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Claudio Meloni

Mese

agosto 2015

Ashley Madison e la gestione dei dati sensibili

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La polizia canadese sta investigando su due suicidi verificatisi recentemente che ritiene possano essere collegati tra loro. Gli inquirenti stano cercando riscontri circa il loro eventuale collegamento con l’hackeraggio del sito di incontri extraconiugali Ashley Madison, avvenuto i primi di luglio.

Gli autori dell’hackeraggio, Impact Team, avevano avvisato gli utenti della loro intrusione, giustificandola come il tentativo di evitare loro una frode, giacchè, a loro dire, molti dei profili femminili presenti sul sito erano falsi, aperti solo per intrattenere gli utenti di sesso maschile. Gli hacker avevano anche avvisato la società che gestisce il sito, Avid Life Team, di chiuderlo, minacciando, in caso contrario, di rivelare i dati sensibili di tutti gli iscritti. Qualche giorno dopo Impact Team pubblica sul deep web, in un file da 10 MB, i nomi di 33 milioni di utenti del sito di incontri, con contatti, mail, preferenze sessuali ed altri particolari scottanti.

La pubblicazione di questa grande quantità di dati sensibili ha messo in moto, in primo luogo, tutta una pletora di soggetti intenzionati a compiere attività illecite, dal furto di identità (phishing), al ricatto, nel caso in cui la vittima, oltre ad essere sposata, era anche benestante. Tra gli iscritti vi sarebbero anche 15 mila utenti titolari di indirizzi mail riferiti ad enti governativi, tra i quali anche militari e parastatali, anche questi catalogati nella categoria “sensibili“.

Le autorità hanno riscontrato come a molte delle email rese visibili dall’hackeraggio, siano stati mandati, via mail, virus telematici (troyan), nel tentativo di sottrarre ulteriori informazioni, quali il numero della carta di credito e dell’assicurazione medica.

La prima reazione dell’opinione pubblica, a poche ore dall’hackeraggio, è stata di scherno e di dileggio, sottovalutando come la rivelazione di una così imponente quantità di dati riservati, ed è la prima volta che ciò accade, potesse produrre effetti devastanti, con possibili conseguenze nefaste che solamente oggi si cominciano ad intravedere.

Le relazioni extraconiugali rappresentano ancora un argomento tabù in molti ambienti, e non solo per motivazioni legate al concetto di matrimonio. Ad esempio, negli Stati Uniti, l’adulterio è considerato un reato dal regolamento militare attualmente vigente. Di conseguenza, tutti i militari iscritti al sito, il cui nome è stato reso pubblico a seguito dell’hackeraggio, rischiano l’arresto con una pena di reclusione prevista che può arrivare fino ad un anno, oltre al congedo obbligatorio e disonorevole e la perdita del trattamento pensionistico.

Il reporter Glenn Greeenwald ha pubblicato sul sito The Intercept una lettera, cha, a suo dire, avrebbe ricevuto da un’utente del sito di incontri Ashley Medison.   

La donna, moglie e madre di tre figli, ricopre professionalmente una posizione di responsabilità.

Il marito della donna, malato da tempo di cancro, ha eliminato la parola sesso dalle loro discussioni.

Oltre a ciò, il contratto di lavoro dell’ente per il quale attualmente lavora, contiene una clausola di “moralità” (morality clause), che prevede, appunto, il licenziamento in caso di comportamento “amorale”, categoria nella quale rientra, ovviamente, anche il tradimento del coniuge.

“Il mio – scrive la donna che si firma Anonymous – è un matrimonio senza amore, senza sesso basato su di una relazione di tipo parentale. Baderò a mio marito se la sua malattia dovesse peggiorare, cercheremo di avere la disponibilità necessaria per il bene dei nostri figli, ma, ad ora, non mi è permesso di parlare ne delle mie esigenze emotive e ne dei miei bisogni sessuali, senza che lui porti il discorso sulla sua morte e si metta a piangere”.

La donna, poi, racconta di essersi iscritta al sito AM per via del senso di solitudine e di disperazione nel quale stava sprofondando, trovando così degli amici, sia uomini che donne, con molti dei quali è riuscita ad instaurare un rapporto sincero, complice l’analogia delle rispettive situazioni familiari.

“Ora mi aspetto- scrive ancora la donna –  di essere ridicolizzata dai miei colleghi, di perdere il lavoro e di essere fatta oggetto del dileggio pubblico, perché considerata una persona ipocrita”.

Racconta, inoltre, di avere ricevuto molte email anonime dal tono offensivo e denigratorio, e di essere stata contattata da un network di agenzie investigative che si sarebbe offerto di farle sapere se il suo nome era tra quelli contenuti nel file da 10 MB.

La donna infine si augura, con questa lettera, di perorare la posizione di tutte quelle persone che, pur non avendo un coniuge malato, si trovano intrappolate in un matrimonio sbagliato, cercando di lottare con stati d’animo quali l’alienazione, l’assenza di amore e la privazione fisica. In ultimo confessa di non avere mai pensato di fare del male al marito o ai suoi figli, ma solo di avere cercato di stare meglio, e di avere incontrato persone decenti, con molte delle quali continua a mantenere buoni rapporti di amicizia. (cm)

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Canada: il mercato immobiliare preferito dal denaro offshore

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Secondo gli investigatori il mercato immobiliare canadese ha sviluppato una reputazione di luogo in cui riciclare agevolmente il denaro

Nel rapporto redatto per conto dell’organo canadese di controllo per l’antiriciclaggio è scritto chiaramente come il denaro liquido proveniente da depositi offshore, investito nel settore immobiliare del Paese, “presenti elevati profili di rischio”  per quel che riguarda il riciclaggio di proventi derivanti da attività illecite.

Il Centro per le Transazioni Finanziarie ed i Rapporti di Analisi del Canada, comunemente noto come FINTRAC, ha delineato, grazie al contributo della società di revisione Grant Thornton, un profilo di vulnerabilità del settore immobiliare.

L’acquisto di assets immobiliari canadesi attraverso il denaro proveniente da depositi offshore e / o da parte di persone con residenza offshore è stato indicato come un significativo fattore di rischio“, si legge nel rapporto pubblicato dopo avere avuto accesso alle informazioni.

Il rapporto sottolinea, inoltre, come la mancanza di “un’infrastruttura di qualità e di un elevato contenuto etico” nel settore, costituisca una preoccupazione di “fondamentale importanza”.

L’allarme arriva nel momento in cui FINTRAC sostiene di avere aumentato, in modo significativo, il suo impegno nelle attività del richiestissimo mercato immobiliare di Vancouver.

L’agenzia sostiene di avere condotto, negli ultimi tre anni, più di 200 verifiche di conformità nel settore, in prevalenza concentrate nel Canada occidentale.

Per legge, i mediatori, i rappresentanti e gli agenti immobiliari devono segnalare le operazioni sospette e le transazioni che comportino l’incasso di somme pari o superiori ai 10 mila dollari in contanti.

Ma secondo i documenti di FINTRAC, dal gennaio 2012 al giugno 2015, l’agenzia ha ricevuto solo un totale di otto segnalazioni che hanno riguardato sia transazioni sospette che transazioni coinvolgenti grandi somme di denaro contante.

‘Non sono trasparenti

Il rapporto di Grant Thornton rileva come l’utilizzo di conti fiduciari, aventi come persona di riferimento un legale, rappresenti una precisa area di rischio per il settore immobiliare; la figura dell’ avvocato è infatti esente dai requisiti previsti da FINTRAC sull’obbligo di segnalazione, per via del rapporto di segretezza che la lega al suo cliente.

Kenneth (Kim) Marsh è vicepresidente di IPSA International, una società che lavora con i governi stranieri e con le banche, per recuperare soldi e per condurre indagini su frodi.

Questi sostiene di essere stato recentemente assunto da un certo numero di banche cinesi, nel tentativo di rintracciare il denaro riciclato nel mercato di Vancouver.

Il mercato immobiliare – ha dichiarato Marsh – è uno di quei metodi utilizzati in maniera abbastanza massiccia“.

Ho visto una serie di casi – prosegue il manager – in cui una grande quantità di beni immobili di lusso sono stati acquistati per un breve periodo di tempo, da persone che avevano molta fretta di concludere“.

Marsh sostiene, inoltre, come il mercato immobiliare canadese abbia sviluppato la reputazione di luogo in cui riciclare agevolmente denaro.

Non stiamo assistendo – ha dichiarato Marsh – ad un miglioramento della trasparenza da parte del settore  immobiliare o da quello degli avvocati “.

“In particolare questi ultimi non sono tenuti a seguire le regole. Non sono trasparenti. E sono fondamentalmente fuori di ogni controllo“.

Marsh sostiene l’esistenza del pericolo che il denaro uscito illegalmente dalla Cina possa aumentare, causando gravi turbolenze nell’economia e nel mercato finanziario canadese.

Dopo avere commissionato il rapporto alla Grant Thornton, FINTRAC sostiene di avere  recentemente raccolto informazioni da 1.000 agenti immobiliari in tutto il paese, nel tentativo di adeguare la propria strategia di verifica al settore.

http://www.cbc.ca/news/canada/british-columbia/real-estate-bought-with-offshore-cash-raises-money-laundering-concerns-1.3202169

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Le imprese del miliardario messicano travolte dall’inchiesta statunitense su Citigroup

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Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sta passando al setaccio i rapporti bancari tra il colosso del credito Citigroup Inc. e le società legate al miliardario messicano Carlos Hank Rhon, in un ramo dell’ indagine condotta sui controlli antiriciclaggio effettuati dalla banca.

Stando ai documenti esaminati da Bloomberg, in una citazione emessa all’inizio di quest’anno, i funzionari federali hanno chiesto a Citigroup di fornire informazioni su alcuni conti legati alle quattro imprese riconducibili a Hank Rhon. Tra questi, anche due conti correnti riferiti al Grupo Financiero Interacciones SA e due al Grupo Hermes SA, tutti controllati da Hank Rhon e dalla sua famiglia. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto inoltre alla banca di fornire un’ analoga documentazione per una quinta società, la Banco Monex, che però non è collegata ad Hank Rhon; le indagini degli inquirenti si sono focalizzate su di un certo numero di attività di trasferimento di denaro, oltre ad una serie di informazioni meno dettagliate su una dozzina di altre imprese.

Sotto l’esame degli esperti del Dipartimento di Giustizia statunitense le pratiche anti-riciclaggio eseguite dal Banco Nacional de Mexico, la consociata messicana di Citigroup denominata Banamex, per verificare l’eventuale coinvolgimento di clienti in operazioni di riciclaggio di denaro.

L’allargamento delle indagini sembra possa toccare uno dei più potenti magnati del Messico. Hank Rhon, uomo d’affari con interessi nel settore bancario, nelle costruzioni e nell’industria pesante, è il figlio di Carlos Hank González, scomparso nel 2001, esponente di lunga data del partito di governo del Messico.

Nessuna delle società di Hank Rhon è stata accusata di illecito, così come lui. Inoltre, un portavoce del gruppo ha dichiarato che le imprese non erano l’oggetto delle indagini.

Sotto pressione

Il gruppo bancario Citigroup è sotto pressione a livello internazionale e costretto a rivedere  le sue procedure di conformità, a seguito della scoperta, da parte di un’ unità di sicurezza in Messico, di alcune frodi. Una frode al credito effettuata in Messico, ha fatto sparire, in base alle risultanze del 2013, 235 milioni di dollari. La consociata messicana di Citigroup, con le sue 1.500 filiali, rappresenta quasi il 10 per cento delle entrate complessive del gruppo creditizio.

L’amministratore delegato della banca, Michael Corbat, ha dichiarato, in aprile, che il gruppo prevede di avere, entro a fine dell’annoo, 30.000 persone impegnate nelle attività di regolamentazione e di controllo, con un incremento di circa il 15 per cento rispetto al 2014.

Molly Millerwise Meiners, portavoce di Citigroup, si è rifiutata di rilasciare commenti, così come ha fatto un portavoce di Banco Monex.

Secondo il rapporto del 2014 dell’impresa di servizi finanziari con sede a Città del Messico, due delle imprese indicate nella citazione – Interacciones Casa de Bolsa SA e Aseguradora Interacciones SA – sono due consociate di brokeraggio e di assicurazione del Grupo Financiero Interacciones, la società madre controllata direttamente e tramite un trust, da Hank Rhon e dalla sua famiglia. Il valore di mercato della quota azionaria in questione è di circa 1,1 miliardi di dollari.

Interacciones ha dichiarato che le sue aziende hanno agito rispettando le “migliori pratiche di corporate governance, ed in conformità con severi controlli atti a prevenire il riciclaggio di denaro ed il finanziamento del terrorismo.” La società di brokeraggio ha affermato inoltre che le aziende non sono coinvolte in alcuna indagine. “Ciò su cui vertono le indagini, secondo la nostra impressione, sono i processi di verifica adottati da Citibank in quest’area”, si legge in un comunicato inviato tramite posta elettronica. “Non è stato possibile raggiungere Hank Rhon per un commento”, ha dichiarato Fernando Solis-Camara, portavoce di Interacciones e Hermes.

‘Le Migliori pratiche’

Altre imprese indicate nella citazione, sono la Cerrey SA e la sua consociata statunitense Cerrey USA, tutte e due appartengono ad uno dei principali produttori dell’America Latina di generatori di vapore. Cerrey è in prevalenza di proprietà del Grupo Hermes, una società fondata e gestita personalmente da Hank Rhon. Le imprese non sono coinvolte nell’ indagine, ha dichiarato Cerrey. Quest’ultimo ha sempre svolto la sua attività “in conformità con le migliori pratiche nazionali e internazionali”, si legge in un comunicato inviato tramite posta elettronica.

Il portavoce del Dipartimento di Giustizia, Wyn Hornbuckle, si è rifiutato di lasciare qualsiasi commento.

Il Dipartimento di Giustizia dispone di controllori messicani che hanno consegnato la citazione alla consociata di Citigroup in Messico, Banamex, nel mese di gennaio, come parte di un’indagine che ha coinvolto inizialmente la consociata statunitense di Banamex, un piccolo istituto di credito con sede in California, che invia denaro tra il Messico e gli Stati Uniti.

Il Dipartimento di Giustizia sta indagando anche il Banco Monex.

In particolare sta verificando carte di credito, apertura del conto con busta paga, valutazioni del rischio in base a principio ” conosci il tuo cliente”, il libro mastro e la corrispondenza, tra cui e-mail, messaggi elettronici, messaggi istantanei e promemoria sui conti.

Informazioni meno dettagliate

Nel mandato di comparizione, il governo ha chiesto a Banamex informazioni meno dettagliate su circa una dozzina di altre imprese. In particolare la verifica riguarda la due diligence e l’adozione della pratica “conosci il tuo cliente”: tutte verifiche effettuate dalla banca sui conti detenuti da un certo numero di rivenditori e altri. Essi comprendono le consociate messicane di dettaglianti statunitensi come Costco Wholesale Corp, Home Depot Inc, American Express Co., HSBC Messico e la sua consociata Bital, l’operazione messicana HEB Grocery Co  con sede a San Antonio, e Telecomunicaciones de Mexico.

Secondo una fonte bene informata, non vi è alcuna prova che tali società siano state coinvolte nel riciclaggio di denaro o in altre attività illecite.

Steve Holmes, portavoce, ha scritto in una e-mail: “Non siamo a conoscenza del mandato di comparizione o di eventuali problemi derivanti dal rapporto limitato avuto dal Dipartimento Interno con Banamex” .

Il responsabile dell’Ufficio finanziario di Costco, Richard Galanti, si è rifiutato di commentare. Anche Dya Campos, portavoce di HEB, si è rifiutata di commentare, così come American Express e HSBC, una consociata di HSBC Holdings Plc. Telecomunicaciones de Mexico non ha immediatamente risposto alla richiesta di commento.

Money Transfers

Nella citazione vi erano, infine, una serie di altre richieste dettagliate relative ad accounts collegati ad una dozzina di money transfer, tra cui le imprese Western Union Co, la più grande al mondo, e il monitoraggio da parte di Banamex di tali operazioni. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a Banamex i riferimenti delle carte di credito, dei messaggi elettronici, della corrispondenza e dei protocolli adottati, così come è stato fatto anche per le imprese di Hank Rhon.

Western Union “non commenta le citazioni in giudizio e le altre richieste che riceve da parte delle forze dell’ordine,” ha dichiarato in una mail Pia De Lima, portavoce del gruppo. Questa non è la prima volta che i funzionari del governo statunitense mettono sotto esame gli affari di Hank Rhon. Nel 2001, la Federal Reserve, lo ha multato assieme ad una sua holding off-shore che possedeva 40 milioni di dollari, per presunte violazioni delle leggi bancarie in relazione alla proprietà, oltre alle violazioni delle leggi sul prestito da parte della Laredo National Bancshares. Quella è stata la multa più ingente elevata fino a quel momento dalla Fed. Nell’accordo raggiunto in sede di giudizio Hank Rhon ha negato tutte le accuse.

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-08-17/mexican-billionaire-s-firms-swept-up-in-u-s-probe-of-citigroup

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Perchè Exor paga più del dovuto per The Economist?

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Nessun brand manager con un briciolo di rispetto per se stesso avrebbe mai scelto come nome per  un giornale The Economist. Avrebbe anche potuto chiamarlo: ” serioso e noioso, mangia-la-tua- verdura che tanto non sarai nemmeno in grado di comprenderlo”.

E tuttavia, incredibilmente, l’Economist oggi vale la strabiliante cifra di 938 milioni di sterline (1,5 miliardi di dollari).

Sei volte il valore del Washington Post, che esce sette giorni alla settimana e che mantiene lo status di lettura obbligatoria nelle più importanti capitali politiche del mondo.

Ed è anche più di quanto il Nikkei Group abbia pagato, 844 milioni di sterline (1,3 miliardi di dollari), per il Financial Times.

Non c’è alcuna ragione apparente per cui l’Economist, che l’anno scorso ha fatto registrare un utile netto di soli 46 milioni, debba valere 938 milioni di sterline. (O, se preferite, perché l’FT Group, che ha meno della metà dei profitti dell’ Economist, debba valere quasi la stessa cifra).

In effetti, sembrerebbe che, a dispetto del suo rispettabile nome, la valutazione dell’ Economist vada contro una paio di leggi fondamentali dell’economia.

Come prima cosa, c’è tutta la questione del “premio di controllo“. Un potenziale azionista sarà disposto a pagare, per il pacchetto azionario di controllo di una società, molto di più di quello che pagherebbe per una quota di minoranza. Eppure, quando Pearson ha ceduto la sua quota del 50% dell’Economist per 469 milioni di sterline, all’inizio di questo mese, la vendita è stata seguita da una serie di garanzie volte ad assicurare che nessuno degli acquirenti attuali – e  futuri – sia mai in grado di controllare la società.

In base alla teoria economica, in tali circostanze, qualsiasi quota azionaria dovrebbe essere venduta ad un prezzo scontato; invece, il prezzo finale è stato di circa il 28% superiore al recente (e piuttosto generoso) prezzo interno delle azioni dell’ Economist.

Poi c’è la legge della domanda e dell’offerta, che è quanto di più basilare ci possa essere tra le leggi economiche . Se si dispone di un quantitativo limitato di una merce – nel caso specifico le azioni di una società – quanto maggiore sarà la richiesta per tale merce, tanto più elevato sarà il suo prezzo, in questo caso il prezzo delle azioni, e di conseguenza più grande sarà il valore sul mercato della società.

Questo è uno dei motivi principali per cui le azioni delle società vengono vendute al pubblico. Quando una società viene quotata sul mercato, il prezzo delle sue azioni viene determinato attraverso un’asta pubblica: di tutti i milioni di potenziali investitori in tutto il mondo, solo chi è disposto a pagare l’importo più elevato per lo stock, finirà per aggiudicarselo concretamente.

Dunque, in base ad alcune semplici regole di economia, le aziende quotate sul mercato dovrebbero vedere le loro azioni ricevere valutazioni significativamente più elevate rispetto alle aziende non quotate: ovvero, allargando le dimensioni della base di investitori, si include un maggior numero di persone disposte a pagare più soldi.

Il corollario logico di quanto appena detto è che quando si ha solo un ristretto numero di potenziali investitori, la domanda potenziale diminuisce, causando un abbassamento delle valutazioni. E se il numero di investitori che partecipano all’asta è esattamente pari ad uno, allora non si potrà mai ottenere una valutazione elevata.

Nella negoziazione del prezzo dell’Economist, l’impresa stessa, insieme al membro del consiglio John Elkann, dotato di grandi possibilità economiche, aveva tutto l’interesse a guidare una dura trattativa per dare a Pearson la cifra più bassa per rilevare la sua quota azionaria. Con l’aggiunta che essi sapevano di non avere altri competitori: non c’era nessun acquirente nascosto, e sapevano che Pearson non aveva alcun interesse strategico a tenersi la sua quota azionaria dopo aver ceduto tutte le sue partecipazioni nel settore dell’editoria (cessione del FT al Nikkei Group).

Eppure, in qualche modo, il prezzo finale ha finito per essere così elevato che per poter raccogliere il denaro necessario, l’Economist, è stato costretto a vendere la storica sede del suo quartier generale, a St James.

La regola generale del capitalismo di impresa è sempre stata quella secondo la quale le valutazioni pubbliche sono superiori a quelle private, e quando imprese con azionariato pubblico sono acquistate o controllate da privati, tali operazioni vengono sempre giustificate attraverso considerazioni di carattere strategico, che sempre hanno a che fare con il controllo.

Per poi scoprire solo dopo, che l’elevata valutazione privata attribuita all’Economist era fuori da ogni logica. Per trovare qualcosa di simile occorre andare guardare il sistema delle valutazioni in corso già da qualche tempo nella Silicon Valley. Qui, ad esempio, nel marzo 2012 le azioni di Facebook sono state scambiate tra privati al prezzo di 44,10 dollari l’una. Due mesi più tardi, quando Facebook è stata quotata sul mercato, il prezzo delle azioni è sceso a 38 dollari, e la settimana successiva sono state scambiate sul mercato a meno di 27 dollari. Ad agosto, valevano meno di 20 dollari. E stato solo più di un anno dopo, nel settembre del 2013, che il prezzo delle azioni è stato finalmente superiore a 44,10 dollari, che rappresentava la valutazione effettuata dai mercati privati.

Naturalmente, le valutazioni pubbliche attraverso la borsa non sono esattamente economiche. Ma anche dopo un impressionante corsa durata sei anni, non è dato ancora aspettarsi il prevalere della logica. Ad esempio Time Inc, la casa editrice nata da Time Warner. Essa possiede non meno di 90 differenti testate, da Sports Illustrated a Fortune allo stesso Time, con una capitalizzazione di mercato di 2,4 miliardi di dollari – che rappresentano circa 11 volte il suo utile netto, ovvero 1.6 volte l’Economist.

Come si spiega questo capitalismo alla rovescia, in cui le azioni delle società vengono valutate più dai privati di quanto non lo siano dal mercato? In parte ciò è dovuto al fatto che gli investitori nelle aziende private hanno naturalmente orizzonti temporali più lunghi.

Se si acquista un rilevante pacchetto di azioni di The Economist, in base ad una stima superiore a più di 20 volte i suoi utili annuali, non è perché si pensa di poter realizzare un utile maggiore attraverso la vendita dopo un anno o un mese o anche dopo un secondo. Questa è la regola che vale nel mercato aperto. Perché si ritiene che il bene conserverà un valore economico nel corso di decenni o più, per i nipoti, e forse anche oltre.

Alcuni recenti segnali lasciano però ritenere che le valutazioni a lungo termine si stiano facendo strada fuori dai mercati privati, ​​e più all’interno della sfera pubblica. Gli investitori hanno applaudito Google quando si è reinventata come Alphabet, finanziatrice di “moonshots”, un’iniziativa economica che potrebbe non dare frutti prima di decenni. Hanno anche offerto 650 milioni di dollari per rilevare la società in perdita Tesla, valutando l’impresa produttrice di auto elettriche oltre i 30 miliardi.

Anche Hillary Clinton ha preso di mira, durante la sua campagna elettorale, quello che lei chiama il capitalismo trimestrale: il “Valore reale”, sostiene, ” Viene da una crescita a lungo termine, e non da profitti realizzati nel breve termine”.

Eppure, le più antiche aziende del mondo sono tutte private: solide, imprese importanti che conservano il loro valore, ed i loro principi, nel corso dei secoli. In un mondo dove i ricchi non hanno mai avuto così tanta liquidità, e nel quale intendono preservare la loro ricchezza per le generazioni a venire, forse ha più senso che essi siano disposti a pagare un prezzo superiore per beni privati ​​di elevata redditività. Anche se noi plebaglia siamo costretti ad avere a che fare con titoli azionari rischiosi il cui valore è estremamente volatile.

http://www.theguardian.com/media/2015/aug/20/wealthy-families-pay-economist-agnellis-rothschilds

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SEC: non è monitorando il buyback che si possano impedire le manipolazioni del mercato

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La Securities and Exchange Commission (SEC) ha ammesso di non avere alcuna capacità di far rispettare la regola principale adottata per impedire la manipolazione del mercato, nel caso di imprese che riacquistano le proprie azioni (buyback), e di non avere comunque alcuna intenzione di farlo.

L’ammissione del presidente della SEC Mary Jo White fa parte della risposta fornita al senatore Tammy Baldwin, eletto nel Wisconsin con i Democratici, il quale aveva interrogato l’agenzia sul tema, appunto, del riacquisto di azioni proprie.

Baldwin appartiene a quella schiera crescente di politici – tra i quali anche i candidati alla presidenza Hillary Clinton e Bernie Sanders – che citano il buyback ovvero il riacquisto di azioni come un esempio di ingegneria finanziaria appositamente studiata per rafforzare la concentrazione della ricchezza e mantenere i salari dei lavoratori ad un livello stagnante.

I “buyback” azionari sono una pratica sempre più comune con cui le aziende impiegano i loro profitti, e invece di investirli in impianti, in ricerca e sviluppo, o nell’ aumento dei salari dei lavoratori, acquistano sul mercato aperto le proprie azioni, aumentando così la loro domanda e facendone salire il prezzo.

L’anno passato le imprese hanno riacquistato più di mezzo trilione (500 mila miliardi) di dollari di proprie azioni.

Questa pratica crea, nel breve termine, utili per i manager che vengono pagati in azioni, in stock options (opzioni di azioni) o in premi sugli aumenti nel prezzo delle azioni. Essa consente anche di migliorare gli utili societari, riducendo le azioni in circolazione e aumentando il rapporto comunemente diffuso degli utili per azione.

Prima dell’era Reagan, i manager finanziari evitavano il buyback per via del timore di essere perseguiti legalmente per manipolazione del mercato. Ma a seguito dell’adozione da parte della SEC della Regola 10b-18, nel 1982, alle imprese viene offerto un “porto sicuro” dalla responsabilità di avere manipolato il mercato per il riacquisto di azioni proprie, a condizione che esse si attengano a quattro limitazioni: a) non effettuare buybacks all’inizio o alla fine della giornata di trading, b) utilizzare sempre lo stesso mediatore per il trading, c) acquistare sempre le azioni al prezzo di mercato prevalente, e d) limitare la quantità dei buybacks al 25 per cento del volume medio giornaliero degli scambi delle ultime quattro settimane.

Nella lettera di White indirizzata a Baldwin, datata 13 luglio, il presidente della SEC ammette di non raccogliere dati in grado di dimostrare se le imprese violino anche tali limiti generosi. “Un’analisi dei dati sul riacquisto delle azioni da parte dell’ impresa emittente, presenta degli ostacoli significativi“, scrive White, “in quanto i dati del trading relativo ai buybacks non sono attualmente disponibili.

Inizialmente, la Regola 10b-18 non includeva alcuna pubblicità di sorta da parte delle aziende. Una revisione del 2004 impone oggi alle imprese di segnalare, al termine di ogni trimestre, i totali mensili di riacquisti effettuati, come parte degli obblighi previsti dall’informativa SEC 10-Q.

Ma le imprese non hanno l’obbligo di rivelare quanti riacquisti abbiano effettuato in un particolare giorno.

“Le società dispongono di quelle informazioni, ma la SEC non le raccoglie”, ha dichiarato William Lazonick, professore di economia presso l’Università del Massachusetts a Lowell, che ha svolto approfondite ricerche sulla pratica del buyback, e che ha fornito la lettera di White alla testata The Intercept .

White scrive nella sua lettera che la regola non è in realtà valida per tutti. Nella lettera a Baldwin “chiede un elenco di tutte le indagini svolte dalla SEC su possibili violazioni della Regola 10b-18“, ma “affinché tale regola rappresenti un porto sicuro, essa non deve essere violata dalle imprese emittenti.”

“Non avrei mai pensato – ha dichiarato Lazonick – che White potesse presentare la questione in questi termini, ma l’ha fatto”.

Tecnicamente White ha agito correttamente, tuttavia se la SEC prestasse attenzione alle violazioni delle limitazioni della Regola 10b-18 da parte delle imprese, essa potrebbe poi indagare su eventuali manipolazioni del mercato.

In difesa della sua agenzia, White ha elencato una serie di azioni di contrasto da parte della SEC contro la manipolazione del mercato azionario, tra cui anche alcuni schemi del tipo “pump and dump“, ovvero quando una società rilascia false dichiarazioni per aumentare il prezzo delle sue azioni. Ma nessuno dei quattro casi elencati da White ha riguardato episodi di buybacks. Nei tre decenni successivi – secondo Lazonick – all’entrata in vigore della Rule 10b-18, le indagini sulle operazioni di buyback sono state “estremamente rare”.

La Regola 10b-18 è stata introdotta dalla SEC  sotto la guida dell’ ex dirigente della EF Hutton, John Shad, nel periodo in cui questi ricopriva la carica di presidente. “Shad ha creduto che se si introducono obblighi di segnalazione gravosi a carico della imprese si impedisce il regolare funzionamento dei mercati dei capitali“, ha affermato Lazonick. “Questa regola ha rappresentato in pratica una licenza a manipolare il mercato“.

In una dichiarazione rilasciata alla testata The Intercept, il senatore Baldwin ha affermato: “Mentre io sono preoccupato del fatto che la SEC non disponga degli strumenti per valutare adeguatamente il problema, sono anche deluso che la risposta ufficiale fornita dimostri come la SEC faccia troppo poco per conoscere il fenomeno del buyback che stiamo vedendo nei mercati finanziari “.

L’anno scorso, le imprese hanno speso 553 miliardi dollari per riacquistare le loro azioni in circolazione, poco meno del record di 589,1 miliardi dollari raggiunto nel 2007. Le grandi aziende come Apple, General Motors, McDonald, Pfizer, Microsoft e altre si sono molto impegnate negli ultimi anni nel buyback.

Secondo uno studio condotto da JW Mason, dell’Istituto Rooseveltn, in relazione ai dividendi ottenuti degli azionisti attraverso il riacquisto e gli utili conseguiti, il loro ammontare è stato calcolato essere pari al 95 per cento di tutti gli utili realizzati nel 2014. Di conseguenza, ogni dollaro addizionale di utile ottenuto dalla società si traduce in meno di 10 centesimi di investimenti.

Baldwin ha provato ad inserire un emendamento al disegno di legge sugli stanziamenti per le agenzie di servizi finanziari che richiedono alla SEC di condurre uno studio sul fenomeno del buyback, inclusa anche la verifica di un’ eventuale incoraggiamento da parte di leggi come la Regola 10b-18. Ma la maggioranza repubblicana ha bloccato l’emendamento in Commissione Stanziamenti al Senato il 23 luglio.

Nella corsa alla presidenza, il candidato Bernie Sanders ha richiamato l’attenzione sul tema dei buybacks nel corso di un’intervista rilasciata nel mese di giugno al Boston Globe, nella quale ha affermato: “Dobbiamo chiedere che si ponga termine al riacquisto di azioni proprie“. Anche Hillary Clinton ha messo in evidenza il problema del buyback nel suo saggio critico sul “capitalismo trimestrale“, promettendo di aumentare la trasparenza obbligando le imprese a fornire entro 24 ore le informazioni sulle operazioni di riacquisto concluse.

Lazonick ha dichiarato di non credere che il piano della Clinton si possa spingere abbastanza lontano. “Il problema è la pratica“, ha affermato, sostenendo invece che l’unica soluzione consista  nell’abrogazione della Regola 10b-18 e nel divieto assoluto per le operazioni di riacquisto di azioni proprie. “Una maggiore divulgazione potrebbe far cominciare una discussione su ciò che rappresenta la manipolazione dei mercati, ma siamo ben lontani da questo. Perché non riconoscere che si tratta di manipolazione, e dire una volta per tutte che ciò non dovrebbe essere più permesso?

“SEC admits it’s not monitoring stock buybacks to prevent market manipulation”

THE INTERCEPT.ORG

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Il traffico illecito di rifiuti: il nuovo business dei sistemi criminali

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Non sappiamo che fine faccia il 65% della plastica da riciclare“. Questo è il grido di allarme lanciato qualche mese fa dal direttore generale di Polieco, Claudia Salvestrini. Polieco è il principale consorzio costituito da circa 4.000 soci (produttori, importatori, utilizzatori, distributori e riciclatori e soggetti coinvolti nel recupero delle materie plastiche) impegnati nella filiera del riciclaggio dei rifiuti in plastica.

La denuncia del manager punta il dito sui traffici internazionali di rifiuti, nel caso specifico di quelli in plastica, gestiti dalla camorra, in collaborazione con altre organizzazioni criminali internazionali.

Qualche mese fa l’ufficio romano del consorzio è stato incendiato, a dimostrazione che le denunce effettuate stiano dando parecchio fastidio.

Salvestrini non si occupa solo dell’aspetto produttivo ma anche dei processi di riutilizzo della plastica riciclata, e questo la porta spesso a scoprire, grazie alle denunce presentate dai soci del consorzio, traffici illeciti di sostanze plastiche che, oltre a sottrarre materia prima all’industria del riciclaggio, alimentano le organizzazioni criminali.

Come dimostra la recente scoperta nel porto di Napoli di 60 container pieni di rifiuti in plastica, illegalmente raccolti e trasportati, in partenza per la Cina.

In occasione della recente presentazione del nuovo rapporto di Legambiente sugli ecoreati, Salvestrini ha dichiarato: “La presa di coscienza delle istituzioni rappresenta un primo importante passo in avanti. Dopo anni di denunce che il nostro consorzio effettua contro il traffico illecito dei rifiuti, nazionale e transfrontaliero, ad opera non solo di sistemi criminali organizzati ma anche di imprenditori senza scrupoli, ritengo che le affermazioni pubbliche dei rappresentanti del governo e del parlamento siano incoraggianti“.

Se infatti la recente legge sugli ecoreati rappresenta un passo in avanti verso un contrasto efficace al fenomeno, è anche vero che le sue dimensioni internazionali richiederebbero un intervento normativo in ambito europeo, ma non solo. L’importanza di un corpo di polizia dedicato esclusivamente al contrasto degli ecoreati, ed alla sua collaborazione internazionale con gli omologhi di altri paesi, costituisce un elemento imprescindibile.

Il trasporto ed il recupero illegale di rifiuti in plastica è un business in grado di muovere diversi milioni di euro, che si basa sulla raccolta dei rifiuti plastici differenziati e sul loro invio in paesi extraeuropei, in genere la Cina, l’India e la Malesia, dove vengono utilizzati per produrre materie plastiche impiegate nella produzione di manufatti.

Questi ultimi rientrano illegalmente in Europa attraverso container, sotto forma di prodotti all’apparenza innocui, ma che non rispettando gli standard occidentali di sicurezza e di salubrità, contengono spesso sostanze inquinanti e nocive per la salute.

Il traffico illecito di rifiuti, dunque, non costituisce solo una grave sottrazione di risorse economiche all’industria del riciclaggio, ma un serio rischio alla salute dei cittadini dell’Unione Europea.

E se la crescita esponenziale della sottrazione di materie plastiche di scarto, osservata negli ultimi anni, proseguirà indisturbata, è probabile che a risentirne sarà anche la filiera dell’incenerimento dei rifiuti urbani, dato che le materie plastiche costituiscono, assieme alla carta ed al cartone, la componente essenziale del CDR, il Combustibile Da Rifiuti, utilizzato proprio dagli inceneritori e spesso anche dai cementifici.

Nel rapporto “Mercati illegali” redatto da Legambiente e riferito al 2012 si definisce, nero su bianco, come la globalizzazione dei mercati abbia favorito in molti casi le attività illecite, in particolare alcuni settori criminali quali il traffico di rifiuti, di merci contraffatte, di specie animali protette, oltre alle alterazioni di alimenti con rischi per la salute.

L’esame di 155 inchieste giudiziarie internazionali relative a traffici illeciti, nelle quali risultavano coinvolte organizzazioni criminali anche italiane, ha permesso di pesare tra loro i traffici in questione. Al primo posto, con una quota pari al 71%, sono risultati i casi di traffici di merci contraffatte e di specie animali protette. Le inchieste svolte dagli inquirenti nel 2012 sul territorio italiano che hanno riguardato tali attività, sono state complessivamente 110, con un totale di 60 persone denunciate e/o arrestate, ed un valore economico di merci sequestrate pari ad oltre 71 milioni di euro.

Al secondo posto, con una quota pari al 19%, risultano i traffici di rifiuti, con 30 inchieste e 189 persone denunciate e/o sottoposte a misure restrittive, oltre a 256 milioni di beni sequestrati. All’ultimo posto ci sono, col 10% delle inchieste, le frodi alimentari, con 48 persone denunciate e/o arrestate ed un valore di merci sequestrate pari ad oltre 232 milioni di euro.

Come si evince dai dati, sebbene siano state complessivamente quasi un quarto rispetto a quelle sulle merci contraffatte e le specie protette contrabbandate, le inchieste sui rifiuti sono quelle che hanno registrato il maggior numero di persone arrestate e/o denunciate, oltre ad aver rappresentato il valore superiore per quanto riguarda i beni e le merci sequestrate.


I porti italiani  e le rotte interessati dal traffico dei rifiuti 

Tra i porti italiani coinvolti, quello che compare nel maggior numero di inchieste è il porto di Ancona, seguito da quello di Bari, da Civitavecchia, da Venezia, da Napoli, da Taranto, da Gioia Tauro, da La Spezia e da Salerno. Osservando più da vicino i particolari delle inchieste giudiziarie, per ben 72 volte i porti italiani sono stati al centro di traffici illeciti in arrivo, mentre per 42 volte sono stati invece punti di partenza.  Le rotte interessate dai traffici in oggetto, che hanno subito una recente intensificazione, sono quelle europee est-ovest, e di conseguenza i porti che più chiamati in causa  sono stati quelli di Ancona, Bari e Taranto.

Una relativa novità è rappresentata dal porto di Civitavecchia, molto vicino alla Capitale e al tempo stesso lontano dalle inchieste di mafia; dunque relativamente tranquillo per poter svolgere traffici illegali. In particolare le inchieste che hanno visto coinvolto il porto in questione hanno avuto a che fare con l’importazione di merci contraffatte, inclusi i prodotti enogastronomici e le specie animali protette.

Per quel che riguarda invece il porto di Venezia, esso è interessato in prevalenza da flussi di merci in uscita, in particolare rifiuti, ed in modo specifico gli scarti in plastica. Questi ultimi sono in prevalenza diretti nel sud est asiatico, Cina e Hong Kong soprattutto, e provengono anche da porti meridionali come Napoli, Taranto e Gioia Tauro, che sono anche i porti italiani dove più intense sono le attività illegali. 

Con riguardo alla destinazione dei traffici, il paese straniero più interessato dai traffici illeciti provenienti da e in partenza per i porti italiani, è la Cina, come confermato dalle 39 inchieste giudiziarie. Di seguito viene la Grecia, con 21 inchieste, quindi l’Albania con 8, il Nord Africa (Tunisia), il Medio Oriente e la Turchia, tutti con 6 inchieste.

Tra i porti europei interessati dai flussi di traffici illeciti provenienti o diretti verso porti italiani quali Gioia Tauro e La Spezia, al primo posto abbiamo Rotterdam, nel quale transitano ogni anno su container ben 400 milioni di tonnellate di merci. Subito dopo viene Anversa, seguita da Amburgo, da Brema, da Valencia, da Gioia Tauro e Felixstove.


Eurstat e i dati sul traffico illecito di rifiuti

I traffici illeciti seguono come intensità l’andamento dell’economia e dunque del commercio.

Spesso i controlli vanno di pari passo con l’intensificarsi di tali traffici, come dimostrano i dati dell’agenzia statistica europea Eurostat, in relazione al periodo 2001-2009. Infatti, secondo i dati forniti, i traffici leciti di rifiuti provenienti da paesi UE e diretti verso paesi non UE, sono cresciuti del 131%. Sono però anche cresciute le rotte illegali, così come dimostra il numero dei sequestri effettuati dall’Agenzia delle Dogane italiana: 20 mila tonnellate di rifiuti diretti illegalmente all’estero: si tratta in prevalenza di plastica, carta, cartone, materiali ferrosi, pneumatici e rifiuti elettrici ed elettronici (Raee).

Rispetto al biennio 2008-2009, quando le tonnellate sequestrate dalle dogane ammontavano a 12 mila tonnellate, nel 2012 i sequestri doganali sono dunque cresciuti del 35%.

Nel 2012 i traffici illeciti di rifiuti sono in generale aumentati, a patire dai pneumatici fuori uso, con un incremento pari al 59%, il più alto fra tutti quelli registrati, seguiti dai rottami metallici dei quali il 16,5% era illegale, e dagli scarti plastici, dei quali una percentuale pari al14% era illegale. Tutti i rifiuti trafficati in maniera illecita vengono sequestrati dall’Autorità delle Dogane.

La conferma dell’aumento dei traffici illeciti di rifiuti proviene anche dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), dalla Commissione Europea (CE), dall’Interpol,  dall’Europol, e da tutte le agenzie e le organizzazioni europee che si occupano di normativa ambientale e di controlli.


Le organizzazioni criminali e le loro alleanze

Tra le organizzazioni implicate in questi traffici, oltre a camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta, ritroviamo anche le Triadi cinesi, la Yazuka giapponese e la mafia russa. Spesso i traffici illeciti vedono implicate diverse organizzazioni criminali allo stesso tempo.

Nel campo dei rifiuti le Triadi cinesi svolgono un compito determinante: quello di fare entrare nel loro paese milioni di tonnellate di rifiuti e di scarti di produzione da usare come materia prima in molti  processi produttivi.

In relaziona al ruolo svolto dalla mafia cinese, nel report relativo all’anno 2012 i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia scrivono: “Le attività investigative continuano, infatti a fare emergere l’operatività di sodalizi criminali di origine cinese di particolare caratura“, e ciò non solo nei business della contraffazione delle merci e dello sfruttamento della manodopera a basso costo e nella prostituzione, ma anche nel traffico illecito di rifiuti. Spesso i canali utilizzati dalle organizzazioni per determinati traffici illeciti internazionali, vengono sfruttate anche per altri tipi di traffici. E’ quello che è successo infatti con l’inchiesta che, oltre alla DIA, ha visto coinvolte la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane, in un traffico illecito di rifiuti derivanti da autovetture in disuso.

Lo stesso canale veniva infatti utilizzato anche per il traffico di extracomunitari, in partenza dalla Somalia e con destinazione il Nord Europa.

Come dicevamo, il porto italiano nel quale sono state aperte più inchieste in relazione a traffici di merci in partenza è quello di Venezia, con ben 9 inchieste, seguito da Bari e Napoli con 5 e poi da Ancona con 4.


I paesi di destinazione dei materiali di scarto

Per quel che riguarda il traffico di rifiuti, in genere i materiali di scarto rientrano in un flusso di materie in uscita dai paesi OCSE, e la loro destinazione differisce a seconda del tipo di materiale: i materiali plastici, infatti, sono diretti in prevalenza verso i paesi asiatici, principalmente la Cina; i rifiuti elettrici e quelli elettronici (Raee) sono invece diretti verso i paesi africani, Ghana, Senegal e Burkina Faso in testa, oppure verso alcuni paesi indiani; gli pneumatici usati sono diretti in India, Corea del Sud, Thailandia, Burkina Faso e Turchia; i rottami ferrosi e le parti metalliche di veicoli ancora da rottamare sono diretti in prevalenza in Africa, Ghana, Nigeria, Egitto, Somalia, Marocco e Senegal. Gli scarti metallici sono poi diretti in Cina e Pakistan; il cartone e la carta vengono spediti in Cina, India e Senegal; gli scarti tessili, invece, finiscono in Tunisia, Cina, India, Albania, Ghana ed Emirati Arabi.

Nel caso degli scarti tessili, il monopolio dei traffici illeciti è controllato dalla camorra.

In Italia, per tutti i materiali indicati, tra i flussi in entrata e quelli in uscita, vedono una netta prevalenza di questi ultimi. Come dicevamo, i porti di partenza di tali materiali di scarto sono: Venezia, Bari, Napoli, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Taranto, La Spezia, Pozzallo (Rg), Genova, Gioia Tauro, Livorno e Catania.


I trucchi per nascondere i traffici

Gli escamotage utilizzati dalle organizzazioni criminali per contrabbandare illegalmente questi materiali, sono sempre le gli stessi, vale a dire la falsificazione dei formulari di accompagnamento dei rifiuti: grazie a tale modalita’, infatti, materiali catalogati come materie di scarto vengono spacciate come banali materie prime seconde, o al limite come prodotti usati.

La normativa di riferimento in matteria di movimentazioni transfrontaliere di rifiuti è costituita dalla Convenzione di Basilea; le organizzazioni criminali internazionali specializzate nel traffico internazionale di rifiuti, riescono ad aggirare tale normativa attraverso la triangolazione delle merci: è grazie ad essa, infatti, se la tracciabilità dei container di rifiuti risulta essere più difficoltosa.  

E’ infatti proprio questa contraffazione dei documenti di accompagnamento che consente di trasformare i rifiuti in materie prime seconde o scarti di lavorazione. Maggiore è il numero dei passaggi di mano dei rifiuti, più complicato risulta risalire alla loro provenienza. Nel settembre del 2012 la Guardia di Finanza di Bari ha intercettato un autoarticolato contenente 8 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, quali autoveicoli rottamati ed apparecchiature elettroniche non funzionanti, proveniente dalla Polonia e diretto in Belgio. In questo caso il transito attraverso l’Italia è avvenuto in quanto il nostro Paese viene considerato quello con la legislazione meno rigida in materia.

La maggior parte di questi rifiuti viaggia su mare, attraverso navi porta container. Nell’ottobre del 2012 la Guardia di Finanza di Bari sequestra nei container di una nave ferma nel porto del capoluogo pugliese 16 tonnellate di rifiuti tessili, essenzialmente ritagli e sacchi interi di iuta, diretti in India. Sempre in ottobre, nello stesso porto, era stato sequestrato un carico illegale di batterie esauste e rottami di autoveicoli, diretti in Grecia.  A novembre dello stesso anno, questa volta nel porto di Salerno, ancora i militari delle Fiamme Gialle sequestrano due container carichi di scarti di alluminio, per la precisione 89 quintali di vecchie lattine mischiate con altri rifiuti urbani, diretti in Israele.    

Alla fine di luglio del 2012 la Guardia Forestale e l’Agenzia delle Dogane avevano sequestrato 74 container di rifiuti diretti in Asia e in Africa. Il materiale in questione proveniva dai porti di Genova, Livorno, Gioia Tauro, Catania e Ancona. Si trattava essenzialmente di pneumatici usati, che in molti paesi vengono utilizzati come combustibile. Sempre durante il periodo estivo vengono sequestrati, a Bari, 21 tonnellate di rifiuti speciali diretti in Albania; è poi la volta di 18 tonnellate di rifiuti speciali sequestrati nel porto di Salerno e diretti in Tunisia. Altri ingenti quantitativi di rifiuti urbani vengono sequestrati nello stesso anno a Napoli, Novara, Ravenna, Gioia Tauro, Palermo, La Spezia, Bari, Salerno.

Secondo l’Agenzia delle Dogane, nel periodo gennaio-settembre 2012 sono state esportate legalmente attraverso i porti italiani 102.500 tonnellate di rifiuti plastici, di cui 40.500 tonnellate dirette in Cina, 12.500 tonnellate dirette ad Hong Kong, 16.500 in Romania, 6.000 in Romania, 4.500 negli USA, 4.300 in Svizzera. I dati ufficiali registrano ingenti percentuali di illegalità.

Oltre a questi quantitativi esportati legalmente, si aggiungono 2.000 tonnellate di materie plastiche, pari al 14%, esportato illegalmente; 8.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, il 60% dei quali veniva esportato illegalmente;  2.300 tonnellate di rifiuti metallici, pari al 16,5% del totale, esportati illegalmente; 185.000 tonnellate di rottami di veicoli e parti di motori e 165.000 tonnellate rifiuti tessili, tutti esportati illegalmente.

Globalmente i rifiuti che stavano per essere esportati illegalmente e quindi sottoposti a sequestro, nel corso del 2012, sono stati 13.700 tonnellate, per un valore complessivo di 13,5 milioni di euro.

Nel 2011 globalmente la quantità di rifiuti sequestrati ammontava a 7.400 tonnellate, tutti diretti all’estero, tra i quali il 38% erano costituiti da scarti plastici, il 7% di scarti di autoveicoli rottamati, il 3,3% di carta e cartone, il 2% da rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) e l’1% da ritagli tessili e da indumenti usati.


La svendita dei rifiuti a l’impoverimento dell’industria del riciclo

La crescita dei flussi di rifiuti diretti in prevalenza verso paesi non OCSE, ci da conto di quanta parte di materiale riciclabile e dunque di ricchezza venga letteralmente svenduto a paesi situati in altri continenti, in cui sicuramente il costo della manodopera e quello dell’energia sono più bassi che in Italia, e che dunque sono capaci di garantire livelli di utile molto più elevati. In questi flussi i traffici illegali, oltre a rappresentare dei meccanismi criminali, mettono in serio rischio i processi virtuosi attivati nelle comunità locali attraverso la raccolta differenziata.

Ed è proprio questo il pericolo che le municipalità corrono, vale a dire la vanificazione degli sforzi prestati per mobilitare la cittadinanza intera al fine di ottener una efficace differenziazione dei rifiuti.  Sono le conseguenze della globalizzazione, in cui le distanze una volta considerate irraggiungibili si sono accorciate, e in cui i costi di trasporto delle merci si sono notevolmente ridotti.

Non vi è dubbio che questo meccanismo si accompagni ad un’ esternalità negativa, ossia ad una socializzazione dei costi e ad una conseguente privatizzazione dei profitti. Ci si riferisce in modo particolare all’enorme inquinamento legato al trasporto di questi materiali, unito all’inquinamento legato alla loro trasformazione in materie seconde, attraverso l’impiego di tecnologie antiquate ed energivore.

Oltre a questo c’è anche il fatto che una sottrazione di materiale di scarto così importante rischia di mettere in crisi l’industria del riciclo. Di sicuro c’è che le nuove economie emergenti, come l’India e la Cina, riescono a soddisfare in parte la loro domanda interna di materie prime, fattore essenziale per continuare a mantenere elevati tassi di crescita.

A questo vanno aggiunte le politiche comunitarie di gestione dei rifiuti urbani, che vedono al primo posto l’abbandono delle discariche e le contestuali incentivazioni alle politiche di riciclaggio dei materiali di scarto. Ed è proprio in questo passaggio che si inseriscono le organizzazioni criminali che esportano illegalmente tali materiali, grazie alla corruzione ed alla collaborazione di organizzazioni omologhe nei paesi di approdo delle merci. Ma il traffico di materiali di scarto è un problema che non  investe solo l’Italia, ma che coinvolge anche altri paesi europei. Questo è infatti il senso del messaggio che la Commissione Europea ha lanciato ai 27 stati membri, ovvero che se tutti questi si conformassero alle norme comunitarie dettate in materia di gestione dei rifiuti, si avrebbe un risparmio complessivo di 72 miliardi di euro l’anno. In particolare ne trarrebbe giovamento l’industria del riciclaggio dei rifiuti che vedrebbe il suo fatturato crescere di 42 miliardi l’anno, con la possibilità di creare 400 mila posti di lavoro entro il 2020.


I manufatti contaminati che rientrano sul mercato europeo

Ma oltre al danno c’è anche la beffa. Molto spesso infatti questi materiali, una volta riciclati, rientrano in Italia e in altri paesi europei, sotto forma di manufatti. Il problema è però che non essendo osservato alcun tipo di norma a tutela dell’ambiente e della sicurezza, i materiali di scarto vengono spesso riciclati assieme sostanze tossiche e cancerogene. E’ il caso, ad esempio, delle materie plastiche come il polietilene, che vengono lavorati assieme a prodotti contaminati, come le plastiche utilizzate nelle serre, contaminate da pesticidi e diserbanti. Il risultato è che i manufatti prodotti con queste plastiche sono cancerogeni.

Esempi concreti non mancano, si va dalle ciabatte in plastica, ai giocattoli per bambini, dai prodotti per la casa agli indumenti. Spesso questi materiali, non osservando gli standard produttivi e nemmeno le caratteristiche previste dall’Agenzia delle Dogane, vengono sequestrati e tolti dal mercato. Ma i sequestri riguardano solo una piccola parte di questi prodotti. E il discorso non investe solo le materie plastiche, ma coinvolge anche i rottami di ferro, la carta ed il cartone, i materiali elettrici ed elettronici. Il problema è stato affrontato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente nel rapporto intitolato: ” Movements of waste across the EU’s internal and external borders“, (movimenti di rifiuti all’interno ed all’esterno dei confini europei).

Nel lavoro, elaborato per la Commissione, l’Agenzia censice tra il 2007 ed il 2009 ben 400 casi di traffici illeciti di rifiuti comunicati dai paesi membri, il 50% dei quali aveva come destinazione paesi non UE. Il maggior numero delle segnalazioni, circa il 70%, proveniva globalmente da Germania, Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Un altro elemento messo in luce dall’Agenzia nel rapporto in questione è stato che solamente 7 tra i paesi membri dell’UE, hanno risposto alle indicazioni della Commissione segnalando traffici illeciti; tutti gli altri hanno dichiarato ufficialmente di non avere individuato neanche un caso di traffico illecito di rifiuti. Dunque, i 400 casi illustrati dall’Agenzia nel suo rapporto rappresentano solamente la punta dell’iceberg.


Il contrasto: necessità di collaborazione e di condivisione delle informazioni

Questa conclusione è stata confermata anche dall’Europol, l’Agenzia europea che comprende tutte le polizie dei paesi membri, secondo la quale i traffici illeciti di rifiuti rappresentano un’attività in netta crescita, in particolare secondo le direttrici sud sud-est Europa e verso i Balcani. Secondo l’Europol i traffici più rischiosi sarebbero quelli relativi ai rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), seguendo le direttrici che, dal nord Europa, si spingono verso il Nord Africa e l’Asia.

Uno dei maggiori deficit a livello investigativo denunciato dalle forze di polizia è rappresentato dalla mancanza di informazioni accurate e verificate, condivise tra le varie forze di contrasto al fenomeno dei traffici di rifiuti. Mancano dunque banche dati, ma anche i protocolli di collaborazione e di scambio delle informazioni. Dunque, la principale carenza è rappresentata dall’attività di intelligence a livello internazionale.

Questo è infatti il tenore delle raccomandazioni contenute in un documento redatto nel 2011 da Europol, nel quale appunto al fine di fornire un maggiore contrasto ai traffici illeciti, di rifiuti e non, si raccomanda lo scambio di buone pratiche tra gli operatori nazionali nella lotta ai traffici illeciti di rifiuti (con i profili i rischio); il rafforzamento e la razionalizzazione dei controlli mediante un approccio transnazionale e multidisciplinare, attraverso un sistematico scambio di informazioni tra le autorità di controllo, e tutti gli attori coinvolti, dei vari paesi membri.

Nel 2011 la stessa Commissione Europea aveva sottolineato l’esigenza di rafforzare i controlli ispettivi, introducendo meccanismi di tracciabilità dei rifiuti ed una migliore formazione del personale delle autorità doganali preposte alla verifica dei carichi. (cm)

Inizierà a marzo il processo per riciclaggio contro la Bank of China

Bank of China

Il processo per il riciclaggio di 5 miliardi di euro contro Bank of China e altri 297 imputati comincerà in Italia nel marzo del prossimo anno, ha dichiarato mercoledì il PM  Giulio Monferini 

Il caso riguarda la cifra di circa 4,5 miliardi di euro (5 miliardi di dollari) presumibilmente esportati dall’Italia alla Cina attraverso un servizio di money transfer in parte di proprietà di alcuni immigrati cinesi. 

I pubblici ministeri di Firenze hanno dichiarato che quasi la metà del denaro è stato trasferito attraverso la succursale della Bank of China di Milano, la quale ha guadagnato oltre 758.000 euro in commissioni sulla transazioni eseguite. Quando cominceranno ad essere ascoltati i testimoni, nel mese di marzo, il giudice deciderà se continuare a portare avanti le accuse di riciclaggio di denaro e favoreggiamento di un’organizzazione mafiosa, nei confronti della filiale milanese della banca e di quattro dei suoi dipendenti.

La Bank of China ha negato qualsiasi addebito. In una dichiarazione rilasciata nel mese di giugno alla borsa di Hong Kong, la banca ha affermato di non aver ricevuto i documenti formali dell’accusa, ma che avrebbe comunque collaborato con le autorità italiane. Gli avvocati dei proprietari della rete di money transfer hanno dichiarato l’innocenza dei loro clienti.

La scorsa settimana il quotidiano governativo China Daily ha riportato la notizia seconda la quale la Banca Centrale cinese e le altre agenzie governative hanno promesso di rafforzare i controlli in materia di antiriciclaggio a seguito della diffusione della notizia delle indagini italiane sulla Bank of China.

La Bank of China non è l’unica grande banca cinese con filiali estere a dover affrontare un giudizio. Nel mese di luglio, la banca centrale statunitense Federal Reserve ha suggerito alla China Construction Bank di rafforzare il suo sistema di anti-riciclaggio di denaro, oltre a migliorare le sue misure di verifica della clientela e di monitoraggio delle operazioni sospette.

Il caso italiano mostra come la grande economia sommersa sia cresciuta con la diaspora cinese e sia prosperata in assenza di un’ efficace cooperazione giuridica e giudiziaria tra la Cina e l’Occidente.

Gli inquirenti italiani sostengono che la rete di trasferimento di denaro, Money2Money, veniva gestita come una mafia, attraverso l’uso di minacce e di coercizione, al fine di mantenere un quasi-monopolio sui trasferimenti di denaro dall’ Italia alla Cina. La rete Money2Money aveva anche un contratto di esclusiva con la succursale di Milano della Bank of China, in base al quale la banca non avrebbe potuto collaborare con un’altra impresa per inviare denaro dall’ Italia alla Cina .

Dagli agli atti dell’inchiesta, i pubblici ministeri hanno dichiarato che il denaro, ottenuto attraverso la contraffazione, la prostituzione, lo sfruttamento del lavoro e l’evasione fiscale, veniva frazionato in piccole somme, per evitare l’avvio di un’accertamento, e che inoltre la dirigenza della banca e lo staff addetto al controllo hanno omesso di segnalare le operazioni sospette, al fine di favorire la copertura della fonte e la destinazione dei fondi.

 Gli inquirenti italiani hanno dichiarato alla Associated Press che la Cina non ha collaborato con l’inchiesta della magistratura sul riciclaggio di denaro, nonostante gli sforzi di Pechino per ottenere l’aiuto dei governi occidentali ai fini del rimpatrio dei funzionari cinesi corrotti che hanno abbandonato il Paese con le somme ad esso sottratte.

La polizia italiana non è stata in grado di continuare le sue indagini in Cina, ma l’AP, in un articolo pubblicato nel mese di giugno, ha seguito una parte del denaro esportato illegalmente, diretto ad una grande azienda di import-export controllata dal governo, la quale è stata accusata di avere spedito più volte merce contraffatta, in parte destinata agli Stati Uniti.

Il caso italiano si riferisce ad operazioni effettuate tra il  2006 e il 2010. La procedura legale si è bloccata quando gli inquirenti italiani non sono riusciti a trovare centinaia di imputati a causa delle difficoltà nel loro reperimento, la maggior parte dei quali erano cinesi immigrati che vivono in Italia.

Il pm Monferini ha dichiarato che tra tutti gli accusati, solamente a 50 di essi sono state notificate con successo le accuse.

http://abcnews.go.com/

trad CM

Jeffrey Sterling

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Tre anni e mezzo da scontare in una prigione federale. E’ così che si chiude la vicenda di Jeffrey Sterling. Un ex ufficiale sotto copertura della Central Intelligence Agency, la CIA, seduto in un’aula di giustizia federale, con i sui avvocati seduti accanto a lui, uno per lato, ad aspettare la sentenza di un giudice che ha stabilito che dovrà scontare i prossimi 42 mesi in prigione. Qualche metro più in la i suoi tre accusatori, anche loro in attesa della sentenza, forse speravano in una pena più pesante, dopo un’indagine durata più di dieci anni e condotta dall’FBI su di un uomo che ha commesso un “crimine ingiustificabile”, così lo ha definito al giudice uno dei tre. Dietro le spalle di Sterling, esattamente dietro la sua spalla sinistra, sua moglie, che cerca a stento di trattenere le lacrime, sperando che il giudice non riesca a sentirla.

Quando gli agenti dell’FBI l’hanno interrogata, le hanno chiesto che lavoro facesse e lei ha risposto che lavora nel sociale; la sua modesta casa è stata perquisita; è stata anche costretta a testimoniare di fronte ad un grand jury, ed alla fine ha perso anche quelle briciole di speranza di una vita normale, con un figlio o magari due, invece di quell’aborto spontaneo che è stata costretta a subire, un marito che potesse avere un lavoro normale, una vita che non fosse costantemente sotto sorveglianza, e degli amici che fossero liberi di ribellarsi alle pressanti e ripetute domande rivoltegli dagli agenti del governo, su di lei e su suo marito.

Uno degli avvocati di Sterling aveva presentato al giudice la domanda di clemenza. Sterling è una brava persona, ha detto uno dei suoi avvocati, non un traditore. E’ stato il primo nella sua famiglia a diplomarsi al college. Dopo avere lasciato la CIA ha lavorato come investigatore nel settore della sanità, dove ha vinto diversi premi per avere scoperto delle frodi del valore di diversi milioni di dollari. Sterling ama sua moglie. Non le avrebbe mai procurato un dispiacere così grande e non merita di essere rinchiuso in una cella fino a quando sarà vecchio, solamente per avere parlato con un reporter del New York Times a proposito di un programma classificato, che mirava a boicottare il programma di arricchimento dell’uranio del governo iraniano. Per favore, fate in modo che la sentenza sia umana, aveva chiesto uno dei suoi avvocati.

Quando è stato il suo turno a parlare, si è alzato e si è avvicinato al palco col microfono. I suoi avvocati lo hanno accompagnato, restando a circa un metro di distanza dietro di lui, come a sostenerlo nel caso in cui ne avesse avuto bisogno. Dall’alto dei suoi due metri, Sterling, parlava con la sua voce bassa, ringraziando la corte per aver condotto il processo, ed il giudice per aver accettato di rimandare la data dell’udienza, così da consentirgli di partecipare al funerale di uno dei suoi fratelli. Sterling non ha dichiarato, così come la giuria aveva chiesto, se si ritenesse colpevole o innocente del reato per il quale è stato processato – l’aver violato l’Espionage Act e le altre leggi sul divieto di rivelare informazioni coperte dal segreto di stato.

La battaglia di Sterling contro il governo degli Stati Uniti è cominciata una quindicina di anni fa, quando era ancora un agente della CIA. Dopo avere presentato agli uffici legali dell’agenzia governativa un reclamo formale per discriminazione razziale, è stato licenziato; e così ha deciso di citare in giudizio la CIA per discriminazione razziale e rappresaglia, e in un altra causa, per avergli impedito di pubblicare la sua autobiografia. Sterling ha anche deposto di fronte al Congresso degli Stati Uniti come persona informata dei fatti. In poco tempo ha perso tutti i suoi risparmi ed anche la casa, e si è trovato a vivere per strada, in giro per il paese, perso nella disperazione. Fino a quando non si è deciso a tornare nella sua città natale, vicino St. Louis, dove si è rifatto una vita, ha conosciuto sua moglie ed ha trovato un lavoro che gli ha consentito di rimettersi in piedi.

Ma la sua nuova vita è andata in frantumi quando, nel 2011, gli agenti dell’FBI sono entrati nel suo posto di lavoro, e lo hanno prelevato e ammanettato, portandolo via di fronte a tutti i suoi colleghi. Qualche giorno dopo il suo arresto, quando ancora era rinchiuso in carcere, gli veniva comunicato che aveva perso il posto perché non si era più fatto vedere in ufficio.

Il dramma si è concluso nell’ aula del tribunale di Alexandria, in Virginia, in un caldo pomeriggio di maggio, dopo che Sterling aveva concluso la sua breve dichiarazione di fronte al giudice ed alla corte.

La vicenda di Jeffrey Sterling ha attratto l’attenzione del pubblico, principalmente per due ragioni: perché rappresenta uno dei diversi informatori, insieme a Bradley (Chelsea) Manning ed Edward Snowden, nei cui confronti l’amministrazione Obama ha avuto un atteggiamento molto duro, e poi perché i pubblici ministeri hanno cercato di fare pressione sul reporter del New YorkTimes, James Risen, per farsi rivelare il nome della sua fonte, che il governo ha creduto fosse appunto Sterling.

Il caso, conosciuto come “Gli Stati Uniti d’America contro Jeffrey Alexander Sterling“, è stato trattato dai media principalmente come un caso di libertà giornalistica, con il reporter Risen trattato come un eroe. Solo che a rimanere invischiato tra le maglie della legge, a tutela del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, è stato solo lui, Jeffrey Sterling, afroamericano.

Durante gli ultimi anni di college, alla Scuola di legge di St.Louis, Sterling era preso dalla lettura di un giornale interno. Tra le pagine del giornale era attratto da una pubblicità che ritraeva un uomo, in piedi di fronte ad un bacino d’acqua, intento a scrutare l’orizzonte, come a trarre ispirazione da quello sguardo perso nel vuoto. “Guarda il mondo”, diceva la didascalia della pubblicità. Servi il tuo Paese. Lavora per la CIA.

Da ragazzo, Sterling, era sempre rimasto affascinato dai documentari e dai notiziari che parlavano di altri paesi. Quando tornava a casa dalla scuola, guardava sempre gli approfondimenti trasmessi dalla rete pubblica statunitense, la PBS, con giornalisti come Robert MacNeil e Jim Lehrer. La scuola che frequentava allora era interraziale, ma tuttavia non si sentiva a suo agio. Per alcuni suoi compagni lui era un Oreo (marca di biscotti) nero di fuori e bianco dentro, e questo solamente perché i suoi interessi non coincidevano esattamente con quelli che normalmente ci si aspetterebbe da un ragazzo di colore.

E così anche le sue azioni e i suoi discorsi. Cominciò quindi a documentarsi meglio sulla CIA, e, una volta presa la decisione, cominciò a scrivere il suo CV.

Il suo primo giorno di lavoro a Langley – quello che tutti chiamano “EODEntrance On Duty, tradotto: Ingresso di Servizio, è stato il 13 maggio 1993. Gli venne raccomandato di parcheggiare l’auto nell’area retrostante l’edificio principale, e di accedere agli uffici attraverso le porte di servizio, quelle utilizzate dalla gran parte degli impiegati. Ma Sterling, parcheggiata l’auto, fece tutto il giro dell’edificio per poter entrare dall’ingresso principale, quello con l’emblema della CIA scolpito sul pavimento di marmo, e dove, su uno dei muri che costeggiano l’edificio, è impressa una stella per ogni agente ucciso in servizio.

“E’ stato emozionante”, raccontava alle persone che gli chiedevano cosa avesse provato il primo giorno di lavoro. Tanto coinvolgente che continuò ripetere quel percorso per diversi giorni, contravvenendo alle indicazioni che gli erano state fornite. Voleva dire molto, per lui, attraversare l’ingresso principale, sapendo di fare parte di qualcosa di importante. Lo faceva sentire orgoglioso di quello che stava facendo.

Il primo incontro giornalistico con Sterling è stato ad aprile, nella sua casa a O’Fallon, nella periferia di St.Louis. Erano passati solo tre mesi da quando il tribunale lo aveva condannato, ed era in attesa di essere chiamato per sapere se avrebbe ricevuto la pena prevista, in base alle linee guida previste dalla giustizia federale. Era incredibilmente tranquillo: ogni tanto si toccava le tempie ingrigite, mentre raccontava delle vicende legali legate alle cause intraprese contro il governo.

Non aveva ancora accennato pubblicamente a nessuno di queste cose, tranne che agli autori di un piccolo documentario diretto da Judith Ehrlich e prodotto da Norman Solomon.

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, invece, aveva preferito non rilasciare alcun commento sulla vicenda, malgrado le insistenti richieste. Non aveva comunque impiegato molto tempo, la CIA, a discriminarlo per via del colore della sua pelle. Una volta terminato l’addestramento di base previsto dall’Agenzia per gli ufficiali, Sterling venne assegnato ad una Task Force specializzata sull’Iran, e spedito ad una scuola di lingua ad imparare il Farsi. Nel 1997, mentre aspettava di partire per la sua prima missione oltreoceano, in Germania, gli venne detto che il suo posto sarebbe stato preso da qualcun altro.

“Siamo preoccupati che tu ti possa tradire, un ragazzone nero che parla Farsi” si è sentito dire Sterling da un suo superiore. “Bene, e quando vi sareste accorti che sono nero?” Rispose lui scioccato.

L’Agenzia non ha una buona fama in tema di diversità. In quel periodo tutti i suoi direttori, vice direttori e capi area erano bianchi. Nel 1995 l’Agenzia aveva accettato di pagare 990.000 dollari come risarcimento per una causa intentata da un ufficiale donna che accusava la struttura di averla discriminata sessualmente. L’Agenzia promise che si sarebbe impegnata in maniera più concreta nella tutela delle diversità, sia di tipo razziali che di genere. Ma, per quanto Sterling possa ricordare, non vennero fatti grossi passi in avanti. “Ho pensato seriamente di lasciare l’Agenzia”, racconta ai giornalisti. “In quel periodo ero molto convinto di riuscire a fornire un contributo positivo. Credevo di poter avere una carriera molto brillante “.

Qualche mese più tardi, Sterling, accettò un’altra missione oltreoceano. Poco prima di partire, un suo supervisore gli disse che al posto di quella missione, sarebbe andato a ricoprire quella in Germania dalla quale era stato all’ultimo momento sostituito, in quanto l’ufficiale che vi era stato destinato, aveva rinunciato. Sterling, che è una persona orgogliosa, disse di non volere andare in una missione per la quale era risultato essere una seconda scelta, un sostituto.

“O vai dove ti diciamo di andare o non vai da nessuna parte” gli avevano risposto.

E così partì per la Germania. “Mentre era in viaggio si ripeteva, d’accordo, ce la posso fare, finalmente ho un’assegnazione. Riuscirò a dimostrare loro quanto valgo”.

Sterling ricorda di essere stato l’unico ufficiale di colore nella sede dell’agenzia a Bonn.

La sua copertura era quella di un ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti con un incarico nella logistica, chiaramente non aveva le sue credenziali di ufficiale del Dipartimento di Stato. Questo però gli complicava terribilmente le cose per quel che riguardava la possibilità di accedere a circoli sociali e politici, dove in genere vengono selezionate le spie straniere; le porte che si aprono per i diplomatici, non sono le stesse degli ufficiali di logistica. I suoi superiori erano convinti che il colore della sua pelle non gli avrebbe mai permesso di raggiungere gli stessi risultati dei suoi colleghi bianchi, e quindi non si preoccupavano di fornirgli una copertura valida. “Non potevo neanche accedere ad una convention di custodi” afferma con amarezza Sterling.

Quando fece ritorno negli Stati Uniti venne assegnato ad una Divisione che si occupava del contrasto alla proliferazione, presso il quartier generale dell’Agenzia, prima di essere distaccato presso la centrale di New York, dove ancora una volta Sterling ricorda di essere stato l’unico ufficiale di colore.

Le cose, dunque continuavano ad andare al solito modo. Finchè non gli venne posto uno strano ultimatum: comincia a far assumere tre nuovi agenti, fai un incontro con ciascuno di essi, e se non ci riesci, lascia New York. Il suo stato d’animo era quello di uno che era stato lasciato solo: gli chiedevano di fare più degli altri agenti, senza però fornirgli una simile copertura. Quella era l’ultima cosa che era disposto a sopportare; ricorda Sterling di aver pensato: “Ora basta, mi rifiuto di fare quello che mi viene chiesto, ed anzi, presenterò subito un reclamo”.

Venne di nuovo trasferito a Langley, dove gli venne assegnato un ufficio grande, più o meno, come un armadio, che lui e il suo collega di stanza chiamavano scherzosamente la “scatola di punizione”.

A quel punto inoltrò una protesta ufficiale per “discriminazione razziale”, con la quale però non ottenne alcun risultato, e dopo pochi giorni venne licenziato.

John Brennan, che in quel periodo era il direttore esecutivo dell’Agenzia, che attualmente dirige, ha dichiarato al New York Times che “si è trattato di una situazione spiacevole in quanto Jeffrey era un ufficiale di talento, dotato di molte di quelle qualità che noi ricerchiamo in un agente, e noi volevamo che lui ce la facesse. Siamo stati molto contenti dei risultati da lui ottenuti in varie missioni, in diverse aree. Sfortunatamente, vi erano alcuni lati del suo lavoro e della sua crescita che avevano bisogno di essere migliorate”.

Ad O’Fallon, Sterling vive in una villetta a corpo unico, assieme alla moglie e a due gatti, in un paesino composto da case rosse e bianche, tutte molto simili tra loro.

“Siamo parecchio fuori dalla beltway qui” dice scherzando Jeffrey, con una voce che sembra fatta a posta per la radio, bassa e soave, con un tono che resta quasi sempre uniforme.

Beltway è un idioma americano usato per indicare questioni che risultano di primaria importanza per i funzionari del governo federale, i loro contractors, i loro lobbisti e le media corporations a loro legate. Geograficamente si tratta di un’area delimitata da un anello autostradale che circonda il Distretto federale di Washington (DC), la Interstate 495, e che include anche parte della Virginia e del Maryland. Indossa un paio di jeans e una maglietta, e ai piedi porta dei sandali.

Su un muro della sua casa c’è una stampa che ritrae un quadro di Salvador D’Alì: due farfalle che librano nell’aria. Il suo tono di voce cambia di rado, solo quando si trasforma per diventare più tagliente. “Ho dedicato me stesso all’Agenzia” risponde, quando gli viene chiesto la ragione per la quale ha deciso di fare causa alla CIA, invece di andarsene semplicemente, come fanno in molti.

“Non potevo andarmene semplicemente da un mondo che per me era stato di vitale importanza, e per il quale sapevo di essere portato, avendolo ampiamente dimostrato. Questa è la ragione…No, non mi farò trattare in questa maniera”.

Nel 1972 Jim Croce scrisse una canzone dal titolo: “Non puoi prendere in giro Jim” che in alcune strofe raccontava di cose che una persona sensibile, generalmente, non fa, come sputare contro vento, togliere la maschera al Lone Ranger o battere sul capo di Superman. Sterling sottolinea quest’ultima frase, ad indicare la scelta da lui intrapresa nei confronti della CIA. Ha deciso di sfidare la CIA, e forse lui, non è una persona così sensibile.

Prima di lasciare la CIA, nel 2001, Jeffrey ha citato l’Agenzia davanti ad una corte federale per avere subito una serie di discriminazioni, dopo aver presentato, senza successo, un reclamo ufficiale interno per lo stesso motivo. La causa è poi stata archiviata dopo che la CIA si è lamentata col giudice, in sede extragiudiziale, del fatto che se fosse stata costretta ad andare a processo, avrebbe dovuto rivelare segreti di stato, accennando a fonti e a metodologie da essa utilizzate.

Quella sentenza è stata impugnata in appello, davanti ad una corte federale, con la motivazione che Sterling è stato privato del suo diritto ad avere un giusto processo.

Il licenziamento aveva diviso i supervisori di Sterling tra quelli disposti a testimoniare in giudizio circa le modalità con le quali l’imputato si era relazionato con loro, e quelli che invece non se la sentivano.

Il governo non ha fornito risposte precise, ne in aula ne attraverso i media, in relazione all’accusa di discriminazione razziale. In qualche modo Sterling aveva “battuto sul capo” della CIA.

Sterling ha scritto una memoria il cui titolo approssimativo è: “Un Viaggio Americano Attraverso il Bianco e Il Nero” del quale ha presentato già tutti i capitoli, così da avere una revisione prima della pubblicazione.

In base ad una causa intentata nel 2003 da Sterling nei confronti della CIA, l’Agenzia è riuscita ad ottenere il riconoscimento che queste memorie conterrebbero informazioni classificate che non dovrebbero essere pubblicate, ottenendo di fare aggiungere una nota in cui si dice che, questo è quanto stabilito da un giudice, le informazioni fornite sono palesemente false.

Di fronte alla scelta di dover affrontare una dura battaglia legale con un giudice che sembra essere molto vicino agli interessi della CIA, Sterling ha preferito ritirare il procedimento. E così il suo manoscritto non è stato pubblicato. Sempre nel 2003 Sterling ha incontrato alcuni membri dello staff della Commissione di vigilanza sui Servizi al Senato, per comunicare loro la sua preoccupazione riguardo la pessima gestione del programma segreto a cui stava lavorando per conto dell’Agenzia.

Merlin, questo era il nome del programma classificato, prevedeva che la CIA fornisse all’Iran dei falsi progetti nucleari. Se il governo iraniano avesse deciso di seguire quei progetti, il suo programma nucleare avrebbe subito dei forti rallentamenti. I falsi progetti sarebbero stati forniti al governo iraniano da uno scienziato russo stabilitosi negli Stati Uniti, del quale Sterling era il contatto con la CIA.

L’Agenzia aveva dichiarato che il programma funzionava correttamente, ma Starling ha rivelato invece allo staff della Commissione che vi era un errore, e che gli iraniani che avevano studiato su quel progetto non erano capaci; gli iraniani avrebbero potuto imparare alcuni segreti da quelle parti del progetto che erano corrette. Proprio a partire dal periodo in cui incontrò i membri del Senato, la CIA cominciò a trattare Sterling, in base ai canoni di Washington, come se fosse “radioattivo”. Ma questo è il destino di tutti gli informatori che hanno lavorato per l’Agenzia. Ha provato ad inviare CV a tutte le società contractor dell’Agenzia, che in genere assumono persone con le sue stesse caratteristiche, ma anche se all’inizio queste si mostravano interessate, quando Sterling le richiamava, stranamente, il loro interesse svaniva, forse perché avevano saputo della causa in corso contro la CIA. E così è cominciato il periodo più difficile. Quando i soldi hanno cominciato a scarseggiare, è stato costretto a vendere tutte le sue cose di valore su Craiglist, ed ha anche affidato i suoi gatti ad una signora con una fattoria. Quindi ha imballato le sue ultime cose, le ha caricate in macchina ed è partito.

L’idea iniziale era quella di andare a trovare sua madre nel Missouri, ma poi, invece, aveva deciso di vagabondare, fermandosi di notte nei parcheggi per camionisti a dormire in auto.

“Non avevo un posto dove andare”  ricorda pensando a quei giorni bui. “Avevo lavorato sodo per arrivare dove mi trovavo, ma alla fine mi era crollato tutto addosso”.

Un giorno era passato a trovare una coppia di amici a St.Louis, che aveva da poco avuto un bambino, e con la quale aveva fatto un accordo: lui si sarebbe preso cura del bambino e in cambio loro gli avrebbero offerto ospitalità nella loro casa. “E’ stato molto duro passare dal risolvere casi per conto della CIA a fare la tata” ricorda Sterling.

Ma poi, come in genere accade, la sua vita è cambiata. Nel 2004 ha ottenuto un lavoro come investigatore nel settore sanitario per la Wellpoint, e in quello stesso anno ha conosciuto una donna, Holly Brooke, e dopo alcuni giorni è andato a vivere con lei. Finalmente Jeffrey aveva un lavoro, una compagna ed una casa. Tutto sembrava essere tornato a posto quando, la mattina del primo dell’anno del 2005, il principale avvocato della CIA, John Rizzo, veniva svegliato da una telefonata sulla sua linea privata.

Dall’altra parte del telefono un ufficiale della National Security Agency lo avvisava che stava per essere pubblicato un libro che avrebbe rivelato i contorni di uno dei programmi più sensibili della CIA.

Il libro, scritto dal giornalista del New York Times James Risen, era intitolato: “Stato di Guerra” e descriveva il programma Merlin come “una delle operazioni più rischiose della storia moderna della CIA. Il libro di Risen non rivelava chi fosse, o fossero, le sue fonti.

Rizzo racconta nel suo libro “Company Man” trent’anni di controversie e di crisi nella CIA, di essersi infilato i vestiti e di avere guidato la sua auto in città, per farsi dare una copia del libro dal funzionario dell’ NSA. Quindi di essersi diretto a Lengley per mostrarla ad un anziano ufficiale incaricato di studiare il da farsi. La Casa Bianca voleva intraprendere un azione strardinaria per fermare la pubblicazione del libro. Il principale avvocato di George Bush, Harriet Miers, chiese a Rizzo di chiamare Sumner Redstone, il presidente di Viacom, che controllava la società editrice Simon & Shuster, l’editore di Risen.

Alla fine Rizzo non chiamò Sumner Redstone, ma memorizzò di inoltrare un rapporto al Dipartimento di Giustiza, relativo ad una fuga di notizie. Bisognava scovare la talpa.

In meno di un mese, due agenti dell’FBI si presentarono a casa degli Sterling, a St. Louis.

Dichiararono di essere preoccupati del fatto che un soggetto di nazionalità iraniana potesse nuocergli. Sterling aveva intuito che si trattava di una scusa e rispose loro che sarebbe stato in grado di accorgersi di essere seguito, specie se si fosse trattato di un iraniano, dato che non vi erano iraniani che abitassero da quelle parti. I due chiesero a Sterling se potevano entrare in casa sua e lui si rifiutò.

Avevano con loro una copia del libro di Risen, gliela mostrarono, e gli chiesero se lo conosceva.

“Io risposi dicendo che non lo avevo mai visto prima” ricorda Jeffrey.

Quella non fu la prima volta che Sterling venne interrogato dall’FBI. Risen aveva intervistato Sterling nel 2002, ed aveva pubblicato un articolo sulla causa di discriminazione che aveva intentato contro la CIA. L’anno successivo, Risen, aveva scritto un pezzo sul programma Merlin che però il giornale non gli aveva pubblicato. Risen aveva chiesto alla CIA di rilasciare un commento sull’articolo prima di presentarlo per la pubblicazione, e subito venne convocato alla Casa Bianca assieme al suo editore. Li, il Consulente per la Sicurezza Nazionale, Condoleeza Rice, aveva loro spiegato che se l’articolo fosse stato pubblicato, sarebbe costato la vita di molte persone, oltre a rivelare l’esistenza di un programma segreto di enorme valore.

Il Times decise di non pubblicarlo. Nel 2003 il Dipartimento di Giustizia aprì un’inchiesta, e alcun agenti dell’FBI interrogarono Sterling. Questi pensò che fintanto che gli agenti, eravamo nel 2006, andavano a bussare alla sua porta per chiedergli informazioni su un libro, non aveva nulla di cui preoccuparsi.

A seguito di quella visita, Holly, venne citata a testimoniare di fronte ad un grand jury. Fu interrogata per sette ore nel quartier generale dell’FBI, a Washington, ed il giorno successivo nuovamente interrogata per altre tre ore, di fronte ad un altro grand jury ad Alexandria, in Virginia.

Quando fece ritorno a St.Louis, ricevette una telefonata dal suo avvocato, che le disse che l’FBI stava venendo a cercarla a casa sua. Oltre una dozzina di agenti entrarono nel suo salotto e confiscarono alcuni dei beni della coppia. “Quando se ne andarono mi sentii mancare”, raccontò Holly mentre pranzava in un bar vicino casa sua, con lo stereo del locale che suonava un pezzo rock. “Piangevo e singhiozzavo, non riuscivo a spiegarmi quello che ci stava capitando. Provai ad andare a lavoro, il giorno seguente, e tutto mi passò di mente. Il mio capo venne a parlarmi e mi disse: devi andartene. Credo che tu stia soffrendo di un disturbo da stress post-traumatico”.

Poi, così come erano misteriosamente entrate nelle loro vite, le indagini dell’FBI sembrarono sparire.

Nell’autunno del 2010, l’avvocato di Sterling lo chiamò, dicendogli che il caso sembrava essersi fermato.

Il 6 gennaio del 2011 venne chiesto a Sterling un appuntamento nel suo ufficio. In quel periodo si trovava in permesso malattia, avendo subito un trapianto al ginocchio, così, tornando al lavoro zoppicando, aiutandosi con un bastone, dopo un controllo alla posta che si era accumulata sulla sua scrivania, un collega gli aveva detto che il personale della sicurezza voleva vederlo perché c’era un problema con il suo distintivo. Gli avevano anche detto che era urgente. Quando incontrò il personale della sicurezza, racconta Jeffrey, venne arrestato da diversi agenti dell’FBI e della polizia. Il suo bastone venne portato via, gli vennero ammanettate le braccia dietro la schiena, e venne condotto fuori dall’edificio, zoppicando, davanti ai suoi colleghi di lavoro attoniti. L’accusa che gli venne mossa contro fu la fuga di notizie in favore di Risen, per “rabbia e risentimento”  nei confronti della CIA.

La tempistica del suo arresto fu abbastanza strana. Le comunicazioni fra Sterling e Risen erano cominciate nel 2001 ed sano terminate nel 2005, stando al registro delle telefonate e delle e-mail inserite nell’atto di accusa. Perché Sterling è stato arrestato a sei anni dall’ultima comunicazione avuta con Risen e cinque anni dopo che la sua casa è stata perquisita dall’ FBI? Se è vero, come il governo sostiene, che egli aveva causato così tanti danni, perché i pubblici ministeri hanno atteso così a lungo

per sporgere denuncia?

Le risposte sembrano avere a che fare con la politica. Fino a che Barack Obama non è stato eletto presidente, il Dipartimento di Giustizia raramente ha perseguito degli informatori. Quando ancora era candidato, Obama aveva promesso che avrebbe creato un’ amministrazione trasparente come mai si era avuta prima; sta di fatto che sotto la sua presidenza non si sono mai avuti così tanti processi per violazione dell’ Espionage Act,  rispetto a tutte le amministrazioni precedenti messe insieme.

Dennis Blair, il direttore della sicurezza nazionale durante il primo mandato di Obama, ha dichiarato al Times che la decisione era stata presa nel 2009, vale a dire di ” impiccare un ammiraglio ogni tanto”, così come aveva proposto Blair, per mostrare agli aspiranti leakers (informatori) di non parlare con la stampa. Il Dipartimento di Giustizia, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di incriminare i funzionari di alto livello; i principali obiettivi erano, dunque, i funzionari di livello medio, e sembrerebbe che il caso dell’arresto di Sterling sia stato riportato in vita come parte di questo giro di vite.

Dopo diverse settimane di carcere, Sterling è entrato in depressione.

” Mentre ero seduto in quella cella di prigione, mi è crollato tutto addosso “, ha detto.

“Tanti anni, tante battaglie, e finalmente ero arrivato ad un punto in cui mi ero risollevato e stavo ricominciando a vivere. Ma questo gigante, rabbioso e vendicativo, si stava solo facendo strada.

Stavo vivendo una situazione tremendamente deprimente, fatta di incredulità, di shock “.

Jeffrey è’ entrato in sciopero della fame fino a quando non gli è stato consentito di vedere Holly.

“Rivedere il suo volto è stato terribilmente scioccante, sapere che c’è questa donna che mi ama e che è stata con me tra alti e bassi”, ha detto Jeffrey. “Le ho fatto una promessa, quella che sarei rimasto vivo e che non avrei cercato di farmi del male.”

Una volta uscito dal carcere, Sterling, non è più riuscito a trovare un lavoro, per via dell’accusa di violazione dell’ Espionage Act, ed ha inoltre dovuto attendere quattro anni per l’inizio del suo processo.

Gran parte del ritardo era dovuto ad una battaglia legale tra l’accusa e Risen – con l’accusa che imponeva a Risen di rivelare la sua fonte, che il governo ha creduto essere Sterling, e dall’altra parte Risen che si rifiutava di collaborare, fronteggiando la prospettiva, per un giornalista, di finire in galera per aver sfidato il governo. Ma l’amministrazione Obama, criticata per aver violato il Primo Emendamento, fece marcia indietro prima dell’inizio del processo.

Il 13 gennaio, si è aperto il processo contro Sterling, con il pubblico ministero, James Trump, che arringava alla giuria, accusandolo di essere un traditore.

“L’imputato ha tradito il suo paese”, ha detto Trump. “Ha tradito i suoi colleghi. Ha tradito la CIA ed ha compromesso la sua missione. E, soprattutto, ha tradito la fonte russa, un uomo che ha letteralmente messo la sua fiducia e la sua vita nelle mani dell’accusato “.

Trump ha quindi affrontato il tema del movente.

«E perché?» Ha chiesto in maniera retorica. ” Rabbia, amarezza, egoismo. L’imputato ha cercato di danneggiare la CIA perché ha ritenuto di essere stato trattato ingiustamente. Egli ha citato in giudizio l’agenzia per discriminazione, chiedendo un risarcimento di 200.000 dollari per ritirare la sua denuncia. Quando l’agenzia si è rifiutata, egli ha usato contro di essa l’unica arma che aveva a disposizione:  Segreti, i segreti dell’Agenzia “

Le prove in mano al governo consistevano, principalmente, nelle registrazioni di e-mail e di telefonate tra Sterling e Risen, registrazioni cominciate nel 2001 e proseguite fino al 2005. Le e-mail erano molto brevi, solo una riga o poco più, e non facevano riferimento ad alcun programma della CIA.

Le telefonate erano anche quelle, in maggioranza, molto brevi, alcune di appena pochi secondi, e il governo non hanno prodotto in giudizio registrazioni o trascrizioni di nessuna di queste.

Sterling era rappresentato in giudizio da due avvocati, Edward Jr. MacMahon e Barry Pollack.

Nel suo discorso di apertura, MacMahon, ha sottolineato la mancanza di prove concrete contro il suo cliente.”Il sig. Trump è un ottimo avvocato “, ha detto MacMahon. “Se avesse avuto a disposizione un’ e-mail o una telefonata con i dettagli di questo programma, l’avremmo sentita,  ma voi non la udirete nel corso di questo processo. … Il sig.Trump vi ha detto che [Sterling] parlò con Risen. Avete per caso sentito, voi, dove, quando, o qualche dettaglio a proposito di queste conversazioni? No. E questo perché non esiste alcuna prova, di nessun genere, di ciò. … Non abbiamo visto alcuna comunicazione scritta al signor Risen, da parte del signor Sterling, sul programma, non esiste poi alcuna prova che essi si siano incontrati di persona. “

Dopo due settimane di udienze durante le quali sono stati chiamati a deporre alcuni testimoni della CIA, che hanno parlato tutti da dietro uno schermo, in modo da non rivelare la loro identità, la giuria ha condannato Sterling, in base a quelle che il giudice, Leonie Brinkema, ha descritto nella sentenza come “prove circostanziali molto convincenti”. Il giudice ha poi aggiunto:” In un mondo perfetto, vengono richieste prove dirette, ma molte volte ciò non è quello che accade in un procedimento penale. “

Sterling sedeva, impassibile, mentre il giudice spiegava le motivazioni della sentenza che stava per pronunciare. Quando avevano chiesto a Sterling, mentre trascorreva i suoi ultimi giorni St. Louis, che cosa si aspettava sarebbe successo, lui rispose: “Questo processo mi ha distrutto”, con la voce che cambiava tonalità in modo esitante, rivelando un angoscia che non era più in grado di controllare.

“Non riesco e non sono in grado di sopportare il pensiero di dovere andare in prigione. Non so come affrontarlo ne come gestirlo, perché non ha alcun senso. Ho paura di andare prigione. Forse qualche miracolo accadrà e non ci andrò. Ma devo sforzarmi di essere realista e prepararmi al peggio”.

Pochi minuti prima delle tre del pomeriggio, il giudice Brinkema ha deciso che Sterling dovrà trascorrere in prigione per tre anni e mezzo. La pena erogata è di gran lunga più alta delle linee guida di condanna, e rappresenta una lezione all’immagine di Sterling fornita dalla procura, che è quella di un traditore che deve essere rinchiuso per un lungo periodo di tempo.

Ma questo non è stato di molto conforto per Sterling o per sua moglie, perché comunque trascorrerà un lungo periodo di detenzione. Dopo che l’udienza si è conclusa, Sterling si è diretto verso la prima fila di poltrone, per cercare di consolare la moglie singhiozzante. I suoi singhiozzi erano udibili distintamente in aula.

I suoi avvocati hanno chiesto che gli fosse permesso di scontare la sua pena nel suo stato natale, il Missouri, in modo che la moglie e gli altri membri della sua famiglia potessero facilmente fargli visita.

Da qualche settimana, Sterling, ha reso noto quale carcere sia stato scelto per lui. E’ ‘in Colorado.

  

Titolo originale: Jeffrey Sterling took on the CIA and lost everything

The intercept

Trad cm

La strategia della tensione: la P2, il golpe Borghese e l’Italicus

Italicus 2

Il ruolo di Licio Gelli e della P2 nell’ambito della cd “Strategia della tensione” si evince da una serie di sentenze, a prescindere dalle condanne e di converso dalle assoluzioni alle quali tali sentenze hanno condotto. Ci si riferisce, in primo luogo, alla sentenza relativa al golpe Borghese (dal nome del militare che ne avrebbe assunto la guida, Junio Valerio principe Borghese) che, malgrado la vulgata tendesse a farlo apparire come un goffo tentativo compiuto da un gruppo di vegliardi, in realtà vedeva la complicità della massoneria, in particolare della loggia P2. Ad essa erano infatti iscritti diversi alti gradi militari coinvolti nel golpe, nonche’ dei Servizi (Sid), con Vito Miceli e Gian Adelio Maletti titolari di tessara della loggia coperta Propaganda 2, e dello stesso Licio Gelli Gran Maestro e responsabile della loggia. E’ stato inoltre provato il coinvolgimento della rete Gladio e dei vertici della mafia siciliana, la cd cupola, i vari Gatano Badalamenti, Stefano Bontate e Luciano Liggio.

Come è noto, lo scopo del golpe era quello di occupare il ministero degli Interni e rapire il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (se ne sarebbe dovuto occupare Licio Gelli in persona).

L’esito del golpe fu l’abbandono dell’impresa a seguito di una chiamata da parte dei vertici dell’organizzazione, si dice dello stesso Gelli. Secondo le risultanze processuali alla base del fallimento vi era una diversità di vedute tra chi preferiva tentare una mediazione attraverso la politica, e chi invece premeva per un regime militare tout court, stile colonnelli greci.

Come appare evidente, tutta l’organizzazione della vicenda vede in prima fila la massoneria, ed in particolare Gelli e la P2, alla quale sono legati numerosi gruppi eversivi di destra, più o meno collegati a livello internazionale con gruppi di finanziatori, con il consenso implicito di Nixon.

Malgrado il fallimento del golpe, alcune forze appartenenti alla destra extraparlamentare misero in atto un’escalation di attentati dinamitardi a Roma, in Toscana e in Lombardia, escalation che avrebbe dovuto, secondo la loro visione, creare nel Paese una situazione di insicurezza e di ingovernabilità tale da rendere necessaria l’azione dei militari.

Molto significative appaiono in merito le dichiarazioni, ritenute attendibili, rese dall’ex terrorista nero Sergio Calore, che dopo la decisione di collaborare con i magistrati accuso’ Franco Freda di essere il mandante della strage di Piazza Fontana:

Era prevista per il dicembre 1969 l’ attuazione di un golpe cui dovevano partecipare le stesse forze che l’anno seguente, nella notte fra l’8 e il 9 dicembre 1970, tentarono di mettere in atto quello che è noto come golpe Borghese. Quando, nel dicembre 1969, si stabilì che il golpe non ci doveva essere, alcuni giovani estremisti, più o meno collegati ai gruppi giovanili del Fronte Nazionale, decisero di forzare la situazione attuando gli attentati del 12 dicembre 1969 al fine di provocare l’intervento stabilizzatore delle Forze armate.”

L’attentato al treno Italicus

Uno degli attentati che rientravano in questa escalation fu quello al treno Italicus, il treno espresso 1486 partito da Roma e diretto a Monaco di Baviera, che la notte tra il 3 ed il 4 agosto del 1974 esplose uccidendo 12 persone e ferendone altre 48. Nonostante le accuse mosse da Aurelio Fianchini e Felice D’Alessandro, secondo i quali in base alle rivelazioni del loro compagno di cella Luciano Franci l’attentato al treno fu opera del Fronte Nazionale Rivoluzionario, con Mario Tuti che fornì l’esplosivo, Malentacchi Piero che piazzò l’ordigno sul treno nella stazione di Santa Maria Novella, e il Franci, che lavorava nell’ufficio postale della suddetta stazione, che fece da palo. L’esito processuale della vicenda fu tutt’altro che positivo. L’ordigno era stato preparato dal Malentacchi, il quale aveva acquisito una specifica competenza in proposito durante il servizio militare; ma la cassazione (Corrado Carnevale) annullò le condanne e fece ripetere il processo di appello, e nel nuovo appello tutti gli imputati vennero assolti.

Malgrado l’esito della sentenza che ha lasciato la strage senza autori e mandanti, nella sua relazione conclusiva la Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, ebbe modo di scrivere in merito: Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell’analisi che ci si appresta a svolgere, si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, per affermare: che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.

La strategia della tensione e il ruolo della P2

Dunque lo scopo della P2 era quello di sfruttare il malcontento generale che imperava negli anni 1974 – 1980, a causa della crisi economica e dell’inadeguatezza politica, infiltrando le organizzazioni eversive di destra non tanto per conseguire le loro stesse finalità, quanto per creare attraverso azioni violente, uno stato di ingovernabilità per gestire il quale si sarebbe proposta, come unica soluzione possibile, l’intervento di un governo di salute pubblica gestito possibilmente da militari. In proposito la Commissione Anselmi, nella sua relazione conclusiva, scrive nella sua relazione conclusiva:  Il periodo che corre tra il 1970 e il 1974 registra la proliferazione di movimenti extraparlamentari, la nascita di sempre nuove organiz­zazioni eversive paramilitari o terroristiche, la moltiplicazione di gravi delitti politici — secondo forme affatto nuove per il Paese — la rin­novata virulenza della malavita comune e delle sue organizzazioni criminali. Sono questi gli avvenimenti che formano il quadro entro cui si sviluppa quella che venne definita la « strategia della tensione », favorita dalla crisi economica e dalla crescente instabilità del qua­dro politico. Quegli anni, oltre ad essere caratterizzati, come abbiamo già visto, dall’intensa opera di politicizzazione della loggia svolta da Licio Gelli, si contraddistinguono anche per i collegamenti che ci è consentito di identificare tra Licio Gelli, la Loggia P2, suoi qua­lificati esponenti ed il complesso mondo dell’eversione nera.

Dal materiale in possesso della Commissione si trae infatti la ragionata convinzione, condivisa peraltro da organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (le cui ini­ziative non possono considerarsi sempre soltanto a titolo personale) si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive, incitan­doli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree secondo un disegno politico pro­prio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze e quei gruppi ponevano al loro operato”.

In merito al ruolo specifico avuto dalla massoneria e dalla Loggia P2 in particolare, nel quadro della realizzazione della cd “strategia della tensione”, importanti conferme sono arrivate dall’inchiesta parlamentare sulla Loggia stessa. A questo riguardo, nella relazione conclusiva si legge :

a) come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio (dap­prima ” delegato ’’ dal Gran Maestro della famiglia massonica di Palazzo Giustiniani, poi — dal dicembre 1971 — segretario organizza­tivo della Loggia, quindi — dal maggio 1975 — Maestro Venerabile della stessa), nutrissero evidenti propensioni al golpismo;

b) come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo espo­nenti della destra parlamentare (all’udienza in data 27. 10. 1982 il generale Rosseti Siro, già tesoriere della Loggia, ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l ’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del ” fratello ” ammiraglio Gino Birindelli), ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli) ;

c) come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani);

d) come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente mas­sone della ” Loggia del Gesù ” (si ricordi che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un’importante ” famiglia massonica ” poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un’auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tornei e ad Affatigato armi, esplo­sivi ed una sovvenzione di L. 500.000 ».

Intervista a Gian Adelio Maletti

Nell’agosto del 2000, il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo si reca in Sudafrica ad intervistare Gian Adelio Maletti, ex capo della divisione “D” (controspionaggio) del SID,  i Servizi segreti italiani, condannato a 31 anni di cui nove ancora da scontare, per depistaggio, avendo aiutato i neofascisti Guido Giannettini e Marco Pozzan, corresponsabili della strage di piazza Fontana, ed anche per avere depistato le indagini sulla bomba di Bertoli alla questura di Milano. Quando il giornalista chiede all’ex barba finta cosa gli può dire a proposito della strategia della tensione, questi gli risponde di avere letto la relazione di minoranza della Commissione stragi, laddove si dice che tale strategia rientrava in una più vasta strategia di tipo “atlantista” che coinvolgeva diversi paesi mediterranei, e prosegue: “Era una necessità della NATO raccogliere notizie ed elaborarne il più possibile. Ma chi  le usava e le manipolava era il Servizio americano della CIA“. Il giornalista domanda a Maletti se avesse mai avuto una prova diretta di ciò, e Maletti risponde: “Avevo personalmente rapporti con la CIA. Con Howard Stone, detto Rocky, capo della stazione di Roma e Mike Sedinuoui, un agente di origini algerine. Eravamo in contatto per motivi di controspionaggio”. Più nello specifico sulla strategia della tensione, Maletti risponde: ” Sospettavo, senza precisi riscontri”. E ancora: “Noi, come Sid, non erravamo in condizioni di fare nulla. Almeno nei confronti degli americani. Poi il tempo ci portò le prime conferme. La CIA, in Italia, aveva la più importante sezione sulla sicurezza  di tutta l’Europa occidentale. Le informazioni venivano poi confrontate con l’altra potentissima centrale in Germania”.

“Si, la Germania – prosegue Maletti – era stato un paese di reclutamento sin dalla fine della seconda guerra mondiale. La CIA voleva creare, attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine Nuovo in particolare, l’arresto di questo scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della “strategia della tensione”.

E in che modo, chiede il giornalista? “Lasciando fare”. E i nostri servizi ne erano consapevoli o complici? “Non c’era piena consapevolezza. Ma esisteva un orientamento nei Servizi favorevole a questo progetto”.

Il giornalista domanda: in che modo la CIA utilizzò Ordine Nuovo? “Con i suoi infiltrati e con i suoi collaboratori. In varie città italiane e in alcune basi della NATO: Aviano, Napoli..La CIA aveva funzioni di collegamento tra diversi gruppi di estrema destra italiani e tedeschi e dettava le regole ed i comportamenti. Fornendo anche il materiale”. Esplosivi e armi? “Numerosi carichi di esplosivo arrivavano dalla Germania, via Gottardo, direttamente in Friuli e in Veneto“.

E ancora, più avanti nell’intervista, Maletti racconta di come il primo tentativo di golpe in Italia guidato dalla CIA fu il golpe Borghese. Nel rapporto sul golpe Borghese che venne redatto dal Sid per informare il governo, c’erano le prove del coinvolgimento diretto degli USA, oltre alle prove del coinvolgimento di alti ufficiali delle Forze Armate”. Anche nella strage di piazza Fontana c’era il coinvolgimento della CIA: infatti l’esplosivo usato faceva parte di uno dei carichi provenienti dalla Germania e giunti in Veneto attraverso il Gottardo. Sul peso delle responsabilità Maletti risponde: ” Io sento un peso fortissimo, come italiano, di quello che è successo. Mi sento quasi umiliato di ciò che non abbiamo fatto per impedire tanti morti. Chi ha portato avanti questo progetto, che ha ucciso tanti italiani, è italiano. E lo ha fatto, aderendo ad un progetto portato avanti da un servizio straniero, per ottenere un proprio vantaggio. Di potere”. E sulla strategia della tensione e le responsabilità politiche, e la convenienza del silenzio, Maletti afferma: “Da parte dei politici? No, sarebbe criminale. La vera responsabilità politica nella strategia della tensione è che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici”. La CIA, secondo Maletti, ha cercato di ripetere in Italia il golpe realizzato nel 1967 in Grecia, quando venne deposto Papandreu. Per Maletti la situazione italiana sarebbe sfuggita di mano, ed alcuni attentati hanno prodotto ben oltre gli obiettivi in origine prefissati: “i gruppi di estrema destra si erano sganciati. Ormai c’era solo terrore“.

Il ruolo del Sid nella strategia della tensione secondo Aldo Moro

Un importante contributo alla comprensione del fenomeno delle strategia della tensione e del ruolo svolto a tal proposito dal Sid, viene offerto dal memoriale scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. Il memoriale contiene in parte le risposte fornite da Moro durante l’interrogatorio svolto dalle BR, ed in parte affronta, in maniera autonoma, argomenti specifici e ritenuti di estrema rilevanza dallo statista democristiano. La ricostruzione che è stata fatta delle domande, data la distruzione sia dei nastri dell’interrogatorio che della loro sbobinatura, ha permesso di arrivare in maniera quasi fedele alle sedici domande che hanno costituito gli argomenti richiesti all’ex presidente della DC. Le sedici domande attorno alle quali si è articolato l’interrogatorio sono dunque le seguenti: la nascita del centro sinistra e il tentativo golpista del generale De Lorenzo; la strage di piazza Fontana e il ruolo delle Dc nella strategia della tensione; la riforma dei Servizi segreti; i contributi economici della DC; la negoziazione del prestito del Fondo Monetario Internazionale; l’affare Lockheed; il governo Andreotti della non sfiducia; il ruolo degli ambasciatori USA in Italia; la DC come centro di un sistema di potere e il ruolo delle cariche istituzionali; la ristrutturazione della DC e il ruolo dei nuovi tecnocrati; i rapporti della DC con gli Agnelli; La funzione del DC Medici alla presidenza della Montedison; i rapporti tra DC e finanza pubblica; la strategia antiguerriglia della Nato (Gladio); i rapporti di Cossiga con carabinieri e polizia; i rapporti della DC con la stampa.

Nel capitolo relativo al giudizio sulla situazione politica attraversata dall’Italia vi è una parte che riguarda la strategia della tensione ed il ruolo avuto dai Servizi, in particolare il Sid, nella sua realizzazione concreta. Scrive a questo proposito Moro:

la strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia sui binari della “normalità”… si può presumere che paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati ad un certo indirizzo, vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro Servizi informazioni. Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio, e lo stesso servizio italiano (Sid) per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti (presenza accertata in casa Sid di molteplici deputati missini, inchiesta di Padova, persecuzione contro la consorte dell’ambasciatore Ducci, falsamente accusata di essere spia polacca) può esser considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità, del resto accennato in una sentenza incidentale del processo di Catanzaro. Fautori ne erano, in genere, coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè in ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di (chi) respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico”.

Per questo riguarda piazza Fontana, ovvero la strage che di fatto diede inizio alla strategia della tensione, Moro afferma: “Si può domandare se gli appoggi venivano solo da quella parte (Grecia e Spagna) o se altri Servizi segreti del mondo occidentale vi fossero comunque implicati. La tecnica di lavoro di queste centrali rende molto difficile, anche a chi fosse abbastanza addentro alle cose, di avere la prova di certe connivenze. Non si può ne affermare ne escludere. La presenza straniera a mio avviso c’era. Guardando ai risultati si può affermare, come effetto di queste azioni, la grave destabilizzazione del nostro paese, da me più volte rilevata anche in sede parlamentare”.

Tornando al tema specifico dei Servizi, Moro sottolinea come, all’epoca in cui era ministro degli Esteri, il Sid fosse particolarmente polarizzato a destra, la quale cosa “induceva a valorizzare alcune operazioni di controspionaggio che, per ragioni di politica internazionale, avrebbero potuto essere trattate con maggiore discrezione o almeno con più opportuna scelta dei tempi… C’era qualcuno che intendeva usare il Sid in senso politico ed in una certa direzione politica”. Sul tema della riforma dei Servizi, e della lotta per il loro controllo, Moro afferma: “Mi pare che esca vincitore, avendo straordinaria abilità ad impadronirsi di tutte le leve, il presidente del Consiglio (Andreotti). Ed è giusto che le masse, i partiti, gli organi dello Stato siano bene attenti, senza diffidenza pregiudiziale, ma anche senza disattenzione, al personaggio che la legge ha voluto detentore di tutti i segreti di Stato, i più delicati salvo il controllo, da sperimentare, dell’apposita Commissione parlamentare. Questa persona detiene nelle sue mani un potere enorme, all’interno e all’estero, di fronte al quale i dossier dei quali si parlava ai tempi di Tambroni francamente impallidiscono. E soprattutto la situazione deve essere considerata avendo presente l’esperienza del passato, l’inquinamento del trentennio che appunto deprechiamo”. (cm)

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