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Il 25 marzo 1980, qualche mese prima dell’attentato alla Stazione di Bologna, nel corso di un’audizione di fronte alla Prima Commissione Referente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati, il giudice Mario Amato, magistrato di Tribunale in servizio presso la Procura della Repubblica di Roma in qualità di Sostituto Procuratore, riferisce a proposito di una serie di attentati dinamitardi, alcuni dei quali fortunatamente non riusciti, aventi tutti la stessa matrice, quella del terrorismo neofascista.

Dopo alcune considerazioni circa le condizioni non esattamente ottimali nelle quali espletava la sua funzione (gestione di circa 600 processi per i reati più vari, oltre alla delega di tutti quelli aventi un’attinenza col terrorismo nero) in considerazione del fatto che l’ufficio presso cui prestava la sua attività non era organizzato in maniera ottimale, ed anzi era, a suo dire, privo di una qualsiasi forma di organizzazione e che per tale ragione faceva “acqua sotto tutti i punti d vista”, il Sostituto comincia ad accennare agli attentati dinamitardi avvenuti a Roma  nel corso del 1979. Principiando proprio da quello avvenuto a piazza Indipendenza presso la sede del CSM, e che non ebbe un “esito infausto soltanto perché – si legge nel resoconto dell’audizione –  non ha funzionato il timer – non si sa ancora se non funzionò perché manomesso o per un guasto imprevisto degli attentatori, fatto sta che l’attentato venne compiuto con 55 candelotti di dinamite che, se fossero esplosi in piazza Indipendenza, avrebbero provocato una vera e propria strage“.

Gli altri attentati al quale il magistrato fa cenno nel corso dell’audizione, sono quelli contro il carcere di Regina Coeli (14 maggio 1979) e contro il Campidoglio (13 maggio 1979). I tre attentati accennati, assieme ad un’altra ottantina, furono attribuiti, come risulta dalla relazione conclusiva della Commissione stragi, al “Movimento Rivoluzionario Popolare MRP, gruppo armato di estrema destra, guidato dai due leader Paolo Aleandri e Marcello Iannilli, e nato, a seguito alla scissione del 1979, da Costruiamo l’Azione. “Gli attentati commessi nella primavera del ’79 – si legge nella relazione della Commissione – e rivendicati con la sigla Movimento Rivoluzionario Popolare ed  il logo del mitra e della vanga incrociati, sono ideologicamente e politicamente riconducibili all’area di Costruiamo l’Azione, sia per il diretto coinvolgimento nell’esperimento di aggregazione operato dal giornale, sia per la perfetta coincidenza tra la linea da esso sostenuta e la scelta degli obiettivi“.

La delegittimazione e l’assassinio del giudice Amato

Il giudice Amato viene ucciso il 23 giugno del 1980 dai NAR Gilberto Cavallini, esecutore materiale, e Luigi Ciavardini, alla guida della moto con la quale i due si danno alla fuga, mentre stava aspettando l’autobus che lo avrebbe portato al posto di lavoro. La Procura di Roma gli aveva infatti fornito l’auto blindata, l’unica disponibile, ma lui l’aveva rifiutata, pur essendo l’unico magistrato ad occuparsi di terrorismo nero, e pur avendo assunto la guida delle indagini del giudice Vittorio Occorsio, ucciso anche lui dai NAR mentre stava indagando proprio sui NAR e sul neofascista Pierluigi Concutelli.

Nel seguito del resoconto dell’audizione si legge come il magistrato si lamentasse formalmente di essere l’unico ad occuparsi del terrorismo nero, lasciando intendere come ciò costituisse quasi un invito, nei confronti degli ambienti da lui indagati, ad eliminarlo, esattamente come era accaduto, prima di lui, al giudice Occorsio.  Malgrado la gravità della situazione, e nonostante il quotidiano susseguirsi di atti “dimostrativi”, tesi a lanciare messaggi sia alla stessa parte politica che indugiava, a loro modo di vedere, ancora dietro i partiti di destra ufficiali, sia allo Stato e alle Istituzioni democratiche, il giudice Amato viene isolato e indebolito nella sua attività professionale. “Ebbene, a fronte di tale situazione – si legge nel resoconto – sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro per un anno e mezzo. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Solo una volto sono stato chiamato dal Procuratore Capo a proposito del nominativo di un collega trovato nell’agenda di un professore arrestato. Recentemente – prosegue Amato – ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole “creare” il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio“.

Lasciato solo, dunque, ed anche costretto a difendersi da accuse delegittimanti, provenienti dal suo stesso ambiente professionale, e si fa riferimento in particolare al giudice Antonio Alibrandi, padre del terrorista NAR Alessandro, molto vicino al capo dei NAR, Valerio Giusva Fioravanti.

Alessandro Alibrandi viene riconosciuto come l’autore dell’omicidio di un agente di ps, omicidio avvenuto a Roma, di fronte all’ambascia del Libano. L’agente prestava servizio di scorta al magistrato Domenico Sica, impegnato nelle indagini sul terrorismo rosso, per cui inizialmente si riteneva che la matrice dell’omicidio fosse di versa. Ma la descrizione dell’autore materiale dell’omicidio, fatta dagli agenti della DIGOS, corrisponde a quella del figlio del giudice Alibrandi. Il Procuratore, dunque, chiama il Sostituto Amato e gli affida il fascicolo; da questo episodio ha inizio una serie di attacchi professionali ai suoi danni da parte del collega Alibrandi. L’ordine di arresto a carico di Alessandro Alibrandi viene firmato da Catalani, un uditore, all’epoca Sostituto Procuratore di turno, e questo porterà anche il Catalani a subire pesanti attacchi, sia da parte di colleghi, che della stampa.

Amato, che pur teme per la sua vita, non riesce a sopportare l’idea di subire critiche sulla sua attività professionale, critiche che lo accuserebbero di un presunto “complottismo”, e cioè di vedere trame nere anche dove non ci sarebbero. Per questa ragione il Sostituto Procuratore ribadisce la richiesta al CSM di essere affiancato da un collega – richiesta che rimarrà inevasa data la cattiva organizzazione dell’Ufficio e data la penuria di risorse –  non solo per ridurre i rischi alla sua incolumità, ma anche per “ridurre i rischi propri delle personalizzazioni dei processi” e  per fornirgli un “conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità”.

La Procura di Roma e la sua organizzazione

La penuria di risorse e l’assenza di una organizzazione da parte dell’ufficio aveva raggiunto livelli tali da compromettere l’esito delle inchieste svolte dallo stesso Amato. Nel resoconto si cita un episodio molto esplicativo a riguardo, dell’inefficienza, sul piano investigativo, legata in maniera evidente all’assenza di un archivio generale sul terrorismo nero.

L’episodio è relativo alle indagini condotte a Roma sui NAR, che avevano rivendicato diversi attentati ed omicidi, e riguarda in particolare il rinvenimento, in capi ad alcuni appartenenti al gruppo, di alcune pistole e bombe a mano. L’arresto era avvenuto a Roma, ma il fascicolo veniva spedito a Civitavecchia in quanto comune di residenza degli arrestati. Il magistrato parte per alcuni giorni di vacanza, ma al suo rientro trova il fascicolo ancora li.

Per mero scrupolo, il magistrato esamina i numeri di serie delle bombe a mano sequestrate, con quelle rinvenute in un covo dei NAR in via Alessandria, riscontro reso possibile solo grazie al suo archivio personale. Dall’esame emerge come gli ordigni appartenessero tutti ad uno stesso lotto, lo stesso al quale appartenevano anche le bombe utilizzate nell’attentato in una sede del PCI in via Cairoli, nel quale rimasero ferite 22 persone.

La mancanza di un archivio centralizzato sul terrorismo nero, dunque, costituiva uno degli elementi principali che rallentavano, fino ad ostacolare, il buon esito delle indagini. “Siamo in pratica – dichiara il magistrato all’organo di autogoverno dei giudici – alle soglie di una guerra civile e ci troviamo ancora in queste condizioni! Lavorare nei confronti di organizzazioni quali le associazioni terroristiche senza disporre dei mezzi necessari per collegare i soggetti e i fatti è del tutto inutile, così come inutile è, in queste condizioni, che mi si deleghi a fare delle indagini, fra l’altro rischiose, senza pormi in condizioni di raggiungere dei risultati e di incidere sul fenomeno“.

Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e gli altri movimenti di destra

Come già detto, il giudice Amato ereditò dal suo collega Vittorio Occursio, tutte le indagini relative al terrorismo nero, e segnatamente quelle su Ordine Nuovo e Gianluigi Concutelli. Questo gli forniva un ottimo punto di osservazione per avere una visione di insieme sui NAR e sulla miriade di sigle che costituivano la galassia delle organizzazioni terroristiche neofasciste.

Tale argomento fu esattamente alla base delle dichiarazioni che Amato rese al CSM, dieci giorni prima di essere ucciso, nel corso di una successiva audizione.

Il primo caso che gli venne assegnato, nel dicembre del 1977, fu quello definito il processo della Balduina. Il primo settembre del 1977, nel quartiere romano della Balduina, non lontano dalla sede del MSI in via delle Medaglie d’Oro, viene ucciso, a colpi di arma da fuoco, mentre distribuiva dei volantini, un militante di Lotta Continua, Walter Rossi. Per quell’episodio, vengono arrestate 17 persone, e altre 10 si danno alla latitanza. Il processo che ne segue per direttissima, vede, tra i principali imputati,  Alessandro Alibrandi, accusato, insieme ad altri, di omicidio e ricostituzione del partito fascista. A seguito delle prime udienze, nelle quali Amato tenta di dimostrare, oltre all’attività criminosa, anche il vincolo associativo, il magistrato è costretto a prendere atto dell’insufficienza degli indizi nei confronti di molti degli imputati, e quindi a chiedere la revoca di molti degli ordini di cattura da lui firmati.

 Dopo la messa fuori legge sia di Ordine Nuovo che di Avanguardia Nazionale, si assiste, nella seconda metà degli anni ’70, alla nascita di nuove sigle di nuovi movimenti ed organizzazioni di destra, tra i quali Terza Posizione, attiva nelle scuole, FUAN, presente nelle università, le Comunità Organiche di Popolo (COP), composte da membri del FUAN ed il Movimento Rivoluzionario Popolare.

L’autunno del 1977 vede la nascita dei Nuclei Armati Rivoluzionari, composti da vari gruppi tra loro indipendenti, il più attivo dei quali è quello guidato da Valerio Giusva Fioravanti.

Per numero di vittime, i NAR saranno secondi solo alle BR. La svolta, o come dichiarò la compagna di Fioravanti, Francesca Mambro, “il punto di non ritorno” in relazione alla violenza ed al numero di vittime, fu la strage di Acca Larentia, in cui in un’attacco ad una sede dell’MSI vennero uccisi due militanti di 19 e 18 anni, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.   

La visione d’insieme

Con l’intensificarsi degli attentati a seguito della strage di Acca Larentia, gli episodi delittuosi ascrivibili ai NAR o ad altre organizzazioni della galassia neofascista, diventano giornalieri.

Dunque, in assenza di un filo conduttore ascrivibile alla rivendicazione, il giudice Amato ha l’intuizione di mettere insieme dei fatti apparentemente slegati tra di loro, al fine di individuare un unico filo conduttore. Amato ritiene che tutti gli omicidi, gli attentati e gli avvertimenti, nonostante siano rivendicati da sigle diverse, rispondano tutti ad un’unica regia. Le bombe a mano trovare in possesso ad un gruppo di appartenenti ai NAR, con la stessa matricola di quelle del covo di via Alessandria, erano ordigni del tipo SRCM, in dotazione all’esercito per l’addestramento.

Gli ordigni facevano tutti parte di una stessa fornitura in dotazione alla caserma di Tauriano di Spilimbergo, presso la quale Valerio Fioravanti aveva prestato servizio militare. Un ordigno appartenente a questa medesima fornitura venne anche rinvenuto addosso ad un esponente della Banda della Magliana.

Il 25 novembre 1981 appartenenti all’UCIGOS e alla DIGOS di Roma rinvengono, nel corso di una perquisizione effettuata in uno scantinato presso il ministero della Sanità, in via Liszt n.34, un deposito di armi, munizioni ed esplosivi. Il deposito è in custodia a tale Biagio Alessi, dipendente del suddetto Ministero, con mansioni di custode e centralinista.

Come custode Alessi disponeva di un appartamento situato all’ottavo piano dello stesso stabile in cui si trovava lo scantinato, oltre allo scantinato medesimo. Tutto era cominciato da Marcello Colafigli, Marcellone, uno dei capi della Banda della Magliana, che aveva una villetta accanto a quella di Alvaro Pompili, dipendente del ministero della Sanità.

Il Pompili, conoscente dell’Alessi, lo presenta al Colafigli. Da qui nasce l’accordo tra l’Alessi e la Banda della Magliana, con il primo che mette a disposizione ai secondi lo scantinato, in cambio di 800 mila lire al mese.

Il deposito di armi al ministero della Sanità

Secondo le dichiarazioni rese il 3 dicembre 1992 da Maurizio Abatino, uno dei capi della Banda della Magliana, tutte le operazioni di consegna e ritiro delle armi dal deposito di via Liszt, vengono effettuata di notte, per non dare nell’occhio.

Alessi viene preavvisato, in quanto è l’unico a disporre delle chiavi. La riconsegna delle armi viene sempre effettuata da Claudio Sicilia o da Gianfranco Sestili, due componenti della BdM, mentre il ritiro, l’ Alessi poteva consentirlo solo ai due già citati, oltre che all’Abbatino, al Colafigli, e a loro eventuali accompagnatori.

Circostanza non indifferente menzionata dall’Abbatino è quella secondo cui mentre Danilo Abbruciati non era autorizzato a recarsi al deposito del ministero da solo, e dunque l’Alesse non era autorizzato a consegnargli armi, tale permesso viene invece concesso, in un secondo momento, a Massimo Carminati, ” nell’ottica – afferma Abbatino – di uno scambio di favori tra la Banda ed il suo (di Carminati) gruppo“. Carminati è tenuto ad avvisare Abbatino prima di recarsi al deposito e comunque ha il divieto di portarvi armi utilizzate dal suo gruppo dopo aver commesso rapine o omicidi. Le armi dovevano necessariamente essere “pulite”, ovvero non utilizzate in fatti di sangue.

Sono nella sostanza analoghe le dichiarazioni rilasciate da Claudio Sicilia: “Quanto alle armi in deposito presso il ministero della Sanità, posso dire che si trattava di grandi quantitativi nella disponibilità della cosiddetta Banda della Magliana (Giuseppucci, Colafigli, Abbatino, Toscano, Danesi, Piconi, Paradisi, Mancone, Mastropietro, Sestili, Mancini), della cosiddetta Banda del Testaccio (De Pedis, Pernasetti, Abbruciati, Maragnoli) e del gruppo di Carminati legato all’eversione nera, facente capo a Claudio e Stefano Bracci, Alessandro Alibrandi, Pasquale Belsito, Gilberto Cavallini, Luigi Ciavardini e Stefano Soderini, i fratelli Pucci, Cristiano e Valerio Fioravanti.

A conferma dei legami tra la Banda della Magliana e l’eversione nera, un aiuto significativo viene offerto delle indagini sulle armi rinvenute nel deposito del ministero: tra queste, particolare peso ha il ritrovamento di un mitra Mab matricola 48/43, in relazione al quale la Questura di Roma ha comunicato che fonte confidenziale ha riferito essere identico, in base alle modifiche effettuate, a quello che nel maggio 1979 Paolo Aleandri consegnò a Gilberto Cavallini. Oltre al mitra, tra le armi rinvenute, risulta esserci anche una rivoltella S&W cal.38 matr.n.24K2722, rapinata il 5-08-1980 all’armeria di via Menenio Agrippa n.8 in Roma da tre giovani, due uomini e una donna. Si tratta, come risulta da confessione, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i quali si sono autoaccusati della rapina per smentire il loro coinvolgimento nella strage della Stazione di Bologna.

In merito ai sacchetti di esplosivo, tritolo e nitrato di ammonio, rinvenuti anch’essi nel deposito presso il Ministero, Antonio Mancini, membro fondatore della BdM ha dichiarato: “Per quanto concerne i sacchetti di esplosivo rinvenuti all’interno del deposito del ministero della Sanità, pur non conservando precisi ricordi in proposito, posso dire che questo tipo di materiale, così come le micce e i detonatori, proveniva dalla destra, era cioè apportato direttamente da Massimo Carminati, unico di quell’ambiente che aveva libero accesso al deposito“.

La strage della stazione di Bologna

Le dichiarazioni rese da Maurizio Abbatino e da Claudio Sicilia in merito all’esplosivo rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità, unite alle capacità di Massimo Carminati di organizzare ordigni, gettano un’ombra inquietante in merito alla vicenda dell’attentato alla Stazione di Bologna.

Il rinvenimento, il giorno 13 gennaio 1981, presso la stazione di Bologna, di una borsa contenete armi ed esplosivi sul treno Taranto -Milano, da inizio ad una lunga catena di depistaggi dietro i quali si nasconde il SISMI deviato.

Tale responsabilità sarà confermata dalla sentenza del 29.07-1985 a carico del colonnello Musumeci e del tenente col. Belmonte, alti ufficiali del SISMI, condannati per porto e detenzione di esplosivi.

Rispondendo ad alcune richiesta avanzate dalla Procura di Bologna, il SISMI invia la nota 24-02-1981, con la quale ripete quanto già detto in altra sede, ovvero “di avere appreso dell’esistenza di un piano eversivo, articolato in due fasi: la prima contraddistinta da attentati dimostrativi su linee ferroviarie; la seconda consistente nel ricatto alle Autorità, mediante minaccia di esplosione di un ordigno preventivamente collocato in un importante obiettivo“.

La regia del piano viene attribuita a gruppi italiani (Freda, Ventura e Delle Chiaie), in combutta con gruppi francesi del Fane (tra cui Philippe) e tedeschi (Horst di Heidelberg). L’informativa del SISME è preparata in modo da preconfezionare una verità fasulla, che cerca di far convergere le indagini sulla bomba di Bologna del 2 agosto 1980, verso fantasiose piste terroristiche internazionali.

Ad onor del vero la paternità della pista del terrorismo internazionale si deve a Licio Gelli, che sempre attraverso il SISMI, dispone delle informazioni provenienti da Mario Guido Naldi, esponente bolognese di Terza Posizione,  personaggio proveniente da ambienti vicini a quelli coinvolti nella strage, ambienti che chiamavano direttamente in causa i vertici di Ordine Nuovo, ed in particolare i dirigenti di Costruiamo l’Azione-MRP Fabio De Felice e Aldo Semerari. Per questi ultimi due, così come per altri esponenti dell’eversione nera, i magistrati spiccano mandato di cattura. Accade però che in carcere Semerari sembra arrivare sul punto di crollare e raccontare tutto, così come confermato dai suoi familiari, ma anche da Paolo Alenadri e dal collega criminologo Franco Ferracuti. E qui si sottolinea come il depistaggio del SISMI, con le informative sulle valige, sia contestuale alla presentazione delle istanze di scarcerazione da parte degli avvocati dei due imputati. La volontà di Semerari di collaborare con i magistrati viene del resto comunicata anche a De Felice, come risulta dalle dichiarazioni rese da Renato Era, collaboratore dei servizi. Il legame tra De Felice e Gelli, all’interno delle trame eversive, risale ai primi anni Settanta, ed il rischio che Semerari racconti tutto quello che sa ai magistrati è troppo grande, tanto da spingere De Felice a rivolgere un avvertimento ai Servizi, così come racconta il criminologo dirigente del SISDE e piduista, Franco Ferracuti.

Dato l’elevato livello di conoscenza delle deviazioni dei Servizi da parte del Semerari, una sua eventuale collaborazione con i magistrati avrebbe messo in serio pericolo gran parte dell’organizzazione piduista; ed è così che i Servizi reagiscono al suddetto rischio, rilanciando la posta in gioco mettendo in atto la strategia del “ricatto allo Stato“:  essi scelgono come interlocutori le più alte cariche dello Stato ed inventano il falso ricatto terroristico, attraverso la collocazione di armi ed esplosivo su di un treno, cercando così di fornire un’idea concreta sulla gravità del pericolo.

Il rinvenimento sul treno Taranto-Milano di uno dei due mitra Mab custoditi nel deposito del ministero della Sanità, mitra nella disponibilità di Massimo Carminati, ci fa comprendere come il ruolo di quest’ultimo nelle trame depistatrici del SISMI deviato, fosse di primissimo piano.

Il depistaggio di Musumeci e Belmonte messo in atto attraverso la deposizione della borsa di armi ed esplosivo sul treno in questione, non a caso comincia proprio nel momento in cui il rischio della collaborazione di Semerari si fa più concreto, e maggiore si fa l’esigenza di allontanare le indagini da lui e De Felice. La scelta specifica dell’arma da inserire nel borsone poi rinvenuto sul treno, il mitra MAB appartenente a Carminati ed al suo gruppo di neofascisti, ha il preciso scopo di inviare un messaggio al Semerari, anche lui al corrente sulla provenienza di quell’arma. Il messaggio, chiaro e forte, era di resistere e non raccontare tutto agli inquirenti, in quanto “qualcuno” si stava mettendo in moto per “aiutarlo”. In merito ai rapporti avuti tanto da De Felice che da Semerari con la Banda della Magliana, molto utili sono le dichiarazioni rese da Paolo Aleandri al giudice istruttore Otello Lupacchini, l’ 8-08-90: “L’istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi dell’ estrema destra e la malavita organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al prof. Aldo Semerari e al prof. Fabio De Felice“; Aleandri riferisce al magistrato di rapporti sempre più intensi tra appartenenti alla Banda della Magliana ed elementi di spicco del terrorismo di destra, rapporti  che non riguardavano solo le armi o la ricettazione dei proventi delle rapine di autofinanziamento (Franco Giuseppucci era in contatto con tutti i ricettatori di gioielli sulla piazza di Roma); vi era, tra le due parti, un unico ed univoco disegno criminoso. Queste dichiarazioni, rese dall’Aleandri al giudice Lupacchini, saranno confermate da quelle rese il 24-09-90 allo stesso magistrato da Sergio Calore.

Dunque la collaborazione di Carminati nel depistaggio, pone quest’ultimo  in posizione centrale in ordine alle trame piduiste, posizione del resto confermata dal ruolo avuto in quegli stessi ambienti da altri esponenti di primo piano della Banda della Magliana, e segnatamente da Ernesto Diotallevi (vicino a Pippo Calò), da Enrico De Pedis (vicino al cardinale Paul Marcinkus) e da Danilo Abbruciati, (per quest’ultimo si ricordi l’attentato a Roberto Rosone vice presidente del Banco Ambrosiano).  (cm)

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