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Il 25 marzo 1980, qualche mese prima dell’attentato alla Stazione di Bologna, nel corso di un’audizione di fronte alla Prima Commissione Referente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati, il giudice Mario Amato, magistrato di Tribunale in servizio presso la Procura della Repubblica di Roma in qualità di sostituto procuratore, riferisce a proposito di una serie di attentati dinamitardi aventi tutti la stessa matrice neofascista.

Dopo alcune considerazioni circa le condizioni non esattamente ottimali nelle quali svolgeva la sua funzione (gestione di circa 600 processi per i reati più vari oltre alla delega di tutti quelli aventi un’attinenza col terrorismo nero) in considerazione del fatto che l’ufficio nel quale operava non era organizzato in maniera ottimale, ed anzi, a suo dire, faceva “acqua sotto tutti i punti di vista”, il sostituto comincia ad accennare agli attentati dinamitardi avvenuti a Roma nel corso del 1979.

Principiando proprio da quello di piazza Indipendenza, presso la sede del CSM,  che non ebbe un “esito infausto soltanto perché – si legge nel resoconto dell’audizione –  non ha funzionato il timer – non si sa ancora se non funzionò perché manomesso o per un guasto imprevisto degli attentatori, fatto sta che l’attentato – prosegue il resoconto – venne compiuto con 55 candelotti di dinamite che, se fossero esplosi in piazza Indipendenza, avrebbero provocato una vera e propria strage“.

Gli altri attentati ai quali il magistrato fa cenno sono quelli contro il carcere di Regina Coeli (14 maggio 1979) e contro il Campidoglio (13 maggio 1979). I tre episodi descritti, assieme ad un’altra ottantina, furono attribuiti come risulta dalla relazione conclusiva della Commissione stragi al “Movimento Rivoluzionario Popolare MRP”, gruppo armato di estrema destra guidato dai due leader Paolo Aleandri e Marcello Iannilli, e nato a seguito alla scissione nel 1979 da Costruiamo l’Azione.

Gli attentati commessi nella primavera del ’79 – si legge nella relazione della Commissione – e rivendicati con la sigla Movimento Rivoluzionario Popolare ed  il logo del mitra e della vanga incrociati, sono ideologicamente e politicamente riconducibili all’area di Costruiamo l’Azione, sia per il diretto coinvolgimento nell’esperimento di aggregazione operato dal giornale, sia per la perfetta coincidenza tra la linea da esso sostenuta e la scelta degli obiettivi“.


La delegittimazione e l’assassinio del giudice Amato

Il giudice Amato viene ucciso il 23 giugno del 1980 dai NAR Gilberto Cavallini, esecutore materiale, e Luigi Ciavardini.

I due, subito fuggiti su una moto, esplodono all’indirizzo del magistrato diversi colpi di pistola mentre questi era in attesa dell’ autobus che lo avrebbe dovuto portare al posto di lavoro.

La Procura di Roma aveva fornito  al giudice un’auto blindata, l’unica disponibile, ma lui l’aveva rifiutata pur essendo l’unico magistrato ad occuparsi di terrorismo nero, e pur avendo assunto la guida delle indagini sull’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, ucciso anche lui dai NAR mentre stava indagando su Ordine Nuovo e su Pierluigi Concutelli.

Nel seguito del resoconto  si legge come il magistrato si lamentasse formalmente di essere l’unico ad occuparsi di terrorismo nero, lasciando intendere come ciò costituisse quasi un invito nei confronti degli ambienti da lui indagati, ad eliminarlo, esattamente come era accaduto prima di lui al giudice Occorsio.

Malgrado la gravità della situazione e nonostante il quotidiano susseguirsi di atti “dimostrativi” posti in essere dai terroristi neri, tesi a lanciare messaggi sia agli ambienti di destra, sia allo Stato e alle istituzioni democratiche, il giudice Amato viene isolato e indebolito nella sua attività professionale attraverso una serie di attacchi “politici”.

Ebbene, a fronte di tale situazione – si legge nel resoconto – sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro per un anno e mezzo. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Solo una volta sono stato chiamato dal Procuratore Capo a proposito del nominativo di un collega trovato nell’agenda di un professore arrestato (Paolo Signorelli). Recentemente – prosegue Amato – ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole “creare” il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio“.

Lasciato solo, dunque, e costretto a difendersi da accuse delegittimanti provenienti dal suo stesso ambiente professionale, e si fa riferimento in particolare al giudice Antonio Alibrandi padre del terrorista NAR Alessandro amico e sodale di Valerio Giusva Fioravanti, il magistrato raccoglierà le prove che dimostreranno come la destra estrema si stesse organizzando per sferrare il suo attacco eversivo al cuore dello Stato.


L’omicidio dell’agente Arnesano

Il primo caso che venne assegnato ad Amato, nel dicembre del 1977, fu quello definito il processo della Balduina. Il primo settembre del 1977 nel quartiere romano della Balduina, non lontano dalla sede del MSI di via delle Medaglie d’Oro, viene ucciso a colpi di arma da fuoco mentre distribuiva dei volantini un militante di Lotta Continua, Walter Rossi. Per quell’episodio vengono arrestate 17 persone, e altre 10 si danno alla latitanza. Il processo che ne segue per direttissima vede tra i principali imputati  Alessandro Alibrandi, accusato insieme ad altri di omicidio e ricostituzione del partito fascista. A seguito delle prime udienze, nelle quali Amato tenta di dimostrare oltre all’attività criminosa anche il vincolo associativo, il magistrato è costretto a prendere atto dell’insufficienza degli indizi nei confronti di molti degli imputati, e quindi a chiedere la revoca di molti degli ordini di cattura da lui stesso firmati.

Alessandro Alibrandi viene riconosciuto come l’autore dell’omicidio dell’ agente di ps Maurizio Arnesano, omicidio avvenuto a Roma di fronte all’ambascia del Libano. L’agente prestava servizio di scorta al magistrato Domenico Sica impegnato nelle indagini sul terrorismo rosso, per cui inizialmente si riteneva che la matrice dell’omicidio fosse diversa. Ma la descrizione del killer fatta dagli agenti della DIGOS corrispondeva a quella del figlio del giudice.

Il  capo della Procura di Roma Giovanni De Matteo chiama il sostituto Amato e gli affida il fascicolo Alibrandi. Da questo episodio hanno inizio gli attacchi professionali ai suoi danni da parte del collega Alibrandi. L’ordine di arresto a carico dell’omicida viene firmato dal dott. Catalani, all’epoca un uditore facente funzione di sostituto procuratore di turno, e questo porterà anche il Catalani a subire analoghi attacchi, sia da parte di colleghi che di una parte della stampa.

Amato, che pur teme per la sua vita, non riesce a sopportare l’idea di subire critiche sulla sua attività professionale, critiche che lo accusano di  “complottismo”e cioè di vedere trame nere anche dove non ci sarebbero. Per questa ragione il sostituto procuratore ribadisce al CSM la richiesta di essere affiancato da un collega – richiesta che rimarrà inevasa data la cattiva organizzazione dell’Ufficio e data la penuria di risorse.

La presenza di un collega a collaborare alle indagini avrebbe potuto non solo ridurre i pericoli per la sua incolumità, ma anche gli eventuali rischi di personalizzazioni dei processi”, un “conforto – dichiara Amato al CSM – in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità”.


La Procura di Roma e la sua organizzazione

La penuria di risorse e l’assenza di un’ organizzazione da parte dell’ufficio della Procura capitolino aveva raggiunto livelli tali da compromettere l’esito delle inchieste assegnate al sostituto Amato. Nel resoconto si cita un episodio molto esplicativo a riguardo: l’inefficienza sul piano investigativo legata in maniera evidente all’assenza di un archivio generale sul terrorismo nero.

L’episodio in questione è relativo alle indagini condotte a Roma sui NAR, i quali avevano rivendicato diversi attentati ed omicidi. In particolare si cita l’episodio del rinvenimento in capo a due appartenenti al gruppo di alcune pistole e bombe a mano. L’arresto era avvenuto a Roma, ma il fascicolo era stato spedito a Civitavecchia in quanto comune di residenza degli arrestati. Il magistrato parte per alcuni giorni di vacanza ma al suo rientro trova il fascicolo ancora sulla sua scrivania.

Per mero scrupolo Amato confronta i numeri di serie delle bombe a mano sequestrate con quelle rinvenute in un covo dei NAR in via Alessandria, riscontro reso possibile solo grazie al suo archivio personale. Dall’esame emerge come gli ordigni appartenessero tutti ad un medesimo lotto, lo stesso al quale appartenevano anche le bombe utilizzate nell’attentato ad una sede del PCI in via Cairoli, nel quale rimasero ferite 22 persone.

Nel giugno del 1979 la polizia arresta Roberto Nistri e Giuseppe Dimitri, i due capi militari dei nuclei operativi di Terza Posizione, intenti a trasportare una cassa piena di armi. Da una perquisizione effettuata in una cantina sita sempre in via Alessandria e appartenuta allo stesso proprietario dell’appartamento che fungeva da covo, la polizia trova uno dei più grossi depositi di armi del gruppo neofascista.

Ad una successiva perquisizione pareciperanno personalmente sia l’appuntato Franco Evangelisti, soprannominato Serpico, che il sostituto Amato. L’appartamento era intestato alla società Confidentiel legata alla P2, ad Avanguardia Nazionale ed a Stefano Delle Chiaie. Altra società vicina ad Avanguardia Nazionale era la Odal Prima, la quale aveva come unico cliente la Sofint utilizzata dalla Banda della Magliana per riciclare i proventi delle rapine, incluse quelle poste in essere a scopo di autofinanziamento da appartenenti a TP.

La mancanza di un archivio centralizzato sul terrorismo nero, dicevamo, costituiva uno degli elementi principali che rallentavano fino ad ostacolare il buon esito delle indagini. “Siamo in pratica – dichiara il magistrato all’organo di autogoverno dei giudici – alle soglie di una guerra civile e ci troviamo ancora in queste condizioni! Lavorare nei confronti di organizzazioni quali le associazioni terroristiche senza disporre dei mezzi necessari per collegare i soggetti e’ infatti  del tutto inutile, così come inutile è, in queste condizioni, che mi si deleghi a fare delle indagini, fra l’altro rischiose, senza pormi in condizioni di raggiungere dei risultati e di incidere sul fenomeno“.


Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e gli altri movimenti di destra

Come già detto Amato ereditò dal suo collega Vittorio Occursio tutte le indagini relative al terrorismo nero, e segnatamente quelle su Ordine Nuovo e Gianluigi Concutelli. Questo gli forniva un ottimo punto di osservazione per una visione di insieme sui NAR e sulla miriade di sigle che costituivano la galassia delle organizzazioni terroristiche neofasciste.

Tale argomento fu esattamente alla base delle dichiarazioni che Amato rese al CSM dieci giorni prima di essere ucciso, nel corso di una successiva audizione.

 Dopo la messa fuori legge sia di Ordine Nuovo che di Avanguardia Nazionale, si assiste nella seconda metà degli anni ’70 alla nascita di nuove sigle afferenti a nuovi movimenti ed organizzazioni di destra, tra le quali Terza Posizione attiva nelle scuole, FUAN, presente nelle università, le Comunità Organiche di Popolo (COP) composte da membri del FUAN, e il Movimento Rivoluzionario Popolare.

L’autunno del 1977 vede anche la nascita dei Nuclei Armati Rivoluzionari, sigla utilizzata da vari gruppi tra loro apparentemente indipendenti, tra i quali il più attivo è quello guidato da Valerio Giusva Fioravanti.

Per numero di vittime i NAR saranno secondi solo alle BR. La svolta, o come dichiarò la compagna di Fioravanti, Francesca Mambro, “il punto di non ritorno” in relazione alla violenza ed al numero di vittime, fu la strage di Acca Larentia, in cui in un’attacco ad una sede dell’MSI vennero uccisi due militanti di 19 e 18 anni, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.   


La visione d’insieme

Con l’intensificarsi degli attentati a seguito della strage di Acca Larentia gli episodi delittuosi ascrivibili ai NAR o ad altre organizzazioni della galassia neofascista diventano giornalieri.

Nella parte secretata dell’audizione al CSM il giudice Amato riferirà:

Devo aggiungere che, proprio a ragione della mia attività, mi consta che Ordine Nuovo si è rimesso in movimento e che tenta, così come ha già tentato in passato, degli abboccamenti con l’Autonomia. Ritengo che tale tentativo , pur non avendo avuto ancora successo, sia serio“.  E ancora: “Ho altresì motivo di ritenere che alcuni attentati che vengono attribuiti a soggetti di sinistra non siano in realtà di tale matrice”.

Dunque, in assenza di un filo conduttore riconducibile alla rivendicazione il sostituto Amato ha l’intuizione di mettere insieme fatti apparentemente slegati tra loro, tracciando un disegno eversivo unitario laddove le precedenti indagini avevano interpretato quegli stessi atti come episodi isolati, afferenti ad organizzazioni distinte senza alcun legame tra loro.

Amato riteneva che tutti gli omicidi, gli attentati e gli avvertimenti, nonostante fossero  rivendicati da sigle diverse, rispondesserono tutti ad un’unica regia. Il minimo comune denominatore essendo rappresentato dalle armi e dalle munizioni impiegate. Le bombe a mano trovare in possesso ad un gruppo di appartenenti ai NAR, con la stessa matricola di quelle del covo di via Alessandria, erano ordigni del tipo SRCM, in dotazione all’esercito italiano a scopo di addestramento.

Quegli ordigni facevano tutti parte di un’ unica fornitura in dotazione alla caserma di Tauriano di Spilimbergo presso la quale Valerio Fioravanti aveva prestato servizio militare. Un ordigno appartenente a tale fornitura venne in seguito rinvenuto addosso ad un esponente della Banda della Magliana.


I legami con la Banda della Magliana

Il 25 novembre 1981 appartenenti all’UCIGOS e alla DIGOS di Roma rinvengono, nel corso di una perquisizione effettuata in uno scantinato presso il ministero della Sanità in via Liszt n.34, un deposito di armi, munizioni ed esplosivi.

Il deposito è in custodia a tale Biagio Alessi, dipendente del suddetto Ministero, con mansioni di custode e centralinista.

Come custode Alessi disponeva di un appartamento situato all’ottavo piano dello stesso stabile nel quale era situato lo scantinato. Tutto era cominciato quando Marcello Colafigli, Marcellone, uno dei componenti della Banda della Magliana, era entrato in confidenza con il suo vicino di casa, tal Alvaro Pompili, dipendente del ministero della Sanità.

Sarà il Pompili a presentare il suo amico e collega Alessi al Colafigli. Da qui ha origine l’accordo tra l’Alessi e la Banda della Magliana, con il primo che mette a disposizione dei secondi lo scantinato in cambio di 800 mila lire al mese.


Il deposito di armi al ministero della Sanità

Secondo le dichiarazioni rese il 3 dicembre 1992 da Maurizio Abatino, uno dei capi della Banda della Magliana, tutte le operazioni di consegna e ritiro delle armi dal deposito di via Liszt venivano effettuata di notte, per non dare nell’occhio.

Alessi veniva preavvisato, in quanto era l’unico a disporre delle chiavi. La riconsegna veniva sempre effettuata da Claudio Sicilia o da Gianfranco Sestili, due componenti della Banda, mentre il ritiro oltre che ai due già citati era consentito anche all’Abbatino, al Colafigli e a loro eventuali accompagnatori.

Circostanza non indifferente menzionata dall’Abbatino è quella secondo la quale mentre Danilo Abbruciati non era autorizzato a recarsi al deposito da solo, e dunque l’Alesse non era autorizzato a consegnargli armi, tale permesso era stato concesso invece a Massimo Carminati,

nell’ottica – racconta Abbatino – di uno scambio di favori tra la Banda ed il suo (di Carminati) gruppo“, vale a dire i NAR.

Carminati era tenuto ad avvisare Abbatino prima di recarsi al deposito, e comunque aveva il divieto di portarvi armi utilizzate dai NAR, armi impiegate in rapine o omicidi. Le armi dovevano necessariamente essere “pulite”, ovvero non essere state utilizzate in fatti di sangue, poiché’ in tal caso gli inquirenti avrebbero collegato i due gruppi.

Sono nella sostanza analoghe le dichiarazioni rilasciate da Claudio Sicilia: “Quanto alle armi in deposito presso il ministero della Sanità, posso dire che si trattava di grandi quantitativi nella disponibilità della cosiddetta Banda della Magliana (Giuseppucci, Colafigli, Abbatino, Toscano, Danesi, Piconi, Paradisi, Mancone, Mastropietro, Sestili, Mancini), della cosiddetta Banda del Testaccio (De Pedis, Pernasetti, Abbruciati, Maragnoli) e del gruppo di Carminati legato all’eversione nera, facente capo a Claudio e Stefano Bracci, Alessandro Alibrandi, Pasquale Belsito, Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini, Stefano Soderini, i fratelli Pucci, Cristiano e Valerio Fioravanti.

A conferma dei legami tra la Banda della Magliana e l’eversione nera un aiuto significativo viene offerto dalle indagini sulle armi rinvenute nel deposito del ministero.

Tra queste, particolare peso ha il ritrovamento di un mitra Mab matricola 48/43, in relazione al quale una fonte confidenziale aveva rivelato alla Questura di Roma essere identico, in base alle modifiche effettuate, a quello che nel maggio 1979 Paolo Aleandri consegnò a Gilberto Cavallini. Oltre al mitra tra le armi rinvenute vi era anche una rivoltella S&W cal.38 matr.n.24K2722, rapinata il 5-08-1980 all’armeria di via Menenio Agrippa n.8 in Roma da tre giovani, due uomini e una donna.

Si trattava, come risultera’ in seguito da confessione, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i quali intendevano in tal modo negare qualsiasi loro coinvolgimento nella strage di Bologna.

In merito ai sacchetti di esplosivo, tritolo e nitrato di ammonio, rinvenuti anch’essi nel deposito presso il Ministero, Antonio Mancini membro fondatore della BdM ha dichiarato: “Per quanto concerne i sacchetti di esplosivo rinvenuti all’interno del deposito del ministero della Sanità, pur non conservando precisi ricordi in proposito, posso dire che questo tipo di materiale, così come le micce e i detonatori, proveniva dalla destra, era cioè apportato direttamente da Massimo Carminati, unico di quell’ambiente che aveva libero accesso al deposito“.


La strage della stazione di Bologna

Le dichiarazioni rese da Maurizio Abbatino e da Claudio Sicilia in merito all’esplosivo rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità, unite alle capacità di Massimo Carminati di organizzare ordigni, gettano un’ombra inquietante sulla vicenda dell’attentato alla Stazione di Bologna.

Il rinvenimento il giorno 13 gennaio 1981, presso la stazione di Bologna, di una borsa contenete armi ed esplosivi sul treno Taranto -Milano da inizio ad una lunga catena di depistaggi dietro i quali si nasconde il SISMI deviato.

Tale responsabilità sarà confermata dalla sentenza del 29.07-1985 a carico del colonnello Musumeci e del tenente col. Belmonte, alti ufficiali del SISMI condannati in seguito per porto e detenzione di esplosivi.

Rispondendo ad alcune richieste avanzate dalla Procura di Bologna il SISMI invia la nota 24-02-1981 con la quale ripete quanto già detto in altra sede, ovvero “di avere appreso dell’esistenza di un piano eversivo, articolato in due fasi: la prima contraddistinta da attentati dimostrativi su linee ferroviarie; la seconda consistente nel ricatto alle Autorità, mediante minaccia di esplosione di un ordigno preventivamente collocato in un importante obiettivo“.

La regia di tale piano viene attribuita a gruppi neofascisti italiani (Freda, Ventura e Delle Chiaie), in combutta con quelli francesi del Fane (tra cui Philippe) e quelli tedeschi (Horst di Heidelberg).

Quell’informativa del SISME è preparata in modo da preconfezionare una verità fasulla che cerca di far convergere le indagini sulla bomba di Bologna, del 2 agosto 1980, verso fantasiose piste terroristiche internazionali.

Ad onor del vero la paternità della pista del terrorismo internazionale la si deve a Licio Gelli, che sempre attraverso il SISMI disponeva delle informazioni provenienti da Mario Guido Naldi, esponente bolognese di Terza Posizione,  personaggio proveniente da ambienti vicini a quelli coinvolti nella strage, ambienti che chiamavano direttamente in causa i vertici di Ordine Nuovo ed in particolare i dirigenti di Costruiamo l’Azione-MRP Fabio De Felice e Aldo Semerari.

Per questi ultimi, così come per altri esponenti dell’eversione nera, i magistrati spiccano mandato di cattura. Accade però che in carcere Semerari sembra arrivare sul punto di crollare e raccontare tutto, così come confermato dai suoi familiari ed anche da Paolo Alenadri e dal collega criminologo Franco Ferracuti. Si sottolinea qui come il depistaggio del SISMI con le informative sulle valige sia contestuale alla presentazione delle istanze di scarcerazione da parte degli avvocati dei due imputati. La volontà di Semerari di collaborare con i magistrati viene del resto comunicata anche a De Felice, come risulta dalle dichiarazioni rese da Renato Era, collaboratore dei servizi.

Il legame tra De Felice e Gelli all’interno delle trame eversive risale ai primi anni Settanta, ed il rischio che Semerari racconti tutto ai magistrati che indagavano sulla strage era troppo grande da spingere De Felice a rivolgere un avvertimento ai Servizi, così come racconta il criminologo dirigente del SISDE e piduista Franco Ferracuti.

Dato l’elevato livello di conoscenza delle deviazioni dei Servizi da parte del Semerari, una sua eventuale collaborazione con le autorita’ avrebbe messo in serio pericolo gran parte dell’organizzazione piduista. E’ così i Servizi reagiscono rilanciando la posta in gioco e mettendo in atto la strategia del “ricatto allo Stato“:  essi scelgono come interlocutori le più alte cariche dello Stato ed inventano il falso ricatto terroristico attraverso la collocazione di armi ed esplosivo su di un treno, cercando così di fornire un’idea concreta sulla gravità del pericolo.

Il rinvenimento sul treno Taranto-Milano di uno dei due mitra Mab custoditi nel deposito del Ministero della Sanità, mitra nella disponibilità di Massimo Carminati, ci fa comprendere come il ruolo di quest’ultimo nelle trame depistatrici del SISMI deviato fosse di primissimo piano.

Il depistaggio di Musumeci e Belmonte, messo in atto con la deposizione della borsa di armi ed esplosivo sul treno in questione comincia proprio nel momento in cui il rischio della collaborazione di Semerari si fa più concreto, e maggiore si fa l’esigenza di allontanare le indagini da lui e da De Felice.

La scelta specifica dell’arma da inserire nel borsone, il mitra MAB modificato nella disponibilita’ Carminati e del suo gruppo di neofascisti, ha il preciso scopo di inviare un messaggio al Semerari, anche lui al corrente della provenienza di quell’arma. Il messaggio, chiaro e forte, era di resistere evitando in ogni modo di collaborare con gli inquirenti, poichè “qualcuno” si stava mettendo in moto per “aiutarlo”.

Sui rapporti avuti tanto da De Felice che da Semerari con la Banda della Magliana, molto utili sono le dichiarazioni rese da Paolo Aleandri al giudice istruttore Otello Lupacchini, l’ 8-08-90: “L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi dell’ estrema destra e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice“. Aleandri riferisce al magistrato di rapporti sempre più intensi tra appartenenti alla Banda della Magliana ed elementi di spicco del terrorismo di destra, rapporti che non riguardavano solo le armi o la ricettazione dei proventi delle rapine di autofinanziamento (Franco Giuseppucci era in contatto con tutti i ricettatori di gioielli sulla piazza di Roma). Vi era tra le due parti un unico ed univoco disegno criminoso. Queste dichiarazioni, rese dall’Aleandri al giudice Lupacchini, saranno confermate da quelle rese il 24-09-90 allo stesso magistrato da Sergio Calore.

Dunque la collaborazione di Carminati nel depistaggio pone quest’ultimo  in una posizione centrale in ordine alle trame piduiste, posizione del resto confermata dal ruolo avuto in quegli stessi ambienti da altri esponenti di primo piano della Banda della Magliana, e segnatamente da Ernesto Diotallevi (vicino a Pippo Calò), da Enrico De Pedis e da Danilo Abbruciati, (per quest’ultimo si ricordi l’attentato a Roberto Rosone vice presidente del Banco Ambrosiano).  (cm)

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