale consorzio costituito da circa 4.000 soci (produttori, importatori, utilizzatori, distributori e riciclatori e soggetti coinvolti nel recupero delle materie plastiche) impegnati nella filiera del riciclaggio dei rifiuti in plastica.

La denuncia del manager punta il dito sui traffici internazionali di rifiuti, nel caso specifico di quelli in plastica, gestiti dalla camorra, in collaborazione con altre organizzazioni criminali internazionali.

Qualche mese fa l’ufficio romano del consorzio è stato incendiato, a dimostrazione che le denunce effettuate stiano dando parecchio fastidio.

Salvestrini non si occupa solo dell’aspetto produttivo ma anche dei processi di riutilizzo della plastica riciclata, e questo la porta spesso a scoprire, grazie alle denunce presentate dai soci del consorzio, traffici illeciti di sostanze plastiche che, oltre a sottrarre materia prima all’industria del riciclaggio, alimentano le organizzazioni criminali.

Come dimostra la recente scoperta nel porto di Napoli di 60 container pieni di rifiuti in plastica, illegalmente raccolti e trasportati, in partenza per la Cina.

In occasione della recente presentazione del nuovo rapporto di Legambiente sugli ecoreati, Salvestrini ha dichiarato: “La presa di coscienza delle istituzioni rappresenta un primo importante passo in avanti. Dopo anni di denunce che il nostro consorzio effettua contro il traffico illecito dei rifiuti, nazionale e transfrontaliero, ad opera non solo di sistemi criminali organizzati ma anche di imprenditori senza scrupoli, ritengo che le affermazioni pubbliche dei rappresentanti del governo e del parlamento siano incoraggianti“.

Se infatti la recente legge sugli ecoreati rappresenta un passo in avanti verso un contrasto efficace al fenomeno, è anche vero che le sue dimensioni internazionali richiederebbero un intervento normativo in ambito europeo, ma non solo. L’importanza di un corpo di polizia dedicato esclusivamente al contrasto degli ecoreati, ed alla sua collaborazione internazionale con gli omologhi di altri paesi, costituisce un elemento imprescindibile.

Il trasporto ed il recupero illegale di rifiuti in plastica è un business in grado di muovere diversi milioni di euro, che si basa sulla raccolta dei rifiuti plastici differenziati e sul loro invio in paesi extraeuropei, in genere la Cina, l’India e la Malesia, dove vengono utilizzati per produrre materie plastiche impiegate nella produzione di manufatti.

Questi ultimi rientrano illegalmente in Europa attraverso container, sotto forma di prodotti all’apparenza innocui, ma che non rispettando gli standard occidentali di sicurezza e di salubrità, contengono spesso sostanze inquinanti e nocive per la salute.

Il traffico illecito di rifiuti, dunque, non costituisce solo una grave sottrazione di risorse economiche all’industria del riciclaggio, ma un serio rischio alla salute dei cittadini dell’Unione Europea.

E se la crescita esponenziale della sottrazione di materie plastiche di scarto, osservata negli ultimi anni, proseguirà indisturbata, è probabile che a risentirne sarà anche la filiera dell’incenerimento dei rifiuti urbani, dato che le materie plastiche costituiscono, assieme alla carta ed al cartone, la componente essenziale del CDR, il Combustibile Da Rifiuti, utilizzato proprio dagli inceneritori e spesso anche dai cementifici.

Nel rapporto “Mercati illegali” redatto da Legambiente e riferito al 2012 si definisce, nero su bianco, come la globalizzazione dei mercati abbia favorito in molti casi le attività illecite, in particolare alcuni settori criminali quali il traffico di rifiuti, di merci contraffatte, di specie animali protette, oltre alle alterazioni di alimenti con rischi per la salute.

L’esame di 155 inchieste giudiziarie internazionali relative a traffici illeciti, nelle quali risultavano coinvolte organizzazioni criminali anche italiane, ha permesso di pesare tra loro i traffici in questione. Al primo posto, con una quota pari al 71%, sono risultati i casi di traffici di merci contraffatte e di specie animali protette. Le inchieste svolte dagli inquirenti nel 2012 sul territorio italiano che hanno riguardato tali attività, sono state complessivamente 110, con un totale di 60 persone denunciate e/o arrestate, ed un valore economico di merci sequestrate pari ad oltre 71 milioni di euro.

Al secondo posto, con una quota pari al 19%, risultano i traffici di rifiuti, con 30 inchieste e 189 persone denunciate e/o sottoposte a misure restrittive, oltre a 256 milioni di beni sequestrati. All’ultimo posto ci sono, col 10% delle inchieste, le frodi alimentari, con 48 persone denunciate e/o arrestate ed un valore di merci sequestrate pari ad oltre 232 milioni di euro.

Come si evince dai dati, sebbene siano state complessivamente quasi un quarto rispetto a quelle sulle merci contraffatte e le specie protette contrabbandate, le inchieste sui rifiuti sono quelle che hanno registrato il maggior numero di persone arrestate e/o denunciate, oltre ad aver rappresentato il valore superiore per quanto riguarda i beni e le merci sequestrate.


I porti italiani  e le rotte interessati dal traffico dei rifiuti 

Tra i porti italiani coinvolti, quello che compare nel maggior numero di inchieste è il porto di Ancona, seguito da quello di Bari, da Civitavecchia, da Venezia, da Napoli, da Taranto, da Gioia Tauro, da La Spezia e da Salerno. Osservando più da vicino i particolari delle inchieste giudiziarie, per ben 72 volte i porti italiani sono stati al centro di traffici illeciti in arrivo, mentre per 42 volte sono stati invece punti di partenza.  Le rotte interessate dai traffici in oggetto, che hanno subito una recente intensificazione, sono quelle europee est-ovest, e di conseguenza i porti che più chiamati in causa  sono stati quelli di Ancona, Bari e Taranto.

Una relativa novità è rappresentata dal porto di Civitavecchia, molto vicino alla Capitale e al tempo stesso lontano dalle inchieste di mafia; dunque relativamente tranquillo per poter svolgere traffici illegali. In particolare le inchieste che hanno visto coinvolto il porto in questione hanno avuto a che fare con l’importazione di merci contraffatte, inclusi i prodotti enogastronomici e le specie animali protette.

Per quel che riguarda invece il porto di Venezia, esso è interessato in prevalenza da flussi di merci in uscita, in particolare rifiuti, ed in modo specifico gli scarti in plastica. Questi ultimi sono in prevalenza diretti nel sud est asiatico, Cina e Hong Kong soprattutto, e provengono anche da porti meridionali come Napoli, Taranto e Gioia Tauro, che sono anche i porti italiani dove più intense sono le attività illegali. 

Con riguardo alla destinazione dei traffici, il paese straniero più interessato dai traffici illeciti provenienti da e in partenza per i porti italiani, è la Cina, come confermato dalle 39 inchieste giudiziarie. Di seguito viene la Grecia, con 21 inchieste, quindi l’Albania con 8, il Nord Africa (Tunisia), il Medio Oriente e la Turchia, tutti con 6 inchieste.

Tra i porti europei interessati dai flussi di traffici illeciti provenienti o diretti verso porti italiani quali Gioia Tauro e La Spezia, al primo posto abbiamo Rotterdam, nel quale transitano ogni anno su container ben 400 milioni di tonnellate di merci. Subito dopo viene Anversa, seguita da Amburgo, da Brema, da Valencia, da Gioia Tauro e Felixstove.


Eurstat e i dati sul traffico illecito di rifiuti

I traffici illeciti seguono come intensità l’andamento dell’economia e dunque del commercio.

Spesso i controlli vanno di pari passo con l’intensificarsi di tali traffici, come dimostrano i dati dell’agenzia statistica europea Eurostat, in relazione al periodo 2001-2009. Infatti, secondo i dati forniti, i traffici leciti di rifiuti provenienti da paesi UE e diretti verso paesi non UE, sono cresciuti del 131%. Sono però anche cresciute le rotte illegali, così come dimostra il numero dei sequestri effettuati dall’Agenzia delle Dogane italiana: 20 mila tonnellate di rifiuti diretti illegalmente all’estero: si tratta in prevalenza di plastica, carta, cartone, materiali ferrosi, pneumatici e rifiuti elettrici ed elettronici (Raee).

Rispetto al biennio 2008-2009, quando le tonnellate sequestrate dalle dogane ammontavano a 12 mila tonnellate, nel 2012 i sequestri doganali sono dunque cresciuti del 35%.

Nel 2012 i traffici illeciti di rifiuti sono in generale aumentati, a patire dai pneumatici fuori uso, con un incremento pari al 59%, il più alto fra tutti quelli registrati, seguiti dai rottami metallici dei quali il 16,5% era illegale, e dagli scarti plastici, dei quali una percentuale pari al14% era illegale. Tutti i rifiuti trafficati in maniera illecita vengono sequestrati dall’Autorità delle Dogane.

La conferma dell’aumento dei traffici illeciti di rifiuti proviene anche dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), dalla Commissione Europea (CE), dall’Interpol,  dall’Europol, e da tutte le agenzie e le organizzazioni europee che si occupano di normativa ambientale e di controlli.


Le organizzazioni criminali e le loro alleanze

Tra le organizzazioni implicate in questi traffici, oltre a camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta, ritroviamo anche le Triadi cinesi, la Yazuka giapponese e la mafia russa. Spesso i traffici illeciti vedono implicate diverse organizzazioni criminali allo stesso tempo.

Nel campo dei rifiuti le Triadi cinesi svolgono un compito determinante: quello di fare entrare nel loro paese milioni di tonnellate di rifiuti e di scarti di produzione da usare come materia prima in molti  processi produttivi.

In relaziona al ruolo svolto dalla mafia cinese, nel report relativo all’anno 2012 i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia scrivono: “Le attività investigative continuano, infatti a fare emergere l’operatività di sodalizi criminali di origine cinese di particolare caratura“, e ciò non solo nei business della contraffazione delle merci e dello sfruttamento della manodopera a basso costo e nella prostituzione, ma anche nel traffico illecito di rifiuti. Spesso i canali utilizzati dalle organizzazioni per determinati traffici illeciti internazionali, vengono sfruttate anche per altri tipi di traffici. E’ quello che è successo infatti con l’inchiesta che, oltre alla DIA, ha visto coinvolte la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane, in un traffico illecito di rifiuti derivanti da autovetture in disuso.

Lo stesso canale veniva infatti utilizzato anche per il traffico di extracomunitari, in partenza dalla Somalia e con destinazione il Nord Europa.

Come dicevamo, il porto italiano nel quale sono state aperte più inchieste in relazione a traffici di merci in partenza è quello di Venezia, con ben 9 inchieste, seguito da Bari e Napoli con 5 e poi da Ancona con 4.


I paesi di destinazione dei materiali di scarto

Per quel che riguarda il traffico di rifiuti, in genere i materiali di scarto rientrano in un flusso di materie in uscita dai paesi OCSE, e la loro destinazione differisce a seconda del tipo di materiale: i materiali plastici, infatti, sono diretti in prevalenza verso i paesi asiatici, principalmente la Cina; i rifiuti elettrici e quelli elettronici (Raee) sono invece diretti verso i paesi africani, Ghana, Senegal e Burkina Faso in testa, oppure verso alcuni paesi indiani; gli pneumatici usati sono diretti in India, Corea del Sud, Thailandia, Burkina Faso e Turchia; i rottami ferrosi e le parti metalliche di veicoli ancora da rottamare sono diretti in prevalenza in Africa, Ghana, Nigeria, Egitto, Somalia, Marocco e Senegal. Gli scarti metallici sono poi diretti in Cina e Pakistan; il cartone e la carta vengono spediti in Cina, India e Senegal; gli scarti tessili, invece, finiscono in Tunisia, Cina, India, Albania, Ghana ed Emirati Arabi.

Nel caso degli scarti tessili, il monopolio dei traffici illeciti è controllato dalla camorra.

In Italia, per tutti i materiali indicati, tra i flussi in entrata e quelli in uscita, vedono una netta prevalenza di questi ultimi. Come dicevamo, i porti di partenza di tali materiali di scarto sono: Venezia, Bari, Napoli, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Taranto, La Spezia, Pozzallo (Rg), Genova, Gioia Tauro, Livorno e Catania.


I trucchi per nascondere i traffici

Gli escamotage utilizzati dalle organizzazioni criminali per contrabbandare illegalmente questi materiali, sono sempre le gli stessi, vale a dire la falsificazione dei formulari di accompagnamento dei rifiuti: grazie a tale modalita’, infatti, materiali catalogati come materie di scarto vengono spacciate come banali materie prime seconde, o al limite come prodotti usati.

La normativa di riferimento in matteria di movimentazioni transfrontaliere di rifiuti è costituita dalla Convenzione di Basilea; le organizzazioni criminali internazionali specializzate nel traffico internazionale di rifiuti, riescono ad aggirare tale normativa attraverso la triangolazione delle merci: è grazie ad essa, infatti, se la tracciabilità dei container di rifiuti risulta essere più difficoltosa.  

E’ infatti proprio questa contraffazione dei documenti di accompagnamento che consente di trasformare i rifiuti in materie prime seconde o scarti di lavorazione. Maggiore è il numero dei passaggi di mano dei rifiuti, più complicato risulta risalire alla loro provenienza. Nel settembre del 2012 la Guardia di Finanza di Bari ha intercettato un autoarticolato contenente 8 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, quali autoveicoli rottamati ed apparecchiature elettroniche non funzionanti, proveniente dalla Polonia e diretto in Belgio. In questo caso il transito attraverso l’Italia è avvenuto in quanto il nostro Paese viene considerato quello con la legislazione meno rigida in materia.

La maggior parte di questi rifiuti viaggia su mare, attraverso navi porta container. Nell’ottobre del 2012 la Guardia di Finanza di Bari sequestra nei container di una nave ferma nel porto del capoluogo pugliese 16 tonnellate di rifiuti tessili, essenzialmente ritagli e sacchi interi di iuta, diretti in India. Sempre in ottobre, nello stesso porto, era stato sequestrato un carico illegale di batterie esauste e rottami di autoveicoli, diretti in Grecia.  A novembre dello stesso anno, questa volta nel porto di Salerno, ancora i militari delle Fiamme Gialle sequestrano due container carichi di scarti di alluminio, per la precisione 89 quintali di vecchie lattine mischiate con altri rifiuti urbani, diretti in Israele.    

Alla fine di luglio del 2012 la Guardia Forestale e l’Agenzia delle Dogane avevano sequestrato 74 container di rifiuti diretti in Asia e in Africa. Il materiale in questione proveniva dai porti di Genova, Livorno, Gioia Tauro, Catania e Ancona. Si trattava essenzialmente di pneumatici usati, che in molti paesi vengono utilizzati come combustibile. Sempre durante il periodo estivo vengono sequestrati, a Bari, 21 tonnellate di rifiuti speciali diretti in Albania; è poi la volta di 18 tonnellate di rifiuti speciali sequestrati nel porto di Salerno e diretti in Tunisia. Altri ingenti quantitativi di rifiuti urbani vengono sequestrati nello stesso anno a Napoli, Novara, Ravenna, Gioia Tauro, Palermo, La Spezia, Bari, Salerno.

Secondo l’Agenzia delle Dogane, nel periodo gennaio-settembre 2012 sono state esportate legalmente attraverso i porti italiani 102.500 tonnellate di rifiuti plastici, di cui 40.500 tonnellate dirette in Cina, 12.500 tonnellate dirette ad Hong Kong, 16.500 in Romania, 6.000 in Romania, 4.500 negli USA, 4.300 in Svizzera. I dati ufficiali registrano ingenti percentuali di illegalità.

Oltre a questi quantitativi esportati legalmente, si aggiungono 2.000 tonnellate di materie plastiche, pari al 14%, esportato illegalmente; 8.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, il 60% dei quali veniva esportato illegalmente;  2.300 tonnellate di rifiuti metallici, pari al 16,5% del totale, esportati illegalmente; 185.000 tonnellate di rottami di veicoli e parti di motori e 165.000 tonnellate rifiuti tessili, tutti esportati illegalmente.

Globalmente i rifiuti che stavano per essere esportati illegalmente e quindi sottoposti a sequestro, nel corso del 2012, sono stati 13.700 tonnellate, per un valore complessivo di 13,5 milioni di euro.

Nel 2011 globalmente la quantità di rifiuti sequestrati ammontava a 7.400 tonnellate, tutti diretti all’estero, tra i quali il 38% erano costituiti da scarti plastici, il 7% di scarti di autoveicoli rottamati, il 3,3% di carta e cartone, il 2% da rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) e l’1% da ritagli tessili e da indumenti usati.


La svendita dei rifiuti a l’impoverimento dell’industria del riciclo

La crescita dei flussi di rifiuti diretti in prevalenza verso paesi non OCSE, ci da conto di quanta parte di materiale riciclabile e dunque di ricchezza venga letteralmente svenduto a paesi situati in altri continenti, in cui sicuramente il costo della manodopera e quello dell’energia sono più bassi che in Italia, e che dunque sono capaci di garantire livelli di utile molto più elevati. In questi flussi i traffici illegali, oltre a rappresentare dei meccanismi criminali, mettono in serio rischio i processi virtuosi attivati nelle comunità locali attraverso la raccolta differenziata.

Ed è proprio questo il pericolo che le municipalità corrono, vale a dire la vanificazione degli sforzi prestati per mobilitare la cittadinanza intera al fine di ottener una efficace differenziazione dei rifiuti.  Sono le conseguenze della globalizzazione, in cui le distanze una volta considerate irraggiungibili si sono accorciate, e in cui i costi di trasporto delle merci si sono notevolmente ridotti.

Non vi è dubbio che questo meccanismo si accompagni ad un’ esternalità negativa, ossia ad una socializzazione dei costi e ad una conseguente privatizzazione dei profitti. Ci si riferisce in modo particolare all’enorme inquinamento legato al trasporto di questi materiali, unito all’inquinamento legato alla loro trasformazione in materie seconde, attraverso l’impiego di tecnologie antiquate ed energivore.

Oltre a questo c’è anche il fatto che una sottrazione di materiale di scarto così importante rischia di mettere in crisi l’industria del riciclo. Di sicuro c’è che le nuove economie emergenti, come l’India e la Cina, riescono a soddisfare in parte la loro domanda interna di materie prime, fattore essenziale per continuare a mantenere elevati tassi di crescita.

A questo vanno aggiunte le politiche comunitarie di gestione dei rifiuti urbani, che vedono al primo posto l’abbandono delle discariche e le contestuali incentivazioni alle politiche di riciclaggio dei materiali di scarto. Ed è proprio in questo passaggio che si inseriscono le organizzazioni criminali che esportano illegalmente tali materiali, grazie alla corruzione ed alla collaborazione di organizzazioni omologhe nei paesi di approdo delle merci. Ma il traffico di materiali di scarto è un problema che non  investe solo l’Italia, ma che coinvolge anche altri paesi europei. Questo è infatti il senso del messaggio che la Commissione Europea ha lanciato ai 27 stati membri, ovvero che se tutti questi si conformassero alle norme comunitarie dettate in materia di gestione dei rifiuti, si avrebbe un risparmio complessivo di 72 miliardi di euro l’anno. In particolare ne trarrebbe giovamento l’industria del riciclaggio dei rifiuti che vedrebbe il suo fatturato crescere di 42 miliardi l’anno, con la possibilità di creare 400 mila posti di lavoro entro il 2020.


I manufatti contaminati che rientrano sul mercato europeo

Ma oltre al danno c’è anche la beffa. Molto spesso infatti questi materiali, una volta riciclati, rientrano in Italia e in altri paesi europei, sotto forma di manufatti. Il problema è però che non essendo osservato alcun tipo di norma a tutela dell’ambiente e della sicurezza, i materiali di scarto vengono spesso riciclati assieme sostanze tossiche e cancerogene. E’ il caso, ad esempio, delle materie plastiche come il polietilene, che vengono lavorati assieme a prodotti contaminati, come le plastiche utilizzate nelle serre, contaminate da pesticidi e diserbanti. Il risultato è che i manufatti prodotti con queste plastiche sono cancerogeni.

Esempi concreti non mancano, si va dalle ciabatte in plastica, ai giocattoli per bambini, dai prodotti per la casa agli indumenti. Spesso questi materiali, non osservando gli standard produttivi e nemmeno le caratteristiche previste dall’Agenzia delle Dogane, vengono sequestrati e tolti dal mercato. Ma i sequestri riguardano solo una piccola parte di questi prodotti. E il discorso non investe solo le materie plastiche, ma coinvolge anche i rottami di ferro, la carta ed il cartone, i materiali elettrici ed elettronici. Il problema è stato affrontato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente nel rapporto intitolato: ” Movements of waste across the EU’s internal and external borders“, (movimenti di rifiuti all’interno ed all’esterno dei confini europei).

Nel lavoro, elaborato per la Commissione, l’Agenzia censice tra il 2007 ed il 2009 ben 400 casi di traffici illeciti di rifiuti comunicati dai paesi membri, il 50% dei quali aveva come destinazione paesi non UE. Il maggior numero delle segnalazioni, circa il 70%, proveniva globalmente da Germania, Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Un altro elemento messo in luce dall’Agenzia nel rapporto in questione è stato che solamente 7 tra i paesi membri dell’UE, hanno risposto alle indicazioni della Commissione segnalando traffici illeciti; tutti gli altri hanno dichiarato ufficialmente di non avere individuato neanche un caso di traffico illecito di rifiuti. Dunque, i 400 casi illustrati dall’Agenzia nel suo rapporto rappresentano solamente la punta dell’iceberg.


Il contrasto: necessità di collaborazione e di condivisione delle informazioni

Questa conclusione è stata confermata anche dall’Europol, l’Agenzia europea che comprende tutte le polizie dei paesi membri, secondo la quale i traffici illeciti di rifiuti rappresentano un’attività in netta crescita, in particolare secondo le direttrici sud sud-est Europa e verso i Balcani. Secondo l’Europol i traffici più rischiosi sarebbero quelli relativi ai rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), seguendo le direttrici che, dal nord Europa, si spingono verso il Nord Africa e l’Asia.

Uno dei maggiori deficit a livello investigativo denunciato dalle forze di polizia è rappresentato dalla mancanza di informazioni accurate e verificate, condivise tra le varie forze di contrasto al fenomeno dei traffici di rifiuti. Mancano dunque banche dati, ma anche i protocolli di collaborazione e di scambio delle informazioni. Dunque, la principale carenza è rappresentata dall’attività di intelligence a livello internazionale.

Questo è infatti il tenore delle raccomandazioni contenute in un documento redatto nel 2011 da Europol, nel quale appunto al fine di fornire un maggiore contrasto ai traffici illeciti, di rifiuti e non, si raccomanda lo scambio di buone pratiche tra gli operatori nazionali nella lotta ai traffici illeciti di rifiuti (con i profili i rischio); il rafforzamento e la razionalizzazione dei controlli mediante un approccio transnazionale e multidisciplinare, attraverso un sistematico scambio di informazioni tra le autorità di controllo, e tutti gli attori coinvolti, dei vari paesi membri.

Nel 2011 la stessa Commissione Europea aveva sottolineato l’esigenza di rafforzare i controlli ispettivi, introducendo meccanismi di tracciabilità dei rifiuti ed una migliore formazione del personale delle autorità doganali preposte alla verifica dei carichi. (cm)

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