Bank of China

Il processo per il riciclaggio di 5 miliardi di euro contro Bank of China e altri 297 imputati comincerà in Italia nel marzo del prossimo anno, ha dichiarato mercoledì il PM  Giulio Monferini 

Il caso riguarda la cifra di circa 4,5 miliardi di euro (5 miliardi di dollari) presumibilmente esportati dall’Italia alla Cina attraverso un servizio di money transfer in parte di proprietà di alcuni immigrati cinesi. 

I pubblici ministeri di Firenze hanno dichiarato che quasi la metà del denaro è stato trasferito attraverso la succursale della Bank of China di Milano, la quale ha guadagnato oltre 758.000 euro in commissioni sulla transazioni eseguite. Quando cominceranno ad essere ascoltati i testimoni, nel mese di marzo, il giudice deciderà se continuare a portare avanti le accuse di riciclaggio di denaro e favoreggiamento di un’organizzazione mafiosa, nei confronti della filiale milanese della banca e di quattro dei suoi dipendenti.

La Bank of China ha negato qualsiasi addebito. In una dichiarazione rilasciata nel mese di giugno alla borsa di Hong Kong, la banca ha affermato di non aver ricevuto i documenti formali dell’accusa, ma che avrebbe comunque collaborato con le autorità italiane. Gli avvocati dei proprietari della rete di money transfer hanno dichiarato l’innocenza dei loro clienti.

La scorsa settimana il quotidiano governativo China Daily ha riportato la notizia seconda la quale la Banca Centrale cinese e le altre agenzie governative hanno promesso di rafforzare i controlli in materia di antiriciclaggio a seguito della diffusione della notizia delle indagini italiane sulla Bank of China.

La Bank of China non è l’unica grande banca cinese con filiali estere a dover affrontare un giudizio. Nel mese di luglio, la banca centrale statunitense Federal Reserve ha suggerito alla China Construction Bank di rafforzare il suo sistema di anti-riciclaggio di denaro, oltre a migliorare le sue misure di verifica della clientela e di monitoraggio delle operazioni sospette.

Il caso italiano mostra come la grande economia sommersa sia cresciuta con la diaspora cinese e sia prosperata in assenza di un’ efficace cooperazione giuridica e giudiziaria tra la Cina e l’Occidente.

Gli inquirenti italiani sostengono che la rete di trasferimento di denaro, Money2Money, veniva gestita come una mafia, attraverso l’uso di minacce e di coercizione, al fine di mantenere un quasi-monopolio sui trasferimenti di denaro dall’ Italia alla Cina. La rete Money2Money aveva anche un contratto di esclusiva con la succursale di Milano della Bank of China, in base al quale la banca non avrebbe potuto collaborare con un’altra impresa per inviare denaro dall’ Italia alla Cina .

Dagli agli atti dell’inchiesta, i pubblici ministeri hanno dichiarato che il denaro, ottenuto attraverso la contraffazione, la prostituzione, lo sfruttamento del lavoro e l’evasione fiscale, veniva frazionato in piccole somme, per evitare l’avvio di un’accertamento, e che inoltre la dirigenza della banca e lo staff addetto al controllo hanno omesso di segnalare le operazioni sospette, al fine di favorire la copertura della fonte e la destinazione dei fondi.

 Gli inquirenti italiani hanno dichiarato alla Associated Press che la Cina non ha collaborato con l’inchiesta della magistratura sul riciclaggio di denaro, nonostante gli sforzi di Pechino per ottenere l’aiuto dei governi occidentali ai fini del rimpatrio dei funzionari cinesi corrotti che hanno abbandonato il Paese con le somme ad esso sottratte.

La polizia italiana non è stata in grado di continuare le sue indagini in Cina, ma l’AP, in un articolo pubblicato nel mese di giugno, ha seguito una parte del denaro esportato illegalmente, diretto ad una grande azienda di import-export controllata dal governo, la quale è stata accusata di avere spedito più volte merce contraffatta, in parte destinata agli Stati Uniti.

Il caso italiano si riferisce ad operazioni effettuate tra il  2006 e il 2010. La procedura legale si è bloccata quando gli inquirenti italiani non sono riusciti a trovare centinaia di imputati a causa delle difficoltà nel loro reperimento, la maggior parte dei quali erano cinesi immigrati che vivono in Italia.

Il pm Monferini ha dichiarato che tra tutti gli accusati, solamente a 50 di essi sono state notificate con successo le accuse.

http://abcnews.go.com/

trad CM

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