Paradisi Fiscali

A fronte di un controllo internazionale senza precedenti, i centri finanziari offshore o paradisi fiscali sembrano essere in pericolo. Ma, sostiene Paul Golden, è molto improbabile che scompaiano in tempi brevi

I centri finanziari offshore non sono un fenomeno nuovo – Ronen Palan della Birmingham University fa risalire le loro origini alla fine del 19esimo secolo – anche se l’analisi di Emmanuel Mourlon-Druol dell’Università di Glasgow rivela una spettacolare accelerazione della loro attività nel corso della seconda metà degli anni ’70. Egli ha stimato che nel 1973 nelle Isole Cayman ci fossero solo otto banche; già nel 1981 questa numero era salito a 111.

Secondo Jason Sharman, un accademico australiano che ha ampiamente studiato il fenomeno del riciclaggio di denaro ed i paradisi fiscali, lo stereotipo del paradiso off-shore sembra si rifacesse a delle strutture complesse le quali a loro volta si richiamavano a dei semplici prodotti che garantivano un’assoluta segretezza e che erano disponibili e ampiamente commercializzati negli anni 1980 e 1990, come le shell companies, i conti bancari cifrati e i trust per la tutela dei patrimoni.

Un rapporto del 2014 sulla ricchezza globale elaborato dal Boston Consulting Group ha stimato che l’anno scorso 8.9 migliaia di miliardi di dollari ( 5.7 di sterline), pari a circa il 6% della ricchezza globale, siano stati contabilizzati in giurisdizioni in cui il proprietario della ricchezza non aveva alcuna residenza legale o domicilio fiscale – leggi off-shore – prevedendo che il totale sarebbe salito a  12.4 migliaia di miliardi di dollari entro la fine del 2018. L’indice si segretezza finanziario calcolato da Tax Justice Network stima che almeno 32 migliaia di miliardi di dollari si trovano allocati in giro per il mondo  presso giurisdizioni in cui vige la segretezza, in luoghi in cui “non sono soggetti a tassazione  o sono solo lievemente tassati”.

I centri finanziari offshore abbracciano tutto il mondo e possono trovarsi ovunque, dagli Stati Uniti al Mar Meridionale della Cina. La Svizzera è ancora oggi il più grande centro “off-shore” al mondo, ma il suo stato viene, di recente, messo in discussione da Singapore e da Hong Kong, parallelamente alla crescita della percentuale di nuova ricchezza creata in Asia.

Il Senato degli Stati Uniti stima che l’evasione fiscale, sia da parte di imprese che di singoli individui residenti negli USA , costi al Paese 100 miliardi di dollari l’anno. In un rapporto reso pubblico in una recente conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, viene calcolato che i paesi in via di sviluppo perdano una quantità simile di gettito fiscale annuo come conseguenza di operazioni direttamente collegate a centri finanziari offshore.

Con gli Stati Uniti e le altre principali economie che lottano per trovare i mezzi con cui finanziare i servizi pubblici, non c’è da stupirsi che la trasparenza fiscale e l’evasione fiscale transfrontaliera siano stati i principali argomenti discussi durante i recenti vertici del G20. Alcuni progressi son stati compiuti sul piano dello scambio di informazioni fiscali. Al vertice di novembre a Brisbane, il presidente francese François Hollande ha dichiarato che entro il 2018 il G20 avrebbe portato ben novanta paesi all’interno del sistema di scambio automatico di informazioni (fiscali).

Il governo britannico ha dichiarato di avere recuperato negli ultimi due anni 1,5 miliardi di sterline da evasori fiscali off-shore “e l’agenzia delle entrate britannica (HMRC Her Majesty Revenue and Custom) è in attesa, con un esercito di ispettori, di attivare le verifiche sui i dati che verranno creati attraverso il protocollo comune di reporting, al fine di perseguire quei profili che ritengono più adatti “, spiega Frank Strachan, consulente fiscale per la Edwin Coe.

Gli spostamenti del denaro

Tuttavia, una valutazione dell’attività di repressione dei paradisi fiscali da parte del G20, sostengono Niels Johannesen dell’Università di Copenaghen e Gabriel Zucman dell’Università della California, non può prescindere dal constatare come essa abbia prodotto una riallocazione dei depositi bancari tra le giurisdizioni, piuttosto che un significativo rimpatrio dei fondi.

Alcuni centri finanziari off-shore potrebbero essere considerati poco entusiasti delle richieste relative ad una loro maggiore trasparenza e ad un loro preciso impegno ad applicare gli standard internazionali utilizzati dai governi onshore. Tuttavia, il capo della finanza presso una di queste giurisdizioni situata in Europa, sostiene che loro vengono ingiustamente accusati di costruire strutture finanzierei complesse, le quali vengono spesso “create in base alle istruzioni fornite dai consulenti fiscali e da coloro che progettano i paradisi fiscali”. Egli inoltre sottolinea come le giurisdizioni on-shore siano in ritardo rispetto alle loro controparti off-shore nella regolamentazione dei fornitori di servizi.

Questo ultimo punto viene ripreso da Dominic Wheatley, amministratore unico (chief executive) della Guernsey Finance. Egli sostiene che, a partire dal 1999, le società di fornitura dei servizi dell’isola di Guernsey hanno dovuto tenere un registro sui beneficiari ultimi delle società ivi costituite. “Guernsey fa parte della prima ondata di giurisdizioni che hanno accettato di adottare lo standard comune di rendicontazione dell’OCSE, e una delle prime giurisdizioni che abbia regolamentato l’attività di fornitura di servizi alle società – molte altre importanti giurisdizioni non lo hanno ancora fatto “.

Markus Meinzer, analista senior presso il Tax Justice Network, giùdica positivamente gli sforzi per aumentare le informazioni sui proprietari effettivi delle società, anche se avverte che bisogna fare di più per affrontare strutture come i trust e le fondazioni e per poter attribuire la responsabilità ai  consulenti di attività colpevoli di avere favorito un’evasione fiscale su vasta scala.

“Inoltre – dichiara Meinzer – è necessario adottare adeguate misure per affrontare quelle giurisdizioni recalcitranti (come Panama e le Bahamas) e quelle giurisdizioni impegnate sul piano della legalità, come la Svizzera o Hong Kong, che hanno già annunciato di volere scegliere quei paesi ai quali saranno offerti nuovi standard di trasparenza, “.

“Poi c’è il problema più grande, gli Stati Uniti, che non sembrano ancora volere assumere una posizione in termini di reciprocità. Ciò rende necessario che il resto del mondo invii un chiaro messaggio ai funzionari del settore finanziario degli Stati Uniti e della Casa Bianca: non ci può essere uno standard per Wall Street ed un altro per tutti gli altri “.

Gli USA sono stati il paese in prima linea nell’impegno a perseguire agli evasori, in particolare quelli che utilizzano le banche svizzere per evadere le tasse. Tuttavia, vi è una contraddizione evidente nella più grande economia del mondo, tra i piani messi in atto per raccogliere informazioni sui beneficiari ultimi delle società e la privacy aziendale offerta in alcuni stati americani.

Un rapporto pubblicato dal gruppo di attivisti di Global Witness nel settembre 2014 ha descritto l’America come uno dei paesi al mondo in cui è più facile creare una società anonima, sostenendo come “in molti stati per costituire una società vengano richieste minori informazioni di quante ne richieda ottenere la tessera di una biblioteca “.

Secondo Joshua Simmons, consulente politico per Global Financial Integrity, la percezione negativa dei centri finanziari offshore non è necessariamente il risultato delle complesse architetture di proprietà e delle strutture finanziarie che vi lavorano, ma piuttosto l’uso indiscriminato di questi strumenti sia per scopi leciti che illeciti.

Egli giudica positivamente la legislazione approvata nel Regno Unito nel mese di marzo, che ha reso il paese la prima nazione ad avere adottato misure di contrasto ai flussi finanziari illeciti, attraverso la creazione di un centro, un pubblico registro sulle informazioni relative alla proprietà delle società.

La necessità di istituire un registro

Le aziende anonime sono uno dei più grandi strumenti per riciclaggio dei proventi di reato, della corruzione e dell’evasione fiscale“, dichiara Simmons, aggiungendo che gli Stati Uniti assieme ad altri paesi, dovrebbero creare dei registri simili. La Danimarca ha annunciato a novembre che avrebbe creato un registro pubblico di sua iniziativa e l’UE ha accettato nel dicembre di andare avanti con un piano per imporre agli Stati membri di creare dei registri centrali sulla effettiva prorprietà delle società.

Sharman afferma che non è chiaro se la struttura media offshore sia più complicata del suo equivalente onshore e che molte società hanno un piede in tutti e due i tipi di struttura. “Inoltre, a differenza della maggior parte dei fornitori on-shore, i fornitori offshore sono già autorizzati e lo sono stati per oltre un decennio.”

Egli osserva come principalmente i centri finanziari offshore europei e statunitensi (Delaware, Nevada) continuano a fornire un segreto piuttosto stretto ai cittadini di paesi non appartenenti all’OCSE.Gli sforzi di club come l’OCSE sono stati indirizzati molto più a proteggere le basi imponibili dei loro membri, che a fermare l’evasione fiscale di per sé. Gli accordi bilaterali più forti sono stati quelli conclusi tra i centri finanziari offshore (OFC) e gli stati dell’OCSE “.

Jonathon Clifton, amministratore delegato (managing director) di Offshore Inc Asia, non è persuaso del fatto che una maggiore regolamentazione in materia di trasparenza fiscale possa portare ad un calo apprezzabile della domanda di entità off-shore, aggiungendo che solo il 25-30% della domanda per strutture offshore nasce per ragioni di efficienza fiscale.

Tuttavia, egli è d’accordo nel ritenere che la percezione negativa dell’ “industria off-shore” sia un po’ sfuggita di mano e che l’industria dovrebbe essere molto più proattiva nello “spiegare il ruolo legittimo da essa svolto, che è quello di agevolare i flussi transfrontalieri di capitale”.

Clifton ritiene inoltre che le autorizzazioni rappresentino una questione fondamentale, in particolare in questo caso, perché le società fornitrici di servizi alle imprese  non sono, in genere, autorizzate nella giurisdizione in cui vendono o operano: “L’autorizzazione ‘nel mercato in cui si opera’ rappresenterebbe un altro passo fondamentale per contribuire a modificare la percezione negativa dell’ industria “. Nel mese di aprile l’amministratore delegato della Banca Mondiale Sri Mulyani Indrawati ha dichiarato che per combattere l’evasione fiscale, i paesi devono avere la capacità amministrativa di individuare le operazioni sospette, nonché la possibilità di effettuare un efficace controllo fiscale.

La sfida logistica

Le osservazioni fin qui espresse sottolineano la portata della sfida del dover analizzare grandi quantità di dati fiscali e la visione offerta da Sharman, secondo il quale esistono prove per le quali tutte le nuove informazioni disponibili per le autorità fiscali rappresentano una sorta di benedizione, adesso che dispongono di una quantità eccessiva di dati da elaborare.

Johannesen e Zucman raccomandano che il G20 obblighi i paradisi fiscali a stipulare trattati con tutti i paesi, e che questi trattati siano molto esigenti. Essi sottolineano come una rete globale di trattati che prevedano lo scambio automatico di informazioni avrebbe messo fine al segreto bancario e avrebbe potute rendere l’evasione fiscale impossibile, mentre le ritenute fiscali applicate su tutti i redditi percepiti dai residenti stranieri in tutti i paradisi fiscali avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato, continuando però a mantenere una certa forma di segreto bancario.

L’opinione è divisa tra chi crede o meno che il futuro sia nelle giurisdizioni “midshore”, le quali presentano caratteristiche di entrambe le giurisdizioni offshore e onshore. Porter McConnell, direttore di Financial Transparency Coalition ritiene che ci si debba concentrare sulla creazione di un sistema finanziario globale, equo e trasparente, e che una “corsa al ribasso” serva solo a provocare divisioni tra le nazioni e la crescita economica persa, mentre Meinzer sostiene che parlare di giurisdizioni midshore possa essere visto come un altro tentativo di confondere le acque.

La nuova era della trasparenza finanziaria – dichiara Meinzer –  sta mostrando, ad esempio, gli Stati Uniti assumersi il rischio di diventare il più importante centro finanziario offshore, un gigantesco ostacolo alla trasparenza finanziaria internazionale“. “L’erosione degli standard normativi e la disponibilità di spazi non regolamentati sono inaccettabili, sia attraverso giurisdizioni offshore che midshore.

Questo non è un gioco a somma zero, afferma Clifton, in cui il midshore sostituisce semplicemente l’offshore. “Tuttavia, ci sarà sicuramente uno spostamento verso posizioni che presentano caratteristiche di entrambi i modelli (permettendo, ad esempio, ai clienti di dimostrare concretamente  ‘attività operative reali” in giurisdizioni come Hong Kong o Singapore), e sono consapevole dei paesi del nord Europa, dell’ Africa e dell’Asia sud-orientale che hanno espresso il desiderio di entrare a far parte di questo spazio. La tendenza principale, tuttavia, è rappresentata dall’uso di giurisdizioni offshore e midshore in un’unica struttura “.

È importante risolvere un problema globale con soluzioni globali che non creino lacune escludendo alcuni paesi, aggiunge McConnell. La sua preoccupazione è che se i paesi in via di sviluppo vengono lasciati fuori dal sistema di scambio automatico di informazioni finanziarie, si verrebbe a creare un modello a due livelli, in cui alcuni paesi si scambiano regolarmente informazioni e altri, con meno risorse, che offrono ben più dello stesso segreto bancario. “Il modo migliore per creare un sistema che non conceda agli evasori la possibilità di nascondere è quello di includere i paesi in via di sviluppo nella progettazione del modello di scambio automatico di informazioni fin dall’inizio, anche se questi non possono essere immediatamente in grado di scambiare le informazioni.”

Il sistema attuale, afferma McConnell, funziona in modo da incentivare e fare pressione su commercialisti, banchieri e avvocati, al fine spingere i limiti, impegnandosi in attività sempre più rischiose, al limite del legale. “Abbiamo bisogno di trasparenza e di misure di responsabilità per cambiare la struttura degli incentivi, in modo che le giurisdizioni siano sempre meno disposte ad accettare denaro sospetto. Quando la trasparenza diventa la norma, le strutture complesse di segretezza diventeranno un ricordo del passato “.

Il futuro

Quindi che cosa riserva il futuro per i centri finanziari offshore? La legge statunitense Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA) e leggi simili che dovrebbero essere introdotte nel Regno Unito e nelle altre principali economie europee, sono dirette a quelle giurisdizioni che si sono concentrate su client / individui privati le quali probabilmente soffriranno di più rispetto a quelle che hanno una più ampia base societaria di attività. “Una volta che i fornitori di servizi offshore saranno costretti, a partire dal 2017, a riferire alle autorità fiscali, il reale impatto di tali misure sarà più evidente“, afferma Strachan. Inoltre, i paradisi fiscali creati unicamente per attirare il denaro straniero dovrebbero logicamente essere lasciati esposti quando il sistema finanziario internazionale dovrà affrontare un improvviso congelamento di liquidità, come quello che ha causato la crisi finanziaria globale.

Eppure Sharman osserva come il G20 ed altre organizzazioni abbiano fatto ben poco per guidare i centri offshore esistenti fuori dal mercato, tranne alcune  piccole eccezioni (Niue, Nauru, Tonga).

“La saggezza popolare -dichiara Shartman – che ha accentuato la pressione internazionale e che avrebbe dovuto portare ad un calo significativo nel numero di centri finanziari offshore, si è dimostrata errata per quel che riguarda gli ultimi 15 anni, e pochi segnali indicano che sarà confermata in tempi brevi”.

Il segreto bancario sarà più difficile da raggiungere in un mondo in cui le distanze si riducono sempre di più e simili livelli di conformità saranno implementati a livello globale. Tuttavia, mentre le sfide sopra accennate continueranno a riproporsi, un sistema bancario internazionale completamente trasparente continuerà a rimanere un obiettivo piuttosto lontano.

 http://economia.icaew.com

Titolo originale: “How tah havens are surviving”

Trad cm

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